A distanza di anni dalla prima
notizia che il musical di successo sarebbe arrivato al cinema,
finalmente Wicked – Parte
1 è disponibile in sala,
con Universal Pictures Italia, per incantare
sia i fan dello spettacolo di Broadway sia il pubblico generalista,
portato in sala dalla magica (e massiccia) promozione che sta
accompagnando il film. Cynthia
Erivo e Ariana Grande guidano un progetto
ambiziosissimo, come accennato, la prima delle due parti previste
per il maestoso progetto che però è in grado di reggere benissimo
anche da sola. Wicked è un adattamento sontuoso e sorprendentemente
attuale, che offre una nuova prospettiva sulla dicotomia tra buoni
e cattivi, interrogandosi sulle ragioni del male.
Come mai esiste il
male? La grande domanda esistenziale di Wicked
Come sappiamo
da Il Mago di Oz, la Strega Cattiva
dell’Ovest è la villain della storia, d’altronde il nome è
inequivocabile! Tuttavia, in Wicked cerchiamo di capire cosa l’ha
resa tale, tanto che la domanda che fa detonare la storia è: come
mai esiste il male? È una cosa che nasce con noi o che ci viene
instillata? L’enormità, la complessità della risposta che una tale
domanda richiede ci porta dentro la storia, in cui la cattiveria di
Elphaba (la futura Wicked Witch, appunto) e la bontà di Galinda
(quella che diventerà la Strega Buona del Nord) vengono in qualche
modo ribaltate, diventando caratteristiche sfumate e mutevoli.
Basato sul romanzo
di Gregory Maguire e sull’iconico
musical di Broadway del 2003, il film esplora i temi di
discriminazione, paura dell’altro e manipolazione politica. Questi
motivi, già potenti al debutto teatrale, risultano ancora più
incisivi in un clima politico globale sempre più polarizzato e
incerto.
Wicked è un
trionfo visivo e musicale
Diretto da Jon
M. Chu, già noto per In the
Heights, Wicked è un trionfo visivo e
musicale. Il regista abbraccia un’estetica massimalista che combina
il tecnicolor degli anni ’30 con le moderne tecniche di CGI. Dai
campi di papaveri digitali alla strada di mattoni gialli, ogni
fotogramma è un’esplosione di dettagli e colori che incanta e
sovrasta, oltre a essere una vera e propria coccola per gli
appassionati del mondo di Oz. Questa attenzione al dettaglio si
riflette anche nei costumi di Paul Tazewell e nelle scenografie art
déco della Città di Smeraldo, magnificenza pura. Il risultato è un
film che sembra un’opera d’arte in movimento, progettata per il
grande schermo e destinata a lasciare senza fiato.
Cynthia
Erivo e Ariana Grande sono
mozzafiato
Così come senza fiato
lasciano le performance di Cynthia
Erivo e Ariana Grande. La
prima, nei panni neri e nella pelle verde di Elphaba, è il cuore
del film. Con il suo carattere complesso, Elphaba viene
interpretata con una profondità emotiva straordinaria. Erivo non si
limita a impressionare vocalmente; la sua performance offre
sfumature che invitano lo spettatore a comprendere il dolore e
l’isolamento del personaggio. Laddove Idina
Menzel ha dato un’interpretazione epica e teatrale a
Broadway, Erivo opta per un approccio più intimo e cinematografico,
che si adatta perfettamente al mezzo e entra a fondo dentro la
particolarità di chi a “troppo a cuore” le ferite del mondo che la
circonda. La sua versione di “Defying Gravity“, momento
iconico del musical, è emozionante e visivamente spettacolare.
Ariana
Grande, invece, affronta il compito impegnativo di
reinterpretare Glinda, la Strega Buona. Grande, con il suo look da
bambola di porcellana e una intonazione impeccabile, incarna
l’apparente perfezione del personaggio. Si cimenta con coraggio in
una performance comica che però non regge il confronto con quella
che Kristin Chenoweth ha reso celebre a
Broadway. La sua Glinda è rigida, il che potrebbe anche essere una
scelta consapevole per enfatizzare l’ipocrisia e l’egocentrismo del
personaggio, in attesa di una trasformazione redentrice.
Il cast di supporto regge il
confronto
Anche i comprimari fanno
grande sfoggio di sé. Michelle
Yeoh è una presenza magnetica come Madame
Morrible, mentre Jeff
Goldblum, nei panni del Mago di Oz, porta il
giusto equilibrio tra fascino e inquietudine. Jonathan
Bailey si distingue come Fiyero, un personaggio
che promette molte più sfaccettature di quante questa prima parte
abbia mostrato.
Dal punto di vista
musicale, Wicked rimane fedele al
materiale originale, pur con degli aggiustamenti che il cambio di
linguaggio richiedeva: la sequenze di “Dancing Through
Life” e “Popular” in particolare, sono state
arricchite con coreografie spettacolari e una regia lucida e
ordinata, che non rinuncia a evoluzioni ardite e che riesce a
sfruttare a pieno la dinamicità del cinema, rispetto alla staticità
del teatro.
Alcuni punti in sospeso
Considerato che la
durata di questa prima parte coincide con la durata del musical, e
soprattutto visto che il film si interrompe su un arco narrativo
principale apparentemente chiuso, sarà interessante capire in che
modo la seconda parte affronterà quel che rimane della storia e
soprattutto in che modo farà luce su alcuni dettagli che sono
rimasti volutamente in ombra, come l’origine della pelle verde di
Elphaba oppure la sua vulnerabilità all’acqua. Ci aspettiamo anche
che il discorso politico del film venga portato avanti e
approfondito: già in questa prima parte, la persecuzione degli
animali parlanti sembra un’allegoria, neanche troppo velata, della
discriminazione razziale e della xenofobia. Ma forse il discorso
potrebbe assumere dei contorni più definiti.
Wicked è un’esperienza cinematografica
gloriosa ed emozionante, che non solo rende giustizia al musical
originale, ma lo espande, rendendolo accessibile a una nuova
generazione di spettatori. Con performance memorabili, una colonna
sonora senza tempo e una produzione visivamente sbalorditiva, il
film di Jon M. Chu si conferma uno dei musical
imperdibili degli ultimi anni.
È arrivato il primo trailer di
The
Pitt, che anticipa la prossima serie medica di Max con
protagonista un ex star di ER. Prodotto da John Wells, che ha
ricoperto lo stesso ruolo in ER, The
Pitt racconta la vita di vari professionisti del settore
medico in un ospedale di Pittsburgh, alle prese con i propri
problemi personali e le esigenze estreme del loro lavoro. L’ex
membro del cast di ERNoah
Wyle recita nella serie nel ruolo del dottor Michael
Robinavitch, dopo aver interpretato il dottor John Carter nella
serie medica della NBC per diverse stagioni.
Max
ha pubblicato il primo teaser trailer di The Pitt, che
anticipa una prima stagione intensa per la serie in arrivo. Il
trailer rivela che la prima stagione sarà composta da 15 episodi,
ciascuno dei quali rappresenterà un’ora della vita dei personaggi
della serie. La serie nel suo complesso sembrerà svolgersi
durante un intenso turno al pronto soccorso di un ospedale. Il
trailer conferma anche che The Pitt debutterà nel gennaio
2025. Guardalo qui sotto. Oltre a Wyle, il cast di The Pitt
include anche Fiona Dourif, Gerran Howell, Katherine LaNasa, Isa
Briones, Tracy Ifeachor, Taylor Dearden e Shabana Azeez.
Cosa rivela il trailer di The
Pitt sulla serie
Come sarà rispetto a
ER?
Uno dei temi principali del trailer
di The Pitt è l’idea che lavorare al pronto soccorso di
un ospedale abbia conseguenze emotive, psicologiche e fisiche.
Il personaggio interpretato da Wyle menziona alcune di queste
conseguenze, tra cui “ulcere,tendenze suicide e
incubi”. The Pitt, quindi, non parlerà solo di medici
che curano i pazienti, ma anche dell’enorme impatto che il lavoro
di un medico del pronto soccorso può avere sulla vita di una
persona.
Questo, ovviamente, non è un tema
nuovo per le serie mediche, ed è qualcosa che anche le 15 stagioni
di ER hanno affrontato dal 1994 al 2009. Tuttavia, The
Pitt sembrerà differenziarsi nella rappresentazione della vita
in pronto soccorso. A differenza di ER, che è andato in onda
sulla NBC ed era limitato in termini di argomenti che poteva
mostrare sullo schermo, The Pitt, essendo un programma
originale Max, non avrà le stesse limitazioni. Il pubblico
dovrebbe aspettarsi ferite più crude, linguaggio volgare e una
rappresentazione generalmente più realistica e straziante di
ciò che è realmente la vita di un medico di pronto soccorso.
Disponibile su Netflix dal 20
novembre, Adorazione si presenta come un viaggio a
capofitto nel mondo degli adolescenti, immersi in una provincia
carica di segreti e contraddizioni, come tutte le province del
mondo. Tratta dall’omonimo romanzo di Alice Urciuolo e diretta da Stefano
Mordini, la serie, presentata in anteprima ad
Alice nella Città durante la Festa del Cinema di Roma, è
caratterizzata dal cast corale, volti per lo più sconosciuti, con
tante promesse negli occhi. La storia è un intreccio di thriller,
dramma e coming of age tra difficoltà, sogni infranti e un mistero,
che poi diventa tragedia, a far detonare la storia.
Adorazione, un viaggio iniziatico
in un’estate di fini e inizi
L’ambientazione estiva nella
tranquilla Sabaudia, con il litorale pontino che
si risveglia per la stagione balneare, fa da sfondo
all’esplorazione della gioventù, promettendo un racconto ben
diverso da quello che ci si aspetta. Conosciamo subito Elena e
Vanessa, due amiche molto diverse ma legatissime da quell’amore
totalizzante che solo l’adolescenza conosce. Elena, ribelle e
inquieta, vive un senso di soffocamento che la spinge a sognare una
fuga verso Roma. Vanessa, invece, è l’opposto: popolare, sicura di
sé, con una vita apparentemente perfetta. La loro amicizia è il
primo tassello di una trama che si complica rapidamente con la
scomparsa improvvisa di Elena, un evento che scuote la comunità e
porta a galla segreti nascosti.
La narrazione si trasforma
rapidamente in un racconto corale che esplora le vite intrecciate
di un gruppo di adolescenti e delle loro famiglie, tutte, in un
modo o nell’altro, intaccate da Elena e dalla sua vivace diversità.
Vera e Giorgio, i cugini di Elena con una situazione familiare
difficile, ma anche Gianmarco e Enrico, fidanzati delle due
protagoniste, si trovano anch’essi coinvolti in una spirale di
bugie e verità nascoste che contribuisce a costruire un mosaico
complesso e stratificato. Ogni personaggio, infatti, nasconde un
pezzetto di un puzzle molto grande, una piccola parte di un’ampia
storia che non riguarda solo la scomparsa della ragazza, ma anche
il percorso di crescita, identità e conflitti di tutti i
protagonisti. Da questo punto di vista, con esiti ovviamente molto
diversi e molto meno alti, Adorazione ricorda Twin Peaks, nella
misura in cui racconta la reazione di una comunità alla scomparsa
di una ragazza, il dolore che quella scomparsa provoca, i segreti
che hanno portato a quella triste vicenda, le conseguenze su chi la
conosceva e anche su chi non aveva idea di chi fosse.
Senza riuscire a aggirare alcune
ingenuità e cliché, Adorazione trova un buon equilibrio tra il
racconto di formazione e il mistero da risolvere, un racconto ricco
di voci. Trai volti più noti che compongono il nutrito cast
annoveriamo Noemi (cantante al debutto come
attrice), Ilenia Pastorelli, Barbara
Chichiarelli (che vedremo presto in M) e Claudia
Potenzasi. Tuttavia, sono i ragazzi a reggere il cuore
emotivo della storia: Alice Lupparelli (Elena),
Beatrice Puccilli (Vera), Giulio
Brizzi (Giorgio) e gli altri giovani talenti trasmettono
con autenticità la confusione, la sofferenza e la ricerca di un
senso che caratterizzano l’adolescenza, pur rimanendo in difficoltà
nelle situazioni in cui i sentimenti da passare diventano intimi e
profondi.
Come una mappatura precisa di tutti
quelli che possono essere i problemi, le paranoie e le difficoltà
dell’adolescenza, Adorazione tocca quasi ogni
possibile sfumatura del disagio giovanile, da quello “classico”
legato all’amore e all’amicizia, all’accettazione del proprio corpo
e ai rapporti conflittuali con i genitori, a quello deviato e
pericoloso, come la violenza di genere, la droga, il bullismo.
I coetanei sono allo stesso tempo il
principale scoglio contro cui sbattere ma anche fonte inesauribile
di supporto e sostegno, nei modi maldestri che ognuno impara,
sbagliando. I genitori invece sembrano tutti inadatti, non
all’altezza della situazione, incapaci di inquadrare e capire i
propri figli, anche loro presi dalle miserie quotidiane e ignari
della vera natura delle cose.
CAMILLA CATTABRIGA/NETFLIX
Copyright
2024 Netflix
Un mistero diluito nella
quotidianità
L’aspetto più interessante di
Adorazione è quello che immerge il mistero della
scomparsa di Elena nella quotidianità, un susseguirsi lento e
banale di giorni tutti uguali, uno scenario apatico che non offre
certo il massimo ai giovani protagonisti e che fa da sfondo
indifferente alle vicende che scivolano lungo un’estate che nessuno
dei protagonisti dimenticherà mai. Proprio questa mescolanza tra
thriller e vita di ogni giorno permette alle indagini per la
scomparsa di Elena di portare alla luce non solo pezzetti di storia
nascosta, ma anche i segreti dei giovani protagonisti e delle loro
vite diversamente complicate. Ogni personaggio, ha qualcosa da
nascondere, un segreto che contribuisce a costruire un mosaico
sempre più complesso.
Una regia solida e cupa setta un
tono molto serio per Adorazione
La regia di Stefano
Mordini crea un’atmosfera cupa e pesante, nonostante gli
scenari prevalentemente soleggiati e ariosi del litorale pontino,
l’effetto restituito è quello di una provincia asfissiante, un
luogo tanto familiare quanto opprimente. Con Fabri
Fibra alla supervisione della colonna sonora,
Adorazione svela la sua costruzione attenta e
stratificata, anche se non sempre felice. Il risultato è quello di
una semplificazione eccessiva di alcune dinamiche personali e
relazionali, che si svelano quando i dialoghi si mostrano artefatti
e la recitazione dei protagonisti non ancora sufficientemente
matura. Sebbene l’ambizione di Adorazione sia
quella di andare oltre il semplice intrattenimento, la serie
Netflix
si perde nei dettagli degli archi narrativi secondari, nei cliché e
nelle ingenuità di chi per raccontare troppo, perde la
concentrazione su ciò che è importante.
Prodotto
da Jennifer
Lawrence, che sfrutta la sua posizione di primo piano
a Hollywood per dare voce a chi non ce l’ha, il
documentario Bread and Roses della
regista afghana Sahra Mani, è un grido di protesta che mette in
luce le devastanti conseguenze del ritorno al potere dei talebani
in Afghanistan nel 2021. Attraverso le storie intime
di tre
donne, Zahra, Taranom e Sharifa, Mani
offre un ritratto ravvicinato di una resistenza viva che si
aggrappa con coraggio alla speranza e alla forza della
condivisione, nonostante le oppressive restrizioni che hanno
trasformato le loro vite in una prigione a cielo aperto.
Bread and Roses ci
porta nel cuore dell’esperienza quotidiana
Dalla scena di
apertura, Bread and Roses si distingue
per la sua scelta stilistica di abbandonare qualsiasi voce narrante
o intermediario che guidi lo spettatore. Questa decisione
conferisce al documentario un’immediatezza cruda e autentica
attraverso la quale Mani ci invita a entrare direttamente nella
quotidianità delle protagoniste, affidandosi principalmente alla
forza delle immagini e delle loro esperienze. È un approccio che
richiede attenzione e rispetto da parte del pubblico, e aggira con
agilità l’effetto didascalico di molte opere a tema sociale. La
vicinanza ai soggetti non sacrifica mai la chiarezza: il contesto
politico e storico emerge con forza dalla narrazione stessa, senza
bisogno di espedienti invadenti.
Zahra, Taranom e
Sharifa: donne di resistenza
Il cuore pulsante del
documentario sono le donne che Mani sceglie di seguire. Zahra,
Taranom e Sharifa non sono figure passive né vittime rassegnate,
come le vorrebbe il regime afghano. Il film evidenzia la loro
determinazione a sfidare uno status quo che nega loro dignità e
diritti fondamentali, sono donne che rischiano la vita
semplicemente per protestare, per cercare di rivendicare ciò che è
stato loro strappato. Il punto di maggiore forza del documentario è
proprio quello di riuscire a bilanciare la denuncia delle
violazioni dei diritti umani e la celebrazione della resilienza e
del coraggio delle donne
afghane, che attraverso Bread
andRoses dimostrano di avere
una voce.
L’intuizione che premia
il film è quella di mostrare quanto in fretta sia stata trasformata
la vita delle protagoniste: la chiusura delle scuole, il divieto di
lavorare, l’imposizione di un regime di segregazione che le
costringe agli arresti domiciliari. Ogni aspetto della vita è stato
ridotto a un binario rigido e soffocante in cui le donne possono
assumere soltanto i ruoli di madri rispettose o vergini educate,
altrimenti sono considerate “cattive” e private di qualsiasi
diritto. Un dualismo cieco che riduce le donne a strumenti di un
ordine patriarcale spietato.
Ribellione e
solidarietà
Mani non si limita a
documentare l’oppressione. L’energia del film deriva anche dalla
capacità di mettere in evidenza i momenti di resistenza, i gesti di
ribellione e solidarietà che le donne afghane continuano a
compiere, nonostante il pericolo costante. Questo non solo serve a
veicolare la speranza tra chi deve affrontare il regima, ma evita
che il film diventi un racconto in cui la tragicità della
situazione raccontata prenda il sopravvento restituendo un quadro
di sola disperazione. L’umanità e la forza delle protagoniste
emergono in ogni fotogramma, rendendo evidente quanto sia ingiusto
e inaccettabile il silenzio della comunità internazionale.
Bread and
Roses invita anche a riflettere su un diffuso
malinteso sulla condizione delle donne in Afghanistan, dal momento
che riferisce con chiarezza che i diritti delle donne afghane non
sono un miraggio mai raggiunto: nel 1919, ottennero il diritto di
voto prima ancora delle donne italiane. Le protagoniste del film
non lottano per ottenere ciò che non hanno mai avuto, ma per
riconquistare una libertà che era stata loro garantita. Questo
dettaglio storico rende ancora più evidente la regressione imposta
dai talebani.
Con una regia sobria e
rispettosa, Sahra Mani ci ricorda che ignorare ciò che accade in
Afghanistan equivale a condannare metà della sua popolazione
all’oppressione e al silenzio. Bread and
Roses è un documentario arrabbiato, che non si fa
accecare da quella rabbia e anzi, è commovente e pieno di dignità,
invita a non voltare lo sguardo e a riconoscere la forza delle
donne che continuano a lottare per la loro libertà.
Ci sono storie che non le puoi
semplicemente mettere da parte. Storie che sembrano vivere di vita
propria, con la capacità e la consapevolezza di attendere il
momento giusto per venire allo scoperto. Storie che anzi ottengono
da questa attesa un’accresciuto valore, complice quella certa
distanza temporale che permette di osservare le cose da nuove e più
attente prospettive. È proprio quello che è accaduto
con Napoli – New York, il nuovo film del
regista premio Oscar Gabriele
Salvatores (Mediterraneo, Il
ritorno di Casanova), nato però dalla mente e dalle mani
di Federico
Fellini e Tullio Pinelli.
Un soggetto scritto sul finire
degli anni Quaranta e rimasto nel cassetto per decenni, finalmente
riscoperto e infine divenuto film, con il quale Salvatores ha
potuto tornare a raccontare temi a lui cari come il viaggio,
l’altrove, la solidarietà. Il regista – come
da lui dichiarato – ha lasciato pressocché intatta la
prima parte del film, rielaborando però quella ambientata negli
Stati Uniti affinché si avvalesse di uno sguardo meno idealizzato
di quello che si poteva avere quando fu scritto il soggetto. In
generale, però, Salvatores ha reso Napoli – New
York una favola, nella quale come in tutte le favole
si ritrova tanta realtà.
La trama di Napoli –
New York: un popolo di migranti
Nell’immediato dopoguerra, tra le
macerie di una Napoli piegata dalla miseria, i
piccoli Carmine (Antonio
Guerra)
e Celestina (Dea
Lanzaro) tentano di sopravvivere come possono, aiutandosi
a vicenda. Una notte, s’imbarcano però come clandestini su una nave
diretta a New York per andare a vivere con la sorella di Celestina
emigrata anni prima. I due bambini si uniscono ai tanti emigranti
italiani in cerca di fortuna in America e, con l’aiuto di Domenico
Garofalo (Pierfrancesco
Favino), sbarcano in una metropoli sconosciuta, che
dopo numerose peripezie, impareranno a chiamare casa.
Napoli ferita ma sempre viva
Tutto parte dunque
da Napoli, città ferita dal passaggio della
guerra ma sempre colorata, profumata, calorosa in tutta la sua
incontenibile vitalità. Una città che ci presenta la definizione
perfetta di quell’arte di arrangiarsi che tanto ci è propria, con
la sua popolazione sempre pronta a rimboccarsi le maniche e vivere
come meglio può alla giornata, senza chinare il capo dinanzi ai
traumi della guerra. Una Napoli che con questa veste è stata
raccontata innumerevoli volte, dal capolavoro del
neorealismo Paisà (sceneggiato anche da Fellini
e platealmente citato in Napoli – New York)
fino al recente Hey
Joe (al cinema dal 28 novembre).
Salvatores omaggia dunque la città
in cui è nato raccontandola e mostrandocela con quante più
sfumature possibili, scegliendo quegli ambienti e quei volti che ne
esaltano il bello e il brutto, il sacro e il profano. Una
rappresentazione che risulta ancor più realistica proprio in quanto
ideata negli stessi anni in cui il film è ambientato, potendo
dunque contare su una vicinanza storica che ha permesso di essere
fedeli a quanto realmente avveniva tra i vicoli, il porto o gli
ambienti più altolocati della città. Il risultato è come sempre
suggestivo, coinvolgente, con un che di ammaliante per quel certo
qualcosa che ci è come famigliare.
New York terra delle promesse
Ben altro discorso si ha invece
per New York, città che Fellini e Pinelli
poterono solo immaginare secondo i racconti idealizzati dell’epoca,
ma che Salvatores restituisce con un fare favolistico ma
decisamente più disincantato. Cambia infatti il linguaggio del film
e dall’animo caloroso di Napoli si passa a quello più composto e
squadrato di New York, mostrata con colori e ambienti
apparentemente da sogno ma dietro i quali si nascondono numerose
menzogne, come racconterà poi il sogno americano infranto della
sorella di Celestina.
Un’ode alla solidarietà
italiana
Nel mezzo, tra Napoli e New York,
c’è il lungo viaggio in nave. Un viaggio che ricopre un significato
importantissimo all’interno del film, in quanto porta al
manifestarsi di tutti quei valori e temi che a Salvatores sta a
cuore trattare. Emerge in particolar modo la solidarietà italiana,
che porta ad aiutarsi, difendersi e proteggersi senza badare alle
possibili “differenze”. Un valore che Salvatores sembra volerci
anche ricordare, dato il suo essersi indebolito in questi ultimi
difficili tempi. Come ci ricorda anche che migranti lo siamo stati
e lo siamo tutt’ora, in un periodo in cui anche questo dettaglio
del nostro passato sembra essere stato dimenticato.
Napoli – New
York vuole dunque essere sì una favola, proponendoci
un racconto appassionante e impreziosito dalle interpretazioni
degli attori protagonisti, ma nel guidarci attraverso tutto ciò –
tra risate, paure e momenti di grande emozione – ribadisce dunque
la forza del popolo italiano davanti alle avversità, purché sappia
far fronte comune come gli si vede fare nella Little Italy presente
a New York. Una terra lontana eppure uguale a quella Napoli/Italia
lasciatasi alle spalle, dove ritrovare tutto il calore e l’affetto,
sapendo di poter sempre contare sulla mano di qualcuno che ci
salva.
Nel 2008, all’interno delle
Giornate degli Autori della 65esima edizione della Mostra
del Cinema di Venezia, Sylvie
Verheyde aveva presentato Stella, film
di stampo autobiografico che ripercorreva l’infanzia della regista.
Nel 2022, con Stella è innamorata,
Verheyde torna sui passi della bambina che
fu,ora diventata adolescente. Siamo
ancora a Parigi, nel pieno degli anni ’80. Stella ha 17 anni, ha
fame di vita e vuole scoprire chi è davvero e cosa ne sarà del suo
futuro. Come ogni giovane a quell’età comincia a sentire il sangue
che le ribolle nelle vene a causa di un ragazzo, a sperimentare il
desiderio sessuale e a gestire i suoi ormoni ballerini.
È il tempo della spensieratezza,
che si alterna alle crisi esistenziali giovanili, dettate dalla
poca consapevolezza di quel che si vuole fare da
adulti. Stella è innamorata ha debuttato
al Locarno Film Festival del 2023, ed è in
concorso nella selezione ufficiale dell’edizione 2025 del
Prix Palatine (il premio giovani del cinema europeo
in collaborazione con Unifrance). Nei panni della protagonista
l’ottima Flavie Delangle. La pellicola arriva al cinema il
21 novembre distribuita da No.Mad Entertainment.
La trama di Stella è
innamorata
1985. Siamo in Italia, a Napoli.
Stella scende da una vespa rossa e dà un bacio al ragazzo che le ha
fatto compagnia per tutto il tempo trascorso lì, dove era andata a
passare le vacanze estive con le amiche. È tempo ora di tornare a
casa, a Parigi, e affrontare il temibile anno della maturità. A
Stella però sembra non importare molto dell’ultimo anno di liceo,
nonostante sia conscia del fatto che i risultati che raggiungerà
decreteranno il suo futuro. Nel bar dei genitori, poi, dove oramai
lavora solo la madre lasciata dal padre, non ne vuole proprio
sapere di stare. Una sera decide di accompagnare una compagna di
classe in discoteca, al Les Bains-Douches, dove scopre la passione
per il ballo e il ritmo e un ragazzo, André, di cui si innamora. Da
qui cerca di rimettere in prospettiva tutta la sua vita, alla
ricerca del suo posto nel mondo, che spera di trovare prima della
fine della scuola.
Un sofisticato racconto di
formazione
L’adolescenza è il momento più
delicato della propria vita. Sono gli anni dell’indecisione, delle
insicurezze più radicate, dei dubbi e della fame di libertà.
Talmente forte da offuscare il resto. È il periodo in cui i colori
sono più vividi che mai, rappresentativi di un momento di
transizione fatto di esplosione e curiosità. Difficile trattenersi
quando si incrocia lo sguardo di qualcuno che ci piace, e
all’improvviso ci si ritrova fra i banchi di scuola a sognare a
occhi aperti ripensando al primo incontro. Lo stomaco si controce,
le farfalle svolazzano, il desiderio di sapere cosa succede una
volta scivolati via i vestiti dal corpo cresce a dismisura. C’è poi
l’esigenza di capire cosa ne sarà di sé una volta chiuse le porte
della scuola, quando l’ingresso nel mondo degli adulti e delle
responsabilità arriva e si è chiamati a compiere delle scelte.
Crescere vuol dire anche chiarirsi
le idee, fare i conti con se stessi non prima, però, di essersi
lasciati guidare dalle proprie sensazioni. Ed è quello che accade a
Stella: da un lato costretta a
diplomarsi per non rimanere indietro mentre le sue
amiche vanno avanti, dall’altro bisognosa di seguire
quell’istinto che la porta a comunicare con il corpo. E
così arriva la discoteca, l’impellente esigenza di ballare,
ondeggiare con il bacino, assorbire la musica fin dentro le ossa.
Un destino che sa appartenerle, nonostante i diversi ostacoli che
incontra lungo il cammino, e che dipendono anche dal confronto con
le sue compagne di viaggio, ben lontane da lei sia nel pensiero che
nelle intenzioni future.
Vivere ascoltando se stessi
La scelta dei primi piani
di Sylvie Verheyde sulla sua attrice protagonista è funzionale e
necessaria per cogliere le trasformazioni del corpo e della mente
che passano prima dal suo viso. Dalle labbra che si
inarcano in un sorriso a mezzalunga, dagli occhi pieni di amore e
bramosia, dalla fronte corruciata e dalle guance che accolgono
lacrime amare. Il campo si restringe spesso su lei e sul sul
microcosmo, per cogliere gli attimi catartici di Stella e
quell’epifania avuta la prima sera alla discoteca Les
Bains-Douches. Attraverso questa ponderata scelta registica il
pubblico è ancor più a contatto con lei, vivendo in prima persona
l’atmosfera trasognata tipica dell’adolescenza. La regista
accarezza con tenerezza la sua Stella, la insegue e la analizza
amorevolmente, lasciando solo intuire quel che le accade nel
privato, senza mai essere troppo esplicita.
Un racconto elegante ma al tempo
stesso frenetico, accentuato da una fotografia dai colori saturi,
che si legano alla forza dominante di quegli anni belli quanto
complessi. Flavie Delangle recita con talmente tanta
naturalezza da avere a volte l’impressione che non lo
stia facendo affatto, rendendola una bella promessa per il cinema
francese. L’unica pecca è il doppiaggio italiano, attraverso cui si
perde un po’ di quella autenticità che caratterizza Stella
è innamorata, soprattutto perché Stella, con la voce fuori
campo, ci accompagna in tutto il suo viaggio. La sua voce, come
quella dei suoi comprimari, è stata affidata a una professionista
itaiana che non le rende giustizia come dovrebbe, e questo è un
vero peccato ai fini della completa riuscita dell’opera. Avrebbero
dovuto fare come accaduto con Chien
de la casse: proporre la visione con la versione
originale, sottotitolata.
Dune:Prophecy introduce
il pubblico in una complessa rete di intrighi politici e, solo dal
primo episodio, c’è già una tonnellata di materiale da
analizzare. Dune:Prophecy è
guidata da Emily Watson e Olivia Williams,
che interpretano le sorelle Valya e Tula Harkonnen. La serie
prequel della HBO è ambientata 10.000
anni prima degli eventi legati ai film di Dune di Paul
Atreides e Denis Villeneuve, e analizza l’ascesa delle Bene
Gesserit e l’influenza dell’ordine nell’Universo conosciuto.
Il primo episodio vede Valya Harkonnen ottenere il controllo della
Sorellanza per portare a termine gli obiettivi della prima Madre
Superiora, usando la Voce per costringere Dorotea a uccidersi. Nel
corso dell’episodio, il pubblico viene introdotto a un complotto
politico che riguarda la Casa Corrino e l’Imperatore
(Mark
Strong).
Per rafforzare la sua posizione militare, egli accetta un’alleanza
matrimoniale con la Casa Richese. Tuttavia,
alla fine
dell’episodio Desmond Hart (Travis
Fimmel) uccide
il giovane erede dei Richese,
impedendo il previsto matrimonio.
Perché e come Desmond Hart ha
ucciso Pruwet Richese nel finale dell’episodio 1
L’episodio 1 di Dune: Prophecy introduce Desmond
Hart, un personaggio originale della serie. È un soldato
sopravvissuto ai recenti attacchi dei Fremen su Arrakis, anche se
arriva su Selusa Secundus sostenendo che non sono stati i Fremen ad
attaccare le sue forze, ma piuttosto gli alleati dell’Imperium. Non
viene rivelato molto in questa scena iniziale, ma Desmond scambia
un’occhiata di sfida con Kasha, il Verificatore dell’Imperatore,
lasciando intendere i suoi piani. Nel finale
dell’episodio, Desmond Hart cerca di conquistare la
fiducia dell’Imperatore Corrino, suggerendo che la Casa Richese è
uno dei tanti nemici che lo stanno prendendo di mira.
Afferma inoltre che gli è
stato “ conferito un grande potere ”, che sembra
usare per uccidere Pruwet, facendo bruciare la pelle del ragazzo
senza toccarlo.
L’Imperatore suggerisce che vorrebbe
essere liberato dal matrimonio, cosa che Desmond prende sul serio.
Trova il giovane Pruwet Richese, che dice di essere stato svegliato
da un brutto sogno. Desmond dice a Pruwet che è in
corso una guerra da parte di un nemico che si è reso
indispensabile, riferendosi alla Sorellanza. Afferma
inoltre che gli è stato “conferito un grande potere”, che
sembra usare per uccidere Pruwet, facendo bruciare la pelle del
ragazzo senza toccarlo. La natura esatta del suo potere non è
ancora chiara, ma il piano di Desmond è quello di ostacolare gli
sforzi della Sorellanza.
Cosa è successo al verme della
sabbia che l’imperatore Corrino ha visto su Arrakis
L’Imperatore Corrino, come Pruwet
Richese, viene svegliato da un brutto sogno nel cuore della notte.
Si reca quindi in una stanza dove è stato lasciato un chip con un
filmato olografico, presumibilmente da Desmond. L’Imperatore
Corrino assiste alla scena precedentemente descritta da Desmond in
cui, per qualche miracoloso motivo, Desmond Hart è
l’unico sopravvissuto a un attacco e viene schiacciato da un
gigantesco verme sandwich. In qualche modo, Desmond è
sopravvissuto a tutto questo ed è riemerso con un potere e un senso
di scopo ritrovati.
La scena mostrata è molto simile
alla visione della Madre Superiora all’inizio dell’episodio, che
vedeva un gigantesco verme sandwich schiacciare un edificio su
Arrakis prima di mostrare pelle bruciata e sangue. Desmond Hart
sembra essere direttamente legato alla sua visione come
rappresentante della minaccia esistenziale da cui la Madre
Superiora aveva messo in guardia Valya.
Il piano di Valya per la
Sorellanza spiegato
Valya Harkonnen è stata spinta dal trattamento riservato alla
Casa Harkonnen dopo la Jihad Butleriana, in cui la Casa Harkonnen è
stata definita codarda e traditrice. Pertanto, si unì alla
Sorellanza e divenne fedele alla prima Madre Superiora. La Madre
Superiora sognava in punto di morte la fine del mondo,
“Tiran-Arafel”, per mano di un tiranno corrotto. Credeva
che, per evitarla, la Sorellanza avrebbe dovuto allevare
geneticamente i leader ideali e insediare una Sorella sul trono
dell’Imperium. Valya Harkonnen è intenzionata a portare a termine
questa missione a qualsiasi costo.
Valya sembra credere che Ynez possa essere la Sorella
leader in grado di impedire Tiran-Arafel.
La Principessa Ynez si reca a Wallach IX e si allena con la
Sorellanza. Valya e Tula stanno selezionando una delle loro
studentesse per guidare Ynez al suo arrivo. Poiché l’Imperatore non
ha figli veri, il figlio di Ynez sarà l’erede al trono, quindi la
Sorellanza ha intenzione di coinvolgere Ynez nel proprio controllo
attraverso la Sorella che sceglierà per guidarla. Valya sembra
credere che Ynez possa essere la Sorella governante che può
impedire Tiran-Arafel.
Spiegazione della visione della reverenda madre
Kasha
Kasha profetizza l’insuccesso del piano di Valya
Va detto innanzitutto che Kasha era una delle ragazze che hanno
complottato con Valya Harkonnen nei flashback, quindi è una Sorella
che è a conoscenza del piano di Valya ed è stata messa al fianco
dell’Imperatore per diffondere l’influenza della Sorellanza. Dopo
l’incontro con Desmond Hart, ha una visione che ha caratteristiche
simili a quella della Madre Superiora morente all’inizio
dell’episodio: sangue e vermi. Nel suo caso, vede la
Principessa Ynez, che sta per sposarsi, apparentemente in fin di
vita e che accusa Kasha di essere coinvolta nel suo
pericolo.
Kasha si reca quindi a Wallach IX per incontrare Valya e Tula
Harkonnen, suggerendo che la principessa Ynez potrebbe
non essere il candidato ideale che stanno cercando.
Avverte Valya che l’insediamento di Ynez sul trono come Sorella
potrebbe causare la devastazione che spera di evitare. Valya,
ritenendo che la precedente Madre Superiora l’abbia scelta per uno
scopo specifico, è ferma sulle sue posizioni e intende che il
matrimonio proceda come previsto. In seguito, Valya suggerisce di
allontanare Kasha dall’Imperatore, poiché non crede più che i loro
ideali siano allineati.
Cosa significa la battuta di Valya Harkonnen “Vedo,
madre”
Valya non torna indietro dal suo piano
Uno dei momenti finali
di Dune:Prophecy vede
Kasha bruciare nello stesso modo di Pruwet Richese, causandone la
morte. Questo ricorda a Valya il messaggio della Madre
Superiora, in cui diceva che sarebbe stata lei a vedere
“la bruciante
verità” e a sapere cosa farne.
La scena probabilmente ribadisce a Valya che è sulla buona strada e
che deve continuare a guidare la Sorellanza fino agli estremi che
si è prefissata. La morte di Kasha non è chiara, ma sembra essere
collegata all’uccisione di Pruwet Richese da parte di Desmond
Hart.
Perché le macchine pensanti sono vietate nell’universo di
Dune
Le macchine pensanti sono una forma di intelligenza artificiale
presente nell’universo di Dune, che aveva un
ruolo importante prima
di Dune:Prophecy. A un certo punto,
l’umanità è diventata dipendente dalle Macchine Pensanti, che hanno
iniziato a diventare troppo potenti. Gli umani furono costretti a
entrare in guerra con loro in un evento chiamato Jihad Butleriana,
i cui effetti si protrassero per migliaia di anni. Le macchine
pensanti vennero bandite e, al punto
diDune,
“Non costruire una macchina a somiglianza di
una mente umana” è un comandamento ben
noto.
Perché Casa Corrino è costretta a un’alleanza
matrimoniale
Il pubblico viene introdotto all’Imperatore Corrino mentre media
un’alleanza con la Casa Richese, che gli promette navi da guerra in
cambio di un matrimonio tra il novenne Pruwet Richese e la
Principessa Ynez. L’imperatore Corrino ha ereditato l’Imperium dopo
una serie di imperatori in guerra e non è certo il leader più forte
e aggressivo. Governa in un periodo di fragile pace, con il
matrimonio con sua moglie, l’imperatrice Natalya, che ha unito
l’Imperium in quello che è all’inizio della serie.
Il Duca Richese offre alla Casa Corrino una flotta di navi da
guerra per aiutare la raccolta di spezie su Arrakis. Come nei film,
Arrakis è il pianeta più importante dell’universo grazie alla
sostanza ultrapotente che vi si può raccogliere. Inoltre, come nei
film, l’Imperium ha problemi con la produzione di
spezia a causa dell’interferenza dei Fremen. Questo porta
l’Imperatore Javicco Corrino a stringere un accordo poco dignitoso
con la Casa Richese
in Dune:Prophecy,
poiché ha un disperato bisogno del loro supporto militare.
La prossima serie
HBO/Max Dune:Prophecy sarà
un prequel e uno spin-off del celebre Dune:
Parte Uno e Dune:Parte
Due (2024) di Denis Villeneuve. Dopo il successo
di critica e di botteghino
di Dune:Parte Due, che è ancora il
secondo film di maggior incasso del 2024 al momento in cui
scriviamo, HBO/Max farà debuttare la sua prima serie
originale di Dune a novembre. La serie,
composta da sei episodi, approfondirà le origini della Bene
Gesserit, guidata da Valya Harkonnen di Emily Watson, Tula
Harkonnen di Olivia Williams e dall’imperatore Javicco Corrino
di Mark Strong.
La serie, originariamente intitolata
“Dune: Sisterhood”, è basata sul romanzo di Brian Herbert e Kevin
J. Anderson ‘Sisterhood of Dune’, pubblicato nel 2012. Sia Anderson
che Brian Herbert, il figlio
dell’autoreoriginaledi
DuneFrank Herbert, sono stati
nominati produttori esecutivi
di Dune:Prophecy, il che indica che la
storia seguirà da vicino la trama di “Sisterhood of Dune”, che
cronologicamente è il quarto libro dell’intera serie
di Dune. Il cast
di Dune:Prophecy sarà
caratterizzato da una serie di personaggi di
Dune completamente nuovi, guidati da Emily
Watson, Travis
Fimmel, Camilla Beeput, Sarah Lam, Mark Strong, Olivia
Williams, Jodhi May e altri ancora.
Dune:Prophecy è
ambientato 10.000 anni prima dei film su Dune
Dune:Prophecy si svolge 10.000 anni
prima della narrazione di Paul Atreides che inizia nel romanzo di
Frank Herbert e nei due film di Dune di
Villeneuve. Ciò significa che è quasi certo che l’iconico
personaggio di Chalamet non
sarà presente nella prossima serie di Max, né alcuno dei personaggi
originali visti nei celebri film di Dune di
Villeneuve. Essendo uno dei primi episodi cronologici del franchise
di Dune, Dune:Prophecy si
concentrerà in particolare sulla formazione della Bene Gesserit.
Questo includerà probabilmente una panoramica di come
il misticismo magico della Bene Gesserit sia nato.
Dune:Prophecy descriverà come la Bene
Gesserit è stata inizialmente fondata, si è affermata e ha
acquisito un’influenza di massa. Concentrarsi sulle origini dei
Bene Gesserit aprirà uno degli aspetti più oscuri e misteriosi
dell’universo di Dune e potrebbe far sì che
alcune parti della profezia in Dune:Parte
Uno e Dune:Parte
Due più facili da comprendere. Si stabilirà un chiaro
legame tra le Harkonnen e le Bene Gesserit, dal momento che due
delle protagoniste della serie, Emily Watson e Olivia
Williams, sono Harkonnen e le più potenti leader della
sorellanza. Dune:Prophecy racconterà
come le Bene Gesserit hanno iniziato a muovere i fili
intergalattici che alla fine hanno portato all’ascesa di Paul
in Dune.
Cosa si sa del mondo di
Dune: La Cronologia della Profezia
La Reverenda Madre Mohiam
(Charlotte Rampling) è vista in stretta relazione con i Corrinos al
potere in Dune:Parte
seconda, quindi la serie dovrebbe esplorare le origini della
loro alleanza.
Al momento in cui scriviamo, la
HBO/Max sta mantenendo il riserbo su molti dettagli specifici della
trama di Dune:Prophecy non sono
stati resi noti. Basata sul romanzo Sisterhood of
Dune, i protagonisti
diDune:Prophecysaranno
Valya e Tula Harkonnen e l’imperatore Javicco Corrino,
antenato dell’imperatore Shaddam Corrino IV (Christopher Walken) e
della principessa Irulan Corrino (Florence
Pugh) visti in Dune:Parte
Due La Reverenda Madre Mohiam (Charlotte Rampling) si
vede che ha un rapporto stretto e tranquillamente manipolativo con
i Corrino al potere in Dune:Parte
seconda, quindi la serie dovrebbe esplorare le origini della
loro apparente alleanza.
Gli Atreides dovrebbero essere presenti anche
in Dune:Prophecy con
l’introduzione di Keiran Atreides, un antenato di Paul
e Leto, che sarà interpretato da Chris Mason. Secondo la
trama di “Sisterhood of
Dune”, Dune:Prophecy si svolgerà
dopo la Battaglia di Corrin e la Jihad Butleriana, un antico evento
cataclismatico che porta alla distruzione di tutte le forme di
computer e di tecnologie AI avanzate. È probabile che le sorelle
Harkonnen, che iniziano la sorellanza
in Dune:Prophecy, inizieranno il
loro lungo programma di riproduzione che si svilupperà nelle
puntate successive di Dune.
Se ci sono collegamenti diretti da tracciare
tra Dune:Prophecy e
i due film di Dune, non si tratta di
Paul ma della madre di Paul, Jessica. In origine,
infatti, i Bene Gesserit le avevano imposto di partorire una figlia
anziché un figlio, che divenne
Paul. Dune:Prophecy potrebbe
alludere alle origini dei sofisticati piani di riproduzione
selettiva delle Bene Gesserit e mostrare come la sorellanza sia
diventata così profondamente radicata nella mente e nelle tasche
della famiglia
Corrino. Dune:Prophecy probabilmente
racconterà l’ascesa delle Bene Gesserit stesse e non avrà nulla a
che fare con Paul, anche se tutte le principali case
di Dune avranno una presenza antica.
Dopo un ritorno e un aggiustamento a
causa del nuovo casting, siamo pronti a buttarci nuovamente, con
familiarità e passione, nella vita di Lenù e Lila, con gli episodi
3 e 4 de L’amica geniale –
Storia della bambina perduta, ultima stagione della
serie che adatta la tetralogia di Elena Ferrante, famosa in tutto
il mondo e già conclusa nella messa in onda per gli Usa su HBO.
L’amica geniale torna in un rione
completamente cambiato
Le stagioni più felici della serie
hanno visto il rione come luogo di violenza e ignoranza, ma anche
posto sicuro, dove si aveva un’identità, una certezza, la
possibilità di esistere in un microcosmo piccolo ma confortante.
Il ritorno di Elena ai luoghi natii, nel capitolo 27, I
Compromessi, la riporta in un luogo che ormai è
sconosciuto. La donna ritrova la madre, la famiglia, soprattutto
Lila e tutti vivono in un mondo notevolmente cambiato e reso
pericoloso da una modernità, che in lì ha attecchito con il suo
volto peggiore. Elena si trova catapultata, di nuovo, in un nuova
vita, a fronteggiare delle circostanze impreviste, ma si ritrova
anche nuovamente in compagnia (e all’ombra di) Lila. L’amica
d’infanzia ha dato una svolta importante alla sua vita, diventando
una donna d’affari e trovando, non capiamo ancora bene come, il
modo di sovrastare il potere dei Solara, i boss di quartiere che
hanno tormentato le ragazze sin da ragazzine.
Lila è ora una specie di padrona
buona dei rione, una vera e propria “Madrina”, potente e ricca,
spietata, ma anche buona, generosa e compassionevole, l’unica a cui
rivolgersi per cercare aiuto. Una posizione che sembra sposarsi
alla perfezione con le due anime della donna, che vive da sempre di
contrasti, di nobiltà d’animo e cattiveria. E mentre Lila sale in
considerazione agli occhi dello spettatore, Elena si confronta con
la povertà delle sue scelte di vita, continua a vivere come
l’amante ufficiale di Nino, lo accompagna anche alle visite
domenicali in famiglia, nelle quali (orrore supremo!) Incontro di
nuovo il laido Donato Sarratore, padre di Nino e, a tutti gli
effetti, suo stupratore.
Il corpo come dispositivo
narrativo
In queste circostanze ambivalenti,
le due donne dovranno affrontare un felice imprevisto: entrambe
restano incinta (di Nino e di Enzo, rispettivamente), e cominciano
a condividere questo percorso trasformativo che le avvicina di
nuovo, tanto che Lila diventa “la zia preferita” di Dede e
Elsa.
La serie si sposta quindi di nuovo
sull’importanza del corpo abitato non solo dalle donne, ma anche da
quello che loro stesse generano e, di nuovo, le due amiche/nemiche
non potrebbero essere più diverse nell’affrontare questo percorso
(che entrambe conoscono bene, essendo già madri). Elena è contenta
della sua rotondità, paziente, serena, stanca. Lila è irrequieta,
senza questo nascituro come un corpo estraneo, da espellere, che
“le tocca i nervi”, ovvero la infastidisce, arrivando a pensare che
in lei ci sia qualcosa che non va…
Un terremoto che scopre
le crepe di Lila e la solidità di Elena
La chiave di lettura di questo
disagio, e dell’intera personalità di Lila, ce la offre in un
momento di enorme generosità della sceneggiatura, l’episodio
successivo, il capitolo 28, Terremoto. Se
l’episodio precedente aveva citato la Strage di Bologna dell’estate
del 1980, confermando, anche in maniera marginale, quanto L’Amica
Geniale sia radicato nel suo tessuto sociale, questa seconda
puntata settimanale ci porta avanti nel tempo, fino a novembre,
quando ci fu il terribile Terremoto dell’Irpinia e tutta la
provincia napoletane venne scossa, letteralmente, con grande
violenza. Lenù e Lila sono da sole, è domenica, e le due amiche in
stato avanzato di gravidanza decidono di passare un pomeriggio
pigro in compagnia, a casa di Lila, al rione, fino a che la terra
non comincia a tremare (un tocco di enfasi ha fatto coincidere
l’inizio della prima scossa con la domanda di Elena a Lila: “Cosa
sai di Nino?”).
La due donne si aiutano e si fanno
forza, riescono a farsi strada fino alla strada e alla macchina,
dove rimangono in cerca di riparo. E qui, Lila ha un’altra delle
sue crisi, fa di nuovo esperienza di quella “smarginatura” a cui
avevamo assistito nella prima stagione, quando ai suoi occhi la
realtà si sfrangia, i confini delle cose si aprono e lasciano
uscire la loro parte viscerare e irrazionale, e nulla ha più senso.
Irene Maiorino abbraccia quindi la responsabilità di spiegare,
finalmente, la natura di Lila al pubblico e anche a Elena,
riportando a parole il celebre passo dei romanzi: L’unico problema
è sempre stato l’agitazione della testa. Non la posso fermare, devo
sempre fare, rifare, coprire, scoprire, rinforzare e poi
all’improvviso disfare, spaccare.
Ma la sceneggiatura non si ferma a
riportare la citazione dall’originale, va più a fondo e per molti
versi spiega meglio (cosa che il libro non farà mai fino all’ultima
pagina) quello che è il “mistero Lila”, in un impeto di purezza e
onestà, la donna confessa all’amica: “In me il male score insieme
al bene”, dimostrando così a se stessa a Elena e allo spettatore
tutta la sua specialità, ma anche la sua debolezza. È un momento
intimo e epifanico, in cui capiamo finalmente qual è il rapporto di
forze tra le due e quanto siano indispensabili l’una all’altra per
camminare dritte in un mondo continuamente spazzato dalle onde
della tragedia, della violenza e della prepotenza maschile. Una
prepotenza che nella sua violenza esteriore viene contrastata con
fierezza da Lila, ma che nella sua violenza psicologica e subdola,
rappresentata dalla stessa esistenza di Nino Sarratore
(Fabrizio
Gifuni), costringe ancora Lenù a soccombere.
L’Amica Geniale – Storia della
bambina perduta perde anche l’ispirazione
Il guizzo di generosità nello
svelamento della personalità di Lila si perde però in un mare
piatto. La serie sembra faticare a trovare quell’animo ruvido e
dolente, ma anche romantico e favolistico, che l’aveva
caratterizzata sin dall’inizio. Ormai siamo affezionati a Lila e
Lenù e vogliamo sapere come va a finire la loro storia e cosa il
futuro ha in serbo per loro. Siamo persino disposti a sopportare il
miscasting di Alba Rohrwacher perché comunque la sua voce
rappresenta un legame lungo e affettivo con lo show (lei non ne ha
nessuna colpa, si capisce), ma la regia e le idee, in questa
stagione, sembrano davvero distribuite a risparmio e ci sembra di
avviarci verso la fine di questa storia con stanchezza e
rassegnazione.
A Luca
Argentero, con una carriera alle spalle di vent’anni,
mancava – come lui stesso ammette – un progetto con Groenlandia. È
stato questo uno dei motivi che lo ha spinto ad accettare di
ricoprire il ruolo del protagonista Sante
Moras in La coda del diavolo,
nuovo film Sky Exclusive in arrivo sulla piattaforma
dal 25 novembre. Una collaborazione partita dalla lettura
del romanzo omonimo di Maurizio Maggi, nel quale è ritratto un uomo
che ben si allontana dai personaggi che hanno costellato
l’esperienza cinematografica dell’attore torinese, diventando così
una sfida e un’occasione da cogliere. Argentero, in questo viaggio
fra la ricerca di sé e la salvezza, è stato accompagnato da due
ottimi comprimari, Cristiana dell’Anna e Francesco
Acquaroli.
Insieme al suo Sante, sono
personaggi che tessono le fila di un thriller dalle tinte noir, e
definiti dal regista Domenico De
Feudis come tre solitudini che cercano la propria
strada, affrontando le loro più intime paure. Tre ritratti che però
non emergono mai come dovrebbero nella storia, e il cui background
rimane per lo più sconosciuto, faticando a dargli delle vere
sfaccettature. La coda del diavolo si basa su una sceneggiatura di
Nicola Ravera Rafele e Gabriele Scarfone, ed
è prodotto da Matteo Rovere e Andrea
Paris.
La coda del diavolo, la trama
Sante Moras è un ex poliziotto ora
guardia carceraria in un carcere della Sardegna. È un uomo solo,
che trascorre il suo tempo libero ad aggiustare una barca a cui è
estremamente legato. Un giorno viene arrestato un uomo colpevole di
aver ucciso a sangue freddo una giovane davanti a due poliziotti, e
dietro questo delitto sembra celarsi una verità atroce, legata in
principal modo a una sorta di tatuaggio che la ragazza porta dietro
il collo e che assomiglia alla coda di un diavolo. Sante viene
incaricato di sorvergliarlo, ma quando all’improvviso si
addormenta, al suo ritorno il detenuto nella cella è stato ucciso.
In preda alla paura di essere dichiarato colpevole, l’ex poliziotto
scappa, autocondannandosi. A inseguirlo è il commissario Tommaso
Lago, determinato a trovarlo e portarlo davanti alla giustizia.
Sante, però, capisce che l’unico modo per tornare alla normalità è
scavare fino in fondo nella verità: ad aiutarlo sarà la giornalista
Fabiana Lai, che non si fermerà all’apparenza delle cose ma
guarderà oltre, per stanare i veri assassini, scoprendo una realtà
ancora più oscura.
Caccia all’uomo in una fredda
Sardegna
Inabissarsi in un film di genere
non è mai semplice. Ogni tassello deve incastrarsi bene nel puzzle
finale. L’equilibrio è sempre precario, e bisogna che la tensione
abbia un costante crescendo se si indossano gli abiti di un
thriller-noir come La coda del diavolo. Per quanto
sia esemplare la performance di Luca Argentero, il cui impegno è percepibile,
a questa pellicola manca il giusto coinvolgimento per convincere a
pieno. L’incipit è fuor di dubbio buono: un
uomo solido ma con diversi fantasmi viene incolpato di un crimine
che non ha mai commesso. Mentre cerca di fuggire da un immeritato
destino deve fare i conti con se stesso e il suo passato, due
elementi che lo hanno ingrigito. Una trama classica, in cui si
intrecciano mafia, redenzione, riscatto, e dove la dicotomia fra
bene e male impregna ogni angolo della narrazione. Peccato, però,
che a livello di esecuzione non tutto ingrani come
dovrebbe: a volte si è inondati dalla sensazione che
manchi qualcosa nel racconto, o che ci siano dinamiche messe al
margine. L’aspetto criminoso non si approfondisce, è un contorno
offuscato, trasformandosi solo in un pretesto per il progresso
delle azioni dei personaggi.
L’action non è mai pienamente
intrattenitivo, facendo calare l’attenzione sulla scena che si sta
guardando (e che dovrebbe essere adrenalinica). Anche sulla
caratterizzazione dei personaggi la sceneggiatura ha faticato a
metterli a fuoco come ci si aspetterebbe da un film di genere,
specie se sono le colonne portanti attraverso cui si esplicano le
tematiche che si vogliono affrontare. Per affezionarsi ai
protagonisti sullo schermo non basta calarli in un contesto
minaccioso, ma serve sapere quali sono i loro demoni nell’armadio,
quali le loro preoccupazioni, cosa li soffoca e le ragioni concrete
che li spingono a reagire in un determinato modo. Incontrando gli
attori, Cristiana dell’Anna ha dichiarato che la sua Fabiana è una
di quelle giornaliste che guardano al di là del pregiudizio, che
scavano nella verità con le unghi e con i denti senza preoccuparsi
della loro incolumità. Tuttavia il personaggio non respira mai
totalmente, soffocato forse da tempi troppo stretti. Lo stesso si
può dire di Sante e e il commissario Lago, la cui storia oltre quel
che si vede è nascosta nell’ombra. Il risultato è un
prodotto che funziona a metà. Spesso zoppicante, che
avrebbe meritato un minutaggio differente per farlo apprezzare
meglio.
Con Dune: Prophecy, HBO ci riporta nel
vasto e affascinante universo creato da Frank Herbert, e di recente
esplorato al cinema da Denis Villeneuve con i suoi
film (in fase di scrittura dovrebbe esserci anche il terzo
capitolo). La serie,
disponibile su Sky e NOW dal 18 novembre 2024 con il primo
episodio, ci invita a un viaggio che precede di 10.000 anni la
nascita di Paul Atreides, concentrandosi sulle
origini della potente sorellanza delle Bene
Gesserit. Basata sul romanzo Sisterhood of Dune
di Brian Herbert e Kevin J.
Anderson, la serie segue le vicende legate alle sorelle
Valya e Tula Harkonnen, accomunate dal sangue e da
un innegabile affetto, ma divise da ambizioni e strategie su come
ottenere i propri risultati.
Dune: Prophecy racconta un
mondo tra potere e introspezione
Nonostante la serie si proponga
l’importante ambizione di raccontare l’origine di uno degli aspetti
più affascinanti dell’universo di Dune, la nascita delle Bene
Gesserit, la serie non ha l’aria solenne che invece Villeneuve ha
adottato per il suo sguardo al franchise. I primi quattro episodi
visti in anteprima rivelano una storia ricca di intrighi politici e
dinamiche personali, una dicotomia che rievoca più Il trono di Spade che l’estetica
filosofeggiante dei romanzi di Herbert. HBO ha costruito su questo
tipo di intrecci una delle serie di maggiore successo degli ultimi
anni, e quindi non sorprende che l’approccio adottato sia tale. La
spettacolarità visiva è messa da parte in favore di aspetti
soapoperistici, alcune trovate ingenue ma un risultato dignitoso
soprattutto per quello che riguarda il modo in cui vengono
tratteggiate le protagonisti, a cavallo tra passato e presente.
La serie si focalizza sull’ambiziosa
Valya Harkonnen (una magistrale Emily Watson),
figura centrale nella nascita della Sorellanza, e su sua sorella
Tula (Olivia Williams), con la quale ha un
rapporto conflittuale eppure di grande lealtà e affetto. Le due
interpreti chiamate a dare vita a questi due personaggi si
distinguono per la grande capacità di mettere in scena forti
contrasti ed emozioni con una recitazione composta e misurata, che
si fonda molto sulla forza dello sguardo e dei micro gesti. Sullo
sfondo, un’umanità segnata da ambizioni imperiali, patriarcato
opprimente e l’immancabile influenza della spezia di Arrakis, il
vero motore dell’universo di Dune, l’elemento che dà poteri
sovrumani e permea di desiderio di potere tutti i cuori più
deboli.
Intrighi di palazzo e produzione di
alto livello
Quello che colpisce in negativo di
Dune: Prophecy è senza dubbio la sceneggiatura che per necessità di
impostare un nuovo livello di un universo conosciuto finisce per
essere verbosa rallentando l’azione. Seppure solida, viene
appesantita da dialoghi/spiegazioni che non rendono dinamico il
racconto. Questo aspetto ostico e contrario all’azione offre però
la possibilità di dare molta voce e struttura ai personaggi,
mostrandone le complessità e le ragioni in maniera esaustiva e
dettagliata. Da un punto di vista visivo invece la serie si impegna
a offrire una continuità con quanto visto al cinema.
L’estetica è quindi
essenziale ed elegante, e indugia sui costumi con particolare
ricercatezza e ricchezza di dettagli che però risentono di quando
realizzato da Villeneuve: il risultato è un mondo in cui l’unica
cosa stravagante è il guardaroba di alcuni personaggi, ma in cui
non c’è nessuna differenza di etnia e provenienza, nonostante le
origini letterarie richiedano diversamente. Come visto in
Dune di
Villeneuve e in Dune di Lynch prima di lui,
le Bene Gesserit sono caratterizzate da abiti monacali, lunghi e
neri, che simboleggiano il loro stile di vita austero ma anche il
loro modus operandi nella storia dell’umanità: operano nell’ombra
dei loro segreti, manovrando gli imperi.
Uno sguardo alla
contemporaneità
Il richiamo a Il Trono di
Spade si fa sentire anche negli elementi più controversi:
sesso, violenza e intrighi sono centrali nella narrazione, anche se
sembra meno cruento della serie basata sui romanzi di Martin in
ognuno di questi aspetti. Dune: Prophecy riesce a trovare una sua
identità esplorando temi che parlano in maniera molto chiara alla
contemporaneità, con riflessioni molto specifiche sull’oppressione
patriarcale e l’ambigua moralità del potere. Questa scelta
contribuisce a rendere la serie affascinante per chi cerca una
narrazione complessa e ingaggiante, ma risulterà certamente una
delusione per chi sperava in un approccio più epico e meno
dialogico.
Uno sguardo al futuro
I primi quattro episodi di
Dune: Prophecy lasciano intravedere il potenziale
di una narrazione più ampia e profonda. Il personaggio di Valya
Harkonnen emerge come il fulcro del racconto, incarnando il fascino
e le contraddizioni della Sorellanza nascente. Tuttavia, sembra che
per il momento la serie si sia concentrata sul posizionamento del
pezzi su una complessa e accidentata scacchiera. Resta da vedere se
le pedine, una volta disposta, riusciranno a dare vita a una
partita avvincente.
La star di Grey’s
Anatomy Jake Borelli ha reagito all’addio di Levi
Schmitt nella stagione 21, spiegando quali aspetti della vita del
suo personaggio sono stati collegati ai suoi episodi finali. Levi è
stato introdotto per la prima volta nella stagione 14 della serie
televisiva medica, facendo lentamente carriera da tirocinante
chirurgico fino a diventare capo degli specializzandi nella
stagione 19. Nel Grey’s Anatomy – stagione 21, episodio 7, Levi ha
lasciato il Grey Sloan Memorial per intraprendere una nuova
carriera di ricercatore in Texas, accompagnato dal suo fidanzato
James (Michael Thomas Grant).
Parlando con Deadline, Borelli ha commentato l’episodio finale di
Levi nella stagione 21 di Grey’s Anatomy, spiegando l’importanza del
ruolo fondamentale che la sua relazione con James ha avuto nella
sua uscita di scena.
Riflettendo sul suo periodo nella
serie, l’attore ha ricordato come l’ex showrunner Krista Vernoff
abbia insistito per inserire la sua trama LGBTQ+, cosa che alla
star è piaciuta molto e che ha fatto parte del suo episodio finale.
Ha anche trovato “davvero poetico” avere sia il lavoro che
desiderava sia la persona che ama al suo fianco mentre parte per
inseguire i suoi sogni. Leggi qui sotto cosa ha detto Borelli:
Per me era sicuramente importante vedere la sua crescita
legata alla sua omosessualità, perché so che nella stagione 15,
quando Krista Vernoff era la showrunner e mi ha proposto l’idea del
coming out di Levi, la sua idea fin dall’inizio era sempre stata
che il coming out sarebbe stato il catalizzatore per fargli trovare
se stesso e la sua identità.
Quindi, durante tutta la mia partecipazione alla serie,
abbiamo cercato di seguire la sua crescita e la sua sicurezza
derivante dal fatto di essere finalmente entrato in contatto con il
suo vero io. E mentre sta concludendo la sua esperienza al Grey
Sloan, volevo davvero che anche questo fosse legato alla sua
omosessualità. Finalmente lo vediamo in una relazione in cui la
comunicazione è buona, in cui entrambi vogliono davvero stare
insieme, anche se devono affrontare ostacoli in termini di lavoro,
religione e in molti altri modi. Quindi penso che sia perfetto che
lui insegua il lavoro dei suoi sogni e allo stesso tempo l’uomo dei
suoi sogni, penso che sia davvero poetico, soprattutto considerando
da dove abbiamo iniziato con Krista.
Cosa dice la dichiarazione
di Jake Borelli sull’uscita di Levi da Grey’s Anatomy
È riuscito a ottenere tutto
ciò che ha sempre desiderato
All’interno del cast di Grey’s
Anatomy, Levi è sempre stato un medico dedicato, facendo
sempre tutto il possibile per salvare i pazienti mentre faceva
carriera nell’ospedale. Questo include uno dei suoi primi
contributi, donare il suo sangue affinché Meredith (Ellen Pompeo)
potesse eseguire una splenectomia d’urgenza. È anche il primo uomo
gay a diventare un personaggio fisso della serie, con il suo
coraggio nel fare coming out che diventa una trama importante che
poi si sviluppa nella sua relazione con James. Queste complessità
lo rendono una parte memorabile della famiglia medica dello
show.
La dichiarazione di Borelli
sottolinea l’importanza del finale della storia di Levi, che
non solo ha una relazione con il ragazzo perfetto, ma vede anche la
sua carriera migliorare grazie alla sua nuova posizione in Texas.
Sebbene questo significhi che sarà assente dalla
Grey’s Anatomy – stagione 22, la sua trama si conclude in modo
simile a come Vernoff l’aveva iniziata. Ciò sottolinea l’importanza
degli elementi LGBTQ+ della sua storia, insieme a tutti gli
sviluppi che hanno caratterizzato la sua vita nel corso della
serie.
Il generale Acacius è un
personaggio fondamentale nel film Il gladiatore II, di Ridley Scott, e la performance di Pedro Pascal conferisce realismo a questa
spettacolare pellicola. Data la sua importanza, molti spettatori
sono naturalmente curiosi di sapere se sia realmente esistito.
Sebbene il regista abbia spesso tratto ispirazione da eventi e
personaggi storici reali, il generale Acacius è un personaggio di
fantasia.
Oltre ad essere una
copia oscura di Maximus in Il gladiatore, Acacio è un
veicolo interessante per guidare la difficile situazione di Lucio e
mettere in discussione le strutture di potere nella storia. Essendo
un personaggio di fantasia, funge anche da sostituto del contesto
storico in cui i generali erano effettivamente considerati delle
celebrità nell’antica Roma. Gladiator II ha già battuto i
record al botteghino di Ridley Scott, e l’equilibrio tra
influenza storica e spettacolo cinematografico è parte di ciò che
rende la sua narrazione così di successo.
Il generale Acacius di Il
Gladiatore 2 non è basato su una persona reale
Il personaggio di Pascal è
romanzato ma scritto con la stessa gravitas
Il generale Acacius, il suo
matrimonio con Lucilla e la sua ribellione sono interamente frutto
di fantasia. Non esiste alcun generale Acacius nella storia
romana. Il suo scopo nel cast diIl Gladiatore
2 è quello di fornire a Lucio qualcuno su cui
vendicare la morte della moglie, il che riecheggia la vendetta di
Massimo in Il Gladiatore. Il suo ruolo di generale è anche
un modo per rappresentare il desiderio di dominio fine a se stesso
degli imperatori Geta e Caracalla. Il personaggio, interpretato da
Pedro Pascal, è ben scritto ed è un ottimo esempio del perché non
tutto in Il gladiatore deve essere storicamente
accurato.
[Ridley Scott] fonde la
storia con la grandiosità cinematografica e studi approfonditi dei
personaggi per creare storie commoventi…
Un altro motivo per cui il generale
Acacius deve essere un personaggio di fantasia è che anche la
storia di Lucio è romanzata. Lucio Vero II, figlio del
co-imperatore Lucio Vero e di Lucilla, morì giovane insieme alla
sorella Aurelia Lucilla. Nel film sopravvive e diventa un
gladiatore come il padre immaginario, Massimo. I personaggi
storici influenzano Ridley Scott, ma i suoi film non sono legati
all’accuratezza storica. Piuttosto, fonde la storia con la
grandiosità cinematografica e studi approfonditi dei personaggi per
creare storie commoventi. Per il primo film ha avuto dei consulenti
storici, ma a quanto pare non per Il gladiatore II (The
Guardian), dando invece la priorità allo spettacolo e alla
continuità narrativa.
Il generale Acacio potrebbe
essere ispirato ad altri generali romani
Gli antichi romani avevano una
cultura delle celebrità che idolatrava le figure militari
La priorità nel sequel è la visione
di Ridley Scott e come si è sviluppata dopo Il gladiatore.
Tuttavia, alcuni generali erano effettivamente considerati
delle celebrità nell’antica Roma. Ad esempio, Gaio Giulio Cesare
era in origine un generale. L’ascesa al potere di Cesare fu
notevolmente favorita dal suo status di celebrità, derivante
principalmente dalle sue conquiste militari. La cultura delle
celebrità nell’antica Roma era l’opposto della nostra. Coloro che
avevano un rango militare o politico erano celebrati; coloro che
oggi considereremmo celebrità, come attori, musicisti o qualsiasi
altro artista, erano afflitti dall’“infamia” per scoraggiare
l’adorazione di queste figure (secondo la Princeton University Press).
Ciò è particolarmente rilevante per
la rappresentazione dello spettacolo pubblico di Scott. I
gladiatori erano popolari tra il pubblico e l’élite reagiva di
conseguenza per preservare la propria presunta superiorità morale.
Usavano il concetto di “infamia” per scoraggiare i cittadini
romani liberi dall’entrare nell’arena per il proprio tornaconto.
L’infamia li privava dei loro diritti ed era una sorta di morte
sociale. Il modo in cui l’élite dirige la moralizzazione del
pubblico è evidente in Gladiator II, quando il
generale Acacius viene messo nell’arena a combattere per la propria
vita. In precedenza era adorato come una celebrità militare, poi
ridotto a un semplice intrattenitore.
Da star del cinema a attori
televisivi amati dai fan, il cast di Silo è
pieno di grandi interpreti riconoscibili da altri progetti. Basata
sui libri Silo di Hugh Howey, la serie Apple
TV+ è ambientata in un lontano futuro distopico e ruota attorno
a una comunità che vive nelle profondità del sottosuolo sotto
l’imposizione di regole severe che, secondo quanto viene loro
detto, sono state messe in atto per proteggerli. Man mano che la
storia si svolge, un ingegnere e uno sceriffo cercano di scoprire
la verità oscura sulla loro esistenza sotterranea. La serie è stata
sviluppata per la televisione da Graham Yost, famoso per
Justified.
Come promesso dal
trailer di Silo, il cast stellare dello show include
attori famosi di altre serie televisive e film di grande
successo.
I membri del cast principale
possono essere visti nei film Dune,
The Social Network e The Shawshank
Redemption, mentre i comprimenti recitano nelle serie Game of Thrones, Succession e The Walking Dead. Con una star di Parks and
Recreation, un attore importante della serie Mission: Impossible e
l’attore che ha interpretato Martin Luther King Jr. sul grande
schermo, Silo è pieno di volti noti.
Rebecca Ferguson nel ruolo di
Juliette
Data di nascita: 19 ottobre
1983
Attiva dal: 1999
Attrice:Rebecca Ferguson ha esordito nel ruolo di Anna
Gripenhielm nella soap opera svedese Nya Tider. Ha poi
ottenuto l’attenzione internazionale con la sua interpretazione
di Elizabeth Woodville nella miniserie The White
Queen, per la quale è stata nominata ai Golden Globe. Da
allora Ferguson ha interpretato l’agente dell’MI6 Ilsa Faust nei
film Mission: Impossible, Jenny Lind in The Greatest
Showman, Rose the Hat in Doctor Sleep e Lady Jessica in
entrambe le parti di Dune di Denis Villeneuve.
Personaggio:Rebecca Ferguson è la protagonista del cast
di Silo nel ruolo di Juliette, un’ingegnere che si ribella
all’autorità. Sebbene inizialmente viva nei livelli inferiori del
silo, riesce a raggiungere i piani superiori dopo essere stata
nominata nuovo sceriffo. Sfrutta la sua nuova posizione di autorità
per scoprire la verità sull’omicidio del suo ex amante.
David Oyelowo nel ruolo di
Holston
Data di nascita: 1 aprile
1976
Attivo dal: 1998
Attore: L’attore è noto
soprattutto per aver interpretato Martin Luther King Jr. nel film
biografico Selma, fedele alla storia. Ha anche
interpretato Louis Gaines in The Butler, Seretse Khama in
A United Kingdom e Steven Jacobs in L’alba del pianeta
delle scimmie. Tra gli altri ruoli televisivi ricordiamo Javert
nella miniserie della BBC tratta da Les Misérables e
l’agente dell’MI5 Danny Hunter nella serie di spionaggio
Spooks. Nella sua lunga carriera di attore, Oyelowo ha
ricevuto un Critics Choice Award e due NAACP Image Awards.
Personaggio: Holston è uno
sceriffo di Silo che lotta per mantenere l’ordine nella
comunità sotterranea. Tuttavia, il suo scopo nel bunker sotterraneo
cambia completamente quando sua moglie decide volontariamente di
uscire nel mondo reale. Un anno dopo la partenza della moglie,
Holston decide di seguire il suo esempio.
Attore: Common ha debuttato
con l’album Can I Borrow a Dollar? e ha ottenuto ulteriore
riconoscimento con il suo seguito, Resurrection. Ha fatto
il suo debutto sul grande schermo nel ruolo del mafioso Sir Ivy in
Smokin’ Aces. Common ha continuato a interpretare ruoli
come quello del sottovalutato cattivo Cassian in John
Wick: Chapter 2, Turner Lucas in American Gangster e
il luogotenente di John Connor, Barnes, in Terminator
Salvation. Ha anche interpretato Elam Ferguson nella serie
western della AMC Hell on Wheels e ha interpretato James
Bevel in Selma al fianco di David Oyelowo, vincendo un Oscar
per aver co-scritto la canzone “Glory” per il film.Film e serie TV
di rilievo:Film/Serie TVRuoloJohn Wick: Capitolo 2CassianSuicide
SquadMonster TWantedThe GunsmithSmokin’ AcesSir Ivy
Personaggio: Sims è il
braccio destro di Bernard in Silo, che supera persino molti limiti
morali per garantire l’ordine nel bunker sotterraneo. Da quando
Juliette sfida gli ordini di Bernard e cerca di scoprire la verità,
Sims fa del suo meglio per catturarla prima che sia troppo tardi.
Tuttavia, verso la fine della prima stagione di Silo, inizia a
chiedersi se la sua lealtà verso Bernard valga davvero la pena.
Attore: Robbins è noto
soprattutto per aver interpretato Andy Dufresne nel film drammatico
Le ali della libertà. Ha vinto l’Oscar e il Golden Globe
come miglior attore non protagonista per la sua interpretazione di
Dave Boyle in Mystic River. Robbins ha anche interpretato
Griffin Mill in The Player e Nuke LaLoosh in Bull
Durham, oltre al tenente Samuel “Merlin” Wells in Top
Gun. Sul piccolo schermo, ha precedentemente interpretato il
segretario di Stato Walter Larson nella serie satirica politica di
breve durata della HBO The Brink.
Personaggio: In Silo stagione 1, Bernard, interpretato da Tim Robbins, è
l’antagonista principale, inizialmente descritto come il capo
dell’IT. Tuttavia, con il progredire della serie e l’ascesa di
Bernard a nuovo sindaco del silo, diventa evidente che il reparto
IT ha molto più potere di quanto sembri. Sebbene Bernard sembri
inizialmente amichevole e si presenti come alleato di Juliette,
mostra il suo vero volto nell’arco finale della serie.
Avi Nash nel ruolo di Lukas
Kyle
Data di nascita: 16 ottobre
1958
Attivo dal: 2013
Attore: L’informatico Lukas
Kyle è interpretato da Avi Nash. Nash è famoso soprattutto per
il ruolo ricorrente di Siddiq in The Walking Dead. La
sua carriera di attore è stata piuttosto breve e ha ottenuto la
maggior parte del successo sul piccolo schermo. Prima di
interpretare Siddiq in The Walking Dead, ha anche
interpretato Wajeed in Silicon Valley e ha fatto
un’apparizione in Black Mirror nel 2023 (“Joan is Awful”).
Per quanto riguarda i film, è apparso in Amateur Night,
The Braid e nel film biografico di Netflix del 2016 su Barack Obama, Barry.
Personaggio: Lukas Kyle
lavorava per il reparto IT nel silo come analista di sistemi. Nella
prima stagione di SIlo, Lukas stringe amicizia con Juliette
e le rivela molti segreti sul silo mentre trascorrono insieme le
serate nella caffetteria. Tuttavia, quando Juliette gli chiede
aiuto, lui la respinge perché è l’unico che può prendersi cura di
sua madre. Nella seconda stagione rimane nel silo principale,
mentre Juliette è fuggita.
Chinaza Uche nel ruolo di Paul
Billings
Data di nascita: 20 settembre
1987
Attivo dal: 2012
Attore: Chinaza Uche appare
nel cast di Silo nel ruolo di Paul Billings, che lavora nel
dipartimento giudiziario del silo. Nato a Edimburgo, in Scozia,
Uche è noto soprattutto per aver interpretato Henry, il
bracciante della famiglia, in Dickinson. Ha anche
interpretato Derek in Fear the Walking Dead, Shawn in The
Devil Below e Nathan nel film drammatico di Zach
BraffA Good Person. È apparso anche in serie TV come
Law & Order, The Blacklist, Deception e Blue Bloods.
Personaggio: Paul Billings
era un ex vice che lavorava nei Mids prima di passare al
dipartimento giudiziario. Paul voleva tornare al dipartimento dello
sceriffo, ma è stato scavalcato da Juliette. È anche un personaggio
tragico, poiché soffre della Sindrome, ma lo nasconde perché se
qualcuno lo scoprisse non gli sarebbe più permesso ricoprire una
carica ufficiale. Questo ha causato un dramma tra loro quando lei
ha scoperto che era infetto e lo nascondeva.
Harriet Walter nel ruolo di
Martha Walker
Data di nascita: 24 settembre
1950
Attiva dal: 1974
Attrice: Personaggio
veterano ingegnere in Silo. Altri ruoli televisivi di
Harriet Walter includono Lady Caroline Collingwood, la fredda madre
di Kendall, Roman e Siobhan, un membro piuttosto estraniato della
famiglia Roy in Succession.
Ha anche interpretato Dasha in Killing Eve e Deborah in Ted
Lasso. Tra i suoi ruoli cinematografici figurano Emily
Tallis in Atonement, Nicole de Buchard in The Last
Duel e la dottoressa Kalonia in Star
Wars: The Force Awakens.
Personaggio: Martha Walker è
un ingegnere elettrico nel Down Deep ed era lì per aiutare Juliette
a imparare come funzionava il Silo quando lei si è unita a loro da
bambina. È stata praticamente una madre per Juliette durante la sua
crescita e si è isolata dal mondo per 25 anni dopo la fine del suo
matrimonio con Carla (Claire Perkins). Alla fine della prima
stagione, Martha è rimasta scioccata dalla decisione di Juliette di
uscire all’aperto.
Rick Gomez nel ruolo di Patrick
Kennedy
Data di nascita: 1 giugno
1972
Attivo dal: 1990
Attore: Il trafficante Patrick
Kennedy è interpretato da Rick Gomez. L’attore ha precedentemente
interpretato il tecnico radiofonico di quarto grado George Luz nel
cast della serie HBO Band of Brothers e “Endless Mike”
Hellstrom nella serie Nickelodeon The Adventures of Pete and
Pete. Ha anche interpretato Tom Dowd in Ray e Klump in
Sin City, e ha doppiato Loki nel film d’animazione MarvelThor: Tales of
Asgard, distribuito direttamente in home video.
Personaggio: Patrick Kennedy
lavorava nella manutenzione e dipingeva muri. Era anche un
criminale che trafficava in reliquie proibite. All’inizio di
Silo, nutriva rancore nei confronti del vice sceriffo Sam
Marnes, che riteneva responsabile della morte di sua moglie.
L’agente giudiziario Douglas Trumbull ha cercato di incastrare
Patrick per l’omicidio di Sam, ma il piano è fallito e Juliette ha
finito per proteggere Patrick e smascherare le azioni di
Trumbull.
Steve Zahn nel ruolo di
Solo
Data di nascita: 13 novembre
1967
Attivo dal: 1990
Attore: Steve Zahn
interpreta l’unico personaggio nuovo annunciato per la seconda
stagione di Silo, Solo. Zahn recita dal 1990, quando ha
esordito nel mondo del cinema indipendente insieme ai suoi amici di
teatro Ethan Hawke e Robert Sean Leonard. Dopo essersi
fatto notare in film come Reality Bites e Happy,
Texas, Zahn si è costruito una reputazione interpretando
personaggi fannulloni, che gli ha permesso di godere di una
carriera di grande successo. Il suo ruolo in Silo sembra
riprendere sia il suo personaggio prototipico, sia un lato più
oscuro.
Personaggio: Si sapeva molto
poco della seconda stagione di Silo prima della sua uscita
nel novembre 2024, ma l’unico nuovo personaggio rivelato era Solo,
interpretato da Steve Zahn. L’intera premiere della seconda
stagione ha visto Juliette trovare un secondo silo. Le persone in
questo silo si sono ribellate e sono uscite con la forza, dove sono
morte tutte. Dopo aver superato i corpi ed essere entrata nel silo
ormai abbandonato, incontra l’unico sopravvissuto, Solo, che non la
vuole assolutamente lì.
Cast secondario e personaggi di
Silo
Rashida Jones nel ruolo di
Allison: Rashida Jones appare nel cast di Silo nel ruolo
di Allison, la moglie di Holston. Jones ha recitato in precedenza
in serie TV come Louisa Fenn in Boston Public, Karen
Filippelli in The Office, Ann Perkins in Parks and
Recreation e nel ruolo della protagonista in Angie
Tribeca. Ha anche recitato in film come The Social
Network nel ruolo di Marylin Delpy, I Love You, Man nel
ruolo di Zooey Rice e Celeste and Jesse Forever nel ruolo di
Celeste Martin, che ha anche co-sceneggiato con Will McCormack.
Iain Glen nel ruolo del dottor
Pete Nichols – Ian Glen ha precedentemente interpretato Ser
Jorah Mormont in Game of Thrones, Sir Richard Carlisle in
Downton Abbey e Bruce Wayne nella serie di
supereroi della HBO
MaxTitans. Sul grande schermo, Glen ha interpretato
Manfred Powell in Lara Croft: Tomb Raider e il dottor
Alexander Isaacs nella serie di film Resident Evil.
Ferdinand Kingsley nel ruolo di
George Wilkins – Kingsley è riconoscibile per i suoi ruoli
cinematografici di Hamza Bey in Dracula Untold e Irving Thalberg in
Mank, nonché per i ruoli televisivi di Mr. Francatelli in
Victoria e Hob Gadling in The Sandman.
Shane McRae nel ruolo di Knox
– Un personaggio meccanico in Silo. McRae è meglio
conosciuto per aver interpretato il ruolo principale di Taylor
Bowman in Sneaky Pete, così come i ruoli ricorrenti di
Robert in The Following e Patrick in Nashville. Al
cinema, McRae ha interpretato Raleigh Leefolt in The Help,
Charlie Howland-Jones in Still Alice e Adrian Troussant in
The Adjustment Bureau.
Matt Gomez Hidaka nel ruolo di
Cooper – Matt Gomez Hidaka appare nel cast di Silo nel
ruolo di Cooper. Hidaka ha anche interpretato Miguel Reyes nella
serie poliziesca Chicago P.D. e Mario Hernandez nella commedia
familiare Carlos Through the Tall Grass.
Lee Drage nel ruolo di Franky
Brown – Franky Brown è interpretato da Lee Drage, che ha
recitato in precedenza nel ruolo di Freddie nella serie TV
Missing Something e in quello di Jake nel cortometraggio
833.
Henry Garrett nel ruolo di
Douglas Trumbull – Henry Garrett interpreta Douglas Trumbull
nel cast di Silo. Garrett ha anche interpretato Hart in
Red Tails, George Catlin in Testament of Youth e i
ruoli ricorrenti di Pete McCullough in The Son e del
capitano Malcolm McNeil in Poldark.
Will Merrick nel ruolo di Danny
– Merrick è noto soprattutto per la sua interpretazione di Alo
Creevey nella terza generazione della serie televisiva britannica
Skins. Ha anche interpretato Jay nella commedia romantica
sui viaggi nel tempo About Time e Mark nel film horror di
Netflix A Classic Horror Story.
Paul Herzberg nel ruolo di
Kilroy – Paul Herzberg appare nel cast di Silo
nel ruolo di Kilroy. Herzberg ha anche interpretato Jacob Tanios
nell’episodio “Dumb Witness” di Agatha Christie’s Poirot,
Villem Craven nella miniserie della BBC tratta da Smiley’s
People e il soldato Reynolds nel sequel per la TV di Dirty
Dozen, The Dirty Dozen: Next Mission.
Snot & Splash – Il mistero
dei buchi scomparsi di Teemu
Nikki è una commedia con per protagonisti due fratelli,
uguali fisicamente ma opposti nel carattere, che durante le vacanze
invernali in uno sperduto paese immerso nella neve si ritrovano a
vivere una fantastica avventura. Prodotto da it’s
alive Films questo lungometraggio va ad arricchire il
“Teemu Nikki Universe”, un insieme di storie capaci di incantare un
pubblico variegato e distribuite da noi in Italia da I
Wonder Pictures sempre attenta e alla ricerca di novità
cinematografiche.
La trama di Snot & Splash – Il
mistero dei buchi scomparsi
Questo lungometraggio è basato
sull’omonimo
libro di Juice Leskinen, in
originale Räkä ja Roiskis, su una sceneggiatura
di Ilja Rautsi e segue i giovani eroi
Snot e Splash ( Hugo
Komaro e Urho Kuokkanen )
che devono prendersi una pausa dalle loro ferie per salvare il
mondo. Il film infatti si apre con una scena in cui i due fratelli
in treno, direzione di Acquainbocca e
dove abita la nonna, notano guardando fuori dal finestrino che dal
cielo cadono oggetti: un frigorifero e sacchi dell’immondizia.
Appena incontrano l’anziana parente fanno notare questi strani
fenomeni e la donna gli dice che è colpa
del cambiamento climatico che ha colpito
anche la Finlandia.
I giovani protagonisti però non
sono convinti della spiegazione, iniziano anche a notare che gli
abitanti del posto sorridono, tutti in modo
molto inquietante, mostrando i denti
che sono bianchissimi e
innaturali. Arrivati a casa poi scoprono un altro mistero, cioè non
ci sono più buchi, pure quelli delle ciambelle, ma non finisce qui
perché quando Snot e Splash vanno sul ghiaccio, per pescare, il
buco sparisce appena viene creato. All’improvviso appare uno strano
uomo con una pistola e finalmente
capiscono che è proprio lui, con quello strano oggetto,
che risucchia tutte le buche dalle più
piccole alle più grandi.
I due bambini quindi decidono che
devo scoprire di più e inseguono di nascosto il signore che si
ripara dentro una fattoria. All’interno invece
troveranno una macchina, precisamente un
sistema di smaltimento dei rifiuti molto fatiscente, che invece si
rivelerà essere un buco nero pronto a
risucchiare la cittadina. Ovviamente Snot e Splash, grazie al loro
coraggio, ma anche alla genialità che si possiede solo quando si è
bambini, salveranno tutti dall’imminente catastrofe.
Snot & Splash tra Roald Dahl e
Doctor Who
Questo film è decisamente una
storia che potrebbe benissimo uscire dalla penna
di Roald Dahl, uno degli autori più famosi
della letteratura per ragazzi. I due protagonisti durante la loro
avventura e in missione per salvare Acquainbocca, incontrano e
conoscono personaggi fantastici ma anche un pochino paurosi.
L’antagonista Migren Junior, che vuole
cancellare ogni forma di caos dal mondo, compresa anche la più
preziosa di tutte come la fantasia, di lavoro fa
proprio il dentista decisamente
nell’immaginario dei piccoli, e non solo, non uno dei lavori più
amati.
Uno dei tratti che il pubblico più
giovane non noterà è quanto Teemu
Nikki nella realizzazione di questo film sia stato
molto influenzato dalla storica serie Doctor
Who. Qua non c’è nessuno Dottore che appare con la sua cabina
blu, Il Tardis, ma i colori, le vicende potrebbero benissimo essere
estratte da uno dei numerosi episodi della serie britannica più
longeva di sempre. I due gemelli protagonisti invece nei loro
continui litigi e discorsi senza senso ricordano tanto i celebri
gemelli Zack e Cody, interpretati da Dylan
e Cole Sprouse della sit-com Zack e Cody al
Grand Hotel di Disney Channel.
Un film per tutti e pieno di
genialità
Il film è visivamente bello ed
esplora il mistero attraverso gli occhi dei bambini e forse per gli
adulti, i genitori che accompagneranno i figli, qualche battuta
risulterà stupida ma non per il pubblico più giovane che riderà
molto. Per concludere Snot & Splash – Il mistero dei
buchi scomparsi è un ottimo esempio per far conoscere
agli spettatori più piccoli che esiste anche un cinema per loro, al
di fuori di Hollywood o di quello targato Disney.
Più instancabile che
mai, Ridley
Scott – esattamente un anno dopo aver portato al
cinema il colossal Napoleon –
torna sul grande schermo con Il Gladiatore II, sequel di una
delle opere per cui è maggiormente ricordato. Se nel
2000 Il
Gladiatoreaveva risvegliato l’interesse per i film
epici e consacrato la carriera di Russell
Crowe con il ruolo di Massimo
Decimo eridio, questo inaspettato seguito (scritto
da David Scarpa, già autore
di Napoleon) si fa ora promotore non solo di quella
stessa epica ma anche di un forte messaggio politico che richiama
alla decadenza – politica e morale – degli attuali “imperi”.
Ed è proprio in questo sguardo
fortemente politico che si ritrova il meglio del film, che usa
sapientemente il passato per parlare dell’oggi, attraverso la
decadenza del più importante impero di tutti i tempi. L’epica
di Il Gladiatore II si ritrova allora
qui, non tanto negli scontri all’interno del Colosseo quanto negli
intrighi di palazzo, nelle vicende politiche che inquinano l’anima
di Roma e la condannano ad una fine apparentemente inevitabile.
Scott trova dunque occasione qui di unire le sue due anime: la
spettacolarità esagerata ed esagitata e l’esplorazione delle
oscurità dell’animo umano.
La trama di Il
Gladiatore II
Il Gladiatore II – Paul Mescal
Anni dopo aver assistito alla tragica morte del venerato
eroe nonché
padre Massimo Decimo Meridio per mano del suo perfido zio,
Lucio (Paul
Mescal) si trova costretto a combattere nel Colosseo
dopo che la sua patria viene conquistata da parte delle centurie di
Marco Acacio (Pedro
Pascal) per ordine dei due
tirannici imperatori, Geta (Joseph
Quinn)
e Caracalla (FredHechinger),
che ora governano Roma. Con il cuore ardente di rabbia e il destino
dell’Impero appeso a un filo, Lucio deve affrontare pericoli e
nemici, riscoprendo nel suo passato la forza e l’onore necessari
per riportare la gloria di Roma al suo popolo.
Ci si è chiesti a lungo se fosse o
meno necessario un sequel di Il Gladiatore
II e con grandi probabilità c’è chi –
comprensibilmente – se lo chiede anche ora che questo seguito è
realtà. Partiamo subito con il dire che questo nuovo film non si
discosta poi molto da quanto mostrato e compiuto dal primo. Anzi,
ne segue attentamente le orme con un fare celebrativo. Non a caso,
sono innumerevoli i riferimenti al titolo del 2000, che come
un’ombra si aggira su questo sequel quasi a guidarne ogni
passo.
Ciò significa che questo sequel
propone di nuovo tutta l’epica già evocata dal primo, seppur con
tutte le prodezze tecnologiche e di effetti speciali che un quarto
di secolo in più ha portato a disposizione. Questo non
necessariamente comporta che questo sequel sia più spettacolare, ma
certamente riesce ad essere al di sopra della media degli odierni
blockbuster di questo tipo. Merito della capacità di Scott – ad 87
anni – di immaginare scenari e situazioni dotati di un senso della
grandiosità e della meraviglia da far invidia.
Poco – anzi nulla – importa quindi
se la verosimiglianza storica non è di casa neanche stavolta,
perché per quanto la rappresentazione di battaglie navali e i
combattimenti con babbuini o rinoceronti possa essere
forzata, possiede quel certo fascino che soddisfa la voglia di un
intrattenimento, certamente folle, ma capace di far parlare di sé.
Gli stessi scontri tra gladiatori o le battaglie di più ampia
portata sono sempre poste in scena con una brutalità che, tra
sangue, sudore e muscoli che si flettono, trasmette proprio
quell’eccitazione e quella tensione che gli spettatori sugli spalti
del Colosseo devono aver provato.
Il Gladiatore
II tra Shakespeare e monito sul presente
Di certo, come si diceva in
apertura, l’aspetto più interessante del film è la vicenda politica
che porta avanti. Leader assoluto in ciò è
il Macrino di Denzel
Washington, perfetto Riccardo III
shakespeariano che machiavellicamente trama per
ribaltare completamente il proprio status. Un personaggio magnifico
il suo, con cui Washington dimostra di essere un fuoriclasse. Per
quanto il cast sia composto di ottimi attori, è lui a fagocitare
tutte le attenzioni, rubando facilmente la scena ai suoi
colleghi.
Con lui, Scarpa e Scott propongono
un ritratto di quei subdoli uomini di potere che oggigiorno
riescono, facendo leva sulla pancia del popolo, a raggiungere i
propri loschi obiettivi, ponendo sempre più in crisi la democrazia.
In questo il film diventa dunque un monito che si unisce
all’intrattenimento offerto. Certo, il racconto di Lucio –
l’effettivo protagonista – si muove su diverse soluzioni narrative
piuttosto facili e poco convincenti ma, come valeva
per Napoleon, anche con Il Gladiatore
II si può chiudere un occhio quando nel complesso
Scott si dimostra ancora una volta un tale maestro nello spettacolo
cinematografico.
Suonate il campanello
d’allarme: Outer Banks è tornato per
un’ultima visita nella quarta stagione. Dopo
il viaggio sulle montagne russe della
Parte 1, conclusosi con un enorme cliffhanger,
la Parte
2 è pronta a partire con i Pogues sull’orlo della loro
uscita più esplosiva. Uno degli spettacoli più visti
su Netflix, la prima metà della Stagione 4 ha raggiunto
la vetta delle classifiche dello streamer, guadagnando
oltre 15 milioni di visualizzazioni e volando in cima alla
lista. Con la seconda parte che dovrebbe fare lo
stesso, è lecito pensare che l’attesa sia alta. Quindi, senza
ulteriori indugi, ecco tutto quello che c’è da sapere
su Outer Banks 4 – Parte 2.
Outer Banks 4 – Parte
2 è ufficialmente disponibile dal 7
novembre 2024.
Dove si può vedere in
streaming Outer Banks 4 – Parte 2
Come sempre, è
possibile vedere in streaming Outer Banks 4 – Parte
2 su Netflix. Al momento, tutte le
altre stagioni dello show di successo sono disponibili sullo
streamer.
C’è un trailer
per Outer Banks 4 – Parte 2
La posta in gioco è più alta che
mai quando Outer Banks entra nella parte finale
della sua quarta stagione, e potete vedere il
trailer ufficiale qui sotto. Dopo che la prima
parte si è conclusa con più domande che
risposte, questo trailer promette già una risposta al
desiderio del fandom. Aspettatevi una seconda parte esplosiva e
ricca di azione, con la messa in discussione della
leadership di John B., la crisi d’identità di JJ e la caccia alla
vendetta di Cleo; come dice John B. nel trailer, “Tutti
noi abbiamo creato una casa. Ora è tutto in gioco. La domanda è:
cosa rischieremmo per proteggerla?”. Oltre al trailer, Netflix ha
rilasciato anche i titoli di ogni episodio: l’episodio 6 si
intitola “Il consiglio comunale”, l’episodio 7 “Madri e padri”,
l’episodio 8 “Il giorno della decisione”, l’episodio 9 “La
tempesta” e il finale “La corona blu”. Netflix ha anche rilasciato
i primi 8 minuti della Outer Banks 4 – Parte
2, come perfetto assaggio del dramma che verrà.
Di cosa
parla Outer Banks 4 – Parte 2?
La fine della quarta stagione
di Outer Banks , parte 1, ha lasciato le
mascelle a terra quando è stata rivelata
la rivelazione bomba che JJ è nato come Kook.
Da quando la prima parte, a ritmo lento, è entrata in azione
nell’episodio finale, era chiaro che la seconda parte della
stagione 4 sarebbe stata esplosiva.
Nella recensione della Parte 1 per
Collider, Therese
Lacson ha subito elogiato la traiettoria che la
Stagione 4 sta percorrendo, affermando che
“Anche se ci vuole un po’ di
tempo per prendere slancio, quando la caccia inizia ad andare
avanti, lo show torna a sparare a tutto spiano.Ci
sonoesperienze di
pre-morte ,situazioni altamente
improponibili,adulti che vengono sventati
dalla Scooby Gange altri misteri da
svelare per i ragazzi.Sebbene abbia criticato i primi
episodi per la mancanza di elementi che legassero la caccia ai
Pogues, alla fine dell’episodio 5, “Albatross”, viene
finalmente svelato un importante colpo di scena che bolle in
pentola da un po’ di tempo e che coinvolge
JJ.Se John B. è senza dubbio il cuore dei Pogues, JJ
ne è l’impulsivo Id, e sarà interessante vedere come gestirà questa
rivelazione che gli cambierà la vita.Inoltre, lo show
introduce il tradimento dei personaggi e una morte scioccante che
mi ha reso ansioso per la seconda parte della
stagione.Proprio quando sembra che stia decollando, la
prima parte si conclude.Con lo show che promette più
drammi nei prossimi episodi, i Pogues e la quarta stagione
di Outer Banks sono su una buona
traiettoria.Ora vediamo se rimarrà così”.
Per coloro che sono alla ricerca di
un riassunto di tutto ciò che ci si può aspettare dall’intera
stagione, ecco un’occhiata alla sinossi della stagione 4
di Outer Banks:
“Dopo il flashforward di 18 mesi
della scorsa stagione che mostrava la proposta di Wes Genrette ai
Pogues di trovare il tesoro di Barbanera, la quarta stagione ci
riporta indietro nel tempo fino a quel momento.Dopo
aver trovato l’oro a El Dorado, i Pogues tornano a OBX e si
impegnano ad avere una vita “normale”.Si sono
costruiti un nuovo rifugio sicuro, ufficialmente soprannominato
“Poguelandia 2.0”, dove vivono insieme e gestiscono un negozio di
esche, attrezzature e tour charter di discreto
successo.Ma dopo alcuni problemi finanziari, John B,
Sarah, Kiara, JJ, Pope e Cleo accettano l’offerta di Wes e tornano
nel gioco “G” per una nuova avventura.Ma prima che se
ne accorgano, si ritrovano in una situazione di pericolo, con nuovi
nemici alle calcagna che li spingono verso il
tesoro.Nel frattempo, i loro problemi non fanno che
aumentare e sono costretti a mettere in discussione il loro
passato, presente e futuro: chi sono veramente, ne è valsa la pena
e quanto sono disposti a rischiare?”.
Chi fa parte del cast
di Outer Banks 4 – Parte 2?
Il cast della quarta stagione,
parte 2, dovrebbe rimanere esattamente lo stesso, e includerà
attori del calibro di Chase Stokes nel
ruolo di John B, Madelyn Cline nel ruolo
di Sarah Cameron, Madison Bailey nel
ruolo di Kiara Carrera, Jonathan
Daviss nel ruolo di Pope Heyward, Rudy
Pankow nel ruolo di JJ Maybank, Austin
North nel ruolo di Topper
Thorton, Carlacia Grant nel ruolo di
Cleo, Drew Starkey nel ruolo di Rafe
Cameron, J. Anthony
Crane nel ruolo di Chandler
Grotte .Anthony
Crane nel ruolo di Chandler
Groff, Brianna Brown nel ruolo di Hollis
Robinson, Pollyanna McIntosh nel ruolo
di Dalia, Mia Challis nel ruolo di
Ruthie e Rigo Sanchez nel ruolo di
Lightner.
Chi c’è dietro la quarta
stagione di Outer Banks?
Ancora una volta, i creatori dello
show Shannon Burke, Jonas
Pate e Josh Pate saranno
al timone. Ognuno degli episodi finali è stato scritto da loro e
Jonas ha diretto il primo di essi. Il trio ha prodotto
esecutivamente la stagione insieme ai produttori Sunny
Hodge, Aaron
Miller e Carole Peterman.
Outer Banks 4 – Parte 2
sarà l’ultima?
Rallegratevi! Netflix ha confermato
ufficialmente che i Pogues torneranno per una
quinta stagione, con il finale dell’imminente Parte 2
che sarà un lungometraggio, pronto a dare il via a un’accattivante
quinta uscita. Tuttavia, hanno anche confermato che
la quinta
stagione sarà l’ultima, affermando in una
dichiarazione ai fan:
“Ora, con un po’ di tristezza,
ma anche di eccitazione, ci lasciamo alle spalle la quarta stagione
e ci dedichiamo alla quinta, in cui speriamo di riportare a casa i
nostri amati Pogues nel modo che abbiamo immaginato e pianificato
anni fa.La quinta stagione sarà la nostra ultima e
pensiamo che sarà la migliore.Speriamo che vi unirete
a noi per un’altra remata verso il surf break”.
Sebbene il finale della serie
Grotesquerie abbia offerto alcune risposte agli
spettatori, la conclusione dello show ha lasciato ancora molti
misteri irrisolti. A giudicare dall’episodio 9di
Grotesquerie, il finale della prima stagione di
Grotesquerie non aveva alcuna possibilità di
concludere la trama in modo soddisfacente. I raccapriccianti
omicidi multipli alla fine dell’episodio hanno fatto sembrare che i
sogni di Lois potessero essere premonizioni distorte. Il finale
della prima stagione di Grotesquerie sembrava dare ragione a
Lois, poiché i sogni inquietanti dell’eroina hanno iniziato a
diventare realtà nel penultimo episodio. Questo sembrava rendere
irrilevante l’enorme colpo di scena dell’episodio 7 di
Grotesquerie, secondo cui l’intera serie era solo un sogno
di Lois in coma.
Tuttavia, il finale della prima
stagione di Grotesquerie non ha né confermato né smentito
questa ipotesi. Il medico di Lois non era colpevole degli omicidi
di Grotesquerie, ma gli spettatori non hanno mai potuto conoscere
la sua vera identità (al di fuori del sogno in coma), poiché è
stato vittima dell’assassino. Questo finale piatto e privo di colpi
di scena ha lasciato gli spettatori con più domande che risposte.
Il creatore della serie,Ryan
Murphy di American Horror Story, è noto
per i finali che non riescono a dare seguito alle idee interessanti
sviluppate in precedenza nella serie, e Grotesquerie ha
indubbiamente ripetuto questa tendenza con un finale che ha
sollevato molte nuove domande, ma non ha dato alcuna
risposta.
Chi era l’assassino in
Grotesquerie?
Il finale della prima stagione
di Grotesquerie non ha rivelato l’assassino
Dopo aver stuzzicato la curiosità
degli spettatori per nove episodi, il finale della prima stagione
di Grotesquerie non ha mai spiegato chi fosse l’omonimo
killer biblico. Nel sogno di Lois in coma, il colpevole si è
rivelato essere padre Charlie e la sua complice era
l’apparentemente innocente e eccentrica amica di Lois, suor Megan.
Tuttavia, in realtà, padre Charlie era il medico di Lois e Megan
era l’agente di polizia che aveva sostituito Lois come capo della
polizia.
Nessuno dei due sembrava essere
colpevole degli omicidi, dato che Megan stava indagando su di loro
e il medico è diventato una delle ultime vittime di Grotesquerie
nelle scene finali dell’episodio. Molte cose sono successe prima di
questo colpo di scena sconcertante.
Perché Marshall ha cercato di
togliersi la vita nel finale di Grotesquerie
Il marito di Lois è stato
accusato di violenza sessuale da una studentessa
Marshall e Redd prepararono la cena
per Lois, tentandola con un martini e l’offerta di vivere insieme
come una strana coppia non omogenea. Lois rifiutò la proposta e
Redd rivelò di sapere che Marshall la tradiva. Disse che aveva
accettato il piano di Marshall solo per vedere Lois rifiutarlo.
Dopo che uno studente lo ha accusato
di violenza sessuale, Marshall ha tentato il suicidio con
un’overdose. Ha protestato la sua innocenza e ha affermato che la
loro relazione era consensuale, ma ha rapidamente perso ogni
speranza dopo essere stato arrestato e incriminato. L’overdose di
Marshall non ha avuto successo e Redd ha ribadito che non voleva
più avere nulla a che fare con Marshall quando si è
svegliato.
Il Mexicali Men’s Club dal
finale della serie Grotesquerie spiegato
Fast Eddie ha portato Marshall al
Mexicali Men’s Club, che si è presto rivelato essere
un’organizzazione politica clandestina. La difesa di Marshall della
mascolinità tradizionale ha suscitato applausi, rivelando i valori
reazionari del gruppo. Il gruppo era anche ampiamente contrario al
fenomeno della cultura della cancellazione, ma sorprendentemente
favorevole ad approcci progressisti nei confronti dei pronomi.
Apparentemente, il gruppo
rappresentava un bizzarro mélange di ideologie che abbracciavano i
valori tradizionali e l’individualismo gerarchico, sostenendo allo
stesso tempo alcune cause liberali. Tutti i personaggi maschili
principali della serie, dal medico di Lois allo specialista dei
sogni di Santino Fontana, si sono rivelati membri di questo club
oscuro.
Perché Lois ha tentato di
togliersi la vita nel finale di Grotesquerie
Nel frattempo, Lois si chiedeva se
si fosse mai svegliata dal coma. Questo la portò anche a tentare di
togliersi la vita, con conseguente appuntamento con lo specialista
di Fontana. Lo specialista di Lois le spiegò che soffriva della
sindrome di Cotard, una condizione in cui i pazienti credono di
essere morti.
Lois ha ammesso allo specialista di
Fontana di aver accusato il medico che le ha salvato la vita di
aver organizzato orge nella sua stanza d’ospedale mentre era in
coma. Inorridito, il medico di Grotesquerie ha detto di
essere d’accordo con Marshall sul fatto che Lois non avrebbe dovuto
sopravvivere al coma quando lei ha insinuato che lui avesse messo
incinta un’altra paziente.
La morte di Justin era
reale?
La goccia che ha fatto traboccare il
vaso e ha reso l’eroina di Grotesquerie, Lois, incapace di
distinguere la realtà, è stata la morte di Justin. Lois ha sparato
e ucciso Justin, l’amante violento di Megan, alla fine
dell’episodio 9, e il suo corpo sembrava essere scomparso. Lois ha
visto Megan incontrare Glorious McCall e ha supposto che fosse
stato il boss del crimine a sbarazzarsi del corpo. Megan non solo
ha respinto questa teoria, ma ha anche affermato di non vedere
Justin da settimane. Infuriata e confusa, Lois ha accusato lo
specialista di Fontana di aver commesso diversi omicidi
dall’episodio 9, mentre lui l’ha accusata di aver immaginato gli
omicidi.
Lo specialista ha detto che Lois ha
inventato gli omicidi per giustificare la sua visione di sé stessa
come una figura santa che avrebbe salvato l’umanità dalla sua
peggiore depravazione. Tuttavia, Megan ha fatto dimettere Lois da
un istituto psichiatrico poco dopo che lei si era ricoverata.
Megan, in lacrime, ha ammesso di aver insabbiato la morte di Justin
e di aver assunto Glorious McCall per aiutarla a disfarsi del
corpo.
Ha manipolato Lois al riguardo, ma
ha ammesso la verità alla sua ex collega quando ha avuto bisogno
del suo aiuto. Megan ha poi condotto Lois all’ultima macabra
creazione di Grotesquerie nei minuti finali del finale della prima
stagione.
Tutte le morti nel finale della
prima stagione di Grotesquerie spiegate
Grotesquerie ha ucciso
l’accusatrice di Marshall e il medico di Lois nel finale della
prima stagione di Grotesquerie, disponendoli in un tableau
che ricordava l’Ultima Cena. Una ricostruzione dell’Ultima Cena con
cadaveri umani al centro e i discepoli è apparsa nell’episodio 2
come parte dell’elaborato sogno di Lois in coma, il che significa
che questa scena sembrava dimostrare che i suoi sogni erano davvero
solo premonizioni. Tuttavia, Lois aveva chiaramente sbagliato
l’identità del cattivo. Il medico che lei era convinta fosse
Grotesquerie doveva essere innocente, a giudicare dalla sua morte
brutale.
Cosa significa davvero il finale
della prima stagione di Grotesquerie
Fino all’episodio 6 di
Grotesquerie, la serie sembrava un giallo abbastanza lineare,
anche se campy e melodrammatico. Tuttavia, il finale della stagione
1 ha dimostrato che si trattava più di una storia satirica e
sovversiva. Il vero assassino non è mai stato rivelato, il rapporto
tra i sogni di Lois e la realtà non è mai stato svelato e i
collegamenti della setta con gli omicidi (se ce ne sono) non sono
mai stati spiegati. Tutti questi filoni narrativi potrebbero essere
risolti in un secondo momento, ma la prima stagione non ha offerto
alcuna soluzione definitiva.
Come il finale della prima
stagione di Grotesquerie prepara la seconda
Il finale della prima stagione
di Grotesquerieprepara la seconda lasciando misteriosa
l’identità dell’assassino, il che significa che gli spettatori
dovranno sintonizzarsi sulla prossima stagione per scoprire la
verità sull’identità di Grotesquerie. L’assassino potrebbe essere
lo specialista di Lois, chiunque altro abbia accesso ai registri
dei suoi sogni in coma, o forse Lois stessa. Potrebbe essere Megan,
che ha scoperto entrambe le scene del crimine, ma non può più
essere il medico tanto denigrato di Lois. Il finale della prima
stagione di Grotesquerie non ha avvicinato la sua eroina
alla scoperta della verità, ma ha lasciato molti misteri aperti da
esplorare nella seconda stagione.
Come è stato accolto il finale
di Grotesquerie
Mentre molti critici hanno
elogiato i primi episodi di Grotesquerie, gli spettatori
della serie indicano il settimo episodio come il punto in cui la
serie ha iniziato a peggiorare. La decisione di rendere gli
eventi della serie un sogno da coma non è stata ben accolta da
molti spettatori.
“Era tutto un sogno” è un tropo
molto usato in televisione, e non sempre ha successo. I fan sono
diventati sempre più cinici nei confronti di questa particolare
scelta sceneggiata perché li fa sentire come se avessero investito
senza motivo nei personaggi e nella trama.
Un utente di Reddit ha sottolineato che il primo episodio era
molto promettente per una serie horror che si sarebbe mantenuta al
limite del disagio, ma gli episodi finali della stagione hanno
abbandonato questa linea:
Il primo episodio in particolare
era girato molto bene e aveva un tema “disgustoso” mentre preparava
una trama fantastica… se avessero mantenuto quel tema per tutta la
serie e non avessero rovinato tutto nell’episodio 7, rivelando che
era tutto frutto dell’immaginazione dei personaggi principali,
avrebbe potuto avere successo e bastare una sola stagione. Ma la
seconda metà era come un dramma, che non spingeva oltre i limiti
del disagio, ma comunque non riusciva a distogliere lo sguardo
dallo schermo.
I fan volevano davvero vedere la
serie fare qualcosa di nuovo nel campo dell’horror, ma alla fine
non è stato così.Molti fan hanno attribuito il fatto di
non aver apprezzato il finale della stagione semplicemente al fatto
di aver guardato una serie diretta da Ryan Murphy.Molti utenti di Reddit hanno concordatoche “Solo
Ryan Murphy può rovinare qualcosa che avrebbe potuto essere oro
colato”.
Questo sentimento lascia dubbi
sul fatto che i fan seguiranno la seconda stagione diGrotesqueriee sulla risoluzione del finale
sospeso.
A tre anni di distanza
da Cry
Macho, Clint Eastwood torna
in sala con Giurato numero 2, nuovo
lungometraggio del leggendario regista che arriva al cinema il 14
novembre. Il film, che vede come protagonista Nicholas
Hoult nei panni di un giurato alle prese con un
caso controverso, riunisce un cast che include Toni
Collette, Zoey
Deutch, Kiefer
Sutherland, Chris
Messina e J.
K. Simmons. Scritto
dall’esordiente Jonathan
Abrams, Giurato numero 2 è poi
musicato da Mark Mancina e distribuito
in sala da Warner Bros.
La trama di Giurato
numero 2
La vita di Justin
Kemp (Nicholas Hoult)
un giurato in un caso di omicidio, viene sconvolta da una
rivelazione scioccante: potrebbe essere stato lui l’autore del
crimine. Diviso tra il senso del dovere e la paura del giudizio,
l’uomo si trova di fronte a un dilemma morale che metterà alla
prova la sua integrità.
Giurato numero 2:
rielaborare gli immaginari
Hollywood conosce da sempre due
soli modi di regolare i conti: a suon di pistolettate o all’interno
di un’aula di tribunale. Vecchi cowboy e brillanti avvocati sono i
due volti, le due più consuete manifestazioni, di una giustizia per
lo più polverosa, ma efficace. Anime complementari della medesima
astrazione che, forse inevitabilmente, convivono anche in
quest’ultima creatura di Clint Eastwood.
Segno di un cinema che, vissuto davanti e dietro la macchina da
presa, prosegue fin dagli albori a fagocitare e rielaborare
immaginari. A incarnare valori e significati alti, puntualmente
offerti alla rigorosa rilettura poetica del suo autore.
Implacabile, eppure immancabilmente lucida.
In
quest’ottica, Giurato numero 2 non fa
eccezione. Lo capiamo subito, a partire dalla didascalia – ai
limiti della western-punch line – che campeggia appena sotto al
titolo: “la giustizia è cieca, la colpa vede tutto”.
Lo percepiamo nell’atmosfera da saloon che aleggia sul pub di
periferia al centro della vicenda. E ancora nel ripetuto gioco di
sguardi con cui i protagonisti sembrano a più riprese duellare nel
corso della storia – o nel bicchiere di whisky (?) che, silenzioso,
sfida il protagonista in uno dei frangenti di maggior tensione del
racconto.
Eppure, Justin Kemp non è certo un
georgiano dagli
occhi di ghiaccio. Né tantomeno uno straniero
senza nome – o un cavaliere solitario.
Semmai un uomo dal passato torbido, anche se giovane marito e
futuro padre. Tormentato da spettri e demoni interiori che bussano
alla sua porta come le maschere della notte di Halloween – che
guarda caso cade il primo weekend che contribuisce a ritardare il
verdetto della giuria.
Giustizia e verità
Fin da subito, dall’establishing
shot tematico sulla dea Themis e i suoi attributi (la bilancia e la
benda sugli occhi), Clint
Eastwood cede la parola al giurato.
E attorno alla sua figura, attorno ai dilemmi, agli squarci etici e
morali dello script di Jonathan Abrams, il
cineasta edifica una complessa architettura di sguardi che si fa
frontiera di riferimenti e suggestioni. A imperversare,
prevedibilmente, sono innanzitutto gli spazi e le intuizioni del
primo Lumet,
che Eastwood si diverte a citare e
insieme ad aggiornare secondo le coordinate dell’America di oggi –
ragion per cui l’ostinata fermezza di Cedric
Yarbrough, erede ideale del vecchio Lee J.
Cobb, diviene la pur momentanea cassa di risonanza di un
divario socio-economico che il regista non manca di mettere a
fuoco.
Ma nel grande affresco
eastwoodiano, calibrato al millimetro e al contempo quasi bulimico
nelle sue vertigini citazioniste, confluiscono anche le principali
istanze di molto del legal-thriller (e legal-drama) che ha
costituito l’ossatura del genere fin dalle origini. Opportunamente
imbevuto della filosofia del suo autore e di un’ironia che, di
recente, abbiamo ritrovato solo nell’ultimo Friedkin –
presentato postumo nel 2023 in occasione
dell’80esima Mostra d’Arte Cinematografica di
Venezia.
“Io voglio la
verità!” gridava del resto un giovane Tom
Cruise nell’epilogo di Codice
d’onore di Rob Reiner. Eppure,
alimentando il parallelismo, il personaggio di Nicholas
Hoult sembra piuttosto concretizzare l’”arringa”
pronunciata dal colonnello Jessep di Jack
Nicholson – lui giurato e insieme colpevole
che “non può reggere” una verità che lo dilania.
Epicentro non tanto dell’inevitabile e inflazionata dialettica tra
verità processuale e verità storica. Quanto di una ricerca della
“realtà dei fatti” che, come avveniva già in Richard Jewell,
è più che altro frutto di ricostruzioni, narrazioni ad hoc e
scampoli di sguardo catturati da uno smartphone – quando l’unico
dispositivo in grado di fare ancora la differenza, sembra
suggerirci Eastwood, rimane invece il mezzo cinematografico
stesso.
Così, sebbene alla sbarra dei
testimoni compaiano forse anche il Ridley
Scott di The Last Duel e
l’ultimo esperimento seriale di Alfonso Cuaròn –
delle cui opere Clint Eastwood ripropone l’acuta frammentarietà
audio-visiva – l’atteggiamento del regista classe 1930 non si
impronta a un aprioristico rifiuto del valore delle immagini, ma
piuttosto si colora dell’invito, premuroso, a maneggiarle con cura.
Per un’opera dal respiro classico, ma perfettamente inserita nel
presente, che muovendosi come di consueto tra dimensione pubblica e
privata, crede ancora fermamente nell’impegno sociale – quindi
umano – del singolo. Senza il quale l’intero sistema è destinato a
collassare.
Spiazzante, vero, spietato.
Buono, brutto e cattivo. A 94 anni inoltrati Clint
Eastwood non sbaglia un colpo.
Outer Banks, serie drammatica
adolescenziale di Netflix, ha
avuto un successo costante nel corso delle sue quattro stagioni ed
è stata
rinnovata per Outer Banks 5, la quinta stagione. Creata
per la TV da Josh Pate, Jonas Pate e Shannon Burke nel 2020, la
serie è incentrata su un gruppo di amici (che si fanno chiamare
Pogues), che cercano un tesoro perduto e si scontrano con il gruppo
di adolescenti rivale, The Kooks, nella regione di Outer Banks, in
North Carolina. Mescolando tutti gli elementi della classica storia
d’amore adolescenziale con l’avventura di una spada, Outer
Banks offre un’esperienza di visione unica che ha
contribuito a renderla uno degli originali più popolari
di Netflix.
La quarta
stagione si apre con un bagaglio emotivo non indifferente:
i Pogues devono affrontare non solo la loro complicata vita
familiare, ma anche la nuova avventura che si sta delineando
davanti a loro. Le relazioni in Outer
Banks diventano sempre più complicate a ogni
stagione, così come l’intrigo. Forse l’aspetto più sottovalutato
della narrazione dello show, Outer Banks è una
storia di crescita che diventa sempre più ricca man mano che il
pubblico impara insieme ai Pogues. Tutto ciò rende la quinta
stagione una necessità, e Netflix ha prontamente rinnovato il
contratto per la quinta e ultima stagione.
Netflix
ordina Outer Banks 5,
la quinta e ultima stagione
Prima ancora che arrivasse la
seconda metà della quarta stagione, le ultime notizie hanno
confermato che Netflix
ha rinnovato Outer Banks per la quinta
stagione. L’eccitante notizia è arrivata anche con una certa
tristezza, poiché è stato anche rivelato che
l’imminente quinta stagione sarà l’ultima dello show. A
riprova dell’intelligente decisione di Netflix di rinnovare, è
stato rivelato che la prima parte della quarta stagione ha
debuttato al primo posto nella classifica mondiale dello streaming
in lingua inglese, un’impresa non facile nell’affollato campo dello
streaming.
Sebbene non sia stata fornita
alcuna ragione esplicita per la cancellazione,
i creatori della serie Josh Pate, Jonas Pate e Shannon
Burke hanno rivelato che il piano è sempre stato quello di
raccontare una storia di cinque stagioni. Il trio ha
rilasciato una dichiarazione congiunta insieme al rinnovo della
quinta stagione, in cui si legge: “La quinta stagione sarà la
nostra ultima e pensiamo che sarà la
migliore.Speriamo che vi unirete a noi per un’altra
remata verso il surf”. Con una trama già pianificata, è
chiaro che Outer Banks avrà una conclusione
adeguata.
Leggete la dichiarazione congiunta
dei Pates e di Shannon Burke qui sotto:
Sette anni fa, nell’estate del
2017, ci siamo imbattuti in una foto di adolescenti su una spiaggia
al crepuscolo durante un’interruzione di corrente.Da
quella foto è scaturita l’idea di una storia di quattro migliori
amici che vogliono solo divertirsi sempre.Da questo
inizio, abbiamo immaginato un mistero che avrebbe portato a un
viaggio di cinque stagioni all’insegna dell’avventura, della caccia
al tesoro e dell’amicizia.
All’epoca, sette anni fa,
sembrava impossibile che saremmo riusciti a raccontare l’intera
storia di cinque stagioni, ma eccoci qui, alla fine della quarta
stagione, ancora in fase di lavorazione.
La quarta stagione è stata la
più lunga e la più difficile, ma la più gratificante, da
produrre.La stagione si conclude con un episodio di
lunghezza notevole, che riteniamo essere il nostro episodio
migliore e più potente.Ci auguriamo che la pensiate
allo stesso modo.
Ora, con un po’ di tristezza, ma
anche di eccitazione, ci lasciamo alle spalle la quarta stagione e
ci dedichiamo alla quinta, in cui speriamo di riportare a casa i
nostri amati Pogues nel modo che avevamo immaginato e pianificato
anni fa.La quinta stagione sarà la nostra ultima e
pensiamo che sarà la migliore.Ci auguriamo che vi
unirete a noi per un’altra remata verso il
surf.P4L,Josh, Jonas e Shannon
La quinta stagione di Outer
Banks è confermata
Secondo i co-creatori della
serie Josh Pate, Jonas Pate e Shannon Burke, l’arco di cinque
stagioni era sempre stato previsto.
Non ci è voluto molto perché
Netflix decidesse il destino di Poguelandia, e lo
streamer ha rinnovato
preventivamenteOuter
Banksper una quinta stagione pochi
giorni prima della première della quarta parte della seconda
stagione. La decisione è stata chiaramente intelligente, e
la quarta stagione ha trascorso un periodo significativo in cima
alle classifiche di streaming in lingua inglese. Sebbene l’annuncio
del rinnovo sia una notizia entusiasmante, è anche un po’ agrodolce
perché la quinta stagione sarà l’ultima uscita dei Pogues. Secondo
i co-creatori della serie Josh Pate, Jonas Pate e Shannon Burke, un
arco di cinque stagioni era sempre stato previsto.
I dettagli sul cast
di Outer Banks5
Ritorneranno i Pogues e i
Kooks
Sebbene sia sempre possibile un
colpo di scena scioccante nel corso delle due metà
della quarta
stagione, non è difficile fare ipotesi sul cast della quinta
stagione di Outer Banks . Il nucleo centrale di
adolescenti ha sostenuto lo show fin dall’inizio,
e non c’è motivo di pensare che tutta Poguelandia
tornerà per le stagioni successive. Allo stesso modo,
anche gli antagonisti Kooks dovrebbero essere presenti, dato che la
netta divisione di classe tra i due è uno dei temi più forti della
serie.
Detto questo, il cast sarà
probabilmente guidato da attori del calibro di Chase Stokes nei
panni di John B. insieme a regular come Madison Bailey nei panni di
Kiara, Johnathan Daviss nei panni di Pope, Rudy Pankow nei panni di
JJ, Carlacia Grant nei panni di Cleo, Austin North nei panni di
Topper e Drew Starkey nei panni di Rafe. La quarta
stagione ha anche aggiunto una serie di nuovi personaggi,
ma al momento non è chiaro se torneranno nelle stagioni
successive.
Dettagli sulla trama della
stagione 5 di Outer Banks
Poiché la quarta stagione
di Outer Banks non è ancora finita, non è
possibile prevedere con esattezza cosa accadrà nei prossimi
episodi. Tuttavia, alcuni eventi importanti hanno già
cambiato la fisionomia delle vite dei personaggi e questo getta le
basi per la quinta stagione.JJ che scopre il segreto della
sua vera discendenza non è solo un bel colpo di scena, ma introduce
anche un elemento di pericolo perché la sua identità è stata
probabilmente nascosta per un motivo. Cambiamenti più grandi
potrebbero verificarsi nella quarta parte della seconda stagione,
ma gli spettatori dovranno aspettare e vedere cosa succederà nella
quinta stagione di Outer
Banks.
Outer Banks 4 vede i Pogues – John
B, Sarah, Kiara, Pope, JJ e Cleo – alla ricerca del
tesoro di Edward Teach, alias il famigerato pirata
Barbanera. La serie teen drama d’azione e avventura
di Netflix,
creata da Josh Pate, Jonas Pate e Shannon Burke, segue un gruppo
di Pogue nelle Outer Banks, ovvero
appartenenti alla classe operaia (i genitori di Kiara sono Kooks
(residenti benestanti) ma lei si identifica come Pogue, e Cleo è
una Pogue onoraria dopo la terza stagione di Outer
Banks). I personaggi si ritrovano a fare delle cacce al tesoro
e la loro avventura nella quarta stagione coinvolge Barbanera.
Il finale della terza stagione di Outer
Banks fa un salto in avanti di 18 mesi dopo che i
Pogue hanno trovato El Dorado, e un uomo di nome Wes Genrette si
avvicina a John B., Sarah, Kiara, Pope, JJ e Cleo durante la
cerimonia in onore della loro scoperta. Ha una proposta per loro:
collaborare con lui per trovare il tesoro di
Barbanera. Genrette ha il diario di bordo del capitano
di Barbanera del 1718 e, come si è visto nella quarta
stagione, i Pogue accettano di aiutarlo. Di conseguenza, la quarta
stagione è incentrata sui personaggi delle Outer
Banks alla ricerca del tesoro del pirata. Più precisamente,
sono alla ricerca dell’amuleto mancante della moglie di Barbanera,
Elizabeth.
La vera storia di Edward Teach
nei panni del pirata Barbanera spiegata
Secondo il Royal
Museums Greenwich, Edward Teach, meglio conosciuto come
Barbanera, è nato nel 1680, presumibilmente in Gran Bretagna.
L’eredità di Barbanera è quella di uno dei pirati più temibili
della storia, che lo rende una delle ispirazioni più
popolari per i pirati immaginari in libri, film e programmi
televisivi. Tuttavia, Barbanera è stato anche
ritratto da attori sullo schermo: Taika Waititi ha interpretato il
pirata in Our Flag Means Death e Ray Stevenson
in Black Sails sono alcune delle
rappresentazioni più recenti.
Sfortunatamente, non
si sa molto della vita di Barbanera prima che diventasse un
pirata, il che permette alla serie TV di Netflix di avere una certa libertà creativa durante
la creazione della storia della quarta
stagione di Outer Banks. Durante la Guerra di
Successione Spagnola, all’inizio del 1700, Teach era un corsaro,
ovvero saccheggiava le navi spagnole per conto degli inglesi nelle
Indie Occidentali. Dopo la fine della guerra, Teach non era pronto
ad abbandonare la vita da pirata, così lavorò per il capitano
Benjamin Hornigold fino a raggiungere il grado di capitano.
Intorno al 1717,
Teach catturò una nave e la
chiamòQueen Anne’s
Revenge. Con il suo nuovo
vascello, il capitano salpò per i Caraibi, dove continuò a
saccheggiare, a terrorizzare i cittadini e ad abbracciare la vita
del pirata con il suo equipaggio di 300 uomini. Teach divenne una
figura rinomata nella comunità dei pirati e si
guadagnò presto il soprannome di Barbanera per la sua
inconfondibile barba nera e il suo aspetto
minaccioso. Si dice anche che accendesse delle micce nei capelli
per rendere il suo aspetto ancora più spaventoso. Tuttavia, le
avventure di Barbanera sui mari non erano destinate a durare per
sempre.
Come morì Barbanera e cosa si
dice ci sia nel suo tesoro nascosto
Barbanera spostò le sue operazioni
sulle coste della Carolina del Nord e del Sud, dove catturò
l’attenzione del governatore della Virginia, Alexander Spotswood.
Il governatore si impegnò a catturare il pirata e, con la sua
squadra di cacciatori, Spotswood riuscì a trovare Barbanera e i
suoi uomini vicino all’isola di Ocracoke, nella Carolina del Nord.
Barbanera si oppose, ma quando lui e la sua ciurma salirono a bordo
della nave del tenente Robert Maynard, caddero in un’imboscata
delle truppe di Maynard. Il famigerato pirata fu
ucciso durante lo scontro il 22 novembre 1718 e
Maynard avrebbe appeso la testa di Barbanera all’albero della sua
nave.
Dopo la morte di Barbanera,
iniziarono a diffondersi voci sul suo presunto tesoro nascosto. I
resoconti sostenevano che il tesoro comprendeva
un’ingente fortuna sotto forma di oro. Naturalmente
molti cercarono di trovarlo, ma a tutt’oggi nessuno ha scoperto il
tesoro di Barbanera. Ma se c’è qualcuno che può trovarlo (almeno
nel mondo fittizio della TV), sono John B., Sarah, Kiara, Pope, JJ
e Cleo nella quarta stagione di Outer Banks.
Barbanera potrebbe aver
seppellito il suo tesoro sull’isola di Ocracoke, nelle Outer
Banks
Molti credono che Barbanera abbia
sepolto il suo tesoro sull’isola di Ocracoke, nella Carolina del
Nord, vicino agli Outer Banks. Secondo lo Smithsonian
Magazine, nel giugno del 1718 Barbanera fece scontrare
la Queen Anne’s Revenge con un banco di sabbia
al largo della costa di Beaufort, nella Carolina del Nord,
costringendoli ad abbandonarla mentre affondava in fondo al
mare. Il pirata e il suo equipaggio si ritirarono a
Ocracoke Island a bordo
dell’Adventure,
dove il tenente Robert Maynard e le sue truppe trovarono e uccisero
Barbanera. Di conseguenza, alcuni ritengono che Barbanera abbia
seppellito il suo tesoro a Ocracoke durante il suo soggiorno.
Tuttavia, nessuno ha mai dimostrato la veridicità di questa
teoria.
Quello che si ritiene essere
il relittodella Queen
Anne’s Revengeè stato scoperto vicino
alla costa di Atlantic Beach, nella Carolina del
Nord, nel novembre 1996. Naturalmente, negli anni
successivi il relitto è stato parzialmente scavato e perlustrato,
ma non è stato trovato alcun tesoro a bordo (anche se l’uscita
della stagione
4, parte 1, di Outer Banks suggerisce il
contrario). Sono stati rinvenuti manufatti, tra cui un cannone da
segnalazione, vetri di finestre, una spada e cannoni, molti dei
quali hanno portato gli archeologi a credere che il relitto sia
effettivamente quello della Queen Anne’s
Revenge (anche se nulla può essere completamente
confermato).
La storia di Edward Teach nelle
Outer Banks spiegata
Tenendo conto della storia di
Barbanera e del tempo trascorso vicino alle Outer Banks dopo
l’affondamento della Queen Anne’s Revenge, non
sorprende che gli sceneggiatori di Outer
Banks stiano preparando la quarta stagione intorno al
famigerato pirata e al suo presunto tesoro sepolto. Ogni stagione
della serie teen drama di Netflix si è concentrata su misteri
diversi. È logico che i Pogues vadano a caccia di tesori nella loro
città natale in Outer Banks 4.
La ricerca del tesoro di Barbanera permette inoltre
agli sceneggiatori di stabilire ulteriori collegamenti tra i
personaggi e le figure storiche.
Barbanera ha trascorso diversi mesi
al largo della costa della Carolina del Nord, il che significa che
le possibilità relative alle sue imprese (e a quelle dei suoi
uomini) durante quel periodo sono infinite per la storia
di Outer Banks. Anche il coinvolgimento di Barbanera
nel blocco di Charles Town (alias Charleston, South Carolina) viene
menzionato e utilizzato per approfondire il mistero. Nel complesso,
la prima parte di Outer Banks 4 di
Netflix sfrutta gli spostamenti dei pirati nella Carolina del Nord
e del Sud per sviluppare la storia della caccia al tesoro.
Tuttavia, la rappresentazione della storia di
Barbanera è basata più sulla finzione che sulla
realtà.
Quello che Outer
Banks 4 sbaglia sulla vera storia di
Barbanera
Forse, quando si parla della storia
di Barbanera, non si dovrebbe fare riferimento a Outer
Banks 4. Purtroppo, gli sceneggiatori hanno inventato gran
parte della storia del pirata per portare avanti la narrazione,
compreso il suo stato civile. Secondo quanto riportato, Barbanera
non era sposato con una donna di nome Elizabeth al momento della
sua morte e non fu giustiziato insieme a lui. La sua ultima moglie
sarebbe stata Mary Ormond, ma non è chiaro che fine abbia fatto. Di
conseguenza, l‘amuleto di Elizabeth che Wes Genrette chiede
ai Pogues di recuperare nella stagione 4, episodio 2,
diOuter
Banksè fittizio.
Anche la Corona Blu che
Lightner e Dalia stanno cercando è falsa. Dal momento
che il tesoro di Barbanera è per lo più oggetto di dicerie, gli
sceneggiatori del teen drama d’azione e avventura di Netflix hanno
dovuto inventarsi gli oggetti di grande valore che il pirata
nascondeva nella Carolina del Nord e nei dintorni. Quindi,
l’amuleto della moglie di Barbanera e la Corona Blu
in Outer Banks 4 non sono reali.
Inoltre, anche la storia della morte di Barbanera a Outer
Banks è falsa.
Chi ha veramente ucciso
Barbanera e dove è naufragata la sua nave vicino alle Outer
Banks
Wes Genrette spiega ai Pogues
in Outer
Banks 4 di essere un discendente diretto di Francis
Genrette, l’ufficiale britannico che catturò e uccise Barbanera.
Tuttavia, nella vita reale, questo non è vero. Francis è un
personaggio fittizio creato per lo show.
Tuttavia, Francis è apparentemente basato sul reale
esecutore di Barbanera, il tenente della Royal Navy Robert
Maynard. Wes rivela anche che, dopo aver decapitato
Barbanera (il che è in qualche modo vero, perché Maynard tagliò la
testa del pirata), Francis uccise anche la moglie di Barbanera,
Elizabeth. Come già detto, Elizabeth non è una persona reale,
quindi anche questa parte della storia è falsa.
Per quanto riguarda il luogo in cui
Barbanera fece
naufragare l’Adventure,
non è chiaro cosa sia successo alla nave fino ad
oggi. La Guardia Costiera ha localizzato e scavato
la Queen Anne’s Revenge vicino ad Atlantic
Beach, nella Carolina del Nord, a circa 94 miglia dalle Outer
Banks. Tuttavia, la posizione dell’Adventure, la nave
affondata che JJ e Kiara cercano per trovare l’amuleto di Elizabeth
nella quarta stagione di Outer Banks, è
apparentemente sconosciuta.
Barbanera non è l’unica storia
vera usata da Outer Banks
All’inizio della
serie, Outer Banks non era necessariamente
basato su una storia vera. Tuttavia, per quanto riguarda
l’atmosfera, lo slang e il rapporto tra chi ha e chi non ha, si è
basato sull’esperienza dei creatori Josh e Jonas Pate, cresciuti a
OBX. “Èsicuramente uno show di evasione”, ha dichiarato
Cline (via WWD).
“Rappresenta quello che tutti vorrebbero fare in questo
momento, ovvero stare sull’acqua, su una barca, senza dover stare
in casa.Vivere in stile Pogue, insomma”.
Tuttavia, ci sono anche delle
differenze. Non c’è nessuna faida tra Kooks e Pogues
nel vero OTX, poiché è stato creato appositamente per la
serie in streaming. Tuttavia, sebbene questi gruppi non esistano in
queste forme, sull’isola esiste un forte senso di separazione di
classe. Detto questo, non ci sono lotte tra le classi sociali.
Denmark Terry non è una
persona reale, ma è basato su Denmark Vesey.
Il personaggio di Denmark Tanny di
Outer Banks è invece più in linea con l’utilizzo di Barbanera nella
storia. La serie si è concentrata molto sul suo omonimo e sulla sua
eredità riguardo ai tesori nascosti. Denmark Terry non è una
persona reale, ma è basato su Denmark Vesey. Vinse una lotteria nel
1799, acquistò la libertà e avviò un’attività di successo. Tentò di
guidare una rivoluzione contro i proprietari di schiavi, ma fu
catturato e giustiziato.
Un’altra ispirazione reale
per Outer Banks è il Mercante Reale. Nella prima
stagione, i Pogues cercano il Royal Merchant, che si credeva fosse
andato perduto al largo degli Outer Banks nel 1829, con Denmark
Tanny come unico superstite. Una vera Royal Merchant è stata persa
in mare mentre salpava dalla Spagna nel 1641. Alcuni ritengono che
il Royal Merchant fosse pieno di oro e tesori e che nessuno abbia
mai ritrovato la nave. Il vero capitano di quella nave era John
Limbrey, e Carla Limbrey di Outer
Banks è la sua discendente nello show.
Cosa chiederesti al tuo te del
futuro? E se invece potessi parlare con il te del passato, che
consigli gli daresti? Nel primo caso, probabilmente, vorresti
sapere come sta andando la tua vita, cosa si è concretizzato e cosa
no, se sei diventato ricco, se hai una bella famiglia o se hai
viaggiato tanto quanto ti eri ripromesso. Nel secondo, invece,
potresti voler dare alcuni consigli, offrire una prospettiva
diversa sulla vita data l’esperienza in più, come ad esempio
godersi di più il tempo con le persone care. È esattamente ciò che
avviene in My Old Ass, il nuovo film della
regista Megan
Park (meglio nota come attrice ma fattasi notare
nel 2021 con la sua prima regia, La
vita dopo – The Fallout).
Da lei anche scritto (e prodotto
da Margot
Robbie), il film ci pone dinanzi ad entrambe queste
possibilità, configurandosi come un coming
of age tanto semplice e delciato quanto capace di
parlare dritto al cuore. My Old Ass non
è infatti interessato a fornire particolari dettagli su come le due
Elliott riescano a comunicare, né ambisce ad altri possibili
risvolti fantasy. Piuttosto, si muove a partire da questo incontro
per poi spostarsi subito oltre, verso un racconto “piccolo” ma nel
quale si racchiudono tutta una serie di emozioni, stati d’animo e
atmosfere che ci portano a ricordare quelle lezioni imparate troppo
tardi o quei momenti del passato che avremmo voluto stringere di
più a noi, se solo ne avessimo avuto una consapevolezza
diversa.
La trama di My Old
Ass
Il “vecchio culo” del titolo è
quello della
trentanovenne Elliott (Aubrey
Plaza), che appare davanti ad
un’incredula Elliott diciottenne
(Maisy Stella) mentre è in preda alle
allucinazioni causate da alcuni funghi ingeriti insieme alle sue
due migliori amiche. La giovane Elliott è infatti in procinto di
partire per Toronto, lasciandosi alle spalle la famiglia per
intraprendere una vita nuova e diversa da quella fino a quel
momento conosciuta. La serata di svago organizzata con le sue
amiche prende però una piega inaspettata quando appunto incontra la
sé stessa del futuro. Ciò che questa le dirà la spingerà a
riconsiderare il tempo che trascorre con i suoi cari, ma la metterà
anche in guardia da un
misteriso Chad (Percy Hynes
White).
Come scorre veloce il tempo
Chi ricorda l’ultima volta che si è
usciti a giocare con i propri amici? Viene chiesto anche nel film.
Nessuno pare ricordarlo e nell’accorgersene il cuore sembra
stringersi un po’ dalla malinconia. È questo il sentimento
che My Old Ass evoca mentre il suo
racconto progredisce, con la sua protagonista sull’orlo di un
grande cambiamento di vita. Un cambiamento che, come spesso accade,
oscura tutto ciò che di contorno ad esso c’è, portandoci a perdere
di vista quei piccoli dettagli in cui invece andrebbe riposto il
nostro cuore. Perché lì dove c’è una figlia che si affaccia alla
vita adulta, ci sono anche una madre e un padre che la guardano
dirigersi nel mondo e allontanarsi da loro.
Ed è dunque il tempo il principale
antagonista del film, più volte menzionato, maledetto e pregatodi
fermarsi o anche solo rallentare un po’. Di quanto sia crudele
Elliott ne è consapevole da subito, senza che occorra nessuna sé
del futuro a dirglielo, anche se la cosa le verrà ribadita
ugualmente. Ma per quanto lo si supplichi il tempo continua ad
ignorarci e procede dritto nella sua corsa. Ciò che si può fare,
dunque, è cercare di vivere al meglio possibile ogni attimo che si
ha a disposizione. Motivo per cui se prima Elliott tiene un conto
alla rovescia dei giorni che la separano dalla partenza, ben presto
inizierà a vivere quella scadenza con tutt’altro stato d’animo.
In particolare, su consiglio della
sé del futuro, inizia a spendere del tempo con la propria famiglia,
riscoprendo la gioia di quei legami che troppo spesso si riscoprono
e rimpiangono quando ormai hanno “cessato” di
esistere. My Old Ass si compone così dei
timidi avvicinamenti di Elliott ai fratelli, al padre e in
particolar modo a quella madre definita “seccante”, ma grazie alla
quale si avrà quella che è senza dubbio la scena più emotivamente
forte del film, nella quale si ritrova uno dei frammenti del cuore
di questo racconto. Una scena che contribuisce a far emergere tutta
la prorompente vitalità del film, sprigionando emozioni che
investono lo spettatore rimasto nel mentre senza alcuna difesa.
Maisy Stella è un autentico
dono
È dunque l’assoluto presente il
campo di indagine del film, che non a caso del futuro da cui
proviene l’adulta Elliott non ci dice o mostra nulla (tranne alcune
allarmanti sirene e l’invito a ripararsi nel seminterrato che
sentiamo durante una telefonata tra le due, nulla di buono dunque).
Elliott ha l’incredibile opportunità di dare più valore al suo
presente, di imparare a cogliere quell’attimo fuggente che può
rendere straordinaria la sua vita. La regista, dunque, si lascia
alle spalle i toni cupi e drammatici del suo precedente film per
dar vita ad un’opera seconda che è tra le cose più belle successe
al genere coming of age negli ultimi anni.
Un’opera semplicissima la sua, con
pochi essenziali personaggi, una manciata di ambienti e nessun
distraente virtuosismo, dove si lascia che siano i personaggi a
portare avanti il racconto con le loro parole, le loro speranze e
le inevitabili paure. Ecco perché, al termine della visione, sanno
rimanere nel cuore e nella mente dello spettatore. Personaggi con i
quali si sviluppa subito un’amicizia per la spontaneità con cui
sono raccontati, con grande attenzione a quelle “imperfezioni” che
li rendono umani. Il merito, però, sta anche nella bravura degli
interpreti, dal primo all’ultimo.
Se Aubrey
Plaza prosegue nel suo anno d’oro
dopo Megalopolis e Agatha
All Along, la vera scoperta è Maisy
Stella, cantante e attrice divenuta celebre per la
serie Nashville e qui al suo primo ruolo da
protagonista di un film. La sua generosità nei confronti del suo
personaggio è commovente, per la grazia con cui affronta i momenti
più leggeri e quelli più drammatici del racconto, giungendo sempre
al cuore dello spettatore con questo suo ritratto di una ragazza in
cui è facilissimo potersi riconoscere. Non per nulla, è stata
candidata come Miglior
esordiente ai Gotham Awards 2024.
La meraviglia di essere giovani e
stupidi
Si è parlato di “momenti
drammatici”, perché ce ne sono e arrivano in modo così naturale e
imprevisto da far rimanere spiazzati. Ma questa è la vita e il
segreto per affrontarla anche nei suoi lati peggiori è quella
magica combinazione di giovinezza e stupidità, che Elliott
rivendica fino all’ultimo. E allora via alla frenesia, tra lo
spensierato cazzeggio, una vivace colonna sonora e il susseguirsi
di una serie di splendidi ambienti che si fanno specchio della
libertà della protagonista. Libertà che, sappiamo, potrebbe
perdersi nel momento in cui si trasferirà in città. Una frenesia
che si ritrova ovviamente anche nell’amore che lentamente nasce tra
Elliott e Chad e che ben rievoca la meraviglia degli amori
giovanili.
Perché l’altra grande linea
narrativa del film è quella che lega Elliott a Chad, che ha dunque
a che fare con l’amore e ciò che questo sentimento può farci
scoprire di noi. My Old Ass è, in via
definitiva, un viaggio di scoperta, durante il quale si può anche
incappare nel dolore, che Elliott capirà però di non voler evitare.
Perché se è vero che un giorno questo dolore ti sarà utile (come
recita il titolo di un bel romanzo di formazione), allora
proteggersene non sarà di alcun aiuto, come si comprende in un
finale rapido ma di grande impatto. Meglio aprirsi alla vita, e nel
dirci ciò My Old Ass è un puro dono, una
carezza allo spettatore e un grintoso, divertente e commovente
invito a dare più valore al proprio tempo.
Il tema del rapimento sembra essere
stato estremamente sviluppato nel corso degli anni nel panorama
cinematografico. Si tratta talvolta di pellicole molto avvincenti,
dense di suspense e successivamente vincitrici anche di diversi
riconoscimenti, quali Il silenzio degli innocenti.
Don’t
move presenta un pattern simile a molti altri film
dello stesso genere: il rapimento di una giovane donna da parte di
un sociopatico. Diretto da Brian
Netto e Adam Schindler e
prodotto da Sam Raimi (Spider
man), Don’t move presenta un cast
formato da attori ben noti nel panorama cinematografico
internazionale: Finn Wittrock (La
grande scommessa,acque profonde)
interpreta qui il protagonista Richard, mentre Kelsey
Asbille (Fargo, Yellowstone)
è nel ruolo di Iris.
Don’t move: il rapimento
E’ mattina presto: Iris lascia il
suo letto quando ancora tutti dormono con il solo scopo di dire
addio a questo mondo. L’improvvisa morte de figlio Mateo ha fatto
si che lei non riuscisse ad avere più alcuna gioia nel continuare a
vivere. E proprio nel momento in cui sta per buttarsi giù dallo
stesso dirupo da cui era caduto il suo bambino un giovane la
convince a continuare a vivere.
Una volta scesi dalla
montagna però, lui la addormenta con un taser e la rapisce: qui ha
inizio l’incubo di Iris. Per quanto la donna riesca a liberarsi e a
scappare dal proprio aguzzino, la potente droga che lui le aveva
iniettato le avrebbe bloccato le funzioni motorie in meno di venti
minuti. Inizia così una terribile corsa per salvarsi la vita.
Le occasioni per scappare, salvarsi
o essere salvata sembrano essere diverse per Iris, ma Richard
sembra sempre avere la meglio.
Don’t move: una nuova voglia di
vivere
Primo elemento interessante che si
riscontra in Don’t move è come, mentre all’inizio del film Iris è
sul punto di togliersi la vita, nel momento in cui Richard la
rapisce per essere lui a ucciderla lei scappa. Certo, è da
considerare che, trattandosi di un killer psicopatico, l’assassinio
di Iris sarebbe stato solo l’atto finale. Ciononostante, la donna
ha diverse occasioni per raggiungere il suo intento iniziale, ma
non si suicida.
Da quando Richard la rapisce è come
se Iris avesse recuperato la voglia di vivere, e proprio per questo
lotta con ogni sua forza per cercare di sfuggire al terribile
destino che l’assassino gli vuole riservare.
Questo diventa quindi un punto di
riflessione sulla stessa psiche umana: nel vedere mettere a rischio
seriamente la propria vita, lo spirito di sopravvivenza prende il
sopravvento. Don’t move non si
differenzia in molto da altre pellicole più o meno famose sullo
stesso genere, se non per questo elemento.
Giocare a fare Dio
Don’t move si
focalizza totalmente su Iris e Richard, delineando gli stati
d’essere di entrambi. Di conseguenza, permette allo spettatore di
comprendere meglio anche il modo di pensare di Richard. L’assassino
sembra essere un chiaro esempio di psicopatia: ha un deficit
della mentalizzazione altrui, ovvero non riesce a provare
empatia, non è un soggetto delirante, agisce senza alcun senso di
colpa, vedendo gli altri esseri umani come meri oggetti da usare a
proprio piacimento.
Richard sembra agire
sistematicamente, avendo un modus operandi ben chiaro: sappiamo che
il suo target sono solo donne, lui stesso afferma di non aver mai
ucciso un uomo. Sceglie i fine settimana per divertirsi nelle sue
sevizie perché passa il resto della settimana con sua moglie e sua
figlia: ciò indica che solitamente vive una vita normale,
all’insaputa di tutti.
Il motivo per cui lo fa ci viene
spiegato direttamente dalle sue parole. Dopo la morte di Chloe, lui
si finalmente sentito “ricollegato”: vederla morire ha sbloccato
qualcosa in lui, qualcosa che aveva sentito rimanere latente fino a
quel momento. Poter vedere una persona morire lo aveva emozionato a
tal punto da voler rivivere quello stato d’animo. Il punto focale
della sua perversione è proprio “giocare a fare Dio”, ovvero avere
la vita di una persona tra le proprie mani, per poi vederla
morire.
Don’t move è in
definitiva un thriller molto forte, caratterizzato da un clima di
crescente suspense e tensione. Partendo da un silenzio quasi
inquietante nei primi minuti del film, già con l’inizio dei titoli
di testa il cuore degli spettatori fa un sobbalzo. Così le prime
scene in cui Richard riesce a convincere Iris a non suicidarsi e i
due scendono insieme come due amici giù dalla montagna restano solo
un ricordo lontano.
Outer Banks 4 – Parte 2 conclude la
penultima puntata dello show, portando i Pogues in Marocco alla
ricerca della Corona Blu, incontrando diversi nemici e facendo i
conti con perdite scioccanti. Il finale
della stagione 4, parte 1 di Outer
Banks ha lanciato la notizia bomba della
vera identità di JJ, rivelando che è il figlio di Chandler Groff e
Larissa Genrette. Questa rivelazione ha portato a molti momenti
importanti nella quarta stagione di Outer
Banks 4 – parte 2, con JJ e Groff che hanno scoperto
la loro tumultuosa relazione mentre il resto del cast
di Outer Banks cerca di salvare la loro casa dai
Kooks.
Mentre JJ si deteriora in un
comportamento antisociale, la sua relazione con Groff
porta Outer
Banks alla sua ultima stagione, mentre Pope fa i
conti con il suo futuro prima di impegnarsi nella vita dei Pogue.
Mentre John B. e Sarah ricevono una grande notizia, i Pogue si
riuniscono in una missione in Marocco per recuperare la Corona Blu,
un artefatto che potrebbe salvare la loro casa e scagionare i loro
presunti crimini nel caso in cui il perfido Groff venisse
catturato. Quest’avventura comprende diversi momenti importanti,
che definiscono la storia della quinta stagione di Outer
Banks attraverso un tesoro perduto, mercenari letali e la
morte di un personaggio importante che porta alla promessa di
vendetta.
JJ è davvero morto
in Outer Banks 4 – Parte 2?
Nella scena finale della quarta
stagione di Outer Banks 4 – Parte
2 Chandler Groff ritorna dopo essere stato
intrappolato in un pozzo da Rafe Cameron. Groff prende in ostaggio
Kiara, puntandole un coltello al collo. Nel tentativo di salvare la
sua ragazza, JJ convince Groff a liberarla. Tuttavia, Groff
accoltella JJ allo stomaco per vendicarsi del fatto che
quest’ultimo e i suoi amici lo hanno lasciato nel
pozzo. Alla fine di Outer Banks 4 – Parte
2, JJ muore e i Pogues organizzano un
funerale in onore del loro amico.
Sebbene Outer
Banks abbia avuto la tendenza a riportare in vita
personaggi precedentemente creduti morti, sembra che questa sia la
fine per JJ. Diversi momenti del finale della stagione 4, parte 2,
di Outer Banks fanno pensare a questo, dalla
triste rappresentazione dei Pogues che piangono JJ al funerale che
è stato organizzato per lui. Per un po’ di tempo sono circolate
voci che l’attore Rudy Pankow si stesse preparando a lasciare la
serie, e la morte di JJ significa sicuramente che non seguirà le
orme di Ward Cameron e Big John Routledge tornando dalla morte
nella quinta stagione di Outer Banks.
Caccia al tesoro della stagione
4 di Outer Banks:Chi riceverà la corona blu e
l’assetto della stagione 5: ecco come si spiega
L’obiettivo principale della quarta
stagione di Outer Banks è stata la caccia alla
Corona Blu, un manufatto presumibilmente magico legato alla storia
del pirata Barbanera e dei suoi numerosi amici e
nemici. Outer Banks 4 – Parte 2 porta
l’equipaggio lontano dall’OBX, in Nord Africa. Lì, i Pogues sperano
di trovare la Corona Blu, di venderla al giusto acquirente e di
utilizzare il denaro per salvare la loro nuova casa, soprannominata
Poguelandia 2.0. Per farlo, però, dovranno fare i conti con il
gruppo di mercenari chiamato Lupine Corsairs e con Chandler
Groff.
Dopo una serie di ostacoli, John B.
e Sarah scoprono che la Corona Blu deve trovarsi all’interno di una
statua situata in cima a una collina attorno alla quale è costruita
la fittizia città marocchina di Agapenta. Prendendo l’iniziativa,
JJ si arrampica fino alla cima della statua, recuperando la Corona
Blu e preparando apparentemente i Pogues a una vita di lusso e
pace. Purtroppo, la ricomparsa di Groff porta JJ alla difficile
decisione di salvare la vita di Kiara. Per farlo, JJ
consegna a Groff la Corona Blu, poco prima che
quest’ultimo accoltelli il primo.
Groff dice a Rafe che il suo
acquirente della Corona Blu si trova a Lisbona, in Portogallo.
Nel finale di Outer
Banks 4 – Parte 2 Groff ha la Corona Blu e JJ è
morto. Ciò dà il via alla storia della quinta stagione
diOuter Banks: i Pogues
seguiranno Groff a Lisbona, sia per recuperare – e
successivamente vendere – la Corona Blu, sia per ottenere giustizia
per la morte di JJ. Con la quinta stagione di Outer
Banks destinata a essere l’ultima dello show, il
confronto con Groff e il destino della Corona Blu saranno senza
dubbio l’epilogo della serie di successo di Netflix.
Il cambiamento del personaggio
di Rafe e le sue conseguenze per la quinta stagione di Outer
Banks
In Outer Banks 4 –
Parte 2 i Pogues trovano aiuto da una fonte
improbabile: Rafe. La storia di Rafe fino a questo momento lo ha
visto opporsi regolarmente ai Pogue, maOuter Banks 4 –
Parte 2, vede i loro interessi allinearsi. L’accordo che
Rafe ha stretto con Hollis Robinson nella quarta stagione
di Outer Banks, parte 1, fa parte del piano di Groff
per assicurarsi Goat Island. Rafe lo scopre presto e giura di
rintracciare Groff per recuperare il suo denaro. Questo avviene
mentre i Pogues vengono mostrati in fuga dai poliziotti di OBX.
Rafe e i Pogues collaborano per
convincere lo sceriffo Shoupe a lasciarli andare in Marocco a
condizione che riportino Groff, scagionando i Pogues, salvando il
lavoro di Shoupe e permettendo a Rafe di riavere i suoi soldi. Per
questo motivo, Rafe si unisce con riluttanza ai Pogues,
riconciliandosi infine con Sarah. Questo trasforma Rafe in un
antieroe nel finale della quarta stagione di Outer
Banks, parte 2, quando aiuta i Pogue a combattere i Corsari di
Lupine nella ricerca della Corona Blu.
Dato che Groff fugge con la Corona
Blu nella quarta stagione di Outer Banks, sembra che
il cambiamento di Rafe continuerà nella quinta stagione. È Rafe il
primo a proporre l’idea che i Pogues diano la caccia a Groff per
vendicarsi. Sebbene ciò sia probabilmente radicato nel
desiderio di Rafe di riavere i suoi soldi da Groff, egli è stato
certamente utile a John B. e alla sua banda nel finale della
stagione 4, parte 2, diOuter
Banks, preparandolo a un altro ruolo eroico nella
stagione finale dello show.
Il grande colpo di scena di
John B. e Sarah in Outer Banks 4 – Parte
2
Una delle più grandi rivelazioni di Outer Banks 4 –
Parte 2 è che Sarah è incinta. Questo porta Sarah a
essere protetta un po’ di più dai Pogues durante il loro viaggio in
Marocco, il che significa un grande cambiamento per la quinta
stagione. La quinta stagione di Outer
Banks chiarirà che la sicurezza di Sarah è della massima
importanza ora che è incinta, e darà anche a John B. un motivo in
più per riprendersi la Blue Crown da Groff nel tentativo di dare
alla sua famiglia in crescita la casa che merita.
Cosa è successo a Dalia, Lightner e ai Lupine Corsair
in Outer Banks 4 – Parte 2?
Gli antagonisti secondari di Outer Banks 4 – Parte
2 erano i Corsari di Lupine, i mercenari incaricati
di trovare la Corona Blu. Nel finale della quarta stagione
di Outer Banks, parte 2, il loro destino non è ancora
chiaro. Lightner, il principale soldato del gruppo, sembra essere
stato ucciso da Pope e Cleo per vendicare la morte di
Terrence. Per quanto riguarda Dalia e gli altri
uomini, invece, non sono stati visti dopo la morte di JJ, il che
probabilmente significa che torneranno nella quinta stagione
diOuter Banks, quando la
caccia alla Corona Blu si intensificherà.
Il vero significato del finale di Outer Banks 4
– Parte 2
Il monologo finale di Outer Banks 4 – Parte
2 riassume il vero significato del suo finale. Mentre
JJ muore, si sente John B. che gli fa l’elogio funebre, affermando
che il suo amico ha racchiuso così tanto in soli 20 anni di vita.
John B. afferma che JJ è il miglior amico che i Pogues potessero
avere, e da questo si può dedurre il vero significato del finale
di Outer Banks 4 – Parte 2. In generale, lo
show parla di amicizia ma, soprattutto, di vivere la vita al
massimo, come John B. ricorda JJ.
Inoltre, un altro elemento che il finale di Outer
Banks 4 – Parte 2 esplora riguarda il divario di
classe che è stato prevalente in tutto lo show. I Pogues vengono
mostrati letteralmente costretti a morire per mantenere una cosa
semplice come la loro casa, mentre i Kooks dell’OBX mostrano scarsa
considerazione per chiunque sia considerato al di sotto di loro. La
loro ricchezza e il potere che ne deriva garantiscono loro
qualsiasi cosa, mentre i Pogues sono costretti a mettersi in
pericolo per vivere liberamente. Questo aspetto sarà ulteriormente
approfondito nella quinta stagione di Outer
Banks, quando inizierà la ricerca finale della Corona
Blu.
Oggi, 7 dicembre 2024, arriva in
sala un’esplosiva commedia d’azione natalizia che promette di
scaldare le feste: Uno Rosso, film diretto
e co-prodotto da Jake Kasdan, ci
trasporta infatti in una elettrizzante avventura ai confini del
Polo Nord. Un nuovo capitolo all’interno del personale universo
d’avventura del regista, noto per aver diretto Jumanji
– Benvenuti nella giungla e il suo
sequel Jumanji:
The Next Level.
La sceneggiatura, firmata
da Chris Morgan, ci presenta un cast stellare
guidato da Dwayne
‘The Rock’ Johnson e Chris
Evans. Per la prima volta sullo stesso schermo, i due
attori danno vita a un improbabile duo incaricato di salvare il
Natale. Al loro fianco, un ricco ensemble di attori tra
cui Lucy
Liu, Kiernan
Shipka, Bonnie
Hunt e Wesley Kimmel. A
interpretare il mitico Babbo Natale è invece J. K. Simmons,
che dopo aver prestato la voce a Santa Clause nel film
d’animazione Klaus, torna a
vestire oggi gli stessi panni.
Prodotto da Amazon MGM
Studios, Uno Rosso è
distribuito da Prime
Video.
La trama di Uno
Rosso
Polo Nord. Vigilia di Natale.
L’atmosfera festosa viene improvvisamente turbata da un evento
sconvolgente: Babbo Natale è stato rapito. Conosciuto con il
codename “Rosso”, il vecchio è sparito nel nulla a poche ore dalla
notte della consegna dei doni. E per far fronte all’emergenza,
viene attivata la Task Force dell’ELF, un’unità d’élite incaricata
di proteggere il Polo Nord.
A guidare la missione di
salvataggio è Callum Drift (Dwayne Johnson), un agente speciale
dalla tempra d’acciaio e dalla grande esperienza in operazioni
clandestine. Al suo fianco, con l’obiettivo di fornire aiuto
esterno alla complicata operazione segreta, viene invece
selezionato Jack O’Malley (Chris Evans), famigerato ladro, dotato
di straordinarie abilità da segugio che gli consentono di
rintracciare chiunque, ovunque si nasconda.
Insieme, Drift e O’Malley si
imbarcheranno in un lungo viaggio in giro per il mondo e a contatto
con l’ignoto. In una corsa contro il tempo che, tra indizi da
scovare, ostacoli da superare e nemici da sconfiggere, li porterà a
svelare l’oscuro complotto che minaccia di rovinare per sempre la
festa più amata dai bambini. Riusciranno i due “eroi” a salvare
Babbo Natale e a ripristinare la gioia nel mondo?
Jake
Kasdan e la poetica dello sgraffignare
Era chiaro fin dai tempi
di Jumanji – Benvenuti nella
giungla: Jake Kasdan è sempre
stato un abile borseggiatore. Quasi come il Jack O’Malley di questo
suo nuovo Uno Rosso, ingaggiato con urgenza
per salvaguardare il Natale. O forse addirittura più scaltro, quasi
chirurgico nelle sue scelte. E se nel caso del reboot/sequel del
2017 le principali reference erano da ricercarsi all’interno del
filone videoludico/avventura modellato da Tron ed
eredi fin dagli anni ’80 (passando per eXistenZ e
similari, ma senza dimenticare l’influenza dell’allora
neonato Jurassic
World), per quest’ultimo progetto il regista rivolge
invece lo sguardo altrove.
Indiscutibilmente conscio del
materiale a disposizione e ben consapevole del target di un’opera
di questo genere – inevitabilmente destinata a un pubblico per lo
più composto da famiglie e giovani o giovanissimi
– Kasdan decide infatti di pescare da
buona parte dell’immaginario mainstream degli ultimi trent’anni. A
partire dalla celebre serie di Santa
Clause a cavallo tra anni ’90 e 2000 (da cui Uno
Rosso trafuga soprattutto le atmosfere del Santa
Clause è nei guai di Michael Lembeck) e arrivando a
mescolare con discreta naturalezza diverse componenti dello spy e
del buddy movie. Per quanto l’epicentro del terremoto narrativo del
film rimanga innanzitutto il solito e
insostituibile The Rock – ormai quasi
feticcio di Kasdan.
Uno Rosso è
The Rock
A fronte di un Chris
Evans che, abbandonata la purezza del Captain
America del MCU, torna qui a vestire i
panni del “cattivo” ed affascinante cazzone (già sondati in
occasione del primo Knives
Out di Rian Johnson, nel
2019), l’ipertrofia muscolare di The Rock,
estesa in questo caso anche al Babbo Natale
dell’ottimo J. K. Simmons,
rappresenta il restante 50% della coppia. La metà che tuttavia,
forse inevitabilmente, finisce per catalizzare ogni attenzione.
“Ti sembro umano?” domanda
del resto il personaggio di Dwayne
Johnson in uno dei rari momenti di respiro della
missione. E nel quesito risiede probabilmente l’essenza di una
delle icone più significative del cinema muscolare degli ultimi
vent’anni. Quasi che, più che di organi, sangue e tessuti,
l’indistruttibile corazza dell’attore sia più che altro frutto
della fusione delle tensioni superomistiche dei tanti personaggi a
cui ha prestato il corpo (dal Re Scorpione, a Luke Hobbs
e Black
Adam). E che dunque, memore del monologo del
tarantiniano Bill – nel film che dal suo villain prende
il nome, Dwayne
Johnson sia il vero alter ego di The
Rock, e non il contrario.
Di certo
per Kasdan il Natale è questione seria,
anzi serissima. E merita di essere difeso dai migliori. Sebbene
il film, per lo più commedia godibile e dalle buone trovate,
si perda qua e là in un discorso fin troppo prolisso ed
esteticamente traballante.
Un uomo dai mille
volti, un assassino insospettabile e altamente qualificato
infallibile nel suo lavoro: è lo Sciacallo, spietato cacciatore che
diventa preda quando, portato a termine l’ennesimo incarico di alto
profilo, si ritrova nel mirino dei servizi segreti inglesi. Il
racconto della sua leggendaria fuga e della caccia all’uomo in giro
per l’Europa che ne seguirà è al centro della nuova serie Sky
Original
The Day Of The Jackal, dall’8 novembre in
esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW.
Rivisitazione
contemporanea in 10 episodi dell’influente romanzo di Frederick
Forsyth “Il giorno dello sciacallo” e del successivo pluripremiato
film del 1973 della Universal Pictures, la serie vede protagonisti
il vincitore del premio Oscar®, del Tony e del BAFTA Award Eddie Redmayne (The Good Nurse,
La Teoria del Tutto), la vincitrice
del BAFTA Rising Star Award Lashana Lynch (Bob
Marley: One Love, The Woman King, No Time To Die) e la star internazionale
Úrsula Corbero (La Casa di Carta).
Assassino
solitario, sfuggente e implacabile, lo Sciacallo (Eddie Redmayne)
si guadagna da vivere uccidendo su commissione. Ma mentre è al
lavoro per il suo prossimo incarico, si trova ad affrontare un
avversario inaspettato, Bianca (Lashana Lynch), una tenace agente
dell’MI6, l’intelligence britannica, che si impegnerà in una
implacabile caccia all’uomo in giro per l’Europa per riuscire a
catturarlo.
Nel cast anche
Charles Dance (Il Trono di Spade, The King’s Man) nel
ruolo di Timothy Winthrop,Richard Dormer (Blue
Lights, Fortitude, Il Trono di Spade) in quello di Norman,
Chukwudi Iwuji (Guardiani della Galassia Vol.3,
The Split) nei panni di Osita Halcrow, Lia
Williams (The Capture, The
Crown) in quelli di Isabel Kirby, Khalid
Abdalla (The Crown, Il Cacciatore di
Aquiloni) che nella serie è Ulle Dag Charles, Eleanor
Matsuura (The Walking Dead, I Used To Be
Famous) nel ruolo di Zina Jansone, Jonjo
O’Neill (Andor, Bad Sisters) in quello di Edward Carver,
Nick Blood (Slow
Horses) che interpreta Vince e Sule Rimi
(Classified, Andor) e Florisa
Kamara (Eastenders) nei ruoli di,
rispettivamente, Paul e Jasmin Pullman.
Prodotta da
Carnival Films, parte di Universal International Studios,
una divisione di Universal Studio Group, The Day Of The Jackal è
stata commissionata da Sky Studios e Peacock. La serie è scritta e
adattata dallo showrunner Ronan Bennett, creatore e sceneggiatore
dell’acclamata Top Boy. Lead director della serie è Brian
Kirk, regista pluripremiato a livello internazionale (Il Trono
di Spade, Luther, Boardwalk Empire).
Gareth Neame e
Nigel Marchant sono produttori esecutivi per Carnival Films.
Redmayne e Lynch sono anche, rispettivamente, produttore esecutivo
e co-produttrice esecutiva. Sam Hoyle è produttrice esecutiva per
Sky Studios. Sue Naegle è produttrice esecutiva e Marianne Buckland
è co-produttrice esecutiva. Christopher Hall è produttore, Emily
Shapland è co-produttrice. Frederick Forsyth è consulting
producer.
La serie arriverà
su Sky e NOW nel Regno Unito, in Irlanda, in Italia, in Germania,
in Svizzera e in Austria e su Peacock negli Stati Uniti.
NBCUniversal Global TV Distribution si occupa delle vendite
internazionali.
Nei giorni diLucca Comics &
Games,
durante il primo panel ufficiale di Bonelli
Entertainment –
la divisione multimediale della Sergio
Bonelli Editore –
è stato annunciato l’adattamento cinematografico
di Lavennder,
graphic novel dalle tinte mistery realizzata
da Giacomo Bevilacqua nel
2017 e prima collaborazione dell’autore di A
Panda Piace con
la storica casa editrice milanese.
Abbiamo
incontrato Michele
Masiero e Vincenzo Sarno, rispettivamente
Direttore Editoriale e Responsabile Multimedia dell’azienda, per
farci raccontare qual è lo stato dei lavori di Bonelli
Entertainment, a partire dal lancio del nuovo
lungometraggio.
Dragonero: i Paladini, Legs Weaver
e I misteri di Mystère
Legs Weaver serie animata
Nel corso dei mesi
passati era già stata resa nota l’entrata in produzione della
seconda stagione di Dragonero: i Paladini, che, a giudicare dal materiale
proiettato nel corso del panel, appare già in uno stato
decisamente avanzato delle
lavorazioni. C’è poi la serie
animata di Legs Weaver, di cui è stato svelato il
tesser poster dall’ironico titolo “Legs Weaver odia i
cartoni animati”, e il podcast I
misteri di Mystère in collaborazione con OnePodcast e
per il quale è già disponibile il primo episodio.
Ma la fucina di Via
Buonarroti appare in piena attività e Michele
Masiero ci tiene specificare: “Tra i vari
progetti che stiamo realizzando, questi sono quelli che possiamo
rivelare, ma abbiamo diversi titoli in lavorazione.”
Il cinema continua però a
dimostrarsi il gioiello della corona dell’industria
dell’intrattenimento e il nuovo film Bonelli
Entertainment è il progetto che ha destato maggiore
interesse da parte del pubblico partecipante. Come mai è
stato deciso di adattare proprio Lavennder?
Vincenzo
Sarno: “Come Casa Editrice siamo specializzati in
racconti di generi ben distinti dalle storie sorprendenti ma
iscritte all’interno di cornici ben definite. E Lavennder, l’isola
che dà il titolo all’opera di Bevilacqua ci ha offerto l’arena
perfetta per i personaggi che vogliamo mettere in scena,
soprattutto per la protagonista, che non esito a definire la Final
Girl definitiva. Ma soprattutto eravamo
affascinati dalla narrazione di Giacomo che in ogni suo tratto,
ogni sua inquadratura, ha già un notevole sapore cinematografico. E
poi, lasciami dire che il grande twist che accompagna il finale
della storia, dando un senso straordinario a tutto, per noi è stato
fin dal primo momento un high concept irresistibile.”
Giacomo Bevilacqua, autore
di Lavennder, partecipa alla writers room
Qual è il
coinvolgimento attuale di Giacomo al momento?
Michele
Masiero: “Bonelli Entertainment nasce per portare
i fumetti Bonelli nella multimedialità, che sia la serialità
televisiva, l’animazione, i film, i videogiochi. Tutto nasce dalla
creatività del fumetto e poi diventa altro. Ci siamo posti come
obbiettivo fondativo di essere co-produttori di ognuna di queste
operazioni, affinché il lavoro dei nostri autori e del nostro
linguaggio venga rispettato, ovviamente con le modifiche che
l’adattamento richiede.
Partiamo da opere di
autori con cui abbiamo a che fare ogni giorno, come Giacomo e
Lavennder appunto, sarebbe assurdo esautorarli da questa
collaborazione. Partiamo da un confronto interno per capire quali
possono essere produttivamente e creativamente le cose da salvare,
da cambiare, da tagliare, da adattare e lo facciamo con un dialogo
costante con gli autori.”
“Certo, non è detto
che l’autore del fumetto venga per forza coinvolto anche in tutte
le fasi di scrittura del film –
continua Masiero – Nel caso
di Dampyr, però, Mauro Boselli, co-creatore del
personaggio di Harlan Draka insieme a Maurizio Colombo, ha
realizzato il soggetto dell’opera cinematografica e ha collaborato
con gli sceneggiatori del film, che pure sono autori Bonelli.
Per Lavennder,Giacomo Bevilacqua fin dal primo
momento ha partecipato alla writers room in cui, insieme
al regista, abbiamo posto le basi del progetto.”
L’arco di vita di Dampyr – il
film
Avete
nominato Dampyr. Nel 2018 il film è stato annunciato
al Lucca Comics, nel 2022 è stato proiettato,
pronto per la sala. Ne parliamo ora come di un film che ha compiuto
un arco vitale completo, passando dal mondo delle idee e dei
propositi, alla sala cinematografica, fino ad arrivare sulle
piattaforme di tutto il mondo e ottenendo un notevole successo
internazionale decisamente sorprendente dopo i primi tiepidi
risultati al botteghino. Qual è il vostro percepito del film alla
luce di questo percorso?
Masiero: “Non ci nascondiamo dietro a un
dito, ci aspettavamo un percorso diverso soprattutto nel lancio in
Italia. Il film è nato in era pre-COVID e ha dovuto fare i conti
con un mondo completamente diverso, con la crisi delle sale
cinematografiche, con l’avvento massiccio delle piattaforme. Era
stato pensato per il cinema e noi siamo super orgogliosi di averlo
presentato lì perché era quella la sua dimensione. Ha avuto una
falsa partenza, ma poi ci è esploso tra le mani in una maniera per
noi molto incoraggiante e inaspettata. Abbiamo una fan base in giro
per il mondo molto al di là delle nostre aspettative.
A questo punto, non
so se possiamo definire il percorso di Dampyr finito, spero di no
– continua – Nasceva come un film che avrebbe
dovuto dire anche altre cose, lo stesso finale dimostra che
dovrebbe essere così e stiamo cercando di dargli una vita
ulteriore… non tanto al film quanto al progetto Dampyr,
tenendo presente, per l’appunto, come dicevo prima, che che
rispetto a come eravamo partiti nelle intenzioni creative,
produttive e distributive del 2019, adesso il mondo è completamente
cambiato e siamo ripatiti con condizioni diverse.”
Sembra quindi che
sentiremo ancora parlare di Dampyr, se non al
cinema quindi, magari
in altre forme, forse più vicine alla serialità delle
piattaforme? Su Netflix USA,
d’altronde, il film ha spopolato, raggiungendo
il podio della Top 10 nella settimana del Ringraziamento,
negli Stati Uniti.
Le nuove regole post-COVID
Nessuno dei due si
sbottona, in merito, ma Vincenzo
Sarno precisa: “Il COVID ha segnato un prima
e un dopo nella storia recente, e per quanto ci sembri distante
adesso, ha cambiato per sempre regole che credevamoinscalfibili. Su quelle regole
avevamo costruito il ciclo di vita di Dampyr,
ma ora ne abbiamo altre e le stiamo percorrendo. Abbiamo imparato
sulla nostra pelle che ogni film vive un suo proprio personale
percorso proprio su quelle piattaforme che all’inizio venivano
tacciate di ‘bruciare’ i contenuti, ma che oggi si rivelano vere e
proprie teche che custodiscono cataloghi preziosissimi. In quel
mare di offerta, Dampyr ha imparato a nuotare da solo e ora come un
figlio che è andato via di casa e in ogni posto dove viene accolto
sta costruendo il suo essere ‘cult’”.
Insomma, una
palestra per quello che sarà il lavoro su Lavennder… Come navigate
in queste regole? Com’è lavorare nel mondo produttivo
italiano?
Sarno: “Viviamo un momento di ricerca
verso nuove strade, nella misura in cui le disposizioni di legge in
materia di sostegno ai Produttori e la pluralità del mercato dello
streaming, offrono vie ed opportunità che prima non esistevano.
Fino a poco tempo fa le serie televisive erano prodotte da Rai, poi
si è unita Mediaset, adesso i player in campo sono tantissimi. Le
leggi sul Tax Credit danno la possibilità al Produttore di
scegliere quali storie seguire. Prima era necessario andare a fare
grandi pitch a grandi studios, ora siamo noi lo studio, e per
questo dobbiamo ringraziare l’infrastruttura culturale in cui
viviamo. Così ci viene dato lo strumento per coccolare i nostri
personaggi.”
Bonelli è l’unica media
company in Italia che produce a 360 gradi per il mondo
dell’intrattenimento: film, serie, fumetti, videogiochi, podcast e
tanto altro. Com’è far parte di questa realtà così grande e
multiforme? Sentite una responsabilità verso il vostro
pubblico?
Masiero: “Non so se responsabilità sia al
parola giusta. Ci sentiamo responsabili nel dare a ogni progetto la
vita migliore, secondo noi. Potremmo anche peccare di presunzione,
ma lavoriamo di concerto con gli autori e siamo prima di tutto
innamorati della creatività che loro ci propongono. Da appassionati
cerchiamo di dare una vita ulteriore alla loro creatività. Siamo
responsabili perché siamo consapevoli di quello che vogliamo
realizzare. I fumetti possono essere fatti anche da tre persone
chiuse in una stanza, in questo mondo invece per costruire qualcosa
si devono mettere insieme realtà che sono estranee a noi, ma con le
quali vogliamo lavorare. Certo, ci piacerebbe che la velocità
editoriale, alla quale siamo abituati, si rispecchiasse anche in
queste produzioni. Ma qui le regole sono altre.”
Oltre al film
di Lavennder, a Lucca 2024 è stato annunciato
anche il podcast I misteri di Mystère, un ulteriore
mezzo di intrattenimento, un altro modo per raccontare i vostri
personaggi. C’è un linguaggio che non avete ancora affrontato e vi
piacerebbe sfruttare come autori e produttori?
“Tutti quelli ancora
da inventare!” Risponde
sorridendo Masiero. “Un reality… Oppure qualcosa di un po’ più antico, che si fa da
tanti
anni…” allude Sarno.“Beh
sì, non esistono solo gli schermi, ma anche le esperienze dal vivo
– fa eco Masiero – Magari stiamo già pensando a
qualcosa e l’annuncio ufficiale non è poi così lontano”.
L’impressione è che il
film di Lavennder sia davvero solo uno dei tanti
progetti in ballo, che ci sia già qualcosa di molto
caldo in pentola, volendo azzardare un’ipotesi, l’”esperienza
da vivo” e “qualcosa di un po’ più antico, che si fa da
tanti anni” sono due indizi che puntano dritti dritti alla
nobile arte del teatro, ma se questa supposizione sia giusta e
quale sarà la property coinvolta in questo nuovo
progetto non possiamo ancora saperlo.
Speriamo solo che
l’annuncio non si faccia troppo aspettare.
Intervista a Giacomo Bevilacqua,
autore di Lavennder
Diretta dall’acclamato duo
Raj e DK, Citadel: Honey Bunny segna l’inizio di una
nuova fase per il franchise di Citadel, estendendone la narrazione in un
contesto indiano. L’attesissimo spin-off della creazione dei
Fratelli Russo, disponibile su Prime
Video il 7 novembre, portando sullo schermo Varun
Dhawan e Samantha Ruth Prabhu nei panni dei protagonisti. I due
divi sono gli eredi di Matilda De Angelis e Lorenzo
Cervasio che in Citadel: Diana ci hanno intrattenuti e
divertiti, ma anche lasciati con il fiato sospeso. E le premesse di
Honey Bunny non lasciano dubbi: anche questa nuova
incarnazione del franchise promette scintille.
Citadel: Honey Bunny è
un’intrigante storia di spionaggio con un tocco unico
Raj e DK si sono
conquistati un ampio seguito con serie di successo come The Family
Man e Farzi, grazie alla loro capacità di fondere umorismo,
tensione e azione in storie complesse e realistiche. Con
Citadel: Honey Bunny, i registi continuano a
dimostrare la loro maestria, intrecciando la trama principale in un
universo di spionaggio che unisce mistero, tradimenti e legami
familiari. La storia segue i personaggi di Bunny, uno stuntman
dalla personalità tormentata interpretato da Varun
Dhawan, e Honey, una ex attrice dal passato complicato,
con il volto di Samantha Ruth Prabhu. I due, dopo
anni di separazione, si ritrovano per proteggere la loro figlia
Nadia, una missione che risveglia antiche rivalità e mette in
pericolo chiunque sia loro vicino.
Il segreto in una chimica
palpabile
La serie si avvale di un cast
talentuoso, con Dhawan e Ruth Prabhu che danno
vita a personaggi complessi e profondamente emotivi. Varun Dhawan,
noto per la sua versatilità e l’abilità di passare da ruoli
drammatici a quelli comici, esplora qui una dimensione più oscura
del suo repertorio, risultando credibile e intenso. Samantha Ruth
Prabhu, già apprezzata per la sua performance in The Family Man, si
conferma una delle attrici più talentuose della sua generazione,
donando al personaggio di Honey una fragilità intensa e uno spirito
indomabile, oltre alla prorompente presenza scenica. Il loro
legame, costruito sulla resilienza che alberga nelle loro vite
difficili, aggiunge profondità alla narrazione, coinvolgendo gli
spettatori che non avranno problemi a confrontarsi con un occhio e
un punto di vista distanti dal modus Occidentale.
Una regia avvincente e
scene d’azione mozzafiato
Grazie alla loro abilità nel
bilanciare scene d’azione intense con momenti di introspezione,
Raj e DK riescono a rendere Citadel: Honey
Bunny un’esperienza avvincente, senza mai rinunciare al
loro linguaggio regionale che si sposa alla perfezione con
l’ambizione internazionale del progetto Citadel, proprio come era
stato per Diana. La serie si distingue per l’uso intelligente delle
inquadrature e per una fotografia espressionista, che accentua
l’atmosfera tesa e ricca di suspense. Le sequenze d’azione
risultano tanto spettacolari quanto realistiche, nella migliore
tradizione indiana contemporanea, abbracciando gli eccessi e le
forzature e rendendoli canone irrinunciabile.
Una sfida di scrittura e una
visione globale
Dietro le quinte, la scrittura di
Sita Menon e Sumit Arora aggiunge
un tocco di freschezza e profondità alla trama, con dialoghi
incisivi e momenti che danno rilievo ai conflitti interiori dei
protagonisti. E se le specificità linguistiche sono fondamentali
per il progetto dei Fratelli Russo, la serie conferma la
grande attenzione ai temi globali intercettati anche negli altri
progetti paralleli: il controllo, il potere e la lealtà,
riflettendo il tema universale del franchise di Citadel. Tuttavia,
Honey Bunny riesce a proiettare queste tematiche nel posto, vicine
al pubblico indiano, offrendo una prospettiva unica che arricchisce
il contesto della narrazione principale.
Un’aggiunta di valore al franchise
di Citadel
Citadel: Honey
Bunny rappresenta una novità elettrizzante e potente nel
panorama delle serie d’azione, mantenendo il livello qualitativo
che i fan si aspettano dai lavori di Raj e DK. La serie non solo
esplora un lato più oscuro e drammatico dell’universo di
Citadel, intimo quasi, ma lo fa attraverso una
narrazione viscerale e coinvolgente. La chimica tra Varun
Dhawan e Samantha Ruth Prabhu, unita alla
regia innovativa e a una scrittura densa, garantiscono una storia
capace di coinvolgere anche un pubblico più occidentalizzato.
Storie di alieni strambi, fantasmi
invadenti, medium affascinanti e adolescenti pasticcioni abbondano
ormai nel catalogo di Netflix. Tuttavia, sono decisamente più rare le
narrazioni che uniscono elementi soprannaturali e fantascientifici
con tematiche sociali più cupe e complesse, come il bullismo,
l’abbandono e la vulnerabilità dei più giovani. È proprio
questo mix inusuale di giovani piantagrane e creature
ultraterrene, a volte in veste di inquietanti predatori
sessuali, a caratterizzare l’irriverente e disturbante
anime DanDaDan.
Prodotta dallo studio Science SARU,
DanDaDan è
una serie paranormale e soprannaturale basata
sul celebre manga omonimo scritto e illustrato da Yukinobu
Tatsu,
pubblicato anche in Italia dall’etichetta J-Pop. La serie, che ha
debuttato ufficialmente su Netflix e
Crunchyroll lo scorso 3 ottobre, è diventata
rapidamente uno dei battle shonen più discussi degli ultimi anni.
Probabilmente composta da una prima stagione di 12
episodi, l’anime
è attualmente in corso con la pubblicazione di un episodio a
settimana,
conquistando il pubblico grazie alla sua capacità di mescolare
azione, humor irriverente e tematiche adulte che vanno oltre i
confini del genere shonen tradizionale.
Cosa racconta
Dandadan?
DanDaDan è una tenera
e adrenalinica storia d’amore tra due adolescenti agli antipodi: la
bella, forte e intraprendente Momo
Ayase e l’insicuro nerd Ken
Takakura, che lei ribattezza
affettuosamente “Okarun”. Dopo essersi
conosciuti per caso, e spinti dalla curiosità e da un pizzico di
sfida, i due giovani decidono di mettere alla prova le proprie
opposte convinzioni sull’esistenza di alieni e spiriti maligni:
Momo, scettica verso l’idea di creature extraterrestri, crede
fermamente nei fantasmi, mentre Okarun è affascinato dagli alieni
ma dubita dell’esistenza del sovrannaturale.
Quella che inizia come una scommessa
innocente li trascina presto in un mondo oscuro e
pericoloso, in cui alieni e fantasmi non solo esistono, ma
sono minacce sinistre, spietate e viscide: da un lato, la razza
aliena di Serpo, con intenti brutali, rapiscono giovani donne per
sottoporle a crudeli esperimenti di riproduzione, tentando di
perpetuare la propria specie. Dall’altro lato, spettri spaventosi
(come l’insistente vecchia “turbo-nonna”) cacciano giovani uomini
per rubare loro ciò che più rappresenta l’essenza della virilità…
ovvero i cosiddetti “gioielli di famiglia”.
È così che questo bizzarro e
improbabile duo si ritrova coinvolto in un’avventura soprannaturale
che, tra un combattimento e l’altro, li avvicinerà sempre di più,
portandoli a scoprire cosa significhi davvero amare qualcuno e
acquisendo una nuova consapevolezza di se stessi e dei propri
sentimenti.
Oltre il soprannaturale:
tra horror e critica sociale
Fin dai primi minuti di
visione, DanDaDan si presenta al pubblico
come un anime provocatorio e iperbolico,
capace di fondere umorismo, romanticismo e critica sociale con una
buona dose di horror angosciante. L’opera sfrutta appieno la
fantasia, costruendo una trama assurda e paradossale
che non ha paura di esagerare, alternando con
abilità momenti leggeri e spiritosi ad altri più intensi e
drammatici. Questa alternanza di
toni contribuisce a mantenere alta l’attenzione dello
spettatore, rendendo l’esperienza visiva imprevedibile,
coinvolgente e mai noiosa.
Nel corso della
narrazione, DanDaDan esplora
anche temi ben più complessi e delicati,
come la violenza di genere e lo stupro,
trattato con un approccio non superficiale e decisamente
controverso. Mentre i protagonisti, Momo e Okarun, affrontano le
sfide che il destino e le misteriose forze sovrannaturali pongono
sul loro cammino, l’anime non si limita semplicemente a raccontare
le loro avventure, ma scava in profondità, trattando con grande
sensibilità e, talvolta, un tocco di crudezza, il tema
della violenza sessuale e delle dinamiche di potere che la
accompagnano. Un esempio di questo approccio si vede fin
dall’inizio della serie, quando Momo affronta la volgare
sfacciataggine del ragazzo di cui era infatuata, o poco dopo,
quando la vediamo combattere contro alieni predatori sessuali (che
non sono scelti a caso con le sembianze di grossi e inquietanti
uomini) per difendere la propria verginità.
Un altro momento particolarmente
toccante si svolge intorno alla figura della “turbo-nonna”, che si
rivela essere uno spirito maligno nato dalle anime
tormentate di ragazze violentate, uccise e
abbandonate in quello stesso tunnel in cui Okarun ha
il suo primo incontro paranormale. Questa inaspettata rivelazione
aggiunge un ulteriore strato di complessità alla serie, mostrando
come DanDaDan non solo esplori tematiche particolarmente dolorose e
attuali, ma lo faccia con un’intensità emotiva che rende la storia
ancora più profonda e significativa di quanto appare.
Un anime che merita una
possibilità
Nonostante sia attualmente
disponibile solo la prima metà della
stagione, DanDaDan è già riuscito a conquistare
sia gli appassionati di anime sia il pubblico meno avvezzo al
genere, grazie a un perfetto mix di azione, elementi
fantastici e crudo realismo. La produzione ha investito
notevoli sforzi per rendere omaggio al manga di
Yukinobu Tatsu, cercando di rimanere il più fedele
possibile all’opera originale, con animazioni dinamiche e curate
nei minimi dettagli che danno vita a un’esperienza visiva
assolutamente degna dell’attenzione del pubblico di Netflix.
Particolarmente interessanti sono
anche i dettagli grotteschi ed esagerati con cui sono
stati realizzati i mostri di DanDaDan, che
ricordano le assurde e iconiche creature horror di Junji Ito,
maestro del genere per il suo stile unico. Questi tocchi rendono la
serie inconfondibile, offrendo una visione originale e provocatoria
dell’horror.
In
definitiva, DanDaDan è un anime
bizzarro e fantasioso che, con un’estetica distintiva
e una scrittura schietta e ironica, racconta una
toccante storia di crescita, amore e forze oscure… molto più
tangibili e reali di alieni e fantasmi.
Outer Banks è stata rinnovata per
la quinta stagione da Netflix,
che sarà anche l’ultima dello show. La notizia precede di poco il
debutto della seconda
parte della quarta stagione della serie il 7 novembre. I
creatori e produttori esecutivi della serie, Jonas Pate, Josh Pate
e Shannon Burke, hanno condiviso la notizia della stagione finale
in un “Dispaccio a tutti i Pogues”, che può essere letto
integralmente qui sotto.
I tre co-creatori hanno dichiarato
nel comunicato di aver avuto l’ispirazione per scrivere la serie
nel 2017, quando si sono imbattuti in una fotografia di un gruppo
di adolescenti al tramonto su una spiaggia.
“All’epoca, sette anni fa,
sembrava impossibile che saremmo riusciti a raccontare l’intera
storia di cinque stagioni, ma eccoci qui, alla fine della quarta
stagione, ancora in fase di lavorazione”, hanno scritto.
“La quarta stagione è stata la più lunga e la più difficile, ma
la più gratificante, da produrre. La stagione si conclude con un
episodio di lunghezza notevole, che riteniamo essere il nostro
episodio migliore e più potente. Speriamo che anche voi la pensiate
così”.
“Ora, con un po’ di tristezza, ma
anche di eccitazione, ci lasciamo alle spalle la quarta stagione e
ci dedichiamo alla quinta, in cui speriamo di riportare a casa i
nostri amati Pogues nel modo in cui abbiamo immaginato e
pianificato anni fa”, hanno continuato. “La quinta stagione
sarà la nostra ultima e pensiamo che sarà la migliore. Speriamo che
vi unirete a noi per un’altra remata verso il surf break”.
Cosa c’è da sapere su Outer
Banks
Il cast della quarta stagione della
popolare serie YA comprende: Chase Stokes, Madelyn
Cline, Madison Bailey, Jonathan Daviss, Rudy Pankow, Carlacia
Grant, Drew Starkey, Austin North, Fiona Palomo, J. Anthony Crane,
Pollyanna McIntosh, Brianna Brown, Rigo Sanchez, Mia Challism e
Cullen Moss.
Outer
Banks ha dimostrato di essere un grande successo per
Netflix. La prima
parte della stagione 4 è stata nella classifica Top 10 di
Netflix in lingua inglese nelle ultime tre settimane, mentre la
serie stessa ha trascorso 27 settimane in totale nella Top 10 dal
suo rilascio originale nel 2020.
Netflix ha anche
iniziato a espandere il mondo intorno allo show con eventi dal
vivo. Di recente lo streamer ha ospitato il secondo evento
“Poguelandia” a Los Angeles, con la partecipazione di 2500 fan.
L’evento ha visto l’esibizione di artisti come GloRilla e Remi
Wolf, oltre a merchandise, foto e altro ancora. Netflix ha anche
lanciato il gioco mobile “Netflix Stories: Outer Banks”.