Arriva direttamente su
NetflixVIVO, il film d’animazione
co-prodotto dallo streamer con Sony Animation che porterà allegria,
colori, e tanta tanta musica nelle case degli abbonati. Il film
presenta una cast tecnico di grande pregio, a partire dal regista
nominato agli Oscar per I Croods, Kirk
DeMicco (guarda
la nostra intervista), insieme a Brandon
Jeffords. Nome di spicco della produzione è quello di
Lin-Manuel Miranda, una vera e propria gallina dalle uova d’oro per
Hollywood, negli ultimi anni, e che è in sala con Sognando a New York – In the Heights, film
basato sull’omonimo musical da lui creato.
Anche in questa
occasione, Miranda mette il suo talento a servizio di una storia
musicale, che racconta appunto la musica come principale tramite
per legami fondamentali nella vita di ognuno: che sia quello tra
padre e figlia, tra due silenziosi amanti che non hanno mai avuto
il coraggio di dichiararsi reciprocamente, o che sia addirittura la
sintonia tra uomini e animali, che pur non parlando la stessa
lingua si capiscono.
La trama di VIVO
VIVO è
il nome di un simpatico cercoletto (un piccolo abitante delle
foreste tropicali), che trascorre le sue giornate suonando
musica in una vivace piazza a L’Avana insieme al suo amato
padrone/amico Andrés. Sebbene non parlino la stessa lingua, Vivo e
Andrés sono un duo perfetto grazie alla passione per la musica che
li accomuna. Ma una tragedia li colpisce poco dopo l’arrivo di un
invito della celebre Marta Sandoval ad assistere al proprio
concerto di addio che si terrà a Miami, con la speranza di rivedere
il suo vecchio partner. Toccherà a Vivo consegnare il messaggio che
Andrés ha sempre tenuto segreto: una lettera d’amore per Marta,
scritta molto tempo fa sotto forma di canzone. Per riuscire a
raggiungere Miami, Vivo dovrà accettare l’aiuto di Gabi,
un’energica ragazzina con un ritmo tutto suo.
VIVO è
un on the road particolare, anarchico per certi versi, perché
imbevuto dello spirito di questa simpatica protagonista, Gabi, una
ragazzina che non riesce a trovare il suo posto nel mondo, ma che
troverà un amico in questo simpatico animaletto. L’elaborazione del
lutto, la ricerca di se stessi, la capacità di amare e di
ascoltarsi sono i grandi temi che scorrono sotto alla superficie
chiassosa, variopinta e spericolata della storia.
E naturalmente le canzoni
del film sono il cuore pulsante della storia. Lin-Manuel Miranda si
sbizzarrisce, creando un pastiche musicale che spazia trai generi,
adeguandosi non solo alle personalità dei personaggi che di volta
in volta cantano e interpretano i brani, ma omaggiando anche i
ritmi tipici delle aree geografiche in cui si muove. Il risultato è
ricco e vario, curato e originale, proprio come VIVO.
Se da un punto di vista
tecnico e visivo il film si assesta su standard molto buoni ma
ormai consolidati, senza particolari guizzi, è lo spirito di VIVO a
determinarne la bellezza e il carattere.
Un cast di doppiatori stallare
La versione italiana di VIVO presenta alcune voci
d’eccezione: Stash, frontaman della band multiplatino The
Kolors (voce e chitarra), cantautore e produttore, interpreta tutte
le canzoni dell’originale protagonista Vivo, Massimo Lopez,
attore, doppiatore, show man, conduttore televisivo e componente
del noto trio “Lopez, Marchesini, Solenghi”, doppia il personaggio
di Andrés nelle canzoni e nei dialoghi, mentre Simona
Bencini, cantante e storica front woman dei “Dirotta su Cuba”,
è l’interprete delle canzoni di Marta Sandoval, a cui è dedicata la
canzone di Andrés.
Per quanto riguarda
invece la versione originale,
Lin-Manuel Miranda la fa invece da padrone, doppiando, canto e
voce, il simpatico protagonista peloso, e con lui ci sono
Zoe
Saldaña (Rosa), Juan de Marcos (Andrés), Brian
Tyree Henry (Dancarino), Michael Rooker (Lutador),
Nicole Byer (Valentina), Gloria Estefan (Marta) e,
per la prima volta sugli schermi, Ynairaly Simo (Gabi).
Ballando e cantando su
melodie sudamericane, a ritmo sfrenato, VIVO
regala un’esperienza visiva divertente e leggera con una buona dose
di cuore, un ottimo modo per stare insieme in famiglia.
Netflix e Sony Pictures
Animation presentano Vivo,
un’emozionante avventura musicale animata in arrivo il 6 agosto su
Netflix con canzoni inedite di Lin-Manuel Miranda, vincitore di
Tony, Grammy e Pulitzer, nonché ideatore di Hamilton e
In the Heights. Il 31 luglio Vivo sarà presentato in
anteprima italiana al Giffoni Film Festival nella sala Alberto
Sordi e nella sala Lumière, davanti al pubblico dei giurati della
sezione Elements +6.
La versione italiana del film sarà
arricchita dalle voci di Stash, frontaman della band multiplatino
The Kolors (voce e chitarra), cantautore e produttore, interprete
di tutte le canzoni dell’originale protagonista Vivo, e di Massimo
Lopez, attore, doppiatore, show man, conduttore televisivo e
componente del noto trio “Lopez, Marchesini, Solenghi”, che doppia
il personaggio di Andrès nelle canzoni e nei dialoghi.
Vivo
è una storia entusiasmante su come dimostrare coraggio, sulla
capacità di trovare una famiglia in amici improbabili e su come la
musica possa aprire la mente a nuovi mondi.
Il cast originale è composto da
Lin-Manuel Miranda (Vivo), Zoe
Saldaña (Rosa), Juan de Marcos (Andrés), Brian Tyree Henry
(Dancarino),Michael Rooker (Lutador), Nicole Byer (Valentina),
Gloria Estefan (Marta) e, per la prima volta sugli schermi,
Ynairaly Simo (Gabi).
Il film è diretto dal candidato
agli Oscar Kirk DeMicco (I Croods), co-diretto da Brandon
Jeffords (Piovono polpette 2 – La rivincita degli avanzi),
sceneggiato da Quiara Alegria Hudes (In the Heights) e
prodotto da Lisa Stewart (Mostri contro alieni), Michelle
Wong (Hotel Transylvania 2) e dal premio
Oscar Rich Moore (Zootropolis), con la consulenza visiva
del regista premio Oscar Roger Deakins (Blade Runner 2049). Il premio Tony e
Grammy Alex Lacamoire (The Greatest Showman) ricopre il
ruolo di compositore e produttore esecutivo musicale, mentre la
produzione esecutiva è di Lin-Manuel Miranda, del premio Golden
Globe Laurence Mark (Dreamgirls) e di Louis Koo Tin Lok
(I Mitchell contro le macchine).
La vita
dell’attrice Vivien Leigh, celebre per il
ruolo di Rossella O’Hara in Via col vento,
sta per diventare un biopic. Il film è scritto da Michael
Zam e Jaffe Choen, famosi per la serie
Feud: Betty and Joan ed è tratto dal
libro Vivien Leigh: A biography scritto da Hugo
Vickens.
Il film sarà incentrato sulla vita
dell’attrice e sulla sua vita con con Lawrence Olivier con il
quale è stata sposata dal 1940 al 1960. Il film è prodotto e
finanziato da Tim MacReady per la MGR Film e da
Mira Vucvic con David A.
Stern.
Vivien Leigh ha
vinto l’Oscar due volte: la prima per il suo ruolo di Rossella
O’Hara e la seconda per la sua interpretazione di Blanche Dubois
nel film Un tram chiamato desiderio. Ha preso
parte anche ai film Waterloo Brigde e Ship
of fools.
Zam e Cohen stanno lavorando anche a
un progetto su William Haines, la prima gay star di Hollywood e su
un biopic basato sulla vita di Katharine Hepburn.
Una stanza spartana, una
manciata di personaggi, la fine di una storia d’amore che non è mai
esistita, una legge assurda. La vita di Vivane Amsalem, di cui
possiamo farci un’idea durante il processo per il suo divorzio, ci
sembra spoglia e priva di positività come l’aula da tribunale in
cui i personaggi agiscono per tutto il film. Da tre anni la donna
cerca invano di ottenere il divorzio dal marito Elisha. Siamo
nell’Israele del presente, dove il matrimonio civile non esiste, ma
vige soltanto la legge religiosa, indipendentemente dalla comunità
di appartenenza dei coniugi e del fatto che possano essere o meno
laici. Una legge religiosa che attribuisce tutto il potere al
coniuge maschile che è anche il solo a poter concedere il divorzio
legale e che lo innalza difatti anche dinanzi la legge civile,
poichè non ne esiste alcuna che possa costringerlo nella sua
decisione.
Viviane
completa una trilogia, ed è preceduto da To take a
wife e 7 Days, con cui
Ronit e Shlomi Elkabetz hanno
messo in scena le fasi fondamentali della vita sociale di una
donna, in modo a dir poco singolare. I movimenti di macchina, la
fotografia, la colonna sonora (quasi inesistente) e la scenografia
seguono un minimalismo pieno di rigore. Tutt’altro fanno la regia e
la sceneggiatura. I fratelli Elkabetz ci calano in un ambiente
innocuo che caricano di significato tramite la scelta di
sottomettere lo sguardo dello spettatore a quello dei personaggi.
La macchina da presa è sempre posizionata dall’angolazione di uno
dei peronaggi mentre osserva un altro. L’occhio dello spettatore
non è libero di vagare, ma fastidiosamente dipendente dagli
attanti. Ecco che la cattività di cui Viviane cerca di liberarsi,
chiedendo disperatamente il divorzio, diventa cifra stilistica e
imprigiona anche noi, che sentiamo fisicamente l’impossibilità di
muoverci nello spazio del film. La libertà di sguardo ci è negata e
ci sentiamo, insieme a lei, prigionieri e dipendenti da decisioni
che non possiamo controllare. La sceneggiatura, brillante e arguta,
è l’arma che ci allieta la prigionia. I 115 minuti che separano
l’inizio dalla fine dell’opera dei fratelli Elkabetz li sentiamo
tutti e, stranamente, non è un difetto del film, ma pregio e
provocazione. E’ una domanda: come può
una donna sopportare la prigionia così a lungo? La sua vita non è
un film amaro con una sceneggiatura brillante. Poi ci pensiamo un
attimo e capiamo che invece, è proprio così: Viviane si guarda
attorno, lotta con tutte le sue forze e ride in faccia
all’assurdità della Legge, travestendo la sua tragedia in una
commedia.
Viviane
veste di leggerezza una questione di fondamentale importanza.
Spoglia di retorica una denuncia necessaria. Ci fa vivere
un’esperienza cinematografica diversa.
È stato diffuso il trailer di
Vivere,
il nuovo film di Francesca Archibugi che sarà
presentato in anteprima mondiale alla Mostra d’Arte cinematografica
di Venezia nella selezione ufficiale, Fuori Concorso.
Trasportati dalle note magiche
della canzone Il cuore è uno zingaro ci immergiamo
nell’intreccio di storie ed emozioni raccontate da
Vivere. Diretto da Francesca
Archibugi, con Micaela Ramazzotti, Adriano
Giannini, Massimo Ghini, Marcello Fonte, Roisin O’Donovan, Andrea
Calligari, Elisa Miccoli, Valentina Cervi econ la
partecipazione straordinaria di Enrico
Montesano.
Distribuito da 01 Distribution,
Vivere arriverà
in sala il 26 settembre 2019.
Si intitola Vivere, che
rischio il documentario che Michele
Mellara e Alessandro Rossi hanno dedicato
alla vita e all’operato di Cesare Maltoni, uno dei
più brillanti scienziati di questo secolo: un pioniere nell’ambito
della cancerogenesi ambientale e industriale, della prevenzione
oncologica, della chemio prevenzione. Un uomo di scienza noto in
tutto il mondo e dalle cui ricerche si è stabilita una prassi e una
metodologia scientifica ancora oggi insuperata.
I due registi adottano il racconto
in prima persona, utilizzando una voce fuori campo, che si fa
portavoce di Maltoni stesso, e così facendo conferiscono una certa
vitalità al prodotto e innescano un rapporto di fiducia con lo
spettatore che è invitato ad entrare nella storia, proprio dal tono
colloquiale e diretto che assume il voice over.
Il ritratto che ne viene fuori è
quello di uno scienziato instancabile, curioso e moderno, che si
scontra contro un sistema rigoroso e passatista per portare alla
luce le sue scoperte e soprattutto la sua ricerca sul cancro. Un
pioniere della biologia, dunque, più noto all’estero che nel nostro
Paese, e la cui figura questo documentario potrebbe aiutare a
sdoganare anche tra gli italiani che, ignari, tanto gli devono.
Vivere, che rischio racconta la
vita di un pioniere
È stato infatti lui a mettere a
punto l’ormai comunissimo pap test per la prevenzione del tumore al
collo dell’utero, un controllo preventivo che è diventato routine
ma che per prendere piede ha dovuto affrontare pregiudizi, timori,
mentalità, tutti muri contrari affinché tale pratica venisse
applicata. Soprattutto, Maltoni si è battuto perché il concetto di
prevenzione venisse applicato proprio alle malattie come il cancro,
da cui la sua battaglia per rendere accessibili gli screening
periodici (tra cui il pap test, appunto).
Suo grande merito, e punto
nevralgico del documentario, è il lavoro di Cesare
Maltoni contro le industrie e la scoperta della
cancerosità di sostanze utilizzate nell’industria e a cui l’uomo
cominciava ad essere esposto per via del progresso industriale. Tra
questi materiali dannosi c’è l’amianto, ad esempio, che come
sappiamo rilascia nel corso di diverse decadi il suo potenziale
mortale.
Una vita da scienziato che però non
era chiuso tra le pareti del suo laboratorio. Maltoni è stato un
uomo curioso e avventato che non ha mai voltato le spalle a un
principio o ad una causa se questa poteva portare beneficio ad un
paziente. E questa sua passione per il lavoro si riversava anche in
una condotta tumultuosa per quello che riguarda la vita privata,
aspetto che pure il documentario affronta.
Cesare Maltoni, affamato di
verità
Il ritratto che i registi scelgono
di dipingere e che sembra essere molto vicino alla verità, stando
alle numerose testimonianze dirette raccolte nel film, è quello di
un uomo diretto e ligio, passionale ma devoto al suo lavoro,
soprattutto devoto alla parte umana da curare e preservare da
malattie che si sono palesate e trasformate con il cambiamento e la
modernizzazione della vita dell’uomo, un campo inesplorato in cui
Cesare Maltoni ha fatto scuola.
Vivere, che
rischio racconta di un uomo difensore del diritto
pubblico alla salute, coraggioso pioniere nella ricerca sulla
sostanze chimiche e inquinanti dannose per la salute, promotore di
screening importantissimi come il pap test e creatore del primo
hospice in Italia per l’assistenza ai pazienti con cancro in fase
avanzata. Uno scienziato che ha precorso i tempi, un uomo
eccezionale che ha lottato per la difesa della salute pubblica e
dell’ambiente con tutte le sue straordinarie capacità.
Vivere, che
rischio è prodotto con il supporto di Istituto
Ramazzini, in associazione con I Wonder Pictures, in collaborazione
con RAI Cinema e con il contributo di MIBAC (Direzione generale
Cinema), Fondo Audiovisivo della Regione Emilia Romagna. Il
documentario è stato inoltre insignito di numerosi premi, tra cui
il Premio del pubblico, Storie italiane (2019), al Biografilm
Festival di Bologna.
Debutterà dal 15 maggio su Rai 1
Vivere non è un gioco da ragazzi, la nuova Fiction
RAI diretta da Rolando Ravello con
Stefano Fresi,
Nicole Grimaudo e con la partecipazione di
Claudio Bisio. Una coproduzione Rai Fiction –
PICOMEDIA.
Dove vedere Vivere non è un gioco
da ragazzi
Vivere non è un gioco da
ragazzi sarà messa in onda in tre serate da 100’ in prima
visione su Rai 1 lunedì 15 maggio alle 21.25, lunedì 22 maggio alle
ore 21.25 emartedì 23 maggio alle ore 21.25. Vivere non è
un gioco da ragazzi in streaming dal 12 maggio in
anteprima su RaiPlay.
La trama della fiction Vivere non
è un gioco da ragazzi
Il 18enne Lele, bravo ragazzo di
umili origini, frequenta il liceo con i figli dell’élite bolognese
ed è innamorato di Serena, bellissima, intelligente e perfetta
reginetta della scuola. Invitato una sera in discoteca da Serena e
dal suo gruppo di amici, Lele per fare colpo su di lei prende una
pasticca di Mdma. Risucchiato nel mondo delle discoteche e della
droga, Lele rimane però presto senza soldi e, per continuare a
frequentare Serena, si ritrova a comprare le pasticche nel suo
quartiere e a rivenderle in discoteca al doppio del prezzo. Una
sera vende una pasticca al suo amico Mirco, che viene trovato morto
il giorno dopo proprio a causa della droga. Per Lele, corroso dai
sensi di colpa perché convinto di essere l’assassino di Mirco,
inizia un calvario che stravolge il rapporto con Pigi, suo migliore
amico, con Serena e con i genitori. Anche il resto del gruppo,
legato da un patto di omertà volto a custodire il segreto sull’uso
di droghe, vive una profonda crisi che porta ciascun membro a fare
i conti con la verità e con i propri fantasmi interiori. Dopo molte
vicissitudini, dolori e scoperte, Lele decide di liberarsi dal peso
delle menzogne e del senso di colpa. Perciò confessa tutto prima al
padre e poi al poliziotto Saguatti. La sua confessione scatenerà
una sorta di “epidemia di verità” che porta tutti i principali
personaggi a fare i conti con i propri segreti.
NOTA DELLO SCENEGGIATORE
La storia ha la forma di un
sassolino che rotola e diventa valanga. Un gesto percepito come
innocente da molti adolescenti – passare una pasticca a un amico –
spezza una giovane vita e un’altra resta schiacciata sotto il peso
della colpa. Il dramma si allarga alle famiglie, agli amici e a
tutto il piccolo mondo intorno, rivelando la coralità di un disagio
che in qualche modo contagia tanti, tra i ragazzi ma anche tra gli
adulti. Un grande tema è quella della responsabilità, il giovane
Lele ha fatto una cosa orribile ma nessuno lo sa, quindi si trova
di fronte a una scelta adulta, con grandi implicazioni etiche: è
meglio pagare per le proprie colpe o tentare di nasconderle?
È l’inizio di un gioco spietato, in
cui Lele e il suo gruppo di amici si trovano stretti fra forze
troppo grandi per loro: le indagini di un poliziotto ambiguo, le
minacce di una banda criminale, le ansie delle famiglie, i tormenti
della coscienza. Dallo scontro di queste forze nasce un gioco di
mosse e contromosse, a volte scompigliato dal vento imprevedibile
dell’adolescenza, che finirà per far uscire segreti e
contraddizioni di tutti i personaggi, non solo i ragazzi. Nella
storia sono coinvolti fin dall’inizio i genitori che, sotto la
corazza da adulti, rivelano spesso fragilità non troppo diverse da
quelle dei loro figli. Il filo conduttore è il tema molto attuale
della droga ricreativa, quella ormai percepita come “quasi
normale”. Ma il vero tema è quello della fuga da sé stessi e dalle
proprie emozioni, la storia mostrerà che la droga è solo un mezzo
ma ce ne sono molti altri e chiunque può trovare il suo.
Fuga, colpa, responsabilità,
segreti: sono i termini-chiave di una storia di formazione che dai
giovani si allarga agli adulti, con la stessa domanda che incombe
su tutti. Si può davvero fuggire da sé stessi? O per diventare
grandi, a qualunque età, è necessario accettare la verità delle
proprie azioni e delle proprie emozioni? La serie ha svolte e colpi
di scena, ma sempre ispirate alla verità della vita quotidiana,
nella speranza che possano riconoscersi molti figli e molti
genitori. Magari -sognare non è vietato- anche per vederla insieme.
Il tono è quello di un viaggio drammatico nel dolore e nella colpa,
che però incrocia spesso la leggerezza dell’adolescenza e la
naturale commedia della vita, con un finale aperto alla speranza:
se non scappi da ciò che sei, se stai lì e affronti quel che devi,
ce la puoi fare. Fabio Bonifacci
Le clip
Sinossi prima
serata
Vivere non è un gioco da ragazzi –
EPISODIO 1
Lele ha 17 anni, è un bravo
ragazzo, vive a Bologna in periferia ma va in un liceo del centro
coi figli dei ricchi. Il padre artigiano è appena stato truffato da
un imprenditore senza scrupoli e la paghetta di Lele è bassa. Ma è
innamorato di Serena, che gli sfugge per un suo problema segreto,
per uscire con lei Lele sperimenta le droghe e inizia a vendere una
pasta a settimana perché non ha i soldi per le serate. Ma una sera
dà una “pasta” all’amico Mirco che viene trovato morto.
Vivere non è un gioco da ragazzi –
EPISODIO 2
Lele si sente un assassino,
vorrebbe confessare ma il suo amico del cuore Pigi, figlio di un
penalista, lo convince a non farlo. Iniziano i tormenti della sua
coscienza, uniti a pericoli più concreti: un poliziotto ambiguo
sospetta di lui e vuole farlo confessare, gli spacciatori da cui ha
comprato la pasticca minacciano di ucciderlo se parla. E due
genitori già alle prese con mille guai vedono sparire il loro
figlio in un tunnel di angosce di cui nulla è dato sapere.
Sinossi seconda serata
Vivere non è un gioco da ragazzi –
EPISODIO 3
Su Lele aumenta la pressione di
polizia e spacciatori che cercano di tirarlo in direzioni opposte.
Crescono anche i rimorsi perché la madre del ragazzo morto si
rivolge a lui per sapere chi fosse davvero suo figlio. Intanto i
vari genitori, dopo la tragedia, vogliono sapere se anche i loro
figli si drogano. I ragazzi negano e si discute in ogni
casa, soprattutto in quella di Lele, dove il padre ha reagito
alla truffa facendo una sciocchezza che aggrava la sua situazione e
fa infuriare la moglie.
Vivere non è un gioco da ragazzi –
EPISODIO 4
Un anonimo avverte le famiglie che
tutti i ragazzi del gruppo al sabato si drogavano: la
bomba esplode nelle case, iniziando a rivelare le ferite segrete di
qualche genitore e facendo esplodere la crisi fra quelli di Lele.
Lele riallaccia i rapporti con Serena ma il poliziotto ha fatto una
scoperta su di lui e lo costringe a fare i nomi della banda
di quartiere da cui compra. Ma i criminali lo intuiscono e lo
sequestrano: Lele ha pochi minuti per convincerli che non sta parla
alla polizia.
Sinossi terza serata
Vivere non è un gioco da ragazzi –
EPISODIO 5
Il gioco di mosse e contromosse
delle varie forze in campo (ragazzi, genitori, scuola, polizia,
criminali), genera una sorta di “epidemia di verità” che fa saltare
maschere e uscire segreti, sia tra i ragazzi che tra gli
adulti. Lele, per amore di Serena si decide ad affrontare le
sue responsabilità e scopre il fine dell’ambiguo poliziotto che lo
indaga. Ma l’amore per Serena ha un nuovo, imprevedibile ostacolo,
e la minaccia dei criminali diventa una vera minaccia di morte.
Vivere non è un gioco da ragazzi –
EPISODIO 6
I diversi personaggi sono costretti
a regolare i conti sospesi con gli altri e con sé stessi,
affrontando dolorose ma necessarie trasformazione o continuando a
fuggire. Il finale però si apre alla speranza, la storia dimostra
che crescere è difficile per tutti, non solo per i giovani: però se
non scappi da ciò che sei, se stai lì e affronti quel che devi, ce
la puoi fare.
PERSONAGGI
Il gruppo di ragazzi
Lele (Riccardo De Rinaldis Santorelli): È di umili
origini, studioso, sportivo, solo un pò sgangherato
dall’adolescenza. Ama l’irraggiungibile Serena e, come spesso
accade alla sua età, si butta nelle cose senza pensare troppo alle
conseguenze.
Serena (Matilde Benedusi): Bella, simpatica,
intelligente, empatica, è la ragazza perfetta ma nasconde un
male oscuro che solo lei conosce.
Pigi (Pietro De Nova): È il Sancho Panza di Lele,
l’amico fedele. Secchione e poco popolare, di fronte a dure prove
rivelerà carattere e umanità. Ne avrà bisogno anche in casa
sua.
Mirco (Tommaso Donadoni): È l’inquieto che alterna
vitalità estrema e cupezza. Sfugge con la trasgressione a fragilità
che non sa affrontare, forse nemmeno vedere.
Spinoza (Luca Geminiani): è il comico della classe,
scherza su tutto e odia i discorsi pesanti. Ma le risate nascondono
paure che pesano come macigni.
Patti (Alessia Cosmo): È l’amica del cuore di Serena:
insicura, non crede nel proprio valore e va a caccia di conquiste
per certificarlo. Scoprirà che esistono strade diverse.
Ruggine (Simone Baldasseroni): è il trapper della
scuola, rivale in amore di Lele. È il cattivo, o forse solo quello
che vuol fare la parte. Ma troverà qualcuno molto più cattivo di
lui.
Gli adulti
Saguatti (Claudio Bisio): È
la scheggia impazzita della storia. Poliziotto ruspante e popolare,
con metodi poco ortodossi e finalità ambigue. Entra in scena come
nemico di Lele, pronto a incastrarlo con ogni mezzo. Ma rivelerà
risvolti imprevedibili e ferite non troppo diverse da ciò su cui
indaga. Il suo braccio destro è Paternò (Antonio Perna),
grande umanità e cervello non sempre reattivo.
Anna (Nicole Grimaudo) e Marco (Stefano Fresi)
(genitori Lele): Famiglia di periferia che arranca sul filo del
fine mese.
Marco
è idraulico, gli hanno rubato un anno di lavoro devastando i conti
di casa. Di cuore ma impulsivo, in crisi di mezza età, Marco si
sente superato dai tempi e guarda tutte le partite.
Anna,
ex stella di periferia, fa la barista e ama la lettura. Più
sofisticata del marito, subisce un ricatto che potrebbe risolvere i
problemi economici a casa, anche lei avrà di fronte una dura
scelta. La vicenda del figlio Lele farà deflagrare le
contraddizioni della coppia. Ma in famiglia c’è anche la
piccola
Linda (Ginevra Culini),
che soffre i conflitti.
Sonia (Lucia Mascino):
Madre di Serena e donna di successo: imprenditrice e candidata
Sindaca, una vita di battaglie illuminate per la parità. Ma mentre
si candida a guidare una città, scopre di non sapere cosa accade
nella stanza e nel cuore di sua figlia.
Claudio (Fausto Sciarappa):
È il padre di Serena, se n’è andato quando lei era piccola e poi ha
sbagliato tutto quel che si poteva sbagliare. Per la figlia è
l’origine di tutti i suoi mali, l’ex moglie non lo vuole vedere. Ma
anche gli uomini sbagliati amano i propri figli.
La banda dei cattivi:
i delinquenti del quartiere, che insieme al poliziotto Saguatti
stringono Lele tra due fuochi. Il capo è
Caminito (Francesco Mastrorilli),
studia i Samurai e ha fatto il master in galera, è uno che quando
serve sa far male.
Spazzola (Samuele Brighi)
è il braccio armato, a lui far male piace, attende goloso
l’ordine.
Pizzi
(Francesco Morelli)
è il ragazzo di bottega, era alle medie con Lele che una volta lo
salvò dai bulli, quindi forse sta dalla sua parte, o forse
no.
Angela (Fabrizia Sacchi):
È la madre di Mirco, una donna sola che deve confrontarsi col
dramma più terribile. Anche nel dolore più estremo riesce a
mantenere la dignità e in qualche modo, con fatica, forse persino a
crescere.
Renzo (Jerry Mastrodomenico):
Padre di Pigi, avvocato prestigioso e di grande rigore morale: è il
mito del figlio ma si sgretolerà in malo modo nel corso della
storia.
Renata (Carlotta Miti):
Madre di Pigi, sul lavoro ha l’occhio infallibile della chirurga ma
in casa ha finto per troppo tempo di non vedere. Saprà stimolare il
figlio a superare lo shock.
Madre Patti (Francesca Castaldi):
Ha fatto figli quando non era pronta e commesso errori. È dura
doverci fare i conti insieme a una figlia che te li rinfaccia con
la spietatezza della gioventù.
Magnani (Stefano Pesce):
Elegante costruttore edile. Ha fregato il padre di Lele fingendosi
fallito e le sue mire sulla famiglia non sono finite.
Prof Palmieri (Anna Redi):
La Prof di italiano che chiunque vorrebbe avere, quella che ha
letto tutti i libri ma, quando ti parla, parla ai tuoi 17 anni,
alle tue paure, sogni, debolezze.
Viva la Sposa è la
storia di Nicola (Ascanio Celestini), un alcolista
che passa il tempo fingendo sempre di voler smettere. È la storia
di Anna (Veronica Cruciani), una prostituta con un
figlio, Salvatore, di cui non sa chi sia il padre, che cerca di
imparare come fare piccole truffe da Sasà (Salvatore
Striano). È la storia di Sofia (Alba
Rohrwacher), chiamata così dal padre perché avrebbe
voluto che fosse come la Loren nei film di De Sica, che vuole
scappare da Roma alla volta della Spagna, ma alla fine resta a
Cinecittà. È la storia della madre di Nicola (Barbara
Valmorin), che prima di morire vorrebbe vedere suo figlio
sposato con Sofia. È la storia del carrozziere Abruzzese, dal quale
Nicola nasconde Anna, dopo che lei ha sparato al suo
protettore.
Tutte queste storie ritratte da
Celestini sono abitate da personaggi senza speranza, emarginati,
che nella loro condizione quasi disperata, non riescono immaginare
una ribellione possibile e si lasciano, quindi, trascinare dal
caso.
Viva la Sposa
generalmente è un’espressione usata come buon augurio, ma in questo
film indica, invece, un’altra storia, che sta al di sopra di tutte
le altre, quella di un’attrice americana che, dopo essersi
svegliata dal coma si sposa e fa un lungo viaggio di nozze girando
l’Italia. I personaggi la seguono attraverso la televisione e i
giornali: la vedono che passeggia tra le rovine dell’Aquila
piuttosto che in gondola a Venezia o in giro per Roma, sempre con
il suo vestito da sposa e ogni volta gli italiani che la vedono
applaudono dicendo “Viva la
sposa! Viva la sposa!”. In realtà ‘la sposa’ è una storia di
cornice che incrocia la strada con i personaggi del film, che
sembrano marionette senza nessuna possibilità di attaccarsi ad un
filo. Tutti quanti vivono in un flusso continuo e casuale di
eventi, a cui nessuno sembra in grado di opporsi; la loro visione
fatalistica della vita li porta ad accettare passivamente le loro
vite senza mai tentare di modificare lo status quo.
Con la sua ambientazione nel
Quadrato, quartiere periferico romano, amato, indagato e filmato da
Pier Paolo Pasolini, il riferimento al
poeta-regista risulta immediato e le storie di vita che racconta
Celestini ricordano vagamente quelle pasoliniane.
Con la sua performance Celestini dà
l’ennesima prova di essere un attore straordinario e, per seconda
volta dietro la macchina da presa dopo il suo debutto nel 2010 con
La Pecora Nera, si dimostra bravissimo
sia nella veste di regista cinematografico che in quella di
sceneggiatore, in quanto il film è ben costruito anche nella
narrazione.
Vanno inoltre menzionate le
interpretazioni del bravo Salvatore Striano e di
Alba Rohrwacher, sempre magnifica in ogni
ruolo.
Dopo le torbide ossessioni di
Viaggio Segreto e la parentesi documentaristica sul Maestro
Francesco Rosi, Roberto Andò torna al cinema con il film
Viva la libertà, tratto dal suo romanzo Il trono
vuoto. Enrico Olivieri, leader del principale partito politico
di opposizione, a ridosso delle elezioni, in seguito a numerosi
contestazioni fugge a Parigi da una vecchia fiamma conosciuta
durante la sua gioventù nel mondo del cinema. L’assistente e la
moglie decidono allora di ingaggiare come sostituto il fratello
gemello di Olivieri, un eccentrico filoso dimesso da poco da una
clinica psichiatrica, il quale ben presto, grazie alle sue idee
anticonformiste, intraprenderà una sfavillante carriera
politica.
In un clima di forte contestazione
come quello attuale, il film di Andò ha il merito di trattare con
spensieratezza e intelligenza la tematica dell’insicurezza delle
istituzioni, senza rinunciare ad una cinica e profonda riflessione
sui ruoli del potere e del desidero individuale. Straordinaria e
poliedrica prova d’attore per Toni Servillo, il quale riesce perfettamente nel
caratterizzare la duplice psicologia dei due fratelli, così diversi
tra loro, regalandoci anche una serie di gustose gag comiche che
servono però a nascondere una provocazione di fondo molto pesante,
incarnata dal fratello filosofo. In un cast di tutto rispetto
troviamo anche un Valerio Mastandrea leggermente impacciato e una
dolcissima Valeria BruniTedeschi, i quali vengono
ovviamente eclissati dalla mastodontica performance di
Servillo.
Pregevole e ricercatissima la
fotografia desaturata di Maurizio Calvesi, la quale scava
nel profondo della psicologia doppelganger del protagonista,
creando delle fortissime distinzioni cromatiche che differenziano
le esistenze dei due gemelli. Il lavoro più grande è comunque
quello di sceneggiatura compiuto da Andò, il quale non a caso si
focalizza sulle coalizioni politiche di una fittizia Sinistra
italiana che però risulta paurosamente simile a quella attuale,
rigirando più volte il coltello nella piaga riguardo la mancanza di
unità e di forza da parte dei suoi rappresentati. Pare quasi che il
regista voglia dirci che solo una mente folle, quella del filosofo,
è in grado di dare una scossa e di procedere su di una strada
libera da preconcetti e dagli interessi.
Andò compie inoltre un pregevole
lavoro metacinematografico, in quanto paragona la politica ad un
film dove in entrambi i casi la realtà e la bugia finiscono per
coesistere e confondersi tra loro. Se un politico decide di
diventare regista, può allora un filosofo pazzo diventare leader di
un paese?
Dopo il bel lavoro svolto in
Nessuno Mi Può Giudicare, Massimiliano
Bruno torna con Viva l’Italia, un’altra
commedia sociale che racconta di politica, corruzione, bugie e
precariato, in poche parole fa un ritratto fedele del nostro
paese.
In Viva
L’Italia, il politico Michele
Spagnolo (Michele
Placido) ha tre figli: Riccardo (Raul
Bova), medico integerrimo e socialmente impegnato; Susanna
(Ambra Angiolini), attrice di fiction senza alcun
talento; Valerio (Alessandro
Gassman), un buono a nulla in carriera che deve tutto
al padre. In oltre trent’anni di carriera Michele ha sempre
anteposto i suoi interessi personali a quelli della collettività ed
è passato indenne attraverso i mille scandali che hanno flagellato
il paese. L’ultima cosa al mondo che dovrebbe succedere ad un uomo
del genere è dire la verità… Eppure, dopo una notte trascorsa con
una “promettente” soubrette televisiva, Michele viene colto da un
malore, si salva, ma non senza conseguenze. L’apoplessia ha colpito
proprio la parte del cervello che controlla i freni inibitori ed
ora il politico dice tutto ciò che gli passa per la testa, fa tutto
quello che gli va e non ha la minima cognizione della gravità delle
sue azioni.
Viva L’Italia, il film
In un crescendo di confessioni
scomode e pericolose, per quanto anche esilaranti, il politico
mette a nudo la sua stessa classe, l’incapacità dei propri figli di
affrontare i problemi della vita e la sua colpevolezza di fronte
alla società con candore disarmante. Massimiliano Bruno mette
insieme un buon cast ed una buona sceneggiatura, scritta a quattro
mani con Edoardo Falcone, realizzando un buon
film, che partendo in quarta come una commedia brillante,
trascinata anche da un Michele Placido particolarmente calato
nel ruolo, si trasforma poi in un’occhiata acuta e amara su quello
che è il nostro “sistema Paese”.
Parole coraggiose e situazioni ai
limiti dell’inverosimile che però si sono rivelate, nella realtà,
possibili e mentalità tristemente italiana finiscono però nel film
di Bruno, in una classica redenzione collettiva, in cui, sì è vero,
non tutti vincono, ma neanche tutti perdono, né tantomeno rimane
fino alla fine quel senso di sincerità schietta e pura che aveva
aleggiato per tutta la prima parte del film. Tecnicamente Bruno si
conferma invece un bravo regista, capace di raccontare i suoi
personaggi, senza lasciarsi trascinare dalla storia ma scrivendola
con ogni inquadratura. Buona prova collettiva del cast che oltre ai
citati comprende anche
Edoardo Leo, Maurizio Mattioli, il bravissimo Rocco Papaleo e tra le tante partecipazioni,
anche una bellissima particina per
Lucia Ocone.
Viva L’Italia è un
film divertente ma a tratti molto forte, soprattutto nell’ultima
parte che potrebbe ricordare la vera commedia all’italiana che fu,
se non fosse per quell’indulgere nel lieto fine del quale sembra,
almeno al cinema, non sappiamo fare a meno.
Ecco il trailer ufficiale di Viva
L’Italia pubblicato da ComingSoon.it, il socondo film di Massimiliano
Bruno dopo Nessuno mi Può Giudicare, che ancora una
Cala il sipario sul Vittorio Veneto
Film Festival sabato 21 aprile col Gran Galà di premiazione a cui
hanno partecipato le autorità istituzionali, gli ospiti che hanno
preso parte alle tre giornate della manifestazione,
Si è spento a Roma a 88 anni il
regista Vittorio Taviani, che con il fratello
Paolo ha firmato alcuni dei capolavori della storia del cinema
italiano da Padre Padrone (Palma d’oro a Cannes
nel ’77) a La Notte di San Lorenzo a
Caos fino a Cesare deve morire
(Orso d’oro a Berlino).
Ad annunciare la morte del regista,
malato da tempo, è stata Giovanna, una delle sue figlie. La
famiglia ha deciso che per Vittorio Taviani non ci
sarà camera ardente pubblica, né funerale, solo una cerimonia di
cremazione riservata ai familiari.
Divisa tra cinema e televisione,
l’attrice Vittoria Puccini è tra le più
apprezzate interpreti del panorama italiano. Protagonista di alcuni
celebri film, come anche di note serie televisive, la Puccini ha
infatti potuto affermare la propria persona presso il grande
pubblico, ottenendo apprezzamenti per la sua scelta di progetti
innovativi e al di fuori dai soliti schemi. Ecco 10 cose
che non sai di Vittoria Puccini.
Vittoria Puccini: i suoi film e le
serie televisive
10. Ha recitato in celebri
lungometraggi italiani. Il debutto cinematografico
dell’attrice risale al 2000, quando recita nel film Tutto
l’amore che c’è, di Sergio
Rubini. Successivamente recita nei film Paz!
(2002), Operazione Appia Antica (2003) e Ma quando
arrivano le ragazze? (2005), che le fa ottenere maggior
popolarità. Si consolida prendendo parte ai film Colpo
d’occhio (2008), Baciami ancora (2010), di Gabriele
Muccino, dove recita accanto agli attori
Stefano Accorsi,
Pierfrancesco
Favino e Claudio
Santamaria. Negli anni seguenti è tra i protagonisti
di film come La vita facile (2011), Acciaio
(2012), Magnifica
presenza (2012), Tutta colpa di
Freud (2014), con Marco
Giallini e Anna
Foglietta, Meraviglioso Boccaccio (2015),
Tiramisù (2016), The Place
(2017), Cosa fai a Capodanno (2018) e 18
regali (2020), dove recita accanto a Benedetta
Porcaroli e Edoardo
Leo.
9. È nota per i ruoli
televisivi. La Puccini si fa scoprire come interprete
recitando nel ruolo di protagonista nella miniserie Elisa di
Rivombrosa (2003-2004). Con il successo conseguito prende poi
parte alle serie Imperium: Nerone (2004), Elisa di
Rivombrosa 2 (2005), Le ragazze di San Frediano
(2006), Tutta la verità (2009), C’era una volta la
città dei matti… (2010), Violetta (2011), Anna
Karenina (2013), L’Oriana (2015), romanzo
famigliare (2018), Mentre ero via (2019) e Il
processo (2019).
8. Ha partecipato al
doppiaggio di un film Disney. L’attrice ha partecipato al
doppiaggio italiano del film Disney La bella e la
bestia (2017), con Emma
Watson. Qui ha dato voce alla maga Agata, colei che
trasforma il principe protagonista in una bestia per punirlo della
sua arroganza.
Vittoria Puccini e Alessandro
Preziosi
7. Ha avuto una relazione
con l’attore. Il set di Elisa di Rivombrosa non
ha significato solo grade popolarità per l’attrice, ma è anche dove
conosce l’attore Alessandro Preziosi, che nella
miniserie ricopre il ruolo del Conte Fabrizio Ristori di
Rivombrosa. I due intraprenderanno una relazione, dalla quale nel
2006 nascerà la prima figlia dell’attrice. Nel 2010 tuttavia
annunciano la separazione, indicando come causa la mancata alchimia
di coppia.
Vittoria Puccini e Fabrizio
Lucci
6. Ha un nuovo
compagno. Durante le riprese della miniserie Anna
Karenina, l’attrice conosce il direttore della fotografia
Fabrizio Lucci, con il quale avrà modo di
convididere nuovamente il set per i film Tutta colpa di
Freud e The Place. La coppia si è negli anni
dimostrata particolarmente legata, e sul profilo Instagram di Lucci
vengono spesso pubblicate foto di loro momenti insieme.
Vittoria Puccini è su
Instagram
5. Ha un account
personale. L’attrice è presente sul social network
Instagram con un profilo seguito da 109 mila persone. All’interno
di questo l’attrice è solita condividere fotografie ritraenti
momenti quotidiani della sua vita, ma anche di servizi realizzati
per riviste di moda. Particolarmente presenti, infine, sono anche
le immagini o i video promozionali dei suoi progetti da
interprete.
Vittoria Puccini in Elisa di
Rivombrosa
4. La serie era la sua
ultima possibilità. L’attrice ha dichiarato che per
seguire il mondo della recitazione ha rinunciato alla carriera
universitaria. I suoi genitori acconsentirono a tale cambiamento,
con la promessa che se entro due anni non fosse successo nulla
avrebbe ripreso gli studi. Fortunatamente, le venne proposto il
ruolo della protagonista nella miniserie, che le permise di
ottenere il successo sperato.
3. Ha vinto un importante
premio. Per il suo ruolo nella miniserie l’attrice ottiene
una nomination ai Telegatti come personaggio femminile dell’anno,
in categoria con Maria De Filippi e Simona
Ventura. L’attrice infine vinse il premio, e afferma che
da quel momento per la sua carriera si sono aperte porte
inaspettate.
Vittoria Puccini in Il
Processo
2. Le sembrava di essere
tornata a casa. Nel girare la miniserie Il
processo, l’attrice ha affermato di essersi sentita come a
casa in mezzo a tutti quei discorsi sulla legge, avvocati e
pubblici ministeri. I suoi genitori sono infatti avvocati, e la
stessa Puccini prima di diventare attrice aveva intrapreso gli
studi presso la facoltà di Giurisprudenza.
Vittoria Puccini: età e
altezza
1. Vittoria Puccini è nata
a Firenze, Italia, il 18 novembre 1979. L’attrice è alta
complessivamente 171 centimetri.
Vittoria e Abdul recensione del film
di Stephen Frears
La straordinaria storia vera di
un’inaspettata amicizia nata durante gli ultimi anni
dell’incredibile regno della Regina Vittoria (interpretata dal
premio Oscar (R) Judi Dench). Quando il giovane
commesso Abdul Karim (Ali Fazal) si mette in
viaggio dall’India per partecipare al Giubileo d’oro della Regina,
si ritrova sorprendentemente nelle grazie della Regina stessa.
Mentre quest’ultima si interroga
sulle costrizioni della sua antica posizione, i due instaurano
un’improbabile e devota alleanza, mostrando una lealtà reciproca
che la famiglia e la cerchia ristretta della Regina cercano di
distruggere. Mentre la loro amicizia si intensifica, Vittoria
comincia a vedere un mondo in evoluzione con occhi diversi,
rivendicando con gioia la sua umanità.
Diretto da Stephen Frears e interpretato
da Judi Dench, Ali Fazal, Adeel Akhtar, Simon Callow,
Michael Gambon, Eddie Izzard, Ruth McCabe, Tim Pigott-Smith, Julian
Wadham, Olivia Williams, Fenella Woolgar, Vittoria
e Abdul arriverà in Italia il 26 ottobre.
Vittoria e Abdul recensione del film
di Stephen Frears
La straordinaria storia vera di
un’inaspettata amicizia nata durante gli ultimi anni
dell’incredibile regno della Regina Vittoria (interpretata dal
premio Oscar (R) Judi Dench). Quando il giovane commesso Abdul
Karim (Ali Fazal) si mette in viaggio dall’India per partecipare al
Giubileo d’oro della Regina, si ritrova sorprendentemente nelle
grazie della Regina stessa. Mentre quest’ultima si interroga sulle
costrizioni della sua antica posizione, i due instaurano
un’improbabile e devota alleanza, mostrando una lealtà reciproca
che la famiglia e la cerchia ristretta della Regina cercano di
distruggere. Mentre la loro amicizia si intensifica, Vittoria
comincia a vedere un mondo in evoluzione con occhi diversi,
rivendicando con gioia la sua umanità.
Diretto da Stephen Frears e interpretato da Judi Dench, Ali Fazal,
Adeel Akhtar, Simon Callow, Michael Gambon, Eddie Izzard, Ruth
McCabe, Tim Pigott-Smith, Julian Wadham, Olivia Williams, Fenella
Woolgar, Vittoria
e Abdul arriverà in Italia il 26 ottobre.
La straordinaria
storia vera di un’inaspettata amicizia nata durante gli ultimi anni
dell’incredibile regno della Regina Vittoria (interpretata dal
premio Oscar® Judi Dench).
Quando il giovane
commesso Abdul Karim (Ali Fazal) si mette in viaggio dall’India per
partecipare al Giubileo d’oro della Regina, si ritrova
sorprendentemente nelle grazie della Regina stessa.
Mentre quest’ultima
si interroga sulle costrizioni della sua antica posizione, i due
instaurano un’improbabile e devota alleanza, mostrando una lealtà
reciproca che la famiglia e la cerchia ristretta della Regina
cercano di distruggere. Mentre la loro amicizia si intensifica,
Vittoria comincia a vedere un mondo in evoluzione con occhi
diversi, rivendicando con gioia la sua umanità.
Ecco una nuova buffa clip di
Vittoria
e Abdul, il nuovo film con Judi
Dench nei panni della Regina Vittoria, presentato al
Festival di Venezia 2017.
Vittoria e Abdul recensione del film
di Stephen Frears
La straordinaria storia vera di
un’inaspettata amicizia nata durante gli ultimi anni
dell’incredibile regno della Regina Vittoria (interpretata dal
premio Oscar (R) Judi Dench). Quando il giovane
commesso Abdul Karim (Ali Fazal) si mette in
viaggio dall’India per partecipare al Giubileo d’oro della Regina,
si ritrova sorprendentemente nelle grazie della Regina stessa.
Mentre quest’ultima si interroga sulle costrizioni della sua antica
posizione, i due instaurano un’improbabile e devota alleanza,
mostrando una lealtà reciproca che la famiglia e la cerchia
ristretta della Regina cercano di distruggere. Mentre la loro
amicizia si intensifica, Vittoria comincia a vedere un mondo in
evoluzione con occhi diversi, rivendicando con gioia la sua
umanità.
Diretto da Stephen Frears e interpretato
da Judi Dench, Ali Fazal, Adeel Akhtar, Simon Callow,
Michael Gambon, Eddie Izzard, Ruth McCabe, Tim Pigott-Smith, Julian
Wadham, Olivia Williams, Fenella Woolgar, il film arriverà
in Italia il 26 ottobre.
Vittoria e Abdul recensione del film
di Stephen Frears
La straordinaria storia vera di
un’inaspettata amicizia nata durante gli ultimi anni
dell’incredibile regno della Regina Vittoria (interpretata dal
premio Oscar (R) Judi Dench). Quando il giovane
commesso Abdul Karim (Ali Fazal) si mette in
viaggio dall’India per partecipare al Giubileo d’oro della Regina,
si ritrova sorprendentemente nelle grazie della Regina stessa.
Mentre quest’ultima si interroga
sulle costrizioni della sua antica posizione, i due instaurano
un’improbabile e devota alleanza, mostrando una lealtà reciproca
che la famiglia e la cerchia ristretta della Regina cercano di
distruggere. Mentre la loro amicizia si intensifica, Vittoria
comincia a vedere un mondo in evoluzione con occhi diversi,
rivendicando con gioia la sua umanità.
Diretto da Stephen Frears e interpretato
da Judi Dench, Ali Fazal, Adeel Akhtar, Simon Callow,
Michael Gambon, Eddie Izzard, Ruth McCabe, Tim Pigott-Smith, Julian
Wadham, Olivia Williams, Fenella Woolgar, Vittoria
e Abdul arriverà in Italia il 26 ottobre.
È online la clip ufficiale
“Nella casa di Dylan” di Vittima degli
Eventi, il fan movie ispirato a Dylan Dog! In questa
scena totalmente inedita, Groucho (Luca Vecchi) fa
da cicerone ad Adele (Sara Lazzaro), la
protagonista femminile della nostra storia. Siamo a casa di Dylan
Dog, diretti al suo studio. Nel corridoio, incontri, presenze,
spiriti. Benvenuti nel mondo dell’Indagatore dell’Incubo!
https://www.youtube.com/watch?v=dp-cCTffnMU
Regista del film è Claudio
Di Biagio. Luca Vecchi, oltre a essere
interprete, è anche lo sceneggiatore. Nel cast: Valerio Di
Benedetto (Dylan Dog), Sara Lazzaro
(Adele), Milena Vukotic (Madame Trelkovski),
Alessandro Haber (Ispettore Bloch) e
Massimo Bonetti (Hamlin).
Vittima
degli Eventi – la trama: Adele è succube d’un
agghiacciante sogno ricorrente; un sogno che spesso sconfina nella
realtà tramutandosi in atroci visioni che raggiungono il proprio
culmine passeggiando una sera per il centro di Roma. Dagli
accertamenti medici non emerge nulla degno di nota e al fratello,
che era con lei quella sera, diagnosticano un semplice attacco
epilettico. Scontratasi brutalmente con lo scetticismo generale ad
Adele non resta che la via non convenzionale; decide così di
rivolgersi a Dylan Dog. Professione: indagatore dell’incubo.
Vittima Degli
Eventi è il primo fan-movie italiano ispirato al
personaggio storico di casa Bonelli Dylan Dog,
completamente prodotto dai fan tramite contributi versati sulla
piattaforma di crowdfunding indiegogo.com. L’idea del
progetto nasce da Claudio Di Biagio e Luca
Vecchi, il primo regista e il secondo sceneggiatore ed
interprete del mediometraggio. Entrambi sono due stelle del web,
due youtuber che vantano al loro attivo prodotti come le web series
The Pillse
Freaks!
Il fan movie vanta nel cast, oltre a
Vecchi, Valerio Di Benedettoe Sara
Lazzaro e una parata di volti noti del nostro universo
cinematografico come Milena Vukotic, Alessandro
Habere Massimo Bonetti che recitano in
piccoli, ma fondamentali ruoli.
Per ovvie ragione di diritti (in
mano alle majors americane) le avventure di Dylan Dog,
investigatore dell’incubo, si trasferiscono da Londra a Roma: nella
città eterna, dove si mescolano leggende locali, suggestioni
antiche e fantasmi del passato, Dylan deve indagare sulle
inquietanti visioni che perseguitano la sua nuova cliente, Adele,
vessata da forze sconosciute e oscure che non riesce a dominare.
Dylan, insieme al suo fidato- e logorroico- Groucho dovrà far luce
su questo mistero grazie anche alla collaborazione della medium
Madame Trelkovski, l’ispettore Bloch e il misterioso proprietario
di una inquietante libreria che appare e scompare nel centro di
Roma.
Vittima Degli Eventi
ha il potere di far immergere completamente lo spettatore- profano
o meno- nell’universo Dylan Dog: grazie ad una regia forte di
un’estetica da fumetto, Di Biagio restituisce all’indagatore
dell’incubo i suoi colori originali- un ossimoro, se si pensa che
gli albi sono in bianco e nero!- allontanando i fantasmi patinati
dell’ultima versione a stelle e strisce passata sul grande schermo.
Qui, il personaggio di Dylan conserva la sua magnifica inquietudine
visionaria, i suoi tormenti si uniscono alla complessità della
trama man mano che si infittisce, e proprio quest’ultima- pur
essendo dislocata a Roma- mantiene un tocco coerente e vicino alle
tradizionali narrazioni del creatore Sclavi. L’ambientazione
capitolina disorienta, però, l’appassionato spettatore della
pellicola, abituato ad un gusto gotico e noir fortemente
internazionale che non coincide propriamente con la storia narrata
qui; il piacere visivo sta nel veder ricreato, per la prima volta,
in modo pop ed iperrealistico un mondo cartaceo popolato da ombre
in nero di china, che qui prendono corpo e si muovono sulla scena,
tra i dedali di una Roma prevalentemente notturna, immortalata da
una fotografia caratterizzata da ombre, luci e sprazzi di
colore.
Vittima Degli
Eventi ha dalla sua la verosimiglianza profonda col
fumetto d’autore al quale si ispira; ma il prodotto finale
risulterà di buona qualità agli occhi dello spettatore medio, e un
semplice piacere visivo ed evocativo agli occhi dell’appassionato
lettore dylaniano.
Ecco il final trailer di
Vittima degli Eventi, il fan movie no
profit movie ispirato a Dylan Dog diretto da Claudio Di
Biagio e sceneggiato e interpretato da Luca
Vecchi.
Vittima degli Eventi: il
progetto – Vittima degli Eventi è un fan movie, quindi
assolutamente no profit. Presto verrà distribuito online, fino ad
allora Claudio Di Biagio, Luca Vecchi e tutta la crew del progetto
si impegneranno per portarlo in giro per l’Italia in proiezioni
ASSOLUTAMENTE GRATUITE.
Vittima degli
Eventi: il primo esperimento italiano – Vittima degli
Eventi è il primo esperimento italiano di finanziamento dal basso
per un film: un mediometraggio dalla qualità e dai contenuti
competitivi, benché sostanzialmente un fan movie. Su indiegogo.com
è partita la raccolta di fondi che si è conclusa dopo diversi goals
(obiettivi, ndt) assicurando al pubblico che ha partecipato perks
ed esclusivi inviti all’anteprima di Vittima degli Eventi.
Vittima degli Eventi: la
trama – Sono sette mesi che Dylan non ha un caso. Vive a
Roma, insieme a Groucho, quando all’improvviso gli fa visita una
ragazza, Adele. Gli racconterà il suo sogno e da allora nulla sarà
più lo stesso: l’Indagatore dell’Incubo dovrà prepararsi alla sua
più grande avventura. Insieme a lui, i personaggi più famosi della
saga creata da Tiziano Sclavi: Madame Trelkovsi,
l’ispettore Bloch e Hamlin.
Credits – Regia di
Claudio Di Biagio. Sceneggiatura di Luca
Vecchi, che è anche interprete (Groucho). Cast:
Valerio Di Benedetto nella parte di Dylan Dog;
Sara Lazzaro, che nel film è Adele; Milena
Vukotic come Madame Trelkovski; Alessandro
Haber, l’ispettore Bloch e Massimo
Bonetti, interprete di Hamlin. Direzione della fotografia
di Matteo Bruno. Montaggio di Giovanni
Santonocito. Helio Di Nardo e Francesco
Catitti alle musiche. Color, sound design e missaggio
audio della Frame by Frame. VFX: Luca
della Grotta. Distribuzione web: the
Jackal.
La canzone dei titoli di coda è dei
Velvet!
Prossime uscite e
distribuzione – Il 24 Ottobre il film verrà presentato in
anteprima al WIRED NEXT FEST (ore 18.00, sala
MAXXI, Roma). Il 31 Ottobre, invece, verrà proiettato gratuitamente
a Cinecittà World (ore 18.00) e il giorno dopo, 1
Novembre, sarà al Lucca Comics ‘n’ Games (ore
19.00).
Il film del 1953 dal titolo
Vite vendute (in originale The Wages of
Fears), diretto da Henri-Georges Clouzot
è considerato un capolavoro della storia del cinema, ed una delle
opere di maggiore tensione mai realizzate. Tratto dall’omonimo
romanzo dello scrittore francese Georges Arnaud,
questo ha influenzato una lunga schiera di film successivi basati
su premesse simili, ovvero con missioni suicide da far compiere a
personaggi apparentemente senza nulla da perdere, nel bel mezzo di
un deserto tanto vasto quanto ricco di pericoli. Nel 1977 è stato
realizzato un remake statunitense diretto da William Friedkin (regista di Il braccio
violento della legge e L’esorcista), mentre è
di quest’anno un terzo adattamento realizzato ad opera di Netflix.
Anch’esso intitolato Vite
vendute, è diretto dal regista francese Julien Leclercq,
distintosi per i film Rapinatori, The Bouncer –
L’infiltrato e La terra e il sangue. Questo nuovo
film riporta dunque all’attenzione degli spettatori un racconto
estremamente avvincente, dove grandi rischi si mescolano a profonde
emozioni e la tensione è un continuo crescere fino all’esplosivo
finale. Un titolo decisamente da non perdere, divenuto in breve tra
i più visti del momento su Netflix. In questo articolo, approfondiamo dunque
alcune delle principali curiosità relative a Vite
vendute. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti
possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla
trama, al cast di attori e alla
spiegazione del finale, ma anche ad alcune
differenze con il film del 1953.
La trama di Vite vendute e il cast di
attori
Un pozzo di petrolio prende fuoco in
mezzo al deserto mettendo in pericolo le vite degli abitanti di un
vicino campo profughi. La società che gestisce il pozzo invia
alcuni esperti sul posto ma appare subito chiaro che per evitare la
catastrofe l’unica soluzione è quella di far esplodere il pozzo con
la nitroglicerina entro ventiquattr’ore. In cambio di un’ingente
somma di denaro, la squadra composta dall’ex
criminale Fred si metterà in viaggio per
trasportare a bordo di due camion 200 chili di esplosivo a 800
chilometri di distanza. Una missione suicida, da compiere
attraversando una zona controllata da ribelli armati e campi
minati, prima che sia troppo tardi.
Ad interpretare il protagonista Fred
vi è l’attore Franck Gastambide, visto anche in
Il testimone misterioso e
Asterix & Obelix – Il regno di mezzo. Accanto a lui, nel
ruolo del fratello Alex, esperto di demolizioni, vi è l’attore
Alban Lenoir, mentre Ana Girardot
è Clara, una trasportatrice di vaccini per la World Wide Health,
una ONG. Astrid Whettnall ricopre il ruolo di Anne
Marchand, responsabile della sicurezza della compagnia petrolifera,
mentre Sofiane Zermani è Gauthier, la sua guardia
del corpo. Completano il cast Bakary Diombera nel
ruolo di Djibril, compagno di squadra di Clara alla World Wide
Health, Sarah Afchain nel ruolo di Assia, moglie
di Alex e Alka Matewa nel ruolo di Alka, collega
di Gauthier.
La spiegazione del finale del film
e le differenze con l’originale
Lungo il percorso, dunque, i
personaggi di Vite
vendute si trovano a dover sopravvivere agli attacchi
dei ribelli, ai colpi di un cecchino e a una miriade di altri
pericoli prima di arrivare a destinazione. Solo Fred, suo fratello
Alex e Clara, la dottoressa che ama Fred, ce la fanno. Purtroppo,
ferito mortalmente, a Fred non resta che guidare lui stesso
l’ultimo camion rimasto nel pozzo di petrolio, che esplode
prontamente sigillando così il pozzo. Fred è il protagonista
imperfetto del film, a capo del convoglio che trasporta gli
esplosivi. I flashback a lui dedicati, inoltre, rivelano il suo
senso di colpa nei confronti del fratello, da lui coinvolto in una
rapina apparentemente sicura ma conclusasi con l’arresto di Alex e
il suo allontanamento dalla sua famiglia, con la quale desidera ora
farlo ricongiungere.
Marchand, rappresentante della
società, e i suoi scagnozzi tengono ora sotto tiro la famiglia di
Alex. Il loro tentativo di ricattarlo per indurlo a guidare fin
dentro il pozzo viene però sventato da Fred, che spara a Marchand e
ai suoi uomini da lontano e decide di compiere egli stesso l’eroico
gesto di guidare il camion, poiché il pozzo è destinato a esplodere
da un momento all’altro. Per Fred la missione non è però solo
l’occasione per una redenzione personale, poiché sa che l’incendio
del petrolio finirà per distruggere anche un villaggio vicino.
Successivamente al suo sacrificio, il film si conclude dunque con
le immagini degli abitanti del villaggio che esultano quando
l’incendio viene spento, dimostrando che il sacrificio di Fred ha
effettivamente salvato la situazione.
Proprio come nella versione
originale del 1953 e nel remake omonimo del 1977 di William Friedkin, anche in questo film la
squadra deve necessariamente trasportare gli esplosivi con un
camion. Gli spettatori più attenti potrebbero pensare che la
compagnia petrolifera potrebbe più semplicemente trasportare la
nitroglicerina su un elicottero, risparmiando tempo e denaro, ma
viene sottolineato che trasportare gli esplosivi in elicottero è
ancora più pericoloso in quanto la nitroglicerina è così
imprevedibile che farla oscillare in un elicottero è probabilmente
un rischio maggiore rispetto al semplice trasporto. C’è anche la
possibilità che i banditi o i ribelli aprano il fuoco
sull’elicottero, abbattendolo.
Il Vite
vendute di Netflix sembrerebbe dunque riutilizzare le
stesse dinamiche del film originale, ma i toni sono molto diversi.
Ciò si nota soprattutto nei rispettivi finali. Nella versione del
1953, l’unico sopravvissuto, Mario, riceve la sua paga e,
felicissimo di aver portato a termine una missione quasi
impossibile, guida spericolatamente lungo una strada di montagna,
fino a quanto non perde il controllo del mezzo e finisce fuori
strada, morendo. Questo remake, invece, opta per una conclusione
molto più aperta alla speranza. Fred muore, ma lo fa per salvare un
villaggio e suo fratello Alex, che è libero di uscire di prigione e
riunirsi alla sua famiglia.
Il trailer di Vite
vendute e come vederlo in streaming su Netflix
Come anticipato, è possibile fruire
di Vite
vendute unicamente grazie alla sua presenza nel
catologo di Netflix,
dove attualmente è al 2° posto della Top
10 dei film più visti sulla piattaforma in Italia. Per
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piattaforma scegliendo tra le opzioni possibili. Si avrà così modo
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video, avendo poi anche accesso a tutti gli altri prodotti presenti
nel catalogo.
Europictures è lieta di annunciare l’uscita
italiana di Vita privata (qui
la nostra recensione), il nuovo film della regista francese
Rebecca
Zlotowski, dopo il debutto mondiale al Festival di Cannes e la partecipazione
come alla Festa del Cinema di Roma nella
sezione Gran Public. Il film, che segna il ritorno di Jodie Foster al cinema francese a
vent’anni da Una lunga domenica di passioni, sarà
distribuito nelle sale italiane da Europictures dall’11
dicembre.
Quando la celebre
psichiatra Lilian Steiner (Jodie Foster) scopre la morte
improvvisa di una sua paziente, la tranquillità borghese della sua
vita viene scossa dalle fondamenta. Convinta che non si tratti di
suicidio, Lilian si lascia trascinare – anche grazie all’inatteso
ritorno dell’ex marito (Daniel Auteuil)– in
un’indagine che diventa presto una discesa nel proprio inconscio.
Tra tensione psicologica e ironia malinconica, Vita
privata si muove con eleganza tra thriller psicologico e
commedia sentimentale, indagando i confini fragili tra
responsabilità, desiderio e senso di colpa.
Per Rebecca
Zlotowski, una delle voci più raffinate del nuovo cinema francese
(Planetarium, I figli degli altri), Vita privata,
girato a Parigi e tra le coste normanne, è “una riflessione sul
limite tra la vita intima e quella pubblica, tra ciò che mostriamo
e ciò che nascondiamo, dove la psicanalisi diventa una forma di
indagine interiore e anche di messa in scena”. Accanto a Jodie
Foster, che definisce il suo ruolo nel film come “uno dei più
ricchi e intellettualmente stimolanti della mia carriera”, un cast
straordinario del calibro di: Daniel Auteuil,
Virginie Efira, Mathieu Amalric,
Vincent Lacoste, Luàna Bajrami e
Noam Morgensztern.
Vita privatasarà nelle sale italiane grazie ad Europictures dall’11
dicembre.
Con Vita nella banlieue
3, disponibile da oggi mercoledì 4 marzo su Netflix – si chiude il percorso
narrativo dedicato ai fratelli Traoré, una trilogia che ha
raccontato senza sconti l’equilibrio instabile tra ambizione
personale, lealtà familiare e leggi non scritte della strada.
Questo capitolo conclusivo spinge ogni conflitto al punto di non
ritorno, mettendo i protagonisti di fronte a decisioni
irreversibili. Il quartiere non è più soltanto uno sfondo sociale,
ma diventa un organismo vivo che reagisce, punisce, trattiene o
espelle.
Il film
drammatico e
thriller intreccia tre traiettorie diverse – quella criminale,
quella politica e quella artistica – mostrando come, nella
banlieue, nessun percorso sia davvero isolato. Musica, consenso
elettorale e traffici illeciti convivono nello stesso ecosistema,
alimentandosi a vicenda. L’illusione di poter separare questi
ambiti si infrange progressivamente, fino a un finale che non
concede consolazioni facili. L’ultimo capitolo della saga è
costruito attorno a un concetto centrale: la scelta. Non una scelta
astratta, ma concreta, dolorosa, spesso tardiva. Restare fedeli ai
codici della strada o tentare di emanciparsene significa accettare
un prezzo. E non sempre quel prezzo riguarda solo chi decide.
La trama di Vita nella
Banlieue 3
All’inizio del film il quartiere
sembra immutabile, ma in realtà è già cambiato. Le gerarchie sono
più fragili, le alleanze meno solide, la tensione più palpabile. I
fratelli Traoré si muovono in un contesto dove ogni passo falso può
avere conseguenze collettive. Noumouké è ormai lanciato nel mondo
della musica. Il suo rap, nato come espressione autentica della
strada, diventa un simbolo identitario per i giovani della
banlieue. Il successo però lo riporta pericolosamente vicino agli
affari di famiglia, che Demba aveva cercato di lasciarsi alle
spalle. Attraverso il cugino Doums, Noumouké rientra in un sistema
che inizialmente crede di poter controllare.
Ma il confine tra industria
musicale e economia criminale è sottile: favori, protezioni e
rivalità si intrecciano fino a rendere impossibile distinguere arte
e sopravvivenza. Demba, dal canto suo, tenta una trasformazione
radicale. Cerca stabilità accanto a Djenaba, costruisce un progetto
di vita lontano dallo spaccio e arriva persino al matrimonio. Il
film suggerisce per un attimo che la redenzione sia possibile.
Tuttavia, il passato riemerge sotto forma di un’accusa per frode
fiscale che lo conduce all’arresto. Non è un ritorno volontario al
crimine, ma la dimostrazione che le conseguenze delle scelte
precedenti continuano a inseguirlo. La sua identità resta legata a
ciò che è stato, agli occhi della legge e del quartiere. Souleyman
rappresenta invece la via istituzionale.
Foto di Helene Hadjiyianni/Netflix
Avvocato affermato, decide di
candidarsi alle elezioni municipali con l’obiettivo di offrire una
rappresentanza autentica alla comunità. La sua campagna non è priva
di ostacoli: le resistenze arrivano tanto dalle istituzioni quanto
dall’interno della stessa banlieue, divisa da sospetti e rivalità.
Il film mostra con lucidità quanto sia complesso trasformare la
rabbia sociale in progetto politico. A incrinare definitivamente
l’equilibrio familiare è la morte della madre. La sua scomparsa
priva i fratelli dell’unico collante emotivo capace di tenere
insieme le loro differenze. Senza quella figura centrale, le
tensioni esplodono e le decisioni diventano irrevocabili.
La spiegazione del finale del
film
Il finale del film non è costruito
come una tradizionale vittoria o sconfitta, ma come una resa dei
conti morale. Demba scivola progressivamente verso il fallimento.
In carcere perde lo status che un tempo lo definiva; non è più un
leader, ma un uomo percepito come superato. Il tentativo di restare
fuori dai traffici si incrina quando accetta di aiutare Doums e,
successivamente, quando libera un vecchio compagno di prigione in
cambio di denaro. Ogni decisione è giustificata come temporanea, ma
in realtà lo riaggancia a quel sistema da cui voleva emanciparsi.
La frattura con Djenaba è il colpo più duro: lei, incinta, gli
chiede una vita semplice e sicura. Demba non riesce ad accettare
una dimensione priva di potere simbolico.
La sua è la tragedia di chi non sa
ridefinire la propria dignità fuori dai codici della strada. Il
film lo conduce verso una caduta coerente, priva di romanticismo.
Souleyman, al contrario, riesce a ottenere un risultato concreto:
diventa Vice Sindaco. Non è un trionfo spettacolare, ma un segnale
politico forte. La sua ascesa dimostra che è possibile trasformare
l’esperienza della marginalità in rappresentanza istituzionale. La
sua vittoria è simbolica: incrina l’idea che il quartiere sia
destinato a riprodurre sempre gli stessi schemi. Non risolve tutto,
ma apre uno spazio di possibilità.
Foto di Helene Hadjiyianni/Netflix
Il percorso più significativo è
forse quello di Noumouké. Un attentato destinato a lui ferisce
gravemente Sofia e lo costringe a confrontarsi con le conseguenze
reali della violenza che racconta nelle sue canzoni. L’arte smette
di essere narrazione estetizzata della strada e diventa
responsabilità. La scena cruciale è l’uccisione di Lamine davanti
ai suoi occhi. Noumouké resta immobile, coperto dal sangue
dell’amico, incapace di reagire. Non c’è un discorso enfatico, ma
una presa di coscienza silenziosa e devastante: nella guerra
interna alla banlieue, le vittime appartengono sempre allo stesso
mondo.
I figli dei poveri finiscono per
distruggersi tra loro, mentre il sistema resta sullo sfondo,
intatto. Le apparizioni della madre, che ricorrono nei momenti
chiave, non hanno una funzione soprannaturale ma simbolica:
incarnano la memoria e l’identità originaria dei fratelli, ciò che
precede la logica del dominio e della sopravvivenza. Sono richiami
alla possibilità di un “noi” diverso da quello imposto dalla
strada. Il film si chiude con tre esiti differenti ma
complementari: la caduta, l’ascesa e la trasformazione. Nessuno è
gratuito, nessuno è casuale. Ognuno è la conseguenza diretta delle
scelte compiute.
Vita nella banlieue
3 conclude così la trilogia restando fedele alla sua
visione realista e disincantata. Demba incarna l’impossibilità di
sottrarsi ai codici interiorizzati quando mancano strumenti
alternativi di riconoscimento. Souleyman rappresenta la scommessa
politica, fragile ma concreta, di cambiare le regole dall’interno.
Noumouké diventa il simbolo di una generazione che può ancora
decidere se perpetuare la spirale o interromperla. Il messaggio
finale è netto: la strada offre identità e appartenenza immediate,
ma presenta un conto altissimo. E quando si comprende che quel
prezzo coinvolge anche chi si ama, la scelta smette di essere un
concetto astratto e diventa l’unica vera linea di confine tra
condanna e possibilità.
Affermatosi come uno dei più
importanti registi di livello mondiale, il taiwanese Ang Lee si è
costruito una carriera fondata sulle sue prodezze tecniche e sulla
sua capacità di esprimere sentimenti forti. Film dopo film è
arrivato alla conquista di Hollywood, dove ha realizzato titoli
come Hulk, I segreti di Brokeback
Mountain e Billy Lynn – Un giorno da
eroe. Tra questi si annovera anche Vita di
Pi (qui la recensione), uscito nel
2012 e tra i più apprezzati e premiati film di quell’anno.
All’interno di un racconto che mescola dramma e avventura, Lee ha
costruito un mondo tanto esteticamente sbalorditivo quanto
tematicamente forte.
Il film è l’adattamento
cinematografico dell’omonimo romanzo di Yann
Martel. Pubblicato nel 2001, questo è stato insignito di
prestigiosi premi, con il Booker Prize. Dopo che per anni si era
tentato di dar vita ad una trasposizione di tale acclamato romanzo,
l’arrivo in cabina di regia di Lee permise finalmente la sua
realizzazione. Il regista, inoltre, decise di sfruttare al massimo
le ambientazioni del racconto per dar vita ad effetti speciali
particolarmente complessi e affascinanti. Ricorrendo all’uso del 3D
e ad una fotografia estremamente funzionale a tale resa estetica,
Vita di Pi è oggi ricordato principalmente per la sua
componente visiva.
Il film fu infatti un grandissimo
successo di critica e pubblico, raggiungendo un incasso globale di
oltre 600 milioni di dollari. Ai premi Oscar del 2013 vinse inoltre
ben quattro premi, ovvero quello per la miglior regia, la miglior
fotografia, i migliori effetti speciali e la miglior colonna
sonora. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà
certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità
relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti
possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla
trama, al cast di attori e alla
storia vera. Infine, si elencheranno anche le
principali piattaforme streaming contenenti il
film nel proprio catalogo.
Vita di Pi: la trama e il
cast del film
Protagonista del film è il giovane
Piscine Molitor Patel, il quale adotta il
soprannome di Pi in quanto sa a memoria numerose
cifre decimali del Pi greco. La sua vita prende una piega
inaspettata quando suo padre Adil, proprietario di
uno zoo, gli comunica che dovranno emigrare in Canada, con tutti
gli animali a loro seguito. Durante il viaggio su di un mercantile,
una tempesta affonda però la nave e Pi si ritrova unico superstite
su di una scialuppa, dove però si sono rifugiati anche una zebra,
un orango, una iena e la pericolosa tigre chiamata Richard
Parker. Per Pi, ha inizio una duplice lotta per la
sopravvivenza che lo cambierà per sempre.
Per trovare il giusto interprete di
Pi, Lee incontrò oltre tremila ragazzi nell’arco di diversi mesi.
La scelta, infine, ricadde sull’allora diciassettenne Suraj
Sharma, il quale non aveva nessuna esperienza pregressa
nella recitazione. Ad interpretare Pi da adulto, invece, vi è il
celebre attori Irrfan Khan,
visto anche in film come The Millionaire e Jurassic
World. Altri attori presenti nel film sono invece
Gérard Depardieu, il quale compare brevemente nei
panni del cuoco francese della nave, Tabu, nei
panni della madre di Pi e Adil Hussain in quelli
del padre. Per interpretare lo scrittore Yann Martel era stato
inizialmente scelto Tobey Maguire, ma Lee preferì poi
affidare la parte a Rafe Spall.
Per quanto riguarda gli animali
presenti nel film, a lungo ci si è chiesti se il giovane Sharma si
fosse davvero trovato su di una scialuppa faccia a faccia con una
tigre. Benché sul set fosse davvero presente un esemplare di tigre,
quella sulla piccola imbarcazione era una ricostruzione
particolarmente realistica in CGI dell’animale. Anche la maggior
parte degli altri animali presenti nel film sono stati realizzati
con la medesima tecnica, permettendo dunque una maggior libertà in
fase di riprese. In seguito all’uscita del film, tuttavia, sono
circolati anche filmati che mostravano maltrattamenti ai veri
animali sul set, cosa ha poi portato ad una serie di denunce.
Vita di Pi: il libro e la
vera storia dietro al film
Il film si apre su di un adulto Pi
che racconta la sua storia allo scrittore Martel, il quale avrebbe
poi scritto il libro Vita di Pi. Ciò ha portato in molti a
credere che il racconto del giovane naufrago trovatosi da solo con
una tigre fosse basato su eventi reali. Il racconto è però soltanto
frutto dell’immaginazione dello scrittore, il quale si è anche
lasciato ispirare dalla novella del 1981 Max and the Cats,
scritta dal brasiliano Moacyr Scliar e incentrata
su un giovane rifugiato ebreo che attraversa l’oceano Atlantico
dividendo un’imbarcazione con un giaguaro.
A contribuire al realismo che
Vita di Pi trasmette e che ha dunque portato a credere
all’esistenza di una storia vera di tale racconto, vi è anche il
fatto che Lee si avvalse della collaborazione di un vero naufrago
nel corso delle riprese. Il regista si è infatti affidato a
Steven Callahan, un uomo ritrovatosi naufrago nei
primi anni Ottanta. La sua imbarcazione, colpita da una balena,
iniziò ad affondare e lui si ritrovò dunque a dover tentare di
sopravvivere unicamente rimanendo su di una zattera di salvataggio.
Bevendo acqua piovana e mangiando pesce crudo, Callahan fu infine
tratto in salvo dopo 76 giorni in mare.
Vita di Pi: il trailer e
dove vedere il film in streaming e in TV
È possibile fruire di
Vita di Pi grazie alla sua presenza su
alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in
rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten
TV, Chili Cinema, Google Play, Apple iTunes, Disney+, Amazon Prime Video e Tim
Vision. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di
riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un
abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale
comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre
presente nel palinsesto televisivo di martedì 5
aprile alle ore 21:00 sul canale
Iris.
A sette anni dal suo ultimo
successo internazionale, I Segreti di Brokeback
Mountain, il regista di Taiwan Ang Lee torna al cinema con Vita
di Pi, un’avventura affascinante, epica e straziante, con
un gran finale a sorpresa e un apparato visivo straordinario.
In Vita di Pi, Pi
è un giovane indiano che, per seguire i genitori e il loro zoo in
Canada, si imbarca su una nave mercantile per attraversare il
Pacifico. In prossimità della fossa delle Marianne, una tremenda
tempesta si abbatte sulla possente imbarcazione, e la fa
colare a picco. Il povero Pi sarà l’unico superstite del naufragio,
lui e una tigre del Bengala di nome Richard Parker. Ma si sa,
convivere con una gigantesca tigre affamata nell’angusto spazio di
una scialuppa di salvataggio di trenta posti non è proprio il
massimo, e così Pi dovrà industriarsi per sopravvivere, permettendo
anche all’animale di rimanere in vita.
Un film affascinante e coinvolgente
Vita di
Pi è un film affascinante e coinvolgente, con una
scenografia mozzafiato e un 3D, nato in casa Cameron, che toglie il
fiato. Ang Lee sembra andare molto d’accordo con la
tecnica, rivelandosi perfettamente in grado di gestire spazi,
movimenti e personaggi all’interno dell’inquadratura, senza perdere
mai di vista l’aspetto spettacolare della vicenda. Forte di una
buona sceneggiatura, basata sull’omonimo romanzo di successo di
Yann Martel, il film si basa su una struttura di racconto in prima
persona: è lo stesso Pi che, dopo le sue avventure, racconta ciò
che gli capitò durante il periodo che visse da naufrago anni prima
ad uno scrittore in crisi che cerca una storia interessante di cui
scrivere.
La dimensione del racconto,
l’atmosfera terribilmente reale eppure favolistica che conservano
le immagini, la presenza quasi ancestrale di una tigre che impara a
convivere con un ragazzo di appena 16 anni, sono questi gli
elementi che conferiscono al film un’aura di magia, che ne aumenta
il fascino e restituisce allo spettatore un grandioso racconto di
crescita e di sopravvivenza dell’uomo contro la natura. Gli effetti
digitali del film si distinguono per lo straordinario uso della
luce e dei colori, vivide macchie dalle infinite sfumature che si
fondono nei tramonti più luminosi e nelle notti più splendenti di
stelle. Straordinarie sono le scene, ben visibili nel trailer del
film, del salto della megattera e del tramonto sul mare piatto come
una tavola, mentre Pi affida alla corrente un messaggio in un
barattolo.
Vita di Pi è un
film profondamente poetico, che nel finale regala una rivelazione
inaspettata e brutale, che si infrange contro la disponibilità
dello spettatore a credere nelle favole. Straordinario film a
ragione considerato uno dei favoriti per la stagione dei premi
2013.
è stato diffuso online il nuovo
trailer internazionale per vita di Pi, attesissimo film in 3D
diretto da Ang Lee.
Nel film, che vanta nel cast anche
Gerard Depardieu, Adil Hussain e Irrfan Khan, si narrerà la storia
di un ragazzo rimasto bloccato bloccato per 227 giorni su una
barca insieme ad una tigre, una iena, una zebra e un orango.
Sono state diffuse due nuove
featurette per Vita di Pi, ultima fatica di Ang
Lee. La prima è dedicata all’uso della tecnologia 3D nella
pellicola, mentre