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La Mummia 4 con Brendan Fraser e Rachel Weisz ha una data d’uscita!

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I premi Oscar Brendan Fraser e Rachel Weisz tornano ufficialmente per La Mummia 4. Sebbene il loro coinvolgimento fosse stato annunciato per la prima volta lo scorso autunno, Fraser e Weisz hanno concluso accordi per riprendere i ruoli dell’avventuriero Rick e dell’egittologa Evelyn O’Connell nel film, i cui dettagli sulla trama sono tenuti segreti.

La leggenda degli attori inizia con il reboot del 1999 de La Mummia, che segue un cacciatore di tesori che risveglia accidentalmente un sacerdote egizio maledetto dotato di poteri soprannaturali. Il film e il suo sequel del 2001 La Mummia – Il ritorno sono stati grandi successi al botteghino, riportando in auge il classico film sui mostri e affermando Fraser come una star d’azione di successo. Weisz, tuttavia, non è apparsa nel terzo capitolo del 2008 La Mummia – La Tomba dell’Imperatore Dragone, quindi il suo ritorno nel franchise è particolarmente emozionante per i fan.

Il nuovo film La Mummia 4 è diretto da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett di Radio Silence (“Ready or Not” e il sequel “Ready or Not 2: Here I Come”), da una sceneggiatura di David Coggeshall (“The Family Plan”, “Orphan: First Kill”). La Universal Pictures ha fissato l’uscita nelle sale cinematografiche per il 19 maggio 2028.

Anche Sean Daniel, che ha prodotto ogni capitolo del franchise da 1,8 miliardi di dollari per lo studio a partire da “La Mummia” del 1999, tra cui “La Mummia – Il ritorno”, “Il Re Scorpione”, “La Mummia: La Tomba dell’Imperatore Dragone” e il progetto Dark Universe del 2017 “La Mummia”, torna per il film.

La mummia 4 con Brendan Fraser e Rachel Weisz ha finalmente un periodo di inizio riprese

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La mummia 4 si appresta a riportare in vita la saga. A 18 anni dall’ultima volta che ha interpretato l’avventuriero Rick O’Connell, Brendan Fraser tornerà nel mondo de La mummia per il quarto capitolo della serie, diretto da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, con Rachel Weisz che riprenderà il ruolo di Evie. All’inizio di quest’anno è stato confermato che l’uscita del film è prevista per il 19 maggio 2028.

Ora, in un’intervista con Collider, Gillett conferma che le riprese di La mummia 4 dovrebbero iniziare ad agosto. Il regista rivela inoltre che la preparazione del film inizierà a maggio.

Con le riprese principali ancora a diversi mesi di distanza, ci vorrà un po’ di tempo prima che il pubblico possa vedere per la prima volta Fraser e Weisz nei panni dei loro personaggi. Sebbene Fraser sia tornato per La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone (2008), la pausa di Weisz dalla serie è ancora più lunga, dato che non interpreta Evie dal 2001, quando uscì La mummia – Il ritorno.

Evie, ovviamente, è apparsa tecnicamente in La tomba dell’Imperatore Dragone, ma il personaggio è stato interpretato invece da Maria Bello. Bettinelli-Olpin e Gillett hanno però recentemente confermato che il loro prossimo film della mummia non considererà canonico questo film del 2008, stroncato dalla critica.

Non sono ancora state rivelate informazioni sulla trama di La mummia 4, e non è chiaro se altri veterani della serie come John Hannah e Oded Fehr torneranno nei panni rispettivamente di Jonathan e Ardeth Bay. Entrambi gli attori, tuttavia, hanno già espresso la volontà di tornare.

Il prossimo capitolo della longeva serie fantasy-avventurosa seguirà l’uscita di La mummia di Lee Cronin, prevista per il 17 aprile 2026. Questo reboot della Blumhouse dovrebbe essere completamente separato dai film con Fraser, con una maggiore attenzione all’horror.

Per Fraser, il ritorno nei panni di Rick segue una rinascita della carriera negli ultimi anni. Dopo aver vinto un Oscar per la sua interpretazione in The Whale (2022), Fraser ha recitato in Killers of the Flower Moon (2023), Brothers (2024) e nell’acclamato Rental Family (2025).

Weisz, d’altra parte, è stata un po’ meno attiva nel mondo del cinema negli ultimi tempi, con il suo film più recente che è Black Widow del 2021. Si è però dedicata alla TV, tuttavia, apparendo in Inseparabili – Dead Ringers nel 2023 e in Vladimir quest’anno.

Il primo trailer di The Mummy 4 probabilmente non arriverà prima del 2027, ma è possibile che quest’anno vengano rivelate alcune immagini promozionali per commemorare l’inizio delle riprese. In ogni caso, dopo alcuni insuccessi del franchise e una lunga pausa, un primo assaggio del trionfale ritorno di Rick ed Evie potrebbe non essere più così lontano.

La Mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone: la storia vera dietro il film

La Mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone è il terzo capitolo della celebre saga avventurosa iniziata nel 1999 con La Mummia e proseguita nel 2001 con La Mummia – Il ritorno. Diretto da Rob Cohen, il film abbandona le sabbie egiziane per spostarsi nell’antica Cina, offrendo al pubblico una nuova ambientazione, nuove leggende e una mummia dal volto completamente diverso. Brendan Fraser torna nei panni dell’intrepido Rick O’Connell, mentre il personaggio di Evelyn ha il volto di Maria Bello, che sostituisce Rachel Weisz. Con un tono ancora più spettacolare e azioni mozzafiato, il film tenta di rinnovare la formula mantenendo lo spirito di avventura classico che ha reso la saga un cult del cinema popolare.

Uno degli elementi più interessanti del film è il modo in cui fonde elementi fantastici con leggende e figure realmente esistite della cultura cinese. La mummia questa volta è quella dell’Imperatore Qin Shi Huang, interpretato da Jet Li, sovrano bramoso di potere che, dopo aver conquistato buona parte del mondo conosciuto, viene maledetto insieme al suo esercito da una potente strega (Michelle Yeoh). L’introduzione del figlio di Rick ed Evelyn come nuovo protagonista d’azione mostra inoltre la volontà di dare un respiro più generazionale alla saga, anche se i cambiamenti non sono stati accolti in maniera unanime dai fan della prima ora.

Nel corso di questo approfondimento, si andrà ad analizzare in particolare quanto di vero ci sia dietro alla figura dell’Imperatore Dragone e in che modo il film prenda ispirazione dalla reale storia dell’Imperatore Qin Shi Huang, noto per aver unificato la Cina e per essere stato sepolto con il celebre esercito di terracotta. Sebbene il film prenda molte libertà narrative e inserisca elementi completamente fantastici, il contesto storico e archeologico che lo ispira è affascinante e merita un’analisi più attenta.

La mummia - La tomba dell'Imperatore Dragone
© 2008 – Universal Studios

La trama di La Mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone

Il film si apre nell’antica Cina del III secolo a.C. Qui l’imperatore Qin shi Huang, un signore della guerra brutale e tirannico servito da un esercito di diecimila guerrieri, ricorre alla magia dei signori dell’occulto per ampliare i suoi domini. All’ambizioso e spietato Han vengono però concessi i poteri elementali, mentre il tiranno brama l’immortalità ad ogni costo. Per questo invia suoi due fedelissimi a cercare la maga Yuan che pare conosca il segreto della vita eterna. Purtroppo per lui la sua crudeltà sarà anche la sua rovina, la maga cercherà di fermarlo e lancerà una maledizione su Huang che sarà tramutato in una statua di terracotta insieme al suo esercito.

Duemila anni dopo, nel 1946, Rick ed Evelyn O’Connell si sono ritirati nell’Oxfordshire e hanno abbandonato i loro avventurosi viaggi in Egitto, che Evelyn ha poi raccontato in due romanzi di grande successo. La mancanza di adrenalina e di un soggetto per il terzo libro di Evelyn però si farà presto sentire, portando i coniugi O’Connell ad accettare un’ultima missione. Questa prevede lo scortare un prezioso manufatto sino a Shangai per restituirlo alle autorità cinesi. Qui scopriranno però che Alex, il loro figlio, ha involontariamente risvegliato la mummia dell’Imperatore Dragone e con lui anche il suo esercito. Fermarli prima che invadano il mondo intero sarà un’impresa quantomai disperata.

La storia vera a cui ispira il film

Il film La Mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone si ispira a una delle figure storiche più affascinanti della Cina antica: Qin Shi Huangdi, il primo imperatore dell’impero unificato cinese. Nato nel 259 a.C., salì al trono a soli 13 anni come re dello stato di Qin, ma fu solo nel 221 a.C. che, dopo aver conquistato tutti gli altri regni rivali, si proclamò Imperatore della Cina. La sua ascesa segnò la fine del periodo degli Stati Combattenti e l’inizio di una nuova era sotto un governo centralizzato. Qin Shi Huangdi fu un riformatore ambizioso, promotore della standardizzazione della scrittura, delle monete e delle unità di misura, ma anche un sovrano autoritario che reprimette duramente il dissenso e ordinò la distruzione di testi storici e filosofici non conformi alla sua visione.

L'Esercito di Terracotta in La Mummia - La tomba dell'Imperatore Dragone
L’Esercito di Terracotta in La Mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone © 2008 – Universal Studios

Il progetto più celebre legato alla figura dell’imperatore è senza dubbio la costruzione del suo imponente mausoleo nei pressi dell’attuale Xi’an, nella provincia dello Shaanxi. Secondo le cronache antiche, l’edificazione della tomba iniziò non appena Qin salì al trono e coinvolse centinaia di migliaia di lavoratori per decenni. Al suo interno, si dice che fosse stato ricreato un mondo sotterraneo in miniatura, completo di fiumi di mercurio e trappole per proteggere il sovrano anche nell’aldilà. Tuttavia, il cuore del mistero rimane il leggendario Esercito di Terracotta, scoperto casualmente nel 1974 da alcuni contadini intenti a scavare un pozzo.

L’Esercito di Terracotta è composto da oltre 8.000 statue a grandezza naturale tra guerrieri, arcieri, carri e cavalli, disposte in formazione militare e realizzate con un livello di dettaglio sorprendente. Ogni soldato ha tratti unici, come se fosse stato modellato a partire da una persona reale. Questo straordinario esercito non era solo simbolico, ma rappresentava la convinzione dell’imperatore di poter continuare a governare anche dopo la morte, difeso da una forza immortale. L’enorme complesso funerario, ancora oggi solo parzialmente esplorato, è considerato uno dei ritrovamenti archeologici più importanti del XX secolo.

Nel film, la figura di Qin Shi Huangdi viene invece trasformata in un sovrano assetato di potere e magia, maledetto per la sua brama di immortalità insieme al suo esercito, che viene così trasformato in terracotta. Sebbene la narrazione cinematografica prenda dunque molte libertà artistiche rispetto alla realtà riguardanti Qin Shi Huangdi, il mito dell’imperatore e del suo esercito sotterraneo continua ancora oggi esercitare un forte fascino, alimentando il confine tra storia, leggenda e fantasia.

La Mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone: la spiegazione del finale del film

Il film del 2008 La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone segna un’evoluzione significativa rispetto ai primi due capitoli della saga (qui la recensione del primo film). Diretto da Rob Cohen, il film sposta l’ambientazione dall’Egitto alla Cina imperiale, introducendo elementi della mitologia orientale e del folklore cinese, con creature soprannaturali e un imperatore resuscitato. Pur mantenendo la formula avventurosa e spettacolare dei predecessori, il film aggiunge un tono più epico e globale, ampliando il contesto storico e geografico e includendo effetti speciali più sofisticati e scene d’azione su scala monumentale.

Il film resta saldamente ancorato al genere actionadventure con elementi fantasy e horror leggero, una combinazione che ha caratterizzato tutta la saga. La presenza di Brendan Fraser e dei personaggi storici della serie garantisce continuità, mentre la narrazione introduce nuovi antagonisti e sfide, in particolare l’Imperatore Dragone e il suo esercito di terracotta. Questa scelta di fondo amplia il respiro della saga, trasformando la storia in un’epica globale che unisce azione, mistero archeologico e battaglie sovrannaturali.

I temi principali del film includono il conflitto tra amore e dovere, la lealtà familiare e l’eterna lotta tra bene e male. Inoltre, l’ambientazione orientale e le nuove mitologie arricchiscono il filone narrativo con un’iconografia differente, rendendo la saga più varia e spettacolare. Nel resto dell’articolo ci concentreremo sulla spiegazione del finale del film, analizzando come si risolvono le tensioni narrative e quali sviluppi conclusivi vengono riservati ai protagonisti e agli antagonisti.

LEGGI ANCHE: La Mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone: le curiosità sul film!

La mummia - La tomba dell'Imperatore Dragone
© 2008 – Universal Studios

La trama di La Mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone

Il film si apre nell’antica Cina del III secolo a.C. Qui l’imperatore Qin shi Huang, un signore della guerra brutale e tirannico servito da un esercito di diecimila guerrieri, ricorre alla magia dei signori dell’occulto per ampliare i suoi domini. All’ambizioso e spietato Han vengono però concessi i poteri elementali, mentre il tiranno brama l’immortalità ad ogni costo. Per questo invia suoi due fedelissimi a cercare la maga Yuan che pare conosca il segreto della vita eterna. Purtroppo per lui la sua crudeltà sarà anche la sua rovina, la maga cercherà di fermarlo e lancerà una maledizione su Huang che sarà tramutato in una statua di terracotta insieme al suo esercito.

La spiegazione del finale del film

Nel terzo atto de La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone, la tensione raggiunge il culmine mentre l’Imperatore viene finalmente resuscitato dai traditori umani Yang e Choi. Grazie all’acqua mistica dello Shangri-La, l’Imperatore riacquista così forma umana e poteri sovrannaturali, trasformandosi in un drago a tre teste. Durante la sua fuga, rapisce Lin e richiama l’esercito di terracotta per conquistare il mondo, minacciando di superare il Grande Muraglia e rendersi invincibile. Gli O’Connells e Zi Yuan intraprendono immediatamente la caccia, consapevoli che il destino del mondo è appeso a un filo.

La battaglia culmina presso la Grande Muraglia, dove Zi Yuan, usando le ossa dell’Oracolo, sacrifica la propria immortalità e quella di Lin per evocare un esercito di non-morti guidato dal generale Ming. Mentre le due armate si scontrano, Alex salva Lin e Rick si prepara a fronteggiare l’Imperatore. La lotta finale vede la collaborazione dei protagonisti, con Lin che affronta i traditori Yang e Choi, e Rick e Alex che riescono infine a ottenere il pugnale maledetto. L’Imperatore viene trafitto e distrutto, insieme al suo esercito di terracotta, mentre Ming e i suoi soldati celebrano il ritorno alla pace.

Jet Li in La mummia - La tomba dell'Imperatore Dragone (2008)
Jet Li in La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone © 2008 – Universal Studios

Questo finale porta a compimento i temi principali del film: il contrasto tra ambizione e giustizia, il sacrificio personale per il bene comune e il trionfo del coraggio familiare. L’uso del pugnale maledetto simboleggia la capacità degli eroi di affrontare forze apparentemente invincibili con determinazione e astuzia, mentre la distruzione dell’esercito di terracotta rappresenta la caduta definitiva dell’arroganza e della sete di potere dell’Imperatore. La scelta di sacrificio da parte di Zi Yuan enfatizza anche il tema della lealtà e dell’amore trasversale tra generazioni.

La sequenza conclusiva, in cui gli O’Connells ritornano a Shanghai e Alex e Lin iniziano la loro relazione, offre una chiusura emotiva e soddisfacente. Il ritorno del protagonista e della sua famiglia alla normalità, unito alla ricomposizione dei legami affettivi, chiude il racconto in modo coerente con le dinamiche sviluppate nel corso della saga. Anche Jonathan riceve il suo arco narrativo con la partenza per il Perù, consolidando l’idea che la ricerca, la curiosità e la scoperta siano valori duraturi, nonostante i pericoli affrontati.

Il film lascia un messaggio chiaro: il coraggio, la collaborazione familiare e il sacrificio sono essenziali per superare forze superiori e salvaguardare l’ordine morale. La narrazione suggerisce che il vero potere risiede nella rettitudine e nell’ingegno, non nella forza bruta o nell’avidità. Inoltre, la combinazione di mitologia, azione e legami emotivi sottolinea come il rispetto della storia e della tradizione, insieme al coraggio individuale, possa contrastare ambizioni tiranniche, offrendo allo spettatore un senso di chiusura e di giustizia compiuta.

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La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone: recensione del film con Brendan Frazer

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Arrivata La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone, terzo capitolo la saga moderna sui cacciatori di mummie più famosa del globo lascia l’amaro in bocca a tutti gli aficionados di Rick O’Connell e consorte.

Questo terzo episodio vede un ormai in pensione Rick O’Connell che cerca di adattarsi alla normalità della vita quotidiana, cercando di mettere da parte il suo spirito di avventura. La bella Evelyn, in questo episodio interpretata da Maria Bello che sostituisce la splendida Rachel Weisz, invece vive di ricordi, scrivendo romanzi che parlano delle sue avventure passate, e leggendoli in club per signore. A riportare nella vita dei coniugi annoiati un po’ di sale è Alex, il loro unico figlio, cresciuto con la stessa passione dei genitori per l’avventura e per i guai.

La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone, il film

Ricco di spunti narrativi, questo film promette assai più di quanto non mantenga. Infatti, pur basandosi su un’idea fondante buona, la scrittura del film lascia parecchio a desiderare. I personaggi non sono all’altezza dei due capitoli precedenti, né lo sforzo della Bello riesce nel suo intento. Molto brava nelle parti drammatiche, attrice di grande sensibilità, si trova a sostenere una parte che non le si addice, sia perché la Evelyn O’Connell della Weisz era più altezzosa e raffinata, meglio accostandosi così al carattere ruvido del suo partner maschile, sia perché la scrittura non le è stata d’aiuto rendendola più che ironica, a tratti ridicola.

Michelle Yeoh in La mummia - La tomba dell'Imperatore Dragone (2008)
© 2008 – Universal Studios

Anche l’eroe protagonista, un Brendan Frazer/Rick O’Connell leggermente sottotono, non stupisce né colpisce come in passato, ancora una volta a causa di una storia scritta approssimativamente. Oltre alla conferma del divertente personaggio di John Hannah, ancora una volta nei panni dell’imbranato Jonathan Carnahan, che a dispetto dell’andamento globale resta una figura godibile e demenziale quanto basta, le new entry non sono da considerarsi di grande rilievo, fatta eccezione ovviamente per i Michelle Yeoh, una delle regine del cinema orientale, e per Jet Li, perfido Imperatore Dragone.

La storia d’amore tra il giovane Alex(Luke Ford) e la bella figlia immortale (Isabella Leong) della sacerdotessa/strega, seppure suggerita sin dall’inizio, non è spiegata dagli eventi, e viene messa in scena senza una vera e propria causa scatenante. Inoltre, anche il contrasto generazionale, l’astio che c’è tra genitori e figli, non viene approfondito, pur essendo uno spunto interessante, un tema originale trattandosi di un film d’azione.

Jet Li in La mummia - La tomba dell'Imperatore Dragone (2008)
© 2008 – Universal Studios

E proprio l’azione sicuramente non manca. Seppure con una scrittura (di Alfred Gough e Miles Millar) lasciata quasi al caso, il film mantiene una sua godibilità estetica, essendo gli effetti speciali sapientemente utilizzati. Merito del talento del regista, Rob Cohen (The Fast and The Furious), per gli action-movies, che riesce a tenere l’attenzione desta anche con degli strumenti così poco affilati.

Stephen Sommers, regista e scrittore delle due pellicole precedenti, compare come produttore e c’è notizia di una sua sceneggiatura dal titolo La Mummia: la tomba dell’Imperatore Dragone non accreditata e datata 2001 (!).

La Mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone: le curiosità sul film!

Uscito nel 1999 al cinema, il film La mummia si è imposto come un cult che riportava in auge una serie di mostri classici del cinema statunitense. Questo era infatti un remake dell’omonimo film del 1932, ma aggiornava la vicenda tanto nella narrazione quanto nei toni, avvalendosi di grandi effetti speciali. Dopo un primo sequel uscito nel 2001, bisognò attendere il 2008 prima di vedere il terzo capitolo della trilogia, che si concentrava però su una storia diversa rispetto ai precedenti due. Il film in questione è La Mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone (qui la recensione), diretto da Rob Cohen e ambientato stavolta non in Egitto ma in antichi territori della Cina.

La vicenda è basata sul primo sovrano cinese, Qin Shi Huang, vissuto tra il 260 e il 210 a.C., e sull’esercito di soldati a protezione della sua tomba. Questa si trova a Xi’an, in Cina, ed ospita il vasto Esercito di Terracotta, la quale aveva lo scopo simbolico di proteggere il sovrano e servirlo anche nell’aldilà. Scoperta nel 1974, questa è oggi composta da circa ottomila guerrieri e suscita ancora molto mistero. Nel film, la storia di Qin e dell’esercito assume poi connotati soprannaturali, che implicano la mummificazione dell’armata e dell’imperatore, in attesa di poter tornare tra i vivi e conquistare il mondo.

Con un incasso di 403 milioni in tutto il mondo, il film si affermò come un buon seguito della serie, vantando in particolare una grande quantità di sbalorditivi effetti speciali. In seguito a questo, tuttavia, invece che un nuovo sequel è stato realizzato un reboot nel 2017 con Tom Cruise protagonista. Prima di intraprendere una visione del film del 2008, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

L'Esercito di Terracotta in La Mummia - La tomba dell'Imperatore Dragone
L’Esercito di Terracotta in La Mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone © 2008 – Universal Studios

La trama di La Mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone

Il film si apre nell’antica Cina del III secolo a.C. Qui l’imperatore Qin shi Huang, un signore della guerra brutale e tirannico servito da un esercito di diecimila guerrieri, ricorre alla magia dei signori dell’occulto per ampliare i suoi domini. All’ambizioso e spietato Han vengono però concessi i poteri elementali, mentre il tiranno brama l’immortalità ad ogni costo. Per questo invia suoi due fedelissimi a cercare la maga Yuan che pare conosca il segreto della vita eterna. Purtroppo per lui la sua crudeltà sarà anche la sua rovina, la maga cercherà di fermarlo e lancerà una maledizione su Huang che sarà tramutato in una statua di terracotta insieme al suo esercito.

Duemila anni dopo, nel 1946, Rick ed Evelyn O’Connell si sono ritirati nell’Oxfordshire e hanno abbandonato i loro avventurosi viaggi in Egitto, che Evelyn ha poi raccontato in due romanzi di grande successo. La mancanza di adrenalina e di un soggetto per il terzo libro di Evelyn però si farà presto sentire, portando i coniugi O’Connell ad accettare un’ultima missione. Questa prevede lo scortare un prezioso manufatto sino a Shangai per restituirlo alle autorità cinesi. Qui scopriranno però che Alex, il loro figlio, ha involontariamente risvegliato la mummia dell’Imperatore Dragone e con lui anche il suo esercito. Fermarli prima che invadano il mondo intero sarà un’impresa quantomai disperata.
La mummia - La tomba dell'Imperatore Dragone cast

Curiosità sul cast del film

Per dar vita al nuovo film della trilogia era importantissimo avere lo stesso carismatico protagonista dei due precedenti capitoli. L’attore Brendan Fraser, divenuto celebre proprio grazie ai film de La mummia, accettò così di partecipare al progetto del terzo film, interessato a dar vita ad una versione più matura di Rick O’Connell. Per lui fu infatti importante evidenziare le differenze che intercorrono tra il personaggio visto nei primi due film e quello che si ritrova ora nel terzo. Accanto a lui, torna nei panni del simpatico Jonathan Carnahan l’attore John Hannah, a sua volta divenuto celebre proprio grazie a questa trilogia. I due sono infatti gli unici attori ad aver recitato in tutti e tre i film. Nei panni di Alex, il figlio dei due protagonisti, vi è invece l’attore Luke Ford.

Nei panni di Evelyn O’Connell, moglie di Rick, vi è invece l’attrice Maria Bello, che sostituisce la premio Oscar Rachel Weisz. Quest’ultima, che aveva interpretato il personaggio nei primi due film, si disse impossibilitata a partecipare per via di altri impegni cinematografici. La Bello, naturalmente bionda, dovette tingersi i capelli di castano per poter assomigliare al personaggio come ormai noto.  Nei panni dello spietato imperatore Qin Shi Huang vi è invece il noto attore cinese Jet Li, celebre per la sua maestria nelle arti marziali. L’attore, tuttavia, per motivi di tempo non poté interpretare tutte le scene del personaggio. Per questo motivo, nel presente in cui appare come mummia è spesso sostituito da una controfigura, nascosta poi dagli effetti speciali.

Il trailer di La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone è infatti disponibile nel catalogo di Apple iTunes e Amazon Prime Video. Per vederlo, basterà noleggiare il singolo film, avendo così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 5 ottobre alle ore 21:00 sul canale 20 Mediaset.

Fonte: IMDb

La mummia – Il ritorno: la spiegazione del finale del film

La mummia – Il ritorno: la spiegazione del finale del film

Uscito nel 2001 e diretto ancora una volta da Stephen Sommers, La mummia – Il ritorno riprende le avventure di Rick e Evelyn O’Connell dopo il grande successo del primo film del 1999. Ambientato quasi dieci anni dopo gli eventi de La mummia, il sequel espande notevolmente l’universo narrativo introducendo nuovi personaggi, creature mitologiche e un respiro ancora più epico. Tra le principali novità spiccano il figlio della coppia, Alex, e soprattutto la figura del Re Scorpione, interpretato da Dwayne “The Rock” Johnson, al suo esordio cinematografico. Un capitolo più ambizioso, che mescola azione, mitologia e avventura in un racconto visivamente travolgente.

Come il suo predecessore, La mummia – Il ritorno si inserisce nel solco dei grandi film d’avventura hollywoodiani ispirati ai mostri classici della Universal, ma accentua l’aspetto spettacolare e fantastico, avvicinandosi al cinema d’azione moderno. Sommers costruisce un ritmo serrato fatto di inseguimenti, magie e battaglie, sostenuto da effetti speciali all’avanguardia per l’epoca. Il risultato è un film che unisce il fascino retrò dei serial anni ’30 con l’energia dei blockbuster contemporanei, trasformando la leggenda di Imhotep in una saga più ampia, dal tono mitologico e quasi da epopea.

Tematicamente, il film approfondisce il legame familiare, la reincarnazione e il destino, contrapponendo l’amore eterno di Rick ed Evelyn alla brama di potere di Imhotep e Anck-su-namun. L’avventura si spinge così oltre l’orrore soprannaturale, per diventare una riflessione sulla vita, la morte e l’immortalità. Nel resto dell’articolo, ci concentreremo proprio su questo: la spiegazione del finale de La mummia – Il ritorno, analizzando il modo in cui conclude la storia e chiude il cerchio aperto dal primo capitolo.

Brendan Fraser e Rachel Weisz in La mummia - Il ritorno
Brendan Fraser e Rachel Weisz in La mummia – Il ritorno

La trama di La mummia – Il ritorno

Dieci anni dopo aver rimandato l’immortale mummia Imhotep nel mondo dei morti, Rick O’Connell (Brendan Fraser) e sua moglie Evelyn (Rachel Weisz) vivono a Londra con il loro figlioletto Alex. Sempre alla ricerca di reperti del passato, i due durante un’esplorazione in un antico tempio a Tebe, trovano il misterioso bracciale di Anubi. Rientrati in patria, la coppia decide però di abbandonare quella vita pericolosa e restare a Londra. Nel frattempo, Alex, infilandosi il bracciale all’insaputa dei genitori, ha una mistica visione dell’oasi di Ahm Sher e subito dopo un’oscura setta egiziana attacca la famiglia.

La setta cerca il bracciale, che è però sigillato al polso del bambino. Il culto, guidato dal curatore del British Museum e da una donna di nome Meela Nais (Patricia Velasquez), che è la reincarnazione dell’amore di Imhotep Anck-su-namun, vuole far risorgere nuovamente l’antica mummia e usare il suo potere per sconfiggere il Re Scorpione, dandogli il comando dell’esercito di Anubi per conquistare il mondo. Rick ed Evelyn accompagnati dal pauroso fratello di lei, Johnatan (John Hannah), e dal guerriero Medjai, Ardeth Bay devono dunque impedire il ritorno della mummia e salvare Alex, che nel frattempo è stato rapito.

La spiegazione del finale del film

Nel terzo atto de La mummia – Il ritorno i protagonisti arrivano all’oasi di Ahm Shere, luogo mitico in cui giace il potere di Anubis e dove il Re Scorpione può essere risvegliato. Dopo una lunga serie di inseguimenti e battaglie, Rick riesce a salvare il figlio Alex, ma la situazione precipita quando Evelyn viene uccisa da Anck-su-namun. Mentre Imhotep entra nella piramide per evocare l’esercito di Anubis, Rick e Jonathan si uniscono per salvare sia la moglie sia l’umanità intera. All’interno della piramide, Imhotep perde i suoi poteri, trovandosi costretto ad affrontare il Re Scorpione in forma mortale. Rick, guidato dai geroglifici, scopre che il bastone di Jonathan è in realtà la leggendaria Lancia di Osiride, l’unica arma in grado di uccidere la creatura.

La battaglia finale si trasforma in un intreccio di duelli e sacrifici. Evelyn viene riportata in vita grazie al Libro dei Morti, mentre all’esterno l’esercito dei Medjai affronta eroicamente le orde infernali di Anubis. Rick affronta il Re Scorpione in uno scontro violento e spettacolare, riuscendo infine a trafiggerlo con la lancia e a rimandare il suo esercito negli inferi. Con la morte del Re Scorpione, la piramide comincia a crollare, trascinando con sé tutto ciò che resta dell’oasi. Imhotep e Rick restano sospesi sul bordo di un abisso, ma mentre Evelyn rischia la vita per salvare il marito, Anck-su-namun fugge abbandonando Imhotep al suo destino. Devastato dal tradimento, il sacerdote sceglie di lasciarsi cadere nell’oltretomba, ponendo così fine alla sua eterna maledizione.

Brendan Fraser e Arnold Vosloo in La mummia - Il ritorno

Il finale di La mummia – Il ritorno completa idealmente l’arco narrativo iniziato nel primo capitolo, contrapponendo due amori di natura opposta: quello puro e disinteressato tra Rick ed Evelyn e quello egoista e distruttivo tra Imhotep e Anck-su-namun. L’eroe e la sua compagna rappresentano la forza del legame umano, capace di sconfiggere la morte e il male, mentre la coppia di antagonisti incarna la corruzione dell’amore quando diventa possesso. La decisione di Evelyn di rischiare la vita per Rick segna il culmine emotivo del film e suggella il valore del sacrificio, in netto contrasto con la codardia di Anck-su-namun, che invece preferisce fuggire piuttosto che salvare l’uomo che diceva di amare.

Da un punto di vista simbolico, la caduta di Imhotep è la chiusura perfetta del suo arco tragico. Dopo due film passati a inseguire l’immortalità e il potere, il suo destino si compie nella consapevolezza che nulla di eterno può nascere dal male. Il suo ultimo sguardo verso Rick ed Evelyn suggerisce un momento di lucidità, quasi un riconoscimento della superiorità dell’amore sincero su quello ossessivo. La distruzione dell’oasi e della piramide simboleggia la fine del ciclo della maledizione e la liberazione delle anime imprigionate da Anubis, restituendo un equilibrio tra mondo dei vivi e mondo dei morti.

Alla fine, La mummia – Il ritorno ci lascia un messaggio chiaro: l’amore e la lealtà sono più forti della morte e del potere. Rick ed Evelyn, sopravvissuti insieme alla furia degli dei e ai capricci dell’immortalità, incarnano la resilienza umana di fronte a forze sovrannaturali. L’avventura, pur nel suo tono spettacolare e mitologico, diventa così una riflessione sulla natura del legame umano, sul coraggio di affrontare l’ignoto e sulla necessità di lasciare andare ciò che non può durare in eterno. Un epilogo avventuroso e romantico che, tra azione e sentimento, chiude degnamente una delle saghe più amate del cinema d’avventura moderno.

La Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro incontra Bertolucci

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La 47a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, conclusasi pochi giorni fa, ha dato l’opportunità alla città e ai tanti cinefili interessati, di assistere a uno degli appuntamenti più speciali e istruttivi del Festival: l’incontro con il regista Bernardo Bertolucci. L’evento, che si è svolto sabato 25 giugno, nella cornice del Teatro Sperimentale di Pesaro, ha visto come conduttori due grandi teorici del cinema, nonché storici fondatori del Festival del Cinema di Pesaro, Bruno Torri e Adriano Aprà.

La Mostra dei Film DreamWorks: Sogni, Magia e Avventure a Roma

La Mostra dei Film DreamWorks: Sogni, Magia e Avventure a Roma

Il team di Art Ludique-Le Musée, in collaborazione con DreamWorks Animation e Universal Pictures International Italy, annunciano «La Mostra dei Film DreamWorks: Sogni, Magia e Avventure» a Roma dal 24 Settembre al 29 Ottobre presso L’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone.

La mostra organizzata da Universal Pictures International Italy è realizzata con il patrocinio del Comune di Roma Assessorato ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda in collaborazione con Fondazione Musica per Roma. Cultural Partner Alice nella città e Festa del Cinema di Roma, media partner Radio Dimensione Suono Soft. L’ingresso alla mostra sarà gratuito su prenotazione. Per info e prenotazioni www.auditorium.it

Il prestigioso studio DreamWorks Animation, fondato da Steven Spielberg,  Jeffrey Katzenberg e David Geffen, ha aperto le porte al team del museo Art Ludique, con l’obiettivo di selezionare, in collaborazione con gli artisti dello studio, le opere più straordinarie e rappresentative. Nel percorso della mostra i visitatori scopriranno lo spirito unico che caratterizza alcuni dei grandi capolavori dello studio, e le specificità che ne definiscono la personalità.

Lo studio DreamWorks, di cui fanno parte molti artisti cosmopoliti, ha prodotto molti film che costituiscono un vero e proprio «tour mondiale dell’animazione» (Il principe d’Egitto, Madagascar, Kung Fu Panda, Il piccolo yeti, etc.). Altra caratteristica dello studio è quella di avere uno stile artistico senza limiti, che non utilizza né ricette né formule, ma si serve piuttosto di tutti gli stili possibili, che mette al servizio della storia e della narrazione.

È grazie a questo che lo studio ha saputo reinterpretare racconti e leggende del passato in modo umoristico e poetico e al tempo stesso è stato in grado di dar vita a fiabe contemporanee. La mostra esporrà più di 300 opere selezionate in collaborazione con gli artisti della DreamWorks Animation studio.

Oltre alle illustrazioni storiche dello studio il pubblico potrò ammirare esclusivi dipinti digitali dalle produzioni più recenti della DreamWorks, tra cui la ricerca per i film Spirit – Il Ribelle, Baby Boss 2, Troppo Cattivi, Ruby Gillman – La ragazza con i tentacoli e molti lavori colorati e impattanti, sviluppati per Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio e una grande selezione di opere esclusive di Trolls 3 – tutti insieme, alcuni di questi anche in formato gigante!

La mostra sarà arricchita anche da delle interviste esclusive con i creatori di Trolls 3 – tutti insieme, tra cui il regista Walt Dohn, il co regista Tim Heitz e produttrice Gina Shay, ripresi presso lo studio della DreamWorks a Glendale unicamente per la mostra di Roma. Trolls 3 – tutti insieme, il terzo capitolo della saga diretto da Walt Dohrn verrà presentato in anteprima ad Alice nella città   in occasione della prossima edizione che si svolgerà tra il 18 e il 29 ottobre. Il film a cui prestano le voci nella versione originale Justin Timberlake (Branch) e Anna Kendrick (Poppy) sarà doppiato nella versione italiana da Stash e Lodovica Comello.

A completare il percorso espositivo saranno presenti anche opere dei film DreamWorks sin dalla sua creazione nel 1994, un itinerario che racconta la storia dello studio, da Il principe d’Egitto, Z la formica e chiaramente Shrek, il primo film a vincere per lo studio un Oscar per animazione del 2002. A seguire visitatori potranno ammirare la diversità dei prodotti DreamWorks, gli stili diversi e creatività che spazia da Bee Movie a Baby Boss a Megamind a I Croods e Ruby Gillman – La ragazza con i tentacoli.

Il pubblico scoprirà il lavoro magnifico di ricerca, creazione e immaginazione usata per reinventare storie e leggende, e lo sviluppo di nuovi racconti: Le 5 leggende, Dragon Trainer, Troppo Cattivi, Il gatto con gli stivali e Trolls. Pezzi eccezionali conquisteranno il pubblico dei film e chi apprezza opere originali potrà vedere disegni unici, tra cui uno story board in matita per il film Shrek e spettacolari disegni con lo sviluppo del personaggio di Po in Kung Fu Panda, oltre ai meravigliosi draghi dalla serie di Dragon Trainer.

Art Ludique – Le Musée

Il Museo è stato ideato e progettato nel 2013 da Jean-Jacques Launier e dalla moglie Diane, rispettivamente Presidente e Direttore generale. Il museo ha presentato le mostre “Pixar, 25 ans d’animation” e “L’Art des Super-Héros Marvel”, che si posizionano nella top 15 delle mostre più viste in Francia nel 2014; e ancora, “Dessins du studio Ghibli: les secrets du layout pour comprendre l’animation de Takahata et Miyazaki”, “Aardman, l’Art qui prend forme”, “L’Art dans le jeu vidéo”, “L’Art de Blue Sky”, “L’Art des Studios d’Animation Walt Disney, le mouvement par nature” e “L’Art de DC, L’Aube des Super Héros”.

Jean-Jacques e Diane Launier hanno inoltre fondato a Parigi, nel 2003, la galleria Arludik, la prima al mondo a esporre e vendere disegni originali di fumetti, videogiochi, manga, film d’animazione e cinema.

I due sono inoltre gli ideatori e gli organizzatori della mostra “Miyazaki-Moebius”, allestita nel 2005 al Museo della zecca di Parigi, e di numerose altre mostre come “L’Âge de Glace” a La Baule, “L’Art de John Howe” su Il Signore degli Anelli, “Hommage à Toy Story” ad Angoulême e “L’Art de Moi Moche et Méchant” ad Annecy.

Jean-Jacques Launier è autore del romanzo La Mémoire de L’Âme: ogni pagina è illustrata con un disegno di Moebius (Anne Carrière-Stardom); Launier è inoltre co-autore del libro Art Ludique (Sonatine éditions). Nel 2016 è stato nominato Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere.

Universal Pictures International

Universal Pictures è una società di intrattenimento leader a livello mondiale con una presenza forte e diversificata nella produzione e nella distribuzione di film.

Universal Pictures International Italy commercializza e distribuisce direttamente i film tramite i propri uffici a Roma, promuovendo campagne e strategie di lancio dei prodotti che rispondono alla cultura e alle tendenze del territorio. Universal Pictures fa parte di NBCUniversal, una delle principali aziende leader nel mondo dei media e dell’intrattenimento per quanto riguarda lo sviluppo, la produzione ed il marketing dello spettacolo, delle notizie e dell’informazione per un pubblico globale.

NBC Universal detiene e gestisce un pregevole portfolio di canali votati all’informazione e all’intrattenimento, una casa cinematografica, importanti attività di produzione televisiva, il principale gruppo di emittenti televisive, e parchi a tema di fama mondiale.

NBC Universal è una controllata di Comcast Corporation.

La mossa del pinguino: recensione del film con Edoardo Leo

La mossa del pinguino: recensione del film con Edoardo Leo

Arriva nelle sale italiane il primo film da regista di Claudio Amendola, La mossa del pinguino, film che vede protagonisti un cast d’eccezione composto da Edoardo Leo, Ricky Memphis, Antonello Fassari e Ennio Fantastichini.

In La mossa del pinguino Bruno (Edoardo Leo) e Salvatore (Ricky Memphis) sono amici e precari, uno sotto sfratto, l’altro col padre malato a carico. Bruno è un Peter Pan inconcludente e un po’ folle, amante delle imprese impossibili. Salvatore lo asseconda per amicizia. Così pensano di mettere su una squadra di curling e partecipare alle Olimpiadi invernali, convinti che sia facile, sognando di vincere e magari arricchirsi. Neno (Antonello Fassari) e Ottavio (Ennio Fantastichini) – un biscazziere mago del biliardo e un rigoroso vigile pensionato, patito di bocce, entrambi senza nulla da perdere – sono i compagni ideali. Quest’avventura rimette tutti in gioco.

La mossa del pinguino: il film

Per il suo esordio da regista Claudio Amendola punta sul sicuro: squadra collaudata di amici (con il fratello Giorgio H. Federici alle musiche e la figlia Alessia interprete). Non fa il passo più lungo della gamba, ma ciò che ci si aspetta. Parla di sport come passione e come modo per avvicinare le persone, di amicizia e legami affettivi, di vita quotidiana nella periferia romana con gioie, dolori, sogni.

La trama di La mossa del pinguino sta tra originalità – lo sport poco noto del curling, in cui si fa scivolare una pietra sul ghiaccio aiutandosi con delle “scopette”; la follia del sogno olimpico – e prevedibilità – Leo come bambinone precario che architetta un modo per “svoltare”, lo sviluppo che non riserva grosse sorprese.  Certe dinamiche ne riecheggiano altre (il personaggio di Neno ha un’umanità più simile a quella di Cesare Cesaroni che alla crudeltà di un ex strozzino, Memphis e Fiorentini tornano ad essere padre e figlio).

A dispetto di un titolo non felicissimo, La mossa del pinguino funziona. Funziona perché è una  commedia onesta, con un cast affiatato, dai perfetti tempi comici, ma anche capace di dare corpo a momenti di amaro realismo – l’ormai nota bravura di  Memphis, Fassari e Leo, per non dire di Inaudi e Fantastichini – credibilissimo anche nei panni del burbero vigile burino e zoppo. Notevole anche la disinvoltura del piccolo Damiano De Laurentiis, già ne La nostra vita. La sceneggiatura – di Amendola e Leo con Michele Alberico e Giulio Di Martino – ha un buon ritmo e una scrittura efficace. Si ride per la classica comicità di situazione, sfruttata nella giusta misura. Ma il film ha anche un’anima più seria, mostra la realtà senza ipocrisie né vittimismi, con le sue durezze. C’è abilità nel fotografare certi nodi, certe solitudini, certi tabù come quello della vecchiaia e della morte. Un’attitudine da classica commedia all’italiana che riesce ad avvicinare lo spettatore e creare empatia, al di là della semplice risata.

Dunque un lavoro che non stupisce con effetti speciali, ma rientra nei canoni della commedia italiana che vive di luoghi e storie quotidiane, per chi non ama le  commedie patinate.

La Mossa del pinguino Trailer del film di Claudio Amendola

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La Mossa del pinguino Trailer del film di Claudio Amendola

Arriverà nelle sale il prossimo 6 marzo, La Mossa del pinguino, la pellicola prodotta da De Angelis Group e distribuita da Videa, che segna il debutto alla regia di Claudio Amendola con Edoardo Leo, Ricky Memphis, Ennio Fantastichini, Antonello Fassari, Francesca Inaudi.

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La Mossa del PinguinoLA MOSSA DEL PINGUINO è il sogno olimpico di quattro uomini disagiati che scoprono per caso il gioco del curling e si convincono di poter partecipare alle Olimpiadi Invernali di Torino 2006 dove l’Italia, paese ospitante, avrà di diritto una squadra qualificata. S’ingegnano in allenamenti improbabili, trovano scappatoie alle regole, provocano gli avversari e finiscono per diventare campioni italiani, acquisendo così il diritto di partecipazione alle Olimpiadi. Per riuscirci dovranno però diventare uomini migliori. La loro è una storia di riscatto individuale e familiare, prima ancora che sociale. I toni sono quelli della commedia, il riferimento più vicino è senz’altro l’inglese “Full Monty” di Peter Cattaneo, pur mantenendo in modo forte la propria identità di commedia italiana.

Una storia talmente assurda che è addirittura vera! Rincorrere un sogno non è mai stato così divertente…

La mossa del pinguino Claudio Amendola presenta il suo esordio da regista

La Mossa del PinguinoIncontro stampa per La mossa del pinguino, con cui Claudio Amendola esordisce alla regia con tra sport, divertimento e problemi di ogni giorno, affiancato da un cast di amici (Edoardo Leo, Antonello Fassari, Ricky Memphis, Francesca Inaudi, Ennio Fantastichini).

Com’è nato il progetto?

Claudio Amendola:Edoardo sapeva che stavo cercando una storia con cui debuttare. Quando ha letto questo soggetto (di Michele Alberico, Giulio Di Martino e Andrea Natella ndr) l’ha trovato giusto per me. lo me ne sono subito innamorato: parlava di sogno, sport e amicizia, i temi che volevo affrontare. Abbiamo lavorato per renderlo più simile alla nostra idea di cinema”.

Edoardo Leo:Conosco il progetto dal 2005. Amavo il personaggio di Bruno e volevo qualcuno che mi dirigesse. Siccome è una storia delicata, di sport, d’amore, con elementi molto intimi, conoscendo il lato più “sentimentale” di Claudio, pensavo fosse la  persona giusta”. E a proposito dei film sui precari: “Oggi se ti propongono un film, è sempre la storia di un precario, ma noi spesso abbiamo trovato i film sui precari poco aderenti. C’era sempre un piagnucolare eccessivo, o il dramma. Volevamo raccontare dei disagiati, con molti problemi, ma non necessariamente infelici per questo”.

Come nasce il desiderio della regia?

C. A.:La parte tecnica di questo mestiere mi ha entusiasmato da subito. Gli anni davanti alla macchina da presa sono stati quasi un tirocinio per arrivare pronto a questo momento”.

Quanto c’è di vostro nei personaggi?

E. L.: “Volevo spiegare alle donne perché un uomo, se lo inviti a un matrimonio a 100 metri da casa non ci viene, ma se si deve alzare alle 4:30 per andare a giocare a calcetto il 3 gennaio, ci va. Il motivo è che abbiamo questa parte anche molto ingenua e per certi versi stupida, che però è una caratteristica di una generazione (quella mia e di Claudio). Quell’ingenuità ha in sé una poesia”.

Com’è stato dirigere degli amici?

C. A.:Proporre loro il film è stato un colpo gobbo. Neno l’ho scritto su Antonello. Ricky non poteva non partecipare al mio esordio, con lui ho fatto le cose più belle della mia carriera; poi volevo una perla nel cast e ho provato a chiedere a Ennio di partecipare”.

Un commento all’Oscar italiano

C. A.:Speriamo faccia molto bene al nostro cinema. Sono molto contento del riconoscimento. Ho amato al 50%  il film, ma capisco che sia un film che vince l’Oscar”.

Cosa vi è piaciuto del lavoro e dei vostri personaggi?

Ennio Fantastichini:Mi ha colpito l’idea dell’abbandonarsi a un sogno in un paese che sembra abbia rinunciato ai suoi, e una visione dello sport non prettamente competitiva. Poi, finalmente, nessuno vive in un loft di 400 mq, ma c’è un forte legame con la nostra attuale contingenza”.

Antonello Fassari:Il mio è uno di quei personaggi che una volta stavano nelle bische, tipico degli anni ’70, un sopravvissuto. La cosa  pesante del film è stato il curling, a cui siamo arrivati assolutamente impreparati”.

In sala dal 6 marzo in 200 copie.

La mossa del pinguino

La mossa del diavolo: trama, cast e curiosità sul film con Kim Basinger

Sono molti i film che affrontano l’eterna lotta tra Bene e Male attraverso la presenza di forze divine e infernali. Celebri titoli di questo filone del genere thriller/horror sono Rosemary’s Baby, L’esorcista, Il presagio o L’avvocato del diavolo o il più recente I segni del male. Tra questi si colloca anche La mossa del diavolo, film del 2000 diretto da Chuck Russell, regista divenuto noto grazie ad altri film di questo genere come Nightmare 3 – I guerrieri del sogno e Blob – Il fluido che uccide. Con questo suo ennesimo lungometraggio ha così confermato la propria predisposizione al genere, affrontando tematiche sempre ricche di fascino.

Per La mossa del diavolo egli si è affidato al romanzo Bless the Child, scritto da Cathy Cash Spellman. Realizzando una trasposizine di questo Russell ha così avuto modo di dar vita ad un’opera incentrata sulla natura della fede come anche sui peccati dell’uomo. Riflessioni che gli amanti del genere potranno trovare qui declinati in modi inaspettati, con una trama ricca di colpi di scena. Arricchito da un cast di celebri star di Hollywood, tra cui anche una premio Oscar come protagonista, il film non manca ancora oggi di generare un certo fascino.

Costato circa 65 milioni di dollari per via dei suoi numerosi effetti speciali, La mossa del diavolo non ottenne in realtà ottimi riscontri al momento della sua uscita. Negli anni è però diventato un vero e proprio scult, da recuperare se appassionati di questa tipologia di storie. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La mossa del diavolo: la trama del film

Il film racconta la storia di Maggie O’Connor, un’infermiera newyorkese che vive una vita tranquilla e solitaria. Questa viene però stravolta nel momento in cui si imbatte in Cody, neonata che sua sorella Jenna le ha lasciato prima di scappare via senza spiegazioni. Maggie deciderà allora di crescere la bambina nella speranza che un giorno possa ricongiungersi con la madre. Con il passare degli anni, la donna si affeziona sempre di più alla bambina e la tratta come se fosse proprio sua figlia. Sei anni dopo, la sorella Jenna torna nella vita di Maggie insieme al marito Eric Stark, il capo di una nota setta satanica che ufficialmente aiuta chi si trova in difficoltà.

Senza troppe spiegazioni, i due sono intenzionati a prendere Cody e portarla via con sé. Maggie, intuendo qualcosa di malvagio nelle loro azioni, specialmente per via dell’attività di Eric, decide di opporsi. Le sue proteste però potranno poco contro i due, che riusciranno a rapire la bambina. Nel disperato tentativo di ritrovarla prima che le accada qualcosa, Maggie inizia un’indagine insieme all’agente dell’FBI John Travis. Ben presto, la donna scoprirà il motivo del rapimento, come anche gli straordinari poteri racchiusi in Cody, la quale si rivela non essere una comune bambina.

La mossa del diavolo cast

La mossa del diavolo: il cast del film

Ad interpretare il personaggio di Maggie O’Connor vi è l’attrice Kim Basinger, premio Oscar per il film L.A. Confidential. Originariamente il personaggio da lei interpretato era pensato per essere la nonna di Cody. Dal momento che nella realtà la Basinger aveva però una bambina più o meno coetanea di quella presente nel film, fu ritenuta troppo giovane per essere una nonna. Il personaggio venne così riscritto per essere la sorella della madre di Cody. L’attrice si disse particolarmente attratta dal ruolo e dal film, specialmente per via delle sue tematiche. Non avendo mai recitato in un film di questo genere, inoltre, fu ulteriormente invogliata a partecipare al progetto.

Accanto a lei, nei panni di Cody, si ritrova l’attrice Holliston Coleman. Oggi nota per la serie Medium, questa aveva all’epoca del film recitato solo in un precedente lungometraggio. Grazie a questo fu notata e scelta per la parte della misteriosa bambina. Nei panni del malvagio Eric Stark si ritrova invece l’attore Rufus Sewell, oggi noto per essere stato John Smith nella serie L’uomo nell’alto castello. Nei panni di Jenna, madre di Cody, vi è l’attrice Angela Bettis, mentre Christina Ricci interpreta Cheri Post, una giovane ragazza tossicodipendente che fornirà a Maggie preziosi indizi. Jimmy Smith, infine, è l’agente John Travis. L’attore è in particolare noto per aver interpretato Bail Organa nella trilogia prequel di Star Wars.

La mossa del diavolo: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di La mossa del diavolo grazie alla sua presenza su una delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nel catalogo di Infinity. Su questa si avrà modo di guardare il film in totale comodità e al meglio della qualità video. In alternativa si potrà guardare il film in diretta streaming, gratuitamente, su Mediaset Play, nella pagina dedicata alle dirette. Il film sarà infatti disponibile gratuitamente on-demand su Mediaset Play dopo la messa in onda, prevista per sabato 27 febbraio alle ore 21:00 sul canale Iris.

Fonte: IMDb

La Mosca: recensione del fim di David Cronenberg

La Mosca: recensione del fim di David Cronenberg

La Mosca è il film cult del 1986 di David Croneneberg con protagonisti nel cast Jeff Goldblum e Geena Davis.

Nel 1986 David Cronenberg realizza un remake di un classico del genere horror contaminato da venature fantascientifiche, L’esperimento del dottor K portato al cinema da K.Neumann nel 1958 e interpretato magistralmente da un inquietante Vincent Price.

La pellicola girata nel XX secolo si intitola La mosca e ricalca in parte la trama dell’originale: un brillante genetista di fama mondiale, Seth Brundle (interpretato da un titanico Jeff Goldblum) costruisce una macchina per il teletrasporto in grado di cambiare per sempre la percezione che gli esseri umani hanno delle coordinate spazio-temporali; ma il rivoluzionario marchingegno infernale mostra qualche “piccolo” difetto nel teletrasporto degli esseri viventi.

Dopo un primo, eclatante, successo (su un povero babbuino!)  la sicurezza di Seth cresce, ma in maniera inversamente proporzionale rispetto alla storia con la giornalista Veronica (Geena Davis), della quale è geloso. Ubriaco e fuori di sé, tenta di teletrasportarsi da lei introducendosi nella cabina, ma con lui si introduce nell’abitacolo anche una mosca. Pian piano Seth scopre di essere diventato più forte, resistente e disgustoso: comincia a decomporsi, perde intere parti del corpo e frammenti di pelle, si deforma, in definitiva comincia a trasformarsi in qualcosa di… “altro”, in una mosca.

La mosca mostra tutto il gusto gore cronenberghiano per gli eccessi che indugiano nelle deformazioni fisiche e psichiche, collocando di diritto l’opera nel filone del body horror, uno dei tanti sottogeneri dell’horror-splatter che vede un’attenzione perversa proprio per le deformità fisiche del corpo umano, seguendo con occhio clinico le sue metamorfosi, i suoi cambiamenti, i suoi smembramenti. Spesso questo genere si accompagna a un gusto grottesco e iperrealista condito però da una discreta dose di sottile e caustica ironia provocatoriamente disgustosa, erede del tocco di quei registi, si veda Sam Raimi, che ne hanno fatto una loro cifra stilistica.

La Mosca, oltre ad essere un delirante e disgustoso viaggio attraverso il crollo e la radicale trasformazione psico-fisica di un uomo, può inoltre essere letto come una riflessione su alcuni punti fondamentali che rientrano nel dibattito sulla bioetica e le nuove scienze: i limiti della tecnologia e le sue conseguenze (il teletrasporto e il suo tragico epilogo); la volontà umana di migliorare a tutti i costi le proprie condizioni fisiche (l’iniziale stupore di Seth di fronte alle nuove capacità fisiche acquisite); le polemiche riguardo all’aborto, temi che forse David Cronenberg non si è mai minimamente sognato di toccare ma che risaltano, insistentemente, agli occhi dello spettatore più attento che legge nella semplice parabola macabra dell’uomo-mosca una metafora dei nostri tempi asettici, dominati da scienza e tecnologia.

La trasformazione del protagonista, poi, sembra evocare a tratti quello stesso orrore “quotidiano” de La metamorfosi kafkiana. Se nel racconto del celebre scrittore ceco lo scarafaggio indicava la mediocrità, forse nella pellicola di David Cronenberg la mosca in cui si trasforma Brundle può essere emblema di un male antico, radicato e irrazionale. Non a caso, nella Bibbia e nei Vangeli il principe dei demoni è chiamato proprio Beelzebub (o Belzebù), che vuol dire “Signore/Dio delle mosche”.

La mosca oscilla tra un gusto gore unito a un’estetica che rimanda ai film di fantascienza stile Alien, dove tutto però è avvolto da un’atmosfera di sottile e perversa inquietudine uscita direttamente da uno dei migliori incubi kafkiani.

La morte ti fa bella: trama, cast e curiosità sul film con Meryl Streep

Il regista premio Oscar Robert Zemeckis ha nel corso della sua carriera realizzato film di vario genere, dal fantascientifico Ritorno al futuro al drammatico Forrest Gump, dall’horror Le verità nascoste al biografico The Walk. Uno dei suoi titoli più bizzarri e ancora oggi più apprezzati è anche La morte ti fa bella, da lui diretto nel 1992 e scritto da Martin Donovan e David Koepp. Il film è in particolare ricordato per la sua trama grottesca, in cui si mescolano commedia e fantasia, ma anche per i suoi sbalorditivi effetti speciali, premiati poi con l’Oscar.

Il film si presentava infatti come tecnologicamente complesso da realizzare e ha rappresentato un importante progresso nell’uso degli effetti generati dal computer, sotto la direzione pionieristica della Industrial Light and Magic. Ad esempio, è stato il primo film in cui è stata utilizzata una trama della pelle generata al computer. Nonostante la grande presenza di effetti speciali e il coinvolgimento di celebri interpreti di Hollywood, La morte ti fa bella riuscì ad avere un budget contenuto di soli 55 milioni di dollari. L’incasso globale di 150 portò dunque il film ad affermarsi come un buon successo, con personaggi e scene ancora oggi iconiche.

Negli anni la pellicola ha poi guadagnato lo status di cult, come anche un significativo numero di fan, specialmente all’interno della comunità LGBT. Si tratta dunque di un film imperdibile, sorprendente sotto più punti di vista e sempre divertente nella sua follia. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La trama di La morte ti fa bella

La storia di La morte ti fa bella vede Helen Sharp, ambiziosa aspirante scrittrice, sconvolta dal tradimento del suo fidanzato Ernest Melville con la seducente attrice Madeline Ashton, ex compagna di classe di Helen. Vent’anni dopo, Helen sembra aver finalmente superato i propri traumi, curando sé stessa e divenendo la scrittrice che desiderava essere. Al contrario, la rivale Madeline ha perso tutta la sua bellezza nonché popolarità, vivendo ora una crisi matrimoniale con Ernest. Per paura che il marito possa decidere di lasciarla per tornare con Helen, Madeline decide di rivolgersi ad una misteriosa clinica dove l’affascinante Lisle le fa acquistare un elisi di lunga vita. Da quel momento, la vita di lei, di Helen e del pover Ernest diventerà quantomai ricca di imprevisti.

La morte ti fa bella: il cast del film

Ad interpretare il ruolo della scrittrice Helen Sharp vi è l’attrice premio Oscar Goldie Hawn, mentre il ruolo di Madeline Ashton è interpretato dalla tre volte premio Oscar Meryl Streep. Entrambe hanno dichiarato di aver trovato i personaggi talmente originali da non poter perdere l’occasione di darvi vita. La Streep, però, ha anche affermato di aver trovato frustrante l’esperienza di doversi relazionare con i tanti effetti speciali nel film, al punto tale da non voler più prendere parte ad un film simile. Nel corso delle riprese si è anche verificato uno spiacevole incidente quando durante la scena di lotta tra le due donne la Streep ha realmente ferito al volto la collega.

Nel ruolo di Ernest Menville si ritrova l’attore Bruce Willis, il quale ha sostituito Kevin Kline dopo che questi chiese un compenso troppo elevato. L’attrice italiana Isabella Rossellini, invece, interpreta la misteriosa Isle. Poiché per tale personaggio era prevista una scena di nudo, la Rossellini richiese una controfigura, non volendo lei recitare senza indumenti. In totale, l’attrice, pur essendo indicata come una delle interpreti primarie del film, compare soltanto per 12 minuti complessivi all’interno del film. Nel ruolo di uno dei dottori presenti nel corso della storia, inoltre, vi è il celebre regista premio Oscar Sydney Pollack, che compare con un cameo non accreditato.

La morte ti fa bella finale alternativo

La morte ti fa bella: il finale alternativo del film

Originariamente il film aveva un finale differente rispetto a quello oggi ufficiale. In questo, dopo essere fuggito dalla casa di Lisle, Ernest trovava rifugio nel bar dove lavorava Toni, una ragazza con cui aveva stretto amicizia interpretata da Tracey Ullman. Con lei l’uomo riusciva a inscenare la sua morte e a scappare via. Ventisette anni dopo, in Europa, Madeline ed Helen, ormai ridotte a manichini grotteschi, sono in viaggio per sfuggire alla noia di quella “vita forzata”. Per caso si imbattono in un’anziana coppia che si tiene per mano su una panchina, e se ne prendono gioco. I due anziani si rivelano poi essere proprio Ernest e Toni.

Tale finale fu però tagliato e sostituito dopo che una prima proiezione di prova aveva fatto riscuotere pareri negativi. In generale, lo si era ritenuto troppo sdolcinato e poco in linea con il resto del film. Per questo il personaggio di Toni venne interamente rimosso, portando a riscrivere interamente le sorti del personaggio di Enerst. La sceneggiatura originale, contenente tale finale, nonché le riprese fatte di questo, sono oggi disponibili online e per i fan si tratta di materiale particolarmente interessante, specialmente per poter guardare il film con altri occhi.

La morte ti fa bella: il trailer e dove vedere il film completo in streaming e in TV

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. La morte ti fa bella è infatti disponibile nei cataloghi di Google Play, Apple iTunes, Amazon Prime Video e Now. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui guardare il titolo. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di giovedì 21 settembre alle ore 21:10 sul canale TwentySeven.

Fonte: IMDb

La morte ti fa bella: la spiegazione del finale del film

La morte ti fa bella: la spiegazione del finale del film

Quando La morte ti fa bella uscì nel 1992, il pubblico si trovò davanti a un film difficile da classificare. Apparentemente era una commedia nera costruita attorno alla rivalità tra due donne ossessionate dalla bellezza e dall’eterna giovinezza, ma dietro il tono grottesco e caricaturale il regista Robert Zemeckis (autore di Forrest Gump e il recente Here) stava realizzando qualcosa di molto più feroce. Il film utilizza il linguaggio della satira fantastica per mettere in scena il terrore dell’invecchiamento, il culto dell’apparenza e la disperazione di una società incapace di accettare il decadimento del corpo. Ancora oggi, a distanza di decenni, il film conserva una modernità impressionante proprio perché molte delle sue ossessioni sono diventate centrali nella cultura contemporanea.

La rivalità tra Madeline Ashton e Helen Sharp, interpretate da Meryl Streep e Goldie Hawn, si trasforma progressivamente in una guerra eterna alimentata dall’invidia, dal narcisismo e dal bisogno di sentirsi desiderabili. In mezzo a loro si trova Ernest Menville, il personaggio interpretato da Bruce Willis, che inizialmente appare come una figura debole e manipolabile ma finisce per incarnare il vero centro morale della storia. Il finale del film chiarisce definitivamente questa dinamica: l’immortalità promessa dal misterioso elisir di Lisle Von Rhuman non è un dono, ma una condanna che trasforma la paura della morte in una prigionia infinita.

Come Robert Zemeckis trasforma la commedia nera in una satira sull’ossessione per la giovinezza

Bruce Willis e Goldie Hawn in La morte ti fa bella

All’inizio degli anni Novanta Robert Zemeckis era uno dei registi più influenti di Hollywood grazie al successo di film come Ritorno al futuro e Chi ha incastrato Roger Rabbit. Con La morte ti fa bella, però, decide di utilizzare gli effetti speciali e il tono spettacolare del cinema mainstream per raccontare qualcosa di profondamente disturbante. Il film sembra una commedia elegante e assurda, ma sotto la superficie nasconde una riflessione amarissima sul rapporto tra corpo, identità e paura del tempo.

La Hollywood raccontata nel film è un ambiente dominato dall’apparenza. Madeline vive nel terrore di perdere il proprio fascino, mentre Helen trasforma la propria frustrazione sentimentale in un’ossessione autodistruttiva. Entrambe considerano la bellezza come l’unico vero strumento di potere possibile, e questo rende inevitabile il loro scontro. È significativo che il personaggio più equilibrato della storia sia Ernest, un uomo che lavora sui corpi morti e che conosce quindi il destino inevitabile della carne meglio di chiunque altro.

Anche la figura di Lisle Von Rhuman assume un significato molto preciso. Interpretata da Isabella Rossellini, Lisle rappresenta il lato seducente dell’immortalità contemporanea: lusso, eterna giovinezza, perfezione fisica. Il suo mondo sembra esclusivo e sofisticato, ma in realtà funziona come una setta fondata sulla negazione della natura umana. Tutti i personaggi che bevono la pozione diventano prigionieri del proprio corpo, costretti a conservarlo artificialmente mentre continua lentamente a deteriorarsi.

Il film anticipa così temi che sarebbero diventati sempre più presenti nei decenni successivi: chirurgia estetica estrema, ossessione per l’immagine pubblica, paura patologica dell’invecchiamento e trasformazione del corpo in un oggetto da preservare a ogni costo. Dietro l’umorismo nero e gli effetti speciali rivoluzionari per l’epoca, La morte ti fa bella costruisce una critica durissima alla cultura dell’eterna giovinezza.

La spiegazione del finale di La morte ti fa bella: perché Ernest è l’unico personaggio davvero immortale

La morte ti fa bella film

Il finale del film porta alle estreme conseguenze tutto ciò che era stato suggerito nella parte centrale della storia. Dopo essere sopravvissute a ferite impossibili grazie all’elisir di Lisle, Madeline e Helen comprendono di avere bisogno di Ernest per mantenere i loro corpi in condizioni accettabili. Lui, che ormai lavora come tanatoesteta, è l’unico capace di “ripararle” continuamente. È un passaggio fondamentale perché ribalta completamente i rapporti di forza: l’uomo che per anni era stato manipolato dalle due donne diventa improvvisamente indispensabile.

Quando Lisle offre anche a Ernest la possibilità dell’immortalità, il film arriva al proprio nucleo filosofico. Ernest comprende immediatamente il prezzo reale della pozione. Guardando Madeline ed Helen capisce che l’immortalità non blocca il decadimento dell’identità, ma prolunga semplicemente la decomposizione fisica e psicologica. Per questo rifiuta il dono e preferisce rischiare la morte piuttosto che trascorrere un’eternità intrappolato in quel circolo tossico.

La fuga dal tetto è simbolicamente molto importante. Helen e Madeline implorano Ernest di bere la pozione per salvarsi dalla caduta imminente, ma lui sceglie deliberatamente la vulnerabilità umana. Sopravvive cadendo nella piscina di Lisle, e quel momento rappresenta la liberazione definitiva dal loro mondo artificiale. Ernest decide di vivere una vita normale, accettando il tempo e la mortalità come elementi necessari dell’esistenza.

Il salto temporale di trentasette anni rende ancora più chiaro il messaggio del film. Al funerale di Ernest scopriamo che ha avuto una seconda moglie, una famiglia numerosa e una vita piena di esperienze autentiche. Il sacerdote afferma che Ernest ha raggiunto la vera immortalità attraverso le persone che ha amato e le vite che ha toccato. È una frase centrale perché ribalta completamente il significato della parola “immortalità” all’interno del film.

Madeline ed Helen, invece, appaiono ormai come cadaveri ambulanti tenuti insieme da vernice, stucco e pezzi artificiali. La loro eterna giovinezza si è trasformata in una caricatura orribile della bellezza che inseguivano disperatamente.

Il vero tema del film è il terrore della decadenza e l’impossibilità di fermare il tempo

Bruce Willis in La morte ti fa bella

Il cuore di La morte ti fa bella non è la magia dell’elisir, ma la paura dell’invecchiamento. Madeline ed Helen vivono in funzione dello sguardo altrui. La loro identità dipende dalla capacità di apparire desiderabili, giovani e vincenti. Per questo il film presenta la bellezza come una forma di dipendenza: più cercano di conservarla, più perdono sé stesse.

La cosa più interessante è che il film non punisce semplicemente il narcisismo femminile, come qualcuno potrebbe superficialmente pensare. In realtà critica un intero sistema culturale che spinge le persone a considerare il corpo come un prodotto da mantenere perfetto. Madeline ed Helen diventano vittime di quell’ideologia molto prima di bere la pozione. L’immortalità rende soltanto visibile una condizione che esisteva già.

Anche il deterioramento fisico delle due protagoniste ha una funzione simbolica potentissima. I loro corpi continuano a rompersi perché il film suggerisce che la materia non può essere separata dal tempo. Ogni tentativo di congelare artificialmente la giovinezza produce mostruosità. Le crepe, i buchi nel corpo, la pelle che si stacca diventano immagini concrete della paura contemporanea di invecchiare.

Ernest rappresenta invece l’accettazione della fragilità umana. È significativo che trovi la felicità soltanto dopo aver abbandonato Madeline e Helen. Finché rimane intrappolato nella loro ossessione estetica è un uomo depresso, alcolizzato e passivo. Quando sceglie la mortalità recupera invece la possibilità di vivere davvero.

Perché il finale di La morte ti fa bella anticipa molte ossessioni contemporanee

La morte ti fa bella finale alternativo

Rivedendo oggi il film, è impressionante quanto molte sue intuizioni sembrino parlare direttamente al presente. La cultura contemporanea è dominata dall’idea della performance estetica continua: social network, chirurgia cosmetica, filtri digitali e culto della perfezione fisica hanno reso il messaggio del film ancora più attuale.

Madeline ed Helen sembrano quasi anticipare figure moderne ossessionate dall’immagine pubblica. La loro incapacità di accettare il passare del tempo ricorda il rapporto contemporaneo con la visibilità e la paura di diventare irrilevanti. Il film suggerisce che il desiderio di eterna giovinezza nasconda in realtà un’enorme paura della morte e della solitudine.

Anche Lisle Von Rhuman può essere letta come una figura antesignana dell’industria del wellness e della promessa di perfezione permanente. Il suo mondo elitario vende l’illusione che il denaro possa liberare gli esseri umani dalla mortalità, ma il film mostra chiaramente il contrario: chi rifiuta il tempo finisce per perdere la propria umanità.

Cosa significa davvero il finale di La morte ti fa bella

Isabella Rossellini e Meryl Streep in La morte ti fa bella

Il finale di La morte ti fa bella afferma che la mortalità dà significato alla vita. Ernest diventa “immortale” proprio perché accetta di essere umano, fragile e destinato a morire. Madeline ed Helen, invece, ottengono ciò che desideravano ma scoprono che vivere per sempre senza evolversi significa restare bloccate in un eterno presente fatto di rancore, superficialità e dipendenza reciproca.

L’ultima scena sulle scale è perfettamente coerente con questa idea. I loro corpi si frantumano letteralmente mentre continuano a discutere e insultarsi, incapaci di cambiare davvero anche dopo decenni. È un finale grottesco e tragico insieme, perché mostra due donne che hanno sconfitto la morte biologica ma sono spiritualmente ferme da anni.

Per questo il film di Robert Zemeckis è rimasto un cult. Dietro l’umorismo nero e l’estetica esagerata, racconta una verità profondamente umana: cercare di fermare il tempo può trasformarsi nella forma più crudele di autodistruzione. La vera immortalità, suggerisce il film, non consiste nel conservare eternamente il proprio corpo, ma nel lasciare un segno autentico nella vita degli altri.

LEGGI ANCHE: La morte ti fa bella: trama, cast e curiosità sul film con Meryl Streep

La Morte Nera distrugge l’Enterprise: Video!

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La Morte Nera distrugge l’Enterprise: Video!

morte-neraE’ un video davvero eccezionale quello segnalato dal blog tematico di Badtste, BadWars, in cui una Morte Nera in costruzione distrugge l’Enterprise di ritorno sulla Terra nel cielo di San Francisco.

Come ci informa la descrizione del video, prodotto e segnalato al blog da Ign, Dopo Star Trek IV, l’equipaggio dell’Enterprise torna sulla Terra a San Francisco, solo che in un futuro alternativo, il sistema di difesa che Reagan ha promosso negli anni ’80 è diventato una Morte Nera in pieno funzionamento, anche se non del tutto ultimata.

Ecco infatti cosa accade allo sventurato equipaggio del Capitano Kirk:

 

Il video, splendidamente realizzato, potrebbe sembrare anche una parodia o un mash up estremamente attuale considerando che i due franchise che appassionano milioni di nerd in tutto il mondo sono ora nelle mani di un solo regista, JJ Abrams, che sembra non voler fare a meno di nessuno dei due.

Ricordiamo che potete seguire tutte le notizie relative ai due franchise sui nostri speciali:  Star Wars e Star Trek.

Fonte: Badtaste

La morte è un problema dei vivi: recensione del film di Teemu Nikki

Sono passati tre anni da quando, con il film Il cieco che non voleva vedere Titanic, il regista finlandese Teemu Nikki si è imposto a livello internazionale quale nuova originale, acuta ma anche dissacrante voce del cinema europeo. Egli torna ora con una nuova commedia nera dal titolo La morte è un problema dei vivi, presentata nella sezione Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma, e distribuita in sala dal 4 luglio 2024 da I Wonder Pictures, con cui continua a parlare di umanità declinandola sempre attraverso una personalissima lente d’ingrandimento, tra assurdità, imprevisti della vita e quei sentimenti da preservare in ogni modo possibile.

Perché se è vero che Nikki porta i suoi spettatori in contesti aridi, cupi, dove sembra esserci ogni possibilità tranne che la sincera risata, è anche vero che il regista trova sempre il modo per ironizzare su tutte queste brutture, mettendole alla berlina e mostrando attraverso ciò la necessità di quei sentimenti e legami di cui si pensava di non avere bisogno. La morte è un problema dei vivi riflette allora sull’amicizia, il perdono, sulle assurdità della vita e su come affrontarle giorno dopo giorno invece di soccombervi amaramente.

La trama di La morte è un problema dei vivi

Protagonisti del film sono Risto (Pekka Strang) e Arto (Jari Virman), i più economici impresari di pompe funebri sul mercato, a cui nella vita tutto è andato storto. Risto è un incallito giocatore d’azzardo che a causa del suo vizio rischia di perdere famiglia e lavoro, mentre Arto scopre, durante un controllo medico, di essere nato con l’85% di cervello in meno rispetto alla media e questa rivelazione gli crea il vuoto intorno. Nonostante ciò, i due decideranno di fare squadra nella speranza di trovare una soluzione alle loro esistenze, finendo però per accettare anche lavori a dir poco particolari e non sempre pienamente legali.

Sventurati coloro che rimangono

La morte è un problema dei vivi. Lo ripete continuamente Risto, il quale dimostra di sapere benissimo che per chi se ne va non c’è più nulla di cui preoccuparsi, nessuna necessità di guadagnare soldi per campare, nessun bisogno di mantenere vivi i complicati rapporti di tutti i giorni. Tutto ciò rimane prerogativa dei vivi, “costretti” a vagabondare ancora un po’ su questa landa desolata e dolorosa che è la terra. In più, ai vivi spetta il compito di occuparsi dei corpi dei morti, il classico “lavoro sporco che qualcuno deve pur fare”. Il nuovo film di Nikki riflette dunque su questa dinamica, mostrandoci tutte le difficoltà che vivere comporta.

E le comporta soprattutto se si è circondati da un contesto spietato, dove non ci si pone scrupoli prima di danneggiare la reputazione di qualcuno o nel offrire a poveri disperati la possibilità di giochi mortali in cambio di denaro. Ma è poprio in questo contesto che si muovono Risto e Arto, cercando di ambientarvisi ma non senza la paura di ciò che tale adattamento può far perdere loro. E Risto quasi ci casca, col suo vizio per il gioco che lo spinge in più occasioni a preferire la sfida, il brivido, la possibile ricompensa, anziché gli affetti o, in altre parole, il cuore.

La morte è un problema dei vivi Pekka Strang Jari Virman
Pekka Strang Jari Virman in una scena di La morte è un problema dei vivi. Foto di ©JyrkiArnikari

Uno spiraglio di speranza

Ma allora come sopravvivere in un mondo come questo, dove ogni possibile interazione umana sembra destinata a fallire e l’altruismo non è contemplato? Nikky sembra avere la risposta, che potrà non risultare originale ma non ha bisogno di esserlo, essendo sempre valida: i rapporti umani. Risto e Arto sono due veri e propri outsider, allontanati e derisi, che si riconoscono nella sventura e cercano di affrontarla insieme, costruendo e fortificando così un legame umano che riconosceranno infine essere ciò che di più prezioso hanno, da difendere contro tutto e tutti.

Nel proporci ciò, il regista confeziona dunque un racconto che si prende il suo tempo prima di partire ma che quando lo fa sa come scaldare il cuore dello spettatore. E ciò avviene grazie al suo rimanere sempre accanto ai suoi personaggi, al raccontarceli nel modo più diretto e sincero possibile, lasciandoli parlare in tutte le loro grazie e disgrazie. Così facendo ci si interessa alle loro vicende, se ne ride in quanto la risata è l’unica arma possibile contro certe situazioni della vita. Una vita che per chi la vive può essere un problema, ma dal quale possono emergere inaspettate gioie.

La morte è un problema dei vivi: intervista al regista Teemu Nikki e ai protagonisti del film – #RoFF18

Il regista finlandese Teemu Nikki si è fatto conoscere a livello internazionale grazie al film Il cieco che non voleva vedere Titanic, distinguendosi per la sua capacità di saper ridere e far ridere anche di situazioni tutt’altro che comiche, spingendo però allo stesso tempo a profonde riflessioni sulle tematiche di cui esse si fanno portatrici. Nikki torna ora a fare tutto ciò anche con il suo nuovo film, intitolato La morte è un problema dei vivi (qui la recensione), presentato nella sezione Progressive Cinema della 18esima edizione della Festa del Cinema.

Protagonisti del film sono Risto (Pekka Strang) e Arto (Jari Virman), i più economici impresari di pompe funebri sul mercato, a cui nella vita tutto è andato storto. Risto è un incallito giocatore d’azzardo che a causa del suo vizio rischia di perdere famiglia e lavoro, mentre Arto scopre, durante un controllo medico, di essere nato con l’85% di cervello in meno rispetto alla media e questa rivelazione gli crea il vuoto intorno. Nonostante ciò, i due decideranno di fare squadra nella speranza di trovare una soluzione alle loro esistenze, finendo però per accettare anche lavori a dir poco particolari e non sempre pienamente legali.

Teemu Nikki: “per i miei film parto sempre da qualcosa che mi dà fastidio”

Giunto alla Festa del Cinema di Roma per presentare il film insieme ai due attori Strang e Virman, Nikki inizia a raccontare di questo suo nuovo progetto affermando che “nel concepire i miei film parto sempre da qualcosa che mi dà fastidio. Perché se qualcosa mi provoca questa sensazione, devo capire perché me la provoca, devo capire se c’è qualcosa che non va in me o se posso cambiarla. Ecco allora che diventa il motore da cui si sviluppa il film, attraverso cui cerco di capirne di più, come un processo di cura. In questo caso, mi interessava raccontare una storia incentrata sulle dipendenze come la ludopatia, ma anche sull’amicizia”.

Per questo film, – continua poi Nikki – mi sono ispirato alla commedia nera dei fratelli Coen. Loro hanno sperimentato diversi generi nel corso della loro carriera ed è quello che vorrei fare anche io. Per questo film, poi, da un punto di vista stilistico, sapevo di volermi tenere quanto più vicino possibile agli attori. Il direttore della fotografia praticamente respirava al loro stesso ritmo. Abbiamo quindi cercato di ricreare un mondo e delle situazioni nel modo più realistico possibile, senza nasconderci dietro a nessun tipo di vezzo artistico. Sostanzialmente non volevo volgere altrove lo sguardo. Anche quando si trovano in situazioni terribili e ci sono scene molto crude, l’obiettivo era di essere lì, di guardarla”.

La morte è un problema dei vivi Pekka Strang Jari Virman
Pekka Strang e Jari Virman in una scena di La morte è un problema dei vivi. Foto di ©JyrkiArnikari

L’approccio ai personaggi

Parlando dei personaggi, Strang racconta che “non ho mai pensato realmente al mio personaggio come ad un uomo senza cuore, perché quando ti trovi in una situazione come quella in cui si trova lui semplicemente non hai controllo, non capisci quale è effettivamente il problema, sai solo che soffri e non riesci a fare nulla di giusto. Quindi ti attacchi a qualsiasi cosa che possa sembrare d’aiuto. Con Virman siamo partiti da questa consapevolezza per ricercare i nostri personaggi e l’amicizia che si è sviluppata tra di noi si è riversata anche in loro, rendendoli realistici nella loro umanità anche per via di tutti i loro problemi”.

Il suo co-protagonista, Virman, concorda con lui e aggiunge che “neanché io pensavo al mio personaggio come all’uomo senza cervello. Quella è più una cosa che vedono le persone all’esterno, additandolo come fosse un malato. Più che pensarlo così, mi sono concentrato sul pensarlo nel suo rapporto con il personaggio di Strang. Insieme abbiamo deciso di rimanere nei panni e nella mentalità dei nostri personaggi anche al di fuori delle riprese, per cercare di mantenere una certa atmosfera. Così facendo abbiamo trovato Risto e Arto”.

La morte secondo i vivi

I due attori e il regista riflettono infine sul concetto che loro stessi hanno della morte e il primo a parlarne è Strang, che afferma “devo ammettere di non aver mai pensato troppo alla morte, anche se è una cosa che ci riguarda tutti, è dietro l’angolo. Per venire qui, in aereo, abbiamo incontrato una turbolenza e in quel momento un po’ ti assale la paura, ti chiedi “dunque, ci siamo? Ho avuto una buona vita?”. Ecco, se devo pensare alla morte e pormi questa domanda, ad ora posso dirmi che sì, ho avuto una bella vita”. “Io ho naturalmente pensato molto alla morte, durante la realizzazione del film.”, afferma invece Nikki.

Prima perché era il tema del film e in seguito perché il nostro direttore della fotografia – Jyrki Arnikariè venuto a mancare poco dopo il completamento delle riprese e quindi La morte è un problema dei vivi è come diventato un suo lasciato, l’opera ultima di un artista che non c’è più. Lui non c’è più ma noi siamo ancora qui a riflettere e interrogarci sulla sua assenza e in questo senso la morte è un nostro problema. Il concetto è poi racchiuso in una frase che Arnikari era solito ripetere e che abbiamo inserito alla fine del film per omaggiarlo: “Ognuno ha il proprio tempo da scontare sulla terra”.

La morte è un problema dei vivi: clip in esclusiva dal film di Teemu Nikki

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Ecco, in esclusiva per Cinefilos.it, una clip da La morte è un problema dei vivi, il nuovo film che vi lascerà… morti dal ridere!

I Wonder Pictures è lieta di portare nelle sale italiane dal 4 luglio La morte è un problema dei vivi diretta dal pluripremiato regista finlandese Teemu Nikki (Euthanizer, Il cieco che non voleva vedere Titanic).

La morte è un problema dei vivi: intervista al regista Teemu Nikki e ai protagonisti del film 

Protagonisti sono Risto (Pekka Strang) e Arto (Jari Virman), vicini di casa che non potrebbero essere più diversi: il primo è un impresario di pompe funebri dipendente dal gioco d’azzardo, in crisi matrimoniale, con una suocera alcolizzata e un figlio per cui è raramente presente; il secondo è un mite educatore in una scuola per l’infanzia, convive con la ricercatrice Saija e i due cercano da tempo di allargare la famiglia, ma l’attesa gravidanza tarda ad arrivare. La ruota gira per entrambi nel modo più inaspettato quando Risto si ritrova schiacciato dai debiti e ad Arto viene diagnostica una condizione più unica che rara: è nato con l’85% di cervello in meno rispetto alla media. Da vicini di casa, Risto e Arto, l’uomo senza cuore e l’uomo senza cervello, divengono così una strana coppia di becchini che deve svolgere il lavoro sporco per un’attività illegale molto particolare.

Leggi la recensione del film!

Presentato all’interno del Concorso Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma 2023, LA MORTE È UN PROBLEMA DEI VIVI è una commedia nera originale e commovente sull’amicizia e il perdono, sulle assurdità della vita e su come affrontarle giorno dopo giorno. Ad accompagnare la brillante sceneggiatura, le musiche originali del compositore Marco Biscarini (Volevo nascondermi, Lubo, Un giorno devi andare) alla prima collaborazione con il regista Teemu Nikki.

La morte è un problema dei vivi, dal 4 luglio al cinema

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La morte è un problema dei vivi, dal 4 luglio al cinema

I Wonder Pictures porterà nelle sale italiane dal 4 luglio LA MORTE È UN PROBLEMA DEI VIVI (leggi al nostra recensione) diretta dal pluripremiato regista finlandese Teemu Nikki (Euthanizer, Il cieco che non voleva vedere Titanic).

Teemu Nikki torna sul grande schermo con una brillante commedia tinta di humour nero che mette in scena in una Finlandia cinica e incrudelita le conseguenze della ludopatia e le vicende di un’improbabile e scombinata coppia di emarginati dalla società.

LEGGI ANCHE: Teemu Nikki: intervista al regista di Nimby – Not in my backyard, dal Noir in Festival

Protagonisti sono Risto (Pekka Strang) e Arto (Jari Virman), vicini di casa che non potrebbero essere più diversi: il primo è un impresario di pompe funebri dipendente dal gioco d’azzardo, in crisi matrimoniale, con una suocera alcolizzata e un figlio per cui è raramente presente; il secondo è un mite educatore in una scuola per l’infanzia, convive con la ricercatrice Saija e i due cercano da tempo di allargare la famiglia, ma l’attesa gravidanza tarda ad arrivare. La ruota gira per entrambi nel modo più inaspettato quando Risto si ritrova schiacciato dai debiti e ad Arto viene diagnostica una condizione più unica che rara: è nato con l’85% di cervello in meno rispetto alla media. Da vicini di casa, Risto e Arto, l’uomo senza cuore e l’uomo senza cervello, divengono così una strana coppia di becchini che deve svolgere il lavoro sporco per un’attività illegale molto particolare.

LEGGI ANCHE: La morte è un problema dei vivi: intervista al regista Teemu Nikki e ai protagonisti del film – #RoFF18

Presentato all’interno del Concorso Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma 2023, LA MORTE È UN PROBLEMA DEI VIVI è una commedia nera originale e commovente sull’amicizia e il perdono, sulle assurdità della vita e su come affrontarle giorno dopo giorno. Ad accompagnare la brillante sceneggiatura, le musiche originali del compositore Marco Biscarini (Volevo nascondermi, Lubo, Un giorno devi andare) alla prima collaborazione con il regista Teemu Nikki.

“I miei film nascono in modo piuttosto anticonvenzionale. Di solito, qualcosa inizia a darmi fastidio e subito dopo stiamo già girando un film sull’argomento. L’idea è nata quando ho letto tre interessanti articoli. Uno di questi parlava di un giocatore d’azzardo, un altro di un uomo senza cervello e il terzo di un autista di carri funebri. Le tre cose si sono mescolate nella mia mente e lentamente hanno dato via ad una storia di amicizia tra un uomo senza cuore e un uomo senza cervello. […] Ho scoperto che la risata è il mio scudo contro ogni male, forse è per questo che penso che l’approccio migliore ai temi oscuri nel cinema sia il tono da commedia. Finché c’è da ridere, c’è vita. Questo film è significativo anche perché è stata l’ultima collaborazione tra me e il direttore della fotografia Jyrki Arnikari, che ha girato i miei primi film e mi ha sostenuto fino alla fine. Spero che La morte è un problema dei vivi possa offrire agli spettatori un’esperienza che li faccia ridere, magari piangere, e che ricordi loro di amare la vita” – afferma Teemu Nikki.

La morte è un problema dei vivi Pekka Strang Jari Virman
Pekka Strang Jari Virman in una scena di La morte è un problema dei vivi. Foto di ©JyrkiArnikari

LA MORTE È UN PROBLEMA DEI VIVI sarà nei cinema italiani dal 4 luglio distribuito da I Wonder Pictures. Il film è prodotto da Jani Pösö per It’s Alive Films e Andrea Romeo per The Culture Business ed è la prima coproduzione italo-finlandese tra le due società.

Sinossi: A Risto e Arto tutto è andato storto. Il primo ha una dipendenza da gioco d’azzardo, un matrimonio sul punto di andare in pezzi e un’automobile con cui svolge servizio da becchino. Il secondo, da quando ha scoperto di essere nato con l’85% di cervello in meno rispetto alla media, si è trovato il vuoto intorno, abbandonato e insultato da amici, parenti e colleghi. Insieme, cercano maldestramente di trovare una soluzione alle loro esistenze; una ricerca su cui dovranno scommettere le loro stesse vite. Dal pluripremiato regista Teemu Nikki (Euthanizer, Il cieco che non voleva vedere Titanic), una commedia nera originale e commovente sull’amicizia e il perdono, sulle assurdità della vita e su come affrontarle giorno dopo giorno.

La morte dei genitori di Batman nella storia dei media [VIDEO]

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La morte dei genitori di Batman nella storia dei media [VIDEO]

La morte dei genitori di BatmanAbraham Reisman ha realizzato un supercut di tutte le volte in cui i genitori di Batman sono morti sul grande schermo, nei videogames, nei film d’animazione e, adesso con la serie Gotham, anche sul piccolo schermo.

Di seguito il video che comprende parti di Batman, Batman: The Brave and The Bold, Batman Begins (nella foto a destra), Super Friends, Gotham, Batman: Year One, The Dark Knight Returns, Gotham Knight e Arkham Origins.

Chissà se, dopo la visione di Batman v Superman Dawn of Justice, dovremo inserire un altro episodio al video che vi abbiamo mostrato.

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La morte dei genitori di Batman è l’evento scatenante, l’origine dell’eroe e allo stesso tempo la nascita dell’oscurità nell’animo del piccolo Bruce, oscurità che, come sappiamo verrà incanalata nella nascita, anni più tardi, del Cavaliere Oscuro.

Fonte: CB

La morte arriva su tacco 12

La morte arriva su tacco 12

 

Caro amico lettore,

che mi mandi sms gioiosi, uozzap curiosi, o che semplicemente voi sape’ gossip su ospiti, party, glamour e che chiosi con ‘beata te!’.

Segui il mio ragionamento.

L’ abituale permanenza al Lido di un povero criticocinematograficodemmerda si svolge così:  la mattinata la passi a vedere film impronunciabili, o che durano inspiegabilmente quanto Saturno nel mio segno,  in sale gelide -pare- per tonificare il corpo e ritemprare lo spirito (anche se noi sospettiamo per creare tipo una calotta glaciale isolante quelli che la mattina non se lavano, ma nel dubbio devono annà random e gelano tutti, stanno sperimentando dei sensori comunque, abbiate fede). Segue una fase di incomprensibili corse in sala stampa, in preda a un’urgenza dal sapore autolesionista, spesso per metterti nuovamente in una fila abominevole e seguire le conferenze stampa, rigorosamente ad ora di pranzo  (te pare che puoi magnà?). Se ti dice male e hai bisogno del traduttore, segue anche momento assalto alle cuffie + momento restituzione, per cui in sostanza passi ‘na mattinata in fila peggio che ai saldi di H&M, e non compri manco niente, anzi ci guadagni al massimo qualche calcio negli stinchi, borsate in faccia, piedi pestati. Io giuro che dopo un pò di giorni così torno a casa e me metto in fila pure per andare a farmi la doccia a casa mia, anche se vivo da sola. Il pomeriggio se non hai convegni o film da vedere muori di morte lenta in sala stampa, dove il massimo del comfort è il tè thai del quale vi abbiamo raccontato, che secondo me è bromuro per sedare impulsi sessuali, nsiamai ‘na botta d’ormone da ste parti. Vai avanti per un po’, fino a esaurimento recensioni o/e esaurimento nervoso. Tutto questo se non hai interviste, roundtable, radio o video da fare. Siccome le distanze tra le varie location sono abbastanza impegnative per i tempi stretti, la sera per levarti le scarpe serve un esorcismo. Io che naturalmente giro in tacco 12 ho sfiorato la morte non so quante volte, destreggiandomi in un percorso degno di giochi senza frontiere sotto temperature che oscillano tra quella di un abbattitore per tonni a quella della superficie del Sole. Poi ovviamente ariguardi film e torni a scrivere: tutto questo se riesci a uscire incolume, abbiamo visto gente spiaccicarsi letteralmente faccia a terra per questa meravigliosa usanza del posto che è accendere le luci solo quando la sala sì è svuotata. Se sei gran culo finisci intorno alle 22. Poi dovrai pure magnà visto che non tocchi cibo dalle sette del mattino.

Ma con che coraggio dopo una giornata così, dopo che se so fatte minimo le 24, si può andare tutte le sere a una festa la cui location non è ovviamente al lido (qua non c’è niente da festeggià) e per andarci te devi mette con la carta geografica a fa l’itinerario marittimo tipo Magellano.

 E come sono le feste a Venezia? Dell’altri.

(Vì)

 

Se esco vivo di qui devo ricordarmi cosa comporta accettare un invito a un pranzo ufficiale durante un Festival. Come un moderno Prometeo ho peccato di hybris pensando di poter mantenere un regime dietetico semi-salutare, evitando l’alcool e l’eccesso di carboidrati. Mica per niente, è che c’ho una certa e se non mi do una regolata qua si rischia di schioppare prima della premiazione. E la prima settimana ero stato pure bravo, spesetta tranquilla al supermarket di proteine e verdure, un paio di giorni fa mi sono ritrovato anche nella busta una fetta di Asiago e delle ciriole non previste dal programma, segno che il Demonio ci voleva già mettere lo zampino. Mi sono limitato a tenerle nel frigo per collezione, giuro che se avessi tempo le riporterei anche indietro.

Un primo cedimento l’ho avuto un paio di sere fa, a una festa.

C’era una barista impanicata che tentava di aprire una bottiglia da un quarto d’ora, fronteggiando orde di ubriaconi molesti e così ho pensato di renderle onore, ma era più per cortesia che per reale desiderio, lo giuro. Ma oggi, oggi, è stato il giorno della disfatta.

Ho molto da fare, ma c’è un evento con pranzo allegato e dire di no mi pare brutto, anche nei confronti dei colleghi che vanno avanti a acqua e salatini degli sponsor. Come dì, non poi dà un calcio in culo alla miseria. Ma pensavo si trattasse di un pranzetto veloce a buffet, di quelli che puoi fare la comparsata, prendere una fetta di breasaola e defilarti facilmente dichiarando ‘scusate, ma ho un altro impegno’. Che in effetti nemmeno è una scusa, perché la giornata è fittissima. E invece, è un pranzo seduti, in terrazza.

Mi vedo perso e vengo attaccato da una serie di portate aggressive che sembrano preparate da un ibrido tra Gordon Ramsay e Dimebag Darrel dei Pantera quando si cimentava col barbecue, per lo più servite a un ritmo lentissimo come se fossimo tutti a fare festa durante una tranquilla domenica pomeriggio. Dribblo la cesta del pane ma vengo colpito in pieno da un piatto di tagliolini mari e monti, in cui, preso dai morsi della fame,  affondo la faccia come un maiale in un trogolo. Un tiramisù all’arancia mi dà il colpo di grazia. Mi alzo caracollando con un netto ritardo rispetto alla tabella di marcia, impossibilitato a una qualsivoglia forma di recupero (leggasi pennichella) a causa dei numerosi impegni successivi.

Quello che mi preoccupa è che anche stasera ho una cena programmata. E una vecchia inviperita sta insistentemente bussando alla mia porta reclamando la sua fetta di Asiago.

(Ang)

La moglie di Tchaikovsky: recensione del film

La moglie di Tchaikovsky: recensione del film

C’era anche La moglie di Tchaikovsky di Kirill Serebrennikov nell’edizione 2022 del Festival di Cannes, quella che ha visto assegnare la Palma d’Oro a Ruben Ostlund con Ttriangle of sadness. Il lavoro con cui il regista russo torna nelle sale italiane dal 5 ottobre non indaga la vita del più famoso compositore russo utilizzando lui stesso come punto focale – come aveva fatto L’altra faccia dell’amore di Ken Russell, con Richard Chamberlain e Glenda Jackson, del 1970. Adotta invece il punto di vista della moglie, Antonina Miljukova, preda di un’ossessione d’amore che vuole imporre sé stessa. Ossessione, seppur religiosa, era d’altronde anche quella del protagonista di Parola di Dio, film diretto da Serebrennicov nel 2016.

La storia di Antonina Miljukova

Russia, 1893. Il grande compositore russo Pyotr Tchaikovsky, Odin Lund Biron, è morto. Sua moglie, Antonina Miljukova, Alyona Mikhailova, si reca alla veglia funebre. La sua mente ritorna agli inizi della loro storia, vent’anni prima, quando, giovane aspirante musicista, aveva conosciuto il già noto Tchaicovsky, uomo schivo e scostante, e se ne era innamorata a prima vista. I due si erano poi sposati. Lui per convenienza, per coprire con un matrimonio di facciata la sua omosessualità e mettere a tacere i pettegolezzi in un paese tradizionalista e bigotto. Lei, preda di una infatuazione che si sarebbe presto trasformata in ossessione, ma anche desiderosa di sottrarsi al giogo materno e migliorare la sua condizione sociale. La relazione sarebbe stata sempre turbolenta, l’unione sfortunata. Antonina non avrebbe mai accettato l’omosessualità del marito, decisa a imporgli il suo amore, in virtù della sua posizione di moglie legittima, ma Tchaikovsky e tutto il suo entourage l’avrebbero sempre considerata solo una minaccia per l’integrità fisica e psicologica del musicista.

Viaggio psicologico in un rapporto tormentato

La moglie di Tchaikovsky è un viaggio nel profondo di una mente di donna, di un rapporto complesso e problematico. Un registro che mescola il realismo con l’elemento onirico e surreale è la chiave scelta per rendere lo scivolamento della protagonista verso l’ossessione e la follia – Antonina muore in manicomio nel 1917. Il regista è molto abile nel costruire l’universo psichico di una donna intelligente e ambiziosa – ma anche fragile – che non si accontenta del posto riservato alle donne nella società del suo tempo. Questo è ciò che Serebrennikov sa fare meglio. Diverse le scene che colpiscono lo spettatore, non solo per l’intensità delle interpretazioni, ma anche per la costruzione scenica, il senso dello spazio. Le mani della protagonista, affusolate e nervose, spesso inquadrate, ne rispecchiano l’ossessione febbrile. Serebrennicov sa far emergere le pulsioni frustrate che la protagonista tiene a freno, ma che poi lascia libere. Un plauso va certo all’interprete Alyona Mikhailova, intensa e convincente, e a Odin Lund Biron, Tchaicovsky – attore americano che ha preso parte alla serie tv Interns. L’eros e le pulsioni contrastanti e insopprimibili di entrambi i protagonisti, sono il perno del film, l’elemento attorno al quale ruota anche il conflitto insanabile tra i due.

Il cast de La moglie di Tchaicovsky

Anche il resto del cast offre buone prove: dalla sorella di Antonina, interpretata da Ekaterina Ermishina, ai fratelli di Tchaicovsky, Modest, Filipp Avdeev, e Sasha, Varvara Shmykova, fino all’avvocato Shlykov, amante di Antonina, interpretato da Vladimir Mishukov. Gli interpreti sanno stare al fianco dei protagonisti, arricchendo la pellicola.

La componente visiva

Il lavoro si distingue per la sua forte componente visiva e per un’estetica ben delineata. L’elemento onirico, infatti, ben si accorda con le atmosfere fumose della Mosca ottocentesca e di San Pietroburgo. La pioggia è spesso presente, il grigio plumbeo è dominante, i colori sono spenti, desaturati. Su questi, spicca il rosso dell’abito di Antonina. La fotografia è curata da Vladislav Opeliants.

La moglie di Tchaikovsky

La condizione femminile ne La moglie di Tchaicovsky

Una serie di altre questioni ruotano attorno all’approfondimento psicologico dei personaggi principali. Insieme, compongono un mosaico ricco, senza mai offuscare il fulcro del film. Una scrittura efficace, curata dallo stesso regista, rende La moglie di Tchaicovsky un’opera coesa. Il ritmo è forse a tratti lento, ma nonostante superi le due ore di durata, il lavoro riesce a tenere, nell’insieme, lo spettatore attento. Tra i temi che arricchiscono il film, rendendolo accessibile a diverse letture, la condizione femminile. La protagonista de La moglie di Tchaicovsky è una donna determinata, che non si accontenta di essere relegata a un ruolo di secondo piano. Se non si può parlare di femminismo – anche perchè Antonina non lotta per la collettività delle donne, ma per sé – certo è evidente un desiderio di affermare la propria libertà e il proprio valore. La condizione di sudditanza rispetto all’uomo nella società ottocentesca russa è evidente e sottolineata dal regista. Antonina si prende, poi, la sua rivincita, usando a sua volta un uomo, l’avvocato Shlykov. Lo degnerà della stessa scarsa considerazione che lei riceve dal marito.

La questione sociale e i diritti civili

La moglie di Tchaicovsky è anche una critica alla “madre Russia”, da parte di uno dei suoi figli, che oggi vive all’estero e di cui è nota la posizione contraria al conflitto russo-ucraino. Serebrennikov non manca di sottolineare la fame e l’indigenza nella Russia dell’Ottocento. Poveri e mendicanti all’entrata di una chiesa sono spesso l’ogetto dello sguardo del regista. La protagonista avrebbe forse rischiato di essere una di loro, se non avesse sposato Tchaikovsky. Anche nella sua famiglia, pur di nobili origini, regna la miseria. La questione sociale sta dunque a cuore al regista, che sembra sottolineare come il paese sia da un lato patria di grandi geni, come Tchaicovsky, ma non sappia prendersi cura dei suoi figli più bisognosi. Così come non è in grado di accettare l’omosessualità del compositore, spinto a un matrimonio di facciata in un paese preda di una religiosità bigotta, lo si percepisce chiaramente nel film. Tema, quello delle discriminazioni e perfino del contrasto all’omosessualità, che è purtroppo ancora attuale in Russia.

La moglie di Tchaikovsky, trailer del film dal 5 ottobre al cinema

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Arriva nelle sale il 5 ottobre il film diretto dal regista russo Kirill Serebrennikov, La moglie di Tchaikovsky, con Alyona Mikhailova, Ekaterina Ermishina, Odin Lund Biron, Nikita Elenev.

Serebrennikov torna dietro la macchina da presa dopo aver diretto film molto apprezzati da critica e pubblico (Parola di Dio, Summer, Petrov’s flu), ospitati nei più importanti festival di tutto il mondo, per raccontare una storia vera.  La moglie di Tchaikovsky è ambientato nella seconda metà del XIX secolo in una Russia ancora fortemente imperiale e racconta la turbolenta relazione tra uno dei più grandi compositori russi, Pyotr Ilyich Tchaikovsky (Odin Lund Biron), e sua moglie Antonina Ivanovna Miliukova (Alyona Mikhailova). I due protagonisti sono stati sposati dal 1877 fino alla morte del compositore, avvenuta nel 1893: un matrimonio complesso e foriero di troppi compromessi che Antonina non ha mai accettato. Dal genio di Kirill Serebennikov, un sorprendente racconto di amore, ossessione e musica diretto con maestria e meticolosa cura del dettaglio.

Russia, seconda metà dell’Ottocento. In un’epoca in cui le donne non sono altro che un nome scritto sul passaporto dei mariti, Antonina Ivanovna, aspirante musicista, si innamora perdutamente del compositore Pyotr Ilyich Tchaikovsky e lo convince a sposarla. Ma questo nuovo legame rischia di distruggere entrambi: Tchaikovsky, infatti, non ha mai amato una donna, e non inizierà certo con lei.

La moglie di Tchaikovsky sarà nei cinema italiani dal 5 ottobre con Arthouse, la label di I Wonder Pictures dedicata al cinema d’autore più innovativo, in collaborazione con Unipol Biografilm Collection.

La moglie di Frankenstein: Maggie Gyllenhaal dirigerà il film con Christian Bale

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Secondo quanto riferito, è ufficialmente in fase di sviluppo il remake di La moglie di Frankenstein, che riunirà due i co-protagonisti di Il cavaliere oscuro. Sequel dell’altrettanto famoso film di Frankenstein del 1931, La moglie di Frankenstein è stato diretto da James Whale e distribuito nel 1935. Introdotta per la prima volta nel romanzo di Mary Shelley, quel film ha dato vita sullo schermo alla sposa del mostro, interpretata da Elsa Lanchester, con il suo aspetto iconico dai capelli selvaggi, fino all’abito bianco e il corpo fasciato. Talmente iconico che ancora oggi il personaggio continua ad essere celebrato nei moderni adattamenti.

Ora, secondo un rapporto di World of Reel (tramite Production Weekly), un remake di La moglie di Frankenstein è ufficialmente in fase di sviluppo per Netflix. Maggie Gyllenhaal dirigerà il progetto, mentre Christian Bale sarà il protagonista. Come noto, i due avevano già condiviso il set per Il cavaliere oscuro, che ad oggi rimane la loro unica collaborazione. Il progetto prevede anche la partecipazione del marito di Gyllenhaal, Peter Sarsgaard. La produzione del film, in ogni caso, non dovrebbe iniziare fino all’inizio del 2024, apparentemente a causa degli attuali scioperi di attori e scrittori.

Non è chiaro chi interpreterà Bale nel remake de La moglie di Frankenstein, anche se data la sua capacità di recitazione camaleontica è in grado di assumere qualsiasi ruolo. Potrebbe interpretare il Dr. Frankenstein o il suo iconico Mostro, ognuno dei quali presenterà sfide diverse per l’attore premio Oscar. D’altra parte, Sarsgaard sembra più adatto per un ruolo secondario come il dottor Pretorius. La Gyllenhaal è alla regia, ma in quanto attrice potrebbe anche interpretare il ruolo della sposa del mostro o di Elizabeth Frankenstein. oppure, come avvenuto per La figlia oscura, rimanere dietro la macchina da presa.

La Moglie di Frankenstein: le riprese al via il primo febbraio

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Bill Condon dirigerà La Moglie di Frankenstein e, nonostante l’avvio dell’Universo Condiviso sui Mostri non sia stato folgorante, con gli scarsi risultati de La Mummia con Tom Cruise, sembra che i progetti successivi della Universal siano rimasti invariati.

Parlando con Forbes, Bill Condon ha infatti spiegato quando cominceranno le riprese del film:

“Cominceremo il primo Febbraio 2018 quindi non è troppo presto per essere qui a Londra e cominciare a vedere le location e a parlare dei set che stiamo costruendo, è tutto molto eccitante. Per me il film di James Whale è nel pantheon e come sapere, la Sposa è un personaggio che compare solo negli ultimi cinque minuti del film e poi viene distrutta, quindi il nostro è un modo per continuare la storia del film che voi potete aver immaginato un terzo film di Frankenstein, ma ambientato nel 2018.”

Dark Universe: La Moglie di Frankenstein sarà il prossimo titolo

La Moglie di Frankenstein sarà diretto da Bill Condon, reduce dal travolgente successo di pubblico de La Bella e la Bestia, mentre la creatura sarà interpretata da Javier Bardem.

La Moglie di Frankenstein: la Universal corteggia Bill Condon

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La Moglie di Frankenstein: la Universal corteggia Bill Condon

Con l’uscita de La Mummia alle porte, la Universal sta spingendo l’acceleratore sugli altri film che formano l’Universo Condiviso dei Mostri. In particolare, adesso si parla de La Moglie di Frankenstein che potrebbe essere diretto da Bill Condon.

Il regista è reduce dallo sconvolgente successo al Box Office de La Bella e la Bestia, che ha incassato oltre un miliardo in tutto il mondo. Il regista è al momento in trattative per la regia del film anche se non ci sono ancora conferme ufficiali in merito.

Sceneggiatore del film è David Koepp, che, in occasione della promozione di Inferno, ha parlato con Collider del film: “Adoro questo progetto, è una delle mie sceneggiature preferite degli ultimi anni. Si ricrea la storia di Frankenstein e si sfocia in ambiti molto moderni e attuali sui rapporti tra uomo e donna. Si tratta di un racconto di liberazione ed è stato bellissimo scriverlo. Divertente. E spero che presto si comincerà la produzione, perché credo si farà un grande film.”

La moglie di Frankenstein – recensione

Ricordiamo che l’Universo Condiviso dei Mostri Universal  aprirà ufficialmente i battenti nel 2017 con il nuovo La Mummia interpretato da Tom Cruise.

Ricordiamo che tra i titoli che andranno a formare l’Universo Condiviso dei Mostri Universal ci saranno The Invisible Man con Johnny Depp e The Wolfman che dovrebbe avere come protagonista Dwayne Johnson.

La Moglie di Frankenstein: il personaggio sarà “accessibile”

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La Moglie di Frankenstein: il personaggio sarà “accessibile”

A pochi giorni dall’uscita in sala de La Mummia, che inaugurerà il Dark Universe, Alex Kurtzman, mente dietro alla costruzione di questo nuovo universo condiviso, ha parlato con Den of Geek dello script de La Moglie di Frankenstein, scritto da David Koepp.

Il film sarà il prossimo capitolo del franchise che vedrà tornare sul grande schermo tutti i mostri della letteratura gotica che, per tradizione, sono stati portati al cinema dalla Universal.

Ecco cosa ha spiegato del progetto Kurtzman: “David Koepp ha scritto una sceneggiatura brillante, con una struttura unica e una relazione centrale che penso permetterà allo spettatore di relazionarsi con i personaggi, rimanendo fedele a ciò che è l’essenza del film originale. Ecco la cosa strana in merito alla Moglie di Frankenstein: è uno dei film più strani che abbiate mai visto in tutta la vostra vita, la cosa che mi sorprende è che la sposa non si mostra fino alla fine, a dieci minuti dalla fine. Non dice nulla, rifiuta Frankenstein, lui spinge una leva e tutto esplode e fine. Non è che abbia un lungo monologo, non è che si riesca a conoscere il personaggio, non esce nel mondo. Non c’è screen time con lei.

Eppure, tutti la ricordano, i capelli, chi era. Sono stati scritti articoli su di lei, è diventata un costume di Halloween. Si tratta di un personaggio che perdura,  perché c’è qualcosa di misterioso in lei e quell’aspetto, e l’idea che sia stata creata per servire un altro uomo. Il che sarà interessante da raccontare in questo periodo storico. Potremmo sovvertire questa cosa nel film. Sarebbe molto interessante vedere dove andremo a parare perché a dire la verità, credo che la Sposa sarà un personaggio molto più accessibile di quello che si possa immaginare.”

Dark Universe: La Moglie di Frankenstein sarà il prossimo titolo

La Moglie di Frankenstein sarà diretto da Bill Condon, reduce dal travolgente successo di pubblico de La Bella e la Bestia, mentre la creatura sarà interpretata da Javier Bardem.

La Moglie di Frankenstein: David Koepp parla del progetto

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La Moglie di Frankenstein: David Koepp parla del progetto

Nonostantela mancanza di supereroi, la Universal sta costruendo il suo universo condiviso sfruttanto la “proprietà” dei grandi mostri della letteratura, tra La Moglie di Frankenstein, La Mummia, L’Uomo Lupo e quello Invisibile.

Mentre La Mummia è il progetto più avanzato in produzione e Dracula Untold ha già avuto il tempo di essere visto (e dimenticato) dai fan, La Moglie di Frankenstein è il prossimo grande progetto di questo universo.

Sceneggiatore del film è David Koepp, che, in occasione della promozione di Inferno, ha parlato con Collider del film: “Adoro questo progetto, è una delle mie sceneggiature preferite degli ultimi anni. Si ricrea la storia di Frankenstein e si sfocia in ambiti molto moderni e attuali sui rapporti tra uomo e donna. Si tratta di un racconto di liberazione ed è stato bellissimo scriverlo. Divertente. E spero che presto si comincerà la produzione, perché credo si farà un grande film.”

La moglie di Frankenstein – recensione

Ricordiamo che l’Universo Condiviso dei Mostri Universal  aprirà ufficialmente i battenti nel 2017 con il nuovo La Mummia interpretato da Tom Cruise.

Ricordiamo che tra i titoli che andranno a formare l’Universo Condiviso dei Mostri Universal ci saranno The Invisible Man con Johnny Depp e The Wolfman che dovrebbe avere come protagonista Dwayne Johnson.