Sono in corso le riprese del film
La mia
ombra è tua, un film di Eugenio Cappuccio, tratto
dall’omonimo romanzo di Edoardo Nesi edito da La Nave di Teseo. Il
film, una produzione Fandango con Rai Cinema, è scritto da
Eugenio Cappuccio, Edoardo Nesi e Laura Paolucci e
prodotto da Domenico Procacci. Uscirà nelle sale
per 01 Distribution. Nel cast
Marco Giallini, Giuseppe Maggio, Sidy Diop, Anna Manuelli,
Massimo Molea e la partecipazione di Isabella
Ferrari. Le riprese di La mia
ombra è tua hanno una durata di sette settimane e si
svolgono tra Roma, Bologna, Milano e Cetona in Toscana.
Questa è una storia d’amore,
iniziata quarant’anni fa e mai finita. È anche la storia di un
viaggio attraverso l’Italia intrapreso da una strana coppia a bordo
di un vecchia jeep: Emiliano, un venticinquenne appena laureato con
il massimo dei voti in Lettere Antiche, e Vittorio Vezzosi, un
burbero scrittore sessantenne che da anni conduce una vita da
eremita in seguito alla pubblicazione del suo unico libro, successo
planetario indelebile nella memoria di tutti. I due sono diretti a
Milano, alla Fiera-mercato degli anni Ottanta e
Novanta, in un viaggio ricco di rocamboleschi e
divertenti rovesci seguito avidamente in diretta dal mondo social,
stimolato casualmente da un’influencer. Il Vezzosi ha infatti
accettato di tenere un discorso infrangendo un silenzio durato più
di vent’anni. Alla fiera li attendono Milena, il perduto amore
dello scrittore, e una folla oceanica smaniosa di ascoltare il
Vezzosi fare i conti con il suo passato, e soprattutto con lo
sguardo del nostro Paese, attanagliato dalla nostalgia e perso nel
ricordo di sè.
Periodo di ribalta per
Jon Watts: il regista, al Sundance
FilmFestival per promuovere il suo ultimo
film Cop Car (in uscita negli USA il
7 Agosto), sembra essere l’uomo del momento. ComingSoon.net e
SuperHeroHype l’hanno raggiunto telefonicamente per un’intervista
che doveva essere inizialmente sulla sua pellicola in uscita, ma si
sa, la gravità tende verso la massa maggiore, e l’argomento
Spider-Man è senza dubbio il più corposo
tra quelli che ruotano attorno al regista. Inevitabile finire in
campo Marvel.
In quest’intervista
troviamo però un Jon Watts inedito, che ci parla del ruolo che
l’Uomo Ragno ha avuto nella sua infanzia: “Ero
ossessionato dal mio libro ‘Impara a disegnare Spider-Man’. Potevo
riempire i riquadri con il resto della storia, o colorarla, o
disegnarla, me lo sarei portato a scuola tutti i giorni! Era
l’epoca di Todd McFarlane, ero un grande appassionato di fumetti,
ma oggi è anche meglio: entro in ufficio e “devo” leggere
Spider-Man tutto il giorno, cercando sfumature che all’epoca non
potevo cogliere.”
Il regista, che ha sudato non poco per accaparrarsi la direzione
questo film, ha fatto intendere di voler iniziare le riprese entro
il prossimo anno, adesso che Cop Car è terminato, ma per ora
l’unica cosa sicura è che Spider-Man ha una data di uscita già
fissata, tra meno di due anni: il 28 Luglio 2017.
Produttrice di lungo corso per
Sean Baker (Anora,
Un sogno chiamato Florida) e co-regista di
Take Out,
Shih-Ching Tsou firma con La mia
famiglia a Taipei (titolo originale
Left-Handed
Girl) il suo primo lungometraggio da sola, pur
restando in dialogo strettissimo con il sodale: Baker co-scrive e
soprattutto monta, imprimendo quel ritmo spinto che conosciamo. Il
risultato è un film che porta addosso i tratti “familiari” (sguardo
sugli invisibili, precarietà luminosa, bambini come bussola morale)
ma che prova a prendersi uno spazio personale, più legato a
memorie, cultura e dinamiche di genere del contesto taiwanese.
L’accoglienza festivaliera lo conferma: esordio alla
Semaine de la Critique di Cannes e
percorso internazionale, con l’ulteriore peso specifico della
candidatura taiwanese agli Oscar.
Taipei come parco giochi (e campo
minato)
Tsou immerge lo spettatore nel
ventre dei mercati notturni di Taipei: scooter che sfrecciano,
insegne acide, vapore delle cucine, contrattazioni, odori. È un
dispositivo sensoriale che fa da habitat alla piccola
I-Jing, alla sorella maggiore
I-Ann e alla madre Sho-Fen,
tornata in città per riaprire una minuscola cantina di street food
e rimettere insieme la vita. La regia abbraccia la frenesia urbana
e la traduce in messa in scena: macchina spesso in movimento,
raccordi rapidi, ellissi che tengono il racconto in corsa. Ne nasce
uno slalom tra commedia di sventura, osservazione sociale e melò
familiare che, pur con qualche curva brusca, raramente perde
aderenza.
La mano sinistra: stigma, gioco,
gesto politico
Il titolo non è un vezzo: il nonno
impone alla nipote di non usare la mano sinistra – “la mano del
diavolo” – e quel rimprovero superstizioso diventa miccia narrativa
e simbolica. La “mano che fa da sé” ruba cianfrusaglie, combina
guai, a volte salva la situazione; soprattutto,
materializza un doppio movimento: il controllo
patriarcale che disciplina i corpi femminili fin dall’infanzia e,
in risposta, la ribellione capricciosa ma vitalissima di chi
rifiuta di farsi correggere. È un’idea semplice e potente, che Tsou
declina con umorismo fisico e tenera crudeltà quotidiana, senza
tesi martellanti.
Tre generazioni, tre
traiettorie
La regista intreccia
le linee narrative di tre figure femminile: la
nonna con zone d’ombra legate all’immigrazione e ai debiti, la
madre Sho-Fen schiacciata dai conti del banco al mercato, la figlia
maggiore I-Ann che cerca autonomia in equilibrio precario, e la
piccola I-Jing, magnete del racconto. Per 108 minuti l’idea di
“romanzo familiare al presente” funziona: i segreti filtrano per
indizi, il quartiere diventa rete di sostegno e di conflitto, la
città è personaggio. Qualche snodo corre via in fretta, ma
l’insieme resta coeso grazie a un disegno chiaro degli
archi emotivi e alla costanza di tono tra leggerezza e
ferita.
Vitalismo vs. scorciatoie
Quando La mia famiglia
a Taipei si affida al gesto e allo spazio – gli
inseguimenti in scooter, i corridoi del mercato come labirinto,
l’intimità compressa dell’appartamento – trova un respiro suo: il
movimento racconta la lotta, la topografia urbana rispecchia gli
ostacoli. In pochi passaggi affiora il rischio “facile”: il
cute factor della bambina è spinto al massimo e certe
catarsi arrivano un attimo prima di quanto sarebbe necessario per
farle maturare. Sono scivolate episodiche più che un’impostazione
ruffiana: si percepisce il desiderio di Tsou di tenere il pubblico
vicino senza tradire i personaggi.
Interpretazioni, sguardo e
consistenza visiva
Il trio femminile regge e trascina
il racconto: Janel Tsai dà a Sho-Fen una
concretezza stanca e combattiva; Shih-Yuan Ma
costruisce un’adolescenza non apologetica; la piccola Nina
Ye calamita lo sguardo ma, quando la regia le concede
tempo, resta personaggio e non mascotte trascinante. Intorno,
comprimari affettuosamente tratteggiati (il venditore “angelo
custode”, i nonni contraddittori) rendono credibile la
micro-comunità del mercato. Sul piano visivo, la fotografia
abbraccia un colorismo saturo che potrebbe stancare altrove, qui
coerente con l’idea di un mondo “troppo pieno” in cui farsi strada.
Il soundscape – clacson, sfrigolii, chiacchiericcio – non è
semplice cornice: è drammaturgia.
Il film mette a fuoco il
patriarcato per accumulo di gesti: il giudizio sull’essere
mancini, i debiti “ereditati”, la sessualizzazione precoce
dell’adolescente, i piccoli ricatti economici e affettivi. Tsou
preferisce la frizione del quotidiano alla lezione
espositiva e, proprio lì, si sente la sua voce distinta
dal “marchio Baker”. Quando serve, sa anche colpire con nettezza –
una carezza negata, un pasto saltato, uno sguardo del nonno – senza
bisogno di sottolineature.
La mia famiglia a
Taipei è un’opera prima vibrante e generosa: il
vitalismo è autentico, la cornice urbana è viva, la metafora della
mano sinistra è spina dorsale e bussola. L’editing a caleidoscopio
e qualche scorciatoia sentimentale ogni tanto erodono profondità,
ma non intaccano la sensazione di un mondo pieno, osservato con
empatia e senso del dettaglio. Si esce da questa visione con
immagini appiccicate addosso – mercati, scooter, piccole
disobbedienze – e con la certezza che Tsou abbia già un tono (o
meglio, una mano) chiaramente riconoscibile.
Ecco l’intervista a Shih
Ching Tsou, sceneggiatrice, produttrice e regista al suo
debutto (in solitaria) di La mia famiglia a
Taipei. Il film è nelle sale italiane dal 22 dicembre
distribuito da I Wonder Pictures.
Dopo aver
co-diretto Take Out con il premio Oscar Sean
Baker e prodotto con lui titoli come Red Rocket e
The Florida Project, Shih-Ching Tsou firma il suo debutto
alla regia in solitaria con un racconto intimo e urbano, un dramma
familiare che intreccia tradizione e modernità, scritto
insieme allo stesso Sean Baker, che ha anche prodotto il film e ne
ha curato il montaggio.
Con un linguaggio
visivo luminoso e una profonda empatia verso tutti i suoi
personaggi, Tsou racconta il ritorno di una famiglia in una città
che è insieme luogo di memoria e di rinascita, una Taipei frenetica
e piena di luci e colori, filtrata dallo sguardo innocente della
tenera protagonista I-Jing, che ha appena 5 anni ed esplora questa
nuova vita cittadina con curiosità e meraviglia. Finché il nonno
non le proibisce di usare la sua mano sinistra, perché la considera
malvagia. Un divieto che avrà conseguenze inaspettate.
LA MIA
FAMIGLIA A TAIPEI aveva già attirato l’attenzione di pubblico
e critica in occasione dell’anteprima mondiale al Festival di Cannes, dove aveva ricevuto il
prestigioso premio della Fondazione GAN ed è stato accolto con grande
calore anche alla Festa del Cinema di Roma,
raccogliendo elogi sia dagli spettatori che dalla stampa
presente.
LA MIA
FAMIGLIA A TAIPEI è nelle sale italiane dal 22
dicembre distribuito da I Wonder Pictures in
collaborazione con Unipol Biografilm Collection e WISE
Pictures.
Dopo Se mi vuoi
bene, il trailer di La mia banda
suona il pop presenta il nuovo film di Fausto
Brizzi, che anche questa volta dirige un super cast,
formato da Christian De Sica, Massimo Ghini, Angela
Finocchiaro, Paolo Rossi, Natasha Stefanenko, Rinat
Khismatouline e Diego Abatantuono.
SINOSSI
Il magnate russo Ivanov sogna una
réunion a Pietroburgo del suo complesso musicale
italiano preferito, i Popcorn, (Christian De
Sica, Massimo Ghini, Paolo Rossi, Angela Finocchiaro)
famosissimi negli anni ’80.
Il manager della band,
Franco (Diego Abatantuono), che vive tra Italia e
Russia, viene contattato a questo proposito da tale Olga, donna di
fiducia di Ivanov.
Franco tenta di dissuaderlo perché
lui in fondo i Popcorn li odia e preferisce controproporre
alternative a suo avviso ben più valide (Pupo, Sabrina Salerno…).
Ma con Ivanov non si discute, vuole i Popcorn e così sarà.
Tuttavia i quattro membri della
band, ognuno per un motivo diverso, rifiutano l’offerta per
inseguire sogni e obiettivi più appetibili.
Ma evidentemente è scritto che la
réunion si faccia perché i suddetti “sogni e obiettivi”, come in un
beffardo gioco del destino, vengono tutti improvvisamente meno
inducendo i vecchi compagni ad accettare la bizzarra proposta.
Gli artisti, un po’ arrugginiti,
sono pronti alla nuova avventura, depressi ma pronti…
Tra prove costumi, sound check,
liti, vecchi amori e vecchi rancori, i quattro scoprono con stupore
di dover fungere da cavallo di troia per una colossale rapina ai
danni di Ivanov progettata da Olga.
Le loro resistenze sono inutili. Ma
le perplessità si convertono ben presto in sentimenti di polarità
opposta. I quattro vedono nel progetto criminale un potenziale
salvifico per le vite di tutti…
Che succederebbe quindi se
provassero a rubarli loro quei soldi? Perché non tentare il
colpaccio?
Fausto Brizzi,
insieme al suo cast, Christian De Sica, Massimo Ghini,
Angela Finocchiaro, Paolo Rossi, Natasha Stefanenko, parla
del suo nuovo film, La mia banda suona il
pop. Il film è in sala dal 20 febbraio,
distribuito da Medusa Film.
SINOSSI
Il magnate russo Ivanov sogna una
réunion a Pietroburgo del suo complesso musicale
italiano preferito, i Popcorn, (Christian De
Sica, Massimo Ghini, Paolo Rossi, Angela Finocchiaro)
famosissimi negli anni ’80.
Il manager della band,
Franco (Diego Abatantuono), che vive tra Italia e
Russia, viene contattato a questo proposito da tale Olga, donna di
fiducia di Ivanov.
Franco tenta di dissuaderlo perché
lui in fondo i Popcorn li odia e preferisce controproporre
alternative a suo avviso ben più valide (Pupo, Sabrina Salerno…).
Ma con Ivanov non si discute, vuole i Popcorn e così sarà.
Tuttavia i quattro membri della
band, ognuno per un motivo diverso, rifiutano l’offerta per
inseguire sogni e obiettivi più appetibili.
Ma evidentemente è scritto che la
réunion si faccia perché i suddetti “sogni e obiettivi”, come in un
beffardo gioco del destino, vengono tutti improvvisamente meno
inducendo i vecchi compagni ad accettare la bizzarra proposta.
Gli artisti, un po’ arrugginiti,
sono pronti alla nuova avventura, depressi ma pronti…
Tra prove costumi, sound check,
liti, vecchi amori e vecchi rancori, i quattro scoprono con stupore
di dover fungere da cavallo di troia per una colossale rapina ai
danni di Ivanov progettata da Olga.
Le loro resistenze sono inutili. Ma
le perplessità si convertono ben presto in sentimenti di polarità
opposta. I quattro vedono nel progetto criminale un potenziale
salvifico per le vite di tutti…
Che succederebbe quindi se
provassero a rubarli loro quei soldi? Perché non tentare il
colpaccio?
Ecco un clip esclusiva di La
Mia Amica Zoe, un mix di dark comedy e drama diretto da
Kyle Hausmann-Stokes e basato sul suo stesso cortometraggio Merit
for Zoe. Nel cast Sonequa Martin-Green (The Walking Dead, Star Trek Discovery),
Natalie Morales (Grey’s Anatomy), Morgan Freeman e Ed Harris.
La Mia Amica Zoe
arriva al cinema l’11 giugno con Europictures.
Il regista, qui al
suo esordio in un lungometraggio, è un veterano di guerra che ha
servito in Iraq e che ha voluto fermamente raccontare quello che
succede durante e soprattutto al rientro dalle missioni militari,
attraverso la storia di una forte amicizia al femminile che va
oltre la morte. Sonequa Martin-Green (The
Walking Dead, Star Trek Discovery) e Natalie
Morales (Grey’s Anatomy) interpretano le due
protagoniste Merit e Zoe (oltre ad essere state anche produttrici
esecutive del film): nel cast anche due grandi star,
Morgan Freeman e Ed
Harris.
La Mia
Amica Zoe, che ha ottenuto il rating del 95% su
Rotten Tomatoes, ha partecipato a numerosi festival e ha vinto il
premio del pubblico al South by Southwest e il premio Grand Jury al
Woodstock Film Festival, segue il viaggio di Merit, veterana
dell’esercito USA in Afghanistan, in conflitto con la sua famiglia
anche a causa della presenza di Zoe, la sua migliore amica sempre
con lei, anche se defunta. Nonostante gli incoraggiamenti del
gruppo di supporto della VA, la necessità di badare al nonno che
mostra segni di smarrimento e la leggerezza di un nuovo interesse
amoroso, il legame di co-dipendenza con l’amica che non c’è più la
isola dal mondo. Ma i fantasmi della guerra sono da superare e i
lutti da elaborare per potere andare avanti.
Il film drammatico epico-romantico
La mia Africa, del 1985, diretto e prodotto da
Sydney Pollack
e interpretato da Meryl Streep e Robert Redford è uno dei grandi classici del
cinema, affermatosi nel tempo come uno dei più avvincenti e
passionali racconti d’amore, dove questo sentimento si ritrova però
ostacolato da molteplici imprevedibili fattori. Il film si basa
vagamente sul libro autobiografico del 1937 di Isak
Dinesen (pseudonimo della scrittrice danese Karen
Blixen), con materiale aggiuntivo tratto dal libro di
Dinesen del 1960 Ombre sull’erba e da altre fonti.
Il film racconta la storia come una
serie di sei episodi della vita di Karen, intervallati dalla sua
narrazione. Le ultime due narrazioni, la prima una riflessione
sulle esperienze di Karen in Kenya e la seconda una descrizione
della tomba di Finch Hatton, sono state tratte dal suo libro
La mia Africa, mentre le altre sono state scritte
per il film a imitazione del suo stile di scrittura molto lirico.
Il film ha poi ricevuto recensioni generalmente positive da parte
della critica e si è affermato come successo commerciale, vincendo
sette premi Oscar, tra cui quello per il Miglior film e la Miglior
regia per Pollack.
Per gli appassionati dell’avventura
e di quelle storie che inneggiano al liberarsi delle catene della
società per abbracciare le emozioni più pure e sincere del proprio
cuore, è dunque questo un titolo imperdibile. In questo articolo,
approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a
La mia Africa. Proseguendo qui nella lettura sarà
infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla
trama, al cast di attori e alla
storia vera dietro il film. Infine, si
elencheranno anche le principali piattaforme
streaming contenenti il film nel proprio catalogo.
Protagonista del film è
Karen, una giovane donna che, delusa da una
relazione d’amore senza futuro, decide di partire per l’Africa. Una
volta arrivata in Kenya sposerà il barone Bror
Blixen, col quale metterà su una fattoria per la
produzione di latte. Durante il viaggio incontra però Denys
Finch Hatton, un cacciatore che ama vivere a contatto con
la natura e con le creature che la abitano. Più passa il tempo, più
Karen si scopre innamorata di Denys, imparando a non accettare più
i tradimenti del marito, a causa del quale ha anche contratto una
grave malattia. Quel suo nuovo amore, però, andrà incontro a grandi
ostacoli.
Ad interpretare Karen vi è
MerylStreep. Inizialmente, però,
Sydney Pollack non aveva considerato la Streep per il ruolo di
Karen Bixen quando ha realizzato che non era abbastanza sexy.
L’attrice, per ottenere la parte, decise quindi di presentarsi
all’incontro con il regista con una camicetta scollata e un
reggiseno push-up. In seguito, per dare vita al ruolo, la Streep ha
dovuto lavorare sulla sua pronuncia. Infatti, l’attrice ha
sviluppato il suo accento ascoltando delle registrazioni della vera
Blixen mentre leggeva i suoi lavori.
Nel ruolo di Denys Finch Hatton vi è
invece
Robert Redford, che inizialmente intendeva
interpretare Denys Finch Hatton come un inglese,
ma Sydney Pollack non era d’accordo. Secondo il regista, quel tipo
di interpretazione sarebbe stata fonte di distrazione per il
pubblico, tanto che l’attore dovette sovraincidere alcune delle sue
battute nei primi ciak, quando usava l’accento inglese.
Klaus Maria Brandauer, invece, è il barone Bror
von Blixen.
Il film, come anticipato, è ispirato
all’omonimo romanzo autobiografico di Karen
Blixen. La scrittrice partì infatti il 2 dicembre 1913 per
l’Africa insieme al cugino di secondo grado, il barone svedese
Bror von Blixen-Finecke, con il quale nel
frattempo si era fidanzata, con lo scopo di acquistare una
fattoria, per vivere lontano dalla civiltà e provare nuove
emozioni. Nel 1914 sposò Bror a Mombasa, ed insieme acquistarono
una piantagione di caffè ai piedi delle colline di N’Gong, vicino a
Nairobi, e vi si trasferirono, iniziando l’avventura da tanto tempo
sognata.
Blixen e il marito erano però molto
diversi per educazione e temperamento, e Bror Blixen era infedele
alla moglie. Di conseguenza, secondo la sua biografa Judith
Thurman, le fu diagnosticata la sifilide. Tuttavia, oggi
si ritiene che alcuni dei suoi sintomi successivi fossero il
risultato di un avvelenamento da metalli pesanti. Nel giugno 1915
la scrittrice tornò in Danimarca per sottoporsi a un trattamento
che ebbe successo. Sebbene la malattia della Blixen sia stata alla
fine grossomodo curata, le creò angoscia medica per gli anni a
venire.
Il 5 aprile 1918, Bror e Karen
vennero presentati al Muthaiga Club al cacciatore di caccia grossa
inglese Denys Finch Hatton, il quale poco dopo fu
assegnato al servizio militare in Egitto. Al suo ritorno in Kenya
dopo l’armistizio, Finch Hatton sviluppò una stretta amicizia con
Karen, ma lasciò nuovamente l’Africa nel 1920. Nel 1919, intanto,
il matrimonio della scrittrice si era arenato, tanto che i due si
separarono nel 1921 per poi divorziare nel 1925. Dopo la
separazione dal marito, lei e Finch Hatton svilupparono una stretta
amicizia, che alla fine si trasformò in una storia d’amore a lungo
termine.
In una lettera al fratello Thomas
del 1924, scrisse: “Credo di essere legata a Denys per sempre e
per l’eternità, di amare il terreno su cui cammina, di essere
felice oltre ogni dire quando è qui, e di soffrire molte volte
peggio della morte quando se ne va…”. Ma altre lettere della
sua collezione mostrano che la relazione era instabile e che la
crescente dipendenza di Karen da Finch Hatton, che era invece
intensamente indipendente, era un problema.
Finch Hatton si trasferì nella casa
di lei, fece della fattoria della Blixen la sua base tra il 1926 e
il 1931 e iniziò a condurre safari per ricchi sportivi. Durante uno
di questo, morì nell’incidente del suo biplano de Havilland Gipsy
Moth nel marzo 1931. Allo stesso tempo, il fallimento della
piantagione, dovuto al calo del prezzo del caffè causato dalla
depressione economica mondiale, costrinse la Blixen ad abbandonare
la sua tenuta. La società di famiglia vendette il terreno a un
promotore residenziale e la Blixen tornò in Danimarca nell’agosto
del 1931 per vivere con la madre.
Il trailer del film e dove vederlo
in streaming e in TV
È possibile fruire di La mia
Africa grazie alla sua presenza su alcune delle più
popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è
infatti disponibile nei cataloghi di Apple
TV e Prime Video. Per vederlo, una volta
scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo
film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film
è inoltre presente nel palinsesto televisivo di giovedì 3
ottobre alle ore 21:10 sul canale
TwentySeven.
La mia Africa è
uno di quei film che ha fatto la storia del cinema e che è riuscito
ad avere un posto fisso nell’immaginario colletivo.
La sua storia, che si basa
sull’omonimo romanzo autobiografico, è affascinante e riesce ad
attirare lo spettatore, facendolo innamorare perdutamente con
eleganza.
Ecco, allora, dieci cose da
sapere su La mia Africa.
La mia Africa film
1. La paura sul viso della
Streep è reale. In una scena del film, Karen
Blixen (Meryl
Streep) percorre un terreno pericoloso per portare dei
carri di rifornimento al reggimento di suo marito. Durante la
notte, un leone attacca uno dei buoi e Karen cerca di combatterlo
con una frusta. All’attrice era stato assicurato che il leone
sarebbe stato legato per una delle sue zampe posteriori ma durante
le riprese questi si è avvicinato più di quanto non dovesse. Ecco
che, quindi, il volto pauroso della Streep era reale.
2. Ci è voluto un mese per
realizzare il set. Lo scenografo Stephen B.
Grimes ha trascorso un mese a costruire una replica della
Nairobi del 1913. I set esterni del film sono stati costruiti non
lontano da dove un tempo viveva la vera Blixen, nella zona
conosciuta come Karengata. La casa della Blixen non era disponibile
per le riprese, poiché faceva parte di una scuola per
infermieri.
3. La sceneggiatura ha
richiesto due anni. Il regista Sydney
Pollack e lo scrittore Kurt Luedtke hanno
impiegato due anni per mettere insieme la sceneggiatura. Gli
elementi della trama includevano anche tradizioni e cultura locali
che hanno richiesto tempo.
La mia Africa streaming
4. Il film è disponibile in
streaming digitale. Chi volesse vedere o rivedere La
mia Africa, è possibile farlo grazie alla sua presenza sulle
divese piattaforme di streaming digitale legale come Rakuten Tv,
Chili, Google Play e iTunes.
La mia Africa libro
5. Si basa su un omonimo
romanzo.La mia Africa è un film non originale
che prende ispirazione dall’omonimo romanzo autobiografico scritto
dalla danese Karen Blixen, pubblicato nel 1937. Nel romanzo,
l’autrice racconta le vicende di un gruppo di coloni che arrivano
in Kenya con l’inizio del XX secolo.
6. La storia d’amore dei
protagonisti era diversa. Nella vita reale, Karen e Denys
si erano incontrati in un club di caccia e lui, dopo essere sparito
per due anni in missione militare in Egitto, aveva iniziato a
volare e ad accompagnare i turisti nei safari dopo essersi
trasferito con Karen.
La mia Africa frasi
7. Un film con frasi
indimenticabili. Non sono molti i film che riescono a
rimanere nell’immaginario collettivo delle persone. Ma La mia
Africa è riuscito a non farsi dimenticare grazie alle sue
frasi. Eccone alcune:
Quando gli dei vogliono punirci,
avverano i nostri desideri. (Karen Blixen)
Iniziò la nostra amicizia con un
dono. Me ne diede un’altro più bello: lo sguardo sul mondo
attraverso gli occhi di Dio. (Karen Blixen)
Forse lui sapeva, al contrario di
me, che la terra è stata fatta rotonda perchè non potessimo
guardare lontano. (Karen Blixen)
Non è perché c’è un pezzo di carta
che io ti amerei di più. (Denys Finch-Hatton)
La mia Africa cast
8. Meryl Streep ha cambiato l’accento. Per
dare vita al ruolo di Karen Blixen, la Streep
ha dovuto lavorare sulla sua pronuncia. Infatti, l’attrice ha
sviluppato il suo accento ascoltando delle registrazioni della vera
Blixen mentre leggeva i suoi lavori.
9. Robert Redford voleva che il suo personaggio
fosse inglese. Inizialmente,
Robert Redford intendeva interpretare Denys
Finch Hatton come un inglese, ma Sydney Pollack non era
d’accordo. Secondo il regista, quel tipo di interpretazione sarebbe
stata fonte di distrazione per il pubblico, tanto che l’attore si
mise a sovra incidere alcune delle sue battute nei primi ciak,
quando usava l’accento inglese.
10. La Streep era
considerata troppo poco sexy per il ruolo. Inizialmente,
Sydney Pollack non aveva considerato la Streep per il ruolo di
Karen Bixen quando ha realizzato che non era abbastanza sexy.
L’attrice, per ottenere la parte, decise quindi di presentarsi
all’incontro con il regista con una camicetta scollata e un
reggiseno push-up.
La MGM sembra stia cercando di
riprendere la produzione di pellicole, o meglio lo sviluppo. Lo
studio ha infatti annunciato di essere al lavoro sull’adattamento
cinematografico di una celebre serie televisiva fantascientifica in
bianco e nero intitolata Oltre i Limiti (The Outer Limits).
La MGM possiede i diritti di
distribuzione dei film dello Hobbit fuori dagli Stati Uniti, la
compagnia ha un accordo di co-finanziamento dei film con la
New Line Cinema, di proprietà della Warner Bros.
La ricetta che sembra proporci
William Brent Bell, reduce dalla non eccelsa prova
mokumentary de L’altra faccia del
male, in La metamorfosi del male
segue la via ormai consolidata della spiegazione
peseudo-scientifica della metamorfosi uomo-animale, seppur
decidendo di cambiare drasticamente rotta nell’ultima parte della
pellicola per ritornare sui binari della tradizione del genere,
affidandosi alla componente soprannaturale e mistica.
La trama di La metamorfosi del male
In La metamorfosi del
male dopo che un’intera famiglia è stata brutalmente
trucidata durante un camping nei boschi della Francia, le autorità
sospettano che si tratti di un animale feroce, così come
dimostrerebbero le tracce sul volto sfigurato della madre
sopravvissuta. Ben presto però i sospetti ricadono su Talan, un
energumeno taciturno e mentalmente menomato, cosicché quando l’uomo
viene arrestato, in sua difesa viene chiamata l’intrepida
avvocatessa Katherine Moore, la quale dovrà battersi per ottenere
il rispetto dei diritti umani del suo cliente. Ma ben presto una
terribile verità incomincerà a venire a galla, una verità mostruosa
e sconvolgente. Dopo il vampiro, l’uomo lupo è sicuramente una
delle figure cinematografiche più abusate della storia, uno dei
topoi dell’orrore dal sapore ancestrale ma che risente d’altronde
degli inevitabili segni del tempo. Dunque come resuscitare
degnamente un tale personaggio senza rischiare di cadere nello
stantio o nel riciclo oggi tanto battuto dai blockbusters?
Facendo uso di uno stile narrativo
alquanto eterogeneo, che unisce riprese in stile classico con
inserti (seppur minimi) in found-footage ed estratti di finti
telegiornali, il regista elabora un racconto che, seppur non
originale nel contenuto e nello sviluppo drammaturgico, appare
molto ben curato sul profilo estetico, regalando alcune soluzioni
alquanto interessanti, soprattutto sul profilo del rapporto fra
storia e messa in scena (come il mettere letteralmente in ombra la
figura del gigantesco Talan durante l’interrogatorio, a
simboleggiare l’oscurità della sua anima).
A.J.Cook, ormai
forza televisiva consolidata nella serie di Criminal
Minds, regge bene una prova attoriale in cui la
psicologia appare alquanto messa in ombra da una sceneggiatura
sicuramente non eccelsa e che risente nel complesso di una
pesantezza dovuta all’abuso del soggetto trattato. Brian
Scott O’Connor, esordio straordinario nei panni
dell’ambiguo e tenebroso Talan, sa rendere benissimo un senso di
inquietudine misto ad una perturbante bontà di fondo, come la
figura terrificante di un orco buono delle fiabe. Ritmo sostenuto e
atmosfere evocative giocano un ruolo determinate nel tenere a galla
un’idea che rischia più volte di naufragare nello stereotipo e
nella citazione.
Nel suo complesso La
metamorfosi del male si presenta come un ennesimo
prodotto di genere sul tema riscaldato del licantropo, lontano
sicuramente dal genio irriverente di John Landis e dalla violenza orrorifica di
Joe Dante, senza infamia e senza lode, un modo
sicuramente sincero e a tratti originale per adattare al nuovo
millennio la figura di uno dei mostri sacri del cinema di
paura.
Guarda il nuovo trailer del film
La metamorfosi del male, il nuovo film
del regista americano William Brent Bell (“Stay Alive” e “L’altra
faccia del diavolo – Devil Inside”), nelle sale a partire dal
prossimo 4 dicembre distribuito da Moviemax.
Una delle leggende
classiche dell’orrore rivisitata in chiave moderna e resa quanto
mai verosimile, “La metamorfosi del male” vede come protagonisti Aj
Cook, Brian Scott O’connorr, Sebastian Roché, Simon Quarterman e
Vik Sahay.
La famiglia Porter, in vacanza
nella Francia rurale, viene brutalmente uccisa. Dopo le prime
ipotesi di un attacco animale, viene accusato della strage Talan
Gwynek, un uomo dall’aspetto rozzo che vive proprio nei pressi
della scena del crimine. L’avvocato Kate Moore, giovane americana
che vive in Francia insieme alla sua équipe, viene chiamata a
difenderlo e, convinta della sua innocenza, decide di adottare un
approccio scientifico per dimostrare l’incapacità fisica dell’uomo
di procurare danni ad altre persone. Attraverso la testimonianza
della madre di Talan, infatti, Kate scopre che l’uomo soffre di una
particolare malattia genetica ereditaria che lo ha reso sin da
piccolo lo zimbello del vicinato. Scavando nell’enigmatica storia
familiare di Talan, Kate e la sua squadra riportano alla luce una
sorprendente leggenda. Ne deriverà un bagno di sangue e Kate dovrà
fare tutto quanto in suo potere per sopravvivere ed evitare che il
caos, il terrore e la morte si diffondano.
Arriverà nelle sale italiane il prossimo 4 dicembre, distribuito
da Moviemax, LA METAMORFOSI DEL MALE, il
nuovo film del regista americano William Brent Bell (“Stay Alive” e
“L’altra faccia del diavolo – Devil Inside”), con Aj Cook, Brian
Scott O’connorr, Sebastian Roché, Simon Quarterman e Vik Sahay.
SINOSSI
La famiglia Porter, in vacanza nella Francia rurale, viene
brutalmente uccisa. Dopo le prime ipotesi di un attacco animale,
viene accusato della strage Talan Gwynek, un uomo dall’aspetto
rozzo che vive proprio nei pressi della scena del crimine.
L’avvocato Kate Moore, giovane americana che vive in Francia
insieme alla sua équipe, viene chiamata a difenderlo e, convinta
della sua innocenza, decide di adottare un approccio scientifico
per dimostrare l’incapacità fisica dell’uomo di procurare danni ad
altre persone. Attraverso la testimonianza della madre di Talan,
infatti, Kate scopre che l’uomo soffre di una particolare malattia
genetica ereditaria che lo ha reso sin da piccolo lo zimbello del
vicinato. Scavando nell’enigmatica storia familiare di Talan, Kate
e la sua squadra riportano alla luce una sorprendente leggenda. Ne
deriverà un bagno di sangue e Kate dovrà fare tutto quanto in suo
potere per sopravvivere ed evitare che il caos, il terrore e la
morte si diffondano.
Arriverà
nelle sale italiane distribuito da Moviemax il prossimo 4 dicembre
“La metamorfosi del male“, il nuovo film
del regista americano William Brent Bell
(Stay Alive e L’ altra faccia
del diavolo – Devil Inside).
“Centinaia di anni fa, se
capitava di vedere un uomo che versava in condizioni fisiche
particolari, pieno di peli o con altre caratteristiche che lo
facevano somigliare ad un lupo mannaro, allora quell’individuo ERA
un lupo mannaro. Oggi invece sappiamo benissimo che se un uomo è
coperto di peli, c’è una spiegazione scientifica. (…) Abbiamo
voluto riportare sullo schermo un ragazzo che impazzisce e che
ricorda un personaggio di cinquecento anni fa; allora tutti, anche
a distanza di centinaia di anni, lo avrebbero di nuovo additato
come un mostro. Ecco che il lupo mannaro torna ad
esistere.” – William Brent Bell
Una delle leggende classiche
dell’orrore rivisitata in chiave moderna e resa quanto mai
verosimile, “La metamorfosi del male” vede come protagonisti Aj
Cook, Brian Scott O’connorr, Sebastian Roché, Simon Quarterman e
Vik Sahay
SINOSSI
La famiglia Porter, in vacanza
nella Francia rurale, viene brutalmente uccisa. Dopo le prime
ipotesi di un attacco animale, viene accusato della strage Talan
Gwynek, un uomo dall’aspetto rozzo che vive proprio nei pressi
della scena del crimine. L’avvocato Kate Moore, giovane americana
che vive in Francia insieme alla sua équipe, viene chiamata a
difenderlo e, convinta della sua innocenza, decide di adottare un
approccio scientifico per dimostrare l’incapacità fisica dell’uomo
di procurare danni ad altre persone. Attraverso la testimonianza
della madre di Talan, infatti, Kate scopre che l’uomo soffre di una
particolare malattia genetica ereditaria che lo ha reso sin da
piccolo lo zimbello del vicinato. Scavando nell’enigmatica storia
familiare di Talan, Kate e la sua squadra riportano alla luce una
sorprendente leggenda. Ne deriverà un bagno di sangue e Kate dovrà
fare tutto quanto in suo potere per sopravvivere ed evitare che il
caos, il terrore e la morte si diffondano.
La metà oscura è
il film del 1993 diretto da George A. Romero con
Timothy Hutton, Amy Madigan,
Michael Rooker, Julie Harris.
La trama del film La metà
oscura
Thad Beaumont ha scritto per anni
libri con lo pseudonimo di George Stark; quando decide finalmente
di liberarsene firmando i libri in prima persona, l’alter ego,
assunta vita propria, pur di non farsi eliminare darà il via ad una
lunga scia di sangue, arrivando a minacciare la vita di coloro che
circondano Thad, fino al più classico shodown finale dove
l’esistenza di quel doppio verrà spiegata con un mix di elementi
terreni e sovrannaturali.
Il ritorno di George Romero
Dopo De Palma, Kubrick,
Cronenberg e Carpenter, un altro mostro
sacro come George Romero si cimenta con l’opera di
Stephen King. Il regista torna con sugli
schermi a tre anni di distanza dall’episodio di Due
occhi diabolici (progetto che lo vedeva affiancato a
Dario Argento) e a cinque da Monkey
Shines, non senza i problemi produttivi che sembrano
accompagnare costantemente i suoi lavori: in questo caso, dopo
essere stato girato il film resta nel limbo per due anni a causa
del fallimento della casa produttrice, la Orion.
Al momento dell’uscita, Romero
lamentò l’impossibilità di curare il montaggio finale e di dire la
sua riguardo i tagli apportati alla pellicola, avendo perso il
pieno controllo del progetto. Un ritardo che finirà per essere uno
dei motivi del fallimento commerciale del film, i cui ricavi non
riusciranno nemmeno a coprire i costi.
Nonostante questo, La metà oscura
può dirsi un adattamento riuscito: Romero riesce a tradurre sullo
schermo con discreta fedeltà e una buona scrittura un romanzo di
per se tortuoso, che nel suo procedere tradiva forse una certa
indecisione da parte dell’autore sul come risolvere lo snodo
dell’esistenza del doppio. A dare sostegno al film è soprattutto
l’interpretazione di un efficace Timothy Hutton,
che dopo l’Oscar vinto, appena ventenne, per Gente
Comune, aveva visto la propria carriera
progressivamente sfumare. Hutton supera la prova del doppio
ruolo dell’eroe e della sua controparte malvagia, riuscendo a
caratterizzare entrambe in maniera convincente, seppure in modo a
tratti un po’ calligrafico. Peccato che il resto del cast non sia
all’altezza del protagonista: affiancano Hutton tra gli altri
Amy Madigan (L’uomo dei sogni,
Pollock), Michael Rooker (Henry pioggia di
sangue), la veterana Julie
Harris.
Il risultato alla fine resta
comunque discreto: una delle rare escursioni di Romero nel cinema
ad elevato budget (ma ciò, come abbiamo visto, non ha evitato
nemmeno in questo caso al regista le consuete traversie
produttive), il film gioca bene le carte a sua disposizione, la
sceneggiatura efficace e la riuscita doppia interpretazione del
protagonista: questo non l’ha salvato dall’essere un fiasco
al botteghino, ma gli ha almeno garantito un certo sostegno da
parte di critica e appassionati.
Ecco il trailer italiano di
La memoria dell’assassino, il film di e con
Michael Keaton, il quale dirige e recita al
fianco di James Marsden e Al Pacino. Distribuito in Italia da Eagle
Pictures, il film arriverà nelle sale il prossimo 4 luglio.
La memoria dell’assassino
– la trama
John Knox (Michael
Keaton), è un sicario a cui è stata diagnosticata una malattia
irreversibile che gli fa perdere progressivamente e rapidamente la
memoria. Il figlio Miles (James
Marsden), con cui ha rapporti tesi, chiede
improvvisamente il suo aiuto: ha commesso un terribile crimine, e
chiede a Knox di farne sparire le prove. Aiutato da un amico fidato
(Al
Pacino), affrontando l’acuta detective Ikari
(Suzy Nakamura), Knox, cercherà di risolvere la
situazione in una lotta contro il tempo e il ticchettio della sua
mente in rapido deterioramento.
Che fareste se la persona di cui
siete innamorati, da un momento all’altro, non si ricordasse più di
voi? È lo spunto da cui parte il dramma sentimentale appena
sfornato dalla Spyglass
Entertainment e diretto da Michael Sucsy: La
memoria del cuore.
Paige
(Rachel
McAdams) e Leo (Channing Tatum) sono una perfetta
coppia di neo-sposini: innamorati, conducono una vita da artisti a
Chicago piena di soddisfazioni personali e professionali (lui
possiede uno studio di registrazione, lei è un’affermata
scultrice). Una sera restano vittime di un incidente d’auto: lui ne
uscirà quasi illeso, mentre la giovane donna riporterà un trauma
cranico.
Al suo risveglio, Paige non ricorda
nulla degli ultimi 5 anni della sua vita, il matrimonio e la
vita insieme a Leo, ora per lei un perfetto sconosciuto, sono stati
rimossi. La memoria di Paige è ferma ai tempi dell’Università,
quando ancora sognava di diventare avvocato e andava d’amore e
d’accordo con i genitori Sam e Rita (Bill Thornton e
Jessica Lange). Una donna diversa che sembra essere
tornata ai vecchi flirt (l’ex fidanzato Jeremy abbandonato poco
prima di salire all’altare), e ad uno stile di vita anni prima
ripudiato, unica certezza cui ora Paige può aggrapparsi in attesa
che i ricordi più recenti tornino a galla. Leo si trova così a
dover riconquistare per la seconda volta l’amore di sua moglie, e
inizia a corteggiare Paige ripartendo da zero, con tanto di primo
appuntamento romantico.
La memoria del cuore
Pur vantando una buona idea di
partenza (la storia realmente accaduta ad una coppia del New
Mexico), la seconda prova alla regia di Sucsy delude nei risultati,
mal supportata da una sceneggiatura banale che, a tratti, sfocia
addirittura nel ridicolo. I dialoghi sono infatti privi di
spessore, caratterizzati da uno stile tipico del genere
melò-sentimentale in cui la pellicola s’inserisce (e persino una
fuoriclasse come Jessica Lange ne risente).
Accanto
alla povertà del testo, spicca la prova insoddisfacente di
Channing Tatum, piuttosto inespressivo, senza
contare il terribile doppiaggio italiano, che di certo non ha
aiutato il giovane attore dell’Alabama. Peccato per la McAdams, promettente 33enne che ha di recente
mostrato di avere stoffa (vedi
Midnight in Paris), oltre ad una simpatia e uno charme
tutto naturale qui un po’ sprecati.
Certo, qua e là una gag divertente
riesce a far risalire il livello del film, tuttavia, La
memoria del cuore dà l’idea di un’occasione mancata, di un
tema interessante che non è stato sviluppato a dovere (si vada
invece a rivedere come, 20 anni fa, Mike Nichols trattò lo stesso
argomento in A proposito di Henry).
Non male le musiche di
Rachel Portman e Michael Brook, in linea con
l’atmosfera sentimental-drammatica della vicenda. Il film, nelle
sale italiane il 25 luglio, ha superato in America i 100 milioni di
incasso.
La memoria degli ultimi
– Ermenegildo Bugni, Umberto Lorenzoni, Giorgio
Vecchiani, Massimo Rendina, Laura Francesca Wronowska, Germano
Pacelli e Giorgio Mori sono oggi anziani custodi di una
straordinaria memoria storica, tra gli ultimi a poterla raccontare
ancora alle nuove generazioni.
Tutti protagonisti, in luoghi
diversi, della guerra di resistenza combattuta sulla linea gotica
tra il settembre del ’43 e il maggio del ’45. Ricordi, racconti ed
aneddoti interessantissimi sulla loro vita di partigiani ma anche
di uomini con i loro affetti, le loro emozioni e le loro paure
vissute in quei terribili mesi che sconvolsero il nostro paese. Un
viaggio nella memoria, nel loro passato, ritornando sui luoghi che
furono teatro di combattimento, di morte ma anche di vita e
speranza.
La memoria degli
ultimi è un film di Samuele Rossi,
giovane regista al suo primo film documentario realizzato grazie a
EchiVisivi, la società di produzione cinematografica di cui è
co-fondatore, e distribuito dalla BertaFilm. Il
regista imposta questo suo documentario sulla figura dei sette
protagonisti, sette straordinari personaggi che ci raccontano con
semplicità e trasporto ancora vivo la loro storia, la nostra storia
che rischia, nell’Italia di oggi, di essere dimenticata se non
peggio travisata e distorta. Impressiona constatare come il
rivivere certi ricordi, certe emozioni vissute sulla propria pelle
ormai settant’anni fa, susciti in questi anziani e dignitosissimi
custodi della storia emozioni e sentimenti ancora così forti,
cocenti e strazianti.
La memoria degli
ultimi, tra cinema e storia
Come dice uno di loro,
Germano Pacelli, oggi pittore che si dedica a varie attività per i
più piccoli, dare voce con delle parole a ciò che si ha dentro, a
ciò che si serba nell’angolo più lontano e nascosto del nostro
animo, fa male, è un dolore ancora vivido. Dai loro racconti
percepiamo le paure, i timori e le angosce di chi svestì i panni
del semplice ed onesto cittadino per indossare quelli del
combattente, del soldato irregolare che nascondendosi tra i boschi
dichiarava guerra al forte e temutissimo esercito tedesco.
Non solo la guerra e la morte ma
anche gli affetti, gli amori sbocciati in quei tempi duri e che per
colpa della guerra non poterono compiere il loro naturale percorso;
come l’amore tra Laura e Sergio, partito per il fronte e mai più
tornato e lei, oggi, a commuoversi di fronte al busto a lui
dedicato nella piazza di Chiavari. “Laura”, come veniva
semplicemente chiamata dai suoi compagni combattenti, è Laura
Francesca Wronowska, donna straordinaria, oggi novantenne, che fu
partigiana e poi giornalista e che aveva nel destino il dover
combattere per la libertà e contro l’ingiustizia, essendo la nipote
nientemeno che di Giacomo Matteotti.
La memoria degli
ultimi è un documentario che rappresenta un prezioso
strumento per conservare una memoria che non va dimenticata e
perduta, che racconta con emozione e trasporto e che sviscera non
solo ricordi ma anche e soprattutto affetti. Un film concepito per
festeggiare nel modo più degno la Festa di Liberazione nazionale,
ricorrenza oggi troppo spesso oggetto di divisioni e sentimenti
pericolosamente revisionistici. Il film è già disponibile in DVD
grazie alla Cecchi Gori Home Video.
Officine UBU in
collaborazione con SONG onlus – Sistema in
Lombardia, organizza due proiezioni speciali del film
LA MÉLODIE di Rachid Hami: le proiezioni saranno
precedute da un vivace momento musicale a cura dei giovani
musicisti del “Sistema in Lombardia”.
Giovedì 26 aprile alle ore
20.00 – presso Anteo Palazzo del Cinema –
p.za XXV Aprile 8 – Milano – Venerdì 27 aprile alle
ore 19.15 presso la Multisala Eliseo di
via Torino 64 – Milano
Sono inoltre state attivate delle
convenzioni tra i cinema Anteo ed Eliseo e le
scuole di musica SONG – Sistema in Lombardia, Fondazione Verdi, Associazione E’ musica nuova,
Civica Scuola di Musica Fondazione Abbado, Conservatorio e
Accademia della Scala che consentiranno agli studenti di musica di
acquistare dal lunedì al venerdì, festivi esclusi, i
biglietti a prezzo ridotto.
In LA MÉLODIE la
musica è la protagonista, valorizzata come strumento di
elevazione, integrazione e riscattosociale e la pratica musicale collettiva diventa
mezzo educativo fondamentale. Sono proprio questi i capisaldi di
SONG onlus, che promuove nei suoi “Nuclei” un progetto di
inclusione attraverso la musica basato sul dirompente modello di
“El Sistema” ideato da José Antonio Abreu in Venezuela e oggi
valorizzato in tutto il mondo.
Saranno 15 giovani musicisti dai 10
ai 14 anni, guidati dal maestro Carlo Taffuri, a introdurre le
proiezioni con il Concerto per archi in Re minore RV127 di Vivaldi
e brani dal repertorio giovanile.
La Mélodie, la trama
Simon, un famoso musicista ormai
disilluso, viene incaricato dell’insegnamento del violino in una
scuola di classi multietniche alle porte di Parigi per favorire
l’aggregazione fra studenti. I suoi metodi d’insegnamento rigidi
non facilitano il rapporto con alcuni allievi problematici. Tra
loro c’è Arnold, un timido studente affascinato dal violino che
scopre di avere una forte predisposizione per lo strumento. Grazie
al talento di Arnold e all’incoraggiante energia della sua classe,
Simon riscopre a poco a poco le gioie della musica. Riuscirà a
ritrovare l’energia necessaria per ottenere la fiducia degli
allievi e mantenere la promessa di portare la classe a esibirsi al
saggio finale alla Filarmonica di Parigi?
È in arrivo nelle sale italiane dal
26 aprile con Officine UBU, l’emozionante
pellicola francese La Mélodie, una storia
sulla forza della rinascita attraverso le proprie passioni, diretta
da Rachid Hami.
Il regista traduce in immagini e
parole le situazioni difficili realmente vissute dai giovani
allievi delle scuole multietniche parigine. Un film sull’amore per
la vita e per l’arte, dove i protagonisti affrontano le
disillusioni con una nuova speranza, cercando di ottenere il loro
riscatto sociale.
Una rivalsa che ha il suono di un
violino accordato sulle note della vita.
SINOSSI
Simon, un famoso musicista ormai
disilluso, arriva in una scuola alle porte di Parigi per dare
lezioni di violino. I suoi metodi d’insegnamento rigidi non
facilitano il suo rapporto con alcuni allievi problematici. Tra
loro c’è Arnold, un timido studente affascinato dal violino che
scopre di avere una forte predisposizione per lo strumento. Grazie
al talento di Arnold e all’incoraggiante energia della sua classe,
Simon riscopre a poco a poco le gioie della musica. Riuscirà a
ritrovare l’energia necessaria per ottenere la fiducia degli
allievi e mantenere la promessa di portare la classe ad esibirsi al
saggio finale alla Filarmonica di Parigi?
La casa di produzione
del regista francese Luc Besson,
l’Europacorp, ha diffuso il trailer de La
meccanica del cuore, prossimo film d’animazione
basato sull’omonimo romanzo di Mathias Malzieu.
L’autore ha anche co diretto il film accanto a Stéphane Berla, e si
è occupato delle musiche con la sua rock band, i Dionysos.
La meccanica del
cuore trailer
Il film prodotto da Luc Besson uscirà nei
cinema francesi il prossimo febbraio.
Di seguito la trama del film:
Nella notte più fredda del
mondo possono verificarsi strani fenomeni. È il 1874 e in una
vecchia casa in cima alla collina più alta di Edimburgo il piccolo
Jack nasce con il cuore completamente ghiacciato. La bizzarra
levatrice Madeleine, dai più considerata una strega, salverà il
neonato applicando al suo cuore difettoso un orologio a cucù. La
protesi è tanto ingegnosa quanto fragile e i sentimenti estremi
potrebbero risultare fatali. Ma non si può vivere al riparo dalle
emozioni e, il giorno del decimo compleanno di Jack, la voce
ammaliante di una piccola cantante andalusa fa vibrare il suo cuore
come non mai. L’impavido eroe, ormai innamorato, è disposto a tutto
per lei. Non lo spaventa la fuga né la violenza, nemmeno un viaggio
attraverso mezza Europa fino a Granada alla ricerca
dell’incantevole creatura, in compagnia dell’estroso illusionista
Georges Méliès. E finalmente, due figure delicate, fuori degli
schemi, si incontrano di nuovo e si amano. L’amore è dolce
scoperta, ma anche tormento e dolore, e Jack lo sperimenterà ben
presto. Intriso di atmosfere che ricordano il miglior cinema di
Tim
Burton, ritmato da avventure di sapore cavalleresco, una favola
e un romanzo di formazione, in cui l’autore, con scrittura lieve ed
evocativa, punteggiata di ironia, traccia un’indimenticabile
metafora sul sentimento amoroso, ineluttabile nella sua misteriosa
complessità.
Al suo ritorno in
Concorso alla Mostra di Venezia, Valérie Donzelli firma
con A Pied D’Oeuvre(La
mattina scrivo) un film sobrio, capace di inserirsi con
naturalezza in un filone che sembra emergere con forza in questa
82ª edizione: quello delle rappresentazioni del lavoro come
dispositivo di alienazione e precarietà sotto il capitalismo
contemporaneo. Se in altri titoli come Bugonia o No Other Choice questo tema assume toni
distopici o apertamente politici, Donzelli sceglie la strada del
racconto intimo, adattando il romanzo autobiografico di Frank
Courtes e portando sullo schermo una parabola esistenziale che
oscilla tra la dignità della scelta e l’umiliazione della
miseria.
Un ricco diventato
povero
Il protagonista Paul
(interpretato da Bastien Bouillon) è un uomo di 42 anni che
conosciamo mentre prende a martellate un muro di cartongesso. La
scena non è soltanto un’immagine concreta, ma la metafora di
un’esistenza che va in frantumi. Ex fotografo affermato, con
guadagni mensili tra i 3.000 e gli 8.000 euro, Paul ha deciso di
rinunciare a una vita agiata per inseguire il sogno di diventare
scrittore. Il suo terzo libro, un resoconto autobiografico del
naufragio matrimoniale, viene giudicato invendibile dall’agente.
Intanto l’ex moglie (interpretata dalla stessa Donzelli) si è
trasferita a Montréal con i due figli, e lui si ritrova in un
monolocale minuscolo, sopravvivendo tra royalties esigue e lavori
saltuari.
La sua decisione di
iscriversi alla piattaforma “Jobbing” segna un passaggio cruciale:
Paul diventa un lavoratore precario, un handyman disposto a
tutto pur di guadagnare poche decine di euro per ore di fatica. È
l’inizio di una caduta sociale che non viene mai spettacolarizzata,
ma mostrata attraverso i dettagli minimi e quotidiani di un corpo
che si piega e di una mente che cerca disperatamente di
resistere.
La mattina scrivo: la nuova economia della
precarietà
Uno dei meriti del film
è quello di restituire con precisione i meccanismi del lavoro
digitale a cottimo. La piattaforma notifica i nuovi incarichi con
un ping, a cui segue una gara al ribasso tra i lavoratori. Paul
offre spesso 20 euro per compiti che richiedono ore, finendo per
guadagnare meno del salario minimo. La sua “zeal of the beginner”
gli consente inizialmente di trovare spazio, ma la logica
sottostante è spietata: chi vince è chi accetta di svendersi.
Insomma, un caporalato legalizzato.
Donzelli coglie con
sguardo quasi documentario le micro-umiliazioni di questa dinamica:
il sorriso forzato di Paul davanti alla webcam mentre scatta la
foto per il profilo, la domanda di una cliente che lo guarda con
sospetto (“non ha l’aria del manovale”), le conversazioni
smozzicate con i colleghi migranti. In queste crepe narrative
emerge la riflessione più ampia: non basta vendere la propria forza
lavoro, occorre anche recitare benessere, competenza, affidabilità.
È il capitalismo delle app, che monetizza non solo il tempo ma
l’immagine, la disponibilità, persino il sorriso.
Se
La mattina scrivo evita accuratamente
ogni romanticizzazione della povertà, resta evidente l’elemento
della scelta. Paul non è un migrante senza alternative, né un
disoccupato espulso dal sistema: riceve ancora 200-300 euro di
royalties al mese, “non la povertà, ma un punto di vista chiaro su
di essa”, come scrive lui stesso. La sorella lo rimprovera di non
essere un “vero povero”, accusandolo di cercarsi i guai. Ma Paul è
mosso da una convinzione profonda: “alcuni schiavi oggi sono ben
pagati”.
In questo paradosso sta
la cifra politica del film. Paul ha assaporato i privilegi di un
lavoro creativo remunerato, ma avvolto nelle logiche di consumo e
di status. La precarietà, per lui, è l’unica via d’uscita da
un’altra forma di schiavitù, meno visibile ma ugualmente
soffocante. È un cammino verso la libertà che assomiglia a una
spirale discendente: il rischio costante è che la rinuncia alla
sicurezza non apra spazi di creazione, ma solo abissi di debito e
frustrazione.
A metà film, Donzelli
introduce un momento rivelatore. Paul, alla guida, incontra un
vecchio collega del mondo della fotografia. L’uomo, con casa grande
e viaggi di lusso, osserva con curiosità la sua scelta: “Stai
riducendo, è un bene”. Il dialogo non è caricaturale, ma sottolinea
la frattura tra due mondi che un tempo erano lo stesso.
Da questi incontri Paul
trae ispirazione per la scrittura: i clienti che lo osservano, i
colleghi che competono con lui, i familiari che lo giudicano. Tutti
diventano materia narrativa, alimentando un romanzo che rischia di
riprodurre proprio l’esperienza che lo ha distrutto come fotografo:
la trasformazione della vita privata in merce culturale. Donzelli,
però, evita il finale consolatorio: Paul non diventa ricco
scrivendo la sua “povertà”. Il film resta sospeso, come un diario
incompiuto, fedele alla precarietà che descrive.
Lo stile di Donzelli è
privo di orpelli: macchina da presa discreta, montaggio lineare,
osservazione attenta dei gesti e degli spazi. In questa austerità
si nasconde la forza del film, che non indulge né in estetizzazioni
della miseria né in derive melodrammatiche.
Bastien Bouillon
regge quasi da solo l’intero racconto. Il suo volto, mutevole a
seconda dell’angolazione, trasmette tanto l’orgoglio quanto
l’umiliazione del personaggio. La sua fisicità – più intellettuale
che manuale – diventa parte integrante della narrazione: Paul non
“sembra” un lavoratore, eppure lavora. È in questa frizione tra
immagine e realtà che si produce l’energia drammatica del film.
Una favola amara per
il presente
A Pied
D’Oeuvre (La
mattina scrivo)
potrebbe sembrare un film “minore”, quasi dimesso, nell’ambito del
Concorso veneziano. Ma la sua forza sta proprio nella modestia: nel
raccontare senza fronzoli la microfisica del lavoro
precario,
Donzelli coglie l’essenza di un fenomeno universale.
Il film non è una
denuncia programmatica, né un pamphlet ideologico. È un ritratto
preciso e umano di un uomo che cerca di scrivere una storia, e che
nel farlo mette a rischio la propria esistenza. Una parabola che
parla di Francia ma potrebbe parlare di qualsiasi Paese
occidentale, di chiunque si ritrovi intrappolato tra il desiderio
di libertà e la realtà di un mercato del lavoro che riduce tutto a
competizione e ribasso.
La maschera di ferro, diretto nel 1998 da
Randall
Wallace, è un
film d’avventura e drammatico ispirato al romanzo
Il visconte di Bragelonne
di Alexandre Dumas, ultimo capitolo della celebre
saga dei Moschettieri. La storia prende spunto dalla leggenda
dell’uomo misterioso imprigionato con una maschera di ferro nella
Francia del XVII secolo, mescolando fatti storici e invenzione
narrativa per creare un’avventura ricca di intrighi, duelli e colpi
di scena. Il film propone un tono epico, in cui la spettacolarità
delle scene d’azione si unisce a drammi personali e tensioni
politiche, tipiche delle opere di Dumas.
Il
genere del film si colloca tra l’avventura
storica e il dramma, con forti elementi di azione, duelli
coreografati e scontri tra lealtà e tradimento. L’ambientazione
francese del XVII secolo viene resa con scenografie sontuose,
costumi d’epoca e atmosfere da romanzo classico. La pellicola punta
a un pubblico ampio, combinando avventura, suspense e romanticismo,
e mantiene il ritmo serrato tipico dei film sui Moschettieri, pur
concentrandosi sul mistero centrale della figura dell’uomo
mascherato e sul suo impatto sulla monarchia francese.
Il cast di La
maschera di ferro vanta nomi di spicco del cinema
hollywoodiano degli anni Novanta: Leonardo di Caprio interpreta i ruoli gemelli
del giovane re Luigi XIV e del misterioso prigioniero, mentre
Jeremy Irons, John Malkovich e Gérard
Depardieu tornano a vestire i panni dei leggendari
Moschettieri. La combinazione di talento internazionale e fascino
dei personaggi storici permette al film di unire spettacolo e
dramma umano, dando vita a una narrazione avvincente e ricca di
tensione. Nel resto dell’articolo si approfondirà la leggenda e la
storia vera dell’uomo con la maschera di ferro, alla base del
racconto.
John Malkovich, Gerard Depardieu e Jeremy Irons in La maschera di
ferro
La trama e il cast di La maschera di ferro
Nel 1662, la Francia è in
bancarotta per le guerre di Re Luigi
XIV (Leonardo
di Caprio) contro la Repubblica olandese. Sebbene il
Paese sembri essere sull’orlo di una rivoluzione, il sovrano
continua a trascorrere il suo tempo pensando solo a espandere il
proprio dominio e a sedurre innumerevoli donne. I famosi
moschettieri hanno intanto preso strade
separate: Aramis (Jeremy
Irons) è un sacerdote
anziano, Porthos (Gérard
Depardieu) è diventato un ubriacone
e Athos (John
Malkovich) è in pensione e vive con suo
figlio Raoul, che aspira a unirsi
all’esercito.
Solo D’Artagnan (Gabriel
Byrne) è rimasto con i moschettieri, che ora lo servono
come loro capitano.
Quando però le azioni di Luigi XIV
oltrepassano il limite, Aramis convoca Porthos, Athos e D’Artagnan
per un incontro segreto, in cui rivela che ha un piano per deporre
Luigi XIV. Athos e Porthos sono d’accordo, ma D’Artagnan rifiuta di
collaborare poiché non può venir meno al suo giuramento d’onore. I
tre moschettieri decidono quindi di entrare in azione: in una
prigione remota liberano un misterioso prigioniero senza nome, il
cui volto è circondato da una maschera di ferro. Dietro di essa, si
cela un terribile segreto che potrebbe cambiare le sorti della
Francia.
La vera storia dietro il film: chi
era l’Uomo con la Maschera di Ferro?
La
leggenda della Maschera di Ferro nasce da una vicenda storica
realmente accaduta durante il regno di Luigi XIV,
ma la cui natura rimane tuttora incerta. Voltaire
fu uno dei primi autori a interessarsi al caso, menzionandolo ne
Il secolo di Luigi XIV e
basandosi sulle testimonianze delle guardie della Bastiglia,
secondo cui un prigioniero misterioso portava sempre sul volto una
maschera di velluto nero assicurata con cinghie metalliche.
Alexandre Dumas, ispirandosi a Voltaire, trasformò
la vicenda in un elemento centrale del suo romanzo Il visconte di Bragelonne, introducendo
l’idea del gemello segreto di Luigi XIV, creando così la mitologia
che avrebbe influenzato numerosi film.
Il
romanzo di Dumas rappresenta un esempio di fusione tra storia e
fantasia, tipico della sua narrativa. Pur basandosi su eventi
reali, Dumas immagina che l’uomo con la maschera fosse il
fratellastro o gemello del re, privato della propria identità per
motivi politici. Questo espediente letterario consente al romanzo
di esplorare temi come il potere, la legittimità, la giustizia e la
lealtà, attraverso avventure ricche di intrighi, duelli e complotti
di corte. La Maschera di Ferro diventa così simbolo della
repressione e dell’occultamento della verità, creando un mistero
duraturo che cattura l’immaginazione dei lettori.
Storicamente, però, il prigioniero è identificato con
Eustache Dauger (o Danger), arrestato il 19 luglio
1669 e affidato alla custodia di Saint-Mars, ex
sergente dei Moschettieri. La sua detenzione fu segreta e severa:
spostato tra quattro prigioni – Pignerol, Exilles, l’isola di
Sainte-Marguerite e la Bastiglia – fu isolato in celle chiuse e
sorvegliato da vicino, al punto che i contemporanei ignoravano la
sua vera identità. Sebbene venisse definito “solo un valletto” nei
documenti ufficiali, la sua vicenda suggerisce che fosse una
persona di qualche importanza politica, poiché Saint-Mars si
premurava di mantenerlo sotto custodia durante le sue promozioni e
trasferimenti.
L’iconica maschera di ferro, che ha alimentato miti e leggende,
sembra essere stata in gran parte una creazione di Voltaire e della
tradizione letteraria successiva. In realtà, Eustache indossava un
semplice velo di velluto nero che copriva parzialmente il volto e
serviva soprattutto durante i trasferimenti o per apparire davanti
a medici e testimoni. Le teorie sull’identità del prigioniero
variano: alcuni indicano ministri traditori come Ercole
Antonio Mattioli o Nicolas Fouquet, altri
ipotizzano nobili francesi o inglesi, mentre alcuni ritenevano che
fosse un fratellastro di Luigi XIV, ipotesi romantica che – come
già detto – Dumas sfruttò pienamente nel suo romanzo.
Eustache Dauger morì poi il 19 novembre 1703 nella Bastiglia e fu
sepolto con un falso nome nella chiesa parrocchiale di
Saint-Paul-des-Champs, ora scomparsa. La sua storia, tra leggenda e
documenti storici, ha lasciato un’eredità duratura nella cultura
popolare, ispirando opere letterarie, cinematografiche e teatrali.
Il film La maschera di ferro del 1998 si inserisce
in questa tradizione, reinterpretando la vicenda attraverso il
prisma dell’avventura e della drammaturgia hollywoodiana,
trasformando un mistero storico in una narrazione epica, ricca di
intrighi e colpi di scena, ma sempre radicata nella figura
enigmatica di un prigioniero che sfidò il tempo e l’oblio.
La maschera di
ferro trasporta lo spettatore nel cuore
della Francia del XVII secolo, tra intrighi di corte, rivalità
dinastiche e battaglie morali. Basato liberamente sui romanzi di
Alexandre Dumas, il film intreccia le vicende dei
leggendari Moschettieri con la storia segreta di un misterioso
prigioniero, Philippe, gemello di re Luigi XIV (interpretato da
Leonardo di Caprio), costretto a indossare la
celebre maschera di ferro. Ciò che appare come un’avventura storica
densa di duelli e complotti cela in realtà un’indagine sul potere,
sulla giustizia e sulla fedeltà, temi che trovano la loro massima
risonanza nel finale tragico e al contempo liberatorio
dell’opera.
Fin dall’inizio, la pellicola stabilisce un contrasto netto tra
l’arroganza e la crudeltà del re e l’integrità morale dei
Moschettieri. Luigi XIV, giovane e spietato, governa con egoismo e
disprezzo per il popolo, mentre Athos, Porthos e Aramis incarnano
ideali di lealtà, amicizia e coraggio. Questa tensione tra
oppressore e difensori della giustizia scandisce il ritmo della
storia, anticipando la resa dei conti finale in cui la verità, la
vendetta e la redenzione si fondono in un climax che non si limita
all’azione, ma riflette sul senso profondo della giustizia e della
responsabilità.
La spiegazione del finale:
duelli, inganni e redenzione
Il finale de La maschera di ferro non è soltanto
un momento di azione spettacolare, ma un complesso intreccio di
identità, sacrificio e riconoscimento morale. I Moschettieri
riescono a liberare Philippe dall’Île Sainte-Marguerite e a
introdurlo alla vita di corte, preparandolo a sostituire il crudele
Luigi XIV. Tuttavia, la sostituzione appare subito problematica: il
re legittimo non è sconfitto né morto, e la complessa ragnatela di
intrighi non si scioglie facilmente. La maschera di ferro, simbolo
della segregazione e del silenzio forzato, diventa strumento di
trasformazione e di riscatto, mentre Philippe impara rapidamente a
incarnare l’autorità e la benevolenza che suo fratello ha sempre
negato.
La tensione narrativa culmina durante la scena della mascherata, in
cui Philippe, sotto la guida dei Moschettieri, assume l’identità
del re per una notte. Christine Bellefort affronta pubblicamente
Luigi, accusandolo della morte di Raoul, e la gentilezza di
Philippe la colpisce immediatamente, evidenziando la
contrapposizione morale tra i due fratelli. Questo momento, seppur
breve, anticipa la risoluzione finale: l’eroismo dei Moschettieri e
la lealtà a ideali più grandi del potere personale conducono a un
confronto decisivo nella Bastiglia, dove D’Artagnan sacrifica la
propria vita per proteggere Philippe e garantire la giustizia
storica. La scena finale, in cui Philippe assume definitivamente
l’identità del re e viene affiancato dai Moschettieri come
consiglieri fidati, suggella un nuovo ordine morale e politico,
derivante da sacrificio, coraggio e saggezza.
Potere, giustizia e identità
Il film esplora con chiarezza l’idea che il potere, se esercitato
senza etica, conduce alla corruzione e alla disumanizzazione. Luigi
XIV è l’incarnazione della tirannia giovanile: usa l’inganno, la
seduzione e la violenza per mantenere il controllo, mostrando come
l’autorità non garantisca la legittimità morale. Philippe, al
contrario, rappresenta il potere temperato dalla compassione e
dalla giustizia. La sua sostituzione del fratello non è solo una
mossa tattica, ma un atto simbolico: la benevolenza e la saggezza,
se incarnate da chi detiene l’autorità, possono riparare torti
storici e riscrivere il destino di un’intera nazione.
Un tema ricorrente è la maschera stessa: non è solo uno strumento
fisico, ma un simbolo dell’identità repressa, del segreto familiare
e della doppia vita che Philippe è costretto a condurre.
Indossandola, egli diventa al contempo prigioniero e salvatore.
L’atto finale di assumere l’identità del fratello riflette un
concetto più ampio: la responsabilità individuale può modificare la
storia, e la virtù, anche in contesti di inganno, può prevalere
sulla crudeltà. Il sacrificio di D’Artagnan rafforza questa
visione: il vero eroismo consiste nel proteggere i principi morali,
anche a costo della vita, e nell’assicurare che la giustizia non
resti confinata a parole, ma diventi azione concreta.
John Malkovich, Gerard Depardieu e Jeremy Irons in La maschera di
ferro
Dumas, i Moschettieri e il cinema
d’avventura
La maschera di ferro si inserisce così nel solco
della letteratura d’avventura di Alexandre Dumas,
in particolare nei romanzi dei Moschettieri, che esplorano
amicizia, onore e le tensioni tra lealtà personale e dovere verso
lo Stato. Il film rielabora questi temi con licenze
cinematografiche, aggiungendo un intreccio storico e un tono epico
che lo avvicinano a blockbuster del genere, pur conservando una
forte componente morale e simbolica.
Il regista, facendosi carico di questa tradizione, utilizza la
spettacolarità visiva — duelli, balli di corte, intrighi — non come
fine a se stessa, ma come strumento per approfondire i personaggi e
le loro scelte etiche. In particolare, la figura di Philippe
evidenzia il tema ricorrente nei film storici: la possibilità di
riscatto attraverso la consapevolezza e la rettitudine. Anche il
personaggio di D’Artagnan, spesso collante tra azione e
riflessione, funge da mediatore morale: attraverso il suo
sacrificio, il film mostra che il vero eroismo va oltre la tecnica
o la forza fisica e si misura sulla capacità di agire per il bene
collettivo.
Implicazioni e riflessioni:
storia, mito e attualità del messaggio
Oltre alla mera narrazione storica, La maschera di
ferro offre spunti per riflessioni più ampie su identità,
leadership e giustizia. Il concetto di “gemello nascosto” diventa
metafora di un potere alternativo, possibile solo se chi lo
esercita possiede virtù superiori. In un’epoca in cui la
legittimità del comando era spesso legata alla nascita, la vicenda
sottolinea come la moralità personale possa trasformare la politica
e il destino di una nazione.
Il film, pur radicato in un contesto storico preciso, parla a
spettatori contemporanei: mette in discussione la legittimità della
supremazia dettata da privilegi ereditari e invita a riflettere sul
valore dell’integrità, del coraggio e della fedeltà. L’uso della
maschera come simbolo di segreto e verità rimanda a molteplici
livelli interpretativi, suggerendo che la verità storica e morale
spesso richiede maschere, inganni e sacrifici per emergere. In
definitiva, La maschera di ferro non è soltanto
una storia d’avventura, ma un’indagine sulla condizione umana e
sulle responsabilità di chi detiene il potere.
Affermatosi come regista di thriller
come Orphan,Unknown – Senza identità,
Run All Night e L’uomo sul treno – The
Commuter, il regista spagnolo Jaume
Collet-Serra ha esordito nel 2005 con un puro film horror
intitolato La maschera di cera, vagamente ispirato
all’omonimo titolo del 1953 (il quale era a sua volta un remake di
un lungometraggio del 1933). Tra i due film, tuttavia, di comune vi
è solo il titolo, mentre per il resto Collet-Serra dà vita ad una
rivisitazione originale in chiave contemporanea, stando ben attento
a distinguersi dagli horror adolescenziali sempre onnipresenti sul
grande schermo.
Per riuscire nel suo obiettivo, in
particolare, il regista decise di ricorrere quanto più possibile
all’utilizzo di effetti pratici, rinunciando dunque alla CGI, da
lui considerata uno strumento non valido a generare vera paura. Al
momento della sua uscita La maschera di cera
divise però nettamente critica e pubblico, tra chi lo liquidava
come il classico film horror e chi invece ne lodava gli elementi di
originalità. Il celebre critico Roger Ebert, ad
esempio, ha affermato che si tratta di un titolo non eccellente, ma
efficiente nel suo compito di suscitare terrore in un modo che si
distingue rispetto a titoli simili.
Negli anni La maschera di
cera ha conquistato sempre più appassionati del genere,
divenendo un vero e proprio cult. A distanza di quasi vent’anni, è
ancora un film capace di spaventare e divertire, proponendo
qualcosa di diverso pur rimanendo nei canoni dell’horror. Prima di
intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile
approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo.
Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare
ulteriori dettagli relativi alla trama e al
cast di attori. Infine, si elencheranno anche le
principali piattaforme streaming contenenti il
film nel proprio catalogo.
La trama di La maschera di
cera
Il film segue le vicende di sei
ragazzi, Carly, suo fratello
Nick, Wade,
Dalton, Blake e
Page, che partono tutti insieme per andare a
vedere una partita di football. La notte decidono di dormire
all’interno di un bosco e il mattino seguente, quando si svegliano,
uno di loro si rende conto che la cinghia di trasmissione della
macchina è inspiegabilmente rotta. Proprio in quel momento passa lì
vicino un uomo che sta portando carcasse di animali su un
furgoncino, offrendosi di accompagnarli all’officina nella città di
Ambrose. Nel frattempo tutti gli altri vanno alla partita, mentre
Wade e Carly si recano alla stazione di servizio.
Arrivati nella cittadina, i due
scoprono che le strade sono completamente isolate. Attratti da una
musica suonata da un organo, entrano in una chiesa ma, capendo che
è in corso un rito funebre, decidono di uscire rapidamente. È
allora che incontrano Bo, il proprietario
dell’officina. L’uomo, però, non ha per niente buone intenzioni ma
anzi attacca i due ragazzi cercando di catturarli. Nel tentativo di
sfuggirgli, Carly si rifuggia nella chiesa precedentemente vista.
Qui scopre però qualcosa di ancor più terribile: le persone che
stanno prendendo parte alla funzione sono delle statue di cera
ricavate dagli esseri umani. Per il gruppo di ragazzi ha dunque
inizio una terribile lotta per la sopravvivenza.
Il cast del film
Vera e propria protagonista del film
è Carly Jones, qui interpretata dall’attrice Elisha
Cuthbert. Il regista la scelse dopo averla vista
recitare in La ragazza della porta accanto, in cui era
protagonista. Particolarmente attratta dalla storia e da ciò che
capita al suo personaggio, l’attrice si dedicò moltissimo a trovare
il modo migliore per calarsi nei panni di questo. Per la scena in
cui le sue labbra vengono incollate, ad esempio, la Cuthbert
insistette per utilizzare della vera colla invece di una finta.
Accanto a lei, nei panni del fratello Nick, vi è l’attore
Chad Michael Murray. Il rapporto
tra i due attori si è però dimostrato essere molto forte, portando
in più occasioni a dar vita ad un che di incestuoso tra i due.
Da molti è infatti stato affermato
che avrebbe dovuto essere Murray ad avere il ruolo del ragazzo di
Carly, Wade, andato invece a Jared
Padalecki. Questi, particolarmente più alto della
Cuthbert, la costrinse a dover portare dei rialzi alle scarpe al
fine di diminuire la differenza di altezza tra di loro. Nei panni
di Dalton e Black vi sono invece gli attori Jon
Abrahams e Robert Ri’chard. Ad
interpretare Paige, invece, vi è la celebre ereditiera
Paris Hilton. La scelta di farla recitare nel film
fu generalmente criticata, ma vi sono stati anche coloro che
l’hanno difesa trovandola adeguata al suo personaggio. La Hilton
finì poi con il vincere il Razzie Awards come peggior attrice non
protagonista. Infine, nei panni degli assassini, i fratelli Bo e
Vincent, vi è per entrambi l’attore Brian Van
Holt.
La maschera di cera 2: il sequel mai
realizzato
Parallelamente all’uscita del film,
gli sceneggiatori Chad e Carey
Hayes, oggi noti in particolare per aver scritto film
horror come I segni del male, Whiteout – Incubo bianco e
L’evocazione – The
Conjuring, avevano espresso il loro desiderio di dar vita
ad un sequel di La maschera di cera. Il finale aperto,
infatti, sembrava permettere di portare avanti quanto raccontato in
questo primo film. In seguito, tuttavia, i due hanno dichiarato di
aver maturato un maggior interesse nel dar vita ad un prequel, nel
quale raccontare i primi omicidi commessi da Bo e Vincent.
Nonostante il buon risultato economico di La maschera di
cera, tuttavia, i piani per dar vita a questo secondo capitolo
non si sono mai concretizzati.
La maschera di cera: il
trailer e dove vedere il film in streaming e in TV
È possibile fruire di La
maschera di cera grazie alla sua presenza su alcune
delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete.
Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV,
Apple
TV e Prime Video. Per vederlo, una volta
scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo
film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il
film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di
giovedì 18 aprile alle ore 21:15
sul canale Italia 1.
Arrivano aggiornamenti concreti su La maschera della
morte rossa, il
nuovo progetto targato A24 ispirato
all’omonimo racconto di Edgar Allan Poe. Dopo le indiscrezioni
emerse nel giugno 2025, che vedevano Mikey
Madison in trattative per il ruolo
principale, ora arriva la conferma ufficiale: le riprese inizieranno a febbraio 2026 a
Budapest.
A
rivelarlo è stato lo sceneggiatore e regista Charlie
Polinger, durante un’intervista concessa a
Gold Derby
in occasione della promozione del suo nuovo film The Plague. Polinger ha spiegato di
trovarsi già nella capitale ungherese per i sopralluoghi di
pre-produzione, confermando ufficialmente il coinvolgimento di A24
e di Mikey Madison.
Una rilettura dark comedy ambientata in un castello medievale
Secondo quanto anticipato dal regista, The Masque of the Red Death sarà
una dark comedy ad alta
energia, radicalmente diversa dal racconto originale di
Poe. Pur mantenendo il tema della peste e l’ambientazione
medievale, il film abbandonerà l’horror gotico classico per
spostarsi verso un tono più satirico e revisionista, con un’azione
prevalentemente ambientata all’interno di un castello.
Polinger ha descritto il progetto come un’opera che esplora
dinamiche di gruppo simili a quelle presenti nel testo originale,
ma declinate attraverso un linguaggio contemporaneo e ironico. Una
scelta che conferma la volontà di A24 di reinterpretare materiali
letterari classici con uno sguardo moderno e provocatorio.
Mikey Madison protagonista e un approccio “quintessenzialmente
A24”
Nel film, Mikey Madison — reduce dal successo e dall’Oscar per
Anora (2024) —
interpreterà un doppio
ruolo, quello di due sorelle gemelle separate da tempo che
si ritrovano a entrare nel castello di un principe folle durante
una pestilenza. Al momento, Madison è l’unico nome confermato del
cast.
Il progetto è stato descritto come “quintessenzialmente A24”, con un forte
potenziale di risonanza culturale, soprattutto tra il pubblico più
giovane e social, grazie a sequenze visivamente audaci e momenti
pensati per diventare immediatamente riconoscibili e discussi
online.
Il racconto di Poe era già stato portato al cinema più volte, tra
cui la celebre versione del 1964 diretta da Roger Corman con
Vincent Price. Questa nuova incarnazione, però, promette di
distaccarsi nettamente dalle precedenti, puntando su un linguaggio
ibrido tra commedia nera, satira e rilettura storica.
Con l’inizio delle riprese fissato per febbraio 2026,
The Masque of the Red
Death si candida a diventare uno dei titoli A24 più curiosi e
attesi dei prossimi anni.
FOTO DI COPERTINA: Mikey Madison
arriva alla 31ª edizione degli Screen Actors Guild Awards. Foto di
Image Press Agency via DepositPhotos.com
Quando iMarvel Studios e il
regista
Jon Favreau hanno scelto Robert Downey Jr. per interpretare Tony
Stark nel film Iron Man del 2008, è stata
considerata una scelta piuttosto rischiosa. L’attore aveva un
passato travagliato che, sebbene ormai lontano, era ancora
problematico agli occhi di alcuni. Inoltre, a quel punto della sua
carriera non era ancora una star di successo, ma Iron Man era un
supereroe di “serie B”, quindi Kevin Feige e compagnia non avevano
davvero nulla da perdere.
Iron Man fu poi un successo sia di
critica che di pubblico. Iron Man 2, sebbene non
fosse stato accolto così calorosamente dalla critica, ebbe comunque
un buon successo, e Iron Man 3 fu il primo film
solista della MCU a incassare oltre 1 miliardo di dollari. Nel
corso degli anni, Downey si è affermato come uno dei maggiori
protagonisti del franchise degli Avengers e ha ottenuto guadagni
record per film come
Captain America: Civil War e Spider-Man:
Homecoming.
Nel 2019, in Avengers: Endgame, il vincitore
dell’Oscar ha concluso la sua carriera undicennale nell’MCU quando
i fratelli Russo hanno fatto compiere a
Iron Man il sacrificio estremo per fermare Thanos. È stato un addio fenomenale, ma non essendo
più possibile andare avanti con il Kang di Jonathan
Majors come grande cattivo della Saga del Multiverso, Downey Jr. è stato
rivelato come il nuovo Dottor Destino al San Diego Comic-Con 2024.
Dopo una breve apparizione in I Fantastici Quattro: Gli
Inizi, l’attore sarà protagonista in Avengers: Doomsday e Avengers:
Secret Wars.
Tuttavia, quest’ultimo film
potrebbe non essere la fine della carriera di Victor Von Doom
interpretato da Downey Jr. Secondo l’insider Daniel
Richtman, infatti, i Marvel Studios vorrebbero che
l’ex Iron Man continui a interpretare il personaggio anche dopo
Secret Wars. Ciò significherebbe che continuerebbe
a ricoprire il ruolo nella Saga dei Mutanti. Resta da vedere se
sarà il cattivo dei Fantastici Quattro o il nuovo Iron Man, ma la
seconda opzione sembra più probabile.
Dopo la versione a fumetti di
Secret Wars, il volto di Doom è stato guarito ed è
diventato il “famigerato Iron Man”. Non sarà gradito a tutti, ma
questo potrebbe significare che vedremo Robert Downey Jr. tornare al suo ruolo più
iconico, anche se come cattivo che cerca di fare del bene. Solo il
tempo dirà se questo è davvero il piano per il Doom di Downey, che
potrebbe essere un personaggio troppo importante perché venga
presentato e concluso solamente in due film.
La Marvel ha espresso il suo sostegno
alla comunità LGBTQ+ dopo che la società madre
dello studio, la Disney, ha ricevuto contraccolpi per la sua
controversa gestione del disegno di legge “Don’t Say Gay”
della Florida (ufficialmente noto come il disegno di legge sui
diritti dei genitori nell’istruzione).
La Disney si è trovata in cattive
acque ultimamente dopo aver omesso di esprimersi contro il
controverso disegno di legge in Florida che vieterebbe la
discussione sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere
con i bambini in età scolare sotto i 10 anni. Il CEO della Disney
Bob Chapek ha rilasciato una nota sulla mancanza
di una dichiarazione dell’azienda contro il disegno di legge,
sottolineando nuovamente il sostegno dell’azienda ai suoi
dipendenti LGBTQ+ e alle loro comunità. Tuttavia, questo gesto è
stato accolto con critiche da molti dipendenti Disney.
La scarsa risposta della Disney al
disegno di legge “Don’t Say Gay” e un recente rapporto dei
dipendenti della Pixar che afferma che la Disney ha censurato gli
sforzi per aumentare il materiale LGBTQ + nei progetti Pixar, ha
portato a uno sciopero di una settimana da parte dei dipendenti e
sostenitori LGBTQ+ Disney. Ciò ha messo sotto i riflettori le varie
filiali della Disney, inclusi Marvel Studios e Lucasfilm. Gli studi
che fanno parte della Disney li hanno associati alla risposta della
società, che non è riuscita a denunciare attivamente il disegno di
legge “Don’t Say Gay” nonostante le proteste dello staff Disney e
Pixar.
I Marvel Studios si sono rivolti ai social media
per annunciare che prendono le distanze dalle azioni della società
madre. In una dichiarazione pubblicata su Twitter, la società ha
affermato di “denunciare con forza tutte le leggi che violano i
diritti umani fondamentali della comunità LGBTQIA+”. Lo studio
si impegna a continuare il suo “forte impegno” per essere
un alleato della comunità LGBTQ+ promuovendo “uguaglianza,
accettazione e rispetto”.
Come molti di voi sapranno
Jurassic World ha battuto il record di
incasso nella storia del cinema nel primo week end di uscita che
era di The Avengers e per questo la
Marvel, nella persona di
Kevin Feige ha diffuso una foto per
congratularsi con la Universal e
Steven Spielberg e gli
interpreti:
Il nuovo film è ambientato
22 anni dopo gli eventi terribili del film
originale Jurassic Park. Vi ricordiamo che
Jurassic World, attualmente in fase
di riprese è diretto dal regista Colin
Trevorrow e uscirà al cinema negli USA il
12 Giugno 2015.
Colin
Trevorrow ha scritto la sceneggiatura
con Derek Connolly. Steven
Spielberg, Frank Marshall e Pat
Crowley sono i produttori. Protagonisti della
pellicola sono al momento confermati Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Ty Simpkins, Jake
Johnson, Nick Robinson, Andy
Buckley e Irrfan Khan.
Jurassic
World sarà diretto da Colin
Trevorrow (Safety Not Guardanteed),
accompagnato nella sceneggiatura da Derek
Connolly, e arriverà in 3D nelle sale USA a partire
dal 12 Giugno 2015. Frank
Marshall e Pat
Crowley sono i produttori della
pellicola. Spielberg sarà il produttore
esecutivo del sequel e affiancherà il regista nella lavorazione del
film.