Il 6 dicembre debutta su
Disney+Uonderbois, la nuova serie originale
italiana prodotta per la piattaforma che si prefigge di portare lo
spettatore in un viaggio straordinario tra le strade e i
sotterranei di Napoli. Ideata da Barbara Petronio e
Gabriele Galli, e diretta da Andrea De Sica e
Giorgio Romano, la serie si presenta come un mix avvincente
di folklore, avventura e un pizzico di magia. La prima puntata, che
apre le porte al mondo unico e vibrante di Uonderbois, è
un’introduzione affascinante e ricca di spunti e influenze.
La trama di
Uonderbois, tra leggenda e realtà
La storia segue cinque
ragazzi di dodici anni che vivono nei vasci di Napoli,
stretti da un legame d’amicizia e da una fervida immaginazione
alimentata dalle leggende popolari. I protagonisti sono accomunati
dalla convinzione che la loro città sia abitata da
Uonderboi, una figura mitologica che unisce la tradizione
del Munaciello a un moderno supereroe, un Robin Hood dei vicoli
napoletani. Questo mito diventa il punto di partenza per
un’avventura epica che intreccia realtà e fantasia.
La puntata introduce
rapidamente il conflitto principale: la Vecchia, la proprietaria
dei vasci, sta per vendere le case dei ragazzi in cambio di
una statuetta di Maradona all’interno della quale, si dice, sia
nascosta la mappa di un tesoro. Questo innesco scatena una serie di
eventi che porteranno i protagonisti a immergersi nei misteri della
Napoli sotterranea, alla ricerca di un tesoro leggendario.
L’elemento magico si mescola a un toccante senso di comunità e
appartenenza, offrendo uno spaccato emozionante della vita nei
quartieri popolari napoletani, ma soprattutto di un’infanzia che
non ha ancora ceduto il passo all’adolescenza e cavalca ancora
l’immaginazione con spirito d’avventura.
Un cast brillante in una
Napoli al suo meglio
La prima puntata di
Uonderbois presenta da subito il suo cast corale che include
giovani talenti e volti noti del panorama italiano. Serena Rossi
(quasi irriconoscibile nel trucco della Vecchia), Massimiliano
Caiazzo e Francesco Di Leva spiccano per notorietà e
carisma, ma chi brilla davvero sono i giovani protagonisti:
nonostante la giovinezza, offrono performance credibili e
appassionate, incarnando con naturalezza lo spirito vivace e
ingenuo dell’infanzia, la totalizzante dedizione all’amicizia e
all’avventura.
Napoli, degradata eppure
bellissima, è un personaggio a sé stante. La regia di Andrea De
Sica e Giorgio Romano valorizza la città in tutta la sua
complessità: dai vicoli affollati ai misteriosi cunicoli
sotterranei, indugiando presso gli affacci ariosi sul golfo, ogni
scena è un omaggio visivo alla cultura partenopea. L’attenta
alternanza di spazi chiusi e vedute aperte permette alle immagini
di alternate luci e ombre, sottolineando con equilibrio il segreto
di questa storia: la magia e la realtà convivono nello stesso
spazio.
Una scrittura
traballante
Un equilibrio ricercato
anche nella scrittura, dove però fa più fatica a emergere,
nonostante le fonti di ispirazione della serie siano evidenti. La
premessa di Uonderbois ricalca esattamente quella de I
Goonies, affaticandosi a rintracciarne la stessa naturalezza e
ingenuità. Quello che invece la serie riesce a incorporare nella
sua narrazione con naturalezza e efficacia è tutto il magmatico
universo di leggende e credenze della tradizione napoletana, uno
scrigno ricco e vivo da cui attingere.
La colonna sonora,
arricchita da due brani inediti di Geolier – Ferrari e
Parl’ cu mme –, aggiunge un tocco contemporaneo al sapore
tradizionale del folklore locale, e si sposa perfettamente con
l’atmosfera della serie.
Un debutto
promettente
Esperienza insolita nel
nostro panorama ma consapevole di maneggiare dei tropi che hanno
caratterizzato la struttura del cinema d’intrattenimento
statunitense con una enorme influenza sulla cultura pop,
Uonderbois parla principalmente a un pubblico giovane,
godendo di un felice connubio tra specificità locale e linguaggio
universale. La prima puntata dà effettivamente solo un’idea di
quello che sarà la serie, ma gli elementi per una grande avventura
ci sono tutti.
Piece by
Piece è una biografia
musicale narrata attraverso l’animazione LEGO,
un’esperienza che sfida il cinismo e abbraccia una vibrante
originalità. Presentato al Toronto Film Festival, il film, che
nasce dalla collaborazione tra il regista Morgan
Neville e il genio creativo di Pharrell
Williams, reinventa il genere documentario mescolando
vivacità visiva e narrativa pop.
Piece by
Piece è un connubio inaspettato
L’idea di raccontare la
vita di Pharrell tramite i LEGO è insolita, ma si rivela
sorprendentemente azzeccata. La carriera del musicista e produttore
si distingue per la capacità di mescolare elementi incongruenti in
creazioni straordinarie. È facile immaginare un giovane Pharrell
costruire mondi magici con pezzi presi da set LEGO diversi, proprio
come mescolava hip-hop, disco e rock per creare il suo sound
unico.
Neville sfrutta questo
connubio per creare un’opera visiva che trasforma episodi della
vita di Pharrell in scene animate piene di colori e fantasia. Non
vediamo il progetto di edilizia popolare di Virginia Beach come un
quartiere grigio e difficile, ma come una realtà solare e
comunitaria. La scuola che Pharrell frequentava insieme a Timbaland
e Missy Elliott diventa un’esplosione di luci e musica, una capsula
di creatività pronta a scoppiare. Ogni nuovo beat prodotto dai
Neptunes prende forma come sfere luminose e pulsanti, che sembrano
emergere direttamente dalla sinestesia di Pharrell.
Una narrazione
vivace
La scelta di un
approccio LEGO permette a Piece by
Piece di esprimere la gioia che è al centro della
musica e della personalità di Pharrell. La sua ascesa da Virginia
Beach al successo globale è una storia familiare, ma Neville la
racconta con un tocco così giocoso che sembra nuova e insolita. I
contributi di Pharrell a brani iconici
come Superthug di NORE, Drop It Like It’s
Hot di Snoop Dogg e l’inno Alright di
Kendrick Lamar vengono visualizzati con un brio che rende giustizia
alla loro importanza culturale.
Le interviste con Missy
Elliott, Jay-Z, Gwen Stefani e Pusha T arricchiscono la narrazione,
creando un ritratto collettivo che celebra l’impatto di Pharrell
sul mondo della musica. Ma questa componente allegra e positiva è
bilanciata da aspetti più emotivi che certo non mancano in un
racconto biografico: le riflessioni su sua nonna, che lo ha
incoraggiato fin dall’inizio, e le difficoltà creative che ha
affrontato nel bilanciare l’arte con le pressioni del business,
aggiungono profondità emotiva.
Un trionfo visivo
con qualche limite
Visivamente, Piece by Piece è un trionfo.
L’animazione LEGO non è solo un espediente, ma una scelta narrativa
che amplifica la creatività del soggetto. Tuttavia, questo
approccio ha i suoi limiti. La rappresentazione LEGO, per quanto
brillante, manca della capacità di catturare le espressioni umane
con la stessa profondità di un documentario tradizionale. Le teste
di plastica e i sorrisi stampati non riescono sempre a trasmettere
le sfumature delle emozioni reali.
Inoltre, la natura
profondamente giocosa del film a volte riduce il dramma intrinseco
della storia di Pharrell. Sebbene le sue sfide creative e personali
vengano affrontate, il tono rimane ottimistico al punto che i
conflitti sembrano appena accennati.
Il peso di un
successo chiamato Happy
Un capitolo interessante
e ambivalente è quello dedicato a Happy, la canzone che
ha definito la carriera di Pharrell. Creata per un progetto
commerciale, Happy ha avuto un impatto universale
in un periodo segnato dall’ascesa del movimento Black
Lives Matter e dalle proteste contro la brutalità
della polizia. Il film esplora questo contrasto con delicatezza,
mostrando come il successo della canzone sia stato allo stesso
tempo una benedizione e una fonte di riflessione.
Un esercizio
di branding che funziona
Piece by
Piece è un esercizio di branding mascherato da
biografia, con tutto ciò che questo implica. È un branding fatto
bene. Pharrell Williams emerge come un artista che vede il mondo
attraverso una lente di infinita creatività e positività. Il film,
con la sua estetica giocosa e i suoi ritmi coinvolgenti, prova a
essere una celebrazione di quella visione. Siamo quindi di fronte a
un’agiografia, più che a una biografia. E se da un lato questo
punto di vista risulta poco interessante, dall’altro nulla ci
impedisce di godere del film anche solo per la sua positiva e
giocosa esplosione di colori. Dopotutto il “trattamento LEGO” ha il
potere di rendere tutto migliore.
L’abbondanza di serie tv di stampo
spy-action sulle piattaforme non è una cosa nuova: per definizione,
la narrazioni che si muovono nel territorio dello spionaggio e
contano su una marcata componente action sono tra i prodotti che
più chiamano visualizzazioni. In un panorama ormai saturo
all’inverosimile di queste proposte, è cosa rara incappare in un
esperimento seriale che lasci, effettivamente, la sensazione di
qualcosa di “fresco” allo spettatore. Per fortuna, questo è il caso
di Black Doves,
disponibile su
Netflix dal 5 dicembre, sviluppata da Sister
e Noisy Bear e con due noti attori britannici
protagonisti: Keira
Knightley e Ben
Wishaw.
Black Doves: mia moglie è
una spia
Tutto ha inizio una notte in cui tre
persone vengono assassinate quasi contemporaneamente mentre parlano
al telefono: chi sono e cosa stavano progettando? La serie parte da
questo interrogativo concentrandosi nello specifico sulla morte di
uno di loro, un
certo Jason (Andrew
Koji), che era l’amante
di Helen (Knightley),
la moglie del Ministro della Difesa (Andrew
Buchan). Apprendiamo subito che Helen è in realtà una spia
di un’organizzazione chiamata “Black Doves”, che risponde agli
ordini di Reed (Sarah
Lancashire), per cui è una sorta di insider a cui rivela
tutti i segreti del marito politico.
La donna continua a ribadire che la
sua relazione con Jason non nascondeva alcun sotterfugio
compromettente per il suo lavoro, tutt’altro: era veramente
innamorata del ragazzo, ed è per questo che decide di mettersi a
indagare sulla sua morte. Lo fa con l’aiuto di un vecchio amico
dell’organizzazione, Sam (Whishaw),
che torna in Gran Bretagna dopo sette anni di clandestinità a causa
di una storia precedente che ha avuto un impatto sulle vite di
tutti e che verrà raccontata in flashback. Queste tre morti saranno
l’iniziale “innesco” di un complicato conflitto internazionale
poiché, in concomitanza con questi eventi, l’ambasciatore cinese in
Gran Bretagna viene trovato morto: non tarda troppo tempo per
capire che tutti questi eventi potrebbero essere collegati tra
loro.
In Black
Doves c’è tutto quello che ci aspetteremmo di trovare
in una serie del genere: un’investigazione dall’assoluto grado di
segretezza; una donna che, dietro la facciata della moglie
perfetta, nasconde un’indole decisamente più dinamica; l’ampio
respiro internazionale, con le nostre superspie in continuo
movimento e, nel caso del personaggio di Whishaw, che non sembrano
appartenere davvero a nessun luogo.
Una serie che sorprende
Grazie soprattutto a interpreti
decisamente calati nella parte e alla scelta di incorporare un po’
di sano humor british, Black
Doves regala al pubblico un’esperienza di visione
soddisfacente. La serie cerca di caratterizzare al meglio i suoi
volti di punta, tanto che la vita privata di questi assume un ruolo
di primo piano nello sviluppo degli eventi. Anche se potrebbe
sembrare che aderiscano alla fredda regola del non portare sul
lavoro i conflitti casalinghi, qui non c’è intrigo internazionale
in cui questi aspetti emotivi non siano almeno in parte
coinvolti.
L’aspetto più problematico
di Black Doves emerge a partire dalla
metà della serie: i suoi personaggi di contorno sono così tanti e
così poco definiti, che è molto difficile mantenere il livello di
credibilità di cui questo tipo di show ha bisogno. Fortunatamente,
come dicevamo, i due personaggi principali colmano le lacune, dando
corpo e anima alla serie.
Il connubio tra action e
comedy
Knightley, che
torna sulla piattaforma dopo il film Lo
strangolatore di Boston (2023), si afferma come baricentro
drammatico di tutto ciò che accade, gestendo molto bene il classico
conflitto dell’infiltrata che vive una doppia vita al punto da non
riuscire più a distinguere chi è e di chi deve veramente fidarsi.
D’altra parte, Whishaw si mette alla
prova portando in scena un forte dramma emotivo personale: Sam è
gay, aveva un compagno che ha dovuto lasciare per motivi di lavoro,
e di cui sente ancora la mancanza. Questo profondo conflitto
interiore deve coesistere con una sottotrama che coinvolge una
coppia di assassini professionisti e il loro capo, un’accoppiata
che sembra uscita direttamente da un film di Guy Ritchie.
Tra battute taglienti e una spiccata
ironia, Knightley non vi farà mai
perdere di vista la sua Helen,
mentre Whishaw conferisce al
suo Sam una vulnerabilità irresistibile,
che vi farà pensare di non avere mai incontrato un sicario del genere nell’audiovisivo. Tra di loro, la
componente comedy funziona egregiamente, ma l’incantesimo non si
applica a tutti i personaggi e alle storyline secondarie che
incontriamo strada facendo. Effettivamente, forse
questa dispersione tonale potrebbe respingere qualche
spettatore ma, per chi saprà comprendere che è parte del
gioco, Black Doves promette di riservare
le giuste sorprese.
Dal produttore Dick
Wolf, FBI è stato uno dei più
grandi successi della CBS negli ultimi tempi, e il procedurale di
polizia ricco di azione tornerà per la settima stagione. Debuttata
nel 2018, la serie segue gli agenti dell’ufficio dell’FBI di New
York City mentre proteggono la città e il paese da varie minacce
interne. Le impronte digitali di Dick Wolf sono presenti
su FBI, che raggiunge un buon equilibrio tra la
tipica formula del caso della settimana con il vantaggio di
personaggi ben scritti e l’aggiunta della gravitas dell’FBI.
Non ci è voluto molto perché la
serie ricevesse uno spinoff, e l’episodio della prima stagione
“Most Wanted” è servito come episodio pilota per l’omonima serie.
Negli anni successivi, il popolare procedurale della CBS è stato
nuovamente scorporato e sta rapidamente diventando il prossimo
franchise televisivo con più serie. Come altre creazioni di Dick
Wolf, come Law and Order e la serie One
Chicago, FBI funziona così bene grazie alle
possibilità quasi illimitate che potrebbero facilmente vedere la
serie principale estendersi per decenni. Anche con sei stagioni
all’attivo, FBI non mostra segni di arresto.
Ultime notizie
suFBI Stagione 7
Sebbene il cast della serie
principale non sia cambiato molto in sei stagioni, le ultime
notizie confermano che un membro del cast lascia
l’FBI e un altro entra a farne parte. Katherine Renee
Kane è entrata a far parte dello show nella terza stagione nel
ruolo dell’agente speciale Tiffany Wallace, ma si
prevede che se ne andrà nel corso della settima stagione.
Al suo posto, Lisette Olivera si unirà al cast nel
ruolo di Syd , membro dell’Unità di Analisi
Comportamentale. Non è stata fornita alcuna ragione per l’uscita di
scena della Kane, ma apparirà in almeno un episodio della stagione
7.
Data di uscita della stagione 7
di FBI
La stagione 7 debutterà a
ottobre
La CBS ha debuttato con i suoi show
sull ‘FBI nel febbraio 2024, e ci sono voluti
solo pochi mesi perché la rete desse a tutti e tre gli ordini di
stagioni aggiuntive. Il programma del
martedì interamente dedicato all’FBI ha aiutato
la CBS a dominare gli ascolti, e la rete continuerà questa tendenza
quando la serie tornerà martedì 15 ottobre, a partire
dalle 20:00 con FBI. Lo show di punta
sarà seguito
da FBI:International alle 21.00
e FBI:Most
Wantedalle 22.00.
I procedurali
come FBI sono noti per mantenere i membri del
cast per molto tempo, e non ci sono molti cambiamenti da una
stagione all’altra. Anche se la sesta stagione ha visto la tragica
morte del personaggio ricorrente Trevor Hobbs, interpretato da
Roshawn Franklin, in genere i personaggi principali non cambiano
spesso. Per questo motivo, ilcast della settima stagione
dell‘FBIsarà
probabilmente molto simile a quello della sesta, con il
ritorno di Missy
Peregrym nei panni dell’agente speciale Maggie
Bell e del resto della sua squadra.
Katherine Renee
Kane riprenderà il ruolo dell’agente speciale Tiffany
Wallace nella stagione 7, ma lascerà il ruolo nel corso della
stagione. Al suo posto ci sarà la nuova arrivata Lisette Olivera
nel ruolo di Syd, un membro dell’Unità di Analisi Comportamentale.
L’elenco dei ritorni previsti comprende:
Missy Peregrym – Agente speciale Maggie Bell
Zeeko Zaki -Agente speciale Omar Adom “OA” Zidan
John Boyd – Agente speciale Stuart Scola
Katherine Renee Kane – Agente speciale Tiffany Wallace
Alana de la Garza – SAC Isobel Castille
Jeremy Sisto – Assistente SAC Jubal Valentine
Lisette Olivera – Syd
FBI Stagione 7 – Storia
Previsto un formato caso per
settimana
Il finale della stagione
6dell’FBInon
ha cambiato la traiettoria dello show, e la squadra ha
eliminato con successo Hakim e ha anche dato a Wallace un po’ di
chiusura emotiva dopo aver perso il suo partner sotto copertura
nell’episodio 1. Detto questo, è difficile indovinare quale
potrebbe essere la storia generale della prossima stagione, ammesso
che ce ne sia una. Tuttavia, è quasi certo che
la stagione 7 dell’FBI
sarà come la maggior parte dei procedurali di successo e presenterà
un formato di caso della settimana in cui gli agenti dovranno
affrontare alcune delle più grandi minacce che la Grande Mela ha da
offrire.
La serie teen drama di successo
Euphoria,
con protagonista
Zendaya, ha finalmente una data di uscita per la tanto
attesa terza stagione su HBO. La serie, creata e scritta da Sam
Levinson, è basata sulla miniserie israeliana omonima e segue Rue
Bennett, un’adolescente tossicodipendente che lotta per
disintossicarsi e trovare il suo posto nel mondo. Euphoria è diventato un enorme successo per HBO,
ma la terza stagione ha subito diversi ritardi a causa della
riscrittura della sceneggiatura da parte di Levinson e dell’impegno
del cast in altri progetti. Secondo le ultime notizie, le riprese
della
terza stagione di Euphoria inizieranno a gennaio.
Secondo Variety, HBO ha rivelato che Euphoria –
stagione 3 uscirà nel 2026. La notizia è stata data da JB
Perrette, dirigente della Warner Bros. Discovery, che ha condiviso
la notizia durante una conferenza tecnologica e mediatica della
Wells Fargo. La serie fa parte della prossima programmazione della
HBO, che prevede il debutto e il ritorno di diverse serie nel 2025
e nel 2026, tra cui A Knight of the Seven
Kingdoms, TheWhite Lotus e la seconda
stagione di The Last of Us.
Cosa significa questo per la
terza stagione di Euphoria
Nel gennaio 2025 saranno passati
tre anni dal debutto della seconda stagione della serie e molte
delle star sono diventate famose in questo periodo, tra cui
Zendaya e Sydney Sweeney. Il lasso di tempo suggerisce
che la terza stagione di Euphoria cercherà di esplorare
nuovi territori e affrontare trame diverse da quelle a cui gli
spettatori sono abituati. Secondo quanto riferito, Levinson ha
faticato a trovare una nuova strada creativa da seguire, e anche
Zendaya ha suggerito alcune trame che alla fine sono state
scartate. Ora, però, la serie è finalmente entrata in una fase di
produzione regolare.
È probabile che la serie farà
un salto temporale e seguirà i personaggi da giovani
adulti.
La premiere nel 2026 è in linea con
l’inizio delle riprese previsto per Euphoria; con la
produzione della serie che inizierà il mese prossimo, il team
creativo ha tutto il 2025 per mettere a punto i nuovi episodi.
Supponendo che tutto vada liscio, Euphoria potrebbe
debuttare all’inizio del 2026, proprio come la seconda stagione
nel 2022.
Sembra che Levinson abbia in mente
di dare alla terza stagione una direzione diversa rispetto agli
episodi precedenti, dato che il cast di Euphoria è ormai troppo
vecchio per continuare a interpretare dei liceali. È probabile che
la serie faccia un salto temporale e segua i personaggi da giovani
adulti.
Con Star
Wars: Skeleton Crew, Lucasfilm propone
un’interessante deviazione dal percorso tradizionale della saga
stellare. Con le prime tre puntate (due delle quali disponibili su
Disney+ dal 2 dicembre, mentre le altre una a
settimana), questa nuova
serie punta i riflettori su un gruppo di pre-adolescenti che si
trovano coinvolti in un’avventura cosmica, attingendo al sentimento
nostalgico di classici come I Goonies. Ma riesce davvero a essere
Star Wars, o è il sintomo di un franchise che si sta adattando a un
nuovo pubblico?
La trama di Star Wars: Skeleton
Crew: uno spirito d’avventura senza confini
La premessa di Skeleton Crew è
semplice e accattivante. Quattro ragazzi – rispettivamente
interpretati da Ravi Cabot-Conyers, Ryan Kiera Armstrong,
Kyriana Kratter e Robert Timothy Smith –
scoprono qualcosa di misterioso sul loro apparentemente tranquillo
pianeta natale. Quella che inizia come una ricerca di una semplice
avventura per staccare dalla routine, si trasforma in un’odissea galattica, piena di incontri inaspettati,
pericoli e scoperte. Guidati da un enigmatico Jude Law in un ruolo ancora avvolto dal
mistero, i giovani protagonisti sono costretti a navigare una
galassia pericolosa, in cui alleati e nemici si mescolano in modi
imprevedibili.
L’aspetto che colpisce
immediatamente è l’approccio visivo. Grazie alla regia alternata di
Jon Watts, David Lowery, i
Daniels e altri, Star Wars: Skeleton Crew
offre un mix di atmosfere: dal fiabesco al surreale, con momenti
che ricordano il fascino artigianale di The Mandalorian e l’intimità visiva di
Andor. Tuttavia, è lo spirito da “film per ragazzi anni
‘80” che domina, regalando una sensazione di leggerezza e scoperta
che si amalgama bene con la narrazione.
Un cast giovane e promettente
Il cuore della serie sono i suoi
giovani protagonisti. I quattro ragazzi offrono performance
genuine, catturando con autenticità lo stupore e il terrore di
trovarsi in un mondo molto più grande e pericoloso di quanto
avessero mai immaginato. Jude
Law, nel ruolo del loro mentore (o forse qualcosa di
più ambiguo?), riesce a mantenere alta la tensione drammatica senza
rubare troppo spazio alla narrazione dei ragazzi, tenendo in
equilibrio il mistero del suo personaggio con un sorriso sornione
irresistibile. Il cast di supporto, che include Kerry Condon e Nick Frost, aggiunge profondità e tonalità
variegate alla serie.
Regia e scrittura: una
visione poliedrica
Uno dei punti di forza di
Skeleton Crew è la sua regia diversificata. Ogni
episodio ha una sua identità visiva e tonale, pur mantenendo una
coerenza narrativa. I Daniels portano il loro
caratteristico stile eccentrico, mentre David
Lowery aggiunge una sensibilità più malinconica e poetica.
Questo approccio rende ogni episodio un’esperienza unica, anche se
potrebbe disorientare chi preferisce uno stile più uniforme.
Sul fronte della scrittura,
Jon Watts e Christopher Ford
riescono a bilanciare momenti di leggerezza con temi più profondi,
come la paura dell’ignoto e il desiderio di appartenenza. Tuttavia,
alcuni dialoghi rischiano di cadere nel cliché, soprattutto quando
cercano di veicolare lezioni morali esplicite.
Il dilemma dell’identità: cos’è
Star Wars oggi?
Le prime tre puntate di
Star Wars: Skeleton Crew offrono
un’esperienza fresca e originale, e la serie si presenta così come
una storia di formazione travestita da avventura spaziale,
strizzando l’occhio a chi cerca emozioni più intime e meno epiche.
Non sarà lo Star Wars che tutti conosciamo, ma forse è quello di
cui il franchise ha bisogno in questo momento.
Il fatto che Skeleton
Crew sia effettivamente una serie fresca e interessante fa
emergere una domanda fondamentale: questo è ancora Star Wars? I
puristi della saga potrebbero storcere il naso. Non ci sono Jedi
iconici o conflitti cosmici di proporzioni epiche. Non ci sono Sith
che complottano né battaglie stellari mozzafiato. Piuttosto, la
serie esplora un lato più intimo e personale della galassia lontana
lontana. È come se Lucasfilm stesse sperimentando con il formato:
cosa succede se mettiamo da parte la mitologia e lasciamo spazio a
storie più piccole?
Questo spostamento potrebbe sembrare
estraniante per chi associa Star Wars a un immaginario ben
definito. Tuttavia, è anche un segnale di maturazione del
franchise, che cerca di adattarsi a un pubblico più giovane senza
rinunciare alla possibilità di raccontare qualcosa di nuovo. Lo
spirito di Skeleton Crew non è quello di Una nuova
speranza o L’Impero colpisce ancora, ma
forse è proprio questo il punto: lo Star Wars del passato è morto,
lunga vita al nuovo Star Wars.
Con l’episodio
3, Dune: Prophecy si tuffa nelle
vite di Valya e Tula Harkonnen, e si conclude con una sequenza in
cui Valya fa visita allo zio e al nipote. Le
attrici Emily
Watson e Jessica Barden
interpretano Valya Harkonnen, la protagonista della serie, in
momenti diversi nel tempo. L’episodio 3 ha utilizzato diversi
flashback per mostrare una parte importante della vita di Valya
mentre si allontanava dalla sua famiglia e legava la sua lealtà
alla Madre Superiora Racquella e alla Sorellanza, preparandola a
diventare in seguito il leader dell’organizzazione.
Valya Harkonnen è una figura
ultra-potente a questo punto della linea temporale
di Dune, poiché è la leader di
un’organizzazione che ha le sue radici scavate in tutto l’Imperium.
L’episodio 2 ha visto parte della sua influenza recisa, tuttavia,
quando Desmond
Hart ha convinto l’imperatore Javicco Corrino a estrometterla
dal Palazzo Imperiale e ha anche resistito al potere della Voce.
Valya ha fatto una mossa interessante nell’episodio 3, i flashback
dimostrano la dualità del suo personaggio e perché tutto ciò è
importante.
Valya in visita allo zio si
allontana da “Sisterhood Above All”
“Sisterhood Above All” è il titolo
dell’episodio 3 di Dune: Prophecy, che esamina il percorso di Valya
Harkonnen da membro orgoglioso della sua casa, desiderosa di
vendetta contro la Casa Atreides, a leader della Sorellanza. Una
delle sue prove più significative è pronunciare la frase
“Sisterhood Above All”, dichiarando che metterà sempre le esigenze
dell’organizzazione al di sopra di quelle della sua persona e della
sua famiglia. È destinata a lasciarsi alle spalle i legami
familiari, cosa che sembra fare quando usa la Voce su Sonya e porta
Tula con sé nella Sorellanza.
Questo rende il suo incontro con lo
zio e il nipote nel finale dell’episodio 3 di Dune:
Prophecy ancora più significativo, poiché sembra che
stia tornando a tenere alla sua famiglia di provenienza. Il potere
della Voce e l’influenza della Sorellanza non hanno funzionato per
lei, quindi sta tornando ai suoi legami con gli Harkonnen per
chiedere aiuto. Valya è disperata nell’episodio 3 e mostra quanto
sia in conflitto, come personaggio. Può affermare di aver fatto
sacrifici per la Sorellanza, ma è disposta a piegare le regole
quando la sua posizione è minacciata.
In che modo lo zio di Valya
aiutarla davvero?
La Casa
Harkonnen ha sofferto negli anni precedenti agli
eventi di Dune: Prophecy, poiché sono stati
considerati codardi dalla Casa Atreides alla fine della Jihad
Butleriana. Non hanno l’influenza che avranno durante i film
di Dune, ma potrebbero comunque avere delle
connessioni e un certo livello di influenza che può aiutare Valya
in cambio del suo sostegno nell’aumentare la loro reputazione come
casa. È difficile dire esattamente quale sia il suo gioco, ma la
Casa Harkonnen non dovrebbe mai essere completamente esclusa
dall’universo di Dune.
Dopo un dittico che sicuramente ha
fatto discutere, a tratti sgradevole e violento nei confronti delle
sue protagoniste, L’amica geniale – Storia della Bambina
Perduta torna su RaiUno con le puntate 7 e 8, Il
ritorno e L’indagine. Dopo decenni che le due amiche erano
separate, questi due episodi le vedono tornare insieme, confidenti
e collaboratrici, di nuovo vicine, mentre la loro relazione assume
dei contorni nuovi che fino a quel momento non si erano mai
definiti così bene. Il loro rapporto di forze si evolve
ulteriormente e se Lila continua a essere quella tra le due che
tende a prevaricare l’altra, Elena si conferma una donna piena di
risorse, soprattutto dopo la
fine della storia con Nino.
L’addio a Nino e “Il ritorno” al
rione
Con il settimo episodio, dal titolo
Il ritorno, la storia si immerge di nuovo nel
tumulto emotivo di Elena, che torna alle sue radici e al suo
inizio, prendendo di nuovo casa al rione, proprio sotto
all’appartamento di Lila. La rottura definitiva con Nino è un
momento di liberazione e consapevolezza: un legame tossico che
viene reciso, non senza amarezza, ma con grande decisione. La scena
del loro confronto nella casa di Via Petrarca però non è il trionfo
della volontà di Elena, quanto piuttosto un verboso e depotenziato
colloquio tra due persone che, almeno da una parte, un tempo si
erano amate. Nino confessa tutte le sue piccolezze e questa volta
Lenù ha gli strumenti per allontanarlo, definitivamente. La scelta
degli sceneggiatori di mostrare il tradimento di Nino con una donna
sformata e anziana è stato un inciampo di scrittura davvero
sgradevole, come se solo vedendosi tradire con una donna così poco
attraente, Lenù avesse capito che quest’uomo, che ha amato per così
tanto tempo, non merita quella devozione. Il tradimento perpetrato
nel tempo da Nino, la sua ostinazione a coltivare se stesso al
posto della sua storia con Elena, il continuo desiderio di
affermazione e conferma, l’insicurezza che mortificava
l’intelligenza della compagna erano ben più gravi di una sveltita
con l’attempata domestica. Ma una scelta “grafica” rispetto agli
eleganti non detti allusivi del romanzo, è sembrata più adeguata
alla televisione. Non sarà l’unica volta in questa coda di serie,
né sarà la più sgradevole.
Archiviato finalmente Nino dal suo
cuore (ma non dalla sua vita, continuano a condividere una figlia,
dopotutto) Elena torna al rione, dove riafferma la propria
autonomia, nonostante la difficoltà di essere una donna sola con
tre bimbe. Questo ritorno alle origini diventa un catalizzatore per
la sua scrittura, che finalmente trova una nuova forza e
autenticità. La pubblicazione del suo libro e il successo che ne
deriva trasformano Elena in una figura di spicco, ma il prezzo del
suo successo diventa evidente: la distanza crescente tra lei e un
ambiente che implode su sé stesso. Elena è ormai un elemento
estraneo al rione e tuttavia una componente importante per il suo
ecosistema, una voce narrante.
L’evento che fa seguito
al ritorno di Lenù al rione è il tanto atteso matrimonio di
Marcello Solara con la sorella di Elena, Elisa, una delle sequenze
più cariche di tensione dell’episodio. La scena mira a sottolineare
un punto in particolare, che però non viene spiegato adeguatamente:
Michele Solara è definitivamente libero dall’incantesimo di Lila,
ormai la disprezza soltanto e con lei disprezza anche la sua
“brutta copia”, Alfonso. Vestito da donna, l’uomo fa irruzione al
matrimonio, creando agitazione e tensione. Verrà cacciato e
allontanato, solo Lila e Lenù gli rimarranno accanto, fino a che
Michele non lo picchierà a sangue per le strade del rione, davanti
all’indifferenza di tutti (tranne del buon Enzo, al quale però Lila
impedirà di intervenire). Edoardo Pesce, il
Michele adulto, è superbo nella messa in scena della bruta e cieca
cattiveria del Solara maggiore. Il pestaggio di Alfonso è uno dei
momenti più crudi e disturbanti dell’intera serie, eppure il
trattamento del personaggio appare forzato rispetto alla
delicatezza con cui era stato tratteggiato nei romanzi.
Punto fermo rimane l’amicizia tra
Lila e Lenù, sempre in bilico tra parità e abuso, onestà e inganno,
in balia degli umori della prima che continuano a influenzare e
travolgere la seconda che, dopo tutto questo tempo, appare
finalmente più consapevole e capace di schermarsi dalle inevitabili
cattiverie dell’amica.
La scrittura come strumento di
attacco al potere: L’indagine
L’ottavo episodio tira le fila di
molteplici tensioni, portando alla luce l’influenza opprimente dei
Solara e l’ineluttabile disgregazione del rione. La morte di
Alfonso segna un punto di non ritorno: non solo per la sua
brutalità, ma per il modo in cui spezza definitivamente la già
fragile speranza di una resistenza al potere dei Solara. La
reazione di Lila, fredda e piena di disprezzo, è un elemento di
distacco che evidenzia quanto la serie scelga di calcare la mano
sull’aspetto più crudo e spietato della realtà narrata. La donna è
spezzata dalla morte dell’amico, eppure sceglie di reagire in
maniera fredda, senza lasciarsi attraversare da quel dolore che
però, lo vedremo, avrà il tempo di esplodere per altre ragioni.
Il degrado del rione e la ritrovata
ispirazione di Elena si fondono come un’arma nelle mani di Lila: la
donna desidera che la compagna si faccia voce della protesta e del
cambiamento, vuole utilizzare le parole per distruggere la violenza
dei Solara, pensiero che ne rivela la fondamentale ingenuità,
soprattutto di fronte a una violenza cieca e sorda che prende corpo
in Michele. La ribellione delle due amiche le vede brevemente
fiorire in un nuovo afflato collaborativo: scrivono, lavorano, si
confrontano, tornano a essere le due bimbe piene di speranze nel
mondo delle idee, per poi scontrarsi contro una realtà ben più
cruda. Le parole che mettono insieme non servono ad altro che a
mettere Elena in una posizione di difficoltà all’interno del rione,
mentre Michele, sempre più violento e minaccioso, si erge come un
simbolo di quella brutalità sistemica che soffoca ogni tentativo di
cambiamento.
Elena si trova costretta ad
affrontare una querela e i problemi economici che ne derivano,
trovandosi a dover difendere la propria carriera e integrità.
L’episodio riflette bene la spirale di compromessi e minacce che
circondano entrambe le protagoniste, mostrando una Napoli senza
speranza che divora i suoi figli. Ancora una volta L’amica geniale
guarda oltre i confini del privato, affacciandosi con approccio
problematico alla società, al pubblico, instaurando uno stretto
legame trai due aspetti della narrazione.
L’amica geniale giunge alla svolta
decisiva
Gli episodi 7 e 8
segnano un passaggio cruciale nella narrazione de L’amica
geniale – Storia della Bambina Perduta, confermando il
talento della serie nel coniugare il dramma personale con il
contesto sociale. Tuttavia, alcune scelte narrative, come il
trattamento del personaggio di Alfonso, potrebbero risultare
discutibili per chi ha amato la delicatezza del romanzo. Resta
potente, invece, il rapporto tra Elena e Lila, sempre più
sfaccettato e complesso. Questi episodi ci ricordano che il rione
non è solo un luogo fisico, ma un’entità viva, un microcosmo di
potere e lotte, in cui i sogni di emancipazione si scontrano con la
brutalità del sistema.
Dadapolis è
stato presentato in anteprima durante la Mostra internazionale del
cinema di Venezia nella Giornate
degli Autori. Questo documentario di Carlo
Luglio e Fabio Gargano è
in grado di rappresentare quanto Napoli sia
cambiata nel bene ma anche nel male. All’interno di questo docufilm
si può notare volti noti di scrittori, cantanti, attori e registi
napoletani che sono stati chiamati per raccontare, anche in modo
differente attraverso l’arte e la musica, la loro città.
Cosa racconta Dadapolis
Questo documentario è liberamente
ispirato all’omonima antologia Dadapolis:
Caleidoscopio napoletano di Fabrizio Raimondino e
Andreas Friedrich Muller del
1989. Dadapolis è diviso in precise
parti che sono scandite da quattro macro temi fondamentali che si
racchiudono nei quattro
elementi naturali: fuoco, terra, acqua
ed aria.
Napoli tra fuoco, terra, acqua ed
aria
Il primo è
il fuoco che viene associato alla
creazione della città e le sue trasformazioni ovviamente anche
accennando il Vesuvio. Una sagoma identificatoria di Napoli, fonte
d’ispirazione come una presenza che inquieta e rassicura come un
presagio da sempre per i napoletani. Qui però non ci sofferma tanto
sul vulcano ma sulle rive, dove un gruppo di conoscenti composto
d’artisti, di tutti i generi e provenienze culturali, si ritrova ed
espone i pensieri liberi e non scanditi da un copione. Le spiagge
di Napoli sono da sempre il confine permeabile ad ogni sorta di
passaggio, dalla Sirena Partenope disperata per non aver ammaliato
Ulisse fino alle portaerei degli alleati americani.
Il documentario nella seconda
sezione, quella della terra, affronta la
creatività e il mercato nel mondo dell’arte. Si parla di
quella contemporanea fatta d’installazione, ma anche dei giovani
street artist che stanno cercando un loro posto, con opere che
cadono subito all’occhio sui muri abbandonati della città ma anche
su vecchi pescherecci al molo. In questa parte appare anche lo
psicanalista Guelfo Margherita, che induce un
gruppo di ragazzi e ragazze a riflettere sulla riconoscibilità di
alcuni valori ad esempio come la libertà nella produzione
artistica.
La terza è quella dedicata
all’acqua che rappresenta morte e rinascita
di Napoli. L’elemento acquatico però è in qualche modo il fil rouge
del documentario stesso. Il mare è da sempre presente fin dalla
prima scena c’è per i momenti a riva, nel porto, sulle barche e
nelle sirene che vengono continuamente citate anche
perché Partenope è
la dea protettrice della città, come
quella omonima del film di Paolo
Sorrentino. Dadapolis si conclude
con l’aria, con la mobilità, l’immigrazione e
uno sguardo al futuro che come dicono tutti i vari interlocutori è
molto incerto.
Dadapolis un docufilm non per
tutti
Napoli in
questo documentario viene raccontata in modo schietto, tante volte
i vari artisti affrontano il problema, sottinteso, di quello che si
sta trasformando nel cosiddetto luogo di turismo che pensa, come
qualsiasi località in Italia, a guadagnare e perdendo la sua
essenza. La città partenopea in questi
anni sta vivendo una rinascita, basta solo pensare a quanti film o
serie televisive sono ambientate lì, ma diventando però tutta
stereotipata perché in qualche modo il visitatore, soprattutto
quello straniero, vuole e cerca questo.
Dadapolis si
rivela un documentario che è riuscito a metà se si vuole pensare ad
un pubblico generalista anche perché la modalità si raccontare è
molto sperimentale. Interessanti le vedute dall’alto per ammirare
la parte più costiera ma non si va mai all’interno, questa si vede
che è una scelta specifica per non togliere l’interesse a quello
che dicono i vari artisti. Per concludere, visto anche il titolo
che cita il movimento dadaista, forse i due registi avrebbero
dovuto più concentrarsi sull’aspetto dell’arte che rimane quello
più interessante nell’insieme dei vari discorsi.
Il mondo di Solo
Leveling, nato dalla penna
di Chugong e DUBU e
poi trasposto su piccolo schermo nella prima stagione dell’omonimo
anime, sta per prendere vita al cinema. Grazie alla sinergia
tra Crunchyroll, Sony Pictures
Italia e Eagle Pictures,
l’atteso lungometraggio animato intitolato Solo
Leveling: ReAwakening arriverà infatti nelle sale italiane
per un evento speciale di tre giorni, dal 2 al 4 dicembre.
La pellicola, diretta
da Shunsuke Nakashige (Sword Art
Online), rappresenta un momento cruciale per i fan della
serie: un’occasione unica per rivivere le avventure di Sung
Jin-woo, il cacciatore più debole diventato il più forte, e
immergersi nuovamente nell’affascinante universo dei dungeon e
delle creature sovrannaturali.
Prodotto da due dei più importanti
studi di animazione giapponesi, A-1
Pictures e Production
I.G, Solo Leveling:
ReAwakening offrirà un riassunto dettagliato della
prima stagione, permettendo a tutti i fan di rinfrescarsi la
memoria e di prepararsi all’esaltante anteprima dei primi due
episodi della seconda stagione. E, pur vantando una speciale
colonna sonora, composta dal talentuoso Hiroyuki
Sawano (Attack on
Titan) e dal gruppo K-Pop Tomorrow X
Together, ha il difficile compito di rendere giustizia
alla dinamica e spettacolare narrazione del manhwa originale.
La trama di Solo Leveling:
ReAwakening
Dieci anni fa il mondo è cambiato
per sempre. All’improvviso, infatti, il pianeta ha conosciuto
l’apertura dei “Gate”, portali verso dimensioni oscure abitate da
mostri di ogni sorta. Alcuni componenti del genere umano hanno però
risvegliato sopite capacità di combattimento con le quali poter
affrontare la nuova minaccia. Sono denominati cacciatori, gli
Hunters, e si dividono in diverse classi di forza che vanno dalla
“S”, la più potente, alla “E”. Di quest’ultima, quella riservata
agli hunters di minor valore, fa parte anche Sung Jin-woo,
protagonista del racconto, considerato da tutti l’arma più debole
del mondo.
Il destino, tuttavia, sembra avere
in serbo per Jin-woo un percorso ben diverso. E Solo
Leveling – ReAwakening racconta proprio la
straordinaria ascesa del protagonista, dalla sua umile condizione
di cacciatore di rango E fino a quello di leggenda. Entrato in un
dungeon mortale, una missione rivelatasi ben più pericolosa del
previsto, il giovane ragazzo ha infatti scoperto un sistema di
livellamento unico, destinato a cambiarlo per sempre. E ora, dotato
di una nuova consapevolezza e fiducia nei propri mezzi, Jin-woo è
ansioso di affrontare nuove sfide e pericoli per divenire l’hunter
più potente del mondo. In un’adrenalinica avventura action, che lo
condurrà ben oltre i limiti imposti dalla sua classe.
Solo Leveling: ReAwakening: tra
struttura e semantica
Solo Leveling:
ReAwakening è senza dubbio un lungometraggio
bizzarro. Se infatti la sua struttura narrativa, almeno da un punto
di vista prettamente contenutistico, ricalca quella di un certo
numero di anime – e fa leva sulla classica storia d’evoluzione di
un outsider che, mescolata a pratiche tipiche del gaming e grazie a
un’animazione di alto livello, regalano due ore di coinvolgente e
crudo intrattenimento – è però necessario spendere almeno qualche
parola per provare a carpire quella che è la natura semantica di
questo prodotto. Di un film che, come accennavamo a inizio
articolo, si compone di due differenti sezioni a cavallo tra
piccolo e grande schermo.
Solo Leveling:
ReAwakening propone infatti un montaggio dei momenti
fondanti della prima stagione dell’anime, uscita a partire dal
gennaio di quest’anno, unito a un piccolo assaggio della seconda,
di cui ci vengono mostrate integralmente le prime due puntate. E,
pur non trattandosi di un caso isolato all’interno del proprio
universo di riferimento – visto e considerato il precedente dello
scorso febbraio targato Demon
Slayer – è pressoché innegabile che la scelta di
questo formato di distribuzione sia da considerarsi quantomeno
curiosa. Specie di fronte di un panorama audiovisivo che, pur
avendoci ormai abituato alla dimensione intermediale dei suoi
articoli, è però sempre stato dominato da lungometraggi chiamati
più che altro a portare avanti o concludere l’arco narrativo della
propria controparte seriale (si pensi a Downton Abbey).
O, in alternativa, a raccontare storie o frangenti che, godendo del
ruolo di spin off, potessero ampliare la nostra conoscenza
orizzontale del franchise di turno.
Solo Leveling: ReAwakening: porte
aperte sul futuro
Ecco perché il
progetto Solo Leveling:
ReAwakening (precedenti ed eredi inclusi) impone una
serie di domande. Soprattutto in considerazione di un modello di
fruizione cine-televisiva che di giorno in giorno continua ad
evolversi.
Quali porte, quali gate potrà
infatti aprire un’idea di prodotto basata sul concetto di
riassuntone/highlights tipico di Youtube, sul
“previously on” della serialità anni 2000 e sulla modalità della
“sneak peek” figlia, almeno in parte, delle famigerate post credit
marvelliane? E quali risposte potrà suggerire, in ottica futura, a
case di produzione (Disney su tutte) già da
tempo instradate lungo il viale della costante infiltrazione? Ma
soprattutto, quali parole potremo utilizzare per descrivere un
prodotto che, come Solo Leveling:
ReAwakening disperde le proprie anime seriale e
cinematografica per assestarsi come esperienza posta all’incrocio
tra nostalgia del passato e voglia di futuro? Dovremo forse
inventarci nuove parole?
Una cosa è certa: freebooting e
rimontaggi sono esperienze già superate. Non resta che attendere la
naturale evoluzione di un sistema autonomo ormai inarrestabile.
Il finale dell’episodio
3 di Dune:Prophecy,
dal titolo “Sisterhood Above All”, solleva diverse domande sul
passato e sul futuro di Tula
Harkonnen. Dune: Prophecy è una serie in
sei parti basata sul romanzo del 2012 Sisterhood of
Dune, scritto dal figlio dell’autore originale
di Dune Frank
Herbert, Brian, e Kevin
J. Anderson. La storia si svolge più di 10.000 anni prima
dell’ascesa di Paul Atreidies, raccontata
in Dune (2020) e Dune: Parte Due (2024)
di Denis Villenueve. Dune:
Prophecy rivela le origini della potente sorellanza
ombra nota come Bene Gesserit e come hanno
manipolato il destino dell’umanità.
L’episodio 1 diDune:Prophecy “The
Hidden Hand” ha presentato Valya Harkonnen (Emily
Watson),
una leader feroce e calcolatrice, e sua sorella biologica, Tula
Harkonnen. L’episodio 2
di Dune:Prophecy rivela
cosa è successo a Lila e a sua nonna, la Reverenda Madre Dorotea,
dopo che Tula e Valya Harkoennen l’hanno incoraggiata a sopportare
prematuramente un rituale pericoloso per la vita noto
come The
Agony.
Nell’episodio 3 di Dune:Prophecy,
Tula prende in mano la vita di Lila dopo che è apparentemente morta
durante il rituale The
Agony e
cerca di resuscitarla tramite l’uso di Macchine
Pensanti proibite,
nascoste da Valya e dalle Bene Gesserit.
Cosa è successo a Griffin
Harkonnen
L’episodio 3 di Dune:Prophecy presenta
l’unico fratello di Valya e Tula, Griffin Harkonnen. Tornati sul
loro pianeta natale di Lankiveil, la Casa Harkonnen è stata evitata
dall’Imperium a causa della presunta codardia del loro antenato
durante la Battaglia di Corrino contro Vorian Atredies. Mentre il
popolo degli Harkonnen si è ridotto a raccogliere pellicce di
balena, una Valya audace e ribelle si rifiuta di permettere che il
suo cognome venga scartato dall’Imperium.
Griffin spiega alla sua famiglia che
si sta dirigendo a Zimia, che è la città principale del pianeta
natale dei Corrino, Salusa Secundus, perché Landsraad, ovvero
l’organismo che rappresentava tutte le Grandi Casate, ha accettato
la sua petizione per ottenere un accordo commerciale migliore per
la pelliccia di balena. Mentre è a Zimia, Griffin si mette alla
ricerca e affronta Vorian Atreides, che Valya incolpa per aver
disonorato Casa Harkonnen. È implicito che Griffin abbia affrontato
Vorian come Valya voleva e sia morto nello scontro.
Perché Tula Harkonnen ha ucciso
Orry Atreides
Valya e Tula Harkonnen hanno
dedicato le loro vite a vendicare il nome della loro famiglia e la
morte del loro fratello Griffin, la cui morte ha ulteriormente
alimentato il loro odio per Casa Atreides. Mentre Valya andava ad
allenarsi con la Sorellanza, Tula nascose la sua vera identità e
“si innamorò” di Orry Atreides sul pianeta natale degli Atriedes,
Caladan. Orry e Tula si erano incontrati in un mercato dove Orry
aveva iniziato una conversazione e aveva chiesto a Tula di sposarlo
solo pochi mesi dopo. Tula sembra accettare la proposta di
matrimonio di Orry ma solo dopo rivela di essere una Harkonnen, il
che sconvolge Orry. Fa appena in tempo e vedere i suoi familiari
morti quando Tula piomba su di lui e lo uccide, come aveva fatto
con tutti gli altri.
Il significato del toro in Casa
Harkonnen spiegato
Tula uccide Orry con un veleno
relativamente indolore e rapido, ma il modo in cui più di due
dozzine di membri degli Atreides siano morti è più ambiguo. Dopo
che Tula uccide Orry ma risparmia un giovane ragazzo Atreides che
potrebbe benissimo essere Keiran, alza lo sguardo verso la cima di
una rupe e vede un mitico toro nero. Sebbene non venga mai detto
nell’episodio 3 di Dune: Prophecy, sembra che il
toro abbia assassinato tutti gli Atreides
nell’accampamento. Il toro è un simbolo della Casa
Harkonnen poiché il nome Harkonnen è basato sul nome
finlandese Härkönen che significa “bue” o “persona simile a un
bue”. Poiché Tula non avrebbe potuto uccidere tutti quegli Atreides
da sola, il mitico toro che vede dopo aver ucciso Orry è il
colpevole più probabile.
Cosa ha mostrato Raquella a Valya
nei tunnel
L’episodio 3 di Dune:Prophecy rivela
come la Madre Reverenda Superiora Raquella abbia mostrato un
interesse speciale per un’allieva in difficoltà di nome Valya
Harkonnen. Raquella ha preso Valya sotto la sua ala e ha iniziato a
farle conoscere la sua grande visione per le Bene Gesserit, che era
quella di stabilire un enorme indice genetico per allevare
governanti ideali per l’Imperium. Raquella è colpita dall’abilità
di Valya con la Voce e le affida il compito di portare avanti la
sua visione delle Bene Gesserit al posto della figlia più puritana,
Dorotea. Invece di imparare da Dorotea, Valya riceve una speciale
guida da Raquella, che le mostra come assembla il suo indice
genetico di allevamento nei tunnel usando la tecnologia
proibita delle Macchine Pensanti.
Cosa è successo a Valya durante The
Agony
Non è esattamente chiaro cosa abbia
visto Valya durante il suo rituale auto-somministrato, a cui si è
sottoposta da sola a Lankiveil. Entra nello stesso sinistro regno
spirituale con tutte le sue antenate Harkonnen come Lila ha fatto
con le sue antenate nell’episodio 2 di Dune:
Prophecy. Valya è in grado di tornare alla realtà dopo
essere sopravvissuta all’Agonia e si riunisce a Tula con una nuova
visione per il futuro. Insoddisfatta della sua vita a Lankiveil e
detestata dai suoi genitori, Valya giura in questo momento di
dedicare tutta la sua vita alla sua nuova famiglia: la Sorellanza.
Tornerà dalla Madre Reverenda Superiora Raquella per completare il
suo voto di Sorellanza.
A chi fa visita Valya alla fine
dell’episodio 3?
Tornando alla linea temporale
presente in Dune: Prophecy, Valya fa una
visita a sorpresa a suo nipote, Harrow Harkonnen, e al suo anziano
padre, Evengy Harkonnen. Dice nell’ascensore mentre sale a casa di
Evengy: “I sacrifici devono essere fatti. La sorellanza prima di
tutto”. La scena si interrompe e l’episodio si conclude prima che
possa accadere qualsiasi altra cosa. Nel contesto della linea
temporale attuale della serie, Valya sta cercando ansiosamente di
capire cosa fare dopo aver tentato senza successo di usare la Voce
su Desmond
Hart per ucciderlo ed essere stata bandita da Salusa
Secundus. È possibile che possa offrire suo zio e/o suo nipote come
una sorta di manovra di pacificazione o di affermazione del
potere.
Come Tula progetta di riportare in
vita Lila
Tula usa i computer di
indicizzazione genetica di Raquella e Valya nella scena finale
dell’episodio 3 di Dune: Prophecy in un
ultimo disperato tentativo di riportare in vita Lila con una dose
di spezia attentamente regolata. Tula ha chiaramente un cuore più
grande di Valya e farà di tutto per riportarla in vita da una morte
prematura ingiusta in nome della Sorellanza. Anche se Tula non è la
madre di Lila, l’ha cresciuta come tale dopo che sua madre è morta
durante il parto, o almeno questo è ciò che Tula afferma sia
successo. La tecnologia informatica che Tula usa alla fine
di Dune: Prophecy cercherà di riportare
in vita Lila e di tirarla fuori dal regno in cui ha incontrato
Raquella e Dorotea.
La serie horror soprannaturale di
Paramount+Fromha già riscosso un grande successo
con le sue tre stagioni e ora è stata rinnovata per una quarta
stagione. Debuttata nel 2022, la serie racconta la storia di una
misteriosa città dell’America centrale che intrappola chiunque vi
entri ed è circondata da mostri letali che infestano i boschi fuori
dalla città. Riprendendo la trama contorta di serie come Lost e
aggiungendo un tocco spaventoso, From si è rapidamente affermata
come una delle serie horror di punta nel mondo altamente saturo
delle serie TV in streaming.
Il finale della seconda stagione di
From ha preparato il terreno per una terza stagione ancora più
terrificante, e ogni nuova scoperta solleva più domande invece di
dare risposte. Il vero potere della serie è stato il mistero che la
avvolge e, come nei migliori puzzle, ogni colpo di scena rende la
trama ancora più contorta. Con From che ha ottenuto un
successo quasi unanime (compresi gli elogi del maestro dell’horror
Stephen King), il futuro della serie sembra
roseo. Il futuro sembra ancora più roseo ora che MGM+ ha deciso di
rinnovare la serie per una quarta stagione.
Ultime notizie su From –
stagione 4
Diversi mesi dopo il rinnovo dello
show, arrivano le ultime notizie sotto forma di un’anticipazione
sulla data di uscita della stagione 4. Il produttore
esecutivo Jeff Pinkner e il co-produttore/creatore della serie John
Griffin hanno espresso opinioni contrastanti sulla data di ritorno
della serie, anche se Griffin sembra aver avuto l’ultima parola.
Anche se Pinker ha detto che c’erano grandi speranze che la serie
tornasse prima della fine del 2025, Griffin ha sottolineato che
“probabilmente sarà all’inizio del 2026”. Questo
perché le riprese della quarta stagione non finiranno prima delle
vacanze del 2025.
Un intervallo di poco più di un anno
tra una stagione e l’altra non è insolito nell’era dello streaming,
e tutte e tre le stagioni di From sono state rilasciate
in periodi diversi dell’anno. I commenti di Pinker sull’arrivo
entro la fine del 2025 erano probabilmente solo un pio desiderio, o
forse aveva semplicemente dimenticato il calendario di produzione.
In ogni caso, la risposta più certa di Griffin significa che
l’inizio del 2026 è la data più probabile per l’uscita.
Leggi qui i commenti di Griffin e
Pinker:
Griffin: “Prima di
passare alla prossima domanda, vorrei intervenire, se posso, perché
non voglio che Jeff o io veniamo presi di mira da persone
arrabbiate. Jeff, correggimi se sbaglio, probabilmente non finiremo
le riprese prima delle vacanze. Quindi, molto probabilmente, sarà
all’inizio del 2026, no?”
Pinkner:“Probabilmente sarà all’inizio del 2026”.
La quarta stagione è
confermata
Fin dall’inizio della terza
stagione, sono iniziate le speculazioni sulla quarta stagione di
From, ma MGM+ non ha lasciato i fan con il fiato sospeso a lungo. A
pochi giorni dal finale della terza stagione, MGM+ ha deciso di
rinnovare la serie horror per un’altra stagione. Questo conferma la
fiducia della piattaforma di streaming nella serie originale, molto
apprezzata, e probabilmente significa che lo show potrebbe andare
avanti ancora per un bel po’. È stato anche annunciato che le
riprese della quarta stagione inizieranno nel 2025 e che l’uscita è
prevista per l’inizio del 2026.
Per commemorare il rinnovo, la
pagina ufficialeFromsu X (precedentemente Twitter) ha condiviso un
video del protagonista della serie Harold Perrineau che strappa una
bottiglia da un albero con la scritta “From stagione 4 in
arrivo”.
Dettagli sul cast della quarta
stagione
Il cast della quarta stagione di
From è difficile da prevedere, dato che la terza stagione
eliminerà senza dubbio alcuni personaggi prima che sia tutto
finito. Tuttavia, la forza costante durante l’intera serie è stata
Harold Perrineau nei panni di Boyd Stevens, lo sceriffo e
leader de facto della città, che dovrebbe tornare nella quarta
stagione. Nonostante il suo status fosse incerto all’inizio della
terza stagione, si prevede che Catalina Sandino Moreno tornerà a
interpretare Tabitha Matthews.
Jim Matthews, interpretato da Eion
Bailey, sembrava un altro candidato sicuro per il cast della quarta
stagione, ma la sua morte scioccante nella terza stagione significa
che probabilmente non tornerà. Tuttavia, con i viaggi nel tempo,
quasi tutti potrebbero tornare ad un certo punto. Come negli anni
precedenti, la quarta stagione probabilmente aggiungerà anche
alcuni membri del cast, anche se è impossibile prevederlo finché
non saranno disponibili ulteriori informazioni.
Dai dettagli della trama della
quarta stagione
Come molte serie horror
sconvolgenti, la trama di From è costellata da colpi di
scena enormi che potrebbero portare la serie in qualsiasi direzione
in un attimo. Il finale della terza stagione di From non è
stato privo di sorprese scioccanti, anche se è servito
principalmente a rivelare la natura ciclica del male che affligge
la città. Con la rinascita di Smiley, c’è un oscuro senso di
disperazione, poiché tutto sembra essere vano. Tuttavia, alcune
cose sono cambiate con la morte di Jim e gli abitanti della città
sono in grado di minacciare i mostri a modo loro.
Scoprire che tutto è un ciclo
può sembrare disperato, ma offre anche ai sopravvissuti la
possibilità di analizzare lo schema e trovare il modo di
spezzarlo.
La prossima stagione vedrà
probabilmente i sopravvissuti cercare di sfruttare ciò che hanno
imparato e apportare modifiche. Scoprire che tutto è un ciclo può
sembrare disperato, ma offre anche ai sopravvissuti la possibilità
di analizzare lo schema e trovare il modo di spezzarlo. Tuttavia,
più resistono al ciclo, più le loro vite sono in pericolo in
From – Stagione 4.
Yellowstone è
incentrata sulla famiglia Dutton. John Dutton, il patriarca della
famiglia interpretato da Kevin
Costner, è una figura chiave della serie fin dalla
prima stagione. Il potente proprietario di ranch e la sua famiglia
controllano il più grande allevamento di bestiame contiguo del
Paese, e con esso nascono conflitti con gli interessi degli
indigeni e con gli sviluppatori aziendali che cercano di estendere
le loro catene e i loro oscuri segreti. Anche se può essere
difficile da credere, Yellowstone è il primo ruolo di Costner
in una serie regolare. Sheridan aveva proposto a Costner diversi
ruoli prima di John Dutton, ma è stato questo progetto a convincere
l’attore a partecipare.
Sin dall’uscita
diYellowstone, le persone
sono state attratte dalla rappresentazione autentica della vita nei
ranch e dei problemi della vita reale. Se lo show sia
basato sulla vita reale è una domanda che spesso viene posta agli
spettatori. La serie western è semplicemente uno degli show che
sembrano troppo reali per non esserlo, il che la dice lunga sulla
qualità della narrazione di Sheridan. La verità è che sia la storia
che il personaggio di Costner attingono a persone e conflitti
reali.
Taylor Sheridan e Kevin Costner
hanno co-creato John Dutton
Taylor Sheridan nella serie tv Yellowstone –
Credit Paramount Network
John Dutton non è esattamente “un
bravo ragazzo”. È il tipo di eroe che “può fare cose che non ti
piacciono molto”, secondo quanto dichiarato da Sheridan in
un’intervista congiunta con Costner, rilasciata al LA
Times. Il creatore dello show ha ammesso che gli piace che i
suoi “eroi facciano cose” che “non piacciono” alla gente, perché
così gli spettatori si interrogano sulle loro decisioni. Secondo
Costner, il suo Dutton “vive nel grigio”, ma non perché il
patriarca della famiglia lo voglia. L’attore ritiene che Dutton non
sia “una persona che nella sua mente vive nel grigio”. La sua
posizione unica e il peso sulle sue spalle lo spingono a prendere
decisioni “per portare a termine le cose”, il che suona molto
simile a un’altra figura dell’universo di Sheridan: il Tommy Norris
di Billy Bob Thorton in Landman.
Il ruolo di John Dutton è
stato creato su misura per Costner, che ha anche aggiunto il suo
contributo nel plasmare il personaggio. “Taylor e io
abbiamo trascorso molto tempo a parlarne, perché ho dovuto mettere
mano a certe cose”, ha detto Costner. Dal punto di vista di
Sheridan, avere Costner a bordo significava avere un grande attore
in grado di gestire le “situazioni conflittuali” in cui lo aveva
gettato. Grazie a Costner, Sheridan ha potuto scrivere molto di più
sul ruolo che è diventato John Dutton. Il creatore dello show ha
dichiarato a Variety:
Kevin è una delle più grandi
star del cinema degli ultimi 40 anni, e se lo
merita.È un incredibile narratore di storie
come regista, scrittore e attore, e quindi quando hai questo tipo
di strumenti nella tua cassetta degli attrezzi, puoi scriverlo in
alcune situazioni davvero conflittuali.
Kevin Costner ha portato suo
padre in John Dutton
Per la
ricerca, Kevin Costner si è tuffato nella storia
americana per trovare ispirazione. Ha guardato
documentari, libri e momenti socioeconomici della Guerra Civile per
esplorare l’origine del suo personaggio; ma è stato
suo padre ad aiutarlo a entrare nel personaggio. La star
del western ha spesso citato il padre come figura
chiave di ispirazione. Ha raccontato a The
Hollywood Reporter:
Lui [mio padre] era un duro;
era un combattente; sapeva combattere e mi ha insegnato in un modo
che era progettato per vincere.
L’attore ha portato con sé l’eredità
del padre e del nonno attraverso la sua interpretazione del
patriarca dei Dutton, in particolare il fucile di John
Dutton, un calibro 30-30 che apparteneva al padre di
Costner. L’attore ha rivelato questo fatto divertente
al Dan
Patrick Show, rivelando che il fucile era un piccolo gesto che
gli ricordava la fattoria dei suoi nonni in Oklahoma. Suo padre,
William Costner, è cresciuto in una fattoria di grano insieme agli
altri 10 fratelli.
Quando TV
Insider gli ha chiesto se avesse portato un po’ di suo
padre nello show, l’attore ha rivelato che suo padre era “un duro
che combatteva a pugni e con un’unica mente, uscito dalla Dust Bowl
durante la Grande Depressione”, e la calibro 30-30 che ha usato
a Yellowstone lo ha aiutato a entrare nel
personaggio ogni volta che l’ha puntata alla guancia. “Mio padre è
proprio lì”, ha detto Costner. Ha anche rivelato che ,
grazie a suo padre, sapeva “cosa significa essere una persona che è
una specie di John Dutton, senza l’omicidio”.
È interessante notare che anche Beth
Dutton ha avuto un’ispirazione nella vita reale, ma non quella che
gli spettatori normalmente si aspetterebbero. La Beth
di Kelly
Reilly è una figlia cresciuta tra gli uomini, ma il fatto
di essere una donna l’ha resa più spietata. Nell’intervista
rilasciata al LA Times, Sheridan ha ammesso che “potrebbe benissimo
essere la cosa migliore” che ha scritto nello show. L’ispirazione è
stata la preferenza di Angelina Jolie nel capovolgere il genere dei
suoi personaggi quando si tratta di interpretare un ruolo. Con
Beth, l’idea centrale è che se fosse stata Ben, non sarebbe
cambiato nulla.
Yellowstone è stato ispirato
dalla vita reale
Anche se non esiste un John Dutton
nella vita reale, chiunque abbia visto almeno un episodio
di Yellowstone sa che l’autenticità è al centro
della serie. Il creatore dello show, Taylor Sheridan, che è un
cowboy in carne e ossa, non ha bisogno di guardare oltre per
trovare ispirazione. Sheridan è cresciuto in un ranch fuori Waco,
in Texas. Essendo l’attuale proprietario del 6666
Ranch e avendo vissuto in Wyoming negli ultimi anni, i cambiamenti
che Sheridan ha visto intorno a sé nel corso degli anni sono
l’ispirazione
perYellowstone.
Il potere, l’allevamento, lo
sviluppo del territorio e le cose che la gente fa intorno ai tre
sono tutti problemi e scenari reali. Anche se le storie dello show
sono di fantasia, non si discostano molto dalla realtà.
Nell’intervista rilasciata al LA
Times, Sheridan ha anche rivelato che tutti i problemi di
“sviluppo del territorio, cattiva gestione delle risorse,
oppressione e povertà estrema e disuguaglianza nel governo”
esistono nella vita reale, ma “quando accadono in una piccola area,
in una zona rurale”, sono amplificati e più drastici. Ha detto:
Questi problemi di sviluppo del
territorio, di cattiva gestione delle risorse, di oppressione, di
estrema povertà e di iniquità nel governo – esistono anche qui, ma
quando accadono in una piccola area, in un’area rurale… e perché
c’è meno gente, le conseguenze sembrano molto più
acute.Quando si inizia a vedere Costcos in un
paesaggio di fattorie e ranch, è molto più drammatico che se ne
inceppassero uno nella San Fernando Valley.
Le ispirazioni della vita reale sono
il motivo per
cui Yellowstone esiste. La serie
nasce dal desiderio di Sheridan di far conoscere situazioni reali
che di solito vengono affrontate solo nei
documentari. In
effetti, Yellowstone non era inizialmente
pensato come una serie televisiva. “Non è una mossa intelligente,
fare una cosa sull’allevamento moderno”, ha detto Sheridan, che ha
ammesso che l’intera faccenda ha avuto delle sfide che l’hanno resa
‘non una mossa intelligente’. L’aggiunta di elementi di finzione è
stata necessaria perché “se vuoi fare qualcosa senza alcuna
resistenza, fai qualcosa che sa di qualcos’altro”.
Con Yellowstone, parte dell’accordo è il collegamento
tra la vita del ranch e il resto del mondo. Nella stessa
intervista, Sheridan ha dichiarato:
Quando le persone vedranno
questo film, penso che capiranno: “Anche se è un mondo così
diverso, vedo molte somiglianze nei problemi, vedo molte
somiglianze nei conflitti.Anche se il loro
stile di vita mi è così estraneo, non siamo poi così diversi”, e
non lo siamo, ma ogni volta che si riesce a ricordarlo alla gente,
credo sia una buona cosa.
Yellowstone è stato girato in un
vero ranch
In tutti gli spin-off e i prequel
della serie Yellowstone di Taylor Sheridan,
sebbene tutti i personaggi siano per lo più di fantasia, le riprese
si sono svolte in luoghi reali. Il ranch di
Yellowstone della serie è un ranch storico realmente funzionante,
il Chief Joseph Ranch, a Darby, nel Montana. La serie
porta gli spettatori in giro per il ranch, con luoghi chiave come
l’armeria, la baita di Rip (nota come baita di Ben Cook), la baita
di Lee (nota come baita del pescatore) e la baita del trapper.
L’autenticità e i paesaggi
mozzafiato sono il motivo per cui gli spettatori visitano spesso la
serie. “Non credo che ci stancheremo mai di vedere fiumi che
scorrono, valli e montagne”, ha detto Costner a CBS This Morning. Le
location svolgono un ruolo fondamentale nel lavoro di
Sheridan. Trovarsi in un vero ranch sullo sfondo del
paesaggio del Montana fa sì che gli spettatori e gli attori
comprendano la vita e le storie che sta
raccontando. “Taylor [Sheridan] è un grande fan
dell’autenticità e voleva che tutti noi capissimo in cosa stavamo
entrando”, ha detto a Vanity
Fair l’attore di Kayce Dutton, Luke Grimes. Ha spiegato che per il pubblico, la
ricerca di autenticità di Sheridan è quella di “mostrare questo a
persone che normalmente non capirebbero che questo è ancora un modo
di vivere per molte persone”.
A meno di un mese dal
Natale, Netflix regala in anticipo al suo
pubblico una nuova e originale commedia natalizia: stiamo parlando
di The Merry Gentlemen. La pellicola leggera
e divertente è diretta da Peter Sullivan e scritta dall’attrice e
sceneggiatrice Marla Sokoloff (Claire
in Desperate
housewives). The Merry
Gentlemen presenta un cast di figure già note nel
panorama cinematografico internazionale. Il protagonista Luke è
interpretato da una versione più adulta (e muscolosa)
di Chad
Michael Murray, attore divenuto noto nei primi 2000
con il ruolo di Tristan in Una
mamma per amica e Charlie Todd in Dawson’s
Creek. Al suo fianco l’americana Britt
Robertson (Tomorrowland,
The
space between us) è nel ruolo della protagonista femminile
Ashley. Altre figure ricorrenti nel film
sono Maria Canals-Barrera ( Camp Rock, I
maghi di Waverly) e Beth
Broderick (Diane in Lost,
Sabrina, vita da strega), rispettivamente nei panni di Denise e
Lily, madre di Ashley.
The Merry
Gentlemen: un Natale a luci rosse
Ashley vive il suo sogno di quando
era bambina di essere una delle Jingle belles, un gruppo di
ballerine che inscenano uno spettacolo a tema natalizio in uno
degli spettacolari teatri di Broadway. Tutto sembra perfetto fino
all’arrivo di una nuova giovane belles: Ashley viene tristemente
scaricata perché considerata troppo matura per lo spettacolo e
viene liquidata brevemente dalla coreografa poche settimane prima
di Natale.
Ashley fa ritorno a Sycamore Creek,
la sua città Natale. Qui scopre che il Rhythm room, il locale
gestito da tanti anni dai suoi genitori, ha perso fama e ha portato
la sua famiglia a indebitarsi. Il Rhythm room non sembra avere
altro scampo se non essere trasformato in un juice bar, per non
rischiare di divenire un altro buco nel muro tra troppi
buchi.
Con l’aiuto di Luke e degli altri
ragazzi, Ashley riuscirà a dare una nuova chance al locale portando
una ventata di novità da Broadway: uno show di varietà maschile. Lo
spettacolo si traduce in un’esibizione molto osé e attraente per il
pubblico femminile della città. Mentre il destino di Ashley sembra
essere nella sua città d’origine, il capitolo di Broadway non
sembra totalmente chiuso: la scelta tra Sycamore Creek e Luke e la
città sarà molto difficile.
The Merry
Gentlemen: le ingiustizie dello spettacolo
Il punto di partenza
di The Merry Gentlemen è una delle tante
ingiustizie che si creano in un settore come la danza o lo
spettacolo in generale. Sul palco ciò che conta di più è certamente
il talento e l’aspetto, ma ciò non giustifica i corpi di ballo a
liquidare con tale facilità le proprie ballerine con la comparsa
del primo capello bianco.
Come tutte le attività che
prevedono una certa prestanza fisica, come anche gli sport, la
danza non è certo una disciplina e un lavoro che può essere
praticato in maniera indisturbata per tutta la vita. Ciononostante,
sembra chiaro fin da subito quanto sia sbagliato che Ashley, a un
età identificabile intorno ai trent’anni, venga cacciata dal
proprio posto a favore di una se più giovane e soda.
Un Magic
Mike versione natalizia
Come spesso accade nelle pellicole
di Natale, non sempre si riesce a trovare nuovi elementi di
originalità per individualizzare il film. nel caso
di The merry gentlemen, l’elemento di novità
dovrebbe essere la presenza di giovani e attraenti ragazzi che si
esibiscono mezzi nudi per salvare il Rhythm room. Ciò comporta
molte scene hot in un clima natalizio. Questo non è di certo il
primo film che porta tematiche simili sul grande schermo: già solo
a pensare alla serie cinematografica di Magic
Mike la quale è incentrata totalmente su un
gruppo di spogliarellisti. Già in partenza sembra molto strano
immaginare una commedia di natale su degli pseudo
spogliarellisti.
Tralasciando questo elemento, tutto
il resto del film sembra essere molto standard: una storia a lieto
fine con un fantastico miracolo di Natale finale, una romantica
storia d’amore e un’atmosfera molto famigliare.
The Merry
Gentlemen si rivela una commedia leggera, piacevole
da guardare (magari non in compagnia dei propri genitori/figli per
evitare un Natale un po’ cringe!). Nonostante ci
sia un certo grado di originalità, la contemporanea presenza di
spogliarellisti e di spirito natalizio sembra un po’ stridere,
stranendo lo spettatore, più abituato alle classiche storie di
Natale.
Quando diverse forme d’arte e le
tradizioni culturali di un popolo si fondono in un’unica opera,
possono nascere autentici gioielli. Se a questa combinazione si
aggiungono poi valori e tematiche di forte risonanza sociale, come
quelli legati al femminismo, il risultato merita ancora di più
l’attenzione e l’interesse del grande pubblico. È il caso
di La nostra terra, il nuovo film
del duo Dk Welchman e Hugh
Welchman, già noti per il loro lavoro nel candidato
all’Oscar Loving Vincent,
dedicato agli ultimi giorni di Vincent van
Gogh.
Presentato in selezione ufficiale
al Toronto Film
Festival, La nostra terraè
l’adattamento cinematografico del celebre romanzo I
contadini (The
Peasants) di Władysław Reymont,
vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1924. Come un
dipinto vivo e prezioso, l’opera di Reymont prende forma sul grande
schermo grazie alla stessa straordinaria tecnica utilizzata
in Loving Vincent: il potere evocativo della pittura
a olio sulle immagini pre-registrate secondo l’animazione
al rotoscopio.
Ogni fotogramma del film è ispirato
alle opere dei pittori polacchi della fine del XIX e dell’inizio
del XX secolo, il risultato di un elaborato processo
tecnico che ha richiesto anni di lavoro. Distribuito
da Wanted, La nostra
terra sarà al cinema solo il 2, 3 e 4
dicembre.
Cosa racconta La nostra
terra?
Lunghi capelli color oro, occhi
tanto chiari quanto sinceri e un volto che sembra appartenere a un
angelo: Jagna è una giovane donna di
straordinaria bellezza, determinata a ritagliarsi il proprio spazio
nel mondo. Vive con sua madre in piccolo villaggio rurale della
campagna polacca, Lipce, alla fine del XIX secolo, cercando di
sopravvivere in una realtà dominata dal patriarcato, anche in una
famiglia priva di una figura maschile. Ben presto, Jagna si trova
intrappolata tra i desideri e le ossessioni degli uomini del
villaggio. Tra questi ci sono il contadino più
ricco, Maciej Boryna, che la costringe a
sposarlo, e il figlio maggiore di
lui, Antek, di cui Jagna è perdutamente
innamorata. In questo ambiente familiare e al tempo stesso
spietato, Jagna scopre che la libertà che tanto desidera le è
negata, e il destino che credeva di poter controllare si rivela
l’ennesima trappola: lei non è altro che una pedina nelle faide
familiari, un oggetto di scambio in una realtà dominata dal potere
del denaro e della tradizione della sua terra.
“L’amore non dura per
sempre. La terra, invece, sì.”
La nostra terra è
articolato in quattro capitoli, ognuno dei
quali corrisponde a una stagione dell’anno, riflettendo così i
cambiamenti della natura che fanno da cornice alle vicende dei tre
protagonisti. Questo suggestivo intreccio tra il ciclo
della vita e quello della terra diventa lo sfondo
ideale per una drammatica storia d’amore intrisa di dolore e
ingiustizia. Qui le dinamiche amorose e familiari si fondono
tragicamente con le spietate logiche di potere di una società in
cui la terra non è soltanto una risorsa vitale, ma rappresenta
anche il principale motivo di orgoglio, simbolo di identità e
misura di ricchezza.
Il film, realizzato con
straordinaria maestria tecnica dai coniugi Welchman, trasporta il
pubblico in un viaggio immersivo nella ricca cultura e
nelle tradizioni polacche. Le pittoresche celebrazioni,
gli abiti tradizionali, le danze vorticose e i canti carichi di
emozione e pathos non sono semplici dettagli
scenografici, ma elementi vivi e pulsanti che
danno voce alla più intima rappresentazione della
Polonia rurale. Attraverso questi dettagli, La
nostra terra, oltre a celebrare un capolavoro letterario
spesso poco conosciuto al di fuori dei confini del Paese, offre
anche uno sguardo autentico e intenso sull’identità nazionale della
Polonia.
La nobile battaglia di
Jagna
Rispetto al romanzo originale,
l’opera dei Welchman concentra gran parte della narrazione sul
personaggio di Jagna, trasformandola in una potente
metafora della lotta femminista in un mondo “a misura
d’uomo”. Jagna è una giovane donna di straordinaria
bellezza, dolcezza e intelligenza, ma anche caparbietà e
sensibilità artistica. Tuttavia, la terra che l’ha
vista nascere e crescere non la protegge né la accoglie,
anzi la disprezza fino a esiliarla. “All’inizio è invidiata e
fraintesa,” ha spiegato DK Welchman, “poi maltrattata e insultata,
infine emarginata: per essere bella, per essere sognatrice e
artistica, per essere appassionata e, soprattutto, per mettere in
discussione il patriarcato, un sistema sostenuto anche dalla
chiesa.”
Jagna è dunque un
personaggio contemporaneo: una donna complessa e
tragicamente incompresa, ribelle e audace, che si
scontra con una società in cui il patriarcato e il denaro dettano
l’unica legge possibile. Eppure, a lei non importa né
dell’uno né dell’altro. In questo mondo, gli uomini, per quanto
ipocriti, adulteri, bugiardi o stupratori, mantengono sempre il
potere, mentre le donne sono condannate a subire e ad accusarsi
l’una con l’altra. Nonostante sia consapevole delle conseguenze
delle sue scelte, Jagna accetta le lusinghe di Antek perché
innamorata, anche se lui è un uomo sposato e padre. Tuttavia,
quando la loro relazione clandestina viene scoperta, il giudizio
della comunità si accanisce solo su di lei. Jagna è additata come
traditrice, approfittatrice e sgualdrina, mentre Antek, pur
colpevole delle stesse azioni, non subisce la stessa condanna
sociale.
Jagna però non abbassa mai
la testa, diventa simbolo di resistenza e sofferenza
femminile, denunciando l’ipocrisia di una società in cui
le donne sono ancora oggi condannate a soccombere alle ingiustizie
della disuguaglianza di genere. La sua emarginazione non è,
infatti, solo il risultato del suo essere diversa, troppo bella e
troppo desiderata, ma anche un atto di punizione verso chi osa
sfidare i limiti dei ruoli prestabiliti, mettendo in discussione un
sistema che trae da sempre forza dalla sottomissione delle
donne.
Un’esperienza visiva tanto
affascinante quanto memorabile
Di primo impatto, è impossibile non
ammirare il lodevole lavoro artistico e la qualità pittorica
dell’animazione del duo registico. La nostra
terra è un’esperienza visiva tanto affascinante
quanto memorabile, capace di catturare lo spettatore e
immergerlo all’interno di una storia che pennellata dopo
pennellata, prende vita sotto i suoi occhi.
Partendo da un’opera letteraria di
Reymont apparentemente semplice e prevedibile, i Welchman
trasformano quella storia in un film che parla
all’oggi e va oltre il tributo alla scrittura e alla cultura
polacca. Il risultato è un’opera cinematografica potente,
che si fa veicolo di riflessione e denuncia sociale. Più che un
semplice adattamento, il film può essere
considerato un crudo e sincero manifesto
femminista, dove romanticismo, erotismo, violenza e
ossessione si fondono e si scontrano sul grande schermo, evocando
un profondo senso di inquietudine e urgenza all’azione.
La nostra
terra è una nobile dichiarazione
d’intenti: un chiaro memento che ci invita a riflettere
sui conflitti di potere intrinseci all’umanità, sul precario
equilibrio tra uomo e natura, e sul valore della libertà e della
dignità femminile in un mondo ancora troppo spesso crudele e
impari.
È arrivato il nuovo trailer di
Virgin
River. La serie Netflix, che ha debuttato nel 2019, racconta la
storia romantica e appassionante che ha inizio quando Mel Monroe
(Alexandra Breckenridge) si trasferisce nella piccola città della
California settentrionale nella speranza di trovare tranquillità,
ma scopre che tra gli abitanti ci sono molti conflitti e si
innamora del proprietario del bar Jack Sheridan (Martin Henderson).
La prossima Virgin River – stagione 6 non sarà l’ultima
della serie, poiché è già
stata rinnovata per la stagione 7, che la renderà la serie
drammatica in lingua inglese più longeva della piattaforma.
Netflix ha
ora svelato il primo trailer ufficiale completo della Virgin
River stagione 6. La frase di apertura del trailer è
“Sei pronta per questo?”, mentre Mel e Jack si preparano per
le loro imminenti nozze. Si rivela essere una sorta di presagio
inquietante, poiché le clip rivelano che, con l’avvicinarsi del
matrimonio, tutti i cittadini di Virgin River dovranno affrontare
importanti svolte nella trama, tra cui una gravidanza, segreti che
vengono svelati, visitatori misteriosi, rimpianti e una buona dose
di momenti bollenti. Guarda il trailer qui sotto:
Cosa significa questo per la
sesta stagione di Virgin River
Mentre il trailer si apre con Mel e
Jack felici per il loro imminente matrimonio e la prospettiva di
trascorrere il resto della loro vita insieme, le settimane prima
dell’evento non saranno sicuramente rose e fiori. Nel tipico
stile di Virgin River, anche i momenti più felici sembrano
destinati a non essere particolarmente facili per i personaggi
principali. Tuttavia, mentre si avvicinano al nuovo capitolo della
loro vita, entrambi i protagonisti appaiono più spesso felici nel
nuovo trailer.
Quasi lo stesso tempo è
dedicato alle trame degli altri personaggi che tornano…
Il trailer promette anche che,
mentre la maggior parte delle trame ruoterà in qualche modo
attorno ai preparativi del matrimonio, gli altri personaggi di
Virgin River che circondano Mel e Jack non saranno dimenticati.
Quasi lo stesso tempo è dedicato alle trame degli altri personaggi
che tornano, tra cui Jenny Cooper nel ruolo di Joey Barnes, Colin
Lawrence nel ruolo di John “Preacher” Middleton, Annette O’Toole
nel ruolo di Hope McCrea, Tim Matheson nel ruolo di Vernon “Doc”
Mullins, Zibby Allen nel ruolo di Brie Sheridan, Marco Grazzini nel
ruolo di Mike Valenzuela e Sarah Dugdale nel ruolo di Lizzie.
Netflix porta
sul piccolo schermo la vita di Ayrton da Silva in
Senna, una miniserie di sei episodi che, per la
prima volta, racconta in forma drammatica la vita e la leggenda del
pilota brasiliano, uno dei più grandi della storia della Formula 1.
Una produzione che non si limita a esplorare i circuiti e i record,
ma si addentra nella vita privata, nelle origini e nella tragica
scomparsa di un uomo che ha vissuto e amato senza riserve il mondo
delle corse.
Senna è un simbolo di passione
Ayrton Senna non è
solo un’icona sportiva: è un simbolo di passione,
talento e determinazione. La serie riesce a catturare la
complessità di questa figura leggendaria, evitando di cadere nei
cliché. Attraverso la buona interpretazione di Gabriel
Leone, attore brasiliano classe ’93, il ritratto del
pilota emerge vivido e autentico, realizzato con grande
sensibilità. Leone non si limita a una somiglianza fisica, ma
incarna le movenze, il carisma e quella determinazione feroce che
hanno reso Senna un fuoriclasse.
La serie si colloca a metà tra
l’adrenalina della pista e l’intimità del campione, bilanciando la
dimensione dello sportivo con quella dell’uomo. Le corse, girate
con realismo e grande padronanza dei ritmi, portano sullo schermo
l’eccitazione, l’elettricità di quei secondi in cui tutto sembra
sospeso, mentre i momenti più lenti rivelano le fragilità ma
soprattutto le ambizioni di un uomo che, dietro il casco, era molto
più di un semplice pilota.
Un biopic che non ha paura di
osare
I biopic, soprattutto quelli
dedicati a figure di culto, rischiano spesso di essere apologetici.
Troppo spesso si sbilanciano verso la sola celebrazione o, al
contrario, si impantanano in una critica fredda e distaccata.
Senna evita entrambe le trappole, riuscendo a
rendere omaggio al campione senza perdere l’obiettività narrativa,
ritraendo anche le sue ombre e i suoi eccessi. Questo equilibrio fa
sì che la serie sia coinvolgente anche per coloro che non subiscono
il culto del pilota, quindi anche per spettatori più giovani, che
non sono vissuti nell’eco di quel nome: gli appassionati di Formula
1 troveranno nei dettagli tecnici e nelle ricostruzioni storiche un
tributo sincero alla loro passione, e chi non ha mai seguito una
gara potrà lasciarsi trasportare da una storia universale di
sacrificio, ambizione e amore per ciò che si fa, anche fuori dal
mito.
Una regia tra velocità e
introspezione
Uno degli aspetti più sorprendenti
della serie è senza dubbio la regia firmata da Julia
Rezende. Le sequenze di corsa, con inquadrature
ravvicinate e movimenti di macchina che seguono le traiettorie
delle auto, trasmettono l’adrenalina di una gara. Il suono dei
motori, i cambi di ritmo e la tensione palpabile immergono lo
spettatore nell’esperienza, facendogli provare la stessa scarica di
energia che Senna viveva in pista. I piedi sui pedali diventano
materia più che immagini, seguendo un ritmo incalzante impreziosito
da un lavoro eccellente del reparto sonoro.
Ma nelle pause, nei momenti in cui
la macchina da presa si concentra sul volto di Gabriel
Leone o su uno scambio di battute con i familiari, emerge
tutta l’umanità del protagonista. La narrazione rallenta, si fa
intima, mostrando il lato più fragile e sincero del campione, anche
capriccioso e ostinato.
Un’interpretazione da pole
position
Gabriel Leone
merita una menzione speciale. La sua trasformazione in
Ayrton Senna è straordinaria, tanto da far
dimenticare allo spettatore di trovarsi davanti a un attore e non
al vero campione. E l’efficacia della sua interpretazione, oltre
che sulla somiglianza fisica, si fonda sulla delicatezza con cui è
in grado di interpretare l’Ayrton privato. La sua performance è una
delle ragioni di maggior pregio di questa miniserie.
Un racconto che conquista
tutti
La grande forza di
Senna sta nella sua capacità di parlare a un
pubblico trasversale. Quando si toccano i miti si corre sempre il
rischio di lasciarli in disparte, perché troppo in alto per la
gente comune, e invece la serie trascina giù l’idolo dal
piedistallo, lo abbraccia e lo schiaffeggia, rendendo umana la
divinità, popolano il re (per usare una metafore della serie
stessa). Il cuore pulsante di Senna non sono solo le gare, ma i
valori che Ayrton rappresentava: la dedizione, il coraggio, il
sacrificio. È un racconto che inevitabilmente ispira, ma anche che
sottolinea l’eccezionalità del soggetto. Senna è
un tributo sincero e appassionato a un uomo che ha cambiato la
storia dello sport.
A dare una scossa alle
uscite in sala di giovedì 28 novembre – tra documentari diversi e
revival, novità sentimentali, lo splendido
dramma con Cillian Murphy, l’Hey
Joe con James
Franco e il ritorno
di Oceania della Disney –
attenzione a non perdere il The Strangers: Capitolo
1 di Renny
Harlin. Non a caso il film distribuito da Vertice360 è
stato scelto come film di apertura della 44esima edizione del
Fantafestival di Roma (che lo ha inserito in programma come
anteprima nazionale, mercoledì 27), contesto perfetto per presentare al
pubblico italiano questo nuovo inizio della saga inaugurata nel
2008 da Bryan Bertino.
Allora, quel film fu una
sorpresa piacevole – oltre che da brividi – e mise le basi per un
sequel molto meno fortunato, il The Strangers
2 (Prey at
Night) che però incassò poco più di 30 milioni di
dollari contro gli oltre 82 del capostipite. E dei già 48 di questo
intelligente quanto ambiguo terzo film e primo
capitolo di una trilogia che volutamente non è stata
indicata né come prequel, né come sequel, né tanto meno come remake
o reboot. Anche se di ripartenza non può non parlarsi, vista la
dichiarata appartenenza a quell’originale.
La storia
di The Strangers: Capitolo 1
In viaggio verso
Portland, dove un allettante proposta di lavoro attende Maya
(Madelaine Petsch), lei
e il suo fidanzato Ryan (Froy Gutierrez) decidono di fare
una sosta nella piccola Venus, in Oregon. Ma la sosta al Carol’s
Diner si rivela la scelta sbagliata. Costretta a trattenersi nella
piccola cittadina, per uno strano guasto meccanico, la coppia
raggiunge un cottage isolato nei boschi, dove trascorrere la notte.
Che si rivelerà molto meno romantica del previsto, quando la loro
permanenza sarà sconvolta dall’arrivo di tre sconosciuti mascherati
che iniziano a terrorizzarli facendoli sentire senza possibilità di
fuga.
Il passato
ritorna
Se la trama vi fa venire
in mente un numero imprecisato di altri film del genere, non vi
preoccupate, le prime sequenze del film confermeranno
l’impressione. Ma sarebbe eccessivamente ottimistico avvicinarsi a
un film come questo aspettandosi sorprese, che non siano quelle
date da jumpscare e un calibrato uso di modelli classici, e
originalità. E rischierebbe di non farvi godere un buon killer
drama – ancor più che horror – con alcuni momenti interessanti,
soprattutto se vi era piaciuto il The
Strangers del 2008.
Certo, come per il
sequel del 2018 anche in questo caso dinamica e struttura restano
le stesse, e sembra complicato trovare motivi per continuare a
seguire le gesta dei tre maniaci mascherati dal modus operandi
ripetitivo quanto efficace. O concedere il beneficio del dubbio a
un esperto del genere come Renny Harlin (Nightmare 4 – Il non
risveglio, 58 minuti per morire – Die
Harder, Cliffhanger, L’esorcista – La
genesi, The Covenant e via dicendo),
intenzionato a dirigere una intera trilogia, e quindi altri due
capitoli dopo questo…
The Strangers
Trilogy, la scommessa di Renny Harlin
Nei quali potremmo
ritrovare i personaggi principali (un asso nella manica del film,
visto che si tratta della Madelaine Petsch
di Riverdale e del Froy Gutierrez
di Cruel Summer e Teen
Wolf), anche se è meglio non sapere in che vesti, ma
soprattutto scopriremo il bluff organizzato per rilanciare il
franchise. Che continua imperterrito a presentarsi uguale a sé
stesso – per cui senza svelare o spiegare granché di quel che
vediamo da quindici anni – ma nel quale si intuiscono le basi di un
universo in costruzione, che nei prossimi film ci regalerà
connessioni interne e chiarificatori rimandi al passato.
Che, si spera, si
facciano perdonare leggerezze e comportamenti privi di senso messi
in scena dopo la lunga fase introduttiva, voluta per creare un
minimo di suspense e far crescere l’attesa, compensata dalle
immancabili maschere inquietanti, da coreografie accorte e qualche
efferatezza in quota gore. E potendo contare sulle statistiche –
quelle sì, spaventose – che registrano 1,4 milioni di morti
violente ogni anno negli Usa – costruire un prodotto meno
convenzionale di questo, o sarà inutile continuare fino
al terzo capitolo (le cui riprese in
realtà pare siano già terminate, avendo Harlin girato i tre film
insieme in 52 giorni tra il settembre e il novembre 2022, a
Bratislava, in Slovacchia).
Il finale di Oceania 2 (Moana
2) è un grande finale esplosivo che cambia radicalmente
l’eroe e pone le basi per un futuro Oceania 3 (Moana
3). Dopo il successo del film del 2016, il sequel lancia
la protagonista in un nuovo viaggio attraverso l’oceano. Incaricata
di ripristinare un’isola perduta e di sciogliere un’enorme
maledizione che mette in pericolo la sua tribù, Vaiana si imbarca
in una missione insieme a un gruppo di leali abitanti del villaggio
e al ritorno di Maui. Tuttavia, il loro cammino li porta
direttamente nelle macchinazioni del malvagio dio Nalo, che ha
lanciato la maledizione.
Oceania 2 (Moana 2) è
destinato a diventare un successo al botteghino, il che potrebbe
spiegare perché il film si conclude con una chiara allusione alle
direzioni future di altri possibili sequel. In particolare,
https://www.cinefilos.it/tutto-film/recensioni/oceania-2-657305″>
Oceania 2 (Moana 2) si conclude con un enorme cambiamento
per Vaiana e il suo mondo, ampliando la portata del suo mondo e
amplificando la sua natura in modo inaspettato. Ecco come il finale
di Oceania 2 (Moana 2) eleva il personaggio e prepara
ulteriori avventure.
Vaiana muore e diventa semidio
L’esperienza di quasi morte di
Vaiana finisce per darle più forza che mai
Tuttavia, grazie all’oceano, gli
spiriti degli antenati di Vaiana (tra cui sua nonna e Tautai Vasa)
sono in grado di riportarla in vita. Questo la trasforma in un
semidio come Maui, conferendole potenzialmente lo stesso tipo di
immortalità che ha permesso a Maui di vivere per oltre mille anni e
di sopportare ferite altrimenti fatali.
Nello stesso modo in cui i poteri
più evidenti di Maui sono incanalati attraverso il suo potente amo,
il remo di Vaiana assume un nuovo significato come arma spirituale.
Il remo è ora ornato da una scritta dorata e sembra essere
un’estensione delle nuove capacità di Vaiana. Sebbene sia probabile
che anche lei, come Maui, benefici di nuovi attributi fisici da
semidio, il remo è la fonte dei suoi poteri soprannaturali più
evidenti. Questo rende il remo un accessorio ancora più importante
per l’eroina in futuro.
I nuovi poteri di Vaiana sono
probabilmente simili alla capacità di Maui di trasformarsi grazie
all’uso del suo amo. Nel primo film, la separazione dall’amo ha
fatto sì che Maui perdesse l’accesso alle sue capacità di
trasformazione, pur mantenendo il suo corpo senza età e la sua
impressionante resistenza. Il remo di Vaiana, invece, non le
permette di trasformarsi. Ma grazie alla luce dorata che emette,
Vaiana può usare il remo per modellare le maree e creare percorsi
nell’oceano. Queste abilità saranno probabilmente fondamentali per
la futura esplorazione dell’oceano.
I tatuaggi di Vaiana
Con questa ascesa, Vaiana ottiene
anche alcuni tatuaggi. Sembrano raffigurare persone che festeggiano
sull’isola di Motufetu, facendo riferimento agli eventi del film
come a una grande azione da parte di Vaiana. Questo è simile al
modo in cui i numerosi tatuaggi di Maui sono stati rivelati nel
primo film come riferimenti ai suoi successi come semidio. È
probabile che, man mano che Vaiana andrà avanti nella vita e
raggiungerà altri traguardi, possa ottenere altri tatuaggi.
Potrebbero anche essere vivi come il Mini Maui, creando una Mini
Vaiana che apparirà in future storie sul personaggio.
Come Vaiana riconnette il popolo
dell’oceano
Il motivo per cui Vaiana si mette
alla ricerca di Motufetu è una visione di Tautai Vasa, che la
informa che l’isola affondata e superata da Nalo ha di fatto
isolato l’angolo di mare di Vaiana dal resto dell’umanità. Se
rimarranno isolati troppo a lungo, i popoli dell’oceano (compresa
la tribù di Vaiana e i Kakamora) si estingueranno. Questo rafforza
gli sforzi di Vaiana per trovare altre tribù, dando il via
all’avventura del film. Risollevando Motufetu e spezzando la
maledizione di Nalo, la protagonista ripristina le linee di
collegamento dell’oceano.
L’impegno si rivela subito proficuo:
altri esploratori provenienti da tutto il mondo approdano
rapidamente su Motufetu. Vaiana li riporta sulla sua isola natale,
dove i vari Wayfinder di diverse tribù vengono mostrati mentre
parlano con Tui e probabilmente creano alleanze. Si tratta di una
conclusione promettente per il film, in quanto apre la strada a
molti nuovi angoli del mondo da esplorare. Potrebbe anche creare un
potenziale dramma, dato che l’esistenza di altre tribù significa
anche che c’è spazio per possibili conflitti in futuro.
A prima vista, in Oceania 2
(Moana 2) Matangi si presenta come un pericoloso cattivo.
Capace di sopraffare e catturare Maui con relativa facilità,
Matangi all’inizio fa intendere di avere piani più grandi per lui e
Vaiana. Tuttavia, si scopre che Matangi è in realtà una serva
involontaria di Nalo ed è rimasta intrappolata nella vongola grande
come un’isola per anni. Sperando che rompere la maledizione che
Nalo ha lanciato sull’oceano la liberi dalla sua morsa, Matangi dà
a Vaiana alcuni consigli fondamentali e la aiuta (insieme a Maui e
al resto dell’equipaggio di Vaiana) ad avventurarsi sull’isola.
In questo modo Matangi diventa un
avversario potenzialmente riluttante per Vaiana, che segue i
comandi di Nalo anche se desidera liberarsi di lui. Tuttavia, una
Vaiana potenziata potrebbe trovare un modo per liberarla,
trasformando Matangi in un alleato.
La vendetta di Nalo e come ci
prepara a Moana 3
Nalo è il vero cattivo di Oceania
2 (Moana 2), anche se i Nalo cerca attivamente di uccidere
Vaiana e il suo equipaggio, inviando enormi serpenti marini e
saette luminose contro il gruppo quando si avvicinano all’isola.
Anche dopo essere stato sconfitto, l’apparizione della divinità
nella scena dei titoli di coda rivela un dio furioso e intenzionato
a vendicarsi. Tutto ciò pone le basi per un epico Oceania
3, soprattutto in considerazione dell’importante aumento
di potenza di Vaiana.
Come il finale di Oceania 2
(Moana 2) si basa sul finale del primo film
In Oceania, la
maledizione causata da Maui che ha preso il Cuore di Te Fiti stava
lentamente uccidendo tutta la vita biologica del mondo. Allo stesso
modo, Vaiana parte per la sua avventura con la consapevolezza che
l’incapacità di espandere l’oceano al suo vero potenziale porterà
alla scomparsa del suo popolo.
Oceania 2 (Moana 2) si
concentra in definitiva sull’importanza di abbracciare il nuovo e
di avere il coraggio di rischiare tutto per l’esplorazione. Tutti i
personaggi di Oceania 2 (Moana 2) sono costretti ad
abbracciare nuove strade pericolose, con la nonna di Vaiana che nel
primo atto comunica alla nipote di aver compreso il costo
potenziale delle sue avventure. La tribù deve letteralmente
espandersi attraverso l’oceano, altrimenti si estinguerà. I membri
dell’equipaggio di Vaiana crescono attraverso l’accettazione del
cambiamento, che si tratti dell’abbraccio di Loto alla
sperimentazione costante, di Moni che supera le sue paure o di Kele
che si adatta all’oceano.
Anche Vaiana e Maui affrontano
questa sfida: entrambi sono costretti ad accettare percorsi
difficili a cui sono naturalmente contrari. Gli sforzi di Maui per
proteggere Vaiana dal pericolo non fanno altro che prolungare la
missione a Motufetu, e i due vincono quando accettano di potersela
cavare da soli. Al contrario, Vaiana deve imparare ad abbracciare
un percorso diverso, accettando la guida di Matangi di “perdersi”,
tracciando una strada diversa da quella che le è congeniale per
poter continuare ad andare avanti. È una morale interessante da
esplorare, soprattutto in relazione alla svolta di Vaiana su Te
Fiti.
Oceania 3 non è stato confermato,
ma il remake in live action arriverà presto
Al momento in cui scriviamo, non c’è
stata alcuna conferma di Oceania 3. Dato che ci
sono voluti otto anni prima che Oceania 2 (Moana 2)
continuasse la storia dell’Indomita, potrebbe passare un po’ di
tempo prima che il pubblico abbia la conferma, in un senso o
nell’altro, se vedrà ancora la giovane donna avventurosa. Tuttavia,
l’atteso successo al botteghino di Oceania 2 (Moana 2),
insieme al palese richiamo al sequel nella scena a metà dei titoli
di coda, potrebbe dare alla Walt Disney Animation un motivo in più
per riportare il personaggio per altre avventure.
Un eventuale terzo film potrebbe
addirittura seguire la traiettoria di altri sequel animati Disney
confermati, come
Frozen, di cui è già stata confermata la presenza di due sequel
in fase di pre-produzione. I fan di Oceania avranno anche un
remake live-action nel 2026, con Catherine
Laga’aia nel ruolo di Vaiana e
Dwayne Johnson che riprenderà il ruolo di Maui. Questo
assicura che, anche dopo Oceania 2 (Moana 2), ci saranno
altre occasioni per vedere la giovane eroina nelle sale
cinematografiche.
È giunto il momento di tornare
nell’oceano. Fra le isole della Polinesia, immersi nella florida
vegetazione e coccolati dalle carezze delle onde. Dopo il grande
successo di Oceania,
la Walt Disney Pictures ha deciso di
investire su un sequel che
potesse raccontare le nuove avventure di Vaiana, seppur
inizialmente il progetto era stato pensato in formato seriale per
la piattaforma Disney+.
Un personaggio come ben sappiamo molto amato, che ha debuttato nel
2016, pronto ora a fare il suo ritorno in Oceania
2, sotto la direzione di David Derrick
Jr., Jason Hand e Dana Ledoux Miller. Questo è
il 63esimo Classico Disney, e arriva in un
anno in cui i secondi capitoli dominano la scena cinematografica:
basti pensare a Inside Out
2, Beetlejuice
Beetlejuice, Il
Gladiatore II e Joker:
Folie à Deux.
Tuttavia, è risaputo che i sequel
rappresentano un territorio insidioso: non sempre le idee alla base
riescono a dare vita a una storia vincente. Ma Oceania
2, in arrivo nelle sale il 27 novembre, dimostra che con la
giusta intuizione si può ancora creare qualcosa di molto buono. Nel
cast delle voci italiane ritroviamo Emanuela Ionica e
Chiara Grispo, rispettivamente ai dialoghi e al
canto, Fabrizio
Vitale e Angela Finocchiaro.
Fra questi spicca una new entry di tutto
rispetto, Giorgia, la quale
con Oceania 2 fa il suo debutto in una pellicola
Disney, prestando la voce a un nuovo personaggio, Matangi.
La trama di Oceania 2
Dopo aver restituito il cuore a Te
Fiti, Vaiana è ora una navigatrice a tutti gli effetti. Il suo
popolo prospera, e lei adesso ha un solo desiderio: incontrare gli
abitanti delle altre isole dell’oceano. Approda su queste alla
ricerca di prove che accertino il passaggio degli uomini e
finalmente, su una, lo trova. E così, passati alcuni giorni in
mare, torna a Motunui, dove riceve inaspettatamente un messaggio
dall’antenato Tautai Vasa, uno dei primi navigatori. Affinché la
sua isola e il suo popolo non restino soli, affinché gli uni
possano imparare dagli altri e continuare a crescere, Vaiana deve
andare sull’isola di Motufetū, ora inabissata a causa del Dio Nalo,
il quale vuole tenere separati i popoli in modo tale da non
evolversi.
Sopra l’isola, poi, incombe
minacciosa una fortissima tempesta, ma finché un essere umano non
metterà piede su quella terra, nessun canale con gli altri popoli
potrà mai essere aperto. Per raggiungerla, però, questa volta a
Vaiana serve un vero e proprio equipaggio: oltre al gallo Heihei e
al maialino Pua, salperanno insieme a lei Kele, Loto e Moni, pronti
ad aiutarla nei momenti di maggiore difficoltà. A supportarla anche
il semidio Maui, con cui Vaiana ha stretto una forte amicizia.
Verso l’unione dei popoli
Il richiamo dell’oceano si fa
ancora più forte in Oceania 2. Il mare,
dalla personalità vivacissima, torna a essere uno dei più bei
protagonisti, rendendo lo sfondo animato ancora più magico e
potente. La computer grafica, come già accaduto nel primo
capitolo, eccelle, regalando panorami mozzafiato, merito di un
rendering quanto più curato: acque cristalline, isole rigogliose e
colori vibranti e nitidi si fondono così una danza armonica. Dal
punto di vista visivo, il film continua a essere ricco
e variegato, confermando la cura meticolosa con cui Disney
costruisce le sue storie per garantire un’esperienza immersiva
completa. Ma la pellicola non è efficace solo sotto il profilo
tecnico-artistico: anche sul piano narrativo Oceania
2 si dimostra all’altezza. Se nel primo
capitolo Vaiana scopriva la sua vera identità diventando
una navigatrice, il sequel rappresenta la naturale prosecuzione –
ed evoluzione – di quel viaggio dell’eroe. La sua nuova avventura
le permette di abbracciare pienamente il suo ruolo di esploratrice
e leader, mentre affronta una sfida ancora più complessa,
proporzionale alle sue nuove responsabilità. Tutto per il bene del
suo popolo, a cui è molto devota.
Vaiana, la forza di un personaggio
efficace
Vaiana si conferma una
protagonista completa, eroina di se stessa e del suo
popolo, priva di qualsiasi interesse amoroso, neppure con l’arrivo
nel suo equipaggio di Moni, un fan sfegatato di Maui che nutre per
lei una profonda stima e con cui potevano creare un legame,
restando uno dei personaggi più indipendenti nel panorama
disneyano. La Casa di Topolino rimane così fedele alla
caratterizzazione di Vaiana, sottolineando ancora una volta la sua
emancipazione e libertà di espressione. La giovane navigatrice
resta focalizzata sulla sua missione, ossia riunire i popoli
dell’oceano, senza mai lasciarsi distrarre, evidenziando
indirettamente quanto sia fondamentale il senso di appartenenza
legato al concetto sia di famiglia che di comunità. Caratteristiche
che, sin dal primo film, l’hanno resa una protagonista moderna e
indipendente, pur riflettendo i valori classici della Casa di
Topolino: rispetto e amore verso gli altri e verso se stessi,
onestà e bontà d’animo.
Perdersi per ritrovare la
strada
In Oceania 2 non
mancano poi i temi cardine che accompagnano Vaiana nel suo cammino.
Uno dei più importante è espresso da Matangi a metà film, con la
canzone Perditi – fra le più belle dei
brani della pellicola – interpretata da una Giorgia
molto in sintonia con il suo personaggio. Il brano è profondo e
delicato al tempo stesso, e trasmette un messaggio ben chiaro:
anche quando si crede di conoscere la strada da seguire, è
importante accettare che perdersi, a volte, è necessario. Non si
può avere il controllo su tutto, e insistere troppo rischia di far
perdere se stessi. Alcuni momenti richiedono di lasciarsi andare,
di abbracciare l’incertezza. Gettarsi nel vuoto e affrontare
l’ignoto, in certe occasioni, può rivelarsi più utile di qualsiasi
sentiero prestabilito.
La terza stagione di From
si conclude in modo scioccante, con la risoluzione di molti misteri
di lunga data e l’emergere di nuove domande. Nel corso della terza
stagione, i personaggi di From sono stati spinti più che mai
al limite. I mostri di From hanno trovato nuovi modi per
tormentare gli abitanti della Township, tra cui l’uccisione brutale
di Tian-Chen Liu (Elizabeth Moy) davanti a Boyd Stevens (Harold
Perrineau) e una creatura sinistra che cresce dentro Fatima (Pegah
Ghafoori).
Il mistero della gravidanza di
Fatima viene svelato ed Elgin (Nathan D. Simmons) paga un prezzo
terribile per averla tenuta prigioniera nella cantina della città.
Nel frattempo, Tabitha Matthews (Catalina Sandino Moreno) e Jade
Herrera (David Alpay) finalmente ottengono le risposte che
cercavano, che riguardano gli alberi delle bottiglie di From
e i bambini “Anghkooey”. Forse la cosa più scioccante di
tutte è che uno dei personaggi più importanti di
From, Jim Matthews (Eion Bailey), viene ucciso da un
nuovo personaggio, l’Uomo in abito giallo (Douglas E.
Hughes).
Perché l’Uomo in abito giallo
uccide Jim nel finale della terza stagione di From
“La conoscenza ha un
prezzo”
L’Uomo in abito giallo uccide
Jim come conseguenza della scoperta di Tabitha e Jade. Dice a
Jim che “la conoscenza ha un prezzo” e che aveva cercato di
avvertirlo in precedenza. Quando pronuncia la frase “Tua moglie non
avrebbe dovuto scavare quella buca, Jim”, diventa chiaro che era
lui la voce alla radio alla fine della prima stagione che aveva
detto quelle stesse parole. È intervenuto quando Tabitha e Jim si
stavano avvicinando troppo alla verità nella prima stagione e ora è
intervenuto di nuovo dopo che Jade ha suonato la canzone.
L’uomo in abito giallo non può
uccidere definitivamente Tabitha o Jade a causa del loro legame
originario con la città, poiché tornerebbero semplicemente sotto
una forma diversa. Invece, uccide Jim, una morte che sconvolgerà la
famiglia Matthews e tutti gli abitanti della città. Dal punto di
vista narrativo, la morte di Jim aumenta notevolmente la posta in
gioco. Sebbene From abbia ucciso molti personaggi, si è
trattato per lo più di personaggi secondari, ma la morte di Jim
dimostra che nemmeno i personaggi principali sono più al
sicuro.
Cosa è successo alla Julie del
futuro nella scena finale della terza stagione di From?
Continua l’uso del viaggio nel
tempo in From
L’uccisione di Jim da parte
dell’Uomo in abito giallo non è l’unica sorpresa nella scena finale
della terza stagione di From. L’altra sorpresa è che una
versione futura di Julie Matthews (Hannah Cheramy) viaggia nel
tempo fino al momento prima che suo padre venga ucciso. Il
viaggio nel tempo di Julie aveva già risolto il mistero della corda
di Boyd, ma quello era solo l’inizio. Anche se suo fratello, Ethan
Matthews (Simon Webster), le dice che non può cambiare il passato,
lei continua a provarci.
Finché non verrà uccisa o
catturata dall’Uomo in abito giallo, Julie continuerà probabilmente
i suoi viaggi nel tempo, che le forniranno conoscenze inestimabili,
ma non potranno aiutarla a cambiare nulla, dato che From segue la
regola di Lost secondo cui “ciò che è successo, è
successo”.
Purtroppo, Julie non riesce a
salvare suo padre dall’Uomo in abito giallo. L’ultima immagine che
abbiamo di lei è mentre urla terrorizzata alla vista della gola di
Jim che viene squarciata. From –
stagione 4 dovrà rivelare cosa succede dopo a questa versione
futura di Julie. Finché non verrà uccisa o catturata dall’Uomo in
abito giallo, Julie continuerà probabilmente i suoi viaggi nel
tempo, che le forniranno conoscenze inestimabili, ma non potranno
aiutarla a cambiare nulla, poiché From segue la regola di
Lost secondo cui “ciò che è successo, è successo”.
Il legame tra Tabitha e Miranda
e quello tra Jade e Christopher spiegato
Le loro somiglianze sono sempre
state intenzionali
Dalla fine dell’episodio 9
della terza stagione, si capiva che Tabitha e Miranda (Sarah Booth)
erano la stessa persona, poiché Tabitha ha rivissuto il ricordo di
Miranda che veniva uccisa prima di raggiungere l’albero lontano. Il
finale della terza stagione lo conferma, insieme alla rivelazione
che Jade e Christopher (Thom Payne) sono la stessa persona. Tabitha
e Jade sono state tra i primi abitanti della Città e sono tornate
più volte nel corso degli anni nel tentativo di salvare i bambini e
liberarli.
Tabitha e Jade rimangono entrambe
intrappolate nella Città lo stesso giorno nell’episodio 1 della
stagione 1.
Miranda e Christopher erano le
versioni precedenti di Tabitha e Jade che hanno cercato senza
successo di salvare i bambini. Questo spiega perché ci sono sempre
stati così tanti parallelismi tra Miranda e Tabitha e tra Jade e
Christopher. Spiega anche perché Tabitha e Jade sono state le
uniche residenti in grado di vedere i bambini “Anghkooey” e
perché hanno visioni che gli altri non hanno. Anche il legame
naturale e l’istinto materno di Tabitha con Victor (Scott McCord)
hanno più senso, dato che Miranda era la madre di Victor.
Cosa rivela la gravidanza di
Fatima sui mostri
I mostri sono
immortali
Fatima alla fine dà alla luce il
mostro Smiley (Jamie McGuire), che ora è rinato dopo essere stato
ucciso da Boyd nella seconda stagione. Questo rivela che i mostri
non possono essere uccisi in modo definitivo, il che si ricollega
alle origini delle creature e al modo in cui i bambini sono stati
uccisi. Victor ha detto in From season 3, episodio 8 che i
bambini sono stati uccisi nell’oscurità da persone che amavano e di
cui si fidavano. Fatima aggiunge a questa spiegazione la sua nuova
comprensione che From‘s monsters hanno sacrificato i
propri figli in cambio dell’immortalità.
Tutti gli episodi di From
sono disponibili in streaming su Paramount+.
Questa immortalità è il motivo per
cui Smiley e gli altri mostri non possono essere uccisi
definitivamente. Fatima dice solo che “esso” ha promesso ai mostri
che avrebbero vissuto per sempre, ma probabilmente si riferisce
all’Uomo in abito giallo. Sembra che lui sia il male originario al
centro della città, che ha usato l’offerta dell’immortalità per
rendere immortali i mostri e farli obbedire ai suoi ordini.
Tuttavia, se Tabitha e Jade riusciranno finalmente a salvare i
bambini e a liberarli, questo potrebbe distruggere tutto ciò che
l’Uomo in abito giallo ha costruito.
Cosa significano “Anghkooey” e
i numeri sull’albero delle bottiglie in From
Grazie a Jim, i numeri nelle
bottiglie si rivelano essere note musicali. Quando Jade va
all’albero delle bottiglie e suona una melodia con il violino
basata su queste note musicali, i bambini “Anghkooey”
riappaiono. È attraverso la canzone e la ricomparsa dei bambini che
Tabitha e Jade capiscono che “Anghkooey” significa
“ricordare.” I bambini e la canzone hanno
lo scopo di aiutare Tabitha e Jade a ricordare il loro legame
originario con la città. Ricordano chi sono e tutte le vite passate
che hanno vissuto nella città, compreso il periodo in cui erano
Miranda e Christopher.
Questa consapevolezza diventa
ancora più tragica quando si rendono conto che uno dei bambini che
hanno cercato ripetutamente di liberare era loro figlia, e che la
canzone è una ninna nanna che i loro io del passato cantavano a lei
e agli altri bambini. Tutte le visioni e le scoperte di Tabitha e
Jade le hanno portate a ricordare. Ora che ricordano chi sono e
perché sono intrappolate nella Città, potrebbero finalmente essere
in grado di cambiare le cose.
Le oscure decisioni di Boyd e
Sara con Elgin spiegate
Elgin si rifiuta di rivelare dove
si trova Fatima perché è stato ingannato facendogli credere che il
completamento della sua gravidanza è la chiave per la fuga degli
abitanti dalla Città. Nonostante il fantasma di padre Khatri (Shaun
Majumder) cerchi di dissuadere Boyd, Boyd colpisce la mano di Elgin
con un martello. Cerca di ragionare con Elgin, ma quando questo non
funziona, la disperazione e la rabbia di Boyd hanno la meglio su
di lui, che si rifiuta di lasciare che sua nuora soffra e
muoia.
Per quanto riguarda Sara Myers
(Avery Konrad), torna alle sue vie violente per la prima volta
dalla prima stagione, strappando un occhio a Elgin, che lo induce a
rivelare dove si trova Fatima. Sara lo fa perché tiene a Boyd, sa
che è un brav’uomo ed è grata per come lui si è preso cura di lei e
le ha dato una seconda possibilità. Non vuole che Boyd sprofondi
ancora di più e gli risparmia questo con il suo metodo di tortura
più brutale che costringe Elgin a parlare.
Il vero significato del finale
della terza stagione
Il finale della terza stagione di
From riguarda in definitiva la natura ciclica del bene e del male.
Tabitha e Jade sono rimaste intrappolate in un tragico ciclo che
non sono riuscite a spezzare. Anche il male della città è ciclico,
con Smiley che rinasce mentre i mostri continuano il loro regno
immortale di terrore. Invece di Sara che viene manipolata per
compiere azioni orribili in nome della libertà, ora è Elgin ad
essere manipolato, e Sara deve sprofondare nuovamente nella sua
vecchia oscurità per fermarlo.
From è stato
ufficialmente rinnovato per la quarta stagione.
Sebbene il finale sia pervaso da un
senso di disperazione, ci sono anche segni che le cose potrebbero
finalmente cambiare in meglio. L’emergere dell’Uomo in abito giallo
e l’uccisione di Jim sono i segni più evidenti di questo. La
scoperta di Tabitha e Jade deve aver terrorizzato l’Uomo in abito
giallo al punto da spingerlo a rivelarsi e ad attaccare Jim. Anche
se questo è costato la vita a Jim, indica anche che il ciclo sarà
finalmente spezzato, i bambini saranno salvati e gli abitanti
troveranno un modo per tornare a casa prima della fine di
From.
Uno dei personaggi originali
di Dune: Prophecy è Desmond Hart,
un soldato con un programma misterioso, interpretato
da Travis
Fimmel. Fimmel si unisce al cast all-star
di Dune:Prophecy,
insieme a Emily Watson, Olivia Williams e Mark Strong, con un
personaggio che contribuisce alla complessa rete di schemi politici
incentrati sull’Imperium. Desmond Hart viene
introdotto a metà del primo episodio della serie come un
personaggio che ricorda quasi Duncan Idaho dei film
di Dune. È sopravvissuto a diverse missioni su
Arrakis, avendo imparato le tecniche di guerra nel deserto.
Tuttavia, c’è qualcosa di
notevolmente diverso tra lui e Idaho, interpretato con fascino e
carisma da Jason Momoa nel film Dune del
2021. Desmond Hart porta con sé subdoli segreti e sembra
intenzionato a manipolare coloro che lo circondano. Ambientato
all’incirca 10.000 anni prima nella linea
temporale di Dune, i personaggi del prequel della
HBO modificheranno drasticamente la portata del mondo, preparando
l’Universo Conosciuto a come sarà quando nascerà Paul Atreides.
Dato che non è presente nei libri, il ruolo di Desmond in questo
grande schema è il più difficile da prevedere.
Desmond Hart è l’unico soldato
sopravvissuto a un attacco su Arrakis
Desmond Hart arriva al palazzo
dell’Imperatore su Selusa Secundus, dichiarando di essere l’unico
sopravvissuto a un attacco su Arrakis. L’Imperatore credeva che
l’attacco fosse stato condotto dalle forze Fremen e stava
orchestrando un’alleanza con la Casa Richese per una flotta di navi
che aiutasse la produzione di spezie su Arrakis, prevenendo
ulteriori minacce. Desmond sostiene che l’attacco non
era in realtà opera dei Fremen, ma degli alleati
dell’Imperium, apparentemente come stratagemma per
costringere l’Imperatore a organizzare il matrimonio di sua figlia,
la Principessa Ynez.
Spiegato il legame di Desmond
Hart con l’Imperatore Javicco Corrino
Desmond è arrivato a casa
dell’Imperatore Javicco per conquistare la sua fiducia.
L’Imperatore sembrava sapere chi fosse Desmond Hart prima di
incontrarlo, ma non è chiaro se i due abbiano dei trascorsi
insieme. Più tardi nell’episodio, i due si incontrano in riva al
mare e discutono della situazione. Hart sostiene che
Casa Richese è tra le varie minacce per l’Imperatore, il
quale concorda sul fatto che non si sente a posto con il
matrimonio, nonostante sia stato consigliato dal suo Verificatore,
Kasha. Desmond afferma che l’attacco ad Arrakis è stato solo un
sintomo di un problema più importante.
Desmond Hart suggerisce a Javicco
che sta perdendo la presa sull’Imperium. Crede che sia perché i
leader delle Grandi Case sono sotto il controllo dei loro
Verificatori, anche se non lo dice ancora. È vero che nell’episodio
Javicco va contro il suo buon senso per ascoltare Kasha,
organizzando un matrimonio con un alleato inaffidabile per ottenere
più forza militare. Kasha impone questo matrimonio perché sostiene
Valya Harkonnen e il complotto della Sorellanza per piazzare una
Sorella sul trono, che sarebbe la Principessa Ynez, dopo la sua
formazione.
Il personaggio di Travis Fimmel
è un cattivo in Dune:Prophecy?
Il finale dell’episodio 1 di
Dune: Prophecy vede Travis Fimmel uccidere
un bambino grazie a un misterioso potere, il che sembra essere un
atto di cattiveria. Tuttavia, nel mondo
di Dune è sempre un po’ più complicato di così.
Capire cosa dice e cosa vede Javicco nell’ologramma è fondamentale
per capire cosa si sa del personaggio originale. Desmond Hart non
solo è sopravvissuto all’attacco degli alleati dell’Imperium che ha
ucciso tutti i suoi uomini, ma è anche stato
inghiottito nel sottosuolo da un sandworm ed è
sopravvissuto.
È importante notare che tutti
questi elementi si riferiscono anche alla visione della Madre
Superiora all’inizio dell’episodio: un verme sandwich, pelle
bruciata, sangue e la morte di un nobile.
Desmond Hart ha ora la misteriosa
capacità di far bruciare la pelle di qualcuno e sembra farlo sia
con Pruwet Richese che con Kasha. Prima di uccidere Pruwet,
dichiara che gli è stato “conferito un grande
potere”. È importante notare che tutti questi elementi si
riferiscono anche alla visione della Madre Superiora all’inizio
dell’episodio: un sandworm, pelle bruciata, sangue e la morte di un
nobile. Desmond Hart potrebbe essere in qualche modo
collegato al “Tiran-Arafel”, utilizzato nello show
per indicare una minaccia esistenziale per l’umanità.
“Arafel” è un termine dei libri
originali di Dune che si riferisce a una
‘nube-oscurità alla fine dell’universo’.
Quindi, sì e no. Il Desmond Hart di
Travis Fimmel è probabilmente il cattivo
di Dune:Prophecy,
poiché lo show è inquadrato dalla prospettiva di Valya Harkonnen e
della Sorellanza. Ma la Sorellanza, che si sta trasformando nella
Bene Gesserit che il pubblico conosce in Dune, non è
esattamente protagonista nemmeno in questo universo, e anche tra le
sue fila si discute sulla moralità dell’ingegneria genetica dei
leader mondiali. Valya e la Sorellanza cercano il
controllo, mentre Desmond vuole impedirlo, ma per farlo
potrebbe arrivare a estremi ancora peggiori.
Gli episodi 5 e 6 della quarta
stagione de L’Amica Geniale –
adattamento della tetralogia di Elena Ferrante
– si immergono nel cuore del tumultuoso intreccio tra maternità,
amicizia e amore, facendo emergere nuove dinamiche emotive e
conflitti irrisolti. La complessità delle relazioni tra i
personaggi raggiunge vette drammatiche, con una narrazione che
intreccia sapientemente momenti di tensione, fragilità e
consapevolezza, concentrandosi maggiormente sui fatti che vediamo
accadere più che sulla loro elaborazione.
La Frattura
Il quinto episodio, intitolato La
Frattura, si concentra proprio sulla separazione, la spaccatura che
si viene a creare, sempre più profonda, tra i personaggi
principali, riflessa sia nei legami personali sia nel tessuto
sociale che li circonda. La storia si apre con Lenuccia, che
riscopre sia la maternità con l’ultima arrivata, Immacolata, avuta
da Nino, che il rione, con tutti i suoi personaggi/manifesto: la
donna incontra di nuovo Michele Solara, nell’ufficio di Lila, e lo
trova notevolmente cambiato: è la pallida ombra di sé stesso mentre
si confronta con Lila, determinata e sovrana della situazione,
decisa nel suo disprezzo verso un uomo che un tempo rappresentava
il potere e il controllo, ma che ora è fragile e sconfitto. Il
terremoto che ha devastato Napoli fa da sfondo a un’umanità
altrettanto spezzata, traumatizzata ma anche affaticata dalla vita
stessa.
Parallelamente, il rapporto tra
Elena e Nino si sgretola progressivamente. Nino,
sempre più ingombrante nella vita di Elena, si dimostra un uomo
egocentrico e inaffidabile, incapace di essere presente nei momenti
cruciali. Quando Elena si reca in ospedale per partorire da sola,
la sua solitudine è straziante: un momento che dovrebbe essere di
gioia si trasforma in una riflessione amara sulla fragilità delle
sue scelte sentimentali. Il giorno seguente, Nino si presenta in
ospedale e proclama un’affermazione che sembra riecheggiare più un
bisogno egoistico che un’autentica dichiarazione d’amore: “Io non
ce la faccio a stare senza di te”. La domanda si insinua: Nino è
davvero l’uomo che Elena merita, o è solo una proiezione del
desiderio di appagare una idealizzazione che nasce dalla prima
giovinezza?
Dopo la nascita della piccola
Immacolata, che Elena sceglie di chiamare così come segno
riconciliatorio verso la madre malata, l’anziana donna e Lila vanno
a far visita alla neo-mamma a Via Petrarca, nella casa con le
finestre sul mare. Ma, quando la signora si sente male e viene
trasportata in ospedale, Lenù dimostra tutta la sua insicurezza nei
confronti del compagno: mentre la madre è in pericolo di vita e lei
è costretta a rimanere a casa con la neonata, Lila e Nino corrono
in ospedale con la signora, ma per Lenù il pensiero fisso è
la loro vicinanza, il loro tornare in contatto, la paura
che tra loro possa nascere di nuovo qualcosa. Questo atteggiamento
ostile e sospettoso non viene replicato da Lila, che di contro
esternando il suo disprezzo per Nino, resta accanto alla madre di
Elena come fosse la sua.
L’episodio de L’Amica
Geniale si chiude lasciando una sensazione di disagio.
Elena, sempre più esasperata, appare fastidiosa, quasi distante
dalla profondità emotiva che la caratterizzava. Un effetto forse
voluto, che sottolinea il suo stato di crisi e un momento in cui si
avvicinano decisioni importanti da prendere.
L’imbroglio
Il sesto episodio,
L’imbroglio, esplora ulteriormente la relazione
tra Lila e Elena, mettendo in luce due concezioni opposte di
maternità e di identità personale. Il parto di Lila, violento,
arrabbiato, quasi contro natura evidenzia quanto le due donne
abbiano un temperamento differente, anche rispetto a questi lati
dell’essere donna: Lenù è sempre accogliente, mentre Lila è
sfidante, costantemente in lotta. La nascita della bambina di Lila
avviene in un clima di tensione e fatica, specchio delle sue
resistenze emotive e fisiche. L’esperienza di Elena, che aveva
partorito in solitudine, è di tutt’altra natura. Due racconti
diversi di maternità, segnati dalle rispettive fragilità e dai
legami che le due donne intrecciano con chi le circonda.
La puntata si concentra su altri tre
avvenimenti molto importanti che vedono come filo conduttore Elena:
il primo è la confessione di Alfonso. L’uomo che sta cercando di
fare i conti con la sua identità di genere si confessa a Lenù
raccontandole in che modo l’aiuto di Lila è stato determinante per
accettarsi, l’amica lo ha incoraggiato a esplorare e deformare la
propria immagine.
Intanto la madre di Elena peggiora
e, nel suo ultimo atto di lucidità, chiede ai figli di fare la cosa
giusta: Peppe e Gianni devono lavorare per Lila e abbandonare le
attività criminali con i Solara, mentre Marcello deve sposare
Elisa. Per quello che riguarda Elena, lei ha sempre fatto le cose a
suo modo, lo farà anche adesso: sul letto di morte, Lenù riceve il
riconoscimento di indipendenza che ha sempre cercato da sua
madre.
Ma la morte di sua madre porta la
donna in un nuovo territorio, in cui si sente ancora una volta
intrappolata tra il peso delle responsabilità familiari e
l’incompiutezza della sua vita. Una situazione di impasse che verrà
sbloccata solo grazie all’intervento di Nino che,
involontariamente, si rivela alla fine per quello che è anche agli
occhi di Elena, che era l’unica a non vedere la sua infima caratura
umana. La scoperta di un suo tradimento – l’ennesimo, scopriremo –
consente a Elena di trovare la forza e la lucidità di allontanarlo
e solo dopo scopre da Lila che l’uomo non aveva mai smesso di
cercare la sua vecchia amante. La scelta degli showrunner di
raccontare in questi termini l’allontanamento di Elena e Nino si
allontana dal racconto originale eppure conferisce alla storia una
forza in più, una chiarezza e una inequivocabili che i libri di
Elena Ferrante non sempre tengono in considerazione.
L’Amica Geniale: un dittico di
eventi e temi
Questo nuovo dittico di
L’Amica Geniale – Storia della Bambina Perduta si
addentra nei momenti più dolorosi e complessi della serie: il senso
di smarrimento, il peso delle scelte sbagliate, la maternità come
croce e delizia, la perdita e il lutto. E sembra che il costante
balletto che l’adattamento fa tra ciò che accade nel romanzo e ciò
che invece viene reinventato e modificato per la serie riesca ad
acquisire autorità e credibilità man mano che gli eventi ci
appaiono chiari e privi delle ombre e dei non detti che Ferrante
adora disseminare.
La frattura e
l’imbroglio non sono solo eventi specifici, ma temi
ricorrenti che definiscono la traiettoria di questa stagione,
conducendo gli spettatori verso un finale che si preannuncia
doloroso e catartico. Il legame tra Lila ed Lenù,
fatto di gelosie, rancori, ma anche di un amore profondo e
indistruttibile, rimane il vero cuore pulsante della storia,
un’amicizia che resiste nonostante tutto e che è destinata ancora
una volta a evolversi.
La
letteratura è ricca di detective e agenti speciali e molti di
questi sono poi arrivati con successo anche sul grande o piccolo
schermo. Basti citareJames
BondoSherlock
Holmes, tanto per scomodare i
più celebri, ma anche un progetto seriale comeReacherè basato sul personaggio letterario
diJack Reacher.
Nell’attesa di rivedere in azione tutti loro, è adesso il momento
diAlex Crossdi
richiamare su di sé le attenzioni degli appassionati del
genere.
Il
detective nato dalla penna diJames Patterson(considerato uno dei più importanti
autori di thriller del nostro tempo) torna infatti ad avere un
proprio adattamento audiovisivo dopo i filmIl collezionista(1997) eNella morsa del ragno(2001), in questi due interpretato daMorgan Freeman, e il
prequelAlex Cross–La memoria del killer(2012), dove è invece interpretato
daTyler Perry. Ad
assumere il ruolo del detective è oraAldis
Hodge, protagonista dunque di
questo adattamento che ci mostra subito Cross alle prese con i dei
suoi casi più difficili.
La trama di Alex Cross
Interpretata daAldis
Hodge,Alex Crossha per protagonista il decorato
detective del titolo, operante nella sezione omicidi di Washington
e psicologo forense. Egli si trova ad affrontare un sadico serial
killer che lascia una serie di corpi sparsi per la città. Mentre
Alex e il suo partner,John Sampson(Isaiah Mustafa), si mettono sulle tracce dell’assassino,
appare una misteriosa minaccia dal passato di Cross, che mira a
distruggere ciò che ha fatto per tenere insieme la sua famiglia in
lutto, la sua carriera e la sua vita.
Aldis Hodge in Alex Cross
Alex Cross torna in azione
Per
poter essere memorabile, ogni detective della letteratura, del
cinema o della televisione, deve possedere un tratto distintivo,
qualcosa che lo renda unico rispetto ai suoi colleghi. SeSherlock Holmesha un
intuito straordinario,Jack Reacherpossiede invece un fisico imponente che lo
rende una vera forza della natura.Alex
Cross, invece, integra la sua
attività di detective con le sue conoscenza di psicologia. Una
competenza che gli permette di addentrarsi nella mente dei serial
killer, prevedendo il loro modo di ragionare e cercando di
anticipare le loro mosse.
Questa caratteristica del personaggio ci viene
presentata sin dalla seconda scena (la prima, invece, imposta
quello che sarà il suo trauma primario nel corso dell’intera
stagione). Una scena in cui Alex Cross dimostra dunque di possedere
quel che occorre affinché risulti seducente, divertente e
convincente nei suoi modi di fare.Ben
Watkins, ideatore e
sceneggiatore di alcuni episodi della serie, pone dunque subito in
chiaro i motivi per cui dovremmo seguirlo nella sua
indagine.
Questa particolare capacità di Cross non viene
però mai proposta come un “superpotere”, cosa che permette di
contemplare anche il suo fallimento dinanzi al gioco che gli verrà
proposto dal serial killer con cui è chiamato a scontrarsi. Se per
qualcuno questo aspetto potrà risultare poco attraente rispetto
alle premesse iniziali, va però notato che consente di stabilire
una maggior connessione con il personaggio (non che con gli altri
detective citati non sia possibile, anzi). L’Alex Cross diAldis Hodge, dunque, si
afferma come un personaggio meritevole di essere seguito episodio
dopo episodio.
Ryan Eggold in Alex Cross
Nella mente del serial killer
Naturalmente buona parte delle attenzioni verso
questa prima stagione (una seconda è già stata confermata) sono per
il caso che propone. Anche in questoAlex Crossgarantisce una serie di elementi
ben orchestrati che portano avanti un intreccio che coinvolge Cross
su due piani diversi. Se da un lato c’è infatti una vicenda che
sembra colpirlo personalmente al cuore (la famiglia), dall’altro si
ha invece il caso più “di facciata”, che ci porta a confrontarci
con il personaggio interpretato daRyan
Eggold.
Certo, il suo personaggio,Ed
Ramsey, che acquisce
un’importanza crescente nel corso della stagione, sembra un
imitatore del Patriota diAntony StarrdiThe Boys(ricordandolo non solo nell’aspetto ma anche
nell’atteggiamento), ma riesce in ogni caso a dimostrare anche lui
il carisma giusto per intrigare ed invogliare a proseguire nella
visione. Le vicende che legano Ramsey e Cross possiedono a loro
volta gli ingredienti giusti per appassionare, per quanto talvolta
il loro caso sembri più diluito del dovuto.
Forse è questo il limite della serie, il
prendersi dei tempi più lunghi del necessario per raccontare certe
vicende, talvolta ricorrendo ad escamotage non del tutto
convincenti per portarle avanti. Fortunatamente non mancano però i
momenti in cui il ritmo si fa più serrato, la tensione aumenta e
gli stessi personaggi dimostrano di poter compiere quello scarto
necessario alla loro evoluzione. Si giunge così ad un climax tanto
atteso e che conferma i meriti della serie, in attesa di poter
rivedere Cross in azione con la seconda stagione.
La popolarissima serie storica
di Netflix, L’Imperatrice (scopri qui la storia vera su cui si
basa) è finalmente tornata per la sua seconda stagione nel
2024, ma questo successo in lingua tedesca sarà rinnovato per una
terza stagione? Basata sulla figura storica
dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, la
serie cattura lo spirito ribelle di questa monarca eterodossa che
sfida le rigide norme sociali della sua vita reale e tutte le sfide
che ha dovuto affrontare come sovrana e come persona. La serie è
stata un successo a sorpresa per lo streamer ed è tuttora uno dei
maggiori successi di Netflix in una lingua diversa dall’inglese.
Come molti prodotti originali in
streaming, c’è stato un grande intervallo tra la prima e la seconda
stagione, ma questo non sembra aver diminuito l’impatto del ritorno
del period drama. Rispetto a show come Bridgerton, L’Imperatrice
è più fedele alla storia, ma ha tutte le caratteristiche di un
dramma in costume accattivante. Queste caratteristiche uniche
elevano lo show tedesco al di sopra della solita fiction storica
anacronistica che viene diffusa dai principali canali di streaming,
e rendono ancora più plausibile una terza stagione. Con molti altri
eventi della vita di Elisabetta da esplorare, Netflix potrebbe
ordinare presto un’altra serie di episodi.
La terza stagione
di L’Imperatrice non è ancora stata
confermata
Poiché la seconda stagione è appena
uscita, non sorprende che Netflix non
abbia ancora comunicato nulla riguardo a una terza stagione. Poiché
lo show è una coproduzione tedesca, è probabile che il rinnovo
della serie sia più importante di una semplice richiesta da parte
di Netflix. Se i lunghi ritardi tra le stagioni 1 e 2 sono
indicativi, è chiaro che L’Imperatrice non
segue la stessa struttura produttiva di molti programmi americani,
che vengono portati sullo schermo il più rapidamente possibile.
Non è chiaro quando Netflix
deciderà esattamente se rinnovare o cancellare la serie. Ci sono
voluti quasi due mesi prima che lo streamer ordinasse la seconda
stagione, e questo dopo che la prima stagione era stata un
successo. Se la seconda stagione
di L’Imperatrice non avrà lo stesso
successo della precedente, ci sono poche speranze che lo streamer
ordini altri episodi o, per lo meno, Netflix non si muoverà con
particolare rapidità quando si tratterà di darle il via libera. I
drammi in costume sono costosi e rappresentano un grande
investimento che deve avere un grande ritorno.
Dettagli sul cast della terza
stagione di L’Imperatrice
Sebbene non sia stato ancora
annunciato nulla sul cast della terza stagione
di L’Imperatrice, è possibile provare a dare
qualche indicazione su chi riprenderà sicuramente il proprio ruolo.
Innanzitutto, non c’è dubbio che Devrim
Lingnau tornerà a vestire i panni della ribelle e
amata imperatrice Elisabetta, il cui arco
emotivo si è rafforzato nel corso della seconda stagione. Nel
frattempo, è probabile che ritorni anche
l’imperatore Francesco
Giuseppe (Philip Froissant), il
quale, stando ai dati storici, è sopravvissuto al suo viaggio in
prima linea, come si è visto nel finale della seconda stagione.
Altri ritorni sono meno certi e
dipendono dalla direzione che la storia della terza stagione
sceglierà di seguire. La storia
dell’arciduca Massimiliano (Johannes
Nussbaum) ha avuto una svolta drammatica nella seconda
stagione, con la spogliazione del titolo da parte del fratello
maggiore. Avendo scelto di lasciare l’Austria dopo la sua
estromissione, non si sa se l’arciduca estraniato entrerà a far
parte della terza stagione, anche se gli sceneggiatori sarebbero
negligenti se non raccontassero la storia del suo affascinante (e
alla fine tragico) periodo in Messico.
Dettagli sulla trama della terza
stagione di L’Imperatrice
Sebbene L’Imperatrice sia molto
incentrata sull’esperienza
dell’imperatrice Elisabetta a livello
personale, intorno a lei sono accaduti molti eventi di portata
mondiale che costituiscono l’interessante periferia del racconto.
Nel corso della seconda stagione si è ad esempio verificata la
ribellione del Lombardo-Veneto, che alla fine è sfociata in guerra.
Sentendosi inadeguato, Francesco
Giuseppe sceglie di andare in prima linea per
sostenere le sue truppe, e il suo destino viene lasciato in sospeso
nel finale della seconda stagione. I dati storici rivelano però che
Francesco sopravviverà all’incontro.
Sul fronte interno, invece,
Elisabetta lotta con la maternità e la pressione irrealistica di
produrre un erede maschio per l’impero. La sua salute mentale è uno
degli aspetti più interessanti del dramma storico e aggiunge un
livello di dimensione alla figura storica che è piuttosto moderna.
Ci si aspetta che questo aspetto continui nella terza stagione
di L’Imperatrice, quando le cose tra Sisi e
Francesco Giuseppe si faranno più pressanti e si ritroveranno nel
vortice della storia. Ad ora, però, non resta che attendere
l’ufficialità di una terza stagione da parte
di Netflix.
È il 2013 quando, successivamente
all’uscita in sala Hayao Miyazaki annuncia il suo ritiro dal
mondo dell’animazione e del cinema. È il 2016 quando, nel
documentario Never Ending Man: Hayao Miyazaki viene rivelato che
Miyazaki sta tornando sui suoi passi, mettendosi al lavoro su un
nuovo lungometraggio. È il 2023 quando quel nuovo progetto,
Il ragazzo e l’airone (qui
la recensione) arriva finalmente in sala, rappresentando morte
e rinascita dell’amato maestro dell’animazione (giapponese e non).
Questo lungo e tortuoso viaggio, costellato da lutti, fatica, sogni
e speranze, viene ora svelato in Hayao Miyazaki e l’airone
da Kaku
Arakawa, documentario che ci riporta nuovamente all’interno
dello Studio Ghibli.
Arakawa – già regista di Never Ending Man: Hayao Miyazaki e della miniserie 10
Years with Hayao Miyazaki – realizza sostanzialmente
un’estensione (per non usare il termine sequel) di quel suo
documentario del 2016. Se quel progetto seguiva Miyazaki
dall’annuncio del suo ritiro passando attraverso il rendersi conto
di non saper stare senza matita in mano e fino al suo rimettersi al
lavoro, Hayao Miyazaki e l’airone riparte proprio da lì per
raccontare quel lungo percorso che dal 2016 al 2023 ha portato alla
realizzazione del film che ha incantato il mondo, ottenendo ampi
consensi e facendo guadagnare al suo autore il suo secondo Oscar
per il Miglior film d’animazione.
Ad unire spiritualmente i due
documentari vi sono le continue riflessioni di Miyazaki
sull’avanzare della sua età e sul dubitare delle proprie capacità e
forze per portare a termine questa nuova fatica. Ancor più di
Never Ending Man: Hayao Miyazaki, Hayao Miyazaki e
l’airone è però segnato dai lutti, che diventano tuttavia
spinta propulsiva per portare a termine quella nuova avventura. È
dunque un documentario dal tono malinconico, che ci mostra il lato
umano di una leggenda, dove però la speranza e la voglia di
scherzare trova infine sempre spazio, proprio come nelle opere
realizzate nel corso di oltre quarant’anni da Miyazaki.
Toshio Suzuki e Hayao Miyazaki in Hayao Miyazaki e l’airone.
Cortesia di Lucky Red.
Un regista non si ritira
“Un regista non si ritira”, è
ciò che un profondamente arrabbiato Isao Takahata, maestro,
rivale e amico di Miyazaki, ha detto a quest’ultimo quando annunciò
il suo ritiro. Regista di opere come Una tomba per le lucciole, Pom Poko e La storia della principessa splendente, Takahata – da
Miyazaki affettuosamente chiamato Paku-san – ha sempre avuto
un posto speciale nella vita del collega. Si può dire che è da quel
rimprovero che Miyazaki inizia a comprendere che Takahata ha di
nuovo ragione, che non ci si può ritirare da ciò che si è. E quando
anche la sua storica confidente e color designer Michiyo
Yasuda gli chiede di fare un nuovo film, Miyazaki comprende che
è ora di rimettersi al lavoro.
Inizia così a prendere forma un
nuovo racconto, che è per il regista di La città incantata l’occasione per ripensare a tutta la
sua vita e il suo lascito artistico e umano. Il documentario di
Arakawa inizia dunque a seguire il regista in modo anche
rocambolesco, con riprese quasi rubate di nascosto per cogliere
Miyazaki nell’intimo. Non sembra quindi un caso che il film inizia
proprio con il regista nudo mentre fa una sauna, quasi come a
volerci anticipare che quello che vedremo è un Miyazaki che si
metterà a nudo raccontandoci tutto di sé e del proprio lavoro.
Arakawa lavora però anche su un ritmo sempre piuttosto serrato,
riuscendo a far confluire nelle proprie immagini anche una forte
comicità – dovuta in particolare agli scambi di Miyazaki con il suo
storico produttore Toshio Suzuki – ma anche tutto quel senso
di quiete che lo stile di vita giapponese suggerisce.
Si lavora per accostamenti, tra ciò
che accade nella realtà e diretti corrispettivi nei film animati di
Miyazaki, dimostrando dunque quanto per il regista il confine tra
fantasia e realtà sia esile. Un discorso, questo, che torna più
volte nel corso del film, stupendo lo spettatore che si ritrova
davanti a situazioni, luoghi e persone che hanno direttamente
ispirato precisi elementi delle varie opere realizzate da Miyazaki.
In particolare, però, Hayao Miyazakie l’airone
riesce realmente a trasmettere lo sforzo creativo, la fatica, la
pazienza e le difficoltà che il lavoro su questo nuovo film ha
comportato. Miyazaki, che si concentra prevalentemente sullo
storyboard, torna più volte sui suoi disegni, sui suoi tratti,
facendo perfettamente comprendere quanto minuzioso lavoro c’è
dietro.
Il disegno dell’airone di Hayao Miyazaki. Cortesia di Lucky
Red.
Hayao Miyazaki e l’airone:
creare per restare vivi
Nel mostrarci tutto ciò, Hayao
Miyazaki e l’airone non solo fornisce una vera e propria
spiegazione di determinati elementi del film (come le persone che
hanno ispirato certi personaggi o lo svelamento di certi simboli),
ma porta ovviamente a anche a ripensare a Il
ragazzo e l’airone e a farlo apprezzare ancor di più. Ed è
proprio nel raccontarci la realizzazione del film, attraverso un
lunghissimo conto alla rovescia che porta sino alla sua agognata
uscita nei cinema giapponesi, che il documentario ci comunica un
secondo importante elemento, ovvero il comprendere – di nuovo – da
parte di Miyazaki come sia vero che un regista non si può ritirare,
perché “se non realizziamo qualcosa non abbiamo niente”,
come dirà Miyazaki stesso.
Hayao Miyazaki e l’airone è
dunque anche un’ode all’atto creativo, a quella vocazione che non
si può soffocare e che chiede invece di essere liberata, come
racconta il regista parlando del “coperchio del suo cervello”. Ed è
ancora una volta la vita a guidare la mano dell’artista,
“costretto” a portare avanti il suo lavoro mentre il mondo intorno
a lui perde pezzi. Se Il
ragazzo e l’airone inizia venendo concepito in un modo, la
scomparsa di Michiyo Yasuda e soprattutto quella di Isao
Takahata influenzano profondamente Miyazaki e il suo lavoro. È
proprio nel vedere il regista andare avanti nel suo lavoro
nonostante i lutti che segnano il cammino che si ritrova uno degli
elementi più toccanti del film.
Sono episodi che danno la misura del
tempo, che costringono Miyazaki a riflettere sul senso della vita,
sul tempo che gli resta, chiedendosi sé egli stesso riuscirà a
vedere finito quel suo nuovo lavoro. Il tono del documentario è
dunque spesso funebre, malinconico, ma con la possibilità che una
battuta e una risata si intromettano e riportino un equilibrio al
tutto, proprio come l’equilibrio ricercato dal personaggio del
prozio in Il
ragazzo e l’airone (ispirato proprio a Takahata). È così
che, passo dopo passo, si giunge al completamento del film, al suo
diventare pubblico, al suo trionfo globale. E quando tutto è
finito? La risposta ce la offre sempre Miyazaki: “è proprio
allora che la vita continua ad andare avanti“. Morte e
rinascita, lasciando aperta la porta verso il futuro.
A distanza di anni dalla prima
notizia che il musical di successo sarebbe arrivato al cinema,
finalmente Wicked – Parte
1 è disponibile in sala,
con Universal Pictures Italia, per incantare
sia i fan dello spettacolo di Broadway sia il pubblico generalista,
portato in sala dalla magica (e massiccia) promozione che sta
accompagnando il film. Cynthia
Erivo e Ariana Grande guidano un progetto
ambiziosissimo, come accennato, la prima delle due parti previste
per il maestoso progetto che però è in grado di reggere benissimo
anche da sola. Wicked è un adattamento sontuoso e sorprendentemente
attuale, che offre una nuova prospettiva sulla dicotomia tra buoni
e cattivi, interrogandosi sulle ragioni del male.
Come mai esiste il
male? La grande domanda esistenziale di Wicked
Come sappiamo
da Il Mago di Oz, la Strega Cattiva
dell’Ovest è la villain della storia, d’altronde il nome è
inequivocabile! Tuttavia, in Wicked cerchiamo di capire cosa l’ha
resa tale, tanto che la domanda che fa detonare la storia è: come
mai esiste il male? È una cosa che nasce con noi o che ci viene
instillata? L’enormità, la complessità della risposta che una tale
domanda richiede ci porta dentro la storia, in cui la cattiveria di
Elphaba (la futura Wicked Witch, appunto) e la bontà di Galinda
(quella che diventerà la Strega Buona del Nord) vengono in qualche
modo ribaltate, diventando caratteristiche sfumate e mutevoli.
Basato sul romanzo
di Gregory Maguire e sull’iconico
musical di Broadway del 2003, il film esplora i temi di
discriminazione, paura dell’altro e manipolazione politica. Questi
motivi, già potenti al debutto teatrale, risultano ancora più
incisivi in un clima politico globale sempre più polarizzato e
incerto.
Wicked è un
trionfo visivo e musicale
Diretto da Jon
M. Chu, già noto per In the
Heights, Wicked è un trionfo visivo e
musicale. Il regista abbraccia un’estetica massimalista che combina
il tecnicolor degli anni ’30 con le moderne tecniche di CGI. Dai
campi di papaveri digitali alla strada di mattoni gialli, ogni
fotogramma è un’esplosione di dettagli e colori che incanta e
sovrasta, oltre a essere una vera e propria coccola per gli
appassionati del mondo di Oz. Questa attenzione al dettaglio si
riflette anche nei costumi di Paul Tazewell e nelle scenografie art
déco della Città di Smeraldo, magnificenza pura. Il risultato è un
film che sembra un’opera d’arte in movimento, progettata per il
grande schermo e destinata a lasciare senza fiato.
Cynthia
Erivo e Ariana Grande sono
mozzafiato
Così come senza fiato
lasciano le performance di Cynthia
Erivo e Ariana Grande. La
prima, nei panni neri e nella pelle verde di Elphaba, è il cuore
del film. Con il suo carattere complesso, Elphaba viene
interpretata con una profondità emotiva straordinaria. Erivo non si
limita a impressionare vocalmente; la sua performance offre
sfumature che invitano lo spettatore a comprendere il dolore e
l’isolamento del personaggio. Laddove Idina
Menzel ha dato un’interpretazione epica e teatrale a
Broadway, Erivo opta per un approccio più intimo e cinematografico,
che si adatta perfettamente al mezzo e entra a fondo dentro la
particolarità di chi a “troppo a cuore” le ferite del mondo che la
circonda. La sua versione di “Defying Gravity“, momento
iconico del musical, è emozionante e visivamente spettacolare.
Ariana
Grande, invece, affronta il compito impegnativo di
reinterpretare Glinda, la Strega Buona. Grande, con il suo look da
bambola di porcellana e una intonazione impeccabile, incarna
l’apparente perfezione del personaggio. Si cimenta con coraggio in
una performance comica che però non regge il confronto con quella
che Kristin Chenoweth ha reso celebre a
Broadway. La sua Glinda è rigida, il che potrebbe anche essere una
scelta consapevole per enfatizzare l’ipocrisia e l’egocentrismo del
personaggio, in attesa di una trasformazione redentrice.
Il cast di supporto regge il
confronto
Anche i comprimari fanno
grande sfoggio di sé. Michelle
Yeoh è una presenza magnetica come Madame
Morrible, mentre Jeff
Goldblum, nei panni del Mago di Oz, porta il
giusto equilibrio tra fascino e inquietudine. Jonathan
Bailey si distingue come Fiyero, un personaggio
che promette molte più sfaccettature di quante questa prima parte
abbia mostrato.
Dal punto di vista
musicale, Wicked rimane fedele al
materiale originale, pur con degli aggiustamenti che il cambio di
linguaggio richiedeva: la sequenze di “Dancing Through
Life” e “Popular” in particolare, sono state
arricchite con coreografie spettacolari e una regia lucida e
ordinata, che non rinuncia a evoluzioni ardite e che riesce a
sfruttare a pieno la dinamicità del cinema, rispetto alla staticità
del teatro.
Alcuni punti in sospeso
Considerato che la
durata di questa prima parte coincide con la durata del musical, e
soprattutto visto che il film si interrompe su un arco narrativo
principale apparentemente chiuso, sarà interessante capire in che
modo la seconda parte affronterà quel che rimane della storia e
soprattutto in che modo farà luce su alcuni dettagli che sono
rimasti volutamente in ombra, come l’origine della pelle verde di
Elphaba oppure la sua vulnerabilità all’acqua. Ci aspettiamo anche
che il discorso politico del film venga portato avanti e
approfondito: già in questa prima parte, la persecuzione degli
animali parlanti sembra un’allegoria, neanche troppo velata, della
discriminazione razziale e della xenofobia. Ma forse il discorso
potrebbe assumere dei contorni più definiti.
Wicked è un’esperienza cinematografica
gloriosa ed emozionante, che non solo rende giustizia al musical
originale, ma lo espande, rendendolo accessibile a una nuova
generazione di spettatori. Con performance memorabili, una colonna
sonora senza tempo e una produzione visivamente sbalorditiva, il
film di Jon M. Chu si conferma uno dei musical
imperdibili degli ultimi anni.
È arrivato il primo trailer di
The
Pitt, che anticipa la prossima serie medica di Max con
protagonista un ex star di ER. Prodotto da John Wells, che ha
ricoperto lo stesso ruolo in ER, The
Pitt racconta la vita di vari professionisti del settore
medico in un ospedale di Pittsburgh, alle prese con i propri
problemi personali e le esigenze estreme del loro lavoro. L’ex
membro del cast di ERNoah
Wyle recita nella serie nel ruolo del dottor Michael
Robinavitch, dopo aver interpretato il dottor John Carter nella
serie medica della NBC per diverse stagioni.
Max
ha pubblicato il primo teaser trailer di The Pitt, che
anticipa una prima stagione intensa per la serie in arrivo. Il
trailer rivela che la prima stagione sarà composta da 15 episodi,
ciascuno dei quali rappresenterà un’ora della vita dei personaggi
della serie. La serie nel suo complesso sembrerà svolgersi
durante un intenso turno al pronto soccorso di un ospedale. Il
trailer conferma anche che The Pitt debutterà nel gennaio
2025. Guardalo qui sotto. Oltre a Wyle, il cast di The Pitt
include anche Fiona Dourif, Gerran Howell, Katherine LaNasa, Isa
Briones, Tracy Ifeachor, Taylor Dearden e Shabana Azeez.
Cosa rivela il trailer di The
Pitt sulla serie
Come sarà rispetto a
ER?
Uno dei temi principali del trailer
di The Pitt è l’idea che lavorare al pronto soccorso di
un ospedale abbia conseguenze emotive, psicologiche e fisiche.
Il personaggio interpretato da Wyle menziona alcune di queste
conseguenze, tra cui “ulcere,tendenze suicide e
incubi”. The Pitt, quindi, non parlerà solo di medici
che curano i pazienti, ma anche dell’enorme impatto che il lavoro
di un medico del pronto soccorso può avere sulla vita di una
persona.
Questo, ovviamente, non è un tema
nuovo per le serie mediche, ed è qualcosa che anche le 15 stagioni
di ER hanno affrontato dal 1994 al 2009. Tuttavia, The
Pitt sembrerà differenziarsi nella rappresentazione della vita
in pronto soccorso. A differenza di ER, che è andato in onda
sulla NBC ed era limitato in termini di argomenti che poteva
mostrare sullo schermo, The Pitt, essendo un programma
originale Max, non avrà le stesse limitazioni. Il pubblico
dovrebbe aspettarsi ferite più crude, linguaggio volgare e una
rappresentazione generalmente più realistica e straziante di
ciò che è realmente la vita di un medico di pronto soccorso.
Disponibile su Netflix dal 20
novembre, Adorazione si presenta come un viaggio a
capofitto nel mondo degli adolescenti, immersi in una provincia
carica di segreti e contraddizioni, come tutte le province del
mondo. Tratta dall’omonimo romanzo di Alice Urciuolo e diretta da Stefano
Mordini, la serie, presentata in anteprima ad
Alice nella Città durante la Festa del Cinema di Roma, è
caratterizzata dal cast corale, volti per lo più sconosciuti, con
tante promesse negli occhi. La storia è un intreccio di thriller,
dramma e coming of age tra difficoltà, sogni infranti e un mistero,
che poi diventa tragedia, a far detonare la storia.
Adorazione, un viaggio iniziatico
in un’estate di fini e inizi
L’ambientazione estiva nella
tranquilla Sabaudia, con il litorale pontino che
si risveglia per la stagione balneare, fa da sfondo
all’esplorazione della gioventù, promettendo un racconto ben
diverso da quello che ci si aspetta. Conosciamo subito Elena e
Vanessa, due amiche molto diverse ma legatissime da quell’amore
totalizzante che solo l’adolescenza conosce. Elena, ribelle e
inquieta, vive un senso di soffocamento che la spinge a sognare una
fuga verso Roma. Vanessa, invece, è l’opposto: popolare, sicura di
sé, con una vita apparentemente perfetta. La loro amicizia è il
primo tassello di una trama che si complica rapidamente con la
scomparsa improvvisa di Elena, un evento che scuote la comunità e
porta a galla segreti nascosti.
La narrazione si trasforma
rapidamente in un racconto corale che esplora le vite intrecciate
di un gruppo di adolescenti e delle loro famiglie, tutte, in un
modo o nell’altro, intaccate da Elena e dalla sua vivace diversità.
Vera e Giorgio, i cugini di Elena con una situazione familiare
difficile, ma anche Gianmarco e Enrico, fidanzati delle due
protagoniste, si trovano anch’essi coinvolti in una spirale di
bugie e verità nascoste che contribuisce a costruire un mosaico
complesso e stratificato. Ogni personaggio, infatti, nasconde un
pezzetto di un puzzle molto grande, una piccola parte di un’ampia
storia che non riguarda solo la scomparsa della ragazza, ma anche
il percorso di crescita, identità e conflitti di tutti i
protagonisti. Da questo punto di vista, con esiti ovviamente molto
diversi e molto meno alti, Adorazione ricorda Twin Peaks, nella
misura in cui racconta la reazione di una comunità alla scomparsa
di una ragazza, il dolore che quella scomparsa provoca, i segreti
che hanno portato a quella triste vicenda, le conseguenze su chi la
conosceva e anche su chi non aveva idea di chi fosse.
Senza riuscire a aggirare alcune
ingenuità e cliché, Adorazione trova un buon equilibrio tra il
racconto di formazione e il mistero da risolvere, un racconto ricco
di voci. Trai volti più noti che compongono il nutrito cast
annoveriamo Noemi (cantante al debutto come
attrice), Ilenia Pastorelli, Barbara
Chichiarelli (che vedremo presto in M) e Claudia
Potenzasi. Tuttavia, sono i ragazzi a reggere il cuore
emotivo della storia: Alice Lupparelli (Elena),
Beatrice Puccilli (Vera), Giulio
Brizzi (Giorgio) e gli altri giovani talenti trasmettono
con autenticità la confusione, la sofferenza e la ricerca di un
senso che caratterizzano l’adolescenza, pur rimanendo in difficoltà
nelle situazioni in cui i sentimenti da passare diventano intimi e
profondi.
Come una mappatura precisa di tutti
quelli che possono essere i problemi, le paranoie e le difficoltà
dell’adolescenza, Adorazione tocca quasi ogni
possibile sfumatura del disagio giovanile, da quello “classico”
legato all’amore e all’amicizia, all’accettazione del proprio corpo
e ai rapporti conflittuali con i genitori, a quello deviato e
pericoloso, come la violenza di genere, la droga, il bullismo.
I coetanei sono allo stesso tempo il
principale scoglio contro cui sbattere ma anche fonte inesauribile
di supporto e sostegno, nei modi maldestri che ognuno impara,
sbagliando. I genitori invece sembrano tutti inadatti, non
all’altezza della situazione, incapaci di inquadrare e capire i
propri figli, anche loro presi dalle miserie quotidiane e ignari
della vera natura delle cose.
CAMILLA CATTABRIGA/NETFLIX
Copyright
2024 Netflix
Un mistero diluito nella
quotidianità
L’aspetto più interessante di
Adorazione è quello che immerge il mistero della
scomparsa di Elena nella quotidianità, un susseguirsi lento e
banale di giorni tutti uguali, uno scenario apatico che non offre
certo il massimo ai giovani protagonisti e che fa da sfondo
indifferente alle vicende che scivolano lungo un’estate che nessuno
dei protagonisti dimenticherà mai. Proprio questa mescolanza tra
thriller e vita di ogni giorno permette alle indagini per la
scomparsa di Elena di portare alla luce non solo pezzetti di storia
nascosta, ma anche i segreti dei giovani protagonisti e delle loro
vite diversamente complicate. Ogni personaggio, ha qualcosa da
nascondere, un segreto che contribuisce a costruire un mosaico
sempre più complesso.
Una regia solida e cupa setta un
tono molto serio per Adorazione
La regia di Stefano
Mordini crea un’atmosfera cupa e pesante, nonostante gli
scenari prevalentemente soleggiati e ariosi del litorale pontino,
l’effetto restituito è quello di una provincia asfissiante, un
luogo tanto familiare quanto opprimente. Con Fabri
Fibra alla supervisione della colonna sonora,
Adorazione svela la sua costruzione attenta e
stratificata, anche se non sempre felice. Il risultato è quello di
una semplificazione eccessiva di alcune dinamiche personali e
relazionali, che si svelano quando i dialoghi si mostrano artefatti
e la recitazione dei protagonisti non ancora sufficientemente
matura. Sebbene l’ambizione di Adorazione sia
quella di andare oltre il semplice intrattenimento, la serie
Netflix
si perde nei dettagli degli archi narrativi secondari, nei cliché e
nelle ingenuità di chi per raccontare troppo, perde la
concentrazione su ciò che è importante.
Prodotto
da Jennifer
Lawrence, che sfrutta la sua posizione di primo piano
a Hollywood per dare voce a chi non ce l’ha, il
documentario Bread and Roses della
regista afghana Sahra Mani, è un grido di protesta che mette in
luce le devastanti conseguenze del ritorno al potere dei talebani
in Afghanistan nel 2021. Attraverso le storie intime
di tre
donne, Zahra, Taranom e Sharifa, Mani
offre un ritratto ravvicinato di una resistenza viva che si
aggrappa con coraggio alla speranza e alla forza della
condivisione, nonostante le oppressive restrizioni che hanno
trasformato le loro vite in una prigione a cielo aperto.
Bread and Roses ci
porta nel cuore dell’esperienza quotidiana
Dalla scena di
apertura, Bread and Roses si distingue
per la sua scelta stilistica di abbandonare qualsiasi voce narrante
o intermediario che guidi lo spettatore. Questa decisione
conferisce al documentario un’immediatezza cruda e autentica
attraverso la quale Mani ci invita a entrare direttamente nella
quotidianità delle protagoniste, affidandosi principalmente alla
forza delle immagini e delle loro esperienze. È un approccio che
richiede attenzione e rispetto da parte del pubblico, e aggira con
agilità l’effetto didascalico di molte opere a tema sociale. La
vicinanza ai soggetti non sacrifica mai la chiarezza: il contesto
politico e storico emerge con forza dalla narrazione stessa, senza
bisogno di espedienti invadenti.
Zahra, Taranom e
Sharifa: donne di resistenza
Il cuore pulsante del
documentario sono le donne che Mani sceglie di seguire. Zahra,
Taranom e Sharifa non sono figure passive né vittime rassegnate,
come le vorrebbe il regime afghano. Il film evidenzia la loro
determinazione a sfidare uno status quo che nega loro dignità e
diritti fondamentali, sono donne che rischiano la vita
semplicemente per protestare, per cercare di rivendicare ciò che è
stato loro strappato. Il punto di maggiore forza del documentario è
proprio quello di riuscire a bilanciare la denuncia delle
violazioni dei diritti umani e la celebrazione della resilienza e
del coraggio delle donne
afghane, che attraverso Bread
andRoses dimostrano di avere
una voce.
L’intuizione che premia
il film è quella di mostrare quanto in fretta sia stata trasformata
la vita delle protagoniste: la chiusura delle scuole, il divieto di
lavorare, l’imposizione di un regime di segregazione che le
costringe agli arresti domiciliari. Ogni aspetto della vita è stato
ridotto a un binario rigido e soffocante in cui le donne possono
assumere soltanto i ruoli di madri rispettose o vergini educate,
altrimenti sono considerate “cattive” e private di qualsiasi
diritto. Un dualismo cieco che riduce le donne a strumenti di un
ordine patriarcale spietato.
Ribellione e
solidarietà
Mani non si limita a
documentare l’oppressione. L’energia del film deriva anche dalla
capacità di mettere in evidenza i momenti di resistenza, i gesti di
ribellione e solidarietà che le donne afghane continuano a
compiere, nonostante il pericolo costante. Questo non solo serve a
veicolare la speranza tra chi deve affrontare il regima, ma evita
che il film diventi un racconto in cui la tragicità della
situazione raccontata prenda il sopravvento restituendo un quadro
di sola disperazione. L’umanità e la forza delle protagoniste
emergono in ogni fotogramma, rendendo evidente quanto sia ingiusto
e inaccettabile il silenzio della comunità internazionale.
Bread and
Roses invita anche a riflettere su un diffuso
malinteso sulla condizione delle donne in Afghanistan, dal momento
che riferisce con chiarezza che i diritti delle donne afghane non
sono un miraggio mai raggiunto: nel 1919, ottennero il diritto di
voto prima ancora delle donne italiane. Le protagoniste del film
non lottano per ottenere ciò che non hanno mai avuto, ma per
riconquistare una libertà che era stata loro garantita. Questo
dettaglio storico rende ancora più evidente la regressione imposta
dai talebani.
Con una regia sobria e
rispettosa, Sahra Mani ci ricorda che ignorare ciò che accade in
Afghanistan equivale a condannare metà della sua popolazione
all’oppressione e al silenzio. Bread and
Roses è un documentario arrabbiato, che non si fa
accecare da quella rabbia e anzi, è commovente e pieno di dignità,
invita a non voltare lo sguardo e a riconoscere la forza delle
donne che continuano a lottare per la loro libertà.