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La moglie di Frankenstein – recensione del film di James Whale

La moglie di Frankenstein – recensione del film di James Whale

La moglie di Frankenstein è il film horror cult del 1935 diretto da James Whale e con protagonisti nel cast Boris Karloff, Elsa Lanchester, Colin Clive, Valerie Hobson, Ernest Thesiger

La moglie di FrankensteinIl prologo del film immagina che, come in occasione dell’invenzione del Mostro di Frankenstein, Mary Shelly, il marito Percy Bysse e Lord Byron si ritrovino nella villa ginevrina dove era stato ideato il romanzo originale,  con la scrittrice a narrarne l’ipotetico seguito.

Scampato all’incendio che concludeva il primo film, il mostro (Boris Karloff)  vaga per la campagna, salvando una ragazza dall’annegamento, unendosi brevemente ad un gruppo di zingari e infine, attirato dal suono del suo violino,  imbattendosi in un povero cieco che, ignaro delle sue fattezze, riconosce nella creatura un proprio simile e lo ospita nella sua baracca, accendendo in lui un barlume di umanità e cercando di fargli comprendere i concetti di ‘bene’ e ‘male’.

La moglie di Frankenstein – recensione del film di James Whale 

Nel frattempo, il professor Frankenstein (Colin Clive)ha giurato alla moglie (Valerie Hobson) di non riprendere più le ricerche che portarono alla creazione del mostro. Tuttavia l’incontro con un suo vecchio insegnante, il dottor Pretorius (Ernest Thesiger), cambia le cose:  questi, dopo avergli mostrato delle creature umane in miniatura (in una delle scene più suggestive e ancora oggi anche un filo disturbanti del film) frutto dei suoi esperimenti, gli propone di unire le forze per dare vita ad una nuova razza di superuomini. Frankenstein inizialmente rifiuta, ma quando Pretorius gli fa rapire la moglie, proprio dal mostro (i due nel frattempo si erano casualmente incontrati, e Pretorius aveva promesso alla creatura di dargli una compagna) è costretto a collaborare.  I due creano così la ‘moglie di Frankenstein’ la quale però, appena conosciuto il suo ‘promesso’ ha una reazione di totale ripulsa. Il mostro dà allora sfogo alla sua rabbia e, dopo aver permesso al professore e alla moglie di scappare,  distrugge il castello, sotto le cui rovine rimangono lui, la sua ‘sposa’ e lo stesso Pretorius.

La moglie di FrankensteinSecondo film della trilogia che si concluderà con Il figlio di Frankenstein, La moglie di Frankenstein è probabilmente anche migliore del primo film: ormai quasi del tutto svincolato dal riferimento letterario originale, James Whale assembla un film che, nato per ripetere il successo commerciale del primo, finisce per superarlo in profondità. Il ‘mostro’ intraprende un’evoluzione psicologica che gli farà prendere coscienza di sé, degli altri e del suo ‘posto nel mondo’; tutto questo grazie agli incontri (gli zingari, il vecchio vagabondo cieco) con altri appartenenti a categorie ‘reiette’, e utilizzando come strumento la musica (il violino del vagabondo), linguaggio ‘dell’anima’ che va oltre le apparenze.

La moglie di Frankenstein si fa dunque apprezzare sotto il profilo narrativo e, se vogliamo ‘ideale’, tuttavia allo stesso tempo soddisfa i palati degli appassionati dell’horror: Elsa Lanchester (una carriera lunghissima, cominciata negli anni ’20 e conclusasi all’alba degli ’80) è passata alla storia, ed entrata nell’immaginario collettivo dei cultori del genere – e non solo – con la sua chioma ‘sparata’ verso il cielo con le due candide striature saettanti ai lati, che per certi versi ha anticipato di quarant’anni e passa certe mode punk, è diventata un’icona, un’immagine poi riutilizzata dozzine di volte negli ambiti più disparati, specie in ambito musicale, con la sua immagine più volte usata per copertine di dischi, ma si può ricordare in proposito anche l’acconciatura di Marge Simpson, che ad essa pare in parte ispirata.

Nè,  si può dimenticare l’eccezionale parodia dell’incontro col violinista vagabondo utilizzata da Mel Brooks in Frankenstein Jr,  che ha contribuito ancora maggiormente a rendere l’originale un caposaldo.

A quasi 80 anni di distanza, La moglie di Frankenstein, ha forse perso un po’ di smalto, ma continua a rimanere un punto di riferimento essenziale del genere e uno dei punti più alti della felice stagione dell’horror anni ’30.

Il valore storico del film è stato ufficialmente riconosciuto nel 1998, quando la pellicola è stata inserita nel Registro dei Film della Libreria del Congresso Americano, diventando quindi un patrimonio nazionale.

La moglie di Chadwick Boseman rivela come mai l’attore ha tenuto segreta la sua diagnosi di cancro

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Chadwick Boseman ha tenuto nascosta la sua diagnosi di cancro del 2016 a tutti tranne che alle persone a lui più vicine, e ora è stato rivelato il motivo per cui la star di Black Panther ha scelto di mantenere il silenzio pubblico sulla malattia che lo ha portato via nel 2020.

Ledwed Boseman ha recentemente rotto il silenzio sul motivo per cui suo marito ha scelto di non parlare apertamente della sua diagnosi di cancro al colon in stadio IV, spiegando che il candidato all’Oscar per Ma Rainey’s Black Bottom voleva solo continuare la sua vita e la sua carriera normalmente, il che significava non raccontare a nessuno al di fuori della sua cerchia ristretta delle sue battaglie per la salute (tramite The Guardian).

“Una diagnosi di cancro può ostacolare molte cose”, ha detto. “Non ha mai voluto essere trattato diversamente. Molti dei ruoli che ha interpretato erano molto fisici, e voleva comunque interpretarli. Non voleva essere giudicato per ciò che stava vivendo. Non voleva che la sua diagnosi interferisse con il lavoro.”

Alla domanda se avesse dovuto affrontare qualche richiesta sul velo di segretezza che aveva contribuito a mantenere sulla salute del marito, Ledwed Boseman ha spiegato che tutto ciò che le importava era assicurarsi che i desideri del marito fossero rispettati. “È normale avere domande, ma ho solo detto: ‘Se Chad non te ne ha parlato, non te ne parlerò io'”.

Boseman ha poi parlato della sfida nel determinare il modo migliore per mantenere vivo il nome del marito dopo la sua scomparsa. “C’era un vero e proprio vortice di emozioni e pressioni nel prendere decisioni su quale sarebbe stata la sua eredità”, ha detto. “Come fai a saperlo, mentre sei ancora in lutto? Come fai a sapere di cosa è importante parlare e di cosa non lo è?”

Black Panther: Wakanda ForeverL’eredità di Chadwick Boseman è stata preservata attraverso gli otto film in cui ha recitato dopo la diagnosi, tra cui Black Panther, il blockbuster Marvel che lo ha reso una superstar internazionale, e il film postumo Ma Rainey’s Black Bottom, che gli è valso una nomination all’Oscar come miglior attore.

L’ultima apparizione di Chadwick Boseman risale a un filmato d’archivio nel sequel MCU Black Panther: Wakanda Forever, in cui viene rivelato che il suo personaggio T’Challa, in un toccante riflesso della vita reale, è morto a causa di una malattia non rivelata che ha tenuto gelosamente nascosta. Il regista di Black Panther, Ryan Coogler, ha rivelato in un’intervista del 2025 che, prima della scomparsa di Boseman, aveva cercato di mostrargli la sceneggiatura di Wakanda Forever, ma ha affermato che la star era purtroppo “troppo malato” per leggerla (tramite Happy Sad Confused).

Il regista di Da 5 Bloods – Come fratelli con Chadwick Boseman, Spike Lee, ha parlato della segretezza che circonda la malattia della star, affermando in un’intervista del 2020 di non aver idea che la star fosse malata mentre girava la sua parte nel film, un lavoro che ha richiesto al cast e alla troupe di recarsi in Vietnam e svolgere un lavoro estenuante all’aperto sotto il caldo tropicale, aggiungendo che la decisione di Boseman di non rivelare la sua diagnosi era comprensibile – e persino ammirevole – date le circostanze (tramite Variety).

“Non sembrava stare bene, ma non ho mai pensato che avesse il cancro”, ha detto Lee, aggiungendo: “Capisco perché Chadwick non me l’abbia detto, perché non voleva che la prendessi con calma. Se l’avessi saputo, non gli avrei fatto fare quelle cose. E lo rispetto per questo”.

La moglie del sarto recensione del film con Maria Grazia Cucinotta

Siamo nei primi anni sessanta. La morte dell’anziano marito, rinomato sarto di un piccolo borgo nel meridione d’Italia, trascina nell’incubo della violenza e del pregiudizio la moglie Rosetta (Maria Grazia Cucinotta) e la giovane figlia Sofia (Marta Gastini). L’avidità di un sordido assessore comunale (Ninni Bruschetta) che vuole portare facili guadagni al piccolo centro distruggendone la storia ed il territorio, scatenerà contro le due donne tutta la perfidia degli abitanti del paese corrotti, anche loro, dalle promesse dell’assessore.

La moglie del sarto 2Dopo due anni di difficile lavorazione, La moglie del sarto di Massimo Scaglione, esce finalmente nelle sale italiane. La data da tenere a mente per il debutto di questa fiaba agrodolce è il 15 Maggio 2014. Una fiaba perché la storia che Scaglione ci propone pare sospesa in una dimensione senza tempo, come senza tempo è purtroppo uno dei temi centrali del film: la violenza ed il pregiudizio nei confronti delle donne, a maggior ragione se giovani, belle e con l’ambizione di rendersi indipendenti anche lavorando in professioni un tempo appannaggio maschile (in questo caso la sartoria per soli uomini). Il film è stato girato in Calabria tra Praia a Mare, Fiumefreddo Bruzio, Scalea, Limbadi e Cosenza ma all’interno della storia non vi sono riferimenti ad un luogo specifico e questo è un altro elemento che la pone in una dimensione quasi leggendaria. I personaggi dei pupari, inoltre, sono caratterizzati anch’essi come personaggi fantastici, una via di mezzo tra zingari e briganti, detentori di un’arte che ha quasi a che vedere con la magia e che viene tramandata esotericamente (il maestro di Salvatore è interpretato da Tony Sperandeo in una scena breve ma molto suggestiva). Un’altra tematica importante del film è l’amore della madre per la figlia interpretato in modo toccante da Maria Grazia Cucinotta che da vita ad un personaggio femminile con un’indomabile forza interiore, capace di portare a compimento un estremo sacrificio per la felicità della figlia. Scaglione afferma che La moglie del sarto vuole essere il suo inno alla vita, alla procreazione e alla ricchezza umana, alle lotte e alla speranza. Egli ha voluto dare voce agli offesi, che il più delle volte sono donne, umiliate da un cinismo mortale ma anche un appello agli uomini, affinché non si smarrisca e non dimentichi se stesso.

Purtroppo le scelte stilistiche adottate da Scaglione si rivelano incongruenti con il tono del racconto perché troppo televisive e con elementi quasi documentaristici soprattutto nell’uso frequente di zoom, telecamera e mano e fermo immagine. Ciò va a discapito dell’atmosfera fiabesca che aleggia nella storia e non rende giustizia ai meravigliosi panorami che fanno da sfondo alla vicenda.

La moglie del sarto la conferenza stampa con Maria Grazia Cucinotta

La moglie del sartoIl cinema Barberini ha ospitato oggi l’anteprima e la conferenza stampa di La moglie del sarto, un film scritto e diretto da Massimo Scaglione che vede protagonista Maria Grazia Cucinotta nelle vesti di Rosetta, una donna coraggiosa che in seguito alla morte del marito, il sarto del paese, se la dovrà vedere con un perfido assessore comunale (Ninni Bruschetta) per difendere la sua casa ed il negozio dalle speculazioni imprenditoriali di quest’ultimo e dei suoi degni compari tra cui il barista Modugno (Ernesto Mahieux) e un ingegnere piemontese (Claudio Botosso).

Insieme a lei l’adorata ed unica figlia Sofia (Marta Gastini) ed il puparo Salvatore (Alessio Vassallo) che si innamorerà della giovane. Il tutto è ambientato nella Calabria degli anni sessanta. In sala, alla fine della proiezione, il regista prende subito la parola raccontando la genesi del progetto:

Dopo quasi due anni e mezzo di lavoro ed alcune difficoltà, finalmente siamo riusciti a far uscire questo film. L’idea per questo lavoro mi è venuta dopo il racconto di una vicenda realmente avvenuta che ho sentito mentre ero a New York. La seconda fonte d’ispirazione è stata la figura di mia madre, una donna molto forte che è riuscita a tirare su cinque figli e, contemporaneamente ad occuparsi della gestione della casa. Tramite la figura di Rosetta ho voluto raccontare il coraggio e la forza delle donne che, ieri come oggi, devono lottare contro i pregiudizi e le violenze, soprattutto quelle degli uomini.

Si inserisce nel dibattito Maria Grazia Cucinotta, presente in sala insieme ad altri membri del cast tra cui i due giovani coprotagonisti:

Nonostante il film sia ambientato negli anni sessanta, non vuole limitare il discorso solo a quell’epoca storica. Purtroppo il pregiudizio nei confronti delle donne è ancora vivo e la violenza, come purtroppo sappiamo dai fatti di cronaca degli ultimi anni, è ancora più presente. Un tempo le donne erano viste come oggetti da ottenere e conquistare, ora sono viste come delle prede ed essere una preda è una condizione terribile. Per questo sono impegnata da molto tempo nella lotta contro la violenza sulle donne.

Massimo Scaglione continua quindi a parlare delle tematiche e dei significati che vengono portati avanti nella narrazione:

Oltre questo io volevo dare risalto all’idea della continuità della vita. Il fulcro della vita e di questo film è la procreazione…

La moglie del sarto 2Maria Grazia Cucinotta si inserisce nuovamente nel discorso per dire la sua a riguardo:

Devo parlare a nome delle donne: noi partiamo dall’amore, poi viene tutto il resto!

Anche Marta Gastini ha un’opinione diversa su quale sia il tema centrale all’interno del film di Scaglione:

Non ritengo che il pregiudizio sia il tema attorno al quale gira la vicenda di Rosetta e di sua figlia Sofia. Anche per me è quello dell’amore ma di un amore che spinge davvero oltre, fino al sacrificio : l’amore tra una madre ed una figlia.

Viene quindi chiesto ad Alessio Vassallo di parlare della sua esperienza su questo set:

Sono contentissimo di aver interpretato questo ruolo anche se, da Palermitano, non è stato semplice accostarmi alla tradizione dei Pupi.

Il momento più intenso per il mio personaggio è quando si trova a cospetto del suo maestro puparo (Tony Sperandeo) che, ritirandosi, in un certo senso gli passa lo scettro del suo mestiere. Poi sono rimasto sorpreso dalla capacità che ha Maria Grazia di calarsi totalmente nel personaggio! Quando nel film mi insegnava a cucire, sembrava che davvero avesse acquisito questo tipo di competenze!

Maria Grazia Cucinotta ribatte prontamente:

E questo perché, essendo nata in una famiglia davvero modesta, ho dovuto imparare a fare molte cose e questo mi ha aiutato molto nel mio lavoro!

La moglie del cuoco recensione del film di Anne Le Ny

La moglie del cuoco a Marithè (Karin Viard) lavora in un centro di formazione per adulti e rimane perplessa quando a chiedere il suo aiuto giunge Carole (Emmannuelle Devos), donna distinta e in cerca di una vocazione. Carole si sente oppressa dal marito Sam (Roschdy Zem), cuoco di fama riconosciuta, e vuole crearsi una carriera tutta sua. Per Marithè non sarà facile aiutare la donna mantenendo un profilo serio e professionale soprattutto quando capirà che anche lei non è insensibile ed immune al fascino dell’enigmatico chef.

Anne Le Ny, attrice francese ormai consacrata (La cliente, Quasi amici, La guerra è dichiarata), non stupisce più nemmeno dietro alla macchina da presa essendo La moglie del cuoco solo l’ultimo di una serie di successi come regista. Commedia sentimentale dalla forte connotazione ironica, un film sull’amore, sulla lealtà, l’amicizia e l’imprevidibilità della vita. Le Ny, che ha curato anche la sceneggiatura, ci propone infatti due protagoniste donne, interpretate dalle ottime Karin Viard ed Emmannuelle Devos, che partono da posizioni e ruoli molto diversi e in qualche modo contrapposti: sicura di sé e forte l’una, fragile e disorientata l’altra, semplice e trasparente l’una quanto sofisticata e bugiarda l’altra. La moglie del cuocoL’intreccio narrativo, molto ben congeniato, ribalterà diametralmente le loro posizioni, e chi rappresentava professionalità e lealtà diverrà sleale ed infida e chi viveva solo di menzogne cadrà innocentemente nela traoppola di chi credeva amica. Una storia che racconta come la vita possa offrire opportunità inaspettate, incontri imprevedibili e soprattutto come l’amore o l’infatuazione per uno sconosciuto possa indurti a tradire la tua natura o quelli che credevi fossero i tuoi principi più saldi.

Oltre alle due già citate protagoniste, ritroviamo il bravo Roschdy Zem (Uomini senza legge, Una notte, La fredda luce del giorno) cui volto truce e poco raccomandabile si presta meglio ai ruoli d’azione, in cui è ormai affermato, che a quelli di un pacifico cuoco da nouvelle cousine.

Un film divertente e ben diretto, dialoghi brillanti e carichi di ironia e una trama non propriamente banale o prevedibile. Un film che senza volgarità o eccessi, frequenti nella commedia francese di questi anni, riesce a far sorridere e riflettere oltre che a far venire l’acquolina in bocca nel veder scorrere succulenti portate d’alta cucina d’oltralpe.

La moglie del cuoco è prodotto dalla Move Movie e distribuito in Italia dalla Teodora Film, uscirà nelle sale a partire dal prossimo16 di ottobre.

La modifica confermata da HBO al primo libro di Harry Potter crea un finale migliore

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La nuova serie di Harry Potter targata HBO continua a promettere un adattamento più fedele e stratificato rispetto agli otto film cinematografici. Con ogni libro trasformato in una stagione autonoma, l’ambizione dichiarata è quella di espandere l’universo narrativo e approfondire personaggi che nei film erano rimasti sullo sfondo. Una modifica già confermata per la prima stagione, però, potrebbe fare qualcosa di ancora più interessante: migliorare il finale dell’intera saga.

Dalle prime foto dal set e dalle dichiarazioni del cast è emerso che la serie non sarà rigidamente ancorata al punto di vista di Harry, ma allargherà lo sguardo ad altri personaggi e ambienti. Questo cambio di prospettiva consente di introdurre dinamiche familiari e politiche che nei romanzi emergono solo più avanti, gettando basi narrative con largo anticipo.

Lucius Malfoy avrà un ruolo più ampio già dalla prima stagione

L’attore Johnny Flynn, che interpreterà Lucius Malfoy, ha confermato che il personaggio sarà presente già nella prima stagione, nonostante nel primo libro il suo ruolo sia praticamente marginale. Nei romanzi, Lucius entra davvero in scena in La Camera dei Segreti, ma la serie sceglie di anticiparne l’introduzione.

Si tratta di una decisione strategica. Mostrare Lucius fin da subito significa dare spessore al contesto politico e ideologico che ruota attorno alla purezza del sangue e alla futura ascesa di Voldemort. Non solo: consente anche di esplorare Malfoy Manor molto prima rispetto ai film, rivelando le dinamiche domestiche della famiglia Malfoy anni prima degli eventi di I Doni della Morte.

La vita privata di Draco apre la porta a Narcissa

Lox Pratt, interprete di Draco, ha anticipato che vedremo il personaggio anche a casa, offrendo uno sguardo inedito sulla sua educazione e sul clima familiare che lo plasma. Questo implica inevitabilmente un’espansione del ruolo di Narcissa Malfoy.

Nei libri, Narcissa compare per la prima volta in Il Calice di Fuoco e diventa realmente centrale solo in Il Principe Mezzosangue. La serie, invece, sembra intenzionata a inserirla molto prima nel racconto. Una scelta che, sul piano drammaturgico, appare tutt’altro che secondaria.

Anticipare la presenza di Narcissa significa costruire con maggiore coerenza il suo arco emotivo: il rapporto con Draco, il legame con Lucius, la tensione con la sorella Bellatrix e soprattutto la paura per il destino del figlio sotto il dominio di Voldemort.

Un cambiamento che rende più potente il finale della saga

Nel finale de I Doni della Morte, Narcissa compie uno degli atti più decisivi dell’intera saga: mente a Voldemort dichiarando morto Harry, dopo aver verificato che Draco è ancora vivo a Hogwarts. È un momento che incarna il tema centrale della serie – l’amore che prevale sul terrore – ma che nei film ha sempre avuto un impatto leggermente attenuato, anche perché il personaggio era stato sviluppato tardi e in modo limitato.

Se la serie HBO costruirà Narcissa fin dalla prima stagione, seguendone il percorso nel corso degli anni, la sua scelta finale potrà assumere un peso emotivo molto più profondo. Non sarà più un colpo di scena funzionale alla trama, ma la naturale conseguenza di un conflitto interiore coltivato per stagioni intere.

In questo senso, l’anticipo di Lucius e l’esplorazione della famiglia Malfoy non sono semplici espansioni di lore. Sono una riscrittura strategica delle fondamenta narrative, pensata per rendere più organico e soddisfacente l’epilogo dell’intera saga.

Se l’obiettivo della serie è offrire una rilettura più completa e coerente del mondo creato da J.K. Rowling, questa scelta potrebbe rivelarsi una delle più intelligenti finora annunciate.

La moda agli Oscar attraverso gli anni

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La febbre da Oscar sale e com’è giusto che sia sale anche l’attesa per vedere, scoprire, carpire chi sarà la più bella sul tappeto rosso. Perchè agli Oscar il 50% della fortuna lo fa il vestito, si sa.

La misura del dubbio: recensione del film di Daniel Auteuil

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La misura del dubbio: recensione del film di Daniel Auteuil

La misura del dubbio, thriller psicologico diretto e interpretato dal celebre attore francese Daniel Auteuil, arriva nelle sale italiane giovedì 19 settembre. Distribuito da Bim Distribuzione, il film promette di tenere gli spettatori con il fiato sospeso, catapultandoli nel mondo dei legal drama, dove un avvocato cinico e disilluso si trova a difendere un uomo accusato di omicidio.

L’opera, tratta dalla raccolta Au Guet-Apens, chroniques de la justice pénale ordinaire scritta dall’avvocato francese Jean-Yves Moyart (sotto lo pseudonimo di Maître Mô) è già stata presentata al Festival di Cannes 2024, e, oltre a Daniel Auteuil nei panni del protagonista, può vantare un cast di tutto rispetto, nel quale troviamo Sidse Babett Knudsen, Isabelle Candelier, Suliane Brahim, Grégory Gadebois, Florence Janas, Gaëtan Roussel e Aurore Auteuil.

La trama di La misura del dubbio

Jean Monier, un avvocato navigato e cinico, ha deciso di abbandonare il mondo della giustizia penale dopo un caso eclatante in cui è riuscito a far assolvere un assassino recidivo. La sua fiducia nella giustizia è stata profondamente scossa e ha scelto di isolarsi. La sua tranquilla esistenza viene sconvolta dall’incontro con Nicolas Milik, un padre di famiglia accusato dell’omicidio della moglie. A malincuore, Jean accetta di difenderlo, spinto dalla moglie-collega e da una sottile curiosità che lo riporta verso il mondo che aveva abbandonato.

Il rapporto tra Jean e Nicolas si evolve così in un duetto intenso e complesso e l’avvocato, inizialmente scettico, inizia a dubitare della colpevolezza del suo cliente. Via via che l’indagine procede, inoltre, emergono nuovi elementi che mettono in discussione le prove a carico di Nicolas. E Jean, scavando sempre più a fondo, si ritrova a confrontarsi con un labirinto di indizi contraddittori e testimonianze poco chiare.

La misura del dubbio film (2024)
Daniel Autiel in La misura del dubbio

La misura del dubbio: depistaggi

È un’opera di continui depistaggi La misura del dubbio di Daniel Auteuil. Un film che procede per sussurri, per suggestioni, che accompagna il pubblico e in qualche modo lo distrae, quasi come durante il trucco di un abile prestigiatore. Un film che ragiona sullo scarto tra percezione e reale, lavorando sulla dimensione psicologica del suo protagonista per tradire l’orizzonte d’attesa spettatoriale. Un legal drama che molto attinge dalla grande tradizione cinematografica del genere, per poi trovare un degno compromesso tra aderenza alla formula e ricerca identitaria. E che di fatto colpisce, pur senza probabilmente imprimersi nell’immaginario, per la cruda concretezza con cui, progressivamente, ci priva di redenzione e appigli morali – scardinando speranze e riconoscibilità narrativa a favore di uno spiazzante colpo di scena finale.

Daniel Auteuil, qui in veste di regista, co-sceneggiatore e principale interprete del racconto, sembra a più riprese appoggiarsi alla più recente deriva “processuale” francese – che ampio spazio ha trovato nella produzione transalpina degli scorsi anni, venendo probabilmente consacrata dal successo ottenuto da Anatomia di una caduta (con cui Justine Triet ha parzialmente ridefinito le regole del genere). E si dimostra al contempo capace di intercettare la solidità strutturale dei riferimenti, per usufruirne nella costruzione di un’architettura concettuale differente. In grado di tessere una rete di mezze verità atte a imprigionare occhio e mente di protagonista e spettatore e rivelare maglie strette quanto i primi piani dedicati all’avvocato Monier e al suo assistito. In un perpetuo e cadenzato gioco di ribaltamenti, che – prima di lasciare la parola ai giurati – confonde realtà e racconto in un groviglio mentale inestricabile e in un labirinto senza apparenti vie d’uscita.

La misura del dubbio
La misura del dubbio film (2024)

La misura del dubbio: spostare il focus

Rinchiuso tra le pareti del tribunale e una piccola selezione d’interni (casa e carcere), dai quali troviamo respiro quasi esclusivamente attraverso i flashback tramite cui il regista ripercorre lo svolgersi delle potenziali tappe del caso giudiziario raccontato dal film, La misura del dubbio procede così passo dopo passo nel suo “inganno”; svelando poco a poco i dettagli e i risvolti di trama che sembrano poter fare luce sulle atrocità prese in esame, ma erodendo invece le possibilità di risolvere il rompicapo presentatoci dal regista.

Purtroppo, la scelta di spostare focus e macchina da presa dall’imputato al suo difensore – con l’intento di lavorare anche sul senso di colpa che affligge l’avvocato di Auteuil per via di un vecchio caso risalente a quindici anni prima – finisce per impantanarsi nel poco spazio che, in modo paradossale, lo stesso regista dedica al passato del suo personaggio. Paradosso che confina il protagonista solo in una delle due dimensioni temporali tra cui avrebbe dovuto “fare da spola” e che dunque, inevitabilmente, toglie parte della forza espressiva del film. Disperdendo uno degli ingredienti della storia ed evocandolo solo in un paio di frasi che, sebbene inserite ad hoc, non bastano a bilanciare l’attenzione posta sul delitto che funge da fil rouge.

La misura del dubbio: la storia vera dietro il film

La misura del dubbio: la storia vera dietro il film

Il film La misura del dubbio (leggi qui la recensione) segna un nuovo capitolo nella carriera di Daniel Auteuil, qui non solo regista ma anche protagonista. Conosciuto per interpretazioni memorabili in titoli come La belle époque e Quasi nemici, Auteuil si cimenta questa volta in un thriller legale dallo stile riflessivo e misurato, mettendo in scena la complessità morale e psicologica dei suoi personaggi. La scelta di dirigere e interpretare contemporaneamente il film conferisce un taglio personale, mostrando la sua esperienza nel costruire tensione narrativa e caratteri sfaccettati in contesti realistici.

Il film prende le mosse dal libro Le Livre de Maître Mô, scritto dall’avvocato penalista e blogger francese Jean-Yves Moyart, che racconta esperienze giudiziarie reali con uno sguardo spesso ironico ma sempre attento alla complessità del diritto penale. La trasposizione cinematografica sceglie di concentrarsi su alcune delle vicende più emblematiche, adattandole a una struttura narrativa lineare e drammatica. Questo approccio permette di esplorare i dilemmi etici e le sfide procedurali che gli avvocati affrontano quotidianamente, rendendo il film al contempo istruttivo e avvincente.

Di genere prevalentemente drammatico con sfumature di thriller legale, La misura del dubbio si inserisce nel filone dei film giudiziari francesi che coniugano tensione processuale e approfondimento psicologico, avvicinandosi a titoli come 12 Conti in sospeso o L’Avvocato del Diavolo in chiave francese. La narrazione punta a rendere palpabile il conflitto tra legge, morale e giustizia, mostrando il peso delle decisioni umane all’interno del sistema giudiziario. Nel resto dell’articolo sarà proposto un approfondimento sulla storia vera che ha ispirato il film, confrontando i fatti reali con le scelte narrative di Auteuil.

La misura del dubbio
La misura del dubbio film (2024)

La trama di La misura del dubbio

Il film vede protagonista l’avvocato Jean Monier (Daniel Auteuil), noto per essere riuscito a far assolvere un assassino recidivo, ma che, dopo questo caso eclatante, ha scelto di non accettare altri casi di giustizia penale. Quando incontra Nicolas Milik (Grégory Gadebois), un padre di famiglia accusato dell’omicidio della moglie, Jean viene toccato profondamente dalla storia dell’uomo, che fa vacillare le sue certezze. Convinto dell’innocenza del suo cliente, l’avvocato è disposto a tutto pur di fargli vincere il processo in Corte d’assise, ritrovando in questo modo il senso della sua vocazione.

La storia vera dietro il film

Jean-Yves Moyart è nato a Lille il 21 ottobre 1967 da genitori insegnanti di lettere, crescendo in un ambiente colto e orientato allo studio. Dopo aver completato tutta la sua istruzione nella città natale, ha conseguito nel 1992 un DEA in “théorie de droit et sciences judiciaires” presso l’Université Lille-II, entrando lo stesso anno al Barreau de Lille. La sua carriera di avvocato penalista si è sviluppata davanti alle corti d’assise e ai tribunali correctionnels, collaborando inizialmente con professionisti come Philippe Simoneau e Christian Delbé, prima di fondare nel 1994 il proprio studio con Jérôme Pianezza. Parallelamente, si è dedicato all’insegnamento, dirigendo per sette anni un modulo di formazione in diritto penale presso il CRFPA di Lille.

Il suo nome è diventato noto al grande pubblico grazie al blog Maître Mô, inaugurato nel 2008 sotto pseudonimo. Qui Moyart raccontava casi reali con un tono diretto e ironico, offrendo uno sguardo autentico sulla giustizia penale ordinaria. La popolarità del blog crebbe rapidamente, fino a contare nel 2011 circa centomila lettori, anche grazie al supporto di figure influenti come Maître Eolas. Questi testi furono raccolti in un libro, Au guet-apens : chroniques de la justice pénale ordinaire, pubblicato da La Table Ronde, con una riedizione nel 2013, consolidando la sua reputazione di cronista e osservatore attento del diritto.

La notorietà di Moyart non si limitava alla scrittura: ha difeso casi di rilievo, spesso per clienti senza mezzi, grazie all’aide juridictionnelle. Tra i casi più importanti ci sono la difesa di Maître Eolas contro l’Institut pour la Justice e quella di Denis Waxin, noto per gravi reati. La sua pratica, sempre attenta alla dimensione etica e sociale della legge, gli consentiva di mescolare l’impegno professionale con la riflessione pubblica sul funzionamento della giustizia, guadagnandosi stima sia tra colleghi sia tra lettori interessati a storie reali di diritto penale. Inoltre, Moyart ha collaborato con la rivista XXI, firmando reportage come Au bout de la défense, ampliando il suo contributo al dibattito pubblico.

La sua vicenda personale aggiunge ulteriore profondità al suo racconto. Moyart ha continuato a lavorare con dedizione nonostante la malattia, fino alla sua scomparsa il 20 febbraio 2021, a 53 anni, a causa di un cancro. La sua morte ha suscitato un’ampia risonanza nella comunità legale francese e tra il pubblico, con numerosi colleghi e lettori che hanno ricordato la sua capacità di coniugare rigore professionale, ironia e umanità. La sua storia ha così ispirato il film La misura del dubbio, in cui Auteuil porta sullo schermo le esperienze e le riflessioni di Moyart, mescolando fedeltà ai fatti e adattamento drammatico per il cinema.

L’eredità di Moyart risiede nella combinazione di professione, divulgazione e scrittura. Il film prende spunto dal suo approccio, mostrando la complessità dei dilemmi legali e morali che affrontava quotidianamente. Le vicende raccontate da Moyart e adattate da Auteuil offrono una rappresentazione realistica della giustizia penale, della difesa dei più deboli e dei rischi personali legati alla professione. La storia del legale francese non solo intrattiene, ma invita anche alla riflessione sulla responsabilità, sull’etica e sul peso delle scelte individuali in un sistema giudiziario spesso rigido e complesso.

La misteriosa mirada del flamenco: recensione del film vincitore di Un Certain Regard 2025

Tra gli esordi più interessanti visionati ad Un Certain Regard, sezione parallela del concorso principale di Cannes 78, c’è sicuramente La misteriosa mirada del flamenco del cileno Diego Cèsped. Un western queer che straborda di amore per i personaggi rappresentati e per gli ambienti inquadrati; un inno a una terra “di nessuno”, che vive di chi la abita e in cui la famiglia che ci scegliamo può salvarci dall’imperversare di un’epidemia inarrestabile.

Bendatevi gli occhi

La misteriosa mirada del flamenco racconta la storia di Lidia, una bambina di undici anni che cresce in una comunità queer ai margini di un ostile villaggio minerario del nord del Cile negli anni ’80. Quella a cui la dolce Lidia fa affidamento è a tutti gli effetti una famiglia elettiva, che prova a sopravvivere in un contesto profondamente segnato dall’emarginazione e dalla violenza. Le tante mamme e sorelle di Lidia, tutte transessuali, sono relegate in una casa/taverna isolata e temute dai minatori locali, convinti che un loro sguardo sia sufficiente a favorire il contagio di una misteriosa malattia (una sorta di rielaborazione onirica dell’AIDS).

Il punto di vista infantile di Lidia, interpretata con intensità da Tamara Cortés, guida lo spettatore tra le pieghe di un microcosmo che vorrebbe denigrare queste personalità non etichettabili ma che, al contrario, le fa sbocciare ancora di più. Il composito parterre attoriale assemblato da Cèsped è semplicemente strepitoso: dalla ragazzina protagonista a tutte le anime che abitano questo colorito punto di ritrovo in mezzo al nulla. Le protagoniste sprigionano tutta la grinta e la passione degli animali da cui prendono il nome e, paradossalmente, anche se affette da questa malattia innominabile, sono l’unica cosa che anima un paesaggio mortifero. Tra loro spiccano Flamenco (Matías Catalán), figura quasi mitologica, e Mama Boa (Paula Dinamarca), la matriarca della casa. La convivenza tra questi due mondi esplode inevitabilmente in uno scontro violento, che obbliga Lidia a una scelta dolorosa: vendetta o redenzione?

Lidia in una scena de La misteriosa mirada del flamenco
Lidia in una scena de La misteriosa mirada del flamenco © ARIZONA FILMS DISTRIBUTION

Un cast esplosivo e un microcosmo vibrante

Curiosamente, La misteriosa mirada del flamenco si apre a un dialogo diretto con diversi altri titoli del concorso principale di Cannes 78, soprattutto per quanto riguarda alcune tematiche trasversali che li attraversano: prime fra tutte, la famiglia che ci si sceglie e l’idea della tossicità che va a rovinare i corpi ma non non inasprisce mai il nostro desiderio di contatto l’uno con l’altro. In particolare, il film di Diego Cèsped è molto vicino ad Alpha di Julia Ducournau, pur inquadrando il contagio e l’epidemia da una lente completamente diversa.

La misteriosa mirada del flamenco oscilla tra le fantasie oniriche di una ragazzina divisa tra il cedere alle dicerie paesane e il seguire la voce di chi l’ha protetta e cresciuta, cercando di farsi trattare “da grande”, per poter conoscere il segreto di qualcosa che nessuno ha mai voluto rivelarle davvero. Tamara Cortés restituisce con grande accortezza questo dilemma interiore e il modo in cui si rapporta con le figure adulte è intriso di una tenerezza disarmante, a metà tra l’innocenza infantile e i sospetti dell’adolescenza.

Il conflitto tra innocenza e consapevolezza

Cèsped dipinge la malattia con grande dignità, associandola all’idea di un amore incessante a cui, per quanto si possa cercare di resistere, bisogna per forza arrendersi. La forza femminile nulla può di fronte all’ignoranza dei minatori che, in uno dei frangenti più comici del film, diventeranno anche alleati di Mama Boa e compagnia. Perché sì, in questo film si ride e si piange: il giovane regista cileno gioca con grande intelligenza tra toni e generi, senza mai perdere il focus. Anche se lo scenario è decisamente atipico, Cèsped riesce a parlare in ogni momento di vita vera (e quantomai al nostro presente). Lo sguardo dell’amore non può mai uccidere e famiglia non significa condividere legami di sangue, ma non avere mai paura di guardarsi intensamente negli occhi.

La misteriosa accademia dei giovani geni: intervista a Tony Hale, Gia Sandhu e Maame Yaa Boafo

Tony Hale, Gia Sandhu e Maame Yaa Boafo, trai protagonisti di La misteriosa accademia dei giovani geni, raccontano la loro esperienza sul set della serie Disney+, disponibile dal 25 giugno.

La misteriosa accademia dei giovani geni (The Mysterious Benedict Society) è una serie televisiva creata da Matt Manfredi e Phil Hay per Disney+ basata sul romanzo per ragazzi La misteriosa accademia per giovani geni di Trenton Lee Stewart.

La Minion-Mania sbarca in IBS

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La Minion-Mania sbarca in IBS

Sabato 5 ottobre alle ore 17,00, all’IBS Internet Bookshop Italia a Roma (Via Nazionale 254/255), avrà luogo l’evento “La Minion-Mania sbarca in IBS“: uno spassoso pomeriggio organizzato da Universal Pictures Italia a base di musica, giochi e tanto divertimento in stile Minion! Inoltre il divertimento continua tra gli scaffali fino al 31 gennaio 2014 con la promozione “Occhio agli occhiali”, che mette in palio una vacanza in Tunisia per quattro persone e nove kit “Cattivissimo Me 2” acquistando uno degli oltre 60 DVD di animazione Universal.

Qui potete leggere la nostra recensione di Cattivissimo Me 2 e di seguito trovate la trama del film:

Ora che Gru “l’imprenditore” ha lasciato alle spalle una vita fatta di crimini, per crescere Margo, Edith e Agnes, ha molto tempo libero a disposizione insieme al dottor Nefario ed ai Minions. Ma proprio mentre comincia ad adattarsi al suo nuovo ruolo di buon padre di famiglia di periferia, una fantomatica organizzazione, la Lega Anti-Cattivi impegnata su scala mondiale, bussa alla sua porta. Ora, tocca a Gru e alla sua nuova partner, Lucy Wilde scoprire il responsabile di un crimine spettacolare per consegnarlo alla giustizia. Dopo tutto, solo il più grande ex-cattivo del mondo può fermare l’unico malvagio in grado di prendere il suo posto.

Minion-Mania

La Migliore Offerta: recensione del film di Giuseppe Tornatore

La Migliore Offerta, il film di Giuseppe Tornatore La Migliore Offerta con protagonista Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks e Donald Sutherland.

Virgil Oldman è un uomo colto e solitario, molto ricco ed altrettanto maniacale nel suo lavoro e nelle sue abitudini. La sua ritrosia nei confronti degli altri, specie delle donne, è pari solo alla sua affidabilità come antiquario e battitore d’aste.

Il giorno del suo sessantatreesimo compleanno  Virgil riceve la telefonata di una ragazza interessata a stimare e vendere il grande patrimonio della sua famiglia. L’incontro con questa donna cambierà per sempre Oldman consegnandolo all’incertezza e alla sfida che spesso i rapporti umani rappresentano.

Dopo l’impresa titanica di Baaria, il regista ritorna alle più fortunate ed apprezzate atmosfere thriller e alle ambientazioni mitteleuropee già incontrate nel fortunato La Sconosciuta. Nel raccontare la storia di Virgil Oldman e della sua trasformazione nel momento in cui conosce una donna misteriosa quanto bella Tornatore indugia volentieri sugli schemi e le consuetudini del genere thriller, mischiando così originalmente una storia d’amore con le atmosfere fatte di suspense e tensione che poco si confanno ad una storia romantica ma che rappresentano alla perfezione gli stati d’animo del protagonista.

Un incredibile Geoffrey Rush infatti, calzato perfettamente nella parte, ci fa scoprire e apprezzare le continue variazioni che il personaggio subisce e le resistenze che fa cadere, volontariamente o no, ad ogni incontro con la misteriosa Miss Claire. La maggior parte del film infatti fa perno sull’incontro e il progressivo avvicinamento dei due, così impauriti e indifferenti al mondo, fino a che non si ritrovano a provare l’uno per l’altra una strana e insicura attrazione, che li costringe a fare i conti con il mondo esterno fisicamente allontanato da Claire e vissuto con le dovute “protezioni” da Virgil.

La Migliore Offerta

Nonostante lo spunto affascinante e originale e la messa inscena di gran classe, Tornatore non rinuncia al barocchismo che ormai gli è proprio, dilungando il racconto per più di due (inutili) ore, e alla tentazione di lasciare lo spettatore con un dubbio, forse nemmeno troppo oscuro, che lascia l’amaro in bocca e che porta alla convinzione che il Virgil solitario, impaurito e freddo incontrato all’inizio del film avrebbe fatto meglio a rimanere arroccato nel suo mondo fatto di donne dipinte e guanti di pelle per proteggersi dalla pelle altrui.

Una grande produzione italiana con un cast internazionale ben calibrato e perfettamente centrato nelle parti (ricordiamo tra gli altri un Jim Sturgess particolarmente azzeccato nel ruolo dello scaltro Robert) alle prese con una storia originale e toccante. Il film sarà in sala dal 1 gennaio 2013.

La migliore offerta: la trama, il cast e la spiegazione del film

La migliore offerta: la trama, il cast e la spiegazione del film

“In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”. In quest’affermazione, presente all’interno del film La migliore offerta (qui la recensione), si nasconde tutto il cuore della storia narrata. Diretto dal premio Oscar Giuseppe Tornatore, il titolo è arrivato nei cinema italiani nel 2013, riscuotendo grande successo. Il merito è anche dell’intricato enigma alla base della storia, nonché dei celebri attori esteri che vi hanno preso parte.

Il film racconta infatti di una travolgente storia d’amore, assumendo però i caratteri di un thriller. Lo spettatore si ritrova così gettato in una storia dove realtà e menzogna si mescolano, e tutto sembra essere influenzato dai richiami all’arte pittorica, di cui il protagonista è un profondo conoscitore. Tornatore ha infatti manifestato la sua aspirazione a realizzare un film che si confondesse con i dipinti, tra il chiaro-scuro e giochi di colore coinvolgenti.

Girato completamente in lingua inglese, ma con location del Nord Italia, il film si è affermato come uno dei maggiori successi della stagione, guadagnando complessivamente 9 milioni di euro nel Bel Paese. In seguito, è arrivato ad un totale di 20 milioni grazie anche alla distribuzione estera. Vincitore poi di ben sei David di Donatello, tra cui miglior film e miglior regia, La migliore offerta è considerato oggi come uno dei più celebri lungometraggi del regista siciliano.

La migliore offerta: la trama del film

La storia ha per protagonista Virgil Oldman, un eccentrico ma famosissimo battitore d’asta di grande professionalità. Egli possiede una forte passione per l’arte e per il restauro, e ad essi ha dedicato tutta la sua vita. Nel privato, però, è un uomo solo, privo di una figura femminile accanto a sé. Le uniche donne della sua vita sono infatti quelle raffigurate nei ritratti della sua collezione. La sua vita cambia però nel momento in cui, il giorno del suo compleanno, riceve la chiamata di una certa Claire Ibbetson. Questa chiede all’uomo di valutare i dipinti da lei ritrovati nell’antica villa di famiglia. Virgil accetta l’incarico, ma comunicare con la giovane si rivela più complesso del previsto.

Ella, infatti, comunica con lui solamente attraverso brevi e ambigue telefonate, o con messaggi indiretti lasciati al custode della villa. La donna non si presenta mai a Virgil in carne ed ossa, mettendo a dura prova la pazienza di lui. Nel momento in cui si dichiarerà intenzionato a lasciare l’incarico, Claire gli confesserà allora di soffrire di agorafobia. A poco a poco però, per via del legame instauratosi tra loro, ella comincia a mostrarsi, generando sempre di più l’interesse di Virgil. Egli si scopre così innamorato della giovane, e cercherà in tutti i modi di conquistarla. La convinzione di aver trovato il vero amore, però, si rivelerà per lui fatale.

La migliore offerta cast

La migliore offerta: il cast del film

Nel ruolo del distinto Virgil Oldman, si ritrova l’attore premio Oscar Geoffrey Rush, celebre per essere stato il pirata Barbossa nei film di Pirati dei Caraibi. Tornatore ha in più occasioni dichiarato di aver scritto il personaggio protagonista proprio pensando all’attore. Il regista, infatti, ha rivelato di essere rimasto colpito da lui dopo averlo visto sfilare in occasione di una premiere del film Il discorso del re. La sua classe e il suo portamento hanno così fatto nascere in Tornatore il desiderio di dar vita ad un personaggio con queste caratteristiche. Per convincere l’attore, inoltre, fu necessario per lui andarlo a trovare nella sua dimora in Australia. Qui gli ha letto l’intera sceneggiatura, e solo a quel punto Rush si convinse ad accettare la parte.

Nel film sono poi presenti altri noti interpreti del panorama internazionale. Il primo di questi è l’attore Donald Sutherland, di recente divenuto popolare grazie alla saga di Hunger Games. Questi interpreta Billy Whistler, amico di vecchia data di Virgil, nonché a sua volta esperto d’arte. L’attore Jim Sturgess, invece dà vita al ruolo di Robert. Egli è un giovane restauratore di vecchi marchingegni al quale Virgil si affida per riuscire a conquistare Claire. Quest’ultima viene interpretata dall’attrice e modella olandese Sylvia Hoeks. Per lei, questo è stato il primo film di rilievo nella sua carriera. Divenuta in seguito poi popolare, è possibile ritrovarla in Blade Runner 2049 e Millennium – Quello che non uccide.

La migliore offerta: il significato del film

Giunti al finale del film ci si potrebbe ritrovare disorientati, incerti sui significati più profondi che il regista ha voluto comunicare. Eppure, nel corso dell’intera vicenda si ritrovano una serie di indizi, segnali, dettagli, che possono aiutare nello svelamento del significato del finale. Occorre partire dal presupposto che il film, totalmente incentrato su Virgil e il suo mondo, nutre uno stretto legame tra la realtà e la sua rappresentazione. Il protagonista, infatti, viene descritto come un uomo identificabile con la figura dell’emarginato. È però un’emarginazione voluta e perseguita la sua, desideroso di allontanarsi da un intero mondo che per lui non ha più alcun significato. Allo stesso tempo, però, Virgil non può fuggire dal suo inespresso bisogno d’amore. Egli si sente incompleto.

È a questo punto che entra in gioco il noto automa vintage, che ricco di ruggine e ingranaggi malfunzionanti sembra assumere un ruolo metaforico. Egli è infatti la rappresentazione dell’interiorità di Virgil, e per tutto il film sarà una sorta di termometro dei suoi progressi o insuccessi. Nel momento in cui Virgil cerca di conquistare Claire, infatti, egli inizia ad aprirsi ad una realtà per lui nuova. Ma sul finale, quando si trova ad essere tradito e ingannato, egli comprende la propria triste verità, e si riconosce così in quel vecchio automa. In esso Virgil ritrova la sua incapacità di vedere il falso e la simulazione di quanti lo hanno preso in giro.

Nonostante ciò, egli continua a credere nella propria massima, ovvero che vi è sempre qualcosa di autentico in un falso. Se falsa è la storia che gli è stata raccontata, allora qualcosa di vero in essa deve pur esserci. Egli si trova così a convincersi che l’amore professato da Claire sia quell’elemento. Si reca allora lì dove sa che potrà ritrovarla, se le sue supposizioni sono esatte. Concludendosi così, il film lascia dunque allo spettatore una riflessione sulla necessità di riuscire a distinguere il vero dal falso, la realtà dalla sua rappresentazione. In una trama ingegnosa e costruita come fosse composta da ingranaggi, difficilmente lo spettatore riuscirà a non rimanere coinvolto dall’intrigo.

La migliore offerta: il trailer e dove vedere il film in streaming

Per gli appassionati del film, o per chi desidera vederlo per la prima volta, sarà possibile fruirne grazie alla sua presenza nel catalogo di alcune delle principali piattaforme streaming oggi disponibili. La migliore offerta è infatti presente su Chili Cinema, Rakuten TV, Google Play, Infinity, Apple iTunes e Amazon Prime Video. In base alla piattaforma scelta, sarà possibile noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale al catalogo. In questo modo sarà poi possibile fruire del titolo in tutta comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 29 giugno alle ore 00:10 su Canale 5.

Fonte: IMDb

La migliore offerta: 7 spot per il film di Giuseppe Tornatore

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La migliore offerta: 7 spot per il film di Giuseppe Tornatore

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Il prossimo film di Giuseppe Tornatore, La Migliore Offerta, sarà al cinema dal primo gennaio e vedrà impegnato un cast internazionale diretto dal regista italiano.

La migliore offerta in blu-ray e dvd dal 15 Maggio

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La migliore offerta in blu-ray e dvd dal 15 Maggio

La-migliore-offertaGiuseppe Tornatore arriva nelle vostre case con il suo ultimo lavoro dietro la macchina da presa: La Migliore Offerta. Quello che non conosciamo è ciò da cui veniamo più attratti,

La Microsoft vuole ancora film su Halo

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La Microsoft vuole ancora film su Halo

Qualcuno ricorderà che un film tratto dal popolare sparatutto 3D Halo della Microsoft era stato praticamente avviato, prodotto da Peter Jackson e scritto e diretto da Neill Blomkamp.Il progetto era poi naufragato e Blomkamp si era preso le sue vendette mostrando il proprio talento con District 9.

La mia vita è uno zoo, recensione: la speranza secondo Cameron Crowe

Abbiamo rivisto La mia vita è uno zoo, il film diretto da Cameron Crowe tratto dal romanzo autobiografico di Benjamin Mee, e possiamo dire che rappresenta uno dei lavori più sinceri e sottovalutati del regista premio Oscar. Un’opera che parla di perdita, di ricostruzione e di quel piccolo miracolo quotidiano che chiamiamo “ricominciare”. Con un cast d’eccezione – Matt Damon, Scarlet Johansson, Elle Fenning e Thomas Haden ChurchLa mia vita è uno zoo fonde dramma familiare, commedia e racconto di formazione con la delicatezza e la sensibilità tipiche di Crowe.

Un padre, due figli e un sogno impossibile

La mia vita è uno zoo
Foto di Neal Preston – © 2011 Twentieth Century Fox Film Corporation.

Benjamin Mee (Matt Damon) è un padre rimasto vedovo dopo la morte prematura della moglie Katherine. Disorientato e incapace di trovare un senso alla vita, decide di lasciare la città e trasferirsi in campagna insieme ai suoi due figli, il ribelle adolescente Dylan e la piccola Rosie, per ricominciare altrove. Il luogo scelto per il nuovo inizio è un vecchio zoo in disuso, circondato dalla natura ma ormai in rovina. Nonostante l’apparente follia dell’impresa, Benjamin decide di acquistarlo, convinto che la rinascita di quel posto possa coincidere con la rinascita della propria famiglia.

Accanto a lui c’è Kelly (Scarlett Johansson), la determinata responsabile dello zoo, che crede ancora nella possibilità di restituire vita agli animali e speranza alle persone. Tra loro nasce un legame profondo, fatto di rispetto reciproco e di una dolcezza mai forzata, che diventa il cuore emotivo del film.

Il cinema empatico di Cameron Crowe

Con La mia vita è uno zoo, Crowe torna a esplorare uno dei suoi temi più cari: la resilienza di fronte al dolore. Già in Jerry Maguire e Elizabethtown aveva raccontato protagonisti alle prese con crisi personali e professionali, ma qui la riflessione si fa più intima e universale.
La perdita della moglie non è solo il punto di partenza della storia, ma il prisma attraverso cui il regista indaga il rapporto tra dolore e speranza. Benjamin non cerca di dimenticare, ma di trasformare il lutto in un atto d’amore verso la vita stessa.

L’approccio di Crowe è empatico e mai retorico: il dolore non viene spettacolarizzato, bensì interiorizzato, restituito attraverso gesti quotidiani, sguardi, silenzi e piccoli progressi. La sceneggiatura alterna con equilibrio momenti comici e malinconici, riuscendo a fondere leggerezza e profondità in un racconto che scorre con naturalezza.

Un film sul coraggio di rischiare

Matt Damon, Patrick Fugit, Scarlett Johansson, Crystal the Monkey, and Felix in La mia vita è uno zoo (2011)
Foto di Neal Preston – © 2011 Twentieth Century Fox Film Corporation.

La vera chiave di lettura del film è il concetto di coraggio. “A volte bastano venti secondi di coraggio folle” dice Benjamin in una delle frasi più celebri del film. È una sintesi perfetta dello spirito croweiano: affrontare la vita anche quando non ci sono certezze, lanciarsi nel vuoto per scoprire che, forse, si può ancora volare.

Il regista costruisce attorno a questa idea un racconto di rinascita che vale tanto per il protagonista quanto per i personaggi secondari. Kelly, ad esempio, è una donna che ha sacrificato tutto per il suo lavoro; Dylan è un adolescente che, dopo la perdita della madre, deve imparare a gestire la rabbia e a riconnettersi con il padre. Tutti cercano un modo per riappropriarsi della propria vita, e lo zoo diventa la metafora perfetta di quel processo: uno spazio ferito ma vivo, che può tornare a brillare se qualcuno ha il coraggio di crederci.

La regia e la scrittura: equilibrio tra emozione e misura

Crowe riesce a evitare le trappole del sentimentalismo, mantenendo il tono sempre misurato e realistico. Il merito è di una scrittura intelligente, che non forza mai la commozione ma la lascia emergere spontaneamente dai personaggi. I dialoghi, asciutti e pieni di ironia, restituiscono la complessità dei rapporti familiari senza mai scadere nel cliché. Allo stesso modo, la regia predilige inquadrature ampie e luminose, che amplificano la sensazione di libertà e rinascita.

La colonna sonora, come in ogni film di Crowe, gioca un ruolo centrale. Le musiche originali di Jónsi (frontman dei Sigur Rós) accompagnano il racconto con una poesia sonora che amplifica i momenti di malinconia e di gioia, rendendo l’esperienza emotiva ancora più completa.

Il cast e le interpretazioni

Matt Damon offre una delle sue interpretazioni più toccanti e contenute. Il suo Benjamin è un uomo comune che affronta un dolore straordinario, e Damon riesce a trasmettere ogni sfumatura di smarrimento e forza interiore. Accanto a lui, Scarlett Johansson interpreta Kelly con autenticità e naturalezza: non una figura salvifica, ma una donna concreta, fragile e determinata. Elle Fanning porta sullo schermo una dolce energia, mentre Thomas Haden Church aggiunge leggerezza e ironia nel ruolo del fratello di Benjamin. Ma è la piccola Maggie Elizabeth Jones, nel ruolo della figlia Rosie, a conquistare il pubblico con la sua spontaneità e dolcezza disarmanti.

Tra realismo e fiaba contemporanea

La mia vita è uno zoo è una fiaba moderna, ma radicata nella realtà. La presenza degli animali e la cura con cui Crowe li filma non sono mai decorativi: rappresentano la connessione dell’uomo con la natura e la possibilità di guarire attraverso la cura dell’altro. Il film, pur non nascondendo le sue venature melodrammatiche, riesce a costruire una narrazione sincera e luminosa che parla di ricostruzione, empatia e fiducia.

C’è una purezza nello sguardo di Crowe che lo distingue da molti altri registi contemporanei. Non è un film per cinici: La mia vita è uno zoo è un inno alla vulnerabilità come forma di forza, alla gentilezza come atto rivoluzionario.

Cameron Crowe firma un film semplice ma profondamente umano, capace di toccare corde universali. La mia vita è uno zoo racconta che la felicità non è l’assenza del dolore, ma la capacità di trovare bellezza anche dopo una perdita. È un film per chi cerca nella vita – e nel cinema – la possibilità di ricominciare.

La Mia Vita è uno Zoo – Trailer Italiano

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La Mia Vita è uno Zoo – Trailer Italiano

Il film racconta di un uomo alla cui moglie è stata diagnostica una malattia incurabile. L’uomo decide di trasferire tutta la famiglia nelle campagna inglese dove compra uno zoo in disuso nella speranza di farlo rifiorire. Insieme ai figli e ad un gruppo di fedeli collaboratori si lancia nell’impresa che all’inizio appare disperata. Nel Cast del film , ,   , , , , , , , , , ,

Esce nelle sale statunitensi il 23 Dicembre 2011. In Italia l’uscita è prevista per il venerdì 16 marzo 2012.

La mia vita è uno Zoo – Jónsi dei Sigur Rós racconta la colonna sonora!

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Jónsi dei Sigur Rós racconta la colonna sonora intervistato dal regista del film Carmon Crowe. Il regista ha incaricato il compositore e chitarrista di comporre la colonna sonora di La mia vita è uno zoo, con Matt Damon e Scarlet Johansson.

La mia vita è uno zoo – Intervista al cast del film

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Venerdì 8 giugno 2012, distribuito dalla 20th Century Fox, arriverà nelle sale italiane il nuovo film del regista Cameron Crowe, “La mia vita è uno zoo”, con Matt Damon e Scarlett Johansson e basato su una bellissima storia vera. Ecco le interviste al registe del film Cameron Crowe e a Matt Damon.

La mia vita da Zucchina recensione del film di Claude Barras

La mia vita da Zucchina recensione del film di Claude Barras

Arriva al cinema il primo dicembre La mia vita da Zucchina, film d’animzione in stop-motion diretto da Claude Barras.

Icare è un bambino di nove anni che preferisce essere chiamato Zucchina. Dopo la morte della madre alcolizzata, che lui è convinto di aver provocato, viene mandato a soggiornare in una casa famiglia. Tra diffilcoltà di ambientamento, problemi con un bambino irruento, prepotente e più grande di lui, Zucchina cercherà di adattarsi a una normalità completamente diversa e a integrarsi con i piccoli ospiti della comunità. Con i suoi nuovi problematici amici e soprattutto  con la dolcissima Camille, della quale si innamora perdutamente al primo sguardo, riuscirà a superare ogni difficoltà, incamminandosi verso una nuova, quanto inaspettata, dimensione di vita.

La mia vita da Zucchina è un piccolo, variopinto e tenero capolavoro, di rara sensibilità e infinita poesia, interamente realizzato in animazione stop-motion. E’ interpretato da burattini meravigliosi dalle grandi teste, gli occhi enormi, con i capelli di colori sgargianti. Sono pupattoli che ispirano simpatia e tenerezza in ogni fotogramma, così espressivi da riuscire a superare in bravura i migliori attori in carne e ossa.

Il film è una coproduzione franco-svizzera tratta dal fortunato libro di Gilles Paris Autobiografia di una Zucchina (pubblicato in Italia da Piemme – Mondadori), un racconto di formazione tenero e poetico di cui il regista Claude Barras si è innamorato perdutamente e ha deciso di farne una trasposizione animata, avvalendosi della collaborazione di Céline Sciamma (regista di TomBoy) per creare una sceneggiatura semplice, lineare, quanto perfetta e struggente.La mia vita da Zucchina

Claude Barras afferma: “La vicenda e il modo in cui è raccontata mi hanno riportato alla mia infanzia e ricordato le mie prime emozioni da spettatore, grazie a film come I 400 colpi o Bambi e a serie animate come Remi, Belle e Sébastien o Heidi. Ho voluto condividere con il pubblico di oggi quelle emozioni, meravigliose e formative, ma soprattutto rendere omaggio a quei bambini, trascurati e maltrattati, che fanno del loro meglio per andare avanti e convivere con le loro ferite.”

E Céline Sciamma aggiunge: “Non mi ci è voluto molto per gettarmi nell’avventura , è bastato il disegno di un personaggio fatto da Claude Barras. L’originalità e la sensibilità del suo tratto non solo rifletteva l’amore per la sua creatura, ma riusciva a trasmetterlo, facendomi subito innamorare del progetto.

La mia vita da Zucchina: la recensione

Tutto questo entusiasmo si avverte in ogni singola immagine, facendo apparire un lavoro lungo e faticoso come quello dell’animazione a passo uno, un gioco delicato e leggero, in grado di trasmettere emozioni, delicatezza e poesia, semplicemente con un piccolo battito di palpebre, con il tremolio di una mano, con un sorriso stentato. La durata di appena sessantasei minuti è perfetta, la storia vola leggera senza mai incepparsi o appesantirsi. Non c’è nulla di superfluo e non manca nulla. Ci sono tante invenzioni preziose, come la festicciola nella baita sulla neve, dove i bambini ballano felici al ritmo di Eisbaer dei Gruezone, o la continua preoccupazione di uno dei bambini per l’esplosione del pisellino quando si è con una ragazza.

Il film è stato accolto trionfalmente all’ultimo festival di Cannes ed è stato premiato ad Annecy come miglior lungometraggio d’animazione. È considerato tra le possibili sorprese agli Oscar 2017.

Nel commentare La mia vita da Zucchina c’è chi ha parlato di strambi punti d’incontro tra Tim Burton e Ken Loach o c’è anche chi ha scomodato Truffaut e la Nouvelle Vague. Ma una cosa è sicura, questo piccolo film è la prova che si può ancora fare un cinema diverso, con il cuore, utilizzando una tecnica che era stata a lungo dimenticata e sostituendo strapagati attori famosi con dei dolcissimi pupazzi dai colori sgargianti, che chiedono solamente di essere compresi e amati.

Leggi anche – Kubo e Zucchina, così lontani, così vicini

La mia vita con John F. Donovan: trailer del film di Xavier Dolan

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Lucky Red ha diffuso il trailer ufficiale di La mia vita con John F. Donovan, l’atteso e discusso film di Xavier Dolan. Nel cast protagonisti Kit Harington, Natalie Portman, Jacob Tremblay, Kathy Bates, Susan Sarandon, Thandie Newton e Ben Schnetzer.

Questa è una storia su come un business ha avuto così paura di perdere un pubblico che riteneva illetterato e limitato, che di fatto l’ha tenuto illetterato e limitato per decenni! Qui si parla di noi come società. Di quello che vogliamo, di quello che inseguiamo.

Ancora una volta un cast d’eccezione per Xavier Dolan: in La mia vita con John F. Donovan ad affiancare la star de Il trono di spade Kit Harington, Jacob Tremblay e i premi Oscar Natalie Portman, Kathy Bates e Susan Sarandon, un film che segna il debutto hollywoodiano di Dolan e che vede riportati sul grande schermo tutti i temi che lo hanno reso famoso nel mondo: la relazione madre/figlio, l’omosessualità, l’infanzia. Rupert Turner (Ben Schnetzer), giovane attore, decide di raccontare la vera storia di John F. Donovan (Kit Harington), star della televisione americana scomparsa dieci anni prima, che in una corrispondenza epistolare gli aveva aperto le porte del cuore, svelando i turbamenti di un segreto celato agli occhi di tutti. Ne ripercorre così la vita e la carriera, dall’ascesa al declino, causato da uno scandalo tutto da dimostrare.

La mia vita con John F. Donovan: recensione del film di Xavier Dolan

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Arriva nelle sale italiane, distribuito da Lucky Red, La mia vita con John F. Donovan, il film che segna l’esordio in lingua inglese di Xavier Dolan, tanto caro ai festival di cinema e ad appassionati della settima arte.

Classe 1989, ad appena 30 anni, Dolan ha già diretto e scritto otto film, costruendosi a ragione la fama di ragazzo prodigioso, che anche nelle prime forme rozze e abbozzate, riusciva a comunicare una profondità e un’attenzione alla storia e ai personaggi che raramente si riscontrano, anche in autori più esperti e navigati. È risultato quindi strano quando, già durante la produzione de La mia vita con John F. Donovan, si è cominciato a parlare di problemi di sceneggiatura, poi di montaggio, creando intorno al film un alone di mistero, tanto che dopo la presentazione a Toronto 2018, il film è stato accolto malissimo dalla critica, trovando distribuzione soltanto in Francia, e ora in Italia.

Ma è davvero andato qualcosa storto nell’esordio di Dolan con l’inglese? Cosa è capitato alla sua limpida visione della storia, dei personaggi e dell’intreccio di identità che da sempre rendono forte il suo cinema?

La storia del film ruota intorno alla corrispondenza epistolare tra Rupert e John Donovan. Il primo è un ragazzino che sogna di fare l’attore, il secondo è la star più in vista del momento, il giovane attore di bell’aspetto e di dubbio talento che però è all’apice del successo grazie ad uno show tv, pronto a fare il grande salto sullo schermo d’argento.

La storia si sviluppa su due piani temporali, il presente in cui un adulto Rupert (Ben Schnetzer), scrittore ed attore lui stesso, racconta della sua amicizia epistolare con John, e il passato, in cui seguiamo il giovane Rupert (Jacob Tremblay) e parallelamente i tormenti di John (Kit Harington), dalla pasticciata e timorosa gestione della sua identità sessuale, fino ai dubbi sulla sua vita e la sua carriera. Lo stato di torpore in cui si immerge questa seconda linea temporale, esplode nel momento in cui lo scambio epistolare trai due viene reso pubblico e del quale viene messa in discussione l’esistenza stessa.

Dolan riversa tutta la sua vita nel film e, sebbene si sia trovato spesso a raccontarsi, nei suoi film, questa volta solleva lo sguardo dal suo ombelico e prova a raccontare quella che è la sua vita di artista, di persona che si mette in gioco davanti ad un pubblico. Così, Xavier è tutti i personaggi e nessuno di loro fino in fondo: è il giovane Rupert che scrive al suo beniamino e a lui si ispira (come Dolan stesso fece con Leonardo DiCaprio all’epoca di Titanic), è Rupert adulto, che nonostante abbia una storia autoreferenziale e poco importante nel grande ordine del mondo, vuole raccontarla per provare a dare voce a persone e ad emozioni, è John Donovan, giovane star che non riesce a gestire il successo e si chiede se e come debba condividere la sua vita privata con il suo pubblico.

In quest’ottica il film si rivela essere una lunga confessione del regista, preso a volersi spiegare, raccontare, giustificare e mostrare al suo pubblico. Lo fa però in maniera goffa e personalissima, riproponendo ancora una volta il suo amore per la musica pop, e nascondendo nel film le sue più grandi passioni, da Harry Potter e Titanic (uno dei suoi film preferiti). A questa ricchezza di intenzioni, corrisponde però una forma disordinata, in cui il contenuto fatica a trovare una sua collocazione precisa.

Il filo rosso della storia, la corrispondenza tra Rupert e John, resta in secondo piano, tanto che anche lo spettatore ad un certo punto comincia a dubitare della sua esistenza, immaginando che sia solo nella testa del ragazzino. Quando poi questa viene certificata dall’ammissione di John, tutta la vicenda procede in maniera frettolosa e prevedibile, niente che si avvicini alla finezza che Dolan ha sempre raccontato nei suoi film precedenti.

Lo stile elegante, i primi piani indagatori, i colori saturi tornano anche qui a strutturare i quadri e i tempi della narrazione, ma è innegabile che, nonostante un certo fascino che il film comunque esercita e al netto delle difficoltà produttive che ha affrontato in corso d’opera e in fase di montaggio, La mia vita con John F. Donovan rappresenta un momento basso della carriera del regista canadese.

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La mia vita con John F. Donovan: ecco la data d’uscita del film di Xavier Dolan

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Arriverà in sala il prossimo 27 giugno La mia vita con John F. Donovan, il film di Xavier Dolan che era già stato presentato al Festival di Toronto 2018. Il film segna l’esordio in lingua inglese del regista canadese ed è stato preceduto da una serie di commenti negativi che hanno forse reso tiepida la volontà di farlo arrivare nelle sale di tutto il mondo.

Finalmente, grazie a Lucky Red, il film arriva nei cinema italiano, proprio all’indomani dell’annuncio che lo stesso studio ha acquistato i diritti di distribuzione per il nostro Paese di Matthias et Maxime , il film che Dolan ha presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes.

Il film ha una fortissima componente autobiografica, confessata dallo stesso autore che ha dichiarato di essersi ispirato al se stesso bambino e alla sua travolgente passione per Leonardo DiCaprio, ai tempi di Titanic. Alla presentazione del film a Toronto, Dolan ha anche diffuso la lettera che inviò all’attore all’epoca:

Ciao Leonardo,
Il mio nome è Xavier Dolan-Tadros, vado a scuola, amo la scuola. Ho otto anni. Il 20 marzo compirò nove anni. Sono uno dei tuoi fan. Ho visto il film Titanic (cinque volte). Reciti molto bene. Sei un grande attore e ti ammiro. Anche io sono un attore. Ho fatto qualche pubblicità per una catena di farmacie molto famosa e ho avuto delle belle parti in quattro film in francese. Spero di recitare in un tuo film prima o poi. So che un giorno verrai a Montreal. Montreal è molto popolare come location per le riprese, l’anno scorso sono stati girati 100 film americani (Jackal, Snake Eyes, etc). Cercherò di incontrarti. Quando verrai a Montreal per girare un film passerò sicuramente l’audizione nel caso ti serva un ragazzino nel cast.
Caro Leonardo, spero sinceramente che risponderai alla mia lettera mandandomi una tua foto.
Xavier

Ancora una volta un cast d’eccezione per Xavier Dolan: in La mia vita con John F. Donovan ad affiancare la star de Il trono di spade Kit Harington, Jacob Tremblay e i premi Oscar Natalie Portman, Kathy Bates e Susan Sarandon. Un film che segna il debutto hollywoodiano di Dolan e che vede riportati sul grande schermo tutti i temi che lo hanno reso famoso nel mondo: la relazione madre/figlio, l’omosessualità, l’infanzia.

Rupert Turner (Ben Schnetzer), giovane attore, decide di raccontare la vera storia di John F. Donovan (Kit Harington), star della televisione americana scomparsa dieci anni prima, che in una corrispondenza epistolare gli aveva aperto le porte del cuore, svelando i turbamenti di un segreto celato agli occhi di tutti. Ne ripercorre così la vita e la carriera, dall’ascesa al declino, causato da uno scandalo tutto da dimostrare.

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La mia vendetta: stagioni, episodi, trama e cast

La mia vendetta: stagioni, episodi, trama e cast

La mia vendetta, in originale La Vengeance aux yeux clairs, è la serie tv crime francese del 2016 creata da Franck Ollivier e diretta da David Morlet. La serie è stata presentata prima in Svizzera, poi in Belgio e infine in Francia.

La mia vendetta: dove vederla in streaming

La serie è stata trasmessa in Italia su Canale 5. Il 16 febbraio 2016. In streaming è disponibile su Mediasetplay e Infinity Tv, il servizio VOD di Mediaset.

La mia vendetta: la trama e il cast

La serie è incentrata su Emma Fortuny che ha perso la sua famiglia dieci anni fa. L’assassinio è stato mascherato da un incidente d’auto, che è scappato. Ancora lacerata da quello che è successo dieci anni prima, Emma decide di tornare in Costa Azzurra per vendicarsi e avere giustizia della sua famiglia, sotto una nuova identità: Olivia Alessandri. Per raggiungere il suo obiettivo, quello di infiltrarsi in una ricca famiglia locale, viene implicata nell’uccisione dei suoi parenti, al fine di scoprire l’identità dello sponsor. Ma non è così semplice, di fronte alla corruzione locale. Inoltre, questa è la famiglia del suo ex fidanzato, Alexandre Chevalier, di cui lei è ancora innamorata. Attraverso vari episodi, Olivia avrà lo scopo di distruggere i responsabili dell’omicidio della sua famiglia. Ma questo potrebbe non essere semplice, visto che i membri della famiglia sono riluttanti a vedere l’avvocato prendere un ruolo sempre più importante nella famiglia e nella vita di Étienne Chevalier.

Nella serie protagonisti sono Olivia Alessandri/Emma Fortuny interpretata da Laëtitia Milot, Pénélope Delisle interpretata da Claire Borotra, Étienne Chevalier interpretato da Bernard Yerlès. Alexandre Chevalier interpretato da Benoît Michel, figlio di Étienne ed ex fidanzato di Emma. Joris Chevalier interpretato da Aurélien Wiik, figlio di Étienne. Yann Legoff interpretato da Lannick Gautry, poliziotto. Pauline Jordan, interpretata da Lola Dewaere, poliziotta.

Nei ruoli secondari troviamo Béatrice Leclerc, interpretata da Sophie Duez, Zia di Emma Ange Milacci, interpretato da Laurent Fernandez. Rose Lefèvre, interpretata da Ingrid Juveneton, figlia di Philippe Delattre. Romain Chevalier, interpretato da Roby Schinasi, figlio di Étienne. Maya Zarka, interpretata da Clémentine Justine. Dino Pozzo, interpretato da Giulio Serafini. Adrien Lartigue, interpretato da Laurent Maurel. Antoine Fortuny, interpretato da Antoine Ferey, fratello di Emma. George Grimaud, interpretato da Philippe Hérisson. Henri Arthaud, interpretato da Antoine Basler. Cyril Laffont, interpretato da Pierre-Arnaud Juin, avvocato. Philippe Delattre, interpretato da François Caron, Giudice corrotto. Étienne Lou, interpretata da Clara Boyer. Raphaël Leoni, interpretato da Lionel Tavera. Ortolano, interpretato da Bertucci Cyril. Fiona Grimaud, interpretata da Eva Rami. Filipi, interpretato da Sylvain Eymard. Andréani, interpretato da Didier Isnard. Estelle Lefèvre, interpretata da Cathy Darietto e Hugo Léoni, interpretato da Hugo Brunswick

La mia vendetta 1 stagione

La prima stagione della serie è composta da 8 episodi ed ha debuttato nel settembre del 2016, in Italia a dicembre dello stesso anno.

Il primo episodio si intitola Vingt ans pour toujours, in italiano tradotto Vent’anni per sempre. Il secondo episodio si intitola D’entre les morts, in italiano tradotto Dal mondo dei morti. La terza puntata si intitola invece Fille perdue, in italiano tradotto La figlia perduta. La quarta puntata si intitola L’ombre d’un doute, in italiano tradotto L’ombra del dubbio. Il quinto episodio si intitola Le retour du fils, in italiano tradotto Il ritorno del figlio. Il sesto episodio invece si intitola L’épreuve du feu, in italiano Ignifugo, mentre il settimo episodio in francese si intitola La proie mentre in italiano tradotto letteralmente La preda. L’ultimo episodio della prima stagione invece si intitola Catharsis, letteralmente Catarsi in Italiano.

La mia vendetta 2 stagione

TF1 ha rinnovato la serie per una seconda stagione attualmente inedita in Italia. La seconda stagione è composta da sei episodi anziché otto come la prima ed in francia è andata in onda dal 20 novembre 2017.

La mia prediletta: spiegazione del finale della serie tedesca disponibile su Netflix

Disponibile dal 7 settembre su Netflix, la serie tedesca La mia prediletta, tratta dall’omonimo romanzo di Romy Hausman, ha dimostrato di essere una delle storie di maggiore successo della piattaforma, in questo inizio di autunno. La miniserie in sei episodi è ancora saldamente nella top 10 dei prodotti più visti di Netflix, e uno dei motivi per cui riesce così bene a tenere il passo con i contenuti che quotidianamente arrivano sulla piattaforma, è sicuramente legato all’intricata trama e alle atmosfere da thriller molto ben architettate.

La conclusione di La mia prediletta, l’ordine delle cose viene ristabilito, con i cattivi che vengono puniti e le vittime che sembrano poter sperare in un futuro di riabilitazione e normalità. Ma qual è il vero significato della conclusione della storia? Che cosa succede davvero alla fine della miniserie? Ecco di seguito la spiegazione del finale di La mia prediletta. Attenzione: seguono spoiler.

Cosa racconta La mia prediletta

Quando Jasmin Grass (Kim Riedle) viene rapita in un parcheggio sotterraneo, si ritrova rinchiusa in un piccolo appartamento senza finestre nel mezzo di una foresta della Germania settentrionale. Il suo rapitore – di cui non vediamo mai il volto – le tinge i capelli scuri di biondo e la chiama “Lena”. Da quel momento in poi, è costretta a vivere secondo le sue rigide regole e a prendersi cura dei “loro” figli piccoli, Hannah (Naila Schuberth) e Jonathan (Sammy Schrein). Dopo cinque mesi, Lena riesce a fuggire dalla prigione in una fuga disperata e straziante, ma presto si rende conto che non può nascondersi dal suo aggressore.

Basata sull’omonimo romanzo tedesco bestseller di Romy Hausmann (Liebes Kind), La mia prediletta segue la storia di Jasmin/Lena e dei bambini, rivelando come un caso irrisolto di persona scomparse si risolve finalmente dopo 13 lunghi anni.

Chi è il rapitore/assassino in La mia prediletta?

L’uomo senza volto che incontriamo all’inizio, l’aguzzino di Jasmin e di altre donne, come scopriremo man mano nella storia, non è altri che Lars Rogner (Christian Beermann), titolare di una società di vigilanza e sicurezza locale. Ha vissuto in libertà per tutti i 13 anni in cui l’investigatore del CID Gerd Bühling (Hans Löw) ha cercato Lena Beck, la prima ragazza rapita, la vittima originale.

Subito dopo che l’agente di polizia Aida Kurt (Haley Louise Jones) arriva sulla scena in cui si verifica l’incidente del primo episodio, scopre corpi di donne che avevano tutte somiglianze con Lena/Jasmin – tutte sepolte vicino alla scena dell’incidente, nei pressi di una base militare. Aida e i suoi colleghi iniziano a indagare sulle carenze nella sorveglianza e interrogano i dipendenti dell’azienda che monitora la base e i dintorni, ma non riescono a interrogarne uno: lo stesso proprietario dell’azienda.

Quando Aida va al quartier generale dell’azienda nell’episodio 6 per verificare se hanno mai avuto un contratto con la famiglia di Lena Beck, scopre che il sistema di sicurezza in casa Beck di 13 anni prima era proprio offerto da quella azienda. L’ultima chiamata risale a quando Lena venne rapita. In un flashback, vediamo Lena Beck – la vera Lena (Jeanne Goursaud) – che attiva accidentalmente il sistema di allarme dopo essersi chiusa fuori mentre i suoi genitori sono assenti. Lars arriva per aprire la casa e lei è così grata che lo invita a prendere un gelato dopo.

Lena Beck era già incinta di Hannah (il cui padre è un ex fidanzato) quando Lars la rapitsce, ma Jonathan è il figlio di Lars e Lena. Lena dà alla luce un terzo figlio in cattività, ma sia lei che la neonata Sara perdono la vita dopo il parto. Così Lars comincia a “procurarsi” delle nuove Lena, per sostituire l’originale. Ma tutte muoiono, fino a Jasmin, che riesce a scappare.

Seraphina Maria Schweiger as Ines Reisig on the set of Liebes Kind, Courtesy of Netflix 2023

Cosa succede alla fine di La mia prediletta?

Dopo essersi ripresa dall’incidente, Jasmin, in preda a un disturbo da stress post-traumatico e con tendenze suicide, tenta di porre fine alla sua vita prima di decidere invece di tornare nei panni di Lena. Ritorna dal suo rapitore nell’episodio finale, ma Lars la vede nascondere un coltello da cucina nella manica del cardigan tramite una telecamera di sicurezza. E mentre il piccolo Jonathan vive in una clinica per bambini che soffrono di traumi psicologici, vediamo invece una Hannah impassibile accanto a Lars: la bambina è scappata dalla casa dei nonni, i Beck, dov’era provvisoriamente in custodia, per tornare dal “padre”/aguzzino.

E non c’è da stupirsi: nei flashback, vediamo Jasmin usare la preziosa palla di vetro con la neve di Jonathan per colpire Lars alla testa, questo gesto le permette di scappare, nel primo episodio. Hannah le corre dietro e vede Lena/Jasmin che viene investita da un’auto. Le due vengono raggiunte da Lars, ferito alla testa ma cosciente. È proprio Hannah a chiedere a Lars di salvare Jasmin, di “tenere questa mamma”, perché le piace di più delle altre ed è quasi uguale alla prima (si riferisce ovviamente alla Lena originale di cui conserva dei ricordi).

Nell’episodio 6, Hannah si riunisce con entrambi i “genitori”, mentre Gerd, l’investigatore, inizia a rendersi conto che potrebbe finalmente essere in grado di mettere insieme i pezzi del puzzle sulla scomparsa di Lena. Prima di tornare a “casa” (ovvero la prigione senza finestre nel bosco), Hannah implora suo padre di portarli al mare. Jasmin ha bisogno di una pausa per il bagno e Lars la accompagna sulla riva, ma prima le porta via il coltello che lui sapeva essere nella manica del cardigan della donna. Quello che però non sa è che Jasmin ha un frammento di vetro nascosto in un maxi assorbente dentro la biancheria intima.

Mentre si è allontanata per espletare i suoi bisogno (sempre all’ora stabilita dalle regole ferree di Lars), Jasmin finge di svenire. Lars si gira e si precipita a soccorrerla, ma quando la raggiunge, Jasmin si alza di scatto e gli conficca il frammento di vetro nel collo. “Non sono incinta”, dice. “Non sono Lena!” E mentre colpisce di nuovo il suo aguzzino al collo, dice: “Sono Jasmin!”.

La spiegazione del finale di La mia prediletta

Mentre Hannah e Jasmin camminano lungo il bagnasciuga, Lars muore dissanguato vicino alle dune e i colleghi di Gerd esaminano i numerosi corpi sepolti vicino alla base militare solo per scoprire che nessuno è la vera Lena Beck. Prima di morire, Lars confessa che il corpo di Lena – insieme a quello della sua neonata Sara – sono “nel giardino”. Alla fine della serie, Gerd sta impacchettando i fascicoli del suo caso, Jasmin vive di nuovo da sola, Jonathan è ancora in cura in clinica, Hannah ha un incontro con un terapista e i Beck si sono uniti a un gruppo di supporto. Hanno finalmente ritrovato Lena. “Lei è con noi”, dice suo padre (Justus von Dohnányi).

La mia prediletta: recensione della nuova serie Netflix

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La mia prediletta: recensione della nuova serie Netflix

In un clima di tensione quasi disturbante, La mia prediletta è una miniserie tedesca Netflix di genere thriller psicologico; formata da una sola stagione di 6 episodi, ognuno di circa 45 minuti, la serie racconta la misteriosa scomparsa di una ragazza, Lena Beck, e del suo misterioso ritrovamento. La mia prediletta è tratta dal romanzo omonimo della scrittrice tedesca Romy Hausmann. Nel cast si ritrovano figure note nel panorama cinematografico nazionale ed internazionale: Julika Jenkins, nota per il ruolo di Claudia Tiedemann nella serie Dark, qui interpreta Karin, madre di Lena, mentre Kim Riedle (Skylines) è nel ruolo di Lena.

La mia prediletta: fuga dagli orrori

Di notte, in dei boschi nei dintorni di Aquisgrana, una donna, Lena, viene investita da una macchina: Lena insieme alla figlia, Anna, vengono portate in ospedale. Qui mentre la madre viene operata, un’infermiera inizia a relazionarsi con la bambina, scoprendo pian piano la disturbante realtà in cui le due, insieme al fratellino Jonathan, vivevano. Costretti dal padre ad una vita di prigionia, la madre ed i due bambini vivevano in una casa lugubre, lontano dal mondo esterno, completamente dipendenti dal padre per i viveri, forzati a seguirne le rigide regole.

L’incidente di Lena finisce per intrecciarsi indissolubilmente con un altro caso irrisolto della polizia tedesca: la scomparsa della giovane Lena Beck a Düsseldorf. Karin e Matthias Beck, genitori di Lena, riconoscono Anna come loro nipote, essendo la bambina uguale alla loro figlia da piccola, rinnegando però la donna investita come la loro Lena. La ricerca continua e disperata di Lena Beck porterà alla luce altre terrificanti realtà.

Un thriller coinvolgente dai tratti disturbanti

Nei primi episodi La mia prediletta presenta al pubblico una realtà di violenze quotidiane, di totale assoggettamento alla figura del padre, di conseguenza questa prima parte della serie può risultare particolarmente forte. Ciò che rende il tutto così inquietante è che questa quotidianità di privazioni e di violenza domestica da parte del padre viene descritta da una bambina, da Anna, nella più normale spontaneità. Per Anna e Jonathan una cella senza finestre, senza la possibilità di uscire, con regole ferree da seguire per evitare di sfidare l’ira paterna è la normalità, perché è l’unica realtà conosciuta. A favorire l’inquietudine ai racconti della bambina è sicuramente la performance della giovanissima attrice Naila Schuberth.

Seraphina Maria Schweiger as Ines Reisig on the set of Liebes Kind, Courtesy of Netflix 2023

La violenza esercitata dal padre non è neanche di tipo meramente fisico, ma anche psicologico: Lena lo paragona ad un Dio onnipotente, che fa il giorno e la notte, che li controlla costantemente. La stessa Lena, ritornata alla sua vita dopo mesi di prigionia, non riesce a rinnegare le stringenti regole della casa, continua a sentirsi tremendamente osservata.

Nella seconda parte di La mia prediletta viene lasciato maggiore spazio alle indagini, al lavoro degli investigatori Bühling e Kurt, i quali riescono pian piano a rimettere insieme tutti i tasselli del puzzle di abusi ed assassini. Di conseguenza, l’inquietante realtà della casa viene parzialmente accantonata a favore di una maggiore dinamicità delle vicende, pur continuando ad essere presenti dei flashback sulla vita dei bambini e di Lena.

L’inquietudine di una realtà vicina

Talvolta una serie come La mia prediletta può arrivare a suscitare nell’animo dello spettatore maggiore angoscia ed irrequietezza di un film dell’orrore. Ciò può avvenire per via della differenza delle tematiche che vengono trattate: guardando un horror, lo spettatore, per quanto possa rimanere impressionato dalle scene, è consapevole che le vicende non sono reali. Al contrario tematiche come quelle trattate nella serie sono fin troppo presenti nella realtà sociale, tanto da colpire il pubblico più nel profondo.

La mia prediletta arriva ad esacerbare all’estremo tematiche come la violenza domestica e di genere e lo stupro, mostrandoci orrori ancora peggiori rispetto a quelli della realtà. Il momento che probabilmente permette un maggiore collegamento tra attuali fatti di cronaca e la serie è il momento della scomparsa di Lena Beck: la ragazza, giovane studentessa universitaria, si trova di notte a dover ritornare a casa a piedi da sola, quando l’uomo la rapisce.

A questo si sommano le profonde cicatrici anche psico emotive delle violenze subite da Lena: fin da subito, in ambulanza e poi in ospedale, la donna vuole abbandonarsi verso la morte, ma è solo la voce di Anna che le da la forza di lottare per la vita.

La mia ombra è tua: trama, cast e location del film

La mia ombra è tua: trama, cast e location del film

Registi di Uno su due e Se sei così ti dico sìEugenio Cappuccio è tornato a dirigere un lungometraggio di fiction (nel 2019 aveva realizzato il documentario Fellini Fine Mai) nel 2022 con La mia ombra è tua (qui la recensione), tratto dall’omonimo romanzo di Edoardo Nesi. Il film, un racconto on the road con protagonisti due personaggi agli antipodi, è una commedia nostalgica sull’amore e sulla difficile vita dei poeti moderni. Ma, soprattutto, è un racconto su due generazioni a confronto che si scoprono simili anche nelle diversità, ricercando in fondo dalla vita le medesime cose.

Come suggerisce il titolo, La mia ombra è tua, i due protagonisti diventano in fin dei conti una cosa sola, riconoscendosi nelle rispettive solitudini e arrivando a stabilire una connessione che li rende quali la stessa persona, con dunque un’ombra in comune. È questo il significato di un film che dunque porta avanti una serie di riflessioni sull’umanità e il suo bisogno di riscoprirsi parte di qualcosa. Tematiche che lentamente emergono da quello che all’inizio sembra un classico viaggio da commedia, incentrato sulle vicende tragicomiche di due personaggi molto diversi.

Grazie al suo passaggio televisivo, è ora possibile riscoprire il film e lasciarsi ammaliare da diversi suoi aspetti, come le bellissime location o la coinvolgente colonna sonora. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a La mia ombra è tua. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e a molto altro. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La trama e il cast di La mia ombra è tua

Protagonista del film è Vittorio Vezzosi, un burbero scrittore sessantenne che da anni conduce una vita da eremita in seguito alla pubblicazione del suo unico libro, successo planetario indelebile nella memoria di tutti. Con grande sorpresa di tutti, però, Vittorio è ora in procinto di scrivere dopo 25 anni un sequel di quel romanzo. Il giovane studente Emiliano detto “Zapata”, viene allora incaricato dal suo relatore universitario di assistere lo scrittore e organizzare un convegno al festival del Libro Vintage di Milano. Inizialmente i due, assai diversi caratterialmente, si scontrano. Piano piano, però, impareranno a conoscersi e a cambiare l’idea che hanno l’uno dell’altro.

Ad interpretare il burbero Vittorio Vezzosi vi è l’attore Marco Giallini, mentre il giovane Emiliano è interpretato da Giuseppe Maggio, già visto nel film Sul più bello e nella serie Baby. Per assumere questo ruolo, Maggio si è sottoposto ad una drastica trasformazione fisica, che gli ha richiesto di acquisire peso e sfoggiare look completamente diversi dai suoi soliti. Accanto a loro recitano poi Anna Manuelli nel ruolo di Allegra, Sidy Diop in quelli di Mamadou, Claudio Bigagli in quello di Paolo Monanni e Leopoldo Mastelloni in quello del Brigadiere Passini. Nel ruolo di Milena, l’amore di una vita di Vittorio, vi è invece l’attrice Isabella Ferrari.

La mia ombra è tua location

Le location del film: ecco dove è stato girato

Le riprese del film, durate circa sette settimane, si sono svolte tra Roma, Bologna, Milano, Cetona e in Toscana. Nella capitale sono state effettuate le riprese relative all’incontro tra Vittorio e Emiliano, mentre Cetona, borgo in provincia di Siena, e alcune altre zone della Toscana, sono state utilizzate per il viaggio in auto effettuato dai due protagonisti. Alcune zone di Bologna sono invece state usate come “controfigura” per Milano, dove poi si sono svolte le restanti scene, in particolare quelle ambientate alla Fiera-mercato degli anni Ottanta e Novanta, realizzate in una vera fiera che si svolge a Milano.

La colonna sonora del film

Ad aver composto la colonna sonora originale di La mia ombra è tua è stato Vincenzo Lucarelli, qui alla sua seconda collaborazione con il regista Eugenio Cappuccio dopo aver musicato il documentario “Fellini Fine Mai”. Oltre ai brani da lui composti e diretti, sono però presenti nel film anche una serie di brani precedentemente esistenti, che accompagnano la narrazione. Questi sono Gimme All Your Lovin’ del gruppo ZZ Top, Rebel Yell di Billy Idol, On the road again di Canned Heat, Shake Your Bones di Montecristo, Whiskey Sippin’ Music di Justin Johnson e Everything and Its Opposite di Quarry.

Il trailer di La mia ombra è tua dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di La mia ombra è tua grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Apple TV e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di venerdì 22 marzo alle ore 21:20 sul canale Rai 2.

La mia ombra è tua: recensione del film con Marco Giallini

La mia ombra è tua: recensione del film con Marco Giallini

Dal 29 Giugno nelle sale italiane è possibile vedere La mia ombra è tua, il nuovo film di Eugenio Cappuccio con Marco Giallini (Perfetti sconosciuti, Io sono tempesta), Giuseppe Maggio (Sul più bello, Altrimenti ci arrabbiamo), Anna Manuelli e Isabella Ferrari (Saturno contro, La grande bellezza). Il lungometraggio, una produzione Fandango e Rai Cinema, è una commedia nostalgica sull’amore e sulla difficile vita dei poeti moderni che, esattamente come Leopardi o Catullo, sono tormentati da amori impossibili.

La trama de La mia ombra è tua

La mia ombra è tua è tratto dall’omonimo romanzo di Edoardo NesiEmiliano (Giuseppe Maggio) è un venticinquenne toscano laureato in lettere antiche con il massimo dei voti. Nonostante la sua intelligenza, il ragazzo ha dei seri problemi relazionali: ha sempre vissuto ”in un bozzolo”, è impacciato e non riesce a tenersi vicino nemmeno la sua ragazza Allegra (Anna Manuelli). Nella rocambolesca ricerca di lavoro, viene offerto a Emiliano un impiego insolito: una casa editrice gli chiede di fare da assistente ad un celebre scrittore (Marco Giallini) per convincerlo a concludere il suo secondo romanzo. Vittorio Vezzosi è infatti diventato famoso grazie ad un libro scritto trent’anni prima. Da allora, ”il Vezzosi” vive nella sua villa come un eremita burbero e drogato. Contro ogni aspettativa, lo scrittore si trova stranamente in sintonia con Emiliano. Tra i due nasce un rapporto comico ed improbabile, ma che si rivela a poco a poco proficuo per entrambi: in fin dei conti, i due non sono così dissimili…

Marco Giallini è il bullo, Giuseppe Maggio è il secchione

La mia ombra è tua potrebbe benissimo essere un film adolescenziale: le dinamiche sono le stesse. Abbiamo Emiliano, un protagonista intelligente e occhialuto – e che per di più porta l’apparecchio – che si trova costretto ad affrontare Vittorioun personaggio audace, scontroso e prevaricatore. Le dinamiche tra Marco Giallini e Giuseppe Maggio sono quelle tipiche di un bullo e un secchione. A questo aspetto va aggiunto il divario di età tra i due: il sessantenne Vittorio è figlio di una cultura incentrata sull’uomo alpha, sull’ideologia forte, sulla nostalgia e, in un certo senso, sull’anarchia. Al contrario, Emiliano è più riflessivo e indeciso, guarda le sfumature così tanto che fatica a definirsi.

Questi due caratteri così apparentemente lontani, si scoprono simili scena dopo scena: sono entrambi degli uomini letterari, dei poeti. Proprio per questo motivo, vivono entrambi arroccati e scollegati dal mondo, seppur in modi molto diversi. Tra similitudini e differenze, il rapporto che s’instaura tra Emiliano e Vittorio si rivela un sistema efficiente, in grado di far uscire entrambi dal proprio bozzolo.

Una trama a salti e una regia confusionaria

Di base, La mia ombra è tua è un film che funziona. Fa sorridere e lascia un messaggio profondo allo spettatore, facendo riferimenti letterari e culturali non da poco. Qualche monologo d’effetto detto dai personaggi principali lascia interessanti spunti di riflessione, ma per altri aspetti il film non risulta perfettamente definito. Ci sono alcuni momenti morti e altrettante scene non ben amalgamate tra loro.

Inoltre, la comicità del film raggiunge attimi di assurda stravaganza. Alcune battute sono davvero banali e di basso livello, tipiche di quell’umorismo italiano visto e rivisto. Marco Giallini interpreta ancora una volta come in Perfetti sconosciuti o in The Place il suo personaggio scorbutico e arrogante: nulla di nuovo, ma non si può dire che non riesca bene. Al di sotto della corazza, Vittorio si rivela un uomo sensibile e fragile, riflettendo un atteggiamento tipico degli italiani della sua generazione.

Dalla campagna toscana alla fiera del vintage milanese

La mia ombra è tua è un film dalle tinte pastello. Si svolge principalmente tra le campagne toscane e del centro Italia: i due protagonisti si muovono tra gli ulivi e i campi di girasoli con una moto o con una jeep vintage rosso fiammante. I contrasti a livello visivo sono interessanti ma, anche per l’estetica delle immagini, c’è una cura singhiozzante. C’è un po’ troppo materiale: ai campi aperti e bucolici si alternano immagini claustrofobiche e affollate di una Milano caotica e chic.

La mia ombra è tua: una commedia colorita

Il film è sicuramente colorito, non solo per i paesaggi. Anche i personaggi sono tra loro tutti diversi e originali. Oltre ai protagonisti, anche le due figure femminili de La mia ombra è tua spiccano e si distinguono: la bellezza giovanile di Anna Manuelli è messa vicino a quella matura di Isabella Ferrari, per esaltarne le somiglianze e le differenze.la mia ombra è tua recensione filmIn conclusione, La mia ombra è tua è una commedia profonda che, per quanto imperfetta, si stacca dalla mediocrità della maggior parte dei film comici italiani. Tra gli spunti riflessivi e gli aspetti più coloriti, il lungometraggio si rivela una novità interessante del 2022.