Home Blog Pagina 1958

Il prodigio: recensione del film con Florence Pugh

0
Il prodigio: recensione del film con Florence Pugh

Proiettato per la prima volta il 2 settembre in occasione del Telluride Film Festival, il prodigio è la nuova pellicola diretta dall’argentino Sebastian Lelio (Disobedience).  La sceneggiatura, tratta dall’omonimo romanzo di Emma Donoghue, è nata dalla collaborazione di quest’ultima insieme a Lelio e ad Alice Birch. Nel cast ritroviamo spiccare la stella nascente del cinema contemporaneo Florence Pugh (Piccole donne, Don’t worry, darling) nel ruolo dell’infermiera inglese Elisabeth Wright. Il film è già stato candidato per ben 12 categorie per i British Independent Film Awards, tra cui anche per la miglior regia, miglior performance protagonista e miglior performance esordiente per Kìla Lord Cassidy nei panni della piccola Anna.

Un miracolo irlandese

Irlanda 1862: Elisabeth Wright è un’infermiera chiamata in un piccolo villaggio irlandese per assistere una bambina, Anna. Giunta a destinazione, scopre dal comitato di medici e chierici che si occupano della questione che Anna è perfettamente sana: l’unica anomalia è che non mangia da quattro mesi. Mentre i preti del villaggio e la famiglia della piccola tendono a credere che si tratti di una sorta di miracolo divino, un medico vuole scoprire come razionalmente questo possa essere possibile. Per questo motivo viene dato a Elisabeth e ad una suora il compito di sorvegliare Anna giorno e notte per scoprire come possa sopravvivere senza nutrirsi. La bambina afferma di nutrirsi di manna dal cielo. Pur avendo vietato il comitato ogni contatto con la paziente, tra l’infermiera e la piccola si instaura un rapporto sempre più stretto. Ciononostante, Elisabeth, decisa a scoprire il segreto di Anna, evita che lei abbia alcun contatto con altre persone, compresi i suoi familiari: a questo punto, le condizioni fisiche della bambina iniziano a peggiorare terribilmente.

Il prodigio
L’infermiera Wright visita Anna

Il prodigio: In. Out.

Già dai primi attimi de Il prodigio è possibile carpire l’originalità del film: la prima scena si apre su un set cinematografico. Una voce narrante introduce le vicende e la sua protagonista, mentre l’occhio dello spettatore è lasciato libero di vagare per il set, fino a soffermarsi su una scena specifica, da cui prende il via la storia. Con il volgersi alla fine della pellicola, si ha un ritorno nella realtà del set cinematografico. Questo è un tentativo da parte del regista di rompere la quarta parete, instaurando un contatto più diretto con il pubblico: diventa chiaro anche nel momento in cui alcuni personaggi durante le vicende guardano fisso nella macchina da presa, guardano gli spettatori. La rottura della quarta parete qui però è parziale, neanche paragonabile allo stile di Woody Allen (Io & Annie), in cui il pubblico diventa un vero interlocutore.

Un elemento che spicca ne Il prodigio è la performance di Florence Pugh. L’attrice con ogni suo ruolo sta andando ad affermare sempre di più la sua bravura, aggiudicandosi un posto tra le stelle della nuova generazione del cinema Hollywoodiano. Elisabeth Wright è una donna forte, indipendente, ha perso la fede in Dio ed ha una visione razionale del mondo. Con la sua intelligenza prima fa di tutto per smascherare l’inganno di Anna, e poi cercherà di proteggerla e guarirla quando ella diviene più debole e deperita. Nel buio della sua camera, Elisabeth, Lib, nasconde i segreti del suo passato in un piccolo fagotto: due calzettine di lana da neonato ed una boccettina con una sorta di sciroppo, magari una qualche forma di oppiaceo, ed un ago. Si tratta del fantasma della sua vita passata, suo marito e sua figlia, morta poche settimane dopo la sua nascita. Un personaggio certamente molto complesso, che però, tramite l’interpretazione della Pugh, trasmette tutta la sua tenacia al pubblico.

“We are nothing without stories”

Una tematica focale ne Il prodigio è proprio quella delle storie, o meglio del potere che una credenza può avere su un individuo. Anna e la sua famiglia hanno una fede ceca in Dio, giustificano il dolore della vita terrena come necessario per la pace eterna in paradiso dopo la morte. Il ruolo della religione si va a delineare maggiormente nella seconda metà del film, ma fin da subito si può notare la persistente presenza della fede nella vita della famiglia: le continue preghiere bisbigliate dalla bambina, trenta tre volte, la quasi totale assenza di preoccupazione da parte dei genitori verso Anna. Per quanto  la fede possa dare all’uomo una speranza perenne, il fanatismo può portare effetti terribili, può rendere l’uomo un essere ceco e irrazionale.

Il prodigio: la storia vera e la spiegazione del film

Il prodigio: la storia vera e la spiegazione del film

Disponibile su Netflix dal 16 novembre, il film Il prodigio (qui la recensione) è subito diventato uno dei titoli attualmente più chiacchierati del catalogo della piattaforma streaming. Diretto dal cileno Sebastian Lelio, regista anche di Una donna fantastica e Disobedience, questo è tratto dal romanzo omonimo di Emma Donoghue, autrice della sceneggiatura insieme allo stesso Lelio e Alice Birch e con un’ambientazione fissata al 1862 racconta del rapporto che si instaura tra l’infermiera Lib Wright (interpretata da Florence Pugh) e l’undicenne Anna O’Donnell, la quale afferma di non nutrirsi da mesi. Si parte dunque da un mistero da svelare, ma il film si apre poi a riflessioni e significati molto più profondi.

Il prodigio offre dunque un acceso scontro tra ragione e fede, individuo e comunità, affermandosi come un film di genere thriller intriso di una forte atmosfera evocativa, suo primario punto di forza. Non sorprende dunque che in breve tempo sia diventato un titolo molto discusso, sul quale si cercano sempre più informazioni. Ciò che in molti si sono chiesti, guardando il film, è quanto di ciò che viene narrato sia tratto da una storia vera. La risposta a tale domanda, in linea con il film, è piuttosto ambigua e aperta ad interpretazioni, ma aiuta anche a comprendere meglio il valore della pellicola in sé.

Il prodigio: la vera storia dietro al film

Come affermato dalla Donoghue, quanto raccontato nel libro è sostanzialmente una storia frutto dell’immaginazione della scrittrice. Eppure, vi sono diversi elementi che questa ha ripreso da alcune cronache provenienti direttamente da un tempo passato. Tra il XV e il XIX secolo, infatti, gli storici hanno registrato come in diversi paesi dell’Europa, come Gran Bretagna, Irlanda e Germania, si sia diffuso il fenomeno delle fasting girls, ovvero ragazze molto giovani, talvolta anche preadolescenti, che affermano di poter rinunciare al cibo per nutrirsi soltanto della presenza di Gesù Cristo.

Tra i casi approfonditi dalla scrittrice, vi sono in particolare quello di Sarah Jacobs, di Mollie Fancher e di Therese Neumann. La prima, originaria del Galles, è vissuta negli anni Sessanta dell’Ottocento e divenne nota quando, dopo una malattia decise di rifiutare il cibo che le veniva dato, in quanto temeva che se si fosse ripresa del tutto avrebbe dovuto riprendere il lavoro nella fattoria di famiglia. Stando a quanto riportato, i genitori decisero di strumentalizzare la cosa, affermando che la forza della fede permetteva alla figlia di rimanere in vita. Sfortunatamente, Sarah morì per il non essersi nutrita e i genitori vennero condannati per omicidio.

Anche le altre due, rispettivamente americana e tedesca, furono oggetto di casi simili, ma su di loro vi sono meno testimonianze e non si arrivò a stabilire se le due ragazze mentissero sulle loro capacità o meno. La scrittrice sembra dunque aver tratto profonda ispirazione in particolare da Sarah Jacobs, che nel film è dunque da ritrovare nel personaggio di Anna. L’infermiera Lib, invece, è un personaggio inventato ma basata sulle vere infermiere che tennero d’occhio la Jacobs per studiare il suo caso, controllando se davvero questa non mangiasse nulla come sosteneva. Un controllo ferreo che può aver attivamente contribuito alla morte della giovane.

Il-prodigio-spiegazione

Il prodigio: la spiegazione del finale

Giunti al finale del film, è tempo di fornire una spiegazione al come la giovanne Anna possa affermare di vivere senza mangiare, senza neanche mostrare alcun segno di deperimento. Il colpo di scena che dà la svolta al tutto arriva quando l’infermiera Lib ha l’intuizione di impedire che la giovane si veda con i suoi genitori per il momento della preghiera. A partire da questo isolamente totale ecco che Anna inizia infine a mostrare i segni di un fisico sempre più provato dalla mancanza di cibo. Lib scoprirà infine che la giovane aveva continuato ad alimentarsi finché poteva incontrarsi con i genitori e che questo avveniva tramite i baci che sua madre le dava.

La donna teneva infatti del cibo dentro la propria bocca, che passava poi ad Anna con i suoi baci. Il cibo che la giovane ricevava era dunque visto come la manna dal cielo che Dio le mandava. Quanto Anna stava facendo, ai suoi occhi, era dunque un modo per cercare il perdono divino per la morte del fratello, del quale si sente responsabile in quanto i due avevano rapporti incestuosi. La ragazza viene infine convinta da Lib a morire metaforicamente per rinascere come Nan, cambiando dunque identità e scappando con lei verso una nuova vita. Il fuoco che Lib appicca dunque alla casa per far credere che Anna sia realmente morta acquisisce dunque un valore metaforico, di ciò che brucia e risorge dalle proprice ceneri.

Così si struttura dunque il film di Lelio, come un potente racconto sulla fede e ciò che si compie in nome di essa, tanto nel bene quanto nel male. Al di là di cio, come avrà notato chi ha visto il film, questo inizia all’interno di uno studio cinematografico, una scelta metacinematografica dal quale si viene informati che quanto si vedrà è pura finzione e che occorre dunque sospendere l’incredulità. Attraverso tale espediente, Lelio sembra volerci ricordare di fare attenzione al confine tra il piacere di farsi raccontare una storia e il farsi ingannare da una fede fanatica che distorce la realtà dei fatti.

Fonti: Collider, DigitalSpy

Il processo di Norimberga: giustizia, memoria e interrogativi sull’umano

L’imminente uscita del nuovo film Norimberga (dal 18 dicembre in sala con Eagle Pictures), interpretato da Russell Crowe, riporta all’attenzione del pubblico uno dei momenti più cruciali del Novecento: il processo che mise per la prima volta davanti a un tribunale internazionale i principali responsabili dei crimini nazisti. La pellicola, che intreccia la vicenda storica con un forte approfondimento psicologico, offre l’occasione per tornare a riflettere su ciò che Norimberga rappresentò per il mondo e sul significato che continua ad avere oggi.

Il processo, inaugurato nel novembre 1945, segnò una svolta senza precedenti nella storia del diritto e della coscienza morale globale. Dopo la resa della Germania, gli Alleati si trovarono di fronte alla necessità di giudicare crimini che sfuggivano a qualsiasi misura: il genocidio di milioni di ebrei, lo sterminio di oppositori politici, persone con disabilità e gruppi considerati “indesiderabili”, la devastazione di intere nazioni. L’arresto di Hermann Göring, figura di vertice del regime, rese evidente l’urgenza di definire non solo una pena adeguata, ma anche la cornice etica e giuridica con cui affrontare il male assoluto.

Il film Norimberga riprende, la relazione tra Göring e lo psichiatra americano Douglas Kelley, incaricato di valutarne le condizioni mentali. Questa interazione diventa una lente attraverso cui osservare un punto fondamentale: molti dei leader nazisti non apparivano come mostri nati da una psicologia totalmente aliena, ma come individui capaci di razionalità, disciplina e perfino cordialità. Göring, nella prospettiva di Kelley, incarna un narcisismo estremo più che un’ideologia coerente: un uomo convinto di rappresentare in sé la grandezza del Reich, orgoglioso della propria intelligenza e certo di poter manipolare chiunque.

La banalità del male in Norimberga

Questa intuizione—che il male nazista abbia radici in vizi comuni, come l’orgoglio e il desiderio di dominio—colpisce per la sua potenza. Il processo di Norimberga, infatti, non servì esclusivamente a condannare i colpevoli, ma anche a smontare una narrazione consolatoria: quella secondo cui il nazismo sarebbe stato un fenomeno irripetibile, frutto di circostanze uniche. Guardando ai volti e alle parole degli imputati, molti si trovarono costretti ad ammettere che la brutalità non nasce da individui totalmente disumani, ma dal cedimento di strutture morali e istituzionali che possono incrinarsi ovunque.

Il concetto di genocidio, formulato proprio in quegli anni, esprime la necessità di riconoscere pattern ricorrenti nella violenza collettiva. Purtroppo, il mondo ha dimostrato più volte che la distruzione sistematica di un popolo non è un’esclusiva del Terzo Reich. Ruanda, Cambogia, Bosnia, Gaza: la storia recente conferma che l’orrore non appartiene a un unico tempo o luogo.

Russell Crowe e Rami Malek a Norimberga (2025)
Cortesia di © Eagle Pictures

Uno degli aspetti più rivoluzionari del processo fu l’uso di prove visive. I filmati girati durante la liberazione dei campi di concentramento furono proiettati in aula, costringendo imputati, giudici e osservatori a confrontarsi con immagini inconfutabili. Quelle riprese, che il nuovo film ripropone in parte, contribuirono a fissare nella memoria collettiva ciò che altrimenti alcuni avrebbero potuto negare o minimizzare.

In un momento significativo del film, un giovane sergente, inizialmente assetato di giustizia e desideroso di vedere l’umiliazione dei nazisti, si ritrova invece a compiere un gesto di sorprendente umanità. Quando uno dei condannati crolla, incapace persino di vestirsi prima dell’esecuzione, il sergente lo aiuta e lo accompagna fino al patibolo, pronunciando le semplici parole: “Sono tedesco anch’io.” Quel gesto non assolve il colpevole, ma ricorda che la dignità umana non può essere negata neppure al peggior criminale.

Un esercizio collettivo di memoria e responsabilità

Il processo di Norimberga non fu soltanto un momento di giustizia, ma un esercizio collettivo di memoria e responsabilità. Esso ci insegna che il male, anche nella sua forma più estrema, nasce da dinamiche umane riconoscibili. Per questo ricordare Norimberga significa, oggi più che mai, vigilare contro ogni forma di disumanizzazione e mantenere viva la consapevolezza che la storia può ripetersi se non la affrontiamo con verità, coraggio e umiltà.

Il processo ai Chicago 7: trailer del film con Joseph Gordon-Levitt

0

Netflix ha diffuso il trailer ufficiale di Il processo ai Chicago 7, il film scritto e diretto da: Aaron Sorkin, vincitore del Premio Oscar e dell’Emmy Award. Protagonisti di Il processo ai Chicago 7 un cast stellare composto da Sacha Baron Cohen, Joseph Gordon-Levitt, Frank Langella, Eddie Redmayne, Mark Rylance, Jeremy Strong, Yahya Abdul-Mateen II, Michael Keaton, John Carroll Lynch e Alex Sharp. Il processo ai Chicago 7 sarà disponibile in streaming su Netflix dal 16 ottobre.

Quella che doveva essere una manifestazione pacifica alla convention del partito democratico statunitense del 1968 si è trasformata in una serie di scontri violenti con la polizia e la Guardia nazionale. Gli organizzatori delle proteste, tra cui Abbie Hoffman, Jerry Rubin, Tom Hayden e Bobby Seale, sono stati accusati di cospirazione e incitamento alla sommossa in uno dei processi più noti della storia americana. Prodotto da: Marc Platt, Stuart Besser, Matt Jackson e Tyler Thompson

Il processo ai Chicago 7: svelato un collegamento con Forrest Gump

0

Gli amanti di Forrest Gump di Robert Zemeckis potrebbero aver riconosciuto ne Il processo ai Chicago 7, l’ultimo film di Aaron Sorkin disponibile su Netflix, un volto noto, ossia quello di Abbie Hoffman. Il personaggio in questione appare in entrambi i film, al centro di proteste in entrambi i casi, dal momento che il film di Zemeckis del 1994 offre a grandi linee un sguardo abbastanza esteso sul gran parte della storia americana.

Interpretato nel film Netflix di Sorkin da Sacha Baron Cohen, Hoffman è stato uno degli imputati nel processo alla fine degli anni ’60 contro un gruppo di leader protestanti verso la guerra del Vietnam, che furono perseguiti dopo che una manifestazione avvenuta al di fuori della Convenzione Nazionale Democratica del 1968 si trasformò in un sommossa. Ne Il processo ai Chicago 7, Baron Cohen riesce a catturare quel difficile equilibrio tra sincerità ed umorismo tipico della personalità di Hoffman. Dato il suo lavoro in film del calibro di Borat, non sorprende che Baron Cohen riesca a fare sue le buffonate comiche che Hoffman ha portato al processo, e al tempo stesso di brillare durante i momenti più seri del film, come quando Hoffman viene chiamato a testimoniare durante il processo.

In Forrest Gump, Abbie Hoffman è interpretato da Richard D’Alessandro e incontra il personaggio del titolo interpretato da Tom Hanks durante una manifestazione per la pace tenutasi davanti al Lincoln Memorial a Washington DC. Mentre Hoffman incita la folla, invita Gump sul palco a fare un discorso, ma proprio mentre cerca di parlare, il suo microfono viene staccato da un sabotatore. Sulla base della cronologia del film e della vita reale, si può stimare che questo incontro tra Forrest Gump e Abbie Hoffman sia avvenuto alla fine del 1968, dopo le proteste alla Convenzione Nazionale Democratica, ma prima che Hoffman venisse incriminato e sottoposto al conseguente processo.

Il processo ai Chicago 7: il trailer italiano del film di Aaron Sorkin

0

Netflix ha diffuso il trailer ufficiale de Il processo ai Chicago 7, il nuovo film dell’acclamato sceneggiatore Aaron Sorkin, alla sua seconda regia dopo Molly’s Game.

Protagonisti di Il processo ai Chicago 7 un cast stellare composto da Sacha Baron Cohen, Joseph Gordon-Levitt, Frank Langella, Eddie Redmayne, Mark Rylance, Jeremy Strong, Yahya Abdul-Mateen II, Michael Keaton, John Carroll Lynch e Alex Sharp. Il processo ai Chicago 7 sarà disponibile in streaming su Netflix dal 16 ottobre.

Nel film Quella che doveva essere una manifestazione pacifica alla convention del partito democratico statunitense del 1968 si è trasformata in una serie di scontri violenti con la polizia e la Guardia nazionale. Gli organizzatori delle proteste, tra cui Abbie Hoffman, Jerry Rubin, Tom Hayden e Bobby Seale, sono stati accusati di cospirazione e incitamento alla sommossa in uno dei processi più noti della storia americana.

Il processo ai Chicago 7, recensione del film di Aaron Sorkin

Il processo ai Chicago 7, recensione del film di Aaron Sorkin

C’è uno strano senso di timore che investe il critico che si approccia ad analizzare l’opera di Aaron Sorkin. Tra le mani, lo sentiamo, lo sappiamo, abbiamo una reliquia preziosa, un’opera dotata di unicità, saldata dalla forza iconica delle parole e di un’alacrità che vive sulla scia di un talento più unico che raro. Ogni parola viene soppesata, calibrata, esaminata dal mirino di un telescopio verso cui ci pieghiamo, consci che nessun aggettivo potrà mai veramente consegnare la bellezza di quanto impresso prima su carta, poi su schermo, da Sorkin.

Da The West Wing, passando per The Newsroom, arrivando a The Social Network, questo sceneggiatore ha dimostrato negli anni la sua abilità da prestigiatore delle parole; il vero salto nel buio era estendere questo talento nel campo della regia. Un tentativo riuscito a metà con Molly’s Game, dove lo sguardo ancora acerbo del Sorkin regista non era ai livelli di quello del Sorkin sceneggiatore, e che proprio per questo ha ammantato di curiosità l’uscita del suo nuovo film, Il processo ai Chicago 7.

Ama Sorkin approcciarsi con i lasciti del passato, soprattutto quelli in cui l’umanità affronta le cadute nel baratro, tra incriminazioni, processi, e rivendicazioni personali. E così il gioco clandestino di Molly’s Game lascia spazio con Il processo ai Chicago 7 a rivolte soppresse con la forza, imbrogli e omertà da parte di istituzioni accecate di pregiudizio e ideali politici. Il risultato che ne consegue è quello di uno dei migliori film di questo 2020. Certo, la concorrenza è ridotta quasi a zero, complice i continui rinvii di titoli più o meno attesi dal grande pubblico, ma la sontuosità della sceneggiatura, l’adrenalina di un montaggio che vola tra passato, presente e futuro, e un cast incredibilmente in parte, regalano una gemma da custodire nella mente con delicatezza e rispetto.

Il processo ai Chicago 7, la trama

Chicago,1968. La guerra del Vietnam impazza continuando a mietere vittime innocenti quando, in occasione della convention del Partito Democratico, un gruppo di attivisti guida una manifestazione contro Nixon e la sua scelleratezza bellica. Lo scontro tra manifestanti, polizia e Guardia Nazionale, era prevedibile, ma ciò che non era stato previsto è un processo/farsa dal sapore chiaramente politico che segna una pagina nerissima (e molto nota) della recente storia americana. In un colpo solo il governo del neo-eletto presidente Nixon tenta di eliminare l’opposizione sradicando la controcultura di sinistra attraverso l’incriminazione dei suoi leader, accusati ingiustamente di cospirazione e incitamento alla sommossa.

Tutto il mondo è teatro, o un processo politico

Arduo il compito di scrivere una critica su un’opera come Il processo ai Chicago 7, perché se è facile parlare di film colmi di errori e cadute di stile, il discorso cambia quando hai davanti un’opera in cui ogni elemento è al suo posto e nessuna tessera in questo puzzle cinematografico perfettamente oliato è andata perduta. Ad aprire il sipario su un teatro della vita camuffato da processo non civile o penale, ma politico, è un prologo che vive della stessa furia di bottiglie infiammate lanciate contro le vetrate degli uffici di reclutamento americani. Quelli che corrono davanti gli occhi dello spettatore sono dieci minuti di puro godimento.

Un antipasto dal sapore esplosivo di una vera e propria bomba giocata sull’alternanza perfetta tra materiali di repertorio e girato filmico. È una giostra di immagini che non hanno paura di investire e colpire a un ritmo serratissimo gli occhi del proprio pubblico, iniettandoli di meraviglia, quella che introduce il film di Sorkin; un piccolo assaggio delle due ore successive, che non fanno altro che esaltare quanto il pubblico si appresterà ad assistere da lì a poco. Quando decidi di affrontare un film interamente fatto di dialoghi, devi dimostrarti davvero bravo con le parole, e Sorkin è un burattinaio del verbo. Il processo attorno a cui ruota l’intero intreccio poteva tramutarsi in corpo vestito di tedio e noia insofferente. Un battibecco continuo tra incoerenza e colpe celate, disseminate, scoperte. Sorkin prende ogni lembo di quel corpo per rivestirlo di ironia e con esso colpire a fondo lo spettatore, perché una volta dissipato il ricordo della risata, a risiedere in bocca è un sapore di bruciante amarezza per un’ingiustizia mai veramente scomparsa, ma perpetuamente in procinto di ritornare più cruenta di prima.

Il processo ai Chicago 7 film 2020L’aula del tribunale si sveste così del suo significato primario per rivelarsi nella sua anima più cruda, violenta. È un far west dove non ci sono pallottole a volare libere, ma parole, attacchi edulcorati dalla forza del black-humor, sparate con la forza del caustico umorismo. Le arringhe degli avvocati e il racconto dei testimoni chiamati alla sbarra, sono partite di tennis giocate tra il passato e il presente, dove la pallina è un barlume mnemonico lanciato con forza da una domanda, un suggerimento, pronto a catapultare lo spettatore tra i ricordi di un passato volto a colmare passaggi indispensabili alla comprensione totalizzante della storia.

I sette samurai del 1968

È un meccanismo perfettamente congegnato, Il processo ai Chicago 7. Uno sguardo sui pregiudizi di diritti sottratti, e sentenze manipolate sulla scia di ideali politici e favori personali. Ricalcando la struttura vertebrale su cui si sorregge The Social Network, Aaron Sorkin investe di umanità la propria opera, tramutandola in un saggio scritto con la forza dell’empatia e della mancanza di retorica. E se il cuore della pellicola batte tra le mura di un tribunale, a fare da arterie lungo cui lasciare scorrere il sangue delle rivendicazioni di diritti tanto personali, quanto universali, sono i corpi degli attori che compongono un cast corale a dir poco sbalorditivo. Senza interpreti perfettamente in parte, anche la sceneggiatura più fresca e impeccabile cadrebbe nell’ombra, ingoiata dal buio della superficialità. E invece ogni attore riesce a riportare qui in vita i propri personaggi, tra atteggiamenti deplorevoli, come quelli del giudice Julius Hoffman (un Frank Langella talmente in parte da risultare straordinariamente odioso) a stralci di onestà intellettuale e sensibilità sorprendenti (si pensi al Richard Schultz di Joseph Gordon Lewitt). A dominare sullo schermo questo gruppo assortito e coeso sono soprattutto i due yippies Abbie Hoffman e Jerry Rubin (rispettivamente Sacha Baron Cohen e Jeremy Strong).

Un duo capace di dar vita a siparietti tanto comici quanto carichi di spunti di riflessioni. Strong e Baron Cohen sono micce pronte a far scattare il fuoco della rivolta a ritmo di risate, calamite attrattive che chiamano a sé lo sguardo degli spettatori, per poi canalizzarli verso il cuore dei loro comprimari, tra cui spiccano un Eddie Redmayne finalmente libero da smorfiette e mimiche facciali fin troppo marcate, un sempre e ingiustamente sottovalutato John Carroll Lynch e, soprattutto, del solito, carismatico Mark Rylance nei panni dell’avvocato William Kunstler. I corpi che si muovono, gli sguardi che infiammano gli spazi dell’aula di tribunale, la nebbia che avvolge i manifestanti durante le rivolte, o le vetrate di locali eleganti frantumate dal peso di ribelli lanciati dalla polizia, sono tante schegge di una giostra impazzita che lascia a bocca aperta lo spettatore, offrendo la stessa importanza mediatica rivestita più di cinquant’anni prima dagli eventi reali dei Chicago 7.

Riflettere il passato sullo specchio del presente

Flashback dai colori freddi, che lasciano spazio a un presente dalle tonalità calde che di rosso hanno solo il fuoco della passione che scorre inesorabile nelle vene di questi personaggi; un montaggio serratissimo, che passa con facilità (ma senza disorientare per questo il proprio pubblico) tra passato e presente, coinvolgendo ogni spettatore in questi salti temporali vertiginosi; una sceneggiatura che colpisce con la stessa forza dei manganelli sui corpi dei manifestanti, Il processo ai Chicago 7 è uno specchio del passato sul nostro presente. Non c’è nessun Narciso a rimanere colpito dal proprio riflesso, ma spettatori di tutto il mondo pronti a elevare ognuno di questi sette samurai del 1968 come modello di vita, attraverso cui rivendicare i propri diritti, sorvolando pregiudizi atti a infangare e accecare anche chi dovrebbe difenderci, tramutandosi da difensore a boia, da vittima a carnefice.

Perché gli anni passano, ma il sangue che copre le manifestazioni civili, e i bavagli che tentano di soffocare le voci di coloro che si sostituiscono a chi voce non ne ha, si ritrova un po’ di 1968 in questo 2020.  Ed è dunque nell’America di ieri che si può raccontare al meglio l’America di oggi. E non c’era penna migliore di quella di Aaron Sorkin per creare, pezzo dopo pezzo, questo specchio meraviglioso, bramoso di passione, uguaglianza, democrazia.

The World is watching” si sente urlare nel corso dell’opera. E il mondo continua a guardare questo processo rivedendo se stesso, qui raccontato da Sorkin nel suo spirito più profondo e con semplicità, dimostrando quanto la doppia faccia dell’America continui a sopravvivere, alimentata dal fuoco delle ribellioni, dell’odio, di un potere che supera il raziocinio, di una vittoria che sa di sconfitta, e viceversa.

Il processo ai Chicago 7 disponibile su Netflix

0
Il processo ai Chicago 7 disponibile su Netflix

Il Processo ai Chicago 7, l’acclamato film di Aaron Sorkin, candidato a 5 Golden Globes tra cui miglior film e regia e uscito lo scorso ottobre su Netflix, sarà disponibile da venerdì 19 febbraio ore 9.00 (e per 48 ore) gratuitamente sul canale Youtube di Netflix US. 

Questo perché proprio in questi giorni cade lo storico anniversario della sentenza del processo di Chicago 7, conclusosi nel febbraio 1970. Da oggi, Venerdì 19 Febbraio (ore 9.00) a Domenica 21 Febbraio (ore 9.00) il film sarà disponibile in lingua originale e sarà possibile attivare i sottotitoli in otto lingue, tra le quali l’italiano.

Il processo ai Chicago 7, recensione del film di Aaron Sorkin

 

Il problema dei 3 corpi: tutte le domande sulla prima stagione a cui gli showrunner rispondono

Avete appena guardato la nuova epica serie di fantascienza Netflix Il problema dei 3 corpi di David Benioff, DB Weiss e Alexander Woo? State cercando di capire i dettagli di ciò che avete appena visto? Non temete, grazie ad Empire abbiamo tutte le risposte alle vostre domande fornite dagli showrunner in persona che ci aiutano a comprendere e risolvere alcuni enigmi in sospeso che la prima stagione lascia. Se non avete ancora visto la serie, questo è l’ultimo avvertimento: guardate altrove!

ATTENZIONE SPOILER: Contiene spoiler importanti della prima stagione di Il problema dei 3 corpi.

Le differenza tra la prima stagione e il libro de  Il problema dei 3 corpi

Non ci sono spoiler su ciò che accadrà, ma alcuni elementi di questa stagione provengono direttamente dal secondo e dal terzo libro. “Una delle cose che abbiamo deciso abbastanza presto“, ha detto Benioff a Empire, “è che avremmo preso tutti e tre i libri, li avremmo messi insieme in modo che fosse un’unica storia e l’avremmo distribuita nel modo in cui decidiamo di lavorare“.

Quindi, anche se la prima stagione inizia nello stesso punto in cui inizia e finisce il primo libro, ci sono personaggi che non appariranno fino al terzo libro, come Wade e i Wallfacer“. I due showrunner di Il problema dei 3 corpi hanno quindi preso diversi personaggi importanti della serie e li hanno mescolati e riorganizzati per creare gli Oxford Five, gli amici che formano la spina dorsale emotiva della storia e che sono, più o meno, i protagonisti.

E anche i personaggi sono completamente diversi?

I “Wallfacers” appaiono per la prima volta nel secondo libro e, per quanto possa valere, Saul (Jovan Adepo) sembra essere parallelo al personaggio chiamato Luo Ji nel libro. Un personaggio chiamato Wade (qui Liam Cunningham) fa il suo debutto nel terzo libro, dove è un ex capo della CIA e non un dublinese con un misterioso incarico internazionale. Raj (Saamer Usmani), il fidanzato di Jin, ha una certa somiglianza con Zhang Beihai del secondo libro La materia del cosmo, mentre Will (di Alex Sharp) assomiglia a un fisico chiamato Yun Tianming del terzo libro Nella quarta dimensione, che soffre di una grave malattia e si offre volontario per una missione postuma.

Jin (Jess Hong) ricorderà ai lettori Cheng Xin, sempre del terzo libro. Il lavoro di Augie (Eiza Gonzalez) ricorda invece alcune parti del personaggio di Wang Miao, anche se altre parti del suo arco narrativo vanno a Jin. Finora, in Il problema dei 3 corpi personaggi più vicini a quelli della pagina sono Ye Wenjie di Rosalind Chao, Mike Evans di Jonathan Pryce e Da Shi di Benedict Wong.

differenza prima stagione e libro Il problema dei 3 corpi

Perché Jack è dovuto morire?

Per Benioff e Weiss, John Bradley è riuscito ad arrivare fino in fondo a Game Of Thrones (Il trono di spade), quindi se lo hanno ucciso questa volta, così sia. “Uccidere i tuoi amici sullo schermo è una delle grandi gioie“, ride Benioff. Ma Bradley ha avuto più tempo sul set di quanto si possa pensare. “Mi sembra che quasi l’ultima cosa che abbiamo girato sia stato lui“, ha detto Woo. “Abbiamo continuato a riportarlo per le riprese; è stato con noi tutto il tempo“.

Tutta la scienza dietro a Il problema dei 3 corpi

Il titolo della serie, Il problema dei 3 corpi, si riferisce sia a un problema teorico di fisica terrestre sia al problema reale che devono affrontare gli alieni della serie. Il loro pianeta viene trascinato in modo imprevedibile tra tre diversi soli, alternando così momenti climatici opposti ed estremi. La loro soluzione è allora quella di dirigersi direttamente verso la Terra, che però, a causa dell’assenza di velocità di curvatura, impiegheranno 400 anni per raggiungere. Nel frattempo, hanno dispiegato i protoni in dimensioni superiori, li hanno programmati come immensi computer e li hanno inviati sulla Terra per mandare all’aria qualsiasi esperimento scientifico che possa permettere all’umanità di superarli nel frattempo.

The Sophons?

Questi protoni dispiegati, chiamati Sophon, sono l’elemento più strano e più bello della prima stagione dello show e permettono di realizzare gran parte degli eventi fantascientifici. Essi disturbano gli esperimenti di fisica umana, creano allucinazioni vivide e orribili conti alla rovescia che solo la loro vittima può vedere, permettono una comunicazione più veloce della luce con il pianeta natale alieno e si dispiegano con effetti enormi e spettacolari nel cielo della Terra. Ma vale la pena ricordare che ne esistono solo due.

È una cosa di cui abbiamo parlato all’infinito“, ha rivelato Benioff. “Quali sono esattamente le capacità e i limiti dei sophon? Anche se sono in grado di viaggiare alla velocità della luce, sono solo in due“. Woo ha aggiunto che hanno mappato tutti i movimenti dei sophon durante la stagione. Quindi il ragazzo che si cava gli occhi all’inizio della serie ha tenuto occupato un sophon per tutto il tempo in cui è stato tormentato; solo una volta morto, il sophon è passato ad attaccare Augie.

La spiegazione delle visioni

Il terrificante attacco a Wade nell’episodio finale di Il problema dei 3 corpi potrebbe far chiedere perché non distrarre tutti gli umani più minacciosi con delle visioni per tutto il tempo. Benioff ha spiegato che “creare un’allucinazione significa che quel sophon è occupato per il tempo reale in cui sta facendo quella cosa. Questo è uno dei motivi per cui hanno smesso di fare i dispetti ad Augie; è uno dei motivi per cui non attaccano Wade in continuazione“. I due sophon inviati sulla Terra, agganciati quantisticamente ai loro compagni a casa, erano il prodotto di un’incredibile ingegneria San-Ti, ma sembravano anche il prodotto di un grande dispendio di energia, quindi se ce ne sono solo due forse si può aggirare il problema.

Cosa c’è di strano in questi alieni?

Nel libro gli alieni sono conosciuti come Trisolariani, dal nome del loro sistema a tre soli. Qui sono chiamati San-Ti, che significa “a tre corpi“. Vale la pena ricordare che al momento non abbiamo idea del loro aspetto. Le proiezioni che abbiamo visto nel gioco dei 3 corpi sono tutte filtrate per avere un senso per gli esseri umani, attraverso le persone del gruppo segreto di Mike Evans – chiamato Organizzazione Terra-Trisolaris nel libro – e l’avatar umano Sophon nel gioco (interpretato da Sea Shimooka) chiarisce che non ci assomigliano affatto.

Chi sono i traditori Il problema dei 3 corpi?

Gli umani che collaborano con gli alieni sono una seria minaccia in questa serie e un elemento di disturbo che è stato notevolmente sviluppato rispetto al libro. Se l’Evans di Pryce e la Ye Wenjie di Rosalind Chao sono i leader del movimento, la Tatiana di Marlo Kelly è la più formidabile delle operatrici. “Marlo, fin dal primo momento in cui appare sullo schermo, porta un nuovo livello di energia minacciosa al processo“, ha rivelato Weiss a questo proposito. “Personifica ciò che questi personaggi devono affrontare. Ma è molto importante per la storia che Tatianna non si consideri una cattiva. C’è un forte filo di idealismo che lega le persone che sostengono gli alieni, e non si tratta di un idealismo completamente irrazionale“.

cosa aspettarsi seconda stagione Il problema dei 3 corpi

Perché la nave va in pezzi nel Giorno del Giudizio?

Questo ci porta a quella che forse è la scena più bella di Il problema dei 3 corpi: l’attacco delle forze pro-umanità di Wade alla nave di Evans, il Giorno del Giudizio. Vengono usate le nanofibre di Augie, fili quasi invisibili che possono tagliare qualsiasi cosa (presumibilmente sono ancorati ad altri ormeggi di nanofibre che non possono tagliare), per attraversare il Canale di Panama a intervalli di circa un metro. Esse tagliano perfettamente la nave di Evans e gli permettono di recuperare la maggior parte dei suoi dati, anche se all’inizio sono criptati.

Eravamo molto eccitati per il Giorno del Giudizio”, ha ammesso Benioff. “Ma ogni volta che c’è azione ed effetti speciali, si ha a che fare con centinaia di ore di riunioni“. “Si trattava di una combinazione di effetti pratici e speciali. Gli oggetti che vengono tagliati vengono tagliati praticamente, è tutto in-camera”, dice Woo. “Ma ovviamente le persone che vengono tagliate non lo sono”.

Che cos’è il Project Staircase?

Nel libro il progetto delle scale si svolge esattamente come nella serie televisiva: parte bene e poi va fuori strada. Ma c’è un motivo per cui quelle scene sono presenti nella serie, e uno di questi riguarda il Wade di Liam Cunningham.

Wade è completamente operativo: come dice nella storia, avanza sempre“, racconta Weiss a Empire. “Quello che era divertente a livello di storia era portare quella persona fino alla fine e poi farla perdere in vari modi. Quando il progetto delle scale, che era il suo progetto, per il quale ha raccolto trilioni di dollari di risorse, va a monte, è una grossa frattura nella sua armatura. Quando una presenza aliena si presenta sul suo aereo, questo scuote il suo senso di chi è nel mondo. Vedere qualcuno vincere in ogni scena diventa ripetitivo e noioso. È uno stronzo e molto schietto, ma spesso ha anche ragione in modo irritante“.

Cosa aspettarsi dalla seconda stagione di Il problema dei 3 corpi?

Una seconda serie di Il problema dei 3 corpi non è ancora stata ufficialmente autorizzata, ma gli showrunner stanno pianificando almeno un’altra stagione. “Quando leggi un libro, ci sono certe scene che ti fanno pensare: “Oh, non vedo l’ora di arrivare a questo“”, dice Benioff. “Quindi eravamo molto eccitati per il Giorno del Giudizio [la scena con la nave nel Canale di Panama]. E, sapete, nella seconda stagione, se saremo abbastanza fortunati da avere una seconda stagione, sono sicuro che potremo immaginare altre scene che ci entusiasmano davvero“.

Il problema dei 3 corpi: trailer finale della nuova serie Netflix

0

In vista della premiere mondiale che si terrà domani, venerdì 8 marzo al SXSW Festival di Austin, Netflix ha rilasciato il trailer finale de Il problema dei 3 corpi, la nuova serie di David Benioff, D.B. Weiss (Game of Thrones) e Alexander Woo (True Blood), tratta dall’omonima trilogia di fantascienza dell’acclamato autore cinese Liu Cixin.

La serie Il problema dei 3 corpi, di cui da oggi sono disponibili anche il poster e le nuove foto, debutterà solo su Netflix a partire dal 21 marzo 2024.

La trama di Il problema dei 3 corpi

La fatidica decisione di una giovane donna nella Cina degli anni ’60 riecheggia nello spazio e nel tempo fino ad arrivare ai giorni nostri. Quando le leggi della natura si sgretolano inspiegabilmente davanti ai loro occhi, alcuni geniali scienziati, parte di un gruppo molto affiatato, uniscono le forze con una detective imperterrita per affrontare la più grande minaccia nella storia dell’umanità.

La serie Il problema dei 3 corpi è interpretata da (in ordine alfabetico): Jovan Adepo, John Bradley, Rosalind Chao, Liam Cunningham, Eiza González, Jess Hong, Marlo Kelly, Alex Sharp, Sea Shimooka, Zine Tseng, Saamer Usmani, Benedict Wong e Jonathan Pryce.

David Benioff, D.B. Weiss (Game of Thrones) e Alexander Woo (The Terror: Infamy, True Blood) sono co-creators, executive producer e autori della serie. Bernadette Caulfield (Game of Thrones, The X-Files) è Executive Producer. Rian Johnson (Knives Out, Star Wars: Episode VIII – The Last Jedi), Ram Bergman e Nena Rodrigue sono Executive Producers per T-Street. Lin Qi, il defunto ex presidente di Yoozoo Group, e Zhao Jilong, amministratore delegato del detentore dei diritti, The Three-Body Universe, sono produttori esecutivi, insieme a Xiaosong Gao e Lauren Ma.

La Plan B Entertainment di Brad Pitt, Jeremy Kleiner e Dede Gardner sono Executive Producers. Rosamund Pike e Robie Uniacke sono Executive Producers per Primitive Streak.  Derek Tsang e Andrew Stanton si occuperanno della regia e della produzione esecutiva. Tra gli altri registi figurano Jeremy Podeswa e Minkie Spiro.

Il problema dei 3 corpi: trailer della nuova serie originale Netflix in arrivo

0

Netflix ha diffuso il trailer ufficiale di Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem), l’attesa serie tv Originale Netflix in arrivo il 21 Marzo 2024 sulla piattaforma streaming. La serie è prodotta da David Benioff e D.B. Weiss (Il trono di spade) ricoprono il ruolo di showrunner e produttori esecutivi. Alexander Woo (The Terror: Infamy, True Blood) ha co-ideato la serie con Benioff e Weiss, oltre a occuparsi della produzione esecutiva e della sceneggiatura.

Bernadette Caulfield (Il trono di spade, X-Files – Il film) è produttrice esecutiva. Rian Johnson (Cena con delitto – Knives Out, Star Wars: Episodio VIII – Gli ultimi Jedi), Ram Bergman e Nena Rodrigue sono produttori esecutivi per T-Street. Tra i produttori esecutivi figurano anche Lin Qi e Zhao Jilong, rispettivamente il compianto ex amministratore delegato e il CEO della società titolare dei diritti (The Three-Body Universe), oltre a Plan B Entertainment, la società di Brad Pitt, Dede Gardner e Jeremy Kleiner (OkjaMoonlight). Rosamund Pike e Robie Uniacke sono produttori esecutivi per Primitive Streak.

La trama di Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem)

La fatidica decisione di una donna nella Cina degli anni ’60 riecheggia attraverso lo spazio e il tempo fino a raggiungere un gruppo di geniali scienziati nel presente. Quando le leggi della natura si sgretolano davanti ai loro occhi, cinque ex colleghi si riuniscono per affrontare la più grande minaccia nella storia dell’umanità.

Il cast di Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem)

Jovan Adepo (pronomi maschili), John Bradley (pronomi maschili), Liam Cunningham (pronomi maschili), Eiza Gonzalez (pronomi femminili), Jess Hong (pronomi femminili), Marlo Kelly (pronomi femminili), Alex Sharp (pronomi maschili), Sea Shimooka (pronomi femminili), Zine Tseng (pronomi femminili), Saamer Usmani (pronomi maschili), Benedict Wong (pronomi maschili), Jonathan Pryce (pronomi maschili) (I due papi, The Crown); Rosalind Chao (pronomi femminili) (Better Things, Panama Papers, Mulan); Ben Schnetzer (pronomi maschili) (Y – L’ultimo uomo sulla Terra); Eve Ridley (pronomi femminili) (Peppa Pig, Casualty) REGIA: il candidato agli Oscar Derek Tsang (Better Days) si occuperà della regia insieme ad altri non ancora annunciati

Il problema dei 3 corpi: teaser trailer della nuova serie dai co-creatori di Game of Thrones

0

Durante l’evento Tudum in Brasile è stato rilasciato un nuovo trailer di Il problema dei 3 corpi, che mostra in anteprima la serie Netflix dei co-creatori di Game of Thrones David Benioff e DB Weiss. Uscirà a gennaio 2024. 3 Body Problem è diretto dal regista candidato all’Oscar Derek Tsang e da altri registi non annunciati. David Benioff e DB Weiss hanno co-creato la serie con Alexander Woo e sono anche showrunner e produttori esecutivi.

Di cosa Il problema dei 3 corpi?

Il problema dei 3 corpi è una nuova serie drammatica ispirata alla famosa ed epica trilogia di libri, che racconta la storia di ciò che accade quando l’umanità scopre di non essere sola nell’universo”, si legge nel logline della serie. Nel cast Jovan Adepo, John Bradley, Liam Cunningham, Eiza Gonzalez, Jess Hong, Marlo Kelly, Alex Sharp, Sea Shimooka, Zine Tseng, Samer Usmani, Benedict Wong, Jonathan Pryce, Rosalind Chao, Ben Schnetzer ed Eve Ridley.

3 Body Problem è una nuova serie drammatica ispirata all’epica trilogia di libri di grande successo, che racconta la storia di ciò che succede quando l’umanità scopre che non siamo soli nell’universo.

Per rimanere aggiornato su tutte le ultime novità, i film in uscita e le curiosità sul mondo del cinema, ISCRIVITI alla nostra newsletter.

CAST: Jovan Adepo (pronomi maschili), John Bradley (pronomi maschili), Liam Cunningham (pronomi maschili), Eiza González (pronomi femminili), Jess Hong (pronomi femminili), Marlo Kelly (pronomi femminili), Alex Sharp (pronomi maschili), Sea Shimooka (pronomi femminili), Zine Tseng (pronomi femminili), Saamer Usmani (pronomi maschili), Benedict Wong (pronomi maschili), Jonathan Pryce (pronomi maschili) (I due papi, The Crown); Rosalind Chao (pronomi femminili) (Better Things, Panama Papers, Mulan); Ben Schnetzer (pronomi maschili) (Y – L’ultimo uomo sulla Terra); Eve Ridley (pronomi femminili) (Peppa Pig, Casualty)

REGIA: il candidato agli Oscar Derek Tsang (Better Days) si occuperà della regia insieme ad altri non ancora annunciati

PRODUZIONE: David Benioff e D.B. Weiss (Il trono di spade) ricoprono il ruolo di showrunner e produttori esecutivi. Alexander Woo (The Terror: Infamy, True Blood) ha coideato la serie con Benioff e Weiss, oltre a occuparsi della produzione esecutiva e della sceneggiatura. Bernadette Caulfield (Il trono di spade, X-Files – Il film) è la produttrice esecutiva. Rian Johnson (Cena con delitto – Knives Out, Star Wars: Episodio VIII – Gli ultimi Jedi), Ram Bergman e Nena Rodrigue sono prodotturi secutivi per T-Street. Lin Qi, il compianto ex amministratore delegato di Yoozoo Group, e Zhao Jilong, CEO della società titolare dei diritti (The Three-Body Universe), sono produttori esecutivi. Plan B Entertainment, la società di Brad Pitt, Dede Gardner e Jeremy Kleiner (OkjaMoonlight) sono produttori esecutivi. Rosamund Pike e Robie Uniacke sono produttori esecutivi per Primitive Streak.

 

Il problema dei 3 corpi: recensione della serie Netflix

Il problema dei 3 corpi: recensione della serie Netflix

La perenne ed estenuante lotta tra scienza e religione ha da sempre caratterizzato i numerosi e profondi dibattiti sull’esistenza dell’umanità e tutto ciò che la circonda. Tuttavia, l’idea di cosa accadrebbe se un “nuovo Dio” utilizzasse la scienza per comunicare e giudicare gli uomini è un’ipotesi su cui si è discusso ancora davvero poco. Ed è da questa complessa riflessione che sembra nascere la nuova misteriosa hard science fiction di Netflix dal titolo Il problema dei 3 corpi.

Creata da David Benioff e D.B. Weiss (già genitori dell’iconica e gloriosa serie Game of Thrones, conclusasi quasi cinque anni fa con l’ottava e ultima stagione) insieme a Alexander Woo (The Terror, True Blood), Il Problema dei 3 corpi è ispirata alla celebre trilogia fantascientifica Memoria del passato della Terra (Remembrance of Earth’s Past) dell’acclamato autore cinese Liu Cixin. Composta da 8 episodi di circa un’ora ciascuna, è disponibile dal 21 marzo su Netflix.

La serie vanta un cast di talenti tra cui si distinguono alcuni degli attori più riconosciuti del panorama cinematografico e televisivo. Tra questi, spiccano alcune figure familiari ai fan di Game of Thrones: Jonathan Bradley, noto per il suo ruolo di Samwell Tarly; Liam Cunningham, conosciuto per il personaggio di sir Davos; e Jonathan Price, che ha interpretato l’Alto Passero. Ad arricchire ulteriormente il cast c’è Benedict Wong, amato dalla community del Marvel Cinematic Universe per il suo ruolo del supremo stregone Wong in Dottor Strange.

Il problema dei 3 corpi Netflix
Eve Ridley nel ruolo di The Follower, Sea Shimooka nel ruolo di Sophon in Il problema dei 3 corpi. Cr. Per gentile concessione di Netflix © 2024

Il problema dei 3 corpi: una storia oltre i confini del tempo e dello spazio

Nella severa e feroce Cina degli anni ’60, la giovane astrofisica Ye Wenjie (interpretata da Rosalind Chao di Star Trek: Next Generation) – sopravvissuta alla tragica Rivoluzione Culturale diretta da Mao Zedong – prende una fatidica decisione che si ripercuote inevitabilmente ben oltre i confini dello spazio e del tempo: intercetta una misteriosa popolazione aliena con un profondo interesse per la Terra e per l’umanità stessa.

Oltre mezzo secolo dopo, la scoperta di Wenjie, da cui nasce un inquietante culto di fanatici sostenitori di questo “nuovo Dio”, coinvolge brutalmente la vita di un gruppo di brillanti giovani scienziati, noti come “i Cinque di Oxford”: la geniale fisica teorica Jin Cheng (Jess Hong), la pioniera delle nanotecnologie Auggie Salazar (Eiza Gonzalez), l’assistente ricercatore Saul Durand (Jovan Adepo), l’insegnante di fisica Will Downing (Alex Sharp) e il ricco e scortese imprenditore Jack Rooney (John Bradley).

Mentre le leggi della scienza si sgretolano rapidamente e una serie di terribili suicidi affliggono la comunità scientifica, i cinque amici e ex colleghi si trovano di fronte a una scelta difficile e controversa: lottare per la propria personale sopravvivenza o unirsi per salvare l’intera umanità dalla più grande minaccia mai esistita.

In viaggio verso il Giorno del Giudizio

Con un’emozionante e intricato worldbuilding, Il Problema dei 3 Corpi trasporta lo spettatore in un incredibile e angosciante viaggio che attraversa, e talvolta confonde, continenti e linee temporali, proiettando lo sguardo del pubblico su un universo non così tanto improbabile, e che mette in discussione le fondamenta stesse dell’esistenza umana. Dunque, con una intensa e ricca trama, la serie porta sul piccolo schermo non solo una storia che intreccia scienza, filosofia e psicologica, ma anche e soprattutto un racconto che riflette sul precario equilibrio tra vita e morte, tra noi e l’universo intero, esplorando le sottili linee che separano la fede dalla razionalità e la solitudine dalla collettività.

Dopo una convincente introduzione in medias res e una prima parte che cattura e ammalia lo spettatore, quasi costringendolo a desiderare di sapere sempre più sul “nuovo Dio” e il destino dei cinque giovani, la vicenda procede vorticosamente tra passato e presente, suscitando dubbi e domande su ciò che accadrà. Quali sono le reali intenzioni che si celano dietro l’interesse di questo popolo alieno? L’umanità ha gli strumenti e il coraggio che servono per poter affrontare la battaglia e, soprattutto, vincerla?  

Il problema dei 3 corpi Eiza Gonzalez
Eiza González nel ruolo di Auggie Salazar in Il problema dei 3 corpi. Cr. Per gentile concessione di Netflix © 2023

La metafora dell’autodistruzione umana

Nonostante la serie non riesca a catturare completamente l’essenza dell’opera letteraria originale (criticità che affligge il 97% degli adattamenti televisivi e cinematografici) e non approfondisca a sufficienza la psicologia dei protagonisti (così da suscitare nel pubblico una forte e duratura empatia), è evidente l’enorme lavoro impiegato da Benioff, Weiss e Woo nel creare un prodotto televisivo di valore e per nulla superficiale. Il problema dei 3 corpi, infatti, si distingue come una serie valida e tenace, che affronta con coraggio la sfida di reinterpretare un capolavoro del genere fantascientifico.

In conclusione, seppur con qualche difficoltà, Il problema dei 3 corpi riesce a offrire agli spettatori un’esperienza autentica e coinvolgente che, al di là del suo estremo scenario immaginario e fantascientifico, oltre a invitare a riflettere sulle fragilità umane e sull’inestimabile valore della vita, evidenzia come anche la più piccola e innocente decisione, nelle mani sbagliate, possa inevitabilmente condizionare la storia dell’intera umanità.

La seconda stagione sarà in grado di risolvere le incertezze rimaste in sospeso e soddisfare le aspettative del pubblico?

Il problema dei 3 corpi: le differenze tra il libro e la serie Netflix

La nuova serie Netflix in otto episodi ideata da David Benioff, DB Weiss (autori anche di Il Trono di Spade) e Alexander Woo, Il problema dei 3 corpi, adatta per il piccolo schermo i popolarissimi e pluripremiati romanzi di Liu Cixin. Questa prima stagione, però, non adatta unicamente quanto narrato nel primo dei tre libri che compongono la trilogia (Il problema dei 3 corpi, La materia del cosmo e Nella quarta dimensione), ma mescola eventi presi da anche dai due titoli successivi per dar vita ad un racconto di fantascienza particolarmente avvincente e ambizioso, che si snoda nel tempo e nello spazio. Naturalmente, nel far ciò, si è reso necessario dar vita ad alcune modifiche rispetto ai romanzi e qui di seguito esploriamo le principali tra queste.

In Il problema dei 3 corpi un personaggio del libro è diviso in tre

Il problema dei 3 corpi cast
Eiza González, Jess Hong, Saamer Usmani, Jovan Adepo, Alex Sharp e John Bradley in Il problema dei 3 corpi. Cr. Ed Miller/ Netflix © 2023

Nel romanzo originale – durante le sezioni del presente – il personaggio principale è Wang Miao, un esperto di nanotecnologie che si trova coinvolto nelle macchinazioni della graduale invasione aliena. Wang è la prima persona che vediamo incontrare il bizzarro gioco di realtà virtuale noto come “3 Body“, che ci mostra la vera struttura del sistema stellare di Trisolarian. Il personaggio, tuttavia, non è stato molto apprezzato, giudicato principalmente come uno strumento utile solo a far muovere in avanti la trama. Nel secondo romanzo della serie, La materia del cosmo, questo viene addirittura messo da parte in favore di un nuovo protagonista.

Similmente, la serie sceglie di non avvalersi di Wang ma dividere questo personaggi in tre distinte personalità: Auggie Salazar (Eiza González), Jack Rooney (John Bradley) e Jin Cheng (Jess Hong). Auggie assume il ruolo di ricercatrice nanotecnologica, diventando così l’analogo più vicino a Wang Miao. Anche se la sua storia è completamente diversa, sono le fibre nanotecnologiche di Auggie (come quelle di Wang nel libro) a distruggere l’enorme nave del Giorno del Giudizio. Tuttavia, a differenza di Wang, Auggie non si trova coinvolta nell’esperienza virtuale dei “3 corpi”. Sono però Jack e Jin a fare quest’esperienza, venendo così a conoscenza dell’imminente invasione aliena.

Gli archi narrativi di Jin e Will in Il problema dei 3 corpi si estendono fino al terzo libro

Il problema dei 3 corpi Alex Sharp
Alex Sharp è Will Downing in Il problema dei 3 corpi. Cr. Ed Miller/ Netflix

Alla fine della serie, Jin passa da una parziale analogia con Wang Miao a una più stretta corrispondenza con Cheng Xin, un personaggio presente nel terzo libro, Nella quarta dimensione. In quel romanzo, Xin chiede a Yun Tianming di inserire il suo cervello in una sonda per aiutare il Progetto Scala. Nella serie, Yun Tianming è diventato Will Downing (Alex Sharp), che, insieme all’altro nucleo di personaggi contemporanei, conosce tutti i suoi compagni di università. Come nel terzo libro, Will compra a Jin una stella attraverso il “Progetto Stelle: La nostra destinazione”. Poiché l’episodio finale si conclude con la sonda cerebrale di Will che non mantiene la traiettoria corretta, questa prima stagione termina in parte dove inizia il terzo romanzo.

Le linee temporali del libro 2 e 3 coincidono parzialmente

Il problema dei 3 corpi Jess Hong John Bradley
John Bradley nel ruolo di Jack Rooney, Jess Hong nel ruolo di Jin Cheng in Il problema dei 3 corpi. Cr. Ed Miller/ Netflix © 2024

Fino all’episodio 5, Il problema dei 3 corpi si attiene agli eventi del primo romanzo Tuttavia, dopo l’episodio 5 (Giorno del Giudizio) e a partire dall’episodio 6 (Destinazione stelle), la serie inizia ad adattare gli eventi di La materia del cosmo e Nella quarta dimensione. Sebbene i due romanzi siano noti soprattutto per il fatto che questi eventi saltano molto più avanti nel futuro, entrambi iniziano con situazioni più o meno contemporanee a quelle del primo libro. In effetti, prima ancora che la serie Netflix si svolga, Il problema dei 3 corpi prende in prestito elementi dell’inizio del terzo romanzo.

Anche se all’inizio non lo sappiamo, Vera ha saputo che sua madre, Ye Wenjie, è stata la prima umana a contattare i San-Ti, cosa che ha spinto gli alieni a inviare una flotta di navi sulla Terra. Così, quando Vera si suicida all’inizio della serie, è la controfigura di Yang Dong, la figlia di Ye Wenjie nei libri. Per essere chiari, anche Yang Dong si suicida all’inizio del primo libro, solo che il terzo libro rivisita questi eventi dal suo punto di vista, mentre il primo non lo fa. Nel rappresentare il suicidio di Vera nell’episodio 1, la serie adatta quindi contemporaneamente il primo e il terzo romanzo.

Evans, il Giorno del Giudizio e Vera

Il problema dei 3 corpi Mike Evans
Jonathan Pryce nel ruolo di Mike Evans in Il problema dei 3 corpi. Cr. Ed Miller/Netflix © 2024

A proposito di Vera, nella serie si apprende che è la figlia di Ye Wenjie e Mike Evans. Nel libro, i due si uniscono sia nel passato che nel presente, ma non hanno un figlio insieme. Yang Dong è la figlia di Ye Wenjie e Yang Weining. Sempre nel libro, Ye Wenjie uccide sia Yang Weining che Lei Zhicheng, suoi colleghi alla Base della Costa Rossa. Lo fa in parte per coprire il fatto di aver inviato il segnale agli alieni. Ma nella serie, Mike Evans – nel passato e nel presente – è il padre segreto di Vera, e la sua vita nel Giorno del Giudizio è descritta in modo molto più dettagliato che nel primo romanzo. Il problema dei 3 corpi rivela inoltre che l’intero culto degli adoratori di San-Ti comprende famiglie e bambini.

Questo rende la distruzione dell’astronave molto più macabra nella serie che nella pagina. In questa versione, bambini innocenti vengono letteralmente uccisi dai “buoni”, un’invenzione di Woo, Benioff e Weiss. In un’altra voce nel reparto delle cose orribili che accadono ai bambini, lo show trasforma il personaggio virtuale del gioco “Follower” in un bambino, che dovrebbe rappresentare Vera quando era una bambina. Nel primo romanzo, Follower non era un bambino e nel libro non doveva essere una versione digitale di Yang Dong.

I San-Ti e i Sophon

Il problema dei 3 corpi gioco
John Bradley è Jack Rooney e Jess Hong è Jin Cheng nell’episodio 3 di Il problema die 3 corpi. Cr. Ed Miller/Netflix © 2024

Nella trilogia di libri, gli alieni invasori sono sempre chiamati Trisolariani. Questo perché il loro sistema stellare ha tre soli, quindi “tri-solare”. Tuttavia, lo show di Netflix cambia il nome in San-Ti, che in cinese significa “persona a tre corpi“. San-Ti fa inoltre riferimento a un adattamento anime del 2022-2023 de La materia del cosmo. In entrambe le versioni, apprendiamo che i San-Ti inviano computer complessi tramite protoni chiamati Sophon. Questi aggeggi di dimensioni superiori permettono agli alieni di controllare e manipolare ciò che le persone vedono letteralmente ogni singolo giorno della loro vita.

Inoltre, in entrambi i casi l’impatto dei Sophon è essenzialmente lo stesso: l’umanità è costantemente spiata e i risultati scientifici sono inaffidabili grazie alla manipolazione dei dati da parte dei Sophon. La differenza più grande è che nella serie i San-Ti hanno una sorta di rappresentante dei Sophon sotto forma di una donna che porta una spada sulla schiena. Interpretata da Sea Shimooka, questa Sophon si confronta con i personaggi in un modo che non avviene nei libri.

Il destino di Ye Wenjie

Il problema dei 3 corpi Ye Wenjie
Rosalind Chao interpreta Ye Wenjie in Il problema dei 3 corpi. Cr. Ed Miller/Netflix © 2024

Senza dubbio, gli aspetti più accurati di Il problema dei 3 corpi riguardano Ye Wenjie. Nelle sezioni ambientate negli anni Sessanta, in cui la giovane Ye Wenjie è interpretata da Zine Tseng, abbiamo momenti specifici del libro quasi alla lettera. Anche nel presente, dove Ye Wenjie è interpretata dalla leggenda della fantascienza Rosalind Chao, l’etica di questo importante personaggio del libro si fa sentire alla grande. Tuttavia, la serie fa un grande passo avanti cambiando la fine della storia di Ye Wenjie.

Nel primo romanzo, nell’ultimo capitolo (“Le rovine”), Ye Wenjie torna alla Base della Costa Rossa e riflette sul “tramonto dell’umanità“. Nella serie, alla fine dell’episodio 7, viene invece incontrata alle rovine della Base Costa Rossa dall’agente umano San-Ti Tatiana. Sebbene la loro conversazione sia tenera, si capisce che Tatiana è lì per uccidere Ye Wenjie o, per lo meno, per assicurarsi che salti dalla montagna. In “Le rovine“, possiamo certamente dedurre che Ye Wenjie si getterà nella morte, ma non lo vediamo effettivamente accadere sulla pagina.

Saul il Wallfacer in Il problema dei 3 corpi

Il problema dei 3 corpi Jovan Adepo
Jovan Adepo come Saul Durand, Jess Hong come Jin Cheng in Il problema dei 3 corpi. Cr. Ed Miller/ Netflix

Nel finale della prima stagione, Impenetrabili, Saul Durand (Jovan Adepo) diventa un Wallfacer umano, uno stratega a cui vengono concessi poteri multinazionali per combattere i San-Ti interamente nella loro mente. Poiché i San-Ti non capiscono le bugie e non sono telepatici, il più grande vantaggio degli umani è quello di pianificare in segreto. Nella serie, Saul è uno dei tre Wallfacer, ma nel libro La materia del cosmo sono cinque. Inoltre, anche se all’inizio non è chiaro, alla fine della prima stagione Saul si trasforma in un analogo abbastanza vicino al personaggio del libro chiamato Luo Ji.

Introdotto per la prima volta ne La foresta oscura, Luo Ji diventa forse il personaggio più dinamico dell’intera serie. In due libri, passa da accademico cinico e promiscuo a determinato salvatore del genere umano e di Trisolaris. La serie fa un discreto lavoro nel ricreare il reclutamento di Luo Ji/Saul nel progetto Wallfacer, riproponendo persino un momento de La materia del cosmo in cui una donna innocente che ha avuto un’avventura di una notte con Saul viene uccisa in un incidente stradale che in realtà non è un incidente.

Per la maggior parte, il personaggio di Saul è davvero simile a Luo Ji solo per la trama e le circostanze. Poiché Auggie non esiste nella trilogia, la storia d’amore tra Saul e Auggie è stata inventata per la serie. Nei libri, Luo Ji esce con una scrittrice e diventa ossessionato dall’idea di creare un’amante fittizia assolutamente perfetta, che bizzarramente rende reale con i suoi poteri unilaterali di Wallfacer. Alla fine, Saul, Jin, Auggie e Will si trovano su strade simili a quelle delle loro controparti nei libri. Tuttavia, poiché la serie li ha trasformati in personaggi totalmente nuovi, i loro destini finali sono imprevedibili.

Il problema dei 3 corpi: Gli showrunner chiariscono lo strano annuncio della seconda stagione da parte di Netflix

0

Nei giorni e nelle settimane che hanno seguito la prima di Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) su Netflix, è apparso chiaro allo streamer che aveva tra le mani un gioiello. La prima stagione della serie fantascientifica si è piazzata subito in cima alle classifiche di Netflix, occupando il primo posto della classifica delle serie televisive più viste dello streamer per tre settimane e della sua Top 10 globale per sette settimane. Chiaramente, la serie aveva fatto abbastanza per giustificare un rinnovo, che alla fine si è concretizzato con l’annuncio di una seconda stagione da parte dello streamer. Tuttavia, nella dichiarazione di Netflix si leggeva che la serie fantascientifica sarebbe tornata per “episodi aggiuntivi” che avrebbero “concluso la storia”. Ciò ha creato una certa ambiguità riguardo al fatto che Netflix si sia impegnata nella storia per un lungo periodo o solo per un periodo intermedio.

Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) è adattato dalla trilogia di romanzi Memorie del passato della Terra scritta da Liu Cixin, e i suoi showrunner David Benioff, Dan Weiss e Alexander Woo stanno assicurando ai fan che le cose stanno andando bene. Parlando con The Hollywood Reporter, gli showrunner hanno rivelato di avere già “una tabella di marcia” su come raccontare la storia. Non hanno però confermato il numero esatto di episodi previsti dal nuovo accordo, ma hanno specificato che si tratta di “stagioni“. Non una sola. “Sapevamo già quante ore ci servivano per raccontare il resto della storia, perché abbiamo una tabella di marcia fino alla fine“, ha detto Weiss. “E abbiamo quello che ci serve per arrivare alla fine, come previsto da quando abbiamo iniziato“.

Lo sviluppo della prima stagione di Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) ha richiesto quattro anni e la fase successiva della storia dovrà essere sviluppata nei tre anni successivi. “Quando finiremo la serie, saranno sette gli anni che le abbiamo dedicato“, ha aggiunto Benioff. “Ora siamo in un punto in cui possiamo raccontare il resto della storia e, sì, abbiamo abbastanza tempo per raccontare il resto della storia nel modo in cui vogliamo e questo è immensamente gratificante“.

Il problema dei 3 corpi diventerà ancora più assurdo

La precisazione del trio di showrunner chiarisce che Netflix è pronta a portare la storia di San Ti e della razza umana alla sua “logica” conclusione (non c’è nulla di logico in 3 Body Problem). Con lo show Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) destinato a proseguire oltre la seconda stagione, le storie degli altri due romanzi, The Dark Forest e Death’s End, non devono essere affrettate, ma raccontate correttamente. Detto questo, il trio aveva precedentemente suggerito che mentre la prima stagione “facilita” l’ingresso degli spettatori nel mondo, la seconda stagione è destinata a scatenarsi.

Il cast  Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) che ha mandato in tilt l’universo comprende Jovan Adepo, John Bradley, Rosalind Chao, Liam Cunningham, Eiza González, Jess Hong, Marlo Kelly, Alex Sharp, Sea Shimooka, Saamer Usmani, Benedict Wong e Jonathan Pryce.

Il problema dei 3 corpi: cosa aspettarsi dalla seconda stagione?

Il problema dei 3 corpi: cosa aspettarsi dalla seconda stagione?

L’attesissima serie fantascientifica Il problema dei 3 corpi (qui la recensione) è finalmente disponibile su Netflix. Composta da 8 episodi, questa porta gli spettatori nel mondo immaginato dallo scrittore Liu Cixin – sui cui libri si basa la serie – dove una misteriosa razza aliena svela il proprio futuro arrivo sul pianeta terra con l’obiettivo di conquistarlo e sostituirsi così alla razza umana. Per riuscirvi, interferiscono con il lavoro di un gruppo di brillanti fisici e scienziati potenzialmente in grado di sviluppare strategie per contrastare tale invasione.

Questo perché questi alieni non arriveranno sulla Terra prima di 400 anni, tempo durante il quale gli umani potrebbero riuscire a sviluppare le tecnologie adatte per sconfiggere gli invasori. L’ultimo episodio, Impenetrabili, si conclude con un finale aperto, lasciando dunque immaginare che ci sarà almeno un’altra stagione con cui portare avanti questo racconto. Ma, stando a quanto narrato nei tre romanzi della serie, cosa dobbiamo aspettarci da una seconda stagione?

Il problema dei 3 corpi: cosa aspettarsi dalla seconda stagione?

Come di consueto, Netflix sta ancora valutando se rinnovare Il problema dei 3 corpi per una seconda stagione. Non c’è ancora una conferma ufficiale, ma dato che la serie è subito divenuta una delle più viste del momento sulla piattaforma, c’è da aspettarsi che il rinnovo venga confermato. Nell’attesa, possiamo dunque già prevedere come proseguirà la trama, seguendo la storia proposta dai libri. Se la stagione 2 di Il problema dei 3 corpi si farà, questa si concentrerà di certo su come gli Impenetrabili (Wallfacer, in originale) definiranno la loro strategia per la guerra contro l’invasione aliena.

Dopotutto, questo è l’obiettivo principale del secondo libro della serie, La materia del cosmo: nella sua trama, i quattro Impenetrabili (uno in più rispetto alla serie TV) sviluppano i loro piani in modo indipendente. Gli alieni San-Ti non sono in grado di leggere nelle loro menti e per questo nominano tre umani come “Wallbreakers”, persone che analizzano le informazioni registrate dai sophon e cercano di capire i piani segreti degli Impenetrabili nella ricerca di una soluzione all’invasione aliena.

Il problema dei 3 corpi Netflix
Eve Ridley nel ruolo di The Follower, Sea Shimooka nel ruolo di Sophon in Il problema dei 3 corpi. Cr. Per gentile concessione di Netflix © 2024

La battaglia di intelligenza tra Impenetrabili e Wallbreakers nel libro va alla fine a favore degli alieni: le strategie di tre dei quattro Impenetrabili vengono neutralizzate, e l’unico che può ancora definire un piano di successo è il personaggio che ispira Saul Durand (nel libro, corrisponde all’astronomo Luo Ji). Egli fornisce a quel punto precise istruzioni agli umani e poi entra in ibernazione, chiedendo di essere rianimato se accadrà qualcosa di particolare. Il racconto, dunque, si sposta in avanti di secoli, con la flotta aliena ora più vicina alla Terra.

Ci si può dunque aspettare che la seconda stagione preveda dunque l’elaborazione delle strategie degli Impenetrabili, come anche i piani dei San-Ti per cercare di fermarli. A guidare gli umani traditori ci sarà probabilmente Tatiana, che viene mostrata per l’ultima volta nella prima stagione mentre è intenta a provare uno dei caschi di realtà virtuale forniti dai San-Ti. Non sappiamo cosa le sia stato mostrato, ma dall’espressione di gioia sul suo viso possiamo immaginare che le verrà chiesto di prepare il terreno per l’arrivo di quelli che la ragazza considera ormai degli dei salvifici.

In ultimo, da una seconda stagione ci si può aspettare questo salto in avanti di secoli, considerando che per giungere sulla terra i San-Ti impiegheranno circa 400 anni. Ciò permetterebbe di avvicinarsi al momento del loro arrivo, presentando dunque uno scenario futuristico in cui i protagonisti dovranno compiere ulteriori passi verso la certezza di poter impedire l’invasione. Come saprà chi ha letto i 3 libri, alla fine si giunge all’effettivo arrivo degli alieni, alla battaglia per la sopravvivenza e al suo esito. Idealmente, questi ultimi eventi potrebbero però verificarsi in una terza stagione.

LEGGI ANCHE:

Il problema dei 3 corpi: clip e data di uscita!

0
Il problema dei 3 corpi: clip e data di uscita!

Netflix ha diffuso una clip esclusiva di Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem), l’attesa serie tv Originale Netflix. Insieme ad una prima scena della serie il colosso streaming ha annunciato la data di uscita della serie che debutterà in streaming sulla piattaforma il 21 Marzo 2024.

Dagli ideatori pluripremiati agli Emmy David Benioff e D.B. Weiss (Il trono di spade), e dal candidato agli Emmy Alexander Woo (The Terror: Infamy, True Blood) ecco un racconto elettrizzante che ridefinisce i canoni del dramma fantascientifico attraverso misteri sovrapposti e gravi implicazioni al di fuori di ogni classificazione. Serie tratta dall’acclamata trilogia bestseller Il problema dei tre corpi.

La fatidica decisione di una donna nella Cina degli anni ’60 riecheggia attraverso lo spazio e il tempo fino a raggiungere un gruppo di geniali scienziati nel presente. Quando le leggi della natura si sgretolano davanti ai loro occhi, cinque ex colleghi si riuniscono per affrontare la più grande minaccia nella storia dell’umanità.

Il problema dei 3 corpi merita più di una stagione conclusiva

Il problema dei 3 corpi merita più di una stagione conclusiva

Dire che Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) era una delle serie più attese del 2023 sarebbe un eufemismo. La serie era basata sull’omonimo romanzo dell’acclamata autrice cinese di fantascienza Cixin Liu e si è guadagnata un appassionato fandom sia da parte degli appassionati di scienza sia da parte dei narratori. Lo show è stato realizzato anche dagli showrunner David Benioff e Dan Weiss, al loro primo progetto di genere importante dopo che Il trono di Spade (Game of Thrones) ha raggiunto la sua controversa conclusione nel 2019, dato che la loro serie Netflix The Chair era un programma a evento limitato. Sebbene il materiale di partenza fosse considerato piuttosto denso e potenzialmente non adattabile, Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) è riuscito ad adattare brillantemente il romanzo, accontentando sia i fan più accaniti che i nuovi arrivati.

L’annuncio che Netflix avrebbe prodotto altri episodi di Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) non è stato del tutto sorprendente, dato che gli ascolti e le recensioni dello show erano stati abbastanza forti da attirare gli spettatori di ritorno. Ciò che ha sorpreso è il modo in cui i nuovi episodi sono stati caratterizzati: Benioff e Weiss hanno dichiarato di essere entusiasti di “poter raccontare questa storia fino alla sua epica conclusione”, ma non hanno fatto riferimento specifico alle nuove puntate come a una seconda stagione. Anche se è emozionante vedere che la serie non è stata cancellata prematuramente, Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) merita più di qualche episodio conclusivo per completare adeguatamente la sua storia.

Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) ha previsto più stagioni

Nonostante le critiche ricevute per il finale di Il trono di spade (Game of Thrones), Benioff e Weiss hanno dimostrato con Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) di poter condensare un materiale di partenza molto complesso in una serie coinvolgente. Mentre il romanzo era incentrato sul personaggio di Wang Miao, la serie ha introdotto i cinque protagonisti Auggie Salazar (Eiza González), Saul Durand (Jovan Adepo), Jin Cheng (Jess Hong), Will Downing (Alex Sharp) e Jack Rooney (John Bradley) per rendere la storia più comprensibile. I personaggi di Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) sono solo all’inizio della loro storia alla fine della prima stagione. La morte di Rooney ispira gli altri personaggi a lavorare insieme per proteggere le generazioni future dall’imminente invasione dei San-Ti.

Nonostante alcune deviazioni significative, Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) riesce a mantenere la maggior parte dei punti salienti della storia del primo romanzo della serie. Sebbene i personaggi si rendano conto che i San-Ti intendono ostacolare le difese della Terra screditando gli scienziati, sono comunque costretti a fare i conti con l’imminente invasione della flotta aliena tra 400 anni. Mentre il concetto di “Wallflowers” viene introdotto nel secondo romanzo, La foresta oscura, i due capitoli conclusivi della trilogia di Liu introducono altri personaggi e questioni etiche. La conclusione della prima stagione inizia solo a sfiorare il modo in cui l’umanità si unirà per garantire la propria sopravvivenza collettiva.

La cosa più preoccupante dell’annuncio di Netflix è che Weiss e Benioff hanno dichiarato di aver bisogno di quattro stagioni per completare la loro storia. Le critiche mosse a Game of Thrones derivano dal fatto che il duo non è stato in grado di trovare una conclusione convincente, ma nel caso di Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem), hanno già un finale dal terzo romanzo, Death’s End. Il duo ha dichiarato che “l’ultima pagina dell’epopea di Liu Cixin è stata forse la migliore immagine finale che abbiamo incontrato in una saga fantascientifica come questa” e che “volevano disperatamente arrivare alla fine“. Sarebbe incredibilmente deludente se ancora una volta dovessero concludere frettolosamente una storia che aveva bisogno di tempo per coprire le sue varie sottotrame.

Il “problema dei 3 corpi” ha bisogno di una conclusione estesa

Il "problema dei 3 corpi" ha bisogno di una conclusione estesa

I secondi due titoli della trilogia di Liu hanno introdotto nuovi elementi che sono maturi per essere adattati. La Foresta Oscura affronta il tema della possibilità per l’umanità di trasferirsi su un altro pianeta prima dell’arrivo dei San-Ti e mostra come le dispute su chi viene scelto per partire scatenino discussioni sulle differenze di classe. Dati i temi del privilegio e del potere che Weiss e Benioff hanno sviluppato in modo così eloquente nel corso di Game of Thrones, sarebbe certamente interessante vedere come affrontano questi problemi morali nelle stagioni successive di 3 Body Problem. Purtroppo, queste idee più sfumate potrebbero andare perse se la serie si avviasse verso una conclusione anticipata.

Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) ha anche bisogno di tempo per completare gli archi dei personaggi. Sebbene Adepo fornisca una performance memorabile nel ruolo di Durand negli ultimi episodi della prima stagione, era evidente che la maggior parte della sua storia veniva conservata per l’ulteriore esplorazione del Progetto Staircase. Allo stesso modo, il Thomas Wade di Liam Cunningham riceve una storia più approfondita nella serie rispetto ai romanzi, il che suggerisce che potrebbe avere un ruolo più importante negli eventi futuri.

Uno dei maggiori punti di forza della prima stagione di 3 Body Problem è stato quello di essersi presa il tempo necessario per spiegare la scienza concreta che sta dietro al concetto di fisica del titolo. Tuttavia, Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) ha bisogno di più di qualche episodio conclusivo per esplorare adeguatamente i suoi concetti scientifici. Sarebbe deludente se la serie si lasciasse sfuggire la costruzione del mondo, dato che l’attenzione ai dettagli è uno dei motivi del successo della serie.

Netflix non può continuare a cancellare le serie drammatiche

Sebbene Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) sia stato lo show più visto dello streamer per diverse settimane di fila, Netflix ha una sfortunata storia di cancellazioni premature di show popolari. È raro che il network abbia show di genere che durano più di qualche stagione. Programmi acclamati come Lockwood & Co, The Midnight Club, Dark Crystal: Age of Resistance, e 1899 sono stati tutti lasciati senza una conclusione adeguata. A lungo termine, questo non è di buon auspicio per la longevità della libreria di Netflix, poiché gli spettatori potrebbero esitare a guardare una serie che è stata completata solo in parte. Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem)  ha il potenziale per essere una delle più grandi serie drammatiche di tutti i tempi, perché il potenziale è nel materiale di partenza. Tagliare una serie ambiziosa nel suo momento migliore non è solo una delusione per i fan, ma un segnale preoccupante per i futuri progetti di Netflix.

Il problema dei 3 corpi – Stagione 2: sono cominciate le riprese della serie Netflix

0

Sono ufficialmente iniziate a Budapest, Ungheria, le riprese di Il problema dei 3 corpi – Stagione 2, l’epica saga di David Benioff, D.B. Weiss (Il Trono di Spade) e Alexander Woo (The Terror: Infamy, True Blood), in arrivo prossimamente solo su Netflix.

Tra le novità nel cast della serie, vediamo l’ingresso di:

  • Alfie Allen (Atomic, Il Trono di Spade, SAS Rogue Heroes)

  • David Yip (Un cinese a Scotland Yard, Bersaglio mobile)

  • Jordan Sunshine (The Pitt Season 2, Wonder Pets)

  • Claudia Doumit (SOULM8TE, The Boys) nel ruolo di “Captain Van Rijn”

  • Ellie De Lange (Run Away, Wolf Hall, The Serpent) in quello di Ayla.

Al fianco delle new entry, ritroviamo nel cast Jess Hong (Jin), Benedict Wong (Da Shi), Eiza González (Auggie), Jovan Adepo (Saul), Saamer Usmani (Raj), Liam Cunningham (Wade), Marlo Kelly (Tatiana), Sea Shimooka (Sofone) e Josh Brener (Kent).

Il problema dei 3 corpi – Stagione 2

La prima stagione della serie drammatica ha trascorso 7 settimane nella Netflix Global Top 10, di cui 3 settimane al n.1 e ha raggiunto la Top 10 in 93 Paesi, mandando tre canzoni della sua colonna sonora nella Top TV Songs Chart di Billboard, tra cui “Video Games” di Lana Del Rey al n. 1.

Il problema dei 3 corpi – Stagione 2: L’invasione aliena si avvicina e, sulla Terra e non solo, l’umanità si prepara.

La serie vede in qualità di Co-Creatori /Sceneggiatori / Produttori Esecutivi David Benioff e D.B. Weiss (Il Trono di Spade) e Alexander Woo (The Terror: Infamy, True Blood), mentre i Produttori Esecutivi sono Bernadette Caulfield (Il Trono di Spade, X-Files); Duncan Muggoch; T-Street’s Rian Johnson (Knives Out, Star Wars: Episodio VIII – Gli ultimi Jedi), Ram Bergman e Nena Rodrigue; Qi Lin, il defunto ex presidente di Yoozoo Group; Jilong Zhao, CEO of the rights-holder, The Three-Body Universe, insieme a Xiaosong Gao e Lauren Ma; la Plan B Entertainment di Brad Pitt, Jeremy Kleiner e Dede Gardner; la Primitive Streak di Rosamund Pike e Robie Uniacke. Jeremy Podeswa e Miguel Sapochnik si occuperanno della regia e della produzione esecutiva.

Il problema dei 3 corpi – Stagione 2: primi importanti aggiornamenti sul cast

0

Il problema dei 3 corpi di Netflix ha appena acquisito due nuovi membri del cast principale. La prima stagione di Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem), sebbene criticata in Cina per le modifiche apportate al romanzo, è stata ben accolta dalla critica e dal pubblico nordamericano, guadagnandosi persino una nomination agli Emmy per la migliore serie drammatica nel 2024, insieme ad altre cinque nomination agli Emmy. La serie è basata sull’omonimo romanzo cinese di successo internazionale di Liu Cixin ed è stata pubblicata il 21 marzo 2024.

Netflix ha annunciato che i nuovi membri del cast che si uniranno alla seconda stagione di Il problema dei 3 corpi (3 Body Problem) sono Claudia Doumit ed Ellie de Lange. Doumit interpreterà il capitano Van Rijn, mentre de Lange vestirà i panni del personaggio di Ayla. Non sono ancora stati rivelati molti dettagli su questi nuovi personaggi. Doumit è nota per aver interpretato la corrotta Victoria Neuman in The Boys, serie Prime Video, e sarà presto sul grande schermo nel film SOULM8TE, spin-off di M3GAN della Blumhouse, mentre de Lange è nota al pubblico Netflix per la serie The Serpent.

Cosa significa questo casting per la seconda stagione di 3 Body Problem?

La prima stagione di 3 Body Problem, con Jovan Adepo, Eiza González, John Bradley, Rosalind Chao, Liam Cunningham, Benedict Wong e Jonathan Pryce, raccontava la storia di una donna la cui decisione cruciale negli anni ’60 avrebbe causato conseguenze catastrofiche che avrebbero attraversato i secoli. Non è chiaro quale sarà il ruolo del capitano Van Rijn e di Ayla nella seconda stagione di questa serie fantascientifica che sfida i confini, ma molto probabilmente la seconda stagione coprirà il secondo libro della trilogia di Cixin “Remembrance of Earth’s Past”, The Dark Forest. The Dark Forest dovrebbe avere come protagonista una flotta di astronavi, il che spiega il personaggio del capitano interpretato da Doumit.

Il creatore David Benioff ha espresso il suo interesse ad adattare tutti e tre i libri della trilogia di Cixin per la serie, un’impresa enorme, ma qualcosa a cui Netflix si è impegnata dopo i timori che la serie potesse terminare prematuramente. Benioff ha dichiarato a Indiewire nel 2024:

“Sono entusiasta che potremo finire la storia, che potremo realizzare una seconda stagione per coprire il secondo libro e una terza stagione per coprire il terzo libro.”

Il problema “del picco” di Francesca nella quarta stagione di Bridgerton chiarito dallo showrunner

0

Con il debutto della prima parte della quarta stagione di Bridgerton, il dibattito tra gli spettatori non riguarda solo la nuova storia d’amore di Benedict, ma anche un arco narrativo più intimo e delicato: quello di Francesca Bridgerton e del suo cosiddetto “problema del picco”.

La stagione 4, adattamento del romanzo An Offer From A Gentleman di Julia Quinn, porta al centro della scena Benedict Bridgerton (interpretato da Luke Thompson) e il suo incontro con Sophie Baek (Yerin Ha). Parallelamente, però, la serie introduce con maggiore decisione la vita matrimoniale di Francesca, ora sposata con John Kilmartin (Victor Alli), mostrando le difficoltà della giovane donna nel raggiungere una piena intimità emotiva e fisica.

A fare chiarezza su questo aspetto è stata la showrunner Jess Brownell, che in un’intervista ha spiegato come il percorso di Francesca non vada letto come un confronto diretto tra John e la futura figura di Michaela. Il punto centrale, piuttosto, è la distanza che Francesca ha da sé stessa: una difficoltà a conoscersi e ad ascoltarsi, sia sul piano emotivo che corporeo.

Secondo Brownell, il tema è volutamente universale e allo stesso tempo profondamente legato alla personalità del personaggio. Francesca è ritratta come una donna introspettiva, riservata, cresciuta in un contesto in cui certi argomenti restano inespressi. Non a caso, nella prima parte della stagione la vediamo cercare risposte confrontandosi con le donne più vicine a lei, dalla madre Violet alla cognata Penelope, rievocando dinamiche già viste in passato con Daphne nella prima stagione.

Dal punto di vista narrativo, questo arco rappresenta una costruzione graduale. Nei romanzi, la vera storia di Francesca prende forma in When He Was Wicked, e la serie sta chiaramente preparando il terreno per sviluppi futuri, introducendo tensioni emotive e nuove possibilità relazionali, incluso il rapporto con Michaela.

La quarta stagione di Bridgerton continua così ad ampliare il proprio sguardo, affrontando temi legati alla sessualità, all’identità e alla maturazione emotiva, senza ridurli a semplici elementi scandalistici. La “ricerca del picco” di Francesca non è un dettaglio provocatorio, ma un tassello fondamentale del suo percorso.

La prima parte di Bridgerton 4 è ora disponibile su Netflix, mentre la seconda parte arriverà il 26 febbraio, pronta a spingere ancora più avanti le dinamiche già introdotte.

Il Principe: la nuova docu-serie italiana Netflix

0
Il Principe: la nuova docu-serie italiana Netflix

Il Principe è la nuova docu-serie italiana Netflix in 3 episodi prodotta da MDE Films e sviluppata da Beatrice Borromeo Casiraghi, che ne è anche la regista, e che sarà disponibile dal 4 luglio in tutti i Paesi in cui il servizio è attivo.

Un principe in esilio, una top model, uno sparo nel buio che cambierà la vita di tantissime persone, generazione dopo generazione. Il Principe è una docu serie in tre episodi che, partendo dagli eventi successi nella tragica notte del 18 Agosto 1978 all’isola di Cavallo, ripercorre la storia di Vittorio Emanuele di Savoia, ultimo erede al trono d’Italia.

Per quanto la vicenda giudiziaria dell’omicidio del giovane Dirk Hamer sia centrale nella vita del principe e di conseguenza nella docuserie, puntata dopo puntata emerge di lui un racconto più intimo: il suo tormentato rapporto con i genitori, la storia d’amore con Marina Doria, gli anni di lavoro in Iran, gli scandali e molto altro.

Con nuove, esclusive interviste al Principe Vittorio Emanuele, inediti contributi e testimonianze da parte di giornalisti, membri della famiglia Savoia, della famiglia Hamer – tra cui Emanuele Filiberto, Marina di Savoia, Birgit Hamer – e con le prime dichiarazioni da parte dei testimoni presenti quella fatidica notte a Cavallo, la docu-serie si presenta come un racconto oggettivo della vita di una delle figure più controverse dell’ultima famiglia reale italiana. Allo stesso tempo, Il Principe è anche un racconto più ampio che riflette sull’impatto e le conseguenze che azioni delle generazioni precedenti possano avere su quelle successive.

SINOSSI EPISODICHE

  • EPISODIO 1

Il primo episodio parte da quel referendum del 1946 che, trasformando l’Italia in una Repubblica, frantuma l’identità del giovane principe, costretto all’esilio. Un Savoia ormai adulto, sposato e con un figlio piccolo, compra una casa a Cavallo, in Corsica, nell’unico punto da cui si vede in lontananza quell’Italia che gli era proibita. Nel 1978 un gruppo di Italiani, in vacanza in Sardegna, decide di visitare Cavallo e di usare senza permesso il canotto del principe, senza sapere che quell’azione avrebbe dato il via ad una escalation di eventi culminati con il ferimento e la tragica morte del giovane Dirk Hamer.

  • EPISODIO 2

La morte di Dirk Hamer comincia a cambiare profondamente la vita di tutte le persone coinvolte, in particolare quella della famiglia Savoia, che deve combattere contro il rischio di decenni di carcere, e quella di Birgit Hamer, la sorella di Dirk, che dedicherà la sua vita alla ricerca della verità e della giustizia.

  • EPISODIO 3

Nel terzo episodio, oltre al processo, seguiremo anche il rientro in Italia della famiglia reale dopo mezzo secolo di esilio, un nuovo scandalo che vedrà Vittorio Emanuele di nuovo incarcerato e un’inaspettata risoluzione a tutte le domande sospese. Ma soprattutto, vedremo come il coraggio delle nuove generazioni, da Emanuele Filiberto di Savoia alle figlie di Birgit Hamer, permetterà di affrontare i traumi ereditati e di liberarsi dal peso di un passato irrisolto.

CREDITS:

  • Produzione: MDE Films
  • Prodotto da: Beatrice Borromeo Casiraghi, Francesco Melzi d’Eril
  • Produttori esecutivi: Marco Morabito, Paolo Bernardelli
  • Produttore creativo: Marco Ponti
  • Regia: Beatrice Borromeo Casiraghi
  • Montaggio: Cristina Flamini, Annalisa Forgione
  • Fotografia: Clarissa Cappellani
  • Musiche originali: Giulia Tagliavia

Il principe, recensione della miniserie Netflix

Il principe, recensione della miniserie Netflix

Dal 4 luglio, sono disponibili su Netflix i tre episodi che compongono la miniserie Il principe, intrigante prodotto audiovisivo che fonde la ricostruzione storica con il crime per indagare la controversa figura dell’ultimo erede al trono d’Italia, Vittorio Emanuele di Savoia, soffermandosi nello specifico sugli eventi della tragica notte del 18 Agosto 1978 all’isola di Cavallo, quando un colpo sparato dal fucile di Vittorio Emanuele uccise il giovane tedesco Dirk Hamer.

Il principe, tra esili e processi

Si parte dall’esilio della famiglia Savoia – Vittorio Emanuele, la moglie Marina Doria e il figlio Emanuele Filiberto – avvenuto a seguito del referendum del 1946 che trasforma l’Italia in una Repubblica. Vittorio compra una casa a Cavallo, in Corsica, dove avverrà il tragico fatto che costituisce la narrazione principale dell’intera miniserie: il ferimento e la successiva morte del giovane tedesco Dirk Hamer. E ancora, il processo, il ritorno in Italia della famiglia reale dopo mezzo secolo di esilio, l’indagine da parte della pretura di Venezia per traffico internazionale di armi e l’iscrizione alla loggia massonica della P2.

Unendo la testimonianza degli allora ragazzi presenti sulla barca quella notte, tra cui i Malagò e i Pende, la serie sviluppata e diretta da Beatrice Borromeo analizza i fatti di quella tragica notte, presentando entrambe le prospettive, quella del colpevole e delle vittime, per imbastire uno studio dettagliato su una delle figure più controverse e interessanti della scena politica e sociale italiana.

17 agosto 1978: i fatti

La notte del 17 agosto 1978, sull’isola di Cavallo (che si trova al largo della costa meridionale della Corsica), Vittorio Emanuele scoprì che il gommone del suo yacht era stato rubato e agganciato a un altro yacht vicino. Armato di fucile, tentò di salire a bordo dell’imbarcazione. Sparò a un passeggero che aveva svegliato; il colpo lo mancò ma ferì mortalmente Dirk Hamer (il figlio diciannovenne di Ryke Geerd Hamer), che dormiva sul ponte di un altro yacht adiacente. Dirk è ricordato da tutti i testimoni che intervengono nella miniserie come un “super atleta”, un ragazzo affabile ed educato che parlava quattro lingue, una giovane promessa in tutto, che non avrebbe nemmeno dovuto essere lì quella notte. Il principe ammise la responsabilità civile della morte in una lettera del 28 agosto 1978. Dirk Hamer morì per le ferite riportate il 7 dicembre 1978 e Vittorio Emanuele fu arrestato.

L’11 ottobre 1989, Vittorio Emanuele fu incriminato con l’accusa di lesioni letali e possesso di un’arma pericolosa. Tuttavia, il 18 novembre 1991, dopo tredici anni di procedimento giudiziario, la Corte d’Assise di Parigi lo assolse dalle accuse di ferimento mortale e omicidio involontario, giudicandolo colpevole solo di possesso non autorizzato di un fucile M1 Garand. Ricevette una condanna a sei mesi di reclusione con la condizionale.

Incarcerato nel giugno 2006 con accuse non collegate di corruzione, Vittorio Emanuele è stato registrato in un video mentre ammetteva che “ero nel torto, […] ma devo dire che li ho ingannati [i giudici francesi]“, provocando un appello da parte di Birgit, sorella di Dirk Hamer, affinché Vittorio Emanuele fosse nuovamente processato in Italia per l’omicidio del fratello.

Birgit Hamer ha intrapreso una lunga battaglia legale per ottenere il video completo. Ha dichiarato: “Quella che per noi è una confessione, per lui è un vanto: ride del fatto che ha ucciso un ragazzo“. La storia del video fu divulgata dalla giornalista aristocratica Beatrice Borromeo, che ha anche curato la prefazione del libro sull’omicidio scritto da Birgit Hamer, Delitto senza castigo. Vittorio Emanuele ha denunciato il giornale per diffamazione, sostenendo che il video era stato manipolato.

La famiglia Hamer

Birgit e Marina: le voci femminili contrapposte de Il Principe

Il punto di vista più forte e deciso della miniserie Il Principe è, naturalmente, quello della sorella di Dirk, Birgit Hamer, che ha da sempre cercato giustizia, destreggiandosi in un mare di coperture, minacce e indagini mancanti.  “Sono successe cose stranissime“, sentenzia Birgit Hamer senza alcun dubbio. Dopo che Vittorio Emanuele scappa in Svizzera, la famiglia di Dirk continua a chiedere giustizia e affermare a gran voce che il principe si sta nascondendo. Non vi era ombra alcuna di indagini, i giornalisti che tentavano di affrontare la vicenda scrivendo articoli sul tema venivano minacciati, sempre che questi articoli non scomparissero direttamente. Pian piano, le versioni degli eventi hanno iniziato ad essere modificate, quando gli avvocati dei Savoia hanno fiutato un’occasione, riuscendo addirittura a far scompare il documento di ammissione di colpa, con l’intenzione di “gettare il dubbio su una cosa che è stata certa fin dall’inizio“.

Contrappunto di Birgit, nella serie emerge anche il ruolo fonamentale di Marina Doria nella vicenda. Viene descritta da alcuni testimoni e dallo stesso figlio Emanuele Filiberto come una donna molto forte, tratto caratteriale ereditato dall’essere una sportiva, precisamente una ex campionessa mondiale di sci nautico: in Svizzera era considerata una vera e propria diva. Dopo i fatti di Cavallo, la vita di Marina diventa votata a cercare di scagionare il marito. Attraverso una buona fetta di materiale d’archivio, la voce di Marina è l’unico vero controcampo per quella di Birgit, e conferma di esserlo stata anche nel passato, quando si recava all’estero per ricostruire i modelli delle barche presenti la notte di Cavallo per cercare di scagionare il marito e dimostrare che le pallottole non potevano essere partite dal suo fucile.

Dietro Marina – e completamente annebbiato dalla fermezza risolutiva e dalla dialettica impeccabile di Birgit Hamber – c’è un Vittorio Emanuele incerto, nel presente e nel passato, che spesso si impappina, che afferma “il toro c’ha le corna, io ho dovuto difendermi come nella corrida“, ma non esita a confessare che la sua infanzia è stata caratterizzata dalla quasi totale assenza di affetto da parte dei suoi genitori. Una confessione che, forse, dice molto di più delle infinite riconsiderazioni e ritrattazioni volte a mascherare l’imperdonabile.

Il Principe Dimenticato, recensione del film con Omar Sy

0
Il Principe Dimenticato, recensione del film con Omar Sy

Dal 2011 il regista e sceneggiatore francese Michel Hazanavicious tenta di replicare l’enorme successo che ebbe, in quell’anno, con The Artist, il supo film più famoso e premiato, che lo portò in vetta a Hollywood e gli regalò ben 5 premi Oscar, tra cui quello per la migliore regia e il miglior film.

Quando un tale successo arriva così presto nella propria carriera, sembra quindi che si abbia un’asticella altissima per valutare tutto ciò che viene dopo. E la carriera di Hazanavicious non è stata molto clemente, in questo paragone costante con quell’opera. Dopo diversi film che non hanno esattamente brillato per ricercatezza estetica o pregi particolari, il regista torna dietro alla macchina da presa con Il Principe Dimenticato, in cui racconta una vera e propria fiaba per bambini, in cui spiega ai grandi come riuscire a stare al passo dei propri figli.

Il Principe Dimenticato, la trama

Il Principe Dimenticato racconta la storia di Djibi, un papà single la cui vita intera gira intorno alla propria figlia di 8 anni, Sofia. Ogni sera nel loro rituale della storia della buonanotte il papà porta Sofia a “Storyland”, uno studio cinematografico di fantasia in cui le loro fiabe prendono vita e in cui Djibi interpreta sempre un eroico Principe Azzurro. Tre anni più tardi e quasi adolescente, Sofia inizia a distanziarsi dalle storie del padre che non ricopre più il ruolo di eroe. Djibi deve quindi trovare il modo di ritornare l’eroe della vita e delle storie di sua figlia.

Michel Hazanavicious si confronta con la fiaba per bambini, con la metafora della crescita e con l’esigenza, forse biografica, di trovare e offrire una bussola a quei genitori che si trovano in difficoltà a gestire l’adolescenza dei propri figli.

Volto allegro del principe protagonista è Omar Sy, vera e propria stella del cinema europeo che spesso e volentieri presta la sua fisicità all’action americano e che qui sfoggia il suo sorriso migliore nei panni di un papà davvero premuroso. Oltre a Sy e alla giovane Sarah Gaye nei panni della dodicenne Sophia, il film vede protagonista anche la sempre meravigliosa Berenice Bejo, che, dopo la pioggia di nomination per il suo ruolo in The Artist, ha ridimensionato la sua carriera, forse sprecando un po’ il suo volto magnetico e il suo elegante talento.

Il Principe Dimenticato contro il cinismo di un mondo che cambia

Il Principe DimenticatoNonostante sia un film per ragazzi e per famiglie, Il Principe Dimenticato sembra ripercorrere, con intenzioni e per strade diverse, quello che era stato il percorso di The Artist, diventando anche una riflessione sulla fantasia, contro il cinismo, recuperando la magia e l’ingenuità che si respirava nel film del 2011.

Il Principe Dimenticato è anche una sfida tecnica, è un fantasy ad alto budget in cui le scenografie reali si incrociano costantemente con quelle di fantasia e in cui la ripresa dal vivo e l’animazione convivono in maniera naturale e funzionale al racconto.

Leggero e divertente, con il pregio di veicolare messaggi universali con un linguaggio semplice e diretto, Il Principe Dimenticato è un invito a ricordare, grandi o piccoli, che le storie sicuramente non salvano il mondo, ma possono aiutarci ad affrontarlo con lo spirito alto.

Il principe di Roma: trailer del film con Marco Giallini

0
Il principe di Roma: trailer del film con Marco Giallini

Guada il trailer de Il principe di Roma, con Marco Giallini, Giulia Bevilacqua, Filippo Timi, Sergio Rubini, Denise Tantucci, Antonio Bannò, Liliana Bottone, Massimo De Lorenzo con Andrea Sartoretti e con Giuseppe Battiston. In anteprima nella sezione GRAND PUBLIC alla XVII edizione della Festa del Cinema di Roma.

Roma, 1829. Bartolomeo è un uomo ricco e avido che brama il titolo nobiliare più di ogni cosa. Nel tentativo di recuperare il denaro necessario a stringere un accordo segreto con il principe Accoramboni per ottenere in moglie sua figlia, si troverà nel bel mezzo di un sorprendente viaggio a cavallo tra passato, presente e futuro. Accompagnato da compagni d’eccezione dovrà fare i conti con sé stesso e conquistare nuove consapevolezze.

Il principe di Roma: dal cast alle location, tutte le curiosità sul film

Presentato fuori concorso nel 2022 alla Festa del Cinema di Roma, il film Il principe di Roma vede Marco Giallini mattatore assoluto di una storia che si muove tra ricostruzione storica e fantasia. Per questo film, il regista Edoardo Falcone (autore anche di Questione di Karma Io sono Babbo Natale, l’ultimo film con Gigi Proietti) ha dichiarato di essersi ispirato a Nell’anno del Signore di Luigi Magni, che vide da bambino in un’arena romana. Da quella visione nacque il suo interesse per la Roma del Papa Re, periodo che ha dunque scelto per ambientare la storia di questo progetto.

Il soggetto del film, tuttavia, trae anche spunto in modo evidente dal celebre racconto di Charles Dickens, Canto di Natale, seppur con qualche variazione sul tema da parte di Falcone. Il principe di Roma è infatti la sua personalissima trasposizione filmica di quell’amato e iconico racconto, dove però l’odioso Scrooge si trasforma in un avido romano arricchito che brama un titolo nobiliare, non vive nella Londra dell’Ottocento ma nella Roma papale degli anni che hanno preceduto l’unità nazionale.

Si configura così un film che, tra commedia e fantastico mira – proprio come l’opera di Dickens – a far riscoprire i veri valori della vita e le cose importanti che abbiamo sotto gli occhi ma di cui spesso non ci accorgiamo. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a Il principe di Roma. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alle location dove si sono svolte le riprese. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Denise Tantucci e Marco Giallini in Il principe di Roma
Denise Tantucci e Marco Giallini in Il principe di Roma. Cortesia di Lucky Red

La trama di Il principe di Roma

Ambientato a Roma nel 1829, il film racconta la storia di Bartolomeo, un uomo d’affari benestante che ambisce ad ottenere un titolo nobiliare, ma averlo non è così facile. È così che il nostro Bartolomeo cerca di racimolare abbastanza denaro per stipulare un accordo clandestino con il principe Accoramboni: se gli darà la cifra richiesta, il nobile concederà all’uomo d’affari la mano di sua figlia, permettendogli così di ottenere il bramato titolo. Bartolomeo si mette così in viaggio a cavallo, ma non immagina che lungo il percorso s’imbatterà in diversi compagni e che l’itinerario lo porterà ad ottenere una nuova consapevolezza di se stesso.

Il cast di attori e le location dove si sono svolte le riprese

Ad interpretare Bartolomeo Proietti vi è l’attore Marco Giallini, mentre Giulia Bevilacqua interpreta Teta, la governante innamorata di Bartolomeo. Sergio Rubini ricopre il ruolo del principe Accoramboni, un aristocratico decaduto che cerca di risollevare la sua famiglia promettendo la figlia in sposa a Bartolomeo. Andrea Sartoretti è Eugenio, un vecchio amico di Bartolomeo ormai ridotto in povertà e piuttosto rancoroso. Denise Tantucci interpreta invecee lo spirito di Beatrice Cenci, che accompagna Bartolomeo nel suo viaggio nel passato, mentre Filippo Timi, nei panni di Giordano Bruno, gli mostra le verità del presente. Giuseppe Battiston è infine Papa Borgia, la guida che gli rivela le conseguenze future delle sue azioni.

Marco Giallini e Giuseppe Battiston in Il principe di Roma
Marco Giallini e Giuseppe Battiston in Il principe di Roma. Cortesia di Lucky Red.

Una delle location principali di Il principe di Roma è il palazzo dove abita il protagonista, che nella realtà è Villa Parisi di Monte Porzio Catone. In Piazza lovatelli è stata invece girata la scena dove Bartolomeo manda a quel paese il frate che gli chiede l’elemosina. A Villa Altieri sono invece state realizzate le scene ambientate nell’orfanotrofio. Non tutte le scene del film sono però state girate nella Capitale o nel Lazio. Diverse location le troviamo infatti in Umbria, per la precisione a Orvieto, in provincia di Terni, dove è stata girata la scena in cui Bartolomeo incontra gli spiriti dei poeti Keats e Shelley, ma anche quella in cui si festeggia l’istituzione della Repubblica Romana.

Il trailer del film e dove vederlo in streaming e in TV

È possibile fruire di Il principe di Roma grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Apple TV, Tim Vision e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 9 ottobre alle ore 21:30 sul canale Rai 1.

Il principe di Roma con Marco Giallini in prima tv su SKY e NOW

0
Il principe di Roma con Marco Giallini in prima tv su SKY e NOW

Arriva in prima tv su Sky lunedì 1° maggio IL PRINCIPE DI ROMA, alle 21.15 su Sky Cinema Uno (e alle 21.45 anche su Sky Cinema Collection), in streaming su NOW e disponibile on demand.

Una divertente commedia diretta da Edoardo Falcone, con protagonista Marco Giallini nei panni di un ricco uomo che sta per diventare nobile. Nel cast con lui anche Giulia Bevilacqua, Filippo Timi, Sergio Rubini, Denise Tantucci, Antonio Bannò, Liliana Bottone, Massimo De Lorenzo, con Andrea Sartoretti e con Giuseppe Battiston. Il film è una produzione Lucky Red con Rai Cinema in collaborazione con Sky Cinema.

La trama del film

Roma, 1829. Bartolomeo è un uomo ricco e avido che brama il titolo nobiliare più di ogni cosa. Nel tentativo di recuperare il denaro necessario a stringere un accordo segreto con il principe Accoramboni per ottenere in moglie sua figlia, si troverà nel bel mezzo di un sorprendente viaggio a cavallo tra passato, presente e futuro. Guidato da compagni d’eccezione dovrà fare i conti con sé stesso e conquistare nuove consapevolezze.

Il film fa parte anche della collection RISATE ALL’ITALIANA, che da lunedì 1 a domenica 14 maggio proporrà su Sky Cinema Collection oltre 120 titoli con le migliori commedie “made in Italy” e i grandi nomi delle risate all’italiana. Oltre a Marco Giallini conIL PRINCIPE DI ROMA tra i protagonisti della collection ci sono Antonio Albanese nelle celebri vesti dell’imprenditore calabrese corrotto Cetto La Qualunque in QUALUNQUEMENTE, TUTTO TUTTO NIENTE NIENTE e CETTO C’È SENZADUBBIAMENTE; Paola Cortellesi, diretta da Riccardo Milani, nella commedia campione d’incassi MA COSA CI DICE IL CERVELLO e SCUSATE SE ESISTO! con Raoul Bova; Claudio Bisio tra le sale al Quirinale in BENVENUTO PRESIDENTE!, BENTORNATO PRESIDENTE e, in compagnia di Alessandro Siani, nelle commedie che hanno sbancato al botteghino BENVENUTI AL SUD e BENVENUTI AL NORD. Siani sarà anche in veste di regista e di protagonista in MISTER FELICITÀ con Diego Abatantuono; quest’ultimo anche tra gli irresistibili protagonisti di COMPROMESSI SPOSI con Vincenzo Salemme e del remake della commedia francese “Tanguy” IL MAMMONE con Angela Finocchiaro e Andrea Pisani; l’attore.

E ancora il regista e sceneggiatore toscano Leonardo Pieraccioni con IL SESSO DEGLI ANGELI, SE SON ROSE e UN FANTASTICO VIA VAI; e l’attore e comico Pasquale Petrolo, in arte Lillo, nella commedia diretta e interpretata da Sergio Rubini MI RIFACCIO VIVO, in CON CHI VIAGGI con Fabio Rovazzi e nell’esilarante GLI IDOLI DELLE DONNE con Greg e Corrado Guzzanti. Infine, il duo comico siciliano Ficarra e Picone in LA MATASSA e in ANDIAMO A QUEL PAESE tra superstizione e risate; il trio comico più popolare d’Italia, Aldo, Giovanni e Giacomo, ne IL COSMO SUL COMÒ e ODIO L’ESTATE; la commedia di Neri Parenti VACANZE AI CARAIBI con Christian De Sica e quella di Carlo Vanzina come NON SI RUBA A CASA DEI LADRI con Vincenzo Salemme, Massimo Ghini, Stefania Rocca e Manuela Arcuri.

Il principe del deserto: recensione del film

0
Il principe del deserto: recensione del film

Il principe del deserto, l’ultimo film di Jean Jacques Annaud è il riadattamento del romanzo del 1957 Il paese dalle ombre corte dello svizzero Hans Ruesch. La vicenda è ambientata in Medioriente all’inizio del ventesimo secolo e si apre con un patto tra due sultani che hanno appena terminato un conflitto.

Il vincitore Nesib, l’emiro di Hobeika (Antonio Banderas), detta la condizioni di pace al suo rivale Amar, il sultano di Salmah (Mark Strong). Come da tradizione, quest’ultimo deve offrire a Nesib i suoi due figli maschi, a garanzia del trattato di pace. I due ragazzini, Saleeh e Auda, devono essere adottati dall’emiro di Hobeika e nessuno potrà più reclamare i diritti della cosiddetta Striscia Gialla, una lingua di deserto tra Hobeika e Salmah. Quindici anni dopo, una serie di eventi stravolgono la vita di questi personaggi, e così Auda sarà così costretto a togliere i panni di timido bibliotecario e a scoprirsi leader carismatico.

Guardando le immagini di Black Gold (titolo originale del film Il principe del deserto) è letteralmente impossibile non pensare al capolavoro del 1962 di David Lean Lawrence d’Arabia. A differenza di quella pellicola, però, qui è più forte l’atmosfera da “Mille e una notte”, merito anche delle musiche di James Horner. Come nelle fiabe migliori, da una parte c’è l’avidità e il progresso e dall’altra la dignità, il coraggio e la tradizione. Ad incarnare questi modelli così agli antipodi, troviamo da una parte la maschera impassibile e incorruttibile di Mark Strong, mentre dall’altra Antonio Banderas nei panni di un sultano così avido e cinico da apparire quasi divertente. Stretto tra due fuochi, il giovane Auda (il bravissimo Tahar Rahim visto ne “Il Profeta”) è costretto trovare la “sua” strada, sorretto solo dall’amore di Leyla (la bella Freida Pinto).

Nonostante Il principe del deserto non vada annoverato tra le opere più “personali” di Annaud, la storia convince per la forza di alcuni temi universali, trattati con un ritmo e un gusto per la narrazione che la avvicinano più ad alcune buone produzioni hollywoodiane, piuttosto che al cinema d’autore. La sceneggiatura dell’olandese Menno Meyjes (“Il colore viola”, “L’impero del Sole”, “Indiana Jones e l’ultima crociata”) è scritta molto bene e tiene fede al romanzo da cui il film è tratto. I personaggi sono ottimamente caratterizzati e, nonostante dei dialoghi non sempre originali, la pellicola fa sfoggio di ottimi attori, buona fotografia e costumi grandiosi. Nonostante l’avversione di Annaud per la CGI, non mancano scenografie bellissime (Pierre Queffelean) e scene di battaglia ed esplosioni spettacolari.

Il Principe del Deserto, la conferenza stampa con Jean Jacques Annaud e Tahar Rahim

0

Dopo la proiezione per la stampa del film Il Principe del deserto, tratto dal romanzo di Hans Ruesch, arrivano due ospiti d’eccezione nella sala 2 del multisala Barberini: sono il regista francese Jean Jacques Annaud e l’interprete principale Tahar Rahim.

Il regista di capolavori come Il nome della rosa, L’orso e L’amante si accomoda accanto alla traduttrice e si scusa con i giornalisti. “Parlo poco italiano”, dice Jean Jacques Annaud, divertito. Poco dopo, sale su palco anche il giovane Tahar Rahim, quasi irriconoscibile rasato e in abiti moderni.

Il Principe che fu Promesso: chi era il protagonista della profezia nel Trono di Spade? E in House of the Dragon?

La profezia de Il Principe che fu Promesso è stata uno dei principali argomenti di discussione durante le otto stagioni del Trono di Spade, portando a domande sulla sua risoluzione. La serie è stata adattata da Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, e la profezia è senza dubbio più prominente nei romanzi che nella serie TV. L’adattamento della HBO ha notoriamente sorvolato su molti dei dettagli importanti dei romanzi, in particolare dopo la quinta stagione, quando la serie ha proseguito in autonomia in assenza del materiale originale.

Con questo in mente, le teorie riguardanti Il Principe che fu Promesso erano ancora valide durante la serie TV, poiché il pubblico spesso mescolava la tradizione dei libri con fatti televisivi per creare le proprie teorie. Mentre i lettori stanno ancora aspettando il prossimo romanzo, il finale di Il Trono di Spade è ormai storia vecchia, e ci sono ancora enormi e persistenti domande riguardo alla profezia. Ora, la serie TV prequel House of the Dragon lo esplora ulteriormente la faccenda, aumentando la potenziale confusione.

Spiegazione della profezia su Il Principe che fu Promesso

Ci sono criteri vaghi stabiliti per la profezia

I dettagli cruciali della profezia affermano che Il Principe che fu Promesso sarà un eroe che si farà avanti per liberare il mondo dall’oscurità, il che presumibilmente suggerisce il Lungo Inverno o l’arrivo degli Estranei. Una “stella sanguinante” dovrebbe annunciare l’arrivo del principe, che si dice abbia una “canzone” conosciuta come la canzone del ghiaccio e del fuoco. Le profezie giocano un ruolo importante nell’universo di George R.R. Martin, come la profezia di Valonqar data a Cersei da Maggy la Rana o le visioni di Daenerys nella Casa degli Eterni.

Nella serie TV Il Trono di Spade la profezia è appena menzionata, ma si sospetta ancora che vari personaggi siano l’eroe di cui sopra. Nei libri, praticamente ogni personaggio può essere il Pricnipe, perché adempie a uno o più requisiti che occorrono per rientrare nella profezia stessa. Ci sono alcuni criteri stabiliti per la profezia che puntano a personaggi particolari rispetto ad altri. I criteri sono i seguenti:

  • Nato tra sale e fumo sotto una stella sanguinante.
  • Sveglierà i draghi dalla pietra.
  • Estrarrà dalle fiamme una spada chiamata Portatrice di Luce, che userà per combattere l’oscurità.

Questi criteri sono vitali, ma ci sono altri aspetti importanti da considerare. La profezia è tradotta dal Valyriano, dove la parola principe non ha genere, il che significa che potrebbe essere un uomo o una donna. Un’altra frase ripetuta suggerisce che “il drago ha tre teste”, il che non è chiaramente collegato alla profezia ma ha portato molti a credere che gli eori siano in realtà tre. Ciò è supportato dal fatto che Daenerys ha tre draghi, che avrebbero bisogno di altri due cavalieri per montarli e proteggere Westeros dall’oscurità. Potrebbe essere vero nei libri, ma questo aspetto è stato aggirato nella serie.

Il Principe che fu Promesso e Azor Ahai sono la stessa persona?

Azor Ahai è un personaggio leggermente diverso, ma spesso vengono confusi

Game of Thrones 8x05 jon snowAzor Ahai e Il Principe che fu Promesso sono spesso termini usati per descrivere la stessa cosa. Melisandre li utilizza in modo intercambiabile in tutta la serie di libri, ma Azor Ahai ha una connotazione leggermente diversa. Il nome Azor Ahai deriva dai seguaci di R’hllor, il Signore della Luce, come Melisandre e Toros di Myr. Nei racconti si parla di Azor Ahai come di un eroe leggendario che brandisce una spada infuocata chiamata Portatrice di Luce. Sembra molto probabile che Il Principe che fu Promesso sia la reincarnazione di Azor Ahai, creando una distinzione tra i due termini, sebbene siano spesso confusi.

Jon Snow o Daenerys Targaryen erano il principe promesso?

Né Jon né Daenerys soddisfano pienamente i criteri della serie TV

Game of Thrones 8x01 recensione serie tvI due contendenti più ovvi per ricoprire il ruolo di Il Principe che fu Promesso nel Trono di Spade sono Jon Snow e Daenerys Targaryen. Entrambi discendono dalla stirpe di Aegon Targaryen. In quanto figlia del Re Folle Aerys II Targaryen, Daenerys discende evidentemente da Aegon il Conquistatore. Dopo essere cresciuto nel freddo Nord come un bastardo Stark, Jon Snow alla fine scopre di essere il nipote di Daenerys e che la sua vera identità era quella di Aegon Targaryen, il figlio di Rhaegar Targaryen e della sua moglie segreta, Lyanna Stark. Ciò rende Jon per metà Targaryen, ma pur sempre parte della stirpe di Aegon il Conquistatore.

Jon ha trascorso anni combattendo battaglie sanguinose e forgiando la sua reputazione di uno dei più grandi guerrieri dei Sette Regni. Jon condivideva anche una macabra affinità con il Re della Notte avendolo affrontato diverse volte. Tuttavia, Jon non è colui che alla fine lo uccide. Nel frattempo, i draghi di Daenerys sono stati cruciali per sconfiggere gli Estranei, e lei si adatta meglio ai criteri, ma finisce per essere una forza del male nella stagione 8.

Insieme, Jon e Dany sembrano essere la personificazione delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, ma la serie lascia molta ambiguità sull’effettiva identità del Il Principe che fu Promesso. Ciò non fa che aumentare la delusione della stagione 8 del Trono di Spade, poiché nessuno si adatta davvero bene alla profezia, e trattata in questo modo finisce per non significare nulla. Dato il modo diverso in cui George R.R. Martin ha tracciato la sua storia, la teorizzazione potrebbe ancora chiarirsi negli ultimi due romanzi della serie.

Arya ha ucciso il Re della Notte con il pugnale di Aegon: era lei il principe promesso?

Arya ha messo fine alla lunga notte, ma non è mai stata candidata a essere il principe promesso

Alla fine della grande battaglia di Grande Inverno, è stata Arya Stark a uccidere il Re della Notte e a porre fine alla Lunga Notte. Arya, che è stata addestrata dagli Uomini Senza Volto per diventare un’assassina, ha usato il pugnale d’acciaio di Valyria di Aegon per distruggere il Re della Notte. Il pugnale, noto anche come pugnale a zampa di gatto, ha un legame oscuro con la famiglia di Arya poiché una volta era destinato a uccidere suo fratello, Bran Stark. Il colpo mortale di Arya al Re della Notte potrebbe significare che sia lei Il Principe che fu Promesso.

Ci sono indizi a sostegno di questa ipotesi, soprattutto dopo che Melisandre racconta ad Arya della sua visione in cui la vede “spegnere per sempre” occhi marroni, verdi e azzurri. Tuttavia, Arya non ha legami con la linea di sangue di Aegon Targaryen, il che sembra squalificarla dalla competizione. Arya in realtà non soddisfa nessuno dei criteri e sembra che gli showrunner l’abbiano scelta per uccidere il Re della Notte soltanto per sovvertire le aspettative del pubblico incuranti del disegno più vasto.

Chi altro avrebbe potuto essere Il Principe che fu Promesso?

Stannis Baratheon e Rhaegar Targaryen sono altri candidati

Oltre a Daenerys, Jon e Arya, ci sono altri personaggi che avrebbero potuto essere Il Principe che fu Promesso nella serie TV. Melisandre credeva che Stannis Baratheon fosse l’eroe e infatti soddisfaceva alcuni criteri. È nato tra sale e fumo e la sua spada è stata chiamata Portatrice di luce, sebbene quest’ultima fosse dovuta all’intervento di Melisandre. Stannis è anche tecnicamente un discendente di Aegon il Conquistatore, ma è ben lungi dall’essere un Targaryen a tutti gli effetti. È ancora vivo nei libri, ma la serie lo ha ucciso presto.

Rhaegar Targaryen era un altro candidato, poiché il figlio del Re Folle immaginava di essere Il Principe che fu Promesso. Ancora una volta, è morto prima che gli eventi del Trono di Spade avessero luogo, rendendogli più difficile essere l’eroe. Tuttavia, il capitolo di A Clash of Kings in cui Daenerys visita la Casa degli Eterni suggerisce che Rhaegar potrebbe almeno aver visto la profezia e potrebbe essere morto con alcune informazioni al riguardo.

Come il principe promesso si inserisce in House of the Dragon e nel sogno di Aegon

House of the Dragon reincorpora il sogno di Aegon

La prima stagione di House of the Dragon ricollega in modo scioccante alla profezia de Il Principe che fu Promesso quando re Viserys I Targaryen racconta a sua figlia e nominata erede, la principessa Rhaenyra, il grande segreto dei re Targaryen: Aegon il Conquistatore fece un sogno della Lunga Notte e della fine del mondo per via di una grande oscurità proveniente dal Nord. La conquista dei Sette Regni da parte di Aegon non riguardava solo la Casa Targaryen; perché credeva che solo i Targaryen e i loro draghi potessero guidare i Sette Regni contro il Re della Notte.

Questo è il motivo per cui i Targaryen credevano fosse fondamentale che la loro famiglia dovesse sempre governare Westeros. La conoscenza da parte di Rhaenyra del sogno di Aegon è solo una delle ragioni per cui crede di doversi sedere sul Trono di Spade. L’episodio 4 della prima stagione di House of the Dragon lega ulteriormente il sogno di Aegon alla profezia de Il Principe che fu Promesso. Viserys mostra il pugnale di Aegon a Rhaenyra, il quale aveva la profezia impressa sulla lama d’acciaio di Valyria che viene esposta al fuoco: “Dal mio sangue proviene il principe che fu promesso, e suo sarà il canto del ghiaccio e del fuoco”.

Ciò conferma effettivamente la convinzione di Aegon che Il Principe che fu Promesso – la reincarnazione di Azor Ahai – sarà generato dalla linea di sangue di Aegon Targaryen. È possibile che il coinvolgimento della profezia possa essere solo un espediente della trama per House of the Dragon, senza alcun legame con una teoria più ampia nel mondo di Martin. Nella stagione 1, episodio 8, le ultime parole di Viserys vengono interpretate male da Alicent Hightower, che pensa che il marito voglia, in punto di morte, dare il trono al loro primogenito, Aegon, convinzione che dà essenzialmente il via alla Danza dei Draghi.

Nella stagione 2, episodio 3, Alicent e Rhaenyra si incontrano per la prima volta dalla morte di Viserys, e Rhaenyra spiega che Il sogno di Aegon è una storia. Alicent si rende conto del suo errore ma la guerra è già diventata inevitabile. House of the Dragon potrebbe essere il posto giusto per spiegare come il Sogno di Aegon è stato dimenticato a causa della guerra civile, indebolendo infine i regni e rovinando il sogno del Conquistatore di Westeros di essere un fronte unito dei Targaryen contro l’oscurità imminente.

Perché Il Trono di Spade non ha risolto adeguatamente la profezia de Il Principe che fu Promesso

Le differenze creative hanno portato gli showrunner a portare l’epopea televisiva in una direzione diversa

Il trono di Spade serie tvLa profezia del Il Principe che fu Promesso e di Azor Ahai è molto più importante nei romanzi Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, ma gran parte della densa narrativa del libro e molti personaggi sono stati eliminati da Il Trono di Spade. Mentre lo show televisivo continuava oltre i libri completati da Martin, gli showrunner Dan Weiss e David Benioff hanno tracciato il proprio percorso per i personaggi, che potrebbe o meno sincronizzarsi con i piani di Martin su come finirà la sua saga.

Alla fine, gli showrunner di Il Trono di Spade non erano interessati a questa parte esoterica della mitologia di Martin e hanno scelto, invece, di concentrarsi sul raccontare la storia della serie TV nel modo in cui l’hanno fatto. Il Principe che fu Promesso era in realtà più un argomento noto ai lettori di libri che si aspettavano che la serie lo incorporasse alla fine e che infatti sono rimasti delusi quando la serie TV non ha rispettato le aspettative. Eppure elementi de Il Principe che fu Promesso facevano inevitabilmente parte de Il Trono di Spade, sebbene la profezia non sia mai stata posta in primo piano nella narrazione.

Questo è il motivo per cui è stato così sorprendente quando House of the Dragon non solo ha intrecciato Il Principe che fu Promesso nella storia del prequel, ma lo ha reso una parte cruciale della storia di successione dei Targaryen che coinvolge Rhaenyra. Ma c’è anche da aspettarselo, considerando che George R.R. Martin ha più influenza creativa su House of the Dragon di quanta ne abbia avuta con Il Trono di Spade. Nei futuri spin-off, come la serie Aegon’s Conquest, la profezia potrà essere esplorata ulteriormente. Forse alla fine potrà essere ricollegata a Il Trono di Spade, fornendo una conclusione.

I libri di GRRM confermeranno chi è Il Principe che fu Promesso?

Speriamo che The Winds of Winter risponderà finalmente alla domanda

George R.R. MartinLa domanda da un milione di dollari è se George R.R. Martin alla fine confermerà l’identità del Principe ne Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. È lecito ritenere che Martin conosca la risposta; dopo tutto, era consapevole che la profezia era in realtà il sogno di Aegon il Conquistatore, un fatto che ha tenuto per sé finché non lo ha rivelato agli showrunner di House of the Dragon quando la serie era in fase di sviluppo (non è noto se Martin lo abbia mai detto a Benioff e Weiss ).

Sfortunatamente, sono passati più di 11 anni dall’uscita dell’ultimo romanzo di Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Non c’è una data di uscita in vista per il sesto libro di Martin, ancora incompleto, The Winds of Winter. Se George R.R. Martin non completerà mai Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, forse c’è speranza che la risposta su chi dovrebbe essere Il Principe che fu Promesso verrà rivelata in qualche modo in House of the Dragon o in uno degli altri spin-off de Il Trono di Spade in sviluppo presso HBO.

House of the Dragon stagione 2 è disponibile su Sky e NOW (in contemporanea con gli Stati Uniti), con un nuovo episodio a settimana.