Home Blog Pagina 1985

Il futuro del nuovo spin-off di Game of Thrones è promettente: lo showrunner guarda oltre la stagione 2

0

Il futuro di A Knight of the Seven Kingdoms appare più che mai solido. Lo showrunner Ira Parker ha infatti lasciato intendere che la serie potrebbe proseguire ben oltre la stagione 2, aprendo la strada al completamento dell’arco narrativo di Dunk ed Egg. Attualmente in onda settimanalmente la domenica su HBO, la serie rappresenta il secondo spin-off ufficiale dell’universo di Game of Thrones, dopo House of the Dragon.

A differenza delle precedenti produzioni ambientate a Westeros, incentrate su grandi casate e giochi di potere, A Knight of the Seven Kingdoms adotta uno sguardo più intimo e terreno, seguendo le avventure del cavaliere errante Ser Duncan the Tall e del suo giovane scudiero Egg. Un cambio di prospettiva che sta convincendo pubblico e critica, anche grazie alle interpretazioni di Peter Claffey, Dexter Sol Ansell, Bertie Carvel, Daniel Ings, Finn Bennett e Shaun Thomas.

Le parole dello showrunner sul futuro della serie

In un’intervista rilasciata a GQ, Parker ha parlato apertamente dei piani a lungo termine, sottolineando quanto materiale narrativo ci sia ancora da esplorare. La prima stagione adatta la novella The Hedge Knight, mentre la seconda – già entrata ufficialmente in produzione – porterà sullo schermo The Sworn Sword. L’obiettivo dichiarato del team creativo è arrivare, con il via libera di HBO, anche a The Mystery Knight, completando così la trilogia letteraria di George R. R. Martin dedicata a Dunk ed Egg.

Parker ha spiegato che la serie ama suggerire, senza anticipare troppo, l’evoluzione futura dei personaggi, mostrando la crescita di Egg da ragazzo a principe e, potenzialmente, a re. Tuttavia, l’approccio resta volutamente concentrato sul “qui e ora”, su storie autoconclusive e radicate nei conflitti umani, più che sulle grandi manovre politiche.

La fiducia di HBO nel progetto è già evidente: la stagione 2 è stata confermata mesi prima del debutto della serie, un segnale raro e significativo. Anche i numeri sembrano premiare questa scelta, con ottimi riscontri critici e un gradimento del pubblico in costante crescita episodio dopo episodio.

Se il trend positivo dovesse continuare, l’ipotesi di una stagione 3 non appare più come un semplice desiderio creativo, ma come una prospettiva concreta. E per i fan di Westeros, significherebbe vedere finalmente adattato l’intero arco narrativo di Dunk ed Egg, uno dei più amati e “umani” dell’universo di Game of Thrones.

Il futuro del DC Universe riceve un aggiornamento importante mentre cresce l’incertezza sulla fusione Warner Bros.

0

Negli ultimi mesi, una delle domande più frequenti tra i fan DC riguarda il destino del nuovo universo cinematografico guidato da James Gunn e Peter Safran. Le discussioni sulla possibile fusione tra Warner Bros. Discovery e Paramount hanno infatti alimentato numerose speculazioni su eventuali cambi di rotta, cancellazioni o riorganizzazioni interne.

Ora, però, sono arrivate dichiarazioni che sembrano offrire un quadro decisamente più rassicurante.

Durante la première di Supergirl, il produttore esecutivo Lars P. Winther ha confermato che David Ellison, figura centrale dell’operazione che potrebbe portare alla nascita del nuovo colosso mediatico, ha già incontrato Gunn e Safran per discutere del futuro di DC Studios. Secondo Winther, l’impressione emersa dai colloqui sarebbe positiva e non sembrano esserci segnali di un ridimensionamento dei piani già avviati.

Anzi, il produttore ha sottolineato che diversi progetti sono ormai entrati in una fase troppo avanzata per essere rimessi in discussione. Tra questi figurano la serie Lanterns e il film Clayface, due tasselli fondamentali della nuova strategia costruita attorno al DC Universe.

I progetti di James Gunn sembrano ormai troppo avanzati per essere fermati

James Gunn, Nicholas Hoult, and David Corenswet in Superman (2025)
© Warner Bros Discovery

L’aspetto più interessante di queste dichiarazioni riguarda proprio la solidità della roadmap elaborata da DC Studios.

Dopo anni di cambi di direzione, reboot incompleti e strategie spesso contraddittorie, il nuovo corso inaugurato da Gunn punta a costruire un universo condiviso con una pianificazione di lungo periodo. Proprio per questo motivo molti fan avevano accolto con preoccupazione le notizie relative alla possibile fusione societaria.

Secondo quanto emerso, però, David Ellison sarebbe favorevole all’attuale impostazione creativa. Una posizione che avrebbe un peso importante, considerando che il nuovo gruppo dirigente dovrà decidere come gestire alcuni dei franchise più importanti dell’intrattenimento mondiale.

Inoltre, diversi progetti sono già entrati concretamente in produzione. Quando Winther afferma che “il treno è già partito”, il riferimento è proprio alla difficoltà di intervenire su produzioni che hanno già avviato casting, sceneggiature, riprese o pre-produzione avanzata.

Questo significa che il pubblico può guardare con maggiore tranquillità ai prossimi capitoli del DCU, almeno nel breve e medio termine.

Supergirl sta diventando il simbolo della strategia con cui DC vuole differenziarsi dal passato

Le dichiarazioni del produttore hanno offerto anche uno spunto interessante sulla direzione narrativa del nuovo universo DC.

Secondo Winther, la scelta di affidare a Kara Zor-El il secondo film del DCU dopo Superman non è casuale. L’obiettivo sarebbe quello di evitare una dipendenza esclusiva dai personaggi più sfruttati del passato, introducendo gradualmente nuove figure e nuove aree dell’universo narrativo.

L’adattamento di Woman of Tomorrow consentirà infatti di esplorare una dimensione molto più cosmica rispetto a quella vista nel film di Superman. Da una parte ci sarà una storia radicata sulla Terra, dall’altra un’avventura intergalattica che permetterà di espandere progressivamente la scala del DC Universe.

È una filosofia che riflette perfettamente il progetto di Gunn: costruire un mondo condiviso ma diversificato, in cui ogni film possa avere una propria identità senza rinunciare ai collegamenti con il resto della saga.

Naturalmente l’operazione societaria che coinvolge Warner Bros. Discovery e Paramount non è ancora completamente conclusa e restano alcune incognite legate agli aspetti legali e regolatori. Tuttavia, le ultime dichiarazioni rappresentano probabilmente il segnale più incoraggiante arrivato finora per chi teme che il nuovo DC Universe possa essere rallentato o stravolto prima ancora di prendere realmente forma.

Per il momento, almeno, James Gunn sembra poter continuare a costruire il proprio universo senza particolari interferenze.

Il Futuro conferenza stampa

il-futuroÈ stato presentato oggi alla Casa del Cinema di Villa Borghese Il Futuro, l’ultima opera di Alicia Scherson. Ad accompagnare la regista e sceneggiatrice cilena ci sono i produttori Mario Mazzarotto, Bruno Bettati, Emanuele Nespeca e gli attori Nicolas Vaporidis, Luigi Ciardo e Alessandro Giallocosta. Grandi assenti sono la protagonista Manuela Martelli e l’attore olandese Rutger Hauer.

Alla regista. Immagino che anche lei come l’autore del libro, da cui è tratto il film, abbia visto Roma con occhi curiosi, affascinati. Come ha vissuto l’idea di fare un film tratto da un romanzo di uno straniero che arriva a Roma?

AS. Io non conoscevo Roma prima di girare il film. Per me era un posto quasi immaginario, molto legato al cinema. Fellini, Pasolini, Antonioni. Per me Roma era una Roma cinematografica. All’inizio avevo pensato di girare il film in Cile o in Messico, poi ho deciso con il produttore di non cambiare il luogo in cui si svolgeva la storia e abbiamo cercato un produttore italiano. Quando sono venuta per la prima volta qui, avevo il romanzo tutto sottolineato con i posti che Bolaño citava. Il mio legame con Roma dipendeva dal romanzo, dal cinema, perché non ero mai stata qui come turista, ancora non conosco i luoghi turistici. Abbiamo cominciato a vedere i pochi posti che l’autore racconta specificatamente, ne abbiamo presi alcuni e altri li abbiamo scelti perché erano più affini all’atmosfera del romanzo. Nel libro si legge di una Roma più centrale, noi ci siamo spostati verso la periferia, vicino Cinecittà. Abbiamo cominciato a costruire la Roma particolare di questa storia, la Roma di Bolaño, degli orfani, una Roma molto contemporanea con un’atmosfera densa.

A Vaporidis. Visto che è anche produttore associato, volevo sapere come è nato il suo coinvolgimento nel progetto.

NV. Il coinvolgimento nasce in modo classico. Mi è stato proposto di partecipare, ho fatto un paio di provini con Alicia e ci siamo trovati. Ho letto la storia e ho scoperto Bolaño. Attraverso questo film ho imparato a conoscere la sua grandezza, la sua complessità, il suo modo di scrivere, di raccontare le cose. Avendo la possibilità, poi, di partecipare a un progetto internazionale come questo, con Rutger, con Alicia, con tre produzioni, ho cercato di metterci quello potevo, di partecipare in maniera più consistente. Da qui nasce il mio ruolo di produttore associato in un progetto in cui ho creduto fin da subito e che a oggi ha regalato a me, a tutti noi, tante soddisfazioni. Essere stato per la prima volta in concorso al Sundance e in altri festival internazionali; aver ricevuto ottime recensioni su importanti magazine di cinema come Variety, Hollywood Report; aver girato ed avuto la possibilità di essere in sala a New York, in Cile, in Giappone e in Europa mi inorgoglisce come italiano, in primis, e poi come attore. Sono contento. Finalmente siamo arrivati in Italia. Il film è molto italiano e molto cileno, è internazionale. Sul set noi parlavamo quattro lingue. Alicia parlava spagnolo, noi parlavamo italiano, la troupe tedesca parlava in tedesco e poi tutti si parlavano in inglese.

Al produttore Mazzarotto. Com’è nata l’idea di film?

MM. La proposta mi è stata fatta dal produttore cileno Bruno Battiati. Facciamo parte di un gruppo di produttori europei e ci ritroviamo occasionalmente per delle riunioni di produzione. In uno di questi incontri, a Praga, Bruno mi ha parlato di questo progetto, dicendomi che aveva acquisito i diritti di questo romanzo con Alicia e volevano provare a farlo in Italia. Dopo aver sentito che Alicia pensava di girarlo in altri Paesi, io ho letto il romanzo e ho detto che andava assolutamente fatto in Italia, che dovevamo provarci insieme. Da questo primo incontro è nata l’idea di fare il film in co-produzione e questo film è il primo frutto di una co-produzione tra Italia e Cile. Si è aggiunta poi la Pandora, una casa di produzione tedesca. Successivamente, ognuno di noi ha cercato di raccogliere le risorse interne di ciascun Paese per poter realizzare il film. Il budget è di circa 2 mln di euro e questo processo, dal primo incontro al primo ciak, è durato circa un anno e mezzo.

il futuro filmVisto che il film è uscito già in diversi paesi e ha avuto un buon successo di critica, perché aspettare tutto tempo per farlo uscire in Italia?

Il film ha avuto molte occasioni internazionali. Abbiamo partecipato al Sundance Film Festival, subito dopo siamo andati a Rotterdam, dove ha vinto l’equivalente del premio della critica qui in Italia. Credo, se non sbaglio, che finora abbia partecipato a circa 25 festival internazionali ed è sempre stato accolto con molto interesse e molta attenzione. Abbiamo deciso di farlo uscire ora in Italia perché le condizioni distributive che aveva trovato la Movimento Film, la casa di distribuzione del film in Italia, risultavano essere più favorevoli in questo periodo per un film importante ma indipendente come questo. Speriamo che susciti interesse nel pubblico e anche nella critica italiana come in quella estera. L’altro giorno il film è uscito a New York e abbiamo avuto ottime recensioni dal NY Times e dal NY Village.

In quante copie esce il film?

Il film esce in venti copie il 19 settembre, ma contiamo di aumentare la distribuzione se i risultati saranno buoni come quelli che merita.

Alla regista. Com’è stato il suo rapporto con il romanzo? Quanto è rimasta fedele nel passaggio tra la pagina scritta allo schermo?

AS. Io ho letto quasi tutto Bolaño, ma mai pensando di fare un adattamento. La trasposizione è molto fedele; tutta la struttura temporale, tutti i personaggi, tutti i fatti che succedono nel romanzo sono gli stessi nella sceneggiatura. Questa era una condizione che mi ero imposta. La sfida più grande era mantenere l’atmosfera, perché Bolaño è uno scrittore con tantissima atmosfera, ma non utilizza tante parole. Il regista deve prendere questa sensazione tra le righe e trovare un’immagine concreta, precisa. Nel cinema è tutto terribilmente materiale, tutto ha un colore, una luce, una forma concreta e la sfida era proprio questa.

Com’è nata l’idea di Rutger Hauer e com’è stato sul set?

AS. Il casting di questo personaggio era molto difficile. Maciste è un personaggio che anche fisicamente era complicato trovare. Ha delle caratteristiche precise: età, corporatura; è vecchio ma ancora attraente, sexy, con quest’aurea da vecchia star. Allora abbiamo fatto un casting immaginario, non si poteva fare un casting aperto con i provini e, tuttavia, non erano in molti gli attori a poter fare questo ruolo.  Poi una mattina il mio produttore cileno mi chiama e mi dice: ‘Rutger Hauer!’. Siamo andati su Google per vedere le foto più recenti ed era perfetto. L’abbiamo rintracciato e Bruno ci ha parlato tramite Skype (Hauer è un fanatico di Internet). Lui ha letto il romanzo, la sceneggiatura e ha accettato. Durante le riprese era un attore molto creativo, forse perché si trattava di un film indipendente e voleva contribuire. Non è un attore facile, ma molto interessante, intenso, con un’esperienza incredibile. È puro cinema. È stato bellissimo lavorare con lui.

A Vaporidis. Cosa l’ha stupita maggiormente di questa Roma scritta da Bolaño e riscoperta con gli occhi di Alicia?

NV. Più che la Roma di Bolaño, che è scritta e non visiva, è quella raccontata da Alicia che è diversa, che ha un fascino particolare. È emozionante come lei che non era mai stata a Roma prima, mi abbia fatto scoprire dei luoghi che non conoscevo o vedere con occhi nuovi, diversi quelli dietro casa mia davanti ai quali passo tutti i giorni. Mi ha sorpreso positivamente. Lo stesso vale per la caratterizzazione dei nostri personaggi. Se io avessi pensato a due ragazzi romani di periferia, li avrei descritti in modo completamente diverso da come ha fatto Alicia, ma perché vengo da Roma e conosco la realtà di Roma. Sono abituato a vederli in un certo modo, così come sono abituato a vedere Roma in un certo modo. Lei ha messo la telecamera in luoghi nuovi o in posizioni diverse. La città che vediamo è una periferia mista al centro di Roma con parti di Roma antica e questo modo di vederla e di raccontarla è, secondo me, una novità assoluta rispetto alla cinematografia italiana. È una Roma unica.”

Il Futuro con Rutger Hauer in sala dal 19 settembre

0
Il Futuro con Rutger Hauer in sala dal 19 settembre

il futuroIl Futuro, il film di Alicia Scherson, con Rutger Hauer e Nicolas Vaporidis, coprodotto e distribuito dalla Movimento Film di Mario Mazzarotto sarà in sala dal 19 settembre, dopo essere stato presentato in concorso al Sundance e a Rotterdam.

Il futuro è tratto dal romanzo di Roberto Bolaño “Il Futuro – Un romanzetto lumpen” (Adelphi Editore) ed è il primo ed unico film tratto da un suo romanzo. Scritto dal grande autore cileno durante un soggiorno a Roma, è ambientato nella capitale italiana. È la storia di due fratelli adolescenti (Manuela Martelli e Luigi Ciardo) che, rimasti orfani improvvisamente, si addentrano progressivamente in una vita tra crimine e prostituzione spinti da due piccoli delinquenti (Vaporidis e Alessandro Giallocosta) che si fingono loro amici. La speranza arriva personificata in Maciste (Rutger Hauer), ex stella del cinema, vecchio, cieco e affascinante. Un uomo tutto muscoli e dal cuore grande che sarà in grado di far sentire Bianca al sicuro e farle vedere quella luce di cui la ragazza ha bisogno per affrontare il futuro.

Alicia Scherson, pluripremiata regista cilena, vincitrice nel 2005, con Play, il premio per la migliore regia al Tribeca Film Festival, ha diretto un cast internazionale: Rutger Hauer (Blade Runner, Ladyhawke, La leggenda del santo bevitore), Nicolas Vaporidis (Notte prima degli esami, Come tu mi vuoi, Femmine contro maschi), la cilena Manuela Martelli (già protagonista di Sonetaula di Salvatore Mereu), e il giovane italiano Luigi Ciardo (L’estate di Martino).

Dichiara la regista Alicia Scherson: “Questo film può essere visto come una nuova puntata nella saga di Maciste, dove la ragazza inerme alla fine sarà, come sempre, salvata. Questa volta però la ragazza dovrà trovare la via della salvezza da sola, dovrà abbandonare il suo eroe, scomparire e prepararsi per una nuova avventura. È anche un film sull’Europa moderna, caotica e apocalittica, vista dagli occhi di una famiglia di immigranti che al momento del bisogno non hanno nessuno su cui contare”.

Il Futuro (The future) batte bandiera italiana, non solo perché è stato girato a Roma, ma anche perché, produttivamente, è la prima coproduzione tra Italia (con la Movimento Film di Mario Mazzarotto), Cile, Germania e Spagna.

“Il film è nato da una proposta del produttore cileno che cercava di realizzarlo in Cile, ma fin da subito è stato chiaro che andava girato a Roma, luogo naturale del racconto di Roberto Bolaño –  dichiara il produttore italiano Mario Mazzarottoil film è il primo e l’unico tratto da un racconto di Bolano”. 

Hollywood – prosegue Mazzarotto – ha cercato più volte, senza successo, di accaparrarsi i diritti di qualche romanzo dell’autore cileno, ed è con particolare soddisfazione che grazie alla fiducia che gli eredi di Bolano hanno riposto  nella regista nel cast e in noi produttori abbiamo ottenuto i diritti di “Un romanzetto lumpen” per trasformarlo nella pellicola che ha partecipato al Sundance , al festival di Rotterdam , dove ha ottenuto il premio della critica , ed è stato acquistato da molti paesi europei e americani che lo stanno distribuendo con successo:  Pochi giorni fa il film è stato distribuito a nella grande mela ottenendo un successo di pubblico e critiche lusinghiere  tra cui quella prestigiosa del Village voice

Il film ha avuto in fase di sviluppo il supporto del programma MEDIA della Comunità Europea, ed è realizzata con il sostegno del Ministero dei Beni Culturali, Direzione Generale Cinema, della Regione Lazio e della Roma Lazio Film Commission.”

Il furore della Cina colpisce ancora: trama e cast del film con Bruce Lee

Negli anni Settanta il cinema mondiale venne conquistato dall’Oriente, con una lunghissima serie di film di genere a tema arti marziali. Il più grande esponente di tale filone fu il grande Bruce Lee, il quale con una manciata di film contribuì a diffondere tali arti del combattimento in tutto il mondo. Questi sono Dalla Cina con furore, L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente e I 3 dell’Operazione Drago. Di particolare importanza e rilevanza fu però Il furore della Cina colpisce ancora, film del 1971 diretto da Lo Wei nonché primo titolo ad aver contribuito al successo mondiale di Lee, nonché cult ancora oggi imitato e acclamato.

All’epoca, questo divenne il film prodotto a Hong Kong dal maggior incasso, con oltre 3 milioni e mezzo di dollari. Pur essendo stato realizzato prima di Dalla Cina con furore, questo uscì però in Italia soltanto dopo il film del 1973, venendo dunque spacciato come sequel dell’altro. Ciò spiega la presenza nel titolo dell’espressione “colpisce ancora”. Il film, inoltre, fu particolarmente importante per Lee, che prima dell’uscita di questo si trovava in una situazione economica particolarmente difficile. Grazie a Il furore della Cina colpisce ancora, la sua situazione cambiò drasticamente, portandolo ad essere la leggenda che è ancora oggi.

Il film rese poi altrettanto celebri le arti marziali, dando vita ad un enorme culto manifestatosi attraverso rifacimenti e sequel apocrifi. Nessuno ha però il valore di Il furore della Cina colpisce ancora, che rimane tutt’oggi un esemplare insuperato. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Il furore della Cina colpisce ancora: la trama del film

Protagonista del film è Chang Chao-An, il quale giunto dal suo paesello in città viene accolto cordialmente nella famiglia di Hain e di sua sorella Kyoto Mai. Qui ottiene lavoro in una fabbrica di ghiaccio, potendo così avere il sostentamento economico di cui necessitava. Le cose prendono però per lui una brutta piega quando, casualmente, scopre che nell’interno del ghiaccio si trova della droga da contrabbandare. I direttori dell’industria, decidono di far scomparire due scomodi testimoni, tentando invano di comprare il silenzio di Chang mettendolo a capo dei lavoranti. Egli però si rifiuta, decidendo di schierarsi apertamente contro il proprietario della fabbrica.

Ciò lo porta naturalmente a farsi nemici particolarmente potenti, che non mancheranno di minacciarlo di morte e inviargli contro pericolosi assassini. Tuttavia, Chang è un maestro della lotta e delle arti marziali. Egli deciderà di dimenticare per una volta le promesse fatte dalla vecchia madre, impegnandosi a vendicare sanguinosamente tutti coloro che sono stati uccisi per aver scoperto l’illecito traffico. Tra scontri, combattimenti e tanta violenza, il giovane dimostrerà a tutti quanto egli possa diventare pericoloso, specialmente se si tratta di difendere la giustizia.

Il furore della Cina colpisce ancora cast

Il furore della Cina colpisce ancora: il cast del film

Come anticipato, protagonista del film nei panni di Chang Chao-An è l’attore Bruce Lee. La sua grandezza per questo film fu quella di fornire al personaggio un forte spessore carismatico, evidenziando però come Chang non sia un vero e proprio modello da seguire, mancando di virtù come tolleranza e compassione. Con Chang, però, Lee ebbe modo di diventare estremamente popolare, facendo diventare tali anche le arti marziali. L’attore curò infatti tutte le coreografie dei combattimenti presenti, eseguendo questi in prima persona, in quanto esperto della materia.

Le riprese del film furono però per Lee particolarmente complesse, essendo reduce da un’operazione alla schiena. Sul set Lee andò anche incontro a diversi infortuni, dai quali però si riprese rapidamente. Al di là delle problematiche fisiche, l’attore era insoddisfatto con alcune delle scelte di regia, ma dopo aver visto il risultato si ricredette sulle sue opinioni. Accanto a lui, nel film si ritrovano gli attori Maria Yi nei panni di Chow Mei, la cugina di Cheng, e James Tien nei panni di Hsu Chien, lottatore di strada. Infine, Han Ying-chieh è Hsiao Mi, padrone della fabbrica contro cui si rivolterà Cheng.

Il furore della Cina colpisce ancora: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Il furore della Cina colpisce ancora è infatti disponibile nei cataloghi di Now e Rai Play. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui guardare il titolo. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di venerdì 14 luglio alle ore 21:20 sul canale Rai 4.

Fonte: IMDb

Il fuoco del peccato: la spiegazione del finale del film

Il fuoco del peccato: la spiegazione del finale del film

Con Il fuoco del peccato, il thriller contemporaneo torna a confrontarsi con una figura archetipica del noir: la femme fatale. Il film costruisce una narrazione apparentemente lineare, fatta di desiderio, ossessione e redenzione, ma progressivamente scivola verso una dimensione più ambigua, dove nulla è davvero come sembra. Al centro troviamo Connor (Ray Nicholson) un uomo fragile, segnato dal passato, e Marilyn (Diane Kruger), presenza magnetica e sfuggente che sembra incarnare al tempo stesso vittima e tentazione.

Fin dalle prime sequenze, il film suggerisce una lettura che va oltre la semplice storia d’amore proibita. Il rosso del costume di Marilyn, il paesaggio isolato della costa, la routine ossessiva di Connor: tutto contribuisce a creare un’atmosfera sospesa, quasi irreale. Il finale, in questo senso, non è un semplice colpo di scena, ma la rivelazione di un disegno più ampio, in cui il desiderio diventa uno strumento di controllo e l’amore si trasforma in una trappola mortale.

Dall’illusione romantica alla trappola perfetta: la spiegazione del finale come costruzione manipolatoria orchestrata da Marilyn

La narrazione segue inizialmente il punto di vista di Connor, un uomo ai margini che cerca una seconda possibilità dopo il carcere. L’incontro con Marilyn sembra rappresentare una via di fuga, un’occasione di redenzione attraverso l’amore. Tuttavia, questa relazione si costruisce su una base profondamente instabile: Marilyn è sposata con un uomo violento e introduce Connor in una dinamica in cui il desiderio si intreccia con la violenza.

Quando Connor propone di uccidere il marito, il film compie un primo scarto: ciò che sembrava una storia di salvezza si trasforma in un piano criminale. Ma è proprio qui che emerge il vero meccanismo narrativo. Connor crede di essere l’agente della propria azione, ma in realtà è già intrappolato in un sistema che lo supera.

La notte dell’omicidio è rivelatrice. Il fallimento iniziale di Connor nel compiere l’atto evidenzia la sua inadeguatezza, mentre l’arrivo di Jared introduce un elemento di ambiguità. La sua presenza, apparentemente casuale, suggerisce che il piano non sia così improvvisato come sembra. Quando Connor lo uccide, elimina non solo un testimone, ma anche un possibile indizio della verità.

Il momento decisivo arriva nel finale. Connor, convinto di essere stato manipolato, cerca un confronto con Marilyn, ma viene invece attirato in una trappola. L’intervento della polizia e la sua morte segnano la chiusura del suo arco narrativo, ma non della storia. L’immagine finale di Marilyn e Astrid sullo yacht ribalta completamente la prospettiva: le due donne non sono vittime, ma complici.

La loro relazione, suggellata dal bacio, suggerisce che tutto sia stato orchestrato fin dall’inizio. Connor non era un salvatore, ma uno strumento. Il suo desiderio, la sua fragilità, la sua violenza latente: tutto è stato sfruttato per eliminare il marito e ottenere il controllo totale della ricchezza e del potere.

Il significato profondo di un finale che sovverte il ruolo della vittima

Diane Kruger e Ray Nicholson in Il fuoco del peccato

Il cuore tematico del film risiede nella trasformazione del desiderio in strumento di dominio. Marilyn incarna la figura della femme fatale classica, ma con una variazione significativa: non è solo manipolatrice, ma stratega. Il suo rapporto con Connor non è basato sull’emozione, ma sulla funzione. Lui è utile, quindi viene sedotto; quando smette di esserlo, viene eliminato.

Il film gioca costantemente sulla percezione della vittima. All’inizio, Marilyn appare come una donna intrappolata in un matrimonio abusivo, mentre Connor sembra un uomo in cerca di redenzione. Tuttavia, il finale ribalta questa dinamica: la vera vittima è Connor, mentre Marilyn e Astrid emergono come soggetti attivi, capaci di controllare e manipolare la realtà.

Il tema del controllo è centrale. Connor crede di agire per amore, ma in realtà è guidato da impulsi che non comprende fino in fondo. Marilyn, invece, mantiene sempre il controllo della situazione, orchestrando gli eventi con precisione. Questo crea un contrasto netto tra istinto e razionalità, tra chi subisce il desiderio e chi lo utilizza.

Anche il colore rosso, associato a Marilyn fin dal primo incontro, assume un valore simbolico. È il colore della passione, ma anche del pericolo, del sangue, della morte. La visione finale di Connor, che rivede Marilyn nel suo costume rosso mentre muore, chiude il cerchio simbolico: ciò che all’inizio appariva come attrazione si rivela essere un segnale di pericolo.

Il thriller erotico contemporaneo e la tradizione della femme fatale

Diane Kruger in Il fuoco del peccato

Il film si inserisce chiaramente nella tradizione del thriller erotico, un genere che ha avuto il suo apice negli anni ’80 e anni ’90 con figure femminili ambigue e manipolatrici. Tuttavia, Il fuoco del peccato aggiorna questo modello, rendendolo più freddo e calcolato.

A differenza delle classiche femme fatale, Marilyn non è spinta da passione o vendetta, ma da un obiettivo preciso: il potere. La sua relazione con Astrid introduce inoltre un elemento contemporaneo, che sposta il focus dalla dinamica uomo-donna a una dimensione più complessa, in cui le alleanze e i desideri non seguono schemi tradizionali.

Il film utilizza gli elementi tipici del genere – seduzione, violenza, inganno – ma li riorganizza in una struttura narrativa che privilegia la sorpresa finale. Questo lo avvicina più a un thriller psicologico che a un semplice racconto erotico, mettendo al centro la manipolazione piuttosto che il desiderio.

Anche la figura di Connor riflette questa evoluzione. Non è un protagonista forte e sicuro, ma un uomo vulnerabile, facilmente manipolabile. Questo lo rende più realistico, ma anche più tragico, perché la sua caduta appare inevitabile fin dall’inizio.

Chi manipola davvero chi? Implicazioni finali su inganno, libertà e destino

Ray Nicholson in Il fuoco del peccato

Il finale del film apre a una riflessione più ampia sul concetto di libertà. Connor crede di scegliere, ma ogni sua azione è in realtà prevista e sfruttata da Marilyn. Questo solleva una domanda fondamentale: quanto siamo davvero liberi nelle nostre decisioni, e quanto invece siamo influenzati da forze esterne?

Marilyn e Astrid rappresentano una forma di controllo assoluto. Non solo manipolano gli eventi, ma riescono a costruire una narrazione credibile per tutti gli altri personaggi, inclusa la polizia. Il loro successo finale suggerisce che, in questo mondo, la verità non è ciò che accade, ma ciò che viene percepito.

La morte di Connor non è solo la fine di un personaggio, ma la conclusione di un esperimento. È la dimostrazione che il desiderio può essere utilizzato come arma, che l’amore può diventare una trappola. Il film non offre redenzione, né giustizia: Marilyn e Astrid vincono, e lo fanno senza conseguenze.

In ultima analisi, Il fuoco del peccato è un racconto sulla manipolazione. Non solo quella tra i personaggi, ma anche quella nei confronti dello spettatore, portato a credere in una storia che si rivela falsa. Ed è proprio questa capacità di ribaltare le aspettative a rendere il finale così disturbante: non perché sorprende, ma perché costringe a riconsiderare tutto ciò che si è visto, mettendo in dubbio ogni certezza.

Il fumetto Area 52 sarà presto un film!

0
Il fumetto Area 52 sarà presto un film!

Deadline oggi ha annunciato che la Summit Entertainment ha acquistato i diritti per la realizzazione della trasposizione cinematografica della miniserie a fumetti Area 52, pubblicata nel 2001 dalla Image Comics.

Il full trailer italiano di Immortals!

0

A due settimane dall’uscita italiana, o1 Distribution ha finalmente diffuso il full trailer italiano di “Immortals”, il nuovo film a sfondo mitologico di Tarsem Singh.

La pellicola, ambientata in Grecia e visivamente vicina all’estremo 300 di Zack Snyder, racconta le imprese dell’eroe Teseo e della sacerdotessa Phaedra, impegnati a scongiurare una terribile guerra fra gli Dei dell’Olimpo e i temibili Titani.

Attesa nuova prova del futuro Superman Henry Cavill, “Immortals” uscirà al cinema l’11 novembre 2011 in 3D.

 

Il fuggitivo: trama, cast e curiosità sul film con Harrison Ford

Il fuggitivo: trama, cast e curiosità sul film con Harrison Ford

Sin dalla sua uscita indicato come uno dei migliori thriller di sempre, Il fuggitivo ha negli anni accresciuto la propria fama, merito di una trama intricata e tesa, grandi interpretazioni e un montaggio a dir poco serrato che tiene con il fiato sospeso fino alla fine. Il film è stato diretto nel 1993 da Andrew Davis, specialista in film d’azione e polizieschi, noto per grandi successi come Trappola in alto mare, Reazione a catena e Danni collaterali. Al centro della vicenda da lui qui trattata vi è un caso d’omicidio, di cui il principale sospettato risulta essere proprio il marito della donna uccisa. Tra depistaggi e complotti, si snoda così un film a dir poco esemplare.

La storia in questione, benché scritta di proprio pugno da Jeb Stuart e David Twohy, si basa sulla serie televisiva Il fuggiasco, andata in onda tra il 1963 e il 1967. Questa, in realtà, prendeva a sua volta ispirazione da un caso di cronaca realmente accaduto nel 1954. Si tratta dell’omicidio di Marilyn Sheppard, avvenuto nell’Ohio, e di cui il principale accusato fu proprio marito di lei. Un caso divenuto eclatante al punto da attirare in più occasioni l’attenzione dei produttori di Hollywood. Il fuggitivo, in particolare, raccolse da subito ampi consensi di critica e pubblico, arrivando ad un guadagno di circa 368 milioni di dollari a fronte di un budget di appena 44.

Con ben sette nomination ai premi Oscar, tra cui quella per il miglior film, Il fuggitivo si affermò così come uno dei grandi titoli del suo anno, e del decennio. Ancora oggi regala non pochi brividi e grande intrattenimento a quanti si cimentano nella visione. Prima di intraprendere questa, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a tale titolo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e a molto altro. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Il fuggitivo film

La trama di Il fuggitivo

Protagonista del film è il chirurgo di fama nazionale Richard Kimble, il quale tornato a casa dopo un’intensa giornata di lavoro trova sua moglie Helen ferita a morte da un uomo con un braccio solo. Incapace di regire, Kimble si ritrova improvvisamente ad essere il principale sospettato di tale omicidio. A suo sfavore depongono la scomparsa del vero assassino, la mancanza di prove dell’irruzione in casa e una lucrosa polizza assicurativa sulla vita della moglie. Condannato alla pena capitale, Kimble riesce però a fuggire, divenendo a tutti gli effetti un ricercato. Sulle sue tracce si pone l’esperto Sam Gerard, il quale con la sua squadra intraprende una vera e propria caccia all’uomo. Kimble si trova così a dover sfuggire dalla polizia e dimostrare di non essere il vero omicida, sventando il complotto nei suoi confronti.

Il cast del film

Il celebre Harrison Ford è risultato essere la scelta perfetta per il ruolo del chirurgo Richard Kimble. Originariamente, però, per tale personaggio si era però pensato ad attori come Alec Baldwin, Kevin Costner e Michael Douglas. Fu però solo grazie all’interessamento di Ford che il film riuscì a prendere vita, e pertanto egli ottenne il ruolo del protagonista. Per prepararsi a questo, egli si consultò anche con diversi chirurghi, così da apprendere quanto necessario sul loro mestiere. Dar vita a Kimble non fu però affatto semplice. Durante una delle prime scene, l’attore si infortunò ai legamenti di una gamba, con la conseguenza di una difficoltà nei movimenti. Ford, però, rifiutò di sottoporsi a delle cure, convinto che tale difetto avrebbe reso più vulnerabile e credibile la sua interpretazione del personaggio.

Accanto a lui, nel ruolo del detective Samuel Gerard vi è invece l’attore Tommy Lee Jones. Attratto dal personaggio, questi non era però soddisfatto di alcune sue battute o azioni, e decise pertanto di improvvisare diverse scene. La sua performance, infine, lo portò a vincere il premio Oscar per il miglior attore non protagonista. L’attore Jeroen Krabbé è presente nei panni del dottor Charles Nichols. Tale ruolo fu da lui assunto soltanto all’ultimo, poiché l’attore inizialmente scelto per la parte dovette rinunciarvi a causa di una malattia. L’attrice Julianne Moore, interprete della dottoressa Anne Eastman, aveva originariamente un ruolo molto maggiore all’interno del film, ma diverse sue scene vennero tagliate in fase di montaggio. Andreas Katsulas, infine, è Frederick Sykes, il misterioso uomo senza un braccio.

Il fuggitivo cast

Lo spin-off con Tommy Lee Jones

Dato il grande successo del film, nel 1998 venne realizzato non un sequel bensì uno spin-off. Intitolato U.S. Marshals – Caccia senza tregua, questo riprende lo schema narrativo di Il fuggitivo, ma l’azione è qui raccontata dal punto di vista dell’agente Sam Gerard, interpretato nuovamente da Jones. In questo caso, il nuovo fuggitivo è interpretato dall’attore Wesley Snipes, celebre per la trilogia di Blade. Tale pellicola si affermò come un buon successo, senza però arrivare ai risultati del film originale. Si tratta ad ogni modo di un’affascinante esplorazione del contesto narrativo già presentato nel film del 1993, con un ribaltamento di prospettiva ancora oggi esemplare.

Il trailer di Il fuggitivo e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di Il fuggitivo grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Chili Cinema, Google Play, Netflix e Amazon Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di sabato 28 gennaio alle ore 21:00 sul canale Iris.

Fonte: IMDb

Il fuggitivo: la spiegazione del finale del film

Il fuggitivo: la spiegazione del finale del film

Uscito nel 1993, Il fuggitivo è uno dei thriller più emblematici del cinema americano degli anni ’90, capace di coniugare tensione narrativa, ritmo incalzante e profondità psicologica in un’opera dallo stile asciutto ma coinvolgente. Diretto da Andrew Davis, il film si inserisce in un filone molto prolifico per il genere, caratterizzato da storie di uomini comuni coinvolti in ingranaggi più grandi di loro, e lo fa distinguendosi per l’abilità nel costruire un racconto che alterna azione, mistero e dramma personale con grande equilibrio. La trama, ispirata all’omonima serie televisiva degli anni ’60, è diventata un riferimento del genere, anche grazie a una messa in scena tesa e credibile, e a un’interpretazione memorabile del protagonista.

Per Harrison Ford, Il fuggitivo rappresenta una tappa fondamentale della sua carriera, confermandolo non solo come star dei blockbuster d’azione e delle saghe hollywoodiane (da Indiana Jones a Star Wars), ma anche come interprete credibile e intenso in ruoli più drammatici. Nel film veste i panni del dottor Richard Kimble, un chirurgo ingiustamente accusato dell’omicidio della moglie, che riesce a fuggire durante un trasferimento in prigione e si lancia in una corsa contro il tempo per provare la propria innocenza. Il personaggio di Kimble è l’archetipo dell’uomo giusto costretto alla fuga, e Ford gli dà corpo con una performance misurata, empatica e piena di tensione interiore.

Il film fu un successo clamoroso al botteghino, incassando oltre 350 milioni di dollari a livello globale, e ottenne sette nomination agli Oscar, vincendo quello per il miglior attore non protagonista grazie all’interpretazione di Tommy Lee Jones nei panni del tenace agente federale Samuel Gerard. Ma Il fuggitivo è ricordato anche per il suo finale teso e risolutivo, che chiude il cerchio narrativo con efficacia. Nei prossimi paragrafi, analizzeremo nel dettaglio proprio questa parte del film e il suo significato.

Il fuggitivo film

La trama di Il fuggitivo

Protagonista del film è il chirurgo di fama nazionale Richard Kimble, il quale tornato a casa dopo un’intensa giornata di lavoro trova sua moglie Helen ferita a morte da un uomo con un braccio solo. Incapace di regire, Kimble si ritrova improvvisamente ad essere il principale sospettato di tale omicidio. A suo sfavore depongono la scomparsa del vero assassino, la mancanza di prove dell’irruzione in casa e una lucrosa polizza assicurativa sulla vita della moglie. Condannato alla pena capitale, Kimble riesce però a fuggire, divenendo a tutti gli effetti un ricercato.

Sulle sue tracce si pone l’esperto Sam Gerard, il quale con la sua squadra intraprende una vera e propria caccia all’uomo. Kimble si trova così a dover sfuggire dalla polizia e dimostrare di non essere il vero omicida, sventando il complotto nei suoi confronti. Riuscirci non sarà facile, ma grazie alle sue conoscenze e alla volontà di scoprire chi ha organizzato tutto questo contro di lui, Kimble si dimostrerà risoluto e determinato, anche quando le sue ricerche lo porteranno a far emergere verità in cui non avrebbe mai creduto di imbattersi.

La spiegazione del finale del film

Nel terzo atto de Il fuggitivo, la narrazione entra dunque nel vivo della sua risoluzione quando il dottor Kimble, dopo una lunga fuga, riesce a ricollegare tutti gli indizi che ha raccolto fino a quel momento. La sua ricerca della verità lo conduce a scoprire che l’omicidio della moglie non è stato un crimine passionale o casuale, ma l’esito di un complotto più ampio legato a una casa farmaceutica. Kimble riesce a dimostrare che la vera causa del delitto è da ricercare in un farmaco sperimentale, il Provasic, approvato nonostante effetti collaterali gravi.

Il fuggitivo cast

L’azienda, con la complicità di un medico amico di Kimble, il dottor Charles Nichols, ha orchestrato tutto per proteggere i propri interessi economici. La verità viene dunque a galla durante una grande conferenza pubblica a Chicago, dove Kimble irrompe per affrontare Nichols. Con l’aiuto di documenti e testimonianze raccolte nel corso del film, smaschera il collega di fronte alla comunità scientifica. Parallelamente, l’agente federale Sam Gerard, inizialmente determinato a catturare Kimble come un fuggitivo pericoloso, comincia a mettere in dubbio la versione ufficiale e a osservare con attenzione il comportamento dell’uomo.

Quando le prove contro Nichols diventano inconfutabili, Gerard capisce che Kimble è innocente e lo aiuta a chiudere il cerchio. Il finale del film si svolge dunque in un momento di alta tensione all’interno dell’hotel dove si tiene la conferenza. Dopo un inseguimento tra Kimble e Nichols, quest’ultimo viene arrestato proprio da Gerard, che ormai ha compreso la verità. Kimble, invece, esce finalmente dalla condizione di uomo in fuga: la sua innocenza è ristabilita, e il sistema che lo aveva condannato ingiustamente è costretto a fare i conti con i propri errori. Il gesto di Gerard, che rimuove le manette a Kimble e lo accompagna fuori in silenzio, è un segno di rispetto e redenzione.

La risoluzione del mistero non solo porta quindi giustizia alla vicenda, ma conferma il tema centrale del film: la tenacia di un uomo che, nonostante sia braccato e tradito, non rinuncia a cercare la verità. Kimble riesce a smascherare un’intera struttura corrotta, usando intelligenza, coraggio e integrità morale. Il finale di Il fuggitivo è quindi tanto un epilogo narrativo quanto una dichiarazione etica: in un mondo complesso e ambiguo, la verità può ancora emergere, e l’innocenza può ancora essere salvata.

Il frutto della tarda estate, la recensione del film di Erige Sehiri

0

Il fico settembrino o fico tardivo nasce da un albero la cui storia gli attribuisce miti e leggende. In India e in Grecia è considerato un albero sacro con le sue foglie a pianta larga utilizzate da Adamo ed Eva per coprirsi. All’albero dei fichi è affezionata la cultura romana in quanto il cesto contenente Romolo e Remo si sarebbe arenato proprio sulle fronde di un albero di fico. Il frutto della tarda estate di Erige Sehiri utilizza il fico per la rappresentazione moderna del lavoro nei campi di questa ragazze adolescenti e donne in Tunisia.

Le protagoniste sono Malek, Fidé, Sana e Mariem: quattro ragazze adolescenti che lavorano durante l’estate in questo campo di alberi di fico. La loro giornata è scandita dai ritmi della raccolta ma Il frutto della tarda estate sottolinea alcuni tratti moderni di queste quattro adolescenti che flirtano, comandano e sognano in grande. L’albero di fico è rappresentazione metaforica della fine dell’estate, degli amori estivi che stanno per essere colti dagli alberi e dell’imminente ritorno a scuola, alla quotidianità. Il film di Erige Seheri sarà al cinema dal 23 marzo.

Il frutto della tarda estate film

Il frutto della tarda estate, la recensione

Il sole non è ancora sorto ma Il frutto della tarda estate è già maturo. Malek, Fidé, Sana e Mariem insieme ad altre donne più anziane salgono su un furgone che le porterà a lavoro. Una lunga giornata a raccogliere fichi le aspetta insieme ad altri giovani ragazzi adolescenti. Il film della durata di un’ora e 30 minuti porta sul grande scherma la rappresentazione di una giornata lavorativa di questo gruppo di adolescenti che sono costretti a lavorare durante le vacanze per pagarsi da vivere. Durante questa giornata, la regista Erige Sehiri racconta anche cosa si cela dietro i loro veli, le loro paure e insicurezze che le rendono uguali a ogni altro adolescente al mondo.

Principalmente nel film vediamo una doppia rappresentazione della figura femminile. Le giovani adolescenti sono più risolute, più testarde, meno accondiscendenti e meno sottomesse. Litigano, flirtano, contrattano per ricevere il giusto pagamento dopo una giornata di lavoro. Dall’altra, invece, ci sono le donne più anziane della comunità. Loro hanno vissuto una vita diversa: lavorano senza sosta ma non rinunciano alla loro indipendenza, una volta rimaste vedove, per una società che le vorrebbe a lavorare tra le mura di casa, loro scelgono Il frutto della tarda estate.

Le dinamiche sentimentali interne a Il frutto della tarda estate si intrecciano come i rami degli alberi di fico. Marek e Abdou sono innamorati, vorrebbero iniziare a vivere la loro vita insieme ma il passato e la famiglia di lui sono il vero ostacolo. Parallelamente Sana, a differenze delle sue coetanee, non vuole abbandonare la tradizione e il mondo in cui vive e cerca in Firas, quell’amore antico, mentre lui però è evidente che cerca di distaccarsi il più possibile. Fidé invece non ha un interesse amoroso specifico però è davvero capace a dare fastidio. A differenza delle altre ragazze non indossa il velo dall’inizio del film e flirta con i ragazzi più grandi al frutteto. Le donne più anziane intonano canti verso quegli amori ormai trascorsi e anche per amori mai vissuti.

Il frutto della tarda estate

Un racconto lasciato alla terra

Il frutto della tarda estate è il primo film di Erige Sehiri alla regia. Prima di lanciarsi in questo debutto cinematografico aveva realizzato il documentario Railway Men nel 2018. In questo film di esordio la regista mette al centro le protagonisti femminili come simbolo di una nuova modernità. Il distacco generazionale con le donne più anziane è netto ed evidente. Gli sguardi delle giovani adolescenti sono dritti davanti la telecamera, sfidando il loro interlocutore, a differenze delle controparti più anziane che si rifugiano in racconti del passato.

Interessante come la narrazione di Il frutto della tarda estate sia lasciata completamente alla terra, agli spazi aperti. L’unica volta che vediamo le protagoniste all’interno è sul finale, quando lontane dagli occhi indiscreti sono libere di togliersi il velo, truccarsi, pettinarsi. Una tradizione occidentale alla quale anche le ragazze più giovani si sono ormai abituate per sentirsi libere davvero. Intonando canzoni scabrose sulle suocere, le mamme dei futuri mariti, scandendo bene le parole e promettendo di non essere come loro. Per il resto del film siamo solo concentrati sugli alberi, sui luoghi di questo frutteto che racchiuderanno per sempre la crescita, le lacrime, i primi amori di queste giovani donne. Il film si muove lento dall’alba al tramonto in quella che è la monotonia che accompagna le ultime giornate estive scandite dall’inizio impercettibile del sole che tramonta sempre un po’ prima.

Momenti di spensieratezza ma allo stesso tempo di grossa fatica e sfruttamento. A questo si aggiungono anche le liti adolescenziali per attirare le attenzioni dei ragazzi, dimenticandosi per un attimo dove si trovano e perché sono lì.  Invece, lo spettatore sta a guardare assorto la raccolta di questi fichi dagli alberi, la cura con cui si dispongono nelle vaschette ricoperte dalle foglie degli alberi. Il frutto della tarda estate riesce a riunire due generazioni a confronto senza però metterle in contrasto. Gli unici contrasti sono quelli che vivono Malek, Fidé, Sana e Mariem ma appena la giornata è finita basta un po’ di musica a riportare l’allegria. Il frutto della tarda estate mette a nudo una società maschilista che però è in continua evoluzione. Sempre più giovani donne, come quelle ritratte nel film cercano di evadere e non soccombere.

Il franchise Fast & Furious tornerà nel 2027, ma non sarà Fast 11

0

La Universal sta riportando Fast & Furious alla ribalta, ma non con un nuovo film. Dal suo lancio nel 2001, il franchise è passato dall’essere un thriller poliziesco sulle corse clandestine a uno dei fenomeni globali più affidabili della Universal Pictures, con dieci film, uno spin-off, attrazioni nei parchi a tema e progetti animati. Mentre il futuro di Fast 11 continua a prendere forma dietro le quinte, la Universal è chiaramente impegnata ad espandere il franchise in altri settori, a partire da una nuova grande attrazione adrenalinica prevista per il 2027.

Universal Orlando Resorts ha annunciato che il franchise Fast & Furious si espanderà nel 2027 con una nuovissima attrazione a forma di montagne russe ad alta velocità che debutterà agli Universal Studios Florida. Fast & Furious: Hollywood Drift è un’attrazione all’aperto che sostituisce Hollywood Rip Ride Rockit, con drift a 360 gradi, un picco verticale di 170 piedi e un’esperienza ad alta velocità ispirata ai film.

Secondo Universal, “Fast & Furious: Hollywood Drift metterà gli ospiti al posto di guida delle emozioni ad alta velocità dell’universo Fast & Furious della Universal Pictures come mai prima d’ora. I passeggeri proveranno l’ebbrezza di una deriva a 360 gradi mentre sfrecciano attraverso manovre mozzafiato, tra cui un picco verticale di 170 piedi che li porterà a quasi 17 piani di altezza sopra la periferia dell’Universal CityWalk“.

L’apertura di Fast & Furious: Hollywood Drift significa che l’attuale attrazione Fast & Furious: Supercharged chiuderà definitivamente nel 2027 agli Universal Studios Florida. Supercharged è rimasta in funzione per dieci anni agli Universal Studios Hollywood e ha chiuso nel marzo 2025. Oltre all’installazione in Florida, anche gli Universal Studios Hollywood inaugureranno entro la fine dell’anno le loro esclusive montagne russe all’aperto Fast & Furious: Hollywood Drift.

La nuova attrazione sottolinea come Universal continui a considerare Fast & Furious un franchise fondamentale a lungo termine, anche se il suo futuro cinematografico rimane incerto. Nel corso degli anni, il franchise si è evoluto ben oltre la sua premessa originale, trasformandosi in una saga d’azione di portata mondiale famosa per le sue acrobazie sempre più spettacolari, ma irrealistiche, e per la popolarità duratura del suo cast.

Tuttavia, sono proprio questa adattabilità e lo spettacolo sempre più coinvolgente che hanno permesso al franchise di rimanere culturalmente rilevante per più di due decenni, rendendolo perfetto per un’espansione su larga scala nei parchi a tema. Hollywood Drift riflette anche la strategia più ampia della Universal di puntare su montagne russe adrenaliniche legate a proprietà intellettuali riconoscibili. Negli ultimi anni, attrazioni come Jurassic World VelociCoaster e Hagrid’s Magical Creatures Motorbike Adventure hanno ridefinito ciò che gli ospiti si aspettano dalle giostre basate su franchise, combinando una tecnologia all’avanguardia con un tema coinvolgente.

LEGGI ANCHE: Fast 11: Cast, trama e tutto quello che sappiamo sul film Fast & Furious

Il franchise di Star Wars ha trovato il suo “nuovo” Andor!

Il franchise di Star Wars ha trovato il suo “nuovo” Andor!

Dopo l’impatto di Andor, molti spettatori si sono chiesti se Star Wars sarebbe mai riuscito a replicare un livello simile di maturità narrativa. La risposta potrebbe essere arrivata più velocemente del previsto con Star Wars: Maul – Shadow Lord, una serie che, già dai primi episodi, dimostra di voler raccogliere quell’eredità e portarla in una direzione nuova.

Non si tratta solo di qualità, ma di approccio. Dove Andor aveva ridefinito cosa poteva essere Star Wars, Maul – Shadow Lord sembra voler dimostrare che quella non era un’eccezione, ma un possibile futuro per l’intero franchise.

Un racconto più oscuro e continuo: l’evoluzione del formato Star Wars

ANDOR
Cassian Andor (Diego Luna) in Lucasfilm’s ANDOR, exclusively on Disney+. ©2022 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.

Uno degli elementi che aveva reso Cassian Andor e la sua storia così rivoluzionari era il rifiuto della struttura episodica tradizionale. Niente più avventure autoconclusive: Andor costruiva un racconto seriale, stratificato, politico.

Maul – Shadow Lord riprende esattamente questa impostazione. La storia di Darth Maul non è una sequenza di missioni, ma un arco narrativo continuo fatto di vendetta, ascesa criminale e ridefinizione identitaria. Ogni episodio è un tassello di un disegno più ampio, non un capitolo isolato.

Anche il tono segna una rottura netta. Se per decenni Star Wars ha mantenuto un equilibrio tra avventura e accessibilità familiare, qui la narrazione si fa più cupa, più violenta, più ambigua. Le azioni di Maul—omicidi, manipolazioni, strategie di potere—non vengono edulcorate, ma mostrate per ciò che sono.

Dal mito alla realtà: il trattamento “Andor” applicato al Lato Oscuro

Ciò che rende davvero interessante il confronto è il modo in cui Maul – Shadow Lord applica il cosiddetto “metodo Andor” a un’area completamente diversa della saga.

Andor aveva reso la Ribellione e l’Impero più realistici, mostrando le dinamiche politiche, le contraddizioni interne e la brutalità sistemica del potere incarnato da figure come Mon Mothma.

Maul – Shadow Lord fa lo stesso, ma con la Forza e con la filosofia che divide Jedi e Sith. La serie introduce una lettura più complessa e meno mitizzata: i Jedi non sono più semplicemente guardiani della pace, ma un ordine che può essere percepito come rigido, quasi dogmatico. I Sith, allo stesso modo, non sono solo incarnazioni del male, ma portatori di una visione alternativa, spesso distorta ma coerente.

In questo contesto, Maul diventa una figura liminale: non più semplice villain, ma prodotto di un sistema, di un addestramento e di un trauma che la serie cerca di esplorare con maggiore profondità.

LEGGI ANCHE – Star Wars: Maul – Shadow Lord: un sopravvissuto all’Ordine 66 introduce una nuova specie aliena nel canone

Un crime thriller filosofico dentro Star Wars

Se Andor era un thriller politico, Maul – Shadow Lord si configura come un crime drama con forti venature filosofiche. L’ascesa di Maul nel mondo criminale non è solo una questione di potere, ma anche di identità.

Privato del suo maestro e del suo ruolo originario, Maul deve ridefinire se stesso. Non è più un apprendista Sith, ma non è nemmeno qualcosa di completamente diverso. Questa ambiguità si riflette nella struttura della serie, che alterna momenti di azione a riflessioni più profonde sul significato della Forza, del controllo e della libertà.

È qui che la serie trova la sua specificità: non si limita a raccontare una storia oscura, ma cerca di interrogare le fondamenta ideologiche dell’universo di Star Wars.

LEGGI ANCHE – Star Wars: Maul – Shadow Lord riscrive il significato di La Minaccia Fantasma in modo circolare

Dopo anni difficili, una possibile via d’uscita per Star Wars

Negli ultimi anni, Star Wars ha attraversato una fase complessa. Film come Star Wars: Gli ultimi Jedi hanno diviso il pubblico, mentre Star Wars: L’ascesa di Skywalker ha faticato a trovare consenso. Anche sul fronte televisivo, progetti come The Mandalorian hanno avuto un impatto altalenante nelle stagioni più recenti.

In questo contesto, il successo di Andor e l’ottima accoglienza iniziale di Maul – Shadow Lord suggeriscono una direzione chiara: il pubblico è pronto—e forse desidera—uno Star Wars più adulto, più complesso, meno vincolato a formule consolidate. Non si tratta di sostituire completamente il lato più avventuroso e familiare della saga, ma di affiancarlo con prodotti che esplorino nuove tonalità narrative.

Star Wars: Maul - Shadow LordUn futuro più maturo per la saga?

La vera domanda, a questo punto, non è se Maul – Shadow Lord sia all’altezza di Andor, ma cosa rappresentano insieme. Entrambe le serie dimostrano che Star Wars può evolversi senza perdere la propria identità, anzi rafforzandola attraverso una maggiore profondità.

Se Lucasfilm e Disney decideranno di investire in questa direzione, il franchise potrebbe uscire definitivamente da una fase di incertezza creativa. Ma se queste esperienze resteranno isolate, il rischio è di tornare a un modello che ha già mostrato i suoi limiti.

Maul – Shadow Lord, in questo senso, non è solo una serie riuscita: è un test. E, almeno per ora, sembra aver dimostrato che il futuro di Star Wars potrebbe essere molto più adulto, stratificato e interessante di quanto visto finora.

Il fotografo del duce, al via le riprese del film prodotto da Luce Cinecittà

0

Sono iniziate negli Studi di Cinecittà le riprese de Il fotografo del duce, il nuovo film di Tony Saccucci, prodotto e distribuito da Luce Cinecittà. Saccucci torna sul set, dopo il caso mediatico del suo debutto ‘Il pugile del duce’, e il successivo ‘La prima donna’ premiato con il Nastro d’argento, con una nuova indagine di memoria storica e recupero di un personaggio straordinario. Protagonista de Il fotografo del duce è Adolfo Porry-Pastorel, fotografo, giornalista, padre dei fotoreporter italiani, progenitore dei ‘paparazzi’.

Classe 1888, pioniere di un nuovo linguaggio, geniale ideatore di trovate pubblicitarie, fondatore ad appena 20 anni dell’agenzia V.E.D.O. – Visioni Editoriali Diffuse Ovunque, capace di trovarsi con la sua macchina fotografica al posto giusto nel momento giusto prima dei concorrenti, autore di clamorosi scoop, negli anni ’10 Porry è già un numero uno della fotografia di cronaca e attualità. Tra le due guerre riesce a passare grazie al suo talento e ubiquità per ‘il fotografo di Mussolini’, e contemporaneamente per un fastidioso scrutatore del regime (celeberrimo lo scambio di battute tra i due: ‘Sempre il solito fotografo’ – ‘Sempre il solito Presidente del Consiglio’). Ha accesso alle stanze più intime del capo del regime ed è attenzionato dalla censura fascista. Milioni di lettori grazie alle sue foto hanno la cronaca viva di grandi eventi storici e politici (primo tra tutti l’arresto di Mussolini del 1915, la Marcia su Roma, il ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti), del costume, del tempo libero, le nuove abitudini degli italiani.

Il film di Saccucci racconta, tra riprese originali e filmati di repertorio e fotografie dell’Archivio Luce – nell’anno che celebra il centenario della fondazione del Luce – un personaggio che è riuscito a raccontare il dietro le quinte del potere, la belle époque, il ventennio fascista e il dramma, vissuto personalmente, della seconda guerra mondiale. Un ‘occhio del secolo’ rapidissimo e unico.

‘Porry-Pastorel è un gigante della fotografia e un fiore all’occhiello del nostro Archivio’ – commenta Enrico Bufalini, Direttore Cinema e Documentaristica di Luce Cinecittà. ‘Proprio pochi anni fa durante la digitalizzazione del suo fondo è stato rinvenuto l’originale della celebre immagine dell’arresto di Mussolini del 1915, un ritrovamento che ha impreziosito il nostro patrimonio. Siamo fieri che un film interamente prodotto dal Luce, diretto da un autore di talento e passione storica come Saccucci, valorizzi questo grande artista e con lui l’Archivio Luce, che sa sempre sorprenderci con i suoi tesori’.

A interpretare Porry-Pastorel è Michele Eburnea (‘Il sol dell’avvenire’, ‘ ‘Esterno notte’), giovane talento segnalato di recente dai David di Donatello come David Rivelazione Italiana. Il fotografo del duce è una produzione e una distribuzione Luce Cinecittà.

Scritto dal regista Tony Saccucci con Vania Colasanti e Flaminia Padua. Il montaggio è affidato a Patrizia Penzo, la direzione della fotografia è di Filippo Genovese, le musiche originali di Alessandro Gwis e Riccardo Manzi. La produzione esecutiva è di Maura Cosenza. Le riprese si svolgono negli Studi di Cinecittà, il materiale di repertorio è dell’Archivio Luce Cinecittà.

Il fornaio: la spiegazione del finale del film

Il fornaio: la spiegazione del finale del film

Il fornaio, un film drammatico d’azione, racconta la storia di un uomo anziano apparentemente normale, il cui momentaneo lavoro di babysitter con la nipote si trasforma in una ricerca letale dopo la misteriosa scomparsa del figlio. Il proprietario della pasticceria Pappi’s Bake Shop, solitamente conosciuto come Pappi stesso, si trova in difficoltà dopo che il figlio lontano, Peter, gli lascia la figlia, Delphi, per occuparsi di alcuni suoi loschi affari. Quando Peter non torna dalla figlia, la strana coppia nonno-nipote si imbarca nell’avventura della vita.

Con una flotta di gangster alle spalle e un pericoloso signore della droga che vuole il sangue di Pappi, il panettiere deve rinfrescare alcune delle sue vecchie abilità per garantire la sicurezza della sua famiglia. Il film, ricco di azione e di dinamiche familiari avvincenti, anche se complicate, è un’avvincente storia sull’improbabile legame tra un vecchio perennemente scontroso e una giovane bambina mite ma spontanea. Per questo motivo, gli spettatori possono ben essere curiosi di vedere dove porterà questa bizzarra avventura.

La trama di Il fornaio

Per Peter, proprietario di una piccola compagnia di limousine, il viaggio verso l’aeroporto doveva essere un semplice pick-up. Tuttavia, dopo che un ritardo rimanda l’uomo al parcheggio sotterraneo, assiste a una scena incredibile. Mentre l’autista si nasconde nell’ombra, nel parcheggio avviene una consegna di droga, interrotta da una banda rivale. Di conseguenza, le due bande si uccidono a vicenda, lasciando incustodito un borsone pieno di droga, di cui Peter può approfittare. In una frazione di secondo, l’uomo prende una decisione. Di conseguenza, dopo aver rubato il borsone, scappa dalla città con la figlia piccola.

Il padre e la figlia arrivano alla pasticceria Pappi (Ron Perlman), di proprietà del padre di Peter. Anche se i due non sono in contatto da anni e Pappi ignora completamente l’esistenza di sua nipote Delphi, Peter lo convince a prendersi cura della ragazza. Con la promessa di un ritorno sicuro dopo una telefonata sospetta sullo spostamento della sua “scorta”, Peter torna a casa sua per un lucroso scambio con il suo spacciatore, Milky. Tuttavia, un destino diverso lo attende a casa sotto forma di uomini armati che lavorano per il Mercante, un temuto signore della droga locale.

Emma Ho e Ron Perlman in Il fornaio
Emma Ho e Ron Perlman in Il fornaio

Sebbene Peter tenti di restituirgli la droga in cambio della sua vita, ben presto si rende conto che Delphi ha scambiato il contenuto del borsone con il suo zaino scolastico in preda alla rabbia. Quando i gangster se ne accorgono, picchiano Peter. L’uomo riesce a telefonare a Pappi come ultima risorsa per chiedergli di prendersi cura di sua figlia, prima che il panettiere senta degli spari dall’altra linea del telefono. Di conseguenza, dopo un giorno di inizio difficile con la ragazza che ricorda tanto a Pappi il suo bambino, il fornaio arriva alla stazione di polizia con Dephi per sporgere denuncia.

Tuttavia, la stessa non porta a nessuna soluzione, poiché Pappi conosce a malapena la vita di Peter per presentare una denuncia coesa. Di conseguenza, prende in mano la situazione e inizia un’indagine privata. Non avendo nessun altro che si occupi della piccola Delphi, il cui trauma passato l’ha resa selettivamente muta, il fornaio la lascia venire con sé. Il duo compie alcuni viaggi e scopre che le bustine rosa contenute nella borsa di Delfi sono una droga molto ricercata nota come Nova o Rosa. A sua volta, la notizia di un vecchio ma abile combattente alla ricerca del figlio giunge al Mercante, che lo costringe a fare pressione sul suo braccio destro, Victor, affinché risolva il problema di Peter.

Nel frattempo, Pappi e Delphi, che avevano iniziato la loro conoscenza in guardia, cominciano a scaldarsi l’uno con l’altro. Dopo alcuni incontri più violenti con spacciatori e simili, Pappi arriva in un club che ha legami con il famigerato Mercante, responsabile della scomparsa del figlio. Tuttavia, all’interno del locale, la sfortuna lo attende dopo che un alterco con lo scagnozzo del boss lascia a Pappi la consapevolezza della fatale scomparsa del figlio. La notizia è ancora più pesante per Delphi, che è distrutta per aver perso ogni speranza di ricongiungersi al padre. Ciononostante, Pappi conforta la bambina. Il giorno dopo, i due lasciano l’albergo per tornare alle loro vite.

Tuttavia, gli uomini del Mercante, attirati da una redditizia taglia sulla testa di Pappi, tendono loro un’imboscata, dando vita a una lotta che lascia il fornaio gravemente ferito. Sebbene la prontezza di riflessi di Delphi permetta a Pappi di ricevere i soccorsi di cui ha bisogno, i loro inseguitori rintracciano il duo anche in ospedale. Dopo essere scampato a un’altra esperienza di quasi morte, Pappi decide di porre fine ai giochi del Mercante e organizza un incontro con Victor.

Ron Perlman in Il fornaio
Ron Perlman in Il fornaio

Il finale di Il fornaio

Anche se Pappi ha sentito il rumore degli spari durante l’ultima telefonata con Peter, l’anziano si è aggrappato alla speranza che suo figlio potesse essere ancora vivo. Allo stesso modo, disse alla bambina di gestire le sue aspettative senza schiacciare il suo spirito. Tuttavia, la speranza di Pappi si azzera quando riceve la conferma della morte di Peter da qualcuno che sostiene di averlo seppellito. Pappi sperava che il Mercante avesse tenuto in vita il figlio per usarlo come riscatto. Tuttavia, sapeva quanto fosse improbabile un simile scenario. Pertanto, quando gli scagnozzi del gangster confermano la morte di Pietro, il fornaio non ha motivo di mettere in dubbio la sua onestà.

Tuttavia, la stessa cosa non segna l’uscita del nonno-nipote dal mondo criminale. Il Mercante è ancora alla ricerca della droga Nova, deciso a procurarsi i beni perduti. Per lo stesso motivo, Victor si rifiuta di mollare la presa e continua a mandare aggressori contro Pappi. Dopo l’attentato all’ospedale, Pappi compie una scelta difficile e decide di portare a termine la missione. Di conseguenza, usa il telefono di uno degli scagnozzi di Victor per organizzare un incontro con l’uomo e lo prende prontamente in ostaggio. La narrazione mantiene una certa distanza dal passato di Pappi, evitando di rivelare la maggior parte dei dettagli.

Tuttavia, i flashback e i commenti di circostanza rendono evidente che il panettiere nasconde un passato raccapricciante che gli procura ancora incubi di routine. Di conseguenza, Pappi ha anche le capacità per sostenere il suo passato faticoso e misterioso, come testimoniano i suoi precedenti alterchi. Per questo motivo, riesce a rapire facilmente Victor e lo costringe a guidare fino al luogo in cui ha seppellito il figlio del fornaio. Una volta che Victor, Pappi e Delphi arrivano all’ingresso del fitto bosco minaccioso dove il gangster conferma che si trova il corpo di Peter, Pappi lascia il nipote in macchina per risolvere la questione di Victor.

Nella foresta, Pappi scopre e riconosce il corpo semisepolto di Peter. Di conseguenza, decide di uccidere Victor per vendicare il figlio. Sorprendentemente, Victor, la cui coscienza lo tormenta da giorni per aver reso orfano un bambino, accoglie il giudizio finale di Pappi e implora la sua morte. In preda alla rabbia, Pappi lascia che il proiettile lo manchi. Tuttavia, il rumore dello sparo attira Delphi nella foresta, dove assiste all’orribile scena. Al contrario, Pappi vede Peter nella sagoma della figlia, ricordando un tempo prima che Peter crescesse e iniziasse a detestarlo, probabilmente per il suo passato violento. Sceglie quindi di liberarsi del suo passato e di abbracciare un futuro migliore.

Harvey Keitel in Il fornaio
Harvey Keitel in Il fornaio

Chi uccide il Mercante?

Dopo che Pappi permette a Victor di vivere, lasciandosi alle spalle la sua vita violenta con Delphi al suo fianco, decide di affrontare il loro avversario, il Mercante, in un confronto diretto. Nel corso del film, la narrazione accenna solo alla vecchia vita di Pappi come Donald Gilroy. Così, anche se sappiamo che alcuni incidenti si sono conclusi con l’inscenamento della sua morte decenni fa, la natura della sua professione passata rimane sconosciuta. Per lo stesso motivo, è un po’ uno shock quando il confronto tra Pappi e il Mercante rivela che i due uomini si conoscevano già.

Anche se tra i due si respira un’aria tesa, è chiaro che il signore della droga rispetta, o almeno teme, la presenza di Pappi nonostante la sua scomparsa da anni. Di conseguenza, il Mercante accetta di liberare lui e sua nipote dopo che Pappi gli avrà restituito la droga Nova. Così, alla fine, Pappi si trova in un aeroporto con Delphi, una famiglia di due persone che si prepara a imbarcarsi su un volo. Anche se uccidere il Mercante avrebbe portato una momentanea soddisfazione a Pappi, egli si rende conto del circolo di violenza che un’azione del genere avrebbe scatenato. Pertanto, non vuole commettere gli stessi errori che ha commesso con Peter e perdere Delphi non riuscendo a tenerla al sicuro.

Tuttavia, la scena finale del film, in cui una figura senza volto trova il Mercante e gli spara a bruciapelo, lascia un quadro sconcertante al pubblico. Pappi emerge come l’ovvio sospettato dell’omicidio, data la presenza contrapposta del fornaio e del Mercante nella storia. Tuttavia, Pappi ha permesso a Victor, l’uomo che ha premuto il grilletto contro suo figlio, di sfuggire alla morte. Per lo stesso motivo, non avrebbe senso che l’uomo scegliesse la violenza contro il Mercante mentre Victor vive. Inoltre, a prescindere dalla debolezza personale del Mercante, il suo cartello della droga rappresenterà sicuramente un problema pericoloso per Pappi, che non vorrebbe mettere Delphi in una situazione simile.

Pertanto, sembra probabile che Pappi non uccida il Mercante. Il Mercante, invece, probabilmente incontrerà la sua fine per mano di Victor, il suo fidato dipendente. Per tutto il film, il signore della droga tratta Victor con disgusto e mancanza di rispetto, ricordandogli spesso la sua inferiorità perché non è della famiglia. Così, Victor, che poco prima aveva abbracciato la morte per poi esserne derubato, avrebbe potuto facilmente incanalare le sue frustrazioni verso l’uomo responsabile delle sue azioni immorali. In definitiva, è possibile che sia Victor a sparare al Mercante.

Il Fornaio è tratto da una storia vera? La verità dietro il film con Ron Perlman

Il Fornaio, diretto da Jonathan Sobol e interpretato da Ron Perlman, costruisce una narrazione così concreta e radicata nelle emozioni da far sorgere una domanda inevitabile: è una storia vera? Il film, che segue un anziano panettiere coinvolto in una spirale di violenza per proteggere la nipote e ritrovare il figlio scomparso, sembra muoversi su un terreno realistico, quasi cronachistico.

La risposta, però, è più netta di quanto si possa pensare: Il Fornaio non è tratto da una storia vera. Il film nasce dalla sceneggiatura di Paolo Mancini e Thomas Michael, che costruiscono un racconto originale capace però di attingere a dinamiche riconoscibili e universali. È proprio questa capacità di rendere credibile l’improbabile a generare il dubbio nello spettatore.

Perché Il Fornaio sembra una storia vera: tra realismo emotivo e costruzione narrativa

Harvey Keitel in Il fornaio
Harvey Keitel in Il fornaio

Il punto di forza di Il Fornaio sta nella sua capacità di fondere elementi tipici del cinema d’azione con una dimensione emotiva autentica. La figura di Donald Gilroy — un uomo apparentemente ordinario con un passato oscuro — si inserisce in una tradizione narrativa ben definita, quella del protagonista riluttante costretto a tornare alla violenza per proteggere ciò che resta della sua famiglia.

Film come Léon o anche narrazioni più recenti costruiscono lo stesso schema: un individuo segnato dal passato, una figura fragile da proteggere e un sistema criminale che invade la sfera privata. Ma Il Fornaio lavora su una chiave più intima, riducendo l’enfasi spettacolare per concentrarsi sulle relazioni.

La relazione tra Donald e la nipote Delphi, in particolare, è ciò che radica il film nella realtà. Non è tanto la trama — fatta di gangster, inseguimenti e violenza — a risultare credibile, quanto il legame che si costruisce tra i due personaggi. È qui che il film trova la sua autenticità.

Il passato di Donald e il tema della redenzione: cosa racconta davvero il film

Il fornaio spiegazione finale
Emma Ho e Ron Perlman in Il fornaio

Uno degli elementi più interessanti del film è il modo in cui suggerisce, senza mai esplicitarlo completamente, il passato del protagonista. Donald non è semplicemente un panettiere: è un uomo che ha scelto l’isolamento, probabilmente per allontanarsi da una vita precedente segnata dalla violenza.

Questo elemento è centrale perché trasforma la storia da semplice revenge movie a racconto di redenzione. La ricerca del figlio scomparso e la protezione della nipote diventano occasioni per confrontarsi con ciò che è stato e con ciò che potrebbe ancora essere.

La violenza, quindi, non è mai fine a sé stessa, ma rappresenta un ritorno forzato a una parte di sé che il protagonista aveva cercato di seppellire. È una dinamica profondamente umana, che contribuisce a rendere il film credibile anche quando la trama si muove su territori più estremi.

Tra fiction e verità emotiva: perché Il Fornaio funziona anche senza essere reale

Emma Ho e Ron Perlman in Il fornaio
Emma Ho e Ron Perlman in Il fornaio

Il fatto che Il Fornaio non sia tratto da una storia vera non ne riduce l’impatto, anzi. Il film funziona proprio perché costruisce una verità emotiva, più che fattuale. Le dinamiche familiari, il senso di perdita, la necessità di protezione sono elementi universali, che permettono allo spettatore di riconoscersi nella storia.

È questa la chiave del film: utilizzare un impianto narrativo tipico del cinema di genere per raccontare qualcosa di profondamente umano. Non importa che Donald Gilroy non sia esistito davvero; ciò che conta è che le sue motivazioni risultino autentiche.

In questo senso, Il Fornaio si inserisce in una tradizione cinematografica precisa, dove la linea tra realtà e finzione non passa dai fatti raccontati, ma dalla credibilità delle emozioni.

Il fondamentalista riluttante: recensione del film di Mira Nair

Il fondamentalista riluttante: recensione del film di Mira Nair

Nelle sale dal 13 giugno, Il fondamentalista riluttante è l’ultimo prorompente film diretto dall’indiana Mira Nair. Tratto dall’omonimo romanzo di Moshin Hamid, la pellicola racconta la tensione, la paura, l’odio e il sospetto che dall’undici settembre avvelenano il dialogo tra l’Occidente e il mondo musulmano. Ci sono diverse forme di fondamentalismo (non solo islamiche) e Mira Nair coglie l’occasione per raccontarcele con naturalezza e delicatezza, attraverso gli occhi e il cuore di un giovane pachistano.

Lui è il professor Changez Khan (Riz Ahmed) e la sua storia è quella snocciolata, con passione e devozione, nell’intervista/confessione che rilascia minuto dopo minuto, sparo dopo sparo, al giornalista americano Bobby Lincoln (Liev Schreiber). Lahore. La voce di Changez risuona malinconica e amara mentre fuori dilaga la furia degli studenti manifestanti. Si era trasferito in America a 19 anni ed era diventato un brillante analista finanziario a Wall Street. Innamorato della vulnerabile fotografa Erica (Kate Hudson) e appassionato al suo lavoro, si apprestava a diventare una giovane promessa della finanza e il diletto del suo mentore Jim Cross (Kiefer Sutherland), quando l’undici settembre gli ha portato via la speranza di un futuro invidiabile. Da americano privilegiato, stimato e rispettato, in un attimo, era diventato un pachistano guardato con sospetto e disprezzo, oggetto di pregiudizi e stupide ritorsioni.

Il senso di alienazione misto a frustrazione e rabbia era ormai tale da non farlo più sentire a proprio agio nei panni del self-made man americano. L’amarezza e l’inquietudine lo hanno travolto e l’orgoglio pachistano lo ha riportato alla sua terra di origine. Tra la commozione dei ricordi e il dolore del presente, si paleserà anche la reale motivazione che ha condotto Bobby da Changez. A dimostrazione del fatto che, ancora una volta, sarà la diffidenza e il feroce sospetto verso l’alterità a prendere il sopravvento.

Il fondamentalista riluttante è la commovente e delicata di un conflitto interiore

Quella portata in scena da Mira Nair ne Il fondamentalista riluttante è la commovente e delicata storia di un conflitto interiore, prima ancora che religioso e culturale. Un dissidio lacerante tra la propria identità e la percezione che ne deriva, tra l’orgoglio culturale e il successo personale e lavorativo, riflesso di una vita solo all’apparenza perfetta. La regista indiana è ardita quanto risoluta nel voler raccontare un’altra versione del fondamentalismo, quella riluttante e difficile vissuta questa volta da un uomo colto e istruito che, a proposito dell’attacco alle torri gemelle dice “la crudeltà di quel gesto è inferiore solo alla sua genialità”.

Con sussurrata malinconia e lucidità narrativa, Mira Nair mette a fuoco il cuore della vicenda, senza abbandonarsi a inutili sentimentalismi o a retoriche da quattro soldi, armonizzando la narrazione con grande ritmo e lealtà, ma lasciando che sia proprio il sentimento la chiave della mancata integrazione. Se il suo scopo era quello di mostrarci l’illusorietà della verità e la sua indecifrabile natura, ci è riuscita benissimo, catapultandoci nel fermento culturale di tre città affascinanti quanto insidiose, ma soprattutto nel maremoto emozionale di Changez. Un carismatico pachistano con un innato bisogno: quello di risvegliare un Io che possa ridare colore al suo mondo.

Il fondamentalista riluttante: recensione

Il fondamentalista riluttante: recensione

In Il fondamentalista riluttante le manifestazioni che vedono coinvolti gli studenti fondamentalisti islamici sono in aumento ed al centro del movimento c’è il professore Changez Khan (Riz Ahmed). Che organizza il sequestro di un suo collega americano facendo precipitare la situazione.

Successivamente Khan accetta di farsi intervistare dal giornalista americano Bobby Lincoln (Liev Schreiber) al quale vuole raccontare la propria vita dal principio, sia nel campo della finanza, che nella relazione con Erica, fotografa (Kate Hudson). La sua vita sembra essere completa ma l’11 settembre 2001 cambia tutto. Proverà direttamente l’odio e il pregiudizio che l’attentato ha portato con sé e inevitabilmente tutto questo lo cambierà, mettendo sempre la propria identità con ciò che esso realmente è, diventando così un fondamentalista poiché perennemente costretto a sceglie tra l’amore e l’odio.

Il fondamentalista riluttante: il film

Il fondamentalista riluttante gioca sull’intreccio temporale, proponendo nella contemporaneità l’incontro tra Changez e Bobby spunto da cui prenderà piede la storia di Changez dove egli racconta il suo sogno americano e di riscatto. Nato da una famiglia benestante ma con dei problemi economici la sua voglia di vincere nella vita lo porta a impegnarsi negli studi e nelle attività che gravitano intorno a Princeton in maniera tale da poter realizzare i suoi obiettivi lavorativi. Nei raccordi il film procede quasi sempre con il voice over del protagonista, che con metafore e parallelismi sposa l’immagine che la camera a mano di Mira Nair immortala contrapponendo le splendide vedute che offrono i piani vertiginosi dei grattacieli di New York ai colori caldi di città caotiche e religiose come Lahore.

Il fondamentalista riluttanteL’11 Settembre diventa un elemento importante per il personaggio evitando però il tranello di raccontare un’altra storia con tinte razziali che avrebbero portato il film fuori strada, invece, la regista preferisce soffermarsi sulle ragioni che lo hanno spinto a essere un fondamentalista e per questo punta molto spesso la camera sui primi piani degli attori e lasciando che i dialoghi ben scritti, dettassero la punteggiatura del montaggio, sono proprio questi momenti che rapiscono lo spettatore quasi a volerlo convincere a quale tavolo sedersi anziché quelli di azione e di strategia che il film possiede. Gli attori non spiccano per interpretazione, Riz Ahmed risulta coinvolgente ma non al punto da catturare totalmente lo spettatore il legame è attribuito ad un interpretazione molto celebrale che rispecchia a pieno l’intento di sceneggiatura, poiché l’intera storia predilige l’analisi anziché una propria morale.

Nelle linee rimangono il cast americano, costituito da Liev Schreiber, poco presente in scena ma realistico nei punti chiave e Kate Hudson a tratti commovente nel ruolo di Erica ma poco convincente nel ruolo della fidanzata e distante dalla parte cruciale della storia.

Mira Nair, ha proposto un buon film che nel finale, abbastanza aperto, lascia ampio campo alle riflessioni con i relativi “se” e “ma” del caso che accompagnano lo spettatore fino all’uscita dalla sala.

Il Flauto recensione del film di Luciano Capponi

Il Flauto recensione del film di Luciano Capponi

il flauto recensione 2 Gennaro si ritrova su di un’isola molto particolare, in cui uomini in divisa vagano senza memoria sotto il controllo di uno strano staff. Manicomio? Carcere? In realtà è il luogo in cui le anime, senza memoria, attendono di nascere, gestite da una multinazionale aliena. Quel che è certo è che Gennaro sconvolge l’ordine vigente con l’unica arma in suo possesso: la semplicità.

Il secondo capitolo di Luciano Capponi sull’aldilà si ispira al netturbino di origini napoletane di Totò ne La livella ma la sceneggiatura che l’autore propone è una favola complessa e articolata tra i sentimenti umani e quello che le anime vivono e provano in questo limbo, fatto di ostacoli e avversità proposte da questi alieni che odiano gli esseri umani. La storia si contraddistingue per la sua ricchezza di maschere e personaggi vicini alla commedia dell’arte, che nel loro porsi, rappresentano i vizi e i problemi della nostra modernità. L’azione narrativa si articola sul punto di vista di Gennaro (Patrick Oliva) e il suo modo semplice e naturale di accettare questa morte e quella dei suoi compagni, manipolati e classificati in stereotipi contemporanei. Ciò che il film non riesce a trasmettere in tutta questa complessa allegoria è la sospensione e l’illusione di quello che viene visto. Lo spettatore rimane fin troppo cosciente nell’apprendere questa dimensione ultraterrena, non accettando sempre il compromesso che il regista ci propone e muovendo dubbi e critiche sull’ingenuità che molto spesso Gennaro commette nelle scelte che gli capitano.

il flauto recensioneLa storia volutamente non sceglie un genere ma per le sue battute predilige i tempi della commedia, che spesso non aiutano a creare l’illusione della favola che ci viene proposta, bensì ci portano fuori nella realtà spezzando così la storia in piccoli sipari ma contribuendo in qualche modo al ritmo interno del film. Dal punto della regia Capponi cura molto bene la fotografia e le inquadrature, così come i movimenti di dolly non sono mai banali ma ricercati nel dare un’altra lettura della sceneggiatura così ricca di metafore come ci viene mostrato nella sequenza della preghiera di Gennaro in cui successivamente la croce diventa il flauto. I raccordi di montaggio così come gli effetti visivi del film sono ciò che restituisce unità alla storia a differenza delle musiche e i testi delle canzoni scritte dallo stesso regista, che danno un contribuito prezioso alla morale del film ma che non uniscono la struttura del film.

Il Flauto è un film con delle chiare metafore sulla società moderna e i valori che ha perso con il suo evolversi e mutarsi, ma questo non è sufficiente ad ammaliare lo spettatore in questa sospensione temporale mancando così l’appuntamento per spingersi a riflettere di più sulle emozioni essenziali, molto spesso sfuggenti e effimere.

Dal 17 Ottobre al cinema.

Il Flauto conferenza stampa del film di Luciano Capponi

il-flauto-conferenza-stampaQuesta mattina alla Casa del Cinema di Villa Borghese è stato presentato il film Il Flauto di Luciano Capponi. Alla conferenza stampa hanno partecipato il regista, l’attore Patrizio Olivia e Totonno Chiappetta e il distributore Giacomo Carlucci.

Possiamo dire che il tema della reincarnazione è accennato e poteva essere spinto di più
L.C:
Mancano tre parole fondamentali nella vita, il buon senso, il rispetto e l’onestà, ed è quello che cerco di raccontare in realtà da sempre nella mia carriera d’autore post-contemporaneo, come mi hanno citato in una tesi di laurea. Quello che ho cercato di raccontare sono quelle tre parole, che credo che Patrizio sia riuscito a comunicarle, possono essere delle armi in realtà che forse ormai sono totalmente sommerse sotto il peso di una determinazione mediatica, ma che a mio avviso, forse dovremmo cominciare a rifletterci.

È un film di nicchia?
L.C.:
Io non sono d’accordo, e questa è una mia opinione personale. Perché io ho avuto sempre un mio pubblico ovunque io sia andato, anche con il mio teatro. Le mie cose piacciono specialmente ai bambini, quindi non credo che un bambino possa essere definito un ascoltatore della nicchia.

Mi diverte sempre credere che l’aldilà sia in realtà semplicemente una porta che si apre e mi diverte anche pensare che forse è apparentemente sconosciuta.
Io credo che siamo tutti molto piccoli, anche nelle dimensioni, questa è una scoperta iniziatica che ho fatto la prima volta che ho volato in aereo perché vedevo le macchinette piccoline mi sono immaginato un marito e moglie che litigavano e c’era da ridere!. Sono dei paradossi e me ne rendo conto, ma solo chi ha la volontà di accettare un apparente segreto può accogliermi quando dico che un grande segreto dell’esistenza è un piatto di spaghetti con il pomodoro mangiato con gli amici. Che sembra una sciocchezza un valore al lato, ma invece per me è una cosa molto importante.
Per me il film è l’emozione di un momento, non è la gloria dei riflettori, il divismo, folle di ragazzini, io sono sempre un po’ preoccupato di quello che faccio, perché sono sempre ‘sopra’ o ‘fuori’ però mi sembra di comprende che una volta tanto i presenti in questa conferenza stampa hanno colto il mio messaggio è questo è per me più di una speranza.

Patrizio come è stata la tua seconda esperienza d’attore?
P.O.:
Per me è stata un esperienza affascinante; non avrei mai pensato che sarei entrato in questo mondo, ci sono entrato per caso e devo dire che il calcio è stato galeotto. Luciano è il presidente di una squadra di calcio che si esibisce solo per beneficenza e per aiutare i bambini. Luciano mi vide nello spogliatoio insieme agli altri della squadra e mi disse ‘tu sei un bravo attore‘ e io gli risposi ‘no guarda mi hai confuso per qualcun altro, io sono Patrizio Oliva il pugile‘ e lui ‘no no, ti conosco, tu sei un bravo attore‘ e io gli ho detto ‘ma guarda può darsi pure ma mi dai l’impressione che tu sei pazzo perché io non ho mai recitato‘ e invece poi mi ha convinto mentre stava girando Butterfly Zone. Mi fece fare un cameo e fu anche molto apprezzato dai critici. Inseguito mi ha chiamato e mi ha dato questa ulteriore responsabilità dicendomi che stava scrivendo un altro film e che gli avrebbe fatto piacere se io interpretavo il protagonista e io lì ho pensato che era pazzo!
Mi ha convinto e io sono una di quelle che persone che tutto ciò che fa le fa con estrema serietà, con estrema professionalità perché so che mi gioco la mia storia sportiva e perciò quando faccio una cosa la voglio fare bene per non fallire. Allora ho cominciato ad andare da Luciano ogni fine settimana e abbiamo lavorato. E mi ha portato pian piano in questo mondo e vi posso dire che se non fosse stato Luciano il regista per questo film e per questa mia iniziazione, non so se avrei potuto sopportare un’altro regista che, come capita, mi avrebbe potuto aggredire perché io sono sempre stato un pugile, mi sono sempre scontrato ad armi pari con i miei avversari e non avrei mai potuto sopportare l’aggressione di un regista. Invece lui mi ha capito e mi ha insegnato a saper vivere il personaggio, mi ricordo che quando giravamo il film più volte mi richiamava e mi diceva ‘ no, no patrizio e stai facendo Patrizio Olivia‘ e io ‘Lucià che devo fa?‘ ‘Devi fare Gennaro Esposito, devi vivere il personaggio”’ capì così quello che Luciano voleva, non dovevo recitare dovevo essere vero, dovevo essere quello che sul ring ero sempre stato; capendo così chi era Gennaro Esposito quali erano i suoi sentimenti, i suoi valori, i suoi problemi e angosce, cercando di esprimerle.
Mi sono sentito realizzato nel fare questo lavoro.

Totonno com’è lavorare con Luciano Capponi?
T.C.:
Io e Luciano Capponi ci conosciamo da quarant’anni e lui per me resta, nonostante la sua grande preparazione nell’immagine, un grande raccontatore di favole e quello che avete visto, il Flauto ne è l’esempio. Lui è il vero poeta, io lo so perché conosco le sue canzoni di tanti anni fa, so che lui è stato il mio maestro che mi ha aperto quella porticina alla poesia. Ecco perché bisogna vedere le cose di Luciano con un attenzione particolare, anzi addirittura senza attenzione, perché arrivano meglio. Il Flauto rappresenta innanzitutto questa attesa, questo stupore di queste anime senza memoria, il traditore di ogni essere umano è il cervello anche se quello che conta è lo stomaco, le viscere.

Giacomo Carlucci, quante copie sono previste per la distribuzione?
G.C.:
Questa è una sfida che noi credo abbiamo vinto, ci siamo chiesti, perché delle pellicole così non possono raggiungere il grande pubblico? Lo sappiamo com’è l’ambiente del cinema, la produzione, la distribuzione e via dicendo. E Gennaro Esposito a fatto sì che questo film uscisse in 120 sale compresi i grandi circuiti quali l’UCI, 41 sale dell’UCI in tutt’Italia e nelle grande città. Ma questo film non muore adesso perché subito dopo comincia anche una tour teatrale di Patrizio “Due ore all’alba” e il film sarà contemporanee nelle province.
Noi ce l’abbiamo fatta nonostante tutto e tutti, nonostante i meccanismi che regolano questo settore, ce la facciamo a raggiungere il vasto pubblico che forse è l’obiettivo principale di Luciano Capponi, di raggiungere la gente.

Il Fiuto di Sherlock Holmes di Hayao Miyazaki il 1° novembre in versione restaurata al Lucca Comics & Games

0

Torna in una veste completamente restaurata al Lucca Comics & Games 2025, Il fiuto di Sherlock Holmes, lo storico anime televisivo nato da una co-produzione fra Rai e Tokyo Movie Shinsha: in una proiezione dedicata, saranno presentati in anteprima esclusiva, sabato 1 novembre al Cinema Centrale di Lucca, due dei sei episodi della serie diretti dal maestro Hayao Miyazaki. Sarà poi disponibile in esclusiva su RaiPlay l’intera serie composta da ventisei episodi, restaurati grazie allo sforzo congiunto del Centro di Produzione Rai di Roma e della Direzione Teche: dal 3 novembre saranno disponibili i primi cinque episodi e poi, ogni lunedì, tre episodi, nelle versioni italiana e inglese.

In questa amatissima trasposizione animata dei romanzi di Artur Conan Doyle, i personaggi assumono aspetto di cani antropomorfi, col segugio Sherlock Holmes impegnato a contrastare le malefatte del Professor Moriarty. I lavori per la realizzazione di questa serie, che assieme a “Conan, ragazzo del futuro” e a “Le avventure di Lupin III” rappresenta uno dei pochi lavori televisivi di Hayao Miyazaki, erano iniziati nel 1981, per subire poi una lunga interruzione a causa di problemi di diritti legati al personaggio di Sherlock Holmes. Dal marzo 1984, a seguito del successo ottenuto dalla proiezione in Giappone dei primi due episodi per accompagnare quella di “Nausicaa nella valle del vento”, la produzione riprende rapidamente e debutta in televisione nel novembre 1984, su Rai Uno e su TV Asahi in Giappone.

A 41 anni dalla sua prima messa in onda, dunque, grazie al lavoro in sinergia fra le sedi Rai di Roma e di Torino, la serie torna in una veste completamente rinnovata. Il Laboratorio di Restauro e Postproduzione del Centro di Produzione TV di Roma ha effettuato la digitalizzazione delle pellicole tramite film scanner ed effettuato un restauro video conservativo, volto a mantenere fedelmente l’aspetto originale del prodotto, pur esaltandone al massimo le caratteristiche. Il settore Digitalizzazione Supporti e Preservazione della Direzione Teche, di stanza a Torino, si è occupato del restauro audio digitale, migliorando chiarezza e intelligibilità sonora di tutti gli episodi, in italiano e in inglese. Sempre a Torino sono state effettuate migliorie video grazie alla color correction e ad una meticolosa pulizia dei frame dai difetti intrinseci alla pellicola.

Sull’operazione, queste le parole del Direttore di Rai Teche Andrea Sassano: “Il patrimonio audiovisivo Rai, ormai è cosa nota, è una fonte inesauribile di sorprese, un catalogo di incredibile ricchezza e varietà: in questo caso, è stato in grado di restituirci un capolavoro d’animazione firmato dal più conosciuto esponente dell’animazione internazionale, Hayao Miyazaki, confermando ancora una volta quanto la nostra azienda sia stata da sempre un polo attrattivo per artisti e creativi da tutto il mondo. Il restauro audio-video effettuato sulla serie è una dimostrazione della grande professionalità delle nostre risorse interne, in grado di cavalcare le tecnologie più avanzate mettendole al servizio dell’archivio Rai”.

RaiPlay continua a investire nella qualità dell’animazione dedicata a bambini e ragazzi, ampliando la propria library con titoli iconici amati da generazioni. “Siamo orgogliosi di offrire al nostro pubblico una serie di culto che ha fatto la storia dell’animazione e che rappresenta un ponte perfetto tra intrattenimento e qualità artistica”, dichiara Elena Capparelli, Direttore di RaiPlay e Digital . “L’arrivo de ‘Il fiuto di Sherlock Holmes’ conferma il nostro impegno nel proporre contenuti capaci di coinvolgere i più giovani ma anche di parlare a tutta la famiglia, valorizzando le opere dei grandi maestri internazionali”

Il fine settimana della croisette

Il fine settimana della croisette

Oggi 14 maggio, sulla Croisette si sono succeduti grandi e piccoli nomi, e tra questi alcuni che hanno portato dell’irreverenziale colore sul tappeto rosso più glamour d’Europa. Comincia la giornata Joseph Cedar, che con il suo film israeliano, Hearat Shulayim, porto in concorso una commedia pungente a sfondo familiare, dove un padre e un figlio, entrambi coinvolti nel mondo accademico della prestigiosa Talmud Hebrew University di Gerusalemme, trovano terreno fertile per un ultimo scontro che diventa professionale e generazionale. In concorso anche il regista Markus Schleinzer, con Michael, storia drammatica che racconta gli ultimi mesi di vita di un bambino e di un uomo di 35 anni.

Ma il vero movimento c’è stato nella sezione Fuori Concorso con un documentario su Bollywood, Bollywood: the greatest love story ever told, diretto da Rakesh Omprakash Mehra, pirotecnica lettera d’amore all’industria cinematografica indiana che ha contribuito nel tempo a difinire all’estero l’immagine dell’India e di Mumbai. Nel cast anche Aishwarya Rai.

Ma a Cannes oggi è stato tempo di Pirati, quelli che dal 2003 sono risorti dalle ceneri del passato cinematografico hollywoodiano grazie all’attrazione di un parco giochi, sbancando i box office soprattutto per merito di Johnny Deep, alias Jack Sparrow, presente oggi sulla Croisette. Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del Mare è la quarta avventura di Capitan Sparrow, presentato fuori concorso in presenza del cast. Anche Penelope Cruz torna ai blockbuster hollywoodiani nel ruolo della piratessa Angelica.

Domani sarà la giornata dei fratelli Dardenne che portano in concorso Il Ragazzo con la Bicicletta.

Il finale sospeso della stagione 5, volume 1 di Stranger Things con Will e Vecna affrontato dalla star

Dopo anni di worldbuilding, la quinta stagione di Stranger Things sta finalmente iniziando a chiarire i piani di Vecna, con il finale del volume 1 che lascia anche lui e Will, interpretato da Noah Schnapp, in un grande cliffhanger. L’inizio dell’ultima stagione della serie horror fantascientifica di Netflix ha confermato che il personaggio di Jamie Campbell Bower era dietro alla scomparsa iniziale di Will nell’Upside Down, avendo mandato i Demogorgon a catturarlo.

Verso la fine del volume 1 della quinta stagione di Stranger Things, viene rivelato che Will è uno dei 12 bambini che Vecna deve aggiungere alla sua mente collettiva per poter iniziare a mettere in atto i suoi piani di portare l’Upside Down nel mondo reale. Dopo un teso confronto tra i due, in cui il cattivo spiega che quelli che sceglie sono deboli di mente e quindi più facili da spezzare e controllare, Will riesce a impedire a un Demogorgon di attaccare Lucas, interpretato da Caleb McLaughlin, grazie ai suoi nuovi poteri telecinetici.

Riflettendo su questo finale scioccante in un’intervista con ScreenRant, Bower ha rivelato i suoi pensieri molto intriganti sulla dinamica tra Will e Vecna nella quinta stagione di Stranger Things. La star ha spiegato innanzitutto che, a causa del suo approccio empatico al lavoro, in cui un attore finisce per “provare così tanto per il proprio personaggio”, era in realtà “leggermente frustrato” nel vedere Vecna fermato brevemente da Will.

Tuttavia, senza svelare cosa succederà nel volume 2, in uscita il giorno di Natale, e nel finale della serie, che debutterà su Netflix alla vigilia di Capodanno e nei cinema il giorno di Capodanno, Bower ha espresso il suo entusiasmo per come il cliffhanger di Will e Vecna cambierà le cose in futuro, soprattutto considerando che i poteri di Will sono un “sottoprodotto della connessione che hanno tra loro:

Penso che sia molto, molto emozionante avere ora quasi due avversari invece di uno solo. E come vedrete, man mano che la serie va avanti, [Will] diventa più fastidioso di quanto non lo sia già stato.

Da quando Vecna è stato rivelato come la vera mente dietro gli attacchi dell’Upside Down a Hawkins in Stranger Things, sono fiorite teorie sul suo coinvolgimento nel rapimento di Will, con alcuni che credono che sia stato lui stesso a rapire Will, mentre altri ritengono che abbia mandato le forze inferiori dei Demogorgon e dei Mind Flayer a cercarlo. Alcuni hanno persino ipotizzato che Will potesse essere nuovamente posseduto e usato da Vecna per cercare di sconfiggere Eleven e i suoi amici, sfruttando qualsiasi legame il personaggio di Schnapp avesse ancora con l’Upside Down.

Una cosa che il finale della stagione 5 volume 1 di Stranger Things ha rivelato come sorpresa è stata che Will possiede veri e propri poteri telecinetici, dopo che in precedenza la cosa più vicina a qualsiasi tipo di potere che avesse era la sua capacità di percepire quando Vecna e le sue forze erano nelle vicinanze. Questo non serve necessariamente a riscrivere completamente la storia di entrambi nella serie, dato che il sangue di Henry Creel è stato usato nella speranza di infondere poteri a molti dei soggetti del dottor Brenner, compresa Eleven stessa.

Con l’inizio della stagione che mostra Will costretto a ingerire qualcosa in un tubo carnoso da Vecna durante il suo primo periodo nell’Upside Down, sembra probabile che si trattasse di qualcosa di più delle semplici uova di Demogorgon, come la stagione 2 ha fatto credere. Questo spiegherebbe anche perché Will ed Eleven sembrano essere più sensibili a Vecna e al collegamento continuo con l’Upside Down rispetto a Kali della stagione 2, anche se lei è stata sottoposta agli stessi esperimenti.

Passando al resto della stagione 5 di Stranger Things, la conferma dei poteri di Will sarà una grande risorsa nella lotta del gruppo per sconfiggere Vecna. Anche se al momento sembra avere solo poteri telecinetici, il volume 2 potrebbe mostrare che ha le stesse capacità di lettura del pensiero di El, il che sarebbe utile per salvare Holly, Max e il resto dei ragazzi dalle grinfie di Vecna. Qualunque sia il risultato, però, dai commenti di Bower è chiaro che l’epico scontro che sperava tra i personaggi sta per diventare realtà.

Il finale originale di Supernatural era molto più cupo

Il finale originale di Supernatural era molto più cupo

Il creatore di Supernatural Eric Kripke ha rivelato che inizialmente aveva in mente un finale molto diverso per il Supernatural finale della quinta stagione, completamente diverso da quello che abbiamo visto alla fine nella quinta o nella quindicesima stagione. I fan di Supernatural sanno che il finale della quinta stagione era il finale originale di Supernatural, ma che la serie è poi continuata per altre 10 stagioni.

Per questo motivo, la serie ha tecnicamente due finali: il finale della quinta stagione, “Swan Song”, che è ampiamente considerato uno degli episodi capolavoro di Supernatural, e il finale di Supernatural nella quindicesima stagione (la vera conclusione della serie). Ogni finale ha sicuramente i suoi pro e i suoi contro, e il dibattito su quale finale fosse migliore rimane aperto.

Tuttavia, sembra che ci fosse una terza opzione che non ha mai visto la luce, o che apparentemente non era nemmeno nota, che avrebbe significato un finale completamente diverso per Sam e Dean Winchester, e tutti dovrebbero essere molto sollevati che non sia mai successo.

Il finale originale della quinta stagione di Eric Kripke significava che la storia si sarebbe ripetuta

Supernatural 15

L’attore Rob Benedict, che interpreta Dio/Chuck, e l’attore Richard Speight Jr., che interpreta Loki/Gabriel/Trickster, conducono insieme un podcast di rivisitazione di Supernatural, Supernatural Then and Now, in cui parlano con gli attori, gli sceneggiatori e i creatori della serie, insieme a vari altri professionisti che hanno lavorato alla serie.

In un episodio di inizio anno, intitolato “Swan Song Part 2: Kripke Reloaded”, Benedict e Speight Jr. hanno incontrato il creatore di Supernatural Eric Kripke, che ha rivelato che c’era un altro finale alternativo per la serie. Kripke ha spiegato:

“Sam va all’inferno, Dean si fa il culo per cercare di tirarlo fuori in un montaggio, un po’ simile a quello che c’è lì, ma alla fine non ci riesce perché il grande cambiamento emotivo di Dean era che doveva imparare a lasciar andare suo fratello, giusto? … Quindi, penso che fosse più qualcosa del tipo: ‘Oh, dove è andato? Ma lo lascerò andare’”.

Ma questo era ben lontano dall’essere la fine della storia di Dean in questo finale alternativo. Kripke ha invece rivelato che il finale della quinta stagione avrebbe mostrato la storia che si ripete per Dean Winchester in un modo davvero terrificante. Kripke ha spiegato:

“Poi Dean torna da [Lisa] e hanno un bambino, una bambina, che lui chiama Samantha. E poi l’immagine finale sarebbe stata lui con Samantha, che bacia Samantha e poi bacia, sapete, [Lisa], e mette la bambina nella culla, poi se ne vanno, spengono la luce, e poi una figura oscura si avvicina alla culla, e si torna al teaser di Supernatural, quindi c’è una figura oscura, e poi è come un blackout totale, e la forte implicazione è che tutto ricomincerà da capo. Quindi, Dean diventerà John, Samantha sarà la nuova cacciatrice di demoni, sua moglie sarà sul soffitto e Sam ovviamente tornerà dentro.

Questo finale avrebbe cambiato drasticamente la conclusione di Supernatural in molti modi. Per prima cosa, ovviamente, Dean avrebbe avuto un bambino, cosa che non è mai successa nella serie. In realtà, il vero finale di Supernatural ha essenzialmente ribaltato questa narrazione, con Sam che è quello che ha un figlio e gli dà il nome di Dean.

Oltre a questo significativo cambiamento, però, questa conclusione non avrebbe visto la storia di Dean e Sam andare avanti; invece, tutto sarebbe ricominciato da capo, trascinando con sé una nuova generazione. È vero che il finale effettivo di Supernatural è stato controverso, ma questo sarebbe stato un finale ancora peggiore per la serie.

Questo finale sarebbe stato completamente insoddisfacente

Vedere la storia ripetersi sarebbe stato un finale del tutto insoddisfacente. Forse l’aspetto più frustrante di questo arco narrativo sarebbe stato vedere Dean diventare come suo padre. I fan sono molto divisi quando si tratta di esprimere opinioni su John Winchester. Alcuni spettatori provano empatia per lui e credono che abbia fatto del suo meglio, mentre altri pensano che fosse un padre terribile.

Anche le star di Supernatural hanno fatto riferimento alla paternità di John e, nella serie stessa, è un argomento con cui i fratelli devono confrontarsi. Tuttavia, è lecito supporre che la maggior parte degli spettatori avrebbe avuto dei problemi con il fatto che Dean diventasse suo padre. Dopotutto, una delle cose che definiva il rapporto di Dean con Sam era il modo diverso in cui lo trattava.

Per molti versi, Dean era la vera figura paterna di Sam, poiché si prendeva sempre cura di lui; John, al contrario, sembrava mettere sempre la caccia al primo posto. Vedere questo accadere a Dean, che era sempre stato così contrario al comportamento di suo padre, sarebbe stato davvero straziante e avrebbe tradito la caratterizzazione di Dean che era stata costruita nel corso di cinque stagioni.

Inoltre, sapere che i fratelli alla fine non erano davvero sfuggiti a nulla ed erano destinati a entrare nello stesso ciclo brutale e tragico sarebbe stato più che deprimente. In un certo senso, questo avrebbe dato l’impressione che tutto ciò che avevano fatto fosse stato inutile. Anche Eric Kripke sembra esserne consapevole, come ha detto a Benedict e Speight Jr.:

“Quello era il finale, era pieno di punti interrogativi e non era un lieto fine. Era come se fosse un film horror, sapete, con Jason che alla fine salta fuori dall’acqua”.

I fan rimangono divisi sul fatto che Supernatural abbia concluso bene la serie – e ammetto di avere anch’io qualche problema con il finale della stagione 15 – ma se questo finale alternativo fosse stato davvero la conclusione della serie, sarebbe stato molto peggiore del finale che abbiamo avuto nella stagione 5 o nella stagione 15.

Sia il finale della stagione 5 che quello della stagione 15 sono migliori di questo finale

Molti considerano “Swan Song” uno dei migliori episodi di Supernatural, e a ragione. Anche se a suo modo è stato straziante, questo episodio ha chiuso il cerchio della storia di Sam e Dean, e sembrava il vero culmine di tutto ciò che era successo fino a quel momento nella serie.

In realtà, la storia non è mai stata così coerente come in quell’arco narrativo di cinque stagioni, in cui Sam e Dean sono rimasti coinvolti nell’epico scontro tra Lucifero e Michele. Ciononostante, molti erano felici di avere più tempo con Dean e Sam, che alla fine si è tradotto in un intero decennio in più contenente alcune delle storie e dei personaggi più amati di Supernatural.

Tuttavia, soprattutto a causa del modo in cui Dean è morto nel finale della serie, la conclusione della stagione 15 si è rivelata molto meno popolare come finale. Molti sono rimasti scontenti nel vedere Dean morire combattendo un comune vampiro piuttosto che in modo eroico ed epico, e sapere che Sam ha vissuto decenni senza suo fratello è stato come versare sale sulla ferita.

Per quanto alcuni possano trovare deludente questa conclusione, tuttavia, il piano originale di Eric Kripke sarebbe stato il peggiore dei tre finali. Sì, la morte di Dean è stata devastante (e frustrante sotto molti aspetti), ma almeno non ha compromesso la serie. Si può dire che abbia fatto il contrario, uccidendo Dean nel modo in cui lui aveva sempre immaginato di morire.

Premere il pulsante di reset sulla storia di Sam e Dean, ora con una nuova generazione soggetta agli stessi orrori che hanno vissuto loro, sarebbe stato come uno schiaffo in faccia ai fan, quindi sono davvero incredibilmente felice che il finale originale di Supernatural di Eric Kripke non sia mai stato realizzato.

Il finale in due parti della saga di Fast & Furious potrebbe diventare una trilogia!

0

La star di Fast X Vin Diesel anticipa che il decimo film della saga di Fast & Furious, in arrivo al cinema dal 18 maggio, darà il via a una trilogia finale. Parlando con Variety, infatti, Diesel ha confermato che Fast X non sarà più la prima di due parti del finale. Piuttosto che essere Fast & Furious 11 a concludere la serie, ci penserà un dodicesimo film a svolgere tale ruolo. “Entrando nella realizzazione di questo film, lo studio ha chiesto se potesse essere un film in due parti“, ha detto Diesel. “E dopo che lo studio ha visto questo, hanno detto: ‘Potreste fare il finale, una trilogia?‘”

A sostegno di questa notizia è arrivata anche l’attrice Michelle Rodriguez, dicendo: “Sono tre atti in ogni storia“, apparentemente ribadendo dunque l’affermazione di Diesel di una trilogia invece di un dittico. Quando però a Diesel è stato chiesto se stesse confermando un dodicesimo film di Fast & Furious, tuttavia, l’attore ha risposto all’intervistatore: “Mi metterai nei guai qui“. È probabile che un terzo capitolo possa dipendere da come andrà Fast X al box office. Se questo dovesse affermarsi come un buon successo economico, come già accaduto ai precedenti capitoli, un terzo film di quella che a questo punto diventerebbe una trilogia si farebbe più probabile.

Fast X, la trama e il cast del nuovo film della saga di Fast & Furious

La fine della corsa ha inizio. Fast X, il decimo film della saga di Fast & Furious, dà il via ai capitoli finali di uno dei più leggendari e popolari franchise cinematografici, giunto al suo terzo decennio e ancora sostenuto dallo stesso cast e dagli stessi personaggi degli esordi. Nel corso di molte sfide e contro ostacoli impossibili, Dom Toretto (Vin Diesel) e la sua famiglia hanno superato in astuzia, coraggio e abilità tutti i nemici che hanno incontrato sul loro cammino. Ora si trovano di fronte all’avversario più letale che abbiano mai affrontato: una minaccia terribile che emerge dalle ombre del passato, alimentata dalla vendetta, determinata a disperdere la famiglia e a distruggere per sempre tutto e tutti i suoi cari.

In Fast & Furious 5 del 2011, Dom e la sua squadra hanno eliminato il famigerato boss della droga brasiliano Hernan Reyes e distrutto il suo impero su un ponte di Rio De Janeiro. Quello che non sapevano è che il figlio di Reyes, Dante (Jason Momoa di Aquaman), ha assistito a tutto questo e ha passato gli ultimi 12 anni a elaborare un piano per far pagare a Dom il prezzo più alto. Il complotto di Dante spingerà la famiglia di Dom da Los Angeles alle catacombe di Roma, dal Brasile a Londra e dal Portogallo all’Antartide. Si stringeranno nuove alleanze e torneranno vecchi nemici. Ma tutto cambia quando Dom scopre che suo figlio di 8 anni (Leo Abelo Perry, Black-ish) è l’obiettivo finale della vendetta di Dante.

Il finale di Chainsaw Man non conferma la terza parte, e i fan devono accettare che va bene così

Il mangaka Tatsuki Fujimoto ha scioccato i lettori con un finale improvviso per la seconda parte del manga di Chainsaw Man. Mentre molti si aspettavano l’annuncio di una terza parte, il finale conteneva così tante piacevoli sorprese da far sorgere il dubbio se un seguito sia davvero necessario.

Dopo il finale sconvolgente della prima parte, il manga di Chainsaw Man ha annunciato che sarebbe continuato con la seconda parte. Il capitolo 232 ha concluso molte delle trame della serie, ma non ha incluso un’anticipazione di una terza parte, bensì un più definitivo “Fine!” nell’ultima vignetta.

Ci sono diversi misteri che il finale di Chainsaw Man non ha risolto, il che ha portato molti fan a ipotizzare che ci saranno altre avventure con Denji in futuro. Tuttavia, si può affermare che l’ultimo capitolo della seconda parte di Chainsaw Man offra una conclusione sufficiente a giustificare un vero e proprio finale per la storia.

Come si conclude la storia di Denji in Chainsaw Man Parte 2

La seconda parte di Chainsaw Man ha portato la serie ad alzare la posta in gioco a livelli inimmaginabili. Dopo che concetti profondi come la morte, la fame e la guerra sono stati messi in discussione e alcuni addirittura cancellati, il finale della storia era quasi impossibile da prevedere. Eppure, in qualche modo, Fujimoto ha offerto un finale sorprendentemente rassicurante per il protagonista.

Il demone che condivideva il corpo di Denji, di nome Pochita, aveva il potere di cancellare il concetto stesso di demone divorandoli. Quando quel demone si è mangiato il cuore, Denji si è risvegliato nella capanna in cui era iniziata la sua storia, ma in un mondo ormai molto diverso da quello che i lettori credevano di conoscere.
In un mondo in cui il giovane non aveva mai incontrato l’adorabile cane con la faccia a forma di motosega, si è ritrovato comunque a uccidere demoni per la mafia. Proprio come nell’inizio originale, Denji viene tradito e consegnato al Diavolo Zombie, ma invece di essere salvato dal suo fedele cane demoniaco, viene salvato da un personaggio amatissimo dai fan, che questi non pensavano Fujimoto avrebbe mai più riportato in scena.

Il coraggioso Diavolo di Sangue, noto come Power, che si era affezionato ai fan e a Denji durante la prima parte di Chainsaw Man, ritorna e uccide il Diavolo Zombie prima di stringere un patto con Denji. Ciò che segue è il ritorno di molti personaggi amati e uno scorcio di una nuova vita che Denji ha inseguito per tutta la serie.

Perché il finale di Chainsaw Man funziona per Denji

Fin dalla sua prima apparizione, Denji ha espresso apertamente il desiderio di sperimentare cose nuove nella vita, cose che molti danno per scontate. Pur lottando costantemente per la sua vita e per le opportunità che un adolescente sogna, ha costruito relazioni e uno stile di vita che gli hanno offerto comodità che non aveva mai conosciuto. Sfortunatamente, ognuna di queste comodità gli è stata tolta.

Il finale di Chainsaw Man dà a Denji quasi tutto ciò che ha inseguito per tutta la storia. Il Diavolo della Motosega, sotto le spoglie della giovane Nayuta, sembra controllare la squadra di Cacciatori di Demoni che recluta Denji e Power, i quali lavorano insieme proprio come un tempo. Questa situazione offre di nuovo a Denji la compagnia e le opportunità di godersi la vita che un tempo desiderava.

Senza Pochita nella vita di Denji, molte cose sono cambiate nel suo mondo, ma, cosa ancora più sorprendente, è rimasto stranamente simile. Senza il potente Demone che viveva dentro di lui, Denji non è più preso di mira dai Demoni più temuti, non si sono formati strani culti della motosega e non si è scatenata alcuna apocalisse.

Con le informazioni fornite dal capitolo 232, non è chiaro se Denji possieda ancora qualche abilità speciale, ma se Pochita e il Demone della Motosega sono davvero scomparsi, allora il protagonista di Chainsaw Man conclude la serie come un adolescente più o meno normale, proprio come ha sempre desiderato essere.

Il finale della seconda parte lascia quasi tanti interrogativi quante risposte

Come la maggior parte delle storie, il finale di Chainsaw Man non risponde a tutte le domande dei fan. Eliminando Pochita dalla storia, si crea un intricato intreccio di trame, alcune delle quali non sono mai accadute e altre che si sviluppano in modo drasticamente diverso nella linea temporale attuale di Denji, in un finale che offre ai fan molti spunti di riflessione e dibattito.

L’inclusione di personaggi come Power, Asa e Nayuta nell’ultimo capitolo ripara all’ingiusta sofferenza che Fujimoto ha inflitto a loro e ai lettori e dimostra una triste verità: il mondo di Chainsaw Man sta meglio senza Pochita. Tuttavia, alimenta anche ulteriori interrogativi che rimarranno senza risposta se la storia di Chainsaw Man si concluderà effettivamente con il capitolo 232.

Power, la Diavolessa del Sangue, è in grado di creare spontaneamente armi con il proprio sangue, che sembra felice di offrire al suo nuovo partner Cacciatore di Demoni, Denji. I due percepiscono immediatamente un legame speciale, che si manifesta pienamente durante la missione per eliminare i Demoni che terrorizzano una scuola superiore.

Il capitolo finale si sofferma a mostrare Denji mentre usa una motosega creata grazie all’abilità di Power, cosa impossibile se la Diavolessa della Motosega si fosse cancellata dalla storia. Cosa fosse esattamente Pochita e come abbia incontrato Denji potrebbe essere uno dei pochi misteri a cui i fan non avranno mai una risposta ufficiale.

Perché Chainsaw Man non ha bisogno di un terzo capitolo

Con il finale di Chainsaw Man scritto da Fujimoto, si delinea efficacemente il nuovo mondo e la nuova vita di Denji. La costruzione del mondo è sufficientemente approfondita e le trame principali vengono concluse, permettendo ai lettori di immaginare cosa accadrà in futuro a personaggi come Denji, Power e Asa, poiché a ognuno di loro è stata data la libertà di vivere in un modo che prima non avevano.

Sebbene Denji non abbia più Pochita, ora può svolgere un lavoro stimolante con uno dei suoi amici più cari. E i personaggi che sono stati uccisi a causa degli eventi innescati da Chainsaw Man potrebbero essere ancora vivi. O almeno questa è la speranza di alcuni lettori che accettano serenamente la conclusione della storia.

L’autore Tatsuki Fujimoto ha realizzato uno dei manga di maggior successo di questa generazione. Con l’ultima pagina che riporta un “Fine!” invece di un “Continua…”, sembra che l’autore abbia davvero concluso la storia di Denji. Oppure potrebbe prendersi una meritata vacanza prima di annunciare Chainsaw Man Parte 3. In qualche modo è riuscito a creare un finale che rende entrambe le possibilità ugualmente soddisfacenti.

Il finale della trilogia di Superman di Zack Snyder avrebbe risolto i suoi problemi “divini”

Se il DCEU avesse seguito la visione di Zack Snyder così come era stata pensata, le critiche sulla rappresentazione “divina” di Superman sarebbero state affrontate. Interpretato da Henry Cavill, non si può negare che l’Uomo d’Acciaio del DCEU sia stato raffigurato con forti parallelismi con un salvatore divino, una figura fortemente cristologica. Sebbene questa inquadratura sia stata spesso controversa, Zack Snyder ha confermato che doveva essere parte di un arco narrativo più ampio che avrebbe visto Superman riconnettersi con la sua umanità.

In seguito alla cancellazione dello Snyderverse del DCEU, Warner Bros. si sta preparando a lanciare un nuovissimo universo DC con James Gunn e Peter Safran al timone. Tuttavia, Zack Snyder ha continuato a rivelare e parlare di ciò che sarebbe stato in cantiere oltre Justice League. Ciò include quello che avrebbe potuto essere un finale molto avvincente per il Superman di Henry Cavill per quanto riguarda le percezioni del mondo e delle sue masse che sarebbero arrivate a vedere l’Uomo d’Acciaio come un dio letterale.

In L’Uomo d’Acciaio del 2013, Superman si rivela al mondo all’età di 33 anni (la stessa età che aveva Gesù quando fu crocifisso). Avendo scoperto il suo scopo dal suo vero padre Jor-El che non era di questo mondo, ci sono molti parallelismi tra Superman e Cristo nel primo film DC di Zack Snyder, incluso un momento piuttosto evidente in cui Jor-El racconta che il suo figlio che può salvare il mondo, poco prima che Kal-El voli nell’orbita terrestre con le braccia tese (come se fosse già su una immaginaria croce).

I parallelismi con Gesù e le rappresentazioni di Superman come un Salvatore simile a un dio continuano certamente in Batman v Superman: Dawn of Justice con l’umanità che innalza ma poi rifiuta Superman. Allo stesso modo, questo culmina anche con Superman che si sacrifica per fermare Doomsday prima di resuscitare, come visto in Justice League. In verità, è una visione molto fondata su come il mondo reale possa accettare qualcuno con un così grande potere come Superman, un essere che senza dubbio incontrerebbe la stessa quantità di critiche e riverenza.

La rappresentazione di Superman nel DCEU è stata certamente controversa per alcuni spettatori in base al modo in cui venivano rappresentati i Supermen live-action del passato. Tuttavia, Snyder ha recentemente confermato in un’intervista a GQ che questo status divino per Superman faceva tutto parte di un arco narrativo generale che si sarebbe concluso con Superman che si riconnetteva maggiormente con la sua umanità:

Avrebbe dovuto soccombere all’Anti-vita, essere distrutto, riportare indietro l’orologio e poi avere la sua possibilità per questa battaglia contro Darkseid. Se vuoi… questo avrebbe posto fine alla sua trilogia nel diventare questo guardiano e, in un certo senso, lo avrebbe riportato alla sua umanità.

Il finale della terza stagione di Tulsa King ti fa riflettere sul futuro della serie di Taylor Sheridan

0

Il finale della terza stagione di Tulsa King ha rotto una tradizione dei crime drama di Taylor Sheridan e mette in discussione il futuro della serie. Il finale della terza stagione di Tulsa King è stato abbastanza simile ai finali delle stagioni precedenti. Dwight ha eliminato il suo principale antagonista (in questa stagione era Jeremiah Dunmire) in un grande scontro a fuoco, ha portato a termine il piano a cui stava lavorando e l’intero cast di Tulsa King ha festeggiato al Bred2Buck.

È stato un altro lieto fine per Dwight e la sua banda, ma il finale della terza stagione di Tulsa King ha avuto una differenza importante rispetto ai finali delle ultime due stagioni. Ovviamente c’erano piccole differenze, come il tradimento di Samuel L. Jackson nei panni di Russell Lee Washington Jr. e Cole Dunmire nei confronti di suo padre, ma un cambiamento potrebbe avere importanti implicazioni per la stagione 4 di Tulsa King.

La stagione 3 di Tulsa King non si è conclusa con un cliffhanger

robert-patrick-s-jeremiah-dunmire-looking-angry-while-in-the-face-of-sylvester-stallone-s-dwight-in-tulsa-king-season-3
Brian Douglas/Paramount+

A differenza del finale delle stagioni 1 e 2 di Tulsa King, la stagione 3 di Tulsa King non si è conclusa con un cliffhanger. Nella prima stagione di Tulsa King, Dwight è stato arrestato dopo che Stacy Beale lo ha accusato di aver corrotto un agente federale, e la seconda stagione ha dovuto affrontare il suo processo. Nella seconda stagione, Dwight è stato rapito dall’agente Musso, e la terza stagione ha dovuto approfondire il loro lavoro per catturare Dexter Deacon.

Ma nella terza stagione di Tulsa King non ci sono colpi di scena all’ultimo momento. Dwight uccide Jeremiah Dunmire, ottiene la sua licenza federale per la vendita di alcolici e la stagione si conclude con lui che si diverte al Bred2Buck. Non c’è nessun grande mistero da risolvere nella quarta stagione di Tulsa King come nelle ultime due stagioni, e non è nemmeno chiaro dove andrà a parare la storia della serie da questo punto in poi.

Nel finale della terza stagione di Tulsa King ci sono stati alcuni accenni a storie future. Cal Thresher è ora governatore e sembra voler allontanare Dwight dalla sua vita. Probabilmente anche Bill Bevilaqua vuole che Dwight paghi per averlo fatto rapire, mentre l’agente Musso è convinto che Dwight gli sia ancora debitore. Tuttavia, il finale della terza stagione di Tulsa King avrebbe funzionato come finale di serie, a differenza degli episodi finali delle ultime due stagioni.

Non preoccupatevi, Tulsa King continuerà nonostante il finale definitivo della terza stagione

Stallone e Samuel L Jackson in Tulsa King 3
Brian Douglas/Paramount+

Fortunatamente, nonostante la fine definitiva della terza stagione di Tulsa King, lo show continuerà. La quarta stagione di Tulsa King è già stata confermata, e c’è anche lo spin-off NOLA King con Samuel L. Jackson in lavorazione. La storia di Dwight e la sua continua conquista di Tulsa continueranno chiaramente, e c’è anche la possibilità che si unisca alle forze dell’impero criminale di Lee in Louisiana.

Anche se chiaramente c’è ancora un futuro per Tulsa King, non è così certo come lo era in passato. Questi finali sospesi ci hanno dato una buona indicazione di ciò che sarebbe successo nella serie. L’arresto di Dwight ha preparato il terreno per il processo, mentre il suo rapimento ha anticipato l’ingresso di Musso nella serie. La quarta stagione di Tulsa King non ha una trama simile e la sua storia è quasi un mistero completo a questo punto.

È anche strano che Tulsa King abbandoni la sua tradizione di finali sospesi, quando sappiamo per certo che tutti i nodi verranno al pettine nelle nuove stagioni. Non c’era alcuna garanzia che Tulsa King sarebbe stato rinnovato per una seconda stagione quando la prima stagione si è conclusa con un finale sospeso, ma ora che c’è una garanzia, la serie si è allontanata da essa. È possibile che gli sceneggiatori di Tulsa King si siano semplicemente stancati di creare trame tra una stagione e l’altra che poi avrebbero dovuto risolvere in seguito.

Il finale alternativo di Scream 7 avrebbe cambiato il destino di Stu Macher

0

Il nuovo film Scream ha quasi riportato in vita un personaggio originale della serie. Scream 7 (leggi qui la recensione) è incentrato ancora una volta su Sidney Evans, interpretata da Neve Campbell, le cui peggiori paure diventano realtà quando un nuovo killer Ghostface emerge e prende di mira sua figlia Tatum (Isabel May). Ancora più terrificante è il fatto che Sidney riceva apparentemente delle videochiamate da Stu Macher (Matthew Lillard), uno dei due cervelli dietro Ghostface nel film originale Scream.

Viene rivelato che Stu è ancora morto e che la sua immagine è stata ricreata con l’intelligenza artificiale dai nuovi killer per innervosire Sidney. Ma il regista Kevin Williamson ha rivelato in un’intervista a Esquire che hanno preso in considerazione l’idea di riportare in vita Stu per davvero. ” Mentirei se dicessi che non abbiamo girato entrambe le versioni“, ha detto Williamson. ”Abbiamo girato una piccola coda alla fine che avevamo tenuto da parte. Ma, stranamente, la decisione è stata che il pubblico lo voleva morto“.

Questo secondo la risposta del pubblico di prova. Per quanto riguarda il ritorno di più killer del passato attraverso la trama dell’intelligenza artificiale, Williamson ha detto: “Volevamo avere la botte piena e la moglie ubriaca. […] Guy Busick l’aveva inserito nella sua sceneggiatura. Ha scritto tutto il materiale sull’intelligenza artificiale. La prima volta che l’ho letto ho pensato: ‘Come funzionerà? Come farà a essere vivo?’ Inoltre, se si tratta di intelligenza artificiale, una parte del pubblico rimarrà delusa dal fatto che non sia reale?

Tuttavia, l’iconico sceneggiatore ha riconosciuto che riportare davvero in vita Stu sarebbe stato difficile da accettare per il pubblico. “Ha più senso”, ha detto. “Se fosse vivo, sarebbe una forzatura. Viviamo in un mondo in cui, con l’intelligenza artificiale, sappiamo che è possibile”. E comunque hanno di nuovo Lillard, che Esquire ha commentato così: “Porta con sé quell’energia selvaggia che aveva nel primo film”.

Williamson ha parlato ulteriormente della personalità e del talento di Lillard, dicendo: “È la persona più calma, dolce, umile e adorabile che tu abbia mai incontrato. Poi si trasforma e diventa il più impulsivo dei personaggi sul grande schermo. Non credo che sia stato sfruttato appieno per quello che è in grado di fare. È anche in un’età meravigliosa. Ha una storia, ha spessore. Il suo DNA è molto più maturo e gli permette di colorare le sue interpretazioni in modo splendido. È davvero indispensabile. Abbiamo bisogno di lui in più film“.

Alla fine di Scream 7, Jessica (Anna Camp), Marco (Ethan Embry) e Karl (Kraig Dane), fan ossessivi della storia di Sidney e/o della serie Stab, si rivelano essere il gruppo che questa volta cospira per diventare Ghostface. Il colpo di scena di Scream del 1996 è così famoso in parte perché coinvolge anche più assassini: Stu e l’allora fidanzato di Sidney, Billy (Skeet Ulrich).

Tuttavia, l’opinione comune è che nemmeno questo nuovo finale, o il film in generale, sia eccezionale. Scream 7 ha ottenuto un punteggio del 31% su Rotten Tomatoes, oltre ad essere stato oggetto di polemiche a causa del licenziamento dell’ex star della serie Melissa Barrera per aver espresso il proprio sostegno alla Palestina e dell’abbandono di Jenna Ortega in suo sostegno. Tuttavia, ha ottenuto un punteggio del 71% da parte del pubblico.