Non c’è Cannes senza Wes Anderson
(equazione che si potrebbe anche leggere al contrario). Il cineasta
della geometria estetica non ha infatti perso l’opportunità di
presentare il suo La trama fenicia sulla
Croisette, che lo aveva già visto tra le fila del concorso qualche
anno fa con The
French Dispatch (2021) e Asteroid
City (2023).
Un progetto da annali
Protagonista del film è Anatole
“Zsa-zsa” Korda (Benicio
del Toro), un miliardario detestato e continuamente
preso di mira da tentativi di omicidio. Convinto che la sua fine
sia vicina, sceglie di affidare tutto a Liesl (Mia
Threapleton), la figlia maggiore, una giovane che ha
sempre rifiutato il suo stile di vita e che lui preferisce
apertamente ai suoi altri otto figli, considerati “inutili”. La sua
paternità resta però un mistero, dato che tutte le sue ex mogli
sono morte in circostanze sospette.
Il racconto si articola attraverso
gli incontri tra Korda, Liesl e un entomologo norvegese bizzarro e
divertente di nome Bjorn (Michael Cera), con i
partner coinvolti nel cosiddetto “Phoenician Scheme”, un progetto
industriale globale tanto visionario quanto spietato, che promette
il controllo assoluto su ogni settore economico a costo della
schiavitù dei lavoratori. Il trio si confronta così con una
galleria di personaggi pittoreschi interpretati da celebrità in
gustosi camei: tra gli altri, Willem Dafoe, Scarlett Johansson, Tom Hanks, Bryan Cranston, Riz Ahmed, Jeffrey Wright, Bill Murray (nel ruolo di Dio) e, nel finale,
un intenso Benedict Cumberbatch nei panni
dell’antagonista più temibile.
Gli irresistibili Mia Threapleton
e Michael Cera (e tutti gli altri…)
Mia Threapleton è
la vera stella de La trama fenicia, una ventata di
aria fresca in un parco attoriale ormai fin troppo noto, che riesce
a esimersi dalla nozione di mero cameo andersoniano per raccontare
effettivamente l’evoluzione di un personaggio. È nella sua
evoluzione da suora pia e compita a spalla del padre, anche
affarista e chiaramente più disinibita, che La trama fenicia
dimostra di avere qualcosa da dire. Per certi versi, potrebbe
addirittura essere definito il film più politico di Wes Anderson: è
proprio la ragazza che, riavvicinandosi al padre dopo essere stata
nominata unica erede del suo patrimonio, lo consiglierà e
indirizzerà, tanto dal punto di vista professionale quanto da
quello personale. Il tutto, ovviamente, inquadrato dalla consueta
angolazione ironico-grottesca tipica della filmografia di
Anderson.
Benicio Del Toro, Michael Cera e Mia
Threapleton in La trama fenicia
Spicca inoltre una “new entry” nel
macrocosmo andersoniano, Michael Cera, che si cala
perfettamente nel ruolo di un eccentrico professore che nasconde in
realtà molte identità diverse. Sembra quasi impossibile pensare che
l’attore di Su×bad non fosse stato assoldato dal regista prima
d’ora, perchè risponde in maniera sconcertante all’idea del
personaggio-burattino che abita le narrazioni di Anderson. Il
resto, è una trafila di volti familiari che fanno man mano la loro
comparsa: ci sono Brian Cranston e Tom
Hanks, Scarlett Johansson e Benedict Cumberbatch, tra gli altri.
Ogni attore rappresenta possibili minacce per il grande progetto di
Zsa-zsa, siparietti comici che vanno a rinvigorire ulteriormente il
rapporto tra padre e figlia.
Wes Anderson… a ripetizione
circolare
Lo diciamo subito: anche questa
volta, Wes Anderson fa Wes Anderson. Tradotto in maniera sintetica,
La trama fenicia conquisterà i fan di lunga data del regista e,
molto probabilmente, resterà a debita distanza di sicurezza dai
detrattori o dagli spettatori che non riescono più a distinguere un
guizzo di unicità nelle sue più recenti produzioni. In conferenza
stampa, Anderson ha svelato che lo script originale de La trama
fenicia era molto più oscuro. Ecco, avremmo sicuramente preferito
visionare questa bozza iniziale, perchè i semi di una storia più
radicale e politica ci sono tutti. Purtroppo, ciò che resta è
l’ennesimo esperimento andersoniano autoreferenziale, chiuso nelle
sue intenzioni all’apparenza puramente estetiche e mai realmente
contenutistiche.
Dopo Tu mérites un amour e Bonne
mère, Hafsia Herzi approda per la
prima volta nella competizione ufficiale di Cannes con
La petite
dernière, adattamento cinematografico
dell’omonima opera autobiografica di Fatima Daas. Il film si
inserisce nel solco del coming-of-age contemporaneo, cercando di
restituire con pudore e sincerità il percorso di crescita, scoperta
e affermazione identitaria di una giovane donna musulmana cresciuta
nella banlieue parigina. A interpretarla è Nadia Melliti, alla sua
prima esperienza cinematografica, vera rivelazione del film.
Un’identità in movimento
Fatima è l’ultima di tre
sorelle e vive all’interno di una famiglia tradizionale di origine
algerina. Ha 17 anni, gioca a calcio, frequenta il liceo e sogna di
iscriversi alla facoltà di Filosofia. Ha un fidanzato, ma la sua
vita affettiva è attraversata da una frattura profonda: attratta
dalle ragazze, inizia a esplorare la propria sessualità attraverso
un’app di incontri, fino a conoscere Ji-na (Park
Ji-min), una giovane dottoressa di origini coreane con la
quale intreccia una relazione intensa ma non priva di zone d’ombra.
Ji-na soffre infatti di depressione e l’equilibrio tra le due si
rivela fragile.
Herzi filma tutto questo
con una sensibilità rara, scegliendo di non spettacolarizzare
nulla, quasi come se si limitasse ad osservare con rispetto. Le
scene di intimità, le abluzioni, i pasti familiari e i silenzi sono
trattati con pari attenzione. La regista mostra così la complessità
di un’identità in costruzione che non rinnega le proprie radici
culturali o religiose, ma tenta di ridefinirle a partire
dall’esperienza personale. Fatima partecipa con Ji-na a una
manifestazione dell’orgoglio LGBTQ+, ma non smette di pregare, e
questa convivenza tra elementi apparentemente in conflitto è una
delle chiavi più interessanti della narrazione.
Tra
cinema del reale e sguardo autoriale
La scelta di volti non
professionisti, l’uso costante del primo piano, la durata generosa
delle scene e l’attenzione al linguaggio del corpo richiamano
l’esperienza di Hafsia Herzi come attrice in alcuni film di
Abdellatif Kechiche. Tuttavia, a differenza del regista
franco-tunisino, Herzi sceglie di non indulgere mai nel voyeurismo:
c’è un amore profondo per i personaggi e una volontà sincera di
raccontarli senza giudicarli.
Eppure, proprio questa
delicatezza talvolta sembra limitare la forza narrativa del film.
La seconda parte si fa infatti più didascalica, soprattutto nei
momenti in cui la protagonista si confronta con la comunità lesbica
e il suo attivismo. L’intreccio si appiattisce in alcuni passaggi,
e si ha la sensazione che Herzi voglia dire troppo, con il rischio
di sacrificare la naturalezza che aveva caratterizzato la prima ora
di girato.
Una
promessa ancora in cerca della sua voce più forte
La
petite dernière è un film che affronta temi urgenti – la
fede, la sessualità, il patriarcato, la marginalità – con onestà e
uno sguardo che non cerca lo scandalo, ma l’empatia. È un’opera che
vale per ciò che racconta e per il modo in cui lo fa, ma che
avrebbe forse beneficiato di una maggiore compattezza drammaturgica
e di uno sviluppo più profondo del conflitto interno alla
protagonista.
Nadia Melliti regge con
grande naturalezza il peso del racconto, imponendosi come un volto
da tenere d’occhio nel panorama europeo. Hafsia Herzi, d’altro
canto, conferma di essere una regista sensibile, capace di
ascoltare e restituire con sincerità la complessità dei suoi
personaggi. Tuttavia, resta l’impressione che, rispetto alle sue
precedenti prove, questa terza regia sia meno incisiva, un po’
trattenuta, forse timorosa di osare di più.
Brasile, 1977. In mezzo alla
strada, un cadavere giace abbandonato da ore. Nessuno lo reclama,
la polizia interroga ma non agisce. È da questo dettaglio
disturbante che prende il via O
agente secreto, il nuovo film di Kleber Mendonça Filho,
ambientato nella Recife della dittatura militare, e costruito come
una riflessione a più strati sulla sorveglianza, l’identità e il
peso della storia. Non un film di spionaggio in senso classico,
nonostante il titolo, ma un dramma politico e personale in cui
tutti sembrano avere almeno due nomi, due vite, due versioni dei
fatti.
Un Brasile sotto controllo
Marcelo (Wagner
Moura), ex docente universitario, torna nella sua città
natale per cercare il figlio e, insieme a lui, un documento in
grado di dimostrare l’esistenza della madre, scomparsa nel nulla.
Ma Recife non è un rifugio, bensì un territorio minato, popolato da
militanti, doppi giochi, ex torturatori oggi mercenari e forze
clandestine della resistenza. Braccato da chi lo vuole trasformare
in un “burattino” — come suggerisce la minaccia di perforargli la
bocca — Marcelo si muove tra quartieri, stazioni di polizia, vecchi
cinema e case rifugio, mentre la tensione si fa sempre più
pressante.
Una narrazione a spirale tra
memoria e testimonianza
Mendonça Filho imbastisce una
narrazione labirintica e volutamente discontinua, che alterna
passato e presente, documenti e ricordi, testimonianze e
flashforward: una struttura a spirale, simile a quella di Zodiac di David Fincher, dove il
bisogno di verità si scontra costantemente con il vuoto delle prove
e il rumore del potere. Alcuni decenni dopo, due ricercatrici
universitarie ascoltano le registrazioni dei dialoghi originali:
ciò che vediamo potrebbe essere il frutto delle loro ricerche, o
delle loro ricostruzioni, mai del tutto affidabili.
Come in Retratos Fantasma,
Mendonça torna a riflettere sul ruolo del cinema e della memoria:
le sale d’epoca, le proiezioni dell’epoca, persino Lo squalo di Spielberg diventa parte integrante della
narrazione, tra apparizioni metaforiche (una gamba umana ritrovata
nello stomaco di uno squalo) e inserti da film horror di serie B.
L’atmosfera generale rimanda al miglior cinema politico degli anni
Settanta: paranoia, ambienti notturni, rifugi improvvisati e
sorveglianza costante. Ma non mancano parentesi surreali, momenti
di humour nero e riflessioni emotive sul lutto e la paternità.
Un racconto corale tra luci e
ombre
Wagner Moura regge sulle spalle
gran parte del film, ma il mosaico è popolato da figure secondarie
interessanti: amici, collaboratori, ex guerriglieri, militari
degradati, burocrati corrotti. Non mancano i passaggi violenti,
alcuni molto espliciti, ma ciò che colpisce di più è la dimensione
emotiva e psicologica della persecuzione. “Quante persone stai
aiutando?”, chiede Marcelo a uno dei personaggi. È una domanda che
riecheggia più forte di molte altre, in un film dove le
responsabilità individuali e collettive si fondono e si
confondono.
Il limite principale dell’opera sta
nella sua ampiezza narrativa: O agente secreto cerca di
tenere insieme molti fili — il dramma famigliare, la denuncia
storica, l’indagine sul trauma — ma non sempre ci riesce con
equilibrio. Il risultato è un film pieno di intuizioni forti, ma
anche dispersivo, a tratti ridondante, che accumula significati e
simboli a scapito della coesione.
La serata della quinta giornata del
Festival di Cannes 2025 ha
riservato in tappeto rosso ricco di stelle. Nella stessa serata
sono stati presentati infatti Die My
Love, che ha visto protagonisti Jennifer Lawrence e Robert Pattinson, mentre per
Nouvelle Vague, Richard
Linklater e il suo cast, guidato da Zoey
Deutch, hanno calcato la montee de marches. Ecco le foto
della serata:
«Sono proprio qui davanti, non
riesci solo a vedermi». Con questa frase, pronunciata quasi
sottovoce, Jennifer Lawrence dà voce al nucleo pulsante
di Die, My Love, film di
Lynne Ramsay in concorso a Cannes
78 e tratto dal romanzo Matate, amor di
Ariana Harwicz. È il grido invisibile di una donna
che prova disperatamente a resistere, a non svanire nel silenzio,
nella solitudine e nelle aspettative soffocanti che la circondano.
È lì, davanti agli occhi di tutti, eppure nessuno riesce davvero a
vederla.
Da Madre! all’incubo
psicotico di Lynne Ramsey
La Grace interpretata da Lawrence è
una donna che urla, desidera, consuma e distrugge. Autrice di
romanzi, parte da New York e si trasferisce con il marito (Robert
Pattinson) nella vecchia casa di campagna dello zio, a
pochi chilometri dalla suocera da poco rimasta vedova. Qui, Grace
rimane incinta e, sotto il peso della noia, dell’isolamento e della
depressione post-partum, inizia a cambiare per sempre.
Qui, Lawrence non è più la figura
sacrificale e martoriata di Madre! di
Darren Aronofsky – a cui pure il personaggio
sembra inizialmente rimandare – ma la sua nemesi: non è travolta
dagli eventi, semmai, li travolge. La sua crisi non è quella di chi
implode, ma di chi esplode. È un corpo in rivolta, animale e
famelico, in cerca di un senso attraverso la carne, il sesso, il
suono, la rabbia. In cerca di un’uscita che non esiste.
Non si può scampare a Grace
Lynne Ramsay, qui
in una delle sue prove più viscerali e spietate, firma un film che
non chiede di essere interpretato, ma attraversato. È un’esperienza
che investe sensorialmente lo spettatore, a partire dalla colonna
sonora che fonde country e punk rock, fino alla fotografia sfocata
ai margini, come se la realtà stesse collassando ai bordi dello
schermo. Grace è sempre al centro della scena: ingombrante,
disturbante, affascinante. È lei che determina il ritmo della
narrazione, un ritmo sfasato, sincopato, incapace di trovare una
cadenza stabile.
L’ambientazione è quella di
un’America rurale non ben definita, ma profondamente radicata nel
suo immaginario culturale: una casa isolata nel verde, lontana
dalla città (sappiamo che Grace e Jackson vengono da New York),
immersa in un paesaggio sonoro carico di insetti, motori, silenzi
pieni di tensione. I suoni della campagna diventano rumore mentale.
Un luogo teoricamente pacifico che però vibra di disagio,
diventando uno specchio della mente della protagonista.
C’è un romanzo da scrivere, e Grace
ci prova. Come la protagonista di Nightbitch,
anch’essa madre e autrice in piena crisi di nervi, anche lei lotta
contro una quotidianità che respinge ogni tentativo di creazione e
di comprensione. E mentre cerca di dare forma al proprio pensiero,
la casa attorno a lei si fa sempre più ostile. Una prigione mentale
dove i tentativi di contatto con il marito falliscono
sistematicamente, e dove l’unico confronto realmente significativo
avviene con la madre di lui, in un western psicologico che mette a
confronto anche due generazioni di donne.
Il sesso, inizialmente
onnipresente, urgente, viene via via sostituito da un vuoto che si
allarga. I corpi che si cercano non si trovano più. Il desiderio
lascia spazio alla rabbia, all’insofferenza, all’istinto di fuga.
Grace diventa predatrice in un mondo che le chiede di essere preda.
E lo fa in modo disturbante, feroce, a tratti respingente. Ramsay
non indora la pillola: non c’è empatia da spettatore, non c’è
catarsi. Solo una spirale che non promette risalite.
Che possiamo vivere a lungo… e poi
estinguerci
Le esplosioni emotive di Grace si
fanno sempre più violente e imprevedibili, ma Ramsay non offre mai
una spiegazione. Non tutto ha un’origine rintracciabile, non tutto
ha una cura. Die, My Love è una discesa agli
inferi senza Virgilio, una corsa cieca verso un’uscita che forse
non esiste. Come la sua protagonista, il film pretende di essere
guardato dritto negli occhi, senza filtri. Non si può restare
neutrali: o si entra con lei nel suo inferno infiammato – nel suo “soundcheck infuocato”,
come suggerisce uno dei momenti visivamente più potenti del film –
oppure si rimane fuori, nella stessa casa che ha già consumato e
respinto tutti gli uomini della sua famiglia.
C’è una frase che riecheggia alla
fine, quasi un’implosione nichilista ma lucidissima: «Che
possiamo vivere a lungo… e poi estinguerci». Forse è proprio
questo il senso ultimo del film. Non la speranza, non la rinascita,
ma la resistenza. Una resistenza disperata, violenta, animalesca.
L’urlo di chi non chiede di essere salvato, ma solo riconosciuto.
Anche se per un solo, dannato istante.
Dopo il passaggio nella sezione
parallela Un Certain Regard al Festival di Cannes 2022 con Plan 75, la
regista giapponese Chie Hayakawa porta ora
in concorso sulla Croisette Renoir, coming-of-age
ambientato nella periferia della Tokyo anni ‘80, in cui una
ragazzina si trova a dover fare i conti con l’idea che il padre,
malato terminale, sta per lasciare per sempre lei e la madre.
Il lutto attraverso gli occhi di
una ragazzina
Il padre di Fuki, Keiji, è
gravemente malato e passa continuamente dall’ospedale alla casa. La
madre, Utako, è sopraffatta: deve occuparsi di lui mentre porta
avanti un lavoro a tempo pieno. Intanto Fuki, che ha undici anni,
si rifugia nella propria fantasia. Affascinata dalla telepatia,
inizia a immergersi sempre di più in un mondo immaginario tutto
suo…
Fuki (Yui Suzuki) fa sogni strani e
ha un’immaginazione unica. Nella sequenza iniziale del film la
sentiamo descrivere la sua morte come se fosse già avvenuta, solo
per scoprire più tardi che sta leggendo le righe di un tema
scolastico. Fin da subito, è chiaro che la protagonista di Renoir
ragiona spesso sulla morte perché avverte di avercela già in casa –
dirà addirittura che vorrebbe essere orfana – eppure si tratta
sempre di elaborazioni mentali “lontane”, che non prendono mai di
petto quello che sta effettivamente succedendo nella sua famiglia,
ma lo aggirano esattamente come farebbe una ragazzina sola, a cui
non è stato spiegato nulla e che deve costruire un significato su
misura alla morte.
Ritratto impressionista
Renoir pittore ha ritratto la
giovane Irene Cahen d’Anvers “in un momento di grazia e
spontaneità”, mentre Chie Hayakawa tenta di inquadrare lo sguardo
sul lutto, il territorio insidioso e anche inesplorato della bolla
in cui ci la giovane protagonista si rifugia per non affrontare la
realtà. Fuki non sa bene quale dovrebbe essere la sua reazione di
fronte a una perdita così grave, vede solo quelle degli adulti.
Immersa nella noia e nella solitudine di un’estate di passaggio, la
ragazzina prova ad approcciare svariate vie d’uscita: lo studio
della telepatia, un’amicizia speciale, e anche svaghi decisamente
inappropriati per la sua età, come l’intrattenimento telefonico per
adulti.
Yui Suzuki in Renoir
Purtroppo, pur contando su una
protagonista semplicemente deliziosa, a Renoir manca quella
grandezza del cinema giapponese nel costruire narrazioni potenti
contando su un senso di grande misuratezza. Ci sono echi di
qualcosa di oscuro (in tutto il film ricorre ad esempio l’idea del
pedofilo), ma si tratta di qualcosa di abbozzato per mettere in
risalto la mentalità matura di Fuki rispetto alle “cose da grandi”.
Tuttavia, è proprio in quelle pieghe che si nasconde un grande
film, un macrocosmo a cui purtroppo non abbiamo totale accesso e
che rimane tra i tanti aspetti che suggeriscono un’ipotetica
eccezionalità di Fuki nel reagire e confrontarsi con il mondo.
La scoperta Yui Suzuki
Yui Suzuki è la vera forza di
Renoir: unisce con una trasparenza disarmante il senso di
responsabilità che attraversa Fuki, assieme a quell’ingenuità che
vorrebbe conservare ancora per un po’. Nonostante i limiti del
film, è una protagonista che non dimenticheremo facilmente, che ha
“abbassato” la linea di frontiera tra la vita e la morte,
restituendoci lo sguardo infantile su uno dei temi cardine del
concorso di Cannes 78: l’andarsene per sempre, la resistenza di chi
resta.
Dopo aver prodotto la
miglior serie di fantascienza degli ultimi anni (se non avete avuto
modo di vederla stiamo parlando di Foundation, tratta dal capolavoro
letterario di Isaac Asimov) Apple TV+
ha deciso di affrontare nuovamente il genere con Murderbot, trasposizione in dieci episodi
del romanzo All Systems Red di Martha
Wells – primo capitolo della serie The
Murderbor Diaries. In questo caso però il tono è
diametralmente opposto, in quanto lo show scritto, prodotto e
diretto da Chris e Paul Weitz è nel suo intento primario una
commedia dell’assurdo.
La storia di
Murderbot
Al centro della
vicenda si trova infatti il cyborg denominato SecUnit
(Alexander
Skarsgård), il quale dopo aver hackerato il sistema
che lo costringeva a essere manipolato dagli esseri umani si è
rinominato Murderbot. Per evitare di essere scoperto ed
eliminato, l’androide si finge funzionale e viene spedito a
lavorare come garante della sicurezza di un gruppo di scienziati
approdati su un pianeta sconosciuto e potenzialmente pericoloso.
Incapace di interagire normalmente con gli esseri umani, ai quali
preferisce di gran lunga le soap opera, Murderbot inizia a destare
i sospetti di alcuni dei membri della squadra, in particolar modo
Gurathin (David
Dastmalchian).
Da un’idea di partenza
piuttosto intrigante anche se non propriamente originale – pensiamo
prima di tutto al robot depresso e filosofeggiante di Guida
galattica per autostoppisti – i creators Chris e Paul
Weitz avrebbero potuto trarre uno show decisamente più
coinvolgente. Murdebot fin dall’episodio pilota si
rivela invece un qualcosa che non trova mai un suo vero e proprio
equilibrio, diviso costantemente tra una messa in scena che vuole
rispettare lo sfarzo della fantascienza e un tono scanzonato il
quale non si fonde con l’estetica del prodotto. Quello che avviene
nei vari episodi è francamente poco interessante, anzi appare quasi
un pretesto per regalare momenti di ilarità dovuti alla personalità
sui generis del personaggio principale. La scelta di adoperare
costantemente la voce interiore si rivela azzeccata soltanto in
alcuni momenti, mentre alla lunga risulta un altro ostacolo
all’efficacia della progressione narrativa. Anche se oggettivamente
divertente in alcune sequenze, come ad esempio il primo
interrogatorio tra Gurathin e SecUnit, Murdebot si poggia su
scenette che quasi mai sviluppano reali situazioni, ovvero troppo
poco per costruire una trama quanto meno interessante. La scelta
poi di far durare gli episodi poco più di venti minuti ciascuno non
offre alcuna possibilità di entrare in sintonia emotiva con quello
che accade in ogni capitolo. Quando sembra che qualcosa stia per
accadere, ecco che la puntata termina.
Un cast messo in
difficoltà dalla scrittura
Dovendo lavorare con questo materiale, il cast di attori riesce
soltanto in rarissimi casi a offrire il meglio delle proprie
qualità di interpreti. Sarsgård risulta tutto sommato simpatico
nella sua espressione costantemente attonita, il che funziona in
maniera appropriata al personaggio di Murderbot. Dastmalchian
invece risulta efficace soltanto a corrente alternata, il che
risulta strano visto quanto il caratterista abbia dimostrato di
essere a suo agio quando si tratta di personaggi lontani da una
rappresentazione realistica. Tutti gli altri sono fracmaente
dimenticabili, compresa in Noma Dumezweni solitamente invece capace
di imporsi all’attenzione dello spettatore.
Se si pensa che
Chris e Paul Weitz sono quelli che sfiorarono
l’Oscar per il brioso adattamento di About a Boy – Un
ragazzo da Nick Hornby, diventa
ancora più sconcertante vedere quanto poco interessante sia stato
il loro lavoro su Murderbot. La loro serie proprio
non possiede mordente, non sviluppa caratteri in cui ci si può
identificare né che si ama detestare, e tanto meno offre una trama
avvincente. Se non fosse per alcuni momenti di stralunata ilarità
dovuta ai rapporti complessi tra i personaggi, i vari episodi
scivolerebbero via nella noia più completa. In alcuni momenti
Murderbot diverte, ma nel complesso risulta
un’operazione davvero scialba.
Col senno di poi, è il 2020. La
tagline di Eddington basterebbe da sola a chiarire
l’intento del film di Ari Aster presentato
in concorso a Cannes 78: non solo un ritorno a un anno cruciale, ma
un tentativo di rileggerlo alla luce del presente, con il peso di
ciò che è rimasto, di ciò che è cambiato e di ciò che, troppo
spesso, non abbiamo voluto vedere. Dopo l’esperimento divisivo di
Beau
ha paura, il regista di
Hereditary e Midsommar approda per la prima volta in concorso a
Cannes con un film che abbandona le derive oniriche per affrontare
di petto la realtà, anche se – come vedremo – lo fa con più
ambizione che lucidità.
Un’America a pezzi
Ambientato nell’immaginaria
cittadina di Eddington, nel New Mexico, durante i primi mesi della
pandemia, il film mette in scena lo scontro tra due figure
emblematiche: lo sceriffo Joe Cross (Joaquin
Phoenix), scettico, apatico, emotivamente imploso, e
il sindaco progressista Ted García (Pedro
Pascal), ligio alle regole e determinato a controllare
l’emergenza. Sullo sfondo, una comunità già logorata si frattura
ulteriormente tra paranoie complottiste, estremismi sanitari,
proteste Black Lives Matter e fanatismi religiosi, incarnati anche
dal personaggio interpretato da Austin Butler.
La casa dello sceriffo, dove vivono
sua moglie Louise (Emma
Stone), depressa e dipendente dai guru social, e una
suocera completamente risucchiata dalle teorie cospirazioniste, è
il microcosmo di un’America familiare e inquietante: è lì che Aster
riconduce il suo tema fondante, quello della famiglia come radice
del trauma e specchio di una nazione che implode.
Una costellazione di tensioni
(troppo) note
Eddington non
racconta nulla che non conosciamo già. E in fondo è questo il
punto. Aster non cerca soluzioni, non costruisce visioni
alternative. Non è un film che accompagna lo spettatore alla
comprensione: è una cronaca stonata dell’oggi, una spirale che
confonde invece di chiarire. Come se la realtà – già di per sé
caotica – venisse amplificata fino a farsi caricatura. La satira è
dichiarata, ma il bersaglio resta spesso sfocato. Si deridono tanto
i “woke” e i negazionisti quanto i paladini della correttezza
ideologica. Ma nel tentativo di rappresentare tutti i fronti, si
finisce per svuotare ogni discorso di senso.
Non a caso, verso metà film,
l’ironia cede il passo alla tensione pura, e
Eddington vira verso il thriller psicopolitico:
violenza crescente, paranoia collettiva, e una sequenza – sulle
note di “Firework” di Katy Perry – destinata a
diventare cult, anche se forse troppo calcolata per lasciare il
segno.
Una riflessione fin troppo
disordinata (ma veritiera?)
Ari Aster ha il
merito, raro oggi, di non cercare vie di fuga nel genere. Filma il
presente senza filtri, con telefoni, Zoom, Instagram Live e
notifiche continue che scandiscono la vita dei personaggi. Non c’è
nostalgia, né comfort visivo: la tecnologia è parte integrante
dell’immaginario e dello stile, tanto da diventare quasi invasiva.
Ma in questo caos visivo e narrativo, a tratti insostenibile, si
intravede un’urgenza sincera, anche se irrisolta.
Phoenix regge l’intero film sulle
spalle: il suo Joe Cross, incapace di decidere, sempre in ritardo
sugli eventi, finisce per incarnare l’inefficacia della leadership
contemporanea. A tratti sembra Joker di nuovo, ma privato di scopo
sociale: solo un uomo annientato dal fallimento personale e
collettivo. Emma Stone e Austin Butler sono invece relegati a ruoli
troppo sacrificati per emergere davvero. Ed è un peccato,
considerando quanto entrambi abbiano dimostrato altrove di saper
restituire sfumature in personaggi borderline.
Il confronto mancato con The
Curse (con protagonista Emma Stone)
Nel tentativo di mettere in scena
un’America divisa, nevrotica, post-pandemica,
Eddington sembra avvicinarsi a quella che è,
finora, l’opera più lucida e spietata sull’argomento: The
Curse. La serie ideata da Nathan Fielder
e Benny Safdie e in cui, curiosamente, recita
proprio Emma Stone, riesce là dove il film di Aster
fallisce: prendere un contesto riconoscibile e costruirci sopra un
linguaggio nuovo, capace di raccontare le dinamiche del privilegio,
dell’incomunicabilità e della manipolazione con chirurgica
precisione. A confronto, Eddington appare come una
costosa elaborazione collettiva del trauma, senza la distanza
analitica e la forza formale necessarie per trasformarlo in
racconto. Dove The Curse spinge lo spettatore a mettersi
in discussione, Eddington si limita a riproporre
il caos da cui tenta di emergere.
Diagnosi senza cura
Eddington non è
una grande riflessione sul nostro tempo. Non è nemmeno un film
pienamente riuscito. È piuttosto una constatazione impotente, quasi
disperata, del fatto che la frattura è ormai insanabile. Come dice
una battuta di Sirat, notevole titolo del concorso di
questa Cannes: «È la fine del mondo già da tanto tempo».
Oliver Laxe, tuttavia, sa incorniciare quella fine
con poesia e chiarezza. Ari Aster, invece, finisce
per confonderla ancora di più.
Ma forse anche questo ha un senso.
Forse Eddington va accettato per quello che è: un
film spartiacque, uno dei primi a cercare di raccontare l’America
post-COVID per ciò che è, senza finzioni, senza nostalgia, e senza
alcuna illusione di salvezza. Solo caos, paura e un lungo,
inevitabile silenzio.
Kristen Stewart al suo esordio alla
regia con The Chronology of Water, e
Natalie Portman, protagonista del
nuovo film di Ugo Bienvenu,
Arco, hanno partecipato al photocall in
occasione di Cannes 78. Ecco le immagini:
Joel Edgerton e Diane
Krueger sono le stelle internazionali del photocall di
Cannes 78 per presentare i loro film, The
Plague e Amrum. Con loro,
oltre al cast dei rispettivi film, anche la delegazione
di La Misteriosa Mirada Del Flamenco
e quella di Sirat. Ecco le foto:
La stravagante serie poliziesca
della ABC Will
Trentha riscosso finora un grande
successo in tre stagioni e tornerà anche con una quarta stagione.
Creata per il piccolo schermo da Liz Heldens e Daniel T. Thomsen
(tratta dai romanzi di Karin Slaughter), la serie racconta le
vicende di un agente del Georgia Bureau of Investigation
dall’occhio attento (Ramón Rodríguez). Affrontando alcuni dei casi
più difficili della città di Atlanta, il viaggio di Will alla
ricerca della giustizia lo porta spesso a scontrarsi con la
corruzione all’interno del sistema delle forze dell’ordine. Come se
tutto ciò non bastasse, anche la fidanzata occasionale di Will
(Angela Polaski, interpretata da Erika Christensen) lavora per la
polizia locale.
Dopo aver guadagnato slancio nelle
prime tre stagioni, Will Trent è stata una delle serie di
metà stagione più costanti degli ultimi anni, e si prevede che
continuerà ad esserlo.
Il finale scioccante della terza stagione di Will Trent
ha lasciato le cose in una situazione complicata per la quarta
stagione, con la vita di due personaggi principali in bilico.
Dimostrando che la serie procedurale può crescere, Will
Trent ha aggiunto Yul Vazquez in un “ruolo ricorrente
importante”, e ogni uscita successiva diventa sempre più grande.
Con ancora più colpi di scena all’orizzonte, la ABC ha rinnovato la
quarta stagione di Will Trent.
Ultime notizie sulla quarta
stagione di Will Trent
La ABC ordina una quarta
stagione
Con il popolare poliziesco
rinnovato per un’altra stagione, TVLine conferma che la
quarta stagione di Will Trent debutterà all’inizio del
2026 (via Yahoo!
News). La stagione sarà composta da 18 episodi ininterrotti
(salvo inevitabili interruzioni come i discorsi presidenziali).
Will Trent continuerà ad andare in onda il martedì sera alle
20:00 ET, prima della stagione 8 di The
Rookie, che andrà in onda alle 21:00 ET. Questo approccio
di messa in onda ha “funzionato alla grande” per entrambe le
serie procedurali, e la ABC intende continuare su questa strada nel
2026.
ABC ha anche rinnovato le popolari
serie Grey’s Anatomy e Shifting
Gears.
Will Trent Stagione 4 è
confermata
Will Trent torna per la
stagione 4
Il futuro di Will Trent non
è mai stato davvero in dubbio, e gli sviluppi della stagione 3
hanno dimostrato che ABC era pronta a impegnarsi a lungo termine
(almeno per ora). Ecco perché non è stato particolarmente
sorprendente quando la serie procedurale è stata rinnovata per la
sua quarta stagione nell’aprile 2025, e sembra che Will
Trent stia finalmente diventando uno dei fiori all’occhiello
della rete, insieme a Grey’s Anatomy e alla commedia
Abbott Elementary. Il rinnovo
anticipato è un buon segno che anche la stagione 4 non sarà
l’ultima.
Il finale della terza stagione di
Will Trent è andato in onda il 13 maggio 2025.
Al momento non si sa molto sulla
quarta stagione, ma si prevede che ulteriori dettagli sulla
produzione cominceranno a emergere nel corso dei mesi estivi del
2025. Tuttavia, sappiamo che Will Trent tornerà a metà
stagione (gennaio o febbraio). Anche se di solito è in autunno che
le reti televisive trasmettono i loro programmi più importanti, un
forte ingresso a metà stagione può aiutare a rafforzare la rete
fino all’estate.
Dettagli sul cast della quarta
stagione di Will Trent
Will Trent e Betty torneranno
sul caso
Il cast di Will Trent è
composto da un ensemble numeroso e mutevole, ma i personaggi
principali sono rimasti gli stessi in tutte e tre le stagioni
finora. A guidare lo show nel ruolo dell’agente titolare, Ramón
Rodríguez tornerà nei panni di Will Trent, e non sarà l’unico.
Anche se il suo destino è incerto dopo la sua decisione nella terza
stagione di tenere il bambino avuto da Seth, si prevede che Erika
Christensen riprenderà il ruolo di Angela Polaski in una forma o
nell’altra.
Iantha Richardson interpreta la
partner di lavoro di Will, Faith Mitchell, e probabilmente
rimarranno insieme nella quarta stagione. Tuttavia, il destino di
Sonja Sohn nel ruolo del capo di Will e Faith, Amanda Wagner, e di
Jake McLaughlin nel ruolo del collega di Angie, Michael Ormewood, è
incerto dopo che hanno sfiorato la morte nel finale della terza
stagione. Anche se il cast umano è al centro della serie, dovrebbe
tornare anche l’attore animale Bluebell nel ruolo della chihuahua
di Will, Betty.
Il nuovo arrivato Yul Vazquez è
stato introdotto nella terza stagione nel ruolo dello sceriffo
Caleb e si prevede che continuerà a interpretare il personaggio
anche nella quarta stagione, soprattutto dopo la grande rivelazione
che lo riguarda. Caleb ha esordito come personaggio un po’ malvagio
con un segreto, che si è rivelato essere quello di essere il padre
biologico di Will. Con Will disposto a esplorare un rapporto con
lui, il ruolo di Vazquez dovrebbe ampliarsi nella quarta
stagione.
Dettagli sulla trama della
quarta stagione di Will Trent
Sono previsti altri grandi
colpi di scena
L’entusiasmo per la quarta stagione
di Will Trent è più alto che mai dopo i colpi di scena del
finale della terza stagione. Dopo l’intervento chirurgico
d’urgenza di Amanda, colpita dai Founders Front, il suo destino è
ancora incerto, con gli showrunner di Will Trent che non
danno alcuna garanzia sulla sua sopravvivenza. Anche Ormewood
potrebbe essere in pericolo, dopo il collasso dovuto al suo
tumore.
Non si sa come Angie si inserirà
nella quarta stagione, dato che lei e Seth sono follemente
innamorati ed entusiasti di diventare genitori, ma questo potrebbe
causare dei drammi con Will. Tuttavia, la trama più emozionante del
nostro protagonista sarà il suo rapporto con il padre biologico,
Caleb. Ha accettato di cenare con la famiglia di Caleb e, sebbene
le cose sembrino andare bene tra padre e figlio, c’è ampio spazio
per conflitti tra loro nella
quarta stagione di Will Trent, che sarà
sicuramente avvincente quanto le stagioni precedenti.
Kristen Stewart ha portato sul red
carpet di Cannes 78 il suo primo film da regista,
The Chronology of Water. Con lei anche il suo
cast, formato da Imogen Poots e Thora
Birch.
Mentre il Festival di Cannes 2025 si
prepara a entrare nel suo primo fine settimana, continuano le
sfilate sul red carpet della montee de marches. Tra
ospiti, artisti e film in concorso, ecco le foto dal tappeto rosso
della terza serata del festival.
Continua la parata di star al
Festival di Cannes 2025. Ecco gli
scatti dal photocall della mattina del terzo giorno dell 78°
edizione del festival francese.
Dominik Moll torna a
indagare le zone grigie della giustizia con Dossier
137, presentato in concorso a Cannes 78. Dopo La notte
del 12, premiato e acclamato per il suo rigore narrativo,
il regista francese si misura con un tema altrettanto scottante: le
violenze della polizia e il lavoro degli ispettori dell’IGPN,
l’organismo di controllo interno delle forze dell’ordine.
Un’indagine complessa, spesso scomoda, che porta la protagonista
Stéphanie — interpretata da Léa Drucker — a
interrogare i propri colleghi più che dei veri e propri criminali,
in un clima di ostilità, reticenza e continua messa in
discussione.
Un’indagine dall’interno della
polizia
L’episodio da cui prende avvio il
caso è un fatto di cronaca che ha fatto discutere la Francia:
durante una manifestazione caotica a Parigi, un giovane
manifestante, Guillaume, viene gravemente ferito. I sospetti cadono
subito su un reparto di agenti chiamati a contenere la folla
nonostante fossero palesemente impreparati alla gestione
dell’ordine pubblico: in una delle battute più amare del film, si
dice che abbiano preso i kit anti-sommossa “dal Decathlon”. Mentre
uno dei ragazzi coinvolti finisce in ospedale, l’altro, Rémi, viene
incarcerato: solo lui potrebbe testimoniare ciò che è accaduto
davvero, ma è messo a tacere da un sistema che sembra più
interessato a proteggere se stesso che a scoprire la verità.
Moll costruisce il racconto come
un’indagine che diventa sempre più personale: Stéphanie scopre che
la vittima è originaria di Saint-Dizier, la sua stessa città
natale. Questo dettaglio, apparentemente irrilevante, diventa un
elemento destabilizzante. La protagonista si ritrova sospesa tra il
suo dovere di imparzialità e un legame emotivo che affiora contro
la sua stessa volontà. Il conflitto tra etica professionale e senso
di appartenenza si fa più acuto man mano che l’indagine procede, in
un contesto in cui tutti sembrano avere qualcosa da perdere: la
polizia, l’IGPN, i manifestanti, i familiari.
Tra rigore e testimonianza
Il film mescola fiction e realtà,
ispirandosi a diversi casi realmente accaduti durante le proteste
dei Gilet Gialli nel 2018, e affronta temi che restano scottanti:
il divario tra centro e periferia, la crisi della rappresentanza
politica, la paura del dissenso, la frattura tra cittadini e
istituzioni. Tuttavia, a differenza del precedente lavoro di Moll,
qui la costruzione narrativa appare più didascalica, e spesso
troppo netta nel disegnare le linee tra “buoni” e “cattivi”. I
poliziotti coinvolti sono ostili, omertosi, quasi caricaturali; i
manifestanti e le vittime sono tratteggiati come innocenti puri,
senza zone d’ombra. Manca quella complessità psicologica che
rendeva La notte del 12 così avvincente e disturbante.
Pur con queste semplificazioni, il
film riesce a mantenere una certa tensione, grazie soprattutto alla
struttura d’indagine fatta di testimonianze, immagini di
videosorveglianza, e piccoli dettagli che ricostruiscono — o
distorcono — i fatti. L’uso di video amatoriali, in parte ricreati,
contribuisce a dare un’impronta quasi documentaristica, mentre il
montaggio alternato tra interrogatori, atti legali e scene
domestiche restituisce il senso di una realtà spezzata tra pubblico
e privato, tra ciò che si mostra e ciò che si nasconde.
Léa Drucker, cuore silenzioso del
film
Léa Drucker offre una prova
misurata, precisa, sospesa tra empatia e rigore. Il suo
personaggio, spesso costretto al silenzio, comunica più con gli
sguardi e i microgesti che con i dialoghi. Accanto a lei, Guslagie
Malanda interpreta una testimone chiave con delicatezza e
intensità, portando nel film anche un’eco delle tensioni razziali e
sociali che attraversano le banlieue francesi.
Dossier 137
solleva domande necessarie sul ruolo delle forze dell’ordine e
sulla capacità (o volontà) dello Stato di farsi garante della
giustizia. Ma è anche un’opera meno sfumata di quanto potrebbe
essere, a tratti eccessivamente programmatica. Se Moll voleva far
riflettere, ci riesce. Se voleva turbare, commuovere o mettere
davvero in discussione ogni certezza, questa volta ci arriva solo
in parte. La materia è incandescente, ma il film, pur apprezzabile
per impegno e accuratezza, resta più vicino al “dossier” che
all’opera pienamente compiuta.
Nel 1937, all’apice delle purghe
staliniane, la giustizia diventa un paradosso e la burocrazia si fa
strumento di annientamento. A Cannes 78, il
documentarista Sergei Loznitsa
sceglie di tornare al cinema di finzione per raccontare una storia
dimenticata — o forse mai davvero ascoltata — attraverso
Two Prosecutors, un film rigoroso, crudele e
spietatamente attuale. Tratto dalla novella omonima di
Georgy Demidov, fisico e prigioniero politico del
regime sovietico, il film mette in scena il tentativo, tanto
ingenuo quanto tragico, di cercare la verità in un mondo costruito
per impedirla.
La vera prigione è l’attesa
Il protagonista è Alexander Kornyev
(Aleksandr Kuznetsov), giovane procuratore appena
nominato in una provincia remota. Idealista, preparato,
determinato, Kornyev si imbatte in una lettera proveniente da una
delle tante prigioni dell’URSS: un detenuto accusa l’NKVD di
torture, arresti arbitrari e false confessioni. Mentre centinaia di
richieste simili vengono distrutte ogni giorno, quella lettera —
scritta col sangue — sorprendentemente viene letta. E Kornyev,
anziché ignorarla, decide di agire. Inizia così un viaggio fisico e
mentale tra corridoi chiusi, interrogatori opachi, incontri ambigui
e continui rinvii. A ogni passo si scontra con l’apparato stesso
che dovrebbe rappresentare, mentre il sistema lo guarda con
diffidenza, lo mette alla prova, cerca di farlo desistere. Non è
l’eroe di un thriller, ma il testimone tragico di un fallimento
annunciato.
Loznitsa struttura il film come una
lunga camera di decompressione. La messa in scena è minimalista,
quasi teatrale, dominata da inquadrature fisse, composizioni
simmetriche, ambienti spogli, silenzi pesanti. Ogni scena è
costruita come un duello verbale, ma i dialoghi — spesso reticenti,
circolari, dominati dalla paura — sembrano sempre sfuggire alla
logica. La tensione non è affidata all’azione, ma al vuoto,
all’attesa, alla sensazione che ogni parola detta possa avere
conseguenze devastanti.
Il ritmo volutamente dilatato,
l’assenza di musica e la scelta di colori desaturati contribuiscono
a creare un’atmosfera plumbea, dove lo spettatore viene risucchiato
nella medesima trappola sensoriale e morale in cui si dibatte il
protagonista. La prigione in cui è ambientata buona parte del film
— un ex carcere di Riga costruito nel 1905 e chiuso solo di recente
per condizioni disumane — è più che un set: è un corpo vivo,
impregnato di sofferenza, e la sua fisicità opprime anche quando
non la si vede.
Uno sguardo che inchioda
Two Prosecutors non è il racconto
di una scoperta, ma di una presa di coscienza. A metà narrazione,
quando Kornyev comprende che il sistema stesso si sta richiudendo
su di lui, ogni velleità di giustizia si trasforma in una lenta
agonia morale. Come dichiarato dallo stesso regista, il film è
attraversato dalle ombre di Gogol e Kafka, ma anche dalla
consapevolezza contemporanea che la storia non è affatto finita. Il
film è ambientato nel 1937, ma parla con chiarezza al presente:
mostra come i sistemi autoritari distruggano i loro stessi ideali,
divorando i “veri credenti”, come Kornyev. Lo fa senza moralismi né
didascalie, lasciando che sia la forma stessa del film a incarnare
l’oppressione.
A completare il quadro c’è un cast
corale, internazionale, composto da attori provenienti da Lituania,
Lettonia, Israele e altri paesi dell’ex blocco sovietico, molti dei
quali hanno lasciato la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. La
loro partecipazione non è solo una scelta artistica, ma anche una
testimonianza di resistenza culturale e politica. La fotografia di
Oleg Mutu, già collaboratore di Loznitsa in diversi film, è
rigorosa fino all’astrazione. Nessuna camera a mano, nessun
movimento: solo l’immobilità di uno sguardo che osserva, inchioda,
documenta.
Two Prosecutors
non è un film per tutti. Richiede pazienza, attenzione,
disponibilità al silenzio e alla complessità. Ma è proprio in
questa scelta radicale — nella rinuncia a ogni scorciatoia
narrativa o emotiva — che risiede la sua forza. Loznitsa ci mette
di fronte a un interrogativo che, oggi più che mai, non possiamo
evitare: quanto siamo davvero liberi di parlare, di agire, di
comprendere ciò che ci accade? E cosa accade quando il linguaggio
stesso viene sequestrato dal potere?
Dopo la vetrina europea
del Festival di
Berlino,Paternal Leave, l’esordio alla regia
dell’attrice tedesca Alissa Jung ha trovato nuova
conferma con l’inserimento nel cartellone ufficiale di Open Roads,
la rassegna di cinema italiano contemporaneo della Society of
Lincoln Center a New York. Una nuova e prestigiosa passerella
internazionale che testimonia la qualità artistica di una
produzione che rispecchia le molte influenze con cui è stata
realizzata.
La storia di Paternal
Leave
La protagonista di
Paternal Leave è l’adolescente Leo (Juli
Grabenhenrich), la quale di punto in bianco lascia la
Germania per recarsi sulla costa marittima del Nord Italia, dove
vive suo padre biologico Paolo (Luca
Marinelli) che non ha mai conosciuto. Sorpreso dalla
visita inaspettata, l’uomo fatica non poco a inserire la giovane
figlia in una vita che lui stesso non è ancora pienamente riuscito
a sistemare, dovendo anche fare i conti con la frustrazione e la
rabbia repressa. Sia in Leo che, come capirà, in lui stesso.
La qualità migliore di
questo primo lungometraggio dietro la macchina da presa della Jung
sta nell’attenzione al tono del racconto, il quale evita
costantemente lo scivolamento nel melodramma ostentato.
Paternal Leave viene costruito sequenza dopo sequenza
lavorando con efficacia sull’equilibrio metaforico tra le
ambientazioni e lo stato psicologico ed emotivo dei personaggi, in
particolar modo i due protagonisti. Dal momento che non si tratta
di una storia che cerca nell’originalità il suo motivo fondante di
racconto, la modalità con cui viene sviluppata ed espressa diventa
allora il lato più importante, e la Jung dimostra di saperlo
gestire con sicurezza: le spiagge malinconiche e semideserte, il
paesino di provincia dove poco o nulla accade nelle stagioni
maggiormente fredde, rappresentano il luogo perfetto per esternare
lo stato di stasi in cui, per motivi diversi se non opposti, Paolo
e Leo si trovano. Anche il non saper parlare l’uno la lingua
dell’altre, il dover adoperare come primo tentativo un linguaggio
“altro” insieme a quello che il corpo e il volto nonostante tutto
esprimono, è un’idea di sceneggiatura che funziona pienamente
nell’esprimere il distacco esistenziale, la difficoltà nel
tentativo di avvicinarsi. Cosa che invece può avvenire
principalmente con un atto di gentilezza o un sorriso, come avviene
tra Leo ed Edoardo.
Questo per raccontare
che sotto la superficie pacata, mai urlata di questo racconto si
celano invece psicologie ed animi ricchi di contrasti: il dolore
sorpreso di Leo lo si deve andare a cercare dietro le piccole ma
pungenti frecciate che lancia costantemente prima al padre e poi
agli altri uomini che incontra. Allo stesso modo gli occhi sempre
penetranti di Marinelli riescono a esprimere pienamente lo
scoraggiamento di Paolo, incapace di fare i conti col suo passato,
paralizzato (come lo stesso personaggio più volte confessa) nelle
relazioni con l’altro sesso che possano veramente contare. I duetti
tra la Grabenhenrich e l’attore italiano sono quasi sempre preziosi
per quello che esprimono quasi in contrasto con i dialoghi, fino
allo “showdown” emozionale che è giustamente frettoloso, quasi
violento a livello emotivo, e rompe il ghiaccio tra padre e figlia
ma senza veramente risanare un rapporto ancora sconosciuto, e non
poteva essere altrimenti. La Jung segue un percorso narrativo
conosciuto ma non lo adopera per arrivare a una conclusione
retorica e falsamente allietante: quando salutiamo Leo e Paolo alla
fine di Paternal Leave, il loro percorso di scoperta, di
accettazione soprattutto dei propri rispettivi ruoli, è appena
iniziato. E questo rende il film più vero.
Anche se si potrebbe
obiettare che quello di Alissa Jung è in fondo un
film “già visto”, la lucidità dell’esposizione e la compostezza del
tono del racconto costituiscono quel qualcosa in più che rende
Paternal Leave un lungometraggio denso di sostanza emotiva. Un buon
esordio che racconta di una convivenza tanto “forzata” quanto
necessaria. Per Leo che la ricerca ma senza dubbio anche per Paolo
che deve accettarla.
Se sei un fan dei K-drama e
non hai ancora visto When Life Gives You
Tangerines, allora questo è il tuo segno. La
serie Quando la vita ti dà mandarini, guidata daIU e Park Bo
Gum, è il
drama “It” di questa stagione. Non solo è attualmente al primo
posto su Netflix,
ma è anche ovunque sui nostri social media, con gli spettatori che
continuano a condividere le loro emozioni e reazioni a ogni
episodio.
Il vero significato del
titolo “Quando la vita ti dà i mandarini”
Un
dramma di vita quotidiana che segue la tenace Ae-sun e il devoto
Gwan-sik mentre attraversano insieme la vita nell’arco di oltre 60
anni. Mentre Ae-sun desidera fuggire dalla sua povera vita
sull’isola e diventare una poetessa, Gwan-sik non desidera altro
che starle accanto e aiutarla a realizzare i suoi sogni. Quello che
ne otteniamo è una storia d’amore generazionale che si estende fino
a mostrare anche la vita dei loro futuri figli.
Essendo ambientata a Jeju, il
titolo della serie trae spunto dall’espressione dialettale di Jeju
“Pokssak Sogatsuda”, che si traduce letteralmente in “Hai lavorato
sodo”. Invece di usare la frase tradotta per il titolo inglese,
Netflix ha scelto di catturare l’essenza della serie
con un’espressione più familiare, che potesse facilmente trovare
riscontro nel suo pubblico globale.
Conosciamo tutti il vecchio
adagio “Quando la vita ti dà limoni, fai una limonata”. Da qui, il
titolo del drama è diventato “When Life Gives You
Tangerines” per trasmettere il messaggio di
rimanere positivi e resilienti di fronte alle avversità. Un
articolo del Korea Timesspiega che “tangerines” è stato
utilizzato al posto dell’originale “lemons” in omaggio al luogo
delle riprese della serie, Jeju, e alla sua abbondanza di
piantagioni di mandarini.
In una
conferenza stampa, IU ha ulteriormente approfondito il significato
del titolo inglese, affermando: “Anche se la vita ci presenta dei
mandarini aspri, trasformiamoli in dolce marmellata e assaporiamo
una calda tazza di tè al mandarino”.
Altre traduzioni straniere
di When Life Gives You
Tangerines hanno seguito la stessa strada
per evocare il cuore dello spettacolo. In tailandese, si
intitola Let’s
Smile Even on Days When Tangerines Aren’t Sweet (Sorridiamo anche
nei giorni in cui i mandarini non sono
dolci) , mentre a Taiwan, si può
trovare in un’espressione idiomatica cinese che, tradotta e con un
tocco di Jeju, risulta in Bitterness Ends,
Tangerines Come (L’amarezza finisce, i mandarini
arrivano).
Il giovane regista franco-spagnolo
Oliver Laxe è arrivato sulla Croisette e ha
trasformato il Festival di Cannes in un rave party. Dopo
aver presentato i suoi precedenti tre lungometraggi in sezioni
parallele della prestigiosa kermesse, approda ora nel concorso
ufficiale con Sirât, già uno dei film più politici
e radicali dell’anno, forte di una poetica personalissima e che
parla a gran voce del nostro presente.
Il road movie più atipico
dell’anno
Luìs (Sergi Lopez)
e il figlio Esteban (Bruno Núñez Arjona) stanno
cercando la figlia Mar tra i rave party del deserto marocchino: da
5 mesi non ne hanno più notizie, ma sanno che la giovane potrebbe
trovarsi in questi territori. Laxe ci immerge subito in una sorta
di rilettura di Climax di Gaspar Noè nelle distese
desertiche. Insiste con inquadrature sui partecipanti del rave, per
farci pensare che tra questi volti possa proprio nascondersi Mar.
Un gruppo di individui alquanto bizzarri gli dice che la ragazza
potrebbe trovarsi a una festa più avanti, alla quale forse si
uniranno anche loro. All’improvviso, irrompono però plotoni di
soldati che dichiarano uno stato di emergenza, ordinando a tutti i
cittadini dell’EU di salire immediatamente sui loro veicoli e
abbandonare il posto. A quanto pare, una guerra è esplosa nel corso
della notte. La situazione socio-politica non verrà mai definita
nei dettagli da Laxe, così come non sappiamo esattamente come i
protagonisti si posizionino nei confronti di questa tragedia:
stanno scappando? Sono profughi? L’avventura che inizia apre a
molteplici interpretazioni.
A questo punto, i raver incontrati
poco prima da Luìs ed Esteban sterzano violentemente, decisi a
proseguire la loro danza nel deserto. Padre e figlio, per niente
equipaggiati, li seguono nella speranza che possano effettivamente
condurli dalla figlia scomparsa. Il gruppo suggerisce all’uomo –
padre di famiglia nel senso più comune e “bonario” del termine
– che dovrà adattarsi al deserto se vuole seguirli, ma
percepiamo fin da subito che non è l’habitat naturale di questa
famiglia spagnola e che qualcosa dovrà per forza succedere. Per
sopravvivere, dovranno iniziare a collaborare e condividere le
risorse disponibili, anche se il padre si mostra piuttosto restio.
Dopo una serie di eventi tragici, tuttavia, sarà costretto ad
abbracciare il loro concetto di famiglia e una nuova forma di
esistenza.
È la fine del mondo già da troppo
tempo
Il film di Oliver
Laxe inizia con una didascalia volta a spiegare
nell’immediato il significato del termine sirat: ‘ponte’, ma anche
‘via’ che, nella religione islamica, collega l’inferno al paradiso.Tuttavia, il titolo effettivo del
film compare su schermo solo a venti minuti inoltrati di visione,
stagliandosi sopra le macchine roboanti in moto. Il senso di
Sirât è proprio quello di un viaggio, di chi anima
questo deserto, i protagonisti di un Mad Max sotto acidi
da cui è impossibile distogliere lo sguardo.
Loro sono Richard
Bellamy, Stefania Gadda, Joshua
Liam Henderson, Tonin Janvier,
Jade Oukid: non attori professionisti, ma gente
che viene dalla controcultura, immersi in spazi di esistenza che
Laxe tenta finemente di catturare. Un gruppo di personaggi che
sembrano prelevati da una favola, con corpi diversi e impossibili
da etichettare, che riproducono al meglio il concetto di
un’esistenza indefinibile.
Tra thriller e riflessione su una
nuova via per esistere
La genialità di Laxe sta nel fatto
che non solo infonde la narrazione di un senso di sospensione
immanente, ma riesce a costruire anche un thriller tesissimo,
perfino insostenibile, quasi a voler proprio ricalcare il
significato del termine sirat, un passaggio talmente sottile e
tagliente come una lama. Ai rumori roboanti dei fuoristrada si
sostituisce poi man mano il silenzio. Sirât ci
lascia così a riflettere su una nuova modalità di esistenza, un
ritrovato rapporto con la natura che può fagocitarci da un momento
all’altro. Il deserto diventa uno spazio pre fine del mondo ma, in
fondo, tutto è già finito. E allora, non resta che danzare.
Gli episodi finali di Andor –
Stagione 2 presentano molteplici legami e connessioni
con Rogue One e la galassia di Star
Wars. Preparando il terreno per gli eventi del film di
Gareth Edwards e la Battaglia di Scarif, gli
episodi finali di Andor
sono tra i capitoli più intensi ed emozionanti della serie.
Inoltre, presentano numerosi riferimenti e spunti chiave per
l’iconico film.
Dopo il Massacro di Ghorman
nel 2 BBY e l’estrazione di Mon Mothma negli episodi 7-9 di
Andor –
Stagione 2, gli episodi finali si svolgono un anno
dopo, nell’1 BBY. Si tratta dello stesso anno degli eventi di
Rogue One. Tenendo
presente questo, ecco i più grandi e migliori Easter egg,
riferimenti e connessioni che abbiamo trovato negli episodi 10-12
della seconda stagione di Andor.
Gli Easter Eggs di Andor – Stagione 2
Partigiani a Jedha.
L’ultima resistenza di Saw – Il supervisore dell’ISB Jung
conferma a Luthen che l’Impero sa che i Partigiani di Saw sono su
Jedha.
Carburante da Ghorman. E
Kyber da Jedha – Sebbene la kalkite di Ghorman fosse
effettivamente necessaria per il progetto della Morte Nera,
l’Impero ora si è dedicato anche all’estrazione del kyber da Jedha,
collegandosi agli eventi di Rogue One.
Loth Cat. Un classico
animale domestico di Star Wars – Quando viene rivelato che
Jung è stato ucciso da Luthen, si vede un passante nelle vicinanze
con un Loth-Cat come animale domestico.
Galen Erso. Un architetto
chiave della Morte Nera (e un ribelle segreto) – Galen
Erso di Rogue One e il laboratorio su Eadu sono confermati come
parte delle informazioni fornite da Jung a Luthen.
Scarif. In possesso di dati
top secret (e della Morte Nera) – Anche Scarif fa parte
delle informazioni, il mondo imperiale che detiene tutti i piani e
i dati per i progetti più top secret dell’Impero (così come la
Morte Nera stessa durante le fasi finali del progetto).
L’uccisione di Jung da
parte di Luthen rispecchia le scene iniziali di Rogue One. Cassian
uccide Tivik – L’uccisione del suo informatore dell’ISB
rispecchia l’uccisione del suo informatore Tivik da parte di
Cassian Andor all’inizio di Rogue One.
Kalikori. Un collegamento
con Star Wars Rebels – Nella galleria di Luthen si può
ammirare un Kalikori Twi’lek, una reliquia storica che rappresenta
la storia di un clan familiare (apparsa per la prima volta in Star
Wars: Rebels).
Sanguinatore Nautolano. Un
omaggio alla specie di Kit Fisto – Luthen mostra a Dedra
Meero un raro coltello sanguinante Nautolano. Uno dei Nautolani più
noti di Star Wars è il Maestro Jedi Kit Fisto.
Unità Starpath Imperiale
d’epoca. Un richiamo alla première della prima stagione di Andor
– L’unità Starpath di Dedra è lo stesso dispositivo rubato
a Steergard che ha attirato l’attenzione di Luthen e Cassian nella
prima stagione di Andor.
Teschio Gungan. Spremimi?
– Un teschio vicino a uno dei copricapi nubiani nella
galleria di Luthen assomiglia incredibilmente a quello di un
Gungan, con i segni cerimoniali in oro incisi sull’osso.
Le origini di Luthen.
Sergente Lear – I flashback rivelano che Luthen Real un
tempo era un sergente della Fanteria Imperiale di nome Lear.
L’Ospedale Lina Soh.
Cancelliere dell’Alta Repubblica – L’ospedale
nell’episodio 10 della seconda stagione di Andor prende il nome
dall’ex Cancelliere Lina Soh dell’Alta Repubblica (tradotto
dall’Aurebesh).
Collana della Vittoria
Devaroniana. Una specie classica di Star Wars – Ulteriori
flashback di Luthen e Kleya li mostrano mentre vendono una collana
della vittoria Devaroniana. Tra i Devaroniani più noti ci sono il
Vizago di Rebels e il Burg di The Mandalorian. I Devaroniani sono stati
visti per la prima volta nella scena canina di Una Nuova
Speranza.
Un bombardamento su Naboo.
“È un bel posto” – Viene rivelato che Luthen e Kleya una
volta bombardarono un ponte pieno di Imperiali. A giudicare
dall’architettura e dall’abbigliamento dei civili nelle vicinanze,
sembra proprio che questo pianeta fosse Naboo.
“Fallo”. Sfuggiremo mai al
meme? – Mettendo alla prova Kleya con l’innesco della
bomba, Luthen le urla di “fallo”. Siamo in Star Wars, quindi viene
in mente il Cancelliere Palpatine de La vendetta dei Sith.
“Chi altro lo sa?”. Un
parallelo chiave con Rogue One – Titolo dell’episodio 11
della seconda stagione di Andor e domanda principale che Krennic
pone a Dedra sulla Morte Nera, questa è anche la domanda chiave che
Cassian pone a Tivik in Rogue One.
“Di’ la parola”. L’arma più
potente dell’Impero ha finalmente un nome – Dedra
pronuncia finalmente il nome “Morte Nera” su suggerimento del
Direttore Krennic, la prima volta che la designazione ufficiale
della stazione da battaglia viene pronunciata ad alta voce in
Andor.
“Five Fives”. La versione
di Star Wars dei Dadi dei Pirati? – La partita di Cassian
e Melshi con K-2SO assomiglia notevolmente ai Dadi dei Pirati di
Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere fantasma, che per
coincidenza vedeva Stellan Skarsgård di Luthen nei panni di
Bootstrap Bill Turner.
“Risparmia il sermone per
Palpatine”. Le cose non vanno bene per Krennic – Il
Maggiore Partagaz ricorda a Krennic che non è lui quello a cui il
Direttore deve trovare scuse per i ritardi della Morte Nera, il che
si collega alle note pressioni a cui Krennic era sottoposto da
Palpatine e dal Gran Moff Tarkin per fornire una stazione da
battaglia operativa.
K-2SO a una parata
imperiale. Giorno dell’Impero? – Kaytoo rivela di aver
partecipato a una parata tra 200 droidi KX l’ultima volta che è
stato su Coruscant, e che l’Imperatore era presente. Probabilmente
si trattava di una celebrazione del Giorno dell’Impero, una
festività annuale che celebra l’alba dell’Impero Galattico. Dopo la
fine delle Guerre dei Cloni.
L’eredità di Luthen. Non
gradito dall’Alleanza – A causa della sua mancanza di
collaborazione, della sua rete di bugie e della sua paranoia,
Luthen Rael era visto dall’Alleanza tanto male quanto Saw Gerrera,
nonostante avesse fornito le basi fondamentali per le sue
origini.
K-2SO ottiene una scena in
corridoio. Salvare la situazione rispecchiando Rogue One –
Non diversamente dalla scena in corridoio di Darth Vader alla fine
di Rogue One, K-2SO ottiene la sua epica battaglia in corridoio
contro una squadra di agenti tattici dell’ISB per salvare Andor,
Melshi e Kleya.
Pao. Un memorabile ribelle
di Rogue One – Durante il trambusto della base
dell’Alleanza su Yavin, si può vedere Paodok’Draba’Takat
Sap’De’Rekti Nik’Linke’Ti’ Ki’Vef’Nik’NeSevef’Li’Kek di Rogue One,
alias “Pao”, camminare nell’hangar: è un Drabatan maschio che si è
unito alla squadra d’assalto di Scarif.
Mon, Bail e Saw. Il trio
all’alba della ribellione – Proprio come quando il trio si
incontrò canonicamente all’alba dell’Impero nel romanzo La maschera
della paura, Mon Mothma e Bail Organa cercano di contattare Saw
tramite ologramma offrendogli aiuto, solo per vedere il paranoico
leader partigiano rifiutare il loro aiuto nonostante l’arrivo di
uno Star Destroyer imperiale su Jedha.
Diversi stili di Rogue One.
Andor si avvicina a Rogue One – Diversi personaggi degli
episodi finali della seconda stagione di Andor (Bail Organa, Mon
Mothma, il Generale Draven) ora hanno gli stessi costumi e
acconciature di Rogue One, a dimostrazione dell’imminenza degli
eventi del film del 2016.
Ammiraglio Raddus. Un
grande eroe di Rogue One – L’Ammiraglio Raddus appare
nell’episodio finale della seconda stagione di Andor, il comandante
della Ribellione che dà la vita durante la Battaglia di Scarif per
assicurarsi che i piani della Morte Nera arrivino alla Principessa
Leia. In Gli Ultimi Jedi, una delle navi ammiraglie della
Resistenza prende il suo nome.
“Una nave rubata in
missione non autorizzata”. Non è la prima, né l’ultima volta…
– Questa non è la prima né l’ultima volta che Cassian vola
su un U-Wing contro gli ordini, anche se la prossima volta che lo
farà in Rogue One sarà ovviamente la più importante, garantendo la
sopravvivenza e le possibilità di vittoria della Ribellione,
fornendo loro i piani della Morte Nera.
Generale Merrick. Leader
dello Squadrone Blu – Il Generale Merrick di Rogue One è
menzionato da Raddus, un altro membro dell’Alto Consiglio
dell’Alleanza e leader dello Squadrone Blu, una delle squadre che
si trovava in orbita durante la Battaglia di Scarif.
Senatori di Rogue One.
Jebel e Pamlo si uniscono all’Alto Comando dell’Alleanza –
I senatori Jebel e Pamlo compaiono nell’episodio 12 della seconda
stagione di Andor, gli altri membri dell’Alto Comando dell’Alleanza
che hanno debuttato in Rogue One del 2016.
Tivik su Kafrene. Il
debutto di Cassian in Rogue One – Informatore di Cassian e
uno dei Partigiani di Saw Gerrera, Tivik si rivela aver telefonato
a Yavin con informazioni che condividerà solo con Andor sull’Anello
di Kafrene, il che si collega alla scena iniziale di Rogue One,
dove Cassian conferma le informazioni sulla nuova superarma
dell’Impero e su Galen Erso.
Brinda ai Caduti.
Ricordando Aldhani, Ferrix, Ghorman e altri – Prima che
Andor parta per Kafrene, Cassian e Vel brindano a coloro che sono
caduti per la causa nelle stagioni 1 e 2 di Andor: Luthen, Gorn,
Nemik, Taramyn, Cinta, i Ghorman, Ferrix, Maarva e i Dhani.
Manifesto di Nemik. “La
Maschera della Paura” – Viene rivelato che il manifesto di
Nemik si è diffuso in tutta la galassia di Star Wars, e persino il
Maggiore Partagaz possiede una registrazione in cui ascolta le
parole del giovane Ribelle su come “La frontiera della Ribellione
sia ovunque”, “La tirannia richiede uno sforzo costante” e che
“L’oppressione è la Maschera della Paura”. Ispirata dal manifesto,
la Lucasfilm ha recentemente pubblicato un romanzo canonico
intitolato “La Maschera della Paura”, ambientato durante i primi
giorni dell’Impero.
“Andare giù a suon di
pugni”. Uno degli ultimi ordini di Bail Organa –
Nonostante i suoi dubbi tristemente ironici sulla Morte Nera,
considerando l’imminente distruzione sua e di Alderaan da parte del
superlaser della stazione da battaglia, Bail Organa approva la
missione di Cassian Rogue One nell’Anello di Kafrene, volendo
“andare giù a suon di pugni” contro l’Impero.
Andor indossa il costume di
Rogue One. Cassian è pronto per Rogue One – Proprio come i
personaggi precedenti nell’episodio finale della seconda stagione
di Andor, Cassian indossa la stessa giacca, la stessa fondina e la
stessa pistola che indossava nel suo debutto in Rogue One.
Dedra in prigione.
Imprigionata su Narkina? – Non diversamente da Cassian e
dal suo periodo su Narkina 5, Dedra Meero viene mostrata in una
prigione imperiale molto simile, con la stessa uniforme bianca e
arancione.
Saw su Jedha. Gerrera è
pronto per Rogue One – Saw è mostrato mentre guarda fuori
da una finestra dalla sua base operativa su Jedha, rispecchiando
un’inquadratura simile di Rogue One.
Krennic supervisiona la
Morte Nera. I test sono pronti per iniziare – Krennic è
anche mostrato mentre supervisiona le fasi finali della costruzione
della Morte Nera, un’altra inquadratura parallela a quella vista in
Rogue One.
Bix con il suo bambino a
Mina Rau. Il figlio segreto di Cassian – Bix Caleen è
tornata a Mina Rau, il mondo agricolo visto nei primi episodi della
seconda stagione di Andor. Nella scena finale che conclude l’epica
serie di Star Wars, Bix tiene in braccio un bambino il cui padre è
senza dubbio quello di Cassian Andor, il che significa che Cassian
non ha mai conosciuto la famiglia che lo circonda.
lo aveva aspettato prima che si sacrificasse in Rogue
One.
Senza
Rimorso (Tom Clancy’s Without Remorse) ha una
scena a metà dei titoli di coda che prepara il terreno per un
sequel, Rainbow Six. Tratto dal romanzo di Tom Clancy,
Without Remorse vede Michael B. Jordan nei panni del Senior Chief
John Kelly, un membro d’élite dei Navy SEAL che è uno dei
personaggi più popolari dell’universo di Jack Ryan di Tom Clancy. Without Remorse è la
storia delle origini di John Kelly, che riporta il pericoloso
agente operativo nell’attuale tumultuoso scenario geopolitico.
Dopo che Kelly e la sua squadra
SEAL, sotto il comando del tenente comandante Karen Greer (Jodie Turner-Smith), salvano un agente
della CIA da ex soldati russi in Siria, la famiglia di John e i
membri della sua unità vengono presi di mira per essere
assassinati. La moglie incinta di Kelly, Pam (Lauren London), viene
uccisa, spingendo John in una spirale di vendetta. Kelly scopre che
un russo di nome Victor Rykov (Brett Gelman) ha guidato l’attacco
alla sua casa. Con il supporto dell’agente della CIA Robert Ritter
(Jamie Bell) e del Segretario alla Difesa Thomas Clay (Guy Pearce),
Kelly e Greer guidano una missione a Murmansk, in Russia, per
estrarre Rykov. Tuttavia, cadono in una trappola e riescono a
malapena a scappare. Kelly poi mette insieme i pezzi del puzzle e
capisce che il segretario Clay era la mente dietro tutto questo e
che stava cercando di provocare una nuova guerra tra gli Stati
Uniti e la Russia. Kelly rapisce Clay e lo costringe a confessare
prima di assicurarsi la morte del segretario. Ma Kelly viene dato
per morto in azione in Russia, quindi diventa “un fantasma”
e la CIA procura una nuova identità al Navy SEAL ribelle: John
Clark.
La scena a metà dei titoli di coda
di Without Remorse si svolge un anno dopo, quando Robert
Ritter incontra John Clark nei pressi del Washington Memorial.
Ritter ha usato la confessione estorta da John al segretario Clay
per smascherarne la corruzione e sfruttarla per diventare il nuovo
direttore della CIA. Dopo che Clark si è congratulato con Ritter
per la sua promozione, gli ha presentato la sua nuova idea per
impedire che ciò che ha fatto Clay si ripeta:
“una squadra antiterrorismo
multinazionale composta da personale statunitense, britannico e
NATO selezionato con cura, con il pieno sostegno dei servizi
segreti nazionali”. Clark vuole che la sua nuova squadra abbia il
nome in codice Rainbow per motivi “personali” e, naturalmente,
vuole dirigerla e presentare la sua idea al presidente. Questo è un
preludio diretto al sequel, Rainbow Six.
Michael B. Jordan ha firmato per due film
in cui interpreta John Kelly/Clark e Rainbow Six è sempre
stato il sequel previsto. Il piano del produttore Akiva Goldsman
era quello di utilizzare Without Remorse per presentare le
origini di John Kelly e la sua trasformazione in John Clark, che
avrebbe portato direttamente a Rainbow Six. Il sequel
avrebbe adattato il romanzo Rainbow Six di Tom Clancy del
1998, che ha avuto spin-off e adattamenti per videogiochi.
Rainbow Six avrebbe continuato la serie di film su John
Clark incentrati su una squadra antiterroristica multinazionale che
sventa complotti contro gli Stati Uniti, mentre i romanzi di Jack
Ryan erano più incentrati sulla politica nazionale, anche se sia i
film di Jack Ryan che la serie Amazon Jack Ryan con
John Krasinski coinvolgono complotti
terroristici e Ryan in azione.
Ci vorranno alcuni anni prima che
Rainbow Six arrivi nei cinema (o su Amazon Prime, come ha
fatto Without Remorse). È anche troppo presto per dire
quanto Rainbow Six sarà fedele al libro di Tom Clancy, anche
se è probabile che si discosterà in modo significativo dal
materiale originale, come ha fatto Without Remorse. I punti
di forza di Without Remorse erano l’attenzione
all’azione mozzafiato e l’interpretazione intensamente viscerale di
Michael B. Jordan nei panni di John Kelly, quindi ci si può
aspettare che Rainbow Six aumenti l’azione ora che John
Clark sarà circondato dalla sua squadra appositamente selezionata
nel sequel.
Senza rimorso (Without
Remorse) termina con il capo dei Navy SEAL John Kelly
(Michael
B. Jordan) che scopre chi c’è dietro una cospirazione
internazionale volta a scatenare una guerra tra Stati Uniti e
Russia. Di conseguenza, John Kelly “muore” e assume la nuova
identità di John Clark, diventando un agente segreto della Central
Intelligence Agency. Diretto da Stefano Sollima, Senza rimorso
(Without Remorse)è basato sul romanzo di
Tom Clancy del 1993, ma il film è un reboot e racconta le origini
di John Kelly/Clark nell’universo cinematografico di Jack Ryan.
Il terzo atto di Senza
rimorso (Without Remorse,
la nostra recensione) è una sparatoria
ultraviolenta a Murmansk, in Russia, dove l’obiettivo di John
Kelly, Victor Rykov (Brett Gelman), rivela che entrambi sono stati
usati come pedine nella cospirazione che ha avuto origine a
Washington D.C. Rykov si suicida come previsto, costringendo Kelly
e la sua squadra, tra cui il tenente comandante Karen Greer
(Jodie Turner-Smith), a ingaggiare uno
scontro a fuoco con la polizia russa. Kelly è riuscito a creare un
diversivo che ha permesso a Greer e alla squadra di recupero di
fuggire, mentre John, ferito, ha dovuto combattere per uscire dal
condominio e raggiungere il punto di incontro. Dopo che tutti sono
riusciti a mettersi in salvo, Kelly ha capito che l’agente della
CIA Robert Ritter (Jamie Bell), che aveva sospettato per tutto il
film, non era affatto suo nemico. Ritter ha quindi organizzato una
copertura secondo cui Kelly sarebbe morto in Russia, in modo che
John potesse tornare a Washington e affrontare il vero mandante del
complotto: il segretario alla Difesa Thomas Clay (Guy Pearce).
Pur portando il marchio di fabbrica
di Tom Clancy e Jack Ryan in fatto di geopolitica e intrighi
internazionali, Senza rimorso (Without Remorse) è molto
più incentrato su scene d’azione violente e spietate. La trama
banale del film passa in secondo piano rispetto alle sparatorie e
alle scazzottate in cui John Kelly subisce (e infligge) punizioni
disumane nella sua ricerca della verità.
Di conseguenza, la maggior parte
della cospirazione di Senza rimorso (Without
Remorse) viene spiegata dai personaggi alla fine del
film e, sebbene la trama non sia complessa o completamente
sviluppata, presenta idee intriganti che spiegano abilmente perché
John Kelly decide di diventare un “fantasma” e un agente ribelle di
nome John Clark.
Il segretario Clay voleva
scatenare una guerra tra Stati Uniti e Russia
Il segretario Clay ha orchestrato
tutti i tragici eventi di Senza rimorso (Without Remorse).
Clay ha influenzato la CIA affinché lo aiutasse ad aumentare le
tensioni tra gli Stati Uniti e la Russia, nella speranza di
scatenare una guerra. Non è chiaro se Clay si sarebbe accontentato
di un’altra guerra fredda o se volesse un vero e proprio conflitto
militare tra le due superpotenze, ma era fermamente convinto che
gli Stati Uniti e il loro popolo avessero bisogno di un nemico
altrettanto potente “in grado di minacciare la loro
libertà”. La logica di Clay secondo cui l’attuale clima
politico vede metà del Paese considerare l’altra metà come nemica è
un commento sociale tagliente sulle tensioni reali negli Stati
Uniti, e il Segretario era fermamente convinto che la soluzione
fosse quella di tornare indietro di decenni, quando l’America era
unita contro i russi (che all’epoca erano l’Unione Sovietica).
All’inizio di Senza rimorso
(Without Remorse), la squadra SEAL di John Kelly è stata
creata dalla CIA in Siria quando Ritter ha mentito loro dicendo che
i combattenti nemici durante la loro missione di estrazione erano
russi. A Kelly e Greer era stato detto che stavano combattendo
contro i siriani, non contro i russi, ma faceva tutto parte di un
piano più grande. L’attacco ai russi in Siria ha provocato una
risposta, che ha visto i russi guidati da Victor Rykov uccidere i
compagni di squadra di Kelly, Rowdy (Luke Mitchell) e Webb (Cam
Gigandet), oltre ad attaccare Kelly a casa sua, causando l’omicidio
della moglie incinta Pam (Lauren London). Questo ha spinto Kelly in
una sanguinosa missione di vendetta, durante la quale ha scoperto
che l’assassino solitario fuggito da casa sua era Victor Rykov.
Tuttavia, quando Kelly lo ha rintracciato a Murmansk, Rykov ha
rivelato di essere in realtà un agente della CIA, quindi l’attacco
alla squadra e alla famiglia di Kelly faceva parte dell’operazione
della CIA ordinata dal segretario Clay.
Come Victor Rykov faceva parte
del piano del segretario Clay e della vendetta di John
Kelly
Lo scopo di attirare Kelly a
Murmansk con Rykov come esca era quello di provocare un incidente
internazionale in cui i soldati americani avrebbero inscenato un
attacco sul suolo russo, alimentando ulteriormente le tensioni tra
Stati Uniti e Russia e favorendo così il piano di Clay di scatenare
una guerra tra i due paesi. Ancor prima che Kelly e la sua squadra
arrivassero a Murmansk, Clay aveva informato i russi tramite la CIA
che l’aereo che trasportava Kelly, camuffato da volo commerciale,
era in rotta, in modo che i russi potessero abbatterlo. Quando
Kelly e la sua squadra sono sopravvissuti, la fase successiva
prevedeva che Rykov li attirasse nell’appartamento e poi si
uccidesse con un giubbotto esplosivo, scatenando la reazione della
polizia russa. Ma Clay non aveva previsto che Kelly e tutta la sua
squadra sarebbero sopravvissuti, né che Ritter avrebbe ricostruito
il piano del Segretario e aiutato Kelly.
Ritter ha dato a Kelly un borsone
pieno di soldi e il rapporto ufficiale suo e di Greer ha dichiarato
che John è stato ucciso in azione a Murmansk. Ora che è un
“fantasma”, Kelly è tornato a Washington D.C. e ha rapito il
segretario Clay per costringerlo a confessare, registrando
segretamente la confessione. Kelly ha poi guidato il suo SUV nel
fiume Potomac in modo che Clay annegasse mentre Greer salvava John.
Al “funerale” di Kelly, gli “atti di tradimento” di Clay furono
rivelati pubblicamente, così John Kelly riuscì a impedire la guerra
tra gli Stati Uniti e la Russia voluta da Clay.
John Kelly è “morto” ed è
diventato John Clark
Alla fine di Senza rimorso
(Without Remorse), il tenente comandante Greer diede a John
la sua nuova identità falsa rilasciata dalla CIA e l’Agenzia gli
diede il nome poco creativo di John Clark. Ufficialmente, John
Kelly è morto a Murmansk e ha avuto un funerale di Stato. John
Clark è ora un agente delle operazioni segrete della CIA che opera
senza alcuna carica ufficiale. Ma senza più una famiglia, questo è
il futuro che Clark ha scelto perché gli permette di lavorare per
fermare ulteriori complotti da parte di uomini al potere come il
segretario Clay. Quando Kelly e Clay erano sul fondo del Potomac,
John ha fatto un sogno in cui diceva addio a Pam e alla sua vecchia
vita per sempre.
John Kelly era un patriota che
credeva nel contratto che aveva firmato quando si era arruolato in
Marina, in cui si impegnava a difendere il suo Paese. Gli eventi di
Senza rimorso (Without Remorse) hanno distrutto la
fiducia di John negli Stati Uniti, che lo hanno usato come una
pedina. Quando era a caccia di Victor Rykov, credeva che il russo
fosse un potente membro dell’FSB (il servizio di sicurezza federale
russo e successore del KGB). Kelly rimase scioccato nell’apprendere
che anche Rykov era della CIA e che entrambi erano pedine. John
immaginava di essere “una pedina a caccia di un re” quando
dava la caccia a Rykov, ma con l’aiuto di Ritter e Greer, Kelly
capì che il “re” che avrebbe dovuto dare la caccia fin
dall’inizio era il segretario Clay.
Il ruolo di Robert Ritter e come
è diventato direttore della CIA
Guy Pearce in Senza Rimorso
Senza rimorso (Without
Remorse) ha palesemente usato Robert Ritter come diversivo.
Dato che nascondeva dei segreti a John Kelly, che non si fidava di
Ritter, il pubblico doveva sospettare che fosse lui il grande
cattivo che tirava le fila. Ma sebbene Ritter fosse subdolo e
manipolatore, era anche a conoscenza degli eventi loschi che
stavano accadendo tra la CIA e il Dipartimento della Difesa guidato
dal Segretario Clay, ma ha taciuto fino a quando non ha raccolto
abbastanza informazioni. Ritter era anche intenzionato a scalare la
gerarchia della CIA e sapeva come manipolare gli eventi per
assicurarsi la promozione al vertice dell’Agenzia.
Ritter non è salito sull’aereo per
la Russia con Kelly, Greer e la loro squadra di recupero perché
sapeva che la CIA aveva organizzato l’abbattimento dell’aereo.
Ritter ha viaggiato separatamente in Russia e ha reclutato agenti
pagati per trovare Rykov, poiché si aspettava che la squadra di
Kelly fosse morta. Quando Kelly è apparso e ha accusato Ritter di
essere un traditore, l’agente della CIA ha capito che c’era
qualcos’altro sotto e che Rykov non era il vero obiettivo
dell’operazione. Dopo che la squadra di estrazione di Kelly è
sopravvissuta allo scontro a fuoco con la polizia russa, Ritter ha
capito chi erano davvero i buoni e ha avuto la conferma che Clay
era dietro a tutto. Ritter ha organizzato il trasporto negli Stati
Uniti e ha inventato la storia della morte di John Kelly in Russia
per poter ottenere la confessione di Clay. Ritter ha poi sfruttato
la registrazione di Clay per “un favore”: la sua promozione
a direttore della CIA.
La scena a metà dei titoli di coda di Senza rimorso si
svolge un anno dopo. John Clark incontra Ritter al Washington
Memorial e si congratula con lui per la sua promozione a direttore
della CIA. Clark rivela poi di aver riflettuto sugli eventi
dell’anno precedente e John gli espone la sua nuova idea per
impedire che Clay possa agire di nuovo: “una squadra
antiterrorismo multinazionale composta da personale statunitense,
britannico e NATO selezionato con cura, con il pieno sostegno dei
servizi segreti nazionali”. Clark intende guidare questa nuova
squadra, che ha chiamato Rainbow per motivi “personali”, e
annuncia la sua intenzione di presentare il piano al presidente,
chiedendo tacitamente a Ritter il sostegno della CIA.
Questo colpo di scena è
un’anticipazione diretta del sequel di Without Remorse,
Rainbow Six. Il produttore Akiva Goldsman aveva in mente di
realizzare due film su John Clark, in modo che Without
Remorse fosse il preludio di Rainbow Six, e Michael B.
Jordan ha firmato per recitare in entrambi. È probabile che Jamie
Bell e Jodie Turner-Smith riprenderanno i ruoli di Robert Ritter e
del tenente comandante Greer in Without Remorse anche
in Rainbow Six. Ma vista la squadra proposta da
Clark, i fan di Tom Clancy possono anche aspettarsi un gruppo
internazionale completamente nuovo di agenti speciali che
sosterranno John Clark in Rainbow Six.
La stravagante serie poliziesca
della ABC Will
Trentha già impressionato nelle sue
prime due stagioni e la terza stagione non ha deluso le
aspettative. Basata sui libri best-seller di Karin Slaughter,
Will Trent segue le vicende dell’agente speciale del Georgia
Bureau of Investigations, noto e invidiato per la sua incredibile
percentuale di casi risolti. Dopo aver smascherato la corruzione
all’interno del dipartimento di polizia di Atlanta, Will non solo
deve risolvere i casi, ma anche sradicare ulteriormente gli
elementi negativi nelle forze dell’ordine locali.
Ottenendo subito ottimi voti dalla
critica, Will Trent si distingue dai soliti polizieschi
investendo molto nei personaggi e nelle loro complicate relazioni.
Serie come Will Trent sono rare e hanno saputo
sfruttare brillantemente la loro prima stagione per sviluppare le
affascinanti trame introdotte all’inizio. La seconda stagione è
quella in cui l’ultimo successo della ABC ha trovato il suo
equilibrio, e ha continuato il suo slancio con una terza stagione
di successo, che ha portato al rinnovo di Will Trent per una
quarta stagione.
Accoglienza della critica di
Will Trent – Stagione 3
La terza stagione ha mantenuto
l’alta qualità della serie
Mentre molti programmi televisivi
con premesse uniche non riescono a mantenere un interesse duraturo,
Will Trent continua ad andare forte nella terza stagione. Il
punteggio del pubblico della serie su Rotten Tomatoes ha registrato
un calo significativo, con un Popcornmeter del 74% – rispetto
all’89% della prima stagione e all’85% della seconda – ma è
comunque un punteggio discreto. RT non vanta molte recensioni
critiche per la terza stagione di Will Trent, ma quelle
presenti indicano una continuazione dell’alta qualità della
serie. Cinefilos.it ha osservato che i cliffhanger
scioccanti nel
finale della terza stagione rendono ancora più alta l’attesa
per la quarta stagione già confermata.
Dove guardare la terza stagione
di Will Trent
L’intera stagione è disponibile
su Hulu
Per chi desidera recuperare o
rivedere la terza stagione di Will Trent, l’intera
stagione 3 è disponibile in streaming su Hulu, insieme alle due
stagioni precedenti. La stagione 3 di Will Trent è stata
trasmessa per la prima volta su ABC il martedì alle 20:00 ET, con
gli episodi disponibili su Hulu il giorno successivo. La
stagione 4 dovrebbe seguire lo stesso schema.
Il finale della terza stagione di
Will Trent è andato in onda il 13 maggio 2025.
Cast della terza stagione di
Will Trent
Will Trent e il resto del cast
sono tornati con alcune nuove aggiunte
Ci sono stati pochi cambiamenti nel
cast tra la prima e la seconda stagione, e questa tendenza è
continuata anche nella terza stagione. Le serie procedurali si
basano molto sulla continuità del cast, e Will Trent in
particolare è caratterizzato da forti relazioni tra i personaggi.
Pertanto, non sorprende che l’intero cast sia tornato, in
particolare Ramón Rodriguez nel ruolo di Will Trent. Anche Erika
Christensen è tornata nei panni di Angie Polaski, e il suo arresto
alla fine della stagione 2 ha introdotto una nuova svolta nella sua
relazione con Will.
Una nuova arrivata si è unita alla
stagione 3, con Gina Rodriguez (Jane the
Virgin) nel ruolo dell’assistente procuratore
distrettuale Marion Alba. Sebbene sia stata una
protagonista per gran parte della stagione, Marion ha lasciato la
serie a metà strada dopo la rottura con Will. Anche Scott Foley
(Scandal) si è unito al cast nel ruolo ricorrente del dottor
Seth McDale, il nuovo interesse amoroso di Angie. Tuttavia,
l’aggiunta più entusiasmante al cast è stata quella di Yul Vazquez
nel ruolo dello sceriffo Caleb Broussard, che si rivela essere il
padre biologico di Will, una trama che dovrebbe continuare nella
quarta stagione.
Come il finale della terza
stagione di Will Trent prepara la quarta stagione
Amanda e Ormewood potrebbero
non farcela
Le cose non sembrano andare bene
per Amanda in questo momento, e non c’è alcuna garanzia che
sopravviverà tra la terza e la quarta stagione di Will
Trent. Le circostanze potrebbero essere leggermente migliori
per Ormewood, il cui collasso si spera porterà ad anticipare
l’intervento chirurgico per rimuovere il suo tumore, ma non ci sono
garanzie che ce la farà. Angie e Seth si prepareranno all’arrivo
del loro bambino, mentre il rapporto di Will con Caleb sarà
probabilmente al centro della scena all’inizio della quarta
stagione di Will Trent.
La serie antologica (per lo più)
animata di NetflixLove, Death + Robots 4 presenta 10 storie
diverse che trattano una vasta gamma di argomenti, tutte meritevoli
di un’analisi più approfondita. Love, Death + Robots è
sempre stata una serie antologica profondamente riflessiva e
simbolica. Ogni episodio nasconde una verità più profonda sul mondo
strano e moderno in cui viviamo o sui fantastici mondi
fantascientifici verso cui ci stiamo dirigendo. Ecco perché è una
delle migliori serie su Netflix. Fortunatamente, la narrazione metaforica di
Love, Death + Robots non ha perso slancio nel volume 4.
Uno degli obiettivi di ogni volume è
quello di portare Love, Death + Robots a “nuovi livelli”, e
l’ultima puntata non ha deluso le aspettative.
Dalle critiche pungenti alla società
moderna ai viaggi sinceri verso l’illuminazione spirituale e
religiosa, fino a un raro cortometraggio live-action, Love, Death +
Robots volume 4 ha aperto una nuova strada per la serie antologica.
Nel trovare questa nuova strada, però, la serie ha anche esplorato
nuovi territori narrativi. Alcuni degli episodi più simbolici e
significativi di Love, Death + Robots volume 4 potrebbero
richiedere qualche spiegazione in più.
Can’t Stop
Can’t Stop visualizza il potere
trascendentale della musica
Il primo episodio di Love, Death
+ Robots volume 4, “Can’t Stop”, non sembra avere un
significato molto profondo. Il cortometraggio è, dopotutto, solo un
modo diverso di visualizzare la performance live dei Red Hot Chili
Peppers di “Can’t Stop”.
La regia di David Fincher e
l’animazione di Blur Studio, tuttavia, hanno dato a “Can’t
Stop” un nuovo livello di significato. Raffigurando i Red
Hot Chili Peppers e la folla come marionette, Love, Death +
Robots ha visualizzato il potere trascendentale della
musica. Tutti i partecipanti, compresi gli artisti, erano
essenzialmente marionette attraverso cui fluivano la musica e la
passione del momento, creando un’esperienza incredibile.
Close Encounters of the Mini
Kind
Close Encounters of the Mini
Kind mette in evidenza il posto minuscolo dell’umanità
nell’universo
Il secondo esperimento di Love,
Death + Robots con le tecniche tilt-shift in “Close Encounters
of the Mini Kind” si è rivelato estremamente importante per il
suo messaggio. “Close Encounters of the Mini Kind” descrive
un’invasione aliena della Terra piuttosto standard ma unica nel suo
genere e ricca di umorismo. Tuttavia, il fatto di inquadrare
l’invasione aliena come una “Mini Kind” sottolinea che
l’umanità ha una visione di sé molto più grande di quella che
abbiamo in realtà nel grande schema dell’universo. Le immagini
finali del cortometraggio, quando il sistema solare viene
inghiottito da un buco nero, mettono in risalto quanto siamo
piccoli.
L’immagine eccessivamente importante
che l’umanità ha di sé stessa ha anche contribuito a trasmettere il
secondo tema principale del cortometraggio: che spesso gli esseri
umani sono responsabili della propria distruzione. Gli alieni in
“Close Encounters of the Mini Kind” sono arrivati sulla
Terra in pace e la loro invasione è iniziata solo dopo che gli
umani hanno sparato per primi. Poi, la Terra è stata inghiottita da
un buco nero creato dagli umani utilizzando la tecnologia aliena.
I tentativi accaniti dell’umanità di difendersi e l’eccessiva
propensione alla violenza hanno finito per garantire la nostra
distruzione (due volte) in “Close Encounters of the Mini
Kind.” Un approccio più ponderato e freddo avrebbe salvato
gli umani sia all’inizio che alla fine.
Spider Rose
Spider Rose è una storia sulla
natura totalizzante della vendetta e del dolore
La Spider Rose del terzo episodio
del volume 4 di Love, Death + Robots era il fulcro del
significato della storia. Come abbiamo appreso, Spider Rose un
tempo si chiamava Lydia, ma ha scelto un nome meno umano dopo che
il suo amore è stato ucciso da Jade, un membro del gruppo Shaper di
Schismatrix di Bruce Sterling. Spider Rose ha anche spiegato
che aveva vissuto completamente sola da quando il suo amore era
stato ucciso, fino al momento in cui aveva ricevuto Nosey dagli
Investitori. Spider Rose è una storia su come il dolore e
la sete di vendetta possano consumare figurativamente una persona,
proprio come Nosey ha consumato letteralmente lei.
Dopo aver ucciso Jade, Spider Rose
disse a Nosey che era “morta” prima che gli Investitori glielo
dessero. Gli disse che aveva degli amici da qualche altra parte
nella galassia e che si era completamente isolata nel dolore per la
perdita del suo amore e nella ricerca del vero Jade. Nosey è
quasi riuscito a liberare Spider Rose dalla sua ossessione
consumante per la vendetta, ma l’amore dell’animale è arrivato
troppo tardi per salvarla. Poi, in un simbolico scherzo del
destino, Spider Rose ha lasciato che Nosey banchettasse con la sua
carne e consumasse letteralmente ciò che il dolore non era ancora
riuscito a distruggere: il suo corpo.
400 Boys
400 Boys vede bande rivali
unirsi come alleati per combattere un nemico comune
Sebbene veda bande rivali combattere
contro enormi mostri simili a bambini, “400 Boys” è senza
dubbio l’episodio più pieno di speranza del volume 4 di Love,
Death + Robots. “400 Boys” stabilisce rapidamente che le
numerose bande dotate di superpoteri sparse per la città si odiano
a vicenda, ma si uniscono per combattere i “ragazzi” che hanno raso
al suolo la città. “400 Boys” è una metafora di come un
nemico comune, come i ragazzi, possa unire l’umanità e persino
superare aspre rivalità e anni di ostilità. Le bande mettono da
parte i loro litigi e i rancori del passato e riescono a scacciare
i ragazzi.
“400 Boys” ha anche qualcosa
da dire sul potere dell’amore e dei legami umani. Solo unendosi le
bande hanno avuto abbastanza potere, sia fisico che psichico, per
sconfiggere i ragazzi. Solo dopo aver visto morire Croak, Slash è
stato in grado di affrontare i ragazzi da solo.
Alla fine, l’amore di Slash per gli
altri membri della sua banda gli ha dato il coraggio e la forza
necessari per guardare negli occhi il “dio o ragazzo” e ucciderlo.
Anche se la città è stata rasa al suolo, le bande di “400 Boys”
sono riuscite a stringere legami autentici e a respingere gli
invasori.
The Other Large Thing
I piani di Dingleberry Jones per
dominare il mondo evidenziano quanto gli esseri umani si fidino di
una tecnologia che forse non comprendono appieno
Alcuni episodi di Love, Death +
Robot sono più comici di altri, ma anche “The Other Large
Thing” ha un significato più profondo. “The Other Large
Thing” è in gran parte una storia su come l’umanità sia troppo
incline a fidarsi e ad affidarsi a cose che non comprende appieno,
che si tratti di robot o gatti. Gli umani di Dingleberry Jones
non avevano nemmeno iniziato a capire di cosa fosse capace Thumb
Bringer, come dare fuoco al loro appartamento e chiuderli dentro a
distanza, e non capivano la sete di dominio mondiale di Dingleberry
Jones. Questa mancanza di comprensione è costata loro la vita e,
presumibilmente, anche quella del resto dell’umanità.
Golgotha
Golgotha è una dura critica
all’incapacità dell’umanità di agire come custode della
Terra
Love, Death + Robots
raramente usa mezzi termini, ma “Golgotha” è forse una delle
sue critiche sociali più pungenti. Prendendo il nome dal luogo
della crocifissione di Gesù Cristo, “Golgotha” segue padre
Maguire (Rhys Darby) mentre entra in contatto per la prima volta
con una razza aliena conosciuta come i Lupo. I Lupo credono che un
delfino sia il loro messia e, dopo aver sentito come gli umani
trattano i delfini e il mare, decidono di iniziare una crociata
contro gli umani. Il messaggio principale di “Golgotha” è
stato riassunto da Maguire: “Abbiamo fottuto tutto”. Non
prendendosi cura della Terra e dei suoi animali, come i delfini,
l’umanità ha fatto sì che i Lupo cercassero vendetta contro di
noi.
Non riuscendo a prendersi cura
della Terra e dei suoi animali, come i delfini, l’umanità ha fatto
sì che i Lupo cercassero vendetta contro di noi.
“Golgotha” è ricco di
simbolismo religioso, in particolare per i cristiani. Il suo
riferimento più importante al cristianesimo è un insegnamento
fondamentale di Gesù Cristo stesso: “fai agli altri ciò che
vorresti fosse fatto a te”. Questo insegnamento è raramente
preso alla lettera e ancora più raramente applicato agli animali
della Terra. “Golgotha” è l’eccezione. “Golgotha”
pone il delfino come una figura simile a Gesù nei confronti dei
Lupo e gli esseri umani come Ponzio Pilato, poi chiede al pubblico
se i Lupo hanno ragione a iniziare una crociata contro gli
assassini del loro messia. La risposta è abbastanza facile da
capire dopo aver considerato le fuoriuscite di petrolio, i
cambiamenti climatici e altri disastri naturali causati
dall’uomo.
The Screaming of the
Tyrannosaur
The Screaming of the Tyrannosaur
è una storia sulle lotte di classe e sul potere collettivo degli
oppressi
Sebbene Love, Death + Robots
volume 4 abbia un cameo di Mr. Beast, non è lui il protagonista di
“The Screaming of the Tyrannosaur”. Il protagonista è un
gladiatore senza nome doppiato da Bai Ling. “The Screaming of
the Tyrannosaur” è una storia su come il tirannosauro rex e il
gladiatore, due creature costrette a combattere e morire per il
divertimento degli altri, sfruttano il loro potere collettivo per
trovare un briciolo di giustizia. Lavorando insieme, il
gladiatore e il dinosauro sono riusciti a infliggere una dose di
dolore e umiliazione alla classe dominante, che stava letteralmente
bevendo il loro sangue.
Cosa c’è di meglio di un malvagio game master che prova un
tale piacere nel sottoporre queste povere persone indifese a tutte
queste prove? Mi sembrava proprio un episodio di Beast Games. Non
so voi, ma io ho guardato quella serie e tante volte ho pensato:
“Oh mio Dio, è così crudele”, quindi ho pensato che sarebbe stato
perfetto per quel ruolo.
– Tim Miller, creatore di Love, Death + Robots, in
un’intervista a ScreenRant.
“The Screaming of the
Tyrannosaur” non è sottile nel suo commento sulla lotta di classe.
Mr. Beast (un multimilionario nella vita reale) e il resto degli
aristocratici sono ritratti come edonisti letteralmente assetati di
sangue e spietati che desiderano solo divertirsi. I gladiatori sono
messi l’uno contro l’altro proprio perché il loro potere collettivo
è l’unica cosa che può minacciare i governanti.“The
Screaming of the Tyrannosaur” è una storia di oppressione che si
schiera chiaramente dalla parte degli oppressi, anche se questi
muoiono nei momenti finali del cortometraggio.
How Zeke Got
Religion
Il viaggio di Zeke è un
viaggio di fede e credenza in un potere superiore
La fede e la religione sono temi
ricorrenti in Love, Death + Robots volume 4, e sono stati
rappresentati in modo ancora più chiaro in “How Zeke Got Religion”.
Durante una missione aerea per sventare un piano nazista per
evocare un demone, Zeke e il resto del suo equipaggio vengono
attaccati nel loro bombardiere B-52 dal suddetto demone. Solo dopo
aver scoperto che un crocifisso può ferirlo, Zeke uccide il demone
e riconsidera il suo ateismo.“How Zeke Got Religion” è
una metafora del difficile percorso verso il vero risveglio
spirituale e religioso. Zeke ha combattuto un demone
letterale prima di accettare la religione, ma il percorso della
maggior parte delle persone è più sottile.
All’inizio del cortometraggio,
Zeke mostra letteralmente il dito medio a Dio come segno del suo
ateismo. Per sconfiggere il demone, tuttavia, Zeke ha dovuto
riporre la sua fede nel potere del crocifisso, simbolo della fede
cristiana, e credere che potesse danneggiare questa entità
malvagia.
Zeke è stato letteralmente salvato
dalla fede e la sua nuova convinzione lo ha aiutato a sconfiggere i
suoi demoni. “How Zeke Got His Religion” utilizza l’iconografia
cristiana, ma è una storia su come molte persone devono lottare con
i propri “demoni” prima di accettare qualsiasi potere superiore in
cui scelgono di credere.
Smart Appliances, Stupid
Owners
Love, Death + Robots mette in
evidenza i modi divertenti e assurdi in cui interagiamo
quotidianamente con la tecnologia
Non tutti i cortometraggi di
Love, Death + Robots parlano di profondi viaggi spirituali, e
“Smart Appliances, Stupid Owners” lo dimostra.“Smart
Appliances, Stupid Owners” è essenzialmente una lunga battuta su
come spesso usiamo (o abusiamo) la tecnologia quotidiana in modi
assurdi. A un livello leggermente più profondo, mette in
evidenza alcune delle sciocchezze della nostra vita mondana e
tecnologica. Ad esempio, un WC deve essere “intelligente”? Allo
stesso modo, che senso ha uno spazzolino “intelligente” che non
usiamo mai? Non c’è alcun invito all’azione, ma “Smart Appliances,
Stupid Owners” mette in evidenza alcuni modi divertenti in cui
interagiamo con il nostro mondo sempre più tecnologico.
For He Can Creep
For He Can Creep è sia un’ode
ai gatti che un commento sul potere dell’amore
L’ultimo episodio del volume 4 di
Love, Death + Robots, “For He Can Creep”, è una storia curiosa su
Jeoffrey, un gatto, e il suo poeta, assediato da Satana, che vuole
una poesia per porre fine al mondo. In sostanza, “For He Can Creep”
è sia un’ode alle curiose creature che sono i gatti. “For He Can
Creep” descrive i gatti come esseri antichi e divini, capaci di
danneggiare persino il diavolo in persona, e nutre un profondo
amore per tutto ciò che è felino. Considera i gatti come eroi dal
cuore buono e adorabili che tengono a bada l’oscurità, in senso
letterale e figurato.
Mentre Jeoffrey e il resto dei
gatti combattono letteralmente contro il diavolo, il gatto del
poeta combatte figurativamente contro i demoni che lo
perseguitano.
Oltre alla sua visione favorevole
dei gatti, “For He Can Creep” ha anche molto da dire sul potere
dell’amore, in particolare l’amore per un buon animale domestico.
Lo dimostra il poeta, che è rinchiuso in un manicomio.Mentre Jeoffrey e gli altri gatti combattono letteralmente
contro il diavolo, il gatto del poeta combatte figurativamente
contro i demoni che lo perseguitano. È chiaro come il
sole negli ultimi versi del poeta: egli vede Jeoffrey come un amico
e un confidente e crede che possa scacciare l’oscurità della sua
malattia mentale.Love, Death + Robotsvolume
4 ha trovato una nota felice con cui concludersi.
Candidato a 6 premi Oscar alla 95ª
edizione degli Academy
Awards, il film di Todd Field, vincitore di numerosi premi nel
2022, offre uno sguardo così approfondito sul personaggio
principale che non è sempre chiaro se Tár sia
basato su una storia vera. L’interpretazione di Cate Blanchett nel ruolo della direttrice
d’orchestra Lydia Tár contribuisce sicuramente a conferire un’aria
di verosimiglianza a questa storia a tratti scioccante. Poiché
Tár interroga molte questioni culturali che circondano la
politica sessuale e l’abuso di potere, temi così attuali, è facile
supporre che Tár (la
nostra recensione) sia una storia vera. La scena iniziale
di
Tár, in cui un vero
giornalista del New Yorker recita la lunga lista dei successi
musicali di Lydia, immerge lo spettatore nel mondo della
protagonista, sottolineando come lei sia all’apice della sua
carriera. Con ciò che segue, Cate Blanchett trasforma gradualmente Lydia
Tár in un personaggio tridimensionale, aggiungendo alla sua
narrazione molti strati complessi di contraddizioni e corruzione.
Con tutte queste rivelazioni avvincenti che circondano la trama di
Lydia, Tár sembra più un film biografico che un’opera di
finzione. Per questo motivo, è difficile non chiedersi se i confini
sfumati tra realtà e finzione abbiano ispirazioni nella vita
reale.
Tár non è basato su una persona
reale
Anche se la caduta in disgrazia di
Lydia in Tár sembra reale, il film non è basato sulla vita
di un vero direttore d’orchestra. Tuttavia, è facile lasciarsi
ingannare dal marketing e dal comportamento di Tár, che lo
vendono ingegnosamente come un film biografico su questo
personaggio immaginario. È simile al modo in cui i fratelli Coen
hanno usato il testo di apertura per affermare che Fargo era
basato su fatti reali, nonostante fosse completamente inventato.
Anche la sinossi ufficiale di Tár – “ambientato nel mondo
internazionale della musica classica, è incentrato su Lydia Tár,
considerata una delle più grandi compositrici/direttrici
d’orchestra viventi e prima donna a ricoprire il ruolo di
direttrice principale di una grande orchestra tedesca” –
suggerisce il biopic di un’artista reale, propagando il film come
la biografia di una direttrice d’orchestra.
Nonostante il suo realismo
ingannevole, Tár trae ispirazione dal mondo reale. Ad
esempio, come ha spiegato il regista Todd Field in un’intervista
(tramiteVanity Fair), la scena alla Julliard, in cui Lydia
critica uno studente, rispecchia le esperienze del regista durante
un corso molto duro alla scuola di cinema.
L’impulso dietro la scena, come ha
ricordato Field, deriva anche da un dilemma universale: “Cosa
direbbe il tuo io più anziano al tuo io più giovane?” In un’altra
intervista (via AwardsWatch), Field ha parlato a lungo di come ha
preso ispirazione da un direttore d’orchestra, John Mauceri, il che
spiega perché la rappresentazione della direzione musicale del film
candidato all’Oscar come miglior film nel 2023 sia così vicina alla
realtà.
Perché Tár è commercializzato
come un film biografico
Anche Wikipedia aveva una pagina
dedicata alla figura di Lydia Tár (viaThe
Cut), ma è stata successivamente spostata nella pagina
principale del film. Tutte queste misure adottate per vendere
Tár come una storia vera suggeriscono che sia stato
intenzionalmente commercializzato come un film biografico per
attirare inizialmente gli spettatori e poi mantenerli interessati
alla turbolenta narrazione di Lydia. Considerando la brillante
interpretazione di Cate Blanchett e il talento registico di Todd
Field, Tár avrebbe probabilmente ottenuto il plauso della
critica anche senza tutti gli espedienti di marketing. Tuttavia, i
motivi illusori della storia vera di Tár suscitano la
curiosità dello spettatore e fungono da finestra sul mondo
reale.
Il realismo di Tár ha portato a
consensi e riconoscimenti
Il fatto che il pubblico consideri
Tár una storia vera rende il successo del film e la sua
nomination agli Oscar non eccessivamente sorprendenti. Guardando la
performance di Cate Blanchett, che le è valsa una nomination
all’Oscar come migliore attrice dopo la vittoria ai Golden Globe,
sembra così basata sulla realtà che è sorprendente che l’attrice
non si sia ispirata a una persona reale. La sua sicurezza di fronte
a un’orchestra, in contrasto con la sua goffaggine sociale nella
vita quotidiana, sembra autentica, così come la sua voce distintiva
e l’arroganza rabbiosa che ribolle sotto la superficie. Alcuni dei
ruoli interpretati da Blanchett la vedono come una presenza
autorevole, ma questa interpretazione sembra radicata in qualcosa
di reale.
Il film stesso, candidato all’Oscar
per la migliore regia e il miglior film, rispecchia il realismo
della performance della Blanchett. Sembra che il pubblico segua la
graduale caduta in disgrazia senza momenti teatrali o artificiosi.
Non è difficile accettarla come una storia vera, poiché è una
storia che il pubblico ormai conosce molto bene. Tuttavia, sebbene
la sceneggiatura di Todd Field sia stata nominata per la Migliore
sceneggiatura originale, evita grandi colpi di scena
con il finale di Tár che risulta credibile in quanto non
risolve facilmente la storia. Nell’approccio a questa storia molto
realistica, Tár cattura una certa verità, anche se è
tutta finzione.
L’attesa per il nuovo look di
Supermandi James
Gunn è finita. L’Uomo d’Acciaio interpretato da
David Corenswet è il protagonista del primo film del
nuovo DC
Universe. Il film deve affrontare una grande pressione, non
solo perché deve dimostrare che la DC si sta allontanando dalle
ultime controverse uscite del DCEU, ma anche perché Gunn ha già
dichiarato che i suoi piani per il DCU Capitolo 1 e oltre dipendono dal
successo di Superman. Dopo alcuni
teaser e video dietro le quinte, è ora disponibile uno sguardo più
approfondito alla Superman e ai suoi personaggi.
DCha pubblicato un nuovo trailer del film Supermandi David Corenswet.
Il trailer rivela quanti personaggi
del cast stellare di Superman avranno un ruolo nel
film. Ci sono molte scene d’azione che mostrano Superman
interpretato da Corenswet in azione, così come i poteri di eroi
come Green Lantern Guy Gardner interpretato da Nathan Fillion e cattivi come l’Ingegnere
interpretato da María Gabriela de Faría. Viene messa in risalto la
relazione tra Clark Kent e Lois Lane, mostrando come sarà cruciale
per il film, e le azioni di Superman lo mettono nei guai.
In precedenza, DC Studios
aveva condiviso un poster ufficiale di Superman, che
mostrava l’Uomo d’Acciaio interpretato da Corenswet in tutta la sua
imponenza.
Cosa rivela il nuovo trailer del
film Superman della DCU
L’Uomo d’Acciaio interpretato da
David Corenswet dovrà affrontare molte minacce
Il nuovo trailer del film
Superman rivela finalmente la trama del film della DCU.
Il Superman interpretato da David Corenswet ha scelto di
intervenire in una guerra in un altro paese. Questo ha
complicato le cose per lui, dato che il mondo lo ha interpretato
come un’azione degli Stati Uniti e non di Superman. Lex Luthor,
interpretato da Nicholas Hoult, è uno di quelli furiosi per le
sue azioni, così come Rick Flag Sr., interpretato da Frank Grillo,
che ha il compito di arrestare Superman. Anche i cittadini che
Clark Kent difende si sono rivoltati contro di lui nel trailer.
Un’altra rivelazione importante è il
fatto che Lois Lane, interpretata da Rachel Brosnahan, è ben consapevole che
Clark Kent è Superman. La rivelazione arriva all’inizio del
trailer, quando Clark accetta di rilasciare un’intervista a lei nei
panni di Superman. Lex Luthor e l’Ingegnere invadono la Fortezza
della Solitudine di Superman, l’Uomo d’Acciaio ferma un kaiju a
Metropolis e la Justice Gang, gli altri eroi DCU presenti nel film,
mostrano i loro poteri in diverse scene. Il film Superman di
James Gunn seguirà l’eroe che lotta per ciò che ritiene giusto e
affronta le conseguenze.
Si alza il sipario sulla 78
edizione del Festival di Cannes con quella che
ormai sembra una vera e propria tradizione consolidata per la
Croisette: una commedia. Solo per citare alcuni titoli, è da anni
che le danze del concorso cinematografico più prestigioso del mondo
prendono il via sulle note di una visione “leggera”, pur con le
dovute variazioni: ricordiamo, ad esempio, Cut!
Zombi contro zombi! del 2022, remake dell’horror comedy
giapponese Zombie contro Zombie e Le Deuxieme Acte di Quentin Dupieux
(2024), è il turno per l’edizione 2025 di Partir un
jour, esordio al lungometraggio di Amélie
Bonnin e sviluppato a partire dall’omonimo corto vincitore
di un premio César nel 2023.
Bentornata a casa
Cècile (Juliette
Armanet) sta per realizzare il suo sogno: aprire un
ristorante gourmet tutto suo, dopo un’esperienza di successo al
programma televisivo Top Chef. Ma proprio quando tutto sembra
andare per il meglio, riceve una notizia che la costringe a tornare
nel suo paese natale: il padre ha avuto un infarto. Lontana dalla
frenesia di Parigi, Cécile si ritrova immersa nei luoghi e nei
ricordi della sua adolescenza. Qui, inaspettatamente, rincontra il
suo amore giovanile (Bastien Bouillon), e il
passato riemerge con forza, mettendo in discussione tutte le sue
certezze.
Negli ultimi anni, stiamo
assistendo a una sorta di estensione del raggio di interesse del
coming-of-age: spesso, complice la realtà frammentaria in cui
viviamo, i protagonisti di questo tipo di narrazioni non sono più
ragazzi sulla soglia della maturità, ma millenials alle prese con
le difficoltà di un ingresso nel mondo adulto che è notevolmente
mutato rispetto a quello conosciuto dai loro genitori. Questo è
anche il caso di Cécile, chef di cucina gourmet all’apice della sua
carriera professionale, ma totalmente ingarbugliata nella sfera
privata. Fatica a comunicare con gli affetti dunque Bonnin si
avvale di alcuni inserti musicali che dovrebbero restituire
frammenti del passato, percezioni del presente e speranze o timori
per il futuro, tanto della protagonista quanto dei comprimari.
Purtroppo, non sempre la loro attinenza ai vari segmenti narrativi
risulta particolarmente decisiva e, pur restituendo parentesi
divertenti, in linea con lo spirito più generale dell’opera, resta
da chiedersi cosa rimane oltre la superficie di un racconto
agrodolce su una millenial frammentata.
Ritrovare una cucina lontana
Particolarmente interessante è la
prospettiva adottata, quella di una femminilità non canonica, che
ritrova soprattutto nel confronto con le figure maschili legate
alla sua infanzia un nuovo punto di vista. Curiosamente, Cécile
riesce a connettersi con la sua emotività lontano dalla rigidità
della cucina altolocata, sporcandosi le mani nella cucina casalinga
dei suoi genitori, in mezzo ad amici che lavorano con i motori, e
serate all’insegna di bevute in compagnia. Senza la pressione che
il suo ruolo prominente nella brigata parigina porta con sè, la
nostra giovane protagonista sarà costretta a confrontarsi con un
avvenimento destinato a cambiare per sempre la sua vita. Quello che
riesce a restituire con tenerezza è il riavvicinamento al fiorire
di emozioni tipico dell’adolescenza, il ritrovo con gli amici e la
“stupidità” delle avventure in gruppo, ma siamo lontani
dall’accuratezza con cui Joachim Trier –
curiosamente in concorso anche quest’anno con il film
Sentimental Value – aveva tracciato lo scrapbook
frammentato di Julie nel suo La persona peggiore del
mondo. Nota di merito a tutte le performance, sfaccettate
nella loro sincerità e particolarmente in linea con il tono del
racconto.
Performance attoriali
centrate
Armanet incarna con credibilità un
carattere in crisi tra la nuova vita cittadina che si è costruita e
il ritorno alle origini, dove tutto è apparentemente rimasto
uguale, esattamente come il suo sguardo su di esso, che non ha mai
messo in discussione. D’altra parte, Bouillon brilla nei panni
dell’amore giovanile, che con un immutato senso dell’umorismo
sembra riuscire a rimettere tutto in equilibrio. È proprio grazie a
queste prove attoriali se, nel complesso, Partir un Jour risulta
un’esperienza di visione comunque piacevole, seppur non
particolarmente accattivante. Ma, ça va sans dire, il vero festival
deve ancora iniziare.
Partir un jour
apre Cannes 2025 con delicatezza, raccontando il ritorno alle
origini di una millennial in crisi. Nonostante qualche
superficialità narrativa, le interpretazioni sincere e il tono
nostalgico rendono il film una visione piacevole, seppur non
memorabile.
Tom Cruise ha portato sulla croisette il suo
Mission: Impossible – The Final Reckoning,
l’ultimo capitolo della saga di Ethan Hunt. Eccolo al photocall del
secondo giorno di Cannes 2025 che posa insieme al regista
Christopher McQuarrie e al cast formato da
Hayley Atwell, Simon
Pegg, Esai Morales, Pom Klementieff, Hannah
Waddingham,
Greg Tarzan Davis, Tramell Tillman.