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Il Corvo remake Luke Evans conferma la sua presenza

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Il Corvo remake Luke Evans conferma la sua presenza

Si è tenuta ieri sera a Los Angeles (a partire dalle 3.30 ora italiana) la premiere mondiale de Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug. Ovviamente presenti al grande evento c’erano tutti gli attori che hanno partecipato al film, in particolare Luke Evans, new entry nel cast e interprete di Bard l’Arciere ha parlato, alla fine della breve intervista da tappeto rosso, del suo futuro.

Luke Evans aggiorna su Il Corvo, Dracula e Lo Hobbit

Ecco cosa ha detto l’attore: “Ho appena finito di girare Dracula, è stato molto impegnativo. Per cui ora sono un po’ stanco. A breve comincerò con le riprese de Il Corvo, sono molto impegnato!”

Alla scoperta dei personaggi de Lo Hobbit: Bard l’arciere

Smentite quindi le voci che volevano un cambiamento alla testa del progetto con l’attore di The Walking Dead Norman Reedus al posto di Evans nei panni di Eric Draven.

Il Corvo remake: Norman Reedus al posto di Luke Evans?

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug, il film

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug, secondo capitolo della trilogia uscirà al cinema il 12 dicembre 2013. Lo Hobbit: La desolazione di Smaug è il secondo capitolo della Trilogia di Peter Jackson tratta dall’omonimo romanzo di J.R.R. Tolkien. La pellicola uscirà il 12 dicembre 2013 in Italia ed è scritto da Fran Walsh, Peter Jackson, Philippa Boyens e Guillermo del Toro. La terza parte, invece intitolata Lo Hobbit: Racconto di un ritorno è atteso per il 14 Dicembre 2014. Il cast del film comprende Martin Freeman, Benedict Cumberbatch, Ian McKellen, Evangeline Lilly, Luke Evans, Richard Armitage, Elijah Wood, Orlando Bloom, Cate Blanchett, Hugo Weaving, Christopher Lee e Andy Serkis.

Trama: Le avventure di Bilbo Baggins e della compagnia di dodici nani di Thorin Scudodiquercia, formata da Balin, Dwalin, Kili, Fili, Dori, Nori, Ori, Oin, Gloin, Bifur, Bofur e Bombur. Il gruppo deve recuperare il tesoro posto nel cuore della Montagna Solitaria, sorvegliato dal drago Smaug.

Il Corvo “lascerà a bocca aperta le persone”, secondo il produttore

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Le riavvio de Il Corvo “lascerà a bocca aperta le persone” e potrebbe generare un universo condiviso, anticipa il produttore Sam Pressman. Basato sulla serie di fumetti di James O’Barr, la storia è stata già adattata nel 1994 e vedeva Brandon Lee nei panni di Eric Draven, un musicista assassinato che viene resuscitato da un corvo mistico e cerca vendetta contro la banda che ha ucciso lui e la sua fidanzata. Il Corvo fu un grande successo al botteghino e divenne un classico di culto, anche se i suoi sequel non riuscirono a ottenere lo stesso successo. Il riavvio è stato annunciato da diversi anni e adesso dovrebbe essere atteso entro il 2024.

In una recente intervista con Deadline, Sam Pressman ha fornito un aggiornamento sul riavvio de Il Corvo, spiegando:

“Il Corvo è stato una parte centrale e integrante della nostra azienda e sono davvero orgoglioso dei progressi e del lavoro svolto. Penso che il film lascerà a bocca aperta le persone. I nostri partner vogliono affrontarlo a 360°, che si tratti di videogiochi, di una serie animata o di un universo, ma ha questa eredità cosmica che può espandersi oltre una singola storia. Siamo finalmente a un punto in cui possiamo davvero esplorare quelle altre strade perché è una proprietà davvero unica in quanto non è un film in studio, non è un film Marvel – è una specie di film anti-Marvel. Ho le più grandi speranze per questo e adoro davvero ciò che Molly Hassell ha realizzato fino a questo momento e Rupert Sanders è un vero visionario.”

Il riavvio a lunga gestazione di Il Corvo è entrato in sviluppo per la prima volta nel 2008 e nel corso degli anni ha vissuto un complicato processo di produzione con numerosi registi, sceneggiatori e attori collegati al progetto in vari momenti. Nel corso degli anni molti attori sono stati associati al ruolo di Eric Draven, tra questi anche Bradley Cooper, Luke Evans, Jack Huston e Jason Momoa. Gli sceneggiatori che hanno lavorato alle versioni precedenti della sceneggiatura includono addirittura Nick Cave.

L’attuale iterazione del riavvio de Il Corvo è diretta da Rupert Sanders con una sceneggiatura di Zach Baylin e Will Schneider che è, ovviamente, basata sul fumetto di O’Barr. Il riavvio vede protagonista Bill Skarsgard nel ruolo principale, mentre FKA Twigs interpreta il ruolo della sua fidanzata assassinata, Shelly. Isabella Wei interpreta un nuovo personaggio chiamato Zadie, mentre Danny Huston, Laura Birn, Sami Bouajila e Jordan Bolger sono stati tutti scelti in ruoli non rivelati. Le riprese del film sono terminate l’anno scorso, molto prima dell’inizio dello sciopero degli attori, e la sua uscita è attualmente prevista per il 2024.

Il corto Vincent di Tim Burton

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Il corto Vincent di Tim Burton

Per la rubrica visioni in corto, vi proponiamo il primo cortometraggio in italiano del genio creativo di Tim Burton. Nel corto viene esplicitamente citato Edgar Allen Poe. Godetevi il filmato:

Il Corsetto Dell’Imperatrice: trailer del film con Vicky Krieps

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Il Corsetto Dell’Imperatrice: trailer del film con Vicky Krieps

BIM Distribution ha diffuso il trailer ufficiale de Il Corsetto Dell’Imperatrice, l’annunciato nuovo film con Vicky Krieps e diretto da Marie Kreutzer, candidato agli EFA come Miglior film, miglio regia e miglior attrice. Un film di Marie Kreutzer con Vicky Krieps, Premio Un Certain Regard per la migliore interpretazione al Festival di Cannes 2022 e acclamata protagonista de Il filo nascosto.

La trama del film Il Corsetto Dell’Imperatrice

L’imperatrice Elisabetta d’Austria è idolatrata per la sua bellezza e famosa in tutto il mondo per essere una fonte di ispirazione per le nuove tendenze di moda. Ma nel 1877, ‘Sissi’ celebra il suo quarantesimo compleanno e deve combattere per preservare la sua immagine pubblica allacciando il suo corsetto in modo sempre più stretto. Mentre, nonostante il suo volere, il suo ruolo si riduce a mero atto performativo di presenza, la sete di conoscenza di Elisabetta e il suo entusiasmo per la vita la rendono sempre più irrequieta a Vienna. Inizia a viaggiare in Inghilterra e in Baviera, si reca a fare visita ad ex amanti e amici di vecchia data, alla ricerca dell’eccitazione e della determinazione che provava in gioventù. Con un avvenire di doveri strettamente cerimoniali già fissato che l’attende, Elisabetta si ribella contro l’immagine iperbolica di se stessa e architetta un piano per tutelare il suo lascito culturale.

Il corsetto dell’imperatrice: recensione del film con Vicky Krieps

Presentato in anteprima al Festival di Cannes 2022 nella sezione Un Certain Regard, da qualche mese Il corsetto dell’imperatrice mantiene alta la sua reputazione nel circuito dei Festival di cinema, soprattutto per quanto riguarda l’interpretazione della splendida Vicky Krieps, qui nei panni dell’Imperatrice Elisabetta d’Austria, moglie di Francesco Giuseppe I, conosciuta ai più semplicemente come Sissi.

Il corsetto dell’imperatrice: una vita “ristretta”

Il destino da cui Sissi avrebbe voluto sfuggire – era stata scelta come propria sposa dall’imperatore Francesco Giuseppe, che avrebbe dovuto sposare la sorella Nenè – è il fulcro tematico del film di Marie Kreutzer, regista austriaca che guarda con occhio disincantato dal punto di vista storico, ma non esente da rielaborazioni favolistiche, la storia del suo Paese.

Il titolo del film si ispira a uno degli accessori più infelicemente utilizzati da Sissi soprattutto negli ultimi anni di vita: il corsetto, rigorosamente strettissimo a sottolinearne il punto vita, il fisico scolpito dai rigidi allenamenti e dalla dieta pressante cui si sottoponeva l’Imperatrice, cercando di riposizionare il suo esercizio del potere dalla sfera sociale a quella privata. Il film della Kreutzer è forse il primo in assoluto a togliere vita al personaggio di Sissi, a volerne mostrare le pieghe nell’animo, quelle che gli studi storici hanno sempre messo in evidenza ma i prodotti audiovisivi hanno voluto accuratamente non considerare, scegliendo di romanticizzare la relazione tra Elisabetta e Francesco Giuseppe.

La Sissi de Il corsetto dell’imperatrice non si perde nella lettura, non impara, sa già le lingue, non si entusiasma per niente; non ha più un ruolo – ma riflette nella sua persona la decadenza di un Impero – non si reca più in Ungheria, non è stimata dal popolo.

Il corsetto dell'imperatric Vicky Krieps

Uno sguardo che è prigione ma anche desiderio

Nelle nuove idee audiovisive di biopic, quali i recenti Blonde e Spencer, c’è sempre un eccesso di emozione, che sia paura, ribellione, angoscia, depressione: nella rielaborazione di Kreutzer, c’è solo apatia. Tutti i personaggi parlano allo stesso modo, non vi è colonna sonora – se non qualche aggiunta musicale lontana da ogni caratterista sulla scena – e che intima agli spettatori di andarsene via, di non fermarsi ad ascoltare la storia di una donna che non voleva essere più guardata – a dispetto del culto della bellezza da cui Sissi era diventata ossessionata e del suo desiderio inconscio di bramare lo sguardo altrui su di sè, piegando il concetto di vanità esteriore alla necessità di sentirsi compresi.

La Hofburg – residenza della coppia imperiale per gran parte dell’anno e che Sissi considerò sempre una prigione – assume ne Il corsetto dell’imperatrice i connotati dell’ospedale psichiatrico: quelli a cui fa visita spesso, che cerca di sostenere anche economicamente; c’è qualcosa che la attira nella condizione di isolamento dei pazienti, che le ricorda l’anomia dei palazzi che abita, in cui le aspirazioni e gli obiettivi tanto privati quanto sociali rimangono indeterminati e l’ormai limitatissimo vigore del potere imperiale assume concretezza.

Una storia che non esiste

Quella di Marie Kreutzer è una Sissi che non viene mai chiamata così: è una “semplice” Imperatrice, il cui ruolo socio-politico è stato ridotto a mera performance; mancano i tratti tipici della sua persona, la vitalità e l’ardore con cui studiava e imparava. Non è mai in un posto fisso, eppure non visita mai quelli che erano notoriamente il suo rifugio o, se vi si reca, ne calpesta il suolo in punta di piedi, senza essere effettivamente presente dal punto di vista psicologico.

Siamo di fronte a un personaggio totalmente scollegato da ogni affetto e location che le è stata imposta: non riesce mai a stabilizzarsi sul minimo livello di contatto affettivo, neanche con i figli, appena con le damigelle – che piegherà a sua immagine e volontà. Nella sceneggiatura de Il corsetto dell’imperatrice, non verranno mai espressamente dichiarati i disturbi alimentari e psichici di cui Elisabetta soffriva e le violenze che imponeva a se stessa: sono flagelli che rimangono paradossalmente suggeriti, che lo spettatore deve silenziosamente cogliere, arrivando ad accettare che Sissi non riuscirà mai a esplicitarli nè ai personaggi sulla scena nè a noi fruitori della storia che vorrebbe solo fosse sua, senza nessun disturbatore esterno.

Un corsetto che, a dispetto delle piaghe sul corpo, più viene stretto meno dolore provoca: essere Imperatrice non è un compito per tutti e chi non lo hai mai desiderato in primo luogo decide di disfarsene così. Sissi stringe, si autoflagella, rende pressante ogni circostanza per lasciare andare tutto; si butta a capofitto nel mare dell’anonimato, dove può mimetizzarsi e delegare la scrittura della sua storia a noi spettatori, senza indicazioni chiare. Inventiamo, prendiamo in giro, riscriviamo: questo è ciò che avrebbe voluto Sissi e che a Elisabetta è sempre stato negato.

Il Corriere – The Mule, recensione del film di e con Clint Eastwood

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Sono passati oltre 10 anni da Gran Torino, da quel capolavoro che doveva essere il suo addio al cinema, eppure Clint Eastwood non si è ancora stancato di portare l’America sul grande schermo, e così torna al cinema con Il Corriere – The Mule.

L’attore e regista torna in doppia veste, dietro e davanti alla macchina da presa, e racconta di Earl Stone (Clint Eastwood), un uomo di 90 anni che si ritrova senza soldi, in pessimi rapporti con la famiglia, colmo di rimpianto per come ha lasciato andare in pezzi i suoi affetti. Per risolvere i suoi problemi economici, decide di accettare un lavoro per un cartello della droga messicano, finendo per fare il “mulo”, ovvero un corriere della droga.

Tratto da una storia vera, il nuovo film di Clint Eastwood, dal 7 febbraio al cinema, è un’altra fotografia degli Stati Uniti, di un sogno americano che ormai vive soltanto sulla pelle di chi ha visto cambiare il Paese sotto i propri occhi, ed è inevitabile pensare che Earl è un po’ lo stesso Clint. Se da una parte abbiamo un reduce, sopravvissuto, che non si connette con la realtà che è cambiata, che perde completamente ogni filtro ma rimane fedele alla sua indole educata e gentile (chiama “negri” una coppia di afroamericani con l’auto in panne, quando si ferma ad aiutarli, sul ciglio della strada), dall’altra abbiamo un uomo che con la sua stessa esistenza mantiene viva la testimonianza di ciò che è stato il cinema e la Storia di quel Paese.

Se all’inizio del film Earl ci appare come un vecchio solitario e immediato nei modi e nell’approccio, dopo un po’ cominciamo ad avvertire il suo rimpianto, il suo rimorso nei confronti di quei valori familiari che ha sempre messo da parte per un egoismo intrinseco, che lo spingeva sempre lontano dalla moglie e dalla figlia. E infatti, adesso, la moglie (diventata ex) non fa altro che rimproverarlo per il passato, mentre la figlia ha completamente smesso di parlargli.

Questo atteggiamento netto nei confronti del personaggio, non solo da parte dei familiari, ma anche da quella di tutti gli altri personaggi che interagiscono con lui (il poliziotto della DEA Bradley Cooper o il boss del cartello Andy Garcia) crea una situazione in cui l’unico ad essere vivo e mobile è lo stesso protagonista, il monumentale Eastwood, mentre gli altri personaggi sono tutte figurine, stereotipi che non vengono approfonditi né tratteggiati come si dovrebbe, con il risultato di eliminare quasi completamente il dialogo del film.

E il film è effettivamente un monumento al cinema dell’icona americana: la regia asciutta, i campi larghi e i ritmi da western, la tensione che cresce soprattutto nella seconda parte, ma anche i momenti di feroce ironia, le risate di gusto su alcuni scambi (la sceneggiatura è di Nick Schenk, lo stesso di Gran Torino), ogni parte è messa al posto giusto dall’occhio essenziale dell’Eastwood regista, che è poi quello che più ama il pubblico. Il Corriere – The Mule è un inno che Clint Eastwood innalza a se stesso, semplicemente mettendosi in gioco, senza ostentare grandezza o prodigi, ma semplicemente continuando a raccontare e a raccontarsi come testimone vivente di un mondo (del cinema e non solo) che non esiste più.

Il Corriere – The Mule, il trailer

Il corriere – The Mule: la storia vera dietro il film di Clint Eastwood

Negli ultimi anni, il regista premio Oscar Clint Eastwood si è concentrato nel dar vita ad una serie di acclamati film biografici, attraverso cui esalta tematiche come il patriottismo e la guerra contro le ingiustizie. Titoli come American Sniper, Sully, Richard Jewell o J. Edgar sono solo alcuni dei più brillanti esempi di questo genere. Tra questi si annovera anche Il corriere – The Mule (qui la recensione), da lui diretto e interpretato nel 2018. Questo nuovo lungometraggio ha rappresentato il ritorno di Eastwood come attore dopo sei anni di sole regie.

La volontà di recitare come protagonista è motivata qui dalla presenza di un personaggio che solo lui avrebbe potuto interpretare: un anziano temerario capace di rinnovarsi e rispondere con vigore all’ingiustizia di un Paese che abbandona i più fragili. Per quanto macchiatosi di crimini, il protagonista interpretato da Eastwood è dunque un soggetto non disposto a farsi mettere i piedi in testa. La vicenda, tanto incredibile quanto adatta allo spirito tenace di Eastwood, è in realtà tratta da una storia vera, raccontata dal giornalista Sam Dolnick nel suo articolo dal titolo The Sinaloa Cartel’s 90-Year-Old Drug Mule.

Il film ha dunque rappresentato per Eastwood non solo una nuova occasione per tornare a recitare, ma anche per portare avanti il suo elogio di chi si ribella ad una società nella quale è sempre più difficile riconoscersi. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune curiosità relative a Il corriere – The Mule. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alla storia vera. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Il corriere - The Mule Clint Eastwood Diane West
Clint Eastwood e Dianne Wiest in Il corriere – The Mule. © 2018 – Warner Bros. Pictures

La trama e il cast di Il corriere – The Mule

Protagonista del film è Earl Stone, un ottuagenario reduce della Seconda guerra mondiale. Con la passione per la guida e per i fiori, egli svolge ormai da anni il mestiere di floricoltore, riponendo più interesse in tale attività che non nella propria famiglia, composta dall’ormai ex moglie Mary, dalla figlia Iris e dalla nipote Ginny. Con il passare degli anni, Earl si vede però costretto a chiudere la sua attività imprenditoriale, che gli è stata pignorata a causa degli scarsi incassi. La sua unica possibilità di salvezza sembra legata a un lavoro per cui gli viene chiesto semplicemente di guidare una macchina. Ben presto, però, Earl scoprirà di essere diventato un corriere della droga.

Ad interpretare Earl Stone vi è proprio Clint Eastwood, che non recitava dal 2012, anno di Di nuovo in gioco. Il corriere – The Mule è inoltre stata per lui una nuova esperienza come regista e attore, cosa che non avveniva dal 2008 con Gran Torino. Come sempre, egli si è preparato al ruolo con grande dedizione, ricercando informazioni sul vero Leo Sharp, al fine di poter esaltare tutta la sua umanità in contrasto alle vicende che gli si oppongono. Nei panni della moglie Mary, invece, compare l’attrice Dianne Wiest, mentre ad interpretare la figlia Iris vi è Alison Eastwood. Quest’ultima, vera figlia del regista, aveva già recitato con il padre per il film Corda tesa.

Nel ruolo di Ginny Stone, la nipote di Earl, vi è invece la giovane Taissa Farmiga, celebre per i suoi ruoli nella serie antologica American Horror Story. Il corriere – The Mule segna invece la seconda collaborazione tra Eastwood e l’attore Bradley Cooper dopo American Sniper. Cooper interpreta qui l’agente Colin Bates, mentre Michael Peña è il suo collega Trevino. Laurence Fishburne – Morpheus in Matrix – è invece l’agente Warren Lewis. Nei panni del boss del cartello di droga, Laton, vi è invece l’attore Andy Garcia. Questi affermò di essere stato pronto ad accettare qualsiasi ruolo pur di lavorare con Eastwood. Ignacio Serricchio, infine, è presente nei panni di Julio Gutierrez.

Il corriere - The Mule Clint Eastwood Alison Eastwood
Clint Eastwood e Alison Eastwood in Il corriere – The Mule. © 2018 – Warner Bros. Pictures

La storia vera dietro il film

In Il corriere – The Mule, l’Earl Stone di Eastwood è basato su Leo Sharp, conosciuto all’interno del Cartello di Sinaloa come El Tata. Sharp era un veterano della Seconda Guerra Mondiale che, dopo il fallimento della sua compagnia aerea, era diventato un pioniere dell’orticoltura, occupandosi in particolare di daylilies. Ma quando anche questa attività cominciò a fallire, fu reclutato nel traffico di droga e fu così bravo da diventare una specie di mito all’interno del cartello. È poi però stato arrestato dalla DEA e condannato a tre anni di carcere, di cui uno scontato.

Leo è infine stato rilasciato nel 2015 perché era un malato terminale ed è morto nel 2016 all’età di 92 anni. L’agente Bates (interpretato da Bradley Cooper) è invece basato sull’agente speciale della DEA Jeff Moore, che ha catturato Sharp nel 2011. L’arresto di Stone è avvenuto proprio come mostrato nel film: è stato sorpreso su un’autostrada interstatale mentre guidava un pick-up Lincoln. Dopo l’arresto, Sharp si è dichiarato colpevole delle accuse, ma ha cercato di evitare il carcere vero e proprio offrendosi di pagare la multa coltivando papaya hawaiane per il governo degli Stati Uniti.

Nel film, invece, il protagonista si assume in pieno la responsabilità di quanto compiuto. Ad ogni modo, come mostrato nel film, è stato in grado di mantenere la sua fattoria di ninfee mentre era in prigione. Ad ogni modo, sebbene Il corriere – The Mule sia ispirato a una storia vera, ci sono delle modifiche che vengono apportate. Lo Stone di Eastwood è puramente fittizio e il modo in cui viveva la sua vita quotidiana è stato creato per il film. Rimane solo il nocciolo della storia vera, ovvero che Sharp era un anziano veterano di guerra che iniziò a trasportare droga attraverso il Midwest.

Il corriere - The Mule Clint Eastwood
Clint Eastwood e Alan Heckner in Il corriere – The Mule. © 2018 – Warner Bros. Pictures

La moglie, la figlia e la nipote presenti in Il corriere – The Mule sono state del tutto inventate. Eastwood ha anche cambiato molto di ciò che è accaduto durante i viaggi, poiché non c’era modo di sapere cosa fosse successo quando Sharp era da solo. Il più grande cambiamento rispetto alla storia vera è però che il film lo mostra impegnato solo in una dozzina di spedizioni in totale nell’arco di diversi mesi. In realtà, Stone ha gestito la droga per 10 anni come uno dei maggiori corrieri del cartello.

Questa è stata probabilmente la causa della sua condanna al carcere, anche all’età di 90 anni. Il procuratore Christopher Graveline ha spiegato l’accaduto in un’intervista (via USA Today): “Veniva pagato circa mille dollari per ogni chilo che consegnava, e il suo carico normale era di circa 250 chili a Detroit. La gente dovrebbe rendersi conto che il film è stato romanzato rispetto a ciò che è realmente accaduto con Leo Sharp”. In entrambe le versioni, Stone/Sharp spendeva molti dei suoi soldi per aiutare gli altri, quasi come un moderno Robin Hood.

Il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Il corriere – The Mule è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Apple Tv e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di venerdì 13 settembre alle ore 21:00 su Iris.

Il Corriere – The Mule: il trailer italiano del film di e con Clint Eastwood

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Warner Bros ha diffuso il trailer italiano di Il Corriere – The Mule, il nuovo film di Clint Eastwood con protagonista Clint Eastwood e Bradley Cooper.

Protagonisti di Il Corriere – The Mule un cast stellare che comprende il candidato all’Oscar Laurence Fishburne (Tina – What’s Love Got to Do with It, Black-ish per la TV) che interpreta un agente speciale della DEA; Michael Peña (Ant-Man and the Wasp, Narcos per Netflix) che interpreta un suo collega; il premio Oscar Dianne Wiest (Pallottole su Broadway, Hannah and Her Sisters, Life in Pieces per la TV) che interpreta la ex moglie di Earl; Alison Eastwood (Rails & Ties) che interpreta la figlia di Earl; Taissa Farmiga (The Nun) che interpreta la nipote di Earl e Ignacio Serricchio (Lost in Space per Netflix, The Wedding Ringer) che interpreta l’assistente di cartello di Earl.

Il Corriere – The Mule racconta di un orticoltore di 90 anni e  veterano della seconda guerra mondiale che è stato sorpreso a trasportare cocaina per un valore di $ 3 milioni per un cartello messicano della droga attraverso il Michigan. Il film è scritto da Nick Schenk ed è prodotto da Jillian Apfelbaum, Clint Eastwood, Dan Friedkin, Jessica Meier, Tim Moore, Kristina Rivera e Bradley Thomas. Ruben Fleischer, Todd Hoffman  e David Bernad sono executive producer.

Il Corriere – The Mule, la recensione

Il Corriere – The Mule in home video

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Il Corriere – The Mule in home video

Warner Bros. Entertainment Italia presenta l’edizione home video dell’ultimo lavoro del Premio Oscar Clint Eastwood, Il Corriere – The Mule, disponibile in DVD, Blu-Ray e 4K Ultra HD dal 13 giugno. La storia di un uomo pronto a rischiare tutto per la sua famiglia, un viaggio on the road per le strade dell’America. Ispirato a una toccante storia vera, Il Corriere segna il ritorno di Clint Eastwood davanti e dietro la cinepresa. Una nuova prova da attore, a quasi dieci anni dall’acclamato Gran Torino del 2009, diretto da Eastwood, che ha conquistato nuovamente il cuore di pubblico e critica.

La vicenda di Earl Stone, il più anziano corriere della droga, disposto a tutto pur di aiutare la sua famiglia, rappresenta anche un grande omaggio al cinema di Clint Eastwood. Per viverlo al meglio Warner Bros. Entertainment Italia propone il film in più edizioni. Il formato 4K Ultra HD, con la sua altissima definizione, garantisce immagini spettacolari e brillanti, e un sonoro pulito per offrire la massima immersione all’interno della storia. Tra i contenuti speciali del DVD troviamo uno speciale Making of Il Corriere – The Mule: Nobody Runs Forever che ci porta a scoprire tutti i segreti del dietro le quinte del film e ci permette di ammirare il maestro Eastwood all’opera sul set, mentre dirige la troupe e mentre dà vita al suo nuovo, iconico, personaggio. All’interno dell’edizione Blu-Ray, si trova anche il video musicale di Don’t Let the Old Man In, la toccante ballata di Toby Keith che accompagna gli ultimi fotogrammi del film. Un inno, ispirato da una conversazione tra il musicista e Clint Eastwood, che invita a “non fare entrare il vecchio uomo” ma a vivere la vita con freschezza.

Per omaggiare la forza del film e il cinema di Clint Eastwood è prevista anche una speciale edizione in Blu Ray Steelbook, con copertina in metallo ed esclusivo artwork a rendere imperdibile il formato. Un’edizione perfetta per gli amanti del grande cinema e per i collezionisti. Eastwood (Gli spietati, Million Dollar Baby, Sully, American Sniper) è affiancato nella sua prova d’attore da un cast d’eccezione come i candidati all’Oscar Bradley Cooper (A Star Is Born, American Sniper), Laurence Fishburne (Matrix, Tina-What’s Love Got to Do With It), oltre a Michael Peña (American Hustle, Cesar Chavez), e alla vincitrice dell’Oscar Dianne Wiest (Hannah e le sue sorelle, Proiettili su Brodway) e il candidato all’Oscar Andy Garcia (Ocean’s Eleven, Il Padrino: parte III).

Ispirato da una storia vera, Eastwood ha diretto Il Corriere – The Mule a partire da una sceneggiatura di Nick Schenk (Gran Torino). Eastwood figura anche tra i produttori con la sua Malpaso Production assieme a Tim Moore, Kristina Rivera e Jessica Meier e Dan Friedkin e Bradley Thomas della Imperative Entertainment. I produttori esecutivi del film sono Dave Bernad, Ruben Fleischer, Todd Hoffman e Aaron L. Gilbert. Il film è co-prodotto da Jillian Apfelbaum e David M. Bernstein. Il team di Eastwood dietro le quinte è composto dal direttore della fotografia Yves Bélanger (Brooklyn, Dallas Buyers Club) lo scenografo Kevin Ishioka (Ore 15:17 – Attacco al treno), insieme alla costumista Deborah Hopper e il montatore vincitore dell’Oscar Joel Cox (Gli Spietati).

Il Corriere – The Mule, la trama

Eastwood interpreta Earl Stone, un uomo di circa 80 anni rimasto solo e al verde, costretto ad affrontare la chiusura anticipata della sua impresa, quando gli viene offerto un lavoro per cui è richiesta la sola abilità di saper guidare un auto. Compito semplice, ma, ciò che Earl non sa è che ha appena accettato di diventare un corriere della droga di un cartello messicano. Nel suo nuovo lavoro è bravo, così bravo che il suo carico diventa di volta in volta più grande e per questo motivo gli viene assegnato un assistente. Questi non è però l’unico a tenere d’occhio Earl: il misterioso nuovo “mulo” della droga è finito anche nel radar dell’ efficiente agente della DEA, Colin Bates. E anche se i suoi problemi di natura finanziaria appartengono ormai al passato, i suoi errori affiorano e si fanno pesanti nella testa, portandolo a domandarsi se riuscirà a porvi rimedio prima che venga beccato dalla legge… o addirittura da qualcuno del cartello stesso.

Il coraggio di Blanche: recensione del film di Valérie Donzelli

Il coraggio di Blanche: recensione del film di Valérie Donzelli

Il coraggio di Blanche è un film francese diretto nel 2023 da Valérie Donzelli. La regista è più conosciuta in Italia come interprete del film La guerra è dichiarata, candidato agli Oscar come miglior film straniero nel 2012. Il titolo originale della pellicola è L’amour et les forêts, come il romanzo di Eric Reinhardt a cui la sceneggiatura è liberamente ispirata e proprio per questo premiato come miglior adattamento cinematografico ai premi César 2024. L’amore e i boschi: una dicotomia che è un peccato perdere nella traduzione (ma sappiamo che la storia degli adattamenti di titoli in lingua straniera in italiano non è tra le più felici, basti pensare al caso di Se mi lasci ti cancello). Da una parte l’amore, dall’altra le foreste, in un’immagine che raccoglie un intero racconto. Se ci troviamo a vagare nei boschi, fisici o psicologici che siano, siamo soli: l’amore è rimasto altrove e il nostro io più profondo con lui.

Il coraggio di Blanche: una storia universale e singolare

Quando si affronta un film sulla violenza di genere sembra sempre di averlo già visto. Perché solo due sono i finali possibili per le donne che ne sono vittime, ritrovarsi o perdersi del tutto, e perché la storia si snoda sempre, inevitabilmente, attraverso una serie di fasi che vanno dall’innamoramento, all’allontanamento dai propri cari, all’insinuarsi dei primi dubbi della coscienza inascoltati dall’anima che vuole amare, all’emergere inequivocabile della violenza. Dalla fiaba all’incubo, senza una sosta di coscienza alle varie stazioni, senza passare dal via.

Eppure non tutto è già stato visto, non tutto è già stato vissuto e il cinema rivendica il diritto di raccontare una storia universale in maniera singolare: in questo caso alla maniera di Blanche, la protagonista, interpretata da Virginie Efira, anzi: doppiamente interpretato da Virginie Efira che presta il volto anche alla sorella gemella di Blanche, Rose. Non è un caso che si scelga di inserire nella sceneggiatura questo particolare: i legami fra gemelli omozigoti sono tra i più forti e indissolubili eppure l’incontro con Grégoire Lamoureux (Melvil Poupaud) riesce a insinuarsi anche in questa relazione e ad allargare sempre più la distanza tra le due sorelle. I nomi dei protagonisti svelano un gioco di parole che sembra sottolineare come sia necessario fare attenzione alle apparenze: ‘l’amoureux’ significa infatti ‘l’innamorato’, mentre il cognome di Blanche, ‘renard’, significa ‘volpe’, ma i ruoli fanno presto a capovolgersi. O forse la piccola volpe non ha voluto vedere né sentire? ‘L’amavo fino alle lacrime che le facevo versare’ recita l’uomo nella prima notte d’amore. Gli abbracci, i sussurri, il contesto: tutto sembra perfetto finché arrivano esili segnali che solo l’ispessimento della ripetizione nel tempo rende visibili.

Il coraggio di Blanche Virginie Efira
LAMOUR-ET-LES-FORETS-©-2023-RECTANGLE-PRODUCTIONS-FRANCE-2-CINEMA-LES-FILMS-DE-FRANCOISE

Blanche non è libera nemmeno di annunciare alla sorella gemella la felicità di una gravidanza, senza accorgersi che il mondo dell’uomo di cui si è innamorata si sta richiudendo attorno a lei senza via di scampo. Come le brezze leggere che si avvertono nelle stanze dalle finestre chiuse senza capire da dove siano entrate, così Blanche avverte dubbi e sensazioni a cui non riesce a dare un nome e va avanti, fino a quando si accorge che ogni fibra del suo corpo è satura di un sentimento ineludibile che non è più l’amore, quanto lo smarrimento di chi si trova a vagare nella foresta perché ha smarrito la strada.

Il coraggio di riconoscersi come vittima

In una delle scene di violenza più feroci del film Blanche scorre le mani sui dorsi dei libri quasi a chiedere difesa a tutta la poesia e la letteratura di cui si è nutrita e che l’hanno resa una donna autonoma, capace di comprendere il mondo e le sue sfumature. Eppure né la sua educazione, né il suo lavoro, niente di tutto quello che ha saputo costruire nella vita sono bastate a tenerla lontano dall’orrore che sta vivendo.

A trasmetterle la consapevolezza che si stava abbandonando all’amore più che al suo portatore e che adesso ne è vittima. Vittima: una parola che le donne che subiscono violenza, soprattutto quella psicologica, fanno fatica a pronunciare, attribuirsi, perché vengono invece sempre accusate di essere colpevoli dell’infelicità dell’uomo che non sanno amare abbastanza. Abbastanza: un’altra parola importante che arriva come una liberazione quando qualcuno, qualcosa, dentro di noi, forse può arrivare a salvarci. Il coraggio forse, con l’augurio che tutte possano trovare il coraggio di Blanche.

Il coraggio di Blanche: la spiegazione del finale del film con Virginie Efira

Diretto da Valérie Donzelli e interpretato da Virginie Efira e Melvil Poupaud, Il coraggio di Blanche (L’amour et les forêts, titolo internazionale Just the Two of Us) è uno dei film francesi più intensi e discussi degli ultimi anni, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2023 nella sezione Cannes Première. Tratto dal romanzo omonimo di Éric Reinhardt, il film affronta il tema della violenza psicologica e del controllo in una relazione di coppia con una delicatezza e una lucidità rare nel cinema contemporaneo.

Il finale, aperto e sospeso, rappresenta il punto culminante del percorso interiore della protagonista: non una vittoria, ma una presa di coscienza. Un epilogo che trasforma Il coraggio di Blanche in un racconto sulla libertà femminile, sulla ricostruzione di sé e sull’impossibilità di dimenticare del tutto chi ci ha fatto del male.

Un amore che diventa prigione

All’inizio del film, Blanche (Virginie Efira) incontra Grégoire Lamoureux (Melvil Poupaud), un uomo carismatico e apparentemente premuroso. Innamorata, lo sposa e si trasferisce in un’altra città, lontano da tutto ciò che conosceva. Ma la passione iniziale si trasforma presto in un meccanismo di controllo psicologico e isolamento: Grégoire diventa geloso, possessivo, invadente.

La regista mette in scena questa progressiva prigionia con uno stile sobrio e claustrofobico: le inquadrature si stringono, gli spazi si chiudono, la luce scompare. Nel corso del film, lo spettatore assiste a una lenta discesa nell’abuso, resa ancora più inquietante dall’apparente normalità del quotidiano. Il finale arriva come un atto di ribellione, ma anche come un momento di dolorosa consapevolezza.

La fuga e il confronto finale

Negli ultimi minuti, Blanche riesce a fuggire dalla relazione. Con le sue due figlie si trasferisce in un piccolo appartamento e tenta di ricostruire la propria vita. Ma il passato non si cancella facilmente: Grégoire continua a perseguitarla, inviando messaggi, comparendo all’improvviso, manipolando ogni tentativo di autonomia.

Quando i due si ritrovano faccia a faccia, il film raggiunge il suo momento più teso. Non c’è violenza esplicita, ma un silenzio pieno di significato. Blanche lo guarda con calma, quasi con pietà. È un gesto semplice, ma rivoluzionario: non ha più paura.

La scena finale — Blanche di spalle che cammina con le figlie lungo una spiaggia — è insieme un addio e una rinascita. Nessuna colonna sonora enfatica, nessun lieto fine: solo il silenzio di chi ha trovato la forza di andare avanti, anche senza aver ottenuto giustizia.

Il significato simbolico del finale

Il titolo Il coraggio di Blanche racchiude la chiave interpretativa del film. Il coraggio non è la ribellione clamorosa, ma la capacità di sopravvivere e ricominciare. La foresta — elemento ricorrente del romanzo di Reinhardt — diventa la metafora dell’inconscio, il luogo dove Blanche si perde per poi ritrovarsi. Nel finale, il suo cammino nella natura o lungo la spiaggia rappresenta il ritorno alla vita, una purificazione interiore.

Valérie Donzelli trasforma la fuga in un rito di liberazione: non la vittoria sul carnefice, ma la riappropriazione del proprio corpo, del proprio sguardo e del proprio nome.
La libertà, nel film, non è assenza di dolore ma riconciliazione con esso.

La doppia Blanche e il tema dell’identità

Un elemento centrale del racconto è la presenza della sorella gemella di Blanche, anch’essa interpretata da Virginie Efira. Le due donne sono opposte e complementari: una fragile, l’altra decisa; una vittima, l’altra osservatrice. Nel finale, le due figure sembrano fondersi, come se la protagonista avesse finalmente integrato le sue parti più divise: la paura e il coraggio, la dipendenza e la libertà.

La “seconda Blanche” rappresenta la voce interiore della protagonista, quella che non ha mai smesso di parlarle anche nei momenti più bui. Quando Blanche accetta la propria vulnerabilità e smette di definirsi attraverso lo sguardo dell’altro, le due identità diventano una sola. È in questo gesto invisibile che avviene la vera guarigione.

Un finale realistico, non consolatorio

Il film evita il moralismo e il sentimentalismo. Non c’è una punizione per Grégoire, né una risoluzione totale. Ma Blanche, ora consapevole, non è più la stessa. La sua camminata verso il mare, accompagnata dalle figlie, diventa un gesto di resistenza quotidiana: un inno sommesso ma potente alla vita dopo la violenza.

Valérie Donzelli chiude il film con uno sguardo lucido e compassionevole, senza enfasi melodrammatica. Come in molte opere del cinema francese contemporaneo, la salvezza non è un traguardo ma un percorso: lento, incerto, ma reale.

Il messaggio finale: la libertà come memoria

Il finale di Il coraggio di Blanche racchiude la sua essenza più intima: la libertà non è dimenticare, ma ricordare senza più paura. Blanche porta con sé il trauma, ma anche la consapevolezza di averlo attraversato. La spiaggia finale, con la luce che si apre sul mare, non è una via di fuga ma una soglia — quella tra il passato e la possibilità di un futuro diverso.

Virginie Efira, in una delle interpretazioni più intense della sua carriera, riesce a trasformare la sofferenza in forza.  Il suo volto, nell’ultima inquadratura, è quello di una donna che ha perso tutto ma ha ritrovato sé stessa. E questo, nel cinema come nella vita, è il vero coraggio.

Il coraggio di Blanche: la spiegazione del finale del film

Il coraggio di Blanche: la spiegazione del finale del film

Presentato al Festival di Cannes 2023, Il coraggio di Blanche (qui la recensione) segna un nuovo tassello importante nella filmografia di Valérie Donzelli, regista capace di affrontare con sensibilità e rigore temi complessi legati all’intimità, alla famiglia e alle dinamiche di potere. Il film, tratto dal romanzo di Éric Reinhardt L’amore e le foreste (2014), – ispirato da alcune vicende realmente accadute – porta sullo schermo il racconto di una donna intrappolata in una relazione tossica, e trova la sua forza proprio nel mostrare con precisione e delicatezza la progressiva perdita di libertà della protagonista.

Il genere si colloca dunque tra il dramma psicologico e il racconto sociale, con un’attenzione particolare alla violenza domestica e al processo di manipolazione affettiva che spesso precede l’emersione della violenza fisica. Temi come l’isolamento, la perdita di identità e la ricerca di riscatto vengono affrontati con uno sguardo intimo e realistico, senza cedere a facili stereotipi o soluzioni narrative consolatorie. In questo senso, l’opera dialoga idealmente con altri film recenti sul tema della violenza sulle donne, come L’amore bugiardo – Gone Girl di David Fincher.

Con Il coraggio di Blanche, Donzelli porta dunque sullo schermo un racconto che non è solo privato ma universale, capace di parlare a chiunque abbia vissuto, o conosciuto da vicino, il peso delle relazioni tossiche. La pellicola non si limita a denunciare, ma accompagna lo spettatore nel viaggio di emancipazione della protagonista, mostrando quanto sia difficile e al tempo stesso vitale affermare la propria libertà. Nel prosieguo dell’articolo ci concentreremo sul finale del film, analizzandone la risoluzione narrativa e il significato simbolico, per comprendere meglio il messaggio che questa storia potente ci lascia.

Il coraggio di Blanche Virginie Efira
Il coraggio di Blanche. Credit: © 2023 RECTANGLE PRODUCTIONS FRANCE 2 CINEMA LES FILMS DE FRANCOISE. Ph: Christine Tamalet

La trama di Il coraggio di Blanche

Il film racconta la storia di Blanche Renard (Virginie Efira), che dopo aver incontrato Greg Lamoureux (Melvil Poupaud), è convinta di aver trovato l’uomo della sua vita. Poco dopo, però, Greg inizierà a mostrare il suo lato possessivo e pericoloso, tant’è che i due si trasferiranno lontano dalla famiglia di Blanche. È così la donna si ritrova coinvolta in una relazione tossica e morbosa, vergognandosi di rivelare la vera natura del suo nuovo compagno. Quando però capirà che la sua vita è messa in serio pericolo, dovrà decidere se rimanere in silenzio per sempre od opporsi all’uomo da cui credeva di essere amata.

La spiegazione del finale

Nel finale de Il coraggio di Blanche, la protagonista arriva al punto di rottura con Grégoire. Dopo anni di controllo, manipolazioni e umiliazioni psicologiche, l’uomo mostra definitivamente la sua natura violenta tentando di strangolarla quando Blanche gli annuncia la volontà di divorziare. È un momento drammatico e rivelatore, che segna la presa di coscienza definitiva della donna: la sua vita e quella dei suoi figli sono in pericolo. Con il sostegno della sorella Rose, Blanche trova la forza di denunciare l’aggressione e di rivolgersi a un avvocato, entrando in un percorso legale che diventa l’ultima speranza per liberarsi dalla spirale di abusi.

La chiusura del film avviene con la scena in tribunale, dove Blanche e Grégoire si ritrovano faccia a faccia. Lui, fedele al suo atteggiamento manipolatorio, tenta di riallacciare un contatto, ma lei non cede e rifiuta persino di guardarlo. È un gesto di rottura simbolico: Blanche sceglie di non essere più vittima del suo potere psicologico. Il finale non si concentra tanto sulla condanna o sull’esito processuale, quanto sulla ritrovata autodeterminazione della protagonista, che per la prima volta afferma con chiarezza la propria indipendenza e il proprio diritto a una vita libera.

Il coraggio di Blanche. Credit: © 2023 RECTANGLE PRODUCTIONS FRANCE 2 CINEMA LES FILMS DE FRANCOISE. Ph: Christine Tamalet

La spiegazione di questo finale passa attraverso la rappresentazione del cammino di emancipazione di Blanche. Dopo aver subito anni di manipolazioni sottili e di isolamento forzato, il tentativo di strangolamento diventa il punto di non ritorno, un atto che rende impossibile qualunque forma di ritorno al passato. Nel rifiuto dello sguardo finale a Grégoire, il film racchiude il senso della sua rinascita: non è più disposta a concedergli potere, nemmeno simbolico, scegliendo finalmente di guardare solo avanti, verso se stessa e verso i suoi figli.

Il film lascia così lo spettatore con una riflessione sulla difficoltà di riconoscere e spezzare i legami tossici. La vicenda di Blanche mostra come la violenza domestica non sia sempre fatta di gesti eclatanti, ma spesso di micro-abusi, parole, divieti e manipolazioni quotidiane che lentamente annientano l’identità della vittima. La conclusione, pur restando aperta sugli sviluppi legali, trasmette il messaggio che uscire da una relazione abusante è possibile, ma richiede consapevolezza, supporto esterno e soprattutto coraggio.

In definitiva, Il coraggio di Blanche consegna al pubblico un messaggio forte e universale: la libertà personale e la dignità non devono mai essere sacrificate. Anche nelle situazioni più opprimenti, esiste la possibilità di ribellarsi e ricostruirsi, purché si trovi la forza di guardare in faccia la verità e di chiedere aiuto. È questo il lascito più potente del film, che trasforma una vicenda intima in un monito collettivo contro l’indifferenza e un inno alla resilienza femminile.

Il coraggio di Blanche: il film è tratto da una storia vera?

Il coraggio di Blanche: il film è tratto da una storia vera?

Il film Il coraggio di Blanche (qui la recensione) è una produzione francese del 2023 diretta da Valérie Donzelli, regista nota per le sue opere che esplorano con delicatezza profonda le dinamiche emotive e relazionali. In questo caso, Donzelli affronta un tema tanto attuale quanto drammatico: la violenza psicologica all’interno della relazione di coppia. Il racconto porta lo spettatore nel quotidiano apparentemente tranquillo di Blanche Renard, che crede di aver trovato l’amore della vita ma si troverà invischiata in una spirale di controllo, manipolazione e isolamento. È una vicenda intima che si apre al sociale, un thriller psicologico in cui l’orrore non viene da mostri sovrannaturali ma da chi appaia normale.

Il genere del film può essere definito drammatico/thriller relazionale: non un action, non un horror, bensì un’analisi cinematografica della fragilità individuale e della violenza subdola. La regia di Donzelli sceglie uno stile sobrio, che privilegia sguardi, silenzi, spazi chiusi e l’isolamento della protagonista, più che colpi di scena e gesti eclatanti. Virginie Efira interpreta Blanche con intensità e vulnerabilità, mostrando passo dopo passo il progressivo logoramento della sua libertà personale e della sua identità. Il film si distingue per la sua capacità di rendere visibile ciò che spesso rimane invisibile: il controllo psicologico, la gelosia insidiosa, la rottura dell’io.

Dal punto di vista dei temi, Il coraggio di Blanche esplora l’amore tossico, la manipolazione affettiva e la difficoltà di uscire da una relazione che appare rassicurante all’inizio ma diventa una prigione. La trama evidenzia come l’isolamento – fisico e mentale – sia utilizzato come strumento di dominio e come la protagonista debba trovare in sé il coraggio di reagire. L’impatto del film è forte: presentato al Festival di Cannes 2023 nella sezione “Cannes Première”, ha ricevuto riconoscimenti e ha aperto un dibattito importante sulle dinamiche di abuso che spesso restano invisibili. Nel resto dell’articolo ci soffermeremo sulla domanda centrale: il film è tratto da una storia vera o meno?, per capire in che misura la vicenda di Blanche rispecchia una realtà documentata.

Il coraggio di Blanche spiegazione finale film

La trama di Il coraggio di Blanche

Il film racconta la storia di Blanche Renard (Virginie Efira), che dopo aver incontrato Greg Lamoureux (Melvil Poupaud), è convinta di aver trovato l’uomo della sua vita. Poco dopo, però, Greg inizierà a mostrare il suo lato possessivo e pericoloso, tant’è che i due si trasferiranno lontano dalla famiglia di Blanche. È così la donna si ritrova coinvolta in una relazione tossica e morbosa, vergognandosi di rivelare la vera natura del suo nuovo compagno. Quando però capirà che la sua vita è messa in serio pericolo, dovrà decidere se rimanere in silenzio per sempre od opporsi all’uomo da cui credeva di essere amata.

La storia vera dietro il film

Il film Il coraggio di Blanche non è direttamente tratto da una storia vera, ma si basa sul romanzo L’amore e le foreste (L’amour et les forêts) scritto da Éric Reinhardt e pubblicato nel 2014. L’autore, noto per la sua attenzione ai rapporti di potere e alle nevrosi della società contemporanea, si è ispirato a testimonianze reali raccolte nel corso della sua vita, ma senza raccontare un caso specifico. Il libro nasce dal bisogno di dare voce a quelle donne che, come la protagonista, vivono relazioni segnate dalla manipolazione psicologica, dalla perdita di autonomia e da una violenza che si consuma nell’intimità domestica, lontano dagli occhi del mondo.

Reinhardt ha raccontato in più interviste che il personaggio di Blanche è stato ispirato da una lettrice che gli aveva scritto una lunga lettera dopo la pubblicazione di un suo romanzo precedente. In quella lettera, la donna gli narrava la propria storia di matrimonio tossico e di distruzione personale. Quella testimonianza, unita ad altre simili, ha spinto lo scrittore a creare un personaggio simbolico più che realistico, rappresentativo di molte donne intrappolate in relazioni abusanti. Dunque, L’amore e le foreste non racconta un caso realmente accaduto, ma è il risultato di un mosaico di esperienze autentiche e di osservazioni sociali che restituiscono un quadro estremamente realistico della violenza psicologica.

Il coraggio di Blanche. Credit: © 2023 RECTANGLE PRODUCTIONS FRANCE 2 CINEMA LES FILMS DE FRANCOISE. Ph: Christine Tamalet

Nel portare sullo schermo il romanzo, Valérie Donzelli ha scelto di rimanere fedele allo spirito dell’opera di Reinhardt, accentuandone però la dimensione visiva e sensoriale. Il film amplifica la percezione di oppressione attraverso l’uso della luce, dei silenzi e della messa in scena claustrofobica, permettendo allo spettatore di vivere dall’interno la lenta discesa della protagonista in un rapporto distruttivo. Donzelli evita l’enfasi melodrammatica e privilegia l’autenticità psicologica, affidandosi alla straordinaria interpretazione di Virginie Efira, capace di restituire con delicatezza il trauma invisibile di chi è vittima di coercizione emotiva.

Nel complesso, Il coraggio di Blanche risulta un film di grande realismo emotivo, anche se non racconta una storia vera nel senso stretto del termine. La regista e l’autore condividono l’intento di rendere visibile ciò che spesso resta nascosto: la violenza che non lascia lividi, ma consuma dall’interno. Il film mostra con accuratezza la progressione tipica dell’abuso psicologico — dall’idealizzazione all’isolamento, dalla colpa alla paura — offrendo uno spaccato credibile e profondamente umano. Pur non essendo documentaristico, Il coraggio di Blanche restituisce una verità universale: quella di tante donne che, come Blanche, trovano la forza di riconoscere la propria prigionia e di lottare per riappropriarsi di sé stesse.

Leggi anche: Il coraggio di Blanche: la spiegazione del finale del film

Il coraggio della verità: la spiegazione del finale del film

Il coraggio della verità: la spiegazione del finale del film

Il coraggio della verità si colloca dentro la tradizione del war drama americano degli anni Novanta che interroga la guerra non come epica, ma come archivio instabile di colpe, omissioni e narrazioni costruite. Diretto da Edward Zwick, il film si muove tra il thriller investigativo e il dramma morale, scegliendo come centro non il campo di battaglia in sé, ma la sua eco amministrativa e giudiziaria. La guerra del Golfo diventa così un dispositivo narrativo attraverso cui il cinema mette in discussione la possibilità stessa di accedere a una verità condivisa.

Il percorso del protagonista, Nathaniel Serling, non è quello di un eroe che ristabilisce l’ordine, ma di un ufficiale già compromesso da un trauma precedente che lo costringe a riconsiderare ogni certezza. Il film costruisce progressivamente un sistema di testimonianze contraddittorie che non si limita a raccontare un evento bellico, ma lo frantuma in versioni incompatibili. Il finale, in questa prospettiva, non risolve il mistero: lo rende finalmente leggibile come ferita etica più che come enigma investigativo.

Un’indagine militare dentro la filmografia bellica americana e la regia di Edward Zwick, tra trauma, verità istituzionale e memoria selettiva della guerra

Nel cinema di Edward Zwick, la guerra è spesso il luogo in cui l’individuo si trova schiacciato tra sistema e coscienza, tra la necessità della disciplina e la persistenza del dubbio morale. In Il coraggio della verità, questa tensione raggiunge una forma più radicale perché il nemico non è solo esterno, ma interno all’istituzione stessa che produce le versioni ufficiali degli eventi. La struttura narrativa richiama il war movie investigativo, ma ne ribalta la funzione: non si tratta di scoprire “chi ha fatto cosa”, bensì di capire come e perché una verità viene deformata per essere resa sopportabile.

La presenza di Denzel Washington nel ruolo di Serling amplifica questa dimensione etica, portando con sé una filmografia spesso centrata su personaggi attraversati da responsabilità morali non risolte. Qui il suo protagonista non è un investigatore neutrale, ma un uomo già incrinato da un episodio di fuoco amico che ha distrutto la sua credibilità interna. Il caso di Karen Walden (Meg Ryan) si innesta proprio su questa frattura, trasformando l’indagine in un processo di autoesposizione. Il contesto militare non è quindi uno sfondo, ma un dispositivo che produce ambiguità sistemiche, dove ogni testimonianza è già filtrata da paura, carriera e sopravvivenza istituzionale.

La ricostruzione del caso Walden nel finale: quando la verità emerge come mosaico contraddittorio e non come rivelazione lineare

Denzel Washington Il coraggio della verità

Il finale del film non si costruisce su una scoperta improvvisa, ma su una progressiva riorganizzazione delle testimonianze che Serling ha raccolto e forzato nel corso dell’indagine. La figura di Karen Walden emerge inizialmente come eroica e lineare, candidata naturale al riconoscimento militare, ma la sua immagine viene progressivamente destabilizzata dai racconti divergenti dei sopravvissuti. La narrazione insiste su un dettaglio fondamentale: nessuno dei testimoni possiede l’intero quadro degli eventi, e ciò che appare come incoerenza è in realtà frammentazione strutturale dell’esperienza bellica.

Nel momento in cui Serling ricompone la sequenza reale, la battaglia si rivela come una concatenazione di errori, paure e decisioni prese in condizioni di impossibilità percettiva. Il colpo fatale a Walden non nasce da un gesto deliberato, ma da una sovrapposizione di percezioni distorte, in cui la nebbia operativa della guerra diventa nebbia cognitiva. Il salvataggio mancato, la ritirata forzata e il successivo bombardamento al napalm non costituiscono più passaggi separati, ma una singola spirale di eventi che elimina ogni possibilità di eroismo puro. Il finale non chiude il caso, ma lo rende finalmente leggibile come sistema di responsabilità diffuse.

Verità e costruzione del mito militare: il film come riflessione sulla necessità politica dell’eroe e sulla manipolazione della memoria bellica

Matt Damon in Il coraggio della verità

Il cuore tematico del film emerge nel modo in cui la verità su Walden viene progressivamente filtrata fino a diventare una narrazione istituzionale necessaria. La sua figura, infatti, non viene solo valutata: viene costruita per essere funzionale a un’esigenza politica di rappresentazione. L’eventuale attribuzione della Medal of Honor diventa il punto in cui la verità storica si trasforma in mito pubblico, necessario per sostenere un immaginario di guerra ordinata e giustificabile.

Il film suggerisce che la memoria militare non è mai neutrale, ma sempre selettiva. Le testimonianze dei soldati non sono semplicemente contraddittorie per trauma, ma perché ciascuno di essi si trova intrappolato in una rete di autoassoluzione e sopravvivenza psicologica. Il personaggio di Serling incarna questa tensione: la sua ricerca della verità è anche un tentativo di riabilitare sé stesso, di ricostruire un ordine morale che possa rendere sopportabile il proprio passato. Tuttavia, il finale mostra come questa operazione sia destinata a fallire sul piano assoluto, perché la verità non coincide mai con una singola versione degli eventi.

Il flashback finale e la rivelazione tardiva: quando il riconoscimento della verità coincide con la dissoluzione dell’oggetto stesso della ricerca

Denzel Washington nel film Il coraggio della verità

La chiusura del film introduce un elemento decisivo: il ricordo rimosso di Serling che finalmente si ricompone nel momento in cui riconosce Walden come pilota della medevac. Questa rivelazione non è semplicemente informativa, ma strutturale. Il protagonista non scopre qualcosa di nuovo, ma rilegge un frammento della propria memoria che era stato isolato dal trauma del fuoco amico. La verità emerge quindi come riattivazione di un ricordo rimosso, non come acquisizione di dati esterni.

Questa dinamica modifica radicalmente il senso dell’indagine. Il caso Walden non è più un oggetto esterno da risolvere, ma un dispositivo attraverso cui Serling riattraversa il proprio trauma originario. Il riconoscimento finale non produce giustizia, ma consapevolezza. La guerra appare così come un sistema che non consente chiusure narrative, perché ogni evento rimanda a un altro evento precedente, ogni responsabilità si rifrange in una catena più ampia di decisioni già compromesse.

Il significato ultimo del finale: la verità come peso morale insostenibile e la possibilità limitata di una riconciliazione individuale

Denzel Washington in Il coraggio della verità

Il senso complessivo del finale di Il coraggio della verità si concentra nella trasformazione della verità da strumento di giustizia a carico etico. La rivelazione non libera Serling, ma lo colloca in uno spazio di consapevolezza in cui la responsabilità non può più essere distribuita o delegata. Il ritorno alla famiglia non rappresenta una chiusura consolatoria, ma una sospensione: il protagonista lascia il sistema militare, ma non esce dalla logica morale che ha interiorizzato.

Il gesto di raccontare la verità ai genitori di Tom Boylar diventa l’unico atto possibile di riparazione, anche se insufficiente. La loro reazione di perdono non cancella la colpa, ma la rende condivisa e quindi sopportabile. In questo equilibrio instabile si colloca il significato finale del film: la guerra non produce eroi né colpevoli assoluti, ma individui costretti a convivere con versioni incompatibili della realtà. La verità, in ultima analisi, non è mai un punto di arrivo, ma una forma di esposizione permanente al limite tra ciò che è accaduto e ciò che può essere raccontato.

Il Coraggio del Leone con Anna Fogliett apre il 17° Biografilm Festival il 3 giugno

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Gli ultimi giorni della 77ma Edizione della Mostra di Arte Cinematografica sono al centro della produzione di RS Productions: il documentario “Il Coraggio del Leone” ha come protagonista lo sguardo privilegiato della madrina del Festival 2020, Anna Foglietta, sulle ultime giornate dell’evento storico che si è concluso con grande successo il 12 settembre scorso. Il documentario diretto da Marco Spagnoli aprirà ufficialmente la XVII edizione del Biografilm Festival a Bologna nella serata di pre-apertura il 3 giugno in anteprima mondiale.

La città di Venezia con la sua bellezza e il suo fascino avvolge il racconto che segue l’interazione di tutte le persone che hanno reso possibile la Mostra, a partire dal Presidente della Biennale Roberto Cicutto e dal Direttore Artistico Alberto Barbera, a dispetto da quanto accaduto, ma – soprattutto – ci permette di incontrare professionalità altrimenti sconosciute che costituiscono la spina dorsale di un evento che da novanta anni rappresenta la bandiera dell’industria cinematografica internazionale.

Produttori associati sono la stessa Foglietta con la sua società Blue One, Daniele Orazi con la sua DO Cinema e Andrea Zoso. La fotografia è di Niccolò Palomba (Enrico Lucherini – Ne ho fatte di tutti i colori: The Italian Jobs), il montaggio è di Jacopo Reale (Walt Disney e l’Italia – Una storia d’amore, Cecchi Gori – Una famiglia italiana) e le musiche sono del musicista italo-americano Max Di Carlo.

IL CORAGGIO DEL LEONE – Sinossi

Il Documentario si pone l’obiettivo di mostrare agli occhi di tutti gli spettatori come il Festival Cinematografico di Venezia (Venezia 77), evento internazionale di primaria importanza nel mondo del cinema, non si sia arreso e caparbiamente sia stato realizzato, a dispetto del mondo intorno, del Covid-19 e della grande incertezza che domina la situazione globale. Lo sguardo privilegiato su questo evento è quello di Anna Foglietta, una delle principali attrici italiane, che – pur affrontando in maniera elegante il ruolo glamour di madrina del Festival – non perde di vista quella concretezza e quella profonda umanità che la fanno amare dal pubblico del nostro paese.

Il convegno: recensione del nuovo film Netflix

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Il convegno: recensione del nuovo film Netflix

Per entrare al meglio nella Spooky season, le settimane che precedono Halloween, cosa guardare di meglio se non un film dell’orrore! Netflix ha aggiunto per l’occasione nuovi contenuti ad hoc: oltre alla miniserie La caduta della Casa degli Usher vi è anche Il convegno. La pellicola svedese, diretta da Patrik Eklund e tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore Mats Strandberg, riprende alcuni degli elementi classici degli horror slasher: un gruppo di persone in mezzo al bosco, un assassino psicopatico che cerca di ammazzare più persone possibili, un clima vagamente di suspense. Nel cast ritroviamo principalmente figure note nel solo panorama nazionale: Adam Lundgren è nei panni di Jonas, mentre Katia Winter (The boys) interpreta Lina.

Il convegno: la riunione che diventa massacro

Il film ha per protagonista un gruppo di impiegati pubblici intento a trascorrere alcuni giorni in una struttura nei boschi, con l’obiettivo di rafforzare il rapporto tra colleghi e migliorare la loro produttività. In particolare, il posto dove alloggiano si trova nella cittadina dove il team dovrebbe far costruire un enorme centro commerciale. Durante la prima parte de Il convegno emergono però le prime discordanze sulla creazione dell’opera ed all’interno dello stesso gruppo: per ottenere il terreno necessario alla costruzione, è stata espropriata una fattoria ed il proprietario si è suicidato poco dopo, delle firme sono state falsificate e molti dei cittadini locali si oppongono al centro commerciale.

Le cose però peggiorano drasticamente quando un misterioso killer si inizia ad aggirare nella struttura: i primi ad essere colpiti sono i soggetti dello staff del posto. Pian piano però anche gli ospiti verranno presi come bersaglio dall’assassino travestito. Con il sopraggiungere della notte, ha inizio la corsa per la sopravvivenza.

Il convegno Netflix
Courtesy of Netflix / Robert Eldrim

Un horror che non fa paura

Il genere dell’orrore risulta talvolta essere molto settoriale: o si ama o si odia. Chi è amante dell’horror adora il sentimento di continua tensione ed adrenalina che si percepisce guardandone uno. Un film come Il convegno non può di conseguenza essere apprezzato dai veri cultori di questo genere cinematografico.

Pur essendo presenti alcuni degli elementi tipici delle pellicole horror, come una certa musica di tensione e tanto sangue, non trasmette allo spettatore la suspense e il terrore tipico di un film del genere. La trama risulta inoltre essere piuttosto banale, a tratti anche involontariamente ironica. Anche lo stesso travestimento del killer, che avrebbe lo scopo di creare una sorta di inquietudine sinistra, non ottiene l’effetto di spaventare il pubblico. L’unico reale fattore che resta di un horror è la presenza di tante uccisioni, ma non splatter quanto si potrebbe pensare.

Anche lo stesso svolgimento delle vicende sembra essere a tratti poco credibile: il killer, un normale essere umano, viene colpito più volte alla testa con molteplici armi da alcuni impiegati e membri dello staff. Per quanto la maschera possa agire da scudo, è improbabile che un essere umano sia ancora vivo ed abbastanza in forma da poter continuare indisturbato ad inseguire le sue vittime. Il punto focale degli slasher, horror come Il convegno, è proprio l’inseguimento delle persone da parte del maniaco omicida, ma è giusto dover mantenere una certa logica nello svolgimento delle vicende: la pellicola rischierebbe di perdere credibilità agli occhi del pubblico.

Un fattore interessante del film è tuttavia l’alternarsi di musica di suspense e di brani di musica classica: tra queste si ritrovano anche pezzi di musica da balletto, come delle tracce della Coppelia. Il risultato è un effetto talvolta straniante rispetto alle immagini che però ben racconta quanto avviene.

Il convegno
Courtesy of Netflix / Robert Eldrim

Un clima tossico di lavoro

Il clima all’interno del gruppo di lavoro de Il convegno si percepisce essere da subito molto teso: nonostante il capo e Jonas cerchino di comportarsi in maniera entusiasta, ottengono ben poco riscontro da parte degli altri.

Emergono da subito anche dei dissensi riguardo alla possibilità stessa di realizzare il centro commerciale: secondo alcuni, avrà un impatto negativo sull’ambiente, secondo altri potrebbe non dare i risultati sperati come riscontro economico. Il primo elemento attorno al quale si creano le prime tensioni è la presenza della firma di Lina, una delle dipendenti, su dei documenti che negavano alcun risarcimento al proprietario del terreno su cui verrà costruito il centro commerciale. La firma era stata falsificata, ma Jonas fa gaslighting nei confronti di Lina: le fa dubitare della sua stessa memoria, facendole credere che per via dello stress non ricordi come sono effettivamente andate le cose.

Durante il film, viene allora mostrata la reale natura di Jonas: un arrogante lupo senza scrupoli che si interessa solo della propria vita e dei propri obbiettivi. Anche nelle situazioni di maggiore pericolo, non esiterà ad abbandonare i propri colleghi per salvare sé stesso.

Come Jonas, in realtà è l’organizzazione stessa che si occupa della costruzione di quest’opera a non avere scrupoli: si impongono nella costruzione nonostante l’opposizione della gente del posto e strappando ogni avere ad un semplice fattore. Questo sembra essere il motivo per cui pagano con la vita. Ad ogni modo queste tematiche non vengono approfondite, restano in secondo piano e il film non trova una propria identità.

Il Content-Trailer della saga di Harry Potter!

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Il Content-Trailer della saga di Harry Potter!

E’ corriere.it a pubblicare in anteprima il content-Trailer che ripercorre tutta la saga di Harry Potter, cominciando dai provini di Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint, fino al gran finale.

Il Conte di Montecristo: Sam Claflin è Edmond Dantes nella prima foto

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PALOMAR in collaborazione con DEMD productions e in collaborazione con RAI FICTION, FRANCE TELEVISIONS, MEDIAWAN RIGHTS ed ENTOURAGE sono orgogliose di annunciare la serie, in 8 puntate da 52 minuti, Il Conte di Montecristo.  Il gruppo di partner europei ha interamente finanziato la serie – che è una produzione indipendente e rientra tra i nuovi progetti dell’Alleanza Europea – le cui riprese avranno luogo in Francia, Italia e Malta fino a metà dicembre.

La regia della serie è affidata al visionario regista danese Bille August, (“Pelle alla conquista del mondo”, Palma d’oro a Cannes e Oscar per il Miglior film straniero; “Con le migliori intenzioni”, Palma d’oro a Cannes; “La casa degli spiriti”, “I Miserabili”, “55 passi”).

Un prestigioso cast dà nuova vita a uno dei romanzi senza tempo e più popolari di sempre della letteratura francese, “Il Conte di Montecristo”. L’attore inglese Sam Claflin (“Pirati dei Caraibi: oltre i confini del mare”, “Hunger Games”, “Peaky Blinders”, “Daisy Jones & the Six) è Edmond Dantes, l’iconico protagonista del romanzo.

Il cast include, tra gli altri, Ana Girardot, Mikkel Boe Følsgaard, Blake Ritson, Karla-Simone Spence e gli attori italiani Michele Riondino, Lino Guanciale, Gabriella Pession e Nicolas Maupas.

Guardando con rispetto al passato, ma con un approccio moderno e sensibile, i produttori e il regista hanno voluto conservare la ricchezza originale della storia per valorizzare l’eredità letteraria di Alexandre Dumas, esplorando e approfondendo allo stesso tempo le motivazioni dei personaggi e gli aspetti emotivi e psicologici delle loro personalità.
La serie si contraddistingue anche per un inedito punto di vista sui personaggi femminili, tra tutti quello della giovane Haydée che conferirà un tocco di modernità al racconto: non più la schiava timorosa ma una giovane donna coraggiosa.

Carlo Degli Esposti – Palomar – «Il Conte di Montecristo è uno dei romanzi che più mi stanno a cuore e farne una serie è un grande risultato professionale, soprattutto perché vanta un talentuoso regista come Bille August (che porterà modernità all’interno della tradizione) e un protagonista di grande livello quale Sam Claflin. È inoltre un grande onore realizzare questa serie con DEMD e Mediawan, stimati colleghi francesi. La sfida che vogliamo vincere è quella di trasporre un grande classico della letteratura europea in una fiction televisiva per le nuove generazioni

Sébastien Pavard – DEMD Productions – «È un’incredibile opportunità e una grande sfida essere parte attiva di una serie di questo calibro, riprendendo un romanzo pubblicato nel 1844 da un autore francese così prolifico come Alexandre Dumas, adattato così tante volte per il cinema e la televisione, rinnovando la tendenza ad una nuova collaborazione europea, con attori di fama internazionale, insieme ai nostri cugini italiani di Palomar.»

Elisabeth d’Arvieu – Mediawan Pictures – «Il progetto Montecristo è estremamente emozionante perché incarna ciò che Mediawan è in grado di immaginare e costruire intorno a un’opera iconica interpretata da un cast prestigioso. È il frutto della collaborazione di due fra le più prolifiche case di produzione del gruppo – Palomar in Italia e DEMD in Francia – la cui esperienza e il cui know-how sono supportati dalla nostra divisione di distribuzione Mediawan Rights e da un partner come Entourage. È il risultato di tutto ciò che facciamo per coltivare il talento e portare al pubblico i progetti internazionali più creativi e ambiziosi.»

Maria Pia Ammirati – Rai Fiction – «Alexandre Dumas è un maestro di storie che hanno il motore della serialità. Riportare sul piccolo schermo, a distanza di 57 anni dallo storico sceneggiato del 1966 con Andrea Giordana, il racconto archetipico de Il conte di Montecristo non solo è coerente con la linea editoriale di Rai Fiction ma ci entusiasma anche per la possibilità di collaborare a una nuova coproduzione internazionale dell’Alleanza Europea con Palomar, Demd Productions e France Télévisions per offrire al pubblico di oggi – ai giovani in particolare – un grande classico in una rilettura contemporanea. Siamo felici di poterlo fare al meglio della qualità con un regista autorevole come Bille August e un cast internazionale guidato da Sam Claflin.»

Manuel Alduy – France Télévisions – Il Conte di Montecristo contiene in sé tutti gli ingredienti di una grande serie internazionale che saprà intrattenere il nostro pubblico francese: l’adattamento di una famosissima storia che proviene dal patrimonio letterario nazionale, una produzione ambiziosa curata da Palomar e DEMD, un cast di alto livello guidato da un grande autore quale Bille August. Siamo molto orgogliosi di essere partner di RAI in questa nuova coproduzione, il nostro dodicesimo progetto internazionale coprodotto dalla European Alliance”

Il Conte di Montecristo: Jeremy Irons nel cast della nuova serie tv

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Il premio Oscar Jeremy Irons si unisce al prestigioso cast della serie evento dell’Alleanza Europea “Il Conte di Montecristo”, prodotta da PALOMAR (Italia), in collaborazione con DEMD Productions (Francia) e in collaborazione con Rai Fiction e diretta dal premio Oscar Bille August.

Per questa sua terza collaborazione con il regista Bille August, Jeremy Irons interpreterà l’iconico abate Faria, l’anziano prete che stringe un’intensa amicizia con Edmond Dantès, interpretato dall’attore inglese Sam Claflin (“Pirati dei Caraibi: oltre i confini del mare”, “Hunger Games”, “Peaky Blinders”, “Daisy Jones & the Six). Faria gioca un ruolo fondamentale nel piano di vendetta del protagonista nell’amatissimo romanzo senza tempo Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas, una delle opere letterarie francesi più famose al mondo.

Irons è noto per film come Inseparabili, Il mistero von Bulow (per il quale ha ricevuto il premio Oscar come miglior attore protagonista), La casa degli spiriti, House of Gucci e per il suo memorabile ruolo nella serie tv Watchmen.  Le riprese della serie si svolgeranno a Malta nel corso delle prossime settimane.

Il cast di Il Conte di Montecristo comprende anche Ana Girardot (Les Revenants – Quando ritornano, Escobar) nel ruolo di Mercedes, oltre a Mikkel Boe Følsgaard (Royal Affair, The Rain, Ehrengard: l’arte della seduzione), Blake Ritson, Karla-Simone Spence, Michele Riondino, Lino Guanciale, Gabriella Pession e Nicolas Maupas.

Questo progetto è prodotto da PALOMAR (Mediawan) – Italia, in collaborazione con DEMD Productions (Mediawan) – Francia e in collaborazione con RAI FICTION – Italia e FRANCE TELEVISIONS – Francia. Distribuito nel mondo da MEDIAWAN Rights in collaborazione con CAA (North America) e con la partecipazione di ENTOURAGE.

La trama della serie Il Conte di Montecristo

Ingiustamente accusato di tradimento, Edmond Dantes, un marinaio diciannovenne, viene imprigionato senza processo nel castello d’If, una cupa isola-fortezza al largo di Marsiglia. Dopo molti anni di prigionia riesce finalmente a scappare e, celato dietro l’identità del conte di Montecristo, progetta di vendicarsi di coloro che lo hanno ingiustamente incolpato.

Il Conte di Montecristo con Gerard Depardieu

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Il conte di MontecristoSerata all’insegna del grande romanzo quello in programmazione questa sera. Infatti il film che vi segnaliamo oggi è Il Conte di Montecristo con Gerard Depardieu in onda su Canale 5 giovedì 2 e venerdì 3 alle 21:10. Nel cast anche gli italiani Ornella Muti e Sergio Rubini.

La fiction è tratta dall’omonimo, affascinante romanzo di Alexandre Dumas. Ambientata nell’ 800, anche la fiction racconta le avventure di Edmond Dantes (Gerard Depardieu), un giovane marinaio marsigliese che, la sera del suo fidanzamento con una bellissima ragazza, Mercedes, viene ingiustamente imprigionato in seguito ad una macchinazione ordita ai suoi danni. Rinchiuso per venti interminabili anni nelle segrete di un castello, Edmond evade mosso da un inestinguibile desiderio di vendetta ed andrà in cerca di tutti coloro che lo hanno ingiustamente condannato. Per la prima volta Gerard Depardieu recita per la televisione e fa tornare Edmond Dantes nel piccolo schermo. La storia di un eroesospeso tra vendetta e giustizia è stata girata combinando ritmo e sentimenti, spettacolarità ed eleganza, fascino e autenticità.

Il protagonista è affiancato da Ornella Muti che interpreta Mercedes, la donna tanto amata da Edmond Dantes, e da Sergio Rubini nel ruolo di Bertuccio, suo servitore e amico.

Il Conte di Monte Cristo: in arrivo un adattamento contemporaneo

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Il Conte di Monte Cristo: in arrivo un adattamento contemporaneo

Deadline riporta che alla Warner Bros è in lavorazione un nuovo adattamento de Il Conte di Monte Cristo, l’immortale romanzo di Alexandre Dumas. La WB, in collaborazione con la Safehouse Pictures, ha assegnato a William Eubank, regista di The Signal, il compito di dirigere un adattamento contemporaneo della storia di vendetta di Edmond Dantes. Il film sarà prodotto da Joby Harold e Tory Tunnell, mentre la sceneggiatura sarà firmata da Joe Pokaski (Underground).

Diffuso come racconto d’appendice, Il Conte di Monte Cristo vide la sua prima pubblicazione in forma di romanzo nel 1844. La storia è ambientata in Italia, in Francia e nelle isole del Mar Mediterraneo, durante gli anni tra il 1815 ed il 1838 (dalla fine del regno di Napoleone I al regno di Luigi Filippo). I principali temi trattati riguardano la giustizia, la vendetta, il perdono e la misericordia.

Il Conte di Monte Cristo filmLa storia della vendetta di Edmond è stata raccontata più volte al cinema e in televisione, a partire dalla versione del 1922, intitolata Monte Cristo e diretta da Emmett J. Flynn. Versioni relativamente recenti e conosciute dell’adattamento dal romanzo sono quella del 1998 con Gerard Depardieu e Ornella Muti, celebre in Italia, e quella del 2002, diretta da Kevin Reynolds, con Jim Caviezel nel panni di Edmond e con un giovanissimo Henry Cavill.

Cosa ne pensate?

Fonte: CS

Il contagio sarà il prossimo film di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini

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Sarà il Contagio il prossimo film di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini già registi dell’apprezzato Et in terra pax e che ritornano a lavorane insieme a Kimerafilm Axelotil Film di Andrea Arcopinto e Simone Isola con il sostegno di Rai Cinema e con il contributo del MiBACT.

Il contagio tratto dal romanzo omonimo di Walter Siti, si baserà su una sceneggiatura scritta da Matteo Botrugno, Daniele Coluccini e Nuccio Siano. 

Trama del romanzo: Un angolo di borgata, una casa popolare, tre piani di cemento. Dentro abitano Chiara e suo marito Marcello, ex culturista dalla sessualità incerta, Francesca, la paraplegica combattiva militante di sinistra, Bruno, ultrà romanista in affidamento diurno. E poi Gianfranco, lo spacciatore che prova a entrare nel giro grosso, Eugenio detto “er Trottola”, che lavora in un’officina e si scopre innamorato della prostituta con cui convive… In questo paesaggio fatto di pezzi di campagna, villaggi e lembi di metropoli, le loro storie s’intrecciano, unendosi a quelle di personaggi che la borgata l’hanno scelta, per ribellione, per fascinazione. Come Flaminia che s’è sposata Bruno rompendo con la famiglia; o come il professore, che ama Marcello e lo mantiene.
Con una lingua “presa dal vero” ma non per questo meno letteraria, che contamina il romanesco dei personaggi con l’italiano e piega l’italiano dell’autore verso il dialetto, Siti costruisce un romanzo che cancella se stesso in un brulicare di mille storie violente e grottesche, la cui somma, alla fine, dà zero.

Il Contadino Cerca Moglie con Diletta Leotta: domani la penultima puntata

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La quarta stagione de Il contadino cerca moglie, il dating show prodotto da Fremantle per Fox Networks Group Italy, è giunta alla sua fase più calda e romantica.

Domani, mercoledì 12 dicembre alle 21.00 andrà in onda la penultima puntata, e l’amore continuerà a illuminare la prima serata di FoxLife (canale 114 di Sky).

I 5 single di campagna che hanno aperto le porte delle loro fattorie ad altrettanti single di città, saranno protagonisti, poi, dell’ultimo atto del dating show mercoledì 19 dicembre alle 21 con il gran finale.

La conduttrice, DILETTA LEOTTA, la “Cupido” che tende l’arco dell’amore verso i cuori dei nostri contadini solitari ci accompagnerà in queste ultime due puntate alle decisioni finali dei contadini all’interno delle campagne italiane in un viaggio bucolico che continua dal Nord al Sud del Paese.

Il Contadino Cerca Moglie, la puntata

Diletta sarà sempre la confidente privilegiata di ciascun contadino, con lei i protagonisti continueranno a raccontarsi, sfogando i loro dubbi e chiedendo un consiglio spassionato fino alla puntata finale della prossima settimana, dove scopriremo se l’amore ha trionfato e si sono formate nuove coppie. Al momento degli addii, Diletta rivelerà la decisione dei contadini ai pretendenti: la prescelta (o il prescelto) potrà restare in fattoria e iniziare una nuova vita in campagna, mentre per tutte/i gli altri sarà tempo di fare i bagagli e tornare alla routine cittadina.

Nelle ultime edizioni il programma si è aperto anche alle contadine donne e anche quest’anno ci sono due protagoniste, una in cerca di “marito” e un’altra che cerca una moglie disposta a trasferirsi per amore dalla città alla campagna.

IL PROGRAMMA

Il programma è un adattamento del format internazionale Farmer Wants a Wife– ed è prodotto da Fremantle per Fox Networks Group Italy.Il contadino cerca moglie, felice incontro tra docu reality e dating show, è nato in Inghilterra nel 2001 e da allora è andato in onda in circa 30 Paesi, tra cui Francia, Germania, Spagna e Stati Uniti, riscuotendo ottimi ascolti e facendo nascere tante storie d’amore: 72 i matrimoni celebrati e 136 i figli nati nel corso delle varie edizioni. Solo in Francia, dove il programma ha raggiunto le 10 edizioni, sono stati 15 i contadini convolati a nozze e 24 i bimbi nati. Fiocco rosa anche per ledizione italiana con la nascita della figlia di Manolo e Jennifer, una delle coppie protagoniste della prima stagione.

Il Contadino cerca moglie è un programma di Marta Marelli, Lorenzo Campagnari e Celeste Laudisio, con la regia di Giampaolo Marconato.

Il Console Italiano: recensione del film

Il Console Italiano: recensione del film

Per la regia di Antonio Falduto, Il console italiano è un film indipendente che affronta in modo ambizioso l’annoso ma sottovalutato dramma del traffico di donne africane. E’ l’Africa, insieme a Giuliana De Sio, la protagonista di un film italiano, ma dal sapore decisamente internazionale che vede l’ambiente africano invadere prepotentemente lo schermo e fare da sfondo al giro di vite dei personaggi. Il caso vuole che Giovanna Bruno, console italiano a Cape Town, allo scadere del mandato, si imbatta nella graziosa e giovane Palesa Kubeka (Lira Kohl) alla disperata ricerca del suo fidanzato, il fotogiornalista Marco Borghi, scomparso in circostanze misteriose.

Il console italiano, il film

Quando il console si rifiuta di aiutarla, tra le due donne si innalza un muro di incomprensione e di diffidenza; Giovanna, la classica donna in carriera, sagace e razionale, aveva vissuto da ragazza una travolgente storia d’amore con Marco, che poi aveva interrotto bruscamente. Eppure lo scottante e doloroso ricordo di quell’amore, a distanza di anni, ancora le impedisce di trovare la pace interiore e di vedere le cose nella giusta ottica. Un po’ mordace ed arida nei confronti di Palesa, intraprende così un’ostinata quando assurda ricerca personale e solitaria del suo amato, durante la quale scopre che Marco stava indagando su un traffico illecito di esseri umani. Ancora una volta gli eventi la condurranno verso Palesa e, grazie a una serie di reciproche rivelazioni (la ragazza racconta a Giovanna di aver incontrato Marco dopo essere sfuggita al racket della prostituzione), le due donne si scopriranno meno diverse di quanto immaginavano: caparbie, ostinate, dai vissuti dissimili, ma accomunate da un profondo senso di solitudine.

Un film, Il console italiano, che cerca di far luce sulla tragica e ingiusta realtà vissuta da molte donne africane, ma anche sulla generale drammaticità dell’esistenza umana, attraverso una donna che tramite l’irrefrenabile legame con l’ambiente esterno, trova il modo di raccontare il suo dramma personale, di affrontare le proprie paure, di fidarsi degli altri, insieme alla scoperta di una realtà altra.

Il console italiano alterna sequenze emotive e personali – corredate da un evocativo commento musicale e intimi primi piani e particolari – a sequenze più narrative, la cui nota musicale investigativa sembra ricondurlo al poliziesco nostrano, ma in versione più soft. A fare da raccordo c’è l’invasiva e crudele mamma Africa in tutta la sua carica emotiva ambientale, e nella sua viscerale contraddittorietà.

Un prodotto filmico che convoglia alcuni momenti di ilarità nella forte drammaticità della storia raccontata, dall’evidente carattere televisivo – complice la forzatura e lo stile laccato e forse un po’ troppo melò dei dialoghi – , che pecca un po’ di innaturalezza e artificio nell’accostamento delle storie delle due donne. Nel complesso un apprezzabile tentativo di virare la direzione mainstream a cui di recente il cinema italiano ci ha abituato.

Il Confine: al via le riprese del nuovo film di Vincenzo Alfieri

Il Confine: al via le riprese del nuovo film di Vincenzo Alfieri

Iniziano il 18 marzo le riprese de Il Confine, diretto da Vincenzo Alfieri con Edoardo Pesce e Massimo Popolizio. Vincenzo Alfieri, dopo I Peggiori e Gli uomini d’oro, torna alla regia con un thriller denso di colpi di scena, una storia che varca ogni confine.

Le riprese si svolgeranno in diverse località dell’entroterra laziale con inizio il 18 marzo 2021. Il confine sarà distribuito in Italia e nel mondo da Vision Distribution.

La trama

Uno sperduto paese al limite del bosco, un rave, due giovani scomparsi, l’incubo di un mostro che torna dal passato. Indagano i carabinieri Meda, un uomo sconfitto dalla vita e Rio, il capitano inflessibile e rigoroso. Ma questa volta il mostro ha rapito la persona sbagliata.

Il Confine, prodotto da Fulvio e Federica Lucisano, è una produzione Italian International Film – Gruppo Lucisano e Vision Distribution, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Giorgio Glaviano (Marsilio Editore) ed è sceneggiato da Vincenzo AlfieriFabrizio Bettelli e Giorgio Glaviano.

Il condominio dei cuori infranti: recensione del film

Il condominio dei cuori infranti: recensione del film

In Il condominio dei cuori infranti un uomo rimasto temporaneamente paraplegico in seguito a un bizzarro incidente con una cyclette si finge un fotografo professionista per conquistare l’infermiera del turno di notte nell’ospedale in cui si rifornisce in segreto di snack. Un astronauta della NASA, durante un inaspettato rientro sulla Terra, si trova a dover chiedere ospitalità a un’anziana donna di origine magrebina appassionata di sit-com. Un giovane e apatico studente stringe un occasionale e complesso rapporto di amicizia con una nevrotica vicina, attrice di mezza età in piena crisi artistica. Queste le storie e questi i destini che s’incontrano (e scontrano) all’ombra di tre angusti appartamenti situati in un diroccato condominio della periferia francese, scatenando una serie di reazioni a catena che progrediscono allo straordinario ritmo di una favola grottesca e a tratti surreale. Prendendo spunto da due strambi racconti contenuti nell’antologia «Chroniques de l’Asphalte» la quinta pellicola del regista transalpino Samuel Benchetrit, presentata fuori concorso al 68° Festival di Cannes, si pone come uno dei casi cinematografici più interessanti degli ultimi tempi, in primis grazie alla straordinaria capacità di saper conciliare una garbata messa in scena squisitamente minimalista con tocchi di surrealtà e humor degni delle più acute opere sperimentali brechtiane.

Il condominio dei cuori infranti, il film

Il racconto si dipana attraverso uno stile straordinariamente essenziale che ricalca l’estetica kafkiana di Roy Andersson, rinunciando a barocchismi nei movimenti di camera e scegliendo invece di impiegare una serie di inquadrature per lo più statiche e teatrali, le quali ben sanno descrivere il doppio rapporto fra il dentro e il fuori, fra la “clausura” dei singoli locali e la brumosa atmosfera degli esterni, sempre ripresi attraverso illuminazioni crepuscolari o con aperture di campo molto ristrette.

Facendo ricorso a una prima parte affidata esclusivamente alla predominanza dell’immagine-azione e a una seconda in cui prevale il peso dell’immagine-parola (meglio, discorso) Il condominio dei cuori infranti impiega il procedimento della narrazione episodica – già sperimentato da Benchetrit nei precedenti lavori – per intersecare fra loro tre improbabili coppie, le quali non possono che affidarsi alla natura effimera e ambigua di rapporti destinati a sorprendenti trasformazioni, in una narrazione nella quale la donna si trova a ricoprire il ruolo centrale e contraddittorio di amica-amante, madre-salvatrice e sconosciuta.

Avvalendosi di partecipazioni internazionali eccellenti quali Michael Pitt, Isabelle Huppert e Valeria Bruni Tedeschi, il film appare come una divertente e profonda riflessione sul ruolo della solitudine, della solidarietà e delle relazioni d’occasione, spingendo lentamente il proprio eccellente pedale qualitativo entro un mondo suburbano fatto di cemento e apparente freddezza, dove uno sporadico e inquietante rumore di sottofondo contribuisce a sottolineare la natura criptica e a tratti perturbante.

Il concorso: la vera storia oltre il film con Keira Knightley

Il concorso: la vera storia oltre il film con Keira Knightley

L’8 marzo si celebra la Giornata internazionale della donna, per ricordare le sia le conquiste sociali, economiche e politiche sia le discriminazioni e le violenze di cui troppo spesso le donne sono ancora oggi oggetto in tutto il mondo. In questa giornata si pone dunque l’attenzione su questioni legate alla necessità di un’uguaglianza di genere. Anche il cinema non dimentica di celebrare tutto ciò, proponendo specialmente negli ultimi anni diversi film attenti a queste tematiche. Tra i più recenti si possono citare titoli come Suffragette, Il diritto di contare e She Said, ma anche Il concorso.

Realizzato nel 2020, è questo il secondo film della regista Philippa Lowthorpe, meglio nota per aver diretto serie televisive come L’amore e la vita, Jamaica Inn e The Crown. Per questo suo secondo lungometraggio, la regista si è affidata ad una storia vera, attraverso cui poter raccontare alcune figure femminili di grande importanza nella storia dei diritti delle donne ed esaltare dunque l’eterna importanza del loro operato. A causa della pandemia da Covid-19, purtroppo, il film è stato distribuito direttamente in home-video, mancando dunque di raggiungere un ampio pubblico.

Si tratta però di un titolo molto apprezzato, che proprio per le sue importanti tematiche meriterebbe di essere riscoperto. Composto da un cast di celebri attori, Il concorso ha infatti tutte le carte in regola per poter essere indicato come uno dei migliori film sull’importanza dell’uguaglianza di genere. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà utile approfondire alcune curiosità relative ad esso. Proseguendo qui nella lettura sarà possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alla vera storia oltre il film. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il titolo nel proprio catalogo.

La trama e il cast di ll concorso

La vicenda si svolge a Londra nel 1970, nei giorni in cui si sta svolgendo il celebro concorso di bellezza Miss Mondo, presentato dall’attore Bob Hope. La cerimonia è però destinata a passare alla storia, poiché un gruppo di donne esponenti del Women’s Liberation Movement, capitanate da Sally Alexander, ha deciso di interrompere la gara per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dei diritti delle donne. La loro attività diventa da quel momento popolare in tutto il mondo e fa sì che, una volta che il concorso riprenda il suo regolare svolgimento, qualcosa di inaspettato accada al momento delle proclamazione della vincitrice.

Ad interpretare la protagonista del film, Sally Alexander, vi è l’attrice candidata all’Oscar Keira Knightley, meglio nota per essere stata Elizabeth Swan nella saga di Pirati dei Caraibi. Accanto a lei si ritrovano poi Jessie Buckley nei panni di Jo Robinson, Keeley Hawes in quelli di Julia Morley, Phyllis Logan in quelli di Evelyn Alexander e Lesley Manville nel ruolo di Dolores Hope, moglie di Bob. Quest’ultimo è interpretato da Greg Kinnear, attore noto per il film Qualcosa è cambiato. Infine, Rhys Ifans è è il fondatore di Miss Mondo Eric Morley, mentre Gugu Mbatha-Raw interpreta Jennifer Hosten, Miss Grenada.

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Il concorso: la vera storia oltre il film

Come anticipato, il film è basato su di una vicenda realmente avvenute. Si raccontano infatti due storie che si intersecano nella cornice del concorso di Miss Mondo svoltosi a Londra nel 1970. Una è la storia dell’ardente protesta guidata da un gruppo di femminister per i diritti delle donne, mentre l’altra è il racconto di una silenziosa rivoluzione attuata da una delle concorrenti. Oggi, i requisiti di ammissibilità del concorso Miss Mondo hanno subito un drastico cambiamento per soddisfare e difendere gli ideali del 21° secolo. Ma il concorso degli anni ’70 è emerso in un tempo e in un luogo in cui Eric Morley, il fondatore del concorso, faceva leva su ben precisi stereotipi di bellezza.

Intorno al 1970, i concorsi di Miss Mondo erano all’apice della loro popolarità, con addirittura 100 milioni di spettatori che si erano sintonizzati per l’edizione del 1969. Il concorso nel 1970 ha però guadagnato popolarità per motivi completamente diversi dalla semplice esibizione di bellissime donne. Il Women’s Liberation Movement (WLM) ha infatti quell’anno deriso lo sfarzo di Miss Mondo, indicando tale concorso come promotore dell’oggettivazione dei corpi delle donne e della mercificazione della loro sessualità. Nel 1970, dunque, il WLM iniziò a protestare attivamente per mostrare il proprio disappunto nei confronti di quel concorso.

Nella serata del concorso, dunque, il movimento, guidato da Sally Alexander, ha pianificato di interrompere, in diretta televisiva, lo svolgimento del suddetto. Un gruppetto di donne ha quindi preso d’assalto il palco armate di bombe di farina e frutta assortita. Le attiviste sono poi state arrestate e multate per una cifra oggi equivalente a circa 1.500 sterline. In concomitanza con la resistenza femminista, il film ritrae anche l’altra grande questione dei diritti sociali e civili dei nostri tempi: il razzismo. Al concorso del 1970, Jennifer Hosten, Miss Grenada, è stata infine dichiarata la prima Miss Mondo afroamericana, praticamente 20 anni dopo l’inizio dell’evento.

Il film descrive dunque la lotta della Hosten per l’uguaglianza razziale durante lo spettacolo e la sua trionfante vittoria alla fine di esso. Ma per Hosten, la battaglia non sarebbe finita qui. Più tardi, molti sosterranno che il concorso è stato pilotato a favore della Hosten da Sir Eric Gairy, allora Primo Ministro di Grenada, che ha servito come giudice per il concorso. Eric Morley, tuttavia, ha sempre confutato tali affermazioni, secondo cui la Hosten non avrebbe vinto per merito, e lo ha fatto anche rendendo pubbliche le schede elettorali della giuria, affinché il mondo le vedesse e capisse che tutti avevano indicato la Hosten come vincitrice.

Il trailer di Il concorso e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di Il concorso grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Chili Cinema, Google Play e Rai Play. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 8 marzo alle ore 21:25 sul canale Rai 1.

Fonte: IMDb, TheCinemaholic

Il concorso con Keira Knightley in on Demand

Il concorso con Keira Knightley in on Demand

BiM Distribuzione annuncia che Il concorso (tit. orig. Misbehaviour), della pluripremiata Philippa Lowthorpe, già regista della serie The Crown, con Keira Knightley, Gugu Mbatha-Raw e Jessie Buckley, che arriverà nelle sale virtuali MioCinema e #iorestoinSALA il 25, 26 e 27 dicembre.

Il concorso sarà poi disponibile dal 2 gennaio in Premium Video on Demand su Sky Primafila, iTunes, GPlay, Rakuten TV, TIMVISION, Chili e Infinity.

Il film racconta la protesta del Movimento di Liberazione delle Donne britannico durante la cerimonia di incoronazione di Miss Mondo 1970, anno in cui venne eletta la prima Miss Mondo di colore. In una serata indimenticabile in mondovisione, due eventi storici fondamentali per la lotta per l’emancipazione femminile e contro le discriminazioni razziali.

Il concorso, trailer

Il concorso, la trama

Nel 1970 a Londra ebbe luogo il concorso di Miss Mondo, presentato dal leggendario attore comico Bob Hope. All’epoca Miss Mondo era il programma televisivo più seguito del pianeta, con oltre cento milioni di spettatori. Sostenendo che i concorsi di bellezza fossero degradanti per le donne, il neonato Movimento di Liberazione delle Donne britannico divenne famoso da un giorno all’altro facendo irruzione sul palcoscenico e interrompendo la diretta in mondovisione della gara. Ma non fu l’unico scandalo della serata: quando il collegamento della trasmissione fu ripristinato, a conquistare il titolo non fu la contendente svedese favorita, bensì Miss Grenada, la prima donna nera ad essere incoronata Miss Mondo. Nel giro di poche ore il pubblico televisivo di tutto il mondo aveva assistito alla caduta del patriarcato e al sovvertimento dell’ideale occidentale di bellezza femminile.

Il concerto: la recensione del film di Radu Mihaileanu

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Il concerto: la recensione del film di Radu Mihaileanu

Dopo Train de vie, il regista franco-rumeno Radu Mihaileanu torna con un’opera che unisce commedia, dramma e poesia, confermando la sua capacità di raccontare storie universali con sensibilità e leggerezza. Presentato nella Selezione Ufficiale fuori concorso al Festival di Roma 2009, Il concerto ha riscosso un grande consenso di pubblico, colpendo per la sua capacità di divertire ed emozionare in egual misura.

Il film nasce da un’idea semplice ma potentissima: raccontare la possibilità di un riscatto, individuale e collettivo, attraverso la forza salvifica della musica. La vicenda si intreccia con il tema della memoria storica, delle discriminazioni e della capacità dell’arte di abbattere muri culturali e sociali. Mihaileanu mette in scena un racconto che attraversa generi diversi, mescolando ironia farsesca e momenti di profonda commozione, fino a costruire un’opera dal respiro internazionale.

Trama: un direttore d’orchestra e un’occasione di riscatto

Il protagonista è un ex direttore d’orchestra del Bolshoi, allontanato ingiustamente durante l’Unione Sovietica per aver difeso i suoi musicisti ebrei. Costretto a lasciare la bacchetta, viene relegato a svolgere mansioni umili, ridotto a fare le pulizie nello stesso teatro che un tempo lo celebrava come artista. La sua vita sembra segnata dall’amarezza e dalla rassegnazione, finché un imprevisto gli offre una seconda possibilità: rimettere insieme la sua vecchia orchestra e tornare a dirigere, sul palco, un grande concerto.

Quello che sulla carta è solo un inganno per ritrovare un attimo di gloria, si trasforma in un’avventura rocambolesca che riunisce un caleidoscopio di personaggi: ebrei pragmatici e commercianti, russi allegri e amanti della vodka, zingari confusionari ma geniali nella musica, comunisti nostalgici e idealisti. La musica diventa il terreno comune in cui queste anime disparate trovano un senso, riscoprendo dignità e speranza.

Una parodia sociale che diventa sinfonia umana

Uno degli aspetti più interessanti di Il concerto è la sua capacità di costruire un affresco sociale attraverso la commedia. Mihaileanu tratteggia i suoi personaggi con pochi ma efficaci dettagli, spesso legati a stereotipi culturali, ma riesce a trasformarli in elementi funzionali a una parodia intelligente.

In questo mosaico umano, le differenze non separano, ma generano comicità e, alla fine, armonia. Il tono leggero e spesso caricaturale convive con la profondità del tema centrale: il bisogno di riscatto e di riconciliazione. Il culmine arriva nell’esecuzione del Concerto per violino di Čajkovskij, simbolo di una rinascita collettiva che trascende i limiti personali dei protagonisti.

Attori e personaggi tra ironia e commozione

Il regista lavora con un cast corale, in cui ogni attore contribuisce con la propria sfumatura. Gli interpreti regalano caratterizzazioni che oscillano tra il farsesco e l’intimo, restituendo credibilità a figure altrimenti ridotte a macchiette. Le paure, i difetti e i sogni dei personaggi emergono con naturalezza, trasformandosi in un coro umano che trova la propria voce nella musica.

L’aggiunta di un tocco di mistero – che si svela solo nel finale – rende il racconto ancora più coinvolgente, ribadendo la capacità di Mihaileanu di intrecciare risate e lacrime. Il legame umano che si costruisce tra i protagonisti culmina in un epilogo intenso, improbabile forse sul piano realistico, ma coerente sul piano emotivo.

Regia, musica e un ottimismo senza retorica

Dal punto di vista stilistico, Mihaileanu conferma la sua abilità di narratore per immagini. La regia è sobria e partecipe, attenta ai volti e ai dettagli, capace di fondere registri diversi senza mai perdere il controllo. Le musiche, elemento centrale del film, non sono mai mero accompagnamento ma parte integrante della narrazione: il concerto finale diventa catarsi, liberazione e sintesi del percorso dei personaggi.

Il rischio di scivolare nella retorica era alto, ma Il concerto evita questo pericolo scegliendo un ottimismo sincero, che non nega la sofferenza ma la trasforma in energia vitale. La poesia del racconto nasce proprio da questo equilibrio fragile ma riuscito: la capacità di unire leggerezza e intensità, comicità e dolore, in un’unica sinfonia cinematografica.

Un film che diverte, commuove e fa riflettere

Come pochi titoli recenti, Il concerto riesce a far ridere e piangere nello stesso tempo. Offre due ore di cinema che sono al tempo stesso divertenti, commoventi e impegnate, ma soprattutto poetiche nella loro semplicità. È un equilibrio difficile da raggiungere, che Mihaileanu gestisce con sorprendente naturalezza.

Presentato al Festival di Roma, il film si è imposto come una delle opere più apprezzate dell’edizione 2009, dimostrando come il cinema europeo possa ancora regalare emozioni forti e universali. Un film che parla a tutti, senza barriere culturali, e che ricorda come la musica e l’arte possano restituire senso e dignità anche nelle vite più segnate.

Il Concerto

Il Concerto

Il Concerto (Le Concert)

Di Radu Mihăileanu, 2009

Con

Aleksei Guskov: Andreï Filipov

Mélanie Laurent: Anne – Marie Jacquet

Dmitri Nazarov: Sacha

François Berléand: Olivier Morne Duplessis

Valeriy Barinov: Ivan Gavrilov

Trama:

Andrej Filipov era il più grande direttore d’orchestra che il Bolshoi avesse mai avuto: finché, durante il regime di Brežnev, il partito non ordina il suo licenziamento e quello di tutti i musicisti ebrei, costringendolo per trent’anni a lavorare in quello stesso teatro che l’aveva visto trionfare tante volte ridotto a semplice inserviente. Il destino bussa alla sua porta quando per caso trova un fax proveniente da Parigi che invita tutta l’orchestra a suonare a Parigi nel prestigioso teatro Chatelet, dandogli l’idea che potrà cambiare la sua vita: ricostruire la vecchia orchestra e presentarsi a Parigi, dove finalmente potrà ultimare il concerto per violino e orchestra di Čajkovskij interrotto tanto tempo prima e suonare con Anne – Marie Jacquet, promettente violinista alla quale Andrej deve rivelare un importante segreto…