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Ladri di Cadaveri: recensione del film di John Landis

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Ladri di Cadaveri: recensione del film di John Landis

A partire da un’idea perversa e divertente, John Landis torna a lavorare in Inghilterra portando sulla schermo la storia (vera) di Burke & Hare (Ladri di Cadaveri!) due criminali che uccidevano persone innocenti per vendere i loro corpi alla ricerca medica. Arriva al cinema Ladri di Cadaveri! A partire da queste due figure realmente esistite, Landis trasforma i due disgustosi criminali in due eroi romantici aiutato soprattutto dallo humor nero tipicamente inglese della sceneggiatura, e da due grandissimi interpreti che danno volto ai protagonisti: Andy Serkis e Simon Pegg, perfettamente a loro agio in questo genere di ruolo.

Ladri di Cadaveri, il film

La forza di Ladri di Cadaveri si trova proprio in questa coppia affiatata che trova il giusto equilibrio tra cinismo e autocoscienza, lasciando spazio alle azioni più nobili e a quelle di contrario più efferate e odiose, senza perdere di vista nemmeno per un omicidio lo spirito grottesco con cui Landis racconta la storia. I personaggi di Burke e Hare trovano la loro perfetta collocazione ad Edimburgo, sudicio, umido ma affascinante sottofondo di questa storia. Come Londra ha il suo Jack lo Squartatore, Edimburgo ha questi due loschi figuri che, almeno nel film, riescono a catturare l’attenzione del pubblico strappando più di una risata. La regia di Landis come al solito mette e segno un colpo vincente e le risate, dalle più grasse alle più sottili, non si lasciano attendere.

Presentato in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma del 2010, Ladri di Cadaveri (titolo originale Burke & Hare) si fregia di un ottimo cast, accanto ai protagonisti già citati troviamo infatti Tom Wilkinson, Tim Curry e Isla Fisher, forse l’unica un po’ a disagio in questa commedia travestita da thriller che tiene lo spettatore con il fiato sospeso … dalle risate.

Ladri di biciclette, il film di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini

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Ladri di biciclette è un film del 1948 diretto da Vittorio De Sica e scritto da Cesare Zavattini con protagonisti nel cast Lamberto Maggiorani, Enzo Staiola

Il film, girato con un’ampia partecipazione di attori non professionisti, è basato sul romanzo (1945) di Luigi Bartolini adattato al grande schermo da Cesare Zavattini.

In una Roma messa in ginocchio dalla seconda guerra mondiale, come d’altronde tutta l’Italia, un padre di famiglia disoccupato riesce a trovare un lavoro ben retribuito come attacchino di manifesti per il cinema. Sfortuna vuole però che proprio il primo giorno gli rubino la bicicletta, elemento indispensabile per svolgere quel lavoro. Si mette così alla disperata ricerca del mezzo insieme al figlio, con la fortuna che sembra ancor più cieca con la povera gente…

Ladri di biciclette, il film di maggior successo del neorealismo italiano

Dopo Sciuscià uscito due anni prima, ecco una nuova perla da regista per Vittorio De Sica, il quale, ancora una volta propone senza fronzoli le difficoltà dell’Italia uscita dalla seconda guerra mondiale. Lo fa dando molto spazio alle sofferenze dei bambini e dei ragazzini, vittime indifese delle crudeltà degli adulti. Il suo è un realismo nudo e crudo, che riprenderà in modo egualmente forte in Umberto D., uscito qualche anno dopo.

Ladri di biciclette, storia senza spazio né speranza

Se però in quest’ultimo alleggerisce il finale con un po’ di tenerezza, in questo lungometraggio non dà spazio a speranze o sdolcinerie. Il finale è triste, disilluso, amaro. Alleggerirà i toni in Miracolo a Milano, film fiabesco che intervalla i due sopracitati.

Del romanzo originale come delle sceneggiature, oltre sei più quella dello stesso De Sica, nel film non è rimasto nulla. Il racconto alla fine sistemato da Cesare Zavattini mostra però la traccia di queste numerose sceneggiature nella serie di quadri che accompagnano la vicenda del protagonista.

Sono dei bozzetti che vogliono “realisticamente” mostrare al pubblico la vita italiana dell’immediato dopoguerra. «Un ritorno alla realtà», così avevano detto i critici in occasione della proiezione di “Sciuscià”; una realtà a cui voleva tornare lo stesso De Sica dopo le sue esperienze di attore canterino nei film di Mario Mattoli e Mario Camerini degli anni trenta.

Il regista nonostante le grande difficoltà a reperire fondi per la realizzazione del film, rifiutò i sostanziosi aiuti dei produttori americani che però avrebbero voluto al posto di Maggiorani addirittura Cary Grant.

L’attrice che interpretò il personaggio di Maria, la moglie del protagonista, fu Lianella Carell, una giovane giornalista e scrittrice romana, che dopo un incontro con De Sica per un’intervista, fu sottoposta ad un provino, dopo il quale la giornalista entrò, in questo modo inaspettato, nel mondo del cinema. In seguito la Carell girerà altri film ma senza la stessa fortuna professionale di quella prima pellicola.

Il pubblico del cinema Metropolitan di Roma non accolse bene il film, anzi rivoleva indietro i soldi del biglietto. Tutt’altra accoglienza alla proiezione del film a Parigi con la presenza di tremila personaggi della cultura internazionale. Entusiasta e commosso, René Clair abbracciò al termine del film De Sica dando il via a quel successo mondiale che ebbe in seguito il film e con i cui proventi il regista riuscì finalmente a pagare i debiti fatti con “Sciuscià“. Oscar speciale 1949, vinse anche 6 Nastri d’argento e altri premi tra cui Locarno, ma anche all’estero: New York, Londra, Knokke-le-Zonte, Bruxelles.

Ladies First: la spiegazione del finale del film

Ladies First: la spiegazione del finale del film

Con Ladies First, la regista Thea Sharrock (regista anche di Io prima di te e Cattiverie a domicilio) costruisce una commedia satirica che parte da un’idea molto semplice: cosa accadrebbe se il mondo patriarcale venisse improvvisamente capovolto? Il film immagina una realtà alternativa in cui gli uomini occupano la posizione storicamente riservata alle donne, diventando bersaglio di discriminazioni sistemiche, aspettative estetiche oppressive e marginalizzazione professionale. Dietro la struttura da commedia high concept, però, il film prova a ragionare sul privilegio, sull’invisibilità delle disparità di genere e sulla difficoltà, per chi gode di una posizione dominante, di riconoscere davvero il problema.

Il protagonista Damien Sachs, interpretato da Sacha Baron Cohen, è la perfetta incarnazione del maschilismo aziendale contemporaneo: brillante, aggressivo, convinto di meritare tutto ciò che possiede. Quando una sorta di “incidente cosmico” lo catapulta in un universo governato dalle donne, il film trasforma la sua esperienza in un percorso di consapevolezza. Il finale di Ladies First non punta tanto sulla storia d’amore o sulla fantasia del mondo alternativo, quanto sulla trasformazione interiore di un uomo che scopre cosa significhi vivere dentro un sistema costruito per ignorarti. Ed è proprio qui che la commedia diventa più interessante, perché usa l’assurdo per parlare di qualcosa di estremamente concreto.

Come Ladies First ribalta la commedia aziendale per smontare il privilegio maschile contemporaneo

Fin dalle prime scene, Ladies First si inserisce nella tradizione delle satire sociali costruite sullo scambio di prospettiva. Il meccanismo ricorda film come Tootsie, What Women Want o persino certe distopie ironiche alla Black Mirror, ma il tono scelto da Thea Sharrock resta volutamente leggero e caricaturale. Damien vive in un mondo in cui il sessismo è così normalizzato da risultare invisibile ai suoi occhi. Quando promuove Alex a direttrice creativa solo per motivi di immagine, lui non percepisce il gesto come offensivo: è convinto di starle facendo un favore. Questo dettaglio è fondamentale perché il film costruisce tutta la sua critica sulla cecità del privilegio.

L’universo alternativo in cui Damien si risveglia dopo aver sbattuto contro il palo funziona allora come uno specchio deformante. Gli uomini vengono giudicati per il corpo, ignorati nelle riunioni, costretti a usare il fascino come strumento professionale e trattati come figure decorative. La scelta di rendere grottesco ogni aspetto di questa società serve proprio a evidenziare quanto molti comportamenti normalmente accettati diventino assurdi quando cambiano destinatario. Damien passa dall’essere il capo arrogante all’uomo che deve dimostrare continuamente di meritare attenzione. Il film insiste molto su questo cambio di percezione, mostrando come il protagonista inizi lentamente a comprendere il peso psicologico dell’essere sottovalutato.

La presenza di Alex, interpretata da Rosamund Pike, diventa centrale proprio perché rappresenta il contraltare morale della storia. Nella realtà originale è una professionista competente ignorata per anni; nel mondo alternativo occupa finalmente uno spazio di potere, ma senza trasformarsi in una figura vendicativa. Questo permette al film di evitare una satira puramente punitiva. L’obiettivo non è sostituire un sistema ingiusto con il suo opposto speculare, ma mostrare quanto qualunque struttura basata sull’esclusione finisca per produrre frustrazione e disumanizzazione.

Cosa succede nel finale di Ladies First e perché Damien comprende finalmente il significato del privilegio

Rosamund Pike e Sacha Baron Cohen nel film Ladies First
Foto di Rob Youngson/Netflix/Rob Youngson/Netflix – © 2026 Netflix, Inc.

Il finale del film ruota attorno al confronto definitivo tra Damien e Alex durante la corsa alla posizione di CEO della Atlas. Dopo aver attraversato il mondo alternativo cercando inizialmente di riconquistare il potere perduto, Damien comincia gradualmente a capire che il problema non riguarda il talento individuale, ma il sistema stesso. La scena chiave arriva quando Alex gli fa notare che lei deve lavorare il doppio per ottenere il riconoscimento che agli uomini viene concesso automaticamente. Damien si rende conto di aver pronunciato le stesse identiche parole nel mondo reale, senza mai coglierne l’arroganza implicita.

Il film costruisce questa presa di coscienza attraverso dettagli apparentemente secondari. Damien sperimenta molestie, paternalismo, esclusione professionale e sfruttamento sessuale. Persino il rapporto con Glenda dimostra quanto il potere possa manipolare le dinamiche personali. Quando Damien decide di non usare la relazione con Alex come arma legale durante la causa contro Atlas, compie il primo gesto realmente empatico della sua vita. È un momento importante perché il film suggerisce che la maturazione del personaggio nasce dalla capacità di vedere finalmente l’altra persona come individuo e non come strumento.

Quando Damien viene scelto come nuovo CEO nel mondo alternativo, il film introduce il paradosso finale. Lui ottiene davvero ciò che desiderava, ma ormai ha capito quanto il sistema sia corrotto. La promozione arriva infatti per ragioni di immagine, esattamente come era accaduto ad Alex all’inizio della storia. Damien comprende quindi di essere diventato il simbolo di una falsa inclusione costruita per convenienza aziendale. È qui che la satira si chiude perfettamente: il protagonista realizza che il problema non riguarda chi occupa il potere, ma il modo in cui il potere utilizza le persone come strumenti narrativi.

Il ritorno nel mondo reale rappresenta allora la vera conclusione del suo percorso. Damien non si limita a chiedere scusa ad Alex: decide di cambiare concretamente il funzionamento dell’azienda, riconoscendole pari salario, autonomia creativa e visibilità professionale. La trasformazione sarebbe stata superficiale se si fosse limitata a un pentimento verbale. Il film invece insiste sulla necessità di modificare le strutture, non soltanto gli atteggiamenti individuali.

La satira di Ladies First usa il mondo parallelo per parlare di discriminazione sistemica e performatività sociale

Rosamund Pike e Sacha Baron Cohen in Ladies First
Foto di Rob Youngson/Netflix/Rob Youngson/Netflix – © 2026 Netflix, Inc.

L’aspetto più interessante di Ladies First emerge quando il film smette di essere soltanto una commedia sul “mondo al contrario” e diventa una riflessione sulla costruzione culturale dei ruoli di genere. Nel mondo alternativo gli uomini sono costretti a rispettare standard estetici soffocanti, a essere desiderabili prima ancora che competenti e a usare il proprio corpo come moneta sociale. Damien inizialmente considera queste richieste ridicole, salvo poi adattarsi progressivamente pur di ottenere attenzione professionale. Il film suggerisce così quanto facilmente le persone finiscano per interiorizzare le logiche oppressive quando la sopravvivenza sociale dipende da esse.

La relazione tra Damien e Alex diventa allora il cuore emotivo della storia. I due personaggi attraversano posizioni opposte di potere fino a raggiungere una comprensione reciproca. Alex resta diffidente fino all’ultimo perché conosce bene il funzionamento delle strutture discriminatorie: un singolo gesto positivo non basta a cancellare anni di marginalizzazione. Damien invece deve imparare che il riconoscimento non è un favore da concedere, ma un diritto da garantire.

Anche la figura del Pigeon Man assume un valore simbolico importante. Questo personaggio quasi surreale agisce come una coscienza esterna che guida Damien verso la comprensione del proprio ruolo nel sistema. Il suo sguardo finale in camera rompe la commedia e parla direttamente allo spettatore, trasformando la storia in una riflessione esplicita sulle disuguaglianze contemporanee. È un espediente semplice, persino didascalico, ma coerente con il tono favolistico del film.

Il dubbio sul sogno e il significato del mondo parallelo cambiano davvero il finale del film

Sacha Baron Cohen in Ladies First
Foto di Rob Youngson/Netflix/Rob Youngson/Netflix – © 2026 Netflix, Inc.

Uno degli elementi più discussi del finale riguarda la natura stessa dell’esperienza vissuta da Damien. È stato davvero trasportato in un universo parallelo o si è trattato di un sogno nato durante lo stato di incoscienza? Il film lascia volutamente aperta la questione, ma introduce piccoli dettagli che suggeriscono qualcosa di più complesso. Il riconoscimento della penna da parte di Alex è il segnale più evidente: un oggetto appartenente all’altro mondo sembra lasciare una traccia concreta nella realtà.

Questa ambiguità serve soprattutto a evitare che il film venga interpretato come una semplice fantasia moralistica. Se tutto fosse stato soltanto un sogno, il rischio sarebbe stato quello di ridurre la trasformazione di Damien a una lezione simbolica priva di conseguenze reali. L’idea del multiverso permette invece alla storia di mantenere una dimensione quasi fiabesca, rafforzando il concetto che esistano molteplici modi di organizzare la società e che ciò che consideriamo “naturale” sia spesso soltanto il prodotto di convenzioni culturali.

Anche il destino di Fred, rimasto intrappolato nel mondo alternativo, aggiunge una nota ironica molto significativa. Fred rappresenta una versione ancora più radicata del maschilismo sistemico rispetto a Damien, e il fatto che non riesca a tornare indietro suggerisce implicitamente che il cambiamento richieda una reale capacità di autocritica. Damien riesce a uscire da quella realtà soltanto quando comprende davvero il problema.

Il vero significato del finale di Ladies First è che l’empatia nasce soltanto quando il privilegio viene messo in discussione

Rosamund Pike in Ladies First
Foto di Rob Youngson/Netflix/Rob Youngson/Netflix – © 2026 Netflix, Inc.

Il finale di Ladies First funziona perché evita la soluzione romantica tradizionale e concentra tutta la sua attenzione sul cambiamento umano del protagonista. Damien non diventa improvvisamente perfetto, né il film suggerisce che basti un’esperienza traumatica per cancellare anni di comportamento tossico. Ciò che cambia davvero è il suo modo di guardare gli altri. Per la prima volta comprende che talento e merito non bastano quando il sistema decide chi deve essere ascoltato e chi invece deve restare invisibile.

La scelta di riportare Alex dentro Atlas con piena autonomia professionale diventa allora il gesto più importante della storia. Damien capisce che il ruolo di un leader non consiste nel distribuire opportunità come concessioni paternalistiche, ma nel creare uno spazio equo in cui il talento possa emergere senza ostacoli strutturali. La satira del film trova qui il suo punto più efficace: il problema non è il singolo individuo arrogante, ma la cultura che lo ha convinto di meritare tutto automaticamente.

Per questo il finale lascia una sensazione diversa rispetto a molte commedie contemporanee. Ladies First usa il paradosso e l’assurdo per parlare di discriminazione, ma arriva a una conclusione sorprendentemente concreta: nessun cambiamento reale può avvenire finché chi occupa una posizione privilegiata non accetta di mettere in discussione il proprio punto di vista. Damien comprende finalmente che l’uguaglianza non implica perdere qualcosa, ma smettere di considerare normale un sistema costruito per favorire sempre gli stessi.

Ladies First: il vero significato dei due mondi nel film con Rosamund Pike e Sacha Baron Cohen

Con Ladies First, Netflix recupera la struttura della commedia fantasy francese da cui è tratto il film, ma la trasforma in qualcosa di molto più sottile e contemporaneo. La regista Thea Sharrock non costruisce semplicemente un racconto basato sullo scambio di realtà parallele, ma usa quel meccanismo per interrogarsi sul modo in cui uomini e donne vengono percepiti all’interno delle strutture sociali e familiari. È un film che utilizza il tono leggero della commedia per parlare di identità, genitorialità e ruoli di potere senza mai appesantire il racconto con spiegazioni didascaliche.

La presenza di Rosamund Pike è centrale proprio perché il suo personaggio, Alex, diventa il vero cuore emotivo del film. Se Damien, interpretato da Sacha Baron Cohen, attraversa il classico percorso di spaesamento tipico delle commedie “what if”, Alex rappresenta invece il punto in cui Ladies First prova a complicare il discorso sulla maternità e sul successo professionale. I due mondi mostrati dal film non sono infatti opposti assoluti, ma versioni leggermente deformate della stessa società, ed è in queste piccole differenze che Sharrock inserisce il vero significato del racconto.

Come funzionano davvero i due mondi di Ladies First e perché il cambiamento è così sottile

La scelta più interessante del film riguarda il modo in cui Thea Sharrock evita di rendere il passaggio tra i due universi troppo spettacolare. A differenza di molte commedie fantasy basate su realtà alternative, Ladies First lavora sulle sfumature. La regista ha spiegato di aver voluto mantenere alcuni elementi iconici del film francese originale, come il colpo alla testa e il camion della spazzatura, ma cercando un approccio molto più discreto nella costruzione del nuovo mondo. È una decisione fondamentale perché il film non vuole raccontare un universo completamente ribaltato, bensì una realtà in cui certe gerarchie sociali si sono semplicemente spostate di pochi gradi.

Questo rende il film più inquietante e più interessante. Damien entra in una società che apparentemente funziona meglio per le donne, ma il punto non è creare una fantasia matriarcale caricaturale. Sharrock dissemina piccoli dettagli, Easter egg e variazioni quasi invisibili che diventano evidenti soprattutto a una seconda visione. Persino la presenza del gatto, aggiunta rispetto all’originale francese, contribuisce a questa idea di mondo speculare ma imperfetto. Il film suggerisce continuamente che le strutture di potere non cambiano davvero forma: cambiano soltanto chi favoriscono. Ed è per questo che Ladies First funziona meglio come satira sociale che come semplice commedia fantastica.

Rosamund Pike e Sacha Baron Cohen in Ladies First
Foto di Rob Youngson/Netflix/Rob Youngson/Netflix – © 2026 Netflix, Inc.

Il vero tema del film è la maternità, non il ribaltamento dei ruoli di genere

Sebbene il marketing del film punti molto sull’idea dello “scambio” tra uomini e donne, il nucleo emotivo della storia è in realtà la rappresentazione della maternità. Rosamund Pike costruisce due versioni molto diverse di Alex, ma entrambe definite dal rapporto con Charlie. È qui che il film diventa più complesso del previsto. Nel mondo “reale”, Alex è una madre single che ha sacrificato parte della propria carriera per crescere il figlio, finendo marginalizzata professionalmente. Nel mondo alternativo, invece, è una donna di successo, distante emotivamente ma ancora presente nella vita del bambino.

La differenza tra queste due versioni non serve a stabilire quale sia “migliore”, ma a mostrare come la società giudichi continuamente le donne attraverso il modo in cui performano la maternità. Sharrock e Pike lavorano infatti su dettagli quasi impercettibili: il tono di voce, il linguaggio del corpo, il modo in cui Alex tocca il figlio o lo osserva. In una realtà domina l’emotività, nell’altra la razionalità professionale. Ma il film evita accuratamente di demonizzare una delle due. La confessione di Alex sul fatto di non essersi mai immaginata madre è probabilmente il momento più radicale dell’intero film, perché rompe un tabù ancora raro nel cinema mainstream: permettere a una donna di ammettere che la maternità non fosse parte naturale della propria identità.

Perché Ladies First aggiorna il film francese originale per un pubblico contemporaneo

L’adattamento di Thea Sharrock funziona soprattutto perché comprende che oggi una semplice inversione dei ruoli di genere non sarebbe sufficiente. Negli anni Duemila, molte commedie basate su mondi “capovolti” costruivano il conflitto su stereotipi molto netti; Ladies First, invece, lavora sulle ambiguità contemporanee del potere, della genitorialità e della rappresentazione sociale. È significativo che Charlie, il figlio non-binary di Alex, resti sostanzialmente identico in entrambe le realtà. Il personaggio diventa quasi una costante morale del film, una presenza che esiste al di là delle strutture culturali che cambiano attorno a lui.

Anche il casting contribuisce a questa rilettura moderna. Sacha Baron Cohen porta nel film una vulnerabilità meno grottesca rispetto ai suoi ruoli più celebri, mentre Rosamund Pike utilizza la propria immagine cinematografica — spesso associata a personaggi freddi e controllati — per complicare continuamente la percezione di Alex. Persino la presenza di Kathryn Hunter, attrice legata al teatro fisico e alla comicità corporea, rafforza l’idea di un film che usa la performance per parlare di identità sociale. Non è un caso che Sharrock abbia insistito tanto sugli Easter egg e sui dettagli nascosti: Ladies First vuole essere un racconto che cambia significato a seconda dello sguardo con cui viene osservato.

Rosamund Pike e Sacha Baron Cohen nel film Ladies First
Foto di Rob Youngson/Netflix/Rob Youngson/Netflix – © 2026 Netflix, Inc.

Il finale di Ladies First suggerisce che nessun mondo è davvero “giusto”

Il film evita volutamente di trasformare uno dei due universi in una soluzione definitiva. Questo è forse l’aspetto più intelligente dell’intera operazione. Ladies First non sostiene che invertire i privilegi produca automaticamente una società più equilibrata; mostra piuttosto quanto i sistemi di potere influenzino il modo in cui le persone costruiscono la propria identità emotiva. Alex rimane madre in entrambe le realtà, ma cambia il modo in cui è costretta a vivere quel ruolo. Damien resta sostanzialmente lo stesso uomo, ma il mondo attorno a lui modifica completamente la percezione del suo valore.

È qui che il film trova il suo equilibrio migliore tra commedia e critica sociale. Sharrock non cerca mai la provocazione estrema, preferendo invece un’ironia più sottile e osservativa. Alla fine, Ladies First suggerisce che il vero problema non siano semplicemente uomini o donne, ma i modelli culturali che costringono entrambi a interpretare continuamente una parte. E proprio per questo il film funziona più come riflessione sulle aspettative sociali contemporanee che come semplice fantasy romantico.

Ladies First è tratto da una storia vera o da un libro? Da dove nasce davvero il film Netflix

Dopo il debutto su Netflix, molti spettatori si stanno chiedendo se Ladies First sia tratto da una storia vera, da un romanzo o da qualche opera già esistente. La domanda non sorprende: il film con Sacha Baron Cohen utilizza infatti una premessa narrativa così particolare — un uomo che si risveglia in un mondo dominato dalle donne – da sembrare quasi l’adattamento di una distopia letteraria o di una graphic novel satirica.

In realtà Ladies First non è basato direttamente su una storia vera né su un libro specifico. Il film nasce come sceneggiatura originale costruita attorno a un classico espediente da commedia fantasy: il ribaltamento sociale totale. Tuttavia, dietro la sua struttura da rom com surreale, il film prende chiaramente ispirazione da numerose opere precedenti che hanno utilizzato mondi alternativi o realtà capovolte per parlare di identità, genere e potere.

Ed è proprio questo che rende interessante il progetto. Ladies First non vuole essere realistico nel senso tradizionale del termine, ma usa il paradosso sociale per raccontare dinamiche molto concrete della cultura contemporanea.

Ladies First prende ispirazione da decenni di satire sociali e commedie sul “mondo al contrario”

Rosamund Pike in Ladies First
Foto di Rob Youngson/Netflix/Rob Youngson/Netflix – © 2026 Netflix, Inc.

Anche se non adatta un’opera precisa, il film sembra costruito come una fusione di diversi riferimenti culturali molto riconoscibili. Il paragone più immediato è naturalmente con Barbie, soprattutto per il modo in cui il mondo alternativo viene utilizzato per riflettere sulle strutture di potere e sui ruoli di genere.

Ma Ladies First si avvicina anche a opere come Don’t Worry Darling, The Truman Show e persino alcune commedie anni ’80 e ’90 basate sullo scambio di prospettiva sociale. La differenza principale è che qui tutto viene filtrato attraverso il tono provocatorio e grottesco tipico di Sacha Baron Cohen.

Il film sfrutta infatti il meccanismo del “what if?”: cosa succederebbe se un uomo abituato a vivere dentro una società patriarcale si ritrovasse improvvisamente dall’altra parte del sistema? La premessa è volutamente estrema, ma serve a mettere continuamente il protagonista in situazioni che normalmente non percepirebbe come problematiche.

Molte sequenze del film — dai colloqui di lavoro alle relazioni sentimentali — sono costruite proprio per creare questo effetto specchio. Ed è qui che il film si allontana completamente dall’idea di “storia vera”: Ladies First non racconta eventi realmente accaduti, ma usa la fantasia sociale per evidenziare dinamiche riconoscibili del presente.

Il film Netflix usa la commedia per parlare di privilegi, identità e paura della perdita di potere

Rosamund Pike e Sacha Baron Cohen nel film Ladies First
Foto di Rob Youngson/Netflix/Rob Youngson/Netflix – © 2026 Netflix, Inc.

La cosa più interessante è che Ladies First non costruisce il mondo femminile come un’utopia perfetta. Anzi, la società alternativa mostrata nel film è spesso tossica, superficiale e autoritaria tanto quanto quella dominata dagli uomini da cui proviene il protagonista.

Ed è proprio questo il cuore del film. La storia non vuole suggerire che le donne governerebbero necessariamente meglio degli uomini, ma che il problema nasce dal modo in cui il potere tende a riprodurre sempre gli stessi meccanismi di controllo, indipendentemente da chi lo esercita.

In questo senso il film funziona più come allegoria culturale che come semplice commedia romantica. E il fatto che molti spettatori si chiedano se sia tratto da un libro o da una storia vera dimostra quanto la sua costruzione narrativa sembri già appartenere a una tradizione più ampia di satire distopiche e speculative.

Anche il casting contribuisce a questa sensazione. Oltre a Sacha Baron Cohen, il film include infatti attrici come Rosamund Pike ed Emily Mortimer, interpreti spesso associate a personaggi sofisticati, manipolatori o ambigui. La loro presenza rafforza l’idea che Ladies First voglia muoversi continuamente tra commedia, satira sociale e thriller psicologico leggero.

Perché Ladies First sembra comunque “ispirato alla realtà”

Sacha Baron Cohen in Ladies First
Foto di Rob Youngson/Netflix/Rob Youngson/Netflix – © 2026 Netflix, Inc.

Anche senza essere tratto da fatti reali, il film prende chiaramente spunto da discussioni molto contemporanee legate ai rapporti di genere, ai privilegi sociali e alla crisi dell’identità maschile.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui il pubblico continua a cercare riferimenti concreti dietro la storia. Ladies First usa infatti una struttura fantasy estremamente semplice per affrontare temi che negli ultimi anni sono diventati centrali nel dibattito culturale: mascolinità tossica, squilibri di potere, performatività sociale e dinamiche relazionali contemporanee.

Il risultato è una commedia Netflix che sembra leggera in superficie, ma che in realtà costruisce gran parte del proprio impatto proprio sul disagio e sulla provocazione.

E forse è proprio questo il vero motivo per cui il film sta facendo così discutere online.

Lacrime e musica al Lido: Vasco, Olmi e la cinese Ann Hui

A Simple Life, in Concorso al Lido, ha messo d’accordo più o meno tutti. La regista Ann Hui porta sullo schermo una storia di solitudine che veva tutte le potenzialità per scadere nel patetico.

Lachlan prende il controllo dell’impero di Murdoch compreso Fox e News Corp.

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La guerra dei Murdoch sembra essere giunta al termine. La famosa famiglia Murdoch, protagonista del settore dei media, ha risolto lunedì una lunga disputa che lascerà a Lachlan Murdoch il controllo delle azioni con diritto di voto che governano sia News Corp. che Fox Corp., vendendo al contempo le quote della società detenute dagli altri figli del fondatore Rupert Murdoch, che avevano contestato la capacità del padre di ristrutturare la supervisione dei suoi eredi su entrambe le società.

Fox Corp. e News Corp. hanno entrambe dichiarato lunedì che la famiglia ha posto fine a tutte le controversie legali legate agli sforzi dell’anziano Murdoch di assegnare il controllo delle azioni di famiglia a Lachlan, che attualmente supervisiona entrambe le società. Prudence MacLeod, Elisabeth Murdoch e James Murdoch, i figli di Rupert che hanno combattuto i suoi sforzi, cesseranno di essere beneficiari di qualsiasi trust di famiglia nei conglomerati.

Queste manovre sembrano consolidare il desiderio di Rupert Murdoch di mantenere l’orientamento conservatore del suo impero mediatico, in particolare alla Fox News, che è diventata il fulcro economico della Fox Corp. James Murdoch ed Elisabeth Murdoch sono noti per avere opinioni politiche diverse da quelle di Lachlan, con James che contribuisce in modo significativo a cause che non sono in linea con le opinioni sostenute dalla rete televisiva via cavo.

L’accordo significa che Fox News ha davanti a sé un percorso chiaro, mentre due dei suoi principali rivali, CNN e MSNBC, devono affrontare sfide uniche. MSNBC entrerà presto a far parte di Versant, uno spin-off della maggior parte delle proprietà via cavo legate a NBCUniversal. Sotto la guida della nuova presidente Rebecca Kutler, MSNBC ha lavorato per potenziare il proprio staff di giornalisti e reporter e, nelle ultime settimane, è stata vista non solo fornire le analisi e le opinioni progressiste per cui è nota, ma anche cercare di coprire i titoli e gli argomenti delle notizie mainstream. La CNN, nel frattempo, ha in gran parte vacillato sotto la guida dell’attuale proprietario Warner Bros. Discovery, cedendo audience mentre i suoi manager cercavano di smorzare l’atteggiamento militante assunto sotto la guida del precedente leader Jeff Zucker. La CNN e le altre reti televisive della Warner dovrebbero separarsi dalla società in una transazione che dovrebbe essere completata nel 2026.

Murdoch aveva presentato un’offerta per modificare un trust familiare irrevocabile che garantiva a quattro dei suoi figli – Lachlan, James, Prudence ed Elisabeth – pari diritti di voto nella gestione di Fox Corp. e News Corp. Tuttavia, un commissario del tribunale successorio del Nevada, dove la questione è stata giudicata, ha respinto la richiesta, dopodiché Rupert Murdoch ha manifestato l’intenzione di presentare ricorso.

Fox Corp. ha dichiarato che i trust che rappresentano James, Elisabeth e Prudence offriranno un totale di 16.926.837 azioni ordinarie di classe B della società, mentre News Corp. ha indicato che trust simili offriranno 14.182.161 azioni di classe B della società.

Ciascuno dei tre figli dovrebbe ricavare dalla transazione più di 1 miliardo di dollari. Tutti e tre saranno tenuti a vendere le partecipazioni personali in Fox Corp. o News Corp e, in base a un accordo a lungo termine, non potranno acquistare azioni di nessuna delle due società.

Dopo la vendita, i voti dei Murdoch in entrambe le società saranno diluiti e deterranno circa il 33,1% delle azioni con diritto di voto di News Corp. e il 36,2% delle azioni con diritto di voto di Fox Corp.

La risoluzione della controversia eliminerà una questione di distrazione aziendale dai consigli di amministrazione di entrambe le società in un momento difficile per l’industria dei media. A differenza di concorrenti come Paramount, Warner Bros. Discovery e Comcast, Fox ha ridotto i propri interessi nel settore via cavo diversi anni fa, quando ha venduto una parte significativa delle proprie attività alla Disney. Mentre i concorrenti hanno lavorato alacremente per mantenere a galla il settore via cavo, con un numero sempre maggiore di consumatori che si è spostato verso i servizi di streaming, Fox ha concentrato gran parte della propria attenzione sulla programmazione di eventi e programmi in diretta, con una forte enfasi su sport e notizie.

Lacci: dal cast al finale, tutte le curiosità sul film

Lacci: dal cast al finale, tutte le curiosità sul film

Nel corso della sua filmografia il regista Daniele Luchetti si è distinto per una serie di opere con cui ha esplorato i legami famigliari e sentimentali e ciò che essi provocano di buono e di feroce nell’animo umano. Titoli come Mio fratello è figlio unico, La nostra vita o il suo ultimo Confidenza ne sono un esempio. Anche il film realizzato prima di quest’ultimo, Lacci (qui la recensione) – tratto dall’omonimo romanzo del 2014 di Domenico Starnone –  esplora tale argomento.

Quando ho letto per la prima volta Lacci ho trovato domande che mi riguardavano e personaggi nei quali era difficile non identificarsi. Attraverso una storia familiare che dura trent’anni, due generazioni, legami che somigliano più al filo spinato che a lacci amorosi, si esce con una domanda: hai permesso alla tua vita di farsi governare dall’amore? Lacci è un film sulle forze segrete che ci legano. Non è solo l’amore a unire le persone, ma anche ciò che resta quando l’amore non c’è più.

E ancora il regista dichiara: “Si può stare insieme per rancore, nella vergogna, nel disonore, nel folle tentativo di tener fede alla parola data. Lacci racconta i danni che l’amore causa quando ci fa improvvisamente cambiare strada e quelli – peggiori – di quando smette di accompagnarci“. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a Lacci. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori e alla spiegazione del finale. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Lacci Luigi Lo Cascio Alba Rohrwacher

La trama di Lacci

Il film segue la storia di Aldo e Vanda. Siamo a Napoli, dove i due si sposano giovanissimi, per amore e per desiderio d’indipendenza. Dalla loro unione nascono due bambini, Sandro e Anna. Con il passare del tempo, però, Aldo si sente soffocare, crede che il matrimonio lo abbia imprigionato limitando la sua libertà. Attratto così da una giovane studentessa di nome Lidia, all’età di trent’anni, Aldo decide di seguire ciò che lo appassiona davvero: scappa a Roma e abbandona improvvisamente sua moglie e i suoi figli, pur sapendo che quest’avventura non avrà futuro e che il suo posto è a casa con la sua famiglia.

Il cast del film

Ad interpretare i coniugi Vanda e Aldo vi sono gli attori Alba Rohrwacher e Luigi Lo Cascio, mentre ad interpretare la versione anziana di questi personaggi si ritrovano Laura Morante e Silvio Orlando. Recitano poi nel film Giovannino Esposito nel ruolo di Sandro bambino e Sveva Aiardo Esposito in quello di Anna bambina. Gli stessi personaggi vengono poi interpretati da Adriano Giannini e Giovanna Mezzogiorno nella versione adulta. Nel ruolo di Lidia, invece, si ritrova l’attrice Linda Caridi, vista anche in Ricordi? e L’ultima notte di Amore.

Lacci cast

La spiegazione del finale

Verso il finale del film, di fronte alla difficoltà di dividersi tra due vite, quella a Roma con Lidia e quella a Napoli con i figli, e soprattutto di fronte alle manifestazioni di malessere da parte di Anna, che soffre per la separazione dal padre, Aldo decide di lasciare Lidia e di tornare da Vanda, con cui resterà fino alla vecchiaia, conservando tuttavia il ricordo della sua amante e continuando a tradire la moglie con altre donne. I “lacci” che avrebbero dovuto tenere insieme la famiglia sono dunque le “armi” di cui marito e moglie si sono serviti per farsi del male a vicenda, procurando sofferenza anche ai propri figli.

Nell’ultima scena di Lacci, questi ultimi, ormai adulti, si recano a casa dei genitori, partiti per una breve vacanza, per dar da mangiare al gatto Labès. Qui hanno modo di confrontarsi sulle proprie vite e sul dolore che le scelte ipocrite dei genitori hanno loro procurato. Nel giungere a nuove consapevolezze a riguardo, Sandro e Anna istintivamente sfasciano la casa di Aldo e Vanda, come forma di sfogo e di vendetta. Sono però consapevoli che nessuno sfogo potrà mai realmente pagarli della spensieratezza di cui sono stati derubati.

Il trailer di Lacci e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di Lacci grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Now, Apple TV e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di venerdì 2 agosto alle ore 21:20 sul canale Rai 4.

Lacci, recensione del film di Daniele Luchetti #Venezia77

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Lacci, recensione del film di Daniele Luchetti #Venezia77

Apre Venezia 77 in Concorso il nuovo film di Daniele Luchetti, Lacci, basato sul romanzo di Domenico Starnone, che ha collaborato all’adattamento insieme a Francesco Piccolo e allo stesso regista. Il lavoro di adattamento non cambia la sostanza del racconto, ma ne sciupa il mistero, l’indefinitezza, che del romanzo rappresentavano forse la parte migliore.

La storia racconta di Aldo e Vanda, una coppia con due bambini piccoli apparentemente ordinaria e felice. Solo che Aldo ha tradito Vanda e glielo confessa in un impeto di sincerità che gli costerà la tranquillità domestica. Viene cacciato di casa e incomincia una storia con la giovane Lidia, lontana dalla moglie e dai figli. Proprio il desiderio di rivederli, insieme ad una ferma presa di posizione della nuova fiamma, spingeranno Aldo a tornare da Vanda e dai suoi figli. Tuttavia alcune cose non si aggiustano e la vita non sempre regala sorprese, ma qualche volta va avanti ad oltranza, perché nessuno ha la forza o la volontà di arrabbiarsi e combattere.

I lacci che legano, i lacci che soffocano

I lacci tengono le scarpe ai piedi, legarli è un gesto che in genere ci insegnano i nostri genitori, un gesto di cura e attenzione (con i lacci sciolti è facile cadere), quasi un rito di passaggio. Spesso i lacci non sono solo quelli delle scarpe, quelli fisici, ma sono figurati, sono legami che non sempre fanno bene, non sempre sono tenuti insieme dall’amore, qualche volta è l’inerzia, altre la paura. E sono proprio questi lacci qui che interessano a (Starnone prima e poi a) Luchetti.

Il regista conduce un racconto puntuale, avanti e indietro nel tempo, fornendoci un resoconto a singhiozzi di una separazione e poi riconciliazione, tornando ogni volta sui suoi passi e regalandoci di volta in volta un pezzetto di racconto in più. Attraverso questo movimento su e giù nel tempo impariamo a conoscere i protagonisti, Aldo e Vanda, due anime profondamente infelici, bloccatesi reciprocamente in un matrimonio in cui entrambi hanno smesso di parlasi ma in cui entrambi sentono la necessità di credere ancora, nonostante il male che si faranno fino alla fine dei loro giorni.

I “panni sporchi” si lavano con nei primi piani

lacci Venezia 77
Set of “Lacci” by Daniele Luchetti. in the picture Luigi Lo Cascio, Alba Rohrwacher, Giulia De Luca and Joshua Cerciello.
Photo by Gianni Fiorito

Daniele Luchetti sceglie di raccontare queste emozioni complesse con primissimi piani, concedendosi pochissimo spazio all’aperto ma preferendo gli interni di case, stanze e appartamenti, in cui “si lavano i panni sporchi” e in cui avviene poi la vera tragedia, quella quotidiana della sopportazione a tutti i costi, del logorio e dell’infelicità. Ad una buona parte di film che sceglie questo linguaggio frammentato ma teso a comporre un quadro completo, Lucchetti aggiunge una chiusura che cede alla necessità di spiegare e giustificare le azioni. Sono i figli di Aldo e Vanda, ormai adulti, a raccontarsi, quasi a declamarle da un palco, le ragioni e le conseguenze delle scelte dei genitori, il tutto, di nuovo, in un appartamento di famiglia che preferirebbero vendere piuttosto che occupare.

Il cast di Lacci

Protagonisti di Lacci sono Alba Rohrwacher e Laura Morante, che interpretano Vanda, e Luigi Lo Cascio e Silvio Orlando, che invece sono Aldo. Adriano Giannini e Giovanna Mezzogiorno interpretano i figli adulti e disincantati, protagonista dell’ultimo atto del film. Tutti e quattro gli attori che interpretano la coppia sono perfettamente calati nei loro ruoli e se nella versione giovane dei protagonisti Rohrwacher dimostra di avere una marcia in più, per la controparte avanti con gli anni è Silvoio Orlando a brillare, con un monologo urlato di sconforto, stanchezza e frustrazione che racconta meglio di ogni altro momento del film il suo personaggio. Menzione d’onore va a Linda Caridi, che interpreta la vivace e bellissima Lidia, amante e poi compagna di Aldo, che conferma il magnetismo, l’eleganza e la dolcezza visti in Ricordi? dello scorso anno.

Lacci racconta una storia comune, come ce ne sono tante, lo fa con sincerità e spietatezza, mantenendo sempre il controllo sull’emozione, senza lasciarsi andare troppo ai toni drammatici in cui sarebbe facile trascendere, ma cede nel finale all’esigenza di prendere una posizione, di spiegare i personaggi e le loro azioni.

Labyrinth: trovato il regista per il sequel

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Labyrinth: trovato il regista per il sequel

A pochi giorni dalla morte di David Bowie, nel gennaio del 2016, venne annunciato dalla Sony il progetto di un sequel per Labyrinth, il classico del cinema per ragazzi anni ’80, con protagonista proprio il Duca Bianco nei panni del Re dei Goblin.

Dopo oltre un anno di silenzio, arriva adesso la notizia, via Deadline, che la TriStar ha assunto Fede Alvarez per dirigere quello che a quanto pare sarà un sequel del film originale. La sceneggiatura è stata scritta da Alvarez in persona con Jay Basu.

Labyrinth: la Sony prepara un nuovo film

I due, già impegnati con Sony in Quello che non Uccide, sequel di Millennium, cominceranno a lavorare a Labyrinth non appena si concluderà il lavoro in corso.

In merito a Labyrinth, Alvarez ha detto: “È uno dei film seminali della mia infanzia che mi ha fatto innamorare del cinema. Non potrei essere più eccitato all’idea di espandere l’universo di Jim Henson, e portare una nuova generazione di spettatori indietro nel labirinto.”

Sembra che la storia che racconteranno i due filmmaker non sarà direttamente collegata al film originale e non ci sarà posto per Sarah e Jareth.

Labyrinth: Scott Derrickson al timone del sequel

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Labyrinth: Scott Derrickson al timone del sequel

Sarà Scott Derrickson a firmare il sequel di Labyrinth, in collaborazione con TriStar Pictures. Il film riporterà sul grande schermo il mondo del fantasy culto del 1986 con David Bowie. Il progetto vede il coinvolgimento della famiglia Henson, che si annoverano trai produttori del film, Lisa Henson e Brian Henson di The Jim Henson Company.

A firmare la sceneggiatura è stata chiamata Maggie Levin che ha già firmato Into the Dark, mentre la regia di Derrickson ci lascia intuire che forse il regista di Doctor Strange ha lasciato la sedia di regia di Doctor Strange in the Multiverse of Madness, altro sequel con protagonista Benedict Cumberbatch di casa Marvel, proprio per mettere le mani su questo materiale che è molto allettante per un nerd.

Nel film del 1986, seguiamo le avventure di Sarah, una giovanissima Jennifer Connelly, che deve salvare suo fratello più piccolo che per sbaglio è stato offerto a Jareth, Re dei Goblin, interpretato da David Bowie. Per farlo, la ragazza dovrà affrontare molti ostacoli in un pericoloso mondo fantastico.

Mettere mano a questa mitologia può essere davvero molto pericoloso, se si considera il fandom del film originale. Pericoloso perché nel mondo in cui i social e il fan service guidano, in maniera neanche tanto celata, le scelte di alcune produzioni, un prodotto del genere rischia di essere un ibrido che perde di vista la qualità di scrittura per assecondare un pubblico che, comunque, non sarà mai felice al 100%.

Fonte: Deadline

Labyrinth: recensione del film con David Bowie

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Labyrinth: recensione del film con David Bowie

Labyrinth è il film fantasy del 1986 di Jim Henson con David Bowie, Jennifer Connelly, Frank Oz, Warwick Davis, Shelley Thomposn e Toby Froud.

  • Anno: 1986
  • Regia: Jim Henson
  • Cast: David Bowie (Jareth), Jennifer Connelly (Sarah), Frank Oz (il saggio), Warwick Davis (Goblin), Shelley Thompson (matrigna), Toby Froud (Toby)

Labyrinth trama

Sarah, adolescente sognatrice e un po’ ribelle, vive in un mondo tutto suo fatto di fiabe e balocchi, digerendo male il nuovo matrimonio del padre e la nascita del fratellino minore.

Una sera, costretta dal padre e dalla matrigna a badare al fratellino, si ribella al suo destino, raccontando al piccolo che non vuole addormentarsi la storia di una ragazza che chiese aiuto al Re degli Gnomi, Jareth, per non dover badare ad un pargolo viziato e farlo rapire. Così accade anche nella realtà e Jareth rapisce il piccolo Toby: Sarah, disperata, lo sfida, decidendo di sfidare il labirinto della città di Goblin entro dodici ore per poterlo riportare a casa.

Sulla sua strada incontrerà gnomi ed elfi buoni e cattivi, come il prode sir Didymus e il timido Bubo, per recuperare il fratellino e nello stesso tempo per crescere senza dimenticare i suoi sogni.

Labyrinth il fantasy che divenne cult 

Fiaba con più livelli di lettura, Labyrinth presenta una delle prove più amate e popolari di David Bowie come attore, affascinante e inquietante nel ruolo di Jareth e consacra la quasi esordiente Jennifer Connelly, già ragazzina che dialogava con gli insetti per Dario Argento in Phenomena, nella parte di Sarah, divisa tra realtà e fantasia, infanzia e età adulta, prime pulsioni sensuali e voglia di rimanere in mezzo ai sogni, come è simboleggiato dall’onirica e disturbante sequenza del ballo a palazzo.

 

Arricchito da una serie di creature magiche non generate dal computer e basate sulle leggende popolari anglosassoni e sull’opera dell’artista Brian Froud, che al Piccolo Popolo ha dedicato varie opere, Labyrinth è una fiaba di iniziazione all’età adulta, la storia della ricerca e del salvataggio di qualcosa di prezioso, morale ma senza facili moralismi, dove Sarah, la protagonista, rievoca Alice e Dorothy del Mago di Oz in una chiave più moderna, all’interno delle famiglie disgregate e allargate in cui gelosia e disorientamento possono obiettivamente farla da padrone e in cui la fantasia e il chiudersi in se stessi possono sembrare le uniche strade, in un momento storico in cui tra l’altro il computer con gli annessi e connessi non avevano ancora lo spazio di oggi.

L’accettazione del diverso, la lotta contro il destino ineluttabile imposto da Jareth, una ricerca di un nuovo sé che non rinneghi il precedente ma lo migliori sono tutte tematiche del film, in cui Sarah diventa amica di gnomi ed elfi anche brutti e deformi, si oppone alle ingiustizie in fondo provocate da lei perché non ha saputo dosare le parole e ha provocato qualcosa che non doveva succedere, cerca una nuova identità di se stessa in cui però sono ancora importanti i sogni, dei quali non bisogna essere schiavi (emblematica a questo proposito la scena con la vecchietta degli stracci), ma che possono aiutare a vivere meglio. In fondo Sarah riesce nel suo intento grazie ad uno dei suoi libri preferiti e nel finale è chiaro che lei ha e avrà sempre bisogno della sua fantasia, per riempire una vita che potrebbe altrimenti diventare insopportabile.

Labyrinth

Sotto sotto si potrebbe anche vedere una velata critica al consumismo occidentale che ha riempito le nostre case di oggetti spesso futili ma assurti al livello di totem: certo che la cameretta di Sarah ha riempito non poco i sogni delle sue coetanee dell’epoca, tra romanticismo e peluches, specchi magici e libri, tra cui si vede una rara edizione inglese di Biancaneve e i sette nani ispirata al capolavoro di Walt Disney.

Molto amato dall’autrice di manga dark Kaori Yuki, che l’ha citato nel suo Angel Sanctuary, cult anni Ottanta poi sparito per anni dai nostri schermi per poi tornare di recente grazie ad una buona edizione in dvd, Labyrinth è un film da vedere o rivedere, come fiaba iniziatica o anche semplicemente come oggetto di nostalgia di un decennio che ormai sembra remoto, in cui il cinema di genere fantastico forse era meno schiavo degli effetti speciali di oggi e attingeva al folklore e alle fiabe tradizionali, creando storie interessanti e intriganti, capaci di essere universali ancora oggi.

Labyrinth: la Sony prepara un nuovo film

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Labyrinth: la Sony prepara un nuovo film

Il Re dei Goblin è morto. Evviva il Re dei Goblin.

Morto un Re se ne fa un altro, ma riusciranno a farlo anche con il Duca Bianco?

Ebbene si, a pochi giorni dalla morte di David Bowie, interprete di Jareth il Re dei Goblin in Labyrinth, la Sony sta producendo un nuovo film con l’atichetta Tri-Star Pictures sulla storia fantasy che vedeva protagonista la giovane Jennifer Connelly.

Non è stato ancora specificato se si tratterà di un sequel o di un remake, ma a scrivere il film c’è Nicole Perlman, co-sceneggiatrice di Guardiani della Galassia.

Il film del 1986 è un piccolo classico di genere, nonchè film culto per più generazioni. Che ne pensate dell’idea di questo nuovo capitolo?

Labyrinth: Jennifer Connelly ricorda il ballo con David Bowie

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Labyrinth: Jennifer Connelly ricorda il ballo con David Bowie

Protagonista della conferenza stampa di American Pastoral a Roma (qui il resoconto della conferenza stampa) in compagnia di Ewan McGregor, Jennifer Connelly ha condiviso il suo ricordo di David Bowie, con cui ha recitato in Labyrinth, di cui ricorre il trentesimo anniversario quest’anno.

“Ero molto nervosa – ha esordito la Connelly – non avevo mai fatto danza, né ma studiato ballo e l’essere in quell’abito così ampio e ingombrante mi faceva sentire molto goffa. Dovevamo anche fare dei passi all’indietro, sulle scale, mi sentivo molto agitata e impacciata. Essere con lui era terrificante, ma David è stato gentile e dolce ed è diventato il mio eroe perché mi ha messa a mio agio con piccole battute e mi ha trattata benissimo. Mi ha fatto passare la paura.”

Tra gli impegni di Jennifer Connelly, oltre al tour promozionale del film al fianco di McGregor che ha esordito alla regia, ci sono le riprese di Granite Mountain, film drammatico diretto da Joseph Kosinski in cui la Connelly recita al fianco di Miles Teller (Whiplash, Fantastici Quattro) e Taylor Kitsch (John Carter, True Detective 2).

Il film racconta la storia vera del gruppo d’elite di uomini che nel 2013 lottò contro l’incendio di Prescott, in Arizona e in cui morirono 19 membri della squadra.

Labyrinth: i Funko del film con David Bowie

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Labyrinth: i Funko del film con David Bowie

La Funko POP! ha presentato la sua nuova collezione che metterà in commercio a settembre. Si tratta di una linea a tiratura limitata di figure dedicate al cult fantasy Labyrinth, del 1986 diretto da Jim Henson. Le figure che saranno messe in commercio saranno quattro e raffigureranno Jareth (David Bowie), Sarah (Jennifer Connely) e Worm, Hoggle e Ludo.

Potete vederle di seguito:

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L’ultima volta che si è parlato di Labyrinth, la Sony voleva realizzare un nuovo film nello stesso universo, annunciato a pochi giorni dalla morte di David Bowie.

Non è stato ancora specificato se si tratterà di un sequel o di un remake, ma a scrivere il film c’è Nicole Perlman, co-sceneggiatrice di Guardiani della Galassia.

Il film del 1986 è un piccolo classico di genere, nonchè film culto per più generazioni. Che ne pensate dell’idea di questo nuovo capitolo?Labyrinth 1

Labyrinth: Fede Alvarez spiega perché non dirigerà il sequel

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Labyrinth: Fede Alvarez spiega perché non dirigerà il sequel

Numerosi sono i progetti che Fede Alvarez, regista di Evil Dead e Man in the Dark, ha in cantiere al momento: tra questi figurano il riavvio del franchise di Non aprite quella porta (in cui sarà coinvolto in qualità di produttore) e uno zombie movie per conto della Lionsgate e intitolato 16 States.

Circa tre anni fa, però, era stato annunciato che Alvarez avrebbe diretto il sequel di Labyrinth, il fantasy del 1986 con protagonisti il compianto David Bowie e il premio Oscar Jennifer Connelly.

All’epoca venne annunciato che il sequel sarebbe stato direttamente collegato al classico di Jim Henson, “una continuazione di quella storia ambientata soltanto diversi anni dopo”. Adesso, in un recente podcast di Bloody Disgusting, Fede Alvarez ha confermato di aver ufficialmente accantonato il progetto e che non sarà lui a dirigere il nuovo film.

“È veramente difficile quando devi decidere come impegnare il tuo tempo. Ed è altrettanto difficile capire cosa il pubblico vuole vedere. Labyrinth è stato un progetto che avrei dovuto realizzare, ma poi ho deciso di fare un passo indietro”, ha spiegato Alvarez. “Quando le persone hanno dei preconcetti e immaginano a priori come dovrebbe essere qualcosa, è davvero difficile riuscire a sorprenderle. Semplicemente, si aspettano di rivedere la stessa cosa. Da regista, ho capito che non mi interessa dedicarmi a progetti del genere, dove il pubblico si aspetta già determinate cose. E Labyrinth è uno di quei film a cui le persone si approccerebbero in quel modo. Così, ho deciso di non farlo.”

LEGGI ANCHE – Labyrinth: Jennifer Connelly ricorda il ballo con David Bowie

Circa tre anni fa, quando Fede Alvarez venne annunciato come regista del sequel, lo stesso aveva dichiarato: “È uno dei film seminali della mia infanzia che mi ha fatto innamorare del cinema. Non potrei essere più eccitato all’idea di espandere l’universo di Jim Henson, e portare una nuova generazione di spettatori indietro nel labirinto.”

Al momento non sappiamo se la Sony Pictures e la TriStar Pictures decideranno di portare avanti il progetto su un sequel di Labyrinth. Chiaramente vi terremo aggiornati.

Labyrinth torna in versione deluxe per il 30esimo anniversario

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Labyrinth torna in versione deluxe per il 30esimo anniversario

Un regista visionario, una rockstar tra le più amate di tutti i tempi, una giovane attrice futuro premio Oscar. È un classico del genere fantasy Labyrinth – Dove tutto è possibile, film che compie 30 anni e che, per l’occasione, torna in versione deluxe – con tante sorprese – per la gioia di vecchi e nuovi fan. Labyrinth sarà disponibile in DVD, Blu-Ray, Steelbook Blu-Ray,  4K Ultra HD  e nell’esclusiva Maze Edition Blu-Ray (in edizione limitata da 1.500 pezzi) dal 28 Settembre 2016 con Universal Pictures Home Entertainment Italia.

Tutti i prodotti sono disponibili in un nuovo packaging ed impreziositi da contenuti speciali inediti, tra cui interviste con la protagonista Jennifer Connelly (premio Oscar nel 2002 come Migliore Attrice Non Protagonista per A Beautiful Mind), con il filmmaker Brian Henson (figlio del regista di Labyrinth, Jim Henson) ed interventi in ricordo di David Bowie. Per la versione in 4K UHD il film è stato totalmente restaurato e rimasterizzato, nel suono e nelle immagini.

Il design dell’esclusiva e sorprendente Maze Edition, invece, riproduce il castello multidimensionale di Jareth ed è ispirato ad una delle scene più famose del film. Il prodotto, inoltre, include un digibook Blu-Ray di 24 pagine con tutti i contenuti speciali di Labyrinth, alcuni elementi nascosti all’interno della confezione ed un’immagine di David Bowie.

Sarah (Jennifer Connelly) è un’adolescente sognatrice, che ancora si circonda di orsacchiotti e buffi personaggi di peluche. Una sera in cui i suoi genitori escono per qualche ora lasciandola sola con Toby, il fratellino di pochi mesi, questi stenta ad addormentarsi e piange: innervosita, la ragazzina invoca Jareth (David Bowie), il Re dei Goblin, affinché lo porti con sé nel suo castello. E Toby scompare davvero. Sarah impaurita decide di andarselo a riprendere…

NUOVI CONTENUTI SPECIALI (Durata totale dei contenuti extra: 216 minuti ca.)

  • Riordinare i ricordi: Ripensare a Labyrinth – Jennifer Connelly e la famiglia Henson riflettono su questo film classico 30 anni dopo ricordando le loro esperienze, l’innovativa trasposizione scenica e l’enorme eredità duratura del film
  • L’eredità di Henson – Celebriamo l’ultimo tocco nella filmografia di Jim Henson, nella visione cinematografica e soprattutto l’immaginazione mentre la sua famiglia ci parla del suo lavoro e ci porta dietro le scene in “Center of Puppetry Arts”, che mostra la collezione Jim Henson e gli oltre 100 burattini di Labyrinth
  • In ricordo del Re dei Goblin: Ricordando David Bowie con la co-protagonista Jennifer Connelly, il figlio di Jim Henson Brian e con Cheryl Henson
  • L’Anniversario di Labyrinth Q&A: Presentato dal conduttore di Mythbuster Adam Savage, con la partecipazione di Brian Henson, David Goelz e Karen Prell con l’ospite a sorpresa Sharl Weiser
  • Trailer cinematografico 

    ALTRI CONTENUTI 

  • I Narratori: Immagine nell’immagine 
  • Commento del Conceptual Designer Brian Froud 
  • Making Of – Documentario Dietro le Quinte di Labyrinth
  • Viaggio attraverso Labyrinth: Il regno dei personaggi e la ricerca della città dei Goblin

4K ULTRA HD

Per la prima volta il film sarà disponibile anche in 4K Ultra HD in un combo pack che include il 4K Ultra HD Blu-ray e il Blu-ray. Il 4K Ultra HDTM offrirà tutti i contenuti extra presenti nel disco Blu-ray.

  • Il 4K Ultra HD è il massimo per l’esperienza visiva di un film. Il 4K Ultra HDTM presenta la combinazione della risoluzione 4K per immagini quattro volte più nitide dell’HD, la brillantezza del colore High Dynamic Range (HDR) con un audio immersivo che offre un’esperienza multidimensionale del suono.
  • Il Blu-ray presenta immagini in alta definizione, qualità della diffusione del suono come al cinema ed esclusivi contenuti extra.

Labyrinth con David Bowie – recensione

Labyrinth poster Anno: 1986

Regia: Jim Henson

Cast: David Bowie, Jennifer Connelly, Toby Froud, Shelley Thompson, Christopher Malcolm, Frank Oz, Shari Weiser (voce),Ron Mueck (voce), David Shaughnessy(voce).

Trama: Sara, adolescente piena di fantasia, è costretta a restare a casa a tenere a bada il piccolo fratellino, Toby. In un momento di rabbia invoca i Goblin e Jareth, il loro Re, affinché portino via il bambino per farlo diventare uno di loro. Comprendendo l’enorme sbaglio, cerca di rimediare penetrando nel misterioso labirinto per salvarlo ma ha solo tredici ore per raggiungere il castello e Jareth farà di tutto per ostacolare il suo percorso.

Analisi: Diretto da Jim Henson, il padre dei Muppets e cosceneggiato insieme a Terry Jones, creatore dei Monty Python. Labyrith ha numerosi richiami alla letteratura classica del fantasy come Alice nel paese delle Meraviglie di Lewis Carroll e Il Mago di Oz di L. Frank Baum. Ma riprende la continuità visiva cominciata nel 1984 da Wolfgang Petersen, con La storia infinita e di cui il grande successo porterà a vari sequel. Il filone sul mondo “della fantasia” diventerà ricorrente negli anni a seguire, con chiavi di lettura diverse e segnando il genere, con parentesi sui cartoni animati in Chi ha incastrato Roger Rabbit di Robert Zemeckis e Richard Williams, e nei giochi con Jumanji di Joe Johnston.

Riprendendo lo schema delle Favole di Prop, la storia racconta come la giovane ragazza affronti il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Sara, interpretata da una gionavissima Jennifer Connelly, è ancora legata al mondo della fantasia di cui si circonda con libri, pupazzi e oggetti con cui si traveste, sin dai primi minuti del film si cuce addosso un archetipo, la ragazza schiavizzata dalla “madrina” per badare al suo “fratellastro”. Il labirinto che dovrà affrontare, altro non è che il vero motore della storia che la porterà nella condizione di valutarsi e confrontarsi con se stessa. Di fatti, tutte le prove che le si presentano sono tutte decisioni nuove e che deve prendere al momento, queste molto spesso saranno caratterizzati da tranelli e doppi sensi che le mostreranno le ingiustizie, altre invece faranno leva sulla giustizia e la fiducia, e di come sia difficile conquistarla.

Questo percorso/crescita porterà Sara a relazionarsi anche con i vari tipi d’affetto, l’amicizia per i compagni di viaggio e con l’amore attraverso le prime pulsioni e desideri nei confronti di Jareth; emozioni visibili durante la scena del ballo e argomento ripreso nei vari dialoghi che i due hanno. L’elemento che contraddistingue fortemente il film è la presenza di David Bowie, nella veste d’attore, con i capelli lunghi, il trucco eccessivo e i ghigni enigmatici, restituisce perfettamente l’ambiguità che possono avere i desideri e i sogni più nascosti simboleggiati anche dalla sua sfera di cristallo, che mostra a Sara quello che potrebbe avere se cedesse al male/desiderio. Ma anche come compositore, firmando la colonna sonora e segnando un pezzo di storia del cinema e degli anni ’80. Tutte le parentesi musicali oltre a essere evocative, rappresenteranno delle vere ellissi temporali all’interno del film, che fanno piacevolmente “perdere il tempo” a Sara.labyrinth

Dal punto di vista della regia il film è una costellazione di personaggi buffi e divertenti che anche sotto sembianza spaventose restituiscono lo spirito ironico di cui il film è completamente avvolto e che lo rendono un bellissimo esempio di cinema fantasy. I principali pupazzi che caratterizzano questo mondo sono Gogol, gnomo innamorato di Sara ma incattivito dalla presenza di Jareth, Bubo il tenero bestione che promette fedeltà a Sara dopo averlo salvato e infine, il prode Sir Didymus uno yorkshire in sella al suo cane pastore. Tutti questi pupazzi-burattini rappresentano la parte più colorata dell’avventura onirica, che viene arricchita dalle innumerevoli citazioni, come le porte che nascondono tranelli, luoghi del labirinto con nomi spiritosi quali “la gora dell’eterno fetore” o i richiami ai quadri di M.C.Escher luogo dove Jareth fino alla fine chiede a Sara di essere la sua regina, tutti elementi che segnano l’immaginario e restituiscono gli stupori e le fantasie allo spettatore.

Nella parte finale del film e quindi “nel ritorno a casa”, emerge la difficoltà di accettare la consapevolezza del passaggio all’adolescenza ma Sara non rinuncia mai realmente alla sua fantasia, mette via i giocattoli sapendo che “se ha bisogno” ricorrerà sempre a quella parte di sé.

Labyrinth 2: Scott Derrickson aggiorna sull’annunciato sequel

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Labyrinth 2: Scott Derrickson aggiorna sull’annunciato sequel

Poco dopo aver lasciato Doctor Strange nel multiverso della follia dei Marvel Studios nel 2020, Scott Derrickson ha firmato per dirigere un altro sequel ambientato in una dimensione alternativa sconvolgente per lo studio di proprietà della Sony TriStar Pictures, Labyrinth 2, il sequel del classico avventura fantasy di Jim Henson: The Labyrinth.

Da allora gli aggiornamenti sono stati praticamente inesistenti, quindi si presumeva generalmente che il progetto fosse stato accantonato, ma il regista di The Black Phone  ha ora rivelato che Labyrinth 2 è ancora in fase di sviluppo, anche se non ha idea di quando entrerà effettivamente in produzione.

“Non siamo mai arrivati ​​al punto in cui lo studio volesse realizzarla, ma ero molto orgoglioso del lavoro che ci abbiamo fatto”, ha spiegato Derrickson a ComicBook.com . “Ed è un progetto molto difficile da trasformare in qualcosa di commercialmente fattibile, perché è così fantasioso e surreale che non c’è modo di farlo a buon mercato. E allo stesso tempo, è così audace e diverso che è un film difficile per uno studio si senta competente e abbia un valore commerciale sufficiente per guadagnare un profitto. Quindi penso che sia un osso duro da risolvere, ma tutto quello che posso dirti è che sono molto orgoglioso del lavoro che abbiamo fatto su di esso. Certamente aveva in mente un grande film.”

Quando gli è stato chiesto se il piano fosse quello di scegliere un altro attore per il ruolo di Jareth il Re dei Goblin in seguito alla scomparsa del leggendario David Bowie, Derrickson ha rifiutato di entrare troppo nei dettagli, ma ha detto che “hanno avuto un’idea davvero interessante“. “Dato che il progetto è ancora in fase di sviluppo, probabilmente non dovrei dire quali sono i piani perché penso che abbiamo avuto un’idea davvero interessante, ma non voglio smentirla nel caso in cui il film venga realizzato.”

L’originale del 1986 vedeva Jennifer Connelly nei panni di un’adolescente di nome Sarah che entra in uno strano regno fantasy nel tentativo di salvare il suo fratellino da Jareth il Re dei Goblin (Bowie). Lì incontra alcune creature strane e meravigliose (Hoggle, Ludo e Sir Didymus) che la aiutano nella sua ricerca per raggiungere il castello del re.

Sebbene abbia ricevuto un’accoglienza tiepida al momento della sua uscita, il film da allora ha raggiunto lo status di cult e nel corso degli anni abbiamo visto vari fumetti, libri e videogiochi spin-off. Ogni anno si tiene anche un ballo in maschera dei fan, considerato uno dei più grandi del suo genere al mondo. Maggie Levin ( Into the Dark, My Valentine ) è stata incaricata di scrivere la sceneggiatura del sequel quando è stato annunciato per la prima volta nel 2020, mentre Brian e Lisa Henson di The Jim Henson Company erano a bordo come produttori.

Labubu: SONY sta sviluppando un film sulla popolare bambola

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Labubu: SONY sta sviluppando un film sulla popolare bambola

Deadline ha confermato che è in lavorazione presso la Sony un film basato sulla linea di peluche Labubu. Lo studio di Culver City ha acquisito i diritti cinematografici della bambola cinese. Al momento non ci sono accordi creativi e non è stata presa alcuna decisione se si tratterà di un film d’animazione o live-action. Lo studio non ha rilasciato dichiarazioni.

Le bambole sono state create dal designer Kasing Lung, originario di Hong Kong e residente in Europa, nel 2015. Inizialmente sono state prodotte da How2 Work, prima che il rivenditore cinese Pop Mart rilevasse la linea e iniziasse a venderle nel 2019.

Labubu faceva parte della serie di racconti di Lung, The Monsters, ispirata al folklore nordico. Sebbene Labubu fosse inizialmente popolare nell’Asia orientale e sud-orientale, la mania si è diffusa negli Stati Uniti, dove esiste un mercato nero per le bambole a prezzi a sei cifre. Pop Mart ha incrementato la domanda per il marchio vendendo le bambole in scatole cieche: l’acquirente non sa che tipo di bambola riceverà finché non apre la scatola, rendendole costose sul mercato delle aste e persino al dettaglio. Celebrità come Lisa, membro del gruppo K-pop Blackpink, hanno indossato Labubu come gioiello, aumentandone ulteriormente il valore.

Nel rapporto annuale 2024 di Pop Mart, si è notato che la linea The Monsters genera 430 milioni di dollari, pari al 23,3% del fatturato totale dell’anno. Nella prima metà del 2025 The Monsters ha generato 670 milioni di dollari, rappresentando quasi il 35% del fatturato di Pop Mart per il periodo.

Labubu: Paul King, regista di Paddington e Wonka, dirigerà il film

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Nel novembre 2025, la Sony ha acquisito i diritti per adattare la popolare linea di peluche da collezione, i Labubu, in un lungometraggio, con l’intenzione di svilupparlo in un franchise se il primo film avrà successo. Ora, un mese dopo essersi assicurata i diritti cinematografici, la Sony ha ingaggiato il regista di Paddington e Wonka, Paul King, per dirigere il film, oltre che per produrlo.

Secondo The Hollywood Reporter, il progetto è ancora in fase di sviluppo iniziale e non è stato ancora assegnato uno sceneggiatore. Sony sta però collaborando con il rivenditore cinese e proprietario del marchio Pop Mart per l’adattamento. Non è ancora chiaro se il film Labubu sarà un live-action animato, ma con Paul King a bordo, potrebbe combinare l’uso di attori dal vivo con l’animazione per il personaggio principale, come nei film di Paddington.

La storia dei Labubu

Creato dall’artista Kasing Lung, nato a Hong Kong e residente in Europa, Labubu è diventato popolare dopo che il rivenditore cinese Pop Mart ha iniziato a produrre e distribuire le figurine nel 2019. Sebbene il marchio abbia acquisito slancio gradualmente, la popolarità di Labubu è esplosa negli ultimi anni per due motivi principali. Il primo è il modello di vendita “blind box” di Pop Mart, in cui gli acquirenti non sanno quale figurina hanno acquistato fino a quando non la aprono.

Questo approccio alimenta l’entusiasmo e gli acquisti ripetuti, stimolando al contempo un intenso mercato secondario in cui i collezionisti spendono ingenti somme online, in occasione di eventi pop-up e nei negozi fisici. Le edizioni rare sono state vendute all’asta a prezzi a sei cifre. Il secondo fattore trainante è stato il sostegno delle celebrità, in particolare della membro delle Blackpink Lisa, che ha iniziato a utilizzare le figurine come accessori di moda nel 2024. Labubu è il personaggio centrale della linea, che comprende anche il leader Zimomo, il compagno Mokoko e il fidanzato Tycoco.

Chi è Paul King

Basandosi sull’amato personaggio creato da Michael Bond, Paul King ha scritto e diretto Paddington (2014) e il suo sequel del 2017, entrambi grandi successi al botteghino che hanno ottenuto un enorme successo per il loro cuore e il loro fascino. King ha co-sceneggiato e prodotto il terzo film, Paddington in Peru (2024), diretto invece da Dougal Wilson.

King ha anche co-sceneggiato e diretto Wonka(2023), con Timothée Chalamet, che racconta la storia delle origini del cioccolatiere protagonista e ha incassato ben 634,5 milioni di dollari al botteghino. Considerando la serie positiva di film che sta mettendo a segno Paul King, non dovrebbe avere problemi a trasformare Labubu in un altro successo al botteghino.

Labor of Love: Shyamalan e Bruce Willis ritornano insieme

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Labor of Love: Shyamalan e Bruce Willis ritornano insieme

Nuovo progetto per il regista M. Night Shymalan che archiviata la non felice parentesi di After Earth, si appresta a dirigere Labor of Love,  script che è stato acquistato dalla 20th Century Fox nel 1993. Si tratta di un inedito che è addirittura antecedente ai suoi film culto. Ebbene il regista vorrebbe come protagonista nientemeno che Bruce Willis, con il quale fece il suo primo successo, Il sesto senso e anche il film successivo Unbreakable. 

Pare che oggi il regista sia impegnato a riacquistare i diritti della sua sceneggiatura per avviare le riprese nel mese di settembre a Philadelphia. All’epoca il film non si fece perché Shyamalan voleva a tutti i costi dirigerlo. Tempo dopo verso la storia ci fu il forte interesse di  Denzel Washington. Protagonista quindi Bruce Willis che interpreterà un libraio che, dopo aver tragicamente perso la mogie, decide di attraversare il paese per dimostrare il proprio amore nei suoi confronti. Le pellicola dovrebbe arrivare a Berlino per essere venduta in tutto il mondo.

A produrre la pellicola ci saranno Randall Emmett, George Furla, Stuart Ford e Ashwin Rajan.

Fonte: Deadline

La-Bas- educazione criminale: la conferenza stampa

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Presentato ieri alla Casa del Cinema, Là-bas. Educazione criminale uscirà nelle sale il prossimo 9 marzo. Alla conferenza stampa erano presenti il regista Guido Lombardi, i produttori e parte del cast: Kader Alassane, Esther Elisha e “Billi” Serigne Faye. È intervenuto anche Pape Diaw, portavoce della comunità senegalese di Firenze.

La-bas – educazione criminale: recensione del film

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La-bas – educazione criminale: recensione del film

Il regista ne ha parlato come di un film suicida: girato in francese e inglese, con attori di colore non professionisti, parla di immigrati. Tutti ingredienti che si discostano dal cinema mainstream, e che fanno di Là-bas un’opera fresca e originale, capace di immortalare fedelmente e senza retorica una realtà difficile qual è quella dell’immigrazione clandestina. E non stupisce che Là-bas – Educazione criminale, il lungometraggio d’esordio del napoletano Guido Lombardi, classe 1975, abbia entusiasmato la giura veneziana portandosi a casa il Leone del Futuro – Premio Opera Prima Luigi De Laurentiis, oltre al Premio del pubblico Kino come Miglior Film.

Là-bas – Educazione criminale, il film

L’opera Là-bas – Educazione criminale si ispira alla strage di Castel Volturno, che nel settembre 2008 portò alla morte di 6 ragazzi ghanesi ad opera di un commando di camorristi. Ma l’episodio è abilmente inserito solo nel finale: i restanti 90 minuti o quasi raccontano il percorso di Yussouf (Kader Alassane), giovane africano arrivato in Italia in cerca di fortuna. Viene ospitato alla “Casa delle candele”, una villetta a 30 km da Napoli, così chiamata per la luce che salta di continuo. Stringe amicizia con Germain (l’ottimo “Billi” Serigne Faye): è in Italia da 6 anni e, per vivere, s’accontenta di vendere fazzoletti al semaforo.

Ma le ambizioni di Yussouf, abile disegnatore e scultore di statue in metallo, lo portano a farsi trascinare nello spaccio di droga gestito da suo zio Moses (Moussa Mone). Yussouf imparerà in fretta il prezzo della sua scelta, a prima vista la più razionale, unica alternativa ad un destino di sfruttamento. S’innamorerà di Suad (l’attrice professionista Esther Elisha), per poi scoprirla prostituta su una strada notturna del litorale campano. Quella di Yussouf, come recita il sottotitolo del film, è un’educazione criminale, obbligatorio tragitto d’iniziazione per far parte di un mondo immaginato come lontano e diverso: là-bas in francese significa appunto laggiù, termine usato dagli africani per designare l’Europa.

Dialoghi e sceneggiatura, ben accompagnati dalle musiche di Giordano Corapi, non sono mai banali, e l’affiatato gruppo di attori improvvisati è davvero una piacevole sorpresa. Una pellicola in cui verità storica e invenzione filmica si uniscono alla perfezione, e in cui il tutto è raccontato dall’ “interno”, ossia dal punto di vista degli stessi immigrati. Non una lezione d’umanità, e nemmeno uno slogan contro il razzismo, bensì lo sguardo asciutto di un regista-sociologo che mette a fuoco la drammaticità di situazioni spesso volutamente dimenticate. Suggestiva la scena finale, con Yussouf che torna alla Casa delle candele, semi-nudo dopo aver gettato nel bosco i costosi vestiti donati dallo zio: una rinascita simbolica del protagonista, pronto a ripartire da zero, scegliendo una vita diversa per re-inventare se stesso.

La zona morta: trama, cast e le differenze tra il libro e il film

Le innumerevoli opere scritte dal celebre Stephen King sono da sempre fonte di grande ispirazione per il cinema e moltissime di queste hanno poi trovato il loro adattamento sul grande schermo. Dal celebre Stand by Me a Le ali della libertà, da Carrie – Lo sguardo di Satana fino alla più recente serie televisiva The Stand. Quello realizzato dallo scrittore del brivido è un bacino di storie senza eguali, contenenti tutti i sentimenti e i temi più ricorrenti nell’esistenza umana. Uno dei film più belli, e di cui forse si parla meno, tratti da una sua opera è La zona morta (qui la recensione), diretto nel 1983 dal celebre regista David Cronenberg.

Realizzato dopo Videodrome e prima di La mosca, questo si presentò da subito come un progetto estremamente nelle corde del regista canadese. La storia infatti non presenta elementi particolarmente fantastici o orrorifici quanto le precedenti scritte, ma si concentra in modo particolare sull’evoluzione del protagonista e sul suo rapporto con il potere acquisito. La prima versione della sceneggiatura era stata scritta dallo stesso King, ma rimaneva talmente fedele al romanzo da essere grossomodo inadattabile per il grande schermo. Venne così chiamato Jeffrey Boam, che riscrisse il tutto riuscendo ad ottenere il consenso dello scrittore.

Divenuto negli anni un vero e proprio cult, La zona morta è ancora oggi considerato uno dei migliori adattamenti da un romanzo di King. Pur con le dovute modifiche, il film riesce infatti a mantenere vivo il cuore del romanzo, come anche tutti i suoi aspetti più affascinanti. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alle differenze tra il libro e il film. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il titolo nel proprio catalogo.

La zona morta trama

La trama di La zona morta

Protagonista del film è l’insegnante Johnny Smith, il quale in seguito ad un incidente rimanere per ben cinque anni in coma. Al suo risveglio si scopre in possesso dello straordinario potere di leggere il passato e il futuro delle persone semplicemente toccandole. Grazie a ciò può letteralmente cambiare il corso degli eventi ancora da verificarsi. Dopo aver fatto l’abitudine a tale capacità, Johnny inizia ad usare questa per evitare varie disgrazie ed aiutare il prossimo. Così facendo, egli spera di potersi lasciare il passato alle spalle e ricominciare da capo, conducendo un’esistenza tranquilla. Ma quando stringe la mano al politico Greg Stillson e ne vede il futuro, capisce di dover intervenire per evitare che quanto visto diventi realtà.

 

Il cast del film

Per dar volto al protagonista del film King indicò come sua personale scelta l’attore Bill Murray, Cronenberg invece propose un altro attore, ma ad avere l’ultima parola fu il produttore Dino De Laurentis, il quale affidò la parte al premio Oscar Christopher Walken in quanto in quegli anni all’apice del suo successo. Accanto a lui, nei panni della sua ex fidanzata vi è l’attrice Brooke Adams, nota per Terrore dallo spazio profondo, mentre il celebre Tom Skerritt è lo sceriffo Bannerman. Herbert Lom è invece il dottor Sam Weizak, e Nicholas Campbell il serial killer Frank Dodd. Ad interpretare il politico Greg Stillson vi è invece l’attore Martin Sheen.

La zona morta cast

Le differenze tra il libro e il film

Come anticipato, La zona morta non è un film particolarmente fedele al romanzo di King. Per quanto la storia sia grossomodo la stessa, cambiano infatti una serie di eventi, dettagli o la stessa struttura narrativa. Il libro, infatti, segue due storie parallele che convergevano poi soltanto con il sopraggiungere del finale. Questa struttura, inizialmente presente nella sceneggiatura di King, venne poi abbandonata in favore di una narrazione più lineare, suddividendo le avventure del protagonista in tre atti attraverso i quali è più evidente l’evoluzione emotiva e psicologica del personaggio. Ciò è tornato utile specialmente considerando che molti degli episodi che evidenziano il dramma di Johnny sono necessariamente stati sintetizzati per il film.

Ulteriore differenza si ritrova poi nella rappresentazione delle visioni che il protagonista ha, e che rappresentano la zona morta che dà il titolo all’opera. Nel romanzo di King queste vengono descritte come dei frammenti estremamente poco chiari, che lasciano interamente al protagonista il compito di ricostruire il loro significato. Nel film, invece, tali visioni appaiono estremamente più chiare nel loro svolgersi, rendendo più semplice il compito del protagonista. In particolare, la visione principale, quella relativa al personaggio di Stillson, si spinge in dettagli particolarmente importanti. Il finale, invece, risulta essere lo stesso tanto per il film quanto per il libro.

La zona morta: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di La zona morta grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Infinity+, Apple TV+ e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di sabato 5 agosto alle ore 21:15 sul canale Italia 2.

Fonte: IMDb

La zona morta: recensione del film di David Cronenberg

La zona morta: recensione del film di David Cronenberg

La zona morta è un film del 1983 diretto da David Cronenberg e con protagonisti nel cast Christopher Walken, Martin Sheen, Tom Skerritt e Brooke Adams.

Trama del film La zona morta

Dopo essere rimasto a lungo in coma, al suo risveglio Johnny Smith si trova in possesso dello straordinario potere di leggere il passato e il futuro delle persone solo toccandole; dopo aver usato le sue nuove capacità per evitare varie disgrazie ed aiutare la polizia nello scovare un serial killer, il protagonista si imbatte in Greg Stillson, anonimo candidato senatore, scoprendo, stringendogli la mano, che quell’uomo, diventato Presidente degli Stati Uniti, scatenerà un conflitto nucleare. Johnny si impegnerà allora ad usare quel potere per eliminare la minaccia…

Analisi de La zona morta

 Uscito nel 1983, autentico ‘anno di grazia’ per gli amanti di Stephen King, che lo vedono approdare sugli schermi assieme a Christine e Cujo, La Zona Morta si fa ricordare come uno dei migliori adattamenti dei romanzi del Re del Brivido; merito innanzitutto della squadra, ottimamente assortita dal  team produttivo formato da Dino DeLaurentiis e Debra Hill: David Cronenberg alla regia, Christopher Walker e Martin Sheen nei ruoli principali.

Il regista canadese, qui in una delle poche produzioni ad alto budget della  carriera, porta efficacemente sullo schermo il materiale kinghiano, basandosi sulla sceneggiatura stesa da Jeffrey Boam (Indiana Jones e l’ultima crociata), per la quale DeLaurentiis aveva inizialmente pensato allo stesso King, senza che poi la collaborazione arrivasse in porto; da notare che per il ruolo del protagonista, King aveva inizialmente pensato a Bill Murray.

La zona morta venne girato in  condizioni climatiche estreme: i set nordamericani furono teatro di un’ondata di gelo senza precedenti, e forse questo  ha contribuito all’atmosfera sospesa e vagamente straniante che accompagna tutto il film; lo stesso dicasi per l’interpretazione – eccezionale – del protagonista Walken, il cui colorito costantemente livido rende ancora più pronunciata l’espressione allucinata di un uomo che si ritrova in possesso di un potere che lo spaventa e che lo separa progressivamente da coloro che lo circondano, facendogli sfiorare – e in parte varcare – i confini dell’alienazione.

Uno sguardo sofferente, perennemente disagiato, che trova corrispondenza in quello del suo antagonista Martin Sheen, anch’esso velato di follia, ma stavolta quella derivante dall’ambizione sfrenata e dal delirio di onnipotenza.

Nel resto del cast de La zona morta spicca un faccia nota come quella di Tom Skerritt; il ruolo femminile principale è affidato a Brooke Adams; al film partecipa con un cameo anche uno dei figli di Sheen, Ramon Estevez.

Unico episodio della cinematografia del regista in cui ad occuparsi delle musiche non è il fido Howard Shore, ma Michael Kamen, La zona morta resta ancora oggi un efficacissimo film di ‘genere’ e non solo nella categoria degli adattamenti di Stephen King.

La Zona di interesse: il produttore si dissocia dalle parole di Jonhathan Glazer

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Il discorso di accettazione di Jonathan Glazer per La Zona di interesse agli Oscar 2024 ha suscitato reazioni negative e una risposta da parte del produttore del film. Diretto da Glazer, La Zona di interesse è un film che racconta la storia del comandante nazista Rudolf Höss e della sua famiglia, che stanno costruendo la propria vita idilliaca proprio accanto al campo di concentramento di Auschwitz, dove ogni giorno vengono commesse atrocità. La Zona di interesse è stato nominato a cinque Oscar, vincendo per il miglior film internazionale e il miglior suono. Il discorso di Glazer per il riconoscimento del miglior lungometraggio internazionale, tuttavia, ha suscitato polemiche quando il regista ha accennato al conflitto in corso in Palestina.

Mentre alcuni esprimono il loro sostegno alle parole di Glazer, altri trovano che il parallelo tracciato dal regista tra l’Olocausto e i giorni nostri sia, nella migliore delle ipotesi, allarmante. Secondo il podcast Unholy, tale dissenso sul discorso proviene anche dal produttore esecutivo di La Zona di interesse, Danny Cohen. Cohen ha condannato il discorso, dicendo:

“È davvero importante riconoscere che [il discorso ha] sconvolto molte persone e molte persone si sentono arrabbiate per questo. E francamente capisco quella rabbia. Penso che molte persone nella comunità ebraica che mi hanno contattato abbiano ritenuto che fosse un film straordinario e molto importante e, in quanto tale, racconta una storia dell’Olocausto e costituisce una parte molto importante dell’educazione sull’Olocausto. E penso che siano rimasti sconvolti dalla sensazione che questo sia stato confuso con quello che sta succedendo ora [a Gaza], indipendentemente dal fatto che questa fosse l’intenzione di Jonathan o meno.

Semplicemente sono in disaccordo con Jonathan su questo. Il mio sostegno a Israele è incrollabile. La guerra e la continuazione della guerra sono responsabilità di Hamas, un’organizzazione terroristica genocida, che continua a detenere e abusare di ostaggi e che non usa i suoi tunnel per proteggere i civili innocenti di Gaza, ma li usa per nascondersi e permettere ai palestinesi di morire. Penso che la guerra sia tragica e terribile e che la perdita di vite civili sia terribile, ma di questo biasimo Hamas. E qualsiasi discussione sulla guerra senza dirlo manca del contesto adeguato che ogni discussione dovrebbe avere.

Ascolta, è il suo film. Può stare lì e scegliere le sue parole e va bene. È una persona forte e sono sicuro che resterà al suo fianco. Ma per me non era il momento giusto, non aveva abbastanza contesto ed era una distrazione da una grande opera d’arte. Ma si sa, Jonathan è davvero qualcuno che lascia che sia il suo lavoro a parlare. Quindi sono molto più favorevole a che sia il film a parlare rispetto a quello che dici in TV in 30 secondi in un ambiente riscaldato.

Nel suo discorso di ringraziamento, Glazer ha detto: “Il nostro lavoro è stato rivolto non al raccontare cosa hanno fatto allora, ma a cosa facciamo oggi. Il film mostra dove la disumanizzazione porta al suo peggio. Ha plasmato tutto il nostro passato e il nostro presente. In questo momento siamo qui come uomini che rifiutano la loro ebraicità in un olocausto dirottato da un’occupazione che ha portato al conflitto per così tante persone innocenti. Che si tratti delle vittime del 7 ottobre in Israele o dell’attacco in corso a Gaza – tutte vittime di questa disumanizzazione, come possiamo resistere?”.

La Zona d’interesse: trailer e poster italiani del film di Jonathan Glazer

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I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection sono lieti di presentare il trailer e il poster italiano del film La Zona d’interesse (The Zone of Interest) di Jonathan Glazer, in anteprima nazionale oggi alla Festa del Cinema di Roma.

Il regista britannico, vincitore del Gran Premio Speciale della Giuria alla 76ma edizione del Festival di Cannes e candidato agli Oscar® per UK, sarà presente alla proiezione ufficiale del film e incontrerà il pubblico in occasione di una masterclass domani 21 ottobre, alle ore 17.00, in Sala Petrassi.

La Zona d’interesse rappresenta l’opera chiamata a raccogliere in questo decennio il testimone dei grandi capolavori del cinema che hanno raccontato la più grande tragedia del Novecento, da Schindler’s List a Il Pianista, da Train de Vie a La Vita è bella. Una prospettiva inedita e uno sguardo nuovo, con stile altissimo, su una delle pagine più buie della storia.

Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Martin Amis, La Zona d’interesse è la storia di una famiglia tedesca apparentemente normale che vive – in una bucolica casetta con piscina – una quotidianità fatta di gite in barca, il lavoro d’ufficio del padre, i tè della moglie con le amiche, le domeniche passate a pescare al fiume. Peccato che l’uomo in questione sia Rudolf Höss, comandante di Auschwitz, e la deliziosa villetta con giardino in cui vive con la sua famiglia in una surreale serenità è situata proprio al confine con il campo di concentramento, a due passi dall’orrore, così vicino e così lontano.

Prodotto da A24 e Extreme Emotions, La Zona di Interesse (The Zone of Interest) uscirà nelle sale italiane il 18 gennaio 2024 distribuito da I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection.

La Zona d’interesse

La zona d’interesse: un video svela il dietro le quinte del dramma candidato all’Oscar

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A24 ha pubblicato un nuovo video di La zona d’interesse, l’acclamato film drammatico di Jonathan Glazer sulla Seconda Guerra Mondiale, che ha recentemente ottenuto cinque nomination agli Oscar, tra cui quella per il Miglior Film.

La featurette dietro le quinte mostra Jonathan Glazer che parla della premessa del film, che racconta di un uomo che vive una vita idilliaca con la sua famiglia nella casa dei loro sogni, che si trova vicino al campo di concentramento di Auschwitz. Il direttore della fotografia Lukasz Zal ha parlato anche del processo di ripresa, rivelando che hanno cablato l’intera casa con telecamere visibili e nascoste.

Chi è coinvolto in La zona d’interesse?

Tratto dal romanzo di Martin Amis del 2014, La zona d’interesse è scritto e diretto da Jonathan Glazer, che torna alla regia dopo dieci anni da Under the Skin del 2013. Il film è interpretato da Christian Friedel nel ruolo del comandante del campo di Auschwitz Rudolf Höss, Sandra Hüller nel ruolo di Hedwig Höss, Johann Karthaus nel ruolo di Klaus Höss, Nele Ahrensmeier nel ruolo di Inge-Brigitt Höss, Lilli Falk nel ruolo di Heidetraut Höss e Medusa Knopf nel ruolo di Elfriede.

La zona d’interesse è prodotto da Reno Antoniades, Daniel Battsek, Len Blavatnik, Danny Cohen, Ke’Lonn Darnell, David Kimbangi, Ollie Madden e Tessa Ross. I produttori sono Bugs Hartley, Ewa Puszczynska, Bartek Rainski e James Wilson. Il film ha vinto il Grand Prix al Festival di Cannes 2023.

La zona d’interesse: recensione del film di Jonathan Glazer

La zona d’interesse: recensione del film di Jonathan Glazer

Era dalla Mostra del Cinema di Venezia del 2013 che non si avevano notizie di Jonathan Glazer, il quale dopo l’Under the Skin con Scarlett Johansson continuava a rimandare la presentazione di questo suo nuovo film. Prima di arrivare al Festival di Cannes 2023, infatti, si era già parlato di La zona d’interesse tra i titoli papabili per le precedenti edizioni delle kermesse del Lido e della Croisette, dove finalmente è approdato. Interpretato dalla coppia Christian Friedel-Sandra Hüller, il film offre uno sguardo diverso della tragica quotidianità e dell‘orrore dei campi di sterminio nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale e attraverso lo sguardo dei protagonisti della teorizzata soluzione finale alla base dell’Olocausto.

Camera con vista, sull’Inferno

Ne La zona d’interesse Rudolf Höss e sua moglie Hedwig sono una coppia di coniugi tedeschi, divisi tra famiglia – numerosa – e lavoro quotidiano, dentro e fuori la loro bella casa. Quel che li rende unici è il fatto di vivere a ridosso del perimetro del Campo di concentramento di Auschwitz, del quale lui è il comandante. Un militare ambizioso e senza scrupoli che, per motivi di carriera, sembra esser pronto a lasciare la cosiddetta “zona di interesse” (la Interessengebiet di circa 40 chilometri, che circonda la triste struttura) e la villetta con giardino nella quale la donna continua a crescere i loro cinque figli, a godere di una vita perfetta e della speranza di un brillante futuro e a fare finta di non vedere cosa accade al di là delle mura di recinzione.

La zona d'interesse Sandra Hüller
Sandra Hüller in una scena di La zona d’interesse

L’orrore suggerito, più che raccontato

Le prime immagini di La zona d’interesse  fanno ripensare al Suburbicon del 2017 diretto da George Clooney, non per il tono né tanto meno per la sostanza del narrato, quanto piuttosto per la superficie di normalità che nasconde altro. Lì un conflitto prossimo a esplodere, qui una tragedia della quale conosciamo l’entità, ma che Glazer mostra attraverso una serie di indizi lasciati sullo sfondo, impossibili da ignorare.

Lo spunto è quello offerto dal romanzo omonimo di Martin AmisLa zona d’interesse“, storia d’amore e burocrazia che l’immagine filmata supera e potenzia nella sua possibilità di mostrare – senza soffermarsi troppo – il fumo e le fiamme che fuoriescono dalle ciminiere delle famigerate docce. Anche il sonoro segue la stessa direttrice, con la macchina da presa a restituire il suono della scena ripresa, senza mai indulgere in sottolineature, ma senza nascondere i colpi di pistola e gli ordini urlati sullo sfondo.

La zona d'interesse

La zona d’interesse, la vita che continua

Sordi e ciechi all’inconcepibile, i protagonisti, intanto, continuano la loro vita. Fatta anche di riunioni con gli ingegneri del Reich, arrivati a proporre nuove tecnologie e più funzionali soluzioni per il funzionamento dei forni crematori, o con gli altri direttori dei vari campi, convocati per organizzare lo smaltimenti dei prossimi arrivi dall’Ungheria. Una normalità, di nuovo, che si specchia nella pulizia formale di un racconto familiare qualsiasi e insieme in quella degli ambienti di Auschwitz oggi.

Dopo i lunghi minuti di total black con i quali si apre La zona d’interesse , quasi a suggerirci di aguzzare l’udito più che la vista, improvvisamente il salto nel futuro, il nostro presente, ci mostra per l’unica volta cosa resta di quelle vittime: scarpe, bagagli abbandonati, vestiti, oggetti preziosi. Non la vita, della quale resteranno depredati in eterno. Una sorte che continua a capitare anche nelle nostre società civili, giusto fuori dal nostro giardino, mentre molti continuano a erigere muri di protezione dando mostra di non aver imparato ad aprire gli occhi sui limiti della nostra stessa coscienza.