Il reboot di Buffy
l’ammazzavampiri non andrà in porto su Hulu, come
confermato da Variety. Sarah Michelle Gellar ha rivelato la notizia
su Instagram.
“Sono davvero triste di doverlo
dire, ma volevo che lo sapeste da me. Purtroppo, Hulu ha deciso di
non procedere con ‘Buffy: New Sunnydale'”, ha dichiarato in un
video pubblicato sabato. “Voglio ringraziare Chloé Zhao, perché
non avrei mai pensato di ritrovarmi di nuovo nei panni di Buffy,
con i suoi stivali eleganti ma accessibili. E grazie a Chloé, mi
sono ricordata quanto la amo e quanto sia importante non solo per
me, ma per tutti voi. E questo non cambia nulla, e vi prometto che
se dovesse arrivare davvero l’apocalisse, potete sempre
contattarmi.”
La serie sequel di “Buffy” è stata
annunciata per la prima volta nel febbraio 2025 come pilot ordinato
da Hulu. Il regista di “Hamnet”, Zhao, avrebbe dovuto dirigere e produrre
esecutivamente la nuova versione, creata da 20th Television e
Searchlight Television.
Il progetto, intitolato Buffy l’ammazzavampiri: New Sunnydale, avrebbe
visto Ryan Kiera Armstrong nei panni della nuova cacciatrice, con
la star della serie originale Gellar che avrebbe ripreso il suo
ruolo di Buffy in un ruolo ricorrente. Nel pilot recitavano anche
Faly Rakotohavana nel ruolo di Hugo, Ava Jean in quello di Larkin,
Sarah Bock in quello di Gracie, Daniel di Tomasso in quello di Abe
e Jack Cutmore-Scott in quello del signor Burke.
Una fonte vicina alla produzione ha
indicato che, nonostante il reboot non sia andato avanti, c’è
“molto affetto” per “Buffy” e la piattaforma di streaming prenderà
comunque in considerazione future iterazioni del franchise: “In
sostanza, la porta è ancora aperta”.
Nora Zuckerman e Lila Zuckerman
erano state incaricate di scrivere, dirigere e produrre
esecutivamente “New Sunnydale”, con i produttori esecutivi Gellar,
Gail Berman, Fran Kuzui, Kaz Kuzui e Dolly Parton. Il creatore
della serie originale, Joss Whedon, non è stato coinvolto nel
reboot.
“Buffy l’ammazzavampiri” è nato
come film del 1992 diretto da Fran Kuzui e scritto da Whedon, con
Kristy Swanson nel ruolo della protagonista. Cinque anni dopo, una
serie televisiva con protagonista Gellar fu lanciata su The WB. Lo
show andò in onda per sette stagioni e vide nel cast anche Nicholas
Brendon, Alyson Hannigan, Carpenter, Anthony Stewart Head, David
Boreanaz, Seth Green e James Marsters. Boreanaz in seguito fu il
protagonista della serie spin-off “Angel”, sempre su The WB, per
cinque stagioni.
Paramount Global ha
annunciato ufficialmente la progressiva chiusura del servizio di
streaming BET+, che verrà
integrato all’interno della piattaforma Paramount+ a partire da giugno
2026.
La
decisione arriva dopo l’acquisizione completa della piattaforma da
parte del gruppo Paramount, che ha riacquistato anche la quota di
minoranza detenuta dal regista e produttore Tyler Perry. Perry
possedeva il 25% del servizio, ma resterà comunque coinvolto come
partner creativo attraverso il suo accordo di programmazione con
Paramount.
In
una dichiarazione ufficiale, l’azienda ha confermato di aver
completato l’acquisto della quota di Tyler Perry Studios,
specificando che il cambiamento fa parte della transizione
strategica della piattaforma. I dettagli finanziari dell’operazione
non sono stati resi pubblici.
La decisione riflette una tendenza sempre più diffusa
nell’industria dello streaming: consolidare i contenuti su un
numero ridotto di piattaforme principali per rafforzare il catalogo
e ridurre i costi operativi.
I contenuti di BET+ arriveranno
su Paramount+ da giugno 2026
Il presidente di BET, Louis Carr, ha
comunicato la decisione al personale tramite un memo interno. Nel
messaggio ha spiegato che i contenuti della piattaforma BET+
saranno trasferiti su Paramount+ a partire da giugno 2026, rendendo
quest’ultima la destinazione principale per la programmazione del
brand.
Carr ha assunto la guida dell’azienda dopo l’uscita dell’ex CEO
Scott Mills nel
dicembre 2025.
Secondo il dirigente, l’integrazione permetterà di ampliare la
portata globale delle produzioni BET, che saranno ospitate
all’interno di un hub dedicato su Paramount+. Questo spazio
includerà serie e film di successo come The Ms. Pat Show, All the Queen’s Men, Zatima, Average Joe e Diarra From Detroit, insieme a nuovi contenuti
originali.
Carr ha sottolineato che l’obiettivo è portare la narrazione e la
creatività legate alla cultura afroamericana a un pubblico ancora
più ampio, integrando questi contenuti all’interno dell’offerta più
ampia della piattaforma.
BET resterà centrale nella
strategia di Paramount
Nonostante la chiusura della piattaforma BET+ come servizio
autonomo, Paramount ha ribadito che il brand BET continuerà a
essere un elemento fondamentale della sua strategia a lungo
termine.
Il canale televisivo lineare BET continuerà infatti a operare
normalmente, così come BET Studios e BET Digital, che resteranno
attivi nella produzione di contenuti e nello sviluppo di progetti
multipiattaforma.
Carr ha inoltre evidenziato che la crescita recente dei canali FAST
ha già permesso a BET di raggiungere nuovi spettatori e aumentare
il coinvolgimento del pubblico. L’integrazione con Paramount+
rappresenterebbe quindi un passo ulteriore per rafforzare la
presenza globale del brand.
Il
successo di Virgin River
su Netflix non è casuale. La serie creata da Sue Tenney,
basata sui romanzi di Robyn Carr, ha conquistato il pubblico grazie
a una formula narrativa che unisce romance, drammi personali e
l’atmosfera accogliente di una piccola comunità. La storia segue
Mel Monroe, infermiera e ostetrica di Los Angeles che decide di
trasferirsi nella tranquilla cittadina di Virgin River per lasciarsi alle spalle un
passato doloroso. Qui incontra il proprietario del bar Jack
Sheridan e, mentre cerca di ricostruire la propria vita, scopre che
anche un luogo apparentemente perfetto può nascondere segreti e
conflitti.
Il fascino della serie nasce proprio dall’equilibrio tra relazioni
romantiche, crescita personale e senso di comunità. Non è un caso
che ogni stagione continui ad ampliare le storyline dei personaggi
— come accade anche nel finale della settima
stagione di Virgin River, che lascia diverse questioni
aperte per il futuro della serie.
Se ti piacciono storie ambientate in piccole città, drammi
sentimentali e personaggi complessi, queste serie disponibili su
Netflix offrono atmosfere e tematiche molto simili.
Dolly Parton’s Heartstrings
(2019)
Dolly Parton’s
Heartstrings è una serie antologica che racconta
diverse storie ispirate alle canzoni della leggendaria cantante
country Dolly Parton. Ogni episodio presenta nuovi personaggi e
situazioni emotive, spesso ambientate in comunità rurali o
cittadine dove i rapporti umani diventano il cuore della
narrazione.
Tra relazioni complicate, segreti familiari e momenti di
redenzione, la serie condivide con Virgin River l’attenzione per i sentimenti e per i
personaggi che cercano di cambiare la propria vita. Anche qui
l’amore, nelle sue forme più diverse, diventa il motore principale
della storia.
Una mamma per amica
(2000-2007)
Tra le serie che hanno definito il genere del drama ambientato in
piccole città c’è sicuramente Gilmore Girls. La
storia segue Lorelai e Rory Gilmore, madre e figlia che vivono
nella pittoresca cittadina di Stars Hollow.
Il tono è più leggero rispetto a Virgin River, ma la struttura narrativa è
sorprendentemente simile: una comunità ricca di personaggi
eccentrici, relazioni romantiche complicate e una protagonista che
cerca di costruire un futuro migliore per sé e per chi ama.
The Ranch (2016-2020)
The Ranch racconta la
storia di Colt Bennett, un ex giocatore di football che torna nella
sua città natale per lavorare nel ranch di famiglia. Qui deve
confrontarsi con un padre difficile, relazioni sentimentali
complicate e il tentativo di trovare il proprio posto nel
mondo.
Pur essendo una sitcom, la serie condivide con Virgin River molti elementi: il ritorno
alle proprie radici, il valore della comunità e i conflitti
familiari che emergono quando si prova a ricominciare da capo.
Firefly Lane (2021-2023)
Firefly Lane segue la
lunga amicizia tra Kate e Tully, due donne che attraversano insieme
più di trent’anni di vita, tra successi, fallimenti e cambiamenti
personali.
Anche se non è ambientata in una piccola città come Virgin River, la serie esplora con
grande intensità i legami umani, la crescita personale e le
relazioni sentimentali, elementi centrali anche nella storia di Mel
e Jack.
Tuiskoms (2025-)
Tuiskoms è un drama
sudafricano che racconta la storia di Fleur, una donna costretta a
ricostruire la propria vita dopo la morte del marito e il
fallimento del suo ristorante.
Trasferendosi vicino ai suoi genitori con la figlia, Fleur prova a
ripartire da zero, ma il passato continua a influenzare le sue
scelte. Proprio come Mel in Virgin River, il personaggio deve affrontare il dolore
e imparare ad aprirsi di nuovo all’amore.
Northern Rescue (2019)
Northern Rescue segue
John West, un comandante di ricerca e soccorso che si trasferisce
con i figli in una piccola città dopo la morte della moglie.
La serie affronta temi di lutto, ricostruzione familiare e nuove
relazioni, mostrando come una comunità possa diventare un luogo di
guarigione emotiva. Elementi che ricordano molto il percorso di Mel
e degli altri abitanti di Virgin River.
Heartland (2007-)
Tra le serie più longeve del genere troviamo Heartland, che
racconta la storia di Amy Fleming e della sua famiglia,
proprietaria di un ranch specializzato nel recupero di cavalli
maltrattati.
Come Virgin River, anche
Heartland ruota attorno
a una comunità rurale, relazioni familiari complesse e personaggi
che cercano di superare traumi del passato per costruire un nuovo
futuro.
Sweet Magnolias (2020-)
Sweet Magnolias è
probabilmente una delle serie più vicine per atmosfera a
Virgin River. La storia
segue tre amiche — Maddie, Dana Sue e Helen — che affrontano
insieme divorzi, nuove relazioni e sfide personali nella cittadina
di Serenity.
La serie condivide con Virgin
River il mix di romance, drammi personali e vita comunitaria
che rende questo tipo di storie così coinvolgenti per il
pubblico.
Ransom Canyon (2025-)
Ransom Canyon è
uno dei nuovi drama romantici di Netflix ambientati in un contesto
rurale. La storia segue il rancher Staten Kirkland mentre cerca di
difendere la propria terra e affronta una complessa relazione con
Quinn O’Grady.
La serie combina romanticismo, rivalità tra famiglie e drammi
personali, elementi che ricordano da vicino le dinamiche narrative
di Virgin River.
Sullivan’s Crossing (2023-)
Tra tutte le serie simili, Sullivan’s
Crossing è probabilmente quella che più richiama
direttamente lo spirito di Virgin River. Anche questa storia è tratta da un
romanzo di Robyn Carr e segue Maggie Sullivan, una neurochirurga
che torna nel campeggio del padre in Nuova Scozia dopo uno scandalo
professionale.
Come Mel, Maggie è una donna che cerca di ricostruire la propria
vita lontano dalla città, affrontando il passato mentre sviluppa
una nuova relazione sentimentale.
Perché le serie come Virgin River continuano ad avere così tanto
successo
Il fascino di queste storie nasce dalla combinazione di elementi
molto specifici: ambientazioni intime, comunità affiatate e
personaggi che affrontano problemi profondamente umani.
Virgin River ha
dimostrato quanto questo tipo di narrazione possa funzionare su
Netflix, soprattutto quando le relazioni sentimentali restano al
centro della storia.
Non sorprende quindi che il pubblico continui a seguire con grande
interesse le vicende dei protagonisti — dalle difficoltà di Jack e
Mel con la genitorialità fino alle complicate dinamiche tra Brie e
Brady, che nella settima
stagione tornano al centro della trama.
La
relazione tra Brie Sheridan e Dan Brady è stata fin dall’inizio una
delle più turbolente di Virgin River. Attrazione
immediata, conflitti continui e sentimenti irrisolti hanno
trasformato la loro storia in uno dei classici rapporti “on-off”
che attraversano diverse stagioni della serie.
Nella settima stagione, però, la loro dinamica arriva a un punto di
svolta importante. Dopo aver cercato di ricostruire le loro vite
con altre persone, entrambi i personaggi si rendono conto che il
legame tra loro non è mai davvero scomparso. Il risultato è una
stagione che mette definitivamente alla prova la loro relazione,
portandoli prima a una separazione apparente e poi a un possibile
nuovo inizio.
Come raccontiamo anche nella spiegazione completa del
finale di Virgin River 7, la stagione costruisce
diversi archi narrativi che convergono negli ultimi episodi,
lasciando però molte questioni irrisolte per il futuro della serie.
Il finale, tuttavia, lascia la coppia davanti a una nuova e
drammatica incognita.
Brie rifiuta la proposta di Mike
perché non ha mai superato Brady
La stagione si apre con una situazione sentimentale apparentemente
stabile per Brie. Dopo la rottura con Brady, l’avvocatessa ha
iniziato una relazione con Mike, che rappresenta per lei l’opposto
dell’ex fidanzato: affidabile, stabile e privo dei problemi che
hanno sempre complicato la vita di Brady.
Il
finale della sesta stagione aveva già anticipato un momento
decisivo: Mike si inginocchia e le chiede di sposarlo. Ciò che
rende la scena ancora più sorprendente è che Mike sembra essere
consapevole della breve infedeltà di Brie con Brady. Nonostante
questo, è disposto a perdonarla e a costruire comunque un futuro
insieme.
La proposta, però, mette Brie davanti a una verità che non può più
ignorare. Anche se prova affetto per Mike, non è mai riuscita a
impegnarsi completamente nella relazione. Il motivo è semplice:
Brady continua a occupare uno spazio centrale nella sua vita
emotiva. Accettare la proposta significherebbe costruire un
matrimonio basato su un sentimento incompleto.
Per questo motivo, Brie decide di rifiutare Mike. È una scelta
dolorosa ma necessaria, che segna il primo passo verso il confronto
definitivo con i suoi sentimenti.
Brady decide di lasciare Virgin
River per allontanarsi da Brie
Dopo la rottura con Mike, Brie continua a incontrare Brady nella
piccola comunità di Virgin River. I due cercano di mantenere un
rapporto amichevole, anche perché Brie lo aiuta con alcune
questioni legali legate alla sua officina.
Per Brady, però, la situazione è molto più difficile. I suoi
sentimenti per Brie non sono mai svaniti, neanche durante le loro
separazioni. Ogni tentativo di andare avanti – inclusa la relazione
con Lark – si rivela solo un modo per distrarsi da ciò che prova
davvero.
Un episodio particolarmente intenso cambia la prospettiva di Brady.
Durante un incendio a Yosemite, dove lavora come vigile del fuoco
volontario insieme a Kaia, l’uomo rischia seriamente di morire. In
quel momento, l’unico pensiero che gli attraversa la mente è
proprio Brie.
Questa esperienza lo porta a una conclusione inevitabile: se vuole
davvero voltare pagina, deve allontanarsi da lei. Per questo decide
di arruolarsi nei vigili del fuoco della California, entrando nel
corpo dei Cal
Fire, con l’intenzione di lasciare Virgin River e
ricominciare altrove.
La rivelazione di Brie: con Brady
si è sempre sentita davvero libera
Mentre Brady prende la decisione di partire, anche Brie vive un
momento di introspezione che la costringe a guardare la propria
vita con maggiore lucidità.
Durante una cavalcata con Clay, il nuovo bracciante di Jack, Brie
riflette su quanto negli ultimi anni abbia cercato di controllare
ogni aspetto della sua esistenza. Dopo il trauma vissuto prima di
arrivare a Virgin River, la stabilità era diventata per lei una
necessità quasi ossessiva.
La relazione con Mike rappresentava proprio questo: sicurezza,
prevedibilità, ordine. Ma mentre cavalca e lascia andare il
controllo, Brie si rende conto di qualcosa che aveva sempre cercato
di ignorare.
L’ultima volta che si era sentita davvero libera era quando stava
con Brady.
Questa consapevolezza la porta direttamente all’officina dell’ex
fidanzato, dove finalmente decide di dirgli tutta la verità sui
suoi sentimenti.
Brie e Brady tornano insieme, ma
il finale lascia la loro storia in sospeso
Quando Brie confessa a Brady ciò che prova, l’uomo inizialmente
reagisce con cautela. Dopo tutto quello che è successo tra loro,
teme che Brie stia prendendo una decisione impulsiva.
Lei però lo rassicura: questa volta non vuole scappare né cercare
sicurezza altrove. Vuole affrontare la relazione con lui senza più
tentare di controllare ogni cosa.
I
due decidono così di dare una nuova possibilità alla loro storia.
Il momento sembra segnare finalmente un nuovo inizio per la coppia,
che per la prima volta appare più matura e consapevole delle
proprie fragilità.
Ma proprio quando la loro relazione sembra trovare un equilibrio,
arriva il colpo di scena che chiude la stagione.
Mentre Brady sta andando a incontrare Brie, rimane coinvolto in un
grave incidente in moto. La serie si interrompe senza rivelare se
l’uomo sopravviverà o meno, lasciando il destino del personaggio
completamente incerto.
Questo cliffhanger non solo mette a rischio la vita di Brady, ma
introduce anche una nuova possibile tragedia nella storia d’amore
tra lui e Brie, proprio nel momento in cui sembravano aver
finalmente trovato la loro strada.
La
settima stagione di Virgin River
porta gli abitanti della piccola cittadina californiana in una
nuova fase delle loro vite, tra cambiamenti personali, crisi
sentimentali e decisioni che potrebbero ridefinire il futuro della
comunità. Dopo il matrimonio di Jack Sheridan e Mel Monroe, la
coppia si trova improvvisamente davanti alla prospettiva della
genitorialità, una possibilità che per loro è sempre stata
complicata e dolorosa.
La stagione sviluppa diverse linee narrative parallele: il
possibile percorso di adozione di Jack e Mel, il triangolo
sentimentale che coinvolge Brie, Brady e Mike, la battaglia di Doc
Mullins contro la medicina corporativa e la trasformazione
professionale di Preacher. Tutte queste storie convergono nel
finale ambientato durante il Founder’s Day, un evento che mette in
luce quanto il futuro di Virgin River sia più incerto che mai.
Il finale della stagione non chiude definitivamente molti archi
narrativi, ma prepara chiaramente il terreno per una nuova fase
della serie, lasciando diverse domande aperte sul destino dei
personaggi.
Cosa succede al bambino di Jack e
Mel nel finale di Virgin River 7
Il tema della genitorialità è uno dei fili conduttori più emotivi
dell’intera stagione. Mel ha vissuto negli anni una lunga serie di
gravidanze fallite e aborti spontanei, un dolore che ha segnato
profondamente la sua relazione con Jack e il modo in cui entrambi
guardano alla possibilità di avere una famiglia.
Quando una giovane paziente di Mel, Marley, propone alla coppia di
adottare il bambino che sta aspettando, l’idea sembra inizialmente
troppo improvvisa. La donna sta considerando l’adozione solo perché
la coppia che avrebbe dovuto prendere il bambino ha cambiato idea
all’ultimo momento. Mel, consapevole di quanto sia delicata una
decisione simile, invita Marley a non prendere decisioni
affrettate.
Nonostante questo, Jack e Mel non possono ignorare quanto
desiderino diventare genitori. L’adozione rappresenta per loro una
possibilità concreta dopo anni di tentativi falliti. La situazione
si complica ulteriormente quando riappare Eamon, l’ex fidanzato di
Marley e padre biologico del bambino, costringendo la futura madre
a riconsiderare completamente la scelta.
Alla fine, però, Marley e Eamon capiscono di non essere pronti a
crescere un figlio e decidono di affidare il bambino alla coppia
Sheridan. Quando tutto sembra finalmente andare nella direzione
sperata, arriva però una nuova complicazione: il bambino presenta
un difetto cardiaco congenito che richiederà un intervento
chirurgico subito dopo la nascita.
Nonostante la notizia devastante, Jack e Mel non esitano nemmeno
per un momento. Per loro quel bambino è già parte della famiglia.
Marley partorisce al Children’s Hospital di Los Angeles, dove il
piccolo viene immediatamente portato in terapia intensiva
neonatale. Il finale lascia intendere che il bambino dovrà
affrontare una lunga e difficile battaglia, ma Jack e Mel sono
pronti ad affrontarla insieme.
Brady muore dopo l’incidente? Il
destino del personaggio resta incerto
Un’altra storyline importante della stagione riguarda Brady e il
suo rapporto con Brie. I due hanno cercato più volte di restare
lontani l’uno dall’altra, ma ogni tentativo si è rivelato inutile.
Il loro legame emotivo e la loro attrazione reciproca continuano a
riportarli inevitabilmente insieme.
Nel corso della stagione Brie tenta di costruire una nuova
relazione con Mike, arrivando perfino a ricevere una proposta di
matrimonio. Tuttavia, alla fine capisce che con Brady si sente
davvero libera e decide di confessargli i suoi sentimenti.
Quando i due decidono finalmente di dare una nuova possibilità alla
loro relazione, sembra che Brady abbia finalmente trovato una
stabilità emotiva dopo anni difficili. Ma proprio nel giorno in cui
dovrebbe andare a cena da Brie, l’uomo rimane coinvolto in un grave
incidente in moto.
La stagione si chiude senza rivelare chiaramente il suo destino.
L’incidente lascia Brady in una situazione critica e il finale
volutamente ambiguo suggerisce che la sua sopravvivenza potrebbe
diventare uno dei punti centrali della prossima stagione.
Il futuro della clinica di Doc
Mullins e la guerra contro Grace Valley Hospital
Uno dei conflitti principali della stagione riguarda Doc Mullins e
la sua battaglia contro Grace Valley Hospital. Dopo aver violato il
protocollo medico per salvare un paziente, Doc si ritrova sotto
indagine da parte del consiglio medico, rischiando di perdere la
licenza e mettere in crisi l’intero sistema sanitario della
cittadina.
Durante la sua sospensione, Mel si trova costretta a prendere in
carico molti dei pazienti della clinica, ma senza l’esperienza e le
risorse di Doc la situazione diventa rapidamente difficile. Grace
Valley approfitta della situazione installando una clinica mobile a
Virgin River, con tecnologie avanzate e risorse molto
superiori.
Paradossalmente, proprio una di queste tecnologie permette di
individuare il problema cardiaco del bambino di Marley, salvandogli
potenzialmente la vita. Questo evento costringe Doc a riconsiderare
la sua posizione radicale contro la medicina corporativa.
Nel finale, il medico inizia a prendere in considerazione una
possibile collaborazione con Grace Valley Hospital, ipotizzando un
sistema che unisca l’approccio umano della sua clinica alle risorse
tecnologiche della struttura ospedaliera. Questa decisione, però,
crea tensioni con Hope, che ha combattuto duramente per difendere
l’indipendenza sanitaria della città.
Hope tradisce Doc? Cosa succede
con il suo ex marito Roland
La crisi tra Doc e Hope è un altro elemento importante del finale
di stagione. Durante i preparativi del Founder’s Day, Hope si trova
costretta a collaborare con il suo ex marito Roland, con cui ha un
passato molto complicato.
La donna ha sempre creduto che Roland e suo padre l’avessero
tradita quando il business di famiglia venne lasciato al marito
invece che a lei. Tuttavia, nel corso della stagione scopre la
verità: l’azienda era già in declino e suo padre non voleva che la
figlia restasse legata a un’attività destinata a fallire.
Questo confronto emotivo permette finalmente a Hope di elaborare il
dolore per la morte del padre. Nonostante un momento di
vulnerabilità che la porta a passare del tempo con Roland, tra i
due non succede nulla di romantico. Tuttavia, la distanza che si
crea tra Hope e Doc nel finale lascia intuire che il loro
matrimonio potrebbe attraversare una fase difficile nella prossima
stagione.
Preacher lascia il bar di Jack?
Il personaggio potrebbe aprire un locale tutto suo
Il futuro professionale di Preacher rappresenta un altro
cambiamento significativo introdotto nella stagione. Dopo che uno
dei suoi piatti viene citato in un blog gastronomico, il bar di
Jack inizia ad attirare un numero crescente di turisti.
Un amico di Preacher gli propone di espandere il locale e
trasformarlo in qualcosa di più grande e ambizioso. L’idea
entusiasma lo chef, ma Jack non è dello stesso avviso. Con una
nuova casa e un bambino in arrivo, l’uomo non vuole rischiare di
complicare ulteriormente la sua vita con un grande progetto
imprenditoriale.
Questo porta Preacher a riflettere su una possibilità che non aveva
mai considerato seriamente: lasciare il bar e creare qualcosa di
completamente suo. Jack decide addirittura di comprare la sua quota
per dimostrargli che crede nel suo talento.
Nel finale, però, Preacher inizia a chiedersi se il progetto che
gli è stato proposto rappresenti davvero ciò che vuole. Il
personaggio si trova così davanti a una scelta che potrebbe
cambiare completamente il suo futuro.
Con il nuovo universo
cinematografico DC guidato da James Gunn che continua a prendere forma,
emergono già alcuni elementi fondamentali destinati a definire il
futuro del franchise. Tra questi, uno dei più rilevanti riguarda la
futura Justice League, la squadra simbolo della DC,
che nel DCU sembra avere già due membri chiave
Secondo il co-responsabile di
DC Studios, James
Gunn, il DCU rappresenta un reboot completo dell’intero
universo DC, comprendendo film, serie TV e videogiochi. L’obiettivo
è creare continuità narrativa tra i diversi progetti, utilizzando
gli stessi attori per gli stessi ruoli su piattaforme differenti.
In questo contesto, la scelta dei personaggi diventa cruciale,
soprattutto per un gruppo centrale come la Justice League of America (JLA),
storicamente la squadra più importante dei fumetti DC.
La formazione classica include eroi
iconici come Batman, Superman e
Wonder Woman, insieme ad altri protagonisti di
rilievo. Ora che il DCU sta iniziando a svilupparsi con i suoi
primi progetti, è il momento di capire chi entrerà a far parte
della futura formazione della Justice League e quali personaggi
devono ancora essere introdotti.
SupermansaràcentralenellaJusticeLeaguedelDCU
Il primo nome è senza dubbio
Superman.
Il personaggio è stato protagonista del primo lungometraggio
ufficiale del DCU, uscito nel 2025, con David Corenswet nel ruolo di Clark Kent.
Il film ha stabilito che Superman è
l’eroe più potente della Terra e possiede già le caratteristiche
per guidare la Justice League. Tuttavia, senza il resto della
squadra, questo Superman è al momento una sorta di “one-man
show”.
Lanterns – Aaron Pierre e Kyle Chandler nella prima
foto della serie – Cortesia di Max
Un altro membro destinato a un
ruolo centrale è John Stewart. La serie Lanterns, in arrivo su HBO,
sarà il primo nuovo progetto live-action del DCU completamente
inedito.
La serie, descritta come un
thriller dai toni oscuri, seguirà due Lanterna
Verde: Hal Jordan (KyleChandler) e John Stewart
(AaronPierre).
Sebbene Hal Jordan sia il Lanterna Verde originale dei fumetti e
tradizionalmente associato alla Justice League, sembra che nel DCU
sarà John Stewart a ricoprire il ruolo più rilevante nel futuro del
franchise.
Il personaggio è già stato
confermato anche nel film
Superman:Man of Tomorrow, accanto a
Superman, rafforzando l’idea di una sua futura presenza nella
Justice League.
Nel film Superman è stata
introdotta la Justice Gang, una squadra di eroi guidata
da Guy Gardner (Nathan Fillion), composta anche da
Hawkgirl (Isabela Merced) e Mr. Terrific
(Edi Gathegi).
Nei fumetti, Guy Gardner è stato
talvolta membro della Justice League, ma nel DCU sembra improbabile
che assuma quel ruolo. Diverso il discorso per
Hawkgirl e Mr. Terrific, entrambi
già appartenuti alla Justice League in versioni precedenti, inclusa
la DC Animated Universe, dove Hawkgirl era una fondatrice del
team.
L’introduzione precoce della
Justice Gang suggerisce che il gruppo potrebbe avere un
collegamento futuro con la JLA, anche se non è ancora chiaro in
quale forma. Potrebbero entrare nella squadra ufficiale oppure la
formazione potrebbe essere ampliata o modificata.
Nel finale di Superman, anche
Metamorpho (Anthony
Carrigan) si unisce alla Justice Gang, diventando
potenzialmente un ulteriore candidato per il futuro team.
Alcuni membri storici devono
ancora arrivare
Oltre a Superman e Lanterna Verde,
mancano ancora diversi membri storici della squadra. La formazione
originale dei fumetti includeva spesso Superman,
Batman, Wonder Woman,
Lanterna Verde, Aquaman,
Guardiano di Marte e Flash.
Il DCU ha già confermato progetti
per Batman, che debutterà in The Brave and the Bold, e per Wonder Woman,
protagonista di un film dedicato. Tuttavia, altri personaggi non
hanno ancora progetti ufficialmente annunciati.
Jason Momoa, che ha interpretato
Aquaman nel precedente universo, tornerà nel DCU
nel ruolo di Lobo, con debutto previsto nel film dedicato a
Supergirl. A seconda delle scelte creative di Gunn, anche Lobo o
Supergirl potrebbero avere un ruolo futuro nella Justice
League.
Gunn, che in passato ha diretto la
trilogia dei Guardiani della Galassia per il
MCU, è noto per aver modificato
profondamente le formazioni dei team nei suoi film. Per ora, il DCU
sta ancora costruendo le fondamenta, quindi la composizione finale
della Justice League rimane aperta.
La storia si apre nel 1880 nello
stato del Wyoming. Nella tranquilla cittadina di Big Whisky una
prostituta viene sfregiata al viso da un cliente, e l’evento
costringe lo sceriffo Little Bill ad entrare nella
questione. L’uomo, però, impone soltanto un risarcimento tramite
bestiame, pena che per le amiche della vittima è assolutamente
inadeguata. Queste decidono pertanto di porre una taglia di mille
dollari sulla testa del responsabile. La voce circa tale occasione
si sparge ben presto in lungo e in largo, attirando l’attenzione
del giovane e inesperto pistolero Schofield Kid.
Consapevole dei suoi limiti, ma desideroso di ottenere la somma,
questi decide di rivolgersi all’anziano Munny, ex
pistolero noto per la sua crudeltà e gli efferati crimini
compiuti.
Inizialmente riluttante, questi
deciderà infine di unirsi al giovane, coinvolgendo anche il suo
amico di vecchia data Ned. I due, che avevano
ormai del tutto cambiato vita, si ritrovano così a doversi
confrontare con un mondo che sembra andato avanti senza di loro.
Per Munny questa è però anche l’occasione per cercare di superare
il lutto della moglie recentemente scomparsa. Giunti a Big Whisky,
i tre uomini si troveranno però a doversi confrontare con una
realtà ben diversa da quella immaginata. Lo sceriffo Little Bill,
infatti, si rivela essere tutt’altro che un garante della legge, e
si opporrà in modo quanto mai deciso all’ingresso dei tre pistoleri
nel suo territorio. Provocare Munny, però, equivale a firmare la
propria condanna a morte.
L’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e
Sony Pictures presenteranno in anteprima il film L’ultima
missione: Project Hail Mary martedì 17 marzo
nell’Auditorium dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), in via del
Politecnico snc. Il film, che uscirà ufficialmente in tutte le sale
il 19 marzo distribuito da Eagle Pictures, è interpretato da
Ryan Gosling e diretto dai premi Oscar®
Phil Lord e Christopher
Miller.
L’ingresso nella sede dell’Agenzia
Spaziale Italiana è consentito a partire dalle ore 18:45, l’inizio
della proiezione sarà alle ore 20; per partecipare è necessario
compilare il presente form entro e non oltre il 15
marzo: FORM
L’insegnante di scienze Ryland
Grace (Ryan
Gosling) si sveglia su un’astronave lontano da casa
anni luce e senza alcun ricordo di chi sia o di come sia arrivato
lì. Con il riaffiorare della sua memoria, torna alla luce lo scopo
della sua missione: risolvere l’enigma della misteriosa sostanza
che sta causando il collasso del Sole. Dovrà fare affidamento sia
sulle sue conoscenze scientifiche che sulle sue capacità di pensare
fuori dagli schemi per salvare dall’estinzione la vita sulla Terra…
ma un’inaspettata amicizia gli farà capire che non è solo in questa
impresa.
È disponibile il
trailer ufficiale di Malcolm: che
vita!, la serie revival che debutterà con tutti e
quattro gli episodi il 10 aprile su Disney+ a livello internazionale e su
Hulu negli Stati Uniti.
Dopo aver protetto se stesso e la
figlia dalla sua famiglia per oltre un decennio, Malcolm viene
trascinato nuovamente nella loro orbita quando Hal e Lois
richiedono la sua presenza alla festa per il loro quarantesimo
anniversario.
La serie riunisce Bryan
Cranston (Hal), Frankie
Muniz (Malcolm), Jane
Kaczmarek (Lois), Christopher Kennedy
Masterson (Francis), Justin
Berfield (Reese) ed Emy
Coligado (Piama). A loro si aggiungono i nuovi membri
del cast Keeley Karsten (Leah, la figlia
di Malcolm), Vaughan Murrae (Kelly, la
sorella minore di Malcolm), Kiana
Madeira (Tristan, la ragazza di Malcolm)
e Caleb Ellsworth-Clark (nel ruolo di
Dewey).
Prodotta da Disney Branded
Television, la serie è prodotta da 20th Television, parte di Disney
Television Studios, e New Regency. Linwood Boomer, creatore della
serie originale, torna come sceneggiatore ed executive producer.
Bryan Cranston, Tracy Katsky Boomer e Gail
Berman sono gli executive producer assieme ad Arnon Milchan, Yariv
Milchan e Natalie Lehmann di New Regency. Ken Kwapis dirige tutti e
quattro gli episodi e ne è anche executive producer. Jimmy Simons e
Laura Delahaye sono co-executive producer.
Tutti i 151 episodi di
Malcolm sono disponibili in streaming su Disney+ e Hulu.
Uno degli aspetti che rendono
l’universo di The Conjuring così avvincente è il
fatto che si ispira a “storie vere”, basate sui racconti di
Ed e Lorraine Warren, che hanno
indagato su diversi fenomeni paranormali. Detto questo, gli eventi
hanno preso una piega diversa quando il personaggio secondario noto
come Valak è stato introdotto in
The Conjuring – Il caso Enfield. Tra le figure demoniache
presenti in questo universo cinematografico, Valak è considerato
l’antagonista principale, responsabile di numerose apparizioni
spettrali nel corso della serie. Oltre a ciò, le sue motivazioni
sono in realtà legate a una martire cristiana storica:
Santa Lucia, presentata ai fan in The Nun
2 (leggi
qui la recensione).
Santa Lucia era una delle vergini
martiri e una delle martiri femminili più conosciute al giorno
d’oggi. Il film ha sorvolato su gran parte della sua vita, o almeno
su ciò che ne fanno le storie tradizionali, per trasformarla in una
figura potente, i cui occhi Valak desiderava ardentemente per i
propri scopi malvagi. Valak potrà anche essere stato sconfitto alla
fine del film, ma il mistero che circonda Santa Lucia è ancora
responsabile di legare insieme molti film della serie
Conjuring. Per comprendere meglio la sua rilevanza nella
trama, è necessario conoscere i documenti relativi alla Santa Lucia
storica.
Ora, è importante ricordare che la
storia di questa particolare santa si snoda nel corso dei secoli.
Con il passare del tempo ci sono state variazioni della sua storia
e, con ogni probabilità, alcuni dettagli sono semplicemente andati
perduti nel tempo. La maggior parte delle fonti tende a raccontare
la stessa storia nel complesso. Le prime testimonianze su Santa
Lucia, o Lucia di Siracusa, come era il suo vero nome, provengono
dagli Atti dei Martiri del V secolo. Nata nel 283 d.C., Lucia era
figlia di genitori nobili e ricchi di discendenza romana e greca.
Sfortunatamente, la tragedia colpì quando il padre di Lucia morì
quando lei aveva solo cinque anni, lasciando lei e sua madre senza
un tutore.
Di conseguenza, la madre di Lucia
fece in modo che la figlia sposasse un uomo proveniente da una
ricca famiglia pagana. Secondo i testi, ciò che la madre di Lucia
non sapeva era che la figlia aveva già consacrato la propria
verginità a Dio. Questo fu solo uno degli esempi della pietà di
Lucia che le avrebbe fatto guadagnare notorietà. Più tardi, durante
un pellegrinaggio con la madre a Catania, Lucia ebbe una visione
della santa locale, Agata, che le disse che la sua fede avrebbe
guarito la cecità della madre e avrebbe reso Lucia la gloria di
Siracusa. Lucia colse l’occasione per distribuire la sua dote tra i
poveri, attirando su di sé l’attenzione indesiderata di qualcuno
molto meno ricettivo alla sua carità. Paschasius, governatore di
Siracusa, pretese che Lucia bruciasse un sacrificio all’imperatore
se aveva così tanta ricchezza da donare.
Poiché ciò andava contro la fede di
Lucia, lei rifiutò. È importante comprendere che Lucia visse
durante la persecuzione di Diocleziano, rendendo quel periodo
pericoloso per dichiararsi pubblicamente cristiani. Per la sua
sfida, Paschasius ordinò che fosse portata in un bordello e
disonorata. La storia racconta poi che, nonostante i tentativi dei
soldati che cercavano di portarla via, lei non si mosse. Così,
cercarono di bruciarla viva con la legna che avevano ammucchiato
intorno a lei, ma lei non si bruciò. Alla fine, Paschasius ordinò
che le fosse conficcata una spada nella gola, il che alla fine la
uccise. I resoconti del XV secolo sostengono inoltre che Paschasius
fece torturare Lucia cavandole gli occhi, trasformandola così nella
Santa Patrona dei Ciechi. La storia di Lucia divenne infine ben
nota tra i cristiani di tutto il mondo un secolo dopo la sua
morte.
Il ruolo di Santa Lucia
nell’Evocazione
Ovviamente, il film si è preso
alcune libertà con la storia di Santa Lucia, ma la maggior parte è
ispirata a resoconti storici. Santa Lucia appare come una figura di
saggezza ai protagonisti, offrendo loro guida e protezione contro
le forze del male che li attaccano da ogni parte. A Lucia stessa è
stato assegnato un ruolo più soprannaturale nella storia: i suoi
occhi cavati sono una potente reliquia che Valak cercava durante la
sua seconda apparizione conosciuta. Non aveva previsto che la sua
vecchia nemica, suor Irene, fosse in realtà una discendente di
Santa Lucia.
Durante il loro scontro finale,
quando Valak ha cercato di bruciare viva Irene, lei è rimasta
illesa, ricreando il miracolo che Santa Lucia aveva compiuto quando
gli uomini di Paschasius avevano tentato senza successo di
bruciarla. Questo, a sua volta, spiegava perché Irene avesse un
legame così profondo con il mondo spirituale: il lignaggio della
sua famiglia poteva essere fatto risalire a Santa Lucia e a
qualunque potere lei possedesse per compiere tali miracoli. Gli
eventi della vita di Irene che lei considerava un fardello erano in
realtà doni dei suoi antenati e sono stati determinanti per
sconfiggere Valak una seconda volta.
In seguito si scoprirà che Irene
non è l’unica discendente moderna conosciuta di Santa Lucia. Nei
film viene confermato che anche Lorraine Warren è imparentata con
Santa Lucia, il che spiega anche i suoi doni unici. Di conseguenza,
Santa Lucia è la fonte da cui la serie di film trae i suoi
protagonisti, creando un muro spirituale in tutto il mondo che
agisce contro le forze demoniache che cercano di consumarlo.
La vera storia di Santa Lucia è
più complessa di quanto la rappresentino i film
Come già detto, il film si è preso
alcune libertà con la storia di Santa Lucia per rendere la trama
più avvincente. Se Valak avesse cercato i suoi occhi, la sua
ricerca sarebbe stata vana, poiché si sarebbero deteriorati secoli
fa. Ma soprattutto, sarebbe problematico che Santa Lucia avesse
discendenti diretti, poiché una parte importante del suo martirio
consiste nel fatto che lei rifiuta l’idea del matrimonio per
dedicarsi a Dio. Ciò può essere in parte spiegato dal lungo lasso
di tempo trascorso da allora ad oggi. I documenti riportano solo
che Santa Lucia proveniva da una ricca famiglia siciliana, non se
avesse fratelli o sorelle.
Se il potere che possedeva fosse
ereditario, allora Santa Lucia probabilmente non era la prima donna
della sua famiglia a esercitarlo e, come dimostrato da Irene e
Lorraine Warren nella serie, non è nemmeno l’ultima; è
semplicemente la più importante tra loro. È possibile che entrambe
le donne discendano da parenti di Lucia, preservando l’integrità
della sua storia e presentando un mistero ancora più grande
sull’origine di questo dono misterioso.
L’idea che il potere posseduto da
questa particolare stirpe di donne sia attivo da quasi duemila anni
suggerisce che ci sia una storia più grande in atto, che lega
strettamente la famiglia a Valak, ma implica anche che un grande
destino potrebbe attenderle. Santa Lucia è solo il primo tassello
di un puzzle che l’universo di The Conjuring ha offerto ai
suoi fan. Un puzzle che apre le porte a nuove avventure e misteri
che i suoi discendenti dovranno risolvere e che forse offre anche
nuove opportunità per raccontare storie ambientate in epoche
diverse, mentre la famiglia continua la sua guerra apparentemente
senza fine contro il demone Valak.
Hitman –
L’assassinoèunfilmactionthrillerdel2007direttodaXavier
Gens,cineastafrancesechenegliannisuccessivifirmeràtitolicomeCold Skin – La creatura di
AtlantideeUnder
Paris.Ilfilmrappresentailprimotentativodiportaresulgrandeschermol’universodellacelebresagavideoludicaHitman,sviluppatadaIO
Interactive.Lastoriaseguelemissionidell’enigmaticoAgente47,assassinoprofessionistageneticamentemodificatoeaddestratofindall’infanziaperdiventareunaperfettamacchinadauccidere.
IlprotagonistaèinterpretatodaTimothy
Olyphant,cheinquegliannistavaconsolidandolapropriapresenzanelcinemad’azioneenelthrillerdoporuoliinfilmcomeDie Hard – Vivere o
morire.Conilsuostileglacialeecontrollato,Olyphantdàvitaaunaversionecinematograficadell’Agente47cheriprendemoltielementiiconicideivideogiochi,dalcompletoscuroconcravattarossaallatestarasataconilcodiceabarretatuato.Accantoall’azioneeagliscontriarmati,ilfilmtentaanchediesplorareladimensionepiùumanadelpersonaggio,mettendoindiscussioneilsuoruolodisemplicestrumentodimorte.
Il film segue la storia dell’agente
47 (Timothy
Olyphant), il più misterioso e sfuggente
degli assassini professionisti. Addestrato e istruito fin da
bambino per divenire un infallibile killer, le sue armi speciali
sono il suo sangue freddo, precisione infallibile e l’assoluta
dedizione al lavoro. Testa rasata, abito nero, camicia bianca,
cravatta rossa e massima determinazione: niente e nessuno può
fermarlo. Il solo nome con il quale è conosciuto, 47, viene dalle
ultime due cifre del codice a barre che ha tatuato sulla nuca.
Da cacciatore l’agente 47 si trova
a divenire una preda quando durante una missione nell’Est europeo
per l’omicidio di un politico russo assetato di poter, si trova
invischiato in un colpo di stato: l’Interpol e l’esercito russo
iniziano a dargli la caccia per tutta l’Europa Orientale. 47 è così
costretto ad andare alla ricerca di colui che l’ha incastrato e
scoprire il perché. I pericoli più grandi 47 li correrà però quando
a complicare la situazione si aggiungerà l’incontro con una bella e
misteriosa ragazza, Nika
Boronina (Olga
Kurylenko). L’imperscrutabile agente dovrà saper
gestire le insolite emozioni che Nika farà nascere in lui.
Hannah Montana 20th Anniversary Special arriverà su
Disney+ il 24 marzo. Lo speciale
celebrerà l’iconica serie che ha definito una generazione,
esattamente vent’anni dopo il suo debutto su Disney
Channel.
Girato davanti a un pubblico in
studio, lo speciale includerà un’intervista esclusiva e
approfondita a Miley Cyrus, condotta da Alex Cooper. La
conversazione offrirà uno sguardo ravvicinato alla creazione di uno
dei personaggi più iconici della cultura pop, mostrando l’impatto
duraturo che la serie e il personaggio stesso hanno avuto sui fan
di tutto il mondo. Con nostalgia e un punto di vista nuovo, Miley
Cyrus ripercorrerà i momenti, la musica e i ricordi che hanno
definito un’epoca. Gli spettatori vedranno filmati d’archivio
inediti mentre riprenderanno vita alcuni dei set memorabili di
Hannah Montana, tra cui il salotto della famiglia Stewart e il
leggendario guardaroba di Hannah Montana. Ci saranno inoltre alcune
celebri “note” che torneranno sotto i riflettori…
Con uno dei fandom Disney più
appassionati, Hannah Montana è diventato un fenomeno globale,
trasformando la TV per ragazzi, influenzando la musica e la moda e
lanciando la carriera di una pop star simbolo di una generazione.
La serie candidata agli EmmyⓇ ha generato 14 album
di platino e 18 d’oro in tutto il mondo, oltre a due film.
“Hannah Montana farà
sempre parte di chi sono. Quella che è iniziata come una serie tv è
diventata un’esperienza condivisa che ha plasmato la mia vita e
quella di tantissimi fan, e ne sarò sempre grata” ha
dichiarato Miley Cyrus. “Il fatto che significhi ancora così
tanto per le persone dopo tutti questi anni è una cosa di cui vado
molto fiera. Questo ‘Hannahversary’ è un modo per
celebrare e ringraziare i fan che mi sono vicini da 20
anni”.
“Hannah Montana ha
ispirato tantissimi fan a sognare in grande, cantare a squarciagola
e abbracciare ogni lato di sé stessi, ed è per questo che la sua
eredità continua a brillare attraverso le generazioni” ha
commentato Ayo Davis, president, Disney Branded Television.
“Collaborare con Miley per questo speciale è un sogno e
vogliamo che sia una lettera d’amore rivolta ai fan, che oggi
dimostrano la stessa passione di quando la serie ha debuttato 20
anni fa”.
Lo speciale è prodotto da HopeTown
Entertainment e Unwell Productions. Ashley Edens è la showrunner,
mentre Miley Cyrus, Tish Cyrus-Purcell, Alex Cooper e Matt Kaplan
sono gli executive producer. Cooper sarà anche conduttrice dello
speciale, guidando i fan di Hannah Montana attraverso la nostalgica
e attesissima celebrazione dell’anniversario.
I fan possono rivivere i loro
momenti preferiti con Miley in vista dello speciale, con la
Collezione Hannah Montana su Disney+ che include le quattro stagioni
di Hannah Montana, Hannah Montana: The
Movie e Hannah Montana and Miley Cyrus: The Best
of Both Worlds Concert. A dimostrazione della duratura
popolarità del franchise, il catalogo Hannah Montana ha totalizzato
finora più di mezzo miliardo di ore di streaming a livello globale
su Disney+.
Jason è tornato (in un certo senso)
nell’attesissima
serie prequel di Venerdì 13, Crystal
Lake, e Peacock ha appena rivelato nuove immagini del
film. Finora sono stati distribuiti dodici film di
Venerdì 13, l’ultimo dei quali è il
reboot del 2009. Il franchise è rimasto inattivo da allora, ma 17
anni dopo, Peacock riporta in vita Jason con la serie
prequel Crystal Lake.
Peacock ha svelato tre
prime immagini di Crystal Lake. La prima mostra un braccio
che brandisce un coltello insanguinato, mentre la seconda rivela un
molo sul lago omonimo avvolto nella nebbia. Nell’ultima foto, due
corpi giacciono in una posizione compromettente in quello che
sembra essere un capannone per barche.
Date un’occhiata alle prime
immagini di Crystal Lake qui sotto:
1 di 3
Venerdì 13 - Cortesia di
Peacock
Venerdì 13 - Cortesia di
Peacock
Venerdì 13 - Cortesia di
Peacock
Il primo film di
Venerdì 13 uscì nel 1980 e all’epoca
ricevette recensioni perlopiù negative, oltre a due nomination ai
Razzie come Peggior Film e Peggior Attrice Non Protagonista (Betsy
Palmer).
Tuttavia, il film, incentrato
sull’omicidio di alcuni animatori di un campeggio da parte di un
misterioso killer, fu un successo al botteghino, incassando 60
milioni di dollari. Le reazioni al film sono diventate più positive
nel tempo e il suo punteggio attuale su Rotten Tomatoes è del 69%
da parte della critica, con un punteggio del pubblico del 60%.
Il film del 1980 fu fondamentale
per la creazione del modello per i futuri film slasher, e il primo
sequel, Venerdì 13 Parte 2, uscì un anno dopo. Negli anni ’80
uscirono altri cinque sequel: Venerdì 13 parte III, Venerdì 13:
capitolo finale, Venerdì 13: un nuovo inizio, Venerdì 13 parte VI:
Jason vive, Venerdì 13 parte VII: Il sangue nuovo e Venerdì 13
parte VIII: Jason prende Manhattan.
Dopo che il film del 1993 Jason va
all’inferno: l’ultimo venerdì divenne uno dei capitoli
con i minori incassi del franchise, con soli 16 milioni di dollari,
un altro film di Venerdì 13 non venne distribuito fino a nove anni
dopo. Nonostante gli incassi deludenti di Jason X, la New Line ha
deciso di realizzare un crossover un anno dopo, in cui Jason
Voorhees si scontrava con Freddy Krueger di Nightmare – Dal
profondo della notte, un altro iconico cattivo del cinema. Freddy
vs. Jason ha incassato 116 milioni di dollari, ma la Warner Bros.
ha impiegato del tempo per rilanciare il franchise di Venerdì 13
con il reboot del 2009, che si è rivelato un successo con incassi
di 92 milioni di dollari.
Ora Peacock, A24 e il creatore Brad
Caleb Kane portano Jason sul piccolo schermo con il prequel Crystal
Lake, che vede Linda Cardellini nei panni della madre di Jason,
Pamela Voorhees, e Callum Vinson in quelli di una versione più
giovane di Jason. Tra gli altri membri del cast figurano William
Catlett, Devin Kessler, Cameron Scoggins, Gwendolyn Sundstrom, Nick
Cordileone, Joy Suprano, Danielle Kotch, Christopher Denham e
Phoenix Parnevik.
Le riprese di Crystal
Lake si sono svolte nella seconda metà del 2025 nel
New Jersey. Non è ancora stata annunciata una data di uscita, ma la
serie debutterà nel corso del 2026.
La quinta stagione di Avvocato di difesa –The Lincoln
Lawyer sembra ormai sempre più vicina. Secondo quanto
riportato da What’s On Netflix, la nuova stagione della serie di
successo potrebbe arrivare su Netflix nei primi mesi o a
metà del 2027, mantenendo così una programmazione simile a
quella delle stagioni precedenti.
Le novità non riguardano solo la
possibile finestra di uscita. Il produttore esecutivo e
co-showrunner Ted Humphrey ha infatti confermato
sui social che le riprese della nuova stagione di Avvocato
di difesa sono ufficialmente iniziate. In un post
pubblicato su Instagram, Humphrey ha annunciato l’avvio della
produzione assicurando ai fan che l’attesa per i nuovi episodi non
sarà troppo lunga. La serie è guidata da Humphrey insieme alla
co-showrunner Dailyn Rodriguez.
Cosa sappiamo sulla nuova
stagione?
I nuovi episodi saranno ispirati al
romanzo Resurrection Walk dello scrittore
Michael Connelly, autore della saga letteraria da
cui è tratta la serie. Nella storia, l’avvocato difensore Mickey
Haller si troverà ad affrontare un caso particolarmente complesso:
dimostrare l’innocenza di una donna accusata di omicidio.
Una possibile soluzione potrebbe
essere legata al personaggio interpretato da Cobie Smulders, nota per la serie How I
Met Your Mother, che è tra le nuove aggiunte al cast della
quinta stagione. Non è ancora chiaro quale sarà il suo personaggio
nella nuova stagione, ma la sua presenza suggerisce che la serie
potrebbe introdurre nuovi sviluppi nella storia.
Resta inoltre da capire se tornerà
stabilmente anche Neve Campbell nei panni di Maggie, ex moglie
di Mickey e madre di sua figlia. In attesa di ulteriori dettagli,
una cosa è certa: Avvocato di difesta -The Lincoln Lawyer
continua ad essere tra i successi più solidi del catalogo
Netflix.
Tucker Film
rilascia il teaser trailer italiano di Kokuho – Il
maestro di kabuki, il nuovo lungometraggio di
Lee Sang-il (Hula Girls), tratto dal
monumentale romanzo omonimo di Yoshida Shuichi e candidato
agli Oscar per il miglior trucco. Emotivamente infuocato e
visivamente sontuoso, il film, che in patria ha rapidamente
superato qualsiasi aspettativa, diventando un fenomeno di
incasso senza precedentinel cinema giapponese
contemporaneo – arriva nella sale
italiane dal 30 aprile, dopo l’anteprima nazionale
al Far East Film Festival 28 (Udine, 24
aprile – 2 maggio), alla presenza del regista.
La critica
internazionale, che ha potuto ammirare
Kokuho alla Quinzaine di
Cannes, non ha lesinato sull’entusiasmo («Una vera gioia
per gli occhi», «Un’opera semplicemente magnifica», «Un’epopea
incredibile»). E Lee Sang-il, del resto, non ha
lesinato sulla grandiosità stilistica e narrativa,
firmando una storia dove convivono l’arte, l’ambizione, l’amicizia
e l’amore. Una storia lunga cinquant’anni che ha l’incedere epico e
maestoso di Addio mia concubina e dell’Ultimo
imperatore.
Il giovane Kikuo (Soya
Kurokawa/Ryo Yoshizawa), figlio di un
boss della yakuza, si fa notare durante un banchetto a Nagasaki
esibendosi in un ruolo kabuki femminile. Tra gli ospiti lo nota
l’attore kabuki Hanjiro Hanai (Ken Watanabe), che
riconosce immediatamente il talento del quattordicenne. Dopo la
morte del padre di Kikuo, Hanjiro accoglie il ragazzo con sé e si
trasferisce con lui a Osaka. Lì, Kikuo cresce insieme al figlio di
Hanjiro, Shunsuke (Keitatsu
Koshiyama/Ryusei Yokohama). Nonostante le
loro diverse origini, i due stringono una forte amicizia, mentre
vengono formati insieme sotto la guida di Hanjiro. Solo uno di
loro, però, diventerà il più grande maestro di kabuki della sua
epoca…
«Il kabuki – spiega Lee
Sang-il nelle note di regia – è un simbolo di inestimabile
valore culturale ed è governato dal principio della discendenza:
l’arte viene tramandata dai padri ai figli, e poi ai nipoti, per
continuare a garantirle il rango di “tesoro nazionale”. Questo, per
gli eredi, rappresenta un privilegio ma anche una maledizione:
devono dimostrare costantemente il loro talento e la loro passione.
Sono messi costantemente a confronto e devono superare il talento
di chi li ha preceduti. In questo ecosistema chiuso e ristretto,
gli attori salgono sul palco con un destino predeterminato. E, una
volta sul palco, vi rimangono fino all’ultimo respiro…».
Nella prima
settimana di programmazione, CREATIVES si è
assestata immediatamente tra le serie TV indipendenti più popolari
della piattaforma.
“Un risultato a
cui puntavamo, naturalmente, ma che ci ha comunque sorpreso”,
ha dichiarato la CEO di Seven Stars Erika Pagin.
“Con Creatives abbiamo voluto raccontare una
storia vera, italiana, ma universale. Quella di un gruppo di
giovani imprenditori che credono in un progetto e nei valori che lo
hanno fondato, che spesso non sono compresi dalle precedenti
generazioni, ma che non si arrendono di fronte alle difficoltà e,
anzi, credono profondamente nelle seconde possibilità. Siamo molto
grati al pubblico che si è rispecchiato in questo racconto e che ci
sta premiando con grande affetto”.
La serie è un caso di brand
integration assolutamente riuscito: per la sua realizzazione, la
produzione non è avvalsa di alcun investimento pubblico, bensì
della preziosa collaborazione di partner privati.
“Desideriamo ringraziare i
partner che hanno creduto nel progetto e nei valori che
veicola”, prosegue Pagin, che è anche producer della serie.
“Ciascuno di loro è stato accuratamente selezionato perché si
integra perfettamente nella storia raccontata e perché condivide
con noi di Seven Stars principi, convinzioni, stili di
vita”.
Nella seconda
stagione verranno approfondite le psicologie di tutti i personaggi
e si svilupperanno i rapporti tra di loro: la vita dell’agenzia e
nell’agenzia sarà raccontata anche attraverso le vite di chi la
popola e la anima. Confermati i protagonisti del cast, ci saranno
comunque delle sorprese. Le riprese della seconda stagione avranno
luogo in estate. CREATIVES è la prima
produzione targata SEVEN STARS.
Cattiva
Strada, opera prima di Davide
Angiuli, arriva in concorso in anteprima
nella sezione Per il cinema italiano alla
17ª edizione del BIF&ST – Bari International
Film&Tv Festival, per poi arrivare nelle sale il 26
marzo 2026 distribuito da Notorious
Pictures. Un intenso racconto di formazione ambientato
nella periferia di Bari, dove il senso di appartenenza accompagna
il destino e le scelte dei protagonisti. Nel cast Malich
Cissè e Giulio Beranek che agiscono mossi
dalla forza della tradizione e dall’istinto di sopravvivenza.
Protagonista è
Donato (Malich Cissè), un ragazzo
cresciuto troppo in fretta mentre si prende cura della nonna malata
di Alzheimer. Isolato e senza prospettive, la sua vita cambia
quando viene trascinato in una serie di rapine da Agust
(Giulio Beranek), un fuorilegge albanese che vive secondo
l’antico codice d’onore del Kanun. Tra violenza, lealtà e
bisogno di appartenenza, per Donato si apre la possibilità di una
famiglia diversa da quella che ha conosciuto. Ma ogni scelta ha un
prezzo.
«Con Cattiva Strada ho voluto
raccontare il rito di passaggio di Donato all’età adulta
– afferma il regista Davide Angiuli –
attraverso lo sguardo rigoroso e senza manierismi su una
periferia che conosco intimamente, trasformando Bari in un elemento
vivo e drammaturgico del film. La sua auto diventa una gabbia
insieme soffocante e protettiva, metafora di una giovinezza sospesa
tra il desiderio di cambiare e la paura di essere travolti dal
mondo.»
Costruito come una corsa senza
respiro, Cattiva Strada immerge lo spettatore in una Bari
periferica, febbrile e viva, dove l’asfalto diventa metafora di una
generazione in cerca di identità. Un film che esplora il bisogno
universale di non restare soli, raccontando i compromessi che si
accettano pur di appartenere a qualcosa o a qualcuno.
Cattiva Strada, è
scritto e diretto da Davide Angiuli. Prodotto da
Mario Mazzarotto per Movimento
Film, Francesco Lopez per Oz
Film, Daniele Mazzocca per
Verdeoro e Guglielmo Marchetti
per Notorious Pictures in collaborazione con
Rai Cinema. È stato sviluppato in collaborazione
con Fondazione Anica Academy e realizzato con
il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti
nel cinema e nell’audiovisivo, Coesione Italia 21-27
Puglia, Unione Europea, Repubblica Italiana, Regione
Puglia e Fondazione Apulia Film
Commission.
Si sono recentemente concluse le
riprese di UNA STORIA, esordio alla regia di
Anna Foglietta. Alba RohrwachereGuido
Caprinosono i protagonisti di un
racconto intimo e profondamente umano che attraversa i passaggi
emotivi che ridefiniscono i legami familiari e gli equilibri della
vita di una coppia. Nel cast ancheElio De CapitanieCaterina Casini.
Scritto dalla
stessaAnna FogliettaconTania
Pedroni e Matteo
Ferri,Una storiaè prodotto daViola Prestierie Valeria Golino per HT
Film, Nicola
Giuliano per Indigo
Film, Moreno
ZanieMalcom Paganiper Tenderstoriescon Rai
Cinema, produttori
associati Anna
FogliettaePaolo
Sopranzetti per Blu One
Film, con la partecipazione
diHBO
Max. Il film è stato realizzato con il contributo del Fondo per
lo Sviluppo degli Investimenti per il Cinema e l’Audiovisivo del
Ministero della Cultura e con il contributo della Regione Lazio –
Avviso pubblico Lazio Cinema Lab.
La fotografia è a
cura diAndrea Benjamin
Manenti, la scenografia è
diRoberto De
Angelise i costumi sono stati
affidati aMariano
Tufano. Il montaggio è realizzato
da Riccardo
Giannettimentre le musiche sono
composte dal MaestroRodrigo
D’Erasmo.
Guido Caprino e Alba Rohrwacher – Foto di Nicole
Verzaro
La trama di Una
Storia
Erika e Mauro vivono in provincia, dentro una quotidianità semplice
fatta di abitudini rassicuranti e piccoli gesti. Quando la figlia
Irene parte per studiare lontano, la casa si svuota e l’equilibrio
su cui la coppia ha costruito la propria esistenza sembra
incrinarsi. Erika, che ha sempre abitato il mondo attraverso la
cura degli altri, si scopre improvvisamente senza direzione. Mauro,
cresciuto nel rigore emotivo di un padre autoritario, tenta a suo
modo di reagire riempiendo il vuoto, ma finisce per confrontarsi
con una fragilità mai confessata. Nel tempo sospeso che segue
riaffiorano ferite lontane e desideri dimenticati. Sarà proprio
questa crisi intima e profonda a spingerli a guardarsi davvero e a
capire se e come possono trasformare se stessi e di conseguenza il
loro amore.
“Realizzare il film che desideravo
– dichiara
Anna Foglietta –
rappresenta per me una vittoria già compiuta. In questo lavoro c’è
la mia storia, non in senso autobiografico o puramente artistico,
ma in una dimensione più profonda, legata al mio sguardo sul mondo.
La regia è arrivata quando non mi bastava più interpretare un solo
ruolo: sentivo il bisogno di abbracciare l’intero universo del
film, di essere le case e i personaggi, i costumi e i trucchi, e di
imprimere me stessa in ogni dettaglio. Questo
film è un sogno a lungo custodito che ha finalmente trovato forma.
Pensare che possa attraversare il tempo mi sembra ancora
incredibile. In questo periodo storico in cui si fa fatica a
trovare gioia posso dire che il cinema è una realtà in cui trovo
ancora salvezza.
Una
storia uscirà nelle sale
con BIM
DISTRIBUZIONE.
Lo streaming continua a cambiare e
Prime Video ha appena annunciato una
novità destinata a far discutere gli abbonati. La piattaforma di
Amazon ha infatti deciso di aumentare il prezzo del piano senza
pubblicità e, allo stesso tempo, di introdurre un nuovo nome per
questa fascia di abbonamento.
A partire dal 10 aprile
2026, l’attuale piano Prime Video Ad Free verrà
sostituito da Prime Video Ultra, con un costo
mensile che passerà da 2,99 a 4,99 dollari. Il
cambiamento è stato comunicato agli utenti tramite un’email
ufficiale inviata agli abbonati, nella quale la piattaforma ha
spiegato che il nuovo piano includerà diverse funzionalità
aggiuntive pensate per migliorare l’esperienza di visione.
“Grazie per essere un abbonato a Prime Video senza pubblicità.
Ti informiamo che dal 10 aprile 2026 Prime Video Ad Free diventerà
Prime Video Ultra con funzionalità di visione migliorate e il
prezzo del tuo abbonamento aumenterà a 4,99 dollari al mese. Se sei
iscritto al piano annuale Prime, potrai anche passare
all’abbonamento annuale Ultra al costo di 45,99 dollari l’anno (23%
di risparmio annuale).”
Quali novità porta l’aumento di
prezzo di Prime Video?
Photo credit_ Dan Smith
Tra
le novità principali figurano lo streaming in 4K e
UHD, la possibilità di guardare contenuti su fino a
cinque dispositivi contemporaneamente — rispetto
ai tre consentiti in precedenza — e l’aumento dei download
offline fino a 100 titoli, contro i 25 disponibili nel
piano precedente.
La
piattaforma di streaming di Amazon è uno dei principali colossi del
settore e negli ultimi anni ha lanciato film e serie originali di
grande successo come L’estate nei tuoi occhi, Young
Sherlock, Invincible,The
Boys, e Road House. Proprio
The
Boys si prepara a debuttare con la sua stagione finale
sulla piattaforma, uno degli eventi più attesi del catalogo che sta
già spingendo molti spettatori ad abbonarsi per seguire la
conclusione della serie.
La
scelta di aumentare i prezzi non è un caso isolato e Amazon non è
l’unica piattaforma a proporre livelli di abbonamento senza
pubblicità. Anche Netflix offre diversi piani: quello base costa 6,99
euro al mese, mentre il piano premium arriva a 19,99 euro.
La
nuova serie western The
Madison, creata da Taylor Sheridan,
debutta con recensioni positive e un solido punteggio su
Rotten
Tomatoes. Il progetto, composto da sei
episodi, segna un nuovo capitolo nella produzione televisiva del
creatore di Yellowstone, una delle saghe
neo-western più popolari degli ultimi anni. La
prima stagione arriverà su Paramount+ il 14 marzo con
i primi tre episodi disponibili al lancio, seguiti dagli altri tre
la settimana successiva. Ancora prima del debutto ufficiale, la
piattaforma ha già confermato una seconda stagione della serie, le
cui riprese risultano già concluse.
A
poche ore dalla première, The
Madison ha ottenuto un punteggio dell’80% su Rotten Tomatoes, basato
sulle prime recensioni della critica. Il numero di valutazioni è
ancora limitato e potrebbe cambiare con l’arrivo di nuovi giudizi
nei prossimi giorni, ma le reazioni iniziali indicano
un’accoglienza complessivamente positiva. Il punteggio del
pubblico, invece, inizierà a prendere forma solo dopo il debutto
ufficiale della serie sulla piattaforma streaming.
The Madison racconta il dramma di
una famiglia tra lutto e rinascita nel Montana
Scritta interamente da Taylor Sheridan, la serie segue la storia
della famiglia Clyburn, che decide di trasferirsi da New York nella
valle del fiume Madison, nel sud-ovest del Montana, nel tentativo
di elaborare il dolore provocato da una tragedia familiare
devastante. Il racconto si concentra su dinamiche familiari,
paesaggi selvaggi e conflitti interiori, elementi che rientrano
nella tradizione del neo-western contemporaneo ma che qui vengono
affrontati con un tono più intimo e riflessivo rispetto ad altre
opere di Sheridan.
A
guidare il cast sono due nomi di grande peso come
Michelle Pfeiffer,
candidata tre volte all’Oscar, e Kurt Russell, affiancati
da un ensemble che include Patrick J. Adams,
Matthew Fox,
Beau
Garrett, Amiah
Miller, Ben
Schnetzer, Kevin Zegers
e Will Arnett
in un ruolo da guest star. Il progetto era stato inizialmente
annunciato come uno spin-off di Yellowstone, ma in seguito è stato chiarito che si
tratta di una storia autonoma e indipendente dall’universo
narrativo della serie principale.
Le prime recensioni lodano il
cast e il tono più intimo della serie
Le prime recensioni sottolineano soprattutto la qualità delle
interpretazioni e la scelta di Sheridan di allontanarsi
parzialmente dallo stile più spettacolare di Yellowstone. In una recensione pubblicata da
ScreenRant, la serie è stata valutata con 9 su 10, evidenziando come Sheridan riesca
a reinventare la propria formula narrativa dando vita a un racconto
più misurato e introspettivo. Secondo diversi critici, il cuore
emotivo della serie è rappresentato dalla performance di Michelle
Pfeiffer, che dona profondità e intensità al personaggio
centrale.
Altri osservatori hanno sottolineato come The Madison rappresenti un interessante cambio
di direzione nella carriera televisiva di Sheridan, dimostrando la
sua capacità di raccontare storie su scala più intima senza
rinunciare alla tensione narrativa. Non tutti i commenti sono però
completamente entusiasti: alcuni critici hanno evidenziato la
presenza di elementi stilistici già familiari nelle opere
dell’autore, anche se nel complesso le reazioni restano ampiamente
positive.
Con il debutto imminente e una seconda stagione già confermata,
The Madison sembra
destinata a diventare uno dei nuovi progetti di punta nel panorama
delle serie neo-western contemporanee.
La
seconda stagione di One Piece è finalmente arrivata e
sta già ottenendo ottimi risultati tra critica e pubblico, con un
punteggio perfetto su Rotten Tomatoes. Parte del merito di
questo successo è dovuto al forte coinvolgimento del creatore del
manga, Eiichiro Oda, che continua a supervisionare da vicino la
versione live-action prodotta da Netflix.
Proprio questa collaborazione ha
permesso alla serie di apportare alcune modifiche significative
alla storia originale, introducendo personaggi e collegamenti
narrativi in anticipo rispetto alla timeline del manga. Invece di
alterare l’essenza dell’opera, queste scelte sembrano rafforzare la
coerenza dell’universo narrativo.
One Piece 2 introduce alcuni
personaggi molto prima rispetto al manga
Gli spettatori della seconda
stagione avranno notato che diversi personaggi appaiono molto prima
rispetto alla loro introduzione nei fumetti. Tra questi ci sono
Bartolomeo, Sabo e Brook.
Nel manga originale questi
personaggi entrano in scena molto più tardi, ma la serie
live-action decide di anticiparne la presenza per costruire un
legame più forte con gli eventi iniziali della storia.
Per esempio, l’introduzione
anticipata di Bartolomeo durante gli eventi di Loguetown aggiunge
maggiore profondità al momento in cui decide di diventare un pirata
dopo aver visto Monkey D. Luffy sorridere sulla piattaforma
dell’esecuzione.
Un approccio simile viene
utilizzato anche per Sabo, la cui presenza accanto a Monkey D.
Dragon contribuisce a chiarire un dettaglio che nel manga aveva
alimentato per anni teorie e discussioni tra i fan.
La serie Netflix riscrive in parte
la timeline di One Piece
Secondo molti osservatori, queste
modifiche rappresentano una sorta di “seconda opportunità” per Oda
di perfezionare alcuni elementi della storia.
Quando il mangaka iniziò a scrivere
gli archi narrativi di East Blue e delle prime fasi della Grand
Line più di vent’anni fa, non tutti i retroscena dei personaggi
erano stati pianificati nel dettaglio. La serie live-action sfrutta
questa situazione per inserire indizi e riferimenti che collegano
meglio gli eventi futuri.
Tra gli elementi disseminati nella
stagione compaiono anche vari easter egg e anticipazioni narrative,
come riferimenti alla leggenda di God Valley, accenni al Sun God
Nika e piccole apparizioni di personaggi iconici dell’universo di
One Piece.
Questo approccio consente alla
serie di offrire ai fan storici una nuova prospettiva sulla storia,
pur mantenendo intatto lo spirito dell’opera originale.
Con
One Piece 3 già in produzione, Netflix sembra
intenzionata a continuare su questa strada: arricchire la
narrazione con nuovi collegamenti e anticipazioni, senza però
svelare troppo presto i misteri più importanti della saga.
Fondato nel XVIII secolo dalla predicatrice inglese, il movimento
ha lasciato un segno sorprendente nella cultura americana,
influenzando spiritualità, organizzazione sociale e perfino il
design dei mobili. La
storia degli Shakers è piena di episodi poco conosciuti e
dettagli sorprendenti. Ecco alcune curiosità che aiutano a capire
meglio il contesto storico raccontato nel film.
1. Il nome “Shakers” deriva dal
modo in cui pregavano
Il termine Shakers nasce
dai movimenti fisici che accompagnavano le loro cerimonie
religiose. Durante la preghiera i fedeli cantavano, danzavano e si
muovevano in modo estatico, spesso tremando o scuotendo il
corpo.
Questi rituali erano considerati un modo per purificare l’anima e
liberarsi dal peccato.
2. Ann Lee era chiamata “Mother
Ann”
I
seguaci consideravano Ann Lee una guida spirituale eccezionale e
iniziarono a chiamarla Mother Ann. Alcuni arrivarono persino a credere che
rappresentasse la manifestazione femminile della seconda venuta di
Cristo.
Un’idea estremamente radicale per il XVIII secolo.
3. Gli Shakers credevano
nell’uguaglianza tra uomini e donne
Una delle idee più rivoluzionarie del movimento era l’uguaglianza
tra i sessi. Nelle comunità Shaker uomini e donne avevano
pari autorità religiosa e
organizzativa, una struttura molto diversa rispetto alle
istituzioni religiose tradizionali dell’epoca.
4. La loro regola più famosa era
il celibato
Gli Shakers credevano che la purezza spirituale potesse essere
raggiunta solo attraverso il celibato assoluto. Per questo motivo all’interno
della comunità non esistevano matrimoni.
Questo principio, però, avrebbe contribuito nel tempo al declino
del movimento.
5. Emigrarono in America per
sfuggire alle persecuzioni
Le idee di Ann Lee furono considerate pericolose dalle autorità
religiose inglesi. Dopo diversi arresti e persecuzioni, nel
1774 lei e un
gruppo di seguaci decisero di lasciare l’Inghilterra e trasferirsi
in America.
Negli Stati Uniti fondarono le prime comunità Shaker.
6. Le comunità Shaker erano
organizzate come società utopiche
La vita nelle comunità era completamente collettiva. I beni erano
condivisi e ogni membro contribuiva con il proprio lavoro al
benessere della comunità.
Il lavoro quotidiano era considerato una forma di preghiera e di
devozione.
7. Sono diventati famosi per i
loro mobili
Gli Shakers sono ricordati anche per il loro design minimalista. I mobili Shaker
erano semplici, funzionali e privi di decorazioni inutili.
Uno degli elementi più caratteristici era l’abitudine di
appendere le sedie alle
pareti quando non venivano utilizzate, per mantenere gli
ambienti ordinati.
8. Nel XIX secolo erano
migliaia
Nel periodo di massimo sviluppo, intorno al 1840, il movimento Shaker contava
circa 6.000
membri distribuiti in numerose comunità negli Stati
Uniti.
Era una delle esperienze comunitarie più grandi e organizzate
dell’epoca.
9. Oggi esiste ancora una
comunità Shaker
Nonostante il declino del movimento, gli Shakers non sono
completamente scomparsi. Oggi esiste ancora una comunità attiva nel
Sabbathday Lake Shaker
Village, nello stato del Maine.
Si tratta dell’ultimo luogo al mondo dove questa tradizione
continua a essere praticata.
10. Il film racconta una storia
poco conosciuta
La storia degli Shakers è poco conosciuta al grande pubblico, ma
rappresenta una delle esperienze religiose e sociali più originali
della storia americana.
Con Il Testamento di Ann
Lee, il cinema riporta alla luce la figura della donna che
diede origine a questo movimento e il tentativo di costruire una
comunità fondata su principi spirituali radicali.
Fondato dalla
predicatrice inglese , il movimento si sviluppò negli Stati
Uniti come una comunità religiosa basata su principi radicali:
celibato, vita collettiva, uguaglianza tra uomini e donne e lavoro
come forma di devozione spirituale.
Ma
cosa resta oggi di questa comunità? Gli Shakers esistono ancora
oppure il movimento è completamente scomparso?
Nel XIX secolo gli Shakers raggiunsero il loro massimo sviluppo.
Intorno al 1840 si
contavano circa 6.000 membri distribuiti in numerose
comunità negli Stati Uniti, dal New England al Kentucky.
Nel corso del tempo, però, il movimento ha conosciuto un
progressivo declino. Il motivo principale è legato proprio a uno
dei principi fondamentali della loro dottrina: il
celibato
assoluto. Non potendo avere figli, la comunità dipendeva
esclusivamente dall’arrivo di nuovi convertiti o dall’accoglienza
di persone provenienti dall’esterno.
Con il passare dei decenni e con i cambiamenti sociali del XX
secolo, il numero di nuovi membri è diminuito drasticamente. Oggi
gli Shakers sono diventati una delle comunità religiose più piccole
al mondo.
Sabbathday Lake: l’ultimo
villaggio Shaker ancora attivo
Attualmente esiste un
solo villaggio Shaker attivo, il Sabbathday Lake Shaker Village,
situato nello stato del Maine, negli Stati Uniti.
Questo luogo rappresenta l’ultimo centro spirituale in cui la
tradizione Shaker continua a essere praticata. La comunità è
composta da pochissimi membri, ma mantiene vive alcune delle
pratiche storiche del movimento: la vita comunitaria, il lavoro
condiviso e la preghiera.
Sabbathday Lake è anche un sito storico e culturale visitato da
studiosi e turisti interessati alla storia del movimento. Molti
edifici originali della comunità sono stati conservati e oggi fanno
parte di un museo dedicato alla cultura Shaker.
Come vivono oggi gli ultimi
membri della comunità
La vita quotidiana degli ultimi Shakers è molto diversa da quella
delle grandi comunità del XIX secolo, ma mantiene ancora alcuni
principi fondamentali della tradizione.
I
membri vivono in modo semplice e dedicano gran parte del loro tempo
al lavoro e alla cura della comunità. Le attività includono
agricoltura, manutenzione degli edifici storici e gestione del
museo che racconta la storia del movimento.
Proprio come in passato, il lavoro è considerato una forma di
pratica spirituale. L’idea che la semplicità e la disciplina possano avvicinare alla
dimensione religiosa rimane uno degli elementi centrali
della filosofia Shaker.
Perché il movimento Shaker è
quasi scomparso
Il declino degli Shakers è stato causato da diversi fattori. Il più
evidente è il principio del celibato, che rendeva impossibile la
crescita naturale della comunità.
Inoltre, con il passare del tempo, molte delle idee sociali che un
tempo rendevano gli Shakers rivoluzionari – come l’uguaglianza tra
uomini e donne o la vita comunitaria – sono diventate meno radicali
nella società moderna. Questo ha ridotto l’attrattiva del movimento
per le nuove generazioni.
Nonostante ciò, gli Shakers hanno lasciato un’eredità culturale
importante. Il loro approccio alla vita comunitaria, il loro design
minimalista e la loro visione spirituale continuano a influenzare
architettura, arte e cultura contemporanea.
Il film Il Testamento di Ann Lee
riporta alla luce la storia degli Shakers
Film come Il Testamento di
Ann Lee contribuiscono a far conoscere al grande pubblico la
storia di questa comunità religiosa e della sua fondatrice.
Attraverso la figura di Ann Lee, la pellicola racconta la nascita
di un movimento spirituale che cercava di costruire una società
alternativa basata su fede, uguaglianza e disciplina morale.
Anche se oggi gli Shakers sono rimasti in pochissimi, la loro
storia continua a suscitare interesse e curiosità. Il film di Mona
Fastvold rappresenta quindi un’occasione per riscoprire una delle
esperienze religiose più originali e radicali della storia
americana.
Conosciuta dai suoi seguaci come Mother Ann, Lee fu una delle personalità religiose
più radicali della sua epoca. La sua visione spirituale – basata su
celibato, uguaglianza tra uomini e donne e vita comunitaria – diede
origine a una delle esperienze religiose più singolari della storia
americana.
Il film racconta proprio la nascita di questa figura carismatica,
trasformando la sua vicenda personale in un racconto più ampio
sulla fede, sull’utopia e sulla ricerca di una società
alternativa.
L’infanzia a Manchester e le
origini della sua visione religiosa
Ann Lee nacque il 29
febbraio 1736 a Manchester, in Inghilterra, in una
famiglia numerosa e povera. Era la seconda di otto figli e crebbe
in condizioni di vita estremamente difficili, tipiche della classe
operaia inglese del XVIII secolo.
Fin da giovane mostrò un carattere forte e una spiccata sensibilità
religiosa. Tuttavia faticava a riconoscersi nella religione
ufficiale della Chiesa
d’Inghilterra, percepita da molti come distante dalla vita
quotidiana delle classi popolari.
La svolta arrivò quando entrò in contatto con un piccolo gruppo
spirituale noto come Shaking
Quakers, guidato da James e Jane Wardley. Questo gruppo
sosteneva che la purificazione spirituale potesse avvenire
attraverso pratiche fisiche intense durante la preghiera, come
canti, danze e movimenti estatici.
Proprio da queste manifestazioni religiose nacque il termine
Shakers.
Il matrimonio, le tragedie
familiari e la nascita della sua dottrina
Nel 1761 Ann Lee sposò
Abraham Standarin, ma il matrimonio fu segnato da profonde
difficoltà. Lee provava una forte avversione per l’intimità fisica
e tutti e quattro i figli nati dall’unione morirono in tenera
età.
Queste tragedie personali ebbero un impatto decisivo sulla sua
visione religiosa. Secondo la tradizione Shaker, Lee ebbe una serie
di esperienze spirituali e visioni che la portarono a formulare il
principio centrale della sua dottrina: la purezza spirituale poteva essere raggiunta solo
attraverso il celibato assoluto.
Questa convinzione divenne uno dei pilastri del movimento Shaker e
trasformò radicalmente l’organizzazione della comunità religiosa
che stava nascendo intorno a lei.
Ann Lee e l’idea rivoluzionaria
di una leadership femminile
Uno degli aspetti più sorprendenti della figura di Ann Lee è il
ruolo centrale che attribuiva alle donne nella vita spirituale e
sociale.
Molti dei suoi seguaci arrivarono a considerarla la
manifestazione femminile
della seconda venuta di Cristo, un’idea estremamente
radicale per il contesto religioso del XVIII secolo. Lee stessa
sosteneva che il divino potesse manifestarsi tanto nella dimensione
maschile quanto in quella femminile.
Questa visione portò alla creazione di comunità in cui
uomini e donne avevano
pari autorità religiosa, rompendo con le tradizionali
gerarchie patriarcali dell’epoca.
In un contesto storico dominato da istituzioni religiose maschili,
la leadership di Ann Lee rappresentò una sfida diretta alle
strutture di potere esistenti.
Il viaggio in America e la
nascita delle comunità Shaker
Le idee di Ann Lee provocarono presto ostilità e persecuzioni in
Inghilterra. Le autorità religiose la consideravano una figura
pericolosa e in diversi momenti fu arrestata e incarcerata.
Nel 1774 Lee e un gruppo
di seguaci decisero di emigrare in America, convinti di
poter trovare maggiore libertà religiosa nel Nuovo Mondo.
Dopo l’arrivo negli Stati Uniti fondarono una comunità nello Stato
di New York, nella zona di Albany. Questo insediamento diventò il
primo nucleo delle comunità Shaker che nei decenni successivi si
sarebbero diffuse in varie regioni del paese.
Ann Lee viaggiò e predicò instancabilmente per diffondere la sua
visione spirituale, attirando nuovi seguaci e contribuendo alla
crescita del movimento.
La morte di Ann Lee e l’eredità
del movimento Shaker
Ann Lee morì nel 1784
all’età di 48 anni, senza vedere il pieno sviluppo del
movimento che aveva fondato. Nei decenni successivi gli Shakers
continuarono a crescere, raggiungendo il loro massimo sviluppo nel
XIX secolo con migliaia di membri distribuiti in diverse comunità
negli Stati Uniti.
Il movimento avrebbe poi conosciuto un lento declino, dovuto
soprattutto al principio del celibato che impediva la nascita di
nuove generazioni.
Nonostante questo, l’eredità di Ann Lee rimane significativa. Le
comunità Shaker hanno lasciato un segno profondo nella storia
religiosa americana, ma anche nella cultura materiale,
nell’architettura e nel design.
Perché la figura di Ann Lee
continua a essere raccontata oggi
La storia di Ann Lee continua ad affascinare perché unisce elementi
spirituali, sociali e politici. La sua vita racconta la nascita di
una comunità alternativa che cercava di superare le disuguaglianze
e le rigidità della società del XVIII secolo.
Presentato in
anteprima alla Venice Film
Festival e successivamente al
Toronto International Film
Festival, il film non si limita a
ricostruire la vita della fondatrice Ann Lee, ma
utilizza la sua figura per riflettere su temi molto più ampi: fede,
comunità, utopia sociale e libertà spirituale.
La pellicola si presenta infatti come una sorta di racconto
simbolico che intreccia
storia religiosa e riflessione politica, trasformando la
vicenda di Ann Lee in una meditazione sulla possibilità di
costruire un mondo alternativo.
Il film racconta la nascita di
un’utopia spirituale
Al centro della storia c’è l’idea di creare una società
completamente diversa da quella del XVIII secolo. Ann Lee immagina
una comunità basata su principi radicali: uguaglianza tra uomini e donne, vita collettiva,
lavoro come forma di devozione e rifiuto della proprietà
individuale.
Il movimento degli Shakers rappresenta così una delle prime
esperienze di comunità utopica nella storia americana. L’obiettivo
non è soltanto religioso ma anche sociale: creare uno spazio in cui
le persone possano vivere liberate dalle gerarchie e dalle
disuguaglianze del mondo esterno.
Il film utilizza questa prospettiva per raccontare il fascino e
allo stesso tempo le contraddizioni di un progetto che tenta di
trasformare radicalmente la vita quotidiana dei suoi membri.
Il significato del celibato nella
visione religiosa di Ann Lee
Uno degli aspetti più radicali della dottrina Shaker – e uno dei
temi centrali del film – è il celibato assoluto. Ann Lee sostiene che la purezza
spirituale possa essere raggiunta solo attraverso la rinuncia
completa alla sessualità.
Questa scelta non è presentata solo come una regola religiosa, ma
come una forma di liberazione da un sistema sociale dominato dal
matrimonio e dalle strutture patriarcali. Nel contesto storico del
XVIII secolo, l’idea che uomini e donne potessero vivere insieme in
una comunità senza rapporti matrimoniali rappresentava una vera
rivoluzione culturale.
Il film esplora questo aspetto come un tentativo radicale di
ridefinire il rapporto tra corpo, spiritualità e società.
Il ruolo delle donne e la visione
di uguaglianza degli Shakers
Uno dei temi più sorprendenti della storia degli Shakers è il ruolo
centrale attribuito alle donne. Nelle comunità fondate da Ann Lee,
uomini e donne avevano uguale autorità spirituale e organizzativa, una
scelta estremamente innovativa per l’epoca.
La figura di Ann Lee diventa quindi simbolo di una leadership
femminile che sfida apertamente le gerarchie religiose
tradizionali. In un mondo dominato da istituzioni maschili, la
fondatrice degli Shakers propone una visione della spiritualità in
cui il divino può manifestarsi anche in forma femminile.
Il film sottolinea questo elemento trasformando la storia di Ann
Lee in una riflessione più ampia sul potere e sull’autonomia delle
donne nella storia.
Musica, danza e trance: la
spiritualità fisica degli Shakers
Un elemento particolarmente originale del film è la presenza della
musica e della danza come strumenti narrativi. Questa scelta deriva
direttamente dalle pratiche religiose degli Shakers, che
utilizzavano movimenti
ritmici, canti e danze estatiche durante le loro
cerimonie.
Da queste pratiche deriva anche il nome del movimento:
Shakers, cioè “coloro
che tremano”. La dimensione fisica della preghiera diventa quindi
un modo per rappresentare la ricerca di purificazione spirituale e
la liberazione dal peccato.
Attraverso queste sequenze, il film suggerisce che la spiritualità
non è solo un’esperienza mentale o dottrinale, ma anche
un’esperienza corporea, emotiva e collettiva.
Una storia di fede, persecuzione
e resistenza
La vicenda di Ann Lee è anche una storia di persecuzione religiosa.
In Inghilterra le sue idee furono considerate eretiche e
pericolose, portando alla sua incarcerazione e a numerosi episodi
di repressione.
Il viaggio in America rappresenta quindi non solo una migrazione
geografica ma anche la ricerca di uno spazio in cui costruire una
nuova comunità spirituale. Anche negli Stati Uniti, tuttavia, gli
Shakers dovettero affrontare sospetti e ostilità, soprattutto
durante la Guerra d’Indipendenza, quando il loro pacifismo li rese
bersaglio di violenze.
Il film racconta questo percorso come la storia di una fede
incrollabile che continua a resistere nonostante le
persecuzioni.
Il Testamento di Ann Lee come
riflessione sulle utopie nella storia
Al di là della dimensione religiosa, Il Testamento di Ann Lee può
essere letto come una riflessione sulle utopie nella storia umana.
La comunità Shaker rappresenta il tentativo di immaginare una
società diversa, più giusta e spiritualmente pura.
Il film suggerisce che queste esperienze, anche quando non
sopravvivono nel tempo, lasciano comunque un segno profondo nella
cultura e nell’immaginario collettivo. La
storia degli Shakers dimostra come le idee radicali possano
trasformare la vita delle persone e influenzare generazioni
successive.
In questo senso, la figura di Ann Lee diventa il simbolo di una
ricerca spirituale che continua a interrogare il presente,
ricordando quanto sia potente il desiderio umano di costruire
comunità fondate su valori condivisi.
Nati nel XVIII secolo tra Inghilterra e Stati Uniti, gli Shakers
furono un movimento spirituale radicale che predicava uguaglianza
tra uomini e donne, vita comunitaria, lavoro come forma di
devozione e, soprattutto, celibato assoluto. Il loro nome deriva dalle intense
manifestazioni fisiche durante le cerimonie religiose,
caratterizzate da canti, danze e movimenti estatici che facevano
letteralmente “tremare” i fedeli. Il
film racconta proprio
l’origine di questa comunità attraverso la figura della sua
fondatrice, Ann Lee,
conosciuta dai seguaci come Mother Ann.
Le origini degli Shakers tra
Inghilterra e visioni mistiche
Il movimento nacque nella seconda metà del Settecento all’interno
di un gruppo religioso chiamato Shaking Quakers, guidato da James e Jane Wardley in
Inghilterra. I Wardley predicavano un cristianesimo profondamente
mistico e sostenevano che la purificazione spirituale potesse
avvenire attraverso pratiche fisiche intense, come canto, danza e
movimenti ritmici durante la preghiera.
Quando Ann Lee entrò nel gruppo, il movimento trovò una guida
carismatica capace di trasformare queste pratiche in una vera e
propria comunità religiosa. Secondo molti seguaci, Lee incarnava la
seconda venuta di Cristo in forma femminile, un’idea estremamente
rivoluzionaria per il contesto religioso del XVIII secolo.
Le sue predicazioni mettevano al centro concetti radicali per
l’epoca: uguaglianza tra
i sessi, rifiuto delle gerarchie sociali e una vita spirituale
basata sul lavoro collettivo e sulla disciplina morale.
Questo messaggio attirò numerosi seguaci ma allo stesso tempo
provocò una forte ostilità da parte delle autorità religiose
inglesi, che consideravano il movimento una minaccia all’ordine
sociale e religioso.
Il trasferimento in America e la
nascita delle comunità Shaker
Nel 1774 Ann Lee e alcuni
seguaci lasciarono l’Inghilterra per trasferirsi in
America, alla ricerca di maggiore libertà religiosa. Dopo
un lungo viaggio via mare, il gruppo si stabilì nello Stato di New
York, nella zona di Albany, dove fondò una comunità destinata a
diventare uno dei primi insediamenti Shaker.
Le comunità Shaker erano organizzate in modo estremamente rigoroso.
Gli uomini e le donne vivevano separati ma con pari autorità all’interno della
comunità, un principio rivoluzionario per l’epoca.
L’organizzazione sociale prevedeva una leadership condivisa tra
figure maschili e femminili, riflettendo l’idea di equilibrio
spirituale tra i due generi.
La vita quotidiana era scandita da lavoro, preghiera e attività
comunitarie. Ogni aspetto della vita doveva essere vissuto come un
atto di devozione. L’obiettivo non era accumulare ricchezza
personale ma costruire una società spiritualmente pura e moralmente
disciplinata.
Le regole della vita nelle
comunità Shaker
Uno dei principi più radicali della dottrina Shaker era il
celibato
assoluto. Secondo Ann Lee, la purezza spirituale poteva
essere raggiunta solo rinunciando completamente alla sessualità e
alla vita matrimoniale. Questo significava che nessun membro della
comunità poteva sposarsi o avere figli.
Di conseguenza, la crescita del movimento dipendeva esclusivamente
dalla conversione di nuovi membri o dall’accoglienza di orfani e
persone che decidevano di unirsi volontariamente alla comunità.
Oltre al celibato, gli Shakers promuovevano una forma di vita
basata su alcuni principi fondamentali:
lavoro come forma di devozione
religiosa
proprietà collettiva dei
beni
disciplina morale e
spirituale
uguaglianza tra uomini e
donne
pacifismo e rifiuto della
violenza
Questa organizzazione comunitaria attirò molte persone in cerca di
una vita alternativa rispetto alla società del tempo,
caratterizzata da profonde disuguaglianze economiche e sociali.
Perché gli Shakers sono diventati
famosi per il loro design
Oltre alla loro esperienza religiosa, gli Shakers sono diventati
celebri anche per il loro design funzionale e minimalista. Nelle comunità
Shaker, ogni oggetto doveva essere costruito con uno scopo preciso
e senza decorazioni inutili.
Questo approccio portò alla creazione di mobili caratterizzati da
linee semplici, grande funzionalità e qualità artigianale. Le sedie
Shaker, ad esempio, erano spesso progettate per essere
appese alle pareti quando
non venivano utilizzate, permettendo di mantenere gli
ambienti ordinati e facilmente pulibili.
Il design Shaker influenzò profondamente l’estetica moderna e viene
oggi considerato un precursore del minimalismo. Molti designer
contemporanei riconoscono nella filosofia Shaker – basata su
semplicità, utilità e bellezza essenziale – uno dei punti di
origine del design moderno.
Il declino del movimento e
l’eredità culturale degli Shakers
Nel XIX secolo il movimento Shaker raggiunse il suo massimo
sviluppo. Intorno al 1840
si contavano circa 6.000 membri distribuiti in diverse comunità
negli Stati Uniti. Tuttavia il principio del celibato rese
nel tempo sempre più difficile mantenere stabile il numero dei
membri.
Con il passare dei decenni le comunità diminuirono
progressivamente. Oggi esiste una sola comunità Shaker attiva al mondo, il
Sabbathday Lake Shaker
Village nel Maine, che mantiene vive le tradizioni del
movimento.
Nonostante il declino numerico, l’eredità culturale degli Shakers
continua a essere significativa. La loro organizzazione sociale, il
design dei loro oggetti e la loro visione spirituale hanno lasciato
un’impronta duratura nella cultura occidentale.
Perché la storia degli Shakers è
perfetta per il cinema
La storia degli Shakers contiene molti elementi che la rendono
particolarmente adatta al racconto cinematografico: una figura
femminile carismatica, un movimento religioso radicale,
persecuzioni e migrazioni, ma anche il sogno di costruire una
società alternativa basata su principi spirituali e morali.
Il film Il Testamento di Ann Lee
sfrutta proprio questi elementi per raccontare l’origine di una
comunità che sfidò le convenzioni religiose e sociali del XVIII
secolo. Attraverso la figura di Ann Lee, la storia degli Shakers
diventa il racconto di una visione utopica che ha attraversato
secoli di storia lasciando tracce profonde nella cultura e
nell’immaginario occidentale.
Il
film Il testamento di Ann Lee (The
Testament of Ann Lee),
diretto da Mona
Fastvold e interpretato da
Amanda Seyfried,
riporta sullo schermo una figura poco conosciuta ma straordinaria
della storia religiosa occidentale: Ann Lee, la donna che nel XVIII secolo
fondò il movimento degli Shakers.
Presentato nei festival di Venice Film
Festival e Toronto International Film
Festival, il film viene descritto dalla
regista come una “rilettura
speculativa” della vita della protagonista. Non si tratta
quindi di una biografia tradizionale, ma di un racconto che mescola
ricostruzione storica e interpretazione artistica per restituire la
forza spirituale e politica di una figura rivoluzionaria.
La storia reale, tuttavia, è già di per sé straordinaria.
Chi era davvero Ann Lee, la donna
che fondò il movimento degli Shakers
Ann Lee nacque il 29
febbraio 1736 a Manchester, in Inghilterra. Seconda di
otto figli, crebbe in una famiglia operaia in condizioni di estrema
povertà, in un contesto in cui intere famiglie vivevano e dormivano
nello stesso spazio.
Secondo diverse testimonianze storiche, queste esperienze
contribuirono a sviluppare in lei una forte avversione verso la
sessualità e l’intimità fisica, elementi che in seguito avrebbero
influenzato profondamente la sua visione religiosa.
Nel 1758 entrò in contatto con un piccolo gruppo religioso guidato
da James e Jane
Wardley, noti come Shaking Quakers. Il loro nome derivava dai movimenti
estatici – tremori, danze e canti – che accompagnavano le loro
preghiere. Proprio da queste pratiche nacque il termine
“Shakers”.
Il gruppo predicava idee radicali per l’epoca, tra cui la
convinzione che la
seconda venuta di Cristo potesse manifestarsi in forma
femminile. Col tempo, molti membri arrivarono a
considerare Ann Lee la realizzazione di quella profezia,
attribuendole il titolo di Mother Ann.
Il principio radicale della
comunità: celibato ed uguaglianza
Nel 1761 Ann Lee sposò Abraham Standarin, ma il matrimonio fu
segnato da profonde difficoltà. Tutti e quattro i loro figli
morirono in tenera età, un trauma che segnò profondamente la
donna.
Dopo una serie di visioni mistiche, Lee proclamò uno dei principi
fondamentali del movimento Shaker: la purezza spirituale poteva essere raggiunta solo
attraverso il celibato.
Questo portò alla decisione radicale di eliminare completamente il
matrimonio all’interno della comunità religiosa.
Allo stesso tempo Lee predicava uguaglianza tra uomini e donne, rifiuto delle
gerarchie sociali e una forma di vita comunitaria basata sul lavoro
e sulla condivisione. Idee estremamente avanzate per l’Inghilterra
del XVIII secolo, che portarono la Chiesa anglicana a considerarla
eretica.
Il viaggio in America e la
nascita della comunità Shaker
Dopo persecuzioni e periodi di detenzione, nel 1774 Ann Lee e un gruppo di seguaci
lasciarono Liverpool per raggiungere l’America.
Si stabilirono nella contea di Albany, nello Stato di New York,
dove fondarono una comunità chiamata Niskayuna, destinata a diventare uno dei
primi insediamenti Shaker.
La comunità viveva secondo regole rigide: celibato, lavoro
costante, disciplina spirituale e ricerca della perfezione morale.
Per sostenersi economicamente gli Shakers producevano oggetti
artigianali, in particolare mobili e utensili domestici, diventati
celebri per il loro design minimalista.
Nonostante il pacifismo del gruppo, gli Shakers subirono
persecuzioni anche negli Stati Uniti, soprattutto durante la
Guerra d’Indipendenza
americana, quando il loro rifiuto di partecipare al
conflitto generò sospetti e violenze.
Ann Lee morì nel 1784, a
soli 48 anni, senza vedere il massimo sviluppo del
movimento.
L’eredità degli Shakers oggi
Nel XIX secolo il movimento Shaker raggiunse il suo apice con circa
6.000 membri nel
1840. Tuttavia, proprio il principio del celibato – che
impediva la nascita di nuove generazioni – portò nel tempo al
progressivo declino della comunità.
Oggi esiste un solo
villaggio Shaker attivo al mondo, il Sabbathday Lake Shaker Village nel
Maine, con pochissimi membri ancora praticanti.
Il film Il Testamento di Ann Lee
racconta proprio la nascita di questa straordinaria esperienza
spirituale, mettendo al centro la figura di una donna che sfidò le
convenzioni religiose e sociali del suo tempo per costruire una
comunità fondata su lavoro, uguaglianza e fede.
La
stagione finale di Outlander continua a
espandere il mondo della saga introducendo personaggi molto attesi
dai lettori dei romanzi di Diana
Gabaldon. Tra le novità più interessanti dei
primi episodi di Outlander 8
c’è l’arrivo di Elspeth
Cunningham, figura che nei libri ha un ruolo sorprendente
e che i fan aspettavano da anni.
La
stagione conclusiva della serie – in onda su Starz – si
ispira in parte al romanzo Go Tell the Bees That I Am
Gone, pubblicato nel 2021 e nono capitolo della
saga letteraria. Poiché Gabaldon non ha ancora scritto il decimo e
ultimo libro, gli sceneggiatori hanno dovuto adattare la storia
prendendosi alcune libertà rispetto al materiale originale.
Nonostante queste inevitabili differenze, l’introduzione di Elspeth
Cunningham dimostra che la serie vuole comunque mantenere alcuni
elementi fondamentali dei romanzi.
Chi è Elspeth Cunningham e perché
è un personaggio così particolare
Elspeth Cunningham è la madre dell’ufficiale britannico Charles
Cunningham e appare per la prima volta nella stagione 8 arrivando
alla casa dei Fraser a Fraser’s Ridge. Il suo debutto non è dei più
calorosi: la donna consegna alcune erbe a Claire e non esita a
rimproverare i protagonisti con toni severi.
In un primo momento sembra il classico personaggio antagonista
destinato a sospettare delle capacità mediche di
Claire
Fraser, magari accusandola ancora una volta
di stregoneria. Tuttavia gli episodi successivi rivelano
rapidamente che Elspeth è molto più complessa.
Dietro i suoi modi bruschi e giudicanti si nasconde infatti una
persona sorprendentemente pragmatica e persino gentile. La donna
non mette in discussione i metodi di Claire e si offre persino di
aiutarla nel suo lavoro, creando situazioni tanto insolite quanto
divertenti.
Il ruolo di Elspeth nella storia
di Claire e Jamie
Nei romanzi di Gabaldon, Elspeth Cunningham diventa
progressivamente una presenza importante nella vita di
Jamie Fraser
e Claire.
Il contesto storico della Guerra d’Indipendenza americana porterà Jamie e il
capitano Cunningham a trovarsi su fronti opposti, creando tensioni
inevitabili. Nonostante ciò, Elspeth mantiene un rapporto di
rispetto e amicizia con Claire, dimostrando una visione della
realtà più sfumata e umana rispetto a molti altri personaggi.
Proprio questa combinazione di ironia, franchezza e compassione
rende Elspeth Cunningham uno dei personaggi più intriganti dei
libri. Con la stagione finale di Outlander, i fan potranno finalmente vedere
questa dinamica prendere forma anche sullo schermo.
La
serie, interpretata da Nicole Kidman nei panni
della celebre patologa forense Kay Scarpetta, ha costruito la sua
narrazione su una doppia linea temporale. Da un lato il presente,
con la protagonista alle prese con una complessa situazione
familiare che coinvolge la sorella Dorothy, il collega Pete Marino
e la nipote Lucy; dall’altro il passato, in cui una giovane
Scarpetta indaga su una serie di brutali omicidi rituali di giovani
donne.
Proprio la gestione del mistero, però, ha lasciato perplessi molti
spettatori.
Il finale della prima stagione di
Scarpetta ha svelato un assassino quasi sconosciuto
Nel corso della stagione, la serie suggerisce più possibili
sospetti per gli omicidi, costruendo una rete di depistaggi e false
piste. Tuttavia, il colpevole si rivela essere un
personaggio secondario
apparso pochissimo sullo schermo.
Nel finale ambientato nel presente, l’assassino viene identificato
nell’agente Ryan, un poliziotto che compare solo in poche scene. Il
personaggio viene rivelato come il nipote del killer originale e
decide di continuare la sua scia di omicidi per attirare Scarpetta
fuori dal suo ritiro.
Il problema di questa scelta narrativa è che il pubblico
non ha realmente gli
elementi per risolvere il mistero, trasformando il colpo
di scena finale in qualcosa di poco soddisfacente.
La stagione 2 può trasformare
Scarpetta in un grande crime televisivo
Il trope dell’assassino “imprevisto” non è raro nel genere
thriller. Alcuni film lo hanno utilizzato con successo, come
Se7en di
David
Fincher, dove il killer si presenta
spontaneamente nella parte finale della storia.
Tuttavia, perché questo tipo di twist funzioni, deve essere
sostenuto da una costruzione narrativa solida. In caso contrario
rischia di apparire come un espediente facile per sorprendere lo
spettatore.
La seconda stagione di Scarpetta potrebbe rappresentare l’occasione perfetta
per correggere questo difetto. Dopo aver dedicato gran parte della
prima stagione alla costruzione dei personaggi e del contesto
narrativo, i nuovi episodi potrebbero concentrarsi maggiormente su
un mistero investigativo più equilibrato, offrendo agli spettatori
indizi concreti e un enigma davvero risolvibile.
Se riuscirà a rafforzare la struttura del suo “whodunit”, la serie
Prime Video potrebbe evolversi da semplice crime drama a uno dei
thriller televisivi più solidi della piattaforma.