
KinoGallery ha pubblicato un teaser poster de I Tre Moschettieri in 3D, il film che Paul W.S. Anderson sta girando in stereoscopia in Germania, e del quale appena ieri abbiamo pubblicato nuove foto dal set tedesco.

KinoGallery ha pubblicato un teaser poster de I Tre Moschettieri in 3D, il film che Paul W.S. Anderson sta girando in stereoscopia in Germania, e del quale appena ieri abbiamo pubblicato nuove foto dal set tedesco.
In questo periodo di reboot, sono in lavorazione ben due rielaborazioni dei Tre moschettieri di Dumas padre, romanzo pubblicato nel lontano 1844.
Una in 3D a cura di Paul W. S. Anderson (Resident Evil) da girare per la Summit Entertainment, al momento in fase di casting. L’altra è invece in preparazione alla Warner Bros in previsione della regia di Doug Liman e la produzione di Lionel Wigram, che vorrebbe ricavarne un successo sulla scia commerciale e stilistica del suo apprezzato Sherlock Holmes. Al momento sul copione della versione di Liman è al lavoro Peter Straughan, già sceneggiatore di L’uomo che fissava le capre. Il romanzo è stato adattato per il cinema ben sette volte dai tempi del muto, più una volta ancora iin versione animata dalla Disney, con protagonisti Topolino, Paperino e Pippo nel 2004.
Fonte: Comingsoon.it
Ne I tre moschettieri nella Francia di Luigi XIII regna incontrastato il Cardinale Richelieu, i moschettieri sono poco più che avventori da taverna dalla ‘spada facile’ e il re, efebico modaiolo, è poco molto simile ad una imitazione di se stesso. I puristi di Dumas hanno storto il naso alle prime immagini del film, per non parlare delle accuse di vilipendio al grande classico subito dopo l’uscita del film, ma tutto ciò che di assurdo si poteva immaginare non è nulla di fronte alla realtà del film. Anderson tira su un giocattolo infernale, logisticamente assurdo e paradossalmente divertentissimo che porterà al cinema moltissime persone.
Ai valorosi moschettieri (Matthew MacFadyen, Ray Stevenson e Luke Evans) è riservata una rappresentazione abbastanza convenzionale, così come al Cardinale (Christoph Waltz) e al perfido Rochefort, i personaggi che invece hanno subito un lavoro di ‘innovazione’ sono senza dubbio il Duca di Buckingham, notoriamente raffinato e innamorato della regina, e qui doppiogiochista e viscido (la peggiore interpretazione di Orlando Bloom), e ovviamente la bellissima Milady de Winter (Milla Jovovich), che conserva il suo classico fascino romanzesco, ma che aggiunge un po’ di gadget e qualche acrobazia ai veleni e agli stiletti nascosti sotto gli abiti. Il volto del giovane D’Artagnan è quello di Logan Lerman, già Pearcy Jackson, che per sfrontatezza rappresenta un ottimo protagonista, a parte il fatto che è troppo carino per essere un Guascone vero!
I tre moschettieri si snoda tra gag divertenti, comportamenti irriverenti e parentesi davvero assurde, su tutte la scena dei galeoni volanti, degni del più sfrenato fan di Pirati dei Caraibi, e una sceneggiatura altalenante, che accosta momenti di imbarazzo a sequenze efficaci e divertenti. Tutto il racconto ricalca a grandi linee il racconto originale, prendendosi licenze e munendo quasi tutti i personaggi di una caratteristica originale, come il fashion – victimism del re, o la passione di Milady per gli uomini di potere e le armi di ogni genere. Quello che però davvero convince del film è la regia, Paul Anderson, con l’aiuto di un buon 3D, ci conduce con grande energia nel mondo dei moschettieri, svelandone punti di vista e angolazioni mai viste prima.
Con una solida prospettiva riesce a seguire ogni scambio di spada o fioretto con ordine, non tralasciando mai la componente comica e la caratteristica sbruffoneria che contraddistingue i personaggi tanto amati di Dumas. Una colonna sonora che ricorda molto altre famose tracce sentite più o meno di recente al cinema (quella di Sherlock Holmes su tutte) da il giusto ritmo all’azione.
Il capolavoro della letteratura francese, I Tre Moschettieri di Alexandre Dumas, tornerà in un nuovo, colossale adattamento cinematografico. Eva Green, Vincent Cassel e Louis Garrel saranno i protagonisti del primo dei due lungometraggi che completeranno il racconto, entrambi diretti da Martin Bourboulon (Eiffel, Papa ou Maman e Papa ou Maman 2), I Tre Moschettieri – D’Artagnan.
Eva Green si calerà nei panni di Milady de Winter, Vincent Cassel interpreterà il ruolo di Athos e Louis Garrel sarà Re Luigi XIII. Nei panni dell’iconico protagonista, François Civil (Wolf Call), affiancato da Romain Duris nei panni di Aramis e Pio Marmai in quelli di Porthos. I film introdurranno anche un nuovo personaggio: Hannibal, basato sulla vera storia di Louis Anniaba, il primo moschettiere di colore della storia francese.
I Tre Moschettieri – D’Artagnan sarà distribuito in Italia da Notorious Pictures a partire dal 6 aprile 2023.
D’Artagnan, giovane e vivace guascone, viene dato per morto dopo aver cercato di salvare una ragazza da un rapimento. Quando arriva a Parigi, cerca in tutti i modi di scovare gli aggressori ma non sa che la ricerca lo condurrà nel cuore di una vera guerra che mette in gioco il futuro della Francia. Alleandosi con Athos, Porthos e Aramis, tre Moschettieri del Re, D’Artagnan affronterà le macchinazioni del Cardinale Richielieu. Ma, innamorandosi di Costance, la confidente della Regina, si metterà in serio pericolo guadagnandosi l’inimicizia di colei che diventerà il suo peggior nemico: Milady
Non c’è decennio nella storia del cinema che non abbia almeno un suo film su I tre moschettieri e così, dopo le versioni da ridere (in sensi non proprio voluti) di Giovanni Veronesi, e quella super-action steampunk di Paul W. S. Anderson, dalla Francia, con la regia di Martin Bourboulon, arriva I tre Moschettieri – D’Artagnan, primo di due film che si prefiggono, con qualche aggiustamento di trama e di tono, di adattare, ancora, per il cinema, lo splendido romanzo di Dumas padre.
Un adattamento, quello firmato da Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière, che si rivela serio ma non serioso, ironico ma non comico, un perfetto equilibrio di toni che si mette al servizio di una sontuosa messa in scena che rispecchia in maniera evidente e sfacciata il grosso budget (70 milioni di euro).
D’Artagnan, giovane e vivace guascone, viene dato per morto dopo aver cercato di salvare una ragazza da un rapimento. Quando arriva a Parigi, cerca in tutti i modi di scovare gli aggressori ma non sa che la ricerca lo condurrà nel cuore di una vera guerra che mette in gioco il futuro della Francia. Alleandosi con Athos, Porthos e Aramis, tre Moschettieri del Re, D’Artagnan affronterà le macchinazioni del Cardinale Richelieu. Ma, innamorandosi di Constance, la confidente della Regina, si metterà in serio pericolo guadagnandosi l’inimicizia di colei che diventerà il suo peggior nemico: Milady.
Il cinema che propone
Bourboulon è solido e consapevole, certo non raffinato ed elegante,
ma capace di essere contemporaneo senza farsi travolgere dalla
modernità dei blockbuster. Ci si sporca, in I
tre Moschettieri – D’Artagnan, si sentono i colpi di
spada, di pistola, le botte, il sapore del sangue e della terra, ma
allo stesso tempo si sorride, con quel sorriso beffardo e sornione
dei moschettieri, Athos, Porthos e Aramis così come abbiamo
imparato ad amarli nella tradizione letterario-cinematografica che
tante volte li ha raccontati.
E se Vincent Cassel (Athos), Romain Duris (Aramis), Pio Marmaï (Porthos) e François Civil (D’Artagnan) fanno una splendida figura con le cappe da moschettieri, c’è molta curiosità e mistero intorno alla Milady di Eva Green, che rispetto agli altri personaggi, si vede modernizzata per dialogare meglio con le eroine contemporanee e con una realtà che vuole la donna più attiva e propositiva. Completano il cast una coppia regale molto credibile, formata da Louis Garrel e Vicky Krieps, il primo nei panni di un Luigi XIII tutto sommato mite e giusto, la seconda fiera, appassionata e estremamente a suo agio nel ruolo della Regina Anna.
Come per i personaggi, che mantengono la loro natura pur leggermente aggiornati (ad esempio Porthos diventa dichiaratamente e serenamente bisessuale, dal momento che gli appetiti non fanno troppe distinzioni), la trama subisce qualche modifica rispetto al romanzo originale per parlare meglio al suo tempo. Viene così accentuata la componente religiosa del conflitto caldeggiato dai nemici di Re Luigi XIII e viene messo in scena un attentato al cuore della Francia, un evento tragico che la Nazione conosce fin troppo bene.

L’aspetto davvero esaltante del film è che siamo di fronte a una storia che riesce a costruire una sua epica, un suo respiro romanzesco, una personalità davvero rara nel cinema contemporaneo. L’adattamento di Delaporte e de la Patellière coinvolge e convince, e usa come strumento narrativo di forza, non solo come orpello, l’investimento impiegato nella messa in scena, nei costumi, nella ricchezza di dettagli che contribuiscono a regalare credibilità alla storia.
Come accennato, il film è la prima parte di un dittico che si concluderà alla fine dell’anno con I Tre Moschettieri – Milady e che si concentrerà sul per sonagliò di Eva Green. Non riveliamo i dettagli della trama che forse qualcuno non conosce ancora, ma possiamo immaginare che tutta la passione e il fuoco che serpeggiano in questo primo film, troveranno il loro violento sfogo in una seconda parte ancora avvincente ed epica.
Per adesso godiamoci
I tre Moschettieri –
D’Artagnan, un’avventura epica e romanzesca,
reale e materiale, vibrante di azione e grande cuore, un film che
fa tesoro del linguaggio classico e lo adatta a una forma di
racconto contemporaneo, senza tradire eccessivamente l’originale,
riuscendo a trovare in ogni suo momento l’equilibrio tra classico e
moderno, prendendosi sul serio con il sorriso e regalando due ore
di cinema onesto e senza pretese che riesce a pieno ad intrattenere
il pubblico.
Il capolavoro della letteratura francese, I tre moschettieri di Alexandre Dumas, tornerà in un nuovo, colossale adattamento cinematografico. Eva Green, Vincent Cassel e Louis Garrel saranno i protagonisti del primo dei due lungometraggi che completeranno il racconto, entrambi diretti da Martin Bourboulon (Eiffel, Papa ou Maman e Papa ou Maman 2), I Tre Moschettieri – D’Artagnan.
Eva Green si calerà nei panni di Milady de Winter, Vincent Cassel interpreterà il ruolo di Athos e Louis Garrel sarà Re Luigi XIII. Nei panni dell’iconico protagonista, François Civil (Wolf Call), affiancato da Romain Duris nei panni di Aramis e Pio Marmai in quelli di Porthos. I film introdurranno anche un nuovo personaggio: Hannibal, basato sulla vera storia di Louis Anniaba, il primo moschettiere di colore della storia francese.
I Tre Moschettieri – D’Artagnan sarà distribuito in Italia da Notorious Pictures ad Aprile 2023.
D’Artagnan, giovane e vivace guascone, viene dato per morto dopo aver cercato di salvare una ragazza da un rapimento. Quando arriva a Parigi, cerca in tutti i modi di scovare gli aggressori ma non sa che la ricerca lo condurrà nel cuore di una vera guerra che mette in gioco il futuro della Francia. Alleandosi con Athos, Porthos e Aramis, tre Moschettieri del Re, D’Artagnan affronterà le macchinazioni del Cardinale Richielieu. Ma, innamorandosi di Costance, la confidente della Regina, si metterà in serio pericolo guadagnandosi l’inimicizia di colei che diventerà il suo peggior nemico: Milady.

Il capolavoro della letteratura francese, I tre moschettieri di Alexandre Dumas, tornerà in un nuovo, colossale adattamento cinematografico. Eva Green, Vincent Cassel e Louis Garrel saranno i protagonisti del primo dei due lungometraggi che completeranno il racconto, entrambi diretti da Martin Bourboulon (Eiffel, Papa ou Maman e Papa ou Maman 2), I tre moschettieri – D’Artagnan. Eva Green si calerà nei panni di Milady de Winter, Vincent Cassel interpreterà il ruolo di Athos e Louis Garrel sarà Re Luigi XIII. Nei panni dell’iconico protagonista, François Civil (Wolf Call), affiancato da Romain Duris nei panni di Aramis e Pio Marmaï in quelli di Porthos, mentre Vicky Krieps sarà la regina consorte Anna d’Austria.
Il film sarà distribuito in Italia da Notorious Pictures a partire dal 6 aprile. In contemporanea con l’uscita cinematografica, I tre moschettieri – D’Artagnan sarà in tutte le librerie con il romanzo e il manga ufficiali tratti dal film, entrambi editi da Gallucci.
D’Artagnan, giovane e vivace guascone, viene dato per morto dopo aver cercato di salvare una ragazza da un rapimento. Quando arriva a Parigi, cerca in tutti i modi di scovare gli aggressori ma non sa che la ricerca lo condurrà nel cuore di una vera guerra che mette in gioco il futuro della Francia. Alleandosi con Athos, Porthos e Aramis, tre Moschettieri del Re, D’Artagnan affronterà le macchinazioni del Cardinale Richelieu. Ma, innamorandosi di Constance, la confidente della Regina, si metterà in serio pericolo guadagnandosi l’inimicizia di colei che diventerà il suo peggior nemico: Milady.
Da sempre considerato uno dei migliori film del genere cospirativo, I tre giorni del Condor è un perfetto thriller che raccoglie perfettamente al suo interno il grande interesse che questo genere ha conosciuto nel corso degli anni Settanta. Complici i fatti sociali e politici dell’epoca, le storie di spionaggio sono diventate sempre più presenti al cinema, permettendo di dar vita a capolavori senza tempo come il film appena citato. Diretto da Sydney Pollack nel 1975, questo si discostò però dalle convenzioni del genere, ponendo principalmente interrogativi di tipo politico in un’America profondamente sconvolta dalla guerra in Vietnam e dallo scandalo Watergate.
Al centro della vicenda narrata resta infatti la possibilità che i servizi segreti, o una parte di essi, sfuggano a ogni controllo e agiscano secondo finalità e con mezzi non corretti, o comunque non approvati. Scritto da Lorenzo Semple Jr., il film è un adattamento del romanzo I sei giorni del Condor, scritto nel 1974 da James Grady. La storia in esso raccontata si presentò dunque come quella giusta al momento giusto, fotografando un momento di forte tensione per gli Stati Uniti, sempre più disillusi circa le attività politiche dell’epoca. Con il tempo, I tre giorni del Condor ha sempre più acquisito un impatto non indifferente nella cultura mondiale.
Sono tanti i film che hanno da questo titolo tratto ispirazione, tra cui anche il cinecomic Captain America: The Winter Soldier, che omaggia il film di Pollack proprio nella sua costruzione della tensione e delle sue tematiche. Per gli amanti del genere e del cinema, si tratta dunque di un titolo imprescindibile. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.
La vicenda del film si apre a Manhattan, New York, dove un commando di sicari guidati da un freddo alsaziano di nome Joubert, e da un ex sergente dell’esercito di nome Lloyd, irrompono in una sezione impiegatizia della CIA, impegnata in operazioni OSINT. Queste prevedono la ricerca, la raccolta e le analisi di dati e notizie d’interesse pubblico provenienti da ogni parte del mondo. Qui i soldati uccidono brutalmente tutti i presenti, ad eccezione di Joseph Turner, nome in codice Condor, il quale era uscito per una commissione. Scoperto l’accaduto, egli non può non sentirsi in pericolo di vita.
Joseph comprende infatti che quell’assalto era diretto ad eliminare proprio lui, il quale pochi giorni prima aveva inviato ai suoi superiori un rapporto particolarmente delicato, non ricevendo però alcuna risposta. Trovando protezione e anonimato presso l’abitazione di una giovane donna di nome Kathy Hale, Joseph si trova a dover indagare su quanto realmente stia accadendo e su chi vi sia dietro quello sterminio. Consapevole dei rischi che corre, egli non si tirerà indietro finché non avrà fatto emergere tutta la verità.
Ad interpretare il protagonista Joseph Turner, vi è il celebre attore Robert Redford. Questo è stato per lui uno dei due film di genere thriller spionistico girati nell’arco di due anni. Il secondo titolo è Tutti gli uomini del presidente, girato nel 1976. Pollack volle fortemente Redford per il ruolo, considerandolo uno dei suoi attori feticcio. I due hanno infatti girato insieme ben sette film. Per interpretare il protagonista, l’attore ebbe modo di avere come consulente personale l’ex direttore della CIA Richard Helms, che istruì l’interprete al fine di farlo risultare più realistico. Nei panni di Kathy Hale, la donna presso cui Turner trova protezione, vi è l’attrice premio Oscar Faye Dunaway.
Interprete di film come Chinatown e Quinto potere, lei è una delle attrici più importanti degli anni Settanta. Nella sua autobiografia la Dunaway ricordò di aver avuto difficoltà a sentirsi spaventata dall’esere rapita da Redford nel film. Per permetterle di provare vera paura, fu Pollack a mimare la scena insieme a lei. L’attore premio Oscar Cliff Robertson, noto per aver interpretato anche lo zio Ben nella prima trilogia di Spider-Man, è qui presente nei panni di Higgins, il vicedirettore di New York. Nel ruolo dell’alsaziano Joubert vi è invece il celebre attore svedese Max von Sydow, mentre Addison Powell è il controverso Leonard Atwood.

Pur mantenendo inalterate le tematiche di fondo del romanzo di Grady, gli autori del film danno vita ad una serie di consistenti differenze e modifiche. La prima si ritrova già nel titolo. Il protagonista del film ha infatti solo tre giorni per salvarsi la vita, mentre quello del romanzo sei. Tale scelta è dovuta ai differenti tempi cinematografici come anche alla volontà di condensare il racconto per renderlo più teso e avvincente. Altra differenza è la stagione in cui è ambientato il racconto. Se nel libro è la primavera, nel film diventa invece l’inverno. Il clima più rigido e grigio di quest’ultimo diventa infatti un perfetto specchio della cupa vicenda narrata. Notevole differenza si ritrova anche nel protagonista.
Nel libro questo si chiama Ronald Malcom e non ha personalmente scritto il compromettente rapporto. Nel film viene invece attribuito a lui, così da renderlo un personaggio più attivo e motivato ad andare a fondo alla questione. Le discrepanze più rilevanti però riguardano il rapporto con l’intelligence. Turner si ribella al sistema corrotto e insalvabile, in grado di commettere crimini al di sopra della legge. Malcom, invece, dopo aver consumato la sua vendetta, resta parte integrante del sistema, lasciando intuire che comunque nella CIA si possono ritrovare uomini per bene. Pollack è dunque molto più duro nel suo ritratto, che rappresenta appieno la disillusione di quel periodo.
È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. I tre giorni del Condor è infatti disponibile nei cataloghi di Infinity+ e Amazon Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui guardare il titolo. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di sabato 25 giugno alle ore 21:00 sul canale Iris.
Fonte: IMDb
Quando si parla di paranoia thriller americani degli anni Settanta, I tre giorni del Condor occupa un posto centrale perché riesce a trasformare una semplice storia di spionaggio in una riflessione inquietante sul potere, sulla manipolazione politica e sull’impossibilità di distinguere la verità dalle strategie dello Stato. Diretto da Sydney Pollack e interpretato da Robert Redford, il film nasce dentro il clima post-Watergate e post-Vietnam, un momento storico in cui il pubblico americano aveva iniziato a guardare con sospetto le proprie istituzioni. Il risultato è un’opera che usa i codici del thriller per raccontare la fragilità dell’individuo davanti a sistemi enormi e invisibili.
Il finale di I tre giorni del Condor resta ancora oggi uno dei più ambigui e potenti del cinema politico americano. Apparentemente Joe Turner riesce a sopravvivere, smascherare il complotto e consegnare la verità al New York Times, ma l’ultima domanda pronunciata dal personaggio di Higgins cambia completamente il senso della conclusione. “Come fai a sapere che la pubblicheranno?” non è soltanto una provocazione rivolta al protagonista: è il cuore ideologico dell’intero film. In quell’istante I tre giorni del Condor suggerisce che il vero potere non consiste nel commettere crimini nell’ombra, ma nel controllare la percezione stessa della realtà.
Per comprendere davvero il finale di I tre giorni del Condor bisogna partire dal contesto culturale in cui il film nasce. Gli anni Settanta americani sono attraversati da una crisi profonda della fiducia istituzionale. Lo scandalo Watergate, le rivelazioni sui servizi segreti e il trauma del Vietnam avevano incrinato definitivamente l’immagine eroica del governo americano costruita durante i decenni precedenti. Registi come Alan J. Pakula, Francis Ford Coppola e lo stesso Sydney Pollack iniziarono così a raccontare protagonisti schiacciati da poteri opachi, impossibili da identificare chiaramente.
Joe Turner è uno degli esempi più emblematici di questo nuovo tipo di eroe. Non è un agente operativo addestrato alla violenza, ma un analista che lavora leggendo libri, romanzi e pubblicazioni straniere per individuare possibili segnali nascosti. È significativo che il protagonista venga travolto proprio perché interpreta correttamente un dettaglio apparentemente insignificante. La cultura, l’analisi e l’intelligenza diventano strumenti pericolosi in un sistema che preferisce l’obbedienza silenziosa.
Anche la presenza di Robert Redford è fondamentale. Negli anni Settanta l’attore rappresentava spesso figure idealiste, uomini convinti che la verità potesse ancora avere un valore morale. In film come Tutti gli uomini del presidente o Come eravamo, Redford incarnava personaggi sospesi tra disillusione e speranza. Joe Turner appartiene perfettamente a questa linea: è un uomo intelligente ma ingenuo, convinto che esista ancora una distinzione netta tra giusto e sbagliato.
Il film però distrugge progressivamente questa convinzione. La CIA che emerge nel racconto non è un’organizzazione compatta, ma un sistema frammentato in cui fazioni diverse eliminano persone per proteggere strategie geopolitiche clandestine. Persino gli assassini sembrano muoversi dentro una logica burocratica. Joubert, il killer interpretato da Max von Sydow, uccide con freddezza professionale, senza sadismo né rabbia. È l’incarnazione di un mondo in cui la violenza è diventata amministrazione ordinaria del potere.

Nel finale del film Joe Turner riesce finalmente a collegare tutti gli elementi del complotto. Dopo aver scoperto che la sua sezione della CIA è stata eliminata per aver intercettato informazioni troppo sensibili, Turner rintraccia Leonard Atwood, alto dirigente responsabile delle operazioni mediorientali. Qui emerge la verità centrale del racconto: la CIA stava studiando un piano clandestino per prendere il controllo dei giacimenti petroliferi del Medio Oriente in previsione di future crisi energetiche.
Atwood conferma implicitamente l’accusa di Turner, spiegando che si trattava di una sorta di “piano di emergenza” costruito nell’ombra. Il dettaglio più inquietante è che l’operazione non nasce come follia individuale, ma come ragionamento strategico perfettamente razionale. Per questi uomini il controllo delle risorse energetiche giustifica qualunque azione preventiva, persino l’eliminazione di cittadini americani.
Subito dopo interviene Joubert, che uccide Atwood e trasforma la scena in un suicidio. È un passaggio fondamentale perché dimostra come il sistema elimini continuamente i propri stessi elementi compromessi. Atwood aveva ordinato la morte di Turner, ma a sua volta era diventato un rischio per livelli superiori della struttura. Nessuno è davvero al sicuro dentro questo meccanismo.
Joubert offre allora a Turner un consiglio sorprendente: lasciare il paese e diventare a sua volta un assassino professionista. In pratica gli suggerisce di abbandonare ogni illusione morale e accettare il funzionamento reale del mondo. Turner rifiuta, ma comprende che da quel momento vivrà permanentemente sotto minaccia.
L’ultima scena tra Turner e Higgins a Times Square diventa così il vero climax ideologico del film. Turner rivela di aver consegnato tutte le informazioni al New York Times, convinto che la stampa possa ancora rappresentare uno spazio di verità democratica. Higgins però risponde con calma glaciale, spiegando che quando arriverà una grave crisi petrolifera gli americani accetteranno qualsiasi misura pur di conservare il proprio stile di vita.
Poi arriva la domanda finale: “Come fai a sapere che la pubblicheranno?”. È una battuta devastante perché distrugge l’ultima certezza del protagonista. Turner pensa di aver trovato una via d’uscita rendendo pubblica la verità, ma Higgins gli suggerisce che persino l’informazione potrebbe essere manipolata o silenziata.
La grande forza di I tre giorni del Condor sta nel fatto che il complotto non viene presentato come il delirio di pochi uomini corrotti, ma come il prodotto logico di una certa idea di sicurezza nazionale. Higgins non appare folle o sadico. Al contrario, parla con lucidità quasi paternalistica. È convinto che gli Stati Uniti dovranno inevitabilmente compiere azioni estreme per mantenere il proprio benessere economico.
Questo rende il film molto più disturbante di un normale thriller cospirativo. Il problema non è la presenza di cattivi nascosti dentro le istituzioni, ma il fatto che il sistema stesso sia disposto a sacrificare principi democratici in nome della stabilità geopolitica. Turner scopre che il vero nemico non è una persona specifica, ma una logica politica che considera la morale un lusso sacrificabile.
Anche la figura di Joubert assume un significato preciso in questo contesto. Il killer europeo osserva Turner quasi con curiosità, come se vedesse in lui un residuo di idealismo ormai anacronistico. Quando gli suggerisce di diventare un assassino, gli sta dicendo che il mondo reale funziona attraverso il compromesso permanente con la violenza.
La paranoia del film nasce proprio da qui. Turner non può più fidarsi della CIA, dei colleghi, delle autorità e forse nemmeno della stampa. Ogni struttura appare vulnerabile alla manipolazione. Persino Kathy, la donna coinvolta suo malgrado nella fuga del protagonista, rappresenta una figura continuamente sospesa tra autenticità e paura. Le relazioni umane diventano fragili perché il sospetto contamina tutto.

Il finale aperto di I tre giorni del Condor continua a essere discusso proprio perché evita qualsiasi rassicurazione. Turner sopravvive, ma non ottiene una vera vittoria. La domanda di Higgins resta sospesa nello spazio urbano di Times Square come una minaccia invisibile.
Il film suggerisce infatti che la verità, da sola, potrebbe non essere sufficiente a cambiare le cose. Anche se il New York Times pubblicasse davvero le informazioni, il pubblico sarebbe disposto a crederci? E soprattutto: quanto conta la verità quando la paura collettiva può giustificare qualsiasi misura estrema?
Questa ambiguità rende il film incredibilmente moderno. I tre giorni del Condor anticipa un mondo in cui informazione, propaganda e sicurezza nazionale si intrecciano continuamente. Higgins comprende che il controllo dell’opinione pubblica è più importante persino delle operazioni clandestine. Se una popolazione ha paura, accetterà facilmente restrizioni, guerre preventive e sorveglianza permanente.
Turner invece continua ostinatamente a credere nella possibilità della trasparenza. È un personaggio tragico proprio perché appartiene ancora a una concezione morale del giornalismo e della democrazia che il film considera ormai fragile.

Il finale di I tre giorni del Condor racconta la fine dell’innocenza politica americana degli anni Settanta. Joe Turner scopre che il vero potere non agisce attraverso grandi dichiarazioni ideologiche, ma attraverso strutture invisibili capaci di manipolare informazioni, eliminare testimoni e ridefinire continuamente il concetto stesso di verità.
La sua scelta di affidarsi alla stampa rappresenta un ultimo gesto di fiducia democratica, ma il film evita accuratamente di confermare che quella scelta funzionerà davvero. L’ultima battuta di Higgins trasforma l’intera conclusione in una domanda aperta sul rapporto tra cittadini, media e istituzioni.
È questo che rende il film così potente ancora oggi. I tre giorni del Condor non parla soltanto di una cospirazione della CIA o di petrolio mediorientale. Parla della facilità con cui la paura può trasformare le democrazie in sistemi disposti a sacrificare libertà e verità in nome della sicurezza. Turner si allontana vivo, ma profondamente isolato. Ha capito troppo, e forse proprio per questo non potrà più tornare alla normalità.
Chi è cresciuto negli anni ’80 ha avuto la possibilità di assistere al meglio del cinema per ragazzi mai realizzato fino ad oggi, e ci riferiamo ai Ritorno al Futuro, ai Ghostbusters, e a qutti quei film che in qualche modo hanno formato quelli che adesso hanno trai 30 e i 40 anni.
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Molti di questi film però hanno anche creato dei profondi traumi nell’animo dei ragazzini che li hanno guardati, ignari delle insidie che nascondevano. Ecco alcuni dei traumi infantili di chi è cresciuto negli anni ’80:
Il noto sito americano THR ha stilato la classifica dei 20 Trailer cinematografici più visti del 2014, e senza troppe sorprese ecco tutti i titoli che hanno avuto maggior successo.
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Grandi novità per le navi e i traghetti della Tirrenia, infatti l’azienda ha annunciato qualche giorno fa che i supereroi della DC Comics saranno in protagonisti del nuovo restyling delle navi della flotta.
La Sharden sarà la prima delle navi Tirrenia su cui svetteranno i supereroi della DC e nello specifico, forse il più noto, Batman, affiancato dal suo fidato alleato Robin. Dove c’è Batman però non può mancare la nemesi, la più nota, il Joker.
Ecco le prime foto della nave:

Un’operazione, quella
di decorare le navi della flotta con i supereroi DC, che rientra
nel processo di rinnovamento della Compagnia di navigazione
del gruppo Onorato. Dopo la Sharden, ad Aprile
cambierà look anche la Nuraghes, mentre entro il
2018 cambieranno look anche Livrea Janas, Bithia e
Athara. Nel 2019 invece compieranno il passo anche la
Vincenzo Florio e la Raffaele
Rubattino.
«Per Tirrenia si tratta dell’inizio di una nuova epoca – commenta Massimo Mura, Amministratore Delegato della Compagnia – ed è la conferma della volontà del Gruppo Onorato Armatori di proseguire nel processo di rinnovamento della flotta e dell’organizzazione aziendale di Tirrenia, consolidando in questo modo la leadership del trasporto marittimo nel Mediterraneo».
L’amore è strano, imprevedibile e anche quando è solido e duraturo deve fare i conti con le difficoltà della vita. È quanto scoprono Ben e George in I Toni dell’Amore: due distinti signori, uno insegnante di musica, l’altro pittore di successo, che dopo una vita d’amore insieme, si sposano e scoprono che la loro situazione economica precipita d’improvviso, a seguito del licenziamento di George dalla scuola cattolica in cui insegna da 30 anni.
I due uomini, abituati ad una routine insieme, fortemente legati e dipendenti l’uno dall’altro, si trovano costretti a lasciare la loro casa e a vivere per un po’ separati, ospitati da un gruppo di pochi ma veri amici che li sostiene in questo momento difficile. Mentre George si ritrova ad occupare il divano di una giovane coppia gay che passa le giornate tra il lavoro e delle lunghe e rumorose feste in casa, Ben si trova a dividere la stanza con un adolescente, a casa di suo nipote, nel bel mezzo di una crisi familiare.
John Lithgow e Alfred Molina sono i protagonisti di questo delicato dramma romantico, in cui il protagonista assoluto è il tempo: tempo che si passa a riflettere, ad ascoltare, ad aspettare una soluzione che a causa delle tristi e invalicabili difficoltà burocratiche sembra non arrivare mai. I Toni dell’Amore (Love is Strange) è un passo dentro uno stadio dell’amore che molto raramente viene considerato dall’occhio della telecamera; non seguiamo la nascita di un nuovo amore, né la violenta passione dei corpi, ma un amore solido, privo di fronzoli e per questo ancora più intenso. Sviscerare la sofferenza di due cuori strappati alla loro normalità appare, a tratti, molto più difficile e scomodo che raccontare le passioni giovanili ostacolate dalle circostanze e forse per questo I Toni dell’Amore è un film che va ascoltato con la mente e il cuore aperti a ciò che per lo spettatore è nuovo e sconosciuto.

Ogni sguardo di Lithgow e Molina è un appello, una richiesta di eternità che ognuno rivolge all’altro nell’attesa di una soluzione ai loro problemi e del ritorno ad una vita di coppia sotto lo stesso tetto. Intenso, delicato e misurato, I Toni dell’Amore apre una finestra sull’aspetto meno cinematografico del rapporto di coppia, lo rende romantico e straordinariamente normale, vicino allo spettatore.
La distribuzione italiana è spesso vittima della traduzione selvaggia dei titoli di film stranieri. Sono moltissimi gli esempi di titoli significativi e importanti sacrificati sull’altare dell’appetibilità per un pubblico distratto. Ma questa cosa non accade solo in Italia per fortuna. Sono tanti i film che subiscono trattamenti a dir poco strani quando si tratta di essere venduti su mercati differenti da quello di appartenenza. Di seguito vi mostriamo dieci titoli di film che hanno subito una traduzione dall’inglese all’inglese, spesso solo per aggirare un idioma o una locuzione precisa che decontestualizzata avrebbe perso significato.
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Lo sceneggiatore e regista Rian Johnson e il protagonista Josh O’Connor parlano di come le loro esperienze di vita reale abbiano influenzato il loro lavoro e dei temi più profondi di Wake Up Dead Man – Knives Out. Mentre i primi due gialli di Johnson con Benoit Blanc, Cena con delitto e Glass Onion, esaminavano il mondo dei ricchi e degli avidi, Wake Up Dead Man analizza un altro tipo di potere: la fede, il senso di colpa e coloro che li esercitano.
Ambientato in una piccola e affiatata parrocchia di villaggio, Wake Up Dead Man vede il detective Benoit Blanc, interpretato da Daniel Craig, e il giovane reverendo Jud Duplenticy, interpretato da Josh O’Connor, unire le forze per dimostrare l’innocenza di Jud e svelare chi ha ucciso Monsignor Jefferson Wicks (Josh Brolin) in quello che sembra essere il “crimine impossibile” per eccellenza. Tuttavia, l’omicidio non è l’unica domanda posta in Wake Up Dead Man.
Cosa significa avere fede e come conciliano le proprie differenze coloro che credono con coloro che non ci credono? In che modo questa divisione filosofica modifica le dinamiche dei personaggi? In un’intervista con Todd Gilchrist di ScreenRant per Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery, Johnson e O’Connor hanno condiviso le loro esperienze personali con la religione e come la sua influenza abbia plasmato il rapporto tra Jud e il convinto non credente Blanc.
Esaminare la divisione tra Jud e Blanc è stato un fattore determinante nel spingere Johnson a scrivere questa particolare storia di Cena con delitto. “Per me, questo è stato uno dei motivi principali per cui ho scritto questo libro”, ha spiegato Johnson. “Ero molto cristiano da giovane; ora non ci credo più. Quindi, ho entrambe queste persone dentro di me. E non è che una sia dominante; è che sono in costante dialogo.”
Il regista ha continuato: “Riuscire a scrivere una scena in cui mi permetto di parlare con me stesso di queste cose? Questo è lo scenario migliore per uno scrittore.” Man mano che il caso diventa sempre più biblico, sia Jud che Blanc vengono messi alla prova nelle loro convinzioni, il che li porta a comprendersi meglio a vicenda e ad approfondire le proprie opinioni sulla religione.
In ogni film di Cena con delitto, Blanc crea un legame con uno dei principali sospettati. La fiducia di Blanc nelle capacità di Marta (Ana de Armas) come infermiera in Cena con delitto e la sua collaborazione con “Andi” (Janelle Monáe) in Glass Onion sono tutti elementi che rendono il personaggio di Craig un detective così affascinante. Non mantiene le distanze. Il rapporto di Blanc con Jud è più complesso, tuttavia, poiché entrambi incarnano il tema centrale del film.
O’Connor ha ricordato il suo primo incontro con Johnson per Wake Up Dead Man e come hanno discusso delle questioni teologiche onnipresenti del film. “La prima conversazione tra me e Rian riguardava proprio questo“, ha detto O’Connor. “Sono cresciuto come cattolico irlandese, andavo in chiesa ogni domenica e la mia sensazione è di avere davvero fede. Solo che non so dove metterla, o a cosa serva.”
O’Connor concorda con Johnson sul fatto che le scene che il suo personaggio condivide con Blanc sono “molto simili a quelle conversazioni che si svolgono nella tua testa“, e ha condiviso la sua convinzione che ogni personaggio che interpreta “in qualche modo influenza la [sua] vita”.
“Impari cose da un personaggio, e il grande privilegio di essere un attore è che raccogli queste anime e impari cose da loro. Jud mi ha insegnato molto”, ha detto O’Connor.
A fianco di Craig e O’Connor, il resto del gregge di Monsignor Wicks, ognuno con le proprie ragioni per cercare la religione: Glenn Close nel ruolo della devota Martha Delacroix, Jeremy Renner nel ruolo del dottor Nat Sharp, abbandonato, Kerry Washington nel ruolo dell’avvocato Vera Draven, comprensibilmente amareggiata, Andrew Scott nel ruolo dell’ex scrittore di fantascienza Lee Ross, Cailee Spaeny nel ruolo della violoncellista concertista Simone Vivane, cronicamente infortunata, e Daryl McCormack nel ruolo dell’aspirante politico Cy Draven.
Sebbene ricevano un po’ di aiuto dal capo Geraldine Scott, interpretato da Mila Kunis, né Jud né Blanc ricevono un’accoglienza particolarmente calorosa dagli zelanti seguaci di Monsignor Wicks; almeno questo hanno in comune in Wake Up Dead Man – Knives Out.
Wake Up Dead Man – Knives Out è ora disponibile in streaming, solo su Netflix.
Fandango annuncia l’acquisizione per la distribuzione italiana del film I SWEAR, vincitore alla scorsa edizione dei BAFTA dei Premi come Migliore Attore Protagonista, Miglior Star emergente e Miglior Casting.
Tratto dalla vita ispiratrice e straordinaria del noto attivista per la sindrome di Tourette John Davidson, membro dell’Ordine dell’Impero Britannico (MBE), I SWEAR è interpretato da Robert Aramayo, vincitore ai BAFTA del Premio come Miglior Star Emergente e Migliore Attore Protagonista dove era candidato insieme a Timothée Chalamet, Leonardo Di Caprio, Ethan Hawke, Michael B. Jordan e Jesse Plemons (Aramayo è fra i preferiti del pubblico per i ruoli da protagonista in The Lord of the Rings: The Rings of Power di Amazon Prime Video e in Game of Thrones di HBO, Mindhunter di David Fincher, Behind Her Eyes), con un cast di supporto che include la tripla candidata al BAFTA Maxine Peake (Funny Cow, The Theory of Everything, Anne, Say Nothing), la vincitrice del Scottish BAFTA Shirley Henderson (prossimamente in Bridget Jones: Mad About the Boy, franchise di Harry Potter, Trainspotting) e il veterano attore scozzese e vincitore del premio come Miglior Attore al Festival di Cannes nonché Leone d’Oro Peter Mullan (War Horse, The Magdalene Sisters, Children of Men).
La produzione ha lavorato a stretto contatto con la comunità di Tourette, includendo nel casting persone che convivono con la sindrome e collaborando con un’associazione dedicata alla Tourette. Il film, emozionante, divertente e coinvolgente di Jones, racconta l’adolescenza e i primi anni di vita adulta travagliati di John Davidson, a partire dalla sua diagnosi a 15 anni di sindrome di Tourette, una condizione allora poco nota e completamente fraintesa nella Gran Bretagna degli anni ’80. Preso di mira dai coetanei come “pazzo”, Davidson vive con una condizione di cui pochi hanno esperienza, mentre cerca di condurre la sua vita contro ogni previsione. Commovente, edificante e pieno di umorismo, il film ha un forte appeal verso un pubblico ampio e nel Regno Unito ha ottenuto quasi $8.500.000 al botteghino.
I SWEAR è prodotto da Kirk Jones, Georgia Bayliff e Piers Tempest. Cindy Jones e John Davidson sono produttori esecutivi. One Story High presenta una produzione Tempo; Bankside Films si occupa delle vendite worldwide. Il primo film di Jones è il pluripremiato e di grande successo internazionale Waking Ned Devine, per il quale ha ricevuto una nomination al BAFTA come Miglior Artista Emergente.
Tra i suoi altri crediti figurano Nanny McPhee (Universal), scritto da e con Emma Thompson, Everybody’s Fine con Robert De Niro, Sam Rockwell, Drew Barrymore e Kate Beckinsale, What to Expect When You’re Expecting con Cameron Diaz, Jennifer Lopez, Chris Rock e Anna Kendrick, e My Big Fat Greek Wedding 2 (Universal).
Anthony e Joe Russo hanno posto il problema (leggi qui), e Superherohype sembra aver accolto la sfida. I due Oscar vinti da Il Cavaliere Oscuro hanno rotto una barriera invisibile che vedeva il cinecomics bannato dalla season awards, e partendo dalle dichiarazioni dei fratelli Russo sulle ambizioni da Oscar di Captain America The Winter Soldier, il sito americano ha stilato una classifica di quei film, cinecomics, che avrebbero meritato la considerazione dell’Academy (con tanto di indicazione della categoria in cui il film avrebbe dovuto concorrere):
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Oltre all’Oscar tecnico per il montaggio sonoro, il film di Christopher Nolan ha portato a casa uno degli Oscar principali, quello al miglior non protagonista assegnato post mortem a Heath Ledger e al suo folle Joker. Sebbene dobbiamo ammettere che se Ledger fosse sopravvissuto all’inverno forse non avrebbe vinto il premio (nonostante la sua performance sia oggettivamente straordinaria), il fatto in sè ha sancito l’ingresso dei cinecomics nel mondo dei premi di cinema prestigiosi. Certo, il cinema di Nolan resta sempre molto ancorato alla matrice fortemente registica e tecnica del regista, sfuggendo un po’ ai generi, ma fare un film con protagonista Batman equivale a tutti gli effetti a fare un cinecomics.
L’elenco
stilato da Superherohype è eterogeneo e prende in
considerazione anche film che per la critica non sono prodotti ‘di
valore’ in assoluto, vedi Il Corvo, che,
purtroppo, ha beneficiato della stessa tragica situazione del
Cavaliere Oscuro, oppure
Avengers, che rientra nella lista forse
solo per il suo planetario successo e per il merito, questo
indiscutibile, di aver portato i supereroi nella vita di molte
persone, alcune delle quali sono andate poi a ricercarli in
fumetteria.
Consideriamo anche un altro aspetto della qustione: i film di genere non sono completamente sconosciuti all’Academy, che in diverse occasioni ha mostrato apertura e disponibilità nei confronti delle cosiddette ‘sottocategorie’; basti pensare a Il Signore degli Anelli Il Ritorno del Re, che ha portato a casa undici premi Oscar, a beneficio del genere. O forse no? O forse l’Academy ha voluto semplicemente premiare la titanica opera filmica di Peter Jackson con dei riconoscimenti cumulativi al terzo e (all’epoca si credeva) ultimo film sulla Terra di Mezzo?
Se anche la domanda giusta fosse la seconda, i cinecomics avrebbero comunque una possibilità di affacciarsi tra le statuette dorate: il piano a lunga scadenza della Marvel (in particolare) è così ben articolato e il progetto produttivo così complesso che alla fine, Avengers Infinity War potrebbe anche finire nella categoria più ambita.
Cosa ne pensate? Credete che il cinecomics possa raggiungere la ‘dignità’ artistica del Cinema con la ‘C’ maiuscola?
C’è stato un tempo in cui il cinema non era invaso di supereroi e in cui gli adattamenti di fumetti erano solo simpatici passatempi a basso budget indirizzati a uno sparuto gruppo di spettatori nerd.
Con gli X-Men di Bryan Singer qualcosa cambiò, era il 2000 e avremmo dovuto aspettare ancora otto anni, prima dell’arrivo al cinema di Iron Man, che a tutti gli effetti, inaugurando l’Universo Marvel al Cinema, ha anche cambiato l’idea di film sui supereroi dei fumetti.
Dal 2000 a oggi, tuttavia, si può rintracciare un supereroe (o una formazione di supereroi) protagonista con il proprio film per ogni anno solare. Ecco il supereroe più famoso del mondo, per ogni anno dal 2000 a oggi:
E cominciamo proprio da
loro. Gli X-Men hanno dettato legge in tv
per tutti gli anni ’90, con la bellissima serie animata. Dopo
l’uscita del film di Bryan Singer, nel 2000, i
Mutanti Marvel divennero gli eroi più famosi del pianeta. Anche
oggi, a 20 anni di distanza, è difficile per i fan dimenticare quel
film e gli attori che diedero vita a quei personaggi, soprattutto
per il caso di Hugh Jackman, che ha continuato ad
interpretare Wolverine per i 16 anni successivi.
Dopo il successo degli
X-Men del 2000, le case di produzione cominciarono a dare fiducia
ai film di genere. Tuttavia era ancora troppo presto per il grande
schermo, ma ci pensò la tv che in quell’anno fece esplodere il
successo di Smalville, la serie tv targata The CW che raccontava
l’adolescenza di Clark Kent nel paesino del Kansas. Anche se la
popolarità dello show è diminuita con il tempo, è innegabiel che
quello fu l’anno del giovane Superman.
La trilogia su Spider-Man
di Sam Raimi è cominciata nel 2002, proiettando Peter Parker
nell’empireo dei personaggi remunerativi e popolari di Hollywood.
In molti anni a seguire, l’Arrampicamuri dovrà discutere della sua
popolarità con altri eroi, ma non è questo l’anno, completamente
dedicato a lui.
Dopo il successo del primo
film, l’intero cast e crew di X-Men tornò per X2 (a.k.a. X2: X-Men
United). Dopo la sua uscita, nel 2003, i mutanti ripresero il
sopravvento e anche il loro titolo di eroi più popolari al mondo,
con Wolverine che prendeva il suo posto a capo del franchise.
Catwoman, Hellboy e The
Punisher ci hanno provato, ma non c’è stata
competizione, nel 2004, per lo Spider-Man
2 di Sam Raimi. Di nuovo, Peter
Parker vinse la gara immagginaria trai supereroi per il titolo di
più popolare al mondo, consolidando la sorte di questi film
pre-Marvel Era. A oggi, il film in questione è quello, con
protagonista Spider-Man, con la percentuale più alta di gradimento
su Rotten Tomatoes, un impressionante 93%.
Nel 2005, Constantine fece
un esordio davvero insperato, ma senza alcun dubbio fu il Batman di
Nolan a vincere la gara. Christian Bale divenne il nuovo Batman per
tutto il mondo. Quasi 10 anni dopo il disastro di Batman & Robin,
Batman Begins prese Bruce Wayne di nuovo seriamente e diede inizio
a quella che ora è nota come la trilogia de Il Cavaliere
Oscuro.
Era il 2006. La serie NBC
Heroes aveva appena debuttato in TV. Gli X-Men stavano concludendo
molto male la loro trilogia con Conflitto Finale. La Marvel aveva
appena pubblicato la serie di Civil War di Mark Millar che avrebbe
ispirato il MCU dieci anni dopo. Tuttavia, nessun altro progetto
legato al mondo dei supereroi fu così atteso e chiacchierato come
Superman Returns di Bryan Singer. Il mondo era rimasto per 20 anni
senza un film di Superman, e ora, finalmente, l’attenzione tornava
sull’Uomo d’Acciaio.
Dopo due film di grande
successo su Spider-Man, Sam Raimi ha concluso la sua trilogia
sull’Uomo Ragno nel 2007. Sfortunatamente, i fan non hanno accolto
il terzo film con la stessa felicità dei primi due. Nonostante
questo, il film ha incassato moltissimo. Come possiamo dimenticare
la sequenza di Emo Parker che balla?
Con il senno di poi,
tutti consideriamo il 2008 come l’anno di Iron Man, film che ha
dato inizio al Marvel Cinematic Universe. Tuttavia, nella
contemporaneità, Tony
Stark non era ancora all’altezza di Bruce Wayne.
Il 2008 fu tutto per Batman e per il successo de Il Cavaliere Oscuro. Inoltre, Heath Ledger ha spinto il Joker a nuove vette di popolarità, trasformandolo in un classico di Halloween e nel re del merchandising.
Nel 2009, il MCU era già
arrivato in sala e Il Cavaliere Oscuro stava vincendo un Oscar
importante (al migliore attore non protagonista). Tuttavia, sul
grande schermo abbiamo visto diverse cose non proprio esaltanti, da
X-Men Le Origini: Wolverine a Push con Chris Evans.
Per fortuna, i fan sono stati abbastanza fortunati da riuscire a veder arrivare al cinema Watchmen, diretto da Zack Snyder. In molti modi, il successo critico e commerciale di Watchmen ha dimostrato che i fan dei fumetti erano disposti a guardare film su personaggi e storie meno conosciuti, purché fossero fatti bene.
Per l’anno di uscita di
Iron Man 2, il mondo era ormai pronto a venerare Robert Downey Jr. e la sua incarnazione di
Tony Stark. Inoltre, è stato proprio con Iron Man 2 che la Marvel
ha raddoppiato la promessa che ci sarebbe stato un Marvel Cinematic
Universe interconnesso con altri personaggi, cosa che i fan hanno
particolarmente gradito.
Nel 2011, la DC ha distribuito
Lanterna Verde con Ryan Reynolds. Inoltre, Fox ha riavviato la
serie degli X-Men con X-Men: L’Inizio. Nel frattempo, i Marvel
Studios hanno iniziato a costruire il loro MCU con Thor e Captain America: Il primo
vendicatore, entrambi usciti quell’anno. È difficile scegliere
un supereroe che si è distinto di più nel 2011, ma il concetto di
MCU ha davvero contribuito a rendere Capitan America popolare in
tutto il mondo.
2012 – THE AVENGERS
Nel 2012, abbiamo visto
arrivare al cinema l’affascinante film di supereroi
Chronicle, Christopher Nolan ha concluso la
sua trilogia di Batman con Il Cavaliere Oscuro il
Ritorno e Sony ha distribuito il riavvio di
The Amazing Spider-Man. Ma, quando si
tratta di popolarità in tutto il mondo, nel 2012 non c’era niente
che abbia raggiunto le vette di The
Avengers. Era il primo tie in del MCU, con Iron Man,
Cap e Thor che si univano agli altri Vendicatori Originali per il
primo team up dei Marvel Studios.
Mentre il MCU era impegnato
con i sequel nel 2013, la DC stava costruendo il suo universo di
supereroi. L’Uomo d’Acciaio sembrava un
enorme riavvio su Superman per il grande schermo, che all’epoca era
un grosso problema. A parte i dibattiti dei fan, il film ha reso
Superman di nuovo un personaggio davvero entusiasmante, cosa che
Superman Returns del 2006 non è riuscita
a fare.
In un anno con film di
grande successo come Captain America, Spider-Man e gli X-Men, sono
stati i Guardiani della
Galassia ad esplodere davvero. Il film di
James
Gunn è stato un enorme rischio, ma ha ripagato molto bene e
personaggi come Groot e Star Lord sono diventati amatissimi dai
fan.
Si tratta dell’anno in cui
Daredevil e Jessica Jones hanno fatto il loro esordio su Netflix, ma nessun altro eroe (o squadra) era così
popolare come gli Avengers dopo l’uscita di Avengers: Age of
Ultron. La novità di vedere tutti questi
personaggi insieme e di espandere il MCU era ancora caldissima,
anche se la maggior parte dei fan ha amato questo film meno del
precedente.
Chi avrebbe mai detto che
un film di supereroi R-Rated della Fox si sarebbe distinto in un
anno in cui sia il MCU che il DCEU avevano portato sullo schermo i
loro migliori eroi?
I personaggi del MCU stavano ancora districandosi dalle complicazioni di Captain America: Civil War, e il mondo si era già scatenato contro Batman v Superman: Dawn of Justice. Tuttavia è chiaro a tutti che il vero eroe vincitore del 2016 è stato Deadpool.
Con
Logan, Justice League e
Spider-Man: Homecoming in competizione
per il 2017, possiamo parlare sicuramente di un anno combattuto.
Tuttavia, non ci sono dubbi che Wonder
Woman ha sbaragliato la concorrenza, infrangendo
l’idea che nessun film di supereroi con protagoniste donne potesse
avere successo. Infatti il 2017 è diventato un anno dedicato a
Diana.
Proprio come il successo di
Wonder Woman nel 2017,
Black Panther è diventato il film
di supereroi straordinario nel 2018. Sì, altri film basati sui
fumetti avrebbero potuto incassare più soldi quell’anno, ma la
popolarità di T’Challa, Killmonger, Okoye e Shuri è stata
semplicemente inarrivabile. Il film è stato anche nominato per un
Oscar per il miglior film, consolidando il suo significato
culturale e la sua portata.
La grande conclusione della
Infinity Saga del MCU è arrivata con
Avengers: Endgame, e ancora
una volta non c’è stata alcuna competizione quando si è arrivati a
confrontarsi con i Vendicatori come squadra. In particolare, il
film ha segnato l’uscita dal franchise di due personaggi simbolo
dello stesso: Iron Man e Captain America.
Per quanto ad essi sia contraria Edna Mode, i mantelli sono in un certo senso il simbolo dei supereroi, li rappresentano, e per questo le espressioni “appendere il mantello al chiodo” oppure “cedere/prendere il mantello” sono rappresentative di supereroi che abbandonano il ruolo o che subentrano in esso. Di seguito vi elenchiamo quegli eroi che, per un certo periodo, hanno abbandonato i loro “mantelli”.
In Amazing
Spider-Man #50, Peter si trova a fronteggiare così tanti
problemi personali, oltre alle accuse del Daily Bugle, che decide
di abbandonare nella spazzatura il suo costume e la sua vita da
eroe.
Nei numeri
di Superman #296-299, la
doppia vita di Clark/Superman lo sta distruggendo, tanto che decide
di lasciar perdere il superero e di concentrarsi su Clark Kent.
Durante questo periodo comincia a uscire con Lois.
In Tales of
Suspense #57, Natasha seduce Clint Barton per attaccare Iron
man, ma visto che si innamora davvero dell’arciere, decide di
abbandonare la sua doppia vita di spia russa.
In Detective
Comics #422 Barbara Gordon si dà alla politica dopo una
complicata vicenda privata. Quando vince le elezioni, appende il
mantello di Batgirl al chiodo.
Uomo d’altri tempi, Steve
non si è mai trovato a suo agio nella contemporaneità. In Secret
Empire, Captain America #175, Cap scopre che il
numero Uno della Cabala è il Presidente stesso, così decide di
lasciare il suo posto, tornando a una vita normale al fianco di
Sharon Carter.
Come Peter Parker, anche
Hal Jordan abbandona il suo ruolo di Lanterna della Terra quando
non riesce a difendere e proteggere le persone che ama. Accade
in Green Lantern #181, quando John Stewart prende il
suo posto.
In Iron Man
#200, Tony riprende il vizio della bottiglia che lo aveva quasi
distrutto e così tocca al suo amico James Rhodes indossare
l’armatura di Iron Man per un po’.
Per ricaricare i suoi
poteri, Diana ha la necessità di tornare nel suo mondo di tanto in
tanto. Quando questo le sarebbe costato allontanarsi da Steve
Trevor, in Wonder Woman #179, lei decide di diventare
semplicemente Diana, abbandonando i suoi poteri.
In caso di mutazioni, è
chiaro che non si può rinunciare ad esse, ma si può abbandonare il
proprio posto in difesa degli oppressi. Così Bestia,
in Amazing Adventures #11, fu il primo membro degli
X-Men
a lasciare la squadra.
Come per Barbara Gordon,
anche in questo caso i due personaggi abbandonano il loro ruolo di
eroi in concomitanza con la conclusione della loro run.
In Brave and the
Bold #95, il primo eroe allungabile della storia dei fumetti
abbandona il suo ruolo di eroe a causa di un incidente con Batman,
in cui il Cavaliere Oscuro era sul punto di essere accusato di
omicidio per causa sua.
Dopo la sua lotta contro
la creatura di lovecraftiana memoria, il Senza Nome, Strange pensa
che il mondo sia salvo e decide di non essere più lo Stregone
Supremo.
In Avengers
#200, Carol Danvers si trova miracolosamente incinta nel pianeta
Limbo. Suo figlio, Marcus, è il figlio di Immotus, una specie di
folle stalker che l’ha sedotta a sua volta per reincarnarsi sulla
terra. Quando Carol riesce a fuggire, decide di rinunciare al suo
ruolo, fino a che Rogue non le ruba i poteri.
A causa della scoperta di
un suo doppio del futuro che compie atti orribili, T’Challa decide
di abbandonare il suo posto come guerriero pantera Nera.
In DC
Super-Stars #17 su Terra Due, a causa della morte di Selina
Kyle, sua moglie, il Cavaliere Oscuro decide di abbandonare la sua
posizione di difensore di Gotham.
I sospiri del mio cuore (in originale Mimi wo sumaseba ) è un film d’animazione giapponese del 1995 scritto da Hayao Miyazaki e diretto da Yoshifumi Kondō. L’edizione italiana è stata presentata dalla Lucky Red a Lucca Comics and Games il 31 ottobre 2011. Il tema musicale principale è la famosa canzone di John Denver Take Me Home, Country Roads, ricantata però in giapponese e con un testo diverso rispetto all’originale.
In I sospiri del mio cuore Shizuku è una studentessa di terza media. Grande appassionata di narrativa, buona parte del suo tempo libero immersa nei libri. Tuttavia, un’inaspettata serie di incontri le farà ben presto riconoscere come la sua quotidianità sia finita col diventare come la trama di un romanzo fantastico.
L’avventura comincia quando Shizuku, la protagonista del film, appassionata di romanzi, va in biblioteca per prendere in prestito dei volumi. Noleggiando dei libri si accorge che nella tessera dei noleggi ricorre sempre un cognome prima del suo: Amasawa, e con la fantasia di un aspirante scrittrice comincia a fantasticare su chi sia questo ragazzo.
Un giorno, durante il suo consueto pellegrinare verso la biblioteca, incontra sul treno uno strano gatto e decide di seguirlo, il felino la conduce in un quartiere sconosciuto ed entra in un negozio di antiquariato. Il proprietario e Shizuku si conoscono e l’ometto mostra alla ragazza alcuni dei tesori del suo negozio, tra cui uno strano orologio e la statuetta di un gatto antropomorfo che chiama Baron.
Shizuku conoscerà nelle sue scorribande anche Seiji Amasawa, un ragazzo che continua a prenderla in giro, e che presto si trasferirà in Italia per diventare un bravo liutaio. L’amicizia di Shizuku e Seji si rafforza sempre più e presto i due ragazzi capiranno la vera natura dei loro sentimenti.
I sospiri del mio cuore è un prodotto firmato dallo Studio Ghibli, uno studio cinematografico specializzato in film d’animazione giapponese. I suoi anime sono conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo, ed hanno contribuito alla diffusione e alla rivalutazione di questo genere al di fuori della madre patria e della cerchia di appassionati.
Lo Studio Ghibli fu fondato nel 1985 dal celebre regista Hayao Miyazaki insieme al suo collega e mentore Isao Takahata.
Come avviene nella gran parte dei film scritti da Miyazaki, abbiamo dei protagonisti bambini: la loro innocenza, contrapposta alla violenza degli adulti, li porta spesso ad avere il potere di riappacificare gli uomini fra di loro e con la natura. Stavolta, però, ci si interroga sul diventare grandi, sul crescere e sul capire che strada percorrere. Il percorso di Shizuku non è per niente facile, perché crescere non è facile. Si affrontano crisi, dubbi e momenti incerti e spesso l’unico modo per ritrovare la via è seguire le proprie fantasie e vedere fin dove ci portano. Può darsi che ci aiutino ad andare avanti e a scoprire un nuovo emozionante futuro.
Ray Liotta è ormai ad un passo dall’entrare nel cast di The Many Saints of Newark, prequel de I Soprano prodotta da New Line Cinema che ha già trovato in Alessandro Nivola, Vera Farmiga, Jon Bernthal, Billy Magnussen e Corey Stoll i suoi protagonisti.
“Sono entusiasta di lavorare con David Chase e Alan Taylor” ha dichiarato l’attore, “Il talento di David non ha rivali e la regia di Alan renderà tutto ancora più emozionante. Li rispetto entrambi immensamente e non vedo l’ora di realizzare questo progetto speciale con New Line.“
Chase è stato l’ideatore e co-creatore dello show capolavoro andato in onda per sei stagioni dal 1999 al 2007 su HBO. Vi ricordiamo inoltre che Michael Gandolfini, figlio di James Gandolfini, interpreterà l’iconico personaggio del boss italoamericano Tony Soprano.
Il prequel sarà ambientato durante le rivolte di Newark negli anni ’60 e gli scontri tra afroamericani e italiani e la trama seguirà Dickie Moltisanti, mentore di Tony, e la sua associazione criminale.
Fonte: Deadline
Jon Bernthal e Vera Farmiga saranno i protagonisti di The Many Saints of Newark, film prequel della serie I Soprano, produzione New Line Cinema. La sceneggiatura verrà invece curata da David Chase, già ideatore e co-creatore dello show capolavoro andato in onda per sei stagioni dal 1999 al 2007 su HBO. Alan Taylor firmerà invece la regia.
Sulla trama ufficiale della pellicola non ci sono molti dettagli, tranne che sarà ambientata durante le rivolte di Newark negli anni ’60, mentre i ruoli di Bernthal e Farmiga devono ancora essere rivelati. Si prevede il ritorno in scena di volti noti dei Sopranos.
Rivedremo presto l’attrice in Godzilla: King of Monsters, sequel del Godzilla diretto nel 2014 da Gareth Edwards, annunciato dalla Warner Bros. come parte di un nuovo universo esteso – chiamato iconicamente Monsterverse – che unisce la mitologia del lucertolone radioattivo a quella di King Kong.
Godzilla: King of Monsters è stato diretto da Michael Dougherty e vede nel cast anche Kyle Chandler, Charles Dance, Bradley Whitford, Thomas Middleditch, O’Shea Jackson Jr., Ken Watanabe e Sally Hawkins. Al momento sappiamo che nel 2020 uscirà il terzo capitolo del franchise (Godzilla vs King Kong) che vedrà Godzilla e King Kong scontrarsi a muso duro per la prima volta sul grande schermo.
Per quanto riguarda Bernthal, reciterà quest’anno in si unisce al cast di Ford vs. Ferrari, il biopic diretto da James Mangold che sembra assumere contorni sempre più nitidi, grazie anche al fatto che nel cast sono stati confermati Christian Bale e Matt Damon.
Fonte: Variety
L’eredità di Tony Soprano passa di padre in figlio: sarà infatti Michael Gandolfini, figlio di James Gandolfini, a interpretare il boss italoamericano nel film prequel della serie I Soprano intitolato The Many Saints of Newark, produzione New Line Cinema che ha già trovato in Alessandro Nivola, Vera Farmiga, Jon Bernthal, Billy Magnussen e Corey Stoll i suoi protagonisti.
Vi ricordiamo che la sceneggiatura verrà curata da David Chase, già ideatore e co-creatore dello show capolavoro andato in onda per sei stagioni dal 1999 al 2007 su HBO. Alan Taylor firmerà invece la regia.
Gandolfini Jr. ha recitato di recente nella serie The Deuce, sempre produzione HBO. Addetti ai lavori hanno spiegato che la sua presenza sullo schermo e la padronanza dei manierismi di Tony Soprano, uniti alla somiglianza con il padre lo hanno reso la scelta migliore (se non obbligata) per il ruolo.
Sulla trama ufficiale della pellicola non ci sono molti dettagli, tranne che sarà ambientata durante le rivolte di Newark negli anni ’60 tra afroamericani e italiani. La storia si concentrerà su Dickie Moltisanti, mentore di Tony, e sulla sua associazione criminale.
Fonte: Deadline
Nuovo titolo e release ufficiali per il prequel de I Soprano, annunciato nei mesi scorsi e che verrà prodotto dalla New Line Cinema e sceneggiato da David Chase, già ideatore e co-creatore dello show capolavoro andato in onda per sei stagioni dal 1999 al 2007 su HBO.
Come riporta in esclusiva The Wrap infatti, il film potrebbe intitolarsi semplicemente Newark, e non The Many Saints of Newark(questo il nome originale del progetto) mentre la data di uscita nelle sale è stata fissata al 25 settembre 2020.
A più di dieci anni dalla messa in onda dell’ultimo episodio, per alcuni tra i più controversi della storia del piccolo schermo, Chase e il regista Alan Taylor torneranno a raccontare la genesi della famiglia malavitosa e della guerra fra bande criminali nella Newark a cavallo fra i ’60 e i ’70. Non sappiamo molto della trama, tranne il fatto che avrà come protagonista un giovane Tony Soprano (interpretato dal figlio di James Gandolfini, Michael) e che nel cast figureranno anche Ray Liotta, Jon Bernthal, Vera Farmiga, Alessandro Nivola, Corey Stoll e John Magaro.
Qualche dettaglio trapelato in rete ha rivelato che il film seguirà i disordini nella città del titolo nel 1967, un periodo già mostrato nell’episodio della prima stagione dei Soprano “Down Neck” sugli scontri tra afroamericani e italiani.
Nel corso della sua storia televisiva, i Soprano è riuscita a conquistare dal 1999 al 2007 tutti i maggiori riconoscimenti possibili: più di 5 Golden Globes, per un totale di 82 premi principali (tra cui l’Emmy Award del 2007 come Miglior Serie Drammatica, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura) ricevendo 211 nomination, così da essere ancora oggi show americano più premiato di sempre.
Fonte: The Wrap
Presentato fuori concorso al 48º Festival di Cannes, I soliti sospetti (The Usual Suspects, 1995) di Bryan Singer è uno dei thriller più acclamati degli anni ’90. Un film che ha ridefinito il concetto di narratore inaffidabile, mescolando struttura labirintica, ritmo serrato e un finale tra i più sorprendenti della storia del cinema.
Con Kevin Spacey, Chazz Palminteri, Gabriel Byrne, Kevin Pollak, Stephen Baldwin e Benicio Del Toro, la pellicola è diventata un punto di riferimento per registi e sceneggiatori del genere.
Dopo la misteriosa esplosione di una nave nel porto di Los Angeles, il truffatore invalido Roger “Verbal” Kint (Kevin Spacey) viene interrogato dall’agente doganale Dave Kujan (Chazz Palminteri). L’uomo ricostruisce l’intera vicenda attraverso una lunga deposizione che diventa il cuore del racconto.
Tra flashback e testimonianze ambigue, emergono i membri di una banda criminale: l’ex poliziotto corrotto Dean Keaton (Gabriel Byrne), lo scassinatore Todd Hockney (Kevin Pollak) e i ricettatori McManus (Stephen Baldwin) e Fenster (Benicio Del Toro). Tutti sono legati da un episodio misterioso che li porterà a compiere una serie di colpi sempre più pericolosi.
Ma dietro ogni azione si nasconde l’ombra di Keyser Söze, un boss leggendario, temuto anche dal crimine organizzato. Nessuno lo ha mai visto, eppure la sua presenza domina ogni scena, sospesa tra mito e paranoia.

La forza di I soliti sospetti risiede nella sua architettura narrativa: una trappola perfetta costruita dalla sceneggiatura di Christopher McQuarrie, premiata con l’Oscar nel 1996 insieme a quello assegnato a Kevin Spacey come miglior attore non protagonista. Il film procede su due binari – il racconto di Verbal e la ricerca della verità da parte dell’agente Kujan – che si sovrappongono e si contaminano fino a fondersi.
Il montaggio di John Ottman, anche autore della colonna sonora, guida lo spettatore attraverso i salti temporali e i punti di vista contraddittori, creando una tensione costante. Ogni inquadratura sembra suggerire qualcosa e, al tempo stesso, depistare.
Rivisto oggi, il film mantiene intatta la sua efficacia perché non vive solo del colpo di scena finale, ma della costruzione minuziosa della menzogna. Ogni dettaglio – una tazza, un sguardo, una pausa – acquista senso solo nel momento conclusivo, rivelando la precisione chirurgica con cui Singer orchestra il gioco.
Keyser Söze non è soltanto un personaggio, ma un’idea: la personificazione del male invisibile, un’entità che si alimenta della paura e della leggenda. Nel film, la sua identità diventa oggetto di narrazione collettiva, trasformando il racconto in una riflessione su come il potere nasce dalle storie che gli uomini si raccontano.
Singer e McQuarrie costruiscono Söze come una figura mitologica contemporanea, allo stesso tempo onnipresente e inesistente, il cui fascino continua a esercitare un’influenza enorme sull’immaginario del cinema crime.
A quasi trent’anni dall’uscita, I soliti sospetti rimane un film fondamentale nella storia del thriller moderno. La regia calibrata, la scrittura impeccabile e le interpretazioni di un cast straordinario lo hanno trasformato in un riferimento per tutti i racconti basati sull’inganno e sulla percezione.
Oltre il suo twist finale, è un film che riflette sulla natura del racconto stesso: su quanto sia facile credere a una storia ben raccontata e su come la verità, al cinema come nella vita, possa nascondersi dietro il potere delle parole.
Il soliti idioti, film diretto da Enrico Lando tratto dall’omonima serie di sketch trasmessa da MTV con Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio
La vita è fatta di imprevisti, di cose inattese e di piccole e grandi avventure che aspettano solo colui che è abbastanza coraggioso da intraprenderle. Walter Mitty invece preferisce sognarle, quelle avventure, immaginando cose stranissime e inverosimili che non accadranno mai. Lui “si incanta” e vive una vita parallela fatta di salti da un ponte, duelli sull’asfalto di New York e conversazioni che non avverranno mai nelle quali fa la parte del duro. In I sogni segreti di Walter Mitty Walter Mitty è una persona mite e un po’ introversa, fino a che le necessità della vita non lo spingeranno a diventare straordinario, facendolo tuffare in un’avventura che metterà in gioco la sua vita e i suoi punti di riferimento e persino il suo lavoro di responsabile dell’archivio fotografico a LIFE magazine.
Ben Stiller ritorna alla regia cinematografica a cinque anni da Tropic Thunder, e realizza un film delicato ed emozionante, una boccata d’aria fresca che sembra dedicata a quelle persone giovani (non importa se all’anagrafe o solo di spirito) che non hanno paura di mettersi in gioco e che rischiano ogni giorno il conosciuto per l’ignoto. Walter non è una persona spericolata, ma impara a godersi la vita e a rischiare, riuscendo così a trovare quello che cerca: un oggetto, uno stato mentale, la felicità.
Sfruttando dei paesaggi naturali che sembrano usciti da una vera e propria favola, Ben Stiller ci racconta un mondo affascinante e selvaggio, incontaminato e pericoloso, alternando questa natura così passionale con scorci di una New York che ci sembra di guardare per la prima volta, adottando uno sguardo di chi vive e conosce la città, nelle sue stradine meno note, nei suoi angoli pittoreschi, senza rinunciare alla bellezza dell’inconfondibile skyline riveduta e corretta. Una regia fluida e che in alcuni momenti assume dei toni da cinema d’azione allo stato puro, uno stile narrativo che riesce a modularsi sul pensiero e sulla grande immaginazione del protagonista.
Accanto a Ben Stiller, che si carica sulle spalle tutto il peso del film, c’è Kristen Wiig, che ha abbandonato il taglio corto e l’approccio isterico de Le Amiche della Sposa, per lasciare spazio ad un personaggio abbastanza comune, al quale però riesce a dare una dolcezza toccante.
Guest star del film è invece Sean Penn, nei panni dell’avventuriero e fotografo Sean O’Connell, scontroso e amichevole, un’anima romantica alla ricerca dell’emozione. A completare il cast ci sono la leggendaria Shirley MacLaine nei panni della madre di Walter, Kathryn Hahn in quelli di Odessa, la su sorella ‘attrice’ e Adam Scott, nell’inamidato completo grigio del responsabile dell’acquisizione di LIFE.
Avventuroso, toccante, divertente e insolito I Sogni Segreti di Walter Mitty allarga e scalda il cuore, facendoci credere che un altro mondo e un’altra strada sono possibili, basta sapersi ‘buttare’.