Ci sono film che raccontano l’arte come un sogno. E poi ci sono quelli che ne mostrano il costo. Kokuho – il maestro di kabuki appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Il film di Lee Sang-il è un biopic o un racconto di formazione, ma anche un’immersione totale in un universo fatto di disciplina estrema, tradizione e identità frantumate. Il titolo stesso, che significa “tesoro nazionale”, richiama un riconoscimento altissimo, quasi mitologico. Ma quello che il film mette davvero in scena è tutto ciò che si deve sacrificare per arrivarci.
Dimenticate le versioni romantiche dell’arte: qui ogni gesto, ogni movimento, ogni espressione è il risultato di anni di fatica, isolamento e perdita. E proprio per questo, quando la bellezza emerge, lo fa con una forza quasi travolgente.
Dal trauma alla scena: la nascita di un attore
La storia segue Kikuo, un ragazzo segnato da un trauma profondo: la morte del padre, leader yakuza, che lo costringe a lasciare Nagasaki e trasferirsi a Osaka. È qui che entra nel mondo del kabuki, diventando apprendista sotto la guida del maestro Hanjiro.
Fin da subito, il film mette in chiaro una cosa: il talento non basta. Kikuo possiede un’abilità naturale straordinaria, soprattutto nel ruolo di onnagata, ma il contesto in cui si muove è rigidissimo, governato da tradizioni e gerarchie quasi impenetrabili.
Il suo rapporto con Shunsuke, figlio del maestro, diventa il cuore emotivo della narrazione. Amici, rivali, specchi l’uno dell’altro: i due incarnano due modi opposti di vivere l’arte. Da una parte la disciplina ossessiva di Kikuo, dall’altra un approccio più istintivo e umano. Una tensione che attraversa tutto il film e che non si risolve mai davvero.
Un protagonista enigmatico e distante
Una delle scelte più interessanti di Kokuho – il maestro di kabuki è il modo in cui costruisce il suo protagonista. Kikuo non è mai completamente decifrabile. Non è un eroe classico, né un anti-eroe. È qualcosa di più sfuggente.
Quando il personaggio passa all’età adulta, interpretato da Ryo Yoshizawa, questa ambiguità diventa ancora più evidente. Fuori dal palco, Kikuo appare quasi freddo, distante, incapace di relazionarsi davvero con chi lo circonda. Sul palco, invece, si trasforma completamente, diventando qualcosa di altro.
È come se la sua identità esistesse solo attraverso l’arte. E questo crea un contrasto potente: più diventa grande come performer, più sembra perdere contatto con sé stesso. Il film non giudica mai apertamente questo percorso, ma lo osserva con uno sguardo lucido, quasi clinico. E proprio questa distanza rende il racconto ancora più affascinante.
Kabuki: tradizione, corpo e trasformazione
Uno degli elementi più riusciti di Kokuho è il modo in cui rappresenta il kabuki. Non come semplice sfondo, ma come vero protagonista della storia. Lee Sang-il dedica ampio spazio alla fisicità delle performance: i movimenti, i costumi, il trucco, la voce. Ogni dettaglio è curato per restituire la complessità di un’arte che vive di precisione assoluta.
La regia alterna primi piani intensi a inquadrature ampie che catturano la grandiosità della scena, mentre la fotografia valorizza colori e texture in modo quasi ipnotico. Il risultato è un’esperienza visiva ricca, che permette anche a chi non conosce il kabuki di apprezzarne la potenza espressiva.
Un tocco particolarmente efficace è l’introduzione dei testi delle opere rappresentate, accompagnati da brevi descrizioni. Non solo aiutano a seguire la narrazione, ma aggiungono un ulteriore livello di lettura: le storie messe in scena riflettono spesso, in modo tragico e simbolico, la vita dei personaggi.
Tra passato e modernità: un equilibrio fragile
Sebbene il film resti quasi sempre all’interno del mondo del kabuki, è impossibile non percepire il cambiamento del Giappone nel corso dei decenni. Attraverso scenografie, costumi e dettagli produttivi, Kokuho – il maestro di kabuki suggerisce un Paese in trasformazione, sospeso tra tradizione e modernità. Il kabuki resta una forma d’arte venerata, ma deve adattarsi a nuove logiche, anche economiche.
Il peso delle grandi corporazioni, il bisogno di finanziamenti, la tensione tra purezza artistica e necessità pratiche: tutto contribuisce a creare un contesto complesso, in cui il talento da solo non basta. Un discorso tensivo che è arrivato anche a trapassare le barriere del cinema Occidentale, dove il film è arrivato fino alle nomination agli Oscar 2026 per il miglior trucco.
Kikuo, in questo senso, diventa una figura simbolica. Un outsider che cerca di trovare il proprio posto in un sistema che non è stato costruito per lui. E che proprio per questo deve spingersi oltre i limiti, anche a costo di compromessi discutibili.
Un viaggio lungo, ma ipnotico
Con una durata che sfiora le tre ore, Kokuho si prende tutto il tempo necessario per raccontare cinquant’anni di vita. Potrebbe sembrare un azzardo, ma il film riesce a mantenere alta l’attenzione grazie alla ricchezza dei suoi elementi.
Non è una visione facile né immediata. Richiede pazienza, attenzione e una certa disponibilità a lasciarsi trasportare da un ritmo diverso. Ma per chi accetta la sfida, l’esperienza è estremamente gratificante.
Kokuho – il maestro di kabuki non cerca scorciatoie, non semplifica, non addolcisce. Racconta l’arte per quello che è: una forza capace di elevare, ma anche di consumare. E alla fine, ciò che resta non è solo la storia di un uomo, ma la sensazione di aver assistito a qualcosa di raro. Un film che non si limita a mostrare l’arte, ma ne incarna lo spirito.






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