A partire da un’idea perversa e
divertente, John Landis torna a lavorare in
Inghilterra portando sulla schermo la storia (vera) di
Burke & Hare (Ladri di Cadaveri!)
due criminali che uccidevano persone innocenti per vendere i loro
corpi alla ricerca medica. Arriva al cinema Ladri di
Cadaveri! A partire da queste due figure realmente
esistite, Landis trasforma i due disgustosi criminali in due eroi
romantici aiutato soprattutto dallo humor nero tipicamente inglese
della sceneggiatura, e da due grandissimi interpreti che danno
volto ai protagonisti:
Andy Serkis e Simon Pegg, perfettamente a loro agio in
questo genere di ruolo.
Ladri di Cadaveri, il film
La forza di Ladri di
Cadaveri si trova proprio in questa coppia affiatata che
trova il giusto equilibrio tra cinismo e autocoscienza, lasciando
spazio alle azioni più nobili e a quelle di contrario più efferate
e odiose, senza perdere di vista nemmeno per un omicidio lo spirito
grottesco con cui Landis racconta la storia. I personaggi di Burke
e Hare trovano la loro perfetta collocazione ad Edimburgo, sudicio,
umido ma affascinante sottofondo di questa storia. Come Londra ha
il suo Jack lo Squartatore, Edimburgo ha questi due loschi figuri
che, almeno nel film, riescono a catturare l’attenzione del
pubblico strappando più di una risata. La regia di Landis come al
solito mette e segno un colpo vincente e le risate, dalle più
grasse alle più sottili, non si lasciano attendere.
Presentato in anteprima al
Festival Internazionale del Film di Roma del 2010,
Ladri di Cadaveri (titolo originale Burke & Hare)
si fregia di un ottimo cast, accanto ai protagonisti già citati
troviamo infatti Tom Wilkinson, Tim Curry e
Isla Fisher, forse l’unica un po’ a disagio in questa
commedia travestita da thriller che tiene lo spettatore con il
fiato sospeso … dalle risate.
Ladri di
biciclette è un film del 1948 diretto
da Vittorio De Sica e scritto da
Cesare Zavattini con protagonisti nel cast
Lamberto Maggiorani, Enzo Staiola
Il film, girato con un’ampia
partecipazione di attori non professionisti, è basato sul romanzo
(1945) di Luigi Bartolini adattato al grande
schermo da Cesare Zavattini.
In una Roma messa in ginocchio
dalla seconda guerra mondiale, come d’altronde tutta l’Italia, un
padre di famiglia disoccupato riesce a trovare un lavoro ben
retribuito come attacchino di manifesti per il cinema. Sfortuna
vuole però che proprio il primo giorno gli rubino la bicicletta,
elemento indispensabile per svolgere quel lavoro. Si mette così
alla disperata ricerca del mezzo insieme al figlio, con la fortuna
che sembra ancor più cieca con la povera gente…
Ladri di biciclette, il film di
maggior successo del neorealismo italiano
Dopo Sciuscià
uscito due anni prima, ecco una nuova perla da regista per
Vittorio De Sica, il quale, ancora una volta
propone senza fronzoli le difficoltà dell’Italia uscita dalla
seconda guerra mondiale. Lo fa dando molto spazio alle sofferenze
dei bambini e dei ragazzini, vittime indifese delle crudeltà degli
adulti. Il suo è un realismo nudo e crudo, che riprenderà in modo
egualmente forte in Umberto D., uscito qualche
anno dopo.
Ladri di biciclette, storia senza
spazio né speranza
Se però in quest’ultimo
alleggerisce il finale con un po’ di tenerezza, in questo
lungometraggio non dà spazio a speranze o sdolcinerie. Il finale è
triste, disilluso, amaro. Alleggerirà i toni in Miracolo a Milano,
film fiabesco che intervalla i due sopracitati.
Del romanzo originale come delle
sceneggiature, oltre sei più quella dello stesso De Sica, nel film
non è rimasto nulla. Il racconto alla fine sistemato da
Cesare Zavattini mostra però la traccia di queste
numerose sceneggiature nella serie di quadri che accompagnano la
vicenda del protagonista.
Sono dei bozzetti che vogliono
“realisticamente” mostrare al pubblico la vita italiana
dell’immediato dopoguerra. «Un ritorno alla realtà», così avevano
detto i critici in occasione della proiezione di “Sciuscià”; una
realtà a cui voleva tornare lo stesso De Sica dopo le sue
esperienze di attore canterino nei film di Mario
Mattoli e Mario Camerini degli anni
trenta.
Il regista nonostante le grande
difficoltà a reperire fondi per la realizzazione del film, rifiutò
i sostanziosi aiuti dei produttori americani che però avrebbero
voluto al posto di Maggiorani addirittura Cary
Grant.
L’attrice che interpretò il
personaggio di Maria, la moglie del protagonista, fu
Lianella Carell, una giovane giornalista e
scrittrice romana, che dopo un incontro con De
Sica per un’intervista, fu sottoposta ad un provino, dopo
il quale la giornalista entrò, in questo modo inaspettato, nel
mondo del cinema. In seguito la Carell girerà altri film ma senza
la stessa fortuna professionale di quella prima pellicola.
Il pubblico del cinema
Metropolitan di Roma non accolse bene il film,
anzi rivoleva indietro i soldi del biglietto. Tutt’altra
accoglienza alla proiezione del film a Parigi con la presenza di
tremila personaggi della cultura internazionale. Entusiasta e
commosso, René Clair abbracciò al termine del film
De Sica dando il via a quel successo mondiale che
ebbe in seguito il film e con i cui proventi il regista riuscì
finalmente a pagare i debiti fatti con “Sciuscià“.
Oscar speciale
1949, vinse anche 6 Nastri d’argento e altri premi tra
cui Locarno, ma anche all’estero: New York, Londra,
Knokke-le-Zonte, Bruxelles.
Con
Ladies First, la
regista Thea
Sharrock (regista anche di Io prima di
te e
Cattiverie a domicilio) costruisce una
commedia satirica che parte da un’idea molto semplice: cosa
accadrebbe se il mondo patriarcale venisse improvvisamente
capovolto? Il film immagina una realtà alternativa in cui gli
uomini occupano la posizione storicamente riservata alle donne,
diventando bersaglio di discriminazioni sistemiche, aspettative
estetiche oppressive e marginalizzazione professionale. Dietro la
struttura da commedia high concept, però, il film prova a ragionare
sul privilegio, sull’invisibilità delle disparità di genere e sulla
difficoltà, per chi gode di una posizione dominante, di riconoscere
davvero il problema.
Il
protagonista Damien Sachs, interpretato da Sacha Baron
Cohen, è la perfetta incarnazione del maschilismo
aziendale contemporaneo: brillante, aggressivo, convinto di
meritare tutto ciò che possiede. Quando una sorta di “incidente
cosmico” lo catapulta in un universo governato dalle donne, il film
trasforma la sua esperienza in un percorso di consapevolezza. Il
finale di Ladies
First non punta tanto sulla storia d’amore o sulla
fantasia del mondo alternativo, quanto sulla trasformazione
interiore di un uomo che scopre cosa significhi vivere dentro un
sistema costruito per ignorarti. Ed è proprio qui che la commedia
diventa più interessante, perché usa l’assurdo per parlare di
qualcosa di estremamente concreto.
Come
Ladies First
ribalta la commedia aziendale per smontare il privilegio maschile
contemporaneo
Fin dalle prime scene, Ladies First si inserisce nella tradizione delle
satire sociali costruite sullo scambio di prospettiva. Il
meccanismo ricorda film come Tootsie,
What Women Want
o persino certe distopie ironiche alla Black Mirror, ma il tono scelto da
Thea Sharrock
resta volutamente leggero e caricaturale. Damien vive in un mondo
in cui il sessismo è così normalizzato da risultare invisibile ai
suoi occhi. Quando promuove Alex a direttrice creativa solo per
motivi di immagine, lui non percepisce il gesto come offensivo: è
convinto di starle facendo un favore. Questo dettaglio è
fondamentale perché il film costruisce tutta la sua critica sulla
cecità del privilegio.
L’universo alternativo in cui Damien si risveglia dopo aver
sbattuto contro il palo funziona allora come uno specchio
deformante. Gli uomini vengono giudicati per il corpo, ignorati
nelle riunioni, costretti a usare il fascino come strumento
professionale e trattati come figure decorative. La scelta di
rendere grottesco ogni aspetto di questa società serve proprio a
evidenziare quanto molti comportamenti normalmente accettati
diventino assurdi quando cambiano destinatario. Damien passa
dall’essere il capo arrogante all’uomo che deve dimostrare
continuamente di meritare attenzione. Il film insiste molto su
questo cambio di percezione, mostrando come il protagonista inizi
lentamente a comprendere il peso psicologico dell’essere
sottovalutato.
La presenza di Alex, interpretata da Rosamund
Pike, diventa centrale proprio perché rappresenta il
contraltare morale della storia. Nella realtà originale è una
professionista competente ignorata per anni; nel mondo alternativo
occupa finalmente uno spazio di potere, ma senza trasformarsi in
una figura vendicativa. Questo permette al film di evitare una
satira puramente punitiva. L’obiettivo non è sostituire un sistema
ingiusto con il suo opposto speculare, ma mostrare quanto qualunque
struttura basata sull’esclusione finisca per produrre frustrazione
e disumanizzazione.
Cosa succede
nel finale di Ladies
First e perché Damien comprende finalmente il significato
del privilegio
Il finale del film ruota attorno al confronto definitivo tra Damien
e Alex durante la corsa alla posizione di CEO della Atlas. Dopo
aver attraversato il mondo alternativo cercando inizialmente di
riconquistare il potere perduto, Damien comincia gradualmente a
capire che il problema non riguarda il talento individuale, ma il
sistema stesso. La scena chiave arriva quando Alex gli fa notare
che lei deve lavorare il doppio per ottenere il riconoscimento che
agli uomini viene concesso automaticamente. Damien si rende conto
di aver pronunciato le stesse identiche parole nel mondo reale,
senza mai coglierne l’arroganza implicita.
Il film costruisce questa presa di coscienza attraverso dettagli
apparentemente secondari. Damien sperimenta molestie, paternalismo,
esclusione professionale e sfruttamento sessuale. Persino il
rapporto con Glenda dimostra quanto il potere possa manipolare le
dinamiche personali. Quando Damien decide di non usare la relazione
con Alex come arma legale durante la causa contro Atlas, compie il
primo gesto realmente empatico della sua vita. È un momento
importante perché il film suggerisce che la maturazione del
personaggio nasce dalla capacità di vedere finalmente l’altra
persona come individuo e non come strumento.
Quando Damien viene scelto come nuovo CEO nel mondo alternativo, il
film introduce il paradosso finale. Lui ottiene davvero ciò che
desiderava, ma ormai ha capito quanto il sistema sia corrotto. La
promozione arriva infatti per ragioni di immagine, esattamente come
era accaduto ad Alex all’inizio della storia. Damien comprende
quindi di essere diventato il simbolo di una falsa inclusione
costruita per convenienza aziendale. È qui che la satira si chiude
perfettamente: il protagonista realizza che il problema non
riguarda chi occupa il potere, ma il modo in cui il potere utilizza
le persone come strumenti narrativi.
Il ritorno nel mondo reale rappresenta allora la vera conclusione
del suo percorso. Damien non si limita a chiedere scusa ad Alex:
decide di cambiare concretamente il funzionamento dell’azienda,
riconoscendole pari salario, autonomia creativa e visibilità
professionale. La trasformazione sarebbe stata superficiale se si
fosse limitata a un pentimento verbale. Il film invece insiste
sulla necessità di modificare le strutture, non soltanto gli
atteggiamenti individuali.
La satira di
Ladies First usa
il mondo parallelo per parlare di discriminazione sistemica e
performatività sociale
L’aspetto più interessante di Ladies First emerge quando il film smette di essere
soltanto una commedia sul “mondo al contrario” e diventa una
riflessione sulla costruzione culturale dei ruoli di genere. Nel
mondo alternativo gli uomini sono costretti a rispettare standard
estetici soffocanti, a essere desiderabili prima ancora che
competenti e a usare il proprio corpo come moneta sociale. Damien
inizialmente considera queste richieste ridicole, salvo poi
adattarsi progressivamente pur di ottenere attenzione
professionale. Il film suggerisce così quanto facilmente le persone
finiscano per interiorizzare le logiche oppressive quando la
sopravvivenza sociale dipende da esse.
La relazione tra Damien e Alex diventa allora il cuore emotivo
della storia. I due personaggi attraversano posizioni opposte di
potere fino a raggiungere una comprensione reciproca. Alex resta
diffidente fino all’ultimo perché conosce bene il funzionamento
delle strutture discriminatorie: un singolo gesto positivo non
basta a cancellare anni di marginalizzazione. Damien invece deve
imparare che il riconoscimento non è un favore da concedere, ma un
diritto da garantire.
Anche la figura del Pigeon Man assume un valore simbolico
importante. Questo personaggio quasi surreale agisce come una
coscienza esterna che guida Damien verso la comprensione del
proprio ruolo nel sistema. Il suo sguardo finale in camera rompe la
commedia e parla direttamente allo spettatore, trasformando la
storia in una riflessione esplicita sulle disuguaglianze
contemporanee. È un espediente semplice, persino didascalico, ma
coerente con il tono favolistico del film.
Il dubbio sul
sogno e il significato del mondo parallelo cambiano davvero il
finale del film
Uno degli elementi più discussi del finale riguarda la natura
stessa dell’esperienza vissuta da Damien. È stato davvero
trasportato in un universo parallelo o si è trattato di un sogno
nato durante lo stato di incoscienza? Il film lascia volutamente
aperta la questione, ma introduce piccoli dettagli che suggeriscono
qualcosa di più complesso. Il riconoscimento della penna da parte
di Alex è il segnale più evidente: un oggetto appartenente
all’altro mondo sembra lasciare una traccia concreta nella
realtà.
Questa ambiguità serve soprattutto a evitare che il film venga
interpretato come una semplice fantasia moralistica. Se tutto fosse
stato soltanto un sogno, il rischio sarebbe stato quello di ridurre
la trasformazione di Damien a una lezione simbolica priva di
conseguenze reali. L’idea del multiverso permette invece alla
storia di mantenere una dimensione quasi fiabesca, rafforzando il
concetto che esistano molteplici modi di organizzare la società e
che ciò che consideriamo “naturale” sia spesso soltanto il prodotto
di convenzioni culturali.
Anche il destino di Fred, rimasto intrappolato nel mondo
alternativo, aggiunge una nota ironica molto significativa. Fred
rappresenta una versione ancora più radicata del maschilismo
sistemico rispetto a Damien, e il fatto che non riesca a tornare
indietro suggerisce implicitamente che il cambiamento richieda una
reale capacità di autocritica. Damien riesce a uscire da quella
realtà soltanto quando comprende davvero il problema.
Il vero
significato del finale di Ladies First è che l’empatia nasce soltanto quando
il privilegio viene messo in discussione
Il finale di Ladies
First funziona perché evita la soluzione romantica
tradizionale e concentra tutta la sua attenzione sul cambiamento
umano del protagonista. Damien non diventa improvvisamente
perfetto, né il film suggerisce che basti un’esperienza traumatica
per cancellare anni di comportamento tossico. Ciò che cambia
davvero è il suo modo di guardare gli altri. Per la prima volta
comprende che talento e merito non bastano quando il sistema decide
chi deve essere ascoltato e chi invece deve restare invisibile.
La scelta di riportare Alex dentro Atlas con piena
autonomia professionale diventa allora il gesto più importante
della storia. Damien capisce che il ruolo di un leader non consiste
nel distribuire opportunità come concessioni paternalistiche, ma
nel creare uno spazio equo in cui il talento possa emergere senza
ostacoli strutturali. La satira del film trova qui il suo punto più
efficace: il problema non è il singolo individuo arrogante, ma la
cultura che lo ha convinto di meritare tutto automaticamente.
Per questo il finale lascia una sensazione diversa rispetto
a molte commedie contemporanee. Ladies First usa il paradosso e l’assurdo
per parlare di discriminazione, ma arriva a una conclusione
sorprendentemente concreta: nessun cambiamento reale può avvenire
finché chi occupa una posizione privilegiata non accetta di mettere
in discussione il proprio punto di vista. Damien comprende
finalmente che l’uguaglianza non implica perdere qualcosa, ma
smettere di considerare normale un sistema costruito per favorire
sempre gli stessi.
Con Ladies First, Netflix recupera la struttura della commedia fantasy
francese da cui è tratto il film, ma la trasforma in qualcosa di
molto più sottile e contemporaneo. La regista Thea
Sharrock non costruisce semplicemente un racconto basato
sullo scambio di realtà parallele, ma usa quel meccanismo per
interrogarsi sul modo in cui uomini e donne vengono percepiti
all’interno delle strutture sociali e familiari. È un film che
utilizza il tono leggero della commedia per parlare di
identità, genitorialità e ruoli di potere senza mai
appesantire il racconto con spiegazioni didascaliche.
La presenza di
Rosamund Pike è centrale proprio perché il suo
personaggio, Alex, diventa il vero cuore emotivo del film. Se
Damien, interpretato da Sacha Baron Cohen, attraversa il classico
percorso di spaesamento tipico delle commedie “what if”,
Alex rappresenta invece il punto in cui Ladies
First prova a complicare il discorso sulla maternità
e sul successo professionale. I due mondi mostrati dal film non
sono infatti opposti assoluti, ma versioni leggermente deformate
della stessa società, ed è in queste piccole differenze che
Sharrock inserisce il vero significato del racconto.
Come funzionano davvero i due
mondi di Ladies First e perché il cambiamento è così sottile
La scelta più interessante del film
riguarda il modo in cui Thea Sharrock evita di
rendere il passaggio tra i due universi troppo spettacolare. A
differenza di molte commedie fantasy basate su realtà alternative,
Ladies First lavora sulle sfumature. La
regista ha spiegato di aver voluto mantenere alcuni elementi
iconici del film francese originale, come il colpo alla testa e il
camion della spazzatura, ma cercando un approccio molto più
discreto nella costruzione del nuovo mondo. È una decisione
fondamentale perché il film non vuole raccontare un universo
completamente ribaltato, bensì una realtà in cui certe gerarchie
sociali si sono semplicemente spostate di pochi gradi.
Questo rende il film più
inquietante e più interessante. Damien entra in una società che
apparentemente funziona meglio per le donne, ma il punto non è
creare una fantasia matriarcale caricaturale. Sharrock dissemina
piccoli dettagli, Easter egg e variazioni quasi invisibili che
diventano evidenti soprattutto a una seconda visione. Persino la
presenza del gatto, aggiunta rispetto all’originale francese,
contribuisce a questa idea di mondo speculare ma imperfetto. Il
film suggerisce continuamente che le strutture di potere non
cambiano davvero forma: cambiano soltanto chi favoriscono. Ed è per
questo che Ladies First funziona meglio come satira sociale che
come semplice commedia fantastica.
Il vero tema del film è la
maternità, non il ribaltamento dei ruoli di genere
Sebbene il marketing del film punti
molto sull’idea dello “scambio” tra uomini e donne, il nucleo
emotivo della storia è in realtà la rappresentazione della
maternità. Rosamund Pike costruisce due versioni molto
diverse di Alex, ma entrambe definite dal rapporto con Charlie. È
qui che il film diventa più complesso del previsto. Nel mondo
“reale”, Alex è una madre single che ha sacrificato parte della
propria carriera per crescere il figlio, finendo marginalizzata
professionalmente. Nel mondo alternativo, invece, è una donna di
successo, distante emotivamente ma ancora presente nella vita del
bambino.
La differenza tra queste due
versioni non serve a stabilire quale sia “migliore”, ma a mostrare
come la società giudichi continuamente le donne attraverso il modo
in cui performano la maternità. Sharrock e Pike lavorano infatti su
dettagli quasi impercettibili: il tono di voce, il linguaggio del
corpo, il modo in cui Alex tocca il figlio o lo osserva. In una
realtà domina l’emotività, nell’altra la razionalità professionale.
Ma il film evita accuratamente di demonizzare una delle due. La
confessione di Alex sul fatto di non essersi mai immaginata madre è
probabilmente il momento più radicale dell’intero film, perché
rompe un tabù ancora raro nel cinema mainstream: permettere a una
donna di ammettere che la maternità non fosse parte naturale della
propria identità.
Perché Ladies First aggiorna il
film francese originale per un pubblico contemporaneo
L’adattamento di Thea Sharrock
funziona soprattutto perché comprende che oggi una semplice
inversione dei ruoli di genere non sarebbe sufficiente. Negli anni
Duemila, molte commedie basate su mondi “capovolti” costruivano il
conflitto su stereotipi molto netti; Ladies First, invece, lavora
sulle ambiguità contemporanee del potere, della genitorialità e
della rappresentazione sociale. È significativo che Charlie, il
figlio non-binary di Alex, resti sostanzialmente identico in
entrambe le realtà. Il personaggio diventa quasi una costante
morale del film, una presenza che esiste al di là delle strutture
culturali che cambiano attorno a lui.
Anche il casting contribuisce a
questa rilettura moderna. Sacha Baron Cohen porta nel film una
vulnerabilità meno grottesca rispetto ai suoi ruoli più celebri,
mentre Rosamund Pike utilizza la propria immagine cinematografica —
spesso associata a personaggi freddi e controllati — per complicare
continuamente la percezione di Alex. Persino la presenza di Kathryn
Hunter, attrice legata al teatro fisico e alla comicità corporea,
rafforza l’idea di un film che usa la performance per parlare di
identità sociale. Non è un caso che Sharrock abbia insistito tanto
sugli Easter egg e sui dettagli nascosti: Ladies First vuole essere
un racconto che cambia significato a seconda dello sguardo con cui
viene osservato.
Il finale di Ladies First
suggerisce che nessun mondo è davvero “giusto”
Il film evita volutamente di
trasformare uno dei due universi in una soluzione definitiva.
Questo è forse l’aspetto più intelligente dell’intera operazione.
Ladies First non sostiene che invertire i privilegi produca
automaticamente una società più equilibrata; mostra piuttosto
quanto i sistemi di potere influenzino il modo in cui le persone
costruiscono la propria identità emotiva. Alex rimane madre in
entrambe le realtà, ma cambia il modo in cui è costretta a vivere
quel ruolo. Damien resta sostanzialmente lo stesso uomo, ma il
mondo attorno a lui modifica completamente la percezione del suo
valore.
È qui che il film trova il suo
equilibrio migliore tra commedia e critica sociale. Sharrock non
cerca mai la provocazione estrema, preferendo invece un’ironia più
sottile e osservativa. Alla fine, Ladies First suggerisce che il
vero problema non siano semplicemente uomini o donne, ma i modelli
culturali che costringono entrambi a interpretare continuamente una
parte. E proprio per questo il film funziona più come riflessione
sulle aspettative sociali contemporanee che come semplice fantasy
romantico.
Dopo
il debutto su Netflix, molti spettatori si stanno
chiedendo se Ladies First
sia tratto da una storia vera, da un romanzo o da qualche opera già
esistente. La domanda non sorprende: il film con
Sacha Baron Cohen
utilizza infatti una premessa narrativa così particolare — un uomo
che si risveglia in un mondo dominato dalle donne – da sembrare
quasi l’adattamento di una distopia letteraria o di una graphic
novel satirica.
In
realtà Ladies First non è
basato direttamente su una storia vera né su un libro specifico. Il
film nasce come sceneggiatura originale costruita attorno a un
classico espediente da commedia fantasy: il ribaltamento sociale
totale. Tuttavia, dietro la sua struttura da rom com surreale, il
film prende chiaramente ispirazione da numerose opere precedenti
che hanno
utilizzato mondi alternativi o realtà capovolte per parlare di
identità, genere e potere.
Ed è proprio questo che rende interessante il progetto.
Ladies First non vuole
essere realistico nel senso tradizionale del termine, ma usa il
paradosso sociale per raccontare dinamiche molto concrete della
cultura contemporanea.
Ladies First prende ispirazione
da decenni di satire sociali e commedie sul “mondo al
contrario”
Anche se non adatta un’opera precisa, il film sembra costruito come
una fusione di diversi riferimenti culturali molto riconoscibili.
Il paragone più immediato è naturalmente con Barbie, soprattutto
per il modo in cui il mondo alternativo viene utilizzato per
riflettere sulle strutture di potere e sui ruoli di genere.
Ma Ladies First si
avvicina anche a opere come Don’t Worry
Darling, The Truman
Show e persino alcune commedie anni ’80
e ’90 basate sullo scambio di prospettiva sociale. La differenza
principale è che qui tutto viene filtrato attraverso il tono
provocatorio e grottesco tipico di Sacha Baron Cohen.
Il film sfrutta infatti il meccanismo del “what if?”: cosa
succederebbe se un uomo abituato a vivere dentro una società
patriarcale si ritrovasse improvvisamente dall’altra parte del
sistema? La premessa è volutamente estrema, ma serve a mettere
continuamente il protagonista in situazioni che normalmente non
percepirebbe come problematiche.
Molte sequenze del film — dai colloqui di lavoro alle relazioni
sentimentali — sono costruite proprio per creare questo effetto
specchio. Ed è qui che il film si allontana completamente dall’idea
di “storia vera”: Ladies
First non racconta eventi realmente accaduti, ma usa la
fantasia sociale per evidenziare dinamiche riconoscibili del
presente.
Il film Netflix usa la commedia
per parlare di privilegi, identità e paura della perdita di
potere
La cosa più interessante è che Ladies First non costruisce il mondo femminile come
un’utopia perfetta. Anzi, la società alternativa mostrata nel film
è spesso tossica, superficiale e autoritaria tanto quanto quella
dominata dagli uomini da cui proviene il protagonista.
Ed è proprio questo il cuore del film. La storia non vuole
suggerire che le donne governerebbero necessariamente meglio degli
uomini, ma che il problema nasce dal modo in cui il potere tende a
riprodurre sempre gli stessi meccanismi di controllo,
indipendentemente da chi lo esercita.
In questo senso il film funziona più come allegoria culturale che
come semplice commedia romantica. E il fatto che molti spettatori
si chiedano se sia tratto da un libro o da una storia vera dimostra
quanto la sua costruzione narrativa sembri già appartenere a una
tradizione più ampia di satire distopiche e speculative.
Anche il casting contribuisce a questa sensazione. Oltre a Sacha
Baron Cohen, il film include infatti attrici come Rosamund
Pike ed Emily
Mortimer, interpreti spesso associate a
personaggi sofisticati, manipolatori o ambigui. La loro presenza
rafforza l’idea che Ladies
First voglia muoversi continuamente tra commedia, satira
sociale e thriller psicologico leggero.
Perché Ladies First sembra
comunque “ispirato alla realtà”
Anche senza essere tratto da fatti reali, il film prende
chiaramente spunto da discussioni molto contemporanee legate ai
rapporti di genere, ai privilegi sociali e alla crisi dell’identità
maschile.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui il pubblico continua a
cercare riferimenti concreti dietro la storia. Ladies First usa infatti una struttura
fantasy estremamente semplice per affrontare temi che negli ultimi
anni sono diventati centrali nel dibattito culturale: mascolinità
tossica, squilibri di potere, performatività sociale e dinamiche
relazionali contemporanee.
Il risultato è una commedia Netflix che sembra leggera in
superficie, ma che in realtà costruisce gran parte del proprio
impatto proprio sul disagio e sulla provocazione.
E
forse è proprio questo il vero motivo per cui il film sta facendo
così discutere online.
A Simple Life, in Concorso al Lido, ha
messo d’accordo più o meno tutti. La regista Ann Hui porta sullo
schermo una storia di solitudine che veva tutte le potenzialità per
scadere nel patetico.
La guerra dei Murdoch sembra essere
giunta al termine. La famosa famiglia Murdoch,
protagonista del settore dei media, ha risolto lunedì una lunga
disputa che lascerà a Lachlan Murdoch il controllo delle
azioni con diritto di voto che governano sia News
Corp. che Fox Corp., vendendo al contempo
le quote della società detenute dagli altri figli del fondatore
Rupert Murdoch, che avevano contestato la capacità del padre di
ristrutturare la supervisione dei suoi eredi su entrambe le
società.
Fox Corp. e News Corp. hanno
entrambe dichiarato lunedì che la famiglia ha posto fine a tutte le
controversie legali legate agli sforzi dell’anziano Murdoch di
assegnare il controllo delle azioni di famiglia a Lachlan, che
attualmente supervisiona entrambe le società. Prudence MacLeod,
Elisabeth Murdoch e James Murdoch, i figli di Rupert che hanno
combattuto i suoi sforzi, cesseranno di essere beneficiari di
qualsiasi trust di famiglia nei conglomerati.
Queste manovre sembrano consolidare
il desiderio di Rupert Murdoch di mantenere l’orientamento
conservatore del suo impero mediatico, in particolare alla Fox
News, che è diventata il fulcro economico della Fox Corp. James
Murdoch ed Elisabeth Murdoch sono noti per avere opinioni politiche
diverse da quelle di Lachlan, con James che contribuisce in modo
significativo a cause che non sono in linea con le opinioni
sostenute dalla rete televisiva via cavo.
L’accordo significa che Fox News ha
davanti a sé un percorso chiaro, mentre due dei suoi principali
rivali, CNN e MSNBC, devono affrontare sfide uniche. MSNBC entrerà
presto a far parte di Versant, uno spin-off della maggior parte
delle proprietà via cavo legate a NBCUniversal. Sotto la guida
della nuova presidente Rebecca Kutler, MSNBC ha lavorato per
potenziare il proprio staff di giornalisti e reporter e, nelle
ultime settimane, è stata vista non solo fornire le analisi e le
opinioni progressiste per cui è nota, ma anche cercare di coprire i
titoli e gli argomenti delle notizie mainstream. La CNN, nel
frattempo, ha in gran parte vacillato sotto la guida dell’attuale
proprietario Warner Bros. Discovery, cedendo audience mentre i suoi
manager cercavano di smorzare l’atteggiamento militante assunto
sotto la guida del precedente leader Jeff Zucker. La CNN e le altre
reti televisive della Warner dovrebbero separarsi dalla società in
una transazione che dovrebbe essere completata nel 2026.
Murdoch aveva presentato un’offerta
per modificare un trust familiare irrevocabile che garantiva a
quattro dei suoi figli – Lachlan, James, Prudence ed Elisabeth –
pari diritti di voto nella gestione di Fox Corp. e News Corp.
Tuttavia, un commissario del tribunale successorio del Nevada, dove
la questione è stata giudicata, ha respinto la richiesta, dopodiché
Rupert Murdoch ha manifestato l’intenzione di presentare
ricorso.
Fox Corp. ha dichiarato che i trust
che rappresentano James, Elisabeth e Prudence offriranno un totale
di 16.926.837 azioni ordinarie di classe B della società, mentre
News Corp. ha indicato che trust simili offriranno 14.182.161
azioni di classe B della società.
Ciascuno dei tre figli dovrebbe
ricavare dalla transazione più di 1 miliardo di dollari. Tutti e
tre saranno tenuti a vendere le partecipazioni personali in Fox
Corp. o News Corp e, in base a un accordo a lungo termine, non
potranno acquistare azioni di nessuna delle due società.
Dopo la vendita, i voti dei Murdoch
in entrambe le società saranno diluiti e deterranno circa il 33,1%
delle azioni con diritto di voto di News Corp. e il 36,2% delle
azioni con diritto di voto di Fox Corp.
La risoluzione della controversia
eliminerà una questione di distrazione aziendale dai consigli di
amministrazione di entrambe le società in un momento difficile per
l’industria dei media. A differenza di concorrenti come Paramount,
Warner Bros. Discovery e Comcast, Fox ha ridotto i propri interessi
nel settore via cavo diversi anni fa, quando ha venduto una parte
significativa delle proprie attività alla Disney. Mentre i
concorrenti hanno lavorato alacremente per mantenere a galla il
settore via cavo, con un numero sempre maggiore di consumatori che
si è spostato verso i servizi di streaming, Fox ha concentrato gran
parte della propria attenzione sulla programmazione di eventi e
programmi in diretta, con una forte enfasi su sport e notizie.
Nel corso della sua filmografia il
regista Daniele Luchetti si è distinto per una
serie di opere con cui ha esplorato i legami famigliari e
sentimentali e ciò che essi provocano di buono e di feroce
nell’animo umano. Titoli come Mio fratello è figlio unico, La
nostra vita o il suo ultimo Confidenza
ne sono un esempio. Anche il film realizzato prima di quest’ultimo,
Lacci
(qui
la recensione) – tratto dall’omonimo romanzo del 2014
di Domenico Starnone – esplora
tale argomento.
“Quando ho letto per la prima
volta Lacci ho trovato domande che mi riguardavano e personaggi nei
quali era difficile non identificarsi. Attraverso una storia
familiare che dura trent’anni, due generazioni, legami che
somigliano più al filo spinato che a lacci amorosi, si esce
con una domanda: hai permesso alla tua vita di farsi governare
dall’amore? Lacci è un film sulle forze segrete che ci legano. Non
è solo l’amore a unire le persone, ma anche ciò che resta quando
l’amore non c’è più.“
E ancora il regista dichiara:
“Si può stare insieme per rancore, nella vergogna, nel
disonore, nel folle tentativo di tener fede alla parola data. Lacci
racconta i danni che l’amore causa quando ci fa improvvisamente
cambiare strada e quelli – peggiori – di quando smette di
accompagnarci“. In questo articolo, approfondiamo dunque
alcune delle principali curiosità relative a Lacci.
Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare
ulteriori dettagli relativi alla trama e al
cast di attori e alla spiegazione del
finale. Infine, si elencheranno anche le principali
piattaforme streaming contenenti il film nel
proprio catalogo.
La trama di
Lacci
Il film segue la storia di
Aldo e Vanda. Siamo a Napoli,
dove i due si sposano giovanissimi, per amore e per desiderio
d’indipendenza. Dalla loro unione nascono due bambini,
Sandro e Anna. Con il passare del
tempo, però, Aldo si sente soffocare, crede che il matrimonio lo
abbia imprigionato limitando la sua libertà. Attratto così da una
giovane studentessa di nome Lidia, all’età di
trent’anni, Aldo decide di seguire ciò che lo appassiona davvero:
scappa a Roma e abbandona improvvisamente sua moglie e i suoi
figli, pur sapendo che quest’avventura non avrà futuro e che il suo
posto è a casa con la sua famiglia.
Il cast del film
Ad interpretare i coniugi Vanda e
Aldo vi sono gli attori
Alba Rohrwacher e Luigi Lo Cascio, mentre ad interpretare la
versione anziana di questi personaggi si ritrovano Laura Morante e Silvio Orlando. Recitano poi nel film
Giovannino Esposito nel ruolo di Sandro
bambino e Sveva Aiardo Esposito in quello di
Anna bambina. Gli stessi personaggi vengono poi interpretati da
Adriano Giannini e Giovanna Mezzogiorno nella versione adulta.
Nel ruolo di Lidia, invece, si ritrova l’attrice Linda Caridi, vista anche in Ricordi?
e L’ultima notte di Amore.
La spiegazione del finale
Verso il finale del film, di fronte
alla difficoltà di dividersi tra due vite, quella a Roma con Lidia
e quella a Napoli con i figli, e soprattutto di fronte alle
manifestazioni di malessere da parte di Anna, che soffre per la
separazione dal padre, Aldo decide di lasciare Lidia e di tornare
da Vanda, con cui resterà fino alla vecchiaia, conservando tuttavia
il ricordo della sua amante e continuando a tradire la moglie con
altre donne. I “lacci” che avrebbero dovuto tenere insieme la
famiglia sono dunque le “armi” di cui marito e moglie si sono
serviti per farsi del male a vicenda, procurando sofferenza anche
ai propri figli.
Nell’ultima scena di Lacci,
questi ultimi, ormai adulti, si recano a casa dei genitori, partiti
per una breve vacanza, per dar da mangiare al gatto Labès. Qui
hanno modo di confrontarsi sulle proprie vite e sul dolore che le
scelte ipocrite dei genitori hanno loro procurato. Nel giungere a
nuove consapevolezze a riguardo, Sandro e Anna istintivamente
sfasciano la casa di Aldo e Vanda, come forma di sfogo e di
vendetta. Sono però consapevoli che nessuno sfogo potrà mai
realmente pagarli della spensieratezza di cui sono stati
derubati.
Il trailer di
Lacci e dove vedere il film in streaming e in
TV
È possibile fruire di Lacci
grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme
streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei
cataloghi di Now, Apple
TV e Prime Video. Per vederlo, una volta
scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo
film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film
è inoltre presente nel palinsesto televisivo di venerdì 2
agosto alle ore 21:20 sul canale
Rai 4.
Apre
Venezia 77 in Concorso il nuovo film di
Daniele Luchetti, Lacci, basato sul romanzo di Domenico
Starnone, che ha collaborato all’adattamento insieme a
Francesco Piccolo e allo stesso regista. Il lavoro
di adattamento non cambia la sostanza del racconto, ma ne sciupa il
mistero, l’indefinitezza, che del romanzo rappresentavano forse la
parte migliore.
La storia racconta di Aldo e Vanda,
una coppia con due bambini piccoli apparentemente ordinaria e
felice. Solo che Aldo ha tradito Vanda e glielo confessa in un
impeto di sincerità che gli costerà la tranquillità domestica.
Viene cacciato di casa e incomincia una storia con la giovane
Lidia, lontana dalla moglie e dai figli. Proprio il desiderio di
rivederli, insieme ad una ferma presa di posizione della nuova
fiamma, spingeranno Aldo a tornare da Vanda e dai suoi figli.
Tuttavia alcune cose non si aggiustano e la vita non sempre regala
sorprese, ma qualche volta va avanti ad oltranza, perché nessuno ha
la forza o la volontà di arrabbiarsi e combattere.
I lacci che legano, i lacci che
soffocano
I lacci tengono le scarpe ai piedi,
legarli è un gesto che in genere ci insegnano i nostri genitori, un
gesto di cura e attenzione (con i lacci sciolti è facile cadere),
quasi un rito di passaggio. Spesso i lacci non sono solo quelli
delle scarpe, quelli fisici, ma sono figurati, sono legami che non
sempre fanno bene, non sempre sono tenuti insieme dall’amore,
qualche volta è l’inerzia, altre la paura. E sono proprio questi
lacci qui che interessano a (Starnone prima e poi a) Luchetti.
Il regista conduce un racconto
puntuale, avanti e indietro nel tempo, fornendoci un resoconto a
singhiozzi di una separazione e poi riconciliazione, tornando ogni
volta sui suoi passi e regalandoci di volta in volta un pezzetto di
racconto in più. Attraverso questo movimento su e giù nel tempo
impariamo a conoscere i protagonisti, Aldo e Vanda, due anime
profondamente infelici, bloccatesi reciprocamente in un matrimonio
in cui entrambi hanno smesso di parlasi ma in cui entrambi sentono
la necessità di credere ancora, nonostante il male che si faranno
fino alla fine dei loro giorni.
I “panni sporchi” si lavano con nei
primi piani
Set of “Lacci” by Daniele Luchetti. in the picture Luigi Lo Cascio,
Alba Rohrwacher, Giulia De Luca and Joshua
Cerciello.
Photo by Gianni Fiorito
Daniele Luchetti
sceglie di raccontare queste emozioni complesse con primissimi
piani, concedendosi pochissimo spazio all’aperto ma preferendo gli
interni di case, stanze e appartamenti, in cui “si lavano i panni
sporchi” e in cui avviene poi la vera tragedia, quella quotidiana
della sopportazione a tutti i costi, del logorio e dell’infelicità.
Ad una buona parte di film che sceglie questo linguaggio
frammentato ma teso a comporre un quadro completo, Lucchetti
aggiunge una chiusura che cede alla necessità di spiegare e
giustificare le azioni. Sono i figli di Aldo e Vanda, ormai adulti,
a raccontarsi, quasi a declamarle da un palco, le ragioni e le
conseguenze delle scelte dei genitori, il tutto, di nuovo, in un
appartamento di famiglia che preferirebbero vendere piuttosto che
occupare.
Protagonisti di Lacci sono Alba Rohrwacher e
Laura Morante, che interpretano Vanda, e
Luigi Lo Cascio e
Silvio Orlando, che invece sono Aldo. Adriano
Giannini e
Giovanna Mezzogiorno interpretano i figli adulti
e disincantati, protagonista dell’ultimo atto del film. Tutti e
quattro gli attori che interpretano la coppia sono perfettamente
calati nei loro ruoli e se nella versione giovane dei protagonisti
Rohrwacher dimostra di avere una marcia in più, per la controparte
avanti con gli anni è Silvoio Orlando a brillare, con un monologo
urlato di sconforto, stanchezza e frustrazione che racconta meglio
di ogni altro momento del film il suo personaggio. Menzione d’onore
va a Linda Caridi, che interpreta la vivace e
bellissima Lidia, amante e poi compagna di Aldo, che conferma il
magnetismo, l’eleganza e la dolcezza visti in
Ricordi? dello scorso anno.
Lacci racconta una storia comune, come ce ne
sono tante, lo fa con sincerità e spietatezza, mantenendo sempre il
controllo sull’emozione, senza lasciarsi andare troppo ai toni
drammatici in cui sarebbe facile trascendere, ma cede nel finale
all’esigenza di prendere una posizione, di spiegare i personaggi e
le loro azioni.
A pochi giorni dalla morte di
David Bowie, nel gennaio del 2016, venne
annunciato dalla Sony il progetto di un sequel per
Labyrinth, il classico del cinema per ragazzi anni
’80, con protagonista proprio il Duca Bianco nei panni del Re dei
Goblin.
Dopo oltre un anno di silenzio,
arriva adesso la notizia, via Deadline, che la TriStar
ha assunto Fede Alvarez per dirigere quello che a
quanto pare sarà un sequel del film originale. La sceneggiatura è
stata scritta da Alvarez in persona con Jay
Basu.
I due, già impegnati con Sony in
Quello che non Uccide, sequel di Millennium,
cominceranno a lavorare a Labyrinth non appena si
concluderà il lavoro in corso.
In merito a Labyrinth, Alvarez ha
detto: “È uno dei film seminali della mia infanzia che mi ha
fatto innamorare del cinema. Non potrei essere più eccitato
all’idea di espandere l’universo di Jim Henson, e portare una nuova
generazione di spettatori indietro nel labirinto.”
Sembra che la storia che
racconteranno i due filmmaker non sarà direttamente collegata al
film originale e non ci sarà posto per Sarah e Jareth.
Sarà Scott
Derrickson a firmare il sequel di
Labyrinth, in collaborazione con TriStar Pictures.
Il film riporterà sul grande schermo il mondo del fantasy culto del
1986 con David Bowie. Il progetto vede il
coinvolgimento della famiglia Henson, che si annoverano trai
produttori del film, Lisa Henson e Brian Henson
di The Jim Henson Company.
Nel film del 1986, seguiamo le
avventure di Sarah, una giovanissima Jennifer Connelly, che deve salvare suo
fratello più piccolo che per sbaglio è stato offerto a Jareth, Re
dei Goblin, interpretato da David Bowie. Per
farlo, la ragazza dovrà affrontare molti ostacoli in un pericoloso
mondo fantastico.
Mettere mano a questa mitologia può
essere davvero molto pericoloso, se si considera il fandom del film
originale. Pericoloso perché nel mondo in cui i social e il fan
service guidano, in maniera neanche tanto celata, le scelte di
alcune produzioni, un prodotto del genere rischia di essere un
ibrido che perde di vista la qualità di scrittura per assecondare
un pubblico che, comunque, non sarà mai felice al 100%.
Labyrinth è il film fantasy del 1986
di Jim Henson con David
Bowie, Jennifer Connelly, Frank Oz, Warwick Davis, Shelley
Thomposn e Toby Froud.
Anno: 1986
Regia: Jim Henson
Cast: David Bowie (Jareth), Jennifer Connelly (Sarah), Frank Oz
(il saggio), Warwick Davis (Goblin), Shelley Thompson (matrigna),
Toby Froud (Toby)
Labyrinth trama
Sarah, adolescente sognatrice e un
po’ ribelle, vive in un mondo tutto suo fatto di fiabe e balocchi,
digerendo male il nuovo matrimonio del padre e la nascita del
fratellino minore.
Una sera, costretta dal padre e
dalla matrigna a badare al fratellino, si ribella al suo destino,
raccontando al piccolo che non vuole addormentarsi la storia di una
ragazza che chiese aiuto al Re degli Gnomi, Jareth, per non dover
badare ad un pargolo viziato e farlo rapire. Così accade anche
nella realtà e Jareth rapisce il piccolo Toby: Sarah, disperata, lo
sfida, decidendo di sfidare il labirinto della città di Goblin
entro dodici ore per poterlo riportare a casa.
Sulla sua strada incontrerà gnomi
ed elfi buoni e cattivi, come il prode sir Didymus e il timido
Bubo, per recuperare il fratellino e nello stesso tempo per
crescere senza dimenticare i suoi sogni.
Labyrinth il fantasy che divenne cult
Fiaba con più livelli di lettura,
Labyrinth presenta una delle prove più
amate e popolari di David Bowie come attore,
affascinante e inquietante nel ruolo di Jareth e consacra la quasi
esordiente Jennifer Connelly, già ragazzina che
dialogava con gli insetti per Dario Argento in
Phenomena, nella parte di Sarah, divisa
tra realtà e fantasia, infanzia e età adulta, prime pulsioni
sensuali e voglia di rimanere in mezzo ai sogni, come è
simboleggiato dall’onirica e disturbante sequenza del ballo a
palazzo.
Arricchito da una serie di creature
magiche non generate dal computer e basate sulle leggende popolari
anglosassoni e sull’opera dell’artista Brian Froud, che al Piccolo
Popolo ha dedicato varie opere, Labyrinth
è una fiaba di iniziazione all’età adulta, la storia della ricerca
e del salvataggio di qualcosa di prezioso, morale ma senza facili
moralismi, dove Sarah, la protagonista, rievoca Alice e Dorothy del
Mago di Oz in una chiave più moderna,
all’interno delle famiglie disgregate e allargate in cui gelosia e
disorientamento possono obiettivamente farla da padrone e in cui la
fantasia e il chiudersi in se stessi possono sembrare le uniche
strade, in un momento storico in cui tra l’altro il computer con
gli annessi e connessi non avevano ancora lo spazio di oggi.
L’accettazione del diverso, la
lotta contro il destino ineluttabile imposto da Jareth, una ricerca
di un nuovo sé che non rinneghi il precedente ma lo migliori sono
tutte tematiche del film, in cui Sarah diventa amica di gnomi ed
elfi anche brutti e deformi, si oppone alle ingiustizie in fondo
provocate da lei perché non ha saputo dosare le parole e ha
provocato qualcosa che non doveva succedere, cerca una nuova
identità di se stessa in cui però sono ancora importanti i sogni,
dei quali non bisogna essere schiavi (emblematica a questo
proposito la scena con la vecchietta degli stracci), ma che possono
aiutare a vivere meglio. In fondo Sarah riesce nel suo intento
grazie ad uno dei suoi libri preferiti e nel finale è chiaro che
lei ha e avrà sempre bisogno della sua fantasia, per riempire una
vita che potrebbe altrimenti diventare insopportabile.
Sotto sotto si potrebbe anche
vedere una velata critica al consumismo occidentale che ha riempito
le nostre case di oggetti spesso futili ma assurti al livello di
totem: certo che la cameretta di Sarah ha riempito non poco i sogni
delle sue coetanee dell’epoca, tra romanticismo e peluches, specchi
magici e libri, tra cui si vede una rara edizione inglese di
Biancaneve e i sette nani ispirata al capolavoro di
Walt Disney.
Molto amato dall’autrice di manga
dark Kaori Yuki, che l’ha citato nel suo Angel
Sanctuary, cult anni Ottanta poi sparito per anni dai
nostri schermi per poi tornare di recente grazie ad una buona
edizione in dvd, Labyrinth è un film da
vedere o rivedere, come fiaba iniziatica o anche semplicemente come
oggetto di nostalgia di un decennio che ormai sembra remoto, in cui
il cinema di genere fantastico forse era meno schiavo degli effetti
speciali di oggi e attingeva al folklore e alle fiabe tradizionali,
creando storie interessanti e intriganti, capaci di essere
universali ancora oggi.
Il Re dei Goblin è morto. Evviva il
Re dei Goblin.
Morto un Re se ne fa un altro, ma
riusciranno a farlo anche con il Duca Bianco?
Ebbene si, a pochi giorni dalla
morte di David Bowie, interprete di Jareth il Re
dei Goblin in Labyrinth, la Sony sta
producendo un nuovo film con l’atichetta Tri-Star Pictures sulla
storia fantasy che vedeva protagonista la giovane Jennifer
Connelly.
Non è stato ancora specificato se si
tratterà di un sequel o di un remake, ma a scrivere il film c’è
Nicole Perlman, co-sceneggiatrice di
Guardiani della
Galassia.
Il film del 1986 è un piccolo
classico di genere, nonchè film culto per più generazioni. Che ne
pensate dell’idea di questo nuovo capitolo?
“Ero molto nervosa – ha
esordito la Connelly – non avevo mai fatto danza, né ma
studiato ballo e l’essere in quell’abito così ampio e ingombrante
mi faceva sentire molto goffa. Dovevamo anche fare dei passi
all’indietro, sulle scale, mi sentivo molto agitata e impacciata.
Essere con lui era terrificante, ma David è stato gentile e dolce
ed è diventato il mio eroe perché mi ha messa a mio agio con
piccole battute e mi ha trattata benissimo. Mi ha fatto passare la
paura.”
Il film racconta la storia vera del
gruppo d’elite di uomini che nel 2013 lottò contro l’incendio di
Prescott, in Arizona e in cui morirono 19 membri della squadra.
La Funko
POP! ha presentato la sua nuova collezione che metterà in
commercio a settembre. Si tratta di una linea a tiratura limitata
di figure dedicate al cult fantasy
Labyrinth, del 1986 diretto da Jim
Henson. Le figure che saranno messe in commercio saranno
quattro e raffigureranno Jareth (David Bowie),
Sarah (Jennifer Connely) e Worm, Hoggle e
Ludo.
Potete vederle di seguito:
[nggallery id=2830]
L’ultima volta che si è parlato di
Labyrinth, la Sony voleva realizzare un
nuovo film nello stesso universo, annunciato a pochi giorni dalla
morte di David Bowie.
Non è stato ancora specificato se si
tratterà di un sequel o di un remake, ma a scrivere il film c’è
Nicole Perlman, co-sceneggiatrice di
Guardiani della
Galassia.
Il film del 1986 è un piccolo
classico di genere, nonchè film culto per più generazioni. Che ne
pensate dell’idea di questo nuovo capitolo?
Numerosi sono i progetti che
Fede Alvarez, regista di Evil Dead e
Man in the Dark, ha in cantiere al momento: tra questi
figurano il riavvio del franchise di Non aprite quella
porta (in cui sarà coinvolto in qualità di
produttore) e uno zombie movie per conto della Lionsgate e
intitolato 16 States.
Circa tre anni fa, però, era stato
annunciato che Alvarez avrebbe diretto il sequel di
Labyrinth, il fantasy del 1986 con
protagonisti il compianto David Bowie e il premio Oscar Jennifer Connelly.
All’epoca venne annunciato che il
sequel sarebbe stato direttamente collegato al classico di
Jim Henson, “una continuazione di quella
storia ambientata soltanto diversi anni dopo”. Adesso, in un
recente podcast di
Bloody Disgusting, Fede Alvarez ha confermato di aver
ufficialmente accantonato il progetto e che non sarà lui a dirigere
il nuovo film.
“È veramente difficile quando
devi decidere come impegnare il tuo tempo. Ed è altrettanto
difficile capire cosa il pubblico vuole vedere. Labyrinth è stato
un progetto che avrei dovuto realizzare, ma poi ho deciso di fare
un passo indietro”, ha spiegato Alvarez. “Quando le
persone hanno dei preconcetti e immaginano a priori come dovrebbe
essere qualcosa, è davvero difficile riuscire a sorprenderle.
Semplicemente, si aspettano di rivedere la stessa cosa. Da regista,
ho capito che non mi interessa dedicarmi a progetti del genere,
dove il pubblico si aspetta già determinate cose. E Labyrinth è uno
di quei film a cui le persone si approccerebbero in quel modo.
Così, ho deciso di non farlo.”
Circa tre anni fa, quando Fede Alvarez venne annunciato come regista del
sequel, lo stesso aveva dichiarato: “È uno dei film seminali
della mia infanzia che mi ha fatto innamorare del cinema. Non
potrei essere più eccitato all’idea di espandere l’universo di Jim
Henson, e portare una nuova generazione di spettatori indietro nel
labirinto.”
Al momento non sappiamo se la Sony
Pictures e la TriStar Pictures decideranno di portare avanti il
progetto su un sequel di Labyrinth.
Chiaramente vi terremo aggiornati.
Un regista
visionario, una rockstar tra le più amate di tutti i tempi, una
giovane attrice futuro premio Oscar. È un classico del genere
fantasy Labyrinth – Dove tutto è
possibile, film che compie 30 anni e che, per l’occasione,
torna in versione deluxe – con tante sorprese – per la gioia di
vecchi e nuovi fan. Labyrinth sarà disponibile in DVD, Blu-Ray,
Steelbook Blu-Ray, 4K Ultra HD e nell’esclusiva Maze
Edition Blu-Ray (in edizione limitata da 1.500 pezzi) dal 28
Settembre 2016 con Universal Pictures Home Entertainment
Italia.
Tutti i prodotti sono disponibili
in un nuovo packaging ed impreziositi da contenuti speciali
inediti, tra cui interviste con la protagonista Jennifer
Connelly (premio Oscar nel 2002 come Migliore
Attrice Non Protagonista per A Beautiful
Mind), con il filmmaker Brian Henson
(figlio del regista di Labyrinth, Jim Henson) ed interventi in
ricordo di David
Bowie. Per la versione in 4K UHD il film è stato
totalmente restaurato e rimasterizzato, nel suono e nelle
immagini.
Il design dell’esclusiva e
sorprendente Maze Edition, invece, riproduce il castello
multidimensionale di Jareth ed è ispirato ad una delle scene più
famose del film. Il prodotto, inoltre, include un digibook Blu-Ray
di 24 pagine con tutti i contenuti speciali di Labyrinth, alcuni
elementi nascosti all’interno della confezione ed un’immagine di
David Bowie.
Sarah (Jennifer Connelly) è
un’adolescente sognatrice, che ancora si circonda di orsacchiotti e
buffi personaggi di peluche. Una sera in cui i suoi genitori escono
per qualche ora lasciandola sola con Toby, il fratellino di pochi
mesi, questi stenta ad addormentarsi e piange: innervosita, la
ragazzina invoca Jareth (David Bowie), il Re dei Goblin, affinché
lo porti con sé nel suo castello. E Toby scompare davvero. Sarah
impaurita decide di andarselo a riprendere…
NUOVI CONTENUTI SPECIALI
(Durata totale dei contenuti extra: 216 minuti ca.)
Riordinare i ricordi: Ripensare a Labyrinth
– Jennifer Connelly e la famiglia Henson riflettono su
questo film classico 30 anni dopo ricordando le loro esperienze,
l’innovativa trasposizione scenica e l’enorme eredità duratura del
film
L’eredità di Henson – Celebriamo
l’ultimo tocco nella filmografia di Jim Henson, nella visione
cinematografica e soprattutto l’immaginazione mentre la sua
famiglia ci parla del suo lavoro e ci porta dietro le scene in
“Center of Puppetry Arts”, che mostra la collezione Jim Henson e
gli oltre 100 burattini di Labyrinth
In ricordo del Re dei Goblin: Ricordando David
Bowie con la co-protagonista Jennifer Connelly, il figlio di Jim
Henson Brian e con Cheryl Henson
L’Anniversario di Labyrinth Q&A: Presentato dal
conduttore di Mythbuster Adam Savage, con la
partecipazione di Brian Henson, David Goelz e Karen Prell con
l’ospite a sorpresa Sharl Weiser
Trailer cinematografico
ALTRI CONTENUTI
I Narratori: Immagine nell’immagine
Commento del Conceptual Designer Brian Froud
Making Of – Documentario Dietro le Quinte di
Labyrinth
Viaggio attraverso Labyrinth: Il regno dei personaggi e la
ricerca della città dei Goblin
4K ULTRA
HD
Per la
prima volta il film sarà disponibile anche in 4K Ultra
HD™ in un combo pack che include il 4K Ultra HD
Blu-ray™ e il Blu-ray™. Il 4K Ultra
HDTM offrirà tutti i contenuti extra presenti nel
disco Blu-ray™.
Il 4K Ultra HD™ è
il massimo per l’esperienza visiva di un film. Il 4K Ultra
HDTM presenta la combinazione della risoluzione 4K
per immagini quattro volte più nitide dell’HD, la brillantezza del
colore High Dynamic Range (HDR) con un audio immersivo che offre
un’esperienza multidimensionale del suono.
Il
Blu-ray™ presenta immagini in alta definizione,
qualità della diffusione del suono come al cinema ed esclusivi
contenuti extra.
Cast: David Bowie, Jennifer
Connelly, Toby Froud, Shelley Thompson, Christopher Malcolm, Frank
Oz, Shari Weiser (voce),Ron Mueck (voce), David
Shaughnessy(voce).
Trama: Sara, adolescente
piena di fantasia, è costretta a restare a casa a tenere a bada il
piccolo fratellino, Toby. In un momento di rabbia invoca i Goblin e
Jareth, il loro Re, affinché portino via il bambino per farlo
diventare uno di loro. Comprendendo l’enorme sbaglio, cerca di
rimediare penetrando nel misterioso labirinto per salvarlo ma ha
solo tredici ore per raggiungere il castello e Jareth farà di tutto
per ostacolare il suo percorso.
Analisi: Diretto da Jim
Henson, il padre dei Muppets e cosceneggiato
insieme a Terry Jones, creatore dei Monty
Python. Labyrith ha numerosi richiami alla letteratura
classica del fantasy come Alice nel paese delle
Meraviglie di Lewis Carroll e Il Mago di Oz
di L. Frank Baum. Ma riprende la continuità visiva cominciata nel
1984 da Wolfgang Petersen, con La storia
infinita e di cui il grande successo porterà a vari sequel.
Il filone sul mondo “della fantasia” diventerà ricorrente negli
anni a seguire, con chiavi di lettura diverse e segnando il genere,
con parentesi sui cartoni animati in Chi ha incastrato Roger
Rabbit di RobertZemeckis e RichardWilliams, e nei giochi con Jumanji di Joe
Johnston.
Riprendendo lo schema delle Favole
di Prop, la storia racconta come la giovane ragazza affronti il
passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Sara, interpretata da una
gionavissima Jennifer Connelly, è ancora legata al mondo
della fantasia di cui si circonda con libri, pupazzi e oggetti con
cui si traveste, sin dai primi minuti del film si cuce addosso un
archetipo, la ragazza schiavizzata dalla “madrina” per badare al
suo “fratellastro”. Il labirinto che dovrà affrontare, altro non è
che il vero motore della storia che la porterà nella condizione di
valutarsi e confrontarsi con se stessa. Di fatti, tutte le prove
che le si presentano sono tutte decisioni nuove e che deve prendere
al momento, queste molto spesso saranno caratterizzati da tranelli
e doppi sensi che le mostreranno le ingiustizie, altre invece
faranno leva sulla giustizia e la fiducia, e di come sia difficile
conquistarla.
Questo percorso/crescita porterà
Sara a relazionarsi anche con i vari tipi d’affetto, l’amicizia per
i compagni di viaggio e con l’amore attraverso le prime pulsioni e
desideri nei confronti di Jareth; emozioni visibili durante la
scena del ballo e argomento ripreso nei vari dialoghi che i due
hanno. L’elemento che contraddistingue fortemente il film è la
presenza di David Bowie, nella veste d’attore, con i capelli
lunghi, il trucco eccessivo e i ghigni enigmatici, restituisce
perfettamente l’ambiguità che possono avere i desideri e i sogni
più nascosti simboleggiati anche dalla sua sfera di cristallo, che
mostra a Sara quello che potrebbe avere se cedesse al
male/desiderio. Ma anche come compositore, firmando la colonna
sonora e segnando un pezzo di storia del cinema e degli anni ’80.
Tutte le parentesi musicali oltre a essere evocative,
rappresenteranno delle vere ellissi temporali all’interno del film,
che fanno piacevolmente “perdere il tempo” a Sara.
Dal punto di vista della regia il
film è una costellazione di personaggi buffi e divertenti che anche
sotto sembianza spaventose restituiscono lo spirito ironico di cui
il film è completamente avvolto e che lo rendono un bellissimo
esempio di cinema fantasy. I principali pupazzi che caratterizzano
questo mondo sono Gogol, gnomo innamorato di Sara ma
incattivito dalla presenza di Jareth, Bubo il tenero
bestione che promette fedeltà a Sara dopo averlo salvato e infine,
il prode Sir Didymus uno yorkshire in sella al suo cane
pastore. Tutti questi pupazzi-burattini rappresentano la parte più
colorata dell’avventura onirica, che viene arricchita dalle
innumerevoli citazioni, come le porte che nascondono tranelli,
luoghi del labirinto con nomi spiritosi quali “la gora dell’eterno
fetore” o i richiami ai quadri di M.C.Escher luogo dove
Jareth fino alla fine chiede a Sara di essere la sua regina, tutti
elementi che segnano l’immaginario e restituiscono gli stupori e le
fantasie allo spettatore.
Nella parte finale del film e
quindi “nel ritorno a casa”, emerge la difficoltà di accettare la
consapevolezza del passaggio all’adolescenza ma Sara non rinuncia
mai realmente alla sua fantasia, mette via i giocattoli sapendo che
“se ha bisogno” ricorrerà sempre a quella parte di sé.
Poco dopo aver
lasciato Doctor
Strange nel multiverso della follia dei
Marvel Studios nel 2020, Scott
Derrickson ha
firmato per dirigere un altro sequel ambientato in una
dimensione alternativa sconvolgente per lo studio di proprietà
della Sony TriStar Pictures, Labyrinth
2, il sequel del classico avventura fantasy di
Jim Henson: The Labyrinth.
Da allora gli aggiornamenti sono stati praticamente inesistenti,
quindi si presumeva generalmente che il progetto fosse stato
accantonato, ma il regista di The Black
Phone ha ora rivelato
che Labyrinth 2 è ancora in
fase di sviluppo, anche se non ha idea di quando entrerà
effettivamente in produzione.
“Non siamo mai arrivati al punto in cui lo studio volesse
realizzarla, ma ero molto orgoglioso del lavoro che ci abbiamo
fatto”, ha spiegato Derrickson a ComicBook.com . “Ed
è un progetto molto difficile da trasformare in qualcosa di
commercialmente fattibile, perché è così fantasioso e surreale che
non c’è modo di farlo a buon mercato. E allo stesso tempo, è così
audace e diverso che è un film difficile per uno studio si senta
competente e abbia un valore commerciale sufficiente per guadagnare
un profitto. Quindi penso che sia un osso duro da risolvere, ma
tutto quello che posso dirti è che sono molto orgoglioso del lavoro
che abbiamo fatto su di esso. Certamente aveva in mente un grande
film.”
Quando gli è stato chiesto se il piano fosse quello di scegliere un
altro attore per il ruolo di Jareth il Re dei Goblin in
seguito alla scomparsa del leggendario David Bowie, Derrickson ha rifiutato di
entrare troppo nei dettagli, ma ha detto che “hanno avuto
un’idea davvero interessante“. “Dato che il progetto è
ancora in fase di sviluppo, probabilmente non dovrei dire quali
sono i piani perché penso che abbiamo avuto un’idea davvero
interessante, ma non voglio smentirla nel caso in cui il film venga
realizzato.”
L’originale del 1986 vedeva
Jennifer Connelly nei panni di un’adolescente
di nome Sarah che entra in uno strano regno fantasy nel tentativo
di salvare il suo fratellino da Jareth il Re dei Goblin
(Bowie). Lì incontra alcune creature strane e meravigliose
(Hoggle, Ludo e Sir Didymus) che la aiutano nella sua ricerca per
raggiungere il castello del re.
Sebbene abbia ricevuto
un’accoglienza tiepida al momento della sua uscita, il film da
allora ha raggiunto lo status di cult e nel corso degli anni
abbiamo visto vari fumetti, libri e videogiochi spin-off. Ogni anno
si tiene anche un ballo in maschera dei fan, considerato uno dei
più grandi del suo genere al mondo. Maggie Levin
( Into the Dark, My Valentine ) è
stata incaricata di scrivere la sceneggiatura del sequel quando è
stato annunciato per la prima volta nel 2020, mentre Brian e Lisa
Henson di The Jim Henson Company erano a bordo come produttori.
Deadline ha confermato che è in
lavorazione presso la Sony un film basato sulla linea di peluche
Labubu. Lo studio di Culver City ha acquisito i
diritti cinematografici della bambola cinese. Al momento non ci
sono accordi creativi e non è stata presa alcuna decisione se si
tratterà di un film d’animazione o live-action. Lo studio non ha
rilasciato dichiarazioni.
Le bambole sono state create dal
designer Kasing Lung, originario di Hong Kong e
residente in Europa, nel 2015. Inizialmente sono state prodotte da
How2 Work, prima che il rivenditore cinese Pop Mart rilevasse la
linea e iniziasse a venderle nel 2019.
Labubu faceva
parte della serie di racconti di Lung, The Monsters, ispirata al
folklore nordico. Sebbene Labubu fosse inizialmente popolare
nell’Asia orientale e sud-orientale, la mania si è diffusa negli
Stati Uniti, dove esiste un mercato nero per le bambole a prezzi a
sei cifre. Pop Mart ha incrementato la domanda per il marchio
vendendo le bambole in scatole cieche: l’acquirente non sa che tipo
di bambola riceverà finché non apre la scatola, rendendole costose
sul mercato delle aste e persino al dettaglio. Celebrità come
Lisa, membro del gruppo K-pop Blackpink, hanno
indossato Labubu come gioiello, aumentandone ulteriormente il
valore.
Nel rapporto annuale 2024 di Pop
Mart, si è notato che la linea The Monsters genera 430 milioni di
dollari, pari al 23,3% del fatturato totale dell’anno. Nella prima
metà del 2025 The Monsters ha generato 670 milioni di dollari,
rappresentando quasi il 35% del fatturato di Pop Mart per il
periodo.
Secondo The Hollywood Reporter, il
progetto è ancora in fase di sviluppo iniziale e non è stato ancora
assegnato uno sceneggiatore. Sony sta però collaborando con il
rivenditore cinese e proprietario del marchio Pop Mart per
l’adattamento. Non è ancora chiaro se il film
Labubu sarà un live-action animato, ma con Paul
King a bordo, potrebbe combinare l’uso di attori dal vivo con
l’animazione per il personaggio principale, come nei film di
Paddington.
La storia dei Labubu
Creato dall’artista Kasing
Lung, nato a Hong Kong e residente in Europa,
Labubu è diventato popolare dopo che il
rivenditore cinese Pop Mart ha iniziato a produrre e distribuire le
figurine nel 2019. Sebbene il marchio abbia acquisito slancio
gradualmente, la popolarità di Labubu è esplosa
negli ultimi anni per due motivi principali. Il primo è il modello
di vendita “blind box” di Pop Mart, in cui gli acquirenti non sanno
quale figurina hanno acquistato fino a quando non la aprono.
Questo approccio alimenta
l’entusiasmo e gli acquisti ripetuti, stimolando al contempo un
intenso mercato secondario in cui i collezionisti spendono ingenti
somme online, in occasione di eventi pop-up e nei negozi fisici. Le
edizioni rare sono state vendute all’asta a prezzi a sei cifre. Il
secondo fattore trainante è stato il sostegno delle celebrità, in
particolare della membro delle Blackpink Lisa, che ha iniziato a
utilizzare le figurine come accessori di moda nel 2024. Labubu è il
personaggio centrale della linea, che comprende anche il leader
Zimomo, il compagno Mokoko e il
fidanzato Tycoco.
Chi è Paul King
Basandosi sull’amato personaggio
creato da Michael Bond, Paul King ha scritto e
diretto Paddington
(2014) e il suo sequel del
2017, entrambi grandi successi al botteghino che hanno ottenuto
un enorme successo per il loro cuore e il loro fascino. King ha
co-sceneggiato e prodotto il terzo film, Paddington
in Peru (2024), diretto invece da Dougal
Wilson.
King ha anche co-sceneggiato e
diretto Wonka(2023),
con Timothée Chalamet, che racconta la storia
delle origini del cioccolatiere protagonista e ha incassato ben
634,5 milioni di dollari al botteghino. Considerando la serie
positiva di film che sta mettendo a segno Paul
King, non dovrebbe avere problemi a trasformare
Labubu in un altro successo al botteghino.
Nuovo progetto per il regista
M. Night Shymalan che archiviata la non felice
parentesi di After Earth, si appresta a
dirigere Labor of Love, script che
è stato acquistato dalla 20th Century Fox nel
1993. Si tratta di un inedito che è addirittura antecedente ai suoi
film culto. Ebbene il regista vorrebbe come protagonista nientemeno
che Bruce Willis, con il quale fece il suo
primo successo, Il sesto senso e anche il
film successivo Unbreakable.
Pare che oggi il regista sia
impegnato a riacquistare i diritti della sua sceneggiatura per
avviare le riprese nel mese di settembre a Philadelphia. All’epoca
il film non si fece perché Shyamalan voleva a
tutti i costi dirigerlo. Tempo dopo verso la storia ci fu il forte
interesse di Denzel
Washington. Protagonista
quindi Bruce Willis che interpreterà un
libraio che, dopo aver tragicamente perso la mogie, decide di
attraversare il paese per dimostrare il proprio amore nei suoi
confronti. Le pellicola dovrebbe arrivare a Berlino per essere
venduta in tutto il mondo.
A produrre la pellicola ci saranno Randall Emmett,
George Furla, Stuart Ford e Ashwin
Rajan.
Presentato ieri alla Casa del Cinema,
Là-bas. Educazione criminale uscirà nelle sale il
prossimo 9 marzo. Alla conferenza stampa erano presenti il regista
Guido Lombardi, i produttori e parte del cast: Kader Alassane,
Esther Elisha e “Billi” Serigne Faye. È intervenuto anche Pape
Diaw, portavoce della comunità senegalese di Firenze.
Il regista ne ha parlato come di un
film suicida: girato in francese e inglese, con attori di colore
non professionisti, parla di immigrati. Tutti ingredienti che si
discostano dal cinema mainstream, e che fanno di Là-bas
un’opera fresca e originale, capace di immortalare fedelmente e
senza retorica una realtà difficile qual è quella dell’immigrazione
clandestina. E non stupisce che Là-bas – Educazione
criminale, il lungometraggio d’esordio del napoletano
Guido Lombardi, classe 1975, abbia entusiasmato la giura veneziana
portandosi a casa il Leone del Futuro – Premio Opera Prima Luigi De
Laurentiis, oltre al Premio del pubblico Kino come Miglior
Film.
Là-bas – Educazione criminale, il film
L’opera Là-bas – Educazione
criminale si ispira alla strage di Castel Volturno, che
nel settembre 2008 portò alla morte di 6 ragazzi ghanesi ad opera
di un commando di camorristi. Ma l’episodio è abilmente inserito
solo nel finale: i restanti 90 minuti o quasi raccontano il
percorso di Yussouf (Kader Alassane), giovane
africano arrivato in Italia in cerca di fortuna. Viene ospitato
alla “Casa delle candele”, una villetta a 30 km da Napoli, così
chiamata per la luce che salta di continuo. Stringe amicizia con
Germain (l’ottimo “Billi” Serigne Faye): è in Italia da 6 anni e,
per vivere, s’accontenta di vendere fazzoletti al semaforo.
Ma le ambizioni di Yussouf, abile
disegnatore e scultore di statue in metallo, lo portano a farsi
trascinare nello spaccio di droga gestito da suo zio Moses
(Moussa Mone). Yussouf imparerà in fretta il
prezzo della sua scelta, a prima vista la più razionale, unica
alternativa ad un destino di sfruttamento. S’innamorerà di Suad
(l’attrice professionista Esther Elisha), per poi scoprirla
prostituta su una strada notturna del litorale campano. Quella di
Yussouf, come recita il sottotitolo del film, è
un’educazione criminale, obbligatorio
tragitto d’iniziazione per far parte di un mondo immaginato come
lontano e diverso: là-bas in francese significa appunto
laggiù, termine usato dagli africani per designare
l’Europa.
Dialoghi e sceneggiatura, ben
accompagnati dalle musiche di Giordano Corapi, non sono mai banali,
e l’affiatato gruppo di attori improvvisati è davvero una piacevole
sorpresa. Una pellicola in cui verità storica e invenzione filmica
si uniscono alla perfezione, e in cui il tutto è raccontato dall’
“interno”, ossia dal punto di vista degli stessi immigrati. Non una
lezione d’umanità, e nemmeno uno slogan contro il razzismo, bensì
lo sguardo asciutto di un regista-sociologo che mette a fuoco la
drammaticità di situazioni spesso volutamente dimenticate.
Suggestiva la scena finale, con Yussouf che torna alla Casa delle
candele, semi-nudo dopo aver gettato nel bosco i costosi vestiti
donati dallo zio: una rinascita simbolica del protagonista, pronto
a ripartire da zero, scegliendo una vita diversa per re-inventare
se stesso.
Le innumerevoli opere scritte dal
celebre Stephen King sono da sempre fonte di
grande ispirazione per il cinema e moltissime di queste hanno poi
trovato il loro adattamento sul grande schermo. Dal celebre
Stand by Me a Le ali dellalibertà, da Carrie – Lo sguardo di Satana
fino alla più recente serie televisiva The Stand. Quello
realizzato dallo scrittore del brivido è un bacino di storie senza
eguali, contenenti tutti i sentimenti e i temi più ricorrenti
nell’esistenza umana. Uno dei film più belli, e di cui forse si
parla meno, tratti da una sua opera è La zona
morta (qui la recensione), diretto nel
1983 dal celebre regista David
Cronenberg.
Realizzato dopo Videodrome e prima di La mosca, questo si
presentò da subito come un progetto estremamente nelle corde del
regista canadese. La storia infatti non presenta elementi
particolarmente fantastici o orrorifici quanto le precedenti
scritte, ma si concentra in modo particolare sull’evoluzione del
protagonista e sul suo rapporto con il potere acquisito. La prima
versione della sceneggiatura era stata scritta dallo stesso King,
ma rimaneva talmente fedele al romanzo da essere grossomodo
inadattabile per il grande schermo. Venne così chiamato
Jeffrey Boam, che riscrisse il tutto riuscendo ad
ottenere il consenso dello scrittore.
Divenuto negli anni un vero e
proprio cult, La zona morta è ancora oggi
considerato uno dei migliori adattamenti da un romanzo di King. Pur
con le dovute modifiche, il film riesce infatti a mantenere vivo il
cuore del romanzo, come anche tutti i suoi aspetti più
affascinanti. Prima di intraprendere una visione del film, però,
sarà certamente utile approfondire alcune delle principali
curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà
infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla
trama, al cast di attori e alle
differenze tra il libro e il film. Infine, si
elencheranno anche le principali piattaforme
streaming contenenti il titolo nel proprio catalogo.
La trama di La zona
morta
Protagonista del film è l’insegnante
Johnny Smith, il quale in seguito ad un incidente
rimanere per ben cinque anni in coma. Al suo risveglio si scopre in
possesso dello straordinario potere di leggere il passato e il
futuro delle persone semplicemente toccandole. Grazie a ciò può
letteralmente cambiare il corso degli eventi ancora da verificarsi.
Dopo aver fatto l’abitudine a tale capacità, Johnny inizia ad usare
questa per evitare varie disgrazie ed aiutare il prossimo. Così
facendo, egli spera di potersi lasciare il passato alle spalle e
ricominciare da capo, conducendo un’esistenza tranquilla. Ma quando
stringe la mano al politico Greg Stillson e ne
vede il futuro, capisce di dover intervenire per evitare che quanto
visto diventi realtà.
Il cast del film
Per dar volto al protagonista del
film King indicò come sua personale scelta l’attore Bill Murray,
Cronenberg invece propose un altro attore, ma ad avere l’ultima
parola fu il produttore Dino De Laurentis, il
quale affidò la parte al premio Oscar Christopher
Walken in quanto in quegli anni all’apice del suo
successo. Accanto a lui, nei panni della sua ex fidanzata vi è
l’attrice Brooke Adams, nota per Terrore dallo
spazio profondo, mentre il celebre Tom
Skerritt è lo sceriffo Bannerman. Herbert
Lom è invece il dottor Sam Weizak, e Nicholas
Campbell il serial killer Frank Dodd. Ad interpretare il
politico Greg Stillson vi è invece l’attore Martin
Sheen.
Le differenze tra il libro e il
film
Come anticipato, La zona
morta non è un film particolarmente fedele al romanzo di
King. Per quanto la storia sia grossomodo la stessa, cambiano
infatti una serie di eventi, dettagli o la stessa struttura
narrativa. Il libro, infatti, segue due storie parallele che
convergevano poi soltanto con il sopraggiungere del finale. Questa
struttura, inizialmente presente nella sceneggiatura di King, venne
poi abbandonata in favore di una narrazione più lineare,
suddividendo le avventure del protagonista in tre atti attraverso i
quali è più evidente l’evoluzione emotiva e psicologica del
personaggio. Ciò è tornato utile specialmente considerando che
molti degli episodi che evidenziano il dramma di Johnny sono
necessariamente stati sintetizzati per il film.
Ulteriore differenza si ritrova poi
nella rappresentazione delle visioni che il protagonista ha, e che
rappresentano la zona morta che dà il titolo all’opera.
Nel romanzo di King queste vengono descritte come dei frammenti
estremamente poco chiari, che lasciano interamente al protagonista
il compito di ricostruire il loro significato. Nel film, invece,
tali visioni appaiono estremamente più chiare nel loro svolgersi,
rendendo più semplice il compito del protagonista. In particolare,
la visione principale, quella relativa al personaggio di Stillson,
si spinge in dettagli particolarmente importanti. Il finale,
invece, risulta essere lo stesso tanto per il film quanto per il
libro.
La zona morta: il trailer e dove
vedere il film in streaming e in TV
È possibile fruire di La
zona morta grazie alla sua presenza su alcune delle più
popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è
infatti disponibile nei cataloghi di Infinity+, Apple
TV+ e Prime Video. Per vederlo, una volta
scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo
film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il
film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di sabato
5 agosto alle ore 21:15 sul canale
Italia 2.
La zona morta è un
film del 1983 diretto da
David Cronenberg e con protagonisti nel
cast Christopher Walken, Martin Sheen, Tom Skerritt e
Brooke Adams.
Trama del film La zona morta
Dopo essere rimasto a lungo in
coma, al suo risveglio Johnny Smith si trova in possesso dello
straordinario potere di leggere il passato e il futuro delle
persone solo toccandole; dopo aver usato le sue nuove capacità per
evitare varie disgrazie ed aiutare la polizia nello scovare un
serial killer, il protagonista si imbatte in Greg Stillson, anonimo
candidato senatore, scoprendo, stringendogli la mano, che
quell’uomo, diventato Presidente degli Stati Uniti, scatenerà un
conflitto nucleare. Johnny si impegnerà allora ad usare quel potere
per eliminare la minaccia…
Analisi de La zona
morta
Uscito nel 1983, autentico
‘anno di grazia’ per gli amanti di Stephen King, che lo
vedono approdare sugli schermi assieme a
Christine e
Cujo,La Zona Morta si
fa ricordare come uno dei migliori adattamenti dei romanzi del Re
del Brivido; merito innanzitutto della squadra, ottimamente
assortita dal team produttivo formato da Dino
DeLaurentiis e Debra Hill: David Cronenberg alla regia,
Christopher Walker e Martin Sheen
nei ruoli principali.
Il regista canadese, qui in una
delle poche produzioni ad alto budget della carriera, porta
efficacemente sullo schermo il materiale kinghiano, basandosi sulla
sceneggiatura stesa da Jeffrey Boam (Indiana
Jones e l’ultima crociata), per la quale
DeLaurentiis aveva inizialmente pensato allo stesso King, senza che
poi la collaborazione arrivasse in porto; da notare che per il
ruolo del protagonista, King aveva inizialmente pensato a
Bill Murray.
La zona morta
venne girato in condizioni climatiche estreme: i set
nordamericani furono teatro di un’ondata di gelo senza precedenti,
e forse questo ha contribuito all’atmosfera sospesa e
vagamente straniante che accompagna tutto il film; lo stesso dicasi
per l’interpretazione – eccezionale – del protagonista Walken, il
cui colorito costantemente livido rende ancora più pronunciata
l’espressione allucinata di un uomo che si ritrova in possesso di
un potere che lo spaventa e che lo separa progressivamente da
coloro che lo circondano, facendogli sfiorare – e in parte varcare
– i confini dell’alienazione.
Uno sguardo sofferente,
perennemente disagiato, che trova corrispondenza in quello del suo
antagonista Martin Sheen, anch’esso velato di
follia, ma stavolta quella derivante dall’ambizione sfrenata e dal
delirio di onnipotenza.
Nel resto del cast de La
zona morta spicca un faccia nota come quella di
Tom Skerritt; il ruolo femminile principale è
affidato a Brooke Adams; al film partecipa con un
cameo anche uno dei figli di Sheen, Ramon
Estevez.
Unico episodio della cinematografia
del regista in cui ad occuparsi delle musiche non è il fido
Howard Shore, ma Michael Kamen,
La zona morta resta ancora oggi un
efficacissimo film di ‘genere’ e non solo nella categoria degli
adattamenti di
Stephen King.
Il discorso di accettazione di
Jonathan Glazer per La
Zona di interesse agli Oscar 2024 ha suscitato
reazioni negative e una risposta da parte del produttore del film.
Diretto da Glazer, La
Zona di interesse è un film che racconta la storia del
comandante nazista Rudolf Höss e della sua famiglia, che stanno
costruendo la propria vita idilliaca proprio accanto al campo di
concentramento di Auschwitz, dove ogni giorno vengono commesse
atrocità. La
Zona di interesse è stato nominato a cinque
Oscar, vincendo per il miglior film internazionale e il miglior
suono. Il discorso di Glazer per il riconoscimento del miglior
lungometraggio internazionale, tuttavia, ha suscitato polemiche
quando il regista ha accennato al conflitto in corso in
Palestina.
Mentre alcuni esprimono il loro
sostegno alle parole di Glazer, altri trovano che il parallelo
tracciato dal regista tra l’Olocausto e i giorni nostri sia, nella
migliore delle ipotesi, allarmante. Secondo il podcast Unholy, tale
dissenso sul discorso proviene anche dal produttore esecutivo di
La
Zona di interesse, Danny Cohen. Cohen
ha condannato il discorso, dicendo:
“È davvero importante
riconoscere che [il discorso ha] sconvolto molte persone e molte
persone si sentono arrabbiate per questo. E francamente capisco
quella rabbia. Penso che molte persone nella comunità ebraica che
mi hanno contattato abbiano ritenuto che fosse un film
straordinario e molto importante e, in quanto tale, racconta una
storia dell’Olocausto e costituisce una parte molto importante
dell’educazione sull’Olocausto. E penso che siano rimasti sconvolti
dalla sensazione che questo sia stato confuso con quello che sta
succedendo ora [a Gaza], indipendentemente dal fatto che questa
fosse l’intenzione di Jonathan o meno.
Semplicemente sono in disaccordo
con Jonathan su questo. Il mio sostegno a Israele è incrollabile.
La guerra e la continuazione della guerra sono responsabilità di
Hamas, un’organizzazione terroristica genocida, che continua a
detenere e abusare di ostaggi e che non usa i suoi tunnel per
proteggere i civili innocenti di Gaza, ma li usa per nascondersi e
permettere ai palestinesi di morire. Penso che la guerra sia
tragica e terribile e che la perdita di vite civili sia terribile,
ma di questo biasimo Hamas. E qualsiasi discussione sulla guerra
senza dirlo manca del contesto adeguato che ogni discussione
dovrebbe avere.
Ascolta, è il suo film. Può
stare lì e scegliere le sue parole e va bene. È una persona forte e
sono sicuro che resterà al suo fianco. Ma per me non era il momento
giusto, non aveva abbastanza contesto ed era una distrazione da una
grande opera d’arte. Ma si sa, Jonathan è davvero qualcuno che
lascia che sia il suo lavoro a parlare. Quindi sono molto più
favorevole a che sia il film a parlare rispetto a quello che dici
in TV in 30 secondi in un ambiente riscaldato.
Nel suo discorso di ringraziamento,
Glazer ha detto: “Il nostro lavoro è stato
rivolto non al raccontare cosa hanno fatto allora, ma a cosa
facciamo oggi. Il film mostra dove la disumanizzazione porta al suo
peggio. Ha plasmato tutto il nostro passato e il nostro presente.
In questo momento siamo qui come uomini che rifiutano la loro
ebraicità in un olocausto dirottato da un’occupazione che ha
portato al conflitto per così tante persone innocenti. Che si
tratti delle vittime del 7 ottobre in Israele o dell’attacco in
corso a Gaza – tutte vittime di questa disumanizzazione, come
possiamo resistere?”.
I Wonder Pictures e
Unipol Biografilm Collection sono lieti di
presentare il trailer e il poster italiano
del film La Zona d’interesse (The
Zone of Interest) di Jonathan Glazer, in
anteprima nazionale oggi alla Festa del Cinema di Roma.
Il regista
britannico, vincitore del Gran Premio Speciale della Giuria alla
76ma edizione del Festival di Cannes e candidato agli Oscar®
per UK, sarà presente alla proiezione ufficiale del film e
incontrerà il pubblico in occasione di una
masterclass domani 21 ottobre, alle ore 17.00, in
Sala Petrassi.
La Zona
d’interesse rappresenta l’opera chiamata a raccogliere in
questo decennio il testimone dei grandi capolavori del cinema che
hanno raccontato la più grande tragedia del Novecento, da
Schindler’s List a Il Pianista, da Train de
Vie a La Vita è bella. Una prospettiva inedita e uno
sguardo nuovo, con stile altissimo, su una delle pagine più buie
della storia.
Liberamente
ispirato all’omonimo romanzo di Martin Amis, La Zona
d’interesse è la storia di una famiglia tedesca
apparentemente normale che vive – in una bucolica casetta con
piscina – una quotidianità fatta di gite in barca, il lavoro
d’ufficio del padre, i tè della moglie con le amiche, le domeniche
passate a pescare al fiume. Peccato che l’uomo in questione sia
Rudolf Höss, comandante di Auschwitz, e la deliziosa villetta
con giardino in cui vive con la sua famiglia in una surreale
serenità è situata proprio al confine con il campo di
concentramento, a due passi dall’orrore, così vicino e così
lontano.
Prodotto da
A24 e Extreme Emotions, La Zona di Interesse (The
Zone of Interest) uscirà nelle sale italiane il 18
gennaio 2024 distribuito da I Wonder Pictures in
collaborazione con Unipol Biografilm Collection.
A24 ha pubblicato
un nuovo video di La
zona d’interesse, l’acclamato film drammatico di
Jonathan Glazer sulla Seconda Guerra
Mondiale, che ha recentemente ottenuto cinque nomination agli
Oscar, tra cui quella per il Miglior Film.
La featurette dietro le quinte
mostra Jonathan Glazer che parla della premessa
del film, che racconta di un uomo che vive una vita idilliaca con
la sua famiglia nella casa dei loro sogni, che si trova vicino al
campo di concentramento di Auschwitz. Il direttore della fotografia
Lukasz Zal ha parlato anche del processo di
ripresa, rivelando che hanno cablato l’intera casa con telecamere
visibili e nascoste.
Chi è coinvolto in La zona d’interesse?
Tratto dal romanzo di Martin Amis
del 2014, La
zona d’interesse è scritto e diretto da
Jonathan Glazer, che torna alla regia dopo dieci
anni da Under the Skin del 2013. Il film è interpretato da
Christian Friedel nel ruolo del comandante del
campo di Auschwitz Rudolf Höss, Sandra
Hüller nel ruolo di Hedwig Höss, Johann
Karthaus nel ruolo di Klaus Höss, Nele
Ahrensmeier nel ruolo di Inge-Brigitt Höss, Lilli
Falk nel ruolo di Heidetraut Höss e Medusa
Knopf nel ruolo di Elfriede.
La zona
d’interesse è prodotto da Reno Antoniades, Daniel
Battsek, Len Blavatnik, Danny Cohen, Ke’Lonn Darnell, David
Kimbangi, Ollie Madden e Tessa Ross. I produttori sono
Bugs Hartley, Ewa Puszczynska, Bartek Rainski e James
Wilson. Il film ha vinto il Grand Prix al Festival di Cannes 2023.
Era dalla Mostra
del Cinema di Venezia del 2013 che non si avevano notizie di
Jonathan Glazer, il quale dopo l’Under
the Skin con Scarlett Johansson continuava a rimandare la
presentazione di questo suo nuovo
film. Prima di arrivare al Festival
di Cannes 2023, infatti, si era già parlato di
La zona d’interesse tra i titoli papabili per
le precedenti edizioni delle kermesse del Lido e della Croisette,
dove finalmente è approdato. Interpretato dalla coppia
Christian Friedel-Sandra Hüller, il film offre uno
sguardo diverso della tragica quotidianità e dell‘orrore
dei campi di sterminio nazisti durante la Seconda Guerra
Mondiale e attraverso lo sguardo dei protagonisti della teorizzata
soluzione finale alla base dell’Olocausto.
Camera con vista, sull’Inferno
Ne La zona
d’interesse Rudolf Höss e sua moglie Hedwig sono una
coppia di coniugi tedeschi, divisi tra famiglia – numerosa – e
lavoro quotidiano, dentro e fuori la loro bella casa. Quel che li
rende unici è il fatto di vivere a ridosso del perimetro del Campo
di concentramento di Auschwitz, del quale lui è il comandante. Un
militare ambizioso e senza scrupoli che, per motivi di carriera,
sembra esser pronto a lasciare la cosiddetta “zona di interesse”
(la Interessengebiet di circa 40 chilometri, che circonda la
triste struttura) e la villetta con giardino nella quale la donna
continua a crescere i loro cinque figli, a godere di una vita
perfetta e della speranza di un brillante futuro e a fare finta di
non vedere cosa accade al di là delle mura di recinzione.
Sandra Hüller in una scena di La zona d’interesse
L’orrore suggerito, più che raccontato
Le prime immagini di
La zona d’interesse fanno ripensare al
Suburbicon del 2017 diretto da George Clooney,
non per il tono né tanto meno per la sostanza del narrato, quanto
piuttosto per la superficie di normalità che nasconde altro. Lì un
conflitto prossimo a esplodere, qui una tragedia della quale
conosciamo l’entità, ma che Glazer mostra attraverso una serie di
indizi lasciati sullo sfondo, impossibili da ignorare.
Lo spunto è quello
offerto dal
romanzo omonimo di Martin Amis “La zona
d’interesse“, storia d’amore e burocrazia che l’immagine
filmata supera e potenzia nella sua possibilità di mostrare – senza
soffermarsi troppo – il fumo e le fiamme che fuoriescono dalle
ciminiere delle famigerate docce. Anche il sonoro segue la stessa
direttrice, con la macchina da presa a restituire il suono della
scena ripresa, senza mai indulgere in sottolineature, ma senza
nascondere i colpi di pistola e gli ordini urlati sullo sfondo.
La zona d’interesse, la vita che continua
Sordi e ciechi
all’inconcepibile, i protagonisti, intanto, continuano la loro
vita. Fatta anche di riunioni con gli ingegneri del Reich, arrivati
a proporre nuove tecnologie e più funzionali soluzioni per il
funzionamento dei forni crematori, o con gli altri direttori dei
vari campi, convocati per organizzare lo smaltimenti dei prossimi
arrivi dall’Ungheria. Una normalità, di nuovo, che si specchia
nella pulizia formale di un racconto familiare qualsiasi e insieme
in quella degli ambienti di Auschwitz oggi.
Dopo i lunghi minuti di
total black con i quali si apre La zona
d’interesse , quasi a suggerirci di aguzzare l’udito
più che la vista, improvvisamente il salto nel futuro, il nostro
presente, ci mostra per l’unica volta cosa resta di quelle vittime:
scarpe, bagagli abbandonati, vestiti, oggetti preziosi. Non la
vita, della quale resteranno depredati in eterno. Una sorte che
continua a capitare anche nelle nostre società civili, giusto fuori
dal nostro giardino, mentre molti continuano a erigere muri di
protezione dando mostra di non aver imparato ad aprire gli occhi
sui limiti della nostra stessa coscienza.