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Il cinico l’infame il violento: recensione del film di Umberto Lenzi

Il cinico l’infame il violento è il film del 1977 diretto da Umberto Lenzi e con protagonista nel cast di Maurizio Merli, Tomas Milian, John Saxon, Renzo Palmer e Gabriella Lepori.

Il cinico l’infame il violento, la trama

Trama: A Milano una serie di furti, rapine ed estorsioni getta il panico tra la popolazione, facendo intuire il ritorno del perfido bandito Luigi Maietto, detto “Il Cinese”, appena uscito di galera. La prima cosa che vuole fare è consumare la sua vendetta, giustiziando il poliziotto che, con la sua testimonianza, lo aveva fatto condannare all’ergastolo. L’uomo in questione è l’ex commissario Leonardo Tanzi, che nel frattempo ha lasciato la polizia e si è trasferito da Roma a Milano.

Analisi

 Il western era morto, o almeno non brillava più di luce propria come negli anni della gloria (i favolosi ’60); il genere che spopolava nei cinema di tutta la penisola era il poliziottesco nudo e crudo, Cinico, Infame, Violento come il titolo dell’omonima pellicola diretta dal Guru Umberto Lenzi nel 1977.

Lenzi confeziona un prodotto stron cato dalla critica, che vede solo un mero tentativo di riunire in un’unica pellicola il terzetto per eccellenza del poliziottesco italiano anni ’70: Tomas Milian, Maurizio Merli e John Saxon. A parte rare eccezioni- tipo l’articolo scritto da Giovanna Grassi per Il Corriere della Sera in difesa del film, questo viene considerato un pasticcio di generi, popolato da attori inespressivi dalle scarse capacità e dove l’unica attrazione sembrano essere gli ettolitri di sangue versati sulla scena.

Il cinico l’infame il violento tenta proprio di mescolare i generi, proponendo agli spettatori una commistione tra commedia, poliziottesco e classico film di tensione e di rapina, rendendo effettivo il termine stesso pulp inteso come pasticcio: al suo esordio al cinema incassa ben 1.800.000.000 di lire, mostrando quindi di cogliere in pieno i gusti del pubblico medio. 

Milian è il mattatore assoluto della pellicola, Merli invece, almeno secondo Mereghetti, è assolutamente inespressivo e perde la sfida con Milian, perché pur interpretando il ruolo del “buono” di turno, viene soppiantato nei cuori degli spettatori dal bandito senza scrupoli interpretato dal cubano, una sorta di preludio al ben più noto Tony Montana (al quale darà vita- e corpo- l’immenso Al Pacino nel 1983).

Il titolo del film doveva essere un altro, il più scontato Insieme per una grande rapina, lontano dal sapore epico della trilogia di Sergio Leone: con questo titolo fu comunque distribuito in sala il trailer della pellicola. La pellicola fu interamente girata a Roma (nonostante la prima parte ambientata a Milano), e come nel precedente Roma a mano armata Merli e Milian non si incontrarono mai, nemmeno sul finale, dove la scena della morte del Cinese fu girata con una controfigura.

Gli incidenti e i litigi erano all’ordine del giorno: una volta Merli si ferì con la propria pistola durante una scena; in un’altra circostanza Merli litigò con l’attrice Gabriella Giorgelli e con Lenzi stesso per via della stessa pistola; la discussione si fece talmente accesa che Merli tentò di sferrare un calcio alla Giorgelli, che fu “salvata” da una parrucchiera intervenuta per difenderla; non fu però altrettanto fortunata quando, in un’altra sequenza, dovevano versare in faccia al suo personaggio del vetriolo, sostituito nella realtà con un liquido che doveva solo provocare del fumo, ma che in realtà le bruciò davvero la pelle.

Il Cinemino: grande successo per il crowdfunding

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Ha registrato un enorme successo la raccolta fondi dedicata alla nascita della nuova sala a Milano, Il Cinemino. In un solo mese di crowdfunding, con più di 25.000 euro, è stato raggiunto metà dell’obiettivo di campagna con ancora 27 giorni per raggiungere il traguardo dei 50.000€.

Il progetto prenderà forma definitivamente a Febbraio, quando Il Cinemino aprirà le porte al pubblico. Ecco un primo resoconto:

• 236 donatori online su ilcinemino.starteed.com
• 133 donatori offline durante gli open day c/o Il Cinemino
• 25.787€ sui 50.000 euro di obiettivo
• 11 poltrone di Il Cinemino dedicate
• oltre 18 mila interazioni sui social network in poco più di un mese
• 26 giorni rimanenti.

I lavori di ristrutturazione proseguono a Milano, in via Seneca 6, a pochi passi da Porta Romana, per dar vita a un cinema, anzi a Il Cinemino.

«Ci facciamo un cinemino» è una frase che i milanesi dicono spesso e da lì nasce il nome del circolo cinematografico che sta per aprire in un luogo piccolo e raccolto. «Era lo showroom di un designer con le pareti bianche – commenta la squadra di Il Cinemino – noi abbiamo dovuto trasformarlo: per le proiezioni c’è bisogno di nero affinché la luce del cinema possa risaltare».

Molti i donatori on line ma non solo. Durante le vacanze natalizie in tanti hanno varcato la soglia di Il Cinemino, per controllare l’andamento dei lavori, per proporre progetti e consigliare film, per regalare carnet e per acquistare i quadri a tema cinematografico realizzati dal giovane artista Andrea Borrelli conosciuto come The Man Who Draw Too Much.

Il Cinemino: al via crowdfunding, un nuovo cinema alla città di Milano

Tra i sostenitori anche l’attore e produttore Valerio Mastandrea che ha scelto di donare una delle 75 poltrone di Il Cinemino alla memoria di Claudio Caligari«Grazie davvero di cuore – dichiara la squadra di Il Cineminonon tanto e non solo per averci sostenuto, ma per aver voluto ricordare un grande autore, uomo e amico, rendendo così Il Cinemino ancora più simile ai nostri sogni».

È possibile continuare a sostenere il progetto fino alla fine del mese: mancano ancora 26 giorni alla conclusione del crowdfunding su ilcinemino.starteed.com.

Il Cinemino: al via crowdfunding, un nuovo cinema alla città di Milano

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A Milano, in via Seneca, a pochi passi da Porta Romana, sta nascendo un cinema. Anzi, Il Cinemino.

Un cine-circolo con sala da 75 posti gestito da un’associazione e un bar dalla forte impronta milanese saranno il biglietto da visita di Il Cinemino, un luogo che si muove a cavallo tra cinema di quartiere e hub internazionale. Un punto di incontro e uno spazio di confronto per tutti coloro che amano la settima arte, che ne parlano, la realizzano e hanno bisogno di un posto dove incontrarsi e far nascere nuovi progetti.

Il Cinemino
Foto di gruppo dei soci Il Cinemino (da sinistra: Alberto Bozzoli, Agata De Laurentiis, Luisa Gannitrapani, Raoul Simoni, Graziano Palamara, Guido Casali, Sara Sagrati, Paola Ruggeri, Davide Verazzani). Foto di Marco Maria Marcolini

Sabato 2 dicembre, in concomitanza con l’apertura ufficiale della campagna di crowdfunding e dell’inizio di lavori, il team che darà vita a Il Cinemino ha aperto le porte della sede per presentare il progetto alla comunità. Un grande successo che ha visto la partecipazione di centinaia di persone, curiosi e addetti ai lavori, che hanno sostenuto il progetto tra una fetta di torta e un brindisi.

L’idea di Il Cinemino nasce da un gruppo di amici che, tutti operanti nel mondo dell’intrattenimento, hanno deciso di dar vita a un luogo e a un progetto che li rappresentasse. L’amore per il cinema si mescola a quello per Milano, dando così vita ad un mix esplosivo che, seppur fortemente radicato nel tessuto culturale cittadino, strizza l’occhio alle esperienze europee. Il quartiere Porta Romana è stato scelto proprio in quest’ottica: una zona vivace, a metà strada tra centro e periferia, ricca di locali, bar, teatri ma non ancora toccato da nuovi progetti di rinascita cinematografica.

L’offerta di Il Cinemino sarà caratterizzata da film inediti, produzioni italiane, soprattutto milanesi, documentari, ma anche cortometraggi, videoclip, VR, animazione d’autore, film per bambini e ragazzi, ma anche produzioni fuori formato e sperimentali. Tutto proposto in lingua originale e in multiprogrammazione, ovvero con titoli differenti durante la giornata in base a orario e giorno della settimana. I pomeriggi a target bambini e ragazzi, lasceranno il posto a incontri con autori, documentari, rassegne, maratone e proiezioni speciali.

Il Cinemino darà grande importanza al rapporto con la città. Al cine-circolo sarà affiancato Il Bar del Cinemino, un angolo accogliente che proporrà pranzi, merende e aperitivi a base di prodotti milanesi e lombardi… senza dimenticare i pop-corn!

Il Cinemino si propone come un luogo di aggregazione, confronto e cultura, che prende spunto dal glorioso passato dei cinema di quartiere ma si propone come trampolino di lancio per futuri progetti, visioni internazionali e pubblici molteplici e variegati.

MA QUANDO APRIRÀ IL CINEMINO?

L’obiettivo è quello di inaugurare a inizio 2018.

Aiutaci a regalare alla città di Milano un nuovo cinema!

SEGUI IL CINEMINO

Il Cinemino, campagna di crowdfunding: ilcinemino.starteed.com
Il Cinemino – Sito ufficiale (under construction): www.ilcinemino.it
Il Cinemino su Facebook: @IlCinemino
Il Cinemino su Instagram: @IlCinemino
Il Cinemino su YouTube: Il Cinemino
Hashtag ufficiale: #IlCineMIno

Il Cinema si fa realtà: il Batcave Home Theater e il riccone col suo Jurassic Park

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A volte la realtà entra al cinema: vita di tutti i giorni, niente virtuosismi, camere tra la folla, temi caldi. Altre volte, il cinema deborda nella realtà: influenza

Il Cinema Ritrovato dal 1° al 12 luglio al cinema 4 Fontane di Roma

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Il Cinema Ritrovato è il più antico e importante festival al mondo, totalmente consacrato alla Storia del Cinema; si svolge a Bologna dal 25 giugno al 3 luglio e giunge quest’anno alla sua trentaseiesima edizione. Per la prima volta quest’anno, una selezione di 18 film restaurati dai maggiori archivi del mondo, sarà mostrata a Roma al cinema 4 Fontane dall’1 al 12 luglio, in versione originale sottotitolata. Sarà un’occasione unica per vedere capolavori della storia del cinema, notissimi, ma anche sconosciuti e ritrovarne, attraverso la qualità del restauro, tutta l’emozione originaria. Per il manifesto di quest’anno è stata scelta una delle scene più felici di un film memorabile, Il conformista, che avvia la seconda stagione creativa del giovanissimo Bernardo Bertolucci.

I TITOLI DELLA RASSEGNA:

  • NOSFERATU di Friedrich Wilhelm Murnau, 1922
  • SHERLOCK JR. VS THE KID di C.Chaplin & B. Keaton,          1925
  • LUCI DELLA CITTÀ di Charles Chaplin, 1931
  • IL GRANDE DITTATORE di Charles Chaplin, 1940
  • SCIUSIA’ di Vittorio De Sica , 1946
  • GLI INVASORI SPAZIALI di William Cameron Menzies, 1953
  • LA CIOCIARA di Vittorio De Sica, 1960
  • IL DIO NERO E IL DIAVOLO BIONDO di Glauber Rocha, 1964
  • GLI AMORI DI UNA BIONDA di Milos Forman, 1965
  • FRANK COSTELLO DI: Jean-Pierre Melville, 1967
  • IL CONFORMISTA di Bernardo Bertolucci, 1970
  • L’ULTIMO SPETTACOLO di Peter Bogdanovich, 1971
  • TONY ARZENTA   di Duccio Tessari, 1973
  • TENEBRE di Dario Argento, 1975
  • TOMMY di Ken Russell, 1975
  • PICNIC AD HANGING ROCK di Peter Weir, 1975
  • UNA GIORNATA PARTICOLARE di Ettore Scola, 1977
  • AVSKEDET di Tuija-Maija Niskanen, 1982

 

Il cinema racconta il suo coronavirus di Enzo De Camillis, il 13 dicembre alla Casa del Cinema

Il 13 dicembre ore 20.30 presso la Casa del Cinema di Roma si terrà la presentazione del documentario “Il cinema racconta il suo coronavirus” di Enzo de Camillis.

Come sta cambiando il lavoro dello spettacolo nel mondo della TV, del Cinema e del Teatro nell’era post Covid-19? Cosa ci ha fatto scoprire sulle professioni l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo e che impatto sta avendo sul settore del cineaudiovisivo? Quali esigenze sul piano umano e professionale possiamo trarre dopo questa esperienza?

Il documentario di Enzo De Camillis fotografa, il cambiamento epocale del settore intervistando tutta la filiera del cineaudiovisivo, dal regista al produttore, dallo scenografo, al macchinista, dal costruttore alla sartoria, dalle sale cinematografiche ai teatri, un insieme di professioni che compongono lo spettacola e che in pochi conoscono bene, una macchina dello spettacolo che coinvolge solo a Roma e nel Lazio, 8.000 liberi professionisti, 12.000 piccole e medie aziende toccando una filiera di 250.000 persone che sono il 70% dell’indotto nazionale.

Il Covid-19 ormai ci accompagna da ben due anni, mettendo in luce le difficoltà dello spettacolo evidenziando tutti i malesseri del settore. E proprio loro, gli artisti, i tecnici e gli attori che De Camillis ha intervistato ci sottolineano le difficoltà che il covid-19 ha creato durante la lavorazione di una troupe. L’importanza dei mestieri e degli artigiani del nostro cinema, lanciando anche un allarme: i mestieri stanno scomparendo.

Il documentario si pregia di nomi illustri che hanno, con le loro testimonianza, raccontato come hanno vissuto la quarantena, come è cambiato il lavoro e quali esigenze oggi abbiano nel settore. Parliamo di nomi illustri come gli attori: Simona Izzo, Leo Gullotta, Marina Tagliaferri, Alessandro Haber, produttori come Verdiana Bixio, Giannandrea Pecorelli, i registi, Pierfrancesco Pingitore e Cinzia TH Torrini, Francesco Rutelli presidente ANICA, Massimo Piparo, direttore del teatro Sistina, Leandro Pesci, Presidente ANEC Lazio e tanti altri, costumisti, scenografi e artigiani.

Il mondo del cinema e del teatro risponde con preoccupazione alle restrizioni dovute dal Covid-19, ma augura al mondo dello spettacolo e della cultura un periodo dove una politica illuminata possa ricominciare una ripresa vere e una crescita della nostra nazione. AIUTARE la cultura di qualsiasi forma è indispensabile per la crescita di un paese. Senza cultura non c’è futuro.

Il cinema nella vita reale: il luoghi dove si è scritta la storia del cinema

New York è presente, naturalmente, per il maggior numero di volte, ma anche la nostra bella Italia non fa brutta figura! Il cinema come non lo avete mai visto, immerso nelle location reali che hanno fatto da set naturale ad alcuni dei grandi classici della settima arte.

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Fonte: R

Il cinema italiano dice addio a Marco Onorato

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Si è spento oggi, a causa di un male che gli era stato diagnosticato pochi mesi fa, Marco Onorato, direttore della fotografia e esponente di grandissimo valore artisitco e umano

Il cinema in un’auto: avanguardia e suggestioni nello spazio Mazda

Avanguardia, modernità, design e passione per il cinema: elementi che, mescolati insieme, definisco il carattere e lo stile della linea Mazda, qui alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma in veste di official sponsor pronto a presentare uno dei suoi nuovi prototipi: un’auto in grado di restituire un’esperienza- cinema totalizzante, semplicemente restando seduti sul vostro sedile.

Mazda 2Il veicolo è dotato di un dispositivo che può proiettare, direttamente sul parabrezza, qualunque supporto audiovisivo o file video ricreando il suggestivo impatto di un drive- in a porte chiuse; l’audio Dolby Stereo avvolge lo spettatore che dimentica, momentaneamente, di trovarsi seduto in una vettura biposto potendo assaporare l’emozione di un piccolo cinema portatile e personale.

Un piccolo suggerimento- da parte di chi l’ha provata- riguarda la posizione dei sottotitoli sullo schermo: la presenza del cruscotto riduce ovviamente il campo visivo, rendendo complessa una lettura fluida e pratica. Ma a parte questo dettaglio tecnico risolvibile, un’auto del genere è sicuramente il sogno segreto di ogni accanito appassionato di cinema.

Il cinema in piazza del Piccolo America torna dal 3 luglio, il programma

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“Il Cinema in Piazza” ci sarà e riaprirà per primo le porte d’Italia agli ospiti internazionali, accogliendo inoltre a Roma a partire dal 3 luglio fino al 30 agosto 2020 decine di autori, registi, attori e maestranze della settima arte italiana. Appuntamenti con il cinema che torneranno a far sognare il pubblico a San Cosimato, Casale della Cervelletta e Porto Turistico di Roma, dove stanno sorgendo in questi giorni i grandi schermi del Piccolo America. Si parte venerdì 3 luglio alle ore 21.15 a Trastevere, con la presentazione del film “La Bella Vita”, opera prima di Paolo Virzì, per l’occasione digitalizzato dalla Cineteca Nazionale e introdotto alla presenza di Paolo Virzì, Sabrina Ferilli, Claudio Bigagli e Massimo Ghini.

L’edizione 2020 de “Il Cinema in Piazza” sarà in parte diversa dalle altre: la sicurezza di pubblico, ospiti e personale è una priorità assoluta per il Piccolo America, pertanto nell’organizzare la manifestazione l’associazione ha seguito attentamente i protocolli stabiliti adempiendo a tutte le misure anti-Covid 19. L’ingresso sarà dunque consentito solo su prenotazione obbligatoria, tramite registrazione su www.prenotaunposto.it/ilcinemainpiazza, su cui sarà possibile prenotare la propria “piazzola” dove sarà possibile partecipare alle serate con cuscini, teli e sedute portati da casa. Per approfondire il tema delle prenotazioni e delle misure anti-coronavirus, è disponibile un apposito articolo di domande e risposte.

«Il Cinema in Piazza ci sarà – dichiara Valerio Carocci, presidente del Piccolo America – con i suoi schermi e proiettori, con ospiti provenienti da Los Angeles, Varsavia, Amburgo, Berlino, Parigi e da tutta Italia. Roma ad agosto non sarà mai stata così bella.

Tuttavia, quelle appena trascorse sono state settimane veramente complesse, purtroppo per noi non solo a causa dell’emergenza coronavirus. Le difficoltà nell’ottenere i film hanno assunto caratteristiche tali da rendere impossibile al Piccolo America, per la prima volta in sei anni, la pubblicazione del programma completo. “Il Cinema in Piazza” porterà in piazza ospiti che tuttavia non potranno vedere proiettati i propri film. Nello specifico, quattro di queste “non-proiezioni” saranno alla presenza di autori, attori e registi provenienti dal resto del mondo. Pertanto, qualora le proiezioni continueranno a non essere autorizzate dai distributori, gli incontri con gli ospiti si svolgeranno ugualmente. Ogni volta che mancherà il film, proietteremo La Corazzata Potëmkin di Sergej Ejzenstejn, nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna.

Nonostante alcune case di distribuzione abbiano autorizzato alcune opere, apertura avvenuta principalmente a seguita della denuncia pubblica del Piccolo America e delle diverse realtà di tutta Italia, non è stato ancora possibile reperire titoli a sufficienza per presentare il nostro programma completo con rassegne in linea, per qualità e tipologia, con il lavoro portato avanti in passato. Il programma, in attesa della risoluzione di questa vicenda, sarà pubblicato settimanalmente. Noi andiamo avanti, invitando tutta la città a partecipare con l’amore e la passione di cui oggi più che mai hanno bisogno i nostri territori».

Ottomiladuecento metri quadri di superficie dedicata ad attività culturali. Centoquattro serate a ingresso gratuito in sessanta giorni, di cui ventisei alla presenza di ospiti, tra cui anche sei incontri con ospiti internazionali. Tremila posti a sedere nelle tre piazze coinvolte, in cui saranno impiegati quaranta ragazzi, quaranta collaboratori tra service e consulenti e venti ragazzi volontari. Sono questi i numeri della sesta edizione de “Il Cinema in Piazza”, che nell’arco della stagione vedrà l’arrivo da Varsavia, Los Angeles, Parigi, Amburgo e Berlino di ospiti come il Premio Oscar Pawel Pawlikowski che presenterà “Cold War”, Tony Kaye regista di “American History X”, l’attrice Audrey Tautou con il regista e attore Mathieu Kassovitz per “Il Favoloso Mondo di Amélie” eL’ordre et la morale” titolo mai distribuito nelle sale italiane, a cui seguono i registi tedeschi Jan-Ole Gerster per “Oh Boy” e Dennis Gansel con “L’onda”. Insieme a personalità italiane come  Francesca Archibugi, Gianluca Arcopinto, Lello Arena, Claudio Bigagli, Francesco Bruni, Andrea Carpenzano, Daniele Cini, Stefano Cipani, Paola Cortellesi, Leonardo D’agostini, Diodato, Sabrina Ferilli, Agostino Ferrente, Fabrizio Fichera, Massimo Ghini,  Matilde Gioli, Chiara Martegiani, Angela Massafra, Valerio Mastandrea, Giacomo Mazzariol, Valerio Mieli, Riccardo Milani, Giuliano Montaldo, Susanna Nicchiarelli, Riccardo Noury, Roy Paci, Rocco Papaleo, Francesco Piccolo, Isabella Ragonese, Paola Randi, Desideria Rayner, Michele Riondino, Marco Risi, Andrea Sartoretti, Giorgio Testi, Luca Vendruscolo, Carlo Verdone, Giovanni Veronesi, Carlo Virzì, Paolo Virzì, Francesco Zippel, Matteo Zuppi Vescovo di Bologna.

«Crediamo che lo spettatore per primo debba essere considerato parte attiva della filiera cinematografica e non semplice fruitore. Il Cinema cresce con lo spirito e la partecipazione attiva del pubblico e non morirà mai se continueremo a creare occasioni d’incontro e scambio tra chi il cinema lo fa e chi lo vuole vivere». – dichiara Federico Croce, direttore generale dell’associazione Piccolo America, a cui seguono le parole di Giulia Flor Buraschi, promotrice della collaborazione con le scuole che afferma, in riferimento al Premio Piccolo America realizzato con i Centri Sperimentali di Milano, Roma e Palermo e Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté e sostenuto da MIUR e MIBACT: «Dalle nostre prime iniziative è passato molto tempo, durante il quale è maturata dentro di noi l’esigenza di scoprire, incontrare e sostenere già nella fase di formazione gli autori. Questi, in occasione delle proiezioni introdotte dagli ospiti, presenteranno 12 cortometraggi prodotti nell’ambito delle attività didattiche, e potranno incontrare il pubblico, che a sua volta potrà conoscere coloro che potenzialmente daranno vita alla prossima produzione cinematografica. Una giuria composta dalla giornalista de L’Obs Marcelle Padovani, dal regista e sceneggiatore Francesco Bruni, dal direttore della fotografia Luca Bigazzi, dal regista Fulvio Risuleo e dall’interprete Gelsomina Pascucci, determinerà la miglior opera, il cui regista vincerà un premio economico pari a 5.000 euro da investire in una nuova produzione cinematografica.”

IL PROGRAMMA, in ordine di data

Dal 3 luglio al 30 agosto, alle ore 21.15, nelle arene di San Cosimato, Casale della Cervelletta e Porto Turistico di Ostia

Nota Bene: (*) = Con o Senza Proiezione

La partenza di venerdì 3 Luglio a Piazza San Cosimato con Paolo Virzì, Sabrina Ferilli, Claudio Bigagli, Massimo Ghini, accompagnati dal direttore della fotografia Paolo Carnera e dalla costumista Maria Giovanna Caselli per la presentazione del film “La Bella Vita”, sarà seguita dalla serata di sabato 4 luglio, con la proiezione del cartone animato “La Carica dei 101”, di Walt Disney. Domenica 5 luglio arriva “Ovosodo”, nell’ambito di una retrospettiva di dieci opere dedicata a Paolo Virzì, tutte digitalizzate dalla Cineteca Nazionale, che si concluderanno domenica 30 agosto, con il ritorno in piazza del regista insieme ai co-sceneggiatori Francesca Archibugi e Francesco Piccolo e all’autore delle musiche Carlo Virzì, che presenterà The Leisure Seeker, proiettato in versione originale. Mercoledì 8 luglio a Trastevere il regista Giovanni Veronesi, insieme a Rocco Papaleo e Matilde Gioli, dibatteranno con il pubblico del film “I moschettieri del Re – La penultima missione”, di G. Veronesi (*).

Giovedì 9 luglio si inaugura l’arena a Tor Sapienza, con l’arrivo di Valerio Mastandrea e Chiara Martegiani che introdurranno “Ride”, di V. Mastandrea. Venerdì 10 luglio si torna a San Cosimato con la consegna del Premio Talento&Tenacia da parte dell’Asilo Savoia, a cui presenzierà il regista del film Leonardo D’Agostino insieme all’attore Andrea Carpenzano, per la presentazione del film “Il Campione”.

Domenica 12 luglio, grazie alla collaborazione tra l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania a Roma e il Piccolo America, a Trastevere arriva il regista tedesco Jan-Ole Gerster, che introdurrà il suo “OH BOY – Un caffè a Berlino” (*), opera prima in bianco e nero che gli è valsa nel 2013 il premio “Miglior Rivelazione” agli EFA.

Medici Senza Frontiere, charity partner della manifestazione, parteciperà con la nuova campagna #UnitiSenzaFrontiere che collega la realtà improvvisamente stravolta dalla pandemia di Covid-19 al costante impegno di MSF, qualsiasi sia l’emergenza, nel salvare vite ovunque ce ne sia bisogno.

E un esempio concreto di questo impegno è raccontato nel film documentario “La Febbre di Gennaro” di Daniele Cini e Claudia Pampinella, realizzato in collaborazione con MSF, la cui prima nazionale si terrà il 16 luglio al Casale della Cervelletta. La pellicola racconta le numerose missioni umanitarie di Gennaro, giovane tarantino di 29 anni, dal Medio Oriente alla Colombia, dalle navi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo alle epidemie di Ebola e Covid-19, che oggi affronta in Yemen con MSF.

Venerdì 17 luglio a San Cosimato, Agostino Ferrente e il cast del documentario “Selfie” – Miglior Doc. ai David di Donatello, sarà presentato in collaborazione con Amnesty International Italia, alla presenza del portavoce Riccardo Noury e di Ascanio Celestini.

Il grande schermo di Ostia al Porto Turistico sarà inaugurato sabato 18 luglio da Marco Risi, con una maratona delle sue celebri opere “Mery per sempre” e “Ragazzi fuori”.

Mercoledì 22 luglio si torna nel cuore di Roma, con l’arrivo in piazza di Riccardo Milani e Paola Cortellesi, per la presentazione de “Il Posto dell’Anima”, di R. Milani, seguiti a Cervelletta il 23 Luglio dalla prima proiezione della versione integrale del documentario “Liberi e Pensanti. Uno Maggio Taranto”, di Fabrizio Fichera, Giorgio Testi e Francesco Zippel, con la presenza di Diodato, Roy Paci e Michele Riondino e altri membri del cast a sorpresa.

Nella serata di venerdì 24 luglio la piazza di Trastevere omaggerà Massimo Troisi, con Lello Arena che presenterà “Scusate il Ritardo”, di M. Troisi, appuntamento seguito da sabato 25 luglio con l’arrivo di Dennis Gansel da Amburgo che presenterà il suo “L’Onda”, Die Welle (*), serata nuovamente in collaborazione con l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania a Roma.

Domenica 26 luglio Ostia vedrà l’arrivo di Valerio Mieli e Isabella Ragonese per “Dieci Inverni”, di V. Mieli. Il regista inoltre mercoledì 29 Luglio assieme alla montatrice Desideria Rayner incontreranno il pubblico per “Ricordi?” di V. Mieli (*). Giovedì 30 luglio Luca Vendruscolo e Andrea Sartoretti introdurranno il film “Piovono Mucche”, di L. Vendruscolo scritto con il compianto Mattia Torre.

Nell’ultima serata del mese di luglio, venerdì 31 a Trastevere, da un’idea del Piccolo America e Francesco Bruni, è nata una serata particolare in Piazza San Cosimato. I ragazzi insieme al regista e sceneggiatore, hanno invitato il Cardinale Don Matteo Zuppi, Vescovo di Bologna, che introdurrà la pellicola da lui amata “Tutto Quello Che Vuoi”, di F. Bruni, uno speciale incontro a cui prenderà parte anche il maestro Giuliano Montaldo.

Sabato 1° agosto si torna a Ostia per l’atteso arrivo di Mathieu Kassovitz con il film “Ordre et Morale”. Kassovitz sarà anche presente a Cervelletta insieme all’attrice e modella Audrey Tautou, nella serata di domenica 2 agosto, per la presentazione del film “Il Favoloso Mondo di Amélie”, di Jean-Pierre Jeunet.

Giovedì 6 agosto proseguono gli appuntamenti con il cinema internazionale, con l’arrivo a Tor Sapienza del regista britannico Tony Kaye, che volerà da Los Angeles a Roma per incontrare il pubblico e parlare del suo American History X (*), pellicola con Edward Norton dedicata al tema della tensione sociale e del razzismo negli Stati Uniti.

Venerdì 7 agosto a San Cosimato, il regista Stefano Cipani, insieme a Giacomo Mazzariol, introdurranno “Mio Fratello rincorre i Dinosauri” (*), tratto dall’omonimo libro di G. Mazzariol.

A Tor Sapienza domenica 16 agosto, l’arena darà il benvenuto al Premio Oscar Pawel Pawlikowski che presenterà “Cold War”. Venerdì 21 agosto a Trastevere, arriva Gianluca Arcopinto con “Il Caricatore”, di Eugenio Cappuccio, Massimo Gaudioso e Fabio Nunziata, mentre sabato 22 agosto il Porto Turistico di Ostia accoglierà l’ultimo appuntamento con ospiti sul litorale romano con Paola Randi, per la proiezione di “Tito e gli Alieni”, alla quale parteciperanno i giovani membri del cast.

Giovedì 27 agosto si torna a Trastevere per gli ultimi tre giorni targati Piccolo America, con l’arrivo della regista Susanna Nicchiarelli con Cosmonauta”.

Chiudono la manifestazione Carlo Verdone, nella serata di venerdì 28 agosto con l’omaggio per il centenario di Alberto Sordi, per cui sarà presentato “Lo Scapolo” di Antonio Petrangeli, seguito dal ritorno di Paolo Virzì assieme a Fracensca Archibuigi e Francesco Piccolo nella serata conclusiva di domenica 30 agosto.

Tutti i titoli in programma saranno proiettati alle 21.15 in versione originale con sottotitoli in italiano, a esclusione dei titoli dedicati ai bambini, come i classici disney.

Il Cinema e le sue voci: realtà, tecnica, poesia

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Il Cinema e le sue voci: realtà, tecnica, poesia

Da molti anni la Rete degli Spettatori presieduta da Valerio Jalongo, regista e docente, si adopera per valorizzare il cinema di qualità e favorire la sua diffusione a tutti i livelli, soprattutto con il pubblico più giovane e nell’ottica della fruizione in sala.  “Quest’anno – dice Jalongo – ha inteso stringere ancora di più il suo legame con il mondo della scuola, nel convincimento che il valore culturale del cinema e del linguaggio audiovisivo, in particolare dopo gli anni della pandemia, debba essere difeso e promosso già dall’età scolare.

Il nostro progetto – dichiara Valerio Jalongo, – aveva tra i suoi principali obiettivi quello di rafforzare i contatti con le scuole dei centri minori, offrendo strumenti di didattica trasversale e di interdisciplinarietà. I riscontri positivi che abbiamo raccolto ci invitano a ripetere questo sforzo nel futuro. Oltre ai nostri tradizionali collaboratori, vogliamo intensificare i rapporti con il gruppo degli Operatori di Educazione Visiva selezionati dal Ministero, presenti in molte realtà periferiche. Per questo alla nostra giornata finale abbiamo invitato rappresentanti dei due Ministeri, dell’Indire e degli Operatori di Educazione Visiva con i quali intendiamo ragionare  sui risultati ottenuti e lavorare sulle aspettative del prossimo anno. Sottolineo che molte scuole hanno manifestato interesse a proseguire l’esperienza che si sta concludendo, e saremo lieti di essere ancora al loro fianco nel nuovo anno scolastico”.

Dal mese di novembre 2022 ad oggi gli esperti della Rete hanno affiancato i docenti e gli studenti delle scuole partner in un percorso articolato su tre moduli.

Attraverso  i moduli in presenza svolti nelle aule ed un modulo on line di formazione docenti, sono stati proposti percorsi teorici e pratici che hanno avvicinato le scuole al mondo dei media e del cinema, fornendo conoscenze e competenze sul Linguaggio Cinematografico e Audiovisivo e suggerendo soluzioni applicabili alla didattica di molteplici discipline. Le proiezioni programmate in sala cinematografica, accompagnate dalla presenza di registi, critici, esperti Operatori di Educazione Visiva, hanno riavvicinato i ragazzi e le ragazze alla più corretta fruizione dell’opera cinematografica e per certi versi dato respiro ad una socialità perduta nel corso della pandemia.

Iniziativa realizzata nell’ambito del Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola promosso da MiC e MIM.

Il Cinema e la Seduzione della Ricchezza Istantanea: Un Riflesso dei Desideri Moderni

Il cinema italiano ha sempre avuto un fascino particolare per le storie di ricchezza improvvisa. Dalle classiche rapine alle commedie contemporanee, il grande schermo ha saputo catturare quel momento magico in cui la vita di un personaggio cambia radicalmente grazie a un colpo di fortuna finanziario. Questa narrazione rispecchia un desiderio profondamente radicato nella società moderna: la gratificazione immediata.

Questo fenomeno non si limita solo al mondo cinematografico, ma si estende anche ad altre forme di intrattenimento che offrono l’emozione di risultati rapidi, per esempio i casinò che pagano subito, dove l’esperienza dell’attesa ridotta tra la vincita e la riscossione amplifica il piacere del gioco. La crescente popolarità di queste piattaforme digitali dimostra come il pubblico italiano sia sempre più attratto da esperienze che promettono non solo divertimento, ma anche la possibilità di ottenere ricompense immediate, proprio come i protagonisti dei film che tanto ammiriamo.

L’evoluzione del cinema italiano e la rappresentazione della ricchezza improvvisa

Il cinema italiano ha una lunga tradizione di film che esplorano il tema della ricchezza istantanea. Dalle commedie all’italiana degli anni ’60 fino alle produzioni contemporanee come “Poveri ma Ricchi” del 2016, i registi hanno utilizzato questo tema per esplorare non solo il fascino del denaro facile, ma anche le sue conseguenze sociali e personali. Questi film spesso mostrano personaggi comuni che si trovano improvvisamente catapultati in un mondo di lusso e possibilità, creando situazioni comiche o drammatiche che risuonano con il pubblico.

La crescita dell’industria cinematografica italiana testimonia l’interesse continuo per queste narrazioni. Nel 2023, sono stati prodotti 402 film, con un incremento del 13% rispetto all’anno precedente e superando i livelli pre-pandemia del 23,7% rispetto al 2019. Questo aumento nella produzione cinematografica riflette non solo la vitalità del settore, ma anche la continua rilevanza di storie che parlano di aspirazioni economiche e cambiamenti improvvisi di fortuna.

Il cinema italiano contemporaneo ha saputo rinnovare questi temi classici, adattandoli alle ansie e alle speranze dell’era digitale. I film recenti spesso esplorano non solo l’acquisizione della ricchezza, ma anche come questa modifica le relazioni interpersonali e l’identità personale in una società sempre più definita dal consumo e dall’apparenza.

Il parallelo tra cinema e intrattenimento digitale: la psicologia della gratificazione immediata

Il legame tra le rappresentazioni cinematografiche della ricchezza istantanea e la crescente domanda di forme di intrattenimento che offrono risultati immediati non è casuale. Entrambi attingono alla stessa psicologia umana: il desiderio di emozioni forti e ricompense rapide. I film che mostrano personaggi che vincono alla lotteria o realizzano colpi milionari soddisfano una fantasia collettiva di trasformazione rapida delle proprie circostanze.

Nel mercato italiano dell’intrattenimento digitale, si osserva una crescente preferenza per giochi ad alta volatilità che offrono esperienze emozionanti piuttosto che semplicemente pagamenti elevati. Questa tendenza rispecchia lo stesso comportamento di ricerca del brivido spesso ritratto nei film sulla ricchezza improvvisa. L’emozione dell’incertezza, la tensione dell’attesa e l’euforia del risultato positivo creano un’esperienza emotiva simile a quella vissuta dai protagonisti cinematografici.

L’impatto culturale e le implicazioni sociali

La rappresentazione della ricchezza istantanea nel cinema italiano non è solo un riflesso dei desideri collettivi, ma contribuisce anche a plasmare atteggiamenti culturali verso il denaro e il successo. Questi film spesso esplorano le contraddizioni della nuova ricchezza, mettendo in luce come il denaro possa risolvere alcuni problemi ma crearne altri completamente nuovi.

Il successo di questi temi cinematografici si inserisce in un contesto economico più ampio, dove l’incertezza finanziaria e la precarietà lavorativa alimentano fantasie di soluzioni rapide. Tra il 2016 e il 2023, ben 186 film hanno richiesto crediti d’imposta internazionali, per un totale di oltre 513 milioni di euro, dimostrando come l’industria cinematografica italiana stia investendo significativamente in produzioni che risuonano con le aspirazioni economiche del pubblico.

Il cinema diventa così non solo intrattenimento, ma anche uno spazio di riflessione collettiva sui valori sociali e sulle aspirazioni individuali. Attraverso storie di ricchezza improvvisa, i film italiani continuano a esplorare le tensioni tra desiderio materiale e realizzazione personale, tra successo esteriore e felicità autentica, offrendo al pubblico uno specchio delle proprie speranze e timori in un’epoca di rapidi cambiamenti economici e sociali.

Il cinema e il teatro di Dominic Cooper

Il cinema e il teatro di Dominic Cooper

A giudicare dalle ultime interpretazioni, sembra proprio che la carriera dell’attore britannico Dominic Cooper, stia vivendo un momento favorevole.

Attualmente è sui nostri schermi con il film di Simon Curtis, Marylin, al fianco di una splendida Michelle Williams che interpreta la diva di tutti i tempi: Marylin Monroe; e di Eddie Redmayne, il Colin Clark che con le sue memorie ha fornito un ritratto complesso e sofferente della giovane artista. Cooper  veste qui i panni del fotografo e assistente Milton H Green, cui l’attrice aveva un tempo spezzato il cuore; e, se pur in un ruolo marginale, si dimostra assolutamente maturo ed efficace nel contribuire, con il suo personaggio, alle atmosfere intime e malinconiche che percorrono l’intero film.

Dominic CooperLa prova successiva  lo chiama a far parte del cast di  La leggenda del cacciatore di vampiri, diretto dal russo Timur Bekmambetov e prodotto da Tim Burton. Il film, in Italia a partire dal 20 luglio e basato sull’omonimo romanzo di Seth Grahame Smith (sceneggiatore di Dark Shadows e autore di Orgoglio e Pregiudizio e Zombie), mette in scena un Abraham Lincoln che si improvvisa cacciatore di vampiri per vendicare l’assassinio della madre, ad opera di un succhia-sangue.

Il cinema e il teatro di Dominic Cooper

Nato a Greenwich, Londra, il 2 giugno del 1978, Dominic Cooper si è formato alla Thomas Tallis School di Akidbrooke; e successivamente ha conseguito la laurea presso la rinomata London Academy of Music and Dramatic Art.

Debutta a teatro nella piece “Mother Clap’s Molly Home”, diretta da Mark Ravenhill. Lo spettacolo, adattamento del libro omonimo di Rictor Norton, ha i toni della black comedy, e ruota attorno al tema della diversità sessuale.

Dopo una serie di partecipazioni televisive, tra cui ricordiamo quella nel The Gentleman Thief di Justin Hardy, approda al cinema nel 2001 con una piccola parte in La vera storia di Jack lo squartatore, diretto da Allen e Albert Hughes, e con protagonista Johnny Depp.

Dominic CooperSenza mai abbandonare il teatro -per il momento la sua vera fonte di soddisfazione- nel 2006 ottiene la parte di uno dei protagonisti di The History Boys, tratto dall’omonima commedia di Alan Bennett, e trasposta al cinema da Nicholas Hytner. L’opera, vincitrice di sei Tony Award, è più che familiare al giovane attore, che l’ha già rappresentata in radio, e sul palcoscenico, guadagnandosi un Drama Desk Award.  Si tratta della storia di un gruppo di otto studenti (Cooper interpreta Dakin), aspiranti alle Università di Oxford e Cambridge; e delle loro bizzarre avventure per superare  la prova d’ammissione.

Nello stesso anno recita al fianco di James Mc Avoy e Rebecca Hall in Il quiz dell’amore (regia di Tom Vaughan), sempre ambientato in campo universitario, e dedicato a un promettente studente di letteratura alle prese con un prestigioso quiz televisivo, University Challenge, che finisce per mettere in crisi la buona condotta e la moralità del concorrente.

Il 2008 è un anno particolarmente prolifero per l’attore britannico, che lo vede impegnato in ben 3 set differenti, dimostrandosi, così, sempre più reattivo e convincente nell’interpretare ruoli molto diversi tra loro.  A cominciare da quello in Prison Escape, di Rupert Wyatt. Qui è James Lacey, prigioniero appena arrivato che, presto vittima di un insostenibile squallore e degrado, progetta e mette in atto la fuga, insieme al compagno Frank (Brian Cox). Il film, presentato al Sundance Film Festival, è stato accolto favorevolmente dalla critica e dal pubblico.

Segue la partecipazione al musical Mamma Mia!, diretto da Phillida Lloyd, e basato sulle musiche del gruppo svedese ABBA. Ad attenderlo è  ruolo di Sky, futuro sposo della bella Sophie, l’Amanda Seyfried che diventerà sua fidanzata nella vita reale.

Infine, recita al fianco di Keira Knigthley e Ralph Fiennes in La Duchessa, film storico dedicato a  Georgiana Cavendish, Duchessa del Devonshire, e ispirato alla biografia scritta da Amanda Foreman. Cooper è Charles Gray, politico britannico e seduttore, con cui Giorgiana ebbe una figlia illegittima.

Dominic CooperNel periodo successivo seguono diversi impegni importanti. In particolare ricordiamo la prova affrontata con intensità e delicatezza in  An Education, diretto da Lone Sherfig e sceneggiato dal frizzante Nick Hornby. Il film, candidato a tre premi oscar ( miglior film, miglior sceneggiatura non originale, e miglior attrice), narra della giovane Jenny Miller (una splendida Carey Mulligan), brillante studentessa e aspirante giornalista, destabilizzata però dall’amore profondo e totalizzante verso un uomo più grande di lei: il trentenne e affascinante David  interpretato da Cooper.

Ma forse la vera sfida che lo lancia alla ribalta è quella accolta con The Devil’s Double di Lee Tamahori, in cui l’attore si cala nei panni del figlio maggiore di Saddam, lo psicotico e sadico Uday, interpretando al tempo stesso,  l’uomo ingaggiato per fargli da sosia, Latif Yahia.

Come lui stesso ha ammesso in un’intervista rilasciata alla redazione di Filmit, le difficoltà non sono state poche nell’affrontare una parte così scomoda e complessa: “Ho dovuto fidarmi del regista perché per impersonare Uday, dovevo spingermi fino in fondo e poi toccava a lui dare forma alla mia performance con il montaggio”. A posteriori possiamo dire che ne è valsa la pena, considerato che è la sua prova a risollevare un film  per il resto piuttosto mediocre.

Il cinema diventa terapia al Gemelli di Roma

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Il cinema diventa terapia al Gemelli di Roma

Per un pugno di dollariUna vera sala cinematografica integrata per i ricoverati sarà realizzata e aperta entro fine anno all’interno del Policlinico universitario Agostino Gemelli su iniziativa di MediCinema Italia Onlus. Dedicata alla terapia definita del “sollievo”, sarà la prima a Roma.

 Al Policlinico A. Gemelli il cinema diventa “terapia”. Questo avverrà, per la prima volta a Roma, grazie a un vero e proprio programma destinato ai degenti dell’ospedale universitario e ai loro familiari promosso da MediCinema Italia Onlus.

L’accordo di collaborazione tra il Gemelli e la Onlus di origine inglese, nata nel 2013 con l’obiettivo di utilizzare il cinema e la cultura cinematografica a scopo – in senso lato – terapeutico negli ospedali, ha quale cardine del progetto la realizzazione di una sala cinematografica integrata che sarà realizzata da MediCinema Italia Onlus all’interno del Policlinico.

La sala cinema è progettata per poter ospitare pazienti anche allettati e in carrozzina e ospiterà una programmazione costante di prime visioni, attività di intrattenimento ed eventi speciali.

A breve sarà dato avvio ai lavori di realizzazione della sala, la cui inaugurazione è attesa tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015.

L’intero progetto di collaborazione, nel segno dell’umanizzazione dell’ospedale, per la cui realizzazione sarà avviata un’attività di fundraising, sarà presentato il prossimo 10 luglio, alle ore 19.00, presso l’Auditorium dell’Università Cattolica di Roma (Largo F. Vito 1), con una serata evento dedicata alla proiezione straordinaria del film “Per un pugno di dollari”, l’opera cult di Sergio Leone appena restaurata e presentata in anteprima al Festival del Cinema di Cannes.

Nata dall’esperienza di MediCinema UK, attiva da oltre 15 anni in diversi ospedali dei sistema sanitario britannico (NHS), MediCinema Italia promuove, l’esperienza del grande cinema e dell’intrattenimento culturale a beneficio dei malati, dopo Milano ora a Roma, strutturato in modo continuativo e per ogni target di degenti, adulti o in età pediatrica, ed è coinvolta anche in alcuni studi clinici sulla misurazione degli effetti positivi di questa particolare “terapia” definita “di sollievo” su pazienti nel medio-lungo periodo.

In ogni caso, il progetto è una nuova occasione di aprire l’ospedale anche alla vita sociale che sta al di fuori, riducendone la distanza e la separazione: è un modo efficace e concreto di prendersi cura globalmente delle persone costrette al ricovero per un periodo di terapie.

 

Il cinema di Sergio Castellitto

Il cinema di Sergio Castellitto

Sergio Castellitto, attore, scrittore, regista, icona e fiore all’occhiello del cinema italiano, è un attore eclettico che riempie lo schermo e riesce a gestire egregiamente sia ruoli drammatici sia comici. Egli è uno sperimentatore delle tecniche attoriali e di quelle registiche.

Sergio Castellitto, nato e cresciuto a Roma, sceglie fin da giovane di seguire la sua inclinazione iscrivendosi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.  Esordisce da giovanissimo in teatro, collaborando con registi importanti come Luigi Squarzina, Aldo Trionfo nel Candelaio (1981) ed Enzo Muzii nel Girotondo da Schnitzler (1985). Tra il 1984 e il 1985 recita in Le tre sorelle di Cechov, e conosce Margaret Mazzantini. Uniti nella vita e nel lavoro, si sposano nel 1987 e hanno quattro figli. Nel 1996 Sergio Castellitto debutta come regista teatrale con Manola, scritta e interpretata da Margaret Mazzantini e da Nancy Brilli. Nel 2004 ripete il successo con un’altra regia e interpretando un altro testo teatrale scritto dalla moglie, intitolato Zorro.

Il teatro non è l’unica passione di Sergio Castellitto, tanto che già nel 1983, egli debutta a fianco di Marcello Mastroianni, nel tragico Il generale dell’armata morta di Luciano Tovoli, seguito da Magic Moments nel 1984.
Nel 1986 sfrutta l’opportunità unica di lavorare con il grande Ettore Scola in La famiglia. Ma la sua prova migliore in questo primo periodo è nel film Sembra morto… ma è solo svenuto di Felice Farina, di cui scrive anche il soggetto e collabora alla sceneggiatura, film che fu molto apprezzato in Francia e che lo consacra attore internazionale. Infatti, nel 1988 recita in Paura e amore con Fanny Ardant e Valeria Golino ma specialmente fa parte del cast del cult Le Grand Bleu, di Luc Besson. Poco dopo, Castellitto si rende noto al grande pubblico della commedia con Piccoli equivoci (1989) di Richy Tognazzi e con Stasera a casa di Alice (1990) di Carlo Verdone.
 Quest’ultimo film richiama direttamente la grande tradizione italica della commedia degli equivoci di Totò e Peppino. Castellitto e Verdone interpretano due personaggi tragicomici che si contendono una donna, Ornella Muti.

Negli anni Novanta Sergio Castellitto lavora con altri grandi del cinema italiano come Marco Ferreri e Mario Monicelli in Rossini! Rossini! (1991) e  con Francesca Archibugi che lo vuole nel suo Il grande cocomero (1993) con cui vince il David di Donatello come miglior attore. La vera proclamazione arriva poi nel 1996 con il pluripremiato L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore con cui vince il suo primo Nastro d’Argento come miglior attore. Nel film Sergio Castellitto interpreta un regista alla ricerca di talenti nella Sicilia degli anni Cinquanta. Una terra che nonostante fosse allo sbando e già dominata dalla corruzione era in realtà piena di sogni e di speranze.

Il cinema di Sergio Castellitto

Da un film impegnato, Sergio Castellitto passa a un ruolo comico in cui interpreta il fratello di Paolo Rossi in Silenzio…si nasce (1996), per poi ritornare a un ruolo drammatico di un uomo in declino nell’opera prima di Renato De Maria Hotel Paura (1996).

Alla soglia degli anni Novanta, Sergio Castellitto scrive la sceneggiatura e dirige il suo primo film, Libero Burro, che racconta la storia di un uomo del Sud che si mette in gioco trasferendosi al Nord ma che fallisce di continuo fino a quando incontra una donna speciale, che nel film è interpretata da Margaret Mazzantini. Il film purtroppo non riceve i risultati sperati e si rivela un fiasco al botteghino; ma Castellitto non si arrende e recita in Padre Pio, film tv diretto da Carlo Carlei nel 2000, per il quale riceve un successo inaspettato.

Il 2001 poi è un anno molto produttivo per lui, è un professore ne L’ultimo bacio di Gabriele Muccino, e un ambiguo regista teatrale in Chi lo sa?, diretto dal maestro regista francese Jacques Rivette.

Nel 2002 altro anno d’oro per Sergio Castellitto, inizia la sua collaborazione con Marco Bellocchio che lo vuole per L’ora di religione, film che lo consacra ancora una volta grande attore e gli fa vincere la preziosa statuetta d’argento dell’European Film Award. Il film, che tratta la questione religiosa, ha suscitato numerose polemiche. L’ora di religione unisce due grandi del cinema italiano, Castellitto di Bellocchio dice: “Non è per complimentarmi con lui ma io raramente ho trovato un regista che suscitasse un tale entusiasmo nelle persone con le quali ha lavorato sul set. E, dato che fare un film non è soltanto fare delle riprese ma è anche un percorso umano – sono dieci-dodici settimane passate insieme –, allora la qualità di quelle giornate a lavorare insieme è un ricordo importante”.

Poi nel 2004 dirige un film, il più noto da regista, Non ti muovere, tratto dal best seller omonimo scritto dalla moglie Margaret Mazzantini. Il film è stato interpretato dallo stesso Sergio Castellitto, Penélope Cruz e Claudia Gerini e ha avuto un ottimo riscontro dalla critica e dal pubblico. Ha ottenuto due David di Donatello, migliore attrice protagonista (Penélope Cruz) e miglior attore protagonista (Sergio Castellitto) e quattro Nastri d’argento, migliore sceneggiatura, migliore scenografia, miglior montaggio e migliore canzone originale (Un senso di Vasco Rossi e Saverio Grandi) e uno Ioma come miglior film italiano in ex aequo con Buongiorno Notte. Una storia quella di Non ti muovere che parla di occasioni perdute. Timoteo è un padre di famiglia che mentre attende che sua figlia sia operata urgentemente, ripercorre con la mente una sua storia con una donna, Italia con la quale ha condiviso una passione intensa e contraddittoria, fatta di violenza e di amore. Timoteo rappresenta il ritratto dell’uomo contemporaneo, è un vigliacco che non sa decidere della sua vita. Italia è una donna di borgata che da sempre è soggetta alla povertà e alle violenze. Italia è interpretata da Penelope Cruz. Castellitto durante un’intervista ha usato queste parole per descriverla: “Penelope è brava come Giulietta Masina. E’ un’attrice generosa, umile e coraggiosa, si è lasciata guidare dal libro e ha dato vita ad un personaggio straordinario. Imbruttirsi per un’attrice bella non è un atto di coraggio, semmai è una possibilità in più. Ha imposto una sola condizione, recitare con la propria voce e il risultato è straordinario, una lezione di dizione per tante attrici italiane”.

Ma la carriera di Castellitto continua, nel 2006 partecipa all’episodio di Isabelle Coixet nel corale Paris, je t’aime, omaggio romantico alle bellezze anticonvenzionali della capitale francese. Poi in Italians, di Giovanni Veronesi, in cui recita con Riccardo Scamarcio. Un film che ritrae le caratteristiche più divertenti e paradossali dell’italiano medio, in cui Castellitto conferma la sua grande bravura e capacità eclettica Nel 2008 interpreta il re Miraz nel secondo capitolo de LE CRONACHE DI NARNIA: Il principe Caspian. Nel 2009 torna a lavorare con Jacques Rivette in Questione di punti di vista e in Tris di donne & abiti nuziali di Vincenzo Terracciano e in Alza la testa di Alessandro Angelini per cui vince il Premio Marc’Aurelio come Migliore attore al Festival del Cinema di Roma 2009.

Inoltre nel 2010 Sergio Castellitto ha l’onore di essere il Presidente della Giuria del Festival del Cinema di Roma; Gianluigi Rondi, Presidente del Festival, l’ha designato con queste parole: “Uno dei nostri più prestigiosi attori di cinema e di televisione”.

Il suo film più recente di cui lui stesso è il regista oltre che interprete è La bellezza del somaro, al cinema dal 17 dicembre, scritto da Castellitto e dalla moglie Margaret Mazzantini. Una commedia grottesca e sopra le righe con Laura Morante, Marco Giallini e Barbora Bobulova e Enzo Jannacci sul rapporto tra genitori e figli; Un film gagliardo – così definito da Castellitto – che tratta temi seri con una pernacchia. Una commedia che fa riflettere sulla nuova generazione: ragazzi adolescenti che non ne possono più di avere genitori che pretendono di essere “amici”.

Il cinema di Sergio Castellitto

Infine prossimamente al cinema uscirà un altro film diretto da Sergio Castellitto e tratto da un romanzo di Margaret Mazzantini, Venuto al mondo. Ancora una volta i due coniugi lavorano insieme ma questa volta Castellitto sarà regista, autore della sceneggiatura con Roberto Ciccutto, coproduttore, ma non interprete. Il film ripercorre, in un’alternanza tra presente e passato, il viaggio di una madre, Gemma (interpretata da Penelope Cruz), insieme al figlio adolescente Pietro attraverso la Bosnia dilaniata dalla guerra. Le riprese del film inizieranno nel febbraio 2011 e si volgeranno tra Roma, Sarajevo e Belgrado. L’attrice spagnola sarà anche coproduttrice della pellicola.

Questa è la carriera cinematografica di Sergio Castellitto, un uomo, un cineasta, una guida per tutti coloro che affrontano o vorrebbero affrontare questa carriera. Castellitto, con la sua creatività e professionalità, offre un’immagine positiva all’estero, continuando sulla scia dei grandi attori italiani del passato. Un motivo di orgoglio per tutti i cinefili italiani.

Il cinema di Oliver Stone

Il cinema di Oliver Stone

Oliver Stone è tra i pilastri della cinematografia americana: regista pluripremiato, ma anche capace di suscitare coi suoi film aspre controversie e dibattiti. La sua produzione è ricca – documentari, film, sceneggiature – e le sue esperienze di vita gli hanno spesso fornito spunti per le opere cinematografiche. Ma, andiamo per ordine.

William Oliver Stone nasce a New York il 15 settembre 1946, figlio di un agente di borsa ebreo e di una francese. Si iscrive all’università di Yale nel ’64, ma l’anno dopo la abbandona e parte alla volta del Vietnam, dove insegna inglese. Tornato in patria, nel ’67 si arruola nell’esercito e presta servizio militare proprio in Vietnam. La sua esperienza della guerra inizia il giorno dopo il suo 21° compleanno e termina nel novembre ’68. Il giovane Oliver Stone è ferito due volte e si guadagna due medaglie sul campo. Questa esperienza lo segnerà profondamente e lascerà una marcata impronta sul suo cinema. Al ritorno in patria, Oliver Stone riesce infatti ad elaborare il trauma dell’esperienza vietnamita proprio dedicandosi al cinema. Si forma alla New York University Film School, dove ha tra i suoi insegnanti Martin Scorsese. I primi frutti del lavoro svolto vedono la luce nel ’74 con l’horror “Seizure” e con il cortometraggio “One Year in Viet Nam”. Nel ’76 si trasferisce a Hollywood e inizia la sua attività come sceneggiatore, facendosi subito notare con l’adattamento cinematografico di “Fuga di Mezzanotte”, che gli vale il Premio Oscar per la sceneggiatura e segna la sua affermazione in questo campo. Seguono, nei primi anni ’80, altre sceneggiature importanti: su tutte “Scarface” di Brian De Palma (1983) e “L’anno del dragone” di Michael Cimino (1985). Nel frattempo, Oliver Stone continua il suo lavoro di regista: prima con il thriller “La mano” (1981) e poi con “Salvador” (1986), pellicola con James Woods sulla guerra in Salvador.

La produzione successiva del regista americano verte su quattro grandi temi, che mostrano il suo attaccamento all’America, la sua passione per i temi caldi della storia del paese, la sua finalità etica e il suo amore per la magniloquenza espressiva. Oliver Stone si occupa di Vietnam con una trilogia che comprende “Platoon” (1986), “Nato il quattro luglio” (1989) e “Tra cielo e terra” (1993). Si dedica poi ai presidenti Usa con “JFK – Un caso ancora aperto” (1991), “Gli intrighi del potere – Nixon” (1995) e “W.” (2008). Ha poi a cuore il tema del ruolo dei mass media nella società e il loro rapporto con la violenza, di cui si occupa in “Talk Radio” (1988) e in “Assassini nati” (1994). Infine, altro tema a lui caro è quello dei meccanismi che governano il mondo della finanza e le loro distorsioni, oggetto di “Wall Street” (1987) e “Wall Street – Il denaro non dorme mai” (2010).

Per quel che riguarda i film sul Vietnam, i più significativi sono senza dubbio i primi due. La fama internazionale come regista arriva infatti nel 1986 con “Platoon”, considerato tra le migliori pellicole sulla guerra del Vietnam, insieme ad “Apocalypse now” di Coppola e “Full metal jacket” di Kubrick. L’opera ottiene 7 premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia. In parte ispirata dall’esperienza personale del regista, la pellicola mostra le vicende di un plotone in Vietnam, protagonisti Charlie Sheen nei panni del giovane volontario, Tom Berenger in quelli del sergente senza scrupoli e Willem Defoe nel ruolo del sergente con scrupoli. Racconta un Vietnam  senza filtri, per ciò che è stato, per come il regista stesso l’ha vissuto,  e ne evidenzia l’assurdità, di cui la perdita di riferimenti e valori è conseguenza. Tre anni dopo arriva “Nato il quattro luglio”, ovvero, illusione e disillusione del giovane Ron Kovic (Tom Cruise) che, arruolatosi nell’esercito animato da autentico spirito patriottico, in Vietnam sperimenta l’orrore e l’abiezione umana. Tornato in patria su una sedia a rotelle si scontra con l’indifferenza di un’America che, dopo averli mandati a morire, non si cura dei suoi reduci, per non essere costretta a guardare in faccia la sconfitta subìta. Kovic sopravviverà a tutto questo trovando un altro ideale per cui combattere, non con le armi: quello pacifista. Il film, ispirato alla vera storia di Ron Kovic, è condotto in maniera appassionata da Stone e attira su di lui le prime critiche negative da parte dell’estabilishment, ma gli vale il secondo Oscar alla regia.

In quella che potremmo definire una “trilogia sui presidenti” è notevole il primo film: il discusso “JFK”. Il dibattito è molto acceso, trattandosi di una delle pagine più oscure della storia americana. Stone sfodera un cast assai corposo, con Kevin Costner protagonista nel ruolo del procuratore Garrison – ma ci sono anche Kevin Bacon, Donald Sutherland, Gary Oldman, Jack Lemmon, Walter Matthau. E si impegna in una ricostruzione minuziosa dell’intera vicenda dell’omicidio di John Kennedy, con piglio d’inchiesta. Ma soprattutto, ancora una volta, ci mette la faccia, si espone, si appassiona, sostenendo apertamente la tesi del complotto, in contrasto con le conclusioni raggiunte dall’inchiesta ufficiale, che avevano individuato Lee Oswald come unico responsabile. Il film dunque divide e ha senz’altro il merito di portare alla luce le incongruenze della versione ufficiale. Qui inoltre, Stone fa uso di pellicole di diverso tipo, utilizza colore e bianconero, altra caratteristica del suo cinema. La pellicola ottiene tre premi Oscar per fotografia e montaggio. Da ricordare, quattro anni dopo, il film su Nixon, altra figura controversa della storia americana recente (il presidente dello scandalo Watergate). Per l’occasione dirige Anthony Hopkins, dando anche qui un’interpretazione controcorrente dell’uomo politico: al centro di intrighi e vittima delle proprie debolezze, ma a cui Stone ascrive qualche merito e alcune qualità, sforzandosi di evitare riduzioni troppo semplicistiche.

Non solo la politica, però, è sinonimo di potere. Lo sono anche, a loro modo, i mezzi di comunicazione, sebbene in maniera più subdola e sottile. Stone ne aveva indagato i meccanismi fin dal 1988, con Talk Radio, sempre con un occhio al rapporto tra questi e la collettività e tra questi e violenza. Torna a farlo nel ‘94, su soggetto di Quentin Tarantino, e ne nasce “Assassini nati”. Protagonisti una coppia di pluriomicidi (Juliette Lewis e Woody Harrelson), i cui crimini vengono spettacolarizzati da Tv e media dagli scarsi scrupoli. Nel film convivono l’aspetto splatter – la ferocia, il sangue che scorre a fiumi – e la critica all’”intellighenzia” dei media, che danno inopinatamente popolarità ai due criminali. Il tutto è presentato in una veste nuova, che mescola linguaggi visivi disparati, alterna colore e bianconero, utilizza la chiave grottesca e parodica, in un turbinio delirante che fagocita lo spettatore. Accompagnano il film polemiche inesauribili (a partire da Tarantino, che accusa Stone di aver stravolto a tal punto il suo soggetto da non voler comparire nei credits del film) riguardoalla spettacolarizzazione della violenza e se sia corretto o meno esporla per criticarla, soprattutto perché si pensa che gli aspetti di critica non vengano colti dal pubblico più giovane. Il film finirà per essere vietato ai minori di 14 anni in molti paesi, ai minori di 18 in qualche caso.

Infine, il capitolo finanziario della filmografia del nostro si apre nell’87 con Wall Street. L’argomento, ben conosciuto da Stone, essendo il padre agente di borsa a Wall Street, gli ispira questa pellicola, nella quale Michael Douglas interpreta lo squalo della finanza Gordon Gekko, facendo incetta di premi: Oscar, Golden Globe, Nastro d’Argento e David di Donatello. Accanto a lui nei panni del giovane compagno di malefatte Charlie Sheen. Anche questo potrebbe essere semplicisticamente definito come un film a tesi, che si scaglia con furore contro le storture del mondo finanziario americano, i danni generati da un capitalismo distorto e malato, le speculazioni e l’avidità. Il personaggio di Douglas è però indubbiamente affascinante nella sua spregiudicatezza cinica e vincente, così come poi, nell’epilogo, nell’affrontare la giusta punizione per quella spregiudicatezza. Stone trattava il tema allora, a ridosso del crollo delle borse e torna a farlo adesso, dopo la crisi finanziaria più pesante dal ’29, sempre con Gekko/Douglas, affiancato stavolta da Shia LaBeouf, nei panni del giovane broker in Wall Street-Il denaro non dorme mai.

Il nostro vulcanico regista non si è fatto mancare, poi, pellicole che esulano dalla categorizzazione fin qui esposta, come “The Doors” (1991), in cui ripercorre la storia del gruppo rock americano e la vicenda umana del suo leader, Jim Morrison, anch’esso amato e odiato, considerato da alcuni il miglior tributo possibile alla figura di Morrison (Val Kilmer), da altri un film riduttivo, che scivola nello stereotipo della rock star maledetta e dissoluta per far presa sul pubblico senza rendere giustizia al genio creativo e alla sensibilità di Jim. Gli ex membri dei Doors, tra i secondi, presero decisamente le distanze dal film.

Nel ’99 ha diretto Al Pacino nel fortunato “Ogni maledetta domenica”, nel 2004 ha realizzato “Alexander”, sulla figura di Alessandro Magno, esplorandone le contraddizioni. Nel 2006 è tornato a parlare della sua America con “World Trade Centre”, omaggio alle vittime dell’11 settembre. Da segnalare anche la sua opera di documentarista, concretizzatasi soprattutto negli ultimi anni, con due documentari su Fidel Castro, “Comandante” (2003) e “Looking for Fidel” (2004) e uno sul presidente venezuelano Chavez, “South of the border” (2009).

Il cinema di David Lynch a Roma: il workshop di LongTake

Sabato 26 maggio 2018 a Roma un viaggio nel cinema di un grande maestro: David Lynch. Si terrà al Cine Detour di Roma (via Urbana, 107), a pochi passi dal Colosseo e dalla Stazione Termini, un workshop per conoscere più da vicino il cinema di un autore di culto assoluto. Dopo tanti eventi di successo a Milano e dopo il primo appuntamento capitolino su Xavier Dolan, i workshop del sito di cinema LongTake tornano a Roma per un nuovo e affascinante confronto dedicato a tutti gli appassionati della Settima Arte.

Il workshop

Durante gli incontri verrà analizzata la filmografia di David Lynch, da capolavori quali Eraserhead – La mente che cancellaVelluto blu, Mullholland Drive Inland Empire fino alla recente terza serie di Twin Peaks, individuandone i temi principali e le scelte stilistiche più ricorrenti, provando a decifrare l’alone misterioso che lo circonda e che contribuisce a rendere lui, e il suo cinema, ancor più affascinanti. 

Tenuto dal direttore di LongTake e critico de IlSole24Ore Andrea Chimento e dal critico di LongTake Davide Stanzione, il workshop è pensato per i fan di David Lynch e, più in generale, per gli amanti del grande cinema. Al termine dell’incontro ogni partecipante potrà analizzare un elemento emblematico dell’arte di Lynch (una sequenza, un brano musicale, una scelta, un dialogo, un fotogramma), elaborando un’analisi scritta che verrà pubblicata sul blog di LongTake.

Dove e quando

Al Cine Detour, via Urbana 107, Roma (rione Monti), nei pressi della stazione Cavour della Metro B. 

Il 26 maggio 2018 dalle ore 15:30 alle 18:30.

Informazioni su biglietti, prezzi, riduzioni

Che cos’è LongTake

LongTake è un dizionario di cinema online composto da oltre 22.000 schede, realizzate da un team di redattori specializzati. Ogni recensione è frutto di una riflessione collettiva e per questo nessuna scheda viene firmata. La funzionalità social di LongTake unisce la passione per il grande schermo alla voglia di condividere informazioni, opinioni e preferenze. Gli utenti possono votare i film, tenere un diario delle proprie visioni, scrivere recensioni da proporre alla redazione, decidere chi seguire e commentare con i propri amici i titoli più caldi del momento. Un innovativo algoritmo fornisce inoltre consigli di visione agli utenti registrati in base ai gusti personali e all’umore del momento. 

LongTake Plus permette agli utenti di vivere un’esperienza unica. Gli abbonati potranno: assistere alle proiezioni in sale cinematografiche diffuse sul territorio italiano usufruendo di sconti e agevolazioni; accedere a portali web italiani dedicati allo streaming di film e serie tv attraverso canali preferenziali; partecipare a importanti Festival e rassegne cinematografiche con accrediti personali.

Il cinema di Adler Entertainment On demand su Prime Video

Il cinema di Adler Entertainment On demand su Prime Video

In attesa di poter tornare a frequentare regolarmente le sale cinematografiche, la casa di distribuzione Adler Entertainment  offre agli appassionati di cinema l’opportunità di vedere, per la prima volta ospitate all’interno della piattaforma Amazon Prime Video, una selezione di 8 titoli​ provenienti dal proprio listino e appartenenti a generi differenti, in modo da poter soddisfare le esigenze di tutti. Dal mese di maggio, il catalogo della piattaforma Amazon Prime Video si arricchirà dei seguenti titoli proposti da Adler Entertainment che saranno disponibili on demand.

ANIMAZIONE

FREE BIRDS TACCHINI IN FUGA di JIMMY HAYWARD

Free Birds – Tacchini in Fuga: dai produttori di SHREK, il film d’animazione in 3D diretto da Jimmy Hayward. Spassoso viaggio nel tempo di Reggie e Jake, chiamati a salvare la loro specie dal menù del Ringraziamento.

HORROR

BEDEVIL – NON INSTALLARLA di ABEL VANG E BURLEE VANG

Dai creatori di Final Destination. Se Siri diventasse improvvisamente malvagia? Cinque adolescenti ricevono un invito a scaricare un’app, chiamata “Bedevil”, una volta installata inizia a perseguitarli, facendo emergere le loro peggiori paure. Per arrestare questa forza malvagia, i ragazzi devono imparare a fidarsi l’uno dell’altro, contando solo sulla propria intelligenza e coraggio.

1303 di MICHAEL TAVERNA

Mischa Barton, l’indimenticata Marissa Cooper di The O.C., torna protagonista di questo inquietante supernatural horror, remake di un classico giapponese. Janet abbandona la sua famiglia e si trasferisce a vivere da sola. Durante la prima notte nella sua nuova casa qualcosa di soprannaturale sembra impadronirsi dell’appartamento

HANSEL E GRETEL E LA STREGA DELLA FORESTA NERA di DUANE JOURNEY

Dai produttori di Twilight, una nuova rivisitazione in chiave horror della fiaba dei fratelli Grimm. Hansel e Gretel sono due fratelli che vivono in una casetta vicino Pasadena. Gretel e il suo ragazzo fumano parecchia erba e, quando Hansel gli rivela di essere venuto a sapere dell’esistenza di un’anziana signora che spaccia la migliore sul mercato, Gretel manda il suddetto fidanzato a prenderne un po’. Quel che il malcapitato scoprirà è che l’anziana signora è una strega cannibale che cucina le persone attirate con la scusa della vendita della sua erba Black Forest High, per poi succhiargli la giovinezza. La scomparsa conduce Gretel e un’amica alla casa della strega, assieme al boss della droga locale, là scoprirà tutto, rischiando, assieme al fratello giunto in extremis, di finire in forno anch’essa.

COMEDY & DRAMEDY

QUALCOSA DI TROPPO di AUDREY DANA

Avete mai pensato a come sarebbe mettersi nei panni di una persona dell’altro sesso, anche solo per un giorno? Jeanne sicuramente no. Fresca di divorzio, lontano dai suoi figli una settimana su due, Jeanne non vuole più sentire parlare di uomini. Ma un bel giorno, la sua vita prende una svolta totalmente inaspettata: a prima vista non sembra essere cambiato nulla in lei… ad eccezione di un piccolo dettaglio!

LA FAMIGLIA FANG di JASON BATEMAN

Nicole Kidman, Jason Bateman e Christopher Walken sono i Fang, una famiglia fuori dal comune. Caleb e Camilla Fang sono performer le cui creazioni scioccano il pubblico e deliziano gli appassionati d’arte. Protagonisti sin dalla più tenera età sono i loro figli, pedine fondamentali delle loro opere provocatorie spesso al limite tra il genio e la follia. A causa di queste esperienze, Annie e Baxter ormai adulti si sono allontanati dai genitori, e, seppur a distanza, conducono esistenze parallele e altamente problematiche. I fratelli sono costretti a tornare a casa dai loro eccentrici genitori quando, improvvisamente, scompaiono nel nulla. La polizia teme il peggio ma Annie è convinta che si tratti di una nuova performance e che Caleb e Camilla abbiano finto la propria morte per dare vita all’ennesima, bizzarra, “opera d’arte”. Mettendo insieme i pezzi del puzzle dei ricordi della loro infanzia, Annie e Baxter si mettono alla ricerca dei genitori, sperando di scoprire la verità su quanto accaduto e, magari, finire anche per ritrovare se stessi.

ACTION

PAWN – FAI LA TUA MOSSA di DAVID A. ARMSTRONG

Una rapina in un diner degenera col sequestro di alcuni ostaggi. L’obiettivo è quello di recuperare un prezioso hard disk contenuto in una cassaforte che si trova proprio nel retro della tavola calda.

Il cinema delle meraviglie – La stanza delle meraviglie di Todd Haynes

Quello che certamente colpisce nel film di Todd Haynes La stanza delle meraviglie, è il complesso argomentare sul concetto di conservazione degli oggetti e della relativa memoria che ogni cosa riesce a trattenere. Si tratta di qualcosa così semplice e scontato da diventare spesso difficile da raccontare, perché facilmente fraintendibile con la passione o l’ossessione per il normale collezionismo.

Difficilmente nel cinema si è toccato in maniera così esatta il tema della raccolta delle tracce del quotidiano attraverso la sensazione di meraviglia. Viene certamente in mente il protagonista del delicato e struggente Ogni cosa è illuminata (2005) di Liev Schreiber, interpretato da un Elija Wood in stato di grazia, che raccoglieva normali oggetti legati al quotidiano e carichi di energia mnemonica, per poi conservarli appesi in bustine di plastica su una personalissima parete delle meraviglie.

La stanza delle meraviglie va oltre e forse per la prima volta in un film destinato alla grande distribuzione spiega, in maniera semplice e comprensibile, il concetto di wunderkammer. Certo, molti film d’autore sono stati strutturati attorno al concetto di camera delle meraviglie, come ad esempio Něco z Alenky (1987) di Jan Svankmajer, o molti film di Peter Greenaway, come Prospero’s Books (1991), ma la loro diffusione di nicchia non ha mai portato ad una conoscenza diffusa del tema in questione.

Wunderkammer letteralmente significa “camera delle meraviglie”. Il nome, appartenente ad un’antica tradizione europea, indica una sorta di museo dove viene accumulata senza ordine prestabilito qualsiasi cosa che possa destare stupore, meraviglia. Le wunderkammer sono considerate i prototipi degli odierni musei di storia naturale e possono essere accomunate ai “gabinetti delle curiosità” tipici del rinascimento italiano.  Quello che spingeva alla creazione di una wunderkammer era il desiderio, o forse il bisogno irrefrenabile, di riunire in un luogo protettivo e magicamente astratto dalla realtà una campionatura del mondo il più possibile estesa. La wunderkammer era un microcosmo a parte generato secondo le regole di un demiurgo che attingeva dal mondo circostante, trasformando una comune stanza in un museo del mondo, in un tempio consacrato all’accumulo e al possesso.

La stanza delle meraviglie, recensione del film di Todd Haynes

Esistevano wunderkammer d’ogni foggia e dimensione, potevano essere allestite in una piccola stanza, essere contenute all’interno di un armadio o interessare un intero edificio.

L’epoca di massimo splendore delle camere delle meraviglie terminò verso la metà del settecento, con l’avvento del moderno pensiero scientifico, anche se l’ impulso che spinge alla loro creazione sopravvive tutt’oggi forte come non mai, forse poiché coincide con un bisogno antico quanto l’uomo: quello di possedere e controllare l’universo in cui vive.

Ci furono wunderkammer famose e storicamente documentate come quella di Ferrante Imperato, di Basilius Besler, di Francesco Calceolari, di Ole Worm, di Manfredo Settala, del duca di Gottorp, di Ferdinando Cospi, dei duchi diWurttemberg, di Athanasius Kircher, di Vincent Levin  e di Pietro il Grande, Zar delle Russie, la cui wunderkammer è la più famosa mai esistita.

E La stanza delle meraviglie di Todd Haynes attinge a piene mani a tutto questo, utilizzandolo come struttura narrativa per orchestrare le storie parallele di due bambini, entrambi privi di udito, che vivono la loro fuga da una vita spietata, verso un sogno che scaturisce nel cuore più profondo del Museo di Storia Naturale di New York. Disseminate nel corso della vicenda si colgono spiegazioni sulla storia delle wunderkammer e sul concetto di curatore, ovvero di colui che per scelta professionale o per vocazione decine di intraprendere la raccolta.

Il film è tratto dal romanzo illustrato Wonderstruck di Brian Selznick, già autore del libro da cui è tratto Hugo Cabret (2011) di Martin Scorsese, altra pellicola dove il concetto di camera delle meraviglie si affaccia timidamente. Selznick ha lavorato personalmente sulla sceneggiatura del film, potendosi cosi permettere di difendere i concetti base più importanti, pericolosamente a rischio in un sistema produttivo che aborrisce gli approfondimenti culturali, avulsi dalla mera spettacolarizzazione.

L’aspetto più sorprendente de La stanza delle meraviglie di Todd Haynes è l’attenta e preziosa ricostruzione di una vera wunderkammer allestita in occasione di una mostra sull’origine dei musei all’interno del Museo di Storia Naturale di New York, nel 1927. Il lavoro di visulizazzione è stupefacente, in ogni dettaglio, dai singoli pezzi esposti nella collezione, al catalogo d’epoca, pieno di antiche stampe e precise spiegazioni didattiche. Le scenografie sono firmate da Mark Friedberg, prezioso collaboratore di autori del calibro di Wes Andeson, Martin Scorsese e Jim Jarmush e sono sapientemente spalleggiate dai costumi di Sandy Powell, qui in veste anche di produttore esecutivo.

Per avere un idea precisa del lavoro di ricerca e successiva ricostruzione è possibile ammirare un pregiato backstage dove Friedberg, Haynes e Selznick raccontano il loro viaggio alla scoperta della wunderkammer.

Emoziona vedere al cinema qualcosa che coincide con l’essenza del cinema stesso, in fondo un film altro non è che una camera delle meraviglie, nella quale l’autore racchiude tutto ciò che per lui rappresenta forma di stupore e meraviglia. Ed è peculiare che spesso la stessa cinepresa venga chiamata camera.

Il cinema che si fa corpo: David Cronenberg

Il cinema che si fa corpo: David Cronenberg

Crani che esplodono, uomini che si trasformano in mosche, individui che intrattengono colloqui  più o meno amicali con alieni al bancone di un bar: non stiamo elencando gli incubi di un pazzo visionario ma alcuni dei temi “storici” presenti nei film di David Cronemberg.

David Cronenberg è nato a Toronto, Ontario (Canada), il 15 marzo 1943. Cresciuto in una famiglia di artisti, inizia giovanissimo a scrivere racconti e a suonare la chitarra classica; dopo gli studi liceali, frequenta l’Università di Toronto, dove si laurea in letteratura inglese;si avvicina alla cinepresa producendo cortometraggi: Transfer (1966), From the Drain (1967), seguiti poi da alcuni film indipendenti (Stereo 1969). Sposato a Margaret Hindson (1970-1971), diventa padre dell’assistente regista Cassandra Cronenberg.

Dal 1971 in poi, si fa autore di softcore e horror che evidenziano da subito il suo gusto per il sangue, il sesso e gli esperimenti mutageni. Si risposa, nel 1979, con la produttrice e regista Caroline Zeifman, dalla quale ha due figli (entrambi addetti ai lavori cinematografici: Caitlin e Brandon Cronenberg). Nel 1981 Scanners diventa il capostipite di una lunga, lunghissima serie di film dell’orrore, tutti di grandissimo impatto visivo e narrativo; il regista è lanciatissimo e si permette perfino di bistrattare offerte estremamente remunerative (rifiuta la direzione de Il ritorno dello Jedi).

Proseguendo nel suo personalissimo percorso creativo lontano anni luce da cliché collaudati, sforna Videodrome (1983) con James Wood (intensissimo) e La zona Morta (1983) con Christopher Walken tratto dal romanzo omonimo di Stephen King.

Nel 1986, quando La Mosca diventa  un enorme successo internazionale David Cronemberg è isolatissimo: Hollywood lo snobba perché fuori dal coro e caratterialmente poco malleabile, ma a proteggerlo dagli attacchi della critica è il suo pubblico. Dopo Inseparabili (1988) con il suo pupillo Jeremy Irons, Hollywood ci riprova, chiedendogli di dirigere Atto di Forza (1990), ma Cronenberg ,dopo essersi occupato della prima stesura della sceneggiatura rinuncia ancora una volta per impegnarsi nella sua sfida più grande: portare sullo schermo quel delirio paranoico che è Il pasto nudo di William Burroughs: film disarmante. Il successo della critica è finalmente dietro l’angolo, dopo M.Butterfy con il solito Irons è il momento di Crash (1996) che gli vale il  primo riconoscimento dopo anni di vuoto. Sullo scaffale di casa sua, fa bella mostra di sé il Premio Speciale della Giuria, vinto al Festival di Cannes.

Il film esplora le perversioni amorose, meccaniche e mortali di un gruppo di persone con la passione per gli incidenti stradali; la commistione individuo-macchina è ancora una volta protagonista. Nel 1999, è lui stesso il presidente della Giuria del Festival di Cannes e nel frattempo firma quello che è considerato il suo capolavoro: eXsistenZ in cui sogno, videogioco e realtà sono sapientemente mescolati (tratto dal romanzo di James G. Ballard sarà Orso d’Argento a Berlino). Le successive pellicole vedono il regista danese in vago affanno, Spider e La promessa dell’assassino non sfiorano per profondità ed intensità i passati gioielli cinematografici, ancor meno il suo più recente A dangerous method che ci è apparso quasi film per la tv. Non resta che attendere il suo ultimo lavoro Cosmopolis sperando in un ritrovato vigore artistico.

Il cinema alla Sapienza: la nuova arena estiva nell’ateneo più grande d’Europa

Riparte l’estate romana e finalmente possiamo dare il benvenuto al nuovo appuntamento con il cinema sotto le stelle di San Lorenzo. Questa volta però il grande schermo avrà la bellissima cornice della città universitaria più grande di Europa: La Sapienza. Infatti, dal 18 al 29 luglio 2022, l’Università La Sapienza di Roma in collaborazione con il Municipio II di Roma, ospiterà la nuova arena estiva del cinema di quartiere: Il Cinema alla Sapienza.

Francesca Del Bello Presidente Municipio II: “Una iniziativa, voluta fortemente da Municipio e Sapienza, che si inserisce nel solco di una rinnovata collaborazione che aprirà, grazie anche al contributo della Regione Lazio, le porte dell’Ateneo alla programmazione culturale del Municipio II”.

La programmazione aprirà con un omaggio a Monica Vitti, poi pellicole d’autore, cartoni animati, grandi successi internazionali, fino a includere film che affrontano temi di attualità da dibattere insieme agli studenti dell’Ateneo. Verranno infatti chiamati a partecipare i registi Claudio Giovannesi, Susanna Nicchiarelli, Francesco Bruni e Carlo Sironi, che introdurranno al pubblico i film.

La direzione artistica è a cura di Luigi Pinto, producer cinematografico e fondatore di Fabrique Du Cinéma, la rivista del nuovo cinema italiano. Luigi PintoPenso che con la diffusione massiccia delle piattaforme online, oggi più che mai sia importante promuovere la visione collettiva e quindiemotiva dei film tra le nuove generazioni. Poterlo fare nel luogo culturalmente più importante d’Italia, è ancora più emozionante e significativo.

Appuntamento quindi tutte le sere sotto la Minerva alle 21.00 con un’arena da 250 posti a ingresso gratuito.

Un evento realizzato da Municipio II di Roma con Università La Sapienza di Roma, con il sostegno di Regione Lazio, Banca del Fucino, Agic Technology. In collaborazione con S.LorenCine. Comunicazione a cura di Frasi Fatte.

Di seguito il programma dal 18 al 29 luglio:

  • Lunedì 18 luglio OMAGGIO A MONICA VITTI Il Tango della Gelosia di Steno
  • Martedì 19 luglio ESTATE ITALIANA La Paranza dei Bambini, presenta il regista Claudio Giovannesi con Pedro Armocida
  • Mercoledì 20 luglio ESTATE ITALIANA Sole, presenta il regista Carlo Sironi con Luca Ottocento
  • Giovedì 21 luglio ESTATE ITALIANA Cosa Sarà, presenta il regista Francesco Bruni con Michela Greco
  • Venerdì 22 luglio DRIVE IN Palm Springs di Max Barbakow
  • 23/07/2022 LA SAPIENZA DEI BAMBINI Monster and Co. di Pete Docter
  • 24/07/2022 LA SAPIENZA DEI BAMBINI Monster University di Dan Scanlon
  • 25/07/2022 ESTATE ITALIANA Miss Marx, presenta la regista Susanna Nicchiarelli con Paola Casella e Cristiana Paternò del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI). Verrà presentato il nuovo numero della rivista di SNCCI CineCritica che dedica il suo Primo Piano sull’autore a Susanna Nicchiarelli.
  • 26/07/2022 DRIVE IN Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh
  • 27/07/2022 SOCIAL MEDIA Quello che i Social Non Dicono di Hans Block, Moritz Riesewieck
  • 28/07/2022 PARITÀ DI GENERE Favola di Sebastiano Mauri
  • 29/07/2022 DRIVE IN La Grande Scommessa di Adam McKay

Il Cinecircolo Romano presenta il PREMIO CINEMA GIOVANE

Il Cinecircolo Romano presenta il PREMIO CINEMA GIOVANE

Da lunedì 20 a venerdì 24 marzo 2017 il Cinecircolo Romano presenta l’annuale appuntamento con il PREMIO CINEMA GIOVANE & FESTIVAL DELLE OPERE PRIME. Un evento speciale dell’Associazione cinematografica che quest’anno festeggia il “cinquantaduesimo anno di attività, con migliaia di soci affezionati. Come ogni edizione sarà lo storico Auditorio di via Bolzano 38 il cuore della manifestazione. A tredici anni dalla nascita, l’evento può vantare un albo d’oro di tutto rispetto che vede tra i vincitori precedenti: Beppe Fiorello, Vinicio Marchioni, Donatella Finocchiaro, Micaela Ramazzotti, Giuseppe Battiston, Valentina Lodovini, Sabrina Impacciatore e Fausto Brizzi, Saverio Costanzo, Edoardo Leo, Edoardo Falcone, Laura Bispuri, Francesco Miccichè, Sidney Sibilia….

I FILM – La competente e qualificata commissione di selezione ha scelto le migliori opere prime del cinema giovane italiano. La rassegna, infatti, presenta una selezione di dieci tra i migliori film italiani usciti in sala nel 2016. Sui 45 esordi cinematografici registrati lo scorso anno sono tre i film in concorso che si contendono il Premio: Il più grande sogno di Michele Vannucci, La ragazza del mondo di Marco Danieli, The Pills – sempre meglio che lavorare di Luca Vecchi. Completano il programma sei opere prime selezionate e un film scelto per qualità : Due euro l’ora di Andrea D’Ambrosio, L’universale di Federico Micali, I Cormorani di Fabio Bobbio, Fräuleinuna fiaba d’inverno di Caterina Cairone, WAX: We Are The X di Lorenzo Corvino, La pelle dell’orso di Marco Segato e La vita possibile di Ivano De Matteo.Il ruolo del pubblico, a inviti gratuiti anche per spettatori ospiti (ritiro coupon con semplice registrazione in Auditorio), sarà come sempre fondamentale in quanto gli spetta il compito di votare i film in concorso su apposita scheda.

LE INTERVISTE E GLI EVENTI SPECIALI– Numerosi saranno gli artisti e registi dei film selezionati che parteciperanno ai vari incontri con il pubblico e gli studenti.. Alcuni di questi saranno applauditi nella serata di Premiazione di venerdì 24, assieme a testimoni delle precedenti edizioni e a eminenti rappresentanti degli Enti collaboranti, tra i più prestigiosi Enti patrocinanti e Partners culturali. Un importante ruolo avranno i numerosi studenti delle scuole medie superiori del Comune di Roma e della Regione inseriti nel Programma Educazione Cinema d’Autore, i ragazzi avranno anche la preziosa opportunità di prendere parte al “Concorso di scrittura della migliore recensione”, partecipando alle proiezioni mattutine dei film in concorso.

LA SETTIMANA CULTURALE– Il Premio Cinema Giovane fa parte dell’annuale Settimana Culturale dell’Associazione che tra l’altro prevede, per animare le cinque giornate della rassegna, anche la consueta Mostra di Arti Figurative nel foyer dell’Auditorio, in gemellaggio con la Associazione Nicola Zabaglia, giunta ormai alla XXXV edizione. Infine, è previsto un Forum e dibattito sul tema: Il Cinema Giovane Italiano nel rinnovamento, in programma mercoledì 22 marzo alle ore 19, modera Pietro Murchio, intervengono tra gli altri: Bruno Torri ,Vito  Zagarrio, Luca Vecchi, Stefano Zuliani , Carlo Brancaleoni, Andrea Minuz , Roberto Petrocchi, Giacomo Martini ed i soci Catello Masullo e Paola Dei.

Il Cigno Nero: recensione del film con Natalie Portman

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Il Cigno Nero: recensione del film con Natalie Portman

La recensione del film Il Cigno Nero diretto da Darren Aronofsky con protagonista Natalie PortmanMila Kunis e Vincent Cassel.

Una giovane ballerina è pronta a sbocciare, il ruolo della vita, del debutto da solista, sta per arrivare e vuole fare di tutto per fare bene, per essere perfetta. Con questa premessa entriamo nel mondo de Il Cigno Nero, thriller psicologico che vede una straordinaria Natalie Portman al centro di una vicenda oscura che non manca di sorprendere. La bella Nina (Portman) si trova alle prese con un doppio ruolo, sarà lei la protagonista de Il Lago dei Cigni, e interpreterà sia il cigno bianco che quello nero.

Il Cigno Nero recensione del film di Darren Aronofsky

E proprio qui Nina incontrerà le sue prime difficoltà, come farà la dolce e delicata creatura, perfezionista del balletto e maestra di disciplina a lasciarsi andare alle emozioni sensuali che dovrà esprimere per rendere vivo il cigno nero? Darren Aronofsky ci racconta una storia molto avvincente che però sullo schermo presenta non poche lacune. A partire dalla costruzione del personaggio principale, che viene mostrato già all’inizio del film come disturbato, il suo sgretolamento psicologico non comincia con la difficoltà relativa al ruolo che deve interpretare, ma è già cominciato, seguendo dei piccoli segnali, come le ferite sul suo corpo, che poi ci verranno rivelati essere delle sue ‘cattive abitudini’.

Per cui siamo di fronte probabilmente ad una psicologia già provata dall’eccessiva ricerca della perfezione fisica e armonico delle sue forme in movimento. A testimoniare questa teoria c’è anche la semi-anoressia della ragazza che rifiuta il cibo e spesso lo vomita. Nonostante una buona costruzione della suspance Aronofsky finisce intrappolato nel suo stesso film, regalandoci un ritratto incompleto, senza spiegare il disagio della protagonista, ma lasciandolo indovinare allo spettatore (è probabile che il personaggio della madre, ballerina mancata e iper-protettiva possa aver minato lo sviluppo della ragazza, ma è solo una congettura).

Il gioco di specchi e riflessi, metafora fin troppo palese e abusata, risulta dopo un po’ fastidioso, dal momento che se è vero che in un’accademia di danza è plausibile che ci siano tutti quegli specchi, specie nelle aule, è quantomeno strana e straniante la presenza dei numerosi specchi nella vita di Nina. Il film si basa quindi sulla doppia identità, sul lato oscuro che nel caso dell’immaginario di Nina, viene rappresentato e incarnato da Lily (Mila Kunis), altra ballerina irriverente e passionale che non ha paura di perdere il controllo e che diventa la vera e propria ossessione della protagonista.

Le due attrici, la Portman e la Kunis, offrono davvero delle interpretazioni interessanti: la Kunis si rivela un’ottima giovane attrice, che comincia adesso a farsi conoscere dal mondo (lo scorso ano è stata al cinema con Codice Genesi), la Portman invece, già da tempo stimata oltre che per la sua bellezza anche per la sua bravura di interprete, sfodera qui una tensione drammatica davvero notevole, oltre ad aver la possibilità di fare sfoggio delle sue doti di danzatrice (non è certo una etoile ma infondo è un’attrice mica una ballerina!). il suo cigno nero nasce dal suo stesso corpo e il suo viso, così sofferente per tutta la durata del film, assume fattezze mostruosamente belle nel finale, confermando la grande interpretazione che le è valsa la candidatura agli Oscar di quest’anno.Nel cast anche Vincent Cassel che si conferma attore di classe, perfetto nel ruolo ambiguo del regista dello spettacolo, e Wynona Rider che interpreta Beth, ballerina ormai giunta a fine carriera e che per Nina diventa un’altro specchio dentro al quale distorce la sua realtà.

Nell’insieme Il Cigno Nero non può considerarsi certo un brutto film, resta tuttavia l’amaro in bocca per quello che sembra lo spreco di una storia con grosse potenzialità, e purtroppo se di un colpevole si vuole parlare è giusto e doveroso puntare il dito contro il regista, che non riesce bene a tenere le fila del racconto, costruendo sul filo della tensione un thriller psicologico che si risolleva solo nel finale ma che resta sbilanciato e poco coeso.

Il cigno nero: la spiegazione del finale del film

Il cigno nero: la spiegazione del finale del film

La filmografia di Darren Aronofsky include finali che richiedono molteplici interpretazioni e il finale di Il cigno nero (leggi qui la nostra recensione) non fa eccezione. Con la vincitrice dell’Oscar Natalie Portman nei panni di una ballerina che cerca la perfezione fino all’estremo, il film è stato considerato un importante studio dei personaggi e un’esplorazione del tema dell’“artista tormentato”. Il thriller psicologico approfondisce le nozioni tossiche di genialità artistica e il prezzo che le persone pagano per raggiungerla attraverso la protagonista interpretata da Portman, Nina Sayers. In una rivisitazione del Lago dei cigni di Čajkovskij, Nina interpreta il doppio ruolo del Cigno bianco (Odette) e del Cigno nero (Odile) con Lily, interpretata da Mila Kunis, che funge da ballerina sostituta.

Temendo di essere sostituita da Lily, Nina sprofonda nella follia, perfettamente esemplificata dal finale aperto. Mentre Il cigno nero si conclude con Nina che sorride alla telecamera, gli spettatori hanno diverse teorie. Il finale di May December con Natalie Portman ricorda la conclusione oscura di Il cigno nero, che ancora oggi, a più di dieci anni dalla sua uscita, è oggetto di discussioni e dibattiti con grande curiosità. Dato che Aronofsky ricorre spesso ad allegorie e sequenze surreali, anche la realtà del finale è messa in discussione: la scena finale è realmente accaduta o è solo una illusione della tormentata protagonista?

Nina ha avuto un’allucinazione in cui uccideva Lily

La dualità gioca un ruolo importante nell’atmosfera da film horror di Il cigno nero, con Nina che interpreta l’innocente Odette e la malvagia Odile. Verso il secondo atto del balletto, Nina sembra vacillare nel ruolo di Odette, ma senza tempo da perdere, si precipita nel camerino per cambiarsi, dove affronta la sua rivale Lily, la pugnala a morte e continua la sua performance nei panni di Odile. Il colpo di scena finale rivela che Nina aveva avuto un’allucinazione sulla morte di Lily e invece si era pugnalata all’addome. Tuttavia, da vera artista qual è, continua a recitare l’atto finale del balletto nei panni di Odette morente, atterrando su un materasso tra gli applausi scroscianti.

Come altri finali dei film di Aronofsky, anche questo incorpora elementi surrealisti, poiché la morte di Lily era un’allucinazione. Ciò non sorprende gli spettatori, poiché la storia aveva già accennato a un comportamento simile da parte della protagonista in passato. Le scene in cui Nina fa l’amore con Lily e si trasforma letteralmente nel Cigno Nero dello spettacolo ne sono la testimonianza. Il fatto che Lily si sia trasformata nel doppelgänger di Nina mentre la protagonista la pugnalava aggiunge ulteriore significato metaforico alla sceneggiatura. Il momento è ulteriormente anticipato dalle scene precedenti che rivelano anche dei graffi sulla schiena di Nina dopo che le sue allucinazioni hanno mostrato un comportamento autolesionista.

Natalie Portman in Il cigno nero
Natalie Portman in Il cigno nero

Nina probabilmente muore nel finale

Nell’ultima esibizione di balletto nel finale di Il cigno nero, Nina è impeccabile e sembra aver raggiunto la perfezione che ha cercato per così tanto tempo. Tuttavia, dato che la ferita all’addome era ancora aperta e sanguinante, molto probabilmente ha ceduto all’emorragia mentre cadeva nell’aria e atterrava sul materasso. Anche se il suo direttore Thomas e gli altri membri della troupe iniziano a farsi prendere dal panico e chiamano un’ambulanza, Nina appare serena mentre mormora: “Perfetta. Ero perfetta”. È altamente probabile che i soccorsi siano arrivati in tempo e l’abbiano salvata, ma la dissolvenza finale in bianco potrebbe invece suggerire la sua morte.

Mentre Nina, sanguinante, guarda le luci del palcoscenico, Aronofsky lascia incerto il destino della sua protagonista. Che si tratti di The Fountain o madre!, i film di Darren Aronofsky non hanno mai evitato di cimentarsi con immagini e temi religiosi. Le luci che cadono su di lei e il suo sguardo rivolto verso l’alto potrebbero persino incorporare una discesa verso il paradiso. La sua ultima battuta e l’espressione di soddisfazione sul suo volto potrebbero implicare che Nina sia finalmente contenta delle sue capacità artistiche e che per lei non abbia più importanza sopravvivere o meno. Lo scopo della sua vita è stato ora raggiunto nella sua mente.

Il cigno nero è una sovversione del Lago dei cigni di Čajkovskij

La performance impegnata di Natalie Portman trasmette il percorso artistico di Nina, ma è anche efficace come sovversione della stessa opera in cui recita. Classico del teatro balletto, Il lago dei cigni è stato scritto dal compositore russo Pyotr Tchaikovsky e si svolge come una tragica fiaba in cui il principe Siegfried si innamora di Odette. Tuttavia, i problemi sorgono quando un malvagio stregone la trasforma in un cigno bianco. Il principe finisce per innamorarsi della figlia dello stregone, Odile, che lui trasforma in una gemella identica a Odette. Con il principe che si innamora erroneamente del “Cigno Nero”, il “Cigno Bianco” si toglie la vita per il dolore.

Molti degli elementi della storia di Tchaikovsky sono citati nel film candidato all’Oscar come miglior film, come la doppelganger di Nina che fa da gemella malvagia. Se il film di Aronofsky rispecchia davvero gli eventi del Lago dei cigni, allora Nina alla fine muore davvero. Sia l’opera teatrale che il film hanno come tema centrale la metamorfosi. Mentre Odette si trasforma in un cigno, Nina assume le sembianze del personaggio che interpretava sul palcoscenico, morendo ironicamente nelle vesti del Cigno Bianco. La tristezza di Odette per essere stata sostituita da Odile ricorda anche i timori di Nina che Lily possa prendere il suo posto, timori che si manifestano nelle sue terrificanti allucinazioni.

Natalie Portman nel film Il cigno nero
Natalie Portman in Il cigno nero

Il vero significato del finale di Il cigno nero

Il cigno nero racconta dunque la storia di un’artista tormentata la cui ricerca della perfezione la rende mentalmente instabile. In questo senso, il film è paragonabile ad altri drammi che misurano il prezzo della perfezione, come si vede anche nel finale di Whiplash. Infatti, la lotta per la perfezione e il finale ambiguo lo rendono un perfetto complemento al dramma del 2008 dello stesso Aronofsky, The Wrestler, in cui Micky Rourke interpreta un wrestler anziano che tenta un ritorno alla ribalta. Con le sue capacità fisiche ormai esaurite, il wrestler protagonista tenta comunque di fare un ultimo salto sul ring, alludendo alla sua morte.

Oltre ad esplorare le oscure dinamiche politiche dietro le produzioni di balletto e le sfide fisiche affrontate dalle ballerine, Il cigno nero funge anche da forte commento sulla malattia mentale. Mentre i film che trattano di artisti tormentati potrebbero feticizzare o addirittura tradire la malattia mentale, i problemi di Nina sono mostrati con un livello di sensibilità e preoccupazione. La madre iperprotettiva di Nina sembra aver contribuito ai suoi problemi di immagine corporea e all’ansia da prestazione. Con l’azione di sua madre, un direttore teatrale che non rispetta i confini personali e le sue paure di essere sostituita da Lily, Nina subisce una tragica ascesa verso la perfezione artistica in tutto il film, fino a un finale che induce sia stupore che empatia.

Perché il finale di Il cigno nero è perfetto

Il cigno nero è stato uno dei film più acclamati dalla critica degli anni 2010, sia per la trama che per le interpretazioni esemplari del cast (in particolare Natalie Portman) e il talento registico di Darren Aronofsky. Fin dall’inizio, la narrazione di Il cigno nero è stata complessa, una storia raccontata tanto attraverso i suoi messaggi tematici e le metafore nascoste quanto attraverso gli eventi letterali che accadono ai personaggi. È per questo motivo che il finale del film è stato perfetto, poiché ha portato avanti questo stile di narrazione fino agli ultimi momenti.

Nina sta soffrendo molto e sta perdendo conoscenza mentre esala i suoi ultimi respiri, ma per lei l’unica cosa che conta è essere riuscita a toccare brevemente il senso di totale realizzazione che aveva cercato con tutte le sue forze. I temi chiave esplorati dal film sono la ricerca della perfezione e il prezzo che gli artisti e gli interpreti pagano durante il loro percorso. Concludere la storia con la morte insinuata di Nina era, ovviamente, la destinazione appropriata. Tuttavia, la morte di Nina (probabile, dato che non è effettivamente confermata) non è il punto di forza del finale di Il cigno nero.

La morte di Nina non è il colpo di genio qui, ma piuttosto la sua reazione ad essa, il fatto che sia stata lei stessa a causarla e che culmini nel momento in cui Odette si getta da una scogliera nel Lago dei cigni. Le ultime parole di Nina “L’ho sentito, era perfetto” mentre lo schermo diventa bianco sono un’espressione completa e totale della psicosi causata dalla sua ricerca della performance perfetta. Nina sta soffrendo molto e sta perdendo conoscenza mentre esala i suoi ultimi respiri, ma per lei l’unica cosa che conta è che è riuscita a toccare brevemente il senso di totale realizzazione che aveva cercato con tutte le sue forze. Se Il cigno nero fosse finito con Nina semplicemente svenuta sul materasso su cui era caduta durante la sua scena finale nei panni di Odette, il momento non avrebbe avuto lo stesso impatto.

Il Cielo sopra Berlino: Trailer del film restaurato

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Quest’anno il Festival di Berlino assegna la massima onorificenza al regista Wim Wenders che, nel corso della 65esima Berlinale, sarà omaggiato con la proiezione di 10 titoli fondamentali della sua filmografia, completamente restaurati e digitalizzati.

Ed ecco il trailer dei film restaurati Il Cielo sopra Berlino e Paris, Texas

Due dei capolavori della speciale line-up prevista a Berlino arriveranno anche in Italia come tributo alla carriera di uno dei più grandi registi viventi.

Mercoledì 18 e mercoledì 25 febbraio, pochi giorni dopo la premiazione di Berlino, verranno proposti nelle sale italiane nella loro versione restaurata e digitalizzata Il cielo sopra Berlino (Premio per la Miglior Regia a Cannes nel 1987 che sarà proiettato solo per un giorno il 18 febbraio) e Paris, Texas (Palma d’Oro a Cannes nel 1984 che verrà proposto solo per un giorno il 25 febbraio). Il doppio appuntamento permetterà così anche agli spettatori italiani di rivedere su grande schermo due dei capolavori del visionario Wim Wenders. L’evento è presentato in Italia da Ripley’s Film e Nexo Digital e in collaborazione con MYmovies.it. L’elenco delle sale sarà che aderiranno a Tribute to Wim Wenders sarà a breve disponibile su www.nexodigital.it.

Il cielo è ovunque: prime foto del film Apple TV+

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Il cielo è ovunque: prime foto del film Apple TV+

Apple Original Films presenta Il cielo è ovunque, prodotto da A24, diretto da Josephine Decker (“Madeline’s Madeline”, “Shirley”) e con la una sceneggiatura di Jandy Nelson, autrice dell’omonimo romanzo. Il film è interpretato da Grace Kaufman, Pico Alexander, Jacques Colimon, Julia Schlaeper, Ji-young Yoo, Havana Rose Liu, Cherry Jones e Jason Segel. I produttori sono Denise Di Novi (“Piccole donne”) e Margaret French Isaac (“Stepmom”) per Di Novi Pictures, insieme a Decker e Allison Rose Carter (“Shirley”). Nelson e Joshua Bachove (“Minari”) sono i produttori esecutivi. La fotografia è a cura di Ava Berkofsky (“Insecure”), la scenografia è di Grace Yun (“Hereditary”), il montaggio di Laura Zempel ( “Euphoria”), i costumi di Christopher Peterson (“The Irishman”) e le musiche di Caroline Shaw (“Madeline’s Madeline”). Il cielo è ovunque sarà presentato in anteprima in tutto il mondo l’11 febbraio su Apple TV+

Il cielo è ovunque, la trama

Nascosta tra le magiche sequoie della California settentrionale e circondata dalle rose gigantesche di sua nonna, la diciassettenne Lennie Walker, un vero prodigio musicale, lotta con la sofferenza atroce che l’ha travolta a seguito dell’improvvisa perdita della sorella maggiore, Bailey. Quando Joe Fontaine, il carismatico nuovo ragazzo della scuola, entra nella vita di Lennie, lei ne resta subito attratta. Ma la complicata relazione di Lennie con Toby, il devastato fidanzato di sua sorella, condiziona la nascente storia d’amore tra lei e Joe. Attraverso la sua vivida immaginazione e i suoi sentimenti, onesti e conflittuali, Lennie naviga tra il primo amore e la prima perdita per creare una canzone tutta sua. L’acclamata regista Josephine Decker dirige questo commovente adattamento dell’omonimo romanzo.

Il cielo brucia, recensione del film di Christian Petzold

Il cielo brucia, recensione del film di Christian Petzold

Devo lavorare“: questo è il mantra di Leon (Thomas Schubert), protagonista del nuovo film di Christian Petzold, Il cielo brucia. Frase che risuona come una vera e propria dichiarazione di intenti ma che svela, in realtà, lo capiremo prestissimo, un piccolo io insicuro non può ammettere che sta procrastinando e si sta isolando da tutto pur di non lavorare. Al centro del nuovo progetto del regista tedesco, dal 30 novembre nelle sale italiane, c’è questa personalità apparentemente insondabile, un giovane scrittore che ha pubblicato il suo primo libro, apparentemente con buone recensioni. Ora sta lavorando al secondo, una stesura alquanto difficile, lottando contro il processo lavorativo, la sua fiducia in se stesso e la sua visione del mondo.

Il cielo brucia, la trama

Leon (Thomas Schubert), giovane scrittore che sta lavorando al suo secondo romanzo, si reca con l’amico Felix (Langston Uibel) nella casa di vacanze della mamma di quest’ultimo, per trascorrere qualche giorno di meritato riposo al mare. Non fosse che una serie di imprevisti iniziano a palesarsi, scombinando il loro piano: prima, la loro macchina si rompe e Leon, brontolone per antonomasia, accetta riluttante di attraversare il bosco. Finalmente trovano la casa ma, proprio come in una favola, questa non è vuota: scarpe, reggiseni e persino lasagne… c’è una giovane donna sconosciuta che la sta occupando. Il fatto che Leon sia già affascinato dalla sconosciuta ancor prima di conoscerne il nome – “Nadja“, le dice Felix dopo la telefonata con la madre, è la nipote di un collega di lavoro – non è tanto dovuto al suo evidente fascino quanto alla suggestiva architettura dell’intera atmosfera estiva elaborata da Petzold.

Attorno a Leon, dunque, Petzold imbastisce un intero parterre di personaggi enigmatici: Felix, suo amico e compagno di “vacanza”, un fotografo che vuole creare un portfolio per la sua domanda di ammissione all’Università delle Arti; Helmut (Matthias Brandt), che viaggia come editore di Leon per esaminare con lui il manoscritto. C’è poi Devid (Enno Trebs), il bagnino della spiaggia, che irrita Leon con la flessibilità del suo orientamento sessuale. Naturalmente, il collante di tutti questi rapporti è Nadia (Paula Beer), dapprima coinquilina non accolta benissimo, e centro erotico del film poi.

Il cielo brucia, una scena del film

Rossore emotivo

Il giugno sul Mar Baltico, il fruscio delle foglie, il mite azzurro del cielo, il silenzio della foresta, la piacevole sensazione di isolamento: a soli cinque minuti dal film, la descrizione atmosferica di Petzold è incredibilmente densa e coinvolgente. Proprio per questo colpisce il malessere di Leon, non come ribelle anticonformismo, ma come pigra incapacità di lasciarsi andare un po’ alla deriva, di assecondare la corrente, l’estate e i suoi umori. Sono queste parole chiave dell’estate, dell’umore e del disappunto a farci venire in mente subito Eric Rohmer, che ha saputo magistralmente prendere l’eccezionalità delle vacanze come sfondo per raccontare storie complesse sui sentimenti ambivalenti e su come questi plasmano le nostre vite.

Leon, per quanto il suo narcisismo lo renda per molti versi schietto, è anche incredibilmente sensibile e ricettivo. Non si rende conto di cosa veramente esalti il suo amico Felix o di cosa stia succedendo al suo editore, ma l’incantesimo che Nadja lancia sui suoi immediati dintorni lo colpisce quasi dolorosamente al cuore. Questa ambivalenza rende il film un grande ritratto non solo di un autore in difficoltà creativa, ma dello stesso Zeitgeist. Questa sorta di cielo rosso fantastico – creato dagli incendi boschivi nelle vicinanze – ne è un segnale fin dall’inizio. Felix e Leon lo sperimentano dal tetto della loro casa di vacanza la prima notte, come uno spettacolo impressionante ma di suggestione puramente estetica.

I due si rassicurano a vicenda sul fatto che gli incendi non li riguardano perché speciali venti marini proteggono il loro angolo. Si potrebbe decodificare questo discorso come un’allusione del tutto velata all’atteggiamento di tutti noi nei confronti dell’imminente catastrofe climatica: affascinati dallo spettacolo del pericolo, lo lasciamo accadere mentre ci immaginiamo avvolti da un falso senso di sicurezza. In realtà, è bene precisarlo, Il cielo brucia non si sofferma solo sull’apparente cecità di Leon nei confronti del movimento della vita, ma anche sulla sua sensibilità. Il fatto che non segua la corrente in questi giorni d’estate, che qualcosa lo disturbi sempre e lo colga impreparato, si rivela alla fine il suo dono speciale.

Paula Beer in Afire - Il cielo brucia

L’estate del dispiacere

Thomas Schubert, protagonista de Il cielo brucia, esprime brillantemente il disagio di Leon. Non solo nelle sue espressioni facciali, che sembrano sempre dire: “Ci sto provando!“, ma nell’intero linguaggio del corpo, nel modo in cui abita il paesaggio e si pone nei confronti di esso, sempre un po’ ingobbito, con i vestiti stropicciati che gli pendono addosso. Schubert dosa la sua rappresentazione della scontrosità in modo così preciso che non diventa mai una barzelletta: si ride un po’ del suo personaggio e del suo cattivo umore, ma mai in maniera burlesca. Allo stesso tempo, lo si capisce quasi troppo bene. Tutti intorno a lui si godono l’estate, vanno in piscina, fanno amicizia, non si preoccupano di tutti gli inconvenienti, che siano zanzare, coinquilini inattesi o rumori notturni incredibilmente fastidiosi. Come si fa a non sentirsi emarginati?

E poi c’è questa donna. Indossa un vestito rosso a fantasia, ha i capelli rossi lunghi fino alle spalle, prepara il caffè e stende il bucato, con Leon che scruta ogni sua mossa. Si chiama Nadja e quando invita Leon ad andare al mare con lei, lui rifiuta, anche se in realtà vorrebbe andarci: così, alimenta la sua frustrazione. Ma il vestito di Nadja non è l’unico rosso di questo film. Più a ovest, sentiamo che le foreste stanno bruciando, l’autostrada e diverse strade sono già chiuse e le prenotazioni negli hotel sulla spiaggia sono state cancellate. Felix afferma con convinzione che l’incendio è ancora a trenta chilometri di distanza e che il vento soffia nell’entroterra, quindi non c’è pericolo. Ma il vento cambia il suo giro e una notte i nostri protagonisti possono vedere dal tetto cosa sta arrivando. L’orizzonte si illumina come un tramonto: ma è un bagliore tremolante, il riflesso di una pira. Il cielo è in fiamme.

Non c’è bisogno di chiedersi dove Christian Petzold abbia avuto l’idea per questa storia: era nell’aria, così come quella di Undine, forse, veniva direttamente dal canto delle sirene. La domanda è, piuttosto, come Petzold riesca a inserire la componente catastrofica, insita nel titolo stesso, in modo così disinvolto nella narrazione, tanto da renderci conto di questa minaccia solo quando ha già quasi raggiunto i personaggi. Il Cielo brucia è il tipo di film in cui non succede nulla ma, in questo nulla, Petzold riesce a raccontare quasi tutto.

Il Chris Hemsworth show al Saturday Night Live – video

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Il Chris Hemsworth show al Saturday Night Live – video

E’ stato Chris Hemsworth il grande mattatore della nuova puntata del Saturday Night Live, noto programma televisiva americano. Infatti, l’attore è stato protagonista di numerosi ed esilaranti sketch ed era ospite per promuovere i suo ultimo film, Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick di Ron Howard.

LEGGI ANCHE: Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick recensione del film con Chris Hemsworth

https://youtu.be/NKXGA-AU50w

Il cerchio della vita: quello che non sai sulla canzone de Il re leone

Il cerchio della vita è una di quelle canzone che ha segnato milioni di persone e tante generazioni grazie alla sua presenza del film d’animazione Il re leone.

Con alta probilità, questo brano così significativo sarà presente anche nell’omonimo live action di prossima uscita e, a pensarci, non potrebbe essere diversamente.

Ecco, allora, quello che non sapevi sul brano Il cerchio della vita.

Il cerchio della vita testo

il cerchio della vita

Una delle caratteristiche di un film come Il re leone è quella di lasciare il segno con i testi delle sue canzoni. Basti pensare a Il cerchio della vita che accompagna la fase iniziale del film, quando il sole sorge e gli animali corrono per radunarsi sotto la rupe dei re, in attesa che venga finalmente mostrato il giovane Simba. E se le immagini colpiscono il cuore, essere fanno solo un lavoro a metà perché senza questo canto tutto il pathos esistente verrebbe meno.

Un bel giorno ti accorgi che esisti
Che sei parte del mondo anche tu
Non per tua volontà e ti chiedi chissà
Siamo qui per volere di chi

Poi un raggio di sole ti abbraccia
I tuoi occhi si tingon di blu
E ti basta così, ogni dubbio va via
E i perché non esistono più

E’ una giostra che va, questa vita che
Gira insieme a noi e non si ferma mai
E ogni vita lo sa che rinascerà
In un fiore che fine non ha

E’ una giostra che va, questa vita che
Gira insieme a noi e non si ferma mai
E ogni vita lo sa che rinascerà
In un fiore che fine non ha

Il cerchio della vita: Il re leone

Il cerchio della vita segna l’inizio del film, ma non tutti sanno che fa parte della colonna sonora composta da Elton John (per quanto riguarda le musiche) e Tim Rice (che si è occupato dei testi). Riproposta anche alla fine del film e nominata agli Oscar per la Miglior Canzone, Il cerchio della vita non avrebbe dovuto avere delle parti dialogate.

Quando il compositore Hans Zimmer, che si è occupato della parte strumentale, ha preparato la sua interpretazione del brano, aveva dato vita ad una versione estesa affinché fosse flessibile per essere tagliata ed adeguata con il montaggio.

Gli animatori rimasero talmente colpiti e affascinati dal suo lavoro da cambiare l’inizio della sequenza in quella che si vede nel film, in modo da sfruttare l’intera versione del compositore, che comprendeva anche la parte iniziare cantata in lingua zulu.

Il cerchio della vita: Ivana Spagna

Per la versione italiana de Il cerchio della vita, si era alla ricerca di un/una cantante che fosse in grado di avere un voce incisiva e significativa come quella di Elton John che è interprete della versione originale.

È stato proprio il cantautore a riconoscere in Ivana Spagna queste qualità, scegliendola personalmente per interpretare questo brano così forte ed importante. Conseguentemente, la Spagna ebbe un enorme successo, diviso tra nuove e vecchie generazioni, tanto da realizzare circa quindici anni dopo (nel 2009) un album intitolato proprio Il cerchio della vita. Questo disco riunisce 14 canzoni cover Disney.

Il cerchio della vita accordi

Chi desiderasse provare a suonare la melodia de Il cerchio della vita è possibile farlo seguendo gli accordi. Oltre a recarsi nei negozi specializzati, è possibile recuperare gli accordi di questo brano anche online, sia su siti specifici, sia tramite video caricati su You Tube.

Il cerchio della vita significato

il cerchio della vita

Il cerchio della vita non solo una semplice canzone, un semplice brano di apertura de Il re leone: bensì, ha un significato molto profondo.

Basta solo osservare il testo per capire che il riferimento è rivolto al ciclo della vita di tutti gli esseri viventi che connette ogni creatura del mondo e che fa compiere a tutti quanti il cammino composto da nascita, dalla crescita e dall’invecchiamento che perdura fino alla fine dei giorni.

Un equilibrio, quello della vita, che va tutelato affinché ognuno abbia di che vivere in maniera dignitosa: “Simba, tutto ciò che vedi coesiste secondo un delicato equilibrio. Come re devi capire questo equilibrio e rispettare tutte le creature, dalla piccola formica alla saltellante antilope. [Quando moriamo i nostri corpi diventano erba e le antilopi mangiano l’erba. E, così, siamo tutti collegati nel grande cerchio della vita”.

Fonti: IMDb, rockol

Il CEO di Warner Bros. Discovery afferma che James Gunn ha una “visione e un progetto potenti” per i DC Studios

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Il CEO di Warner Bros. Discovery, David Zaslav, è diventato una delle figure più controverse di Hollywood oggi, anche se sembra che la DCU sia finalmente per lui una priorità. Per i fan della DC Comics, questa era qualcosa che aspettavano da tempo e, sebbene Batgirl sia stata una delle prime vittime del suo regime, le cose stanno iniziando a migliorare con James Gunn e Peter Safran che ora sono a capo dei DC Studios

Parlando durante un incontro sugli utili di ieri sera, David Zaslav ha assicurato gli investitori che il DCU ha ora un brillante futuro grazie ai due uomini incaricati di revisionarlo.  “Ho passato molto tempo negli ultimi mesi con James e Peter, parlando della nostra strategia e dei piani a lungo termine per il futuro della DC, in TV, animazione e film”, ha anticipato. “Hanno una visione e un progetto potenti che guideranno un approccio creativo più unificato che ci consentirà di sfruttare appieno il valore di uno dei franchise più iconici del mondo”.

“Stanno lavorando sodo in questo momento”, ha aggiunto Zaslav, prima di elogiare i Guardiani della Galassia e il regista di The Suicide Squad . “James è un brillante narratore che ha la particolarità di essere il primo e unico regista a dirigere un film sia per la Marvel che per la DC”. Per quanto riguarda Safran, il CEO ha osservato che è “un produttore prolifico i cui crediti includono il film di maggior incasso della DC Aquaman e l’intero universo di Conjuring, il franchise horror di maggior successo di tutti i tempi. Non potremmo essere più entusiasti di vederli unirsi il nostro team di leadership e sono entusiasta di ciò che verrà”.

Gunn e Safran non hanno un viaggio facile davanti a loro, poiché hanno essenzialmente il compito di raddrizzare la rotta di una nave che affonda. Non possiamo fare a meno di pensare che sarebbe meglio ricominciare da zero e riavviare il tutto, ma è diventato chiaro che non è questo il piano. Significherebbe perdere un sacco di grandi talenti legati già all’universo, ovviamente, quindi non possiamo incolpare Gunn, Safran e la Warner Bros. per aver voluto confermare i legami con attori del calibro di Henry Cavill, Gal Gadot e Dwayne Johnson. Dunque non resta che aspettare quali saranno i primi progetti che il DC Studios annuncerà.