Apocalypse Now è
il film culto del 1970 diretto da Francis Ford
Coppola e con protagonisti nel cast Martin
Sheen, Marlon Brando, Robert Duvall e Dennis
Hopper.
Anno: 1979
Regia: Francis
Ford Coppola
Cast: Martin
Sheen, Marlon Brando, Robert Duvall, Dennis Hopper
Trama: Saigon
1969. Il capitano Benjamin L. Willard (Martin
Sheen), uno stanco ed alienato ufficiale dei marines,
viene convocato in tutta fretta per una missione speciale e
segreta.
Alla presenza di alcuni ufficiali
della sezione informazioni militari e forse di alcuni membri dei
servizi segreti gli viene commissionato il delicato incarico di
risalire il fiume Nung sino ad addentrarsi nella lontana e
pericolosa giungla cambogiana. Qui, secondo intercettazioni radio,
si trova il colonnello Walter E. Kurtz (Marlon
Brando) pluridecorato ufficiale dei berretti verdi; il
compito tassativo è quello di eliminare il colonnello, senza
esitazione alcuna. Il motivo? Sembra che l’ufficiale disertore si
sia messo a capo di un piccolo esercito di soldati-sudditi e si sia
reso protagonista di una serie di atrocità, prova della sua ragione
ormai compromessa.
Imbarcatosi su una piccola chiatta
e scortato da un ristretto quanto improbabile equipaggio ignaro
della meta e dello scopo della missione, il capitano Willard inizia
così un lungo viaggio attraverso il paese in guerra che lo dovrà
condurre al cospetto del misterioso colonnello scomparso.
Nel 1979, Francis Ford
Coppola riesce finalmente a completare quello che sarà
destinato a diventare uno dei film culto per più generazioni
e pietra miliare del cinema di guerra. Una delle testimonianze più
crude e allucinanti di un conflitto, quello del Viet-nam, che ha
indelebilmente segnato la coscienza di un paese e forse di tutto il
mondo occidentale.
Apocalypse Now è
un film liberamente ispirato al celebre romanzo di Joseph
Konrad, Cuore di tenebra, di cui però Coppola
cambia ambientazione spazio-temporale. Coppola vuole rappresentare
un viaggio, un lungo viaggio attraverso la guerra e che della
guerra deve mostrare tutti gli orrori, l’inutilità e la forza
alienante, l’assuefazione alla violenza quotidiana che si è
costretti a praticare.
Così il fiume Nung, presenza
costante per quasi tutto il film, diventa una sorta di simbolo, una
linea concettuale che collega tutte le varie fasi della narrazione,
un filo conduttore a cui si ritorna dopo ogni avventura affrontata
dal protagonista.
Ed una volta tornati sulla barca,
unico rifugio dove potersi sentire al sicuro, il capitano Willard
sfoglierà pagina dopo pagina il lungo dossier sull’uomo da scovare
ed uccidere. Il percorso di avvicinamento non solo fisico ma
sopratutto intellettuale tra il carnefice e la sua vittima è
indubbiamente l’aspetto più interessante del film. Willard conosce
gradualmente i profili psicologici di quell’eroe di guerra che
prima dei trent’anni era arrivato ad un passo dall’essere generale
e che sicuramente sarebbe diventato capo di stato maggiore. Allora
capire il motivo della sua pazzia, della sua degenerazione mentale
improvvisa e inspiegabile diventa per Willard un’ossessione, Kurtz
e il fascino e il magnetismo che trasmette la sua vita diventano
un’ossessione.

Il lungo e dantesco viaggio
attraverso la giungla porterà Willard e la sua truppa ad incontrare
personaggi e situazioni quasi farsesche, al limite del grottesco;
su tutte la conoscenza dell’eccentrico tenente William “Bill”
Kilgore, interpretato da un superlativo Robert
Duvall, comandante di un reggimento elicotteristico, la
1st Cavalry Division. Kilgore è un signore della guerra
che “ama i suoi ragazzi e che non si farà mai un graffio” e che si
getta all’attacco di villaggi vietcong sulle note inquietanti della
Cavalcata delle Valchirie di Wagner e che ama l’odore di
napalm al mattino perchè “è l’odore della vittoria”.
Quindi l’incontro con le playmate
giunte per sollevare il morale dei soldati, l’escursione tra
trincee senza comando dove si spara senza sapere a chi e per quale
motivo oltre ai vari attacchi dei guerriglieri nascosti sulle
sponde del fiume.
Ma il vero protagonista attorno al
quale ruota tutto il film, resta e rimane questo misterioso ed
enigmatico colonnello Kurtz, figura ombra che pur non comparendo
per tre quarti del film ne è in realtà il cuore pulsante. Kurtz
appare e si materializza solo negli ultimi quaranta incredibili
minuti in cui la scena viene dominata in modo incontrastato dal
grande Marlon Brando.
Forte di una presenza scenica unica
e forse ineguagliabile, Brando interpreta uno dei suoi personaggi
forse più complessi e tormentati e che per questo gli si addice
maggiormente. Sempre ritratto nell’ombra, e confuso nelle tenebre
del suo sinistro tempio “dall’odore di morte stagnante”, Kurtz è il
signore di un esercito di uomini-spettri che sembrano vittima di
uno strano incantesimo e che da lui subiscono supinamente le più
pazzesche atrocità. Cadaveri disseminati sugli alberi, sulle
scalinate insanguinate di un antico palazzo, forse una pagoda
buddista, un’atmosfera di morte e follia di fronte alla quale
Willard rimane sconvolto.
Al cospetto di Kurtz, il
capitano è vittima di quel fascino e di quella capacità
affabulatoria di un uomo che esalta la metodicità e la disciplina
dell’esercito vietnamita prevedendone la futura quanto inevitabile
vittoria. Kurtz è filosofo di morte e di violenza che disegna
sofismi sul terrore, sull’orrore al quale il soldato americano non
sarà mai avvezzo. Ma nei monologhi del colonnello leggiamo una
denuncia, una critica alle contraddizioni e all’illogicità dei
comandi americani i quali costringono i loro ragazzi a diventare
spietati assassini per richiamarli poi a rispettare stupidi dettami
morali.
Come un altro ufficiale che lo
precedette in quell’incarico, anche Willard è sul punto di cedere
alla filosofia e alla forza persuasiva del colonnello ma la sua
razionalità e il rifiuto di quella degenerazione lo salverà dalla
follia e lo porterà al compimento della sua missione.

Apocalypse
Now è un film che come pochi altri induce a
riflettere sull’atrocità della guerra e sui limiti a cui può
portare la follia umana. Un film tormentato e psicologico,
allucinato e allucinante nelle sue atmosfere e nelle sue musiche
che hanno in The end dei Doors l’apertura e la chiusura
più degna e indovinata che Coppola potesse scegliere.
Riprese durate un anno e mezzo
nella giungla delle Filippine tra tornadi e tifoni che distrussero
più volte il set; Sheen che si ferì ad una mano ed ebbe un infarto
che rese necessaria una controfigura in talune sequenze. Brando che
fece impazzire Coppola tanto da rifiutarsi di girare le riprese con
il grande attore affidandole al suo vice; un montaggio durato più
di due anni.
Un’odissea che portò il regista a perdere una
ventina di chili e che mise a rischio il suo matrimonio per una
crisi depressiva che lo colse per la paura di non portare a
compimento il suo sogno. Ma i grandi capolavori hanno spesso
gestazioni lunghe e difficili, complesse e tormentate, forse
necessarie a rendere il risultato tanto eccellente. Noi non
smetteremo mai di ringraziare Coppola di non aver ceduto, di non
aver desistito dall’idea e dall’utopia di terminare questo film. Un
film che consigliamo di vedere nella sua versione Redux in
quanto la consideriamo migliore e più esaustiva, comprendente
sequenze chiave e fondamentali per capire al meglio una narrazione
non facile.