La selezione fuori concorso di Venezia 75 si arricchisce di un nuova opera diretta da Pablo Tapero che, con il suo La Quietud, si interroga sull’amore, sui legami affettivi e soprattutto sulla famiglia.
La vita tranquilla di una famiglia nella tenuta de La Quietud, in Argentina, vicino Buenos Aires, viene scossa da un evento tragico. A seguito del doppio ictus subito dal capofamiglia, Eugenia (Berenice Bejo), la figlia maggiore, decide di tornare a casa da Parigi per stare vicino a sua madre e a sua sorella minore Mia (Martina Gusman). La malattia del padre, ormai in uno stato comatoso irreversibile, e la convivenza forzata delle tre donne ripoteranno alla luce vecchi dissapori e la facciata di famiglia perfetta si sgretolerà piano piano rivelando alcune scomode verità.

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Vincitore tre anni fa del Leone d’Argento per la regia del suo El Clan, il regista Pablo Trapero torna a Venezia presentando stavolta un interessante melodramma familiare pieno di mistero e sensualità. Utilizzando l’improvvisa malattia del padre come espediente narrativo, Trapero si sbarazza di fatto dell’unica importante figura maschile di tutta la storia, lasciando che siano solo le donne a condurre il gioco.
Si parla di famiglia e di segreti nascosti per decenni che inevitabilmente hanno influenzato il rapporto delle figlie con i propri genitori. Mentre il padre sembra avere un legame speciale con la figlia minore Mia, la maggiore Eugenia, è di fatto la cocca di mamma. Ma a sorprendere e un tantino inquietare lo spettatore è il rapporto d’affetto morboso e quasi incestuoso delle due sorelle; la vicinanze delle due ragazze, incredibilmente somiglianti, sembra quasi voler sopperire alla mancanza di stabilità emotiva. Sin dalle prime scene, infatti, si avverte che l’immagine della famiglia felice, benestante e perfetta è in realtà solo un castello di carte pronto a volar via alla prima folata di vento. E il vento non tarda a arrivare!
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Il regista Pablo Trapero è incredibilmente bravo a costruire, insieme a Alberto Rojas Apel, una sceneggiatura semplice ma dal ritmo sostenuto che svela i segreti della famiglia de La Quietud a piccole dosi. Lo spettatore, intrigato dall’alone di mistero che sembra avvolgere i personaggi, non può fare altro che continuare a seguire la storia. Nonostante si tratti di un ‘melodrammone’ familiare molto più adatto al piccolo che al grande schermo, il film di Trapero affascina e si lascia seguire dall’inizio alla fine.












Valerio Aprea ha
indossato l’armatura dell’armadillo, confessando di essersi sentito
addosso una responsabilità enorme, facendo un esempio dalla sua
esperienza personale: “Io sono grande amante di Asterix e
Obelix, e quando vidi per la prima volta un cartone animato di quel
fumetto, rimasi turbato anche solo dalla voce dei personaggi. Per
cui capisco perfettamente la responsabilità di portare in vita un
fumetto così famoso e amato. Spero di non fare la fine dell’attore
che ha interpretato Jar-Jar Binks in 
“Il successo di
un’opera è il risultato di tantissimi elementi – ha poi
continuato Costanzo, in merito al successo planetario de
L’Amica Geniale – Questa è la storia di
un’amicizia epica, ma non basta, una storia che dal locale si
spinge all’esterno, all’universale, ma nemmeno basta, una storia
sull’educazione, ma nemmeno basta questo. Il romanzo di Elena
Ferrante riesce a raccogliere una coerenza interna alla storia che
le permette di potersi avvicinare al tutto, ovvero raccontare un
universo-mondo, ma rimanere molto coerente a quel famoso nucleo.
Questo è un miracolo letterario drammaturgico e un’occasione per
noi che avevamo questo materiale di partenza. Si potrebbe dire che
il successo viene dai sentimenti raccontati. In realtà è anche una
storia che trova il suo innesco nel personaggio della maestra di
scuola elementare, dunque si può dire che una maestra ti cambia la
vita. E in questo concetto si trova la modernità dell’opera, perché
L’amica geniale è un’opera profondamente politica e nel momento in
cui incontri una maestra, la straordinaria Dora
Romano, può cambiare la vita di due bambine ti accorgi sia
del valore dell’educazione nella formazione dell’anima di una
persona, il valore della conoscenza e ti accorgi attraverso i
sentimenti che stai guardando un’opera contemporanea.”









A Reilly e
Phoenix si aggiungono anche gli ottimi 









È chiaro che non si
dovrebbe mai fare un paragone tra un film originale e un remake, ma
alcune volte, come in questo caso, il primo film è così entrato di
prepotenza nella memoria collettiva che risulta impossibile veder
scorrere le immagini senza far tornare la mente indietro. Quello
che immediatamente emerge dal paragone è un differente approccio
espressivo e sicuramente anche d’intenti. Oltretutto, quarant’anni
di distanza tra i due film hanno visto l’evoluzione di un radicale
cambiamento nelle modalità di produzione e realizzazione di un
opera cinematografica.
Anche l’uso di continue
citazioni visive, in momenti di sogno, allucinazione o visione,
aumenta ulteriormente la sensazione di distacco emotivo; per
coglierne alcuni si va dagli scatti Francesca
Woodman alle performance di Marina
Abramović, fino ad arrivare al Pasolini di Salò o
le centoventi giornate di Sodoma.





