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La mia ombra è tua: in corso le riprese del film con Marco Giallini

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Sono in corso le riprese del film La mia ombra è tua, un film di Eugenio Cappuccio, tratto dall’omonimo romanzo di Edoardo Nesi edito da La Nave di Teseo. Il film, una produzione Fandango con Rai Cinema, è scritto da Eugenio Cappuccio, Edoardo Nesi e Laura Paolucci e prodotto da Domenico Procacci. Uscirà nelle sale per 01 Distribution. Nel cast Marco Giallini, Giuseppe Maggio, Sidy Diop, Anna Manuelli, Massimo Molea e la partecipazione di Isabella Ferrari. Le riprese di La mia ombra è tua hanno una durata di sette settimane e si svolgono tra Roma, Bologna, Milano e Cetona in Toscana.

Questa è una storia d’amore, iniziata quarant’anni fa e mai finita. È anche la storia di un viaggio attraverso l’Italia intrapreso da una strana coppia a bordo di un vecchia jeep: Emiliano, un venticinquenne appena laureato con il massimo dei voti in Lettere Antiche, e Vittorio Vezzosi, un burbero scrittore sessantenne che da anni conduce una vita da eremita in seguito alla pubblicazione del suo unico libro, successo planetario indelebile nella memoria di tutti. I due sono diretti a Milano, alla Fiera-mercato degli anni Ottanta e Novanta, in un viaggio ricco di rocamboleschi e divertenti rovesci seguito avidamente in diretta dal mondo social, stimolato casualmente da un’influencer. Il Vezzosi ha infatti accettato di tenere un discorso infrangendo un silenzio durato più di vent’anni. Alla fiera li attendono Milena, il perduto amore dello scrittore, e una folla oceanica smaniosa di ascoltare il Vezzosi fare i conti con il suo passato, e soprattutto con lo sguardo del nostro Paese, attanagliato dalla nostalgia e perso nel ricordo di sè.

La mia infanzia e Spider-Man: parla Jon Watts

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La mia infanzia e Spider-Man: parla Jon Watts

Periodo di ribalta per Jon Watts: il regista, al Sundance Film Festival per promuovere il suo ultimo film Cop Car (in uscita negli USA il 7 Agosto), sembra essere l’uomo del momento. ComingSoon.net e SuperHeroHype l’hanno raggiunto telefonicamente per un’intervista che doveva essere inizialmente sulla sua pellicola in uscita, ma si sa, la gravità tende verso la massa maggiore, e l’argomento Spider-Man è senza dubbio il più corposo tra quelli che ruotano attorno al regista. Inevitabile finire in campo Marvel.

Jon WattsIn quest’intervista troviamo però un Jon Watts inedito, che ci parla del ruolo che l’Uomo Ragno ha avuto nella sua infanzia: “Ero ossessionato dal mio libro ‘Impara a disegnare Spider-Man’. Potevo riempire i riquadri con il resto della storia, o colorarla, o disegnarla, me lo sarei portato a scuola tutti i giorni! Era l’epoca di Todd McFarlane, ero un grande appassionato di fumetti, ma oggi è anche meglio: entro in ufficio e “devo” leggere Spider-Man tutto il giorno, cercando sfumature che all’epoca non potevo cogliere.”

Il regista, che ha sudato non poco per accaparrarsi la direzione questo film, ha fatto intendere di voler iniziare le riprese entro il prossimo anno, adesso che Cop Car è terminato, ma per ora l’unica cosa sicura è che Spider-Man ha una data di uscita già fissata, tra meno di due anni: il 28 Luglio 2017.

Fonte: Comingsoon.net

La mia famiglia a Taipei: recensione del film di Shih-Ching Tsou – #RoFF20

Produttrice di lungo corso per Sean Baker (Anora, Un sogno chiamato Florida) e co-regista di Take Out, Shih-Ching Tsou firma con La mia famiglia a Taipei (titolo originale Left-Handed Girl) il suo primo lungometraggio da sola, pur restando in dialogo strettissimo con il sodale: Baker co-scrive e soprattutto monta, imprimendo quel ritmo spinto che conosciamo. Il risultato è un film che porta addosso i tratti “familiari” (sguardo sugli invisibili, precarietà luminosa, bambini come bussola morale) ma che prova a prendersi uno spazio personale, più legato a memorie, cultura e dinamiche di genere del contesto taiwanese. L’accoglienza festivaliera lo conferma: esordio alla Semaine de la Critique di Cannes e percorso internazionale, con l’ulteriore peso specifico della candidatura taiwanese agli Oscar.

Taipei come parco giochi (e campo minato)

Tsou immerge lo spettatore nel ventre dei mercati notturni di Taipei: scooter che sfrecciano, insegne acide, vapore delle cucine, contrattazioni, odori. È un dispositivo sensoriale che fa da habitat alla piccola I-Jing, alla sorella maggiore I-Ann e alla madre Sho-Fen, tornata in città per riaprire una minuscola cantina di street food e rimettere insieme la vita. La regia abbraccia la frenesia urbana e la traduce in messa in scena: macchina spesso in movimento, raccordi rapidi, ellissi che tengono il racconto in corsa. Ne nasce uno slalom tra commedia di sventura, osservazione sociale e melò familiare che, pur con qualche curva brusca, raramente perde aderenza.

La mano sinistra: stigma, gioco, gesto politico

Il titolo non è un vezzo: il nonno impone alla nipote di non usare la mano sinistra – “la mano del diavolo” – e quel rimprovero superstizioso diventa miccia narrativa e simbolica. La “mano che fa da sé” ruba cianfrusaglie, combina guai, a volte salva la situazione; soprattutto, materializza un doppio movimento: il controllo patriarcale che disciplina i corpi femminili fin dall’infanzia e, in risposta, la ribellione capricciosa ma vitalissima di chi rifiuta di farsi correggere. È un’idea semplice e potente, che Tsou declina con umorismo fisico e tenera crudeltà quotidiana, senza tesi martellanti.

Una scena di Left-Handed Girl

Tre generazioni, tre traiettorie

La regista intreccia le linee narrative di tre figure femminile: la nonna con zone d’ombra legate all’immigrazione e ai debiti, la madre Sho-Fen schiacciata dai conti del banco al mercato, la figlia maggiore I-Ann che cerca autonomia in equilibrio precario, e la piccola I-Jing, magnete del racconto. Per 108 minuti l’idea di “romanzo familiare al presente” funziona: i segreti filtrano per indizi, il quartiere diventa rete di sostegno e di conflitto, la città è personaggio. Qualche snodo corre via in fretta, ma l’insieme resta coeso grazie a un disegno chiaro degli archi emotivi e alla costanza di tono tra leggerezza e ferita.

Vitalismo vs. scorciatoie

Quando La mia famiglia a Taipei si affida al gesto e allo spazio – gli inseguimenti in scooter, i corridoi del mercato come labirinto, l’intimità compressa dell’appartamento – trova un respiro suo: il movimento racconta la lotta, la topografia urbana rispecchia gli ostacoli. In pochi passaggi affiora il rischio “facile”: il cute factor della bambina è spinto al massimo e certe catarsi arrivano un attimo prima di quanto sarebbe necessario per farle maturare. Sono scivolate episodiche più che un’impostazione ruffiana: si percepisce il desiderio di Tsou di tenere il pubblico vicino senza tradire i personaggi.

Interpretazioni, sguardo e consistenza visiva

Il trio femminile regge e trascina il racconto: Janel Tsai dà a Sho-Fen una concretezza stanca e combattiva; Shih-Yuan Ma costruisce un’adolescenza non apologetica; la piccola Nina Ye calamita lo sguardo ma, quando la regia le concede tempo, resta personaggio e non mascotte trascinante. Intorno, comprimari affettuosamente tratteggiati (il venditore “angelo custode”, i nonni contraddittori) rendono credibile la micro-comunità del mercato. Sul piano visivo, la fotografia abbraccia un colorismo saturo che potrebbe stancare altrove, qui coerente con l’idea di un mondo “troppo pieno” in cui farsi strada. Il soundscape – clacson, sfrigolii, chiacchiericcio – non è semplice cornice: è drammaturgia.

Il film mette a fuoco il patriarcato per accumulo di gesti: il giudizio sull’essere mancini, i debiti “ereditati”, la sessualizzazione precoce dell’adolescente, i piccoli ricatti economici e affettivi. Tsou preferisce la frizione del quotidiano alla lezione espositiva e, proprio lì, si sente la sua voce distinta dal “marchio Baker”. Quando serve, sa anche colpire con nettezza – una carezza negata, un pasto saltato, uno sguardo del nonno – senza bisogno di sottolineature.

Left-Handed Girl, una scena dal film

La mia famiglia a Taipei è un’opera prima vibrante e generosa: il vitalismo è autentico, la cornice urbana è viva, la metafora della mano sinistra è spina dorsale e bussola. L’editing a caleidoscopio e qualche scorciatoia sentimentale ogni tanto erodono profondità, ma non intaccano la sensazione di un mondo pieno, osservato con empatia e senso del dettaglio. Si esce da questa visione con immagini appiccicate addosso – mercati, scooter, piccole disobbedienze – e con la certezza che Tsou abbia già un tono (o meglio, una mano) chiaramente riconoscibile.

La mia famiglia a Taipei: intervista alla regista Shih Ching Tsou

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Ecco l’intervista a Shih Ching Tsou, sceneggiatrice, produttrice e regista al suo debutto (in solitaria) di La mia famiglia a Taipei. Il film è nelle sale italiane dal 22 dicembre distribuito da I Wonder Pictures.

Leggi la nostra recensione di La mia famiglia a Taipei

Dopo aver co-diretto Take Out con il premio Oscar Sean Baker e prodotto con lui titoli come Red Rocket e The Florida Project, Shih-Ching Tsou firma il suo debutto alla regia in solitaria con un racconto intimo e urbano, un dramma familiare che intreccia tradizione e modernità, scritto insieme allo stesso Sean Baker, che ha anche prodotto il film e ne ha curato il montaggio.

Con un linguaggio visivo luminoso e una profonda empatia verso tutti i suoi personaggi, Tsou racconta il ritorno di una famiglia in una città che è insieme luogo di memoria e di rinascita, una Taipei frenetica e piena di luci e colori, filtrata dallo sguardo innocente della tenera protagonista I-Jing, che ha appena 5 anni ed esplora questa nuova vita cittadina con curiosità e meraviglia. Finché il nonno non le proibisce di usare la sua mano sinistra, perché la considera malvagia. Un divieto che avrà conseguenze inaspettate.

LEGGI ANCHE – «Una lettera d’amore a Taiwan»: Shih-Ching Tsou ci racconta La mia famiglia a Taipei, dal 22 dicembre al cinema

LA MIA FAMIGLIA A TAIPEI aveva già attirato l’attenzione di pubblico e critica in occasione dell’anteprima mondiale al Festival di Cannes, dove aveva ricevuto il prestigioso premio della Fondazione GAN ed è stato accolto con grande calore anche alla Festa del Cinema di Roma, raccogliendo elogi sia dagli spettatori che dalla stampa presente.

LA MIA FAMIGLIA A TAIPEI è nelle sale italiane dal 22 dicembre distribuito da I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection e WISE Pictures.

La mia banda suona il pop: trailer del nuovo film di Fausto Brizzi

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Dopo Se mi vuoi bene, il trailer di La mia banda suona il pop presenta il nuovo film di Fausto Brizzi, che anche questa volta dirige un super cast, formato da Christian De Sica, Massimo Ghini, Angela Finocchiaro, Paolo Rossi, Natasha Stefanenko, Rinat Khismatouline e Diego Abatantuono.

SINOSSI

Il magnate russo Ivanov sogna una réunion a Pietroburgo del suo complesso  musicale  italiano  preferito, i Popcorn, (Christian De Sica, Massimo Ghini, Paolo Rossi, Angela Finocchiaro) famosissimi negli anni ’80.

Il manager della band, Franco (Diego Abatantuono), che vive tra Italia e Russia, viene contattato a questo proposito da tale Olga, donna di fiducia di Ivanov.

Franco tenta di dissuaderlo perché lui in fondo i Popcorn li odia e preferisce controproporre alternative a suo avviso ben più valide (Pupo, Sabrina Salerno…). Ma con Ivanov non si discute, vuole i Popcorn e così sarà.

Tuttavia i quattro membri della band, ognuno per un motivo diverso, rifiutano l’offerta per inseguire sogni e obiettivi più appetibili.

Ma evidentemente è scritto che la réunion si faccia perché i suddetti “sogni e obiettivi”, come in un beffardo gioco del destino, vengono tutti improvvisamente meno inducendo i vecchi compagni ad accettare la bizzarra proposta.

Gli artisti, un po’ arrugginiti, sono pronti alla nuova avventura, depressi ma pronti…

Tra prove costumi, sound check, liti, vecchi amori e vecchi rancori, i quattro scoprono con stupore di dover fungere da cavallo di troia per una colossale rapina ai danni di Ivanov progettata da Olga.

Le loro resistenze sono inutili. Ma le perplessità si convertono ben presto in sentimenti di polarità opposta. I quattro vedono nel progetto criminale un potenziale salvifico per le vite di tutti…

Che succederebbe quindi se provassero a rubarli loro quei soldi? Perché non tentare il colpaccio?

La mia banda suona il pop: intervista a Christian De Sica e Fausto Brizzi

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Fausto Brizzi, insieme al suo cast, Christian De Sica, Massimo Ghini, Angela Finocchiaro, Paolo Rossi, Natasha Stefanenko, parla del suo nuovo film, La mia banda suona il pop. Il film è in sala dal 20 febbraio, distribuito da Medusa Film.

SINOSSI

Il magnate russo Ivanov sogna una réunion a Pietroburgo del suo complesso  musicale  italiano  preferito, i Popcorn, (Christian De Sica, Massimo Ghini, Paolo Rossi, Angela Finocchiaro) famosissimi negli anni ’80.

Il manager della band, Franco (Diego Abatantuono), che vive tra Italia e Russia, viene contattato a questo proposito da tale Olga, donna di fiducia di Ivanov.

Franco tenta di dissuaderlo perché lui in fondo i Popcorn li odia e preferisce controproporre alternative a suo avviso ben più valide (Pupo, Sabrina Salerno…). Ma con Ivanov non si discute, vuole i Popcorn e così sarà.

Tuttavia i quattro membri della band, ognuno per un motivo diverso, rifiutano l’offerta per inseguire sogni e obiettivi più appetibili.

Ma evidentemente è scritto che la réunion si faccia perché i suddetti “sogni e obiettivi”, come in un beffardo gioco del destino, vengono tutti improvvisamente meno inducendo i vecchi compagni ad accettare la bizzarra proposta.

Gli artisti, un po’ arrugginiti, sono pronti alla nuova avventura, depressi ma pronti…

Tra prove costumi, sound check, liti, vecchi amori e vecchi rancori, i quattro scoprono con stupore di dover fungere da cavallo di troia per una colossale rapina ai danni di Ivanov progettata da Olga.

Le loro resistenze sono inutili. Ma le perplessità si convertono ben presto in sentimenti di polarità opposta. I quattro vedono nel progetto criminale un potenziale salvifico per le vite di tutti…

Che succederebbe quindi se provassero a rubarli loro quei soldi? Perché non tentare il colpaccio?

La Mia Amica Zoe: una clip esclusiva dal film

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La Mia Amica Zoe: una clip esclusiva dal film

Ecco un clip esclusiva di La Mia Amica Zoe, un mix di dark comedy e drama diretto da Kyle Hausmann-Stokes e basato sul suo stesso cortometraggio Merit for Zoe. Nel cast Sonequa Martin-Green (The Walking Dead, Star Trek Discovery), Natalie Morales (Grey’s Anatomy), Morgan Freeman e Ed Harris.

La Mia Amica Zoe arriva al cinema l’11 giugno con Europictures.

Il regista, qui al suo esordio in un lungometraggio, è un veterano di guerra che ha servito in Iraq e che ha voluto fermamente raccontare quello che succede durante e soprattutto al rientro dalle missioni militari, attraverso la storia di una forte amicizia al femminile che va oltre la morte. Sonequa Martin-Green (The Walking Dead, Star Trek Discovery) e Natalie Morales (Grey’s Anatomy) interpretano le due protagoniste Merit e Zoe (oltre ad essere state anche produttrici esecutive del film): nel cast anche due grandi star, Morgan Freeman e Ed Harris.

La Mia Amica Zoe, che ha ottenuto il rating del 95% su Rotten Tomatoes, ha partecipato a numerosi festival e ha vinto il premio del pubblico al South by Southwest e il premio Grand Jury al Woodstock Film Festival, segue il viaggio di Merit, veterana dell’esercito USA in Afghanistan, in conflitto con la sua famiglia anche a causa della presenza di Zoe, la sua migliore amica sempre con lei, anche se defunta. Nonostante gli incoraggiamenti del gruppo di supporto della VA, la necessità di badare al nonno che mostra segni di smarrimento e la leggerezza di un nuovo interesse amoroso, il legame di co-dipendenza con l’amica che non c’è più la isola dal mondo. Ma i fantasmi della guerra sono da superare e i lutti da elaborare per potere andare avanti.

La mia Africa: la storia vera dietro il film con Meryl Streep

La mia Africa: la storia vera dietro il film con Meryl Streep

Il film drammatico epico-romantico La mia Africa, del 1985, diretto e prodotto da Sydney Pollack e interpretato da Meryl Streep e Robert Redford è uno dei grandi classici del cinema, affermatosi nel tempo come uno dei più avvincenti e passionali racconti d’amore, dove questo sentimento si ritrova però ostacolato da molteplici imprevedibili fattori. Il film si basa vagamente sul libro autobiografico del 1937 di Isak Dinesen (pseudonimo della scrittrice danese Karen Blixen), con materiale aggiuntivo tratto dal libro di Dinesen del 1960 Ombre sull’erba e da altre fonti.

Il film racconta la storia come una serie di sei episodi della vita di Karen, intervallati dalla sua narrazione. Le ultime due narrazioni, la prima una riflessione sulle esperienze di Karen in Kenya e la seconda una descrizione della tomba di Finch Hatton, sono state tratte dal suo libro La mia Africa, mentre le altre sono state scritte per il film a imitazione del suo stile di scrittura molto lirico. Il film ha poi ricevuto recensioni generalmente positive da parte della critica e si è affermato come successo commerciale, vincendo sette premi Oscar, tra cui quello per il Miglior film e la Miglior regia per Pollack.

Per gli appassionati dell’avventura e di quelle storie che inneggiano al liberarsi delle catene della società per abbracciare le emozioni più pure e sincere del proprio cuore, è dunque questo un titolo imperdibile. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a La mia Africa. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alla storia vera dietro il film. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Meryl Streep in La mia Africa
Meryl Streep in La mia Africa. © 1985 – Universal Pictures. All rights reserved.

La trama e il cast di La mia Africa

Protagonista del film è Karen, una giovane donna che, delusa da una relazione d’amore senza futuro, decide di partire per l’Africa. Una volta arrivata in Kenya sposerà il barone Bror Blixen, col quale metterà su una fattoria per la produzione di latte. Durante il viaggio incontra però Denys Finch Hatton, un cacciatore che ama vivere a contatto con la natura e con le creature che la abitano. Più passa il tempo, più Karen si scopre innamorata di Denys, imparando a non accettare più i tradimenti del marito, a causa del quale ha anche contratto una grave malattia. Quel suo nuovo amore, però, andrà incontro a grandi ostacoli.

Ad interpretare Karen vi è Meryl Streep. Inizialmente, però, Sydney Pollack non aveva considerato la Streep per il ruolo di Karen Bixen quando ha realizzato che non era abbastanza sexy. L’attrice, per ottenere la parte, decise quindi di presentarsi all’incontro con il regista con una camicetta scollata e un reggiseno push-up. In seguito, per dare vita al ruolo, la Streep ha dovuto lavorare sulla sua pronuncia. Infatti, l’attrice ha sviluppato il suo accento ascoltando delle registrazioni della vera Blixen mentre leggeva i suoi lavori.

Nel ruolo di Denys Finch Hatton vi è invece Robert Redford, che inizialmente intendeva interpretare Denys Finch Hatton come un inglese, ma Sydney Pollack non era d’accordo. Secondo il regista, quel tipo di interpretazione sarebbe stata fonte di distrazione per il pubblico, tanto che l’attore dovette sovraincidere alcune delle sue battute nei primi ciak, quando usava l’accento inglese. Klaus Maria Brandauer, invece, è il barone Bror von Blixen.

Robert Redford in La mia Africa
Robert Redford in La mia Africa. © 1985 – Universal Pictures. All rights reserved.

La storia vera a cui si ispira il film

Il film, come anticipato, è ispirato all’omonimo romanzo autobiografico di Karen Blixen. La scrittrice partì infatti il 2 dicembre 1913 per l’Africa insieme al cugino di secondo grado, il barone svedese Bror von Blixen-Finecke, con il quale nel frattempo si era fidanzata, con lo scopo di acquistare una fattoria, per vivere lontano dalla civiltà e provare nuove emozioni. Nel 1914 sposò Bror a Mombasa, ed insieme acquistarono una piantagione di caffè ai piedi delle colline di N’Gong, vicino a Nairobi, e vi si trasferirono, iniziando l’avventura da tanto tempo sognata.

Blixen e il marito erano però molto diversi per educazione e temperamento, e Bror Blixen era infedele alla moglie. Di conseguenza, secondo la sua biografa Judith Thurman, le fu diagnosticata la sifilide. Tuttavia, oggi si ritiene che alcuni dei suoi sintomi successivi fossero il risultato di un avvelenamento da metalli pesanti. Nel giugno 1915 la scrittrice tornò in Danimarca per sottoporsi a un trattamento che ebbe successo. Sebbene la malattia della Blixen sia stata alla fine grossomodo curata, le creò angoscia medica per gli anni a venire.

Il 5 aprile 1918, Bror e Karen vennero presentati al Muthaiga Club al cacciatore di caccia grossa inglese Denys Finch Hatton, il quale poco dopo fu assegnato al servizio militare in Egitto. Al suo ritorno in Kenya dopo l’armistizio, Finch Hatton sviluppò una stretta amicizia con Karen, ma lasciò nuovamente l’Africa nel 1920. Nel 1919, intanto, il matrimonio della scrittrice si era arenato, tanto che i due si separarono nel 1921 per poi divorziare nel 1925. Dopo la separazione dal marito, lei e Finch Hatton svilupparono una stretta amicizia, che alla fine si trasformò in una storia d’amore a lungo termine.

Robert Redford e Meryl Streep in La mia Africa
Meryl Streep e Robert Redford in La mia Africa. © 1985 – Universal Pictures. All rights reserved.

In una lettera al fratello Thomas del 1924, scrisse: “Credo di essere legata a Denys per sempre e per l’eternità, di amare il terreno su cui cammina, di essere felice oltre ogni dire quando è qui, e di soffrire molte volte peggio della morte quando se ne va…”. Ma altre lettere della sua collezione mostrano che la relazione era instabile e che la crescente dipendenza di Karen da Finch Hatton, che era invece intensamente indipendente, era un problema.

Finch Hatton si trasferì nella casa di lei, fece della fattoria della Blixen la sua base tra il 1926 e il 1931 e iniziò a condurre safari per ricchi sportivi. Durante uno di questo, morì nell’incidente del suo biplano de Havilland Gipsy Moth nel marzo 1931. Allo stesso tempo, il fallimento della piantagione, dovuto al calo del prezzo del caffè causato dalla depressione economica mondiale, costrinse la Blixen ad abbandonare la sua tenuta. La società di famiglia vendette il terreno a un promotore residenziale e la Blixen tornò in Danimarca nell’agosto del 1931 per vivere con la madre.

Il trailer del film e dove vederlo in streaming e in TV

È possibile fruire di La mia Africa grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Apple TV e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di giovedì 3 ottobre alle ore 21:10 sul canale TwentySeven.

La mia Africa: 10 cose che non sai sul film

La mia Africa: 10 cose che non sai sul film

La mia Africa è uno di quei film che ha fatto la storia del cinema e che è riuscito ad avere un posto fisso nell’immaginario colletivo.

La sua storia, che si basa sull’omonimo romanzo autobiografico, è affascinante e riesce ad attirare lo spettatore, facendolo innamorare perdutamente con eleganza.

Ecco, allora, dieci cose da sapere su La mia Africa.

La mia Africa film

la mia africa

1. La paura sul viso della Streep è reale. In una scena del film, Karen Blixen (Meryl Streep) percorre un terreno pericoloso per portare dei carri di rifornimento al reggimento di suo marito. Durante la notte, un leone attacca uno dei buoi e Karen cerca di combatterlo con una frusta. All’attrice era stato assicurato che il leone sarebbe stato legato per una delle sue zampe posteriori ma durante le riprese questi si è avvicinato più di quanto non dovesse. Ecco che, quindi, il volto pauroso della Streep era reale.

2. Ci è voluto un mese per realizzare il set. Lo scenografo Stephen B. Grimes ha trascorso un mese a costruire una replica della Nairobi del 1913. I set esterni del film sono stati costruiti non lontano da dove un tempo viveva la vera Blixen, nella zona conosciuta come Karengata. La casa della Blixen non era disponibile per le riprese, poiché faceva parte di una scuola per infermieri.

3. La sceneggiatura ha richiesto due anni. Il regista Sydney Pollack e lo scrittore Kurt Luedtke hanno impiegato due anni per mettere insieme la sceneggiatura. Gli elementi della trama includevano anche tradizioni e cultura locali che hanno richiesto tempo.

La mia Africa streaming

4. Il film è disponibile in streaming digitale. Chi volesse vedere o rivedere La mia Africa, è possibile farlo grazie alla sua presenza sulle divese piattaforme di streaming digitale legale come Rakuten Tv, Chili, Google Play e iTunes.

La mia Africa libro

5. Si basa su un omonimo romanzo. La mia Africa è un film non originale che prende ispirazione dall’omonimo romanzo autobiografico scritto dalla danese Karen Blixen, pubblicato nel 1937. Nel romanzo, l’autrice racconta le vicende di un gruppo di coloni che arrivano in Kenya con l’inizio del XX secolo.

6. La storia d’amore dei protagonisti era diversa. Nella vita reale, Karen e Denys si erano incontrati in un club di caccia e lui, dopo essere sparito per due anni in missione militare in Egitto, aveva iniziato a volare e ad accompagnare i turisti nei safari dopo essersi trasferito con Karen.

La mia Africa frasi

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7. Un film con frasi indimenticabili. Non sono molti i film che riescono a rimanere nell’immaginario collettivo delle persone. Ma La mia Africa è riuscito a non farsi dimenticare grazie alle sue frasi. Eccone alcune:

  • Quando gli dei vogliono punirci, avverano i nostri desideri. (Karen Blixen)
  • Iniziò la nostra amicizia con un dono. Me ne diede un’altro più bello: lo sguardo sul mondo attraverso gli occhi di Dio. (Karen Blixen)
  • Forse lui sapeva, al contrario di me, che la terra è stata fatta rotonda perchè non potessimo guardare lontano. (Karen Blixen)
  • Non è perché c’è un pezzo di carta che io ti amerei di più. (Denys Finch-Hatton)

La mia Africa cast

8. Meryl Streep ha cambiato l’accento. Per dare vita al ruolo di Karen Blixen, la Streep ha dovuto lavorare sulla sua pronuncia. Infatti, l’attrice ha sviluppato il suo accento ascoltando delle registrazioni della vera Blixen mentre leggeva i suoi lavori.

9. Robert Redford voleva che il suo personaggio fosse inglese. Inizialmente, Robert Redford intendeva interpretare Denys Finch Hatton come un inglese, ma Sydney Pollack non era d’accordo. Secondo il regista, quel tipo di interpretazione sarebbe stata fonte di distrazione per il pubblico, tanto che l’attore si mise a sovra incidere alcune delle sue battute nei primi ciak, quando usava l’accento inglese.

10. La Streep era considerata troppo poco sexy per il ruolo. Inizialmente, Sydney Pollack non aveva considerato la Streep per il ruolo di Karen Bixen quando ha realizzato che non era abbastanza sexy. L’attrice, per ottenere la parte, decise quindi di presentarsi all’incontro con il regista con una camicetta scollata e un reggiseno push-up.

Fonti: IMDb, Aforismi

La MGM torna a lavoro

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La MGM torna a lavoro

La MGM sembra stia cercando di riprendere la produzione di pellicole, o meglio lo sviluppo. Lo studio ha infatti annunciato di essere al lavoro sull’adattamento cinematografico di una celebre serie televisiva fantascientifica in bianco e nero intitolata Oltre i Limiti (The Outer Limits).

La MGM ritarda lo Hobbit

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La MGM ritarda lo Hobbit

 

La MGM possiede i diritti di distribuzione dei film dello Hobbit fuori dagli Stati Uniti, la compagnia ha un accordo di  co-finanziamento dei film con la New Line Cinema, di proprietà della Warner Bros.

La metamorfosi del male: recensione del film di William Brent Bell

La ricetta che sembra proporci William Brent Bell, reduce dalla non eccelsa prova mokumentary de L’altra faccia del male, in La metamorfosi del male segue la via ormai consolidata della spiegazione peseudo-scientifica della metamorfosi uomo-animale, seppur decidendo di cambiare drasticamente rotta nell’ultima parte della pellicola per ritornare sui binari della tradizione del genere, affidandosi alla componente soprannaturale e mistica.

La trama di La metamorfosi del male

In La metamorfosi del male dopo che un’intera famiglia è stata brutalmente trucidata durante un camping nei boschi della Francia, le autorità sospettano che si tratti di un animale feroce, così come dimostrerebbero le tracce sul volto sfigurato della madre sopravvissuta. Ben presto però i sospetti ricadono su Talan, un energumeno taciturno e mentalmente menomato, cosicché quando l’uomo viene arrestato, in sua difesa viene chiamata l’intrepida avvocatessa Katherine Moore, la quale dovrà battersi per ottenere il rispetto dei diritti umani del suo cliente. Ma ben presto una terribile verità incomincerà a venire a galla, una verità mostruosa e sconvolgente. Dopo il vampiro, l’uomo lupo è sicuramente una delle figure cinematografiche più abusate della storia, uno dei topoi dell’orrore dal sapore ancestrale ma che risente d’altronde degli inevitabili segni del tempo. Dunque come resuscitare degnamente un tale personaggio senza rischiare di cadere nello stantio o nel riciclo oggi tanto battuto dai blockbusters?

Facendo uso di uno stile narrativo alquanto eterogeneo, che unisce riprese in stile classico con inserti (seppur minimi) in found-footage ed estratti di finti telegiornali, il regista elabora un racconto che, seppur non originale nel contenuto e nello sviluppo drammaturgico, appare molto ben curato sul profilo estetico, regalando alcune soluzioni alquanto interessanti, soprattutto sul profilo del rapporto fra storia e messa in scena (come il mettere letteralmente in ombra la figura del gigantesco Talan durante l’interrogatorio, a simboleggiare l’oscurità della sua anima).

La metamorfosi del male

A.J.Cook, ormai forza televisiva consolidata nella serie di Criminal Minds, regge bene una prova attoriale in cui la psicologia appare alquanto messa in ombra da una sceneggiatura sicuramente non eccelsa e che risente nel complesso di una pesantezza dovuta all’abuso del soggetto trattato. Brian Scott O’Connor, esordio straordinario nei panni dell’ambiguo e tenebroso Talan, sa rendere benissimo un senso di inquietudine misto ad una perturbante bontà di fondo, come la figura terrificante di un orco buono delle fiabe. Ritmo sostenuto e atmosfere evocative giocano un ruolo determinate nel tenere a galla un’idea che rischia più volte di naufragare nello stereotipo e nella citazione.

Nel suo complesso La metamorfosi del male si presenta come un ennesimo prodotto di genere sul tema riscaldato del licantropo, lontano sicuramente dal genio irriverente di John Landis e dalla violenza orrorifica di Joe Dante, senza infamia e senza lode, un modo sicuramente sincero e a tratti originale per adattare al nuovo millennio la figura di uno dei mostri sacri del cinema di paura.

La metamorfosi del male: nuovo trailer del film

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La metamorfosi del male: nuovo trailer del film

Guarda il nuovo trailer del film La metamorfosi del male, il nuovo film del regista americano William Brent Bell (“Stay Alive” e “L’altra faccia del diavolo – Devil Inside”), nelle sale a partire dal prossimo 4 dicembre distribuito da Moviemax.

La metamorfosi del maleUna delle leggende classiche dell’orrore rivisitata in chiave moderna e resa quanto mai verosimile, “La metamorfosi del male” vede come protagonisti Aj Cook, Brian Scott O’connorr, Sebastian Roché, Simon Quarterman e Vik Sahay.

La famiglia Porter, in vacanza nella Francia rurale, viene brutalmente uccisa. Dopo le prime ipotesi di un attacco animale, viene accusato della strage Talan Gwynek, un uomo dall’aspetto rozzo che vive proprio nei pressi della scena del crimine. L’avvocato Kate Moore, giovane americana che vive in Francia insieme alla sua équipe, viene chiamata a difenderlo e, convinta della sua innocenza, decide di adottare un approccio scientifico per dimostrare l’incapacità fisica dell’uomo di procurare danni ad altre persone. Attraverso la testimonianza della madre di Talan, infatti, Kate scopre che l’uomo soffre di una particolare malattia genetica ereditaria che lo ha reso sin da piccolo lo zimbello del vicinato. Scavando nell’enigmatica storia familiare di Talan, Kate e la sua squadra riportano alla luce una sorprendente leggenda. Ne deriverà un bagno di sangue e Kate dovrà fare tutto quanto in suo potere per sopravvivere ed evitare che il caos, il terrore e la morte si diffondano.

La metamorfosi del male: nuova clip del film

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Arriverà nelle sale italiane il prossimo 4 dicembre, distribuito da Moviemax, LA METAMORFOSI DEL MALE, il nuovo film del regista americano William Brent Bell (“Stay Alive” e “L’altra faccia del diavolo – Devil Inside”), con Aj Cook, Brian Scott O’connorr, Sebastian Roché, Simon Quarterman e Vik Sahay.

SINOSSI
La famiglia Porter, in vacanza nella Francia rurale, viene brutalmente uccisa. Dopo le prime ipotesi di un attacco animale, viene accusato della strage Talan Gwynek, un uomo dall’aspetto rozzo che vive proprio nei pressi della scena del crimine. L’avvocato Kate Moore, giovane americana che vive in Francia insieme alla sua équipe, viene chiamata a difenderlo e, convinta della sua innocenza, decide di adottare un approccio scientifico per dimostrare l’incapacità fisica dell’uomo di procurare danni ad altre persone. Attraverso la testimonianza della madre di Talan, infatti, Kate scopre che l’uomo soffre di una particolare malattia genetica ereditaria che lo ha reso sin da piccolo lo zimbello del vicinato. Scavando nell’enigmatica storia familiare di Talan, Kate e la sua squadra riportano alla luce una sorprendente leggenda. Ne deriverà un bagno di sangue e Kate dovrà fare tutto quanto in suo potere per sopravvivere ed evitare che il caos, il terrore e la morte si diffondano.

La metamorfosi del male: al cinema dal 4 Dicembre

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La metamorfosi del maleArriverà nelle sale italiane distribuito da Moviemax il prossimo 4 dicembre “La metamorfosi del male“, il nuovo film del regista americano William Brent Bell (Stay Alive e L’ altra faccia del diavolo – Devil Inside).

“Centinaia di  anni fa, se capitava di vedere un uomo che versava in condizioni fisiche particolari, pieno di peli o con altre caratteristiche che lo facevano somigliare ad un lupo mannaro, allora quell’individuo ERA un lupo mannaro. Oggi invece sappiamo benissimo che se un uomo è coperto di peli, c’è una spiegazione scientifica. (…) Abbiamo voluto riportare sullo schermo un ragazzo che impazzisce e che ricorda un personaggio di cinquecento anni fa; allora tutti, anche a distanza di centinaia di anni, lo avrebbero di nuovo additato come un mostro. Ecco che il lupo mannaro torna ad esistere.” – William Brent Bell

Una delle leggende classiche dell’orrore rivisitata in chiave moderna e resa quanto mai verosimile, “La metamorfosi del male” vede come protagonisti Aj Cook, Brian Scott O’connorr, Sebastian Roché, Simon Quarterman e Vik Sahay

SINOSSI

La famiglia Porter, in vacanza nella Francia rurale, viene brutalmente uccisa. Dopo le prime ipotesi di un attacco animale, viene accusato della strage Talan Gwynek, un uomo dall’aspetto rozzo che vive proprio nei pressi della scena del crimine. L’avvocato Kate Moore, giovane americana che vive in Francia insieme alla sua équipe, viene chiamata a difenderlo e, convinta della sua innocenza, decide di adottare un approccio scientifico per dimostrare l’incapacità fisica dell’uomo di procurare danni ad altre persone. Attraverso la testimonianza della madre di Talan, infatti, Kate scopre che l’uomo soffre di una particolare malattia genetica ereditaria che lo ha reso sin da piccolo lo zimbello del vicinato. Scavando nell’enigmatica storia familiare di Talan, Kate e la sua squadra riportano alla luce una sorprendente leggenda. Ne deriverà un bagno di sangue e Kate dovrà fare tutto quanto in suo potere per sopravvivere ed evitare che il caos, il terrore e la morte si diffondano.

La metà oscura: recensione del film diretto da George A. Romero

La metà oscura: recensione del film diretto da George A. Romero

La metà oscura è il film del 1993 diretto da George A. Romero con Timothy Hutton, Amy Madigan, Michael Rooker, Julie Harris.

La trama del film La metà oscura

Thad Beaumont ha scritto per anni libri con lo pseudonimo di George Stark; quando decide finalmente di liberarsene firmando i libri in prima persona, l’alter ego, assunta vita propria, pur di non farsi eliminare darà il via ad una lunga scia di sangue, arrivando a minacciare la vita di coloro che circondano Thad, fino al più classico shodown finale dove l’esistenza di quel doppio verrà spiegata con un mix di elementi terreni e sovrannaturali.

Il ritorno di George Romero

Dopo De Palma, Kubrick, Cronenberg e Carpenter, un altro mostro sacro come George Romero si cimenta con l’opera di Stephen King.  Il regista torna con sugli schermi a tre anni di distanza dall’episodio di Due occhi diabolici (progetto che lo vedeva affiancato a Dario Argento) e a cinque da Monkey Shines,  non senza i problemi produttivi che sembrano accompagnare costantemente i suoi lavori: in questo caso, dopo essere stato girato il film resta nel limbo per due anni a causa del fallimento della casa produttrice, la Orion.

Al momento dell’uscita, Romero lamentò l’impossibilità di curare il montaggio finale e di dire la sua riguardo i tagli apportati alla pellicola, avendo perso il pieno controllo del progetto. Un ritardo che finirà per essere uno dei motivi del fallimento commerciale del film, i cui ricavi non riusciranno nemmeno a coprire i costi.

Nonostante questo, La metà oscura può dirsi un adattamento riuscito: Romero riesce a tradurre sullo schermo con discreta fedeltà e una buona scrittura un romanzo di per se tortuoso, che nel suo procedere tradiva forse una certa indecisione da parte dell’autore sul come risolvere lo snodo dell’esistenza del doppio. A dare sostegno al film è soprattutto l’interpretazione di un efficace Timothy Hutton, che dopo l’Oscar vinto, appena ventenne, per Gente Comune, aveva visto la propria carriera  progressivamente sfumare. Hutton supera  la prova del doppio ruolo dell’eroe e della sua controparte malvagia, riuscendo a caratterizzare entrambe in maniera convincente, seppure in modo a tratti un po’ calligrafico. Peccato che il resto del cast non sia all’altezza del protagonista: affiancano Hutton tra gli altri Amy Madigan (L’uomo dei sogni, Pollock), Michael Rooker (Henry pioggia di sangue), la veterana Julie Harris.

Il risultato alla fine resta comunque discreto: una delle rare escursioni di Romero nel cinema ad elevato budget (ma ciò, come abbiamo visto, non ha evitato nemmeno in questo caso al regista le consuete traversie produttive), il film gioca bene le carte a sua disposizione, la sceneggiatura efficace e la riuscita doppia interpretazione del protagonista:  questo non l’ha salvato dall’essere un fiasco al botteghino, ma gli ha almeno garantito un certo sostegno da parte di critica e appassionati.

La memoria dell’assassino: trailer e poster italiani del film di e con Michael Keaton

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Ecco il trailer italiano di La memoria dell’assassino, il film di e con Michael Keaton, il quale dirige e recita al fianco di James Marsden e Al Pacino. Distribuito in Italia da Eagle Pictures, il film arriverà nelle sale il prossimo 4 luglio.

La memoria dell’assassino – la trama

John Knox (Michael Keaton), è un sicario a cui è stata diagnosticata una malattia irreversibile che gli fa perdere progressivamente e rapidamente la memoria. Il figlio Miles (James Marsden), con cui ha rapporti tesi, chiede improvvisamente il suo aiuto: ha commesso un terribile crimine, e chiede a Knox di farne sparire le prove. Aiutato da un amico fidato (Al Pacino), affrontando l’acuta detective Ikari (Suzy Nakamura), Knox, cercherà di risolvere la situazione in una lotta contro il tempo e il ticchettio della sua mente in rapido deterioramento.

Il poster di La memoria dell’assassino

La memoria del cuore: recensione del film

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La memoria del cuore: recensione del film

Che fareste se la persona di cui siete innamorati, da un momento all’altro, non si ricordasse più di voi? È lo spunto da cui parte il dramma sentimentale appena sfornato dalla Spyglass Entertainment e diretto da Michael Sucsy: La memoria del cuore.

La memoria del cuore filmPaige (Rachel McAdams) e Leo (Channing Tatum) sono una perfetta coppia di neo-sposini: innamorati, conducono una vita da artisti a Chicago piena di soddisfazioni personali e professionali (lui possiede uno studio di registrazione, lei è un’affermata scultrice). Una sera restano vittime di un incidente d’auto: lui ne uscirà quasi illeso, mentre la giovane donna riporterà un trauma cranico.

Al suo risveglio, Paige non ricorda nulla degli ultimi 5 anni della sua vita,  il matrimonio e la vita insieme a Leo, ora per lei un perfetto sconosciuto, sono stati rimossi. La memoria di Paige è ferma ai tempi dell’Università, quando ancora sognava di diventare avvocato e andava d’amore e d’accordo con i genitori Sam e Rita (Bill Thornton e Jessica Lange). Una donna diversa che sembra essere tornata ai vecchi flirt (l’ex fidanzato Jeremy abbandonato poco prima di salire all’altare), e ad uno stile di vita anni prima ripudiato, unica certezza cui ora Paige può aggrapparsi in attesa che i ricordi più recenti tornino a galla. Leo si trova così a dover riconquistare per la seconda volta l’amore di sua moglie, e inizia a corteggiare Paige ripartendo da zero, con tanto di primo appuntamento romantico.

La memoria del cuore

Pur vantando una buona idea di partenza (la storia realmente accaduta ad una coppia del New Mexico), la seconda prova alla regia di Sucsy delude nei risultati, mal supportata da una sceneggiatura banale che, a tratti, sfocia addirittura nel ridicolo. I dialoghi sono infatti privi di spessore, caratterizzati da uno stile tipico del genere melò-sentimentale in cui la pellicola s’inserisce (e persino una fuoriclasse come Jessica Lange ne risente).

La memoria del cuoreAccanto alla povertà del testo, spicca la prova insoddisfacente di Channing Tatum, piuttosto inespressivo, senza contare il terribile doppiaggio italiano, che di certo non ha aiutato il giovane attore dell’Alabama. Peccato per la McAdams, promettente 33enne che ha di recente mostrato di avere stoffa (vedi Midnight in Paris), oltre ad una simpatia e uno charme tutto naturale qui un po’ sprecati.

Certo, qua e là una gag divertente riesce a far risalire il livello del film, tuttavia, La memoria del cuore dà l’idea di un’occasione mancata, di un tema interessante che non è stato sviluppato a dovere (si vada invece a rivedere come, 20 anni fa, Mike Nichols trattò lo stesso argomento in A proposito di Henry).

Non male le musiche di Rachel Portman e Michael Brook, in linea con l’atmosfera sentimental-drammatica della vicenda. Il film, nelle sale italiane il 25 luglio, ha superato in America i 100 milioni di incasso.

La Memoria degli Ultimi: recensione del film di Samuele Rossi

La Memoria degli Ultimi: recensione del film di Samuele Rossi

La memoria degli ultimi – Ermenegildo Bugni, Umberto Lorenzoni, Giorgio Vecchiani, Massimo Rendina, Laura Francesca Wronowska, Germano Pacelli e Giorgio Mori sono oggi anziani custodi di una straordinaria memoria storica, tra gli ultimi a poterla raccontare ancora alle nuove generazioni.

Tutti protagonisti, in luoghi diversi, della guerra di resistenza combattuta sulla linea gotica tra il settembre del ’43 e il maggio del ’45. Ricordi, racconti ed aneddoti interessantissimi sulla loro vita di partigiani ma anche di uomini con i loro affetti, le loro emozioni e le loro paure vissute in quei terribili mesi che sconvolsero il nostro paese. Un viaggio nella memoria, nel loro passato, ritornando sui luoghi che furono teatro di combattimento, di morte ma anche di vita e speranza.

La memoria degli ultimi è un film di Samuele Rossi, giovane regista al suo primo film documentario realizzato grazie a EchiVisivi, la società di produzione cinematografica di cui è co-fondatore, e distribuito dalla BertaFilm. Il regista imposta questo suo documentario sulla figura dei sette protagonisti, sette straordinari personaggi che ci raccontano con semplicità e trasporto ancora vivo la loro storia, la nostra storia che rischia, nell’Italia di oggi, di essere dimenticata se non peggio travisata e distorta. Impressiona constatare come il rivivere certi ricordi, certe emozioni vissute sulla propria pelle ormai settant’anni fa, susciti in questi anziani e dignitosissimi custodi della storia emozioni e sentimenti ancora così forti, cocenti e strazianti.

La memoria degli ultimi, tra cinema e storia

La Memoria degli Ultimi filmCome dice uno di loro, Germano Pacelli, oggi pittore che si dedica a varie attività per i più piccoli, dare voce con delle parole a ciò che si ha dentro, a ciò che si serba nell’angolo più lontano e nascosto del nostro animo, fa male, è un dolore ancora vivido. Dai loro racconti percepiamo le paure, i timori e le angosce di chi svestì i panni del semplice ed onesto cittadino per indossare quelli del combattente, del soldato irregolare che nascondendosi tra i boschi dichiarava guerra al forte e temutissimo esercito tedesco.

Non solo la guerra e la morte ma anche gli affetti, gli amori sbocciati in quei tempi duri e che per colpa della guerra non poterono compiere il loro naturale percorso; come l’amore tra Laura e Sergio, partito per il fronte e mai più tornato e lei, oggi, a commuoversi di fronte al busto a lui dedicato nella piazza di Chiavari. “Laura”, come veniva semplicemente chiamata dai suoi compagni combattenti, è Laura Francesca Wronowska, donna straordinaria, oggi novantenne, che fu partigiana e poi giornalista e che aveva nel destino il dover combattere per la libertà e contro l’ingiustizia, essendo la nipote nientemeno che di Giacomo Matteotti.

La memoria degli ultimi è un documentario che rappresenta un prezioso strumento per conservare una memoria che non va dimenticata e perduta, che racconta con emozione e trasporto e che sviscera non solo ricordi ma anche e soprattutto affetti. Un film concepito per festeggiare nel modo più degno la Festa di Liberazione nazionale, ricorrenza oggi troppo spesso oggetto di divisioni e sentimenti pericolosamente revisionistici. Il film è già disponibile in DVD grazie alla Cecchi Gori Home Video.

La Mélodie: proiezioni speciali con concerto a Milano

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La Mélodie: proiezioni speciali con concerto a Milano

Officine UBU in collaborazione con SONG onlus – Sistema in Lombardia, organizza due proiezioni speciali del film LA MÉLODIE di Rachid Hami: le proiezioni saranno precedute da un vivace momento musicale a cura dei giovani musicisti del “Sistema in Lombardia”.

Giovedì 26 aprile alle ore 20.00 – presso Anteo Palazzo del Cinema – p.za XXV Aprile 8 – Milano – Venerdì 27 aprile alle ore 19.15 presso la Multisala Eliseo di via Torino 64 – Milano

Sono inoltre state attivate delle convenzioni tra i cinema Anteo ed Eliseo e le scuole di musica SONG – Sistema in Lombardia, Fondazione Verdi, Associazione E’ musica nuova, Civica Scuola di Musica Fondazione Abbado, Conservatorio e Accademia della Scala che consentiranno agli studenti di musica di acquistare dal lunedì al venerdì, festivi esclusi, i biglietti a prezzo ridotto.

In LA MÉLODIE la musica è la protagonista, valorizzata come strumento di elevazione, integrazione e riscatto sociale e la pratica musicale collettiva diventa mezzo educativo fondamentale. Sono proprio questi i capisaldi di SONG onlus, che promuove nei suoi “Nuclei” un progetto di inclusione attraverso la musica basato sul dirompente modello di “El Sistema” ideato da José Antonio Abreu in Venezuela e oggi valorizzato in tutto il mondo.

Saranno 15 giovani musicisti dai 10 ai 14 anni, guidati dal maestro Carlo Taffuri, a introdurre le proiezioni con il Concerto per archi in Re minore RV127 di Vivaldi e brani dal repertorio giovanile.

La Mélodie, la trama

Simon, un famoso musicista ormai disilluso, viene incaricato dell’insegnamento del violino in una scuola di classi multietniche alle porte di Parigi per favorire l’aggregazione fra studenti. I suoi metodi d’insegnamento rigidi non facilitano il rapporto con alcuni allievi problematici. Tra loro c’è Arnold, un timido studente affascinato dal violino che scopre di avere una forte predisposizione per lo strumento. Grazie al talento di Arnold e all’incoraggiante energia della sua classe, Simon riscopre a poco a poco le gioie della musica. Riuscirà a ritrovare l’energia necessaria per ottenere la fiducia degli allievi e mantenere la promessa di portare la classe a esibirsi al saggio finale alla Filarmonica di Parigi?

La Mélodie arriverà al cinema il 26 Aprile

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La Mélodie arriverà al cinema il 26 Aprile

È in arrivo nelle sale italiane dal 26 aprile con Officine UBU, l’emozionante pellicola francese La Mélodie, una storia sulla forza della rinascita attraverso le proprie passioni, diretta da Rachid Hami.

Il regista traduce in immagini e parole le situazioni difficili realmente vissute dai giovani allievi delle scuole multietniche parigine. Un film sull’amore per la vita e per l’arte, dove i protagonisti affrontano le disillusioni con una nuova speranza, cercando di ottenere il loro riscatto sociale.

Una rivalsa che ha il suono di un violino accordato sulle note della vita.

SINOSSI

Simon, un famoso musicista ormai disilluso, arriva in una scuola alle porte di Parigi per dare lezioni di violino. I suoi metodi d’insegnamento rigidi non facilitano il suo rapporto con alcuni allievi problematici. Tra loro c’è Arnold, un timido studente affascinato dal violino che scopre di avere una forte predisposizione per lo strumento. Grazie al talento di Arnold e all’incoraggiante energia della sua classe, Simon riscopre a poco a poco le gioie della musica. Riuscirà a ritrovare l’energia necessaria per ottenere la fiducia degli allievi e mantenere la promessa di portare la classe ad esibirsi al saggio finale alla Filarmonica di Parigi?

La meccanica del cuore trailer del film prodotto da Luc Besson

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La meccanica del cuore trailer del film prodotto da Luc Besson

La meccanica del cuore trailerLa casa di produzione del regista francese Luc Besson, l’Europacorp, ha diffuso il trailer de La meccanica del cuore, prossimo film d’animazione basato sull’omonimo romanzo di Mathias Malzieu. L’autore ha anche co diretto il film accanto a Stéphane Berla, e si è occupato delle musiche con la sua rock band, i Dionysos.

La meccanica del cuore trailer

Il film prodotto da Luc Besson uscirà nei cinema francesi il prossimo febbraio.

Di seguito la trama del film:

Nella notte più fredda del mondo possono verificarsi strani fenomeni. È il 1874 e in una vecchia casa in cima alla collina più alta di Edimburgo il piccolo Jack nasce con il cuore completamente ghiacciato. La bizzarra levatrice Madeleine, dai più considerata una strega, salverà il neonato applicando al suo cuore difettoso un orologio a cucù. La protesi è tanto ingegnosa quanto fragile e i sentimenti estremi potrebbero risultare fatali. Ma non si può vivere al riparo dalle emozioni e, il giorno del decimo compleanno di Jack, la voce ammaliante di una piccola cantante andalusa fa vibrare il suo cuore come non mai. L’impavido eroe, ormai innamorato, è disposto a tutto per lei. Non lo spaventa la fuga né la violenza, nemmeno un viaggio attraverso mezza Europa fino a Granada alla ricerca dell’incantevole creatura, in compagnia dell’estroso illusionista Georges Méliès. E finalmente, due figure delicate, fuori degli schemi, si incontrano di nuovo e si amano. L’amore è dolce scoperta, ma anche tormento e dolore, e Jack lo sperimenterà ben presto. Intriso di atmosfere che ricordano il miglior cinema di Tim Burton, ritmato da avventure di sapore cavalleresco, una favola e un romanzo di formazione, in cui l’autore, con scrittura lieve ed evocativa, punteggiata di ironia, traccia un’indimenticabile metafora sul sentimento amoroso, ineluttabile nella sua misteriosa complessità.

Fonte: bleeding cool via badtaste.it

La mattina scrivo: recensione del film di Valérie Donzelli – Venezia 82

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Al suo ritorno in Concorso alla Mostra di Venezia, Valérie Donzelli firma con A Pied D’Oeuvre (La mattina scrivo) un film sobrio, capace di inserirsi con naturalezza in un filone che sembra emergere con forza in questa 82ª edizione: quello delle rappresentazioni del lavoro come dispositivo di alienazione e precarietà sotto il capitalismo contemporaneo. Se in altri titoli come Bugonia o No Other Choice questo tema assume toni distopici o apertamente politici, Donzelli sceglie la strada del racconto intimo, adattando il romanzo autobiografico di Frank Courtes e portando sullo schermo una parabola esistenziale che oscilla tra la dignità della scelta e l’umiliazione della miseria.

Un ricco diventato povero

Il protagonista Paul (interpretato da Bastien Bouillon) è un uomo di 42 anni che conosciamo mentre prende a martellate un muro di cartongesso. La scena non è soltanto un’immagine concreta, ma la metafora di un’esistenza che va in frantumi. Ex fotografo affermato, con guadagni mensili tra i 3.000 e gli 8.000 euro, Paul ha deciso di rinunciare a una vita agiata per inseguire il sogno di diventare scrittore. Il suo terzo libro, un resoconto autobiografico del naufragio matrimoniale, viene giudicato invendibile dall’agente. Intanto l’ex moglie (interpretata dalla stessa Donzelli) si è trasferita a Montréal con i due figli, e lui si ritrova in un monolocale minuscolo, sopravvivendo tra royalties esigue e lavori saltuari.

La sua decisione di iscriversi alla piattaforma “Jobbing” segna un passaggio cruciale: Paul diventa un lavoratore precario, un handyman disposto a tutto pur di guadagnare poche decine di euro per ore di fatica. È l’inizio di una caduta sociale che non viene mai spettacolarizzata, ma mostrata attraverso i dettagli minimi e quotidiani di un corpo che si piega e di una mente che cerca disperatamente di resistere.

La mattina scrivo: la nuova economia della precarietà

Uno dei meriti del film è quello di restituire con precisione i meccanismi del lavoro digitale a cottimo. La piattaforma notifica i nuovi incarichi con un ping, a cui segue una gara al ribasso tra i lavoratori. Paul offre spesso 20 euro per compiti che richiedono ore, finendo per guadagnare meno del salario minimo. La sua “zeal of the beginner” gli consente inizialmente di trovare spazio, ma la logica sottostante è spietata: chi vince è chi accetta di svendersi. Insomma, un caporalato legalizzato.

Donzelli coglie con sguardo quasi documentario le micro-umiliazioni di questa dinamica: il sorriso forzato di Paul davanti alla webcam mentre scatta la foto per il profilo, la domanda di una cliente che lo guarda con sospetto (“non ha l’aria del manovale”), le conversazioni smozzicate con i colleghi migranti. In queste crepe narrative emerge la riflessione più ampia: non basta vendere la propria forza lavoro, occorre anche recitare benessere, competenza, affidabilità. È il capitalismo delle app, che monetizza non solo il tempo ma l’immagine, la disponibilità, persino il sorriso.

Credits Christine Tamalet © 2025 Pitchipoï productions

Il prezzo della libertà

Se La mattina scrivo evita accuratamente ogni romanticizzazione della povertà, resta evidente l’elemento della scelta. Paul non è un migrante senza alternative, né un disoccupato espulso dal sistema: riceve ancora 200-300 euro di royalties al mese, “non la povertà, ma un punto di vista chiaro su di essa”, come scrive lui stesso. La sorella lo rimprovera di non essere un “vero povero”, accusandolo di cercarsi i guai. Ma Paul è mosso da una convinzione profonda: “alcuni schiavi oggi sono ben pagati”.

In questo paradosso sta la cifra politica del film. Paul ha assaporato i privilegi di un lavoro creativo remunerato, ma avvolto nelle logiche di consumo e di status. La precarietà, per lui, è l’unica via d’uscita da un’altra forma di schiavitù, meno visibile ma ugualmente soffocante. È un cammino verso la libertà che assomiglia a una spirale discendente: il rischio costante è che la rinuncia alla sicurezza non apra spazi di creazione, ma solo abissi di debito e frustrazione.

A metà film, Donzelli introduce un momento rivelatore. Paul, alla guida, incontra un vecchio collega del mondo della fotografia. L’uomo, con casa grande e viaggi di lusso, osserva con curiosità la sua scelta: “Stai riducendo, è un bene”. Il dialogo non è caricaturale, ma sottolinea la frattura tra due mondi che un tempo erano lo stesso.

Da questi incontri Paul trae ispirazione per la scrittura: i clienti che lo osservano, i colleghi che competono con lui, i familiari che lo giudicano. Tutti diventano materia narrativa, alimentando un romanzo che rischia di riprodurre proprio l’esperienza che lo ha distrutto come fotografo: la trasformazione della vita privata in merce culturale. Donzelli, però, evita il finale consolatorio: Paul non diventa ricco scrivendo la sua “povertà”. Il film resta sospeso, come un diario incompiuto, fedele alla precarietà che descrive.

Lo stile di Donzelli è privo di orpelli: macchina da presa discreta, montaggio lineare, osservazione attenta dei gesti e degli spazi. In questa austerità si nasconde la forza del film, che non indulge né in estetizzazioni della miseria né in derive melodrammatiche.

Bastien Bouillon regge quasi da solo l’intero racconto. Il suo volto, mutevole a seconda dell’angolazione, trasmette tanto l’orgoglio quanto l’umiliazione del personaggio. La sua fisicità – più intellettuale che manuale – diventa parte integrante della narrazione: Paul non “sembra” un lavoratore, eppure lavora. È in questa frizione tra immagine e realtà che si produce l’energia drammatica del film.

Una favola amara per il presente

A Pied D’Oeuvre (La mattina scrivo) potrebbe sembrare un film “minore”, quasi dimesso, nell’ambito del Concorso veneziano. Ma la sua forza sta proprio nella modestia: nel raccontare senza fronzoli la microfisica del lavoro precario, Donzelli coglie l’essenza di un fenomeno universale.

Il film non è una denuncia programmatica, né un pamphlet ideologico. È un ritratto preciso e umano di un uomo che cerca di scrivere una storia, e che nel farlo mette a rischio la propria esistenza. Una parabola che parla di Francia ma potrebbe parlare di qualsiasi Paese occidentale, di chiunque si ritrovi intrappolato tra il desiderio di libertà e la realtà di un mercato del lavoro che riduce tutto a competizione e ribasso.

La maschera di ferro: la storia vera dietro il film con Leonardo DiCaprio

La maschera di ferro, diretto nel 1998 da , è un film d’avventura e drammatico ispirato al romanzo Il visconte di Bragelonne di Alexandre Dumas, ultimo capitolo della celebre saga dei Moschettieri. La storia prende spunto dalla leggenda dell’uomo misterioso imprigionato con una maschera di ferro nella Francia del XVII secolo, mescolando fatti storici e invenzione narrativa per creare un’avventura ricca di intrighi, duelli e colpi di scena. Il film propone un tono epico, in cui la spettacolarità delle scene d’azione si unisce a drammi personali e tensioni politiche, tipiche delle opere di Dumas.

Il genere del film si colloca tra l’avventura storica e il dramma, con forti elementi di azione, duelli coreografati e scontri tra lealtà e tradimento. L’ambientazione francese del XVII secolo viene resa con scenografie sontuose, costumi d’epoca e atmosfere da romanzo classico. La pellicola punta a un pubblico ampio, combinando avventura, suspense e romanticismo, e mantiene il ritmo serrato tipico dei film sui Moschettieri, pur concentrandosi sul mistero centrale della figura dell’uomo mascherato e sul suo impatto sulla monarchia francese.

Il cast di La maschera di ferro vanta nomi di spicco del cinema hollywoodiano degli anni Novanta: Leonardo di Caprio interpreta i ruoli gemelli del giovane re Luigi XIV e del misterioso prigioniero, mentre Jeremy Irons, John Malkovich e Gérard Depardieu tornano a vestire i panni dei leggendari Moschettieri. La combinazione di talento internazionale e fascino dei personaggi storici permette al film di unire spettacolo e dramma umano, dando vita a una narrazione avvincente e ricca di tensione. Nel resto dell’articolo si approfondirà la leggenda e la storia vera dell’uomo con la maschera di ferro, alla base del racconto.

John Malkovich, Gerard Depardieu e Jeremy Irons in La maschera di ferro
John Malkovich, Gerard Depardieu e Jeremy Irons in La maschera di ferro

La trama e il cast di La maschera di ferro

Nel 1662, la Francia è in bancarotta per le guerre di Re Luigi XIV (Leonardo di Caprio) contro la Repubblica olandese. Sebbene il Paese sembri essere sull’orlo di una rivoluzione, il sovrano continua a trascorrere il suo tempo pensando solo a espandere il proprio dominio e a sedurre innumerevoli donne. I famosi moschettieri hanno intanto preso strade separate: Aramis (Jeremy Irons) è un sacerdote anziano, Porthos (Gérard Depardieu) è diventato un ubriacone e Athos (John Malkovich) è in pensione e vive con suo figlio Raoul, che aspira a unirsi all’esercito. Solo D’Artagnan (Gabriel Byrne) è rimasto con i moschettieri, che ora lo servono come loro capitano.

Quando però le azioni di Luigi XIV oltrepassano il limite, Aramis convoca Porthos, Athos e D’Artagnan per un incontro segreto, in cui rivela che ha un piano per deporre Luigi XIV. Athos e Porthos sono d’accordo, ma D’Artagnan rifiuta di collaborare poiché non può venir meno al suo giuramento d’onore. I tre moschettieri decidono quindi di entrare in azione: in una prigione remota liberano un misterioso prigioniero senza nome, il cui volto è circondato da una maschera di ferro. Dietro di essa, si cela un terribile segreto che potrebbe cambiare le sorti della Francia.

La vera storia dietro il film: chi era l’Uomo con la Maschera di Ferro?

La leggenda della Maschera di Ferro nasce da una vicenda storica realmente accaduta durante il regno di Luigi XIV, ma la cui natura rimane tuttora incerta. Voltaire fu uno dei primi autori a interessarsi al caso, menzionandolo ne Il secolo di Luigi XIV e basandosi sulle testimonianze delle guardie della Bastiglia, secondo cui un prigioniero misterioso portava sempre sul volto una maschera di velluto nero assicurata con cinghie metalliche. Alexandre Dumas, ispirandosi a Voltaire, trasformò la vicenda in un elemento centrale del suo romanzo Il visconte di Bragelonne, introducendo l’idea del gemello segreto di Luigi XIV, creando così la mitologia che avrebbe influenzato numerosi film.

Il romanzo di Dumas rappresenta un esempio di fusione tra storia e fantasia, tipico della sua narrativa. Pur basandosi su eventi reali, Dumas immagina che l’uomo con la maschera fosse il fratellastro o gemello del re, privato della propria identità per motivi politici. Questo espediente letterario consente al romanzo di esplorare temi come il potere, la legittimità, la giustizia e la lealtà, attraverso avventure ricche di intrighi, duelli e complotti di corte. La Maschera di Ferro diventa così simbolo della repressione e dell’occultamento della verità, creando un mistero duraturo che cattura l’immaginazione dei lettori.

Leonardo DiCaprio in La maschera di Ferro
Leonardo DiCaprio in La maschera di Ferro

Storicamente, però, il prigioniero è identificato con Eustache Dauger (o Danger), arrestato il 19 luglio 1669 e affidato alla custodia di Saint-Mars, ex sergente dei Moschettieri. La sua detenzione fu segreta e severa: spostato tra quattro prigioni – Pignerol, Exilles, l’isola di Sainte-Marguerite e la Bastiglia – fu isolato in celle chiuse e sorvegliato da vicino, al punto che i contemporanei ignoravano la sua vera identità. Sebbene venisse definito “solo un valletto” nei documenti ufficiali, la sua vicenda suggerisce che fosse una persona di qualche importanza politica, poiché Saint-Mars si premurava di mantenerlo sotto custodia durante le sue promozioni e trasferimenti.

L’iconica maschera di ferro, che ha alimentato miti e leggende, sembra essere stata in gran parte una creazione di Voltaire e della tradizione letteraria successiva. In realtà, Eustache indossava un semplice velo di velluto nero che copriva parzialmente il volto e serviva soprattutto durante i trasferimenti o per apparire davanti a medici e testimoni. Le teorie sull’identità del prigioniero variano: alcuni indicano ministri traditori come Ercole Antonio Mattioli o Nicolas Fouquet, altri ipotizzano nobili francesi o inglesi, mentre alcuni ritenevano che fosse un fratellastro di Luigi XIV, ipotesi romantica che – come già detto – Dumas sfruttò pienamente nel suo romanzo.

Eustache Dauger morì poi il 19 novembre 1703 nella Bastiglia e fu sepolto con un falso nome nella chiesa parrocchiale di Saint-Paul-des-Champs, ora scomparsa. La sua storia, tra leggenda e documenti storici, ha lasciato un’eredità duratura nella cultura popolare, ispirando opere letterarie, cinematografiche e teatrali. Il film La maschera di ferro del 1998 si inserisce in questa tradizione, reinterpretando la vicenda attraverso il prisma dell’avventura e della drammaturgia hollywoodiana, trasformando un mistero storico in una narrazione epica, ricca di intrighi e colpi di scena, ma sempre radicata nella figura enigmatica di un prigioniero che sfidò il tempo e l’oblio.

La maschera di ferro: la spiegazione del finale del film

La maschera di ferro: la spiegazione del finale del film

La maschera di ferro trasporta lo spettatore nel cuore della Francia del XVII secolo, tra intrighi di corte, rivalità dinastiche e battaglie morali. Basato liberamente sui romanzi di Alexandre Dumas, il film intreccia le vicende dei leggendari Moschettieri con la storia segreta di un misterioso prigioniero, Philippe, gemello di re Luigi XIV (interpretato da Leonardo di Caprio), costretto a indossare la celebre maschera di ferro. Ciò che appare come un’avventura storica densa di duelli e complotti cela in realtà un’indagine sul potere, sulla giustizia e sulla fedeltà, temi che trovano la loro massima risonanza nel finale tragico e al contempo liberatorio dell’opera.

Fin dall’inizio, la pellicola stabilisce un contrasto netto tra l’arroganza e la crudeltà del re e l’integrità morale dei Moschettieri. Luigi XIV, giovane e spietato, governa con egoismo e disprezzo per il popolo, mentre Athos, Porthos e Aramis incarnano ideali di lealtà, amicizia e coraggio. Questa tensione tra oppressore e difensori della giustizia scandisce il ritmo della storia, anticipando la resa dei conti finale in cui la verità, la vendetta e la redenzione si fondono in un climax che non si limita all’azione, ma riflette sul senso profondo della giustizia e della responsabilità.

La spiegazione del finale: duelli, inganni e redenzione

Il finale de La maschera di ferro non è soltanto un momento di azione spettacolare, ma un complesso intreccio di identità, sacrificio e riconoscimento morale. I Moschettieri riescono a liberare Philippe dall’Île Sainte-Marguerite e a introdurlo alla vita di corte, preparandolo a sostituire il crudele Luigi XIV. Tuttavia, la sostituzione appare subito problematica: il re legittimo non è sconfitto né morto, e la complessa ragnatela di intrighi non si scioglie facilmente. La maschera di ferro, simbolo della segregazione e del silenzio forzato, diventa strumento di trasformazione e di riscatto, mentre Philippe impara rapidamente a incarnare l’autorità e la benevolenza che suo fratello ha sempre negato.

Leonardo DiCaprio in La maschera di Ferro
Leonardo DiCaprio in La maschera di Ferro

La tensione narrativa culmina durante la scena della mascherata, in cui Philippe, sotto la guida dei Moschettieri, assume l’identità del re per una notte. Christine Bellefort affronta pubblicamente Luigi, accusandolo della morte di Raoul, e la gentilezza di Philippe la colpisce immediatamente, evidenziando la contrapposizione morale tra i due fratelli. Questo momento, seppur breve, anticipa la risoluzione finale: l’eroismo dei Moschettieri e la lealtà a ideali più grandi del potere personale conducono a un confronto decisivo nella Bastiglia, dove D’Artagnan sacrifica la propria vita per proteggere Philippe e garantire la giustizia storica. La scena finale, in cui Philippe assume definitivamente l’identità del re e viene affiancato dai Moschettieri come consiglieri fidati, suggella un nuovo ordine morale e politico, derivante da sacrificio, coraggio e saggezza.

Potere, giustizia e identità

Il film esplora con chiarezza l’idea che il potere, se esercitato senza etica, conduce alla corruzione e alla disumanizzazione. Luigi XIV è l’incarnazione della tirannia giovanile: usa l’inganno, la seduzione e la violenza per mantenere il controllo, mostrando come l’autorità non garantisca la legittimità morale. Philippe, al contrario, rappresenta il potere temperato dalla compassione e dalla giustizia. La sua sostituzione del fratello non è solo una mossa tattica, ma un atto simbolico: la benevolenza e la saggezza, se incarnate da chi detiene l’autorità, possono riparare torti storici e riscrivere il destino di un’intera nazione.

Un tema ricorrente è la maschera stessa: non è solo uno strumento fisico, ma un simbolo dell’identità repressa, del segreto familiare e della doppia vita che Philippe è costretto a condurre. Indossandola, egli diventa al contempo prigioniero e salvatore. L’atto finale di assumere l’identità del fratello riflette un concetto più ampio: la responsabilità individuale può modificare la storia, e la virtù, anche in contesti di inganno, può prevalere sulla crudeltà. Il sacrificio di D’Artagnan rafforza questa visione: il vero eroismo consiste nel proteggere i principi morali, anche a costo della vita, e nell’assicurare che la giustizia non resti confinata a parole, ma diventi azione concreta.

John Malkovich, Gerard Depardieu e Jeremy Irons in La maschera di ferro
John Malkovich, Gerard Depardieu e Jeremy Irons in La maschera di ferro

Dumas, i Moschettieri e il cinema d’avventura

La maschera di ferro si inserisce così nel solco della letteratura d’avventura di Alexandre Dumas, in particolare nei romanzi dei Moschettieri, che esplorano amicizia, onore e le tensioni tra lealtà personale e dovere verso lo Stato. Il film rielabora questi temi con licenze cinematografiche, aggiungendo un intreccio storico e un tono epico che lo avvicinano a blockbuster del genere, pur conservando una forte componente morale e simbolica.

Il regista, facendosi carico di questa tradizione, utilizza la spettacolarità visiva — duelli, balli di corte, intrighi — non come fine a se stessa, ma come strumento per approfondire i personaggi e le loro scelte etiche. In particolare, la figura di Philippe evidenzia il tema ricorrente nei film storici: la possibilità di riscatto attraverso la consapevolezza e la rettitudine. Anche il personaggio di D’Artagnan, spesso collante tra azione e riflessione, funge da mediatore morale: attraverso il suo sacrificio, il film mostra che il vero eroismo va oltre la tecnica o la forza fisica e si misura sulla capacità di agire per il bene collettivo.

Implicazioni e riflessioni: storia, mito e attualità del messaggio

Oltre alla mera narrazione storica, La maschera di ferro offre spunti per riflessioni più ampie su identità, leadership e giustizia. Il concetto di “gemello nascosto” diventa metafora di un potere alternativo, possibile solo se chi lo esercita possiede virtù superiori. In un’epoca in cui la legittimità del comando era spesso legata alla nascita, la vicenda sottolinea come la moralità personale possa trasformare la politica e il destino di una nazione.

Il film, pur radicato in un contesto storico preciso, parla a spettatori contemporanei: mette in discussione la legittimità della supremazia dettata da privilegi ereditari e invita a riflettere sul valore dell’integrità, del coraggio e della fedeltà. L’uso della maschera come simbolo di segreto e verità rimanda a molteplici livelli interpretativi, suggerendo che la verità storica e morale spesso richiede maschere, inganni e sacrifici per emergere. In definitiva, La maschera di ferro non è soltanto una storia d’avventura, ma un’indagine sulla condizione umana e sulle responsabilità di chi detiene il potere.

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La maschera di cera: trama, cast e curiosità sul film horror

La maschera di cera: trama, cast e curiosità sul film horror

Affermatosi come regista di thriller come Orphan, Unknown – Senza identità, Run All Night e L’uomo sul treno – The Commuter, il regista spagnolo Jaume Collet-Serra ha esordito nel 2005 con un puro film horror intitolato La maschera di cera, vagamente ispirato all’omonimo titolo del 1953 (il quale era a sua volta un remake di un lungometraggio del 1933). Tra i due film, tuttavia, di comune vi è solo il titolo, mentre per il resto Collet-Serra dà vita ad una rivisitazione originale in chiave contemporanea, stando ben attento a distinguersi dagli horror adolescenziali sempre onnipresenti sul grande schermo.

Per riuscire nel suo obiettivo, in particolare, il regista decise di ricorrere quanto più possibile all’utilizzo di effetti pratici, rinunciando dunque alla CGI, da lui considerata uno strumento non valido a generare vera paura. Al momento della sua uscita La maschera di cera divise però nettamente critica e pubblico, tra chi lo liquidava come il classico film horror e chi invece ne lodava gli elementi di originalità. Il celebre critico Roger Ebert, ad esempio, ha affermato che si tratta di un titolo non eccellente, ma efficiente nel suo compito di suscitare terrore in un modo che si distingue rispetto a titoli simili.

Negli anni La maschera di cera ha conquistato sempre più appassionati del genere, divenendo un vero e proprio cult. A distanza di quasi vent’anni, è ancora un film capace di spaventare e divertire, proponendo qualcosa di diverso pur rimanendo nei canoni dell’horror. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La maschera di cera cast

La trama di La maschera di cera

Il film segue le vicende di sei ragazzi, Carly, suo fratello Nick, Wade, Dalton, Blake e Page, che partono tutti insieme per andare a vedere una partita di football. La notte decidono di dormire all’interno di un bosco e il mattino seguente, quando si svegliano, uno di loro si rende conto che la cinghia di trasmissione della macchina è inspiegabilmente rotta. Proprio in quel momento passa lì vicino un uomo che sta portando carcasse di animali su un furgoncino, offrendosi di accompagnarli all’officina nella città di Ambrose. Nel frattempo tutti gli altri vanno alla partita, mentre Wade e Carly si recano alla stazione di servizio.

Arrivati nella cittadina, i due scoprono che le strade sono completamente isolate. Attratti da una musica suonata da un organo, entrano in una chiesa ma, capendo che è in corso un rito funebre, decidono di uscire rapidamente. È allora che incontrano Bo, il proprietario dell’officina. L’uomo, però, non ha per niente buone intenzioni ma anzi attacca i due ragazzi cercando di catturarli. Nel tentativo di sfuggirgli, Carly si rifuggia nella chiesa precedentemente vista. Qui scopre però qualcosa di ancor più terribile: le persone che stanno prendendo parte alla funzione sono delle statue di cera ricavate dagli esseri umani. Per il gruppo di ragazzi ha dunque inizio una terribile lotta per la sopravvivenza.

 

Il cast del film

Vera e propria protagonista del film è Carly Jones, qui interpretata dall’attrice Elisha Cuthbert. Il regista la scelse dopo averla vista recitare in La ragazza della porta accanto, in cui era protagonista. Particolarmente attratta dalla storia e da ciò che capita al suo personaggio, l’attrice si dedicò moltissimo a trovare il modo migliore per calarsi nei panni di questo. Per la scena in cui le sue labbra vengono incollate, ad esempio, la Cuthbert insistette per utilizzare della vera colla invece di una finta. Accanto a lei, nei panni del fratello Nick, vi è l’attore Chad Michael Murray. Il rapporto tra i due attori si è però dimostrato essere molto forte, portando in più occasioni a dar vita ad un che di incestuoso tra i due.

Da molti è infatti stato affermato che avrebbe dovuto essere Murray ad avere il ruolo del ragazzo di Carly, Wade, andato invece a Jared Padalecki. Questi, particolarmente più alto della Cuthbert, la costrinse a dover portare dei rialzi alle scarpe al fine di diminuire la differenza di altezza tra di loro. Nei panni di Dalton e Black vi sono invece gli attori Jon Abrahams e Robert Ri’chard. Ad interpretare Paige, invece, vi è la celebre ereditiera Paris Hilton. La scelta di farla recitare nel film fu generalmente criticata, ma vi sono stati anche coloro che l’hanno difesa trovandola adeguata al suo personaggio. La Hilton finì poi con il vincere il Razzie Awards come peggior attrice non protagonista. Infine, nei panni degli assassini, i fratelli Bo e Vincent, vi è per entrambi l’attore Brian Van Holt.

La maschera di cera sequel

La maschera di cera 2: il sequel mai realizzato

Parallelamente all’uscita del film, gli sceneggiatori Chad e Carey Hayes, oggi noti in particolare per aver scritto film horror come I segni del male, Whiteout – Incubo bianco e L’evocazione – The Conjuring, avevano espresso il loro desiderio di dar vita ad un sequel di La maschera di cera. Il finale aperto, infatti, sembrava permettere di portare avanti quanto raccontato in questo primo film. In seguito, tuttavia, i due hanno dichiarato di aver maturato un maggior interesse nel dar vita ad un prequel, nel quale raccontare i primi omicidi commessi da Bo e Vincent. Nonostante il buon risultato economico di La maschera di cera, tuttavia, i piani per dar vita a questo secondo capitolo non si sono mai concretizzati.

La maschera di cera: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di La maschera di cera grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Apple TV e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di giovedì 18 aprile alle ore 21:15 sul canale Italia 1.

Fonte: IMDb

 

La maschera della morte rossa: il film A24 con Mikey Madison inizierà le riprese a febbraio 2026

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Arrivano aggiornamenti concreti su La maschera della morte rossa, il nuovo progetto targato A24 ispirato all’omonimo racconto di Edgar Allan Poe. Dopo le indiscrezioni emerse nel giugno 2025, che vedevano Mikey Madison in trattative per il ruolo principale, ora arriva la conferma ufficiale: le riprese inizieranno a febbraio 2026 a Budapest.

A rivelarlo è stato lo sceneggiatore e regista Charlie Polinger, durante un’intervista concessa a Gold Derby in occasione della promozione del suo nuovo film The Plague. Polinger ha spiegato di trovarsi già nella capitale ungherese per i sopralluoghi di pre-produzione, confermando ufficialmente il coinvolgimento di A24 e di Mikey Madison.

Una rilettura dark comedy ambientata in un castello medievale

Secondo quanto anticipato dal regista, The Masque of the Red Death sarà una dark comedy ad alta energia, radicalmente diversa dal racconto originale di Poe. Pur mantenendo il tema della peste e l’ambientazione medievale, il film abbandonerà l’horror gotico classico per spostarsi verso un tono più satirico e revisionista, con un’azione prevalentemente ambientata all’interno di un castello.

Polinger ha descritto il progetto come un’opera che esplora dinamiche di gruppo simili a quelle presenti nel testo originale, ma declinate attraverso un linguaggio contemporaneo e ironico. Una scelta che conferma la volontà di A24 di reinterpretare materiali letterari classici con uno sguardo moderno e provocatorio.

Mikey Madison protagonista e un approccio “quintessenzialmente A24”

Nel film, Mikey Madison — reduce dal successo e dall’Oscar per Anora (2024) — interpreterà un doppio ruolo, quello di due sorelle gemelle separate da tempo che si ritrovano a entrare nel castello di un principe folle durante una pestilenza. Al momento, Madison è l’unico nome confermato del cast.

Il progetto è stato descritto come “quintessenzialmente A24”, con un forte potenziale di risonanza culturale, soprattutto tra il pubblico più giovane e social, grazie a sequenze visivamente audaci e momenti pensati per diventare immediatamente riconoscibili e discussi online.

Il racconto di Poe era già stato portato al cinema più volte, tra cui la celebre versione del 1964 diretta da Roger Corman con Vincent Price. Questa nuova incarnazione, però, promette di distaccarsi nettamente dalle precedenti, puntando su un linguaggio ibrido tra commedia nera, satira e rilettura storica.

Con l’inizio delle riprese fissato per febbraio 2026, The Masque of the Red Death si candida a diventare uno dei titoli A24 più curiosi e attesi dei prossimi anni.

FOTO DI COPERTINA: Mikey Madison arriva alla 31ª edizione degli Screen Actors Guild Awards. Foto di Image Press Agency via DepositPhotos.com

La Marvel vorrebbe Robert Downey Jr. nel ruolo di Dottor Destino anche dopo Avengers: Secret Wars

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Quando i Marvel Studios e il regista Jon Favreau hanno scelto Robert Downey Jr. per interpretare Tony Stark nel film Iron Man del 2008, è stata considerata una scelta piuttosto rischiosa. L’attore aveva un passato travagliato che, sebbene ormai lontano, era ancora problematico agli occhi di alcuni. Inoltre, a quel punto della sua carriera non era ancora una star di successo, ma Iron Man era un supereroe di “serie B”, quindi Kevin Feige e compagnia non avevano davvero nulla da perdere.

Iron Man fu poi un successo sia di critica che di pubblico. Iron Man 2, sebbene non fosse stato accolto così calorosamente dalla critica, ebbe comunque un buon successo, e Iron Man 3 fu il primo film solista della MCU a incassare oltre 1 miliardo di dollari. Nel corso degli anni, Downey si è affermato come uno dei maggiori protagonisti del franchise degli Avengers e ha ottenuto guadagni record per film come Captain America: Civil War e Spider-Man: Homecoming.

Nel 2019, in Avengers: Endgame, il vincitore dell’Oscar ha concluso la sua carriera undicennale nell’MCU quando i fratelli Russo hanno fatto compiere a Iron Man il sacrificio estremo per fermare Thanos. È stato un addio fenomenale, ma non essendo più possibile andare avanti con il Kang di Jonathan Majors come grande cattivo della Saga del Multiverso, Downey Jr. è stato rivelato come il nuovo Dottor Destino al San Diego Comic-Con 2024. Dopo una breve apparizione in I Fantastici Quattro: Gli Inizi, l’attore sarà protagonista in Avengers: Doomsday e Avengers: Secret Wars.

Tuttavia, quest’ultimo film potrebbe non essere la fine della carriera di Victor Von Doom interpretato da Downey Jr. Secondo l’insider Daniel Richtman, infatti, i Marvel Studios vorrebbero che l’ex Iron Man continui a interpretare il personaggio anche dopo Secret Wars. Ciò significherebbe che continuerebbe a ricoprire il ruolo nella Saga dei Mutanti. Resta da vedere se sarà il cattivo dei Fantastici Quattro o il nuovo Iron Man, ma la seconda opzione sembra più probabile.

Dopo la versione a fumetti di Secret Wars, il volto di Doom è stato guarito ed è diventato il “famigerato Iron Man”. Non sarà gradito a tutti, ma questo potrebbe significare che vedremo Robert Downey Jr. tornare al suo ruolo più iconico, anche se come cattivo che cerca di fare del bene. Solo il tempo dirà se questo è davvero il piano per il Doom di Downey, che potrebbe essere un personaggio troppo importante perché venga presentato e concluso solamente in due film.

La Marvel si schiera con la comunità LGBTQ+ dopo il disegno di legge della Florida

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La Marvel ha espresso il suo sostegno alla comunità LGBTQ+ dopo che la società madre dello studio, la Disney, ha ricevuto contraccolpi per la sua controversa gestione del disegno di legge “Don’t Say Gay” della Florida (ufficialmente noto come il disegno di legge sui diritti dei genitori nell’istruzione).

La Disney si è trovata in cattive acque ultimamente dopo aver omesso di esprimersi contro il controverso disegno di legge in Florida che vieterebbe la discussione sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere con i bambini in età scolare sotto i 10 anni. Il CEO della Disney Bob Chapek ha rilasciato una nota sulla mancanza di una dichiarazione dell’azienda contro il disegno di legge, sottolineando nuovamente il sostegno dell’azienda ai suoi dipendenti LGBTQ+ e alle loro comunità. Tuttavia, questo gesto è stato accolto con critiche da molti dipendenti Disney.

La scarsa risposta della Disney al disegno di legge “Don’t Say Gay” e un recente rapporto dei dipendenti della Pixar che afferma che la Disney ha censurato gli sforzi per aumentare il materiale LGBTQ + nei progetti Pixar, ha portato a uno sciopero di una settimana da parte dei dipendenti e sostenitori LGBTQ+ Disney. Ciò ha messo sotto i riflettori le varie filiali della Disney, inclusi Marvel Studios e Lucasfilm. Gli studi che fanno parte della Disney li hanno associati alla risposta della società, che non è riuscita a denunciare attivamente il disegno di legge “Don’t Say Gay” nonostante le proteste dello staff Disney e Pixar.

I Marvel Studios si sono rivolti ai social media per annunciare che prendono le distanze dalle azioni della società madre. In una dichiarazione pubblicata su Twitter, la società ha affermato di “denunciare con forza tutte le leggi che violano i diritti umani fondamentali della comunità LGBTQIA+”. Lo studio si impegna a continuare il suo “forte impegno” per essere un alleato della comunità LGBTQ+ promuovendo “uguaglianza, accettazione e rispetto”.

La Marvel si congratula con Jurassic World e Spielberg [Foto]

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La Marvel si congratula con Jurassic World e Spielberg [Foto]

Come molti di voi sapranno Jurassic World ha battuto il record di incasso nella storia del cinema nel primo week end di uscita che era di The Avengers e per questo la Marvel, nella persona di Kevin Feige ha diffuso una foto per congratularsi con la Universal e Steven Spielberg e gli interpreti:

Marvel jurassic World

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Jurassic WorldIl nuovo film è ambientato 22 anni dopo gli eventi terribili del film originale Jurassic Park. Vi ricordiamo che  Jurassic World, attualmente in fase di riprese è diretto dal regista Colin Trevorrow  e  uscirà al cinema negli USA il 12 Giugno 2015.

Colin Trevorrow ha scritto la sceneggiatura con Derek ConnollySteven Spielberg, Frank Marshall e Pat Crowley sono i produttori. Protagonisti della pellicola sono al momento confermati Chris PrattBryce Dallas Howard, Ty Simpkins, Jake Johnson, Nick Robinson, Andy Buckley e Irrfan Khan.

Jurassic World sarà diretto da Colin Trevorrow (Safety Not Guardanteed), accompagnato nella sceneggiatura da Derek Connolly, e arriverà in 3D nelle sale USA a partire dal 12 Giugno 2015. Frank Marshall e Pat Crowley sono i produttori della pellicola. Spielberg sarà il produttore esecutivo del sequel e affiancherà il regista nella lavorazione del film.