Home Blog Pagina 1439

Martin Freeman: 10 cose che non sai sull’attore

Martin Freeman: 10 cose che non sai sull’attore

Martin Freeman è uno degli attori inglesi più famosi degli ultimi anni, soprattutto grazie a Sherlock  e Lo Hobbit, che l’hanno reso uno dei “principi nerd” degli ultimi anni (parole sue). Sapete tutto su John Watson, su Bilbo, su Fargo. Avete seguito la sua carriera degli ultimi anni, siete fan di lui e di Benedict Cumberbatch, attendete con ansia i suoi prossimi ruoli.

Ma c’è qualcosa che non sapete su Martin Freeman? Ecco dieci curiosità su di lui:

Martin Freeman: i film

1. Martin Freeman: gli inizi e la carriera. Martin è nato in Inghilterra l’8 settembre 1971, ed è cresciuto a Londra. Dopo aver frequentato la Central School of Speech and Drama, ha preso parte a diverse produzioni del National Theatre di Londra, e ha cominciato a lavorare in televisione sin dalla fine degli anni Novanta. È all’inizio degli anni Duemila che la sua carriera, però, subisce un’impennata, quando comincia a recitare in diversi episodi di parecchie serie TV, tra cui World of Pub, Helen West, Charles II: The power and the Passion e The Office, amatissima serie comica britannica che lo rende piuttosto famoso. Nel frattempo, comincia a recitare al cinema, in film come Ali G (2002), Love Actually – L’more davvero (2003).

2. Martin Freeman: i film e le serie TV. Martin Freeman lavora senza sosta: dopo The Office, recita ne L’alba dei morti dementi (2004), nella serie Hardware, in Guida galattica per autostoppisti (2005), nella serie Ti presento i Robinson (2005), in Complicità e sospetti (2006), Dedication (2007), Hot Fuzz (2007), Nightwatching (2007), nella miniserie Boys Meets Girl (2009), Nativity! (2009), (S)ex List (2011), e come doppiatore per Pirati! Briganti da strapazzo (2012). Nel 2010 comincia a recitare in Sherlock, il 2012 è l’anno de Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato (seguito da La desolazione di Smaug e La battaglia delle cinque armate rispettivamente nel 2013 e nel 2014), e nel 2014 arriva Fargo. Oramai uno degli attori più famosi al mondo, recita in diversi film tra cui Animals (2012), Svengali (2013), La fine del mondo (2013), Whiskey Tango Foxtrot (2016), Captain America: Civil War (2016). Negli ultimi due anni, Martin Freeman recita in film come Carnage: Swallowing the Past (2017), Cargo (2017), e Black Panther (2018), Ghost Stories (2018). Nel 2019 ha interpretato Thomas in The Operative – Sotto copertura, Charlie in Ode to Joy. Nel 2019 è stato protagonista della miniserieA Confession nei panni del Det. Supt. Stephen Fulcher. Dal 2020 – in corso è il protagonista della serie tv Breeders nei panni di Paul. Nel 2022 riprenderà il ruolo di Everett K. Ross in Black Panther 2.

Martin Freeman in Fargo

martin freeman

3. Martin Freeman per Fargo non ha fatto nemmeno un provino. Martin Freeman, in Fargo, esibisce un perfetto accento del Minnesota. E, a quanto pare, i produttori della serie non hanno fatto fare un provino all’attore, nemmeno per verificare fosse in grado di fare un accento americano convincente. “Non ho fatto il provino per Fargo, mi è stata fatta direttamente un’offerta” ha raccontato, “Ma le cose sarebbero potute andare molto, molto male. (…) Fortunatamente, non sono male con gli accenti”.

4. Martin Freeman ha imparato a guidare per Fargo. Sarà stato scelto sulla fiducia, ma Martin Freeman per Fargo ha dovuto imparare qualcosa: a guidare. Avete presente, nella puntata I mastini di Baskerville di Sherlock, quando Sherlock e Watson guidano in campagna? Inizialmente, doveva essere John a guidare per l’amico, ma i piani furono cambiato perché Martin Freeman non sapeva guidare. Per Fargo, però, ha imparato.

Martin Freeman: Lo Hobbit

martin freeman

5. Martin Freeman e Lo Hobbit: per poco non ha rinunciato al ruolo di Bilbo. Oltre al ruolo di John Watson in Sherlock, quello di Bilbo ne Lo Hobbit è sicuramente uno dei più importanti della sua carriera. E pensare che per poco non ci ha rinunciato a causa di una sovrapposizione con le riprese di Sherlock. Fortunatamente, Peter Jackson ci teneva così tanto ad averlo nel film che riuscì a spostare alcune date in modo tale da permettere la sua presenza sul set. Secondo il regista, infatti, Freeman è “nato per quel ruolo”.

Martin Freeman: Sherlock

martin freeman

6. Martin Freeman e Sherlock: odia i baffi di Watson. Per la maggior parte della serie, il John Watson di Martin Freeman non ha i baffi. E per fortuna, perché Martin stesso non ne è esattamente un fan. Durante le riprese di La casa vuota, infatti, l’attore trovò i baffi finti che dovette indossare fastidiosi e poco lusinghieri. Quando gli fu chiesto di indossarli, Martin scherzò dicendo “Ma io sono un sex symbol!”

7. Martin Freeman e Sherlock: quanto durerà? Quando il Financial Times ha fatto domande a Martin Freeman su Sherlock, la sua risposta ha turbato non pochi. L’attore ha infatti dichiarato: “Tutto quello che posso dire… è che mi piace che le cose abbiano una fine… Sono sempre felice di fermarmi prima che le persone ti dicano di fermarti, o i Beatles starebbero ancora suonando. Sono molto, molto felice che abbiano detto ‘Ok, così è abbastanza’”.

Benedict Cumberbatch e Martin Freeman

martin freeman

8. Benedict Cumberbatch e Martin Freeman: ostilità per colpa di Sherlock. Martin Freeman ha parlato di Sherlock più di una volta, dicendo che oramai, per lui “non è più divertente”. A rovinare la sua esperienza sembra siano state le aspettative dei fan, e ora sente la cosa più come un dovere verso di loro, che come un piacere. “Sono molto grato per il loro supporto, ma è tutto qui” ha detto. Benedict Cumberbatch ha commentato la cosa, dicendo: “È abbastanza patetico (…) Per colpa delle aspettative? Non sono d’accordo su questo.” A quanto pare, i due non sono mai stati particolarmente amici, ma sembra che le recenti ostilità tra i due siano tra i motivi per cui la quinta stagione non è ancora diventata realtà.

Martin Freeman e Amanda Abbington

9. Martin Freeman e Amanda Abbington si sono lasciati prima di recitare insieme in Sherlock. Nella serie, la coppia John/Mary comincia ad avere dei problemi dopo la nascita del figlio. Nello stesso periodo, i due, sposati da sedici anni, hanno annunciato la loro separazione. Riguardo alla rottura tra Martin Freeman e Amanda Abbington, avvenuta nel 2016, l’attrice ha raccontato: “Martin e io restiamo migliori amici e ci vogliamo bene, la cosa è stata completamente amichevole (…) È triste, perché pensi che starai con quella persona per sempre, ma o si fa così o ci si lascia, ed entrambi siamo giunti alla decisione che lasciarsi era la cosa migliore per noi. Siamo stati molto fortunati a rompere le cose in modo così netto, soprattutto per i bambini”. A quanto pare, tra le cause della rottura, ci sono il successo e gli impegni di John, che l’hanno tenuto lontano da casa: “Non puoi stare lontano dalle persone per troppo tempo, perché cominci a funzionare per conto tuo, e ti abitui ad essere separato dalla persona con la quale dovresti stare”, ha raccontato la Abbington.

10. Martin Freeman non va d’accordo con la tecnologia. “Odio il fatto che buona parte delle nostre vite sia computerizzata, piuttosto che meccanizzata. Da una parte, ci viene costantemente detto di riciclare e risparmiare, e dall’altra ci viene detto che dobbiamo comprare il gadget uscito tre settimane dopo l’ultimo gadget che hai comprato. È davvero assurdo”.

Fonti: Financial Times, The Sun, Telegraph, Biography, Sherlock’s Home, IMDb

Martin Freeman, da Baker Street alla Terra di Mezzo

Martin Freeman, da Baker Street alla Terra di Mezzo

Sembrano passati secoli da quanto Sherlock, la serie di culto della BBC, ha fatto il suo debutto sul primo canale britannico lanciando le carriere dei suoi protagonisti e proiettandole nel mondo del cinema: spesso del tutto identificato con le vertiginose deduzioni dell’affascinante detective interpretato da Benedict Cumberbatch, il successo della formula creata da Steven Moffat e Mark Gatiss  non sarebbe però stato lo stesso senza la presenza di Martin Freeman, impeccabile John Watson e adesso pronto a tornare nei cinema di tutto il mondo il 12 dicembre con Lo Hobbit – la Desolazione di Smaug, secondo capitolo del nuovo franchise tolkieniano curato e diretto da Peter Jackson.

Martin John Christopher Freeman nasce ad Aldershot (Hampshire) l’8 settembre 1971, ultimo di 5 figli: dopo la separazione dei genitori avvenuta quando aveva appena 5 anni Martin va a vivere con il padre, ma la morte improvvisa di quest’ultimo pochi anni dopo getta un’ulteriore ombra sull’infanzia del bambino, già fragile e asmatico; come prevedibile, questa perdita segnerà Freeman per il resto della vita e condizionerà forse anche il rapporto con una credo religioso che rimarrà per lui, cresciuto in una famiglia di cattolici osservanti e mandato in scuole salesiane fino agli anni dell’università, un’incancellabile certezza.

Scoperta la recitazione nel contesto scolastico, a 17 anni Martin decide di dedicarsi seriamente alla recitazione, iscrivendosi dopo le superiori alla prestigiosa London’s Central School of Speech and Drama; iniziata una lunga gavetta che lo vede collezionare numerose piccole parti sul piccolo schermo, nel 2001 interpreta il ruolo più negativo della sua carriera, ma anche il più importante sul piano personale: sul set del film tv di Channel 4 Men Only, dove il suo personaggio è parte di una gang che violenta un’infermiera, si innamora ricambiato della collega Amanda Abbington (Being Human, Mrs Selfridge), sua attuale compagna e madre dei suoi due figli.

La svolta professionale arriva nello stesso anno con The Office, acclamata sitcom in forma di mockumentary scritta da Ricky Gervais e Stephen Merchant e ambientata nella fittizia impresa cartaria “Wernham Hogg”: confermata per due stagioni, la serie è un grande successo di pubblico e critica e grazie al ruolo del simpatico responsabile vendite Tim Cantenbury Martin diventa un volto conosciuto e familiare per tutto il pubblico UK.

Nel 2003, ottiene una parte di rilievo sul grande schermo in Love Actually, deliziosa commedia natalizia firmata dal Maestro Richard Curtis dove “sveste” i panni di John, controfigura per le scene di sesso di un film che cerca teneramente di conquistare l’amore della collega Judy; nel 2004, entra invece per la prima volta a far parte della famiglia di Simon Pegg ed Edgar Wright con il primo film della Trilogia del Cornetto L’alba dei Morti Dementi: tornerà anche nel secondo episodio della serie Hott Fuzz (2007) e in The World’s End (2013), terzo irriverente capitolo che gli concederà finalmente maggiore spazio nell’economia della storia.

Nel 2005 è al fianco di Zooey Deshanel (500 Giorni Insieme) per interpretare Arthur Dent, imbranato terrestre sorpreso dalla fine del mondo in vestaglia, nella trasposizione cinematografica della Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams; il film ha una bassissima distribuzione ma resta comunque un cult per chiunque abbia conosciuto e amato l’opera di Adams, a cui la pellicola è stata alla fine dedicata: seguono il Mockumentary Confetti, commedia che chiama 3 coppie a competere per conquistare il titolo di matrimonio più originale dell’anno e Complicità e Sospetti, raffinato dramma diretto da Anthony Minghella con Jude Law e Juliette Binoche.

Dopo diversi piccoli ruoli, Freeman è voluto dal regista Peter Greenaway come protagonista assoluto del suo Nighwatching, affresco estenuante ed estremo dedicato a Rembrandt e al mistero che circonda il suo famoso quadro “La Ronda di Notte”: l’attore non si lascia intimidire dalle numerose scene di nudo né dal rigido impianto teatrale della messa in scena, dipingendo con la sua performance un ritratto d’artista complesso, rabbioso e appassionato.

Nel 2009, oltre alla pellicola natalizia Nativity e alla commedia nera Wild Target con Emily Blunt e Bill Nighy, Martin ottiene però il ruolo della vita, la grande occasione dopo la quale niente sarà mai più come prima: dopo una lunga e infruttuosa ricerca, Moffat e Gatiss trovano in lui il John Watson ideale per la loro rilettura contemporanea delle avventure del Detective nato dalla penna di Arthur Conan Doyle, ad oggi benedetta da un successo inarrestabile.

La chimica con lo Sherlock Holmes di Benedict Cumberbatch è palpabile e alle prese con un personaggio introverso e composto Freeman mette tutto sé stesso in una prova trattenuta e commovente che conquista all’istante, regalandogli anche la vittoria ai BAFTA 2011 come miglior attore non protagonista; per la seconda serie, riceverà una nuova candidatura al premio (vinto poi dal Moriarty di Andrew Scott) e ai Primetime Emmy Awards.

Colpito dalla sua interpretazione in Sherlock, Peter Jackson capisce che Martin è l’unico Bilbo possibile per la sua nuova trasposizione cinematografica tratta da Lo Hobbit di J. R. R. Tolkien: nonostante la prestigiosa offerta, Freeman è sul punto di rifiutare il ruolo a causa del conflitto di scheduling con le riprese della seconda serie di Sherlock, ma con la consapevolezza di non poter affidare il ruolo a nessun altro Jackson è persino disposto a riorganizzare il suo piano di lavoro, in modo da consentire a Martin di volare in Nuova Zelanda una volta concluso il suo impegno con la serie.

martin freeman - hobbit 1La fiducia del regista è ben riposta: con Un Viaggio Inaspettato, primo capitolo di una saga che si svilupperà in una trilogia attingendo a piene mani dalla vasta mitologia sulla Terra di Mezzo, Martin dimostra di essere uno Hobbit assolutamente perfetto, fedele alla pagina scritta e pronto ad assecondare con la giusta sensibilità la lunga corsa della storia; sul set del secondo film La Desolazione di Smaug ritrova virtualmente ( i due non hanno mai recitato fisicamente nella stessa stanza) Cumberbatch, chiamato a prestare voce e movenze in motion capture al temibile Drago dentro la Montagna.

Nonostante il grandissimo successo del film e la notorietà conseguita, l’avventura in Nuova Zelanda non è però tutta rose e fiori: lasciati Amanda e i bambini in Inghilterra, il peso della distanza si fa sentire e Martin si impegna per il futuro a non abbracciare progetti che lo tengano troppo a lungo lontano dai suoi cari.

L’attesissima terza serie di Sherlock, che debutterà sulla BBC l’1 gennaio 2014 ed esplorerà gli effetti del ritorno dalla morte di Holmes sul fedele Watson, rappresenterà al contrario una piccola riunione di famiglia: non nuova alle collaborazioni sul set col compagno, Amanda Abbington vestirà infatti i panni della moglie di John, Mary Morstan.

Anche se impegnato con la Trilogia, Freeman non si adagia sugli allori e inizia presto a guardare al futuro: dopo aver prestato la voce al film d’animazione della Aardman Pirati! Briganti da strapazzo (2012) e aver assistito alla fine del mondo in The World’s End (2013), l’attore tornerà sul piccolo schermo sfoggiando un accento del Minnesota grazie a Fargo, serie tv della Fox prodotta da Joel ed Ethan Coen che proseguirà gli eventi dell’omonimo film con una storia altrettanto nera.

martin freeman - hobbitIl ruolo dell’attore sarà quello di Lester Nygaard (personaggio simile a quello interpretato a suo tempo da William H. Macy) depresso venditore di assicurazioni che vive una spenta esistenza succube di una moglie insopportabile, fino a quando un misterioso straniero di nome Lone Marvo (Billy Bob Thornton) non arriva in città cambiando per sempre la sua vita; Freeman sembra intenzionato a indirizzare la sua carriera su solidi binari, alternando le luci dei grandi blockbuster a produzioni meno colossali e stressanti ma egualmente promettenti.

Nelle parole di Steven Moffat, laddove Benedict Cumberbatch riesce ad incarnare al meglio figure intellettualmente complesse e fuori dagli schemi, Martin Freeman trova invece sempre la poesia nell’uomo comune cogliendo lo straordinario che si nasconde dentro personaggi ordinari coinvolti loro malgrado in situazioni eccezionali; a noi basta guardare nei suoi quieti e malinconici occhi blu, o ascoltare le sue battute taglienti che con fare decisamente british sono spesso in bilico fra puro humour e amaro sarcasmo, per capire che il più amato Watson del piccolo schermo non ha alcuna intenzione di lasciarsi travolgere dall’ onda del successo perdendo di vista le cose importanti: “Alcune persone hanno quel grido nella testa, ma io non credo di averlo mai avuto. Quella cosa del “vivi in fretta – muori giovane”. Nessuno lo vorrebbe veramente – Jimi Hendrix, Janis Joplin – non è un bene. Io voglio vivere con Amanda fino a 70 anni.”

[nggallery id=340]

Martin Freeman sarà ospite al GIFFONI EXPERIENCE 2015

0

Continua incessante il lavoro negli uffici di Giffoni: dopo aver annunciato da Cannes i primi ospiti e la selezione ufficiale, ecco uno degli attori più acclamati dalla community del festival per il suo ruolo in Sherlock, Martin Freeman. La star britannica incontrerà i giovani giurati il prossimo 19 luglio, nel corso della 45esima edizione, in programma dal 17 al 26 luglio 2015 a Giffoni Valle Piana (Sa).

martin freeman - hobbitApprezzato per il personaggio di Bilbo Baggins nei tre adattamenti de Lo Hobbit (Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, Lo Hobbit – La desolazione di Smaug e Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate), Freeman è stato pluripremiato anche per le sue interpretazioni in Fargo e Sherlock, conquistando nel 2010 l’Emmy Award e il Premio BAFTA come ‘miglior attore non protagonista’ (per Sherlock) e le nomination ai Golden Globes 2015 e agli Emmy Awards 2014 come ‘miglior attore non protagonista in una miniserie o film per la televisione’ (per Fargo).

Nel 2016 Freeman sarà atteso sul grande schermo con FUN HOUSE, commedia nera diretta da Glenn Ficarra e John Requa con Tina Fey, Margot Robbie e Billy Bob Thornton, basata sul libro della giornalista Kim Barker, “The Taliban Shuffle: Strange Days in Afghanistan and Pakistan”: racconto delle dure giornate della reporter in Afghanistan e Pakistan, durante gli scontri e gli attentati del 2002. Freeman sarà protagonista anche del dramma Funny Cow con John Hannah, Stephen Graham e Maxine Peake, film inglese incentrato sul personaggio di una stand up comedienne, nell’ambiente macho e violento del club dell’Inghilterra del Nord degli anni ’70 e ’80.

Sono sempre più insistenti, invece, le voci che vedono l’attore anche nel cast di The Big Friendly Giant — (The BFG) — di Steven Spielberg in uscita il 22 luglio 2016 nel Regno Unito, in occasione del centenario della nascita di Road Dahl, l’autore dell’omonimo libro per bambini del 1982, pubblicato in Italia nel 1987 col titolo Il Grande Gigante Gentile (il GGG). The BFG di Spielberg sarà un live — action sceneggiato da Melissa Matheson (la stessa di E.T.) e realizzato da DreamWorks Studios. Il libro racconta l’amicizia fra una bambina orfana di nome Sophie e un gigante buono, che regala bei sogni e distrugge gli incubi.

L’attore parteciperà anche al terzo capitolo di Captain America: Civil Warcome rivelato recentemente dalla Marvel Studios. Il film riprende la storia di Age of Ultron, in cui i supereroi dovranno scegliere se stare dalla parte di Iron Man (Robert Downey Jr) o di Captain America.

Martin Freeman potrebbe essere Bilbo

0
Martin Freeman potrebbe essere Bilbo

Dopo i recenti tentenamenti di Peter Jackson arrivno nuove voci, questa volta di prima mano sull’attore che potrebbe interpretare Bilbo Baggins in The Hobbit.

A quanto pare, l’attore Martin Freeman sarebbe uno dei papabili per il ruolo. Freeman che ha parlato di persona con Empire, riferisce che potrebbe accettare il ruolo se le riprese non interferissero con Sherlock, serie TV che Martin interpreta per la BBC. Tuttavia l’attore sembra molto interessato alla parte, arrivando addirittura a sottolineare che Bilbo, all’epoca dei fati raccontati nel ibro di Tolkien non è poi così giovane, e lui avendo 39 anni potrebbe essere all’altezza di recitare la parte di un giovani Ian Holm.

Fonte: collider

Martin Freeman potrebbe essere Bilbo

0

martin_freeman_bilbo_baggins

Dopo i recenti tentenamenti di Peter Jackson arrivno nuove voci, questa volta di prima mano sull’attore che potrebbe interpretare Bilbo Baggins in The Hobbit.

Martin Freeman poteva essere in Star Wars

0

Impegnato con la promozione di Black Panther, il nuovo cinecomic dei Marvel Studios che lo vede tra i co-protagonisti, Martin Freeman ha svelato un dettaglio finora sconosciuto che lo lega all’universo di Star Wars.

L’attore ha infatti raccontato in un’intervista che tempo fa è stato vicino ad ottenere una parte nella nuova trilogia del franchise senza risultati positivi ovviamente:

Un anno fa ho fatto una chiacchierata con i produttori, ma non è più successo nulla e credo sia stato giusto così. Ci sono altri attori britannici che hanno preferito invece del sottoscritto.

Star Wars: una nuova serie di film sarà scritta dagli sceneggiatori di Game of Thrones

Stando a quanto mostrato dagli ultimi capitoli Il Risveglio della Forza e Gli Ultimi Jedi, sono due gli interpreti britannici principali introdotti nella saga: Domhnall Gleeson e Andy Serkis (collega sul set di Black Panther).

È molto probabile che Freeman fosse stato contattato per dare voce ad uno di questi personaggi, anche se l’attore non ha rivelato ulteriori dettagli.

Rivedremo presto Martin Freeman in Ghost Stories, il film horror co-diretto da Andy Nyman Jeremy Dyson che arriverà ad Aprile 2018 nelle nostre sale, distribuito da Adler Entertainment.

Ghost Stories: il secondo trailer del film con Martin Freeman

Fonte: Comicbook

Martin Freeman poteva essere Bilbo Baggins

0
Martin Freeman poteva essere Bilbo Baggins

The Sun ha pubblicato un breve articolo segnalando che Martin Freeman ha ricevuto una offerta formale da parte della MGM per interpretare Bilbo Baggins nello Hobbit, offerta che ha dovuto declinare perché sarà impegnato nelle riprese della serie inglese Sherlock.

La notizia più interessante arriva però dal fansite TheOneRing.net, solitamente molto bene informato. Il sito ha deciso di rivelare una informazione che teneva segreta (per ovvi motivi), ma ormai di pubblico dominio, e conferma così che Freeman è stato la prima scelta dei produttori fin dall’anno scorso, quando in effetti i rumour sul casting dell’attore si susseguivano e quando ancora la produzione non aveva subito ritardi:

Al momento non abbiamo ancora informazioni sul fatto che Freeman abbia davvero rifiutato il ruolo, ma possiamo dirvi con assoluta certezza che era la prima scelta sin dall’anno scorso. Sviluppare e mantenere delle buone fonti significa che a volte bisogna mantenere i segreti, ma visto che ora si parla ufficialmente di Freeman, possiamo confermarvi che l’articolo del Sun parla dell’attore giusto, e quindi anche il resto della storia potrebbe essere vera. Ma alcuni dettagli sembrano confusi, quindi lasciamo il dubbio sul resto dell’articolo.

(…) La storia coincide peraltro con un altra notizia che abbiamo sentito in giro, ossia che è in corso un nuovo giro di casting per il ruolo di Bilbo. (…) L’intera catena di ritardi che ha forzato il regista Guillermo del Toro ad abbandonare la regia potrebbe essere costata ai film anche un ottimo Bilbo.

Al momento sappiamo che Peter Jackson è in trattative con la Warner Bros. per dirigere il film, e che la Warner sta cercando di definire con la MGM (attualmente in fase di acquisizione da parte della Spyglass) le modalità con cui si porterà avanti il progetto.

Martin Freeman poteva essere Bilbo Baggins

0
Martin Freeman poteva essere Bilbo Baggins

The Sun ha pubblicato un breve articolo segnalando che Martin Freeman ha ricevuto una offerta formale da parte della MGM per interpretare Bilbo Baggins nello Hobbit, offerta che ha dovuto declinare perché sarà impegnato nelle riprese della serie inglese Sherlock.

Martin Freeman parla di un’eventuale reunion di Sherlock nel MCU

0
Martin Freeman parla di un’eventuale reunion di Sherlock nel MCU

Martin Freeman e Benedict Cumberbatch sono entrati nei cuori dei fan grazie alla serie della BBC Sherlock. I due si sono poi trovati a lavorare di nuovo insieme nella trilogia de Lo Hobbit, dove Freeman ha interpretato Bilbo Baggins e Cumberbatch ha dato voce e corpo, grazie alla motion capture, al drago Smaug.

Dal momento che entrambi gli attori fanno parte della famiglia Marvel, si potrebbe ipotizzare una reunion di Sherlock anche nell’ambito del MCU, con un incontro tra il Doctor Strange e Everett Ross.

Lo abbiamo chiesto a Martin Freeman, in occasione del Romics 2018, dove è stato premiato con il Romics d’oro, ed ecco cosa ha risposto:

L’ultima volta che abbiamo visto Everett Ross, l’agente della CIA era schierato al fianco di T’Challa nella battaglia del legittimo re contro l’invasore Killmonger, e adesso, stando alle parole di Freeman, il destino del suo personaggio nei film Marvel sarà legato a quello di Black Panther.

Intanto, vedremo Doctor Strange in Avengers: Infinity War, che arriverà al cinema in Italia a partire dal 25 aprile prossimo, dal 27 nel resto del mondo.

La trama di Avengers: Infinity War – Un viaggio cinematografico senza precedenti, lungo dieci anni, per sviluppare l’intero Marvel Cinematic Universe, Avengers: Infinity War di Marvel Studios porta sullo schermo il definitivo, letale scontro di tutti i tempi. Gli Avengers e i loro alleati supereroi devono essere disposti a sacrificare tutto nel tentativo di sconfiggere il potente Thanos prima che il suo attacco improvviso di devastazione e rovina metta fine all’universo.

Martin Freeman fotoreporter di guerra in Taliban Shuffle

0
Martin Freeman fotoreporter di guerra in Taliban Shuffle

martin freeman john watsonMartin Freeman, protagonista de Lo Hobbit, ma che abbiamo ammirato anche nella mini serie Fargo e che rivedremo presto in Sherlock della BBC, si è unito a Tina Fey e Margot Robbie per Taliban Shuffle, film della Paramount Pictures.

Il film è basato sulle memorie di guerra di Kim Barker, e racconterà l’arrivo della Barker a Kabul come un pesce fuor d’acqua, mentre cerca di trovare storie sui militari, conciliare il suo essere donna durante la guerra tra Iran e Pakistan, cercando inoltre di trovare equilibrio trai periodi di noia e quelli di estrema violenza, e la mescolanza di cultura nella quale è immersa una corrispondente di guerra.

Freeman interpreterà un dedito fotograto e reporte scozzese, inaspettato love interest della protagonista (Fey), mentre la Robbie sarà una reporter della concorrenza.

Dal 17 dicembre vedremo Martin Freeman al cinema nei panni di Bilbo Baggins in Lo Hobbit le Battaglia delle Cinque Armate.

Fonte: CS

 

Martin Freeman e Tina Fey nelle prime foto di Whiskey Tango Foxtrot

0

Martin Freeman e Tina Fey sono i protagonisti delle prime immagini di Whiskey Tango Foxtrot, la commedia dark che è un adattamento per il cinema del libro di memorie di guerra “Taliban Shuffle”.

Ecco le prime foto:

Whiskey Tango Foxtrot 1 Whiskey Tango Foxtrot 2 Whiskey Tango Foxtrot 3Nel cast del film Tina Fey, Margot Robbie, Martin Freeman, Alfred Molina, Nicholas Braun, Christopher Abbott, Sheila Vand, Stephen Peacocke, Evan Jonigkei e Billy Bob Thornton.

La pellicola vedrà la luce nelle sale americane a partire dal 4 marzo 2016.

Martin Freeman e Eddie Marsan per The World’s End!

0

Martin Freeman e Eddie Marsan si uniscono al cast di The World’s End, terzo capitolo della Trilogia Blood and Ice Cream iniziata con gli zombie di Shaun of the Dead e continuata con Hot Fuzz.

La commedia, scritta da Simon Pegg, Nick Frost ed Edgar Wright, racconterà la storia di un gruppo di amici riuniti a vent’anni di distanza da un’epica sbronza e decisi a ripetere l’impresa passando da un pub all’altro, fino ad arrivare all’ultimo pub chiamato appunto “The World’s End”: nel frattempo, si ritroveranno nel bel mezzo della Fine del Mondo.

Fonte: Empire

Martin Freeman dà un aggiornamento sconvolgente sul ritorno di Sherlock

0

A quasi nove anni dalla conclusione della serie, le speranze di rivedere Sherlock sembrano sempre più lontane. A raffreddare definitivamente l’entusiasmo dei fan è stato Martin Freeman, interprete di John Watson, che ha fornito un aggiornamento tutt’altro che incoraggiante sul possibile ritorno della serie BBC.

Durante la promozione della nuova serie Netflix Agatha Christie’s Seven Dials, Freeman è stato intervistato da RadioTimes.com e, incalzato su un eventuale revival di Sherlock, ha risposto con una risata e poche parole molto chiare: “Non ora. Mi dispiace”. Una dichiarazione che conferma come Sherlock non sia attualmente nei piani dell’attore.

Le sue parole si inseriscono in una lunga serie di segnali negativi. Già a gennaio 2025 Benedict Cumberbatch aveva spiegato che sarebbe tornato nei panni di Sherlock Holmes solo se il progetto fosse stato “migliore di quanto non sia mai stato”. Pochi mesi dopo, a giugno, il co-creatore Mark Gatiss aveva ammesso apertamente che la serie non era andata avanti perché né Cumberbatch né Freeman avevano più interesse a continuare.

Sherlock serie tv

Creata da Gatiss insieme a Steven Moffat, Sherlock è stata un fenomeno globale, capace di vincere nove Emmy Awards e di ridefinire l’immaginario televisivo legato al celebre detective di Arthur Conan Doyle. Tuttavia, la serie è spesso ricordata anche per il controverso finale della quarta stagione, considerato da molti il punto più debole dello show e al centro di accese critiche sul tema del queerbaiting.

Nel frattempo, entrambi i protagonisti hanno consolidato carriere di altissimo profilo. Cumberbatch ha ottenuto una nomination all’Oscar per The Power of the Dog, ha preso parte a numerosi film del Marvel Cinematic Universe e continua a essere uno degli attori più richiesti di Hollywood. Freeman, dal canto suo, è diventato un volto ricorrente dell’MCU nei panni di Everett Ross e ha collezionato successi televisivi come Breeders, The Responders e ora Seven Dials.

Alla luce di questi impegni e del lungo silenzio creativo che circonda Sherlock, un ritorno appare sempre meno probabile. Dopo anni di attesa, la sensazione è che la serie appartenga ormai a un’epoca televisiva conclusa e che il mito di Sherlock Holmes continui a vivere meglio attraverso nuove e diverse reinterpretazioni.

Martin Eden: trailer del film con Luca Marinelli in concorso a Venezia 76

0

Subito dopo l’annuncio della sua selezione in Concorso a Venezia 76, è stato diffuso il primo trailer di Martin Eden, il film di Pietro Marcello con protagonista Luca Marinelli che vedremo al Lido e che arriverà nelle nostre sale a partire dal 4 settembre, distribuito da 01 Distribution.

Dopo aver salvato da un pestaggio Arturo, giovane rampollo della borghesia industriale, il marinaio Martin Eden viene ricevuto in casa della famiglia del ragazzo e qui conosce Elena, la  bella sorella di Arturo, e se ne innamora al primo sguardo. La giovane donna, colta e raffinata, diventa non solo un’ossessione amorosa ma il simbolo dello status sociale cui Martin aspira a elevarsi. A costo di enormi fatiche e affrontando gli ostacoli della propria umile origine, Martin insegue il sogno di diventare scrittore e – influenzato dal vecchio intellettuale Russ Brissenden – si avvicina ai circoli socialisti, entrando per questo in conflitto con Elena e con il suo mondo borghese…

Martin Eden racconta la nostra storia, la storia di chi si è formato non nella famiglia, o nella scuola, ma attraverso la cultura incontrata lungo la strada. È il romanzo degli autodidatti, di chi ha creduto nella cultura come strumento di emancipazione e ne è stato, in parte, deluso. Ma è anche un libro in grado, specie ad una seconda lettura, di rivelare – al di là del melodramma – la capacità di Jack London di vedere come in uno specchio le fosche tinte del futuro, le perversioni e i tormenti del Novecento. Per questo Martin Eden è un romanzo di grande attualità politica, e per questo abbiamo immaginato il nostro Martin attraversare il Novecento, o meglio una “crasi”, una trasposizione trasognata del Novecento, libera da coordinate temporali, ambientata non più nella California del romanzo ma in una Napoli che potrebbe essere una qualsiasi città portuale (non solo) d’Italia. (Maurizio Braucci e Pietro Marcello).

Martin Eden, recensione del film con Luca Marinelli #Venezia76

0
Martin Eden, recensione del film con Luca Marinelli #Venezia76

Tratto dall’omonimo romanzo di Jack London, Martin Eden è il nuovo film di Pietro Marcello, presentato in Concorso a Venezia 76, in cui Luca Marinelli dà vita all’eroe protagonista di un pezzo di letteratura americana, la cui vicenda viene traslata in Italia, a Napoli, in un tempo non troppo bene specificato.

Nella Napoli dei primi anni del XX secolo, il giovane marinaio Martin Eden, proletario individualista in un’epoca squarciata dalla nascita di movimenti politici di massa, sogna di diventare uno scrittore e conquista l’amore di una giovane borghese grazie al suo bagaglio culturale da autodidatta, allontanandosi in questo modo dalle sue origini semplici.

Con un passato da documentarista puro, Marcello si approccia alla materia di fiction raccontata nel romanzo di London con un occhio decisamente personale. Il regista elimina quasi completamente i riferimenti temporali, contrae gli spazi e i tempi e dissemina nel film di finzione dei materiali d’archivio che a volte rappresentano il tempo che passa, altre volte i sogni di Martin, altre volte ancora i ricordi o le aspettative, o il futuro e il passato delle circostanze che vengono man mano proposte.

In un contesto così fluido da un punto di vista temporale, Marcello inserisce il suo punto fermo, il protagonista interpretato da Luca Marinelli, vulcanico e brillante, esuberante ed ambizioso, ma anche curioso, buono, dedito e innamorato. Il suo Martin Eden è uno studioso dall’animo di marinaio, un viaggiatore, un esploratore dell’umanità, un fervente individualista, un romantico, un uomo che conta su se stesso e che, una volta entrato in quel mondo benestante e ricco al quale agognava, ne capisce le ipocrisie e le brutture, sentendosi costantemente fuori posto.

E il regista riesce con grande eleganza e inventiva a raccontare tutte queste fasi con un ritmo estremamente incalzante, eliminando qualsiasi barriera cronologica e temporale e affidandosi a un attore del calibro di Marinelli che riesce con facilità a mettere in scena una gamma emozionale molto vasta. Peccato che nel finale, l’attore calchi un po’ troppo la mano, sfiorando la macchietta e intaccando la delicatezza e l’intensità di una performance impeccabile, fino a quel momento.

Martin Eden è un prodotto di grande interesse, specialmente per il linguaggio utilizzato, perché forza gli argini temporali del racconto cinematografico e li trasforma in sponde, sulle quali la storia rimbalza per riversarsi su se stessa, travolgendo il protagonista.

Martin Eden vince il Platform Prize al Toronto Film Festival

0
Martin Eden vince il Platform Prize al Toronto Film Festival

MARTIN EDEN, il film di Pietro Marcello già premiato con la Coppa Volpi a Luca Marinelli all’ultima Mostra di Venezia, ottiene un nuovo importante riconoscimento internazionale, stavolta dal Festival di Toronto: il film ha infatti letteralmente conquistato la giuria della sezione Platform (composta dalla regista Athina Rachel Tsangari, dal direttore artistico della Berlinale Carlo Chatrian e dalla critica cinematografica Jessica Kiang), vincendo il prestigioso Platform Prize.

Guarda l’intervista a Luca Marinelli e Pietro Marcello

Il nostro premio – spiega la giuria nella motivazione ufficiale – va a un’opera d’arte eloquente ed eccitante che ci ha messi d’accordo all’istante e all’unanimità. Una storia politicamente e filosoficamente provocatoria raccontata con una grazia e un’inventiva straordinarie, un film che ribadisce una fede che è facile perdere nel 2019: che il cinema che conosciamo non è che un iceberg, i cui nove decimi restano ancora tutti da scoprire. Questa è una storia classica raccontata in un modo nuovo che si tuffa sotto la superficie per cercare – spesso negli archivi – forme di espressione altamente non convenzionali, irriverenti e anacronistiche, che pure onorano e partecipano alla storia del cinema“.

Voglio ringraziare Cameron Bailey e Andrea Picard per aver invitato il film a Platform, e la giuria per aver scelto Martin Eden tra tanti film – così Pietro Marcello nel ricevere il premio –; e voglio dire grazie ai miei partner, Rai Cinema, IBC Movie, Shellac Sud, The Match Factory, e a tutte le persone che hanno lavorato con me a questo film. Ringrazio l’Istituto Luce Cinecittà – Filmitalia per il supporto che ha dato e continuerà a dare al film in tutto il mondo. Ringrazio Luca Marinelli per il suo talento, Maurizio Braucci per il suo coraggio, Tiziana Poli per essermi stata vicina in tutti i miei film, sempre. E ancora i miei montatori, Aline Hervé e Fabrizio Federico, i produttori esecutivi Dario Zonta e Alessio Lazzareschi e tutta la squadra di Avventurosa che non smette mai di credere nella possibilità di realizzare un cinema diverso. Ancora una volta sono stato il produttore del mio film: ho commesso qualche sbaglio, ma ho anche imparato molto. Soprattutto, ho imparato che ci sono molti modi di produrre un film. Noi l’abbiamo fatto in stato di grazia, e sin dal principio abbiamo pensato a un Martin Eden moderno, un uomo dei nostri tempi. Martin Eden è un personaggio creato da Jack London un secolo fa, ma la sua voce parla ancora oggi, perché è la voce della libertà e del coraggio che urla contro chi vuole costruire nuove prigioni e nuove paure per l’umanità. Per questo spero che il film possa essere visto dalle nuove generazioni. Viva Martin Eden. Grazie a tutti“.

Leggi la nostra recensione di Martin Eden

Giunta al suo quinto anno, Platform è la sezione competitiva del Toronto International Film Festival, la più attenta al cinema d’autore di tutto il mondo (non a caso deve il suo nome al titolo del secondo lungometraggio del regista cinese Jia Zhangke). Tra le opere che hanno avuto qui il loro debutto mondiale o internazionale citiamo almeno il futuro premio Oscar Moonlight di Barry Jenkins, Nocturama di Bertrand Bonello, Il Clan di Pablo Trapero.

Intanto, mentre inizia con un successo il suo giro del mondo festivaliero, Martin Eden festeggia anche l’ottima accoglienza nelle sale italiane: uscito lo scorso 4 settembre, il film ha superato ieri i 700mila euro di incasso.

Martin Eden è una produzione Avventurosa e IBC Movie con Rai Cinema in coproduzione con Shellac Sud e Match Factory Productions. Distribuzione italiana: 01 Distribution

Martin Campbell e Paul Haggis assieme per Umbra

0

Doppio colpo per la Endgame Entertainment, che ha reclutato il regista Martin Campbell (La maschera di Zorro, Green Lantern) e lo sceneggiatore

Martian Manhunter: Harry Lennix vorrebbe una detective story per J’onn J’onzz nel DCEU

0

Il personaggio di Martian Manhunter è una delle tante novità presenti all’interno della Snyder Cut di Justice League. Il personaggio era completamente assente nella versione theatrical, ma grazie al taglio di Zack Snyder il generale Swanwick interpretato da Harry Lennix ne L’uomo d’acciaio e in Batman v Superman ha avuto finalmente la possibilità di trasformarsi in J’onn J’onzz.

Durante il Justice Con dello scorso weekend, l’evento virtuale organizzato per celebrare la Snyder Cut ad un mese di distanza dalla distribuzione, l’attore Harry Lennix, interrogato dai fan, ha avuto la possibilità di riflettere su che tipo di storia avrebbe voluto per Martian Manhunter se avesse avuto la possibilità di interpretare il personaggio ancora una volta.

Lennix ha quindi espresso il desiderio di vedere Martian Manhunter protagonista di una detective story sul grande schermo, proprio come accade nei fumetti. L’attore ha spiegato che vorrebbe vedere il personaggio sfoggiare le sue abilità da detective per scongiurare, magari, una crisi a livello mondiale. “Sarebbe bello vederlo agire in qualità di detective”, ha spiegato. “Ci sono alcune storie a fumetti in cui lo è. Anche se di giorno sarebbe comunque Calvin Swanwick, sarebbe altrettanto bello fargli svolgere un lavoro di tipo investigativo in cui può usare le sue abilità speciali. Così avremmo anche modo di vedere che la diplomazia può essere una sorta di superpotere. Potrebbe usare le sue capacità di detective e la sua intelligenza per evitare o scongiurare una sorta di catastrofe.”

Durante il suo intervento in occasione della Justice Con, Harry Lennix ha anche rivelato che stava per abbandonare la recitazione prima del suo coinvolgimento ne L’uomo d’acciaio: “Erano gli anni della serie Dollhouse, ideata curiosamente proprio da Joss Whedon. Lo show era stato cancellato e non riuscivo più ad ottenere un’audizione. Poi, improvvisamente, il mio telefono squillò e il mio agente mi disse che Zack Snyder mi voleva ne L’uomo d’acciaio.”

Zack Snyder’s Justice League è uscito in streaming il 18 marzo 2021 su HBO Max in America e, in contemporanea, su Sky e TV in Italia. Il film ha una durata 242 minuti (quattro ore circa) ed è diviso in sei capitoli e un epilogo.

Justice League è il film del 2017 diretto da Zack Snyder e rimaneggiato da Joss Whedon. Nel film recitano Henry Cavill come SupermanBen Affleck come BatmanGal Gadot come Wonder WomanEzra Miller come Flash, Jason Momoa come Aquaman e Ray Fisher come Cyborg. Nel cast figurano anche Amber HeardAmy AdamsJesse EisenbergWillem DafoeJ.K. Simmons e Jeremy Irons. I produttori esecutivi del film sono Wesley Coller, Goeff Johns e Ben Affleck stesso.

Martha Plimpton tra i protagonisti di Hello Again

0
Martha Plimpton tra i protagonisti di Hello Again

Fissato il cast di Hello Again, adattamento cinematografico del musical di Michael John LaChiusa del 1994. Il film, diretto da Tom Gustafson vedrà protagonisti Martha Plimpton, Audra McDonald, T.R. Cavaliere, Rumer Willis, Jenna Ushkowitz, Nolan Gerard Funk, Sam Underwood, Tyler Blackburn e Al Calderon. Cory Krueckeberg è autore della sceneggiatura, le musiche saranno di LaChiusa.

Hello Again racconta le vicende di dieci anime perdute che saltano in dieci periodi della storia di New York, scivolando l’uno nelle braccia (e nel letto) dell’altro, esplorando la lussuria e l’amore agrodolce. I personaggi centrali, che non vengono mai chiamati per nome ma solo con il ceto sociale da cui provengono o il ruolo che svolgono, sono: la prostituta, il soldato, l’infermiera, l’universitario, la giovane moglie, il marito, il ragazzino, lo scrittore, l’attrice, il conte. Basato a sua volta sul dramma dello scrittore e drammaturgo austriaco Arthur Schnitzler Girotondo, il musical d’ispirazione ha guadagnato ben otto nomination Drama Desk, tra cui quella per Miglior Musical. Il film, le cui riprese sono iniziate a New York, è prodotto da Gustafson, Krueckeberg, Ash Christian e Hunter Arnold.

Fonte: Deadline

Martha Is Dead: annunciato l’adattamento cinematografico del pluripremiato videogioco italiano

0

In una collaborazione innovativa, lo studio italiano di videogiochi LKA, l’editore britannico Wired Productions e la casa di produzione cinematografica svedese Studios Extraordinaires hanno annunciato una partnership esclusiva per l’adattamento cinematografico del videogioco “Martha Is Dead“.

Ambientato nel paesaggio pittoresco ma devastato dalla guerra della Toscana del 1944, “Martha Is Dead” intreccia una narrazione inquietante sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale. I giocatori si calano nei panni di Giulia, una giovane donna intrappolata in un agghiacciante mistero dopo la morte della sorella gemella Martha.

Ogni elemento di ‘Martha Is Dead’ è stato creato con straordinaria precisione e cura. La complessità della narrazione è stata meticolosamente pianificata, visualizzata e persino modellata con una qualità cinematografica in mente“, afferma Luca Dalcò, fondatore e direttore di LKA, scrittore e designer di “Martha Is Dead”. “Portare tutto questo in vita come film è un sogno che si realizza“.

Celebrato per i suoi dettagli mozzafiato e il suo realismo, “Martha Is Dead” ha ottenuto il plauso della critica mondiale per la sua capacità di fondere i confini tra realtà, superstizione e tragedia della guerra in un mistero avvincente che tiene i giocatori sul filo del rasoio fino alla fine del gioco.

La narrazione avvincente e l’ambientazione unica del gioco lo rendono un candidato perfetto per un adattamento cinematografico”, afferma Leo Zullo, amministratore delegato di Wired Productions. “Siamo entusiasti di unire le forze con gli Studios Extraordinaires per creare un’esperienza cinematografica di riferimento, fondendo l’arte del gioco e del cinema in un modo senza precedenti“.

L’adattamento sarà curato da Studios Extraordinaires, una società creativa di André Hedetoft e Andreas Troedsson specializzata nella realizzazione di film d’azione, horror e di fantascienza di alto livello a partire da storie originali e giochi straordinari.

Martha Is Dead” è un capolavoro narrativo, che intreccia sapientemente un avvincente mistero di omicidio dal punto di vista di una giovane donna in un modo che non è mai stato fatto prima“, affermano André e Andreas di Studios Extraordinaires. “Siamo ansiosi di dare vita a questo racconto struggente, offrendo sia ai fan che ai nuovi arrivati un tour-de-force cinematografico, pur rimanendo fedeli all’essenza struggente del gioco“.

Attualmente in fase di sviluppo, l’adattamento cinematografico di “Martha Is Dead” è stato realizzato in stretta collaborazione con Luca Dalcò, fondatore e direttore di LKA, nonché creatore di Martha Is Dead. André Hedetoft e Andreas Troedsson sono impegnati nel lungometraggio come co-registi. Oltre alla regia, André apporta ulteriori competenze in qualità di sceneggiatore della sceneggiatura, mentre Andreas Troedsson assume anche il ruolo di direttore della fotografia, garantendo un adattamento visivamente straordinario e meticolosamente realizzato.

MArteLive: nuove opportunità, partecipa al primo Festival Multiartistico italiano

0

Sono online i bandi per iscriversi al Concorso Multiartistico Nazionale MArteLive e dare alla propria arte l’occasione unica di avere finalmente il riconoscimento che merita. Grazie alla sua formula multi-disciplinare che trova spazio nelle 16 sezioni artistiche previste dal concorso, MArteLive è un festival capace di porsi come un’importante vetrina di lancio per i giovani artisti emergenti, offrendogli la possibilità di esporre le proprie opere o esibirsi con le proprie performance in location selezionate, entrando in contatto con addetti ai lavori e professionisti del settore.

L’obiettivo di MArteLive è infatti quello di scoprire e mettere in luce nuovi talenti, favorire i giovani artisti emergenti nelle più svariate discipline e promuoverne il lavoro sulla scena artistica contemporanea nazionale. Con gli oltre 100 PREMI assegnati all’ultima Biennale MArteLive e distribuiti tra le 16 sezioni in gara, MArteLive è oggi in Italia il concorso che senza dubbio premia di più e insieme un’opportunità irripetibile per farsi notare nel grande magma del panorama culturale. (Per consultare l’elenco aggiornato dei premi in palio visita il sito ufficiale del concorso www.marteawards.it o quello ufficiale della manifestazione realizzata a settembre 2014 www.labiennale.eu).

Il concorso è aperto a giovani artisti di un’età compresa tra i 18 e 39 anni: chi si iscrive subito potrebbe essere selezionato fin da adesso per esporre le proprie opere o esibirsi con le proprie performance durante i nostri eventi organizzati in location selezionate dallo staff MArteLive. Regolamento e Bandi di Concorso su www.concorso.martelive.it.

COSA ASPETTI A MANDARCI LE TUE OPERE?

Il concorso artistico nazionale MArteLive è un festival-concorso le cui selezioni si tengono su tutto il territorio nazionale. Per partecipare è sufficiente collegarsi al sito www.marteawards.it e compilare il form d’iscrizione online corrispondente alla sezione artistica desiderata, fra le 16 che animano il festival (musica, teatro, danza, cinema, videoclip, deejing live, veejing live, letteratura, artecircense, street art, pittura live, fotografia, fumetto, grafica, moda&riciclo, artigianato artistico) acquistando la MArteCard che, oltre a garantire l’iscrizione alle diverse sezioni del concorso, darà diritto ad una serie di sconti e vantaggi.

Le selezioni nazionali degli artisti in concorso si concluderanno il 31 Gennaio 2017, quando inizierà ufficialmente la fase finale della Biennale MArteLive 2017, che tra Dicembre 2016 e Aprile 2017 vedrà lo svolgersi delle finali regionali o di macro-area, nella formula multi-artistica che contraddistingue il festival, mentre per il Lazio sono previste due finali regionali, una a dicembre 2016 e l’altra ad aprile 2017. I vincitori delle singole finali regionali o di macro-area approderanno alla finale nazionale, Biennale MArteLive, che si terrà a Roma a Settembre 2017.

MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE:

  1. Leggi attentamente il REGOLAMENTO (http://concorso.martelive.it/regolamento)
  2. Scarica il bando della sezione o delle sezioni cui vuoi partecipare
  3. Compila il form di iscrizione relativo alla sezione o alle sezioni scelte.
  4. Entra in possesso della tessera associativa MArteCard che, oltre a garantire l’iscrizione a più sezioni del concorso, darà diritto ad una serie di sconti agevolazioni legate ad eventi artistici e culturali in tutta Italia.

MArteLive, lo spettacolo totale!

0

Un grande palcoscenico frequentato da tanti artisti, dove ogni spazio, ogni arte fa spettacolo: la pittura, la danza, l’arte circense, la scultura, la poesia, la musica, il cinema. Tanti spettacoli che avvengono tutti contemporaneamente dando vita ad un unico grande spettacolo: tutto questo è MArteLive, lo spettacolo totale!

Marta Miniucchi, intervista alla regista di Gente Strana – Watu Wa Ajabu

0

Presentato come evento speciale di Alice nella Città, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma 2022, Gente Strana – Watu Wa Ajabu è il nuovo mockumentary di Marta Miniucchi (Benelli su Benelli) con Matteo Gatta e Cesare Bocci.

Abbiamo incontrato la regista, Marta Miniucchi, che ha raccontato come è nato il documentario sull’organizzazione non governativa CEFA, il Comitato europeo per la formazione e l’agricoltura fondato a Bologna il 23 settembre 1972 per iniziativa di Giovanni Bersani e di padre Angelo Cavagna, che si propone di realizzare progetti per contribuire a vincere fame e povertà.

“Ho conosciuto il CEFA un anno fa e quella del film è stata una lavorazione molto veloce – dice Miniucchi – Molte delle ONG più famose, come Emergency ad esempio, lavorano sulle emergenze, mentre CEFA si occupa di progetti a lungo periodo, lavorano tantissimo e costantemente, tutti i giorni, è un’organizzazione stimata, ma sconosciuta ai più. Quest’anno CEFA compie 50 anni, e Paolo Rossi Pisu mi ha offerto la regia di un documentario che raccontasse questa realtà, ma che lo facesse in una maniera che potesse arrivare a tutti. Con il sostegno di Genoma film, ho pensato che il modo più accattivante per raccontare CEFA a chi non lo conosceva era quella di mescolare storia e finzione, e quindi il risultato è quello che si può definire mockumentary, un documentario con dei filmati di finzione, quindi il repertorio insieme alla vera fiction, così che il risultato avesse un brio che il semplice filmato di repertorio non ha. In questo modo spero che Gente Strana – Watu Wa Ajabu possa essere interessante non solo per chi già conosce l’organizzazione, ma anche per chi non ha idea di cosa sia.”

Questa natura ibrida del film di Marta Miniucchi si rispecchia dal punto di vista linguistico in una serie di stili e tecniche che si mescolano per dar vita a un documentario effettivamente molto interessante, sia nella forma che nel contenuto.

“In Tanzania abbiamo girato con una mini dv, tecnologia vecchia, perché avevo bisogno che quel personaggio, il ragazzo che parte volontario, sembrasse davvero lì a quel tempo e avevo bisogno che si adattasse al repertorio di quel tempo. Per quanto riguarda il reporter, lì abbiamo fatto cinema vero e proprio con la tecnologia più recente, muovendoci in quel linguaggio. Ho invece intervistato il ragazzo tanzaniano con un punto di osservazione di ripresa classico, con due macchine da presa, mentre lui è seduto nel suo ufficio. In questo modo ho potuto raccontare diversi punti di vista, che potessero racchiudere più o meno tutti quelli di chi si sarebbe trovato a guardare il film: il cinismo diffidente, l’entusiasmo di donarsi, il trovarsi in difficoltà e accogliere l’aiuto.”

Dal punto di vista stilistico, dunque, Gente Strana – Watu Wa Ajabu non è un documentario canonico, ma si arricchisce di un’ibridazione che moltiplica lo sguardo e offre davvero una comprensione a 360° di quello che è il progetto CEFA, senza scadere in un linguaggio pedagogico o presuntuoso. A evitare questo rischio, anche “l’utilizzo” di Lodo Guenzi come fosse Margot Robbie… Almeno nelle parole di Marta Miniucchi: “Volevo che il coinvolgimento di Lodo fosse estemporaneo, venisse dal nulla, e come reference ho dato proprio il ruolo di Margot Robbie ne La grande scommessa di Adam McKay. Nel film, che racconta la crisi immobiliare del 2008, Robbie compare di punto in bianco, in una vasca di bolle e con un bicchiere di champagne in mano a spiegare in termini tecnici cosa c’era dietro agli investimenti a rischio e dietro allo scoppio della bolla immobiliare. Nel mio film, Lodo irrompe nella narrazione e spiega, numeri alla mano, cos’è il CEFA”. Il riferimento è abbracciato a pieno e il risultato è tanto più coinvolgente quanto l’intervento sembra fuori contesto, proprio come nel film di McKay.

Ma perché il film si intitola Gente Strana? “La gente strana è, agli occhi di chi vive in questi posti in cui interviene il CEFA, quella che viene in qualità di volontaria ad aiutare, che spera in un mondo migliore incurante delle difficoltà che si incontrano per perseguire il proprio sogno. È gente strana in senso buono, naturalmente. In questo tipo di esperienze, si va lontano da casa per insegnare ad altri delle tecniche di sopravvivenza, dall’agricoltura all’allevamento, ma la verità è che si impara a propria volta tantissimo. In questo progetto del CEFA c’è la conoscenza che porti in questi luoghi, ma anche quella che acquisisci, perché ti confronti con un mondo talmente nuovo che devi imparare ad abitare da zero. È un dare ma è anche un prendere continuo, e volevo raccontare questa bella storia da più punti di vista.”

Gente Strana – Watu Wa Ajabu sarà disponibile prossimamente al cinema con GENOMA FILMS e successivamente su Sky Documentaries e in streaming su NOW.

Marshland: trailer del film paragonato a True Detective

0
Marshland: trailer del film paragonato a True Detective

Empire ci mostra in esclusiva il trailer ufficiale di Marshland, thriller spagnolo diretto dal regista Alberto Rodríguez e uscito in patria il 26 settembre 2014. La pellicola ha vinto ben 10 Goya Awards (gli Oscar spagnoli) all’edizione 2015 tenutasi lo scorso 7 febbraio, tra cui Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale e Miglior Attore (Javier Gutiérrez).

Potete vedere il trailer di seguito:

Paragonato dalla stampa, per ambientazioni e personaggi, alla popolare serie tv True Detective, Marshland, ambientato nella Spagna di inizio anni ’80, racconta la storia di due detective della omicidi dai modi di agire e pensare diametralmente opposti, che devono fare luce su una serie di brutali omicidi di ragazze adolescenti in una piccola cittadina. Il film ha come protagonisti Raúl Arévalo e Javier Gutiérrez.

Fonte

Marshals: perché Mo e Rainwater vogliono davvero Kayce tra i Marshals

Uno degli snodi più interessanti di Marshals: A Yellowstone Story riguarda il ruolo di Kayce Dutton all’interno dei Marshals e, soprattutto, le reali motivazioni di Mo e Thomas Rainwater. A prima vista, la loro insistenza potrebbe sembrare sospetta o strategica in senso ambiguo, ma la realtà è molto più articolata—and soprattutto più umana.

Un’alleanza strategica, non un piano nascosto

A chiarire la questione è Mo Brings Plenty, che ha spiegato come la scelta di spingere Kayce verso i Marshals nasca da un’esigenza precisa: costruire un ponte tra la riserva e le istituzioni federali.

Kayce non è solo un outsider con esperienza militare e investigativa, ma è anche qualcuno che ha legami profondi con entrambe le realtà. È cresciuto nel mondo dei Dutton, ma ha anche un rapporto diretto con la comunità indigena attraverso la sua famiglia. Questo lo rende una figura ideale per mediare tra due sistemi che, storicamente, faticano a comunicare.

In questo senso, anche personaggi come Miles Kittle, interpretato da Tatanka Means, diventano parte di questo equilibrio: insieme a Kayce, contribuiscono a creare un canale di dialogo e collaborazione con gli U.S. Marshals.

Il peso personale: la perdita di Monica

La scelta di Kayce non è però solo politica o strategica. È anche profondamente personale. Dopo la morte di Monica Dutton, interpretata da Kelsey Asbille, Kayce si trova costretto a ridefinire il proprio ruolo, sia come uomo che come padre.

Entrare nei Marshals rappresenta, in questo senso, un modo per colmare quel vuoto: una nuova responsabilità che gli permette di dare stabilità al figlio Tate e di ritrovare uno scopo. Mo e Rainwater comprendono questa fragilità e, invece di sfruttarla, la incanalano in qualcosa di costruttivo.

Il rapporto tra Kayce e Mo, inoltre, si rafforza proprio su questo terreno, trasformandosi in una vera e propria fratellanza, che va oltre le logiche di potere e si basa su fiducia reciproca.

Rainwater e la visione a lungo termine

Anche Thomas Rainwater agisce con una visione precisa: avere “occhi e orecchie” all’interno del sistema federale. Non si tratta di controllo o manipolazione, ma di rappresentanza.

Per Rainwater, la presenza di Kayce tra i Marshals significa poter finalmente avere un interlocutore affidabile, qualcuno che possa comprendere le esigenze della riserva e riportarle all’interno di un sistema spesso distante o inefficace. È una strategia politica, sì, ma basata sulla collaborazione più che sul conflitto.

Un ruolo chiave per l’equilibrio della serie

Narrativamente, questa dinamica è fondamentale per Marshals: A Yellowstone Story. Permette alla serie di esplorare temi complessi come la giurisdizione, la fiducia nelle istituzioni e il rapporto tra comunità indigene e autorità federali, senza ridurli a semplici contrapposizioni. Kayce diventa così un vero “ponte umano”: un personaggio che incarna il conflitto, ma anche la possibilità di risolverlo.

Oltre i sospetti: una scelta che definisce la serie

Il chiarimento di Mo Brings Plenty smonta quindi l’idea di un’agenda nascosta. Non c’è un piano oscuro dietro la scelta di coinvolgere Kayce, ma una combinazione di necessità pratica, visione politica e legami personali.

Ed è proprio questa complessità a rendere Marshals più interessante di quanto possano suggerire le prime impressioni: una serie che utilizza i suoi personaggi non solo per raccontare una storia, ma per esplorare dinamiche reali e profondamente attuali.

Marshals: la storia vera storyline sul trafficking nella riserva e il peso della

Tra i momenti più intensi e controversi di Marshals: A Yellowstone Story, lo storyline del traffico nella riserva affrontato nell’episodio 5 rappresenta un punto di svolta non solo narrativo, ma anche emotivo e politico. È qui che la serie abbandona definitivamente i confini del semplice crime drama per confrontarsi con una realtà molto più complessa e dolorosa.

Un episodio difficile, personale e necessario

A raccontare il peso di questa storyline è Mo Brings Plenty, che nella serie interpreta uno dei personaggi legati alla comunità della riserva. L’attore ha definito l’episodio “difficile” e “personale”, sottolineando quanto il tema trattato non sia solo finzione, ma qualcosa che tocca direttamente la sua esperienza di vita.

Brings Plenty ha infatti collegato il racconto della serie a una tragedia reale: la morte del nipote Cole Brings Plenty, un caso che, secondo la famiglia, non ha ricevuto un’indagine adeguata. Questo elemento aggiunge un livello di autenticità e dolore alla sua performance, ma anche una responsabilità nel modo in cui la storia viene raccontata.

L’attore ha spiegato di aver cercato di mantenere le emozioni sotto controllo durante le riprese, per non compromettere la narrazione. L’obiettivo, però, è chiaro: raccontare queste storie in modo accessibile, senza sopraffare il pubblico, ma educandolo.

Il tema delle donne scomparse e il ruolo della serie

L’episodio 5, intitolato “Lost Girls”, si inserisce in una tematica molto più ampia: quella delle donne indigene scomparse o uccise, spesso ignorate o sottorappresentate nei media. Nella serie, questo si traduce nella missione di Kayce Dutton, che rompe il protocollo pur di trovare una ragazza scomparsa nella riserva.

Questo tipo di narrazione riflette problematiche reali documentate da organizzazioni come la U.S. Government Accountability Office e lo Human Rights Research Center, che hanno evidenziato come molti casi vengano sottostimati o trascurati. Tra le cause principali ci sono la sfiducia nelle forze dell’ordine, la cattiva gestione dei dati e la scarsa attenzione mediatica. Marshals porta quindi sullo schermo una realtà sistemica, evitando soluzioni facili e mettendo in evidenza un problema strutturale.

Fiducia e sfiducia: il nodo centrale

Uno degli aspetti più interessanti emersi dalle parole di Brings Plenty è il conflitto interiore tra il desiderio di credere nel sistema giudiziario e la sensazione di esserne stati traditi. Questo tema si riflette anche nella serie, dove il rapporto tra comunità indigene e forze dell’ordine è spesso segnato da tensione e diffidenza.

La narrazione non cerca di semplificare questo conflitto, ma lo mantiene aperto, mostrando quanto sia difficile trovare un equilibrio tra giustizia istituzionale e verità percepita dalle vittime e dalle loro famiglie.

Un approccio narrativo più maturo rispetto a Yellowstone

Rispetto a Yellowstone, Marshals sembra voler adottare un approccio più diretto e contemporaneo. Se la serie madre utilizza spesso dinamiche familiari e territoriali per costruire il conflitto, qui il focus si sposta su questioni sociali più urgenti e meno romanzate.

Non è un caso che lo show eviti un classico finale “caso risolto”: il riferimento implicito a storie come Wind River suggerisce una volontà precisa di non chiudere il discorso, ma di lasciare lo spettatore con domande aperte e una maggiore consapevolezza.

Perché questa storyline è così importante

La forza di questa parte di Marshals sta nel suo equilibrio: riesce a raccontare una realtà estremamente dura senza trasformarla in puro intrattenimento o, al contrario, in un’esperienza insostenibile per il pubblico. Attraverso la testimonianza indiretta di chi queste storie le ha vissute davvero, la serie acquisisce un peso diverso. Non si tratta solo di costruire tensione o sviluppare una trama, ma di dare visibilità a un problema reale, spesso ignorato.

Ed è proprio questo che rende l’episodio 5 uno dei momenti più significativi della stagione: non solo per quello che racconta, ma per il modo in cui sceglie di farlo.

Marshals: il trailer dello spin-off di Yellowstone lascia intendere la morte di un membro storico dei Dutton

0

Il primo trailer di Marshals – nuovo spin-off dell’universo di Yellowstone – ha già acceso il dibattito tra i fan, suggerendo un possibile e drammatico destino per uno dei membri storici della famiglia Dutton dopo otto anni di racconto.

La serie madre, creata da Taylor Sheridan, ha debuttato nel 2018 trasformandosi in un fenomeno globale da miliardi di dollari, dando vita a un vero e proprio universo western televisivo con spin-off di successo come 1883 e 1923. Dopo l’uscita di scena di Kevin Costner e la conclusione di Yellowstone nel 2024, Marshals raccoglie l’eredità concentrandosi su Kayce Dutton.

Nel trailer sembra emergere un dettaglio inquietante: Kayce Dutton, interpretato da Luke Grimes, appare solo, intento a dormire senza la moglie e a visitare una tomba. Le immagini hanno portato molti spettatori a ipotizzare la morte di Monica Dutton, personaggio interpretato da Kelsey Asbille, figura centrale nella vita di Kayce sin dall’inizio della serie originale.

Al momento, tuttavia, la produzione non ha confermato ufficialmente la scomparsa del personaggio. Non è escluso che il trailer giochi volutamente sull’ambiguità o che la tomba appartenga a un’altra persona vicina a Kayce. Alcune immagini promozionali dei primi episodi mostrano infatti Kayce con la fede nuziale, suggerendo che il rapporto con Monica possa essere ancora presente, almeno all’inizio della serie, o che il protagonista stia affrontando un lungo processo di elaborazione del lutto.

Kayce Dutton dopo Yellowstone: nuova vita, nuove ferite

In Marshals, Kayce lascia definitivamente il ranch dei Dutton per unirsi a un’unità d’élite degli U.S. Marshals, mettendo a frutto la sua esperienza da cowboy e da ex Navy SEAL per riportare la giustizia nelle zone più pericolose del Montana. Accanto a lui ci sarà una nuova squadra composta da Pete Calvin (Logan Marshall-Green), Belle Skinner (Arielle Kebbel), Andrea Cruz (Ash Santos) e Miles Kittle (Tatanka Means).

Non mancheranno i legami con il passato: Kayce continuerà a mantenere un rapporto stretto con il figlio Tate (Brecken Merrill) e con due figure chiave della riserva di Broken Rock, Mo (Mo Brings Plenty) e Thomas Rainwater (Gil Birmingham).

Il debutto di Marshals arriva in una fase delicata per l’universo creativo di Taylor Sheridan, che si appresta a lasciare Paramount per un nuovo capitolo professionale con NBCUniversal. Resta da capire quanto questa transizione influenzerà lo sviluppo futuro delle serie già avviate, anche se sono state rilasciate rassicurazioni sul fatto che le storie principali verranno portate a compimento senza lasciare archi narrativi irrisolti. Marshals debutterà il 1° marzo su CBS e Paramount+, aprendo ufficialmente una nuova fase per la saga dei Dutton, tra continuità, lutto e rinnovamento.

Marshals: il primo sequel di Yellowstone guarda già alla stagione 2 prima del debutto

0

Il nuovo capitolo dell’universo di Yellowstone non è ancora iniziato, ma ha già ottenuto un segnale forte di fiducia da parte del network. Taylor Sheridan, creatore della saga, vede infatti il suo primo sequel diretto, Marshals, avviarsi verso una possibile seconda stagione ancora prima della premiere ufficiale.

Secondo quanto riportato da Deadline, CBS ha già deciso di aprire una writers’ room per la stagione 2, attesa nelle prossime settimane. Una mossa che indica chiaramente l’intenzione del network di proseguire la serie oltre l’ordine iniziale di 13 episodi, pur senza una conferma formale di rinnovo.

Un nuovo capitolo dopo la fine di Yellowstone

Ambientata dopo gli eventi conclusivi di Yellowstone, Marshals segue Kayce Dutton, interpretato da Luke Grimes, che entra a far parte di un’unità degli U.S. Marshals impegnata in missioni ad alto rischio nello stato del Montana. La prima stagione debutterà **domenica 1° marzo su CBS****.

Pur condividendo lo stesso canone narrativo della serie madre, Marshals si distinguerà per tono e struttura, esplorando storie in larga parte originali. Alcuni legami con Yellowstone resteranno centrali, ma la serie è pensata per camminare con le proprie gambe, ampliando l’universo narrativo creato da Sheridan.

Volti noti e nuovi equilibri narrativi

Oltre a Kayce Dutton, torneranno diversi personaggi amati dal pubblico: Gil Birmingham nei panni di Thomas Rainwater, Mo Brings Plenty come Mo e Brecken Merrill nel ruolo di Tate Dutton. La loro presenza contribuirà a mantenere un forte legame emotivo con la serie originale, pur all’interno di una nuova cornice narrativa.

Marshals non è però l’unico progetto in espansione: è attualmente in lavorazione anche The Dutton Ranch, sequel incentrato su Beth e Rip, destinato a Paramount+.

Il futuro del franchise Yellowstone

La decisione di pianificare già una seconda stagione non sorprende, considerando il peso industriale del franchise Yellowstone, uno dei più forti e redditizi degli ultimi anni per Paramount. Sebbene l’apertura della writers’ room non equivalga a un rinnovo ufficiale, rappresenta un chiaro segnale di fiducia nel progetto e nella sua capacità di durare nel tempo.

Resta ancora da capire se Marshals diventerà una serie annuale con stagioni complete o se manterrà un formato più compatto, simile ai 13 episodi della prima stagione. Molto dipenderà dalla risposta del pubblico, dalla disponibilità del cast e dalla strategia a lungo termine di CBS.

Con Marshals già proiettata verso il futuro, appare sempre più evidente che la fine di Yellowstone non segna la conclusione dell’universo narrativo di Taylor Sheridan, ma l’inizio di una nuova fase destinata a espandersi su più fronti.

Marshals: A Yellowstone Story: il destino di Monica Dutton è confermato dallo showrunner della serie su Kayce

0

Il destino di Monica Dutton nello spinoff di Yellowstone, Marshals: A Yellowstone Story, è stato ufficialmente confermato. A chiarire ogni dubbio è stato lo showrunner Spencer Hudnut, che ha spiegato perché la morte del personaggio è diventata un elemento centrale nella nuova serie con protagonista Kayce Dutton.

Il franchise creato da Taylor Sheridan torna nel palinsesto 2025-2026 della CBS con il primo vero sequel narrativo dell’universo di Yellowstone. Luke Grimes riprende il ruolo di Kayce, che dopo la conclusione della serie madre intraprende una nuova strada come membro degli U.S. Marshals. Ma questo cambiamento radicale non nasce da un’ambizione professionale: è la conseguenza diretta di una tragedia personale.

Nel primo episodio di Marshals, intitolato “Piya Wiconi”, viene confermato fin da subito che Monica è morta. Kayce e Tate cercano di andare avanti, ma il dolore è evidente. Solo nelle battute finali della premiere il protagonista riesce ad affrontare davvero il proprio lutto, segnando il punto di partenza emotivo della nuova serie.

Perché la morte di Monica era necessaria per il nuovo arco narrativo di Kayce

Luke Grimes, and Ash Santos in in Marshals- A Yellowstone Story (2026))
Foto di Sonja Flemming/CBS – © 2025

In un’intervista rilasciata a TVLine, Hudnut ha spiegato che la scelta di far morire Monica non era prevista fin dall’inizio. Tuttavia, durante lo sviluppo della serie, è emerso che per raccontare un nuovo capitolo credibile della storia di Kayce era necessario “scuoterlo” dal finale perfetto ottenuto in Yellowstone.

La serie madre si era chiusa con la vendita del Dutton Ranch alla Broken Rock Indian Reservation e con Kayce finalmente libero dal peso delle dinamiche familiari. Poteva vivere a East Camp con Monica e Tate, lontano dal conflitto. Un lieto fine conquistato dopo stagioni di tensioni. Proprio per questo, secondo Hudnut, era difficile ripartire senza introdurre un evento traumatico che rompesse quell’equilibrio.

Lo showrunner ha sottolineato anche un altro aspetto chiave: Monica continua a guidare Kayce anche dopo la sua morte. Tate partecipa a un raduno in onore della madre e Kayce si trova lì per proteggerlo. Senza quella perdita, il personaggio non avrebbe mai intrapreso il percorso che lo conduce verso il ruolo negli U.S. Marshals. In questo senso, la tragedia non è solo un evento scioccante, ma il vero motore narrativo della serie.

La morte di Monica era stata anticipata da diversi indizi promozionali: l’assenza di Kelsey Asbille nel cast ufficiale e alcune immagini dei trailer in cui Kayce visita una tomba avevano alimentato le teorie dei fan. Tuttavia, molti si chiedono se sarebbe stato più potente mostrare l’evento sullo schermo anziché raccontarlo a posteriori. Per ora, Marshals mantiene il riserbo sui dettagli della morte, suggerendo che ulteriori informazioni emergeranno nei prossimi episodi, mentre Kayce e Tate affrontano il loro lutto.

Con questa scelta, lo spinoff ridefinisce l’identità del personaggio: non più solo il figlio che cerca di sottrarsi all’eredità dei Dutton, ma un uomo costretto ancora una volta a reagire al dolore.

Marshals: A Yellowstone Story, trama, cast e cosa sapere sullo spin-off con Luke Grimes

L’universo narrativo di Yellowstone continua ad espandersi con Marshals: A Yellowstone Story, uno spin-off che non si limita a proseguire la storia, ma ridefinisce il punto di vista attraverso cui osservare quel mondo. Al centro c’è Kayce Dutton, interpretato da Luke Grimes, personaggio che nella serie originale rappresentava già una figura liminale, sospesa tra appartenenza e fuga, tra violenza e desiderio di normalità. Ripartire da lui significa scegliere consapevolmente una prospettiva più instabile, meno radicata nella terra e più aperta a un conflitto interno irrisolto.

Questo nuovo capitolo si inserisce all’interno della visione narrativa di Taylor Sheridan, che negli ultimi anni ha costruito un vero e proprio ecosistema seriale capace di mescolare western, dramma familiare e riflessione sul potere. Marshals: A Yellowstone Story rappresenta però una svolta: non più solo il racconto di una dinastia e del suo territorio, ma l’esplorazione di un’identità individuale in crisi, calata in un contesto operativo che amplia il raggio d’azione della narrazione.

Di cosa parla Marshals: A Yellowstone Story: la trama e il nuovo percorso di Kayce Dutton

Luke Grimes, and Ash Santos in in Marshals- A Yellowstone Story (2026))
Foto di Sonja Flemming/CBS – © 2025

Se Yellowstone era strutturata attorno alla difesa della terra e alla conservazione di un’eredità familiare, Marshals: A Yellowstone Story sposta il baricentro su un piano più dinamico e istituzionale. Kayce Dutton, che nella serie madre era già un ex militare segnato da esperienze traumatiche, viene qui inserito in un contesto legato alle forze dell’ordine, trasformando il suo conflitto personale in una dimensione operativa quotidiana. Non è più soltanto un uomo che reagisce agli eventi, ma qualcuno che è chiamato ad agire sistematicamente, prendendo decisioni che hanno conseguenze dirette e immediate.

Questa evoluzione narrativa permette di approfondire un aspetto che in Yellowstone restava spesso in secondo piano: la difficoltà di Kayce nel conciliare il proprio codice morale con le azioni che è costretto a compiere. Ogni missione, ogni intervento, diventa un’occasione per mettere in discussione la sua identità, in un continuo oscillare tra senso del dovere e rifiuto della violenza. La serie, in questo senso, sembra voler trasformare il personaggio in un punto di osservazione privilegiato su un mondo in cui la linea tra giustizia e abuso è sempre più sottile.

Allo stesso tempo, il distacco dal ranch non è mai definitivo. Il passato continua a esercitare una pressione costante, rendendo impossibile una vera separazione. Kayce non può semplicemente “diventare altro”: è costretto a portarsi dietro il peso delle sue origini, e proprio questa impossibilità di fuga diventa il motore emotivo della serie.

Il cast di Marshals: A Yellowstone Story e l’espansione dell’universo narrativo

Accanto a Luke Grimes, Marshals: A Yellowstone Story introduce nuovi volti che contribuiscono ad ampliare l’universo narrativo e a spostare l’equilibrio della storia verso una dimensione più corale. Tra questi troviamo Logan Marshall-Green, Ash Santos e Arielle Kebbel, due presenze che si inseriscono in un contesto più operativo, meno legato alla dimensione familiare e più orientato all’azione e alle dinamiche di squadra.

Questa scelta di casting non è casuale. Se Yellowstone costruiva gran parte della sua forza sulla centralità della famiglia Dutton, qui l’obiettivo sembra essere quello di creare un gruppo di personaggi che funzionino come un’unità narrativa autonoma. Non si tratta solo di affiancare Kayce, ma di costruire attorno a lui un sistema di relazioni che permetta alla serie di svilupparsi anche indipendentemente dal legame diretto con la serie madre.

In questo senso, il casting diventa uno strumento di espansione del mondo: ogni nuovo personaggio introduce prospettive diverse, nuovi conflitti e nuove possibilità narrative. È un passaggio fondamentale per trasformare uno spin-off in qualcosa di più di una semplice derivazione.

Come cambia il racconto rispetto a Yellowstone: dal western familiare al procedural contemporaneo

Y: Marshals

Il cambiamento più evidente tra Yellowstone e Marshals: A Yellowstone Story riguarda la struttura narrativa. Se la serie originale si muoveva all’interno di un impianto fortemente legato al western classico, dove la terra rappresentava il centro simbolico e materiale del conflitto, lo spin-off introduce elementi tipici del procedural contemporaneo.

Questo significa una maggiore frammentazione del racconto, con episodi costruiti attorno a missioni, casi e interventi specifici, ma sempre attraversati da una linea orizzontale legata all’evoluzione del protagonista. Il risultato è una narrazione più dinamica, che alterna momenti di azione a spazi di introspezione, mantenendo però quella tensione morale che caratterizza l’universo di Sheridan.

Non si tratta di un abbandono del western, ma di una sua trasformazione. Il conflitto non è più legato solo alla difesa di un territorio, ma si sposta su un piano più ampio, dove le questioni di giustizia, legge e responsabilità assumono un ruolo centrale. In questo senso, Marshals può essere letto come un’evoluzione naturale di Yellowstone, capace di adattare i suoi temi a un contesto narrativo diverso.

Perché Marshals: A Yellowstone Story è uno spin-off chiave per il futuro del franchise

Marshals- A Yellowstone Story
Christopher Saunders/©CBS/Courtesy Everett Collection

All’interno della strategia di espansione dell’universo di Yellowstone, Marshals: A Yellowstone Story occupa una posizione particolarmente interessante. A differenza di altri progetti che si muovono su linee temporali diverse, questo spin-off mantiene un legame diretto con la serie principale, proseguendo il percorso di uno dei suoi personaggi più complessi.

Questa scelta permette di lavorare su una continuità narrativa forte, ma allo stesso tempo apre la possibilità di sperimentare nuove forme e nuovi linguaggi. Kayce Dutton diventa così il ponte tra passato e futuro, tra un racconto ancora radicato nella tradizione del western e una serialità più contemporanea, capace di dialogare con generi diversi.

Se la serie riuscirà a mantenere questo equilibrio, evitando di perdere la profondità emotiva del personaggio in favore dell’azione pura, potrebbe rappresentare uno dei capitoli più rilevanti dell’intero franchise. Non solo un’espansione, quindi, ma una vera e propria ridefinizione delle possibilità narrative dell’universo creato da Sheridan.

Cosa aspettarsi davvero da Marshals: tra evoluzione del personaggio e nuove direzioni narrative

Marshals 1x04

La vera sfida di Marshals: A Yellowstone Story sarà quella di trasformare Kayce Dutton da personaggio “in fuga” a protagonista pienamente consapevole del proprio ruolo. Un passaggio tutt’altro che scontato, che richiede un’evoluzione coerente e credibile.

Il rischio, in questi casi, è quello di semplificare il personaggio per adattarlo a una struttura più action. Ma è proprio nella sua complessità che risiede il suo valore. Se la serie riuscirà a mantenere intatto questo elemento, continuando a lavorare sulle contraddizioni interne di Kayce, allora potrà davvero distinguersi all’interno di un panorama seriale sempre più affollato.

In definitiva, Marshals non è solo uno spin-off, ma un banco di prova: per il personaggio, per il franchise e per la capacità di raccontare il western in una forma nuova, più aperta e contemporanea.