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Il Colore della Libertà, il trailer del film con Lucas Till

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Il Colore della Libertà, il trailer del film con Lucas Till

Ecco il trailer di Il Colore della Libertà, l’ultimo film del regista candidato all’Oscar Barry Alexander Brown con la produzione esecutiva di Spike Lee, che vede nel cast: Lucas Till, Lucy Hale, Cedric The Entertainer e Brian Dennehy. Tratto dal libro di memorie di Bob Zellner, il film racconta la storia vera del movimento per i diritti civili degli anni ’60.

Tratto dal celebre libro di memorie The Wrong Side of Murder Creek: A White Southerner in the Freedom Movement di Bob Zellner e Constance Curry, Il Colore della Libertà ripercorre alcuni degli anni più bui della storia degli Stati Uniti, quelli della ferocia del Ku Klux Klan e delle battaglie fondamentali per la fine della segregazione razziale.

Il Colore della Libertà, la trama

Ambientato negli anni ’60, la pellicola offre un ritratto reale e coraggioso del giovane Bob Zellner, nipote di un membro della setta razzista (interpretato dal talentuosissimo Lucas Till) che si ritrova, suo malgrado, a dover scegliere ad un certo punto della sua vita da che parte della storia voler stare.

Il regista schiva con audacia gli stereotipi narrativi anglosassoni del “giovane bianco” che si erge a paladino, restituendo un ritratto crudo e reale, fatto anche di contraddizioni e inquietudini, di un giovane che si ritrova a fare i conti con un risveglio morale del tutto inaspettato e per cui dovrà scontrarsi anche con gli affetti a lui più cari. Nel film le storie dei singoli personaggi si incontrano e si alternano con immagini di repertorio, in cui si riconosce in modo inequivocabile il percorso decennale del regista al fianco di Spike Lee come suo montatore. Barry Alexander Brown riesce, così, a restituire con estrema verosimiglianza tutte le assurdità e le crudeltà degli Stati del Sud di quegli anni – le stesse che, purtroppo, ancora oggi vengono denunciate dal movimento di Black Lives Matter – mostrandosi come un vero e proprio “grido di rivolta”, un monito a non dimenticare il passato, a continuare a raccontare un pezzo di storia che oggi più che mai è di grande attualità.

Il Colore della Libertà al cinema il 2 dicembre

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Il Colore della Libertà al cinema il 2 dicembre

Debutterà  2 dicembre con Notorious Pictures, Il Colore della Libertà, l’ultimo film del regista candidato all’Oscar Barry Alexander Brown con la produzione esecutiva di Spike Lee, che vede nel cast: Lucas Till, Lucy Hale, Cedric The Entertainer e Brian Dennehy. Tratto dal libro di memorie di Bob Zellner, il film racconta la storia vera del movimento per i diritti civili degli anni ’60.

Tratto dal celebre libro di memorie The Wrong Side of Murder Creek: A White Southerner in the Freedom Movement di Bob Zellner e Constance Curry, Il Colore della Libertà ripercorre alcuni degli anni più bui della storia degli Stati Uniti, quelli della ferocia del Ku Klux Klan e delle battaglie fondamentali per la fine della segregazione razziale.

Il Colore della Libertà, la trama

Ambientato negli anni ’60, la pellicola offre un ritratto reale e coraggioso del giovane Bob Zellner, nipote di un membro della setta razzista (interpretato dal talentuosissimo Lucas Till) che si ritrova, suo malgrado, a dover scegliere ad un certo punto della sua vita da che parte della storia voler stare.

Il regista schiva con audacia gli stereotipi narrativi anglosassoni del “giovane bianco” che si erge a paladino, restituendo un ritratto crudo e reale, fatto anche di contraddizioni e inquietudini, di un giovane che si ritrova a fare i conti con un risveglio morale del tutto inaspettato e per cui dovrà scontrarsi anche con gli affetti a lui più cari. Nel film le storie dei singoli personaggi si incontrano e si alternano con immagini di repertorio, in cui si riconosce in modo inequivocabile il percorso decennale del regista al fianco di Spike Lee come suo montatore. Barry Alexander Brown riesce, così, a restituire con estrema verosimiglianza tutte le assurdità e le crudeltà degli Stati del Sud di quegli anni – le stesse che, purtroppo, ancora oggi vengono denunciate dal movimento di Black Lives Matter – mostrandosi come un vero e proprio “grido di rivolta”, un monito a non dimenticare il passato, a continuare a raccontare un pezzo di storia che oggi più che mai è di grande attualità.

Il colore del melograno: il film diretto da Sergej Paradjanov

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Il colore del melograno: il film diretto da Sergej Paradjanov

Il colore del melograno (Sayat Nova, titolo originale modificato dalle autorità sovietiche in Brotseulis kvaviloba – Sayat Nova) è il capolavoro del 1968 diretto da Sergej Paradjanov. L’opera racconta la vita del poeta armeno del XVIII secolo Sayat Nova, non attraverso una narrazione tradizionale ma tramite una serie di tableaux viventi, ricchi di simbolismo e visioni oniriche. Infanzia e adolescenza, il servizio presso il principe, l’amore proibito per sua figlia, il ritiro in convento e infine la morte per mano dei soldati persiani: ogni fase dell’esistenza del poeta è evocata per immagini, in una dimensione rituale e metaforica che trascende il realismo narrativo.

Un cinema di poesia

Ci sono molti modi per raccontare una vita. Chi ha detto che al cinema sia necessario attenersi a una narrazione lineare? Il colore del melograno è probabilmente uno degli esempi più limpidi di “cinema di poesia”. Paradjanov sceglie di non “raccontare” ma di visualizzare l’esistenza del poeta attraverso il linguaggio della metafora, dei simboli e delle immagini frontali, sospese, fuori dal tempo.

Sayat Nova, considerato il più grande poeta armeno, apparteneva alla tradizione degli ashughi, simili ai trovatori occidentali. Paradjanov, più che restituire una biografia fedele, cerca di tradurre in immagini l’essenza della sua poesia, evocandone l’universo interiore.

Simbolismo e ritualità

Una delle prime sequenze mostra Sayat bambino che dispone libri sui tetti di un convento e vi si stende sopra con le braccia aperte, in un’immagine che anticipa il suo futuro martirio. In un’altra scena, la mano del giovane poeta rimane schiacciata tra due volumi mentre un sacerdote lo esorta a leggere “per il popolo”: un gesto che diventa correlativo oggettivo della poesia come missione e al tempo stesso come fardello.

Il film alterna riti religiosi, mestieri quotidiani, gesti intimi, restituendo i “colori e gli aromi” del mondo che formò l’immaginazione poetica di Sayat Nova. L’amore per la figlia del principe è reso con sguardi e movimenti rituali, mentre la morte del poeta è rappresentata da immagini di forte potenza visionaria, come il suo corpo disteso tra candele mentre galli, svolazzando, finiscono per bruciarsi.

Un linguaggio tra oriente e occidente

L’impressione dominante è quella di assistere a un rituale. Ogni gesto, ogni oggetto, sembra spiritualizzato e rimandare a una realtà altra. Le inquadrature frontali, quasi bidimensionali, ricordano le miniature medievali e il teatro Nō giapponese, più che il cinema narrativo occidentale. Lo spazio diventa così sospeso, onirico, irriducibile a un tempo realistico.

Un film censurato e scomodo

Non stupisce che un’opera di questo tipo, impregnata di spiritualità e surrealismo, abbia incontrato l’ostilità dell’URSS. Il governo sovietico impose la modifica del titolo originario Sayat Nova in Il colore del melograno e accusò Paradjanov di essersi discostato dal realismo socialista. Le pressioni non si fermarono al piano artistico: il regista venne condannato a cinque anni in un campo di prigionia con accuse infondate di omosessualità e furto. Solo grazie alla mobilitazione di artisti e colleghi venne liberato, ma per anni gli fu impedito di lavorare.

Eredità e riscoperta

Oggi Il colore del melograno è considerato un caposaldo della storia del cinema, amato e lodato da autori come Tarkovskij e Fellini per la sua potenza visionaria. Rimane però un film difficile da reperire, disponibile soprattutto in edizioni DVD della Ruscico e della Kino.

Il destino dell’opera sembra riflettere quello stesso di Sayat Nova: la poesia come missione e insieme martirio. Paradjanov conferma così che i veri poeti – anche quelli del cinema – sono sempre scomodi, capaci di inquietare e di resistere al tempo e alla censura.

Il colore dei soldi: la spiegazione del finale del film

Il colore dei soldi: la spiegazione del finale del film

Il colore dei soldi, diretto da Martin Scorsese nel 1986, è tratto dal romanzo omonimo di Walter Tevis, pubblicato nel 1984 come sequel del celebre La stangata (1961). Il film riprende il mondo del biliardo professionistico, focalizzandosi sugli anni successivi alla carriera di “Fast” Eddie Felson, interpretato da Paul Newman, che riprende il ruolo che gli era valso l’Oscar nel primo film. A fargli da contraltare troviamo Tom Cruise nei panni di Vincent Lauria, giovane talento promettente e arrogante, e Mary Elizabeth Mastrantonio come Carmen, figura chiave nelle dinamiche di ambizione e seduzione.

Il film appartiene al genere drammatico-sportivo, con un forte accento sullo studio dei rapporti umani e delle dinamiche di potere. Scorsese utilizza il mondo del biliardo come metafora della vita e del rischio, tra inganni, scommesse e rivalità. Il racconto esplora temi come l’avidità, il desiderio di riscatto, la passione per il gioco e il rapporto maestro-allievo, evidenziando le tensioni tra esperienza e gioventù, abilità e arroganza, integrità e corruzione.

Rispetto ad altri film sul mondo del gioco e delle scommesse, Il colore dei soldi si distingue per l’intenso lavoro sui personaggi e per la regia che mescola tensione narrativa e virtuosismo visivo. Il confronto con La stangata o con altri titoli sul biliardo evidenzia l’attenzione di Scorsese non tanto al gioco in sé, quanto alle relazioni, alla morale e al prezzo della fama e del successo. Nel resto dell’articolo, verrà proposta un’analisi approfondita del finale del film e del suo significato rispetto alla vicenda di Eddie e Vincent.

Paul Newman e Tom Cruise in Il colore dei soldi
Paul Newman e Tom Cruise in Il colore dei soldi

La trama di Il colore dei soldi

Eddie Felson commercia in liquori, ma fino a venti anni prima al biliardo come lui ce n’erano pochi. Da allora non ha più impugnato la sua amatissima stecca. Una sera, in una fumosa sala da gioco, individua in Vincent Lauria un giovane un pò spaccone dalle qualità eccezionali. Vincent gira gli States con Carmen, la sua ragazza, vince con allegria, ma è troppo impetuoso e gli mancano riflessività e certe malizie. I due fanno un accordo: gireranno da quel momento insieme da una località all’altra ed Eddie provvederà a tutta l’organizzazione, riservandosi il 60% delle vincite del ragazzo. Questi dovrà però apprendere molto, soprattutto imparando anche a saper perdere al momento giusto, per attirare al suo biliardo competitori ben forniti di quattrini.

Tra fortune opportunamente cercate ed alternate, il trio viaggia e Eddie incassa: l’esperienza dell’uno equilibra il candore e l’impeto dell’altro. In un grande torneo tra campioni, Vincent mette in pratica gli insegnamenti del maestro e ormai inseguirà da solo mete ambiziose, stimolato da Carmen, per la quale ormai sono la fama e i dollari che contano, mentre Eddie rappresenta un momento superato. Eddie però ha ritrovato la fiducia in se stesso e, inforcando un paio di occhiali da presbite, ricomincia con pazienza quasi da zero, allenandosi come un novizio con rinnovato entusiasmo.

La spiegazione del finale del film

Nel finale, Eddie decide di tornare quindi a giocare seriamente dopo aver osservato Vincent alle prese con la sua arroganza e la difficoltà a seguire i consigli sul gioco sottotono. Nel terzo atto, Eddie partecipa al torneo di Atlantic City, affrontando una serie di avversari esperti. Dopo aver vinto alcune partite, si trova in semifinale contro Vincent, il giovane talento che ha seguito e formato. Prima dell’incontro, Vincent gli rivela di aver truccato la loro partita precedente per garantirgli una vincita. Questo gesto sancisce la fiducia tra i due e prepara il terreno per il confronto finale, all’insegna della competitività e del rispetto reciproco.

Nel torneo, Eddie affronta Vincent in un match privato decisivo, dopo aver deciso di giocare esclusivamente secondo le proprie abilità. La tensione cresce mentre entrambi i giocatori mostrano le loro capacità migliori, alternando colpi di grande tecnica e intuizione strategica. Il gioco è serrato e l’abilità di Eddie emerge pienamente, rivelando la sua esperienza e la sua comprensione profonda del biliardo. Il confronto non riguarda solo la vittoria economica, ma la rivincita personale di Eddie, che dimostra di essere tornato ai massimi livelli, sia come giocatore sia come uomo.

Paul Newman in Il colore dei soldi
Paul Newman in Il colore dei soldi

Il finale mostra come Eddie recuperi la propria identità di campione senza ricorrere a inganni o manipolazioni. La scena del match privato con Vincent evidenzia la maturità acquisita da entrambi: Eddie guida il giovane talentuoso, ma rispetta le sue capacità, mentre Vincent impara a temperare il suo ego. Questo momento sottolinea la crescita dei personaggi e il superamento del bisogno di truccare le partite per vincere. Il confronto finale rappresenta la consacrazione della lezione di vita impartita da Eddie e del suo ritorno a un gioco onesto, basato su abilità e strategia.

Il finale serve anche a completare i temi principali del film, come l’equilibrio tra esperienza e giovinezza, il valore della fiducia e dell’integrità nel mondo del gioco d’azzardo. La scelta di Eddie di giocare seriamente simboleggia il superamento della paura del fallimento e del desiderio di facili guadagni. Il film chiude il ciclo narrativo iniziato con La stangata, mostrando come Eddie abbia trovato un equilibrio tra competizione e morale, insegnando al contempo a Vincent a diventare un giocatore consapevole e rispettoso, capace di gestire il talento senza ego smisurato.

Il messaggio che il film lascia allo spettatore riguarda la perseveranza, la crescita personale e l’integrità. La vittoria finale di Eddie non è solo economica, ma simbolica: egli riconquista il rispetto di sé e degli altri, trovando un equilibrio tra ambizione e onestà. Il rapporto con Vincent e Carmen evidenzia come mentorship, fiducia e collaborazione possano portare a risultati duraturi. Il colore dei soldi mostra che il successo autentico nasce dalla combinazione di abilità, esperienza e saggezza, dimostrando che il vero trionfo è quello morale, oltre che sportivo.

Il collezionista: la spiegazione del finale del film con Morgan Freeman

Gli anni Novanta sono stati particolarmente importanti per il genere thriller, che ha durante questi visto riformulare i propri canoni e i limiti versi cui spingersi sempre di più. Titoli come Seven, Copycat, Il fuggitivo, Il cliente o Il rapporto Pelican sono solo alcuni esempi delle tante declinazioni che questo genere ha assunto nel tempo. Un altro celebre film di questo genere è Il collezionista, diretto nel 1997 da e basato sull’omonimo romanzo poliziesco dello scrittore statunitense James Patterson.

Si tratta del primo adattamento cinematografico dei suoi romanzi dedicati al criminologo Alex Cross, a cui seguiranno Nella morsa del ragno, ed il prequel Alex Cross – La memoria del killer. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a Il collezionista. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alla spiegazione del finale. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La trama e il cast di Il collezionista

Protagonista del film è Alex Cross, psicologo e criminologo per conto della polizia, che sta cercando da giorni sua nipote misteriosamente scomparsa. Sebbene Hatflied, a capo delle indagini, e gli agenti Nick e Davey, non siano d’accordo con l’intromissione dell’uomo, ritenendolo inopportuno e di intralcio, Alex va comunque con loro nel South Carolina, dove è stata ricoverata una donna sopravvissuta a un maniaco conosciuto come Casanova. La vittima si chiama Kate McTiernan, una giovane dottoressa determinata e coraggiosa.

La donna era stata rapita all’interno del suo appartamento da un uomo detto “il collezionista”, soprannominato così perché solito sequestrare e collezionare bellissime donne. Riuscita a fuggire dal luogo in cui egli tiene tutte le sue prede, Kate può ora essere fondamentale per Alex per scoprire qualcosa di più su questo collezionista, che ritiene responsabile anche della sparizione di sua nipote. La coppia comincia a mettere insieme numerosi indizi, ma quello che arrivano a scoprire li spiazzerà completamente, mettendoli entrambi in grave pericolo.

Il collezionista trama
Morgan Freeman e Bill Nunn in Il collezionista. © 1997 Paramount Pictures

Nel ruolo di Alex Cross vi è l’attore Morgan Freeman, che ha ottenuto la parte dopo che Denzel Washington vi ha rinunciato per via di altri impegni. Ad interpretare Kate McTiernan vi è l’attrice Ashley Judd, nota anche per i thriller Colpevole d’innocenza e High Crimes – Crimini di Stato. L’attrice ha preso lezioni di kick-boxing prima di girare il film e ha insistito per fare molti dei suoi stunt. Completano il cast Cary Elwes nel ruolo del detective Nick Ruskin, Alex McArthur in quello del detective Davey Sikes, Brian Cox nel ruolo di Hatfield e Tony Goldwyn in quello di Dr. William Rudolph.

La spiegazione del finale

Alex scopre, con l’aiuto del PDR, che a Kate è stato somministrato un farmaco chiamato Sistol. Scopre che un chirurgo plastico di nome Will Rudolph ha ordinato un sacco di Sistol due anni fa. Ma la parte intrigante è che l’uso del Sistol per la chirurgia plastica è vietato. Lui rivela di averlo ordinato con l’intento di curare la leucemia. Ma, in un posto piccolo, ordinare una quantità così grande di Sistol fa sì che Alex dubiti ancora di più di Rudolph e si convince che sia lui stesso Casanova o che possa condurli a Casanova.

Cominciano così a seguirlo senza avvisare la polizia di Durham. Lo seguono fino ad un pub, dove Rudolph viene visto parlare con una giovane donna. Nel modo in cui si approccia a lei, Kate riconosce l’uomo con cui ha a sua volta interagito e conferma che si tratta di Casanova. Rudolph, però, riesce a sfuggire ai due, arrivando anche a ferire Alex. Per quest’ultimo e Kate diventa allora vitale individuare il luogo dove vengono tenute prigioniere le donne rapire.

Il collezionista Ashley Judd Morgan Freeman
Morgan Freeman, Ashley Judd e Richard T. Jones in Il collezionista. © 1997 Paramount Pictures

Nel frattempo, Rudolph giunge proprio in tale ambiente segreto, dove si scopre che però non è lui Casanova, ma ne è il complice. I due iniziano a litigare e Casanova spara un proiettile in direzione di Rudolph, anche se solo per minacciarlo. Il suono viene però udito da Alex, trova davanti ad uno degli ingressi che conducono alla grotta. Entratovi, riesce finalmente a catturare Rudolph e a liberare le ragazze, anche se Casanova riesce a sfuggirgli.

Alex può dunque riabbracciare sua nipote e ora che tutto sembra quasi finito, Kate lo invita a casa sua per cena. Nella sua stanza d’albergo, Alex trova però improvvisamente delle somiglianze tra il messaggio scritto a mano da Casanova e la firma del detective Nick Ruskin. Nel frattempo, Nick è venuto a completare il suo cerchio uccidendo Kate. Scopriamo così che Casanova è il detective Nick Ruskin. Kate non conosce la sua vera identità e lo accoglie a casa.

Ben presto, però, capisce che Nick è l’assassino, poiché inizia a parlare in modo molto simile al vero Casanova. Proprio nel momento in cui Nick sta per far saltare in aria l’appartamento sfruttando una fuga di gas, Alex arriva sul luogo e gli spara usando una busta del latte in modo che lo scoppio non faccia esplodere la casa. Alla fine, Casanova muore dunque tra le mani di Alex mentre va ad abbracciare Kate, che sta ancora tremando di paura per il suo secondo scontro con l’assassino.

Il trailer di Il collezionista e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di Il collezionista grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Apple TV, Prime Video, Paramount+ e Netflix. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video.

Il collezionista di ossa: libro, trama e cast del film con Denzel Washington

Nel lungo elenco dei thriller più celebri degli anni Novanta si ritrova anche Il collezionista di ossa, uscito in sala nel 1997 per la regia di Phillip Noyce, autore già affermatosi grazie ad altre note pellicole di questo genere. La storia ruota qui intorno ad un misterioso serial killer con un modo molto personale di uccidere, mentre il protagonista Lincoln Rhyme dovrà risolvere il caso prima che sia troppo tardi. Il personaggio del criminologo Rhyme viene qui adattato per la prima volta per il grande schermo dopo essere diventato particolarmente celebre nel mondo letterario.

Il personaggio nasce infatti dalla penna dell’acclamato scrittore Jeffrey Deaver, che ha costruito proprio sul Ciclo di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs la sua grande fortuna. Dal 1997 ad oggi, questo si compone di ben 16 romanzi, grazie ai quali si è consolidata la fama del personaggio. Da subito gli studios si sono interessati a realizzare un film sul primo di questi libri, e con il supporto della Universal ciò è divenuto una realtà in breve tempo. Avvalsosi di alcuni tra gli attori più in voga al momento, Il collezionista di ossa ha così raggiunto le sale, accolto con grande entusiasmo.

Pur ricevendo recensioni contrastanti, il film riuscì infatti ad affermarsi al box office, dove ottenne un buon risultato. A fronte di un budget di circa 48 milioni di dollari, il titolo arrivò infatti ad incassarne circa 151 in tutto il mondo. Meritevole di essere riscoperto ancora oggi, tanto per le sue grandi interpretazioni quanto per l’intreccio del mistero lo anima, Il collezionista di ossa presenta diverse curiosità da scoprire prima di una nuova visione. Di seguito si approfondiranno dunque queste, come anche le piattaforme streaming dove è possibile trovare e rivedere comodamente il film.

Il collezionista di ossa: la trama del film

Protagonista del film è il detective Lincoln Rhyme, uno dei migliori criminologhi di tutta New York. Nel corso della sua carriera ha infatti risolto numerosi complessi casi grazie alla sua acuta capacità di osservazione. All’attività sul campo ha poi unito anche quella di scrittore, divenendo un affermato autore di best seller di genere crime, nei quali riversa molte delle sue esperienze professionali. La sua bella vita si infrange però improvvisamente nel momento in cui a causa di un incidente si ritrova paralizzato alle braccia e alle gambe. Tale nuova situazione getta Rhyme in uno stato di profondo sconforto, portandolo a decidere di voler ricorrere al suicidio per porre fine ai suoi dolori.

A fermare il detective dal compiere il gesto estremo arriva però un improvviso caso, che per complessità sembra fatto apposta per Rhyme. A proporlo al criminologo è la poliziotta Amelia Donaghy, la quale gli chiede di aiutarla nella risoluzione di quella che è a tutti gli effetti una scia di omicidi ad opera di uno stesso serial killer. Pur se inizialmente riluttante, Rhyme finisce con l’accettare, e la collaborazione tra i due porta alla scoperta di nuovi dettagli che stringono la cerchia dei sospettati. In breve, i due individuano il modus operandi dell’assassino, al quale però manca ancora un volto. Ciò che Rhyme non sa, però, è che questo prevede come gran finale una vittima a loro ben nota. Arrivare alla risoluzione del caso quanto prima sarà l’unico modo per impedire che il delitto si compia.

Il collezionista di ossa cast

Il collezionista di ossa: il cast del film

Per conquistare ulteriormente l’attenzione degli spettatori, i produttori del film si avvalsero della partecipazione di alcuni celebri interpreti di Hollywood per i ruoli principali. Al premio Oscar Denzel Washington è stato infatti assegnato il ruolo del detective Lincoln Rhyme. Un personaggio per il quale l’attore si è preparato leggendo diversi dei romanzi di Deaver, studiandone caratteristiche e personalità. Documentatosi anche per quanto riguarda il mestiere del criminologo, l’attore ha avuto modo di rendere ulteriormente realistica e credibile la propria interpretazione del personaggio. Accanto a lui, nel ruolo di Amelia Donaghy vi è invece Angelina Jolie. Oggi acclamata e popolare, all’epoca del film la Jolie non era ancora particolarmente nota, e fu proprio Il collezionista di ossa a farle guadagnare ulteriore notorietà.

Nel film si ritrova poi l’attore Michael Rooker, oggi noto per il ruolo di Yondu in Guardiani della Galassia, e qui impegnato ad interpretare il ruolo dell’incompetente detective Howard Cheney, subentrato a Rhyme in seguito all’incidente di questi. La celebre attrice e cantante Queen Latifah, apprezzata in particolare nel film Chicago, dà qui vita all’infermiera di Rhyme, Thelma. Gli attori Mike McGlone e Ed O’Neill, quest’ultimo noto per il ruolo di Jay in Modern Family, interpretato invece i detective Kenny Solomon e Paulie Sellitto. Luiz Guzman, celebre caratterista di Hollywood, ricopre invece il ruolo del detective Eddie Ortiz. L’attore Bobby Cannavale veste qui i panni di Steve, fidanzato di Amelia. Infine, l’attore Leland Orser, divenuto celebre per essere una delle vittime del thriller Seven, ricopre qui il ruolo di Richard Thompson, responsabile della manutenzione delle macchine di Rhyme.

Il collezionista di ossa: il trailer e dove vedere il film in streaming

Gli appassionati del film possono fruirne grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Il collezionista di ossa è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Chili Cinema, Google Play e Apple iTunes. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale.

Il collezionista di ossa in streaming è disponibile sulle seguenti piattaforme:

Fonte: IMDb

Il collezionista di ossa, spiegazione del finale: cosa scopre Lincoln Rhyme e il vero volto dell’assassino

Il thriller del 1999 diretto da Phillip Noyce e interpretato da Denzel Washington e Angelina Jolie costruisce la sua tensione attorno a un’idea semplice ma potentissima: un uomo immobilizzato che risolve crimini attraverso la mente. Il collezionista di ossa (The Bone Collector) è però molto più di un classico procedural, perché il suo finale ribalta le regole del gioco e trasforma la caccia all’assassino in un confronto personale e psicologico.

Fin dalle prime sequenze, il film suggerisce che l’assassino non sia solo un criminale metodico, ma qualcuno che conosce profondamente le dinamiche investigative. Il finale, infatti, non si limita a svelare l’identità del killer, ma ridefinisce il rapporto tra cacciatore e preda, portando il conflitto su un piano intimo e disturbante che coinvolge direttamente Lincoln Rhyme.

Cosa succede davvero nel finale de Il collezionista di ossa: la rivelazione dell’assassino e lo scontro finale

Il punto di svolta arriva quando l’indagine, apparentemente ormai indirizzata verso una soluzione logica, viene improvvisamente deviata da un dettaglio che cambia tutto. L’assassino non è un estraneo lontano, ma qualcuno che ha avuto accesso diretto alla scena investigativa: Richard Thompson, apparentemente un infermiere incaricato di assistere Lincoln Rhyme.

Questa rivelazione non è solo un classico colpo di scena, ma una costruzione narrativa precisa. Thompson si è infiltrato nella vita di Rhyme, osservando ogni passaggio dell’indagine, studiandone le abitudini e anticipandone le mosse. Il killer, quindi, non gioca contro la polizia: gioca direttamente contro Rhyme, trasformando ogni omicidio in una sfida personale.

Lo scontro finale avviene proprio nello spazio più intimo e vulnerabile: la casa di Rhyme. Qui il protagonista, immobilizzato e apparentemente indifeso, è costretto a usare esclusivamente l’intelligenza e la capacità di manipolare la situazione. Il confronto si ribalta quando Amelia Donaghy riesce a intervenire, trasformando quello che sembrava un finale inevitabile in un momento di resistenza e sopravvivenza.

Il significato del finale: controllo, vulnerabilità e il bisogno di dominio del killer

Il collezionista di ossa cast

Il cuore del finale non è l’identità dell’assassino, ma ciò che rappresenta. Richard Thompson non è semplicemente un serial killer: è l’incarnazione del bisogno di controllo assoluto. Le sue azioni non sono casuali, ma costruite come un gioco intellettuale in cui ogni vittima è un tassello e ogni indizio una provocazione.

In questo senso, il confronto con Lincoln Rhyme assume un valore simbolico fortissimo. Rhyme è un uomo che ha perso il controllo sul proprio corpo ma mantiene un dominio totale sulla mente; Thompson, al contrario, ha il controllo fisico ma cerca disperatamente una legittimazione intellettuale attraverso il confronto con un genio.

Il finale mette quindi in scena uno scontro tra due forme di potere: quello mentale e quello fisico. La vittoria di Rhyme non è solo la sopravvivenza, ma la riaffermazione della superiorità della mente sulla brutalità. Allo stesso tempo, Amelia rappresenta il ponte tra questi due mondi: è lei che trasforma la teoria in azione, rendendo possibile la sconfitta del killer.

Come il finale si inserisce nel thriller degli anni ’90 e nella regia di Phillip Noyce

Per comprendere davvero il finale de Il collezionista di ossa, bisogna inserirlo nel contesto del thriller degli anni ’90, un decennio dominato da opere come Seven e Il silenzio degli innocenti. In questo panorama, il film di Noyce si distingue per una scelta precisa: spostare il centro dell’azione dalla fisicità all’intelletto.

La regia di Noyce costruisce un ambiente chiuso, quasi claustrofobico, dove la tensione nasce più dalla parola e dall’analisi che dall’azione. Il finale è coerente con questa impostazione: non è uno scontro spettacolare, ma un duello mentale che esplode improvvisamente in violenza solo negli ultimi momenti. Questa scelta rafforza l’identità del film e lo rende un esempio interessante di thriller “da camera”, in cui lo spazio limitato diventa un elemento narrativo centrale. Il killer che entra nella casa di Rhyme non invade solo un luogo fisico, ma rompe un equilibrio costruito su distanza e controllo.

Cosa suggerisce il finale: il futuro di Rhyme e il senso della sua sopravvivenza

Dopo lo scontro finale, ciò che resta non è solo la cattura dell’assassino, ma una trasformazione profonda del protagonista. Lincoln Rhyme, che all’inizio del film considera l’idea dell’eutanasia come una via d’uscita, trova nel confronto con Thompson una nuova ragione per restare.

Il finale suggerisce che il vero cambiamento non è esterno ma interiore: Rhyme accetta la propria condizione e riscopre un senso nel continuare a vivere e a pensare. Amelia, dal canto suo, evolve da poliziotta insicura a investigatrice consapevole, pronta a raccogliere l’eredità intellettuale del suo mentore. In questo senso, Il collezionista di ossa chiude il suo racconto non con una semplice vittoria sul male, ma con una riflessione più ampia: anche nella totale immobilità, la mente può restare uno spazio di libertà, e proprio lì si gioca la vera partita.

Il collezionista di ossa è una storia vera? Da dove nasce il film e cosa c’è di reale

Quando si guarda Il collezionista di ossa, è facile avere la sensazione che dietro la storia ci sia qualcosa di reale. Il livello di dettaglio nelle indagini, la precisione degli indizi e la costruzione dei crimini danno l’impressione di un racconto radicato nella cronaca più che nella pura finzione.

Questa percezione diventa ancora più forte nel finale del film, quando la rivelazione dell’identità dell’assassino e il confronto diretto con Lincoln Rhyme trasformano la storia in qualcosa di estremamente concreto e disturbante. È proprio quel tipo di svolta narrativa – intima, plausibile e radicata nella logica investigativa – a far pensare che tutto possa essere ispirato a un caso reale.

In realtà, il film diretto da Phillip Noyce non è basato su una storia vera, ma nasce da un romanzo di Jeffery Deaver. Questo però non significa che sia scollegato dalla realtà: al contrario, il suo realismo è costruito con grande precisione.

Il collezionista di ossa non è una storia vera, ma nasce da un romanzo costruito su basi realistiche

Il film è l’adattamento del romanzo The Bone Collector (1997), primo capitolo della serie dedicata a Lincoln Rhyme. Jeffery Deaver costruisce una storia completamente inventata, ma lo fa partendo da un impianto credibile, fatto di tecniche investigative reali e procedure forensi autentiche.

Questo è il motivo per cui anche il finale — con il killer che si rivela vicino alla vittima e perfettamente inserito nel sistema investigativo — funziona così bene: non è solo un colpo di scena, ma una soluzione coerente con le regole del mondo raccontato.

La figura di Rhyme, pur romanzata, si ispira a consulenti reali della polizia scientifica, mentre il killer riflette modelli comportamentali studiati in ambito criminologico. Non esiste un caso specifico dietro la storia, ma una somma di elementi reali rielaborati in chiave narrativa.

Perché sembra una storia vera: il realismo delle indagini e la costruzione del killer

Denzel Washington e Angelina Jolie in Il collezionista di ossa (1999)
Cortesia di © Universal Pictures

La sensazione di realtà nasce da un equilibrio molto preciso tra scrittura e messa in scena. Le indagini non sono spettacolari, ma metodiche; gli indizi non sono casuali, ma costruiti come un sistema logico che porta lo spettatore a partecipare attivamente alla risoluzione del caso.

Anche il finale contribuisce a questa percezione: il fatto che l’assassino sia qualcuno già presente nella vita del protagonista rafforza l’idea di un crimine possibile, non eccezionale. È una scelta narrativa che sposta la paura dal “mostro esterno” al “pericolo interno”, rendendo tutto più vicino e quindi più credibile.

Il killer non è mai sopra le righe: agisce seguendo una logica precisa, coerente con studi reali sulla psicologia criminale. Questo approccio evita la caricatura e rende la storia più immersiva.

Il contesto del thriller anni ’90: tra finzione e realismo investigativo

Negli anni ’90 il thriller cambia pelle, diventando più analitico e meno spettacolare. Film come Seven e Il silenzio degli innocenti introducono un nuovo modo di raccontare il crimine, basato su psicologia, indagine e tensione mentale.

Il film di Noyce si inserisce perfettamente in questo contesto, puntando su un realismo costruito che rende ogni dettaglio credibile. Il finale, in particolare, segue questa linea: non cerca l’effetto spettacolare, ma un confronto diretto e plausibile tra killer e protagonista.

È proprio questa coerenza stilistica a far percepire la storia come “vera”, anche quando non lo è.

Cosa c’è di reale nel film: tra criminologia, forense e costruzione narrativa

Se la storia non è basata su un fatto realmente accaduto, molti degli elementi che la compongono derivano dal mondo reale. Le tecniche investigative, il ruolo dei consulenti forensi e le dinamiche tra i personaggi sono costruite su basi autentiche.

Anche il modo in cui il killer costruisce i suoi crimini — lasciando indizi e seguendo una logica precisa — si ispira a modelli studiati nella criminologia. Questo rende il film un esempio efficace di come la finzione possa utilizzare la realtà per aumentare il proprio impatto.

In definitiva, Il collezionista di ossa non è una storia vera, ma è progettato per sembrarlo. Ed è proprio questa ambiguità, rafforzata anche dal suo finale così realistico e personale, a renderlo ancora oggi così coinvolgente.

Il collezionista di carte, recensione del film di Paul Schrader

Il collezionista di carte, recensione del film di Paul Schrader

Definito sul red carpet il King of Venice vista la massiccia presenza di suoi lavori al festival (oltre al film in concorso anche Dune e la serie HBO Scenes from a Marriage) Oscar Isaac ha cominciato questa sua avventura al Lido come protagonista del film The Card Counter di Paul Schrader, distribuito in Italia in 232 sale cinematografiche a partire dal 3 settembre con il titolo più ridondante de Il Collezionista di Carte. Il film prodotto da Martin Scorsese, conserva il carattere duro e deciso dei precedenti film di Schrader e si concentra su pochi personaggi mostrandocene le varie sfaccettature. Il passato e i fantasmi che in esso si tentano di seppellire, un po’ i Leitmotive di questa mostra, sono centrali anche nella sceneggiatura di The Card Counter.

Il collezionista di carte, la trama

William “Tell” Tillich, Oscar Isaac per l’appunto, è un ex detenuto che mantenendo un basso profilo e “accontentandosi” di vincere piccole somme passa le sue giornate in solitaria spostandosi da un casinò all’altro giocando a Black Jack e contando le carte.

Vive nelle camere dei motel che, di volta in volta cambia, come un fantasma senza lasciare traccia. Nonostante i suoi tentativi di passare inosservato, viene però notato da La Linda (Tiffany Haddish) una donna che si occupa di mettere in contatto giocatori di poker promettenti con possibili investitori ma declina l’offerta.

Un giorno in uno dei tanti casinò dove sta giocando Tell si imbatte in un seminario sulla sicurezza tenuto dal maggiore John Gordo (Willem Dafoe), sua vecchia conoscenza, e le cose cambieranno. A quel punto il giocatore sarà costretto a richiamare La Linda e ad accettare la sua proposta per provare a chiudere i conti con il suo vissuto aiutando un ragazzo (Tye Sheridan) che condivide con lui, anche se indirettamente, un’esperienza traumatica.

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Oscar Isaac stars as William Tell in THE CARD COUNTER, a Focus Features release.
Credit: Courtesy of Focus Features

Solida regia e ottimo ritmo

La regia di Paul Schrader è solida e ritmata, il film coinvolge e intrattiene ma allo stesso tempo prende una chiara posizione politica e mette in luce un vergognoso fatto della storia recente troppo presto ripiombato nell’ombra.

Il passato del protagonista ci viene svelato tramite l’uso del flashback che attraverso le orchestrazioni messe in atto dalla regia di Schrader trascineranno visivamente anche lo spettatore nel vortice dei ricordi favorendo maggiormente la comprensione dei motivi che spingono il personaggio ad agire e i sensi di colpa che lo tormentano.

Chi correrà al cinema aspettandosi un film sul gioco della carte sul modello di 21 di Robert Luketic rimarrà sicuramente deluso, non è quella l’intenzione di Schrader che sfrutta un’ambientazione accattivante per raccontare la sua storia, ciò risulta ancora più chiaro nelle fasi finali del film in cui la partita più importante da giocare sarà quella lontana dal tavolo. Isaac regala un’interpretazione credibile e suadente, di concerto con il resto del cast ben amalgamato. 

Il collezionista di carte, dal 3 settembre al cinema. Ecco il trailer

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Lucky Red è lieta di annunciare l’arrivo nelle sale cinematografiche dal 3 settembre de Il collezionista di carte, scritto e diretto da Paul Schrader con Oscar Isaac, Tye Sheridan, Tiffany Haddish e Willem Dafoe.

Il film sarà presentato in concorso alla 78. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

La trama de Il collezionista di carte

Dei fantasmi del passato non ci si libera così facilmente. Prodotto da Martin Scorsese e in concorso al Festival di Venezia, il nuovo film di Paul Schrader vede Oscar Isaac nel ruolo di William Tell, un ex militare che vive come giocatore d’azzardo professionista e attira l’interesse di una misteriosa finanziatrice.

La vita ordinaria di Tell viene però sconvolta dall’incontro con Kirk (Tye Sheridan), un giovane in cerca di vendetta contro un nemico comune.

Il Colibrì: trailer del film con Pierfrancesco Favino

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Il Colibrì: trailer del film con Pierfrancesco Favino

Guarda il trailer del film Il Colibrì di Francesca Archibugi scritto da Laura Paolucci, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi, tratto dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi Premio Strega 2020 edito da La Nave di Teseo, è interpretato da Pierfrancesco Favino, Kasia Smutniak, Berenice Bejo, Nanni Moretti, Laura Morante, Sergio Albelli, Benedetta Porcaroli, Massimo Ceccherini, Alessandro Tedeschi, Fotiní Peluso, Francesco Centorame, Pietro Ragusa, Valeria Cavalli.

Il Colibrì è prodotto da Domenico Procacci per Fandango con Rai Cinema e co-prodotto da Anne-Dominique Toussaint per Les Films des Tournelles – Orange Studio e sarà nelle sale dal 14 ottobre distribuito da 01 Distribution. Sui titoli di coda del film, la cui colonna sonora è firmata da Battista Lena, e nel trailer, un brano inedito di Sergio Endrigo e Riccardo Sinigallia dal titolo “Caro amore lontanissimo”. Un capolavoro ritrovato dal prezioso catalogo editoriale di Sugarmusic, in collaborazione con Concertone, che Claudia Endrigo, figlia del grande cantautore, ha voluto affidare unicamente alla voce di Marco Mengoni. Le vendite internazionali de Il Colibrì sono a cura di Fandango Sales.

Il Colibrì: le prime foto dal set con Pierfrancesco Favino

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Il Colibrì: le prime foto dal set con Pierfrancesco Favino

Sono iniziate le riprese de Il Colibrì, film di Francesca Archibugi, prodotto da Domenico Procacci, una produzione Fandango con Rai Cinema  e tratto dal romanzo di Sandro Veronesi vincitore del Premio Strega 2020.

Nel cast di Il Colibrì a interpretare il protagonista Marco Carrera, il “Colibrì”, Pierfrancesco Favino, Nanni Moretti nel ruolo dello psicoanalista Carradori e Kasia Smutniak in quello di Marina Molitor. Nel ruolo di Luisa Lattes, il grande amore di Marco Carrera, Berenice Bejo. Laura Morante e Sergio Albelli sono i genitori di Marco, nel ruolo della sorella Irene Fotinì Peluso e in quello del fratello Giacomo Alessandro Tedeschi. Benedetta Porcaroli è invece Adele, la figlia di Carrera e a interpretare “l’Innominabile” Duccio, Massimo Ceccherini.

La sceneggiatura del film è firmata da Francesca Archibugi, Laura Paolucci e Francesco Piccolo, la fotografia da Luca Bigazzi, la scenografia è curata da Alessandro Vannucci, i costumi sono di Lina Nerli Taviani e il make up and special effects di Lorenzo Tamburini. A cura di Esmeralda Calabria il montaggio.

“Un libro bellissimo nel quale mi sono identificata come se fosse la mia autobiografia. Attori di  bravura commovente. La possibilità di raccontare la vita di un gruppo di uomini e donne in età differenti, e insieme un pezzo di vita del nostro paese. Sono spaventata e felice” dichiara Francesca Archibugi.

La compagine produttiva composta da Fandango con Rai Cinema si arricchisce di una preziosa collaborazione internazionale con la francese Les Films des Tournelles di Anne-Dominique Toussaint che insieme a Fandango aveva già prodotto Respiro di Emanuele Crialese.
 
Il film sarà distribuito in Italia da 01 Distribution mentre le vendite internazionali sono a cura di Fandango Sales, che inizierà le trattative di prevendita a Cannes. Le riprese avranno luogo a Roma, Parigi, Firenze e al Monte Argentario e una durata di 9 settimane. Il romanzo, pubblicato in Italia nel 2019 dalla casa editrice La Nave di Teseo, sarà tradotto in 25 lingue.

Il colibrì: dal cast alle location, tutto quello che c’è da sapere sul film

Vincitore del Premio Strega 2020, il romanzo Il colibrì ha nuovamente imposto Sandro Veronesi come uno degli scrittori più importanti e noti in Italia. Già noto per Caos Calmo, Veronesi affronta qui quella che viene descritta come la “strenua lotta che facciamo tutti noi per resistere a ciò che talvolta sembra insostenibile”. Il romanzo ripercorre infatti una vita intera tra dolori e amori. Dato il suo successo, anch’esso è diventato poi un film nel 2022 per la regista di Francesca Archibugi.

Il colibrì (qui la recensione), è stato dunque presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2022, dove è stato apprezzato per la capacità di aver saputo riportare il complesso racconto di Veronesi sullo schermo, avvalendosi di un cast di celebri interpreti del panorama italiano. Molto apprezzata, però, è stata anche la colonna sonora, caratterizzata dal brano Caro amore lontanissimo, cantato da Marco Mengoni e poi candidato come Miglior canzone originale ai David di Donatello.

Per chi ha letto il libro – ma anche per chi non lo avesse fatto – è dunque questo un titolo da non perdere, capace di appassionare per la forza del suo racconto così umano. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a Il colibrì. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alle location dove si sono svolte le riprese. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Il colibrì cast

La trama di Il colibrì

È il racconto della vita di Marco Carrera, “il Colibrì”, una vita di coincidenze fatali, perdite e amori assoluti. La storia procede secondo la forza dei ricordi che permettono di saltare da un periodo a un altro, da un’epoca a un’altra, in un tempo liquido che va dai primi anni ‘70 fino a un futuro prossimo. È al mare che Marco conosce Luisa Lattes, una ragazzina bellissima e inconsueta. Un amore che mai verrà consumato e mai si spegnerà, per tutta la vita. La sua vita coniugale sarà un’altra, a Roma, insieme a Marina e alla figlia Adele.

Marco tornerà a Firenze sbalzato via da un destino implacabile, che lo sottopone a prove durissime. A proteggerlo dagli urti più violenti troverà Daniele Carradori, lo psicoanalista di Marina, che insegnerà a Marco come accogliere i cambi di rotta più inaspettati. Il Colibrì è la storia della forza ancestrale della vita, della strenua lotta che facciamo tutti noi per resistere a ciò che talvolta sembra insostenibile. Anche con le potenti armi dell’illusione, della felicità e dell’allegria.

Il colibrì Kasia Smutniak

Il cast e le location del film

Protagonista nel film, nel ruolo di Marco Carrera da adulto, vi è l’attore Pierfrancesco Favino. Il personaggio da giovane è invece interpretato da Francesco Centorame, attore divenuto celebre per il ruolo di Elia nella serie Skam Italia. Recitano poi nel film Nanni Moretti nel ruolo dello psicoanlisita Daniele Carradori, Kasia Smutniak in quello di Marina Molitor, moglie di Marco e Benedetta Porcaroli nel ruolo di sua figlia Adele. Completano il cast Berenice Bejo nel ruolo dell’amata Luisa Lattes e Laura Morante in quello di Letizia Carrera. L’attrice Fotinì Peluso, infine, è Irene Carrera.

Per quanto riguarda le location, la villa al mare dove si svolgono tutti gli avvenimenti più significativi della vita di Marco Carrera, si trova in Maremma, tra Capalbio, Porto Ercole (Monte Argentario) e Ansedonia, frazione del comune di Orbetello. Le riprese si sono poi svolte anche a Roma, ma in particolar modo a Firenze, la città dell’infanzia di Marco. Nelle riprese fiorentine sono state coinvolte piazza Savonarola, piazza Santo Spirito, piazza del Mercato Nuovo, ponte Santa Trinita.

Il trailer del film e dove vederlo in streaming e in TV

È possibile fruire di Il colibrì grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Apple TV e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 11 settembre alle ore 21:30 sul canale Rai 1.

Il colibrì, recensione del film con Pierfrancesco Favino e Nanni Moretti

Una vita tranquilla, almeno apparentemente, è quella immaginata da Sandro Veronesi nel suo romanzo vincitore del Premio Strega 2020. Una storia difficile da sintetizzare e ricca di temi importanti, che Francesca Archibugi porta in sala – a partire dal 14 ottobre (distribuito da 01 Distribution) – nel film omonimo Il Colibrì. Scelto come titolo d’apertura della rinnovata Festa del Cinema di Roma, e inserito nella sezione Grand Public dedicata al cinema per il grande pubblico, il nuovo film della regista di Vivere colpisce al cuore, ma non solo, visto il cast All-Star riunito per l’occasione.

Quelli di Nanni Moretti e Pierfrancesco Favino spiccano tra i nomi di Kasia Smutniak, Berenice Bejo, Laura Morante, Benedetta Porcaroli, Massimo Ceccherini, Fotiní Peluso e Pietro Ragusa – tra gli altri – ed è paradossalmente tra loro due che si sviluppa il rapporto più importante in Il Colibrì. Tra tante relazioni, amorose o familiari, grandi amori e insopportabili dolori, la tensione che lega Daniele e Marco cambia con il passare del tempo e li lega sempre di più, dalle prime preoccupazioni professionali all’atto più estremo di vicinanza e amicizia.

Chi è il Colibrì?

Favino (che per una curiosa coincidenza, da anni convive felicemente con il soprannome di Picchio) è Marco Carrera, al quale sin da piccolo viene affibbiato quel nomignolo, per via di uno squilibrio ormonale che non lo faceva crescere e sviluppare come dovuto, ma che resta per tutta la vita il Colibrì, sebbene una cura sperimentale gli avesse permesso di avere infine una statura normale. Ed è la sua storia che seguiamo, nella sua quasi interezza, di ricordo in ricordo, saltando da un’epoca a un’altra, in un tempo liquido che va dai primi anni ‘70 fino a un futuro prossimo – il 2030 – nel quale lo Stato italiano si è finalmente deciso a dare una prova da tempo richiesta di umanità e civiltà.

Ma tutto inizia da bambini, quando al mare Marco conosce Luisa Lattes, una ragazzina bellissima e inconsueta. Una passione idealizzata e quindi ineguagliabile, un amore che mai verrà consumato e mai si spegnerà, per tutta la vita. A differenza di quello per la moglie Marina, madre della figlia Adele. Tra coincidenze incredibili e prove durissime, Marco passa da Roma a Firenze, spesso accompagnato dal vigile e amorevole sguardo di Daniele Carradori, lo psicoanalista di Marina, che insegnerà a Marco come accogliere i cambi di rotta più inaspettati.

La forza della vita

Dicevamo della difficoltà di adattare in maniera ineccepibile un intreccio tanto articolato, ricco di personaggi e di connessioni diverse a seconda del momento storico vissuto attraverso il costante alternarsi di passato e presente. Un reticolo esistenziale notevole, che tra momenti da ricordare e parentesi didascaliche non può che dare a tratti la sensazione di non riuscire a legare ugualmente tutti gli elementi. Nonostante la presenza di alcune costanti, veri fulcri della narrazione.

In primis la telefonata che riceve Marco, con cui si apre Il Colibrì e che rivediamo – ogni volta inquadrata diversamente, sempre più da vicino – mano a mano che prende forma il personaggio di Favino e si forma la sua consapevolezza del proprio vissuto. Che passa anche dalle rare e complicate riunioni familiare e dall’evoluzione del suo amore – idealizzato – per la onnipresente Lucia Lattes di Bérénice Bejo. Altro personaggio chiave, testimone distante e ambiguo, forse la figura femminile più interessante tra le varie (dalla Morante, alla sempre eccessiva Smutniak).

Non è mai facile assistere a una agonia, l’altrui come la propria, ma in quella che Il Colibrì descrive come la “strenua lotta che facciamo tutti noi per resistere a ciò che talvolta sembra insostenibile” resta la speranza. Di trovare la felicità, dopo tante finzioni e paure, di scoprirsi protagonisti di una vita vera, di non aver sprecato il proprio tempo – come un colibrì, costretto a uno sforzo “assurdo” per restare fermo – e anzi di aver trovato il coraggio di diventarne padroni e disporne nel momento più delicato di questo lungo addio.

Il Colibrì in prima tv su SKY e NOW

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Il Colibrì in prima tv su SKY e NOW

Arriva in prima tv lunedì 24 aprile Il Colibrì di Francesca Archibugi, melodramma corale con protagonista Pierfrancesco Favino, in onda alle 21.15 su Sky Cinema Uno (alle 21.45 anche su Sky Cinema Drama), in streaming su NOW e disponibile on demand.

Tratto dall’omonimo best-seller – vincitore del premio Strega – di Sandro Veronesi, il film vanta un grandissimo cast corale che vede, accanto a Pierfrancesco Favino, Kasia Smutniak, Bérénice Bejo, Laura Morante, Sergio Albelli, Alessandro Tedeschi, Benedetta Porcaroli, Massimo Ceccherini, Fotinì Peluso, Francesco Centorame, Pietro Ragusa, Valeria Cavalli e inoltre la partecipazione di Nanni Moretti. La sceneggiatura è firmata da Francesca Archibugi, Laura Paolucci e Francesco Piccolo.

La trama del film Il Colobrì

Il film è il racconto della vita di Marco Carrera, “il Colibrì”, una vita di coincidenze fatali, perdite e amori assoluti. La storia procede secondo la forza dei ricordi che permettono di saltare da un periodo a un altro, da un’epoca a un’altra, in un tempo liquido che va dai primi anni ‘70 fino a un futuro prossimo. È al mare che Marco conosce Luisa Lattes, una ragazzina bellissima e inconsueta. Un amore che mai verrà consumato e mai si spegnerà, per tutta la vita.

La sua vita coniugale sarà un’altra, a Roma, insieme a Marina e alla figlia Adele. Marco tornerà a Firenze sbalzato via da un destino implacabile, che lo sottopone a prove durissime. A proteggerlo dagli urti più violenti troverà Daniele Carradori, lo psicoanalista di Marina, che insegnerà a Marco come accogliere i cambi di rotta più inaspettati. Il Colibrì è la storia della forza ancestrale della vita, della strenua lotta che facciamo tutti noi per resistere a ciò che talvolta sembra insostenibile. Anche con le potenti armi dell’illusione, della felicità e dell’allegria.

Il codice dei campioni: seconda stagione in uscita su Apple TV+

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Il codice dei campioni: seconda stagione in uscita su Apple TV+

Il codice dei campioni 2 è la seconda stagione della serie tv Apple Original di documentari sportivi senza sceneggiatura vincitrice dell’Emmy che rivela ciò che veramente spinge i più grandi atleti del mondo al raggiungimento del successo. In questa stagione Lindsey Vonn, Marcus Rashford, Russell Wilson, Leticia Bufoni, Scout Bassett e Bubba Wallace alzano il sipario sul momento cruciale della propria carriera che li ha consacrati alla grandezza.

Il codice dei campioni 2: quando esce e dove vederla in streaming

Il codice dei campioni 2 in streaming uscirà il 13 maggio su Apple TV+.

Il codice dei campioni 2: trama e cast

La serie è prodotta per Apple TV+ da Religion of Sports e UNINTERRUPTED. Tutti gli episodi sono diretti da Gotham Chopra, che è anche produttore esecutivo con Ameeth Sankaran di Religion of Sports, Giselle Parets, Maverick Carter, Jamal Henderson, Devin Johnson e Philip Byron di UNINTERRUPTED e il co-produttore esecutivo Matt Rissmiller.

Trailer della seconda stagione di Il codice dei campioni

Il codice dei campioni si unisce agli altri programmi di saggistica sportiva di Apple TV+, tra cui la serie in quattro parti su Earvin “Magic” Johnson “They Call Me Magic”; “The Long Game: Bigger Than Basketball” sul promettente talento NBA Makur Maker; “Make or Break”, che svela il dietro le quinte dell’élite della World Surf League. Presto si uniranno a questa rosa anche il documentario recentemente annunciato sulla vita e la carriera del sette volte campione del mondo di Formula 1 Sir Lewis Hamilton; la serie di documentari “The Dynasty” sui New England Patriots, prodotta della Imagine Documentaries di Brian Grazer e Ron Howard, in associazione con NFL Films.

Il Codice Da Vinci: storia vera? ecco cosa è reale e cosa è finzione

La controversa storia vera del thriller misterioso di Dan Brown Il Codice Da Vinci è ancora oggetto di dibattito tra fan e critici. Adattato da Ron Howard nel 2006 come primo film della serie dedicata a Robert Langdon, Il Codice Da Vinci racconta la storia del simbologo religioso di Harvard Robert Langdon (Tom Hanks) e della crittografa Sophie Neveu (Audrey Tautou), che vengono coinvolti in una ricerca che coinvolge una serie di società storiche segrete e il Santo Graal. A causa delle controversie e delle peculiarità delle cospirazioni nella vita reale, qual è il vero Codice Da Vinci?

Il Codice Da Vinci, sia nella versione libro che film, è stato oggetto di critiche estreme, poiché un numero considerevole di affermazioni fatte dall’autore, Dan Brown, sono basate su inesattezze religiose, storiche e scientifiche. Oltre a ciò, la rappresentazione dell’arte, della storia e della cultura europee è piuttosto confusa. A causa della natura controversa del Codice Da Vinci, è difficile separare la realtà dalla finzione, poiché alcuni eventi storici sono stati distorti da Brown per adattarli alla trama. Questo vale per l’intera serie dedicata a Robert Langdon. Ecco la vera storia del Codice Da Vinci, insieme agli aspetti principali dell’opera che sono per lo più reali e quelli che sono falsi.

Per lo più reale – Esistenza dei Cavalieri Templari e del Priorato di Sion

Quando si cerca di rispondere alla domanda se Il Codice Da Vinci sia reale, è meglio partire da ciò che è accurato. Secondo Dan Brown, il leggendario Santo Graal non è il calice letterale usato nell’Ultima Cena, ma in realtà Maria Maddalena, un segreto protetto dai Cavalieri Templari (presenti in Assassin’s Creed come ordine cavalleresco realmente esistito). Storicamente, i Cavalieri Templari o l’Ordine del Tempio di Salomone erano un ordine militare cattolico fondato nel 1119, strettamente legato alle Crociate, in quanto protettori dei pellegrini cristiani.

Il primo collegamento tra i Templari e il Santo Graal può essere fatto risalire allo scrittore tedesco Wolfram von Eschenbach e al suo poema epico arturiano, Parzival. Questo poema presenta il Graal come una coppa misteriosa in grado di ridare la vita, che viene utilizzata come punto di riferimento da Brown, il quale poi altera la premessa in affermazioni sul sacro lignaggio di Gesù e Maria. Inoltre, non ci sono prove storiche che i Cavalieri Templari abbiano scoperto il Graal e siano stati annientati a causa della conoscenza dello stesso (anche se ciò non ha impedito al Santo Graal di essere un MacGuffin in decine di film su Re Artù).

L’esistenza del Priorato di Sion era reale, poiché si trattava di un’organizzazione fraterna fondata da Pierre Plantard nel 1956. Tuttavia, la natura del gruppo differisce notevolmente dalla descrizione di Brown, il quale sostiene che il Priorato vantasse membri come Leonardo da Vinci e Victor Hugo. Sebbene ciò non sia vero, il Priorato di Sion storico presentò effettivamente una serie di documenti per dimostrare l’esistenza di una discendenza da Gesù e Maria Maddalena, che in seguito fu smascherata come un elaborato inganno sotto forma di un enigma esoterico. Questo tentativo fallito di Plantard è stato smentito in modo esaustivo da studiosi e giornalisti, ma Brown ha scelto di basare le sue affermazioni sui documenti falsificati di Plantard.

Per lo più falso – Fatti sul Museo del Louvre e i suoi dipinti

Il Museo del Louvre è una scelta narrativa fondamentale fatta da Brown, poiché l’omicidio del curatore del museo Jacques Saunière avviene all’interno di questo spazio, e anche la ricerca del Graal da parte di Langdon termina qui. Tuttavia, Brown fa una serie di affermazioni sul museo di fama mondiale, in particolare sulla Piramide del Louvre, che, secondo lui, è stata realizzata con 666 lastre di vetro, su richiesta dell’architetto François Mitterrand. Questo è falso, poiché il Louvre afferma che il numero di lastre di vetro utilizzate è 673.

Brown sostiene anche che il Louvre ospita 65.300 opere d’arte, mentre in realtà ne ospita circa 35.000. Brown approfondisce anche i dipinti esposti nella Grande Galleria, tra cui la Gioconda, sostenendo che Da Vinci intendeva simboleggiare un insieme androgino attraverso la sua opera, cosa contestata da vari storici dell’arte. A parte questo, l’inesattezza più evidente è l’interpretazione di Leigh Teabing (Sir Ian McKellen) de L’ultima cena, in cui sostiene che Da Vinci abbia inserito di nascosto la raffigurazione di Maria Maddalena. Ciò è stato ampiamente confutato dagli storici dell’arte, i quali sostengono che Da Vinci abbia dipinto Giovanni con un tocco femminile per distinguerlo come l’apostolo più giovane.

Per lo più reale – Alcuni meccanismi interni dell’Opus Dei

L’Opus Dei è stato fondato in Spagna nel 1928 dal santo cattolico Josemaría Escrivá e rimane controverso ancora oggi. Brown incorpora i meccanismi interni dell’organizzazione per aggiungere spessore al personaggio di Silas, l’antagonista principale che ricorre all’omicidio su istigazione del “Maestro”. Brown descrive alcuni meccanismi interni dell’Opus Dei in modo abbastanza accurato, come quando mostra Silas (interpretato nel film da Vision dell’MCU, Paul Bettany) che usa una cintura chiodata per infliggersi mortificazioni corporali, in linea con le pratiche effettive dell’organizzazione.

Gli insegnamenti di Escrivá, compreso il mantra ripetuto da Silas, “il dolore è un bene”, sono una libera interpretazione, ma comunque accurata. Brown descrive anche la nuova sede dell’Opus Dei a New York con grande accuratezza e accenna alle controversie in cui l’organizzazione è spesso coinvolta. D’altra parte, ci sono grossolane inesattezze quando si tratta di alcuni fatti storici relativi all’Opus Dei. Sia Langdon che Neveu si riferiscono a Silas come a un “monaco”, il che è inesatto, anche se questo potrebbe essere deliberato per sottolineare la totale mancanza di conoscenza quando si tratta di società segrete.

Per lo più falso – Alcune affermazioni su Leonardo Da Vinci

Langdon, Neveu e Teabing sono presentati come esperti crittografi, in grado di decifrare simboli criptici e testi antichi. Questi personaggi discutono del testo al contrario di Leonardo da Vinci, che egli utilizzò effettivamente per nascondere alcune delle sue teorie progressiste sull’astronomia, la geologia e l’archeologia.

Tuttavia, Brown esagera questo fatto suggerendo che Da Vinci abbia lasciato indizi nelle sue opere d’arte su credenze religiose segrete, il che non è vero secondo i critici d’arte e gli storici. Brown sostiene anche che Da Vinci abbia creato elisir di immortalità, insieme a strumenti di tortura: questo è quasi del tutto falso, come suggerisce la totale mancanza di prove storiche. A parte questo, anche l’affermazione di Langdon secondo cui il diario di Da Vinci conteneva intricati disegni del cryptex è falsa.

Per lo più reale – Fatti chiave sulla storia e le tradizioni pagane

La rappresentazione dubbia delle tradizioni primordiali, degli eventi storici e delle pratiche religiose pervade tutti i romanzi di Dan Brown, come i resoconti imprecisi e semplicistici del Rinascimento e della peste nera nel flop al botteghino Inferno. Tuttavia, Il codice Da Vinci riporta in gran parte correttamente le basi della storia pagana, risalendo alla radice della parola, che originariamente significava “abitante della campagna”. Il pentacolo è considerato uno dei simboli più antichi della terra, il che è anche vero, ma l’affermazione di Brown secondo cui il paganesimo rappresenta solo il “sacro femminile” è quantomeno errata, poiché il simbolismo insito in questo simbolo è più sfumato e completo.

Ciononostante, c’è molta verità nell’affermazione che i simboli e le divinità pagane sono stati demonizzati dalle strutture religiose dominanti e che il cristianesimo ha attinto ampiamente dalle tradizioni pagane (simili a quelle viste nel capolavoro folk-horror pagano del 2019 Midsommar). Ad esempio, Brown ha sostanzialmente ragione quando afferma che il 25 dicembre era considerato anche la data di nascita di Mitra, Osiride, Adone e Dioniso, il che è dovuto principalmente al fatto che la fine di dicembre è la data più vicina al solstizio d’inverno, un momento storicamente significativo per celebrare i miracoli e la rinascita.

Tuttavia, Brown sostiene erroneamente che lo gnomone di Saint-Sulpice sia uno strumento astronomico pagano, mentre in realtà si tratta di uno strumento astronomico la cui striscia di ottone non è chiamata Rosa.

Per lo più falso – Alcune affermazioni su Gesù e Maria Maddalena

Una delle affermazioni più controverse fatte da Brown nel Codice Da Vinci è stata l’unione tra Gesù Cristo e Maria Maddalena e la discendenza che ne è derivata. Altri film come La Passione di Cristo hanno insinuato un legame più forte tra i due rispetto a quello descritto nella Bibbia, ma nella linea temporale di Dan Brown, i due sono andati fino in fondo. Mentre spiega questo a Neveu, Langdon inizia affermando che Maddalena discendeva dalla tribù di Beniamino, proprio come il primo re di Israele, Saul, rendendo così la discendenza di natura reale.

Il problema di questa affermazione è la mancanza di prove storiche e il fatto che “Maddalena” significava “di Magdala”, suggerendo che non provenisse dalla tribù di Beniamino. Inoltre, le prove testuali nei vangeli gnostici canonici e nel Nuovo Testamento, che sono la fonte delle affermazioni di Brown, non supportano la sua interpretazione. Inoltre, la falsità di questa affermazione può essere ricondotta alle idee di Plantard, che sono già state smascherate come un’elaborata invenzione.

Perché la storia del Codice Da Vinci è stata così controversa

Un fattore causale della controversia che circonda Il Codice Da Vinci, sia sullo schermo che sulla carta, è il suo messaggio percepito come anticattolico. Se la prima storia di Langdon di Dan Brown fosse critica nei confronti dei credenti cattolici è discutibile. Un malinteso comune è che Dan Brown sia stato cresciuto come cattolico e nutra sentimenti di risentimento a livello personale, ma in realtà era episcopale fino a quando le sue convinzioni non sono cambiate durante gli studi. Inoltre, non nutre alcun rancore nei confronti della religione e delle persone religiose in generale e, lungi dall’essere un ateo convinto, ha in realtà delle convinzioni spirituali personali. In un’intervista a Parade nel lontano 2009, Brown ha detto del suo rapporto con la fede:

“L’ironia è che ho davvero chiuso il cerchio. Più studiavo scienza, più mi rendevo conto che la fisica diventa metafisica e i numeri diventano numeri immaginari. Più ti addentri nella scienza, più il terreno diventa confuso. Cominci a dire: ‘Oh, c’è un ordine e un aspetto spirituale nella scienza’”.

Il Codice Da Vinci appare molto critico nei confronti della Chiesa cattolica come istituzione e dello zelo con cui può incoraggiare gli ordini monastici a seguire la dottrina (anche se giocare sulla paura dei monaci cultisti per creare drammaticità non è una novità: il monastero silenzioso di Evil ne è un esempio recente). La visione alternativa della storia del Codice Da Vinci, sostenuta in parte dalla scoperta di “reperti” ormai smentiti come i Rotoli del Mar Morto e dall’interesse per il Vangelo di Maria Maddalena, è stata inizialmente considerata offensiva dalla Chiesa stessa, soprattutto a livello teologico. Contravveniva a troppi principi dell’ortodossia cattolica consolidata.

Essendo una branca del cristianesimo, la storia canonica di Cristo è particolarmente importante per i cattolici: è dalla Chiesa cattolica che ha origine la parola “canone” e per secoli ha significato fondamentalmente ciò che è accaduto o non è accaduto a Gesù e ai santi. Non ha aiutato il fatto che il personaggio immaginario di Tom Hanks, Langdon, fosse erroneamente ritenuto basato su una persona o su eventi reali. Tuttavia, con il placarsi dell’entusiasmo intorno al Codice Da Vinci, anche l’opposizione vocale si è attenuata. La fede è un elemento profondamente personale della vita ed è sbagliato affermare che tutti i credenti cattolici si sentano offesi dal Codice Da Vinci.

La maggior parte di loro comprende che si tratta di un’opera di fantasia e che l’intento di Dan Brown non era quello di distruggere la Chiesa o attaccare le loro credenze personali (per quanto alcuni media abbiano voluto infiammare la situazione e suggerire il contrario). Va notato che non c’è nulla nelle Scritture bibliche che suggerisca che Gesù fosse sposato, con Maria o con chiunque altro. La purezza di Cristo al momento della sua morte è un fondamento di molte parti della fede cristiana, poiché rappresenta l’ideale che Gesù fosse al di sopra dei piaceri carnali e dei peccati della carne. È importante riconoscerlo perché spiega perché le alterazioni di Dan Brown alla storia biblica siano così importanti.

Molti adattamenti della Bibbia modificano dettagli cruciali, anche riguardo alla vita di Gesù. Tuttavia, suggerire che Gesù non solo avesse una relazione intima con una donna, ma anche che il divino Figlio di Dio avesse trasmesso il suo seme e generato una discendenza mortale è diverso. L’idea è già emersa nella storia in passato ed era considerata eresia dalla Chiesa. La risposta moderna al Codice Da Vinci non è stata così forte, ma la controversia ha le sue radici in un luogo simile. Alcuni di coloro che hanno partecipato al film hanno persino espresso disinteresse per le storie di Dan Brown, tra cui Tom Hanks.

Dan Brown non ha scritto Il Codice Da Vinci per essere anticristiano

Insieme alla controversia sulla vera storia de Il Codice Da Vinci, molti gruppi religiosi si sono espressi contro la storia di Dan Brown definendola anticristiana. Certamente, date le conclusioni e le rivelazioni sulla storia del cristianesimo che emergono dalla storia, non sorprende che molte persone abbiano avuto dei problemi con essa. Tuttavia, Dan Brown ha respinto le accuse di essere ateo e che la storia fosse intesa come un attacco alla religione cristiana.

In un’intervista (tramite: BBC) Brown ha ammesso di non credere più in molti dei concetti su Dio e la religione che gli sono stati insegnati durante la sua infanzia, compreso il modo in cui è stata creata la vita. Tuttavia, non arriva a dire che crede che Dio non esista, insistendo sul fatto che a volte sente che c’è qualcosa di più grande di lui là fuori, e che è difficile diventare completamente atei.

Molte persone hanno cercato di dimostrare che il Codice Da Vinci è falso

La controversia sulla vera storia del Codice Da Vinci ha avuto risonanza ovunque, anche in libri e altri film. Tra questi c’è il libro Debunking the Da Vinci Code, in cui il dottor Brant Pitre parla delle varie affermazioni contenute nel libro di Dan Brown e nel film stesso. Il libro esamina la controversia che circonda le accuse, dal matrimonio di Gesù con Maria Maddalena all’occultamento del Santo Graal. Il termine Debunking the Da Vinci Code è stato utilizzato in molti altri contesti, tra cui un’intera puntata della serie televisiva della ABC Nightline che ha esaminato i diversi eventi della storia immaginaria. Lo studioso Darrell Bock ne ha spiegato l’importanza.

“Tra il 20 [percento] e il 33 percento della popolazione dichiara di credere al libro o di averne tratto beneficio… Qual è ora la responsabilità della Chiesa nei confronti di quel gruppo… di persone che credono in questo? Non si può dire: ‘Oh, mi dispiace, non dovreste crederci’. È meglio coinvolgerli”.

Probabilmente, la più famosa analisi della vera storia del Codice Da Vinci è stata presentata nel documentario Da Vinci Code Decoded. Il documentario, disponibile in streaming su Prime Video, tocca le controversie che circondano il possibile matrimonio di Gesù, i Vangeli gnostici e l’influenza che i leader romani hanno avuto nella stesura dei libri del Nuovo Testamento. Questo documentario intervista anche Dan Brown e raccoglie le sue opinioni sulla controversia. Oltre a Brown, il documentario coinvolge anche storici e autori che apportano la loro esperienza alle idee presentate, dimostrando quanto sia stato popolare il Codice Da Vinci sin dalla sua uscita.

Il Codice Da Vinci: la spiegazione del finale del film

Il Codice Da Vinci: la spiegazione del finale del film

Uscito nel 2006 e diretto da Ron Howard (regista di Rush e Heart of the Sea), Il codice Da Vinci è l’adattamento cinematografico dell’omonimo best seller di Dan Brown, romanzo che ha dominato le classifiche internazionali nei primi anni Duemila. Il film traduce sul grande schermo un intreccio costruito su enigmi, simboli e teorie storico-religiose controverse, mantenendo la struttura investigativa del libro. La trasposizione si confronta con un materiale narrativo densissimo, puntando su un ritmo serrato e su una messa in scena che alterna dialoghi esplicativi a sequenze di suspense ambientate tra musei, chiese e luoghi simbolici europei.

Dal punto di vista del genere, l’opera si colloca tra il thriller cospirazionista e il mystery a sfondo storico, con evidenti richiami alla tradizione del romanzo enigmista e del racconto investigativo colto. Al centro vi sono temi come il conflitto tra fede e conoscenza, il potere delle istituzioni religiose, la manipolazione della verità storica e il ruolo del simbolo come chiave interpretativa della realtà. La narrazione si sviluppa attorno a un mistero legato al Santo Graal e a presunti segreti custoditi per secoli, costruendo un impianto drammaturgico che fa leva su rivelazioni progressive e colpi di scena concatenati.

All’interno della filmografia di Ron Howard, il film rappresenta una delle produzioni più ambiziose e commercialmente rilevanti, distante per tono da opere più intime come A Beautiful Mind ma coerente con l’interesse del regista per storie ad alta tensione narrativa. Per Tom Hanks, interprete del professore Robert Langdon, segna l’ingresso in una saga di successo che valorizza la sua figura di protagonista razionale e rassicurante, chiamato a districarsi tra codici e complotti. Proprio per la centralità dell’enigma che struttura l’intero racconto, nel resto dell’articolo verrà proposta una spiegazione dettagliata del finale e delle sue implicazioni simboliche.

Il Codice Da Vinci

La trama di Il Codice Da Vinci

In occasione del lancio del suo libro, lo scrittore Robert Langdon (Tom Hanks) è a Parigi per presiedere ad un seminario sulla simbologia. L’incontro, tuttavia, è bruscamente interrotto dal tenente Collet che ha bisogno delle conoscenze di Langdon per un caso d’omicidio. L’anziano curatore del Museo del Louvre, Saunière (Jean-Pierre Marielle), è stato brutalmente assassinato. Con le sue ultime forze, tuttavia, l’uomo ha lasciato un indizio e ha composto con il suo sangue uno schema simile a quello dell’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, accompagnato dalla scritta “P.S. Trova Robert Langdon’” Ad uccidere l’uomo è stato Silas (Paul Bettany), lugubre monaco dell’Opus Dei, in cerca della “chiave di volta” posseduta dal Priorato di Sion.

Mentre Langdon giunge sul luogo dell’omicidio, Silas chiama il misterioso “Maestro” e segue la Linea della Rosa fino alla chiesa di Saint-Suplice in cerca dell’oggetto. Dopo aver saputo dell’omicidio, la crittologa Sophie Neuve (Audry Tautou) si reca al Louvre e riesce a parlare con Robert. La donna lo informa che i sospetti della polizia ricadranno su di lui, a causa del messaggio di Saunière, e lo sprona a risolvere il caso prima di essere formalmente accusato di un crimine mai commesso. Dopo aver cercato di risolvere una confusionaria sequenza di Fibonacci, i due scovano altri indizi sui quadri di da Vinci, conservati nel museo. Il simbolo del giglio, storicamente rappresentante l’ordine dei Cavalieri Templari, fornisce una nuova pista.

La spiegazione del finale del film

Nel terzo atto de Il Codice Da Vinci, Robert Langdon e Sophie Neveu seguono gli indizi lasciati da Jacques Saunière, che li conducono prima a un cryptex contenente un messaggio cifrato, poi a una serie di località storiche tra Francia e Inghilterra. La tensione aumenta quando scoprono che Sir Leigh Teabing, apparentemente un alleato, è in realtà il Teacher, artefice del complotto per ottenere il Graal. Dopo uno scontro con Teabing e la fuga da Silas, Langdon decifra il codice del cryptex usando la parola “APPLE”, un richiamo simbolico alla scoperta scientifica di Newton, ottenendo così l’ultima chiave verso il Graal nascosto.

Langdon e Sophie proseguono il loro viaggio fino a Rosslyn Chapel, in Scozia, seguendo il misterioso indizio che porta a un sotterraneo segreto. Lì, scoprono che la tomba di Maria Maddalena è stata rimossa, e Sophie apprende che la sua famiglia è morta in un incidente d’auto e che Saunière non era suo nonno, ma il custode della sua sicurezza. La giovane discende dunque dall’albero genealogico di Cristo. I membri della Priory of Sion accolgono Sophie, assicurandole protezione, mentre Langdon fa ritorno a Parigi, completando così la risoluzione della trama principale e dei legami familiari nascosti.

Paul Bettany Il codice Da Vinci

Il finale chiarisce il ruolo di Teabing come antagonista, la cui ossessione per smascherare la Chiesa lo porta a manipolare Silas e sfruttare Langdon e Sophie. La soluzione del cryptex e l’arrivo a Rosslyn Chapel mostrano come l’enigma iniziale non fosse solo un gioco di logica ma un percorso simbolico e storico. Il film collega elementi di religione, scienza e mito, enfatizzando il tema della verità nascosta e della ricerca della conoscenza. Il finale rivela inoltre la rete di tradizioni, protezioni e inganni che circondano il Graal.

In parallelo, la risoluzione evidenzia la maturazione dei personaggi: Langdon, guidato dalla razionalità e dall’interpretazione dei simboli, completa il suo percorso investigativo; Sophie scopre la propria identità e il proprio ruolo storico, affermando la continuità di una tradizione millenaria. Il film sottolinea il conflitto tra conoscenza e potere, mostrando come il mistero e il simbolismo possano sfidare istituzioni consolidate. La chiusura del racconto con la scoperta del Graal rappresenta la vittoria dell’ingegno e della curiosità sulla cospirazione e sulla repressione delle informazioni.

Il messaggio finale de Il Codice Da Vinci riflette la rilevanza della memoria storica e del patrimonio simbolico nella costruzione della nostra identità. La scoperta di Sophie come ultima discendente di Cristo e il ritrovamento del Graal sottolineano il valore della verità nascosta e della protezione della conoscenza. Il film invita lo spettatore a interrogarsi sul rapporto tra mito e realtà, fede e ragione, e sul significato della ricerca intellettuale come strumento di emancipazione personale e collettiva, enfatizzando la centralità del simbolo nella storia e nella cultura occidentale.

Il Codice da Vinci

Il Codice da Vinci

Fermi tutti, momentanea interruzione delle comunicazioni per dare una ferale notizia a tutti i maschi single in arrivo alla Mostra. Da fonti certe, Eva Carducci, l’adorata e corteggiatissima ‘sellerona’ di Cinematografo, sembra aver trovato finalmente un fidanzato degno di lei. Venezia 73Quasi la raggiunge in altezza – e non è cosa da poco – di colorito è un po’ verdognolo ma sembra fisicamente ben piazzato, vari paparazzi del Lido l’hanno vista arrivare con questo nuovo affascinante individuo e… ah no, aspè. Come non detto. È il solito armadio pieno de scarpe, accessori per le riprese e kalashnikov che si porta dietro. C’è ancora speranza, mettete via i barbiturici.

Comunque, fa bene a incollarsi l’intero guardaroba da casa. Mica come me, che avete rischiato di vedermi al Lido vestito per dodici giorni nello stesso modo come Paperino e Dylan Dog. Gli spedizionieri che avevano il compito di trasportare le valigie mie e dei colleghi dai ridenti lidi di Cinecittà al Lido con la Elle maiuscola ma ridente per un cazzo, infatti, avevano deciso di partirsene con ogni genere di inutile suppellettile – compresa una tastiera a forma di rana sexy e un paio di confezioni di supposte col marchio dei Marvel Studios, gadget residuato di qualche conferenza della Fase due – dimenticando però i preziosi e ingombranti bagaglioni, dove è stipato tutto ciò che serve a un giornalista professionale e igienico nel corso della manifestazione. Durante l’ultima giornata di lavoro romano per tutto il tempo ci siamo scherzati dicendo ‘ma tu pensa se si dimenticano. Ah, ah’. E invece. Fortuna che a fine giornata mentre io mi ingozzavo di pressbook nel tentativo di carpire qualche informazione pregressa, qualcuno s’è fatto venire il dubbio e ha mandato un messaggio a chi di dovere, che a quel punto si trovava già tra Firenze e Pistoia dove ha appositamente richiesto un corso lampo di arzigogolate bestemmie toscane ai locali da utilizzare una volta resisi conto che dovevano sbrigarsi a tornare indietro.

PaperinoAvrei pure puzzato come un camion che trasporta capre, ma questo al Lido è un dettaglio e dubito che qualcuno si sarebbe fatto salire la mosca al naso (ogni riferimento a dove di solito si poggiano le mosche è assolutamente voluto) perché per i frequentatori della Mostra odorare di selvaggina o di pescato macerato è un tratto distintivo, un segno di riconoscimento, un legame di fratellanza. Durante quei fatidici 12 giorni quasi tutto è ammesso e se ne vede di ogni – e del resto, s’è costretti per la gran parte a vivere con un nugolo di sconosciuti come nelle comuni degli anni ’70, ma in appartamenti di quindici metri quadri – servizi inclusi – dalla sempre stilosa ascella pezzata, da esibire con nonchalance quando si alza la mano per porre una domanda in conferenza stampa, alle Converse cenciose e masticate sopravvissute a tutte le lezioni di ginnastica delle scuole medie, regolarmente abbinate agli smoking fuori misura rubati da qualche stock d’avanzo da Mas, classica tenuta da cena di Gala a cui non ti fanno entrare se non hai il vestito elegante, ma non si mettono certo a controllare lo stato impietoso della biancheria intima. Tutto questo, senza nominare la storica fragranza di lisca andata mista a cloaca chiaramente avvertibile nelle ultime file della sala Volpi, che ha generato varie leggende metropolitane come quella del Fantasma del Pescatore Piscione, una sorta di rip-off del Fantasma Formaggino con un finale infinitamente più volgare e nonsense.

Avrete notato che non sto parlando di cinema, ma a parte che il primo giorno è tutto viaggio, ritiro accrediti, spesa, sistemazione e fuffa – e non poteva mancare il classico rovesciamento alla cazzo di cane di sostanza tossica nella valigia, in questo caso una maledetta boccia di Perlana avanzato dalle vacanze che ho detto ‘dai, me lo porto. Non si sa mai’ – meglio che vi abituate perché come v’ho detto io quest’anno seguo le Giornate degli Autori, la cui selezione è notoriamente costituita da commedie leggerine e poco adatte allo spirito di esigenti cinefili come voi. Tipo, c’è un film dove una coppia di psicopatici rapisce una povera crista con lo scopo di eccitarsi sessualmente mentre la trattano crudelmente come un cane da compagnia. Lo so, voi siete fini intellettuali e queste operette di puro intrattenimento non vi appagano, ma in questo periodo di terrorismi, terremoti e terrine mal confezionate c’è anche voglia di ridere e di distrarsi, un po’ di puro divertissement ci vuole, e che diamine. Non fate sempre quelle facce serie.

A proposito di terrorismo, dopo i fattacci di Nizza qui hanno deciso che era il caso di allestire enormi pilastroni per bloccare il passaggio a potenziali furgoni assassini, con il risultato di incasinare totalmente anche il resto del traffico. I furgoni sicuramente non ci passano. Restiamo in attesa di capire se riuscirà a passarci la valigia della Carducci.

(Ang)

Codice da VinciOggi è il giorno prima dell’apertura, e come giustamente anticipato da Andrea sarebbe dedicato a prendere possesso dell’appartamento, svuotare la valigia, ritirare l’accredito e fare un minimo di spesa. Sono preoccupata per tutti gli aspetti sopra elencati, non solo perché pure io – pur non essere da meno – sono partita con una valigia alta quanto me e uno zaino che pare la custodia di un violoncello, tant’è che in stazione mi hanno scambiata per una musicista, ma perché come ogni anno le sorprese al Lido sono dietro la prima fermata di Vaporetto. Sperando di riuscire a scendere da questo treno (sì, vi scrivo dal treno e sì, non vi offendete, è perché non ho una ceppa da fare e devo pur passare il tempo) visto che appena metto lo zaino mi ribalto come una tartaruga sul dorso, da domani vi racconteremo un po’ di novità legate al nostro arrivo. Vi anticipo qualcosa: quest’anno per entrare in casa non abbiamo una chiave. Che tu dici, va bene, ci sta. Siamo quasi nel 2017, che voi che sia, ce stanno le porte con le schede, ce stanno le app che aprono le serrature. Ma magari. Quest’anno, per aprire, abbiamo la sceneggiatura del Codice da Vinci. E con Vinci si intende ovviamente la collega Marilena (Vinci), che avrà il compito di aiutarci a risolvere la situazione svelando l’arcano. Nel senso che sparse per il Lido abbiamo le istruzioni su come arrivare al criptex per decifrare con un codice la porta de casa. Tipo caccia al tesoro, scendiamo dal Vaporetto e ci dividiamo, gli indizi sono ovunque, dal cartello di via Dandolo all’ex buca della Darsena. E noi scaveremo per ricostruire pezzi di un disegno più grande, che ci permetteranno finalmente di trovare un bossolo, digitare il codice a 247 cifre e dire la parola d’ordine, per poter mettere il culo su un divano e poi finalmente sistemare la valigia. Ci hanno anche detto che dobbiamo stare attenti, perché leggendo al contrario le istruzioni abbiamo in anteprima la sceneggiatura del film di Malick, e mentre la leggi scoppia una pioggia torrenziale accompagnata da una tempesta di zanzare, pronte a darti il benvenuto, come solo il Lido sa fare. Temo molti di noi ci lasceranno sul campo, altri andranno dispersi e ce li ricorderemo così, mentre vagano tra via Sandro Gallo e i corridoi dell’Excelsior (incontreranno finalmente quelli che dagli anni scorsi vagano per trovare i cessi dell’hotel, ma solo Ang ne conosce l’ubicazione) per poi lasciarsi morire stremati sulla sabbia davanti al red carpet. Probabilmente qualche giovane autore ci farà un film, che porterà alla Mostra l’anno prossimo. E probabilmente, visto quanto ci metteremo per entrare in casa, a usare la sceneggiatura sarà Lav Diaz.

(Vì)

Il co-creatore di The Sandman commenta la possibilità di una terza stagione

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The Sandman è giunto al termine, il finale della seconda stagione offre una conclusione decisamente definitiva alla storia. Morfeo sarà anche morto, ma Sogno degli Eterni continua, e il co-creatore Allan Heinberg non esclude del tutto la possibilità di una terza stagione.

Con il suo regno in pericolo di distruzione per mano delle Parche, alias le Furie, alias le Eumenidi, Morfeo decide infine di dare la vita per salvare il Sogno, con la Morte che afferra la mano del fratello in un lampo di luce. Quando Daniel Hall, il primo bambino concepito nelle Terre del Sogno, raggiunge l’età adulta per ricoprire il ruolo di nuovo Signore del Sogno, scopriamo che il personaggio è interpretato da Jacob Anderson (Il Trono di Spade, Intervista col Vampiro).

A questo punto non posso che essere grato“, dice Heinberg a Variety. “Se tornassero domani e dicessero: ‘Facciamo una terza stagione’, la farei subito. Scriverei questa serie finché me lo permettessero. Questa serie sembra come tutte le serie TV, come se si potesse fare qualsiasi cosa. Si può scrivere di qualsiasi cosa nel contesto di “The Sandman”, in modi divertenti, romantici e spaventosi. È questa cosa che Neil ha creato per raccontare ogni sorta di storie. Quindi è stato un sogno creativo per me, e sono molto dispiaciuto di vederlo andare, perché non riesco a immaginare nient’altro che abbia la stessa varietà di questa serie: regni immaginari e periodi storici. E questa serie è stata istruttiva per me, sotto ogni punto di vista, come lo sono tutte le serie, ma questa volta ancora di più. E non posso credere che Netflix ci abbia permesso di realizzarla.

L’episodio finale include effettivamente una scena post-credit, ma non è tanto un’anticipazione di ciò che verrà, quanto una riflessione sull’arco narrativo di Morfeo nel corso della serie.

La sequenza mostra le Eumenidi tornate nel loro regno, intente a leggere la seguente “brutta poesia” da un biscotto della fortuna: “Fiori raccolti al mattino; Pomeriggio, sbocciano; Sono ancora appassiti la sera; Puoi essere me quando non ci sarò più“.

“Nei fumetti, è ambientato alla fine di The Kindly Ones [la nona raccolta di numeri], prima della veglia funebre, del funerale e di tutte le storie che seguono The Kindly Ones”, racconta Heinberg a EW. “Mi è piaciuto molto e ho deciso di spostarlo alla fine, dopo la veglia funebre. In quell’ultima scena in cui Daniel incontra la sua famiglia per la prima volta, e Lucien vede che c’è un sorriso sul suo volto e sa che andrà tutto bene, tagliare direttamente al Parco sembrava indebolire un po’ quel momento.

Abbiamo discusso se eliminarlo del tutto o meno. Alla fine, ho voluto davvero salvarlo perché ne sono un grande fan. Non credo di aver aggiunto nulla. Credo che sia esattamente quello che era scritto nel fumetto. Netflix è stata molto generosa e ha accettato di farne una scena post-credit, anche se, come sapete, il rapporto di Netflix con i titoli di coda e il rapporto del pubblico con i titoli di coda sono piuttosto complessi. Quindi non è stata un’impresa da poco per loro, ma ce l’hanno fatta.”

Foto di Ed Miller – Crediti Netflix

La trama di The Sandman Stagione 2

Una sinossi aggiornata recita: “Dopo un fatidico ricongiungimento con la sua famiglia, Sogno degli Eterni (Tom Sturridge) deve affrontare una decisione impossibile dopo l’altra mentre cerca di salvare se stesso, il suo regno e il mondo della veglia dalle epiche conseguenze delle sue malefatte passate. Per fare ammenda, Sogno deve confrontarsi con amici e nemici di lunga data, divinità, mostri e mortali. Ma il cammino verso il perdono è pieno di colpi di scena inaspettati, e la vera assoluzione potrebbe costargli tutto. Basata sull’amata e pluripremiata serie di fumetti DC, la seconda stagione di “The Sandman” racconterà l’arco narrativo di Sogno per intero fino alla sua emozionante conclusione”.

La seconda stagione vede protagonisti Tom Sturridge, Kirby Howell-Baptiste, Mason Alexander Park, Donna Preston, Esmé Creed-Miles, Adrian Lester, Barry Sloane, Patton Oswalt, Vivienne Acheampong, Gwendoline Christie, Jenna Coleman, Ferdinand Kingsley, Stephen Fry, Asim Chaudhry, Sanjeev Bhaskar, Razane Jammal, Ruairi O’Connor, Freddie Fox, Clive Russell, Laurence O’Fuarain, Ann Skelly, Douglas Booth, Jack Gleeson, Indya Moore e Steve Coogan.

Il club dei delitti del giovedì: la spiegazione del finale del film Netflix

Il club dei delitti del giovedì è l’ultimo giallo su Netflix, e il finale ricco di colpi di scena della storia deve essere analizzato nei dettagli per essere compreso. Con una serie di libri da adattare e un cast incredibile che include Pierce Brosnan, Helen Mirren e Ben Kingsley, il film potrebbe facilmente diventare un franchise di successo per la piattaforma di streaming. Il nuovo film apporta alcune modifiche al materiale originale, tra cui il personaggio di Ron interpretato da Brosnan, ma rimane fedele allo spirito dei romanzi.

Con un ottimo mistero, un umorismo accessibile e una scenografia incredibilmente abile, guidata dal regista di Mamma ho perso l’aereo, Chris Columbus, c’è molto da apprezzare nel nuovo film. Con componenti così efficaci, non sorprende che le recensioni di Il club dei delitti del giovedì siano state molto positive. Il nuovo film ha uno spirito così affascinante che sicuramente sarà un grande successo per la piattaforma di streaming. Con un finale così dettagliato, tuttavia, vale la pena analizzare la conclusione in dettaglio.

Un membro de Il club dei delitti del giovedì ha ucciso Peter Mercer

Il film inizia con il club che dà il titolo al film che si riunisce per discutere della misteriosa morte di Angela Hughes avvenuta decenni prima. Il caso irrisolto sembra sospetto fin dall’inizio, con il fidanzato di Angela, Peter Mercer, che afferma di aver visto un uomo mascherato scappare dalla sua casa dopo aver gettato Angela dalla finestra. L’uomo mascherato non è mai stato catturato, ma sembra ovvio a tutti che Peter Mercer fosse il vero assassino. Nonostante ciò, nessuno dei poliziotti ha mai avuto dubbi sulla sua innocenza, tranne Penny Grey, ex membro della polizia del Kent e co-fondatrice del club.

Penny, convinta che ci fosse stato un errore giudiziario, ha preso la legge nelle sue mani e ha ucciso Peter Mercer. Questo la portò a nascondere questo particolare caso ai suoi compagni, e il club lo scoprì solo dopo che Penny era diventata troppo malata per lavorare con loro. Al giorno d’oggi, questo è importante a causa dello stato di Cooper’s Chase. I resti di Mercer furono sepolti nella proprietà, e il progetto di sviluppo in cui è coinvolto Ian Ventham prevederebbe lo scavo del territorio.

Dopo che Tony, l’ultima speranza per Cooper’s Chase, viene ucciso, John, il marito di Penny, si sente con le spalle al muro. Decide di farsi giustizia da solo, proprio come sua moglie, per nascondere il suo senso di colpa. Con una dose di fentanil procuratasi grazie al suo precedente lavoro di veterinario, John uccide Ian. Sfortunatamente per entrambi, l’intero complotto alla fine viene scoperto. Tuttavia, piuttosto che andare in prigione, John prende l’importante decisione di porre fine alla propria vita e a quella di sua moglie. Il film si conclude con il funerale dei personaggi, avvolto da un’aura di oscurità e tristezza.

Helen Mirren, Ben Kingsley e Pierce Brosnan e Celia Imrie in Il club dei delitti del giovedì
Helen Mirren, Ben Kingsley e Pierce Brosnan e Celia Imrie in Il club dei delitti del giovedì. Foto di Giles Keyte/Netflix

Un incidente con Bogdan ha causato la morte di Tony

Naturalmente, l’omicidio principale del film ha poco a che fare con le azioni di John e Penny. Tony Curran, comproprietario della Cooper’s Chase, sembra essere l’unico a prendersi cura dei residenti della casa di riposo e si rifiuta di vendere la proprietà ai costruttori. Questo inizialmente lo rende un eroe. Purtroppo, non tutto è così semplice con Tony. L’uomo è in realtà piuttosto disonesto, come viene rivelato nel corso della storia. Lui e Bobby Tanner sono coinvolti in un piano che li vede coinvolgere uomini disperati provenienti dall’estero per lavorare.

Quando arrivano, Tony prende i loro passaporti in modo che non possano andarsene e li sfrutta come manodopera a basso costo. Bogdan, che all’inizio del film viene portato a lavorare per Ian, è una di queste vittime. Stanco dell’oppressione che ha subito e con una madre malata a casa, Bogdan va a casa di Tony per riprendersi il passaporto. Purtroppo, la situazione degenera e, nonostante le sue intenzioni contrarie, Bogdan finisce per uccidere Tony accidentalmente.

Cooper viene salvato e Joyce entra a far parte del club in modo permanente

Il finale del film vede la formazione di una nuova versione del club, con Joyce che diventa un membro più permanente. Nonostante le battute di Elizabeth durante tutta la storia, tra le due donne molto diverse inizia a formarsi un legame. Joyce, in quanto ex infermiera, ha qualcosa di molto speciale da offrire al club e si è guadagnata il loro rispetto durante tutto il film. Inoltre, il Cooper’s Chase viene fortunatamente acquistato dalla persona migliore possibile. Joanna, la figlia di Joyce, investe nella proprietà, sperando di renderla ancora migliore. L’amata casa di riposo continuerà a vivere e il club omonimo avrà ulteriori possibilità di risolvere altri omicidi negli anni a venire.

Ben Kingsley, Helen Mirren e Pierce Brosnan in Il club dei delitti del giovedì
Ben Kingsley, Helen Mirren e Pierce Brosnan in Il club dei delitti del giovedì. Foto di Giles Keyte/Netflix

Il vero significato di Il club dei delitti del giovedì

Nonostante alcuni momenti di autentica oscurità e alcuni temi pesanti, la sceneggiatura del film è caratterizzata da una grande leggerezza. Tutti i membri del cast hanno la possibilità di brillare in alcuni momenti emozionanti, immergendosi in un dramma straziante e in una commedia edificante. Questo equilibrio è difficile da trovare, ma il film ci riesce bene con il suo sguardo sorprendentemente profondo sulla vita e la mortalità, così come sul bene e sul male. Nessuno degli assassini del film è il vero cattivo. Bogdan ha ucciso Tony, ma è stato un incidente e il risultato del fatto che lui stesso era vittima di abusi.

Lo stesso vale per Penny, che desiderava semplicemente vedere fatta giustizia. Le azioni di John, nell’uccidere Ian, sono forse le più egoistiche, ma sono state compiute per proteggere la sua amata moglie. Niente è perfetto e ciascuno dei personaggi ha una sorta di tristezza nella propria vita. Il rapporto di Elizabeth con il marito, affetto da demenza, è molto emotivo. La sua perdita arriverà alla fine, come è successo anche a Penny. I personaggi del film sono complessi, ed è per questo che la storia funziona.

Sono nella fase avanzata della loro vita e devono fare i conti con la propria mortalità e le proprie malattie, il che fa sembrare alcuni di questi omicidi molto più piccoli e meno importanti. Il nuovo film di Netflix trova un equilibrio sorprendente nella sua storia avvincente che rende il film così straordinariamente efficace. Con una visione del mondo più olistica, The Thursday Murder Club crea un legame emotivo con gli spettatori che dura anche dopo che l’affascinante mistero è stato risolto.

Il club dei delitti del giovedì 2: il regista parla delle prospettive per un sequel

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Il regista di Il club dei delitti del giovedì (The Thursday Murder Club), Chris Columbus, condivide le sue riflessioni sulla possibilità di realizzare Il club dei delitti del giovedì 2 (The Thursday Murder Club 2). Basato sull’omonimo romanzo di Richard Osman del 2020, il nuovo film Netflix segue quattro pensionati che si riuniscono per risolvere casi irrisolti e passare il tempo. Quando un caso diventa scottante, il gruppo si ritrova coinvolto in un’indagine su un omicidio.

Il cast di Il club dei delitti del giovedì 2 (The Thursday Murder Club 2) vanta un elenco impressionante di attori, tra cui Pierce Brosnan nel ruolo di Ron, Helen Mirren nel ruolo di Elizabeth, Ben Kingsley nel ruolo di Ibrahim, Celia Imrie nel ruolo di Joyce e Naomie Ackie nel ruolo di Donna. Il film ha rapidamente guadagnato popolarità dopo la sua uscita il 28 agosto, sollevando domande su un possibile sequel.

Durante una recente intervista con Decider, Columbus ha espresso la sua opinione sulla possibilità che Il club dei delitti del giovedì 2 (The Thursday Murder Club 2) sia all’orizzonte. Anche se il regista chiarisce che nulla è stato ancora confermato, sarebbe felice di tornare a dirigere un sequel del franchise. Ecco il suo commento:

È stato così divertente realizzare questo film che, se il pubblico lo apprezzerà e avrà abbastanza successo, mi piacerebbe sicuramente farlo. Non lo vedo come un sequel, quanto piuttosto come la continuazione della storia di questi personaggi, per vedere dove andranno a finire.

Cosa significa questo Il club dei delitti del giovedì 2 (The Thursday Murder Club 2)

Dopo il successo del primo romanzo, Osman ha lavorato duramente per ampliare la serie con ulteriori capitoli. Attualmente ci sono quattro libri nella serie Thursday Murder Club, e un quinto, The Impossible Fortune, arriverà alla fine di questo mese.

Se Netflix volesse andare avanti con un sequel, quindi, chiaramente non mancherebbe il materiale da cui attingere. Ciò che conta, in definitiva, è la domanda del pubblico, e un numero di spettatori forte e costante sarà fondamentale per un seguito dopo la fine di Il club dei delitti del giovedì (The Thursday Murder Club). Come ha detto Columbus a The Mirror riguardo a un sequel:

“Dipende da quante persone vedranno questo film”.

Con un punteggio del 77% su Rotten Tomatoes, The Thursday Murder Club ha ricevuto recensioni generalmente positive dalla critica e il film rimane uno dei più visti nella classifica dei 10 film più visti su Netflix. Se questo successo continuerà, non c’è motivo di credere che non ci sarà un sequel, soprattutto perché la Mirren ha dichiarato a Radio Times che sarebbe felice di tornare:

“Sarebbe fantastico se la squadra si riunisse di nuovo. Ci siamo divertiti molto durante le riprese. Quindi, onestamente, tutti noi coglieremmo al volo l’occasione“.

Vale la pena notare, tuttavia, che il film ha ottenuto solo il 54% di punteggio Popcornmeter su Rotten Tomatoes, il che indica che il pubblico generale è meno affascinato dal film Netflix rispetto ai critici. Questo potrebbe essere un segno che il numero di spettatori diminuirà prima del previsto, compromettendo le possibilità di un sequel. In definitiva, è troppo presto per dirlo.

Il club dei delitti del giovedì 2: il regista conferma il ritorno di un personaggio

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Nel passaggio dalla pagina allo schermo, Il club dei delitti del giovedì è riuscito a mantenere intatta l’atmosfera accogliente del giallo sotto la regia di Chris Columbus. Tuttavia, sono state apportate alcune modifiche fondamentali alla trama del libro di Richard Osman che hanno alterato il corso delle indagini. Forse il più grande di questi arriva verso la fine, quando viene rivelato che Bogdan (Henry Lloyd-Hughes), lo sfortunato tuttofare di cui Elizabeth (Helen Mirren) e suo marito Stephen (Jonathan Pryce) si sono fatti amici, era il responsabile dell’omicidio del co-proprietario di Coopers Chase, Tony Curran (Geoff Bell).

Le circostanze dell’omicidio sono diverse, ma il cambiamento più notevole avviene quando Bogdan viene arrestato, cosa che non accade mai nel libro perché Elizabeth non lo denuncia. Ciò è particolarmente significativo considerando il ruolo che Bogdan svolge nei libri successivi della serie di Osman. Parlando con Maggie Lovitt di Collider in una conversazione sugli adattamenti cinematografici dei libri, a Columbus è dunque stato chiesto se, mentre realizzava la sua versione di Il club dei delitti del giovedì, avesse preso in considerazione la possibilità di realizzare dei sequel basati sugli altri capitoli della serie.

Oh, Dio, assolutamente, ci siamo resi conto che questi libri erano incredibilmente popolari tra il pubblico, non solo nel Regno Unito, ma in tutto il mondo”, ha risposto. Osman ha altri tre libri da cui attingere, con un quarto in arrivo. Il processo è stato simile a quello della serie Harry Potter del regista, dove non solo ha letto in anticipo, ma anche l’autrice J.K. Rowling ha informato gli attori su dove stavano andando i loro personaggi man mano che la storia si svolgeva. “Ho letto tutti i libri disponibili. Sapevo esattamente dove stavano andando quei personaggi”.

Pertanto, Columbus era ben consapevole del futuro di Bogdan e ne ha tenuto conto nel descriverlo mentre affrontava le conseguenze delle sue azioni. Oltre a ciò, ha fatto uno sforzo in più per assicurarsi che gli attori avessero tutte le informazioni rilevanti di cui avevano bisogno dai libri per dare vita agli abitanti di Coopers Chase. Anche se il film ha dovuto ridurre la storia nella sceneggiatura di Katy Brand e Suzanne Heathcote, almeno i piccoli dettagli dei personaggi non sono andati persi nella traduzione.

Sapevamo, ad esempio, che Bogdan e Donna (Naomi Ackie) avrebbero sviluppato una relazione nel secondo libro, anzi, nel secondo libro, e ancora di più nel terzo libro. Quindi sapevamo dove stavano andando tutti i personaggi, anche nei minimi dettagli, come il fatto che Joyce stesse pensando di comprare un cane. Questo tipo di cose erano importanti per noi in termini di realizzazione del film, così anche gli attori sapevano dove stavano andando con i personaggi. Prima di iniziare le riprese e durante le prove, ho praticamente riletto il primo libro e tutto ciò che non era nel film, che non era nella sceneggiatura, l’ho scritto in parti specifiche per ogni attore”, ha spiegato il regista.

In altre parole, sono stato in grado di dare a Joyce, o meglio a Celia [Imrie] e Helen, Pierce [Brosnan] e Sir Ben [Kingsley], pagine di dialoghi o descrizioni dei personaggi che erano essenziali per i loro ruoli. Così hanno potuto leggerle e interpretare al meglio i personaggi. Quindi, anche se era una cosa inconscia, sapevano dove si trovava il loro personaggio, da dove provenivano le origini di quei personaggi nel libro. Quindi tutto ciò che è stato fatto nel primo film è in realtà una preparazione per i film successivi“.

Il club dei delitti del giovedì 2 non è ancora stato confermato, ma Columbus voleva lasciare aperta la porta nel caso in cui il film giallo avesse avuto successo. Tuttavia, i cambiamenti hanno suscitato qualche preoccupazione nei lettori, che temevano che Bogdan sarebbe stato messo da parte per i futuri sequel. Il regista ha però assicurato che il suo arresto non avrebbe significato un’uscita definitiva del personaggio. “Per quanto riguarda il film, abbiamo tutti pensato che sarebbe stato leggermente più interessante, forse più soddisfacente, se Bogdan fosse stato arrestato”.

Non è mai stata nostra intenzione tenere Bogdan fuori dai sequel. Avrei dovuto concludere il primo film come hanno concluso tutti i grandi film di James Bond in passato, con “Bogdan tornerà in L’uomo che morì due volte”. Quindi, ovviamente, tornerà. Sapete, c’è un motivo per cui ha ucciso Tony Curran per legittima difesa, gente… basta usare un po’ di immaginazione e pensare a cosa significa legittima difesa. Significa che uscirà di prigione molto rapidamente”.

Ovviamente riporteremo in scena Bogdan. – ha aggiunto il regista – Ovviamente saremo il più fedeli possibile al secondo libro. Ma, ripeto, dobbiamo pensare al fatto che stiamo realizzando un film e che a volte ci sono dei limiti di tempo. Nel caso di Potter, il primo film durava due ore e 40 minuti ed era già stato ridotto il più possibile rispetto al primo libro. Lo stesso vale per il secondo e il terzo libro. Quindi per me era una questione di… ecco perché è andata così. È un po’ deludente leggere questi commenti, che definisco di minoranza, ma mentre li leggo penso: “Beh, non preoccupatevi. È quello che stiamo pensando, ci pensiamo noi”.

Leggi anche: Il club dei delitti del giovedì: la spiegazione del finale del film Netflix

Il Clown di Kettle Spring: recensione del film horror di Eli Craig

Con Il Clown di Kettle Spring, disponibile dal 23 ottobre su Prime Video, giusto in tempo per la notte di Halloween, Eli Craig torna a dirigere un film horror a distanza di otto anni da Little Evil. L’opera è tratta dal romanzo omonimo di Adam Cesare, acclamato per aver rivitalizzato la narrativa slasher contemporanea. Fin dalle prime scene, il film abbraccia le coordinate classiche del genere: una cittadina isolata del Midwest, un gruppo di adolescenti in cerca di libertà, un trauma collettivo mai davvero risolto e un assassino mascherato pronto a colpire.

Sangue tra i filari e vecchi rancori di provincia

Protagonista è Quinn Maybrook (Katie Douglas), una ragazza costretta a trasferirsi con il padre, il dottor Glenn (Aaron Abrams), a Kettle Spring, Missouri, dopo la morte della madre. Il paese, devastato dall’incendio della vecchia fabbrica di sciroppo di mais Baypen, vive una tensione costante tra generazioni: gli adulti accusano i giovani di essere la causa del degrado, i ragazzi si rifugiano in un cinismo digitale che esaspera il conflitto. Tutto precipita quando qualcuno indossa il costume di Frendo, la mascotte clown della fabbrica, e inizia a uccidere chiunque rappresenti il volto “decadente” della nuova generazione.

Eli Craig e il ritorno allo slasher “puro”

Craig, già autore del cult Tucker & Dale vs Evil (2010), affronta questa volta un racconto più lineare e meno parodico, spostando l’attenzione sull’essenza stessa del cinema slasher: ritmo, ambientazione, creatività nelle uccisioni e una tensione costruita più sull’attesa che sul jump scare. Il regista conserva il gusto per l’ironia, ma la dosa con cautela, scegliendo un tono più cupo e un’ambientazione che restituisce al genere la sua dimensione rurale e isolata.

Il film si apre con un prologo folgorante, che richiama in modo evidente Lo squalo di Spielberg: una scena secca, ben coreografata, che stabilisce da subito le regole del gioco. Da quel momento, Il Clown di Kettle Spring alterna momenti di violenza esplicita a pause più ironiche, dove emerge la consapevolezza del regista nel maneggiare cliché e aspettative. Nonostante un budget limitato, Craig gestisce gli spazi con intelligenza: i campi di mais diventano un labirinto naturale e claustrofobico, perfetto per nascondere e sorprendere, mentre il suono – risate distorte, fruscii, urla lontane – amplifica la percezione del pericolo.

Una scena dallo slasher il Clown di Kettle Spring © SHUDDER

Satira sociale e nostalgia anni Ottanta

Come nel romanzo di Cesare, il film si muove su un doppio binario: da un lato l’intrattenimento sanguinoso, dall’altro una satira sullo scontro generazionale. Gli adulti del paese incarnano una moralità ipocrita e repressiva, incapace di accettare il cambiamento; i ragazzi reagiscono con rabbia e sarcasmo, esprimendo un disagio che il film traduce in immagini di caos e ribellione. La figura del clown, ex simbolo pubblicitario di un’America produttiva e ottimista, diventa così la maschera di una società che ha perso ogni innocenza.

Craig non si limita a evocare gli anni Ottanta – citando Halloween, Scream e persino Grano rosso sangue – ma li riattualizza attraverso un’estetica che alterna il colore acido dei neon al buio profondo dei campi notturni. L’effetto è quello di un horror “ibrido”: nostalgico ma consapevole del proprio tempo, con un ritmo veloce e una struttura pensata per un pubblico abituato alla brevità dello streaming.

Pregi e limiti di un adattamento semplificato

Se l’atmosfera funziona e il ritmo tiene, la sceneggiatura – scritta da Craig con Carter Blanchard – paga la scelta di semplificare il romanzo di Cesare. Il mistero si riduce, i conflitti morali si appiattiscono e alcune svolte narrative diventano prevedibili. L’identità del killer si intuisce troppo presto, e il film non tenta mai di sviare realmente lo spettatore. Anche il terzo atto soffre un eccesso di spiegazioni: il lungo monologo dell’antagonista, pur utile a chiarire le motivazioni, rallenta l’azione e smorza la tensione.

Nonostante ciò, Il Clown di Kettle Spring resta un slasher ben costruito, con una regia attenta alla coerenza visiva e un montaggio che non lascia tempi morti. Le scene di morte, girate con effetti pratici, sono tra gli elementi più riusciti: creative, sanguinose, ma sempre leggibili. L’uso minimo della CGI conferisce al film un sapore artigianale che ricorda il cinema horror di un tempo, privo di eccessi digitali e capace di sfruttare la fisicità degli attori.

Frame dallo slasher il Clown di Kettle Spring © SHUDDER

Katie Douglas e il volto del nuovo slasher

Nel ruolo di Quinn, Katie Douglas (già vista in Ginny & Georgia) offre una final girl moderna e convincente: intelligente, vulnerabile, ma lontana dagli stereotipi di vittima passiva. Il suo personaggio incarna la giovane donna contemporanea, combattuta tra la memoria del lutto e il desiderio di autodeterminazione. Intorno a lei, i co-protagonisti – Carson MacCormac, Cassandra Potenza e Kevin Durand – disegnano un microcosmo di figure riconoscibili: il bullo, l’amico leale, il genitore incapace.

Eli Craig non cerca di rivoluzionare lo slasher, ma di ricordarne la potenza originaria: quella di un genere capace di intrattenere e al tempo stesso raccontare le ansie collettive. In Il Clown di Kettle Spring l’orrore non nasce solo dalle uccisioni, ma dal senso di impotenza di una generazione schiacciata tra aspettative e repressione. Quando il film lascia parlare le immagini – i corpi tra i filari, il rosso che sporca l’oro del mais, la risata del clown che riecheggia nel vuoto – riesce a essere più incisivo di quanto non dica a parole. Il nuovo slasher di Craig, dunque, diverte, spaventa e a tratti riflette sul bisogno di trovare un nemico visibile in un mondo ormai privo di punti fermi. Forse non riesce a raggiungere l’irriverenza del suo esordio, ma conferma il suo talento nel trasformare la paura in intrattenimento popolare.

Il cliente: trama, cast e curiosità sul film di Asghar Farhadi

Il cliente: trama, cast e curiosità sul film di Asghar Farhadi

Affermatosi come uno dei maggiori esponenti del cinema iraniano nel mondo, Asghar Farhadi ha realizzato dal 2003 ad oggi una serie di film che esplorano le tradizioni del suo paese, come anche i suoi lati meno apprezzabili. Fornendo così un ritratto brillante e mai banale della società del suo paese, egli ha saputo parlare anche a popoli culturalmente e geograficamente lontani. Celebre per il film Una separazione, con cui ha vinto il premio Oscar per il miglior film straniero, questi è poi tornato a far parlare di sé e dell’Iran con Il cliente, film del 2016 con cui ha vinto un secondo Oscar per il miglior film straniero.

Liberamente ispirato a Morte di un commesso viaggiatore, di Arthur Miller, Farhadi raccontò di aver scelto tale opera per via delle somiglianze tra questa e il film che intendeva realizzare. In particolare, il tema dell’umiliazione è il motore fondante del racconto, il quale va ad esplorare un complesso rapporto di coppia in seguito ad eventi spiacevoli. Al momento della sua uscita Il cliente venne accolto come un nuovo capolavoro del regista, qui alla prova con un’opera tanto ambiziosa quanto complessa da un punto di vista del messaggio intrinseco. Presentato in concorso al Festival di Cannes, il film vinse il Prix du scénario e il Prix d’interprétation masculine.

Il cliente è infatti un film che non lascia indifferenti, ma spinge a prendere in considerazione realtà complesse e particolarmente drammatiche. Ancora una volta l’Iran diventa il teatro per riflessioni umane applicabili a livello mondiale. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Il cliente: la trama del film

Protagonisti del film sono Emad e Raana, una coppia di attori di Teheran, i quali nonostante le difficoltà presenti nel paese si impegnano per avere una vita quanto più possibile serena. I due sono ora impegnati nell’allestimento teatrale di Morte di un Commesso Viaggiatore, opera verso la quale nutrono un certo trasporto. Se le prove di questa impiegano molto del loro tempo, la coppia deve anche affrontare una serie di problematiche scaturite dal rischio di crollo del palazzo dove vivono. Costretti a trasferirsi senza preavviso, il loro collega Babak gli trova ospitalità presso un nuovo appartamento. Qui Emad e Raana sembrano poter trovare una tranquillità temporanea, ma la loro convinzione verrà presto infranta.

I due vengono infatti a sapere che lì dove soggiornano ora loro, un tempo viveva una prostituta, la quale usava proprio quell’appartamento per ricevere i propri clienti. Proprio uno di questi si presenterà un giorno nuovamente alla porta. Non trovando la donna che era solito visitare decide allora di aggredire e forse violentare la povera Raana. Da quel momento il rapporto con Emad si incrina, con lui deciso a denunciare l’accaduto e lei desiderosa invece di dimenticare tutto, affranta dalla vergogna. La loro vicenda personale e artistica andrà così sempre più complicandosi, portando alla luce tutte le fragilità possibili in una coppia.

Il cliente cast

Il cliente: il cast del film

Per dar vita ai personaggi principali del film, Farhadi ha deciso di affidarsi ad alcuni attori già apparsi nei suoi precedenti film. A ricoprire il ruolo di Emad è così l’attore Shahab Hosseini, qui alla sua terza collaborazione con il regista dopo i film About Elly e Una separazione. Grazie al suo intenso ruolo in Il cliente, Hosseini ha poi vinto il prestigio premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes. Il ruolo di Raana è invece affidato a Taraneh Alidoosti, qui alla sua quarta collaborazione con Farhadi dopo The Beautiful City, Chaharshanbe Suri e About Elly. Infine, l’attore e montatore iraniano Babak Karimi, residente però in Italia, interpreta qui Babak, dando vita alla sua terza collaborazione con Farhadi.

Il cliente: l’Oscar, il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

Candidato al premio Oscar come miglior film straniero per Il cliente, Farhadi ha annunciato la sua volontà di non partecipare alla cerimonia. Ciò per protestare contro le misure restrittive imposte dall’allora presidente Trump. Queste vietavano infatti l’ingresso negli Stati Uniti di persone provenienti da alcuni paesi del Medio Oriente. Al momento della vittoria dell’Oscar, una rappresentante del regista ha dunque letto una sua lettera di ringraziamento. In questa però si esprime anche il forte rammarico per una simile divisione razziale, la quale genera nulla se non paura e guerra. Il gesto, naturalmente apprezzato, ha così contribuito a portare ulteriormente all’attenzione tale problematica.

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Il cliente è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Chili Cinema, Google Play, Apple iTunes e Now. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui guardare il titolo. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di martedì 6 aprile alle ore 21:00 sul canale Rai 5.

Fonte: IMDb

 

Il cliente: libro, trama e cast del film con Susan Sarandon

Il cliente: libro, trama e cast del film con Susan Sarandon

Ancora oggi il regista Joel Schumacher è ricordato principalmente per i disastrosi film Batman Forever e Batman & Robin. Eppure, nella sua filmografia si possono ritrovare film che dimostrano la sua grandezza come uomo di cinema. In particolare, si possono citare titoli come St. Elmo’s Fire, Linea mortale e Un giorno di ordinaria follia. Tra i suoi più apprezzati film degli anni Novanta si annovera anche Il cliente, un solido legal thriller ricordato per la sua complessa vicenda, i risvolti da puro giallo e interpretazioni ancora oggi tra le migliori degli attori coinvolti.

Scritto da Robert Getchell e Akiva Goldsman, il film è tratto dall’omonimo romanzo del 1993 scritto da John Grisham. Lo scrittore, dalle cui opere sono stati tratti anche film come Il rapporto Pelican e La giuria, è un esperto di gialli giudiziari, avendo lui conseguito la laurea in legge e aver lavorato per anni come avvocato. Proprio grazie a questa sua esperienza, i suoi racconti sono particolarmente solidi e tesi da questo punto di vista, configurandosi alla perfezione anche per il cinema. Proprio per questo Il cliente, a fronte di un budget di 45 milioni di dollari, è arrivato a guadagnarne oltre 117 nel mondo.

Apprezzato dalla critica e dal pubblico, il film permise di realizzare anche una serie TV omonima, anch’essa basata sul libro di Grisham e andata in ondata in onda dal 1995 al 1996. Per tutti gli amanti del thriller, ancora oggi Il cliente è un titolo da non perdere assolutamente. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Il cliente: la trama del film

Protagonista del film è l’undicenne Mark Sway, la cui vita è da sempre molto difficile e priva di controllo. Abbandonato dal padre quando era appena un bambino, egli vive in una misera roulotte insieme alla madre e al fratellino. Insieme a questo, Mark è solito avventurarsi nei boschi in cerca di qualcosa da fare. È proprio qui che un giorno Mark diventa testimone del suicidio di un avvocato legato alla mafia, il quale prima di togliersi la vita rivela al ragazzo dov’è sepolto il corpo di un senatore ucciso dal criminale Barry Muldano. Sotto shock per l’accaduto, Mark non tarda a comunicare quanto accaduto, venendo subito raggiunto dall’FBI.

Gli agenti che lo incontrano vorrebbero fargli rivelare quanti più dettagli possibile circa quanto da lui visto, ma Mark comprende che, nel caso parlasse, diventerebbe subito un obiettivo primario da parte della mafia. Insieme a sua madre, il ragazzino ricerca dunque un avvocato di cui potersi fidare e lo trova in Reggie Love. La donna, di indole testarda, si offre da subito di proteggere Mark dalla polizia federale, dalle grinfie del Reverendo Roy Foltrigg, procuratore distrettuale, e dallo stesso Muldano, che cercherà di mettere a tacere il piccolo testimone.

Il cliente cast

Il cliente: il cast del film

Trovare un interprete per il ruolo dell’undicenne Mark Sway non fu affatto semplice. Grisham, infatti, aveva potere decisionale sulle scelte di casting e per tale ruolo aveva richiesto un bambino che non avesse esperienze pregresse nel cinema. Egli sosteneva che il film non avrebbe funzionato con un noto attore bambino dall’accento fasullo nel ruolo e che scegliendo uno sconosciuto nella parte (preferibilmente dall’area di Memphis, dove è ambientata la storia) la credibilità del film non sarebbe stata compromessa. Alla fine fu scelto il compianto Brad Renfro, che arrivò a battere nella selezione anche Macaulay Culkin, noto per il film Mamma ho perso l’aereo.

Per convincere l’attrice Susan Sarandon ad accettare la parte dell’avvocato Reggie Love, il regista Joel Schumacher le ha proposto un “matrimonio cinematografico”, inginocchiandosi in mezzo a un affollato ristorante di New York. Davanti a quel gesto, l’attrice accettò e per la sua interpretazione è poi stata candidata al premio Oscar. Ad interpretare il duro Reverendo Roy Foltrigg vi è invece l’attore Tommy Lee Jones, acclamato in quegli anni grazie anche al thriller Il fuggitivo. Mary-Louise Parker interpreta Dianne Sway, madre di Mark, mentre Anthony LaPaglia è il mafioso Barry Muldano. William H. Macy è il dottor Greenway, mentre J. T. Walsh è l’avvocato Jason McThune.

Il cliente: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Il cliente è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV e Disney+. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui guardare il titolo. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di lunedì 23 ottobre alle ore 21:15 sul canale La7.

Fonte: IMDb

Il clandestino: intervista a Edoardo Leo e Rolando Ravello

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Il clandestino: intervista a Edoardo Leo e Rolando Ravello

In occasione della presentazione de Il Clandestino, la nuova fiction Rai in onda dall’8 aprile su RaiUno, abbiamo intervistato Edoardo Leo e Rolando Ravello, rispettivamente protagonista e regista della serie.

Luca Travaglia (Edoardo Leo), ex ispettore capo dell’antiterrorismo, ha lasciato la polizia in seguito a un violento attentato che è costato la vita alla sua donna. Trasferitosi a Milano, lavora come buttafuori nelle discoteche, cercando di anestetizzare il dolore. Il muro che ha alzato tra se stesso e la vita comincia a sgretolarsi quando incrocia sulla sua strada Palitha (Hassani Shapi), un cingalese intraprendente e sopra le righe che lo trascina nell’impresa di mettere in piedi un’improbabile agenzia investigativa.

Il Clandestino, recensione della serie con Edoardo Leo

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Il Clandestino, recensione della serie con Edoardo Leo

È insolito, in un mondo dell’intrattenimento stravolto di “tratto da” e “basato su”, trovare nel panorama della serialità italiana un prodotto originale, eppure Il Clandestino, nuova fiction Rai con Edoardo Leo (qui la nostra intervista), spicca proprio per questo elemento di originalità. La serie, creata da Renato Sannio e Ugo Ripamonti e diretta da Rolando Ravello, si inserisce nel genere noir, e, in sostanza, è una detective story in cui seguiamo le vicende di Luca Travaglia, un ex ispettore dell’antiterrorismo che lascia la polizia e… si mette in proprio.

Il Clandestino, la storia di Luca Travaglia

La storia de Il Clandestino parte con antefatto: Travaglia (Leo), in servizio sotto copertura, viene coinvolto in un attentato in cui perde la vita la sua compagna. Questo evento (anche per dettagli specifici che non riveleremo in questa sede) lo convince a cambiare vita. Lascia la polizia e si trasferisce a Milano, reinventandosi come buttafuori e andando a occupare il retro di un’officina di soccorso stradale gestita da Palitha (Hassani Shapi), un simpatico e intraprendente cingalese che, spinto dalla possibilità di guadagno ma anche da una innegabile simpatia per Luca, lo convince a mettere su una specie di agenzia investigativa. Così, la vita di Travaglia, avviata inesorabilmente verso la disgregazione e l’autodistruzione, sembra assumere nuovamente un senso. Tuttavia, il suo tormentato passato non esita a fargli visita, di tanto in tanto.

Milano multietnica luogo/personaggio

Pur essendo chiaramente una storia derivativa, Il Clandestino riesce a innestare su un concept abbastanza familiare delle peculiarità che ne costituiscono l’aspetto vincente. L’ambientazione milanese della vicenda è uno degli angoli più interessanti della serie: non la “Milano da bere” già cantata e raccontata da molti, ma quella multietnica, sfaccettata, da una parte violenta, dall’altra ricca di storie e di culture. E Ravello riesce a raccontarlo con il dono della sintesi e dell’efficacia, imponendo a tutto lo show il suo stile asciutto e privo di fronzoli, ma denso di fatti, che rifiuta il melodramma e si focalizza sull’azione, principale veicolo di emozioni e approfondimento psicologico. Travaglia non ci viene (troppo) mostrano mentre rimugina e si strugge sul suo passato, ma apprendiamo molto del suo modo di essere da come si approccia agli amici, al lavoro, alle varie umanità che incrocia nella Milano insolita ma autentica che la serie ha per ambiente/personaggio.

il clandestino Milano
ph – Loris T. Zambelli

Ogni episodio (dodici in tutto, per sei serate su RaiUno) propone una trama verticale in cui Travaglia è coinvolto in una nuova indagine, mentre la trama orizzontale volta a raccontare i traumi del protagonista si dipana un pezzetto alla volta, affondando sempre di più dentro al suo passato e dentro alle ragioni che lo hanno portato lì, dove si trova adesso. Questa formula permette dunque all’azione di essere sempre interessante e di mantenere alta l’attenzione dello spettatore che, mentre segue le vicende dei personaggi di volta in volta chiamati in causa, si affeziona pian piano a Luca, scoprendone il passato e il suo grande dilemma.

Un linguaggio “da fiction”

Con un approccio molto pratico, Il Clandestino riesce a distinguersi per originalità e onestà di rappresentazione, anche se fatica a distaccarsi da un certo linguaggio da fiction che, in scambi di dialogo banalizzati dal classico parlato televisivo “finto” e alcune dinamiche di scena, inciampa clamorosamente, svelando la sua natura più nazional popolare, rivendicata poi dalla sua destinazione d’uso, la prima serata di RaiUno. Niente che però possa minarne la popolarità o il successo agli occhi del pubblico di riferimento, abituato e confortato da quello stesso linguaggio.

Il Clan recensione del film diretto da Pablo Trapero

Il Clan recensione del film diretto da Pablo Trapero

Il ClanNell’Argentina militarizzata d’inizio anni ’80 Arquimedes, ex agente dei servizi segreti e all’apparenza irreprensibile patriarca della famiglia Puccio, porta avanti in gran segreto una redditizia attività di sequestri di persona su commissione che coinvolgono giovani facoltosi, uccidendo spietatamente gli ostaggi in seguito la riscossione del riscatto. Appoggiato informalmente dal governo dittatoriale e sostenuto dall’intera famiglia, Arquimedes opera con il coinvolgimento del figlio maggiore Alejandro, giovane promettente rugbista ben presto attanagliato da pericolosi rimorsi di coscienza.

Considerato da molti punta di diamante della recente new age sudamericana tanto foriera di ottime critiche nella passata stagione festivalera, Il Clan cinematografizza uno dei fatti di cronaca nazionale argentina più discussi degli ultimi trent’anni, partendo dalla vocazione di dipingere le gesta di un Padrino post-peronista con chiari echi socio-politici tanto cari (e forse anche troppo abusati) alla tradizione del cinema storico d’inchiesta. Pablo Trapero – premiato con un discusso Leone d’Argento alla migliore regia a Venezia 2016 – torna ai caldi temi del dramma umano incastonato nel dramma della Storia attraverso un racconto dal sapore pseudo mafioso che tenta di unire la forza delle vicende reali con il gusto del racconto filmico, fotografando il tutto con uno stile ibrido e spesso confusionario a metà strada fra l’occhio neorealista di F. Solinas e le calibrate geometrie di J.J. Campanella.  Allontanandosi decisamente dai picchi di alta qualità estetica e drammatica dei ben più coerenti Leonera (2008) e Carancho (2010) Trapero opta per una dinamica rappresentativa che predilige l’asciuttezza delle location e la spigolosità dei dialoghi rispetto alla compattezza dell’insieme, col risultato di sconfinare eccessivamente nel didascalismo cronachistico agé e d’intavolare una sfilza di personaggi stereotipati che paiono prelevati di forza dalle pagine ammuffite dei rotocalchi di una storia nota ma a lungo taciuta. Guillermo Francella, volto notissimo della televisione leggera argentina, incarna la figura di un boss fedele tanto al lavoro quanto agli affetti che miscela l’impassibilità del Don Corleone brandoniano con lo charme tenebroso di un Bogart del sud continente, senza però riuscire a imprimere quel giusto guizzo di attrazione-repulsione tanto necessario anche ai villain delle realtà, lasciando il gravoso compito al non certo scadente Peter Lanzani di scavarsi addosso le frustrazioni e le angosce di un figlio obiettore di coscienza e al contempo suggestionato da un padre-padrone degno di un dramma familiare shakespeariano. Un prodotto anonimo che avrebbe dovuto (e potuto) tradurre in una forma filmica avvincente i grandi temi del conflitto umano d’ogni tempo (amore, sesso, denaro) usando l’appeal di una struttura cronachistica rivelatasi tanto reale quanto assurda nel suo riecheggiare goffamente a tanta cine-tv filonoir.Il clan 2

Il cittadino illustre recensione del film con Oscar Martínez

Il cittadino illustre recensione del film con Oscar Martínez

Autentica sorpresa di Venezia 73. dove ha vinto al Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Oscar Martínez, arriva in sala Il cittadino illustre (El Ciudadano Ilustre), film della coppia di registi argentina Mariano Cohn e Gastón Duprat, accolto molto positivamente dalla critica.

Il cittadino illustre: la storia

La pellicola ha al centro la figura fittizia di Daniel Mantovani, uno scrittore argentino che abita in Europa da oltre trent’anni e che ha raggiunto la definitiva consacrazione dopo aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura. Un giorno gli viene recapitata una lettera spedita dal comune di Salas (città in cui è nato e dove sono ambientati tutti i suoi romanzi) con la quale viene invitato a ricevere il più alto riconoscimento del suo paese: la medaglia al Cittadino Onorario. Sorprendentemente (essendo una personalità alquanto schiva), Daniel decide di accettare l’invito e di recarsi per qualche giorno al paese. Le conseguenze della sua permanenza saranno tanto imprevedibili quanto devastanti.

Il cittadino illustre: la recensione

Girato in maniera asciutta, realistica e profondamente ispirata, e interpretato da un Oscar Martínez davvero memorabile, la vera forza de El Ciudadano Ilustre sta tutta nella sceneggiatura. Attraverso la storia di Mantovani si raccontano tutta una serie di dibattitti ancora aperti nella cultura e nella società dell’Argentina, e si mettono in parallelo due modi opposti di vedere il mondo, rappresentati uno dallo sguardo paesano del Salas, l’altro dalla personalità cosmopolita di Daniel.

Tutte queste tematiche vengono affrontate con disarmante intelligenza e spirito beffardo, senza mai tralasciare quella vena malinconica e amara che la geniale opera di Cohn e Dupart si porta dietro, avvalorando così la celebre massima che recita “Nessuno è profeta in patria!”.

Attraverso un’ideale suddivisione in capitoli assistiamo al viaggio di un’artista che vede il fascino esercitato sui suoi concittadini tramutarsi in disprezzo, e che prende gradualmente consapevolezza di quante insormontabili differenze esistano tra la sua figura e quel paese che da sempre rappresenta la sua fonte primaria di ispirazione.

il cittadino illustreIn questo senso, Il cittadino illustre diventa una riflessione mai scontata e lungimirante sul rapporto tra uomo e produzione artistica, e sull’utilizzo della realtà e della finzione come strumenti per dare vita alla propria opera (la scrittura, in questo caso).

Un’esilarante commedia dai risvolti narrativi travolgenti, intrisa di realismo mai grottesco e di misurata malinconia.