Dopo tante
preghiere e un po’ di attesa, Lucifer
torna a fare bella mostra di sé grazie al salvataggio compiuto da
Netflix. La piattaforma ha dato infatti
ascolto ai fan dello show, che a gran voce avevano chiesto di
salvare questo Barabba dal limbo produttivo in cui Fox l’aveva
scaraventato.
E così, come un
anti-Cristo redivivo dal sepolcro, la serie con protagonista
Tom Ellis e
Lauren German torna “a riveder le stelle”
grazie al servizio di streaming, accolta trionfante dalla frangia
di appassionati, e con un po’ di timore da tutti gli altri. Se i
primi, infatti, si sono subito spesi in salamelecchi e inchini, gli
altri si son giustamente chiesti come, l’arrivo su Netflix, avesse
potuto incidere sugli equilibri di un serial che, pur essendo stato
creato da Tom Kapinos (Californication),
non è mai stato veramente sconvolgente dal punto di vista della
rappresentazione della sessualità o di altri contenuti VM, salvo
ovviamente l’aspetto sanguinolento CGI oriented.
Il cambiamento è
anche strutturale, perché Lucifer passa da un formato ampio, 13
episodi la prima stagione, 18 la seconda e 29 la terza, ad uno più
conforme allo stile di Netflix, con soli 10 episodi, dal minutaggio
appena più lungo, e con la possibilità che il diavolo infiammi lo
spettatore senza preoccuparsi più del cilicio costrittivo imposto
dal rating e da censure varie ed eventuali. A queste domande è
facile trovare risposta sin dall’inzio di questo nuovo ciclo.
Lucifer è cambiato poco e niente, tranne che per
il fatto che la stagione è più corta e questo influisce
positivamente sul ritmo del racconto.
Avevamo lasciato
la serie con un notevole cliffangher di chiusura per la terza
stagione. Dopo innumerevoli episodi a speculare su come e quando
Chloe avrebbe scoperto la vera identità di
Lucifer, la rivelazione arriva in chiusura di
stagione, giusto un attimo prima che Fox cancellasse la serie
scaraventando rovinosamente i fan dal paradiso all’inferno. Il nuovo corso Netflix non riprende le cose
esattamente da quel punto, ma lascia passare un mese dalla fine
della stagione precedente, con Lucifer che si
strugge per amore verso una Chloe che si è presa una vacanza con
Trixie, allontanandosi volutamente da Los Angeles e da quel diavolo
che un po’ la spaventa e un po’, evidentemente, la conturba.
Dopo un attimo di
smarrimento, in cui la serie ha bisogno di far ordine tra le carte
sparpagliatesi sul tavolo, lo show gioca subdolamente con lo
spettatore, riportandolo ben presto sulla strada fin troppo nota di
quel serial da sempre a metà tra un criminal drama e una
versione per scolarette di Californication, con
una manciata di riferimenti provenienti da tutto ciò che rimane
dalle ceneri di Streghe,
Teen Wolf, Grimm e tutte quelle altre serie tv basate
sul sovrannaturale che da almeno un ventennio scorrazzano
liberamente tra i palinsesti della via cavo US.
Fino ad oggi,
Lucifer è sempre stato uno show diesel, a lenta
carburazione, che ha avuto spesso bisogno di numerose puntate per
muovere (lentamente) i pezzi sulla sua scacchiera, ma sotto l’egida
Netflix lo show ha subìto una brusca accelerata, eliminando tutto
ciò che era superfluo, e concentrandosi sostanzialmente solo sui
personaggi e la loro maturazione psicologica, lasciando in
sottofondo, dove è giusto che resti, quella traccia criminal drama
che appartiene comunque al suo DNA.
La gestione e la
costruzione del tempo è infatti il più grande cambiamento che lo
show ha subìto nel passaggio a Netflix. Non solo perché, come
detto, la stagione dura nel complesso circa la metà rispetto al
passato, ma anche perché è proprio il modo in cui il tempo
trascorre nella serie ad essersi contratto. Se in passato non si
aveva mai un’idea veramente chiara di quanto tempo trascorresse tra
certi eventi ed altri, oggi abbiamo un chiaro indizio del fatto che
l’intera stagione si sviluppi nell’arco di quasi un anno,
concentrando quindi, in 10 episodi di circa 50 minuti, una
considerevole quantità di tempo e un mucchio di risvolti narrativi
e sentimentali, snocciolati nell’arco di 9/10 mesi. Considerando la
ricchezza di svolte narrative, avvenimenti e situazioni da gestire,
non è poco per lo sviluppo di un cast così nutrito di
personaggi.
Tutto questo si
traduce in uno show che, come da impostazione delle stagioni 2 e 3,
si prende il tempo che serve per parlare dei personaggi e dei loro
turbamenti, ma che si libera anche di tante situazioni del tutto
accessorie che, in passato, non facevano che mettere sotto i
riflettori il fare – spesso macchiettistico – di Lucifero.
Quest’aspetto del personaggio viene però conservato e piegato in
maniera più funzionale alla narrazione, cadenzato anche da un
montaggio più veloce e sintetico. Un pregio, a nostro giudizio,
dell’intero show, è stato proprio quello di diventare un racconto
corale in cui, benché nessuno dei personaggi abbia lo stile (e la
versatilità recitativa) del Lucifero di
Tom Ellis, ognuno ha dei momenti di interesse
e coinvolgimento per lo spettatore.
L’avvento di
Netflix non ha quindi contaminato lo show, né ha utilizzato
l’assenza della censura tipica delle tv in chiaro per spendersi in
un tripudio di sesso e droghe pesanti, semmai ha semplicemente reso
l’intero show più denso e dinamico a patto che, ovviamente, lo
spettatore sia a suo agio con il tempo televisivo che trascorre
così rapidamente. I salti temporali, in effetti, non sono gestiti
benissimo, ed anzi a metà stagione si compie inspiegabilmente un
salto di qualche mese, raccontato allo spettatore solo per mezzo di
un breve dialogo tra Maze e Linda. L’ellissi temporale non è
gestita bene, ma in fin dei conti non lede al carisma dello show,
in debito in egual misura all’aspetto sovrannaturale e verso quello
poliziesco.
Se l’aspetto
investigativo, in questo ciclo, sembra però un pochino sottotono,
quel che ne ha guadagnato è lo sviluppo morale e, soprattutto,
emotivo dei personaggi, praticamente tutti intenti a fare i conti
con un nuovo lato di sé stessi, chi per puro caso (Maze), chi per
motivazioni più profonde (Dan), chi per un inaspettato plot twist
(Laura e Amenadiel). Il risultato è un nuovo cambio di rotta per
una serie che, comunque, sin dai suoi esordi ha sempre cercato di
affiancare ai suoi personaggi tematiche nuove e modi alternativi di
affrontare le stesse, cercando di mantenersi comunque in equilibrio
sulle sue venature più squisitamente sovrannaturali. Venature che
qui si mostrano – finalmente – con maggior concretezza, in una
serie di situazioni che lasciano ben sperare per il futuro,
augurato ma non ancora confermato, della serie.
Lucifer è quindi cambiato? Potremmo dire che
l’approdo a Netflix ha portato dei cambiamenti e che i fan della
prima ora se ne sono accorti, ma la verità (che questi stessi fan
ben conoscono) è che la serie ha sempre avuto voglia di non
adagiarsi sugli allori del carisma del suo protagonista, mettendosi
in gioco con una serie di ritratti e personaggi secondari che in
questa nuova veste emergono più valorizzati e divertiti che
mai.
Il pregio del
passaggio a Netflix è stato quello di lasciare lo show libero di
esprimersi come voleva, scendendo a patti col diavolo solo per la
volontà di ridurre il numero di episodi per stagione e, di
conseguenza, l’investimento economico. Un risparmio che, per
fortuna, non ha leso né al cast né al resto dell’impianto
produttivo, mantenendo intatti il divertimento e l’esagerazione
che, dal primo episodio, complice l’interesse per Gaiman, aveva
spinto gli spettatori a sedersi davanti alla tv.