Si è tenuta ieri sera a Los Angeles
(a partire dalle 3.30 ora italiana) la premiere mondiale de
Lo
Hobbit: La Desolazione di
Smaug. Ovviamente presenti al grande evento
c’erano tutti gli attori che hanno partecipato al film, in
particolare Luke
Evans, new entry nel cast e interprete di Bard
l’Arciere ha parlato, alla fine della breve intervista da tappeto
rosso, del suo futuro.
Ecco cosa ha detto l’attore:
“Ho appena finito di girare Dracula, è stato molto impegnativo.
Per cui ora sono un po’ stanco. A breve comincerò con le riprese de
Il Corvo, sono molto
impegnato!”
Smentite quindi le voci che
volevano un cambiamento alla testa del progetto con l’attore di
The Walking DeadNorman Reedus al posto di Evans nei
panni di Eric Draven.
Trama: Le avventure di Bilbo
Baggins e della compagnia di dodici nani di Thorin Scudodiquercia,
formata da Balin, Dwalin, Kili, Fili, Dori, Nori, Ori, Oin, Gloin,
Bifur, Bofur e Bombur. Il gruppo deve recuperare il tesoro posto
nel cuore della Montagna Solitaria, sorvegliato dal drago
Smaug.
Le riavvio de Il
Corvo“lascerà a bocca aperta le
persone” e potrebbe generare un universo condiviso, anticipa
il produttore Sam Pressman. Basato sulla serie di
fumetti di James O’Barr, la storia è stata già
adattata nel 1994 e vedeva Brandon Lee nei panni
di Eric Draven, un musicista assassinato che viene resuscitato da
un corvo mistico e cerca vendetta contro la banda che ha ucciso lui
e la sua fidanzata. Il Corvo fu un grande successo al botteghino e
divenne un classico di culto, anche se i suoi sequel non riuscirono
a ottenere lo stesso successo. Il riavvio è stato annunciato da
diversi anni e adesso dovrebbe essere atteso entro il 2024.
In una recente intervista
con Deadline, Sam Pressman ha fornito un
aggiornamento sul riavvio de Il
Corvo, spiegando:
“Il Corvo è stato una
parte centrale e integrante della nostra azienda e sono davvero
orgoglioso dei progressi e del lavoro svolto. Penso che il film
lascerà a bocca aperta le persone. I nostri partner vogliono
affrontarlo a 360°, che si tratti di videogiochi, di una serie
animata o di un universo, ma ha questa eredità cosmica che può
espandersi oltre una singola storia. Siamo finalmente a un punto in
cui possiamo davvero esplorare quelle altre strade perché è una
proprietà davvero unica in quanto non è un film in studio, non è un
film Marvel – è una specie di film
anti-Marvel. Ho le più grandi speranze per questo e adoro davvero
ciò che Molly Hassell ha realizzato fino a questo momento e Rupert
Sanders è un vero visionario.”
Il riavvio a lunga
gestazione di Il
Corvo è entrato in sviluppo per la prima volta
nel 2008 e nel corso degli anni ha vissuto un complicato processo
di produzione con numerosi registi, sceneggiatori e attori
collegati al progetto in vari momenti. Nel corso degli anni molti
attori sono stati associati al ruolo di Eric Draven, tra questi
anche Bradley Cooper, Luke
Evans, Jack Huston e Jason Momoa. Gli sceneggiatori che hanno
lavorato alle versioni precedenti della sceneggiatura includono
addirittura Nick Cave.
L’attuale iterazione del
riavvio de Il
Corvo è diretta da Rupert
Sanders con una sceneggiatura di Zach Baylin e Will
Schneider che è, ovviamente, basata sul fumetto di O’Barr. Il
riavvio vede protagonista Bill Skarsgard
nel ruolo principale, mentre FKA Twigs interpreta
il ruolo della sua fidanzata assassinata, Shelly. Isabella Wei
interpreta un nuovo personaggio chiamato Zadie, mentre
Danny Huston, Laura Birn, Sami Bouajila e
Jordan Bolger sono stati tutti scelti in ruoli non
rivelati. Le riprese del film sono terminate l’anno scorso, molto
prima dell’inizio dello sciopero degli attori, e la sua uscita è
attualmente prevista per il 2024.
Per la rubrica visioni in corto, vi
proponiamo il primo cortometraggio in italiano del genio creativo
di Tim
Burton. Nel corto viene esplicitamente citato Edgar Allen Poe.
Godetevi il filmato:
BIM Distribution
ha diffuso il trailer ufficiale de
Il Corsetto Dell’Imperatrice, l’annunciato nuovo film
con Vicky Krieps e diretto da Marie Kreutzer,
candidato agli EFA come Miglior film, miglio regia e miglior
attrice. Un film di Marie Kreutzer con
Vicky Krieps, Premio Un Certain
Regard per la migliore interpretazione al Festival di Cannes 2022 e acclamata
protagonista de Il filo nascosto.
L’imperatrice Elisabetta d’Austria
è idolatrata per la sua bellezza e famosa in tutto il mondo per
essere una fonte di ispirazione per le nuove tendenze di moda. Ma
nel 1877, ‘Sissi’ celebra il suo quarantesimo compleanno e deve
combattere per preservare la sua immagine pubblica allacciando il
suo corsetto in modo sempre più stretto. Mentre, nonostante il suo
volere, il suo ruolo si riduce a mero atto performativo di
presenza, la sete di conoscenza di Elisabetta e il suo entusiasmo
per la vita la rendono sempre più irrequieta a Vienna. Inizia a
viaggiare in Inghilterra e in Baviera, si reca a fare visita ad ex
amanti e amici di vecchia data, alla ricerca dell’eccitazione e
della determinazione che provava in gioventù. Con un avvenire di
doveri strettamente cerimoniali già fissato che l’attende,
Elisabetta si ribella contro l’immagine iperbolica di se stessa e
architetta un piano per tutelare il suo lascito culturale.
Presentato in anteprima al Festival di Cannes 2022 nella sezione
Un Certain Regard, da qualche mese Il
corsetto dell’imperatrice mantiene alta la sua reputazione
nel circuito dei Festival di cinema, soprattutto per quanto
riguarda l’interpretazione della splendida Vicky
Krieps, qui nei panni dell’Imperatrice Elisabetta
d’Austria, moglie di Francesco Giuseppe
I, conosciuta ai più semplicemente come
Sissi.
Il corsetto dell’imperatrice: una vita “ristretta”
Il destino da cui
Sissi avrebbe voluto sfuggire – era stata scelta
come propria sposa dall’imperatore Francesco Giuseppe, che avrebbe
dovuto sposare la sorella Nenè – è il fulcro tematico del film di
Marie Kreutzer, regista austriaca che guarda con
occhio disincantato dal punto di vista storico, ma non esente da
rielaborazioni favolistiche, la storia del suo Paese.
Il titolo del film si ispira a uno
degli accessori più infelicemente utilizzati da
Sissi soprattutto negli ultimi anni di vita: il
corsetto, rigorosamente strettissimo a sottolinearne il
punto vita, il fisico scolpito dai rigidi allenamenti e dalla dieta
pressante cui si sottoponeva l’Imperatrice, cercando di
riposizionare il suo esercizio del potere dalla sfera sociale a
quella privata. Il film della Kreutzer è forse il
primo in assoluto a togliere vita al personaggio di
Sissi, a volerne mostrare le pieghe nell’animo,
quelle che gli studi storici hanno sempre messo in evidenza ma i
prodotti audiovisivi hanno voluto accuratamente non considerare,
scegliendo di romanticizzare la relazione tra Elisabetta e
Francesco Giuseppe.
La Sissi de
Il corsetto dell’imperatrice non si perde nella
lettura, non impara, sa già le lingue, non si entusiasma per
niente; non ha più un ruolo – ma riflette nella sua persona la
decadenza di un Impero – non si reca più in Ungheria, non è stimata
dal popolo.
Uno sguardo che è prigione ma anche desiderio
Nelle nuove idee audiovisive di
biopic, quali i recenti Blonde e Spencer, c’è sempre un eccesso di emozione,
che sia paura, ribellione, angoscia, depressione: nella
rielaborazione di Kreutzer, c’è solo apatia. Tutti
i personaggi parlano allo stesso modo, non vi è colonna sonora – se
non qualche aggiunta musicale lontana da ogni caratterista sulla
scena – e che intima agli spettatori di andarsene via, di non
fermarsi ad ascoltare la storia di una donna che non voleva essere
più guardata – a dispetto del culto della bellezza da cui
Sissi era diventata ossessionata e del suo
desiderio inconscio di bramare lo sguardo altrui su di sè, piegando
il concetto di vanità esteriore alla necessità di sentirsi
compresi.
La Hofburg –
residenza della coppia imperiale per gran parte dell’anno e che
Sissi considerò sempre una prigione – assume ne
Il corsetto dell’imperatrice i connotati
dell’ospedale psichiatrico: quelli a cui fa visita spesso, che
cerca di sostenere anche economicamente; c’è qualcosa che la attira
nella condizione di isolamento dei pazienti, che le ricorda
l’anomia dei palazzi che abita, in cui le aspirazioni e gli
obiettivi tanto privati quanto sociali rimangono indeterminati e
l’ormai limitatissimo vigore del potere imperiale assume
concretezza.
Una storia che non esiste
Quella di Marie
Kreutzer è una Sissi che non viene mai
chiamata così: è una “semplice” Imperatrice, il cui ruolo
socio-politico è stato ridotto a mera performance; mancano i tratti
tipici della sua persona, la vitalità e l’ardore con cui studiava e
imparava. Non è mai in un posto fisso, eppure non visita mai quelli
che erano notoriamente il suo rifugio o, se vi si reca, ne calpesta
il suolo in punta di piedi, senza essere effettivamente presente
dal punto di vista psicologico.
Siamo di fronte a un personaggio
totalmente scollegato da ogni affetto e location che le è stata
imposta: non riesce mai a stabilizzarsi sul minimo livello di
contatto affettivo, neanche con i figli, appena con le damigelle –
che piegherà a sua immagine e volontà. Nella sceneggiatura de
Il corsetto dell’imperatrice, non verranno mai
espressamente dichiarati i disturbi alimentari e psichici di cui
Elisabetta soffriva e le violenze che imponeva a
se stessa: sono flagelli che rimangono paradossalmente suggeriti,
che lo spettatore deve silenziosamente cogliere, arrivando ad
accettare che Sissi non riuscirà mai a
esplicitarli nè ai personaggi sulla scena nè a noi fruitori della
storia che vorrebbe solo fosse sua, senza nessun disturbatore
esterno.
Un corsetto che, a dispetto delle
piaghe sul corpo, più viene stretto meno dolore provoca: essere
Imperatrice non è un compito per tutti e chi non lo hai mai
desiderato in primo luogo decide di disfarsene così. Sissi stringe,
si autoflagella, rende pressante ogni circostanza per lasciare
andare tutto; si butta a capofitto nel mare dell’anonimato, dove
può mimetizzarsi e delegare la scrittura della sua storia a noi
spettatori, senza indicazioni chiare. Inventiamo, prendiamo in
giro, riscriviamo: questo è ciò che avrebbe voluto
Sissi e che a
Elisabetta è sempre stato negato.
Sono passati oltre 10 anni da
Gran
Torino, da quel capolavoro che doveva essere il suo
addio al cinema, eppure Clint Eastwood non si è ancora stancato di
portare l’America sul grande schermo, e così torna al cinema con
Il Corriere – The Mule.
L’attore e regista torna in doppia
veste, dietro e davanti alla macchina da presa, e racconta di Earl
Stone (Clint
Eastwood), un uomo di 90 anni che si ritrova senza
soldi, in pessimi rapporti con la famiglia, colmo di rimpianto per
come ha lasciato andare in pezzi i suoi affetti. Per risolvere i
suoi problemi economici, decide di accettare un lavoro per un
cartello della droga messicano, finendo per fare il “mulo”, ovvero
un corriere della droga.
Tratto da una storia vera, il
nuovo film di
Clint Eastwood, dal 7 febbraio al
cinema, è un’altra fotografia degli Stati Uniti, di un
sogno americano che ormai vive soltanto sulla pelle di chi ha visto
cambiare il Paese sotto i propri occhi, ed è inevitabile pensare
che Earl è un po’ lo stesso Clint. Se da una parte abbiamo un
reduce, sopravvissuto, che non si connette con la realtà che è
cambiata, che perde completamente ogni filtro ma rimane fedele alla
sua indole educata e gentile (chiama “negri” una coppia di
afroamericani con l’auto in panne, quando si ferma ad aiutarli, sul
ciglio della strada), dall’altra abbiamo un uomo che con la sua
stessa esistenza mantiene viva la testimonianza di ciò che è stato
il cinema e la Storia di quel Paese.
Se all’inizio del film Earl ci
appare come un vecchio solitario e immediato nei modi e
nell’approccio, dopo un po’ cominciamo ad avvertire il suo
rimpianto, il suo rimorso nei confronti di quei valori familiari
che ha sempre messo da parte per un egoismo intrinseco, che lo
spingeva sempre lontano dalla moglie e dalla figlia. E infatti,
adesso, la moglie (diventata ex) non fa altro che rimproverarlo per
il passato, mentre la figlia ha completamente smesso di
parlargli.
Questo atteggiamento netto nei
confronti del personaggio, non solo da parte dei familiari, ma
anche da quella di tutti gli altri personaggi che interagiscono con
lui (il poliziotto della DEA Bradley Cooper o il boss del cartello Andy Garcia) crea una situazione in cui
l’unico ad essere vivo e mobile è lo stesso protagonista, il
monumentale Eastwood, mentre gli altri personaggi sono tutte
figurine, stereotipi che non vengono approfonditi né tratteggiati
come si dovrebbe, con il risultato di eliminare quasi completamente
il dialogo del film.
E il film è effettivamente un
monumento al cinema dell’icona americana: la regia asciutta, i
campi larghi e i ritmi da western, la tensione che cresce
soprattutto nella seconda parte, ma anche i momenti di feroce
ironia, le risate di gusto su alcuni scambi (la sceneggiatura è di
Nick Schenk, lo stesso di
Gran Torino), ogni parte è messa al posto giusto
dall’occhio essenziale dell’Eastwood regista, che è poi quello che
più ama il pubblico. Il Corriere – The Mule è un
inno che Clint Eastwood innalza a se stesso,
semplicemente mettendosi in gioco, senza ostentare grandezza o
prodigi, ma semplicemente continuando a raccontare e a raccontarsi
come testimone vivente di un mondo (del cinema e non solo) che non
esiste più.
Negli ultimi anni, il regista premio
Oscar Clint Eastwood si è
concentrato nel dar vita ad una serie di acclamati film biografici,
attraverso cui esalta tematiche come il patriottismo e la guerra
contro le ingiustizie. Titoli come American Sniper,
Sully, Richard Jewell o J. Edgar sono solo
alcuni dei più brillanti esempi di questo genere. Tra questi si
annovera anche Il
corriere – The Mule (qui la recensione), da lui
diretto e interpretato nel 2018. Questo nuovo lungometraggio ha
rappresentato il ritorno di Eastwood come attore dopo sei anni di
sole regie.
La volontà di recitare come
protagonista è motivata qui dalla presenza di un personaggio che
solo lui avrebbe potuto interpretare: un anziano temerario capace
di rinnovarsi e rispondere con vigore all’ingiustizia di un Paese
che abbandona i più fragili. Per quanto macchiatosi di crimini, il
protagonista interpretato da Eastwood è dunque un soggetto non
disposto a farsi mettere i piedi in testa. La vicenda, tanto
incredibile quanto adatta allo spirito tenace di Eastwood, è in
realtà tratta da una storia vera, raccontata dal giornalista
Sam Dolnick nel suo articolo dal titolo The
Sinaloa Cartel’s 90-Year-Old Drug Mule.
Il film ha dunque rappresentato per
Eastwood non solo una nuova occasione per tornare a recitare, ma
anche per portare avanti il suo elogio di chi si ribella ad una
società nella quale è sempre più difficile riconoscersi. In questo
articolo, approfondiamo dunque alcune curiosità relative a
Il corriere – The Mule. Proseguendo qui nella
lettura sarà infatti possibile ritrovare dettagli relativi alla
trama, al cast di attori e alla
storia vera. Infine, si elencheranno anche le
principali piattaforme streaming contenenti il
film nel proprio catalogo.
Protagonista del film è Earl
Stone, un ottuagenario reduce della Seconda guerra
mondiale. Con la passione per la guida e per i fiori, egli svolge
ormai da anni il mestiere di floricoltore, riponendo più interesse
in tale attività che non nella propria famiglia, composta
dall’ormai ex moglie Mary, dalla figlia
Iris e dalla nipote Ginny. Con il
passare degli anni, Earl si vede però costretto a chiudere la sua
attività imprenditoriale, che gli è stata pignorata a causa degli
scarsi incassi. La sua unica possibilità di salvezza sembra legata
a un lavoro per cui gli viene chiesto semplicemente di guidare una
macchina. Ben presto, però, Earl scoprirà di essere diventato un
corriere della droga.
Ad interpretare Earl Stone vi è
proprio Clint Eastwood, che non recitava dal 2012,
anno di Di nuovo in gioco. Il corriere – The
Mule è inoltre stata per lui una nuova esperienza come
regista e attore, cosa che non avveniva dal 2008 con Gran Torino. Come sempre,
egli si è preparato al ruolo con grande dedizione, ricercando
informazioni sul vero Leo Sharp, al fine di poter esaltare tutta la
sua umanità in contrasto alle vicende che gli si oppongono. Nei
panni della moglie Mary, invece, compare l’attrice Dianne Wiest, mentre ad
interpretare la figlia Iris vi è Alison Eastwood.
Quest’ultima, vera figlia del regista, aveva già recitato con il
padre per il film Corda tesa.
Nel ruolo di Ginny Stone, la nipote
di Earl, vi è invece la giovane Taissa Farmiga, celebre
per i suoi ruoli nella serie antologica American Horror Story. Il
corriere – The Mule segna invece la seconda collaborazione
tra Eastwood e l’attore Bradley Cooper dopo
American Sniper. Cooper interpreta qui
l’agente Colin Bates, mentre Michael Peña è il suo
collega Trevino. Laurence
Fishburne – Morpheus in Matrix – è invece l’agente
Warren Lewis. Nei panni del boss del cartello di droga, Laton, vi è
invece l’attore Andy Garcia.
Questi affermò di essere stato pronto ad accettare qualsiasi ruolo
pur di lavorare con Eastwood. Ignacio Serricchio,
infine, è presente nei panni di Julio Gutierrez.
In Il
corriere – The Mule, l’Earl Stone di Eastwood è basato
su Leo Sharp, conosciuto all’interno del Cartello
di Sinaloa come El Tata. Sharp era un veterano
della Seconda Guerra Mondiale che, dopo il fallimento della sua
compagnia aerea, era diventato un pioniere dell’orticoltura,
occupandosi in particolare di daylilies. Ma quando anche questa
attività cominciò a fallire, fu reclutato nel traffico di droga e
fu così bravo da diventare una specie di mito all’interno del
cartello. È poi però stato arrestato dalla DEA e condannato a tre
anni di carcere, di cui uno scontato.
Leo è infine stato rilasciato nel
2015 perché era un malato terminale ed è morto nel 2016 all’età di
92 anni. L’agente Bates (interpretato da Bradley Cooper) è invece basato sull’agente
speciale della DEA Jeff Moore, che ha catturato
Sharp nel 2011. L’arresto di Stone è avvenuto proprio come mostrato
nel film: è stato sorpreso su un’autostrada interstatale mentre
guidava un pick-up Lincoln. Dopo l’arresto, Sharp si è dichiarato
colpevole delle accuse, ma ha cercato di evitare il carcere vero e
proprio offrendosi di pagare la multa coltivando papaya hawaiane
per il governo degli Stati Uniti.
Nel film, invece, il protagonista si
assume in pieno la responsabilità di quanto compiuto. Ad ogni modo,
come mostrato nel film, è stato in grado di mantenere la sua
fattoria di ninfee mentre era in prigione. Ad ogni modo, sebbene
Il corriere – The Mule sia ispirato a una storia
vera, ci sono delle modifiche che vengono apportate. Lo Stone di
Eastwood è puramente fittizio e il modo in cui viveva la sua vita
quotidiana è stato creato per il film. Rimane solo il nocciolo
della storia vera, ovvero che Sharp era un anziano veterano di
guerra che iniziò a trasportare droga attraverso il Midwest.
La moglie, la figlia e la nipote
presenti in Il corriere – The Mule sono state
del tutto inventate. Eastwood ha anche cambiato molto di ciò che è
accaduto durante i viaggi, poiché non c’era modo di sapere cosa
fosse successo quando Sharp era da solo. Il più grande cambiamento
rispetto alla storia vera è però che il film lo mostra impegnato
solo in una dozzina di spedizioni in totale nell’arco di diversi
mesi. In realtà, Stone ha gestito la droga per 10 anni come uno dei
maggiori corrieri del cartello.
Questa è stata probabilmente la
causa della sua condanna al carcere, anche all’età di 90 anni. Il
procuratore Christopher Graveline ha spiegato
l’accaduto in un’intervista (via USA Today): “Veniva pagato
circa mille dollari per ogni chilo che consegnava, e il suo carico
normale era di circa 250 chili a Detroit. La gente dovrebbe
rendersi conto che il film è stato romanzato rispetto a ciò che è
realmente accaduto con Leo Sharp”. In entrambe le versioni,
Stone/Sharp spendeva molti dei suoi soldi per aiutare gli altri,
quasi come un moderno Robin Hood.
Il trailer e dove vedere il film in
streaming e in TV
È possibile fruire del film grazie
alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme
streaming presenti oggi in rete. Il corriere – The
Mule è infatti disponibile nei cataloghi di
Rakuten TV, Apple
Tv e Prime Video. Per vederlo, una volta
scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo
film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il
film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di
venerdì 13 settembre alle ore
21:00 su Iris.
Protagonisti di Il
Corriere – The Mule un cast stellare che comprende il
candidato all’Oscar Laurence Fishburne (Tina – What’s
Love Got to Do with It, Black-ish per la TV) che interpreta un
agente speciale della DEA; Michael Peña (Ant-Man and the Wasp,
Narcos per Netflix) che interpreta un suo collega; il premio
Oscar Dianne Wiest (Pallottole su Broadway, Hannah
and Her Sisters, Life in Pieces per la TV) che interpreta la ex
moglie di Earl; Alison Eastwood (Rails & Ties) che
interpreta la figlia di Earl; Taissa Farmiga (The
Nun) che interpreta la nipote di Earl e Ignacio Serricchio (Lost in
Space per Netflix, The Wedding Ringer) che interpreta l’assistente
di cartello di Earl.
Il
Corriere – The Mule racconta di un orticoltore di 90
anni e veterano della seconda guerra mondiale che è stato
sorpreso a trasportare cocaina per un valore di $ 3 milioni per un
cartello messicano della droga attraverso il Michigan. Il film è
scritto da Nick Schenk ed è prodotto da Jillian
Apfelbaum, Clint Eastwood, Dan Friedkin, Jessica Meier, Tim
Moore, Kristina Rivera e Bradley Thomas. Ruben Fleischer, Todd
Hoffman e David Bernad sono executive producer.
Warner Bros. Entertainment
Italia presenta l’edizione home video dell’ultimo lavoro
del Premio Oscar Clint Eastwood, Il Corriere – The Mule, disponibile
in DVD, Blu-Ray e 4K Ultra HD dal 13
giugno. La storia di un uomo pronto a rischiare tutto per
la sua famiglia, un viaggio on the road per le strade dell’America.
Ispirato a una toccante storia vera, Il Corriere segna il
ritorno di Clint Eastwood davanti e dietro la
cinepresa. Una nuova prova da attore, a quasi dieci anni
dall’acclamato Gran Torino del 2009, diretto da Eastwood,
che ha conquistato nuovamente il cuore di pubblico e critica.
La vicenda di Earl Stone, il più
anziano corriere della droga, disposto a tutto pur di aiutare la
sua famiglia, rappresenta anche un grande omaggio al cinema di
Clint Eastwood. Per viverlo al meglio Warner Bros.
Entertainment Italia propone il film in più edizioni. Il
formato 4K Ultra HD, con la sua altissima
definizione, garantisce immagini spettacolari e brillanti, e un
sonoro pulito per offrire la massima immersione all’interno della
storia. Tra i contenuti speciali del DVD troviamo
uno speciale Making of Il Corriere – The Mule: Nobody Runs
Forever che ci porta a scoprire tutti i segreti del dietro
le quinte del film e ci permette di ammirare il maestro Eastwood
all’opera sul set, mentre dirige la troupe e mentre dà vita al suo
nuovo, iconico, personaggio. All’interno dell’edizione
Blu-Ray, si trova anche il video musicale di
Don’t Let the Old Man In, la toccante ballata di
Toby Keith che accompagna gli ultimi fotogrammi
del film. Un inno, ispirato da una conversazione tra il musicista e
Clint Eastwood, che invita a “non fare entrare il vecchio uomo” ma
a vivere la vita con freschezza.
Per omaggiare la forza del film e
il cinema di Clint Eastwood è prevista anche una speciale edizione
in Blu Ray Steelbook, con copertina in metallo ed
esclusivo artwork a rendere imperdibile il formato. Un’edizione
perfetta per gli amanti del grande cinema e per i collezionisti.
Eastwood (Gli spietati, Million Dollar Baby,
Sully, American Sniper) è affiancato nella sua prova d’attore
da un cast d’eccezione come i candidati all’Oscar Bradley Cooper
(A Star Is Born, American Sniper), Laurence Fishburne (Matrix,
Tina-What’s Love Got to Do With It), oltre a Michael Peña (American
Hustle, Cesar Chavez), e alla vincitrice
dell’Oscar Dianne Wiest (Hannah e le sue sorelle,
Proiettili su Brodway) e il candidato all’Oscar Andy
Garcia (Ocean’s Eleven, Il Padrino: parte
III).
Ispirato da una storia vera,
Eastwood ha diretto
Il Corriere – The Mule a partire da una
sceneggiatura di Nick Schenk (Gran
Torino). Eastwood figura anche tra i produttori con la sua
Malpaso Production assieme a Tim Moore, Kristina Rivera e Jessica
Meier e Dan Friedkin e Bradley Thomas della Imperative
Entertainment. I produttori esecutivi del film sono Dave Bernad,
Ruben Fleischer, Todd Hoffman e Aaron L. Gilbert. Il film è
co-prodotto da Jillian Apfelbaum e David M. Bernstein. Il team di
Eastwood dietro le quinte è composto dal direttore della fotografia
Yves Bélanger (Brooklyn, Dallas Buyers Club) lo scenografo Kevin Ishioka
(Ore
15:17 – Attacco al treno), insieme alla costumista Deborah
Hopper e il montatore vincitore dell’Oscar Joel Cox (Gli
Spietati).
Il Corriere – The
Mule, la trama
Eastwood interpreta Earl Stone,
un uomo di circa 80 anni rimasto solo e al verde, costretto ad
affrontare la chiusura anticipata della sua impresa, quando gli
viene offerto un lavoro per cui è richiesta la sola abilità di
saper guidare un auto. Compito semplice, ma, ciò che Earl non sa è
che ha appena accettato di diventare un corriere della droga di un
cartello messicano. Nel suo nuovo lavoro è bravo, così bravo che il
suo carico diventa di volta in volta più grande e per questo motivo
gli viene assegnato un assistente. Questi non è però l’unico a
tenere d’occhio Earl: il misterioso nuovo “mulo” della droga è
finito anche nel radar dell’ efficiente agente della DEA, Colin
Bates. E anche se i suoi problemi di natura finanziaria
appartengono ormai al passato, i suoi errori affiorano e si fanno
pesanti nella testa, portandolo a domandarsi se riuscirà a porvi
rimedio prima che venga beccato dalla legge… o addirittura da
qualcuno del cartello stesso.
Il coraggio di Blanche è un
film francese diretto nel 2023 da Valérie Donzelli. La
regista è più conosciuta in Italia come interprete del film La
guerra è dichiarata, candidato agli Oscar come miglior film
straniero nel 2012. Il titolo originale della pellicola è
L’amour et les forêts, come il romanzo di Eric
Reinhardt a cui la sceneggiatura è liberamente ispirata e
proprio per questo premiato come miglior adattamento
cinematografico ai premi César 2024. L’amore e i boschi: una dicotomia
che è un peccato perdere nella traduzione (ma sappiamo che la
storia degli adattamenti di titoli in lingua straniera in italiano
non è tra le più felici, basti pensare al caso di Se mi lasci ti cancello). Da una parte l’amore,
dall’altra le foreste, in un’immagine che raccoglie un intero
racconto. Se ci troviamo a vagare nei boschi, fisici o psicologici
che siano, siamo soli: l’amore è rimasto altrove e il nostro io più
profondo con lui.
Il coraggio di Blanche: una storia
universale e singolare
Quando si affronta un film sulla
violenza di genere sembra sempre di averlo già visto. Perché solo
due sono i finali possibili per le donne che ne sono vittime,
ritrovarsi o perdersi del tutto, e perché la storia si snoda
sempre, inevitabilmente, attraverso una serie di fasi che vanno
dall’innamoramento, all’allontanamento dai propri cari,
all’insinuarsi dei primi dubbi della coscienza inascoltati
dall’anima che vuole amare, all’emergere inequivocabile della
violenza. Dalla fiaba all’incubo, senza una sosta di coscienza alle
varie stazioni, senza passare dal via.
Eppure non tutto è già stato visto,
non tutto è già stato vissuto e il cinema rivendica il diritto di
raccontare una storia universale in maniera singolare: in questo
caso alla maniera di Blanche, la protagonista, interpretata da
Virginie Efira, anzi: doppiamente interpretato da Virginie
Efira che presta il volto anche alla sorella gemella di Blanche,
Rose. Non è un caso che si scelga di inserire nella sceneggiatura
questo particolare: i legami fra gemelli omozigoti sono tra i più
forti e indissolubili eppure l’incontro con Grégoire Lamoureux
(Melvil Poupaud) riesce a insinuarsi anche in questa
relazione e ad allargare sempre più la distanza tra le due sorelle.
I nomi dei protagonisti svelano un gioco di parole che sembra
sottolineare come sia necessario fare attenzione alle apparenze:
‘l’amoureux’ significa infatti ‘l’innamorato’, mentre il cognome di
Blanche, ‘renard’, significa ‘volpe’, ma i ruoli fanno presto a
capovolgersi. O forse la piccola volpe non ha voluto vedere né
sentire? ‘L’amavo fino alle lacrime che le facevo versare’ recita
l’uomo nella prima notte d’amore. Gli abbracci, i sussurri, il
contesto: tutto sembra perfetto finché arrivano esili segnali che
solo l’ispessimento della ripetizione nel tempo rende visibili.
Blanche non è libera nemmeno di
annunciare alla sorella gemella la felicità di una gravidanza,
senza accorgersi che il mondo dell’uomo di cui si è innamorata si
sta richiudendo attorno a lei senza via di scampo. Come le brezze
leggere che si avvertono nelle stanze dalle finestre chiuse senza
capire da dove siano entrate, così Blanche avverte dubbi e
sensazioni a cui non riesce a dare un nome e va avanti, fino a
quando si accorge che ogni fibra del suo corpo è satura di un
sentimento ineludibile che non è più l’amore, quanto lo smarrimento
di chi si trova a vagare nella foresta perché ha smarrito la
strada.
Il coraggio di riconoscersi come
vittima
In una delle scene di violenza più
feroci del film Blanche scorre le mani sui dorsi dei libri quasi a
chiedere difesa a tutta la poesia e la letteratura di cui si è
nutrita e che l’hanno resa una donna autonoma, capace di
comprendere il mondo e le sue sfumature. Eppure né la sua
educazione, né il suo lavoro, niente di tutto quello che ha saputo
costruire nella vita sono bastate a tenerla lontano dall’orrore che
sta vivendo.
A trasmetterle la consapevolezza che
si stava abbandonando all’amore più che al suo portatore e che
adesso ne è vittima. Vittima: una parola che le donne che subiscono
violenza, soprattutto quella psicologica, fanno fatica a
pronunciare, attribuirsi, perché vengono invece sempre accusate di
essere colpevoli dell’infelicità dell’uomo che non sanno amare
abbastanza. Abbastanza: un’altra parola importante che arriva come
una liberazione quando qualcuno, qualcosa, dentro di noi, forse può
arrivare a salvarci. Il coraggio forse, con l’augurio che tutte
possano trovare il coraggio di Blanche.
Diretto da Valérie
Donzelli e interpretato da Virginie Efira e Melvil Poupaud, Il coraggio di Blanche (L’amour et les forêts, titolo internazionale
Just the Two of Us) è uno
dei film francesi più intensi e discussi degli ultimi anni,
presentato in anteprima al Festival di Cannes
2023 nella sezione Cannes Première. Tratto dal romanzo omonimo di
Éric Reinhardt, il
film affronta il tema della violenza psicologica e del controllo in
una relazione di coppia con una delicatezza e una lucidità rare nel
cinema contemporaneo.
Il
finale, aperto e sospeso, rappresenta il punto culminante del
percorso interiore della protagonista: non una vittoria, ma una
presa di coscienza. Un epilogo che trasforma Il coraggio di Blanche in un racconto sulla
libertà femminile, sulla ricostruzione di sé e sull’impossibilità
di dimenticare del tutto chi ci ha fatto del male.
Un amore che diventa prigione
All’inizio del film, Blanche (Virginie Efira) incontra
Grégoire
Lamoureux (Melvil Poupaud), un uomo carismatico e
apparentemente premuroso. Innamorata, lo sposa e si trasferisce in
un’altra città, lontano da tutto ciò che conosceva. Ma la passione
iniziale si trasforma presto in un meccanismo di
controllo psicologico e
isolamento: Grégoire diventa geloso, possessivo,
invadente.
La regista mette in scena questa progressiva prigionia con uno
stile sobrio e claustrofobico: le inquadrature si stringono, gli
spazi si chiudono, la luce scompare. Nel corso del film, lo
spettatore assiste a una lenta discesa nell’abuso, resa ancora più
inquietante dall’apparente normalità del quotidiano. Il finale
arriva come un atto di ribellione, ma anche come un momento di
dolorosa consapevolezza.
La fuga e il confronto finale
Negli ultimi minuti, Blanche riesce a fuggire dalla relazione. Con
le sue due figlie si trasferisce in un piccolo appartamento e tenta
di ricostruire la propria vita. Ma il passato non si cancella
facilmente: Grégoire
continua a perseguitarla, inviando messaggi, comparendo
all’improvviso, manipolando ogni tentativo di autonomia.
Quando i due si ritrovano faccia a faccia, il film raggiunge il suo
momento più teso. Non c’è violenza esplicita, ma un silenzio pieno
di significato. Blanche lo guarda con calma, quasi con pietà. È un
gesto semplice, ma rivoluzionario: non ha più paura.
La scena finale — Blanche di spalle che cammina con le figlie lungo
una spiaggia — è insieme un addio e una rinascita. Nessuna colonna
sonora enfatica, nessun lieto fine: solo il silenzio di chi ha trovato la forza di
andare avanti, anche senza aver ottenuto giustizia.
Il significato simbolico del finale
Il titolo Il coraggio di
Blanche racchiude la chiave interpretativa del film. Il
coraggio non è la ribellione clamorosa, ma la capacità di sopravvivere e
ricominciare. La foresta — elemento ricorrente del romanzo
di Reinhardt — diventa la metafora dell’inconscio, il luogo dove
Blanche si perde per poi ritrovarsi. Nel finale, il suo cammino
nella natura o lungo la spiaggia rappresenta il ritorno alla vita,
una purificazione interiore.
Valérie Donzelli trasforma la fuga in un rito di liberazione: non la vittoria sul
carnefice, ma la riappropriazione del proprio corpo, del proprio
sguardo e del proprio nome.
La libertà, nel film, non è assenza di dolore ma riconciliazione
con esso.
La doppia Blanche e il tema dell’identità
Un elemento centrale del racconto è la presenza della
sorella gemella di
Blanche, anch’essa interpretata da Virginie Efira. Le due
donne sono opposte e complementari: una fragile, l’altra decisa;
una vittima, l’altra osservatrice. Nel finale, le due figure
sembrano fondersi, come se la protagonista avesse finalmente
integrato le sue parti più divise: la paura e il coraggio, la
dipendenza e la libertà.
La “seconda Blanche” rappresenta la voce interiore della
protagonista, quella che non ha mai smesso di parlarle anche nei
momenti più bui. Quando Blanche accetta la propria vulnerabilità e
smette di definirsi attraverso lo sguardo dell’altro, le due
identità diventano una sola. È in questo gesto invisibile che
avviene la vera guarigione.
Un finale realistico, non consolatorio
Il film evita il moralismo e il sentimentalismo. Non c’è una
punizione per Grégoire, né una risoluzione totale. Ma Blanche, ora
consapevole, non è più la stessa. La sua camminata verso il mare,
accompagnata dalle figlie, diventa un gesto di resistenza quotidiana: un inno
sommesso ma potente alla vita dopo la violenza.
Valérie Donzelli chiude il film con uno sguardo lucido e
compassionevole, senza enfasi melodrammatica. Come in molte opere
del cinema francese contemporaneo, la salvezza non è un traguardo
ma un percorso: lento, incerto, ma reale.
Il messaggio finale: la libertà come memoria
Il finale di Il coraggio di
Blanche racchiude la sua essenza più intima:
la libertà non è
dimenticare, ma ricordare senza più paura. Blanche porta
con sé il trauma, ma anche la consapevolezza di averlo
attraversato. La spiaggia finale, con la luce che si apre sul mare,
non è una via di fuga ma una soglia — quella tra il passato e la
possibilità di un futuro diverso.
Virginie Efira, in una delle interpretazioni più intense della sua
carriera, riesce a trasformare la sofferenza in forza. Il suo
volto, nell’ultima inquadratura, è quello di una donna che ha perso
tutto ma ha ritrovato sé stessa. E questo, nel cinema come nella
vita, è il vero coraggio.
Presentato al Festival di Cannes 2023,
Il coraggio di Blanche (qui
la recensione) segna un nuovo tassello importante nella
filmografia di Valérie
Donzelli, regista capace di affrontare con sensibilità e
rigore temi complessi legati all’intimità, alla famiglia e alle
dinamiche di potere. Il film, tratto dal romanzo
di Éric ReinhardtL’amore e le
foreste (2014), – ispirato da alcune vicende realmente accadute
– porta sullo schermo il racconto di una donna intrappolata in una
relazione tossica, e trova la sua forza proprio nel mostrare con
precisione e delicatezza la progressiva perdita di libertà della
protagonista.
Il
genere si colloca dunque tra il dramma psicologico e il racconto
sociale, con un’attenzione particolare alla violenza domestica e al
processo di manipolazione affettiva che spesso precede l’emersione
della violenza fisica. Temi come l’isolamento, la perdita di
identità e la ricerca di riscatto vengono affrontati con uno
sguardo intimo e realistico, senza cedere a facili stereotipi o
soluzioni narrative consolatorie. In questo senso, l’opera dialoga
idealmente con altri film recenti sul tema della violenza sulle
donne, come L’amore bugiardo – Gone Girl di
David Fincher.
Con Il coraggio di Blanche, Donzelli porta dunque
sullo schermo un racconto che non è solo privato ma universale,
capace di parlare a chiunque abbia vissuto, o conosciuto da vicino,
il peso delle relazioni tossiche. La pellicola non si limita a
denunciare, ma accompagna lo spettatore nel viaggio di
emancipazione della protagonista, mostrando quanto sia difficile e
al tempo stesso vitale affermare la propria libertà. Nel prosieguo
dell’articolo ci concentreremo sul finale del film, analizzandone
la risoluzione narrativa e il significato simbolico, per
comprendere meglio il messaggio che questa storia potente ci
lascia.
Il film racconta la storia
di Blanche Renard
(Virginie Efira), che dopo aver incontrato
Greg Lamoureux (Melvil Poupaud),
è convinta di aver trovato l’uomo della sua vita. Poco dopo, però,
Greg inizierà a mostrare il suo lato possessivo e pericoloso,
tant’è che i due si trasferiranno lontano dalla famiglia di
Blanche. È così la donna si ritrova coinvolta in una relazione
tossica e morbosa, vergognandosi di rivelare la vera natura del suo
nuovo compagno. Quando però capirà che la sua vita è messa in serio
pericolo, dovrà decidere se rimanere in silenzio per sempre od
opporsi all’uomo da cui credeva di essere amata.
La spiegazione del finale
Nel
finale de Il coraggio di Blanche, la protagonista
arriva al punto di rottura con Grégoire. Dopo anni di controllo,
manipolazioni e umiliazioni psicologiche, l’uomo mostra
definitivamente la sua natura violenta tentando di strangolarla
quando Blanche gli annuncia la volontà di divorziare. È un momento
drammatico e rivelatore, che segna la presa di coscienza definitiva
della donna: la sua vita e quella dei suoi figli sono in pericolo.
Con il sostegno della sorella Rose, Blanche trova la forza di
denunciare l’aggressione e di rivolgersi a un avvocato, entrando in
un percorso legale che diventa l’ultima speranza per liberarsi
dalla spirale di abusi.
La
chiusura del film avviene con la scena in tribunale, dove Blanche e
Grégoire si ritrovano faccia a faccia. Lui, fedele al suo
atteggiamento manipolatorio, tenta di riallacciare un contatto, ma
lei non cede e rifiuta persino di guardarlo. È un gesto di rottura
simbolico: Blanche sceglie di non essere più vittima del suo potere
psicologico. Il finale non si concentra tanto sulla condanna o
sull’esito processuale, quanto sulla ritrovata autodeterminazione
della protagonista, che per la prima volta afferma con chiarezza la
propria indipendenza e il proprio diritto a una vita libera.
La
spiegazione di questo finale passa attraverso la rappresentazione
del cammino di emancipazione di Blanche. Dopo aver subito anni di
manipolazioni sottili e di isolamento forzato, il tentativo di
strangolamento diventa il punto di non ritorno, un atto che rende
impossibile qualunque forma di ritorno al passato. Nel rifiuto
dello sguardo finale a Grégoire, il film racchiude il senso della
sua rinascita: non è più disposta a concedergli potere, nemmeno
simbolico, scegliendo finalmente di guardare solo avanti, verso se
stessa e verso i suoi figli.
Il
film lascia così lo spettatore con una riflessione sulla difficoltà
di riconoscere e spezzare i legami tossici. La vicenda di Blanche
mostra come la violenza domestica non sia sempre fatta di gesti
eclatanti, ma spesso di micro-abusi, parole, divieti e
manipolazioni quotidiane che lentamente annientano l’identità della
vittima. La conclusione, pur restando aperta sugli sviluppi legali,
trasmette il messaggio che uscire da una relazione abusante è
possibile, ma richiede consapevolezza, supporto esterno e
soprattutto coraggio.
In
definitiva, Il coraggio di Blanche consegna al
pubblico un messaggio forte e universale: la libertà personale e la
dignità non devono mai essere sacrificate. Anche nelle situazioni
più opprimenti, esiste la possibilità di ribellarsi e ricostruirsi,
purché si trovi la forza di guardare in faccia la verità e di
chiedere aiuto. È questo il lascito più potente del film, che
trasforma una vicenda intima in un monito collettivo contro
l’indifferenza e un inno alla resilienza femminile.
Il film Il coraggio di
Blanche (qui
la recensione) è una produzione francese del 2023 diretta da
Valérie Donzelli, regista nota per le sue opere che
esplorano con delicatezza profonda le dinamiche emotive e
relazionali. In questo caso, Donzelli affronta un tema tanto
attuale quanto drammatico: la violenza psicologica all’interno
della relazione di coppia. Il racconto porta lo spettatore nel
quotidiano apparentemente tranquillo di Blanche Renard, che
crede di aver trovato l’amore della vita ma si troverà invischiata
in una spirale di controllo, manipolazione e isolamento. È una
vicenda intima che si apre al sociale, un thriller psicologico in
cui l’orrore non viene da mostri sovrannaturali ma da chi appaia
normale.
Il genere del film può essere definito
drammatico/thriller relazionale: non un action, non un horror,
bensì un’analisi cinematografica della fragilità individuale e
della violenza subdola. La regia di Donzelli sceglie uno stile
sobrio, che privilegia sguardi, silenzi, spazi chiusi e
l’isolamento della protagonista, più che colpi di scena e gesti
eclatanti. Virginie Efira interpreta Blanche con intensità e
vulnerabilità, mostrando passo dopo passo il progressivo
logoramento della sua libertà personale e della sua identità. Il
film si distingue per la sua capacità di rendere visibile ciò che
spesso rimane invisibile: il controllo psicologico, la gelosia
insidiosa, la rottura dell’io.
Dal punto di vista dei temi, Il coraggio di
Blanche esplora l’amore tossico, la manipolazione affettiva e
la difficoltà di uscire da una relazione che appare rassicurante
all’inizio ma diventa una prigione. La trama evidenzia come
l’isolamento – fisico e mentale – sia utilizzato come strumento di
dominio e come la protagonista debba trovare in sé il coraggio di
reagire. L’impatto del film è forte: presentato al Festival di Cannes 2023 nella sezione
“Cannes Première”, ha ricevuto riconoscimenti e ha aperto un
dibattito importante sulle dinamiche di abuso che spesso restano
invisibili. Nel resto dell’articolo ci soffermeremo sulla domanda
centrale: il film è tratto da una storia vera o
meno?, per capire in che misura la vicenda di Blanche
rispecchia una realtà documentata.
La trama di Il
coraggio di Blanche
Il film racconta la storia
di Blanche Renard (Virginie
Efira), che dopo aver incontrato Greg
Lamoureux (Melvil Poupaud), è convinta di
aver trovato l’uomo della sua vita. Poco dopo, però, Greg inizierà
a mostrare il suo lato possessivo e pericoloso, tant’è che i due si
trasferiranno lontano dalla famiglia di Blanche. È così la donna si
ritrova coinvolta in una relazione tossica e morbosa, vergognandosi
di rivelare la vera natura del suo nuovo compagno. Quando però
capirà che la sua vita è messa in serio pericolo, dovrà decidere se
rimanere in silenzio per sempre od opporsi all’uomo da cui credeva
di essere amata.
La storia vera dietro il film
Il film Il coraggio di Blanche non è
direttamente tratto da una storia vera, ma si basa sul romanzo
L’amore e le foreste (L’amour et les forêts)
scritto da Éric Reinhardt e pubblicato nel 2014. L’autore,
noto per la sua attenzione ai rapporti di potere e alle nevrosi
della società contemporanea, si è ispirato a testimonianze reali
raccolte nel corso della sua vita, ma senza raccontare un caso
specifico. Il libro nasce dal bisogno di dare voce a quelle donne
che, come la protagonista, vivono relazioni segnate dalla
manipolazione psicologica, dalla perdita di autonomia e da una
violenza che si consuma nell’intimità domestica, lontano dagli
occhi del mondo.
Reinhardt ha raccontato in più interviste che il
personaggio di Blanche è stato ispirato da una lettrice che gli
aveva scritto una lunga lettera dopo la pubblicazione di un suo
romanzo precedente. In quella lettera, la donna gli narrava la
propria storia di matrimonio tossico e di distruzione personale.
Quella testimonianza, unita ad altre simili, ha spinto lo scrittore
a creare un personaggio simbolico più che realistico,
rappresentativo di molte donne intrappolate in relazioni abusanti.
Dunque, L’amore e le foreste non racconta un caso
realmente accaduto, ma è il risultato di un mosaico di esperienze
autentiche e di osservazioni sociali che restituiscono un quadro
estremamente realistico della violenza psicologica.
Nel portare sullo schermo il romanzo, Valérie
Donzelli ha scelto di rimanere fedele allo spirito dell’opera di
Reinhardt, accentuandone però la dimensione visiva e sensoriale. Il
film amplifica la percezione di oppressione attraverso l’uso della
luce, dei silenzi e della messa in scena claustrofobica,
permettendo allo spettatore di vivere dall’interno la lenta discesa
della protagonista in un rapporto distruttivo. Donzelli evita
l’enfasi melodrammatica e privilegia l’autenticità psicologica,
affidandosi alla straordinaria interpretazione di Virginie Efira,
capace di restituire con delicatezza il trauma invisibile di chi è
vittima di coercizione emotiva.
Nel complesso, Il coraggio di Blanche
risulta un film di grande realismo emotivo, anche se non
racconta una storia vera nel senso stretto del termine. La regista
e l’autore condividono l’intento di rendere visibile ciò che spesso
resta nascosto: la violenza che non lascia lividi, ma consuma
dall’interno. Il film mostra con accuratezza la progressione tipica
dell’abuso psicologico — dall’idealizzazione all’isolamento, dalla
colpa alla paura — offrendo uno spaccato credibile e profondamente
umano. Pur non essendo documentaristico, Il coraggio di
Blanche restituisce una verità universale: quella di tante
donne che, come Blanche, trovano la forza di riconoscere la propria
prigionia e di lottare per riappropriarsi di sé stesse.
Il coraggio della
verità si colloca dentro la tradizione del war drama
americano degli
anni Novanta che interroga la
guerra non come epica, ma come archivio instabile di colpe,
omissioni e narrazioni costruite. Diretto da Edward Zwick, il film si muove tra il
thriller investigativo e il dramma morale, scegliendo come centro
non il campo di battaglia in sé, ma la sua eco amministrativa e
giudiziaria. La guerra del Golfo diventa così un dispositivo
narrativo attraverso cui il cinema mette in discussione la
possibilità stessa di accedere a una verità condivisa.
Il
percorso del protagonista, Nathaniel Serling, non è quello di un eroe che
ristabilisce l’ordine, ma di un ufficiale già compromesso da un
trauma precedente che lo costringe a riconsiderare ogni certezza.
Il film costruisce progressivamente un sistema di testimonianze
contraddittorie che non si limita a raccontare un evento bellico,
ma lo frantuma in versioni incompatibili. Il finale, in questa
prospettiva, non risolve il mistero: lo rende finalmente leggibile
come ferita etica più che come enigma investigativo.
Un’indagine
militare dentro la filmografia bellica americana e la regia di
Edward Zwick,
tra trauma, verità istituzionale e memoria selettiva della
guerra
Nel cinema di Edward
Zwick, la guerra è spesso il luogo in cui l’individuo si
trova schiacciato tra sistema e coscienza, tra la necessità della
disciplina e la persistenza del dubbio morale. In
Il coraggio della
verità, questa tensione raggiunge una forma più radicale
perché il nemico non è solo esterno, ma interno all’istituzione
stessa che produce le versioni ufficiali degli eventi. La struttura
narrativa richiama il war movie investigativo, ma ne ribalta la
funzione: non si tratta di scoprire “chi ha fatto cosa”, bensì di
capire come e perché una verità viene deformata per essere resa
sopportabile.
La presenza di Denzel
Washington nel ruolo di Serling amplifica questa
dimensione etica, portando con sé una filmografia spesso centrata
su personaggi attraversati da responsabilità morali non risolte.
Qui il suo protagonista non è un investigatore neutrale, ma un uomo
già incrinato da un episodio di fuoco amico che ha distrutto la sua
credibilità interna. Il caso di Karen Walden (Meg
Ryan) si innesta proprio su questa frattura,
trasformando l’indagine in un processo di autoesposizione. Il
contesto militare non è quindi uno sfondo, ma un dispositivo che
produce ambiguità sistemiche, dove ogni testimonianza è già
filtrata da paura, carriera e sopravvivenza istituzionale.
La ricostruzione del caso Walden
nel finale: quando la verità emerge come mosaico contraddittorio e
non come rivelazione lineare
Il finale del film non si costruisce su una scoperta improvvisa, ma
su una progressiva riorganizzazione delle testimonianze che Serling
ha raccolto e forzato nel corso dell’indagine. La figura di
Karen Walden
emerge inizialmente come eroica e lineare, candidata naturale al
riconoscimento militare, ma la sua immagine viene progressivamente
destabilizzata dai racconti divergenti dei sopravvissuti. La
narrazione insiste su un dettaglio fondamentale: nessuno dei
testimoni possiede l’intero quadro degli eventi, e ciò che appare
come incoerenza è in realtà frammentazione strutturale
dell’esperienza bellica.
Nel momento in cui Serling ricompone la sequenza reale, la battaglia
si rivela come una concatenazione di errori, paure e decisioni
prese in condizioni di impossibilità percettiva. Il colpo fatale a
Walden non nasce da un gesto deliberato, ma da una sovrapposizione
di percezioni distorte, in cui la nebbia operativa della guerra
diventa nebbia cognitiva. Il salvataggio mancato, la ritirata
forzata e il successivo bombardamento al napalm non costituiscono
più passaggi separati, ma una singola spirale di eventi che elimina
ogni possibilità di eroismo puro. Il finale non chiude il caso, ma
lo rende finalmente leggibile come sistema di responsabilità
diffuse.
Verità e costruzione del mito
militare: il film come riflessione sulla necessità politica
dell’eroe e sulla manipolazione della memoria bellica
Il cuore tematico del film emerge nel modo in cui la verità su
Walden viene
progressivamente filtrata fino a diventare una narrazione
istituzionale necessaria. La sua figura, infatti, non viene solo
valutata: viene costruita per essere funzionale a un’esigenza
politica di rappresentazione. L’eventuale attribuzione della
Medal of Honor
diventa il punto in cui la verità storica si trasforma in mito
pubblico, necessario per sostenere un immaginario di guerra
ordinata e giustificabile.
Il film suggerisce che la memoria militare non è mai neutrale, ma
sempre selettiva. Le testimonianze dei soldati non sono
semplicemente contraddittorie per trauma, ma perché ciascuno di
essi si trova intrappolato in una rete di autoassoluzione e
sopravvivenza psicologica. Il personaggio di Serling incarna questa tensione: la
sua ricerca della verità è anche un tentativo di riabilitare sé
stesso, di ricostruire un ordine morale che possa rendere
sopportabile il proprio passato. Tuttavia, il finale mostra come
questa operazione sia destinata a fallire sul piano assoluto,
perché la verità non coincide mai con una singola versione degli
eventi.
Il flashback finale e la
rivelazione tardiva: quando il riconoscimento della verità coincide
con la dissoluzione dell’oggetto stesso della ricerca
La chiusura del film introduce un elemento decisivo: il ricordo
rimosso di Serling che finalmente si ricompone nel momento in
cui riconosce Walden come pilota della medevac. Questa
rivelazione non è semplicemente informativa, ma strutturale. Il
protagonista non scopre qualcosa di nuovo, ma rilegge un frammento
della propria memoria che era stato isolato dal trauma del fuoco
amico. La verità emerge quindi come riattivazione di un ricordo
rimosso, non come acquisizione di dati esterni.
Questa dinamica modifica radicalmente il senso dell’indagine. Il
caso Walden non è più un oggetto esterno da risolvere, ma un
dispositivo attraverso cui Serling riattraversa il proprio trauma
originario. Il riconoscimento finale non produce giustizia, ma
consapevolezza. La guerra appare così come un sistema che non
consente chiusure narrative, perché ogni evento rimanda a un altro
evento precedente, ogni responsabilità si rifrange in una catena
più ampia di decisioni già compromesse.
Il significato ultimo del finale:
la verità come peso morale insostenibile e la possibilità limitata
di una riconciliazione individuale
Il senso complessivo del finale di Il coraggio della verità si concentra
nella trasformazione della verità da strumento di giustizia a
carico etico. La rivelazione non libera Serling, ma lo colloca in
uno spazio di consapevolezza in cui la responsabilità non può più
essere distribuita o delegata. Il ritorno alla famiglia non
rappresenta una chiusura consolatoria, ma una sospensione: il
protagonista lascia il sistema militare, ma non esce dalla logica
morale che ha interiorizzato.
Il gesto di raccontare la
verità ai genitori di Tom
Boylar diventa l’unico atto possibile di riparazione,
anche se insufficiente. La loro reazione di perdono non cancella la
colpa, ma la rende condivisa e quindi sopportabile. In questo
equilibrio instabile si colloca il significato finale del film: la
guerra non produce eroi né colpevoli assoluti, ma individui
costretti a convivere con versioni incompatibili della realtà. La
verità, in ultima analisi, non è mai un punto di arrivo, ma una
forma di esposizione permanente al limite tra ciò che è accaduto e
ciò che può essere raccontato.
Gli ultimi giorni della
77ma Edizione della Mostra di Arte Cinematografica
sono al centro della produzione di RS Productions: il
documentario “Il Coraggio del
Leone” ha come protagonista lo sguardo
privilegiato della madrina del Festival 2020,
Anna Foglietta, sulle ultime giornate dell’evento
storico che si è concluso con grande successo il 12 settembre
scorso. Il documentario diretto da Marco Spagnoli aprirà
ufficialmente la XVII edizione del Biografilm Festival a Bologna
nella serata di pre-apertura il 3 giugno in anteprima mondiale.
La città di Venezia con la sua bellezza e il suo fascino avvolge
il racconto che segue l’interazione di tutte le persone che hanno
reso possibile la Mostra, a partire dal Presidente della Biennale
Roberto Cicutto e dal Direttore Artistico
Alberto Barbera, a dispetto da quanto accaduto, ma
– soprattutto – ci permette di incontrare professionalità
altrimenti sconosciute che costituiscono la spina dorsale di un
evento che da novanta anni rappresenta la bandiera dell’industria
cinematografica internazionale.
Produttori associati sono la stessa Foglietta con la sua società
Blue One, Daniele Orazi con la sua DO
Cinema e Andrea Zoso. La fotografia è di
Niccolò Palomba (Enrico Lucherini – Ne ho fatte di
tutti i colori: The Italian Jobs), il montaggio è di Jacopo Reale
(Walt Disney e l’Italia – Una storia d’amore, Cecchi Gori – Una
famiglia italiana) e le musiche sono del musicista italo-americano
Max Di Carlo.
IL CORAGGIO DEL LEONE – Sinossi
Il Documentario si pone l’obiettivo
di mostrare agli occhi di tutti gli spettatori come il Festival
Cinematografico di Venezia (Venezia 77), evento internazionale di
primaria importanza nel mondo del cinema, non si sia arreso e
caparbiamente sia stato realizzato, a dispetto del mondo intorno,
del Covid-19 e della grande incertezza che domina la situazione
globale. Lo sguardo privilegiato su questo evento è quello di
Anna Foglietta, una delle principali attrici italiane,
che – pur affrontando in maniera elegante il ruolo glamour di
madrina del Festival – non perde di vista quella concretezza e
quella profonda umanità che la fanno amare dal pubblico del nostro
paese.
Per entrare al meglio nella
Spooky season, le settimane che precedono Halloween, cosa
guardare di meglio se non un film dell’orrore! Netflix ha aggiunto per l’occasione
nuovi contenuti ad hoc: oltre alla miniserie La caduta della Casa degli
Usher vi è anche Il convegno. La
pellicola svedese, diretta da Patrik Eklund e
tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore Mats
Strandberg, riprende alcuni degli elementi classici degli
horror slasher: un gruppo di persone in mezzo al bosco, un
assassino psicopatico che cerca di ammazzare più persone possibili,
un clima vagamente di suspense. Nel cast ritroviamo principalmente
figure note nel solo panorama nazionale: Adam
Lundgren è nei panni di Jonas, mentre Katia Winter (The boys) interpreta Lina.
Il convegno: la riunione
che diventa massacro
Il film ha per protagonista un
gruppo di impiegati pubblici intento a trascorrere alcuni giorni in
una struttura nei boschi, con l’obiettivo di rafforzare il rapporto
tra colleghi e migliorare la loro produttività. In particolare, il
posto dove alloggiano si trova nella cittadina dove il team
dovrebbe far costruire un enorme centro commerciale. Durante la
prima parte de Il
convegno emergono però le prime discordanze sulla
creazione dell’opera ed all’interno dello stesso gruppo: per
ottenere il terreno necessario alla costruzione, è stata
espropriata una fattoria ed il proprietario si è suicidato poco
dopo, delle firme sono state falsificate e molti dei cittadini
locali si oppongono al centro commerciale.
Le cose però peggiorano
drasticamente quando un misterioso killer si inizia ad aggirare
nella struttura: i primi ad essere colpiti sono i soggetti dello
staff del posto. Pian piano però anche gli ospiti verranno presi
come bersaglio dall’assassino travestito. Con il sopraggiungere
della notte, ha inizio la corsa per la sopravvivenza.
Il genere dell’orrore risulta
talvolta essere molto settoriale: o si ama o si odia. Chi è amante
dell’horror adora il sentimento di continua tensione ed adrenalina
che si percepisce guardandone uno. Un film come Il
convegno non può di conseguenza essere apprezzato dai
veri cultori di questo genere cinematografico.
Pur essendo presenti alcuni degli
elementi tipici delle pellicole horror, come una certa musica di
tensione e tanto sangue, non trasmette allo spettatore la suspense
e il terrore tipico di un film del genere. La trama risulta inoltre
essere piuttosto banale, a tratti anche involontariamente ironica.
Anche lo stesso travestimento del killer, che avrebbe lo scopo di
creare una sorta di inquietudine sinistra, non ottiene l’effetto di
spaventare il pubblico. L’unico reale fattore che resta di un
horror è la presenza di tante uccisioni, ma non splatter quanto si
potrebbe pensare.
Anche lo stesso svolgimento delle
vicende sembra essere a tratti poco credibile: il killer, un
normale essere umano, viene colpito più volte alla testa con
molteplici armi da alcuni impiegati e membri dello staff. Per
quanto la maschera possa agire da scudo, è improbabile che un
essere umano sia ancora vivo ed abbastanza in forma da poter
continuare indisturbato ad inseguire le sue vittime. Il punto
focale degli slasher, horror come Il
convegno, è proprio l’inseguimento delle persone da
parte del maniaco omicida, ma è giusto dover mantenere una certa
logica nello svolgimento delle vicende: la pellicola rischierebbe
di perdere credibilità agli occhi del pubblico.
Un fattore interessante del film è
tuttavia l’alternarsi di musica di suspense e di brani di musica
classica: tra queste si ritrovano anche pezzi di musica da
balletto, come delle tracce della Coppelia. Il risultato è un
effetto talvolta straniante rispetto alle immagini che però ben
racconta quanto avviene.
Courtesy of Netflix / Robert Eldrim
Un clima tossico di lavoro
Il clima all’interno del gruppo di
lavoro de Il convegno si percepisce
essere da subito molto teso: nonostante il capo e Jonas cerchino di
comportarsi in maniera entusiasta, ottengono ben poco riscontro da
parte degli altri.
Emergono da subito anche dei
dissensi riguardo alla possibilità stessa di realizzare il centro
commerciale: secondo alcuni, avrà un impatto negativo
sull’ambiente, secondo altri potrebbe non dare i risultati sperati
come riscontro economico. Il primo elemento attorno al quale si
creano le prime tensioni è la presenza della firma di Lina, una
delle dipendenti, su dei documenti che negavano alcun risarcimento
al proprietario del terreno su cui verrà costruito il centro
commerciale. La firma era stata falsificata, ma Jonas fa
gaslighting nei confronti di Lina: le fa dubitare della sua stessa
memoria, facendole credere che per via dello stress non ricordi
come sono effettivamente andate le cose.
Durante il film, viene allora
mostrata la reale natura di Jonas: un arrogante lupo senza scrupoli
che si interessa solo della propria vita e dei propri obbiettivi.
Anche nelle situazioni di maggiore pericolo, non esiterà ad
abbandonare i propri colleghi per salvare sé stesso.
Come Jonas, in realtà è
l’organizzazione stessa che si occupa della costruzione di
quest’opera a non avere scrupoli: si impongono nella costruzione
nonostante l’opposizione della gente del posto e strappando ogni
avere ad un semplice fattore. Questo sembra essere il motivo per
cui pagano con la vita. Ad ogni modo queste tematiche non vengono
approfondite, restano in secondo piano e il film non trova una
propria identità.
E’ corriere.it a pubblicare in
anteprima il content-Trailer che ripercorre tutta la saga di Harry
Potter, cominciando dai provini di Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert
Grint, fino al gran finale.
PALOMAR in
collaborazione con DEMD productions e in
collaborazione con RAI FICTION, FRANCE TELEVISIONS,
MEDIAWAN RIGHTS ed ENTOURAGE sono
orgogliose di annunciare la serie, in 8 puntate da 52 minuti,
Il Conte di Montecristo. Il gruppo di
partner europei ha interamente finanziato la serie – che è una
produzione indipendente e rientra tra i nuovi progetti
dell’Alleanza Europea – le cui riprese avranno
luogo in Francia, Italia e Malta fino a metà dicembre.
La regia della serie è affidata al
visionario regista danese Bille August,
(“Pelle alla conquista del mondo”, Palma d’oro a Cannes e
Oscar per il Miglior film straniero; “Con le migliori
intenzioni”, Palma d’oro a Cannes; “La casa degli
spiriti”, “I Miserabili”, “55 passi”).
Un prestigioso cast dà nuova vita a
uno dei romanzi senza tempo e più popolari di sempre della
letteratura francese, “Il Conte di Montecristo”. L’attore
inglese Sam Claflin (“Pirati dei Caraibi: oltre i
confini del mare”, “Hunger Games”, “Peaky Blinders”, “Daisy
Jones & the Six”) è Edmond Dantes, l’iconico protagonista
del romanzo.
Il cast include, tra gli altri,
Ana Girardot, Mikkel Boe Følsgaard, Blake Ritson,
Karla-Simone Spence e gli attori italiani
Michele Riondino, Lino Guanciale, Gabriella Pession e
Nicolas Maupas.
Guardando con rispetto al passato,
ma con un approccio moderno e sensibile, i
produttori e il regista hanno voluto conservare la ricchezza
originale della storia per valorizzare l’eredità letteraria di
Alexandre Dumas, esplorando e approfondendo allo stesso tempo le
motivazioni dei personaggi e gli aspetti emotivi e psicologici
delle loro personalità.
La serie si contraddistingue anche per un inedito punto di vista
sui personaggi femminili, tra tutti quello della giovane Haydée che
conferirà un tocco di modernità al racconto: non più la schiava
timorosa ma una giovane donna coraggiosa.
Carlo Degli Esposti –
Palomar – «Il Conte di Montecristo è uno dei romanzi
che più mi stanno a cuore e farne una serie è un grande risultato
professionale, soprattutto perché vanta un talentuoso regista come
Bille August (che porterà modernità all’interno della tradizione) e
un protagonista di grande livello quale Sam
Claflin. È inoltre un grande onore realizzare questa serie con
DEMD e Mediawan, stimati colleghi francesi. La sfida che vogliamo
vincere è quella di trasporre un grande classico della letteratura
europea in una fiction televisiva per le nuove
generazioni.»
Sébastien Pavard
– DEMD Productions –«È un’incredibile opportunità e
una grande sfida essere parte attiva di una serie di questo
calibro, riprendendo un romanzo pubblicato nel 1844 da un autore
francese così prolifico come Alexandre Dumas, adattato così tante
volte per il cinema e la televisione, rinnovando la tendenza ad una
nuova collaborazione europea, con attori di fama internazionale,
insieme ai nostri cugini italiani di Palomar.»
Elisabeth d’Arvieu
– Mediawan Pictures –«Il progetto Montecristo è
estremamente emozionante perché incarna ciò che Mediawan è in grado
di immaginare e costruire intorno a un’opera iconica interpretata
da un cast prestigioso. È il frutto della collaborazione di due fra
le più prolifiche case di produzione del gruppo – Palomar in Italia
e DEMD in Francia – la cui esperienza e il cui know-how sono
supportati dalla nostra divisione di distribuzione Mediawan Rights
e da un partner come Entourage. È il risultato di tutto ciò che
facciamo per coltivare il talento e portare al pubblico i progetti
internazionali più creativi e ambiziosi.»
Maria Pia Ammirati
– Rai Fiction –«Alexandre Dumas è un maestro di
storie che hanno il motore della serialità. Riportare sul piccolo
schermo, a distanza di 57 anni dallo storico sceneggiato del 1966
con Andrea Giordana, il racconto archetipico de Il conte di
Montecristo non solo è coerente con la linea editoriale di Rai
Fiction ma ci entusiasma anche per la possibilità di collaborare a
una nuova coproduzione internazionale dell’Alleanza Europea con
Palomar, Demd Productions e France Télévisions per offrire al
pubblico di oggi – ai giovani in particolare – un grande classico
in una rilettura contemporanea. Siamo felici di poterlo fare al
meglio della qualità con un regista autorevole come Bille August e
un cast internazionale guidato da Sam Claflin.»
Manuel Alduy –
France Télévisions –“Il Conte di Montecristo
contiene in sé tutti gli ingredienti di una grande serie
internazionale che saprà intrattenere il nostro pubblico francese:
l’adattamento di una famosissima storia che proviene dal patrimonio
letterario nazionale, una produzione ambiziosa curata da Palomar e
DEMD, un cast di alto livello guidato da un grande autore quale
Bille August. Siamo molto orgogliosi di essere partner di RAI in
questa nuova coproduzione, il nostro dodicesimo progetto
internazionale coprodotto dalla European Alliance”
Il premio Oscar Jeremy Irons si unisce al prestigioso cast
della serie evento dell’Alleanza Europea “Il
Conte di Montecristo”, prodotta da
PALOMAR (Italia), in collaborazione con DEMD
Productions (Francia) e in collaborazione con Rai Fiction e diretta
dal premio Oscar Bille August.
Per questa sua terza
collaborazione con il regista Bille August, Jeremy Irons interpreterà l’iconico abate
Faria, l’anziano prete che stringe un’intensa amicizia con Edmond
Dantès, interpretato dall’attore inglese Sam Claflin (“Pirati dei Caraibi: oltre i
confini del mare”, “Hunger Games”, “Peaky Blinders”, “Daisy
Jones & the Six”). Faria gioca un ruolo fondamentale nel
piano di vendetta del protagonista nell’amatissimo romanzo senza
tempo
Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas, una delle
opere letterarie francesi più famose al mondo.
Irons è noto per film
come Inseparabili, Il mistero von Bulow (per il
quale ha ricevuto il premio Oscar come miglior attore
protagonista), La casa degli spiriti, House of Gucci e per
il suo memorabile ruolo nella serie tv Watchmen. Le
riprese della serie si svolgeranno a Malta nel corso delle prossime
settimane.
Il cast di
Il Conte di Montecristo comprende anche Ana
Girardot (Les Revenants – Quando ritornano,
Escobar) nel ruolo di Mercedes, oltre a Mikkel Boe
Følsgaard (Royal Affair, The Rain, Ehrengard: l’arte
della seduzione), Blake Ritson, Karla-Simone Spence,
Michele Riondino, Lino Guanciale, Gabriella
Pession e Nicolas Maupas.
Questo progetto è
prodotto da PALOMAR (Mediawan) – Italia, in collaborazione con DEMD
Productions (Mediawan) – Francia e in collaborazione con RAI
FICTION – Italia e FRANCE TELEVISIONS – Francia. Distribuito nel
mondo da MEDIAWAN Rights in collaborazione con CAA (North America)
e con la partecipazione di ENTOURAGE.
Ingiustamente accusato di
tradimento, Edmond Dantes, un marinaio diciannovenne, viene
imprigionato senza processo nel castello d’If, una cupa
isola-fortezza al largo di Marsiglia. Dopo molti anni di prigionia
riesce finalmente a scappare e, celato dietro l’identità del conte
di Montecristo, progetta di vendicarsi di coloro che lo hanno
ingiustamente incolpato.
Serata all’insegna del grande romanzo
quello in programmazione questa sera. Infatti il film che vi
segnaliamo oggi è Il Conte di
Montecristocon Gerard
Depardieu in onda su Canale 5 giovedì 2 e venerdì 3
alle 21:10. Nel cast anche gli italiani Ornella Muti e Sergio Rubini.
La fiction è tratta dall’omonimo,
affascinante romanzo di Alexandre Dumas. Ambientata nell’ 800,
anche la fiction racconta le avventure di Edmond Dantes (Gerard
Depardieu), un giovane marinaio marsigliese che, la sera del suo
fidanzamento con una bellissima ragazza, Mercedes, viene
ingiustamente imprigionato in seguito ad una macchinazione ordita
ai suoi danni. Rinchiuso per venti interminabili anni nelle segrete
di un castello, Edmond evade mosso da un inestinguibile desiderio
di vendetta ed andrà in cerca di tutti coloro che lo hanno
ingiustamente condannato. Per la prima volta Gerard Depardieu
recita per la televisione e fa tornare Edmond Dantes nel piccolo
schermo. La storia di un eroesospeso tra vendetta e giustizia è
stata girata combinando ritmo e sentimenti, spettacolarità ed
eleganza, fascino e autenticità.
Il protagonista è affiancato da
Ornella Muti che interpreta Mercedes, la donna tanto amata da
Edmond Dantes, e da Sergio Rubini nel ruolo di Bertuccio, suo
servitore e amico.
Deadline riporta che alla
Warner Bros è in lavorazione un nuovo adattamento
de Il Conte di Monte Cristo, l’immortale
romanzo di Alexandre Dumas. La WB, in
collaborazione con la Safehouse Pictures, ha assegnato a
William Eubank, regista di The
Signal, il compito di dirigere un adattamento
contemporaneo della storia di vendetta di Edmond Dantes. Il film
sarà prodotto da Joby Harold e Tory
Tunnell, mentre la sceneggiatura sarà firmata da
Joe Pokaski
(Underground).
Diffuso come racconto d’appendice,
Il Conte di Monte Cristo vide la sua
prima pubblicazione in forma di romanzo nel 1844. La storia è
ambientata in Italia, in Francia e nelle isole del Mar
Mediterraneo, durante gli anni tra il 1815 ed il 1838 (dalla fine
del regno di Napoleone I al regno di Luigi Filippo). I principali
temi trattati riguardano la giustizia, la vendetta, il perdono e la
misericordia.
La storia della vendetta di
Edmond è stata raccontata più volte al cinema e in televisione, a
partire dalla versione del 1922, intitolata Monte
Cristo e diretta da Emmett J. Flynn.
Versioni relativamente recenti e conosciute dell’adattamento dal
romanzo sono quella del 1998 con Gerard Depardieu
e Ornella Muti, celebre in Italia, e quella del
2002, diretta da Kevin Reynolds, con
Jim Caviezel nel panni di Edmond e con
un giovanissimo Henry Cavill.
Sarà il
Contagio il prossimo film di Matteo
Botrugno e Daniele Coluccini già registi
dell’apprezzato Et in terra pax e che ritornano a lavorane
insieme
a Kimerafilm e Axelotil
Film di Andrea Arcopinto e Simone
Isola con il sostegno di Rai Cinema
e con il contributo del
MiBACT.
Il contagio tratto dal romanzo
omonimo di Walter Siti, si baserà su una sceneggiatura scritta
da Matteo Botrugno, Daniele
Coluccini e Nuccio Siano.
Trama del romanzo: Un angolo
di borgata, una casa popolare, tre piani di cemento. Dentro
abitano Chiara e suo marito Marcello, ex culturista dalla
sessualità incerta, Francesca, la paraplegica combattiva militante
di sinistra, Bruno, ultrà romanista in affidamento diurno. E poi
Gianfranco, lo spacciatore che prova a entrare nel giro grosso,
Eugenio detto “er Trottola”, che lavora in un’officina e si scopre
innamorato della prostituta con cui convive… In questo paesaggio
fatto di pezzi di campagna, villaggi e lembi di metropoli, le loro
storie s’intrecciano, unendosi a quelle di personaggi che la
borgata l’hanno scelta, per ribellione, per fascinazione. Come
Flaminia che s’è sposata Bruno rompendo con la famiglia; o come il
professore, che ama Marcello e lo mantiene.
Con una lingua “presa dal vero” ma non per questo meno letteraria,
che contamina il romanesco dei personaggi con l’italiano e piega
l’italiano dell’autore verso il dialetto, Siti costruisce un
romanzo che cancella se stesso in un brulicare di mille storie
violente e grottesche, la cui somma, alla fine, dà zero.
La quarta stagione de
Il contadino cerca moglie, il dating
show prodotto da Fremantle per
FoxNetworks Group Italy, è giunta alla
sua fase più calda e romantica.
Domani, mercoledì 12 dicembre alle 21.00 andrà in
onda la penultima puntata, e l’amore continuerà a illuminare la
prima serata di FoxLife (canale 114 di Sky).
I 5 single di
campagna che hanno aperto le porte delle loro fattorie ad
altrettanti single di città, saranno protagonisti, poi, dell’ultimo
atto del dating show mercoledì 19 dicembre alle 21 con il
gran finale.
La conduttrice, DILETTA
LEOTTA, la “Cupido” che tende l’arco dell’amore verso i
cuori dei nostri contadini solitari ci accompagnerà in queste
ultime due puntate alle decisioni finali dei contadini all’interno
delle campagne italiane in un viaggio bucolico che continua dal
Nord al Sud del Paese.
Il Contadino Cerca Moglie, la puntata
Diletta sarà sempre la confidente
privilegiata di ciascun contadino, con lei i protagonisti
continueranno a raccontarsi, sfogando i loro dubbi e chiedendo un
consiglio spassionato fino alla puntata finale della prossima
settimana, dove scopriremo se l’amore ha trionfato e si sono
formate nuove coppie. Al momento degli addii, Diletta rivelerà la
decisione dei contadini ai pretendenti: la prescelta (o il
prescelto) potrà restare in fattoria e iniziare una nuova vita in
campagna, mentre per tutte/i gli altri sarà tempo di fare i bagagli
e tornare alla routine cittadina.
Nelle ultime edizioni il programma
si è aperto anche alle contadine donne e anche
quest’anno ci sono due protagoniste, una in cerca
di“marito” e
un’altra che cerca una“moglie”
disposta a trasferirsi per amore dalla città alla campagna.
IL PROGRAMMA
Il programma è un adattamento del
format internazionale Farmer Wants a Wife– ed è prodotto
da Fremantle per Fox Networks Group
Italy.Il contadino cerca moglie, felice incontro
tra docu reality e dating show, è nato in
Inghilterra nel 2001 e da allora è andato in onda in circa 30
Paesi, tra cui Francia, Germania, Spagna e Stati Uniti, riscuotendo
ottimi ascolti e facendo nascere tante storie d’amore: 72 i
matrimoni celebrati e 136 i figli nati nel corso delle varie
edizioni. Solo in Francia, dove il programma ha raggiunto
le 10 edizioni, sono stati 15 i contadini convolati a nozze e 24 i
bimbi nati. Fiocco rosa anche per
l’edizione italiana con
la nascita della figlia di Manolo e Jennifer, una delle coppie
protagoniste della prima stagione.
Il Contadino cerca
moglie è un programma di Marta Marelli,
Lorenzo Campagnari e Celeste Laudisio,
con la regia di Giampaolo Marconato.
Per la regia di Antonio Falduto,
Il console italiano è un film indipendente che
affronta in modo ambizioso l’annoso ma sottovalutato dramma del
traffico di donne africane. E’ l’Africa, insieme a Giuliana De Sio,
la protagonista di un film italiano, ma dal sapore decisamente
internazionale che vede l’ambiente africano invadere
prepotentemente lo schermo e fare da sfondo al giro di vite dei
personaggi. Il caso vuole che Giovanna Bruno, console italiano a
Cape Town, allo scadere del mandato, si imbatta nella graziosa e
giovane Palesa Kubeka (Lira Kohl) alla disperata
ricerca del suo fidanzato, il fotogiornalista Marco Borghi,
scomparso in circostanze misteriose.
Il console italiano, il film
Quando il console si rifiuta di
aiutarla, tra le due donne si innalza un muro di incomprensione e
di diffidenza; Giovanna, la classica donna in carriera, sagace e
razionale, aveva vissuto da ragazza una travolgente storia d’amore
con Marco, che poi aveva interrotto bruscamente. Eppure lo
scottante e doloroso ricordo di quell’amore, a distanza di anni,
ancora le impedisce di trovare la pace interiore e di vedere le
cose nella giusta ottica. Un po’ mordace ed arida nei confronti di
Palesa, intraprende così un’ostinata quando assurda ricerca
personale e solitaria del suo amato, durante la quale scopre che
Marco stava indagando su un traffico illecito di esseri umani.
Ancora una volta gli eventi la condurranno verso Palesa e, grazie a
una serie di reciproche rivelazioni (la ragazza racconta a Giovanna
di aver incontrato Marco dopo essere sfuggita al racket della
prostituzione), le due donne si scopriranno meno diverse di quanto
immaginavano: caparbie, ostinate, dai vissuti dissimili, ma
accomunate da un profondo senso di solitudine.
Un film, Il console
italiano, che cerca di far luce sulla tragica e ingiusta
realtà vissuta da molte donne africane, ma anche sulla generale
drammaticità dell’esistenza umana, attraverso una donna che tramite
l’irrefrenabile legame con l’ambiente esterno, trova il modo di
raccontare il suo dramma personale, di affrontare le proprie paure,
di fidarsi degli altri, insieme alla scoperta di una realtà
altra.
Il console
italiano alterna sequenze emotive e personali – corredate
da un evocativo commento musicale e intimi primi piani e
particolari – a sequenze più narrative, la cui nota musicale
investigativa sembra ricondurlo al poliziesco nostrano, ma in
versione più soft. A fare da raccordo c’è l’invasiva e crudele
mamma Africa in tutta la sua carica emotiva ambientale, e nella sua
viscerale contraddittorietà.
Un prodotto filmico che convoglia
alcuni momenti di ilarità nella forte drammaticità della storia
raccontata, dall’evidente carattere televisivo – complice la
forzatura e lo stile laccato e forse un po’ troppo melò dei
dialoghi – , che pecca un po’ di innaturalezza e artificio
nell’accostamento delle storie delle due donne. Nel complesso un
apprezzabile tentativo di virare la direzione mainstream a cui di
recente il cinema italiano ci ha abituato.
Iniziano il 18
marzo le riprese de Il
Confine, diretto da Vincenzo Alfieri
con Edoardo Pesce e Massimo
Popolizio. Vincenzo Alfieri,
dopo I Peggiori e Gli uomini
d’oro, torna alla regia con un thriller denso di colpi di
scena, una storia che varca ogni confine.
Le riprese si svolgeranno in
diverse località dell’entroterra laziale con inizio il 18 marzo
2021. Il confine sarà distribuito in Italia e nel
mondo da Vision Distribution.
La trama
Uno sperduto
paese al limite del bosco, un rave, due giovani scomparsi, l’incubo
di un mostro che torna dal passato. Indagano i carabinieri Meda, un
uomo sconfitto dalla vita e Rio, il capitano inflessibile e
rigoroso. Ma questa volta il mostro ha rapito la persona
sbagliata.
Il
Confine, prodotto da Fulvio e Federica
Lucisano, è una produzione Italian
International Film – Gruppo
Lucisano e Vision Distribution,
liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Giorgio
Glaviano (Marsilio Editore) ed è sceneggiato
da Vincenzo Alfieri, Fabrizio
Bettelli e Giorgio
Glaviano.
In Il condominio dei cuori infranti
un uomo rimasto temporaneamente paraplegico in seguito a un
bizzarro incidente con una cyclette si finge un fotografo
professionista per conquistare l’infermiera del turno di notte
nell’ospedale in cui si rifornisce in segreto di snack. Un
astronauta della NASA, durante un inaspettato rientro sulla Terra,
si trova a dover chiedere ospitalità a un’anziana donna di origine
magrebina appassionata di sit-com. Un giovane e apatico
studente stringe un occasionale e complesso rapporto di amicizia
con una nevrotica vicina, attrice di mezza età in piena crisi
artistica. Queste le storie e questi i destini che s’incontrano (e
scontrano) all’ombra di tre angusti appartamenti situati in un
diroccato condominio della periferia francese, scatenando una serie
di reazioni a catena che progrediscono allo straordinario ritmo di
una favola grottesca e a tratti surreale. Prendendo spunto da due
strambi racconti contenuti nell’antologia «Chroniques de
l’Asphalte» la quinta pellicola del regista transalpino
Samuel Benchetrit, presentata fuori concorso al
68° Festival di Cannes, si pone come uno dei
casi cinematografici più interessanti degli ultimi tempi, in primis
grazie alla straordinaria capacità di saper conciliare una garbata
messa in scena squisitamente minimalista con tocchi di surrealtà e
humor degni delle più acute opere sperimentali
brechtiane.
Il condominio dei cuori infranti, il film
Il racconto si dipana attraverso
uno stile straordinariamente essenziale che ricalca l’estetica
kafkiana di Roy Andersson, rinunciando a
barocchismi nei movimenti di camera e scegliendo invece di
impiegare una serie di inquadrature per lo più statiche e teatrali,
le quali ben sanno descrivere il doppio rapporto fra il
dentro e il fuori, fra la “clausura” dei singoli
locali e la brumosa atmosfera degli esterni, sempre ripresi
attraverso illuminazioni crepuscolari o con aperture di campo molto
ristrette.
Facendo ricorso a una prima parte
affidata esclusivamente alla predominanza dell’immagine-azione e a
una seconda in cui prevale il peso dell’immagine-parola (meglio,
discorso) Il condominio dei cuori
infranti impiega il procedimento della narrazione
episodica – già sperimentato da Benchetrit nei precedenti lavori –
per intersecare fra loro tre improbabili coppie, le quali non
possono che affidarsi alla natura effimera e ambigua di rapporti
destinati a sorprendenti trasformazioni, in una narrazione nella
quale la donna si trova a ricoprire il ruolo centrale e
contraddittorio di amica-amante, madre-salvatrice e
sconosciuta.
Avvalendosi di partecipazioni
internazionali eccellenti quali Michael Pitt,
Isabelle Huppert e Valeria Bruni
Tedeschi, il film appare come una divertente e profonda
riflessione sul ruolo della solitudine, della solidarietà e delle
relazioni d’occasione, spingendo lentamente il proprio eccellente
pedale qualitativo entro un mondo suburbano fatto di cemento e
apparente freddezza, dove uno sporadico e inquietante rumore di
sottofondo contribuisce a sottolineare la natura criptica e a
tratti perturbante.
L’8 marzo si
celebra la Giornata internazionale della donna,
per ricordare le sia le conquiste sociali, economiche e politiche
sia le discriminazioni e le violenze di cui troppo spesso le donne
sono ancora oggi oggetto in tutto il mondo. In questa giornata si
pone dunque l’attenzione su questioni legate alla necessità di
un’uguaglianza di genere. Anche il cinema non dimentica di
celebrare tutto ciò, proponendo specialmente negli ultimi anni
diversi film attenti a queste tematiche. Tra i più recenti si
possono citare titoli come Suffragette, Il diritto di contare e
She Said, ma anche
Il concorso.
Realizzato nel 2020, è questo il
secondo film della regista Philippa Lowthorpe,
meglio nota per aver diretto serie televisive come L’amore e la
vita, Jamaica Inn e The
Crown. Per questo suo secondo lungometraggio, la regista
si è affidata ad una storia vera, attraverso cui poter raccontare
alcune figure femminili di grande importanza nella storia dei
diritti delle donne ed esaltare dunque l’eterna importanza del loro
operato. A causa della pandemia da Covid-19, purtroppo, il film è
stato distribuito direttamente in home-video, mancando dunque di
raggiungere un ampio pubblico.
Si tratta però di un titolo molto
apprezzato, che proprio per le sue importanti tematiche meriterebbe
di essere riscoperto. Composto da un cast di celebri attori, Il
concorso ha infatti tutte le carte in regola per poter essere
indicato come uno dei migliori film sull’importanza
dell’uguaglianza di genere. Prima di intraprendere una visione del
film, però, sarà utile approfondire alcune curiosità relative ad
esso. Proseguendo qui nella lettura sarà possibile ritrovare
ulteriori dettagli relativi alla trama, al
cast di attori e alla vera storia oltre il
film. Infine, si elencheranno anche le principali
piattaforme streaming contenenti il titolo nel
proprio catalogo.
La trama e il cast di ll concorso
La vicenda si svolge a Londra nel
1970, nei giorni in cui si sta svolgendo il celebro concorso di
bellezza Miss Mondo, presentato dall’attore
Bob Hope. La cerimonia è però destinata a passare
alla storia, poiché un gruppo di donne esponenti del
Women’s LiberationMovement,
capitanate da Sally Alexander, ha deciso di
interrompere la gara per sensibilizzare l’opinione pubblica
sull’importanza dei diritti delle donne. La loro attività diventa
da quel momento popolare in tutto il mondo e fa sì che, una volta
che il concorso riprenda il suo regolare svolgimento, qualcosa di
inaspettato accada al momento delle proclamazione della
vincitrice.
Ad interpretare la protagonista del
film, Sally Alexander, vi è l’attrice candidata all’Oscar Keira Knightley, meglio nota per essere stata
Elizabeth Swan nella saga di Pirati dei Caraibi. Accanto a
lei si ritrovano poi Jessie Buckley nei panni di Jo
Robinson, Keeley Hawes in quelli di Julia Morley,
Phyllis Logan in quelli di Evelyn Alexander e
Lesley Manville nel ruolo di Dolores Hope, moglie
di Bob. Quest’ultimo è interpretato da Greg
Kinnear, attore noto per il film Qualcosa è cambiato.
Infine, Rhys Ifans è è il fondatore di Miss Mondo Eric
Morley, mentre Gugu Mbatha-Raw interpreta Jennifer
Hosten, Miss Grenada.
Il concorso: la vera storia oltre il film
Come anticipato, il film è basato su
di una vicenda realmente avvenute. Si raccontano infatti due storie
che si intersecano nella cornice del concorso di Miss
Mondo svoltosi a Londra nel 1970. Una è la storia
dell’ardente protesta guidata da un gruppo di femminister per i
diritti delle donne, mentre l’altra è il racconto di una silenziosa
rivoluzione attuata da una delle concorrenti. Oggi, i requisiti di
ammissibilità del concorso Miss Mondo hanno subito un drastico
cambiamento per soddisfare e difendere gli ideali del 21° secolo.
Ma il concorso degli anni ’70 è emerso in un tempo e in un luogo in
cui Eric Morley, il fondatore del concorso, faceva
leva su ben precisi stereotipi di bellezza.
Intorno al 1970, i concorsi di Miss
Mondo erano all’apice della loro popolarità, con addirittura 100
milioni di spettatori che si erano sintonizzati per l’edizione del
1969. Il concorso nel 1970 ha però guadagnato popolarità per motivi
completamente diversi dalla semplice esibizione di bellissime
donne. Il Women’s Liberation Movement (WLM) ha infatti quell’anno
deriso lo sfarzo di Miss Mondo, indicando tale concorso come
promotore dell’oggettivazione dei corpi delle donne e della
mercificazione della loro sessualità. Nel 1970, dunque, il WLM
iniziò a protestare attivamente per mostrare il proprio disappunto
nei confronti di quel concorso.
Nella serata del concorso, dunque,
il movimento, guidato da Sally Alexander, ha
pianificato di interrompere, in diretta televisiva, lo svolgimento
del suddetto. Un gruppetto di donne ha quindi preso d’assalto il
palco armate di bombe di farina e frutta assortita. Le attiviste
sono poi state arrestate e multate per una cifra oggi equivalente a
circa 1.500 sterline. In concomitanza con la resistenza femminista,
il film ritrae anche l’altra grande questione dei diritti sociali e
civili dei nostri tempi: il razzismo. Al concorso del 1970,
Jennifer Hosten, Miss Grenada, è stata infine
dichiarata la prima Miss Mondo afroamericana, praticamente 20 anni
dopo l’inizio dell’evento.
Il film descrive dunque la lotta
della Hosten per l’uguaglianza razziale durante lo spettacolo e la
sua trionfante vittoria alla fine di esso. Ma per Hosten, la
battaglia non sarebbe finita qui. Più tardi, molti sosterranno che
il concorso è stato pilotato a favore della Hosten da Sir
Eric Gairy, allora Primo Ministro di Grenada, che ha
servito come giudice per il concorso. Eric Morley, tuttavia, ha
sempre confutato tali affermazioni, secondo cui la Hosten non
avrebbe vinto per merito, e lo ha fatto anche rendendo pubbliche le
schede elettorali della giuria, affinché il mondo le vedesse e
capisse che tutti avevano indicato la Hosten come vincitrice.
Il trailer di Il concorso
e dove vedere il film in streaming e in TV
È possibile fruire di Il
concorso grazie alla sua presenza su alcune delle più
popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è
infatti disponibile nei cataloghi di Chili Cinema, Google
Play e Rai
Play. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di
riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un
abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale
comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre
presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 8 marzo alle ore
21:25 sul canale Rai 1.
BiM Distribuzione
annuncia che Il concorso (tit. orig.
Misbehaviour), della pluripremiata
Philippa Lowthorpe, già regista della serie
The
Crown, con
Keira Knightley, Gugu Mbatha-Raw e Jessie Buckley, che arriverà nelle
sale virtualiMioCinema e
#iorestoinSALA il 25, 26 e 27
dicembre.
Il concorso sarà poi
disponibile dal 2 gennaio in Premium Video on
Demand su Sky Primafila, iTunes, GPlay, Rakuten TV,
TIMVISION, Chili e Infinity.
Il film racconta la protesta del
Movimento di Liberazione delle Donne britannico durante la
cerimonia di incoronazione di Miss Mondo 1970, anno in cui venne
eletta la prima Miss Mondo di colore. In una serata indimenticabile
in mondovisione, due eventi storici fondamentali per la lotta per
l’emancipazione femminile e contro le discriminazioni razziali.
Il concorso, trailer
Il concorso, la trama
Nel 1970 a Londra ebbe luogo il
concorso di Miss Mondo, presentato dal leggendario attore comico
Bob Hope. All’epoca Miss Mondo era il programma televisivo più
seguito del pianeta, con oltre cento milioni di spettatori.
Sostenendo che i concorsi di bellezza fossero degradanti per le
donne, il neonato Movimento di Liberazione delle Donne britannico
divenne famoso da un giorno all’altro facendo irruzione sul
palcoscenico e interrompendo la diretta in mondovisione della gara.
Ma non fu l’unico scandalo della serata: quando il collegamento
della trasmissione fu ripristinato, a conquistare il titolo non fu
la contendente svedese favorita, bensì Miss Grenada, la prima donna
nera ad essere incoronata Miss Mondo. Nel giro di poche ore il
pubblico televisivo di tutto il mondo aveva assistito alla caduta
del patriarcato e al sovvertimento dell’ideale occidentale di
bellezza femminile.
Dopo Train de vie, il
regista franco-rumeno Radu Mihaileanu torna con un’opera che unisce
commedia, dramma e poesia, confermando la sua capacità di
raccontare storie universali con sensibilità e leggerezza.
Presentato nella Selezione Ufficiale fuori concorso al Festival di Roma 2009,
Il concerto ha riscosso un
grande consenso di pubblico, colpendo per la sua capacità di
divertire ed emozionare in egual misura.
Il
film nasce da un’idea semplice ma potentissima: raccontare la
possibilità di un riscatto, individuale e collettivo, attraverso la
forza salvifica della musica. La vicenda si intreccia con il tema
della memoria storica, delle discriminazioni e della capacità
dell’arte di abbattere muri culturali e sociali. Mihaileanu mette
in scena un racconto che attraversa generi diversi, mescolando
ironia farsesca e momenti di profonda commozione, fino a costruire
un’opera dal respiro internazionale.
Trama: un direttore d’orchestra e un’occasione di riscatto
Il protagonista è un ex direttore d’orchestra del Bolshoi,
allontanato ingiustamente durante l’Unione Sovietica per aver
difeso i suoi musicisti ebrei. Costretto a lasciare la bacchetta,
viene relegato a svolgere mansioni umili, ridotto a fare le pulizie
nello stesso teatro che un tempo lo celebrava come artista. La sua
vita sembra segnata dall’amarezza e dalla rassegnazione, finché un
imprevisto gli offre una seconda possibilità: rimettere insieme la
sua vecchia orchestra e tornare a dirigere, sul palco, un grande
concerto.
Quello che sulla carta è solo un inganno per ritrovare un attimo di
gloria, si trasforma in un’avventura rocambolesca che riunisce un
caleidoscopio di personaggi: ebrei pragmatici e commercianti, russi
allegri e amanti della vodka, zingari confusionari ma geniali nella
musica, comunisti nostalgici e idealisti. La musica diventa il
terreno comune in cui queste anime disparate trovano un senso,
riscoprendo dignità e speranza.
Una parodia sociale che diventa sinfonia umana
Uno degli aspetti più interessanti di Il concerto è la sua capacità di costruire un
affresco sociale attraverso la commedia. Mihaileanu tratteggia i
suoi personaggi con pochi ma efficaci dettagli, spesso legati a
stereotipi culturali, ma riesce a trasformarli in elementi
funzionali a una parodia intelligente.
In questo mosaico umano, le differenze non separano, ma generano
comicità e, alla fine, armonia. Il tono leggero e spesso
caricaturale convive con la profondità del tema centrale: il
bisogno di riscatto e di riconciliazione. Il culmine arriva
nell’esecuzione del Concerto
per violino di Čajkovskij, simbolo di una rinascita collettiva
che trascende i limiti personali dei protagonisti.
Attori e personaggi tra ironia e commozione
Il regista lavora con un cast corale, in cui ogni attore
contribuisce con la propria sfumatura. Gli interpreti regalano
caratterizzazioni che oscillano tra il farsesco e l’intimo,
restituendo credibilità a figure altrimenti ridotte a macchiette.
Le paure, i difetti e i sogni dei personaggi emergono con
naturalezza, trasformandosi in un coro umano che trova la propria
voce nella musica.
L’aggiunta di un tocco di mistero – che si svela solo nel finale –
rende il racconto ancora più coinvolgente, ribadendo la capacità di
Mihaileanu di intrecciare risate e lacrime. Il legame umano che si
costruisce tra i protagonisti culmina in un epilogo intenso,
improbabile forse sul piano realistico, ma coerente sul piano
emotivo.
Regia, musica e un ottimismo senza retorica
Dal punto di vista stilistico, Mihaileanu conferma la sua abilità
di narratore per immagini. La regia è sobria e partecipe, attenta
ai volti e ai dettagli, capace di fondere registri diversi senza
mai perdere il controllo. Le musiche, elemento centrale del film,
non sono mai mero accompagnamento ma parte integrante della
narrazione: il concerto finale diventa catarsi, liberazione e
sintesi del percorso dei personaggi.
Il rischio di scivolare nella retorica era alto, ma Il concerto evita questo pericolo
scegliendo un ottimismo sincero, che non nega la sofferenza ma la
trasforma in energia vitale. La poesia del racconto nasce proprio
da questo equilibrio fragile ma riuscito: la capacità di unire
leggerezza e intensità, comicità e dolore, in un’unica sinfonia
cinematografica.
Un film che diverte, commuove e fa riflettere
Come pochi titoli recenti, Il
concerto riesce a far ridere e piangere nello stesso tempo.
Offre due ore di cinema che sono al tempo stesso divertenti,
commoventi e impegnate, ma soprattutto poetiche nella loro
semplicità. È un equilibrio difficile da raggiungere, che
Mihaileanu gestisce con sorprendente naturalezza.
Presentato al Festival di Roma, il film si è imposto come una delle
opere più apprezzate dell’edizione 2009, dimostrando come il cinema
europeo possa ancora regalare emozioni forti e universali. Un film
che parla a tutti, senza barriere culturali, e che ricorda come la
musica e l’arte possano restituire senso e dignità anche nelle vite
più segnate.
Andrej Filipov era il più grande
direttore d’orchestra che il Bolshoi avesse mai avuto: finché,
durante il regime di Brežnev, il partito non ordina il suo
licenziamento e quello di tutti i musicisti ebrei, costringendolo
per trent’anni a lavorare in quello stesso teatro che l’aveva visto
trionfare tante volte ridotto a semplice inserviente. Il destino
bussa alla sua porta quando per caso trova un fax proveniente da
Parigi che invita tutta l’orchestra a suonare a Parigi nel
prestigioso teatro Chatelet, dandogli l’idea che potrà cambiare la
sua vita: ricostruire la vecchia orchestra e presentarsi a Parigi,
dove finalmente potrà ultimare il concerto per violino e orchestra
di Čajkovskij interrotto tanto tempo prima e suonare con Anne –
Marie Jacquet, promettente violinista alla quale Andrej deve
rivelare un importante segreto…