La Tenerezza,
ritorno al cinema di Gianni Amelio, è un film
sulla difficoltà nei rapporti umani, specie quelli tra padri e
figli, su un’incapacità che pare senza rimedio, ma forse non lo è
sempre, e anche sulla difficoltà ad accettare l’età che avanza.
Protagonista Renato Carpentieri nei panni
dell’avvocato in pensione, Lorenzo, e la sua relazione tormentata
con i figli, soprattutto Elena (Giovanna
Mezzogiorno). A spingerlo verso un cambiamento sarà
l’incontro casuale con una giovane coppia, Michela (Micaela
Ramazzotti) e Fabio (Elio
Germano) e i loro due bambini.
Tecnicamente solido, il film conta
sulla sensibilità di Amelio nell’inquadratura e sulla fotografia di
Luca Bigazzi, che oltre a un ottimo lavoro sui
personaggi, rendono coprotagonista la città di Napoli, come su un
cast di tutto rispetto, in cui Carpentieri disegna con efficace
intensità il ruolo principale.
Coraggioso da parte del regista
mettere al centro la figura dell’anziano Lorenzo, avvocato esperto
in piccole truffe alle compagnie assicurative. Lo spettatore vede
attraverso i suoi occhi. Dunque, degli altri personaggi non sa più
di quanto sappia lui, burbero e schivo, che quasi non conosce i
figli Elena e Saverio (Arturo Muselli) e poco sa
di Fabio e Michela, suoi nuovi vicini appena arrivati a Napoli, ma
con cui si trova stranamente a suo agio. È in sintonia con Michela,
simpatica, estroversa e un po’ sbadata, ma anche con Fabio, nelle
cui difficoltà a rapportarsi ai figli rivede in parte sé stesso.
Nella coppia gli pare di trovare l’amore e la complicità che lui e
la sua defunta moglie non hanno mai vissuto.
Al contempo, però, ogni
personaggio secondario introduce una sua peculiare solitudine, un
vissuto ricco di spunti interessanti e temi forti – dal terrorismo
al funzionamento del sistema giudiziario, alla violenza che spesso
si annida dove non ci si aspetta ed ha radici profonde. Temi che
meriterebbero un maggiore sviluppo, mentre molti interrogativi
restano aperti circa esistenze solo sfiorate (soprattutto quelle di
Fabio e Michela, le più complesse e sacrificate).
Coraggiosa anche la scelta del
registro minimalista: scrittura scarna, povera di dialoghi, poche
frasi spesso ruvide o laconiche, lunghi silenzi e gesti che
sembrano definitivi, abbandoni e rinunce che lasciano enormi vuoti.
Interpretazioni tese a trattenere le emozioni piuttosto che a
mostrarle, eppure intense. Una scelta severa, per cui il film può
risultare di fruizione non facile, simile ai suoi personaggi: una
superficie all’apparenza fredda, dalla quale il regista fa emergere
solo in rari sprazzi il magma di sentimenti sopiti, rimossi,
ricacciati in profondità. Lo spettatore deve essere pronto a
coglierli.
Amelio restituisce così una visione
dura, di un mondo in cui solitudine e incomunicabilità rischiano di
schiacciarci e in qualche caso lo fanno, in cui gli uomini sembrano
più fragili, le donne più tenaci – anche se a volte la tenacia è
solo ostinazione o sopportazione – i bambini i più danneggiati
dall’incapacità degli adulti. Lascia però aperto uno spiraglio al
cambiamento, che passi magari attraverso un gesto di tenerezza.
Presentato a Roma il nuovo lavoro di
Gianni Amelio, La Tenerezza, in
anteprima al Bari International Film Festival il 22 aprile e in
sala dal 24. Il regista ne parla assieme al ricco cast –
Renato Carpentieri, Giovanna
Mezzogiorno, Elio Germano e Micaela
Ramazzotti .
Ci dia la sua definizione di
“tenerezza”.
Gianni Amelio: “In realtà non ci
ho mai riflettuto. Il titolo è venuto pensando al finale e
soprattutto alla testardaggine con cui la figura di Elena
[Giovanna Mezzogiorno ndr] cerca di recuperare un gesto da suo
padre. […] Credo sia qualcosa di cui abbiamo bisogno per scacciare
l’ansia, oggi che siamo prigionieri di un mondo in cui non ti
aspetti ciò che potrebbe succedere fra un secondo, un mondo fatto
di trappole e inganni. […] Ci vuole il coraggio di non essere
timidi e vergognosi, anche se un gesto di tenerezza contrasta con
il nostro essere forti, o volerlo essere. Un uomo che fa un gesto
di tenerezza si considera debole e anche le donne ormai hanno
capito che la tenerezza va data quando è autentica, altrimenti è
una merce scaduta”.
Com’è stato lavorare con
Gianni Amelio?
Renato Carpentieri: “Da quando
ho fatto Porte Aperte ho sognato di fare un altro
film con Gianni. Qui poi avevo un’altra responsabilità: essere il
suo doppio, c’era qualcosa di Gianni nel mio personaggio”.
Amelio: “Renato ed io abbiamo la
stessa età, mi specchio in lui, è il mio lato bello sullo schermo e
siamo in sintonia su molte cose”. “Se c’è una qualità che
mi riconosco è proprio quella di aver scelto questi attori”.
“Li ho voluti in modo tignoso e appassionato, perché la scelta
dei compagni di viaggio è fondamentale, sono loro che ti rendono il
viaggio bello oppure un inferno”.
Micaela Ramazzotti: “Siamo stati
tutti adottati da Gianni, che ci ha liberato, ci ha fatto essere
ciò che voleva e che noi forse desideravamo, perché quando
incontri un regista come lui vale più di cento riconoscimenti
insieme. Sai che c’è qualcuno pronto a prenderti qualsiasi cosa tu
faccia e questo ci ha dato energia”.
Elio Germano: “È vero, Gianni ti
abita. Lavorare con lui è un abbandono. Pensiamo sempre che il
nostro mestiere sia di volontà, invece, specialmente con
grandissimi autori, è l’abbandono che fa la differenza. A un certo
punto non sai in che strada stai andando e questo è molto
piacevole”.
Giovanna Mezzogiorno: “Anch’io
penso che bisogna sapersi abbandonare, fidarsi completamente, più
che andare verso un film o un personaggio lasciare che questi
vengano a te, che ti prendano, ed essere pronti ad accoglierli a
braccia aperte. Si può leggere un copione, pensare al personaggio,
parlarne molto prima delle riprese, ma c’è sempre un momento in cui
non hai più il controllo, vieni preso e portato dove non sai e non
lo puoi sapere prima. […] È il momento migliore”.
Quali le differenze rispetto
al libro cui il film è liberamente ispirato [La tentazione di
essere felici di Lorenzo Marone ndr]?
Amelio: “Il protagonista del
libro è del tutto diverso da Lorenzo, protagonista del film”.
“Ho dato al personaggio un’inquietudine che io e Renato
condividiamo, ovvero una sorta di rifiuto dell’età che avanza.
Trovo che sia una cosa ingiusta, ci si dovrebbe fermare nell’età
migliore, un uomo ai 45, una donna ai 35, e portarseli per tutta la
vita, però avendo la saggezza della maturità. L’idea di invecchiare
dà una sorta di rifiuto della premura altrui, anche quando è
giustificata”.
Come avete scelto le
ambientazioni napoletane?
Amelio: “Il libro si ambienta al
Vomero. […] Per chi come me non è napoletano, però,
arrivare al Vomero non è arrivare a Napoli. Io non saprei
raccontare quel quartiere. È come se un turista giapponese
arrivasse a Roma e andasse subito ai Parioli, piuttosto si va al
Colosseo o a Trastevere. Quindi ho operato una variante enorme: la
Napoli del film è quella dei bassi, ma anche dei suoi straordinari
attici”.
Carpentieri: “Ha scelto tutto
Gianni, ma quella che ha scelto è la mia Napoli, sono i luoghi
della mia vita, quelli che conoscevo a menadito, c’era un legame
affettivo”.
Perché il film non è a
Cannes?
Amelio: “Sono stato sette volte
a Venezia con un Leone d’Oro e quattro volte a Cannes. I premi li
ho vinti, ora da questo film, che abbiamo fatto con grande onestà,
passione e semplicità, vorrei il pubblico”.
La Tenerezza,
prodotto da Pepito Produzioni di Agostino Saccà e Rai Cinema,
arriva nelle sale il 24 aprile.
C’erano una volta e ora ce ne sono di meno, dei
film che impressionavano per il loro contenuto violento e che
venivano spesso accusati di ispirare reali manifestazioni di
violenza all’interno della società.Ma la responsabilità dell’artista è più
nell’opera in sé e meno negli effetti che essa produce, per quanto
nefasti essi possano essere.
Dico che c’erano una volta perché ora poco o
nulla sembra poter produrre in noi sconcerto. Siamo spettatori
terribilmente svezzati, disincantati, smaliziati. Alla violenza che
vediamo sullo schermo ci siamo ormai abituati, tanta ne abbiamo
veduta, tanta ne vediamo e ne viviamo.La violenza è paradossalmente accettata e non
sappiamo più ricevere dalla sua rappresentazione uno shock, non
sappiamo più rimanerne sconcertati.
La vediamo dappertutto e dunque non è mai
estranea, tanto ne siamo imbevuti. È conosciuta una volta per
sempre, è classificata, incasellata in miliardi di servizi
televisivi da paesi che ci sembrano ancora più lontani visti sullo
schermo, è sterilizzata dal linguaggio giornalistico che funziona
come una litote.
È la società dello spettacolo, la nostra, diceva
Debord. L’immagine è al centro di tutte le possibili relazioni tra
tutti i soggetti. E così produciamo immagini a iosa e ne siamo
imbevuti.Ma è proprio questo
vedere di tutto sempre acritico e passivo ad averci reso meno
ricettivi, anche per quelle immagini che dovrebbero colpirci. Il
sentimento della meraviglia si attenua. L’abitudine a vedere deve
averci reso ciechi.
Del resto, fa notare Ghezzi nel suo castoro su
Kubrick prendendo le definizioni del dizionario Inglese-Italiano
Hazon, che “Overlook” significa tanto “guardare con attenzione” che
“trascurare”, “lasciarsi sfuggire”. E così anche Edipo pur vedendo
tutto era cieco, e solo quando dal troppo aver conosciuto si crepò
gli occhi, tornò a vedere.
“What have you done to his eyes?”, urlava una
(comprensibilmente) terrorizzata Rosemary guardando gli occhi di
quel suo figlio avuto da sua maestà infernale. Cosa è stato fatto
dei nostri occhi? Diversamente dal Gloucester di Re Lear, a noi non
sono stati strappati. Piuttosto è stata loro strappata la capacità
di farci assalire da questa o quell’altra visione: tutte si
equivalgono, tutte hanno lo stesso sapore. I prodotti
cinematografici sono sempre più prodotti seriali, pressoché simili.
Del resto, quella del cinema è un’industria, fordiana, ma più nel
senso di Henry che di John.
Avvertiamo dunque la falsità del dispositivo
cinematografico e di ciò che esso mostra: è più chiaro a noi che a
Welles che un film è sempre un fake, e come tale non ce ne facciamo
suggestionare, così per la violenza in esso mostrata. Erano
trent’anni fa o trenta secoli fa quando “Cane di paglia” e “Arancia
meccanica” ci facevano paura?
Eppure necessitiamo di verità perché tutto ci
sembra falso, tutto uguale, nulla ci impressiona realmente. Perché
torniamo a impressionarci, è necessario che le cose ci appaiano
veramente vere, e questo perchè forse siamo noi ad essere diventati
un po’ più finti: anche noi parte del gioco della società dello
spettacolo, con la nostra immagine da portare
avanti. Diceva Alex De Large che non era affatto meccanico che
“è buffo come i colori del mondo vero diventano veramente veri solo
quando uno li vede sullo schermo”.
Ecco allora i mockumentaries: da “The Blair Witch
project” fino a “Cloverfield”. Per potere essere impressionati di
nuovo da ciò che viene mostrato sullo schermo, abbiamo necessità
che esso sia dichiaratamente non-finto, che sia reale, presentato
come documentario.
Come il santo straccione di Pasolini arrivava
alla soluzione estrema di crepare davvero sulla croce perché non
aveva alcun altro modo per ricordare di essere vivo, così anche noi
ricorriamo all’estremamente finto (il mockumentary, documentario
finto che finge d’essere vero) per poter essere ancora emozionati,
perché ci appare estremamente vero.
Ecco anche i reality shows in ambientazioni
esotiche… Perché non ci basta più vedere un altro normale show
televisivo: ci siamo abituati.
Alex
De Large ci sta molto più simpatico del suo carceriere (il
secondino della prigione). Quest’ultimo è davvero “meccanico”, “a
orologeria”, mentre Alex è vitale. Perché è questo mondo a volerci
meccanicizzati, perché vorremmo sentirci vivi quando invece non lo
siamo e abbiamo un disperato bisogno di verità dai realities ai
mockumentaries perché solo così possiamo tornare a sconcertarci e a
impressionarci, per assicurarci di non essere meccanici…
Ci sono storie talmente tanto ricche
di avventura, ostacoli da superare e passioni che sembrano essersi
svolte appositamente per divenire poi film per il cinema. Una di
queste è quella narrata in La tempesta
perfetta, film del 2000 diretto da Wolfgang
Petersen, autore di titoli come Air Force One e
Troy. La vicenda ruota qui intorno alle intemperie del
mare contro cui si imbatté un peschereccio nel 1991. Uno scontro
realmente avvenuto e che ha portato allo stremo e alla morte quanti
vi rimasero coinvolti. Il film ripercorre così, in chiave
romanzata, tali eventi, portando in scena tanto la bellezza quanto
il terrore che un tempesta perfetta può suscitare.
Nel dar vita a questa storia, la
pellicola si è basata sull’omonimo romanzo del 1997 scritto da
Sebastian Junger. Giornalista americano, questi ha
riportato nel libro un dettagliato resoconto della tempesta anche
nota come Nor’ester del periodo di Halloween del 1991. Un
evento che causò diversi morti tra i pescatori del Massachusetts,
nonché oltre 500 milioni di dollari di danni. Ancora una volta lo
scontro tra l’uomo e la natura si pone al centro dell’interesse di
Hollywood, che vide in questa storia il materiale perfetto per
trarne un film con cui rendere omaggio alla memoria di quanti
persero la vita.
La tempesta perfetta si
rivelò poi un buon successo al box office, arrivando ad incassare
un totale di 327 milioni di dollari a fronte di un budget di 120.
Tra grandi effetti speciali e memorabili interpretazioni, il film è
ancora oggi un titolo tutto da riscoprire e apprezzare. Prima di
intraprendere una visione di questo, però, sarà certamente utile
approfondire alcune delle principali curiosità ad esso relative.
Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare
ulteriori dettagli relativi alla trama, al
cast di attori e alla vera storia dietro
al film. Infine, si elencheranno anche le principali
piattaforme streaming contenenti il film nel
proprio catalogo.
La tempesta perfetta: la
trama del film
Protagonista del film è l’equipaggio
del peschereccio noto come Andrea Gail, capitanato
dal lupo di mare Billy Tyne. Questi, accompagnato
dai suoi fedeli uomini, decide di uscire in mare confidando in una
pesca sostanziosa al tal punto da poter risollevare la difficile
situazione economica di tutti loro. Avventuratosi oltre le normale
rotte di pesca, l’equipaggio si dirige verso Flemish Cap, un’area
nota per i consistenti banchi di pesce spada. Qui gli uomini
riusciranno a dar vita ad una pesca particolarmente fruttuosa, ma i
problemi per loro devono ancora iniziare. In breve, infatti, si
imbattono in una tempesta di proporzioni colossali, che li
costringerà a decisioni estreme. Gli uomini si troveranno così
costretti a sfidare la tempesta perfetta, mettendo in gioco la loro
stessa vita.
La tempesta perfetta: il
cast del film
Tra i maggiori elementi di interesse
del film vi è un cast composto da alcuni tra i più celebri
interpreti di Hollywood. George Clooney è il
capitano Billy Tyne, amante del mare e delle pesca ma privo di
grande fortuna. L’attore, inizialmente, si propose per un ruolo
secondario, ma venne convinto dal regista di avere le giuste
qualità per interpretare il protagonista. Fu Mark Wahlberg
ad ottenere il ruolo originariamente voluto da Clooney, quello di
Bobby Shatford, imbarcatosi in cerca di denaro. Per dar vita a
questi, l’attore decise di conoscere i famigliari di Shatford,
acquisendo da loro informazioni su Bobby. Dovette inoltre
impegnarsi per nascondere il suo accento tipico della città di
Boston. L’attrice Diane Lane dà
invece vita a Christina Cotter, fidanzata di Bobby, la quale
cercherà di dissuaderlo dal partire per mare.
L’attore John C. Reilly
interpreta Dale Murphy, membro dell’Andrea Gail e personalità in
crisi dopo la fine del suo matrimonio. William
Fichtner veste invece i panni di David Sullivan, individuo
spostato e indolente ma che non mancherà di rivelare la propria
generosità. L’attore Michael Ironside venne scelto
per il personaggio di Bob Brown per via della sua grande
somiglianza con questi. Questa era tanto forte che in più occasioni
Ironside venne scambiato dai locali per il vero pescatore.
Mary Elizabeth Mastrantonio interpreta qui Linda
Greenlaw, comandante del peschereccio Hannah Boden.
L’attrice, dopo una brutta esperienza sul set di The
Abyss, dichiarò che non avrebbe mai più partecipato a film
ambientati in mare. Il regista riuscì tuttavia a convincerla a
ricoprire il ruolo poiché le sue scene si svolgevano sulla terra
ferma.
La tempesta perfetta: la
vera storia dietro al film
Nell’ottobre del 1991 il ciclone
tropicale noreaster ha imperversato nell’Oceano Atlantico per
diversi giorni, causando innumerevoli danni e vittime. Questo si
originò in seguito al confluire di diversi venti e correnti,
formando così una tempesta di eccezionale potenza sopra ad una
vastissima area. Non presentando i tipici avvertimenti di un
uragano, le piccole imbarcazioni di pescatori già in mare si
trovarono ad essere colte alla sprovvista, dovendo così
fronteggiare una situazione particolarmente difficile. Tra queste
vi era l’Andrea Gail. Contrariamente a quanto avviene nel film,
infatti, l’equipaggio non aveva idea di essere in procinto di
imbattersi in un evento metereologico di questa portata. Da questo
punto in poi, nessuno sa realmente cosa sia accaduto al
peschereccio, e lo stesso film propone una versione dei fatti del
tutto romanzata, frutto di supposizioni.
Terminata una tempesta, un
elicottero di soccorso venne inviato in mare, dando vita ad una
ricerca di eventuali superstiti che però non portò a nessun
risultato. Dopo 10 giorni, la ricerca venne interrotta per via
dell’ormai certa morte dei pescatori rimasti in mare. In totale,
durante la tempesta persero la vita 13 uomini, di cui 6
appartenenti al peschereccio Andrea Gail. I danni furono però
numerosi anche sulla terra ferma. Numerose case e attività vennero
distrutte dalla tempesta, costringendo in molti a spostarsi in
cerca di sicurezza. Strade e aeroporti vennero chiusi, e migliaia
di persone rimasero senza corrente elettrica. La città di
Gloucester, particolarmente colpita, dedicò poi una statua ai
pescatori morti in mare, riportante appunto la dicitura “They
that go down to the sea in ships“.
La tempesta perfetta: il
trailer e dove vedere il film in streaming e in TV
È possibile vedere o rivedere il
film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari
piattaforme streaming presenti oggi in rete. La
tempesta perfetta è infatti disponibile nel catalogo
di Rakuten TV,Chili Cinema, Google Play,
e Apple iTunes Per vederlo, in base alla piattaforma
scelta, basterà iscriversi o noleggiare il singolo film. Si avrà
così modo di poter fruire di questo per una comoda visione
casalinga. È bene notare che in caso di solo noleggio, il titolo
sarà a disposizione per un determinato limite temporale, entro cui
bisognerà effettuare la visione. Il film sarà inoltre trasmesso in
televisione il giorno giovedì 7 luglio alle ore
21:00 sul canale
Iris.
È finalmente arrivato quel periodo
dell’anno tanto temuto e detestato dai grinch di tutto il mondo. Il
periodo in cui, tra luci colorate, plaid dalle stampe discutibili e
tazzoni di cioccolata calda, ci si piazza davanti il piccolo
schermo per perdersi in lunghe sessioni di binge watching di film e
serie tv natalizie di ogni genere. Proprio per questo motivo, ogni
anno sempre più, Netflix
arricchisce il suo catalogo con una lunga lista di prodotti adatti
all’occasione. Infatti, di recente è stata aggiunta la
tenera rom-com La tavola di Natale
(titolo originale Catering Christmas) che, nell’arco di
pochi giorni, ha raggiunto l’ambita classifica italiana della Top10
Netflix.
Il film, dalla durata di 1
ora e 25 minuti, è diretto dal regista canadese
T.W. Peacocke, veterano nella realizzazione di commedie
romantiche, e nasce dal grembo della nota rete televisiva Great
American Family.
La tavola di Natale trama
La tavola di Natale segue
il fatidico e dolce incontro tra Molly Frost e Carson
Harrison, interpretati rispettivamente da Merritt
Patterson e Daniel Lissing. Molly è una giovane cuoca e
imprenditrice in cerca di opportunità per lanciare la sua nuova
attività di ristorazione, il Molly’s Menu Magic. Carson,
invece, è l’attraente nipote della tanto stimata e rispettata Jean
Harrison (Rosemary Dunsmore), proprietaria della Harrison
Foundation. Ogni anno la signora Jean
organizza il più grande evento di beneficenza nel New Hampshire,
il gala di Natale della Harrison Foundation. E
proprio per questa attesa occasione che l’esigente zia Jean, dopo
un disguido con il catering già scelto tempo prima, chiama il
secondo servizio di ristorazione più richiesto in città, quello di
Molly. Entusiasta per la possibilità di occuparsi
dell’organizzazione di un evento tanto importante, Molly si
ritrova così a passare molto tempo con Carson, a cui la
zia affida l’incarico di responsabile nella speranza che possa
accettare di ereditare la grande fondazione di famiglia.
La tavola di Natale – In foto Merritt Patterson e Daniel
Lissing
Un film che non lascia spazio all’immaginazione né al
sentimentalismo
Il connubio Amore e
Cucina ha caratterizzato alcune delle pellicole romantiche
più celebri di sempre, come l’indiscusso cult Mangia Prega Ama di Ryan Murphy. E se
a questa accoppiata si aggiunge anche la suggestiva e
commovente atmosfera natalizia, si può quasi pensare di
avere la ricetta invincibile per la rom-com perfetta. Ma basta
questo per creare una emozionante e indimenticabile storia d’amore?
Sfortunatamente per Peacocke, no.
La tavola di Natale è
una commedia romantica che fatica a farsi
guardare. Infatti, al di là della trama semplice e già
vista, e dei personaggi principali bidimensionali e poco efficaci
(per non parlare dell’inutilità di quelli secondari), la storia –
minuto dopo minuto – finisce per essere fortemente penalizzata da
dialoghi scialbi, irrilevanti e privi dell’appassionante e
travolgente romanticismo che tanto distingue questo
genere. Mancano la profondità, la poesia, l’entusiasmo e la
delicatezza del sentimento amoroso. Più che una relazione
d’amore, i due protagonisti sembrano unirsi l’un l’altra da un
freddo e labile rapporto di stima e fiducia. Persino l’improvvisata
coppia composta dalla zia e dal suo collaboratore appare, alla fine
del film, più affiatata e intraprendente della coppia
protagonista.
Una rom-com da mettere in sottofondo
La tavola di Natale è,
dunque, la dimostrazione che sempre più spesso i prodotti
televisivi e cinematografici finiscono per assoggettarsi a una
richiesta di mercato che punta più sulla quantità che sulla
qualità. La storia di Molly e Carson – così frettolosa,
piatta e priva di sorprese – non riesce a coinvolgere,
emozionare e né, tanto meno, a intrattenere il
pubblico.
Il film di Peacocke manca di
opportunità e finisce per presentarsi come il classico
prodotto audiovisivo da mettere in sottofondo, quando si è stanchi
della playlist di Mariah Carey, mentre si decorano distrattamente i
biscotti di Natale.
La Tamburina (The Little
Drummer Girl) è la serie vento BBC/AMC dagli autori
dell’acclamata “The
Night Manager” e tratta dall’omonimo best seller di John le
Carré.
La Tamburina (The Little Drummer
Girl): quando esce e dove vederla in tv e in streaming
La Tamburina (The Little Drummer
Girl) uscirà
arriva a settembre in prima tv su laF (Sky 135)
La Tamburina (The Little Drummer Girl), la trama e il
cast
La Tamburina (The Little Drummer Girl) è la serie
evento firmata BBC/AMC, una spy story all’ultimo respiro.
Spionaggio, amore, intrighi politici, tradimento, manipolazione: un
thriller in 8 episodi ambientato nel 1979 dove nulla è come sembra
diretto da Park Chan-wook, già all’opera con la trilogia della
vendetta (Grand Prix Speciale della Giuria di Cannes 2004 con “Old
Boy”).
In La Tamburina (The Little Drummer Girl)
protagonisti sono Alexander Skarsgård (vincitore di un Emmy, un
Golden Globe e un Critic’s Choice Award per “Big Little Lies”),
Florence Pugh (candidata all’Oscar per
“Piccole donne”),
Michael Shannon (candidato due volte agli Oscar per
“Revolutionary Road” e per “Animali notturni”).
Gli episodi di La Tamburina (The Little Drummer Girl)
Episodio 1: Charlie, una giovane
attrice focosa e brillante, incontra un misterioso sconosciuto
sulla spiaggia in Grecia e lui la trascina in un’operazione di
spionaggio internazionale ad alto rischio.
Episodio 2: Charlie viene reclutato
con la promessa del ruolo di una vita per infiltrarsi in una
pericolosa cellula rivoluzionaria. Come storia di copertina, lei e
Becker devono fingere di essere amanti.
Episodio 3: Charlie guida un’auto
carica di esplosivo verso un deposito in Austria, mentre Kurtz e
Becker corrono per salvarla da un errore fatale.
Episodio 4: Charlie attende il
contatto dalla rete di Michel, ma la sua performance potrebbe non
reggere sotto esame. Lei e Becker condividono un ultimo momento
insieme prima che lei attraversi il punto di non ritorno.
Episodio 5: Charlie si unisce a un
gruppo di rivoluzionari in Libano, senza nessuno che la salvi se
viene smascherata come spia. Lavora per guadagnarsi la fiducia di
Khalil e della sorella di Michel, Fatmeh.
Episodio 6: Charlie si prepara per
la sua parte nel prossimo sciopero di Khalil.
Passato quasi in sordina
a Venezia
a causa dell’effetto Shame, arriva in Italia La
Talpa (Tinker, Tailor, Soldier, Spy in
originale) opera secondo di Tomas Alfredson. Si
tratta di uno dei film più attesi della stagione, dal momento che
oltre ad avere al timone il regista rivelazione di Lasciami Entrare, ha al suo attivo un cast di
pezzi da novanta, capitanati nientemeno che da Gary Oldman, già bravissimo e amatissimo
commissario Gordon per Christopher Nolan. Insieme a lui sua altezza
reale Colin Firth, il bravissimo John Hurt,
Mark Strong che sta diventando uno dei migliori
caratteristi in circolazione, il Warrior
Tom Hardy e Benedict Cumberbatch, noto ai più come
Sherlock Holmes, protagonista dell’omonima e
recentissima serie tv della BBC One.
La Talpa, tratto
dal romanzo di John
le Carré, si concentra in un periodo storico molto
teso, che vede al suo apice le tensioni tra USA e URSS nel corso
della Guerra Fredda. Di mezzo c’è una presunta ‘talpa’, un
infiltrato nei servizi segreti britannici che sta dalla parte dei
sovietici e che potrebbe incrinare i preziosi rapporti di amicizia
che ci sono tra Regno Unito e i cugini d’Oltreoceano. Incaricato di
stanare la talpa è assegnato a George Smiley (Gary
Oldman), che mettendosi sulla pista lasciatagli dal
suo superiore dal nome in codice Controllo (John
Hurt), si muove con astuzia in mezzo alle difficili trame
nascoste dei servizi segreti. Alfredson mostra per
la seconda volta la sua accattivante eleganza con la macchina da
presa centellinando parole e note, per lasciare spazio alle
immagini, ai piani larghi e ai gesti misurati di un protagonista
immenso, che con uno sguardo, un’inclinazione del viso o
un’increspatura delle labbra riesce a dire tutto ciò che serve.
La Talpa, tra stile e
regia
Lo stile del regista riesce,
rinunciando a qualsiasi espediente esterno come la musica e il
montaggio frenetico, a mantenere alta l’attenzione in una vicenda
che ne richiede molta, soprattutto considerando che viene
raccontata in base ad un susseguirsi di eventi cronologicamente non
lineari e che, soprattutto all’inizio rischiano di confondere lo
spettatore. Purtroppo, proprio questo interessante elemento di
ricercatezza stilistica ha il difetto di appesantire la narrazione,
rendendo il film un po’ meno appetibile. La sensazione che si ha
alla fine è quella di un film concluso, compiuto nella sua
contingenza narrativa ma che promette un futuro in cui altro deve
ancora accadere e dando l’impressione che infondo non è veramente
importante chi sia la talpa, ma chi, una volta rimossa ‘la mela
marcia’, riesce ad ottenere il permesso di guidare i meccanismi
segreti che reggono una nazione.
La talpa (Tinker, Tailor, Soldier,
Spy) è un film del 2011 diretto da Tomas Alfredson, basato
sull’omonimo romanzo del 1974 di John le Carré. Il film è
interpretato da Gary
Oldman, nei panni di George Smiley, con Colin Firth, Tom
Hardy, Mark Strong, Ciarán Hinds e Benedict Cumberbatch. È stato presentato
in concorso alla 68ª Mostra internazionale d’arte cinematografica
di Venezia. Il romanzo di John le Carré era già stato adattato per
il piccolo schermo nel 1979, in una miniserie TV diretta da John
Irvin ed interpretata da Alec Guinness. Il progetto è stato
inizialmente avviato da Peter Morgan quando scrisse una bozza della
sceneggiatura, che venne offerta alla Working Title Films. Morgan
ha poi abbandonato il film come sceneggiatore per motivi personali,
ma rimanendo i vesti di produttore esecutivo. A seguito della
partenza di Morgan, la Working Title ingaggia Peter Straughan e
Bridget O’Connor per riformulare lo script. Il regista svedese
Tomas Alfredson è stato confermato per dirigere la pellicola nel
luglio 2009. La talpa è il suo primo film in lingua inglese. Il
budget del film si aggira attorno ai 30 milioni di dollari, con il
sostegno finanziario del francese StudioCanal.
Gary Oldman è stato scelto per il ruolo del protagonista, George
Smiley. Successivamente si sono uniti al cast Colin Firth e Mark
Strong. Michael Fassbender è stato in trattative
per il ruolo di Ricki Tarr, ma il programma delle riprese andava in
conflitto con il suo lavoro in X-Men
– L’inizio, così la parte venne affidata a Tom Hardy. Jared Harris
era stato scelto per far parte del cast, ma dovette abbandonare il
progetto, a causa di conflitti di programmazione con Sherlock
Holmes – Gioco di ombre, venendo sostituito da Toby Jones. Le
riprese del film si sono svolte tra Budapest, Istanbul e
Londra.
Dopo essere stato presentato in
anteprima Fuori concorso alla 39a
edizione del Torino Film Festival, esce
su Netflix
il 20 aprile il film La
Svolta, esordio al lungometraggio di Riccardo
Antonaroli con, tra gli altri: Andrea
Lattanzi, Brando Pacitto, Ludovica Martino, Max
Malatesta, Chabeli Sastre Gonzalez,
Federico Tocci, Tullio
Sorrentino, Cristian Di Sante,
Aniello Arena, Grazia Schiavo,
Claudio Bigagli, con la partecipazione
straordinaria di Marcello Fonte e un brano scritto
e interpretato appositamente da Carl Brave.
La Svolta, prodotto da
Rodeo Drive e Life Cinema con
Rai Cinema, è un racconto intimo e delicato di due
solitudini che si incontrano: Ludovico (interpretato dal
talentuosissimo Brando Pacitto in un ruolo
insolito), che vive rintanato nel vecchio appartamento della nonna
ed è troppo spaventato dalla vita per uscire fuori nel mondo e
mostrare se stesso, e Jack (l’ottimo Andrea
Lattanzi) che invece ostenta durezza e determinazione.
La convivenza forzata dei due
protagonisti, però, si trasforma man mano in un vero e proprio
percorso d’iniziazione all’età adulta, alla scoperta dei rispettivi
veri caratteri, in un’alternanza di comico e drammatico, di gioia e
di dolore. E quando la realtà dura che li bracca spietata arriva a
presentargli il conto, dovranno affrontarla, forti di una nuova
consapevolezza e di un insperato coraggio.
L’alternanza dei registri del film
è accompagnata anche da una cifra stilistica che si muove con
abilità fra inquadrature statiche e composte, che ritraggono una
suggestiva location come lo storico quartiere popolare di Roma
Garbatella (in cui il film è interamente
ambientato), e una dimensione estetica più “sporca” e mobile, in
cui a soffermarsi sul volto dei due attori è una macchina a
mano.
La Svolta è un film che
gioca con i generi, presentandosi come una sorta di “road movie da
fermo” ma è anche un omaggio al cinema di genere (e non solo). Per
l’intero decorso narrativo, infatti, si colgono numerose citazioni
e ispirazioni – da quelle più esplicite come il celebre film di
Dino Risi Il Sorpasso, a quelle più estetiche che si
rifanno all’immaginario letterario del comics.
Il tutto viene accompagnato dalle
note e dalle parole di Carl Brave, uno dei rapper
più noti e acclamati della scuola romana, che per il film ha
scritto e interpretato l’omonimo brano musicale La
Svolta.
Dopo essere stato presentato in
anteprima Fuori concorso alla 39a
edizione del Torino Film Festival, esce
su Netflix il 20 aprile il
film La Svolta, esordio al lungometraggio
di Riccardo Antonaroli con, tra gli altri:
Andrea Lattanzi, Brando Pacitto,
Ludovica Martino, Max
Malatesta, Chabeli Sastre Gonzalez,
Federico Tocci, Tullio
Sorrentino, Cristian Di Sante,
Aniello Arena, Grazia Schiavo,
Claudio Bigagli, con la partecipazione
straordinaria di Marcello Fonte e un brano scritto
e interpretato appositamente da Carl Brave.
La Svolta, prodotto da
Rodeo Drive e Life Cinema con
Rai Cinema, è un racconto intimo e delicato di due
solitudini che si incontrano: Ludovico (interpretato dal
talentuosissimo Brando Pacitto in un ruolo
insolito), che vive rintanato nel vecchio appartamento della nonna
ed è troppo spaventato dalla vita per uscire fuori nel mondo e
mostrare se stesso, e Jack (l’ottimo Andrea
Lattanzi) che invece ostenta durezza e determinazione.
La convivenza forzata dei due
protagonisti, però, si trasforma man mano in un vero e proprio
percorso d’iniziazione all’età adulta, alla scoperta dei rispettivi
veri caratteri, in un’alternanza di comico e drammatico, di gioia e
di dolore. E quando la realtà dura che li bracca spietata arriva a
presentargli il conto, dovranno affrontarla, forti di una nuova
consapevolezza e di un insperato coraggio.
L’alternanza dei registri del film è
accompagnata anche da una cifra stilistica che si muove con abilità
fra inquadrature statiche e composte, che ritraggono una suggestiva
location come lo storico quartiere popolare di Roma
Garbatella (in cui il film è interamente
ambientato), e una dimensione estetica più “sporca” e mobile, in
cui a soffermarsi sul volto dei due attori è una macchina a
mano.
La Svolta è un film che
gioca con i generi, presentandosi come una sorta di “road movie da
fermo” ma è anche un omaggio al cinema di genere (e non solo). Per
l’intero decorso narrativo, infatti, si colgono numerose citazioni
e ispirazioni – da quelle più esplicite come il celebre film di
Dino Risi Il Sorpasso, a quelle più
estetiche che si rifanno all’immaginario letterario del comics.
Il tutto viene accompagnato dalle
note e dalle parole di Carl Brave, uno dei rapper
più noti e acclamati della scuola romana, che per il film ha
scritto e interpretato l’omonimo brano musicale La
Svolta.
La Svastica nel
Ventre è il film del 1977 diretto da Mario Caiano con protagonisti nel
cast Sirpa Lane, Giancarlo Sisti, Roberto Posse e
Marzia Ubaldi.
A partire dagli anni ’70 molti
autori e registi sembrano restare affascinati dalle malvagità e
dalle nefandezze del regime nazista, tanto da restituire nelle loro
pellicole un ritratto scandaloso, erotico e perverso del Reich e di
tutti coloro che avevano contribuito alla sua macabra ascesa.
Secondo la critica, si trattava in
realtà dell’unica possibilità per le piccole case di produzione di
realizzare horror a basso budget esplorando i nuovi sentieri del
marketing: film come Salon Kitty
(Tinto
Brass, 1976), Ilsa la
Belva delle SS, La Bestia in Calore, Il Portiere di
Notte (Liliana Cavani, 1974)
o Il Fantasma di Sodoma di Lucio Fulci-
datato, però, 1988- contribuiscono a creare un vero e proprio
sottogenere cinematografico ribattezzato
nazisploitation, (che si colloca nel
macro- genere dell’exploitation tanto in voga negli anni
’70) Erossvastica o porno- nazi, proprio perché
tutte le pellicole erano accomunate da un gusto particolare per
l’erotismo violento, i film di guerra e la classica tipologia da
women- in- prison film.
Nel 1977 il regista Mario
Caiano, con lo pseudonimo di William
Hawkins, dirige un cult del genere che ha,
addirittura, influenzato Quentin Tarantino nelle sue scelte
cinefile, nonché nella realizzazione dello script di Inglourious Basterds: La
Svastica nel Ventre – questo il titolo- racconta la
storia di Hannah, una giovane ebrea moglie di un militare tedesco,
che viene catturata dalle SS dopo che la sua famiglia è stata
sterminata. Internata in un campo di concentramento, viene
costretta a subire in silenzio violenze e soprusi, finché non viene
notata per la sua bellezza da un alto ufficiale che prima la fa
trasferire in un bordello per soldati e poi, dopo essersi invaghito
di lei, la fa diventare sua amante affidandole la direzione di un
altro bordello di lusso: questa lenta discesa negli inferi rientra
nel piano della donna per vendicarsi dei suoi aguzzini, nonostante
lo sforzo titanico del marito per ritrovarla e salvarla.
La trama del film ha palesemente
ispirato Tarantino nella stesura dello script di
Bastardi Senza Gloria, a partire dalla scelta
della protagonista: una donna che ha vissuto sulla sua pelle
l’odio, la violenza, l’orrore e che decide di portare avanti la sua
vendetta- tremenda e spietata- a qualunque prezzo, fino a
sacrificare la propria vita. Hannah come Shosanna (notare anche la
curiosa assonanza dei due nomi): figure femminili dominanti, in
entrambi i casi due storie di guerra atipiche dove il fil rouge è
proprio la vendetta, quella possibilità per il più debole, per la
parte lesa della situazione, di diventare per la prima volta
fautore del proprio destino e delle proprie scelte, ribellandosi
all’oppressore e alle sue torture.
Tecnicamente il film non brilla
certo per la perizia tecnica: presenta delle ingenuità registiche
notevoli, delle ricostruzioni d’epoca improbabili e delle scelte
paesaggistiche improprie che non permettono ad un’idea interessante
di avere il giusto sviluppo diegetico, rendendola un po’ figlia del
suo tempo e relegando il film al cimitero cinefilo destinato ai
patiti del genere.
Nel trentesimo anniversario del
disastro di Černobyl’ (26 aprile 1986), il cinema
ricorda il più grave incidente mai verificatosi in una centrale
nucleare con un film, La Supplication di
Pol Cruchten, che avrà la sua anteprima
mondiale al 27. Trieste Film Festival domani,
sabato 23 gennaio, alla presenza dell’autore.
Tratto dal romanzo “Preghiera
per Černobyl’. Cronaca del futuro” del premio
Nobel Svetlana Aleksievič (un classico
contemporaneo tradotto in tutte le lingue del mondo occidentale) il
film trova nello straordinario lavoro della scrittrice
un’inesauribile fonte di ispirazione, rielaborando le testimonianze
raccolte per il libro in una forma cinematografica non
convenzionale.
“Le voci che danno forma a
La supplication – spiega il regista – sono innumerevoli e di
diverso tenore. Sono voci che ci parlano direttamente e
testimoniano quella catastrofe di proporzioni universali. Ci
toccano con la loro autenticità, la loro intelligenza, il loro
coraggio e la loro umanità. E ci toccano anche perché sono più che
mai pertinenti e rilevanti. Il materiale nel libro di Svetlana
aveva già un suo fascino universale. In quel libro lei parlava non
solo delle conseguenze della catastrofe nucleare ma anche della
natura, della Terra, degli uomini che si mettono al posto di Dio,
della paura e della fiducia nel futuro, della Fede e dell’amore. In
poche parole, della nostra condizione umana“.
Giunto quest’anno alla 27. edizione,
il TRIESTE FILM FESTIVAL è il più
importante appuntamento italiano con il cinema dell’Europa
centro-orientale: nato alla vigilia della caduta del Muro
di Berlino (l’edizione “zero” è datata 1987),
il festival continua ad essere da quasi trent’anni un
osservatorio privilegiato su cinematografie e autori spesso poco
noti – se non addirittura sconosciuti – al pubblico italiano, e più
in generale a quello “occidentale”. Più che un festival, un
ponte che mette in contatto le diverse latitudini dell’Europa del
cinema, scoprendo in anticipo nomi e tendenze destinate ad imporsi
nel panorama internazionale.
La Summit
Entertainment si è assicurata i diritti di un’idea
originale per un nuovo film Sci-Fi scritto da Olaf de
Fleur, famoso per aver scritto e diretto City
State. The Hollywood reporter
La sua verità
(His & Hers), la miniserie thriller in sei episodi disponibile
su Netflix, è un giallo psicologico che gioca con le
percezioni, la memoria e i legami spezzati del passato.
La sua verità, basato sull’omonimo romanzo di Alice
Feeney del 2020, vede Tessa Thompson nei panni di Anna Andrews, una
conduttrice televisiva che si reca nella sua città natale,
Dahlonega, in Georgia, per seguire il caso di una donna brutalmente
assassinata. Una volta arrivata sulla scena del crimine, scopre che
il suo ex marito, Jack Harper (Jon
Bernthal), è il detective incaricato del caso.
La serie segue Anna Andrews, giornalista di cronaca, e il suo ex
marito Jack Harper, detective, mentre si ritrovano coinvolti in una
serie di omicidi brutali nella loro cittadina natale di Dahlonega,
Georgia. Tutti gli omicidi sembrano collegati a una cerchia di
amiche di Anna dai tempi del liceo, ma la verità dietro quei
crimini è molto più profonda e personale di quanto chiunque
immaginasse.
Man mano che la serie procede, gli spettatori scoprono che sia
Anna che Jack sono collegati ai crimini. Secondo la descrizione
dello show, l’ex coppia “compete per risolvere un caso di omicidio
in cui ciascuno crede che l’altro sia il principale sospettato”. La
serie limitata è arrivata su Netflix l’8 gennaio.
Sia Jack che Anna sono costretti ad affrontare i loro passati
tormentati e i segreti sepolti per arrivare alla verità, ma come in
ogni vero giallo, le cose non sono sempre come sembrano. Oltre a
Thompson e Bernthal, la serie vede anche Sunita Mani nel ruolo di
Priya, Crystal Fox nel ruolo di Alice, Pablo Schreiber nel ruolo di
Richard, Rebecca Rittenhouse nel ruolo di Lexy, Marin Ireland nel
ruolo di Zoe, Chris Bauer nel ruolo di Clyde, Jamie Tisdale nel
ruolo di Rachel e Poppy Liu nel ruolo di Helen.
Ecco tutto quello che c’è da sapere sul finale di La sua
verità, compreso il movente dell’assassino.
Sebbene La sua verità sembri inizialmente riguardare un
unico omicidio, la città di Dahlonega viene sconvolta quando tre
donne vengono brutalmente uccise. Il primo crimine, che spinge Anna
a tornare a casa, è la morte raccapricciante di Rachel, ex compagna
di liceo di Anna che aveva una relazione con Jack.
Mentre Jack e Anna indagano sull’omicidio, rimangono scioccati
quando un’altra ex amica di Anna, Helen, viene brutalmente
assassinata nel suo ufficio. Anche la terza amica del liceo, Zoe,
che è anche la sorella di Jack, viene trovata morta.
Anna e Jack mettono insieme i pezzi e scoprono che tutti e tre i
crimini sono collegati dai messaggi inquietanti lasciati sui corpi
delle vittime e dallo stesso braccialetto dell’amicizia attaccato a
ciascuna di esse. Sia Anna che Jack diventano rapidamente
sospettati a causa delle loro complicate relazioni con ciascuna
delle vittime, ma alla fine sembra che Anna sia effettivamente la
prossima persona in pericolo.
Tuttavia, il finale prende una piega scioccante quando viene
rivelato che Anna non ha mai dovuto temere per la sua vita, perché
sua madre anziana, Alice, era la persona dietro tutti gli
omicidi.
Contemporaneamente agli omicidi, un incidente traumatico del
passato di Anna riemerge come possibile movente. Da adolescente,
Anna era molto amica di Rachel, Zoe ed Helen e invitò tutte e tre,
insieme all’outsider Catherine Kelly (Astrid Rotenberry), alla sua
festa di compleanno per i 16 anni.
Sfortunatamente, la festa è diventata tutt’altro che festosa
quando Rachel, Zoe ed Helen hanno attirato Anna e Catherine nel
bosco con l’intenzione di aggredirle sessualmente. Mentre Anna
veniva aggredita, Catherine è riuscita a scappare.
Sebbene Anna abbia tenuto segreto per anni il violento
incidente, sua madre ha poi scoperto cosa era successo alla figlia.
Alice alla fine rivela di aver pianificato meticolosamente tutti
gli omicidi delle donne per vendicarsi di ciò che avevano fatto ad
Anna tanti anni prima.
Nel suo atto finale di vendetta, Alice incastra Catherine, che
ha cambiato nome in Lexy ed è diventata un’irriconoscibile
conduttrice televisiva, per gli omicidi prima di essere uccisa dal
partner di Jack e non poter mai raccontare la vera storia.
La
nuova serie La sua
verità (His & Hers) continua a far
discutere, soprattutto per quanto riguarda le reali motivazioni dell’assassino al
centro della storia. In risposta alle numerose teorie nate online
dopo l’uscita degli episodi, il regista William
Oldroyd è intervenuto per fare chiarezza sul
senso profondo delle scelte narrative, offrendo una lettura meno
superficiale e più disturbante del mistero.
La
serie Netflix ha attirato l’attenzione per il suo tono
freddo e analitico, costruendo un thriller psicologico che evita
spiegazioni facili e lascia allo spettatore il compito di
interpretare comportamenti, silenzi e contraddizioni dei
personaggi. Proprio questa ambiguità ha portato molti a
interrogarsi sulle vere ragioni che spingono
il killer ad agire, andando oltre il semplice movente
criminale.
William Oldroyd: “Non volevo una spiegazione rassicurante”
Parlando del cuore della serie, Oldroyd ha spiegato che
His & Hersnon nasce per offrire una
risposta netta o consolatoria. Le motivazioni
dell’assassino, secondo il regista, non vanno lette come il
risultato di un singolo trauma o di un evento scatenante, ma come
l’esito di un sistema di
relazioni tossiche, aspettative sociali e dinamiche di
potere che si accumulano nel tempo.
Oldroyd ha sottolineato come il suo obiettivo fosse quello di
raccontare un disagio
profondo, più che costruire un classico giallo basato sul
“chi” e sul “perché”. In questa prospettiva, il killer diventa una
figura disturbante proprio perché non facilmente decifrabile, specchio di
una violenza emotiva e psicologica che attraversa l’intera
narrazione.
La serie, infatti, gioca costantemente sul doppio punto di vista
suggerito dal titolo: ciò che viene mostrato “da lui” e “da lei”
raramente coincide, e la verità emerge solo attraverso
frammenti
contraddittori. Secondo Oldroyd, cercare una spiegazione
univoca rischia di tradire il senso dell’opera, che punta invece a
lasciare lo spettatore in una posizione scomoda.
Questo approccio ha diviso il pubblico, ma è anche ciò che rende
La sua verità (His & Hers) uno dei thriller più
discussi del catalogo Netflix recente. L’assenza di un movente
tradizionale rafforza l’idea che il vero tema della serie non sia
il crimine in sé, ma la
difficoltà di comprendere fino in fondo l’altro, anche
quando sembra di conoscerlo intimamente.
Con le parole di William Oldroyd, diventa chiaro che
His & Hers non chiede di
essere “risolto”, ma assorbito e messo in discussione, lasciando aperte
ferite narrative che continuano a far riflettere anche dopo i
titoli di coda.
A meno di un mese dall’inizio del
2026, Netflix aveva già offerto ai suoi abbonati a sorpresa
uno show di successo che promette di lasciare il segno, quest’anno.
La sua verità (His & Hers) è balzato in cima alle
classifiche e ci sta rimanendo anche dopo giorni dalla sua uscita.
Basata sull’omonimo romanzo di Alice Sweeney,
His & Hers racconta la storia di un omicidio avvenuto in
una piccola città dal punto di vista del detective Jack Harper e
della giornalista televisiva Anna Andrews.
L’adattamento televisivo ha reso
pienamente giustizia al libro: tensione, dramma e continui colpi di
scena sono stati realizzati alla perfezione, aiutando His &
Hers a diventare la serie numero uno su Netflix negli Stati
Uniti secondo la Top 10 della piattaforma. Se la capacità di
replicare l’atmosfera avvincente e la scrittura eccellente del
romanzo è stata una delle principali ragioni del successo dello
show, lo stesso vale per i suoi due interpreti principali.
Jon
Bernthal e Tessa Thompson avevano
entrambi carriere solide prima di entrare a far parte di questo
progetto, ma sono stati fondamentali per il funzionamento della
serie. Curiosamente, questo ha dato vita a un crossover Marvel che nessuno si aspettava: i
due interpretano personaggi completamente diversi nel MCU, ma la
loro innegabile chimica ha contribuito a rendere His &
Hers la serie imperdibile del 2026 fino a questo momento.
Jon Bernthal e Tessa Thompson
formano un duo perfetto in His & Hers di Netflix
Netflix ha sicuramente azzeccato il
casting di
La sua verità (His & Hers), con Tessa
Thompson e Jon Bernthal che brillano
all’interno di un solido cast di supporto. Nei panni della coppia
separata Jack e Anna, i due attori interpretano in modo eccellente
due potenziali sospettati nell’indagine sull’omicidio, entrambi con
segreti da proteggere.
Prima ancora che si scopra che sono
sposati, è chiaro fin dal loro primo incontro che Jack e Anna si
conoscono, e man mano che la verità sulla loro relazione viene
lentamente rivelata, la loro chimica sembra solo migliorare. Per
quanto sia divertente vederli in conflitto, osservare la coppia che
gradualmente riaccende il proprio amore è senza dubbio uno dei
maggiori punti di forza della serie.
Considerando che His &
Hers è pieno di segreti, sembrava che la loro
relazione tormentata fosse il risultato di un tradimento o di
un’infedeltà; in realtà, però, è stato il trauma della perdita del
loro figlio a causare il loro dolore.
L’eccellente recitazione di
Bernthal e Thompson ha saputo trasmettere tutto il peso di un
momento così devastante, quando i loro personaggi si confrontano
finalmente su questo evento e sui sentimenti repressi. È stata una
scena davvero straziante, ma anche una che ha dimostrato che
nessuno dei due era una cattiva persona nel profondo: avevano
semplicemente bisogno di tempo per guarire.
Senza il talento indiscutibile dei
protagonisti e la loro capacità di interagire in modo naturale,
questo momento cruciale avrebbe potuto risultare poco efficace.
Invece, ha dato al pubblico un motivo per tifare per entrambi negli
episodi finali della serie e, considerando esclusivamente i loro
ruoli Marvel, non avrei mai immaginato che Thompson e Bernthal
potessero funzionare così bene insieme.
Thompson e Bernthal
rendono il nuovo crime thriller di Netflix imperdibile per gli
appassionati del genere
La solida premessa di His &
Hers e i suoi incredibili colpi di scena lo rendono già una
visione valida per gli amanti dei thriller, ma le interpretazioni
di Thompson e Bernthal lo elevano a un livello imperdibile. Con
Jack e Anna che appaiono colpevoli fin dall’inizio, è difficile
capire se siano personaggi per cui valga la pena fare il tifo,
soprattutto man mano che vengono rivelati nuovi dettagli sul loro
passato.
Jack che spesso insabbia o
manomette le prove, insieme al legame di Anna con ciascuna delle
vittime, li rende entrambi estremamente sospetti per gran parte
della serie. Tuttavia, il finale di His & Hers offre un
colpo di scena fondamentale che cambia ogni cosa, ma non prima di
confermare l’innocenza dei protagonisti, elemento essenziale per il
funzionamento della conclusione.
Nonostante i loro difetti, Jack e
Anna risultano alla fine personaggi piacevoli e, una volta chiarito
che nessuno dei due è responsabile degli omicidi, diventa difficile
non sperare in un lieto fine. Tutto ciò non sarebbe stato possibile
senza Bernthal e Thompson, che hanno saputo interpretare alla
perfezione una coppia tragicamente complessa, dando a His &
Hers la spinta necessaria.
I primi episodi sono coinvolgenti
mentre il pubblico cerca di ricostruire gli indizi, ma è nel finale
che la serie prende davvero vita e si guadagna la sua reputazione
di “must-watch”, resa possibile dal fatto che gli spettatori si
sono sinceramente affezionati a Jack e Anna, dimostrando quanto
siano state fondamentali le interpretazioni dei protagonisti.
La
sua verità (His & Hers) compensa il fatto che
potremmo non vedere mai Bernthal e Thompson interagire nel MCU
Il vastissimo roster di personaggi
Marvel rende praticamente impossibile che tutti gli eroi del MCU
condividano lo schermo. Sebbene i film degli Avengers
permettano alcune interazioni inaspettate, è difficile immaginare
uno scenario in cui il Frank Castle di Jon Bernthal — alias il
Punitore — incroci il cammino della Valchiria interpretata da Tessa
Thompson.
Frank è un antieroe newyorkese,
completamente concentrato sull’eliminazione di corruzione e
criminalità con ogni mezzo necessario, mentre Valchiria è ora la
sovrana di Asgard, impegnata a mantenere la pace tra il suo popolo.
È difficile pensare a una buona ragione per far interagire questi
due personaggi e, anche se accadesse, probabilmente si tratterebbe
di poco più di una breve conversazione.
Anche se The Punisher è
destinato ad avere un anno importante nel 2026, le possibilità che
appaia in Avengers: Doomsday sono basse, che è
probabilmente l’unico progetto MCU in cui Valchiria potrebbe
comparire in modo logico. Per questo motivo, vedere Bernthal e
Thompson iniziare l’anno con una collaborazione è una piacevole
sorpresa, soprattutto considerando quanto risultino una coppia
naturale sullo schermo.
His & Hers ha certamente
reso ancora più allettante l’idea di vedere questi due lavorare
insieme nel Marvel Cinematic Universe, ma anche se non dovesse mai
accadere, i fan possono consolarsi sapendo che Bernthal e Thompson
formano un duo eccellente, offrendo un ulteriore motivo per
guardare questo thriller di Netflix, se non lo si è già fatto.
Tratta dall’omonimo romanzo
bestseller del 2020 di Alice Feeney, La sua verità (His & Hers) è la
nuova miniserie mystery-thriller di Netflix. In uscita l’8 gennaio 2026, la serie di sei
episodi è concepita come un whodunit ricco di colpi di
scena, che scava in segreti sepolti e nei traumi irrisolti dei
personaggi principali.
Questi temi ruotano principalmente
attorno alla coppia separata al centro della storia, Anna e Jack,
rispettivamente ex conduttrice di un telegiornale televisivo e
detective di lunga esperienza. Quando un omicidio violento
sconvolge la loro città natale di Dahlonega, il caso li costringe a
rientrare l’uno nella vita dell’altra, confondendo il confine tra
dovere professionale e un passato profondamente personale.
Tessa Thompson nel ruolo di
Anna
Tessa Thompson è nata a
Los Angeles, in California, e ha ottenuto per la prima volta
un’ampia visibilità grazie al ruolo di Jackie Cook in Veronica
Mars. Da allora è diventata una delle interpreti più versatili
di Hollywood, muovendosi con naturalezza tra blockbuster di genere
e drammi incentrati sui personaggi.
Il suo vero ruolo di svolta è stato
quello di Samantha White in Dear White People, che ha
ricevuto ampi consensi dalla critica e ha contribuito a consolidare
la sua reputazione. Thompson è inoltre nota per i ruoli da
protagonista in Creed, nel Marvel Cinematic Universe
(franchise di Thor e Avengers: Endgame), e ha ricevuto una
candidatura ai Golden Globe 2026 per l’interpretazione del ruolo
principale in Hedda di Nia DaCosta.
Anna è un’ex conduttrice del
telegiornale WSK TV News che, dopo una tragedia personale, si è
isolata dal mondo. Ora torna nella sua città natale per indagare
sull’omicidio di una vecchia amica del liceo, Rachel.
Jon Bernthal nel ruolo del
detective Jack Harper
Jon
Bernthal è originario di Washington, D.C., e ha costruito la
sua carriera iniziale tra teatro e ruoli caratteriali in
televisione. Il suo ruolo di svolta è stato quello di Shane Walsh
in The Walking Dead, dove la sua
interpretazione intensa e stratificata ha attirato grande
attenzione. Bernthal ha poi consolidato il suo status di
protagonista interpretando Frank Castle / The Punisher
nell’universo Netflix di Daredevil, offrendo una versione
particolarmente incisiva del personaggio.
Jack Harper, detective esperto, è
l’ex marito di Anna. Dopo aver perso il lavoro ad Atlanta, Jack
torna a Dahlonega e si ritrova a indagare sull’omicidio di una
persona che conosceva.
Crystal Fox nel ruolo di
Alice
Nata a Tyron, nella Carolina del
Nord, l’attrice veterana Crystal Fox si è ritagliata uno spazio
importante tra televisione e cinema grazie a interpretazioni
intense e realistiche. Tra i suoi ruoli più noti figurano Hannah
Young in The Haves and the Have Nots ed Elizabeth Howard
in Big Little Lies.
Alice è la madre di Anna, che non
ha più avuto contatti con la figlia da un anno, in seguito a una
tragedia familiare. Tuttavia, il genero Jack continua a mantenere i
rapporti con lei. Alice è inoltre in cattive condizioni di salute,
fattore che contribuisce ad alcuni comportamenti erratici.
Rebecca Rittenhouse nel ruolo di
Lexy
Rebecca Rittenhouse è nata a Los
Angeles, in California, e ha costruito progressivamente la sua
carriera in televisione. Il suo ruolo di svolta è arrivato con
Red Band Society su Fox, che l’ha presentata come
un’interprete acuta ed emotivamente solida.
Lexy lavora presso WSK TV News ed è
la rivale professionale di Anna. Approfittando dell’assenza di
quest’ultima dal lavoro, Lexy ha conquistato il ruolo di anchor e
non ha alcuna intenzione di rinunciarvi facilmente.
Pablo Schreiber nel ruolo di
Richard
Pablo Schreiber ha costruito nel
tempo una solida carriera tra cinema e televisione, spesso
interpretando personaggi secondari di grande impatto. Ha raggiunto
una maggiore notorietà con ruoli come Nick Sobotka in The
Wire e successivamente vestendo i panni del Master Chief nella
serie Halo di Paramount+.
Richard è sposato con Lexy e lavora
come operatore di ripresa per WSK TV News. Quando Anna torna in
città per seguire il caso dell’omicidio, sceglie proprio Richard
per realizzare i suoi servizi.
Sunita Mani nel ruolo di
Priya
Sunita Mani è nota per i suoi ruoli
comici e di genere, da Mr. Robot al ruolo che l’ha
consacrata come Arthie Premkumar nella serie Netflix GLOW.
La sua presenza sullo schermo aggiunge sfumature a personaggi che
mescolano umorismo e tensione.
Priya è la nuova partner di Jack
all’ufficio dello sceriffo: entusiasta, perspicace e determinata.
La sua energia e la sua passione per il caso impressionano Jack, ma
al tempo stesso finiscono per irritarlo.
Marin Ireland nel ruolo
di Zoe: nota per il ruolo di Sissy Cooper in The
Umbrella Academy, Marin Ireland interpreta Zoe, la sorella di
Jack. È una madre single annoiata che, non senza riluttanza,
permette a Jack di stare da lei e dalla figlia di sei anni,
Meg.
Ellie Rose Sawyer nel ruolo
di Meg: Meg, la figlia di Zoe, è interpretata dalla
newcomer Ellie Rose Sawyer.
Poppy Liu nel ruolo di
Helen Wang: l’attrice di Hacks entra nel cast di
His & Hers nel ruolo della preside dell’élite scuola
femminile locale. Helen faceva parte anche del gruppo di amiche di
Anna ai tempi del liceo.
Jamie Tisdale nel ruolo di
Rachel: la vittima il cui omicidio dà il via all’indagine
è interpretata da Jamie Tisdale, noto per From Dusk Till Dawn:
The Series.
Chris Bauer nel ruolo di
Clyde Duffie: l’attore di True Blood, noto per il
ruolo di Andy Bellefleur, si unisce al cast di His & Hers
interpretando Clyde, il marito di Rachel.
Rhoda Griffis nel ruolo
della dottoressa Carol Turner: conosciuta per il ruolo di
Viv in Fear the Walking Dead, Griffis entra a far parte
dell’indagine di His & Hers nel ruolo della patologa della
città.
Kristen Stewart si sta decisamente dando da
fare per costruire al meglio la sua immagine di attrice completa,
senza adagiarsi sugli allori che la Bella di Twilight le sta
offrendo in tutto il mondo.
Sony Pictures sta gettando le basi per
un film che presenterà la famosa strega Sabrina, protagonista del
fumetto americano “Sabrina the Teenage Witch”, alla stregua
Un nuovo splendido poster per
Il
Grande e Potente Oz di Sam Raimi, atteso nuovo
adattamento dell’intramontabile storia fantasy, con un cast
d’eccezione che comprende
James Franco,
Michelle Williams,
Mila Kunis,
Rachel Weisz,
Abigail Spencer e Zach
Braff. La locandina ritrae una delle streghe più famose della
storia: La strega dell’Ovest. La Sceneggiatura è stata
scritta da Mitchell Kapner, David Lindsay-Abaire, mentre l’uscita è
stata fissata per in Italia per 7 Marzo 2013.
“Penso quasi che si potrebbe
mettere ‘basato su una storia vera’ prima di ogni spettacolo,
perché tutti i migliori spettacoli provengono da un certo posto
all’interno di qualcuno“. Questo è ciò che lo scrittore e
interprete Richard Gadd, che interpreta il
protagonista Donny Dunn nel nuovo show di successo di
Netflix,
Baby Reindeer, dice al The Guardian riguardo al
tema dell’ispirazione dal proprio io per raccontare una storia. E,
sì, ha ragione. La maggior parte degli artisti scava nei propri
sentimenti più profondi o addirittura nelle proprie esperienze più
oscure quando crea un nuovo lavoro. Tuttavia, c’è ancora una
differenza tra una storia basata su eventi reali e una
completamente inventata. Mentre la seconda può avere una certa
somiglianza, accidentale o meno, con persone reali, la prima è un
resoconto di qualcosa che è realmente accaduto nel mondo reale.
Baby Reindeer è una serie
basata su eventi reali. Lo show, della durata di otto
episodi, segue l’alter ego del suo creatore, Donny Dunn
(interpretato dallo stesso Gadd), mentre viene tormentato da un
implacabile stalker. Mentre nomi come Martha (Jessica
Gunning), Teri (Nava Mau) e Darrien (Tom
Goodman-Hill) sono stati scelti unicamente per raccontare una
storia, tutti questi personaggi hanno delle controparti al di fuori
dello schermo. Non dovrebbe essere una sorpresa: Baby
Reindeer è una di quelle storie così intime e brutalmente
oneste che sarebbe strano se non fosse basata su qualcosa che il
suo autore ha vissuto. Diventata un successo per Netflix,
attualmente al primo posto in tutto il mondo, la miniserie ha
spinto i fan a cercare di capire la vera identità dei personaggi
che compaiono nello show. Il problema è che questa potrebbe non
essere una buona idea…
Baby Reindeer racconta la
relazione tra un uomo e il suo stalker
Baby Reindeer
inizia in modo abbastanza innocente con una donna che entra in un
pub senza soldi e a cui il barista offre una tazza di tè offerta
dalla casa. Tuttavia, per Donny e Martha, questo simpatico scenario
si rivela un punto di svolta che trasformerà le loro vite in un
incubo. Donny, aspirante comico con l’e-mail facilmente reperibile
sul suo sito web, viene immediatamente inondato di messaggi
dall'”iPhone” di Martha, che vanno dall’affascinante al
sessualmente esplicito, fino al limite della violenza. All’inizio
Donny non se ne rende conto, ma ha trovato una stalker che lo
tormenterà per anni a spese del suo benessere fisico e mentale. Con
il tempo, arriverà anche a tormentare i suoi genitori e ad
aggredire fisicamente le sue precedenti e attuali fidanzate.
Donny non sa esattamente come
affrontare l’interesse di Martha per lui. Per un po’,
addirittura lo accoglie e lo incoraggia, perché ha i suoi demoni da
affrontare. Infatti, anni prima di incontrare Martha,
Donny era stato preso sotto l’ala di un comico più anziano e di
maggior successo che lo aveva adescato, drogato e violentato
ripetutamente. Questo ha lasciato un segno nell’immagine di sé di
Donny e il fatto di tenere tutto segreto ha avuto ripercussioni sul
suo rapporto con gli altri. Così, quando Martha capisce che è stato
ferito e si complimenta con lui per i suoi tratti forti,
Donny non può fare a meno di sentirsi visto e persino
amato. Inoltre, c’è una certa ironia nel consegnare alla
polizia questa donna chiaramente malata di mente, ma non l’uomo
violento che lo ha ferito tanti anni prima.
Baby Reindeer è basato su due
spettacoli teatrali di Gadd
Sia lo stalking che l’abuso
descritti in Baby Reindeer sono eventi reali
accaduti nella vita di Richard Gadd. Inoltre, Baby
Reindeer non è la prima volta che lo scrittore e
interprete parla del suo trauma. La serie di Netflix è un amalgama di due one-man show
che Gadd ha messo in piedi negli ultimi dieci anni. Il primo, in
cui esorcizza i suoi demoni di violenza sessuale mentre corre su un
tapis roulant inseguito da un gorilla, si chiama Monkey See Monkey
Do. Acclamato dalla critica, lo spettacolo ha vinto gli Edinburgh
Comedy Awards 2016. Il secondo one-man show, Baby
Reindeer del 2019, ha esordito al fringe di Edimburgo, è
passato al West End e ha fatto vincere al suo creatore un Olivier
Award, uno dei più alti riconoscimenti del teatro britannico.
Questi due spettacoli entrano a far
parte della miniserie Netflix Baby Reindeer sotto
forma di una sfuriata non programmata che Donny sfoga durante uno
sfortunato spettacolo comico. La sfuriata diventa poi virale,
spingendo la sua stalker, che si era presa una pausa dalla sua
vita, a tornare e a minacciare di raccontare ai suoi genitori
quelli che lei percepisce come difetti della sua mascolinità: lo
stupro, le sue esperienze sessuali con gli uomini, la sua relazione
con una donna trans… Si tratta, in effetti, di una rappresentazione
in qualche modo romanzata di ciò che è accaduto a Gadd nella vita
reale dopo la prima di Monkey See Monkey Do. Al Guardian, il comico
ha raccontato di come lo spettacolo abbia riportato la sua stalker
nella sua vita e di come lei abbia minacciato di riprendere a
chiamare i suoi genitori. Tuttavia, il loro sostegno e il caloroso
abbraccio del pubblico lo hanno aiutato ad andare avanti.
Quanto sappiamo della vera storia
di Baby Reindeer?
Questo è il caso di molto di ciò
che vediamo in Baby Reindeer: Gadd ha alterato
molti fatti ed eventi per scopi drammatici o per tenere al sicuro
l’identità di altri, persino dei suoi abusatori. Dopo tutto, quando
parla della vera Martha, il cui nome potrebbe essere qualsiasi
cosa, da Abigail a Zelda, è categorico sul fatto che non è l’unica
persona da incolpare per quello che è successo. “Sarebbe
ingiusto dire che lei era una persona orribile e io una
vittima“, ha detto al Guardian quando è uscita la commedia.
“Non mi sembrava vero“. Gadd è ben consapevole di aver
gestito l’intera situazione in modo estremamente scorretto e che il
suo stalker è una persona con problemi mentali. Per questo motivo,
il suo spettacolo è estremamente attento a non rendere mai nota la
sua identità.
“Abbiamo fatto di tutto per
camuffarla al punto che non credo si riconoscerebbe“, ha detto
a GQ. “Quello che è stato preso in
prestito è una verità emotiva, non un profilo di qualcuno fatto per
fatto”. Quindi, della stalker di Gadd si sa ben poco, a parte il
fatto che, in sei anni, lo ha tormentato con 41.071 e-mail, 744
tweet e 350 ore di segreteria telefonica. Per non parlare del caos
che ha provocato nella vita delle persone a lui vicine. Nemmeno il
suo destino è noto: mentre nella serie Martha viene arrestata e
condannata al carcere, Gadd è estremamente riservato quando si
tratta di parlare di ciò che è accaduto alla sua stalker.
Lo stesso vale per Darrien, la
controfigura del comico più esperto che ha abusato di Gadd
all’inizio della sua carriera. Quello che lo spettacolo ci racconta
è la verità emotiva di Gadd e uno schema di base degli eventi. I
nomi reali non vengono mai fatti. Nella serie, Darrien lavora per
uno show televisivo fittizio chiamato Cotton Mouth e attira Donny
nel suo mondo con promesse di ricchezza e fama. Se il vero Darrien
avesse o meno un lavoro in TV è qualcosa che non sapremo mai, e
questo per volontà di Gadd.
Perché le persone non dovrebbero
andare alla ricerca della vera Martha o Darrien
Purtroppo, questo non ha impedito
ai fan di cercare di capire chi sia la vera Martha o il vero
Darrien. Persino uno degli amici di Gadd, il regista Sam Foley, è
stato accusato di essere il vero Darrien. “Vi prego di non fare
ipotesi su chi potrebbero essere le persone reali. Non è questo lo
scopo del nostro spettacolo“, ha implorato Gadd ai suoi
follower su Instagram, un’affermazione che l’interprete di Martha,
Jessica Gunning, condivide ampiamente. E, in effetti, basta un
episodio di Baby Reindeer per capire che si
tratta di una serie su come le persone ferite interagiscono tra
loro, invece di puntare il dito. Tuttavia, c’è qualcosa nelle
parole “storia vera” che non lascia
tranquilli.
Alla
fine, ci sono ottime ragioni per non andare alla ricerca della
vera identità di Martha e Darrien. Innanzitutto, si tratta di
rispettare la volontà di Gadd. Questa è la sua storia da
raccontare, e dovrebbe poterla raccontare secondo le sue
condizioni. Non è raro che le persone abusate non siano pronte a
confrontarsi con i loro abusatori, e non dovremmo forzarle.
Inoltre, c’è lo stato mentale della vera Martha: come Gadd stesso
afferma più volte, è una donna malata e come tale merita la
sua privacy.
Ma, soprattutto, non dovremmo
andare in giro ad accusare persone che non conosciamo di cose che
crediamo abbiano fatto a causa di un programma televisivo. Non solo
è crudele, ma potrebbe essere pericoloso sia per gli accusati che
per gli accusatori: la polizia è stata coinvolta nella vicenda di
Sam Foley, e a contattarla è stato lo stesso Foley. Quindi, sì,
Baby Reindeer è basato su una storia vera e no, non
sappiamo molto di ciò che è realmente accaduto. Ma, ehi,
forse dovremmo lasciar perdere.
La straordinaria vita di David Copperfield
porta al cinema un Charles Dickens che ci stupirà.
Punto cardinale della letteratura popolare inglese, l’autore, che
ha promosso la cura dell’infanzia e ha denunciato attraverso i suoi
romanzi la condizione in cui versavano i più deboli all’inizio
dell’epoca vittoriana, non era mai stato rappresentato al cinema o
in tv con un approccio tanto fresco, libero, moderno, fedele allo
spirito più che alla storia. A farlo è Armando
Iannucci, che firma il suo primo film non vietato ai
minori, insieme a Simon Blackwell, che collabora
alla sceneggiatura e all’adattamento del romanzo di Dickens.
La storia è quella di David, un
ragazzo che cresce senza padre e che si trova costretto a crescere
in una fabbrica di cristalli a Londra quando la madre si sposa con
un uomo burbero e intransigente, che vede il ragazzo come un
ostacolo. Lo manda quindi in città, dove David alimenterà la sua
intelligenza e crescerà bene, remissivo ma non certo sciocco, in
mezzo alle brutture del mondo. Diventato un giovane uomo e messo al
corrente della morte della madre, David abbandona la fabbrica e si
rivolge ad una zia, sorella del padre, che si prenderà cura di lui
e lo aiuterà a concludere gli studi ed a trovare lavoro. Di nuovo
in città, con tutt’altre prospettive, David lotterà per trovare la
sua strada, sempre attratto dalle parole, dalle storie,
dall’esigenza di raccontare la sua.
La straordinaria vita di David Copperfield è
un adattamento dal classico di Charles Dickens che
si distingue per due caratteristiche fondamentali, che ne attestano
unicità e valore. In primo luogo, l’adattamento del regista
Iannucci, insieme allo sceneggiatore Blackwell, è una
modernizzazione mai vista prima dell’opera più personale di Dickens
stesso. La storia si apre con lo stesso David che racconta in prima
persona la sua vita, racconta la sua nascita e quello che non
poteva ricordarsi, fino all’infanzia, dove tutto appare più
colorato e vivace di come è in realtà, la sua fantasia,
l’immaginazione, la passione per giocare con le parole e metterle
ferme su carta, fino all’età adulta alla ricerca della fortuna, al
trovare un amore, una storia, una vita da raccontare, trovare le
parole giuste per la sua stessa storia.
Iannucci racconta tutto con un
spirito leggero, allegro, giocoso, usando uno stile visivo
originale, in cui i racconti dei personaggi prendono vita sui
fondali delle scene, come fossero proiezioni, in cui si viaggia da
un luogo all’altro con balzi in avanti o indietro, da slapstick
comedy, con battute sopra le righe e personaggi bizzarri, assurdi,
a volte sgradevoli, ma sempre accarezzati da una mano
divertita.
Una bella boccata d’aria
fresca rispetto a quanto era stato fatto rpima di adesso con i
personaggi dickensiani, tutti appesantiti dalla polvere vittoriana,
dagli scenari desolanti delle città, dalla Londra iconograficamente
legata al fumo e alla povertà. La straordinaria vita di
David Copperfield è, secondo le parole del regista stesso,
più fedele allo spirito di Dickens che alla storia stessa, come
dimostra anche il casting, che è il secondo elemento di originalità
e pregio del film.
Un trionfo di etnie diverse
Per interpretare i personaggi del
romanzi, tutti bianchi scritti per bianchi, Iannucci sceglie una
varietà di etnie che arricchiscono di colori vivacissimi ogni
singola scena, completamente incurante non solo dei testi
originali, ma anche della genetica, tanto che lo stesso David, ad
esempio, è interpretato da Dev Patel, di origini indiane, e sua
madre e sua zia paterna, ad esempio, sono attrici bianche
(Morfydd Clark e Tilda Swinton). E così la madre del migliore
amico di David, interpretato da un attore caucasico
(Aneurin Barnad) è interpretata da un’attrice di
colore (Nikki Amuka-Bird). Una mescolanza di etnie
che rende il film estremamente contemporaneo, quasi una fotografia
di quello che è diventato adesso il tessuto sociale londinese, in
particolare.
La regia si lascia andare a momenti
molto romantici e toccanti, cambiando rotta e toccando punte di
epica e adagiandosi al sicuro tra le braccia della commedia, non la
caustica a cui il regista scozzese ci ha abituati, ma un linguaggio
vivace e leggero, ma mai superficiale, che fa di La straordinaria vita di David Copperfield un
film adatto alle famiglie di ogni foggia e tipo.
Roberto Andò è uno di
quei registi che negli ultimi anni ha regalato al cinema italiano
film in grado di suscitare domande e riflessioni, spesso attraverso
l’utilizzo di generi diversi. Da Viva la libertà a
Le confessioni, da
Una storia senza nome e
fino Il bambino nascosto. Con quello che ad oggi è il suo
ultimo film, La
stranezza (qui
la recensione) si è poi riconfermato come uno dei più
interessanti registi attivi oggi in Italia. Distribuito nel 2022,
il film porta a riscoprire la figura di Luigi
Pirandello attraverso una storia che, nel pieno
dell’intenzione celebrativa dell’autore premio Nonel, si muove tra
realtà e finzione, divertendo ma anche sollevando importanti
riflessioni sulla natura umana.
Candidato a ben 14 David di
Donatello (vincendo poi quelli per Miglior sceneggiatura originale,
Miglior produttore, Miglior costumista e Miglior scenografo), il
film ha dunque presentato una serie di elementi che hanno subito
attirato l’attenzione della critica e del pubblico, facendo
registrare incassi superiori ai 5 milioni di euro. Si tratta dunque
di uno dei maggiori successi per un film italiano negli ultimi
anni, favorito anche da un crescente passaparola che ha permesso di
rendere tale pellicola sempre più popolare. Indubbiamente la
presenza dei tre principali protagonisti, Toni Servillo e il duo
Ficarra e Picone ha aiutato in
tal senso.
Grazie ora al suo passaggio
televisivo, è dunque questo un titolo da non perdere, meritevole
anzi di più visioni affinché si possano cogliere le sue numerose
sfumature che tanto ci dicono dell’arte cinematografica e teatrale
quanto dell’essere umano e della vita. In questo articolo,
approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a
La
stranezza. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti
possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla
trama, al cast di attori e alla
storia vera a cui si ispira. Infine, si
elencheranno anche le principali piattaforme
streaming contenenti il film nel proprio catalogo.
La trama e il cast di La stranezza
Nel 1920, Luigi
Pirandello torna per motivi personali in Sicilia e
all’arrivo a Girgenti apprende della morte dell’amata balia Maria
Stella. Al funerale incontra due becchini, Nofrio
e Bastiano, esseri singolari che per diletto
praticano anche il teatro. Sempre più incuriosito dal fascino
singolare dei due becchini, Pirandello decide di spiarne le prove e
assiste alla prima della loro nuova farsa: La trincea del
rimorso, ovvero Cicciareddu e Pietruzzu. Durante lo
spettacolo, però, accade un evento imprevisto che costringe Nofrio
e Bastiano a interrompere la rappresentazione. Per Pirandello,
presente tra il pubblico, sarà la scintilla che darà forma a quella
stranezza che aveva in mente da un po’.
Ad interpretare Luigi Pirandello vi
è l’attore Toni Servillo, mentre Sebastiano “Bastiano”
Vella e Onofrio “Nofrio” Principato sono interpretati
rispettivamente dal duo comico Salvatore Ficarra e
Valentino Picone. I due sono poi stati candidati
insieme come Miglior attore protagonista ai David di Donatello.
Fanno poi parte del cast l’attrice Giulia Andò nel
ruolo di Santina Vella, sorella di Sebastiano e amante di Onofrio,
mentre l’attore Rosario Lisma è Mimmo Casà e
Aurora Quattrocchi è la balia Maria Stella.
L’attrice Donatella Finocchiaro interpreta invece
Maria Antonietta, mentre Luigi Lo Cascio è il capocomico
e Renato
Carpentieri fa una breve comparsa nel ruolo dello
scrittore Giovanni Verga.
La storia vera e il significato del film
Nel pieno rispetto della poetica
pirandelliana, dove verità e finzione si mescolano continuamente,
anche il film presenta una combinazione di vicende e personaggi
realmente esistiti e altri invece pura invenzione degli
sceneggiatori Roberto Andò, Ugo
Chiti, Massimo Gaudioso. La
stranezza propone dunque un ipotetico antefatto
all’ideazione di Sei Personaggi in cerca
d’autore, inscenando la vicenda di due personaggi in
realtà mai esistiti: i becchini appassionati di teatro
Nofrio e Bastiano. Questi
personaggi servono infatti al film unicamente come presenza che
scatena l’intuizione in Pirandello di quel qualcosa a cui non
riusciva a dare forma.
Nel corso del film, l’autore premio
Nobel è infatti quasi un personaggio secondario, più spettatore che
non attivamente coinvolto nelle vicende. Egli si limita ad
osservare le loro vicende teatrali, trovando ispirazione in esse
per quella serie di tematiche che gli interessava affrontare e che
confluiranno poi in Sei Personaggi in cerca d’autore. Se
dunque gli elementi biografici di Pirandello sono ispirati alla
realtà, dal suo ritorno in Sicilia per il compleanno di
Giovanni Verga fino agli accenni riguardanti la
salute di sua moglie Maria Antonietta Portulano.
Dal momento in cui incontra Nofrio e Bastiano, però, subentra la
finzione.
Sarà dunque osservando le situazioni
di vita quotidiana che i due becchini teatranti portano in scena,
con i loro paradossi, contraddizioni e quelle maschere indossate
per rispettare certe convenzioni, che Pirandello sviluppa l’idea
per Sei Personaggi in cerca d’autore. Opera che, come
mostrato nel finale del film, verrà poi accolta in modo
contrastante al momento della sua prima il 9 maggio del
1921 al Teatro Valle. Il pubblico presente in sala scatenò
infatti una vera e propria rivolta nei confronti di Pirandello,
accusandolo di averli ingannati con una farsa. Nel 1923
l’opera diverrà però uno dei maggiori successi di Pirandello e lo
porterà a ricevere il Premio Nobel nel 1934.
Per quanto riguarda Nofrio e
Bastiano, invece, il finale del film solleva dubbi non sulla loro
reale esistenza, che sappiamo non trovare conferme nella realtà,
bensì sulla loro effettiva presenza nelle vicende del film. Quando
nel finale Pirandello chiede all’assistente di scena se i biglietti
per i due becchini siano stati ritirati, questi gli dice di non
aver mai ricevuto disposizione di invitare nessuno che
corrispondesse a quei nomi, lasciando il grande autore in preda ai
dubbi. Anche Nofrio e Bastiano sono dunque personaggi inventati
dalla mente di Pirandello? Possibile che l’autore abbia immaginato
tutte le vicende dei film, assistendo dunque ad un mero
manifestarsi dei fantasmi della sua mente?
Sono domande che si pongono anche
gli spettatori di una rappresentazione dei Sei personaggi in
cerca d’autore. Cos’è vero e che cos’è falso? Dove inizia la
persona e dove il personaggio? Nel sollevare tali domande mentre
racconta la finta genesi della vera opera, La
stranezza si dimostra dunque intenzionato a replicare
a sua volta gli espedienti del testo di Pirandello, suscitando
medesime domande e riflessioni sulla natura umana e i confini tra
persona e personaggio. Il film, dunque, ci racconta della celebre
opera non in modo lineare ma ricorrendo a quel teatro nel teatro e
a quella frammentazione della linea temporale teorizzata da
Pirandello, per il quale la vita non segue un corso lineare.
Il trailer di La
stranezza e dove vedere il film in streaming e in TV
È possibile fruire di La
stranezza grazie alla sua presenza su alcune delle più
popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è
infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Apple
TV e Prime Video. Per vederlo, una volta
scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo
film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film
è inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 1° maggio alle ore
21:30 sul canale Rai 1.
Vada come vada, La
stranezza di Roberto Andò resterà un film emblematico, per
la collaborazione tra RAI e Medusa che il regista ringrazia per il
“gesto particolarmente significativo in un momento così difficile”.
E sia come sia, la fantasia del regista sulla “nascita di un
capolavoro che ha cambiato per sempre e in ogni latitudine l’idea
del teatro” potrebbe sostituire gli altri titoli della sua ricca
filmografia nel cuore degli appassionati. Sicuramente quelli di
Ficarra e Picone (qui alla loro prova migliore) e di
Toni Servillo, che offre l’interpretazione di
un Pirandello che difficilmente potremo scindere dall’immagine che
abbiamo del grande autore siciliano.
La stranezza di
Pirandello, e dei suoi amici
Ed è proprio
Luigi Pirandello, in occasione dell’ottantesimo
genetliaco dell’amico Giovanni Verga nel 1920, a intraprendere un
viaggio di ritorno nella sua terra. A Girgenti conosce i due
singolari becchini Nofrio e Bastiano, impegnati per passione nella
preparazione di uno spettacolo teatrale, alle prove del quale lo
scrittore finisce per assistere anche per distrarsi dalla
preparazione della sua nuova commedia, ancora in fieri eppure in
grado di ossessionarlo con visioni spettrali, ricordi, malinconiche
apparizioni.
Invitato da Nofrio e
Bastiano alla prima della loro farsa – La trincea del rimorso,
ovvero Cicciareddu e Pietruzzu – Pirandello assiste alla
trasformazione della recita in una tragedia che coinvolge tutti gli
abitanti presenti nel piccolo teatro. Una resa dei conti totale in
cui a confrontarsi sono la platea e gli attori, alla quale lo
scrittore assiste turbato. Ma che sembra in grado di lasciare un
segno, al punto da spingere l’autore a ricambiare l’invito ai due,
che ritroviamo a Roma, nel 1921, alla prima dei Sei personaggi in
cerca d’autore in programma al Teatro Valle.
Un’opera immortale, un
omaggio unico
Nelle mani di Andò,
questa volta, invece, tutti i personaggi trovano un autore, e una
loro vita, ma soprattutto un equilibrio del quale non si può che
dare i meriti al regista di Palermo. Che fa un lavoro egregio nel
gestire un trio di protagonisti tanto ‘ingombranti’ (per visibilità
e importanza), e ad alternarli in scena, dopo aver realizzato una
sceneggiatura – insieme a Massimo Gaudioso e
Ugo Chiti – di quelle che non si vedono spesso sui
nostri schermi.
Di certo, l’amore per il
soggetto e il ricordo del giorno in cui fu lo stesso
Leonardo Sciascia a regalargli la splendida
biografia di Luigi Pirandello curata da Gaspare Giudice devono
averlo motivato in maniera particolare, ma questo non inficia in
alcuna maniera l’apprezzamento per un risultato sorprendente. Un
film pieno, godibile, ben realizzato, divertente e commovente
insieme, nel quale mito, folklore e fantasia si mescolano rapendo
lo spettatore, felice di abbandonarsi a un’avventura
verosimigliante che gioca con l’esito surreale – eppure reale – che
la storia della nostra letteratura e del nostro teatro ci
raccontano.
La creazione resta
‘Stranezza‘ fino a che non trova una propria voce,
o qualcuno che parli la stessa lingua. E mentre il dramma
rappresentato si sovrappone a quello vero, in un gioco di finzioni
e ambiguità, va svelandosi il paradosso che permea questa strana
commedia, divertente e stratificata. Che gradualmente ci conquista,
prima con l’umorismo più riconoscibile e definitivamente con i
fantasmi di una storia che fa indissolubilmente parte del nostro
DNA.
Vent’anni fa Il Codice Da Vinci trasformò una
teoria marginale in un fenomeno globale. Il romanzo di
Dan Brown
ipotizzava che Gesù Cristo avesse sposato Maria Maddalena, generato
una discendenza segreta e che una società occulta, il “Priorato di
Sion”, ne custodisse il mistero. Il libro vendette oltre 80 milioni
di copie in pochi anni e diede vita a un franchise cinematografico
guidato da Tom
Hanks. Ma ciò che molti ignorano è che
le radici di questa teoria non affondano negli archivi vaticani,
bensì in un intreccio mediatico nato tra editoria francese e
televisione britannica.
La
storia comincia nel 1967 con Le
Trésor Maudit, scritto dal giornalista francese Gérard de
Sède. Il libro raccontava la vicenda del parroco di
Rennes-le-Château che avrebbe finanziato il restauro della propria
chiesa grazie a un misterioso tesoro. Tra pergamene cifrate, re
merovingi sopravvissuti e società segrete, il volume mescolava
elementi storici e invenzioni. Il Priorato di Sion, cardine
dell’intera teoria, era in realtà un’invenzione legata al
truffatore Pierre Plantard.
Per anni il libro rimase in relativa oscurità, finché nel 1969 lo
sceneggiatore televisivo Henry Lincoln lo scoprì casualmente.
Affascinato, propose la storia alla BBC. Nel 1972 il programma
Chronicle trasformò quella leggenda in un racconto
pseudo-documentaristico capace di suggestionare il pubblico
britannico.
Dal bestseller “The Holy Blood and the Holy Grail” al caso
giudiziario contro Dan Brown
Sull’onda del successo televisivo, Henry Lincoln insieme a Michael
Baigent e Richard Leigh pubblicò nel 1982 The Holy Blood and the Holy
Grail. Il libro rese popolare l’idea che Gesù non
fosse morto sulla croce e che Maria Maddalena avesse portato la sua
discendenza in Francia. La tesi era costruita intrecciando fonti
medievali, ipotesi simboliche e interpretazioni azzardate. Molti
storici, tra cui Marina Warner, ne smontarono pubblicamente le basi
documentarie.
Eppure il volume divenne un bestseller. L’elemento decisivo non fu
la solidità storica, ma la forza narrativa: un mistero religioso,
una società segreta, un segreto capace di ribaltare la storia
ufficiale. Quando nel 2003 Dan Brown pubblicò Il Codice Da
Vinci, la struttura teorica era già pronta. Il personaggio di
Leigh Teabing – anagramma di Baigent e Leigh – è un omaggio
esplicito a quel testo.
Baigent e Leigh intentarono una causa per plagio contro l’editore
di Brown. La disputa si rivelò un boomerang: la corte stabilì che
non si poteva rivendicare la proprietà di una teoria presentata
come “storica”. Se era invenzione, non era storia; se era storia,
apparteneva al dominio pubblico. Il caso si concluse con la
sconfitta dei ricorrenti.
Guardando oggi il documentario Chronicle, con le sue musiche
suggestive e le mappe sovrapposte a simboli misteriosi, si coglie
un elemento che anticipa molte narrazioni complottiste
contemporanee. Il meccanismo è semplice: si selezionano elementi
disparati, li si collega in modo coerente e si offre al pubblico
una chiave interpretativa alternativa rispetto alla versione
ufficiale.
È
la stessa dinamica che ha caratterizzato teorie sui falsi allunaggi
o sulle cospirazioni sanitarie. La forza non sta nelle prove, ma
nella sensazione di “scoprire ciò che altri vogliono nascondere”.
Come ha osservato Marina Warner, la mente umana è strutturalmente
portata a cercare pattern, a costruire significati anche dove non
esistono collegamenti verificabili.
Il successo de Il Codice Da
Vinci non si spiega solo con il ritmo del thriller, ma
con la potenza culturale di una teoria già sedimentata
nell’immaginario collettivo. Il romanzo di Dan Brown non inventò il
mito: lo rese globale. E dimostrò quanto una narrazione suggestiva,
anche se fragile sul piano storico, possa diventare fenomeno
popolare quando incontra il medium giusto.
Quello del vicino di casa misterioso
che potrebbe rivelarsi essere un assassino è uno scenario che il
cinema ha affrontato in numerose occasioni. Da un classico come
La finestra sul cortile fino a Disturbia, film che lo omaggia, passando poi per
titoli come
Il ragazzo della porta accanto. Ad essi nel 2021 si è
unito anche il
thriller diretto da Gordon
Yang dal titolo La strana signora della porta
accanto.
In questo film si mescolano infatti
elementi come l’ossessione, segreti dal passato, follia omicida e
malattia mentale, proponendo dunque un racconto che non può
soddisfare i gusti di ogni appassionato di questo genere. Il film
viene inoltre proposto in prima visione assoluta sulla televisiione
italiana per il ciclo di Rai 1 “Nel segno del giallo”,
dedicato appunto a film di mistero che richiedono un’attenta
partecipazione dello spettatore per cogliere tutti gli indizi
seminati lungo il percorso.
In questo articolo, approfondiamo
dunque alcune delle principali curiosità relative a La
strana signora della porta accanto. Proseguendo qui nella
lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli
relativi alla trama, al cast di
attori e alla spiegazione del finale.
Infine, si elencheranno anche le principali
piattaforme streaming contenenti il film nel proprio
catalogo.
La trama e il cast di La
strana signora della porta accanto
Protagonista del film è la giovane
coppia formata da Sarah e Kyle Collins. I due, che
aspettano un bambino, si sono appena trasferiti in un nuova casa,
in quello che sembra il quartiere ideale dove crescere un figlio.
Al loro arrivo, quando ancora stanno trasportando le loro cose
nella nuova casa, fanno la conoscenza della loro vicina
Helen, un’anziana signora che vive sola, da quando
qualche anno prima la sua unica figlia Layla si è tragicamente
tolta la vita.
All’inizio, l’impressione che hanno
di Helen è quella di una simpatica, benevola e carismatica
vecchietta. Tuttavia, con il tempo, l’anziana sembra sviluppare una
crescente attenzione nei confronti di Sarah, che si trasforma ben
presto in vera e propria ossessione. Mentre persone accanto al loro
iniziano a scomparire, la futura mamma apprenderà con orrore il
passato di Helen e i suoi piani per lei e si troverà a dover
lottare per la propria sopravvivenza.
Ad interpretare Sarah vi è l’attrice
Julia Borsellino, attrice vista anche in Puoi
baciare la damigella e
Una giusta causa. Suo marito Kyle è invece interpretato da
Mark Taylor, mentre la madre di lui, Judith, è
interpretata da Marium Carvell. Nel ruolo di Helen
vi è l’attrice Deborah Grover, nota per le serie
Jann e Chiamatemi Anna. Completano il cast Cait
Alexander nel ruolo di Angela, ex di Kyle,
Michelle Chiu in quello di Jennifer, amica di
Sarah, e Deanna Jarvis in quello di Grace,
terapeuta di Helen.
La spiegazione del finale del
film
Nel corso del film scopriamo che
Helen non è la tranquilla e simpatica anziana che fa credere di
essere. Da qualche mese è stata rilasciata da un istituto
psichiatrico, dove era stata rinchiusa dopo la morte della figlia.
Tornata a casa sua, l’anziana donna continua però ad essere
ossessionata dall’idea di ricostruirsi una famiglia e di trovare
una sostituta alla figlia morta. Sarah, naturalmente, diventata la
candidata ideale per quel ruolo, a maggior ragione essendo incinta,
cosa che permetterebbe ad Helen di diventare anche nonna.
Per ottenere tale obiettivo,
l’anziana è pronta ad eliminare quanti si pongono sul suo percorso.
Ed è così che prima elimina Grace, la sua
terapeuta, e Judith, la madre di Kyle venuta a
trovare la coppia nella loro nuova casa. A questo punto, rimane da
far separare Sarah dal marito e per far ciò propone ad
Angela, ex di Kyle, di lavorare insieme per far
separare i due. La ragazza accetta e, si fa fotografare durante un
incontro con l’uomo, in modo da mandare le foto a Sarah.
Questa, appena le vede, distrutta,
decide di andarsene di casa ed accetta l’invito di Helen di
trasferirsi nella sua casa nel bosco. Una volta qui, però, Sarah
capisce ben presto di essere una vera e propria prigioniera. Nel
mentre, Angela pentendosi di quanto compiuto avvisa Kyle della
follia di Helen e l’uomo insieme a Jennifer, amica
di Sarah, si mettono sulle sue tracce. Individuata l’abitazione
dell’anziana, Kyle riesce a riprendere con sé sua moglie, lasciando
l’anziana disperata a riflettere finalmente sugli orrori
compiuti.
Dove vedere La strana
signora della porta accanto in streaming e in TV
Sfortunatamente il film non è
presente su nessuna delle piattaforme streaming attualmente attive
in Italia. È però presente nel palinsesto televisivo di
sabato 22 giugno alle ore 21:20
sul canale Rai 2. Di conseguenza, per un limitato
periodo di tempo sarà presente anche sulla piattaforma
Rai
Play, dove quindi lo si potrà vedere anche oltre il
momento della sua messa in onda. Basterà accedere alla piattaforma,
completamente gratuita, per trovare il film e far partire la
visione.
Asseriva Peppino Impastato,
ne I Cento Passi di Marco Tullio Giordana, che
“se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di
un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza
di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro
squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta
facilità […] e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi
prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover
essere così da sempre e per sempre”. A risvegliare questa
memoria ci hanno provato gli autori del docufilm La Strage di
San Gennaro, una produzione di SkyCrime diretta da Matteo
Lena. Al centro della storia, l’omicidio di sei immigrati
africani a Castel Volturno, in provincia di Caserta, il 18
settembre 2008. Una strage senza un movente diretto verso gli
uomini che rimangono a terra, raggiunti da un volume di fuoco di
centinaia di bossoli sparati da kalashnikov e pistole al servizio
di un boss della camorra in cerca di una rapida ascesa al potere.
Questo è l’orrore, senza dubbio, ma come ci siamo arrivati?
Alle origini della strage di San
Gennaro
La sceneggiatura di Carlo
Altinier e Stefania Colletta racconta la strage di San
Gennaro partendo dagli anni Settanta, quando il degrado
dell’odierna Castel Volturno era un’ipotesi impossibile da
formulare per i suoi ricchi frequentatori. La cartolina di un mare
cristallino, con una pineta tra le più estese d’Italia, villette
curate e un turismo d’élite a meno di un’ora da Napoli, rappresenta
uno sbiadito ricordo a cui, nel tempo, si sono sovrapposti proprio
gli orrendi palazzi predetti da Impastato. Otto, per la precisione,
costruiti sulla spiaggia ad opera dei fratelli Cristoforo e
Vincenzo Coppola, originari di Casal di Principe, che
sognavano di impiantare qui una Rimini campana nella completa
ignoranza di qualsivoglia vincolo paesaggistico.
Le torri di Pinetamare, come era
conosciuto il villaggio, vennero abbattute tra il 2001 e il 2003,
con una serie di interventi registrati dal film documentario
L’esplosione di Giovanni Piperno. Restituire quel
tratto di terra al mare non è stato sufficiente a ripristinare
l’antica bellezza: l’abuso edilizio, nel suo degradare l’ambiente,
aveva nel frattempo aperto la strada alla cultura dell’illegalità,
come se il ‘brutto’, come viene testimoniato in questo docufilm,
avesse cominciato a permeare la mentalità stessa degli abitanti.
Scomparsi i turisti benestanti, anche i privati hanno
progressivamente abbandonano i propri immobili e in una
generalizzata mancanza di cura, il territorio di Castel Volturno ha
finito per diventare un luogo fatiscente, preda facile di qualsiasi
forma di criminalità.
La ricostruzione dei fatti di
cronaca di Castel Volturno
Lo dichiara Cesare Sirignano,
pubblico ministero nel processo contro Giuseppe Setola, il
mandante della strage di San Gennaro e lui stesso a capo del gruppo
di fuoco che nel 2008, nella frazione di Ischitella, a Castel
Volturno, si scagliò contro la sartoria del ghanese El Hadji
Ababa. Quella sera, per caso fortuito, nel locale si
trovavano anche i connazionali Joseph Ayimbora, Kwame
Antwi Julius Francis, Affun Yeboa Eric, Christopher
Adams, oltre a Samuel Kwako, originario del Togo, e a
Jeemes Alex, originario della Liberia. Ayimbora, l’unico
sopravvissuto, riuscì a salvarsi perché il suo corpo insanguinato
fu protetto da quello di un compagno colpito più duramente e caduto
a morte.
Il documentario parla di loro, delle
vittime degli spari, perché Setola è solo uno dei tanti pervasi dal
‘brutto’ e indagare la sua storia non sarebbe sufficiente per
rispondere alla domanda: “per quale motivo?”. Alle ore 19.55 di
quella sera di fine estate, Setola, ancora in umore di sangue dopo
aver sparato ad Antonio Celiento, un pregiudicato ritenuto
informatore delle Forze dell’Ordine, chiede ai suoi scagnozzi di
trovare dei neri. Il suo messaggio deve arrivare forte e chiaro
alla cosiddetta mafia nigeriana, che da anni sfrutta la
prostituzione per reinvestire i proventi nel traffico di
stupefacenti sul ‘suo’ territorio. La sua bestialità non è unica,
distintiva, e la scelta di campo degli autori è molto precisa nel
ricollocare l’arroganza di un atteggiamento omicida nel quadro di
miseria di un territorio abbandonato a se stesso, senza servizi, né
possibilità di crescita. Solo attraverso la lucidità di
quest’analisi diventa chiaro che si tratta esclusivamente di una
questione di tempo prima che il prepotente
di turno voglia riattivare un clima di violenza per imporre la
propria legge personale, come ammonisce sul finale Vincenzo
Ammaliato, giornalista del Il Mattino, tra i primi ad accorrere
sul luogo della strage di San Gennaro.
Un docucrime che sa mantenere
l’impianto informativo
Non è la prima volta che il regista
Matteo Lena si confronta con il racconto del Male: già Premio
Ilaria Alpi per il documentario Le mani su Palermo, ha
firmato la sceneggiatura e la regia della docuserie Il Mostro di
Udine. La forza del lavoro realizzato per SkyCrime risiede in
un trattamento del soggetto che sposta l’attenzione dai fascicoli
delle indagini, dalle intercettazioni, dai verbali degli
interrogatori alle condizioni di una comunità intera per allargare
il campo della responsabilità e la capacità di identificazione di
un pubblico abituato a trovare il focus del docucrime nel vicino
della porta accanto, che si tratti della vittima o
dell’aggressore.
L’influenza degli standard imposti
da Gomorra, produzione originale Sky, a questo tipo di
narrazione sono visibili nei passaggi legati alla ricostruzione del
fatto di cronaca, sovrapposti alle riprese d’archivio, La
Strage di San Gennaro, tuttavia, riesce ad andare oltre.
L’impianto giornalistico rimane infatti l’asse portante di un
racconto che non concede facili risposte. La ‘soluzione’,
contrariamente a quanto accade nei classici docucrime, non risiede
nella possibilità di delimitare la violenza al percorso deviato di
una sola mente criminale: il pericolo è molto più pervasivo e
nessuno di noi può dirsi davvero immune.
Debutterà l’8 gennaio 2024 in prima
serata la nuova serie tv di RAI FICTION, La
storia, creata da Giulia Calenda, Ilaria Macchia,
Francesco Piccolo e diretta da Francesca Archibugi.
Protagonisti con
Jasmine Trinca,
Elio Germano, Asia Argento,
Lorenzo Zurzolo, Francesco Zenga e con
Valerio Mastandrea.
La storia è composta da 4 puntate
da 100 minuti ciascuno scritti da Giulia Calenda, Ilaria
Macchia, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi e tratto
da “La Storia” di ELSA MORANTE pubblicato in Italia da Giulio
Einaudi Editore, Torino.
La storia: la trama
Foto di Lacovelli Zayed
Roma, quartiere San Lorenzo. Alla
vigilia della seconda guerra mondiale, Ida Ramundo, maestra
elementare rimasta vedova con un figlio adolescente di nome Nino,
decide di tenere nascoste le proprie origini ebraiche per paura
della deportazione. Un giorno, rientrando a casa, viene violentata
da un soldato dell’esercito tedesco, un ragazzino ubriaco.
Dopo lo sgomento, l’angoscia e la
vergogna, scopre di essere incinta. Mentre Nino trascorre l’estate
al campeggio degli Avanguardisti, Ida partorisce in segreto un
bambino prematuro, piccolo e quieto, con gli stessi occhioni
azzurri del padre, quel soldato ragazzino tedesco già morto in
Africa. Quando Nino torna a casa e scopre il fratellino, lo accetta
di slancio e se ne innamora. Lo soprannominerà Useppe.
La piccola famiglia viene stravolta
dagli eventi della guerra: prima Nino, fascista convinto, decide di
partire per il fronte contro il parere di Ida, lasciandola sola con
Useppe; poi, nel bombardamento di San Lorenzo del luglio 1943, la
loro casa viene distrutta, Ida perde tutto ed è costretta a
sfollare a Pietralata. Da quel momento, ogni giorno diventerà una
lotta per la propria sopravvivenza e per quella del suo bambino.
Intanto, Useppe cresce aspettando i ritorni di suo fratello, al
quale è legato da un amore inossidabile, mentre una vitalità a
tratti disperata spinge Nino verso la lotta armata di Resistenza,
verso l’amore, verso i compagni, pieno di desideri; più soldi, più
affari, più avventura. Dopo la guerra si darà al contrabbando,
prima di sigarette e poi in quello delle armi. Vuole una vita
migliore per sé, per Ida e per Useppe.
Note di regia
Tutta la Storia e le nazioni della
terra s’erano concordate a questo fine: la strage del bambinello
Useppe Ramundo. “La Storia”, Elsa Morante, 1974 Ida Ramundo vedova
Mancuso viene violentata. Tutto nasce da una violenza sessuale di
un giovane soldato tedesco su una donna incapace di difendersi.
Quel giovane soldato morirà poco dopo, in guerra. Tutti sono
incapaci di difendersi. I personaggi di questo grandioso libro sono
creature senza nessun potere, attraversate da forze collettive,
piccole figure che tentano di sopravvivere nel decennio di un
secolo che ha attraversato l’orrore assoluto. Come mettersi al
servizio di un’idea tanto semplice quanto gigantesca? Con tutta
l’umiltà e la fedeltà possibili. Attenzione spasmodica alla
distribuzione dei ruoli, alla scelta degli attori e delle attrici,
dei cani e dei bambini, delle case, delle piazze, delle scarpe e
delle ciabatte. Immagini. Voci. Luci. Suoni. Il lavoro di regìa è
una sequenza infinita di scelte macro e microscopiche, grandi
impostazioni e minimi dettagli. Guidare una armata di collaboratori
geniali, tutti tesi allo stesso scopo: cercare di restituire nei
personaggi e nelle scene lo stesso stupore, divertimento, orrore,
disperazione che si è provati leggendo La Storia da adolescenti.
Con la precisa certezza che sarebbe stato impossibile. È stato
terrificante e bellissimo. Francesca Archibugi
La storia, trama del primo
episodio
La maestra Ida Ramundo è ebrea, ma
lo tiene nascosto. Il marito è morto anni prima e lei vive con suo
figlio Nino, adolescente bellissimo ed esuberante. La vita di Ida,
fra scuola e San Lorenzo, procede impaurita ma tranquilla, aiutata
spesso dall’oste Remo. Un giorno di gennaio del 1941 tutto
cambia: Gunther, un giovanissimo soldato tedesco, la segue in casa
e la violenta. È quello il giorno in cui la Storia bussa alla porta
di una donna normale: Ida si scopre incinta. Mentre Nino è lontano
al campeggio con gli Avanguardisti, nasce un neonato magico, con
degli occhi azzurri bellissimi.
La storia, trama del secondo
episodio
Al ritorno, Nino non fa domande e
si innamora istantaneamente del fratellino. E il piccolo di
lui. Fra i due fratelli s’instaura un legame fortissimo. Però Nino,
fascista esaltato, abbandona la famiglia e il liceo, spezzando i
sogni di Ida, e si arruolerà in guerra volontario, salutato da
tutto il quartiere. Ida resta sola con il piccolo soprannominato
Useppe. Ma la guerra sconvolgerà ben presto le vite di tutti. San
Lorenzo viene bombardato, la casa di Ida distrutta e
Blitz, il cagnolino di Nino, morirà sotto le macerie.
Il cast di La storia
Ida Ramundo vedova
Mancuso(Jasmine
Trinca): è una diligente maestra elementare, figlia di
maestri, semplice, infantile, conserva ancora una “faccia da
bambina sciupatella”. Crede con fervore nell’istruzione e
solo dentro l’aula con i suoi scolari prova un po’ di pace. Il
mondo le fa paura. Rimasta vedova e sola da giovane,
mezza ebrea, attraversa il fascismo, le leggi razziali e
l’occupazione di Roma da parte dei nazisti con un terrore
occulto.
Ama i suoi figli come
un’innamorata, prima di Nino, adolescente bello e inquieto che la
tiene in un continuo stato d’agitazione, e poi di Useppe, il suo
pupetto dallo sguardo celeste. I suoi figli sono la sua unica
ragione di vita, “come certe gatte malandate”.
Nino(Francesco Zenga): cresce durante i cinque anni di
guerra. Odia andare a scuola, al liceo classico, e infrange i sogni
di Ida di vederlo laureato abbandonando gli studi per arruolarsi
volontario nell’esercito fascista. S’immerge nel caos della guerra,
ritorna a casa dopo essersi unito a sorpresa ai partigiani della
cellula dei castelli romani. L’Italia sobbolle, lui viaggia,
attraversa il fronte, va a Napoli, si unisce agli americani. Nino è
sempre in movimento, pieno di idee, a volte in conflitto fra loro;
da orfano di padre, comanda sulla madre ed è intollerante a tutte
le autorità, correndo a perdifiato felice e disperato verso il suo
destino.
Useppe(Christian Liberti/Mattia Basciani): frutto della
violenza sessuale di un soldato tedesco, è un bambino di una
dolcezza quasi soprannaturale, pieno d’amore per l’universo, gli
uomini e gli animali. Il suo sguardo azzurro conquista il mondo e
tutte le persone che lo incrociano. Durante la terribile
occupazione nazista che affama Roma, Ida si batte come una lupa per
cercare di trovare per lui qualcosa da mangiare, farlo crescere,
non farlo ammalare. Perché Useppe soffre di assenze, chiamate
Piccolo Male che finita la guerra lo faranno passare attraverso la
trafila di medici e medicine. Ida è fiduciosa perché è la stessa
malattia di cui soffriva lei da piccola e dalla quale è
guarita.
L’oste Remo(Valerio Mastandrea): proprietario di un’osteria a
San Lorenzo, è una specie di capo di quartiere, amato e rispettato,
l’unico che Nino sta a sentire e, per questo, amato anche da Ida.
Si scoprirà essere uno dei capi della resistenza armata e farà da
tramite per passare le notizie tra Ida e il figlio Nino. Non
abbandonerà mai Ida e le sarà sempre vicino.
Eppetondo(Elio
Germano): Giuseppe Cucchiarelli è un marmista
che dopo il bombardamento di San Lorenzo sfolla a Pietralata
insieme a Ida e Useppe. Chiamato Giuseppe Secondo per l’eccesso di
Giuseppi nel capannone degli sfollati, viene ribattezzato Eppetondo
da Useppe che non sa pronunciarne il nome. Comunista, d’animo
gentile e generoso, è uno strano tipetto che si lega con amicizia
fortissima e anomala prima a Useppe e poi a Ida.
Quando compare Nino partigiano, si
unisce di slancio alla lotta armata. Catturato dai nazisti, si
comporterà da piccolo grande eroe per non tradire i compagni.
Carlo Vivaldi(Lorenzo Zurzolo): il cui vero nome è Davide Segre,
studente ebreo di Mantova, è un anarchico nonviolento. Scampato
alla deportazione che ha sterminato la sua famiglia, dopo
l’incontro con Nino si convince a partecipare attivamente alla
lotta partigiana. L’uccisione violenta di un tedesco, lo porterà a
un conflitto interiore che lo consumerà. Dopo la guerra, ritrova
Useppe conosciuto durante lo sfollamento a Pietralata. Il bambino
si legherà a lui, lo cercherà, mentre Davide, incapace di
riprendersi dalle ferite della guerra, sprofonderà sempre di più
nella solitudine.
I Mille(Vincenzo Antonucci, Anna De Stefano, Rosaria Langellotto,
Arcangelo Iannace): famiglia mezza romana mezza
napoletana, scampata ai bombardamenti a tappeto di Napoli. Si
sono rifugiati nel ricovero per gli sfollati di Pietralata, guidati
dalla furbizia di Domenico(Vincenzo
Nemolato). Chiamati così perché numerosi, sono tutti
imparentati tra loro. Sono allegri, spregiudicati, ridono,
litigano, fanno la borsa nera. Tra loro si distingue la
sora Mercedes(Carmen Pommella),
matrona della famiglia, che nasconde sotto una coperta i beni
alimentari e li smercia anche all’interno del capannone; e
Carulina(Flora Gigliosetto),
chiamata da Useppe Ulì, una quindicenne già madre di due gemelline
di cui dice di non sapere chi è il padre. Affettuosa, allegra,
“canterina e piagnona”, resterà nei ricordi di Useppe per
sempre.
La famiglia
Marrocco: Ida e Useppe affittano una stanza nella loro
casa di Testaccio una volta abbandonata Pietralata. Sono
ciociari: in casa ci sono il nonno, un vecchio un po’ rimbambito
che vuole solo bere vino, il signor Tommaso
Marrocco (Enzo Casertano) che lavora come
portantino in ospedale, la signora Filomena
Marrocco(Antonella Attili), sarta in
casa, brutale e sboccata, sempre dietro al lavoro delle macchine da
cucire e circondata di clienti, e Annita(Ludovica Francesconi), la piccola sposina del
figlio Giovannino, disperso in Russia. L’attesa del ritorno di
Giovannino è il pensiero fisso della famiglia. Il suo nome e la sua
foto campeggiano nella casa e nei pensieri.
Santina(AsiaArgento) è una prostituta che
va a casa Marrocco a leggere i tarocchi, di cui è esperta,
interrogata come un oracolo da Filomena e Annita sulla sorte di
Giovannino. Lì conosce Davide Segre, con il quale intreccia una
relazione intima, anche di pensieri e conforto, che ingelosisce
Nello(Josafat Vagni) il suo
magnaccia violento e possessivo.
Blitz e Bella:
sono i cani della famiglia Ramundo-Mancuso. Blitz,
voluto da Nino quando è nato il fratellino, come una sorta di
risarcimento. Quando parte soldato, lo affida a Useppe, in segno
del loro legame speciale. Ma il cagnolino morirà sotto le macerie
del bombardamento di San Lorenzo, il primo trauma indelebile per
Useppe. Bella, invece, è una magnifica maremmana
enorme e bianca, di cui s’innamora Nino come fosse una ragazza e
che va a vivere con loro appena finita la guerra. Sarà compagna di
grandi avventure per Useppe e nelle sue scorribande romane starà
sempre appiccicata a lui, per proteggerlo da tutto. Quando Nino non
c’è, Bella veglia sulla famiglia e sulla malattia di Useppe come
una seconda mamma.
Patrizia(Romana Maggiora Vergano): è
la fidanzata di Nino, di cui si innamora anche Useppe, per la sua
dolcezza e la sua allegria. Fanno giri in moto in tre e, durante
una scampagnata al lago, Useppe li vede fare l’amore. Insieme
trascorrono momenti intensi di felicità. Da questa felicità resterà
Ninetta, la pupetta che Patrizia avrà da Nino.
Vilma(Giselda Volodi): è una strana donna, un po’ maga,
un po’ strega, che Ida incontra al ghetto. È considerata
dagli altri ebrei una che vaneggia, poiché riporta le notizie delle
radio straniere che ascolta dalla signora da cui lavora. Notizie
che sono prese con fastidio, come profezie squinternate di una
donna fuori di sé. C’è troppo orrore in quello che racconta, morte,
deportazione, nessuno le crede.
Signora Di Segni(Anna Ferruzzo): ha un negozio di tessuti nella
piazza principale del ghetto. È la più scettica sulle profezie di
Vilma, non vuole crederle. Ida la incontra di nuovo vicino alla
Stazione Tiburtina, dopo che tutta la sua famiglia è stata
rastrellata il 16 ottobre del ’43. Ida la segue fino al treno, e la
vede gridare ai fascisti e ai nazisti di fare partire anche lei con
i suoi cari, pensando che andranno in un campo di lavoro e non in
un campo di morte.
Rai Fiction ha
diffuso le prime immagini de La Storia di
Francesca Archibugi in anteprima alla Festa del
Cinema di Roma la serie tratta dal capolavoro di
Elsa Morante.
Roma, quartiere San Lorenzo. Alla
vigilia della Seconda guerra mondiale, Ida Ramundo, maestra
elementare rimasta vedova con un figlio adolescente di nome Nino,
decide di tenere nascoste le proprie origini ebraiche per paura
della deportazione. Dopo l’ingresso dell’Italia in guerra, un
giorno, rientrando a casa, viene violentata da un soldato
dell’esercito tedesco, un ragazzino ubriaco.
Si apre così “La
Storia”, la serie tv firmata da Francesca
Archibugi e tratta dall’omonimo romanzo di Elsa
Morante, edito da Giulio Einaudi Editore,
di cui sono ora disponibili le prime immagini. I primi due episodi
della serie, interpretata da
Jasmine Trinca,
Elio Germano, Asia Argento,
Lorenzo Zurzolo, Francesco Zenga e con Valerio Mastandrea, saranno presentati in
anteprima mondialevenerdì 20
ottobre alla Festa del
Cinema di Roma. “La Storia” – alla
cui sceneggiatura hanno lavorato Giulia Calenda, Ilaria
Macchia, Francesco Piccolo e Francesca
Archibugi – è una coproduzione tra
Picomedia e la società francese Thalie
Images in collaborazione con Rai
Fiction.
La trama di La Storia
Dopo lo sgomento, l’angoscia e la
vergogna, Ida scopre di essere incinta. Mentre Nino trascorre
l’estate al campeggio degli Avanguardisti, Ida partorisce in
segreto un bambino prematuro, piccolo e quieto, con gli stessi
occhioni azzurri del padre, quel soldato ragazzino tedesco già
morto in Africa. Quando Nino torna a casa e scopre il fratellino,
lo accetta di slancio e se ne innamora. Lo soprannominerà Useppe.
La piccola famiglia viene stravolta dagli eventi della guerra:
prima Nino, fascista convinto, decide di partire per il fronte
contro il parere di Ida, lasciandola sola con Useppe; poi, nel
bombardamento di San Lorenzo del luglio 1943, la loro casa viene
distrutta, Ida perde tutto ed è costretta a sfollare a Pietralata.
Da quel momento, ogni giorno diventerà una lotta per la propria
sopravvivenza e per quella del suo bambino. Intanto, Useppe cresce
aspettando il ritorno di suo fratello, al quale è legato da un
amore inossidabile, mentre una vitalità a tratti disperata spinge
Nino verso la lotta armata nella Resistenza, verso l’amore, verso i
compagni. Nino è pieno di desideri:vuole più soldi, più
affari, più avventura. Dopo la guerra si darà al contrabbando,
prima di sigarette e poi in quello delle armi. Vuole una vita
migliore per sé, per Ida e per Useppe.
La ormai totale diffusione delle
piattaforme streaming quali Netflix,Prime
Video e Disney+,
ha portato a sempre un maggiore accantonamento della televisione
nazionale, almeno per le fascie più giovani. Il grande pubblico in
cerca di qualcosa di nuovo da guardare, lo cerca sempre meno spesso
sulla Rai, nonostante qui si possano ritrovare
diverse serie degne di nota. Un esempio ne è La
Storia, diretta e co-scritta da Francesca
Archibugi (Il
colibrì). La serie, formata da una stagione di otto
episodi, ognuno di circa 50 minuti, è la trasposizione
cinematografica del noto omonimo romanzo di Elsa Morante. Nel cast ritroviamo
Jasmine Trinca (La dea fortuna,
La scuola cattolica) nel ruolo della protagonista Ida,
mentre
Valerio Mastandrea interpreta Remo. Altre figure
importanti del cinema italiano presenti sono
Elio Germano (L’incredibile
storia dell’isola delle rose, Palazzina
Laf) e Asia Argento. I primi due episodi de
La Storia, inoltre, erano già stati
proiettati in anteprima alla Festa del Cinema di Roma.
La Storia: la guerra
attraverso gli occhi di una donna
La Storia
racconta le vicende di Ida, una vedova con un
figlio, Nino, che vive a Roma. Le vicende del
secondo conflitto mondiale fanno da sfondo alla vita di Ida,
influenzandola abbondantemente: con l’arrivo in città la donna
viene violentata in casa sua da un giovane soldato tedesco. Da
questo stupro Ida scoprirà di essere rimasta incinta. Nel
frattempo, nel quartiere ebraico di Roma iniziano a circolare delle
voci sui rastrellamenti degli ebrei negli altri stati europei da
parte delle forze naziste.
I mesi passano e Ida, preoccupata
del giudizio altrui, cerca di nascondere il più possibile la
propria gravidanza, anche allo stesso Nino. Il ragazzo, un giovane
di 16 anni esaltato dalla cultura fascista, non si accorge dello
stato della madre fino al ritorno dal campo estivo. La guerra
entrerà a quel punto prepotentemente nei quartieri romani, portando
i giovani lontani da casa e sostituendoli con le bombe nelle
strade.
Ida: il dramma e la vergogna dello
stupro
Uno dei primi elementi che salta
all’occhio ne La Storia è proprio
l’evento iniziale dello stupro. Nel momento in cui le si presenta
davanti alla porta di casa il soldato tedesco, Ida non fa alcuna
resistenza, lo accoglie nel proprio appartamento. Un tale
comportamento è probabilmente dovuto alla paura stessa della figura
del soldato tedesco. Dall’altro lato invece il giovane sembra non
comprendere l’importanza o la gravità del proprio gesto, che
tormenterà il sonno di Ida per tante notti. Il tedesco porta con sé
un piccolo fiore in ricordo del momento passato insieme, trattando
la donna con gentilezza dopo l’atto in sé.
Ida continua però a sentire vergogna
anche della propria gravidanza: non essendo più sposata, ha timore
della reazione della gente del quartiere. Per questo motivo decide
di partorire in segreto e di nascondere il bimbo, chiamato Useppe,
il più possibile.
Nino e la cultura fascista
Il giovane Nino è invece la
rappresentazione perfetta di un giovane fascista: forte, fedele ad
un ideale che ancora non comprende fino in fondo e disposto a
sacrificare la propria vita per la patria. O almeno, questo è ciò
che emerge dalle sue parole: ben presto però si comprende che Nino
è in realtà un ragazzo dolce, e molto amorevole nei confronti del
piccolo fratellino. Il giovane si limita quindi a ripetere ciò che
gli è stato indottrinato dopo anni di scuola fascista, non sapendo
realmente in cosa consiste il regime totalitario. Ciò si può notare
specialmente nella scena in cui Nino viene deriso dagli adulti nel
rifugio antiaereo per le sue farneticazioni fasciste.
Ed è proprio in quella scena di
La Storia, come da altre affermazioni
fatte da Remo, che si comprende come il popolo non appoggi
nettamente il regime, ma semplicemente si tenga lontano dalla
politica. Il fascismo è ben noto per essere definito nella
filosofia politica come un Totalitarismo imperfetto: oltre al
mantenimento di poteri paralleli a Mussolini, quali la monarchia e
la Chiesa, qui ci viene mostrato come, nonostante la forte
propaganda, i cittadini italiani non abbiano sviluppato in massa un
sentimento di forte patriottismo e devozione al regime.
Un dramma con un’interpretazione
monotona
Per quanto possa essere discutibile
la lentezza ed eccessiva drammaticità de La
Storia, questa è più propriamente attribuibile alla
Morante più che alla serie in sé e certamente dipende dal gusto
personale. Ciononostante, qui è riscontrabile una certa mancanza di
pathos e espressività da parte dell’attrice protagonista. La
tragicità delle vicende non viene percepita adeguatamente dalla
performance di Jasmine Trinca, o almeno questo è ciò
che emerge dai primi due episodi: si può solo attendere le prossime
settimane per vedere come si evolverà la serie e l’espressività
della protagonista.