Dopo tanta attesa arriva al cinema
il film Disney Nelle pieghe del tempo,
trasposizione cinematografica di uno dei libri per bambini più noti
in America, per la regia di Ava DuVernay.
Il libro del 1962 di
Madeleine L’Engle ci porta in un viaggio al centro
dell’universo insieme alla sua protagonista Meg, alla disperata
ricerca del padre scomparso anni prima.
Storm Reid ha il
compito di guidarci in questa storia interpretando la timida,
scontrosa e solitaria Meg Murry. La Du’Vernay ci dipinge una Meg un
po’ diversa da quella pensata dalla scrittrice oltre quarant’anni
fa, ma per il resto, sorprende quanto il libro e la tematica al
centro siano ancora così attuali. All’inizio di Nelle
Pieghe del Tempo veniamo introdotti allo studio di
astrofisica del padre di Meg, Alex (Chris
Pine), uno scienziato rinomato che insieme alla madre
(Gugu Mbatha-Raw), anche lei scienziata, stanno
cercando di scoprire come viaggiare nel tempo in altre dimensioni e
altri mondi, attraverso una cosa chiamata “tesseract”. Quando una
sera Alex scompare nel nulla, solo Meg, la mamma e il piccolo
fratellino adottato Charles Wallace (Deric McCabe)
sono convinti che non sia scappato o morto ma abbia trovato il modo
per attraversare il tesseract. Una sera di quattro anni dopo la
scomparsa, Charles Wallace fa entrare in casa una strana donna dai
capelli rossi che si presenta come la Signorina Cos’è
(Reese Whiterspoon), che facendo domande strane,
menziona il tesseract. Il giorno successivo, sempre il fratellino,
porta Meg e il nuovo amico Calvin (Levi Miller) in
una casa abbandonata nel vicinato, dove conoscono la Signorina Chi
(Mindy Kaling), che tra pile infinite di libri,
risponde alle loro domande solo attraverso citazioni e aforismi.
Per ultima arriva la Signorina Quale (Oprah
Winfrey), la più saggia e anziana delle tre che gli
racconta del fatto che hanno sentito un richiamo nell’universo e
pensano sia un grido d’aiuto del padre di Meg.
Senza troppi indugi queste tre
creature fantastiche invitano i tre ragazzini a trovare la loro
frequenza e attraversare il tesseract, facendo così iniziare il
loro viaggio tra i diversi mondi. Non solo mondi bellissimi fatti
di meravigliosi prati e fiori chiacchieroni, ma mondi pieni di
illusioni, dove i trabocchetti e i pericoli sono dietro ogni
angolo, a causa di LUI, un essere malvagio del pianeta Camazotz che
sta facendo avanzare il buio e il male in tutti i mondi, compresa
la Terra. Toccherà proprio a Meg capire come raggiungere il padre e
sconfiggere il buio attraverso la sua luce.
La protagonista di Nelle
Pieghe del Tempo è una bambina normale
La Meg Murry di Nelle
Pieghe del Tempo non è una ragazza come l’eroine che siamo
abituate a vedere. Non è forte, non è sicura di sé, non ha quel
qualcosa dentro che aiuterà a salvare la situazione o meglio,
ancora non lo sa e il percorso per arrivarci per lei è lungo. È una
normale ragazza di scuola media, presa di mira dalle bulle, che non
si applica nonostante sia intelligente e che pensa che nessuno
voglia farsi vedere in giro con lei. Durante tutto il film Meg
cerca di combattere la sua vera natura di guerriera, nascondendosi
dietro la maschera di adolescente incompresa, una figura in cui
molte ragazzine si riusciranno a vedere, più che in Katniss o
compagne. Ma è impossibile ignorare Meg grazie alla presenza
luminosa di Storm Reid, senza dubbio uno dei
giovani talenti degli ultimi anni da tenere d’occhio (forse ve la
ricorderete da piccolina in 12 Anni Schiavo di
Steve McQueen).
La presenza delle tre creature
celestiali rende il tutto un pizzico più divertente, soprattutto i
loro cambi di abito, acconciatura e make-up che avviene ad ogni
loro apparizione (imperdibili soprattutto alcuni look di Oprah,
davvero esilaranti!). Ma oltre a le interpreti e una buona (ma non
particolarmente brillante) regia da parte di Ava
DuVernay, Nelle Pieghe del Tempo non regge il peso di
tutta l’attesa che è stata creata intorno a questa uscita. Senza
dubbio non è quel tipo di film adatto a tutti, in particolare
adulti: era un libro per bambini e rimane un film per bambini. Il
pubblico di riferimento lo apprezzerà, in particolare le bambine di
colore che si vedranno rappresentate sullo schermo dalla Reid, ma
non è il classico film Disney che fa innamorare grandi e
piccini.
Probabilmente molte cose vengono
spiegate meglio nel libro, ma in questo film la trama scorre un po’
troppo velocemente, lasciando poco spazio allo spettatore per
capire bene le cose o come i protagonisti siano arrivati ad un
certo punto, tanto che sembra quasi siano stati fatti dei tagli
maldestri alla sceneggiatura. Visivamente funziona tutto molto bene
nonostante non ci sia nessuna scena che lascerà effettivamente a
bocca aperta, abituati ormai a molto di più, forse viziati dagli
effetti speciali sempre più all’avanguardia. Merita una menzione
speciale a colonna sonora che è stata costruita introno al film,
riuscendo ad accompagnare i personaggi nel loro viaggio sulle note
di Sia, Demi Lovato. Kehlani tra gli altri e una
meravigliosa Sade che canta “Flower of the universe” in una delle
scene più emozionanti di tutto il film.
Ava DuVernay al
suo debutto in Disney non sorprende più di tanto purtroppo,
servendoci un film nella media, che non rimarrà molto impresso
negli spettatori.
Disney IT ha diffuso il
nuovo trailer di Nelle
pieghe del tempo, il fantasy prodotto dalla Casa di
Topolino e diretto da Ava DuVernay.
Nel cast di Nelle
pieghe del tempo sono già stati confermati
Reese Witherspoon (Mrs.
Whatsit), Mindy Kaling (Mrs.
Who), Oprah Winfrey (Mrs.
Which), Storm Reid (Meg
Mully), Chris
Pine,Zach
Galifianakis, Andre
Holland (Moonlight) Levi
Miller (Pan) e Gugu
Mbatha-Raw (Jupiter – Il Destino
dell’Universo).
Nelle Pieghe del
Tempo fa parte di una tetralogia
Nelle
pieghe del tempo è il primo di quattro romanzi, la
serie si intitola Time Quartet e gli altri
romanzi della tetralogia si intitolano: A Wind in the
Door, A Swiftly Tilting Planet e Many
Waters. Nel 1989 Madeleine L’Engle ha
pubblicato An Acceptable Time, che è
considerato un quinto libro della stessa serie, anche se ambientato
diverse generazioni dopo i primi quattro.
Di seguito la trama del
romanzo Nelle Pieghe del Tempo:
Meg Murry, una ragazza di
quattordici anni, è considerata dai suoi coetanei e dai suoi
insegnanti una ragazza dal carattere irascibile e stupida, e a
scuola non si inserisce bene. La sua famiglia riconosce i suoi
problemi come una mancanza di maturità emozionale, ma la considera
anche capace di grandi cose. La sua famiglia è composta dalla sua
bellissima madre scienziata; da suo padre, anch’egli scienziato
scomparso misteriosamente; dal fratello di cinque anni, Charles
Wallace Murry — un super genio in erba – e da Sandy e Dennys Murry,
i due gemelli atleti di dieci anni.
In occasione della Festa
Internazionale delle Donne dell’8 Marzo,
Google ha ospitato una chiacchierata d’eccezione
live dal suo quartier generale di New York con la regista
Ava DuVernay e le attrici protagoniste del film
Nelle
pieghe del tempo, Oprah Winfrey,
Reese Whiterspoon, Storm Reid e
Gugu Mbatha-Raw.
L’ultimo film
Disney, ispirato dall’omonimo libro di
Madeleine L’Engle, è una
avventura epica tutta al femminile ed è anche per questo che tra il
pubblico del Talk c’erano anche ragazze della Girls
Inc., un organizzazione no-profit che incoraggia ad essere
forti, coraggiose e intelligenti.
Per quanto il tempo della
chiacchierata sia stato breve, tante belle parole sono uscite dalle
oratrici, sia sul film ma sia sulla forza di seguire i propri
sogni: all’esempio della regista Ava DuVernay a
Reese Whiterspoon che è arrivata in ritardo sul
palco dopo aver fatto un discorso sulle donne alle Nazioni Unite
fino a Oprah Winfrey, che con la sua saggezza ci
ha fatto la sua fortuna.
Ava DuVernay
racconta di come è stata coinvolta del progetto: “È stato bello
ricevere la telefonata della Disney perché a volte ad Hollywood a
noi donne è come se ci chiedessero il permesso, chiedono di fare
proposte, proporsi in prima persona ma soprattuto chiedono di
mostrargli quanto vali invece che accoglierti e amarti per quello
che sei. Ma per fortuna è proprio quello che è successo a me con la
Disney: mi hanno chiamato e detto che gli piacevo molto, che
apprezzavano il mio lavoro, il mio modo di raccontare le storie e
amavano quello che ero. E sono proprio loro il tipo di persone che
devi accogliere nella tua vita e con cui collaborare.”
La regista ha iniziato la sua
carriera a 33 anni, età che lei reputa “da vecchia, come
direbbero i ragazzi” e a riguardo ha dato un prezioso
consiglio alle ragazze che vogliono seguire un sogno: “Quello
che state facendo ora non deve per forza essere quello che farete
per sempre. Chi siete ora non sarà per sempre il modo in cui
sarete. E sapere che ci sono altri scalini da salire, altri
sentieri da esplorare ti fa capire che non sarai per sempre
bloccata nel punto dove sei: accogli chi sei come persona, ma
rimani sempre aperta a tutte le possibilità che possono aprirti
davanti a te. Quando la gente parla di me pensa che i grandi
ostacoli siano stati il mio sesso o il mio colore della pelle, ma
in realtà è stata l’età. E dove sono adesso dimostra che niente è
impossibile!”.
Reese Whiterspoon
aveva letto il libro a 12 anni e se ne era innamorata, “Amo i
libri di science-fiction e in particolare quelli con una
protagonista femmina. Da piccola credevo di essere Meg Murray e
viaggiare nell’universo e alla fine ho letto tutti i libri della
collana, quindi quando sono stata chiamata da Ava ero al settimo
cielo! Ma non sapevo chi avrei interpretato, visto che le Signorine
sono vecchie di miliardi di anni e mio figlio mi chiedeva ‘Farai la
parte di una vecchia signora?!’. Ma Ava ha avuto questo bellissima
visione di farle senza età, celestiali e piene di qualità che tu
vorresti in tre donne incredibili che ti aiutano e guidano
nell’Universo: la saggezza, un po’ di divertimento ma anche un po’
del proprio passato.”
Oprah, che
interpreta la Signorina Quale, la più saggia
dell’universo, ha raccontato di come abbia cercato di diventare
amica di Ava DuVernay dopo aver visto un Dvd di un
suo film e averla googlata, scoprendo che era una ragazza con gli
occhiali che le assomigliava: “Quando hai un amico a cui tieni,
vuoi fare di tutto per supportarlo. Quindi volevo che lei facesse
questo film e le dissi che sarei andata sul set in Nuova Zelanda.
Allora lei mi ha chiesto se fossi seria e mi ha proposto di leggere
quella parte e le ho detto di si subito. Perché credevo nel suo
sogno e nel suo progetto, quindi avrei fatto tutto. E questo ruolo
alla fine si è rivelato stupendo. Nella mia vita il mio mentore e
amica è stata Maya Angelou, ho letto il suo libro e alla fine è
diventata la mia guida spirituale se così si può dire: quindi la
Signorina Quale è ispirata a lei e alla strega buona Glinda de Il
Mago di Oz. All’inizio del film il mio personaggio dice ‘Tutto
quello che devi far è trovare la tua frequenza’ e quella è la mia
filosofia su come vivere la vita. Ed è questo il mio consiglio per
voi: ognuno ha una frequenza che è solo propria e quando la trovi e
hai fede in essa, cose inimmaginabili possono accadere.”
Il filmNelle Pieghe
del Tempo arriva nelle sale italiane il 29 marzo: nel cast
anche Chris
Pine, Mindy Kaling, Zach Galifianakis e
Michael Pena.
L’atteso adattamento di
Nelle
pieghe del tempo, prodotto dalla Disney e diretto da
Ava Duvernay (Selma – La Strada per la
Libertà), ha finalmente una data d’uscita: 6 aprile del
2018. La produzione è già cominciata da qualche settimana e le
riprese sono in corso.
Nel cast del film sono già stati
confermati Reese Witherspoon (Mrs.
Whatsit), Mindy Kaling (Mrs. Who), Oprah
Winfrey (Mrs. Which), Storm Reid
(Meg Mully), Chris
Pine, Zach Galifianakis,
Andre Holland (Moonlight)
Levi Miller (Pan) e
Gugu Mbatha-Raw (Jupiter – Il Destino
dell’Universo).
Nelle Pieghe del
Tempo fa parte di una tetralogia
Nelle
pieghe del tempo è il primo di quattro romanzi, la
serie si intitola Time Quartet e gli altri romanzi
della tetralogia si intitolano: A Wind in the Door, A
Swiftly Tilting Planet e Many Waters. Nel
1989 Madeleine L’Engle ha pubblicato
An Acceptable Time, che è considerato un quinto
libro della stessa serie, anche se ambientato diverse generazioni
dopo i primi quattro.
Di seguito la trama del romanzo
Nelle Pieghe del Tempo:
Meg Murry, una ragazza di
quattordici anni, è considerata dai suoi coetanei e dai suoi
insegnanti una ragazza dal carattere irascibile e stupida, e a
scuola non si inserisce bene. La sua famiglia riconosce i suoi
problemi come una mancanza di maturità emozionale, ma la considera
anche capace di grandi cose. La sua famiglia è composta dalla sua
bellissima madre scienziata; da suo padre, anch’egli scienziato
scomparso misteriosamente; dal fratello di cinque anni, Charles
Wallace Murry — un super genio in erba – e da Sandy e Dennys Murry,
i due gemelli atleti di dieci anni.
Il libro incomincia con “Era una
notte buia e tempestosa”, un’allusione alle parole iniziali nel
romanzo Paul Clifford di Edward George Bulwer-Lytton scritto nel
1830. Dopo un’altra brutta giornata di scuola Meg, non riuscendo a
dormire si ritrova con il fratello Charles e la madre in cucina a
bere latte. Vedono nel cortile una strana vecchia signora che
sembra essersi persa, la fanno entrare per scaldarsi, perché nevica
e inizia la conoscenza con la signora Cose’, una donna eccentrica,
venuta ad abitare da poco in una casa loro vicina. Charles aveva
già precedentemente fatto la sua conoscenza. Dopo aver asciugato i
suoi piedi e dopo aver fatto uno spuntino di mezzanotte con
Charles, Meg e la loro madre la signora Cosè inizia a dire a una
già perplessa Dr. Murry che “esiste davvero una cosa tipo il
TESP-ACT”. Subito dopo ciò Meg e Charles incontrano un ragazzo di
nome Fort Calvin, anche lui dotato di un’intelligenza molto pronta
e sveglia. È un ragazzo di ceto sociale elevato, che sebbene sia
uno stereotipo del “grande ragazzo del campus” risulta essere
entusiasta di unirsi ai ragazzi per incontrare più lontano la
signora Cosè e le sue ugualmente eccentriche amiche signora Chi e
Quale.
Cosè, Chi e Quale risultano essere
creature trascendentali che trasportano Meg, Charles Wallace, e
Calvin per le galassie con il TESP-ACT, che viene definito simile a
“piegare” il tessuto dello spazio e del tempo. Le tre signore
rivelano ai ragazzi che la galassia sta per essere conquistata da
una nuvola oscura, che è la visibile manifestazione del male. Il
padre scomparso di Meg stava lavorando per un progetto segreto del
governo per ottenere un viaggio più veloce della luce attraverso il
TESP-ACT, e accidentalmente finisce su Camazotz, un pianeta alieno
che è all’interno della nuvola del male. I ragazzi scoprono anche
che la Terra è parzialmente coperta dall’oscurità, sebbene grandi
figure religiose, filosofi, artisti stiano combattendo contro di
essa. Insieme con il fatto che la signora Cosè era una stella che
ha smesso di essere una stella per salvare la Terra dal controllo
dell’oscurità. I ragazzi giungono a Camazotz e salvano il padre di
Meg che è stato imprigionato da un malvagio cervello senza corpo
con potenti poteri telepatici, che gli abitanti di Camazotz
chiamano “IT”. Charles Wallace è mentalmente chiamato da IT, ed è
lasciato indietro quando gli altri scappano facendo un TESP-ACT
attraverso la Cosa Nera e arrivano ad un pianeta abitato da bestie
che non hanno la vista, ma sono dotate di intelligenza. Dopo un
breve periodo di recupero, Meg è mandata indietro da sola su
Camazotz essendole stato detto che è l’unica ad avere il potere per
salvare Charles Wallace. Confrontandosi con IT, Meg si rende conto
che può liberare suo fratello amandolo intensamente, perché l’amore
è un’emozione che IT, nella sua malvagità non può capire. Charles
Wallace viene liberato e tutti ritornano sulla Terra.
Nel corso della sua storia, il
cinema ha più volte dato vita ad opere che si prefiggevano lo scopo
di riflettere sui tanti conflitti di cui gli Stati Uniti si sono
macchiati nel tempo. In particolare, negli ultimi anni, sono
diversi i film che si concentrato sugli effetti della guerra in
Iraq, tanto nella società quanto sugli stessi soldati che la vivono
sulla propria pelle. Una delle opere più struggenti tra queste è
Nella valle di Elah, scritta e diretta
nel 2007 da Paul Haggis, regista reduce dagli Oscar vinti
l’anno precedente per Crash – Contatto fisico.
Sebbene la storia del film sia
fittizia, con nomi e luoghi cambiati, si basa sui fatti del caso di
omicidio di Richard T. Davis della Baker Company.
Davis era un veterano della guerra in Iraq che è stato assassinato
poco dopo il suo ritorno a casa nel 2003. Il padre del soldato,
Lanny Davis, un ex ufficiale di polizia militare,
ha da quel momento organizzato la propria indagine sul crimine,
determinato a scoprire la verità. A raccontare la sua storia è
stato Mark Boal, giornalista noto anche per aver
poi sceneggiato i film di guerra The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, che si è occupato della vicenda
nell’articolo Death and Dishonor.
Il titolo, Nella valle di
Elah, si riferisce ad un particolare luogo di Israele dove,
secondo la Bibbia, si sarebbe svolto lo scontro tra Davide e Golia.
Il racconto si caratterizza così tanto per i suoi riferimenti
religiosi, che lasciano aperte riflessioni allo spettatore, quanto
come un giallo da dover risolvere nei suoi enigmi. Prima di
intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile
approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo.
Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare
ulteriori dettagli relativi alla trama e al
cast di attori. Infine, si elencheranno anche le
principali piattaforme streaming contenenti il
film nel proprio catalogo.
Nella valle di Elah: la
trama del film
Protagonista del film è Hank
Deerfield, ex appartenente alla polizia militare e fiero
patriota che ha combattuto nella guerra in Vietnam. L’uomo, ormai
in pensione, è impegnato a godersi la sua anzianità e i giorni che
gli rimangono davanti. Purtroppo per lui, la pace non dura molto e
la guerra non ha mai davvero fine. Un giorno, infatti, si ritrova a
ricevere una telefonata dalla base militare dove presta servizio il
figlio Mike, rientrato dopo avere concluso il suo
turno in Iraq. Questi risulta ora assente da quando si è recato in
libera uscita e di lui non si hanno più notizie. Esiste la
possibilità che il giovane abbia disertato, ma è un’ipotesi che il
padre non vuole nemmeno prendere in considerazione.
Insieme a sua moglie
Joan, Hank parte dunque alla ricerca del figlio,
avvalendosi anche dell’aiuto della riluttante investigatrice di
polizia Emily Sanders. Man mano che le indagini
proseguono e il quadro si compone, la poliziotta comprende che la
scomparsa è solo una montatura. In guerra con le alte sfere
militari, Hank e Emily dovranno fare di tutto per mantenere il
controllo delle indagini. Ma quando, alla fine, la verità su Mike e
su ciò che è accaduto in Iraq emerge, Hank si vedrà costretto a
rimettere in discussione tutte le sue certezze più consolidate per
poter risolvere il mistero che sta dietro alla scomparsa del
figlio.
Nella valle di Elah: il
cast del film
Per il ruolo del protagonista,
l’anziano ma tenace Hank Deerfield, Haggis voleva Clint Eastwood, con il quale aveva già
collaborato scrivendo la sceneggiatura di Million Dollar
Baby. Pur apprezzando molto la storia di Nella valle di
Elah, Eastwood decise però di rifiutare il ruolo, proponendo
al suo posto l’amico Tommy Lee Jonese. Il premio
Oscar accettò con entusiasmo il ruolo, apprezzandone la
drammaticità. Per la sua struggente interpretazione, Lee Jones
ottenne una nuova candidatura al premio Oscar, stavolta nella
categoria al miglior attore. Nei panni di suo figlio Mike, invece,
si ritrova l’attore Jonathan Tucker, noto per le
serie Kingdom, Justified e Snowfall.
La premio Oscar Susan Sarandon,
che aveva già recitato con Lee Jones anni prima nel film Il
cliente, interpreta qui sua moglie Joan Deerfield. Nei panni
della detective di polizia Emily Sanders vi è invece la premio
Oscar Charlize
Theron. Haggis ha raccontato di aver scritto la parte
proprio pensando a lei, che fu lieta di accettarla. Nel film sono
poi presenti gli attori James Franco,
nei panni del Sergente di Prima Classe Dan Carnelli, e Josh Brolin, in
quelli dello sceriffo Buchwald. Per Brolin e Jones si è trattato
del secondo film insieme nello stesso anno, avendo recitato anche
in Non è un paese per vecchi. Infine, l’attore Jake McLaughlin
è qui al suo debutto cinematografico con il ruolo di Gordon
Bonner.
Nella valle di Elah: il
trailer e dove vedere il film in streaming
È possibile fruire del film grazie
alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme
streaming presenti oggi in rete. Nella valle di
Elah è infatti disponibile nel catalogo di
Google Play, Apple iTunes e Amazon Prime Video. Per
vederlo, basterà noleggiare il singolo film, avendo così modo di
guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È
bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un dato limite
temporale entro cui guardare il titolo. Il film è inoltre presente
nel palinsesto televisivo di mercoledì 22 giugno alle ore
21:00 sul canale Iris.
Nella valle di
Elah, diretto da Paul Haggis, si colloca tra i film più
spietati del cinema post guerra in Iraq, non perché mostri la
guerra, ma perché ne registra le conseguenze psichiche e morali
quando i soldati tornano a casa. La storia di Hank Deerfield, interpretato da
Tommy Lee Jones,
non è un’indagine tradizionale: è una discesa dentro la frattura
etica di un paese che non riesce più a riconoscere i propri
figli.
Il
film costruisce il suo senso ultimo non nella risoluzione del caso,
ma nella progressiva dissoluzione delle certezze del protagonista.
La ricerca della verità sulla morte del figlio Mike diventa una ricerca più ampia
sulla natura della violenza, sulla responsabilità condivisa e sulla
distanza tra narrazione istituzionale e verità umana. Il finale non
chiude un mistero: lo trasforma in una domanda irrisolvibile sulla
colpa collettiva.
Paul Haggis, il
cinema del disincanto americano e la posizione diNella valle di Elahtra war movie invisibile e dramma investigativo
morale
Il cinema di Paul
Haggis è profondamente radicato nell’idea che la struttura
narrativa possa essere utilizzata per smascherare le contraddizioni
morali della società americana. Dopo Crash, il regista continua in
Nella valle di
Elah la sua esplorazione delle fratture etiche
contemporanee, ma lo fa attraverso un registro più sobrio, meno
corale e più intimamente doloroso. Il film si inserisce nel filone
del cinema post-Iraq War, ma ne sovverte le coordinate classiche:
la guerra non è rappresentata sul campo, ma nei corpi e nelle menti
dei soldati che ne tornano segnati.
Il genere investigativo diventa così una struttura apparentemente
familiare che nasconde una funzione diversa. Hank Deerfield non è un detective
professionista, ma un padre che si muove dentro un sistema militare
e istituzionale che tende a oscurare la verità. Questo
posizionamento permette al film di dialogare con la tradizione del
noir americano, ma anche con il cinema politico degli anni
Settanta, dove la ricerca della verità coincideva spesso con la
scoperta della sua impossibilità.
La presenza di Tommy Lee
Jones è centrale in questa costruzione. La sua
filmografia, spesso legata a figure di uomini stanchi, segnati e
moralmente rigidi, trova qui una sintesi estrema. Hank non è un
eroe nel senso classico, ma un uomo che crede ancora in un ordine
morale che il mondo circostante ha già smesso di riconoscere. Il
suo percorso è quello di una progressiva disillusione.
Il finale di
Nella valle di Elah come smantellamento della
verità lineare: confessione, trauma e collasso della narrazione
militare ufficiale
Il finale del film non offre una risoluzione consolatoria, ma un
progressivo smontaggio della verità ufficiale costruita attorno
alla morte di Mike
Deerfield. Dopo una serie di indagini parallele condotte
da Hank e dalla
detective Emily
Sanders, interpretata da Charlize Theron, emerge una realtà
frammentata, fatta di omissioni, contraddizioni e violenze interne
alla stessa unità militare.
La svolta narrativa arriva quando le prove conducono a
Steve Penning,
uno dei commilitoni di Mike. La confessione di Penning non è solo
la risoluzione del caso, ma il punto in cui il film rivela la sua
vera natura. L’omicidio di Mike non è il risultato di un singolo
atto criminale isolato, ma l’esito di una condizione strutturale:
la disintegrazione psicologica dei soldati tornati dalla guerra,
incapaci di reintegrarsi in un contesto civile che non riconoscono
più.
Penning descrive un mondo in cui la violenza è diventata linguaggio
quotidiano, in cui le gerarchie morali si sono dissolte. La sua
frase sulla possibilità che “chiunque avrebbe potuto morire” non è
una giustificazione, ma una dichiarazione di vuoto etico. In questo
momento, il film abbandona definitivamente la logica del thriller
per entrare in quella del dramma morale.
Il ritorno di Hank a casa non rappresenta una chiusura narrativa,
ma un gesto di accettazione traumatica. Il corpo del figlio è stato
riportato, ma ciò che è stato scoperto lungo il percorso non può
essere ricomposto. La verità non restituisce ordine: lo distrugge
definitivamente.
La costruzione
del trauma militare e la crisi dell’identità americana tra
istituzione, famiglia e rimozione della colpa
Il nucleo tematico di Nella valle di Elah si sviluppa attorno alla
relazione tra istituzione militare e dissoluzione dell’identità
individuale. Mike
Deerfield non è soltanto una vittima, ma il prodotto di un
sistema che ha progressivamente eroso ogni confine tra azione
legittima e violenza incontrollata. Il video recuperato dal suo
telefono, che mostra un atto di brutalità in Iraq, funziona come
elemento chiave per comprendere questa trasformazione.
Il film suggerisce che la guerra non termina con il ritorno a casa,
ma continua a esistere come stato mentale. I soldati non sono in
grado di rientrare in una dimensione civile perché la loro
percezione della realtà è stata alterata in modo irreversibile.
Questo processo non è individuale, ma sistemico, e coinvolge tanto
i militari quanto le istituzioni che li hanno inviati al
fronte.
La figura di Hank rappresenta il tentativo di ricostruire un
ordine morale in un contesto che lo ha già superato. La sua fede
iniziale nella giustizia, nella disciplina e nella chiarezza dei
fatti viene progressivamente erosa dall’incontro con una realtà
ambigua. Il suo viaggio investigativo è anche un viaggio di
disillusione rispetto all’idea stessa di patria.
Emily Sanders e
la funzione della testimonianza: il limite della giustizia e la
frattura tra legge e verità emotiva
La detective Emily
Sanders rappresenta l’elemento istituzionale che tenta di
mantenere una coerenza tra legge e realtà. Tuttavia, il suo
percorso nel film evidenzia costantemente il limite della giustizia
formale di fronte a un sistema militare che opera secondo logiche
autonome. Le sue indagini vengono ostacolate, depotenziate e infine
integrate in una verità che non coincide con la giustizia.
Il rapporto tra Sanders e Hank si sviluppa come alleanza fragile
tra due forme di ricerca della verità: una istituzionale e una
personale. Entrambe convergono verso lo stesso punto, ma con
strumenti e finalità diverse. Sanders rappresenta la possibilità di
una verità documentabile, mentre Hank incarna la necessità di una
verità emotiva e morale.
Nel finale, la sua funzione non è quella di risolvere il caso, ma
di renderne visibile la complessità. La giustizia, nel mondo del
film, non è in grado di ricomporre il trauma, ma solo di
registrarne le tracce.
Il significato
finale di Nella valle di Elah: la bandiera
capovolta e l’impossibilità di una narrazione patriottica
lineare
L’ultima immagine del film, con Hank Deerfield che issa la bandiera americana
capovolta, rappresenta una delle più potenti dichiarazioni
simboliche del cinema americano contemporaneo. Non è un gesto di
rifiuto totale, ma una forma di segnalazione del disordine interno.
La bandiera non viene distrutta, ma invertita, trasformata in un
segnale di emergenza morale.
Il gesto finale non chiude la storia di Mike, ma ne estende la portata simbolica.
Il trauma non appartiene più soltanto alla famiglia Deerfield, ma a
una comunità più ampia che non riesce più a distinguere tra
giustizia e violenza istituzionalizzata. L’America che emerge dal
film è una nazione che ha perso la capacità di raccontarsi in modo
coerente.
In questa prospettiva, Nella valle di Elah non è semplicemente un film
sulla guerra in Iraq, ma un’opera sulla crisi della narrazione
americana stessa. Il finale non offre soluzioni, ma un’immagine
sospesa in cui la verità è stata raggiunta solo per mostrare quanto
sia impossibile trasformarla in consolazione. Hank non trova
redenzione: trova consapevolezza. E in questa consapevolezza si
chiude uno dei ritratti più severi del rapporto tra guerra,
famiglia e identità nazionale nel cinema contemporaneo.
È uscito
giovedì 29 gennaio in DVD e
Blu-ray Nella terra del sangue e del
miele, impressionante debutto alla regia di
Angelina Jolie.
La Jolie si confronta con temi
estremamente duri e spinosi: non solo la crudeltà della guerra, ma
uno spaccato di uno dei drammi più atroci che si consumano in essa,
quello degli stupri, aberrante strumento di sopraffazione. Stupri
mostrati dalla Jolie senza filtri, nella loro bieca e violenta
vividezza.
Di seguito il trailer del film:
https://www.youtube.com/watch?v=wDBU8CqU0dg
Nella terra del sangue
e del miele segna l’inizio di un intenso anno di
sensibilizzazione di Amnesty International in ricordo del
20° anniversario della fine della guerra nella ex
Jugoslavia e del peggiore massacro dalla fine della
Seconda Guerra Mondiale, avvenuto a Srebrenica, Bosnia, nel luglio
1995.
Il dramma della guerra combattuta
dai potenti, diventa il dramma umano dei singoli, travolti da
immane violenza e costretti ad odiare anche le persone amate. Un
film potente e umano allo stesso tempo, che aiuta a non dimenticare
uno degli eventi più tragici della nostra storia recente.
L’heist movie è da sempre
un sottogenere particolarmente apprezzato al cinema. Attraverso il
racconto di spericolate rapine e della loro organizzazione
maniacale, si possono infatti dar luogo a racconti particolarmente
ricchi di tensione, dove in ogni momento la sfida tra successo e
fallimento è quantomai incerta. Film come Inside Man,
Heat – La sfida,
Oceans’ Eleven o Widows – Eredità
criminalesono solo alcuni dei titoli più celebri di
questo genere. Del 2018 è invece Nella tana dei
lupi, brutale film su un violento scontro tra rapinatori e
forze della legge, diretto dal regista Christian
Gudegast.
Qui al suo debutto alla regia dopo
essersi distinto per aver scritto le sceneggiature di Il
risolutore e Attacco al potere 2, egli cullava da
tempo l’idea per questo film, interessato a raccontare il rapporto
che si viene a generare tra bande criminali e i poliziotti che
danno loro la caccia. Gudegast ribalta però l’immagine che si ha di
questi due gruppi, offrendo un racconto che va al di là dei soliti
stereotipi per offrire una vicenda ricca di adrenalina, emozioni e
colpi di scena. Tante erano le sue idee su questa storia, che il
montaggio originale durava più di 160 minuti.
Affermatosi poi come un buon
successo, il film avrà quest’anno un sequel dal titolo
Den of Thieves 2: Pantera, che
stando a quanto riportato sarà ambientato in Europa e sarà basato
sulla tentata rapina di diamanti alla gioielleria Antwerp nel 2003.
In attesa di vedere questo seguito, in questo articolo,
approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a
Nella tana di lupi. Proseguendo qui nella lettura
sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla
trama, al cast di attori e alla
storia vera a cui si ispira. Infine, si
elencheranno anche le principali piattaforme
streaming contenenti il film nel proprio catalogo.
A Los Angeles, la più famigerata
banda di rapinatori degli Stati Uniti guidata da Ray
Merrimen sta preparando il colpo del secolo ai danni
dell’inespugnabile Federal Reserve Bank. Si scontrano con la
tempratissima squadra speciale anticrimine capitanata da
“Big Nick” O’Brien, che sfrutta metodi non
convenzionali e spesso poco ortodossi per catturare i criminali più
pericolosi e sfuggenti. Ben presto, risulterà evidente che in
questa sorta di gioco del gatto e del topo dai ritmi serratissimi,
nessuno dei due schieramenti ha intenzione di agire in modo
convenzionale. Il loro scontro sarà dunque quantomai brutale.
L’attore Gerard Butler interpreta il detective Nick
“Big Nick” O’Brien, grintoso agente del dipartimento dello sceriffo
della contea di Los Angeles, deciso a sgominare la banda di
Merrimen. Per il ruolo, Butler ha dovuto ingrassare di 25-30 chili
in un breve periodo di tempo. Accanto a lui si ritrova
Pablo Schreiber nel ruolo di Ray Merrimen, un
veterano dei Marines della MARSOC, capo della banda e organizzatore
della rapina alla Federal Reserve Bank di Downtown Los Angeles,
mentre O’Shea Jackson Jr. ricopre il ruolo di
Donnie Wilson, ex-marine, barista e autista del gruppo di
rapinatori.
Curtis “50 Cent”
Jackson interpreta Enson Levoux, veterano dei Marines
MARSOC e membro della banda dei rapinatori. L’attrice
Meadow Williams interpreta Holly, mentre
Maurice Compte è il detective Benny “Borracho”
Magalon, mentre Brian Van Holt è invece il
detective Murph Connors, dell’Unità Crimini Importanti dello
sceriffo della contea di Los Angeles. Prima delle riprese, sono
stati organizzati due campi di addestramento separati per mettere
in forma i poliziotti e i rapinatori per i rispettivi ruoli, con
entrambi i gruppi che si allenavano separatamente per creare
un’atmosfera di rivalità.
Il film non è basato su una precisa
storia vera, ma trattando di rapine molti aspetti della trama e dei
personaggi sono stati pensati sulla base di alcuni eventi realmente
verificatisi e su personalità realmente esistenti. Il regista
Christian Gudegast ha rivelato di aver lavorato a
stretto contatto con i funzionari della Federal Reserve per capire
come si potesse fare irruzione in questa struttura altamente
protetta e mettere a segno un colpo con successo. Inoltre, sono
stati coinvolti nelle riprese anche consulenti dell’esercito e
della polizia di Los Angeles, oltre all’ex capo degli Hell’s
Angels, per garantire che il film fosse fedele alla realtà.
In un’altra intervista, però, il
regista ha rivelato che le rapine del film si basano vagamente su
degli eventi reali. I ladri del film sono ispirati alla
Hole in the Ground Gang, nota per aver compiuto
rapine di alto profilo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del
2000. Non sono mai stati catturati, ma i loro profili suggerivano
che, in base alle loro superlative abilità e competenze, facevano
tutti parte di un’unità militare, simile a quella del film. Altra
fonte d’ispirazione è stato il libro Where the Money Is: True
Tales from the Bank Robbery Capital of the World (Dove
sono i soldi: storie vere dalla capitale mondiale delle rapine in
banca), scritto da Bill Rehder.
In esso si riporta come Los Angeles
sia la prima città al mondo per rapine in banca. Nel solo 1992
vennero infatti rapinate ventotto banche in un solo giorno e la
metà delle banche rapinate in America durante gli anni Novanta
avevano sede in California. Cifre talmente elevate che si è
arrivati a stabilire come in quel periodo ogni 48 minuti veniva
rapinata una banca. Il regista si è dunque basato su queste
premesse per ambietare a Los Angeles il suo film e basarsi su
alcune delle rapine descritte da Rehder nel suo libro affinché
quanto mostrato nel film risultasse, come già detto, il più
realistico possibile.
Il trailer di Nella tana
dei lupi e dove vedere il film in streaming e in TV
È possibile fruire di Nella
tana dei lupi grazie alla sua presenza su alcune delle più
popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è
infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Chili
Cinema, Apple
TV, Tim Vision,
Infinit+ e Prime Video. Per vederlo,
una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare
il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà
così modo di guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità
video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di
venerdì 19 aprile alle ore 21:20
sul canale Rai 4.
Diretto da Christian
Gudegast, il finale di Nella tana dei
lupi del 2018 ha spiegato un importante colpo di scena che
ha rivelato la vera mente criminale del film. Il finale non spiega
però necessariamente perché un gruppo di criminali avrebbe tradito
i propri alleati o come siano riusciti a fuggire con milioni di
dollari. La chiave per comprendere il finale è dunque quella di
prestare molta attenzione. Sebbene il film abbia ricevuto
un’accoglienza tiepida da parte della critica, sembra aver colpito
il pubblico più del previsto, diventando un successo sorprendente
al botteghino.
Una parte importante di ciò che il
pubblico sembra aver apprezzato in questo film di rapine è stato
proprio il colpo di scena finale. È il tipo di rivelazione che
cambia tutto ciò che il pubblico pensava di sapere e lo spinge a
rivedere il film per cercare di individuare gli indizi. Il
punteggio del 63% di recensioni positive da parte del pubblico
dimostra dunque che il finale potrebbe essere stato abbastanza
creativo da lasciare gli spettatori con la voglia di vedere ancora
qualcosa. In effetti, ci sono molti passaggi che hanno portato a
quel finale inaspettato che il pubblico può esplorare qui in modo
approfondito.
Nella tana dei
lupi sembra inizialmente sovvertire la premessa dei
buoni contro i cattivi. Gerard Butler interpreta il detective
Nicholas “Big Nick” O’Brien, che arriva sulla
scena del crimine a Los Angeles e offre una forte dose di
mascolinità tossica. Certo, i suoi conoscenti non lo apprezzano
molto. Tuttavia, la sua cerchia ristretta di “regolatori” è
ferocemente leale, come dimostra una sequenza di festa in cui
rapiscono e interrogano un barista locale di nome Donnie
Wilson (O’Shea Jackson Jr.).
Big Nick afferma che lui e la sua
banda sono i veri cattivi, costringendo Donnie a rivelare
informazioni sul suo complice Ray Merrimen
(Pablo Schreiber). Il conflitto principale
riguarda Big Nick che cerca di capire la portata della prossima
rapina di Merrimen. A quanto pare, la filiale di Los Angeles della
Federal Reserve è il prossimo obiettivo della banda. Nello
specifico, Merrimen ha in programma di rubare 30 milioni di dollari
di denaro “non idoneo” (banconote senza numero di serie) prima che
venga distrutto.
La banda di Merrimen è composta da
Donnie, Levi (50
Cent), Bosco (Evan
Jones) e Mack (Cooper
Andrews). È fondamentale sottolineare che Merrimen non
spiega perché conosce così bene i meccanismi interni della Federal
Reserve. Tuttavia, tutti si fidano di lui grazie ai loro legami
militari e sportivi risalenti al liceo (che Big Nick scopre durante
le sue indagini). Nel frattempo, Merrimen usa la sua ragazza e
Donnie per fornire a Big Nick informazioni su un obiettivo
pianificato a Montebello, ma questa è solo una parte di un piano
più ampio.
Alla Pico Rivera Savings & Loan, Big
Nick si aspetta di arrestare la banda di Merrimen, ma si rende
subito conto che c’è qualcosa di diverso in questa rapina. Per
prima cosa, la banda minaccia di uccidere dei civili, cosa che non
fa parte della loro procedura operativa abituale. Tuttavia, Big
Nick aspetta che Merrimen faccia esplodere il caveau della banca
mentre aspetta che le sue richieste vengano soddisfatte. Big Nick
si rende poi conto che la banda è fuggita e che è stato
ingannato.
Successivamente, la banda di
Merrimen esegue la rapina alla Federal Reserve che aveva preparato
fin dall’inizio. Ma dopo la fuga, Donnie viene arrestato da Big
Nick e rivela il punto di ritrovo. Nel frattempo, Merrimen
interrompe le comunicazioni con Mack dopo aver saputo della
detenzione di Donnie e tenta di fuggire con Bosco e Levi. Il climax
di Nella tana dei lupi culmina in una
massiccia sparatoria durante un ingorgo stradale, che porta alla
morte di Merrimen, Bosco e Levi.
Il film si conclude con la scoperta
da parte di Big Nick che il denaro rubato alla Federal Reserve è
stato completamente distrutto. Si rende anche conto che Donnie è
riuscito in qualche modo a fuggire. Big Nick fa quindi visita allo
Ziggy’s Hafbrau, il “luogo neutrale” dove aveva inizialmente
affrontato Donnie all’inizio del film. Dopo aver dato un’occhiata
in giro e aver riflettuto sulle conversazioni passate, Big Nick
capisce che Donnie era davvero la vera mente dell’operazione.
Un breve montaggio rivela che Donnie
aveva raccolto informazioni su tovaglioli per un lungo periodo di
tempo, per poi avvicinare il suo ex compagno dei Marine, Merrimen
interpretato da Pablo Schreiber, con un piano per una rapina. Gli
ultimi secondi del finale di Nella tana dei
lupi spiegano che Donnie ora lavora a Londra e
apparentemente sta complottando per rapinare una vicina borsa dei
diamanti.
Il piano di Merrimen per rapinare
la Federal Reserve
In apparenza, la rapina alla Federal
Reserve di Merrimen va secondo i piani. Egli crea un diversivo alla
Pico Rivera Savings & Loan e riesce a fuggire attraverso il sistema
fognario. Merrimen e Levi ottengono quindi l’accesso al “centro
nevralgico” della Federal Reserve travestendosi e fingendo una
consegna di denaro, utilizzando il veicolo blindato rubato
all’inizio del film e il denaro proveniente da una rapina durante
un rave. Da lì, Merrimen e Levi scaricano una vasca piena di soldi
contenente Donnie, che ottiene l’accesso alla sala di conteggio
dopo che Bosco ha tagliato la corrente.
Donnie individua quindi il denaro
non idoneo prima che venga distrutto e si assicura di gettare la
borsa in un camion della spazzatura che lascerà l’edificio.
Utilizzando le informazioni fornite da Mack, Donnie dà il via al
colpo di genio del suo piano. Dopo essere fuggito con successo,
individua un pasto confezionato che aveva nascosto in precedenza
mentre effettuava una consegna di fast food. Fingendo di essere un
fattorino, Donnie riesce a superare la sicurezza mentre esce, prima
di essere fermato da Big Nick. Nel frattempo, Merrimen raggiunge il
punto di ritrovo nella discarica, mentre Bosco dirotta un camion
della spazzatura che trasporta il denaro (il conducente si rivela
essere uno degli amici di Donnie).
Merrimen vive essenzialmente grazie
alla pistola e muore per mano della pistola in Den of Thieves.
Rimane fedele a un codice di condotta specifico, ma non prevede che
Donnie lo tradirà manipolando il piano a suo vantaggio. In termini
di narrazione, Merrimen e Big Nick condividono qualità simili: sono
due uomini mascolini con una fede incrollabile nelle proprie
capacità. In definitiva, sono solo pedine in un gioco che, in
teoria, pone le premesse per Nella tana dei lupi 2
–Pantera.
In Nella tana dei
lupi, il piano di Merrimen è in realtà il piano di Donnie.
Come dimostra il montaggio finale, Donnie ha orchestrato l’intera
rapina alla Federal Reserve raccogliendo informazioni mentre
lavorava come barista allo Ziggy’s Hofbrau. Ovviamente, non poteva
eseguire il piano da solo, quindi ha contattato un suo conoscente
militare, Merrimen, mentre complottava segretamente con i suoi
vecchi compagni di sport: Mack, Alexi
(Oleg Taktarov) e Bas
(Max Holloway). Una volta ottenuto l’accesso alla
sala di conteggio della Federal Reserve, Donnie tiene i soldi per
sé in una borsa segreta.
Alla fine si scopre che Bas era
l’autista che ha lasciato la Federal Reserve con diverse borse di
denaro e che Alexi ha fatto spedire a Panama il denaro della
rapina, non idoneo e non rintracciabile. All’inizio di
Nella tana dei lupi, Donnie fa una dichiarazione
significativa mentre lavora come barista di fronte alla Federal
Reserve: “Ho il controllo totale del mio ambiente e la gente
non lo sa nemmeno”. La scena finale mostra Mack, Alexi e Bas
che bevono in un pub di Londra mentre Donnie fa il barista e
pianifica il prossimo colpo, il quale è alla basa del sequel.
La spiegazione della canzone finale
di Nella tana dei lupi
Per valutare appieno il finale di
Nella tana dei lupi, vale anche la pena di
prendere nota della canzone utilizzata alla fine del film:
“Legendary” dei Welshly Arms.
Considerando quanto la canzone si adatti bene agli eventi finali
del film, è facile chiedersi se sia stata composta appositamente
per il film. Tuttavia, la canzone è stata pubblicata due anni prima
dell’uscita della pellicola. Non solo la canzone stabilisce però
un’atmosfera efficace, ma il suo testo contribuisce anche a
sottolineare alcuni dei temi principali del film.
In particolare, i versi “Ho
sognato la ricompensa / Attraverso le difficoltà e i compromessi /
Lottando con le unghie e con i denti per arrivare in cima”
rispecchiano le motivazioni dei ladri, mentre “Alla fine
capiranno chi ha ragione / Per prendere posizione, devi vincere la
battaglia” e “Devi vivere senza compromessi”
riassumono il personaggio duro interpretato da Butler nel film. Una
tale sincronia è difficile da trovare, ma “Legendary”
conclude Nella tana dei lupi con una nota di
sfida.
Il vero significato del finale
di Nella tana dei lupi
Il grande colpo di scena alla fine
era dunque un tradimento a cui nessuno avrebbe dovuto credere nel
film. Big Nick è un poliziotto che ha un unico obiettivo: catturare
i cattivi. Sa che non deve fidarsi di nessuno, eppure è così
concentrato su Merrimen che non considera nemmeno che qualcuno come
Donnie possa essere una minaccia. Nel frattempo, Merrimen vive
secondo un codice di condotta da ladro e non considera mai che i
suoi stessi uomini potrebbero tradirlo per ottenere una fetta più
grande per sé stessi.
Questo fa sì che entrambe le parti
siano così concentrate sui loro obiettivi (fermare Merrimen,
portare a termine la rapina) che nessuna delle due vede chi sta
davvero tirando le fila. Biog Nick fallisce completamente quando
non riesce a vedere Donnie come una minaccia, considerandolo per lo
più un seguace di bassa lega. Merrimen è così dedito a portare a
termine la rapina con “onore” che non riesce a vedere gli uomini
della sua cerchia che complottano contro di lui. Donnie li mette
l’uno contro l’altro e alla fine ne esce vincitore.
Il sequel Nella tana
dei lupi 2 – Pantera
Visto il successo del primo film e
il suo finale intrigante, non c’è da stupirsi che Nella
tana dei lupi 2 – Pantera sia poi stato realizzato, con
un’uscita in sala avvenuta nel 2025. Butler è tornato per questo
sequel, insieme a O’Shea Jackson Jr. nel ruolo di
Donnie. La vicenda ruota qui attorno a Donnie che diventa la
principale mente criminale con Big Nick alle sue calcagna, anche se
questa volta l’azione si svolge in Europa. Donnie sta infatti
organizzando quella che potrebbe essere la più grande rapina di
diamanti della sua vita e non si aspetta che Big Nick torni per
intralciarlo.
Uscito nel 2018,
Nella tana dei lupi si
è rivelato il miglior action-thriller realizzato dai tempi
di The
Town,
seconda regia di Ben
Affleck.
Costruito con realismo pungente soprattutto nelle sequenze di
sparatorie e nelle interpretazioni carismatiche del cast, il
lungometraggio diretto da Christian
Gudegast
ha ottenuto un discreto successo al botteghino e un’ampia schiera
di fan.
Sviluppare un sequel non sarebbe stato tuttavia un compito facile,
per due ragioni specifiche: in primo luogo, il film avrebbe avuto
bisogno di una nuova ambientazione, lontana da una Los Angeles
stilizzata e in fiamme; in secondo luogo (SPOILER ALERT!) sarebbe
stato più che complesso restituire allo spettatore il tono teso e
struggente una volta uscito di scena il personaggio di Ray
Merrimen, nell’originale interpretato da un impressionante
Pablo Schreiber,
di gran lunga il maggiore punto di forza dell’intera
operazione.
Nella tana dei lupi 2:
Pantera accetta le sfide
Nella tana dei lupi 2:
Pantera ha accettato queste sfide e, pur non
raggiungendo l’eccellenza cinematografica del primo capitolo,
dimostra chiaramente che Gudegast è un regista intelligente.
Ambientato quasi completamente nel sud della Francia, questo sequel
si orienta maggiormente verso l’heist-movie, scegliendo un
approccio più dolce e rilassato sia nei confronti della storia che,
fattore ancor più importante, del tono. Alla fine, il regista
utilizza i personaggi rimasti per realizzare qualcosa che risulta
divertente in modo diverso: una scelta che paga soprattutto perché
era piuttosto impossibile eguagliare quanto fatto in precedenza, e
Gudegast dimostra fin da subito di averlo capito.
Detto
questo, Nella tana dei lupi 2:
Pantera inizia con una notevole scena d’azione che
stabilisce il tono dell’intero film, per poi procedere allo
sviluppo di una trama piuttosto efficace e coerente con il ritmo
della narrazione. Quando diventa chiaro che non c’è un’altra figura
di spessore quale era quella di Merrimen, i protagonisti Nick
O’Brien (Gerard
Butler) e Donnie Wilson (O’Shea Jackson
Jr.) iniziano a sviluppare quel rapporto di amore/odio che
abbiamo visto molte volte in questo tipo di heist-movie. Il duello
psicologico, carismatico e viscerale tra Gerard Butler e Pablo Schreiber in Nella tana
dei lupi non viene replicato in Pantera, perché O’Shea Jackson Jr.
non interpreta quel tipo di personaggio e non possiede la presenza
scenica di Schreiber. Di conseguenza, il nuovo capitolo non può
contenere lo stesso tipo di dramma.
La sceneggiatura sviluppa
il piano di rapina e la sua esecuzione utilizzando tutte le
coordinate narrative più conosciute e un paio di colpi di scena non
particolarmente originali, ma questo non significa che non
funzionino per intrattenere. Tranne forse negli ultimi dieci
minuti, l’azione non va mai troppo sopra le righe, impostando un
realismo di base che tiene lo spettatore dentro la storia e accanto
ai personaggi. Le sequenze d’azione non sono mai incredibili, non
c’è violenza usata solo per intrattenere il pubblico, e
ovviamente si finisce per tifare per i criminali quando si tratta
di rubare milioni di dollari a qualcuno che può sicuramente
permettersi di perderli.
Un action che predilige
l’intrattenimento
Manca senza dubbio una
dose di empatia sviluppata attraverso la narrazione, ma è
abbastanza chiaro che, a vogliamo ribadirlo ancora una
volta, Pantera preferisce intrattenere
con un tono più rilassato invece di cercare di raggiungere lo zenit
emotivo del primo Nella tana dei lupi. Questo
sequel è molto meno un dramma e uno studio sui personaggi, ma
dimostra fin dall’inizio di non volerlo essere, diventando un
onesto sequel tutto sommato sa muoversi in autonomia. Spostandosi
nella cornice più rilassante dell’heist-movie, Christian Gudegast
ha deciso di esplorare toni addirittura antitetici nel sequel del
suo acclamato primo lungometraggio. Una scelta che non è sbagliato
avallare, visto che il cineasta ha cercato di cambiare rotta e non
ripetere una formula che sapeva non avrebbe funzionato. Nella tana
dei lupi 2: Pantera è lontano dall’essere perfetto, ma è divertente
e in modo evidente sembra essere consapevole di regalare puro
intrattenimento.
Ispirato al popolare libro omonimo
dell’autore di best seller James Patterson, Nella morsa del
ragno (Along Came a Spider): segna la seconda
apparizione di Morgan Freeman nei panni di Alex
Cross, che abbiamo incontrato per la prima volta sul grande
schermo nel thriller neo-noir del 1997 “Kiss the Girls”. Cross è
uno psicologo forense che lavora come detective presso il
dipartimento di polizia di Washington, D.C. e si è guadagnato una
notevole reputazione per le sue capacità deduttive e il suo
approccio psicologico alla risoluzione dei crimini.
Freeman interpreta il personaggio
con tale dignità e intelligente retrospettiva che la sua sola
performance è sufficiente a tenere il pubblico incollato allo
schermo per tutta la durata del film. Diretto da Lee Tamahori
(“Mulholland Falls”, “The Edge”), il film differisce parecchio dal
materiale originale, ma la sceneggiatura di Marc Moss contiene
molti elementi di mistero. SPOILER IN ARRIVO!
La trama di Nella morsa del ragno
(Along Came a Spider)
Nelle scene iniziali del film, il
partner di Cross viene ucciso quando un’operazione sotto copertura
va terribilmente storta. Sentendosi responsabile, Cross lascia la
polizia. Passano diversi mesi prima che Megan Rose (Mika Boorem),
la figlia di un senatore degli Stati Uniti, venga rapita dalla sua
scuola dal suo insegnante di informatica, Gary Soneji (Michael
Wincott). Il rapitore chiama poi Cross e lo sfida a tornare in
servizio. Lascia anche una delle scarpe di Megan nella cassetta
della posta di Cross, in modo che sia facile per lui avvicinare i
genitori di Megan e accedere alle indagini.
Mentre Cross si occupa del caso,
instaura un rapporto di mentore-allieva con l’agente dei servizi
segreti Jezzie Flannigan (Monica Potter), che faceva parte della
scorta di Megan e sembra incolpare se stessa per il rapimento.
Scoprono che Soneji indossava pesanti protesi mentre insegnava a
scuola e che ora è irriconoscibile. Scoprono anche che le sue
azioni sono state motivate dal rapimento Lindbergh e che sta
perseguendo la stessa notorietà dell’autore del caso. Cross e
Flannigan corrono contro il tempo per salvare Megan prima che sia
troppo tardi.
Il finale di Nella morsa del ragno
(Along Came a Spider)
Soneji riceve il soprannome di
“Spider” perché ha aspettato pazientemente per anni prima di
colpire e rapire Megan. Sebbene Cross e gli altri pensino che non
abbia intenzione di fare del male a Megan durante la sua prigionia,
sanno che più tempo lei rimane con lui, più la situazione diventa
pericolosa per lei.
Soneji tiene Megan rinchiusa nella
sua barca mentre si diverte a giocare al gatto e al topo con Cross.
Non mostra alcun rispetto per la vita umana. Uccide un uomo dopo
che Megan è fuggita gettandosi nel fiume e cerca di attirare
l’attenzione dell’uomo. Approfitta anche di questo momento per
avvertire Megan. Anche se lui non le farà del male fisicamente,
altri subiranno le conseguenze delle sue azioni.
Il vero obiettivo
Soneji è un assassino psicopatico e
un rapitore ossessionato dalla fama. Aspira a diventare famoso come
Bruno Hauptmann, l’uomo che rapì il figlio dell’aviatore Lindbergh
e che in seguito causò la sua morte. Negli anni ’30, Lindbergh era
una grande celebrità, poiché aveva il primato di aver compiuto il
primo volo transatlantico in solitaria nel 1927. Il rapimento di
suo figlio fu definito dai media dell’epoca “il crimine del
secolo”. Soneji vuole replicare questo evento. Tuttavia, Cross si
rende conto, con l’aiuto di Flannigan, che il padre di Megan non è
un obiettivo abbastanza importante da consentire a Soneji di
raggiungere il suo scopo.
La vera vittima designata di Soneji
è Dimitri Starodubov (Anton Yelchin), figlio del presidente della
Russia, che è stato anche uno degli studenti di Soneji. Soneji
finge di essere Megan nella loro chat personale e lo attira fuori
dall’ambasciata russa. Lo avrebbe rapito anche lui se non fosse
stato per Cross e Flannigan. Quando torna sulla sua barca, è allo
stremo delle forze. Prende la pistola e va nella cabina dove tiene
Megan, presumibilmente per ucciderla, ma scopre che è
scomparsa.
Il riscatto
Cross non sospetta che ci sia un
piano più profondo fino a più avanti nel film. Dopo il rapimento
fallito, arriva una richiesta di riscatto apparentemente da parte
di Soneji, che chiede 10 milioni di dollari in diamanti. In una
sequenza emozionante che porta Cross in giro per tutta la città, il
denaro viene consegnato al presunto rapitore. Cross aveva capito
correttamente Soneji in precedenza, quando aveva concluso che non
era interessato al denaro. Questo improvviso cambiamento di
comportamento lo sorprende. Soneji, disperato, irrompe nella casa
di Flannigan e la rende inoffensiva con un taser per poter
finalmente avere un faccia a faccia con Cross. Il detective
menziona intenzionalmente un importo di riscatto errato per
valutare la sua reazione.
Non ricevendo alcuna risposta,
capisce che Soneji non sa nulla della richiesta di riscatto e di
ciò che è successo dopo. Il rapitore cerca di prendere Flannigan in
ostaggio, ma lei lo pugnala alla gamba prima che Cross gli spari
con la pistola turca di suo padre. Con la morte di Soneji, il caso
sembra giungere a una conclusione, poiché lui è l’unica persona che
sa dove si trova Megan. Ma Cross sospetta che qualcuno abbia usato
Soneji per i propri interessi. Come osserva in seguito Flannigan,
Cross uccide Soneji solo dopo aver scoperto che non ha più
Megan.
Si scopre che il collega di
Flannigan, Ben Devine (Billy Burke), ha preso Megan dalla barca del
rapitore e la tiene attualmente in una fattoria isolata. Tuttavia,
non è lui la mente dietro l’elaborato piano di usare sia Soneji che
Cross per ottenere l’enorme riscatto, ma Flannigan. Quando lei
arriva, lo rimprovera per non aver ancora ucciso Megan. In seguito
gli spara alla testa dopo aver freddamente dedotto che Cross ha
probabilmente capito la sua colpevolezza. Quello che lei non prende
in considerazione è che lui potrebbe scoprire anche il suo
coinvolgimento. Cross è solo un passo indietro rispetto al pubblico
nella scoperta dei veri colpevoli.
Viene a sapere che Devine e
Flannigan avrebbero potuto impedire a Soneji di lasciare la scuola,
ma non l’hanno fatto. Torna a casa di Flannigan e accede al suo
computer personale usando come password “Aces&Eight” (la mano
di poker con cui suo padre ha vinto la pistola turca) e vede tutte
le informazioni che lei ha raccolto su di lui, Soneji, Megan e
persino Dimitri. Scopre anche dove si trova Megan. Tornata alla
fattoria, Flannigan cerca di convincere Megan che è lì per
salvarla. Ma Megan, ragazza intelligente e intuitiva com’è, non si
fida di lei.
Quando Flannigan inizia a sparare,
Megan riesce in qualche modo a fuggire dalla stanza. È allora che
arriva Cross e punta la pistola contro Flannigan. Lei cerca di
giocare un’ultima carta tirando in ballo il suo partner morto, ma
Cross, impassibile, le ricorda che lei non è sua partner.
Rendendosi conto che per lei è finita, Flannigan, in lacrime, cerca
di sparare a Cross, ma viene uccisa. Lui si avvicina quindi a Megan
e le promette di riport
Nella mia mente (In my mind) è il
primo corto del giovane regista veneto Michele Pastrello. Il film
si muove sinuosamente tra il genere psycho-thriller e quello
horror, inchiodando per quasi 30 minuti lo spettatore alla poltrona
mediante un crescendo di suspance, mistero e inquietudine.
Con i suoi racconti gialli la
scrittrice Agatha Christie ha fornito un
illimitato patrimonio narrativo anche al cinema, che negli anni ha
adattato e trasformato le sue storie per dar vita a film sempre
diversi. Che siano adattamenti diretti, come Assassinio sull’Orient
Express, o indiretti, come la serie Amazon The Head, questi
racconti vantano sempre un fascino particolare. Un altro titolo
piuttosto noto, che si basa in particolare sul racconto Dieci
piccoli indiani, è Nella mente del serialkiller (titolo italiano di
Mindhunters), diretto nel 2004 da Renny
Harlin, già regista di thriller quali 58 minuti per morire – Die
Harder e Cliffhanger – L’ultima
sfida.
Il celebre racconto della Christie
viene qui riadattato dallo sceneggiatore WayneKramer, il quale rivoluziona il contesto e i
personaggi mantenendo però lo schema di fondo. Uno tra i
protagonisti non è chi dice di essere e per l’incolumità di tutti
sarà bene scoprirlo il prima possibile. Girato interamente nei
Paesi Bassi, tra Amsterdam e Zandvoort, il film si presenta dunque
come un teso thriller che porta lo spettatore ad entrare, come
suggerisce il titolo, nella mente del serial killer, al fine di
poterne prevedere mosse e pensieri. Al momento della sua uscita,
tuttavia, il film si affermò come uno scottante insuccesso.
Solo con gli anni questo è stato
riscoperto e rivalutato dai fan del genere, che al di là dei
difetti hanno potuto apprezzare la resa di determinate sequenze e
colpi di scena. Prima di intraprendere una visione del film, però,
sarà certamente utile approfondire alcune delle principali
curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà
infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla
trama e al cast di attori.
Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme
streaming contenenti il film nel proprio catalogo.
Nella mente del serial killer: la
trama del film
Protagonisti del film sono i
Mindhunters, un gruppo di giovani agenti dell’FBI intenti a seguire
un corso di formazione come profiler. Il loro istruttore, il
detective Jake Harris, è solito condurre tali
esercitazioni in modo estremamente scrupoloso e realistico. Per
quest’occasione, egli invia i sette adepti su un’isola al largo
della Carolina del Nord, dove si cimenteranno con l’esercitazione
finale del loro addestramento. A Bobby,
Vince, Nicole,
Sara, Rafe,
Lucas e J.D. si unisce all’ultimo
anche Gabe, un osservatore esterno con il compito
di monitorare ciò che avviene tra il gruppo. Arrivati sull’isola,
completamente disabitata, il gruppo si ritrova dunque a doversi
gestire autonomamente.
Ben presto, però, qualcosa di
terribile avviene e uno di loro viene ritrovato morto in
circostanze sospette. Quello che inizialmente sembrava essere solo
un incidente, si rivela in realtà come un omicidio ben orchestrato.
Il gruppo inizia dunque a sospettare di essere alla merce di uno
spietato serial killer, il quale si nasconde proprio in mezzo a
loro. Non potendosi fidare di nessuno, dovranno cercare di
risolvere quanto prima tale enigma, comprendendo anche il
particolare modus operandi dell’assassino. Non passerà molto prima
che altri omicidi si verifichino, spingendo i superstiti a dover
mettere in pratica quanto appreso durante il corso per salvarsi la
vita.
Nella mente del serial killer: il
cast del film
Ad interpretare il personaggio di
Jake Harris vi è il noto attore Val Kilmer. Pur
essendo indicato come uno dei protagonisti, in realtà, questi
compare nel film soltanto per poche scene. Per tale personaggio, in
realtà, erano originariamente stati considerati anche gli attori
Christopher Walken e Martin
Sheen, i quali però rifiutarono portando alla scelta di
Kilmer. Il rapper e attore LL Cool J è invece
presente nei panni di Gabe, l’uomo chiamato a controllare il gruppo
sull’isola. In preparazione al suo ruolo, egli decise di perdere
molto peso e trascorse un periodo di tempo a contatto con detective
della omicidi di Philadelphia, al fine di comprendere al meglio il
loro lavoro.
Per i ruoli dei sette giovani
agenti, invece, la produzione scelse di ricorrere ad attori non
particolarmente noti, al fine di poter rendere ognuno di loro un
buon sospettato. Nei panni di J.D. vi è
Christian Slater, oggi noto per
serie come Mr. Robot e Breaking In.
Clifton Collins Jr. è Vince, mentre Kathry
Morris interpreta Sara. Jonny Lee Miller
è presente nei panni di Lucas, mentre Patricia
Velasquez è Nicole. Will Kemp è Rafe,
mentre Eion Bailey interpreta Bobby. In
preparaazione ai loro personaggi, questi attori ebbero modo di
conoscere veri agenti dell’FBI, sottoponendosi per un periodo
all’addestramento previsto per questo tipo di ruolo.
Nella mente del serial killer: il
trailer e dove vedere il film in streaming e in TV
È possibile fruire di
Nella mente del serial killer grazie alla
sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming
presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi
diChili Cinema, Google Play, Apple iTunes, Amazon Prime Video. Per
vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà
noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale.
Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della
qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo
di martedì 16 dicembre alle ore
22:50 sul canale Rai Movie.
François Ozon costruisce una
commedia spiritosa e intelligente, dai risvolti dark, adattando la
commedia teatrale El chico de la última fila, e
intitolandola Nella casa, il luogo centrale di tutti gli
avvenimenti. Ozon si concentra ancora una volta sulle dinamiche
familiari e sul rapporto tra realtà e finzione, da sempre temi
attraenti per il regista francese, proponendo un lavoro già
vincitore di alcuni premi internazionali.
In Nella casa Germain
(Fabrice Luchini) è un professore di letteratura francese,
estremamente competente, che ha dovuto abbandonare il sogno
giovanile di diventare un grande scrittore, come il suo amato
Flaubert, per mancanza di talento. La moglie Jeanne (Kristin
Scott Thomas) gestisce invece una galleria d’arte
moderna, sull’orlo del fallimento. In una scuola in cui è stata
reintrodotta la divisa, in cui tutti gli alunni sembrano, agli
occhi di Germain, un unico grande gregge di mediocrità, il
sedicenne Claude (Ernst Umhauer), catturerà l’attenzione del
docente attraverso un suo tema, dedicato alla casa e alla famiglia
del compagno di classe Rapha (Bastien Ughetto), concluso con
un insolito “continua…”. Germain, accortosi delle doti di
Claude, spronerà l’alunno a continuare il suo racconto,
introducendosi sempre più nella casa e familiarizzando con i
personaggi. L’insinuarsi nella famiglia scatenerà, però, una serie
di eventi imprevisti, trascinando Germain in un gioco dagli
sviluppi inquietanti, affinchè la storia possa continuare.
Nella casa: macchinazioni e
intrighi
Tutto ruota attorno al rapporto tra
Germain e Claude, i due protagonisti, professore e allievo. Un
rapporto di vicendevole crescita, presentataci da punti di vista
oscillanti, che analizza il percorso creativo dell’artista, quel
binomio tra editore e scrittore, produttore e regista, ognuno con
la propria influenza sul prodotto finale del processo artistico. La
ricerca dell’ispirazione sempre più spinta, in un gioco di
macchinazioni e intrighi, in cui realtà e fantasia, nettamente
distinte ad inizio film, iniziano a mescolarsi, senza però sfociare
in incomprensibili dilemmi, come visto in altri film. Il giovane
Claude s’immerge all’interno della propria storia, empatizzando con
i personaggi, costruendoli volta per volta attraverso le proprie
azioni nella vita reale, pur di dare un prosieguo convincente alla
narrazione e rendere interessante ognuno dei protagonisti. Così
anche lo stesso Claude diventa un personaggio fondamentale, e il
suo rapporto d’attrazione con la padrona di casa Esther
(Emmanuel Seigner) sarà il fulcro degli eventi, quel
conflitto di cui ogni romanzo ha bisogno. François Ozon
conferma quella sua peculiare abilità di trasformare situazioni
apparentemente banali e di normale intimità familiare, per renderle
centro delle sue storie, facendo emergere aspetti inattesi. Una
commedia dal sapore di un thriller, con un bilanciamento perfetto
d’intrattenimento e suspense, tra dialoghi taglienti e ironici,
capaci di strappare al pubblico più di una risata, alternati con
momenti di pura tensione, in attesa degli avvenimenti che
potrebbero scatenarsi.
Nella casa si rivela
un film ironico e accattivante, dal ritmo ben scandito, che conduce
lo spettatore verso un incantevole finale, attraverso una
mescolanza di generi sapientemente amalgamati in un prodotto
davvero riuscito e privo di difetti evidenti.
«…e così pure questo ragno e
questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io
stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo
capovolta e tu con essa, granello della polvere! »
Questa citazione da uno
dei singoli di
punta dei Gazosa ci introduce
direttamente al feeling con cui mi preparo ad affrontare una nuova
incarnazione della Mostra del Cinema di Venezia, che come sempre me
pare ieri che è finita la scorsa edizione, e ogni volta cerco di
ricordarmi quando ho messo inavvertitamente piede
nel boomdotto che mi ha catapultato un anno più avanti
senza nemmeno aver avuto possibilità di fare gli sberleffi a
Ben
Affleck
come Flash in Batman v
Superman. Vabbè.
Rimbocchiamoci le maniche, che poi
tanto si sa che lavoro e cazzeggio nel nostro campo vanno di pari
passo, e anzi il rischio è di confondere le due cose. Ma noi siamo
equilibratissimi e sappiamo che vi siamo mancati come la marmellata
sui peperoni, quindi vi salutiamo con un
abbraccio power metal che ricarichi il potere
dello Sticazzi che risiede in tutti noi (per saperne di
più), e ci prepariamo a una nuova avventura nella
magica atmosfera del Lido settembrino. Che poi, dai, bisogna essere
ottimisti. Non è detto che sia sempre la stessa cosa: non è detto
che il tempo sia anche quest’anno umido e appiccicoso, che i
gestori dei locali siano sempre simpatici come lo scherzo della
camicia in fiamme, che gli Spritz siano allungati col
succo di locusta. Potrebbe essere tutto peggiorato, e questo mi
rincuora.
Insieme a un’altra cosa:
quest’anno, l’offerta del Concorso s’è fatta fresca e interessante
grazie anche all’intervento di giovani e valenti virgulti nel
comitato di selezione, tra cui ci piace
citare Emanuele Rauco al quale andranno
i nostri complimenti per qualsiasi cosa troveremo di positivo nel
Festival, anche completamente svincolata dalla materia
cinefila. Troviamo i cessi
della Sala Pasinetti miracolosamente
puliti? #bravorauco! Non ci sputano sulle
sarde in saor? #bravorauco!
Rimorchiamo? #bravorauco!.
Un hashtag per la vita. Naturalmente, per la quarta legge
di Murphy – le altre sono ovviamente «Ordine pubblico totale»,
«Proteggere gli innocenti», «Far rispettare la legge» –
s’è deciso in redazione che io il Concorso non lo seguo.
Meglio. Mi trincero alla Villa degli Autori dove già mi hanno bello
schedulato il programma delle Interviste per i Venice
Days e tra l’una e l’altra mi ubriaco come una merda, il
che mi aiuterà anche a sciogliere il mio inglese, che mi servirà,
perché i registi so’ tutti lapponi, norvegesi o filippini e nelle
lingue d’origine comunicare è difficile.
A tal proposito, se c’è una
pellicola che mi dispiace perdere della selezione ufficiale –
si fa per dire, poi tanto lo so che me li guarderò tutti lo stesso,
per quell’aberrante senso di collezionismo e completezza che
attanaglia l’addetto ai lavori in queste situazioni, e che ha
rovinato diverse vite anche di persone brillanti, ridotte a uno
stato larvale dall’ineluttabile necessità di assistere anche alle
proiezioni delle opere più inutili e ripugnanti pur di dire ‘i film
quest’anno li ho visti tutti’ – è la nuova opera
di Lav Diaz, che in effetti ci mancava. Non pago di aver
arricchito le nostre esistenze con le 8 ore – otto! –
di Hele sa HiwagangHapis (titolo
internazionale A Lullaby To the Sorrowful
Mystery) in quel di Berlino, deciso che aveva ancora
qualcosina da dire,
il regista, sceneggiatore, produttore , direttore
della fotografia, montatore, attore, stunt-man,
elettricista, addetto al catering e usciere d’albergo
filippino torna con un cortometraggio (appena tre ore) dall’evocativo
titolo Ang walang-katapusang kalawakan ng titiibinibigay ko (per
il mercato internazionale: The
Infinite Immensity of the Big
Fuck I give). Ok, il titolo me lo sono
inventato (suona più o meno come L’infinita immensità del
Gran Cazzo che Me Ne Frega), ma non venitemi a dire che ve ne
eravate accorti. I titoli dei film di Lav Diaz non li
avete mai letti nemmeno voi, siate onesti, almeno con voi
stessi.
(Ang)
Ragazzi, non vi nascondo che non
vedo l’ora di seguire il concorso. L’unico problema è che l’ultima
volta che ho provato a vedere un film di Lav Diaz sono entrata in
sala la sera d’apertura del festival e sono uscita prima della
premiazione. Ti siedi e ti attaccano flebo e catetere. Poi ogni
tanto passa un’infermiera filippina a vedere se sei ancora lucido o
inizi a recitare il monologo di Servillo nella ‘La grande bellezza’
(“A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la
stessa risposta: “La fessa”. Io, invece, rispondevo: “L’odore delle
case dei vecchi”. La domanda era: “Che cosa ti piace di più
veramente nella vita?”).
Detto questo, se stai a fa Servillo,
ti puniscono lasciandoti lì a vedere almeno 192 ore di film,
conscio del tuo grandissimo errore, tipo punizione. Poi ti fanno
uscire.
Se invece lo guardi e l’ultimo
giorno dici ‘noooo ne vorrei ancoraaaaaaa, vi prego, alte 340
ore di film così’ viene proprio Lav Diaz e ti schiaffeggia,
urlando:
“Bobo, pelikula na ito ay isang
pagsusugal bahagya man ang aking mga kaibigan
Pilipino sa bar. Nawala ko at ito ay ang iyong kasalanan,
titi baliw. Pumunta sa paghahanap para sa puki bilang lahat ng tao
ay!”
Che in filippino significa:
“Coglione! Sto film era na
scommessa al baretto co gli altri amici filippini, avevo detto che
non sarebbe sopravvissuto nessuno. M’hai fatto perdere, disturbato
maniaco che noi sei altro. Vai a figa come tutti!”
Dicono che questo dura meno, ma io
non me fido. Me vedo gli altri film in programma e se va male me la
prendo con Rauco, che gli vogliamo tanto bene ma se guardo anche un
solo film utile come i video di Gianluca Vacchi allora siuo che ti
hackero il canale YouTube.
Tornando a bomba a Sorrentino, io
quest’anno non vedo l’ora di vedere la serie, non vedo l’ora di
vedere Malick, Kim Ki-Duk, Ciafrance, Ozon, Andrei
Konchalovsky ma mammamia che bel programma.
Certo dentro ce sta pure
Muccino, ma forse era un pacchetto all-inclusive, gli altri registi
hanno detto ‘veniamo solo se c’è quer matto di Gabriele che se pija
a parolacce cor fratello, sai come se tajamo che al lido non
succede mai niente, mai ‘na gonna che si alza, mai un
DiCaprio che perculi Lady
Gaga, cose così.
Ma poi lo sapete? C’è anche
Emir Kusturica! Che tanto come al solito tutti lo
scambiano per Goran Bregovic e daje a ride quando
arrivano in sala col birrino pronti a pogare e invece niente, mai
una gioia. Però se fate i bravi Kusturica nei titoli di coda vi
canta
‘La musica balcanica ci ha rotto i coglioni è bella e tutto quanto ma alla lunga rompe i coglioni Certo ne avrei senz’altro tutta un’altra opinione se fossi un balcanico, se fossi un balcone ma siccome non sono croato né un balcone balcano io non capisco perché tutti quanto continuano insistentemente a
suonare questa musica di merda’
(Il complesso del primo
maggio, Elio e le storie tese)
Si scherza ragazzi, questo racconto
cazzone è frutto della fantasia di una che ha fatto poche ferie e
questo weekend dovrà fare Tetris con la roba da ficcare in una
valigia troppo grande, al solito, per un viaggio che alla fine ci
piace e ci sembra – nonostante tutto – sempre troppo breve. Ma per
tenervi compagnia, insieme a Ang, questo e altro. So che ci
tenete.
Disney+ ha
diffuso il teaser trailer della serie originale Nell –
Rinnegata. Composta da otto episodi, la serie è scritta e
creata dalla sceneggiatrice vincitrice del premio BAFTA
Sally Wainwright (Happy Valley) e diretta
dal regista Ben Taylor (Sex
Education). Tutti gli episodi saranno disponibili dal 29
marzo in esclusiva su Disney+.
In Nell –
Rinnegata Nell Jackson, una giovane donna scaltra e
coraggiosa, si ritrova incastrata per un omicidio e diventa
inaspettatamente la più famosa fuorilegge dell’Inghilterra del
XVIII secolo. Ma quando appare uno spirito magico chiamato Billy
Blind, Nell capisce che il suo destino è più grande di quanto
avesse mai immaginato.
Nell – Rinnegata è
interpretato da Louisa Harland (Derry Girls) nel ruolo
principale di “Nell Jackson” con Frank Dillane nei panni di
“Charles Devereux”, Alice Kremelberg in quelli di “Sofia Wilmot”,
Ényì Okoronkwo nel ruolo di “Rasselas”, Jake Dunn in quello di
“Thomas Blancheford”, Bo Bragason nei panni di “Roxy Trotter”,
Florence Keen nel ruolo di “George Trotter”; Nick Mohammed è “Billy
Blind”, Joely Richardson interpreta “Lady Eularia Moggerhangar” e
Adrian Lester “Robert Hennessey, Conte di Poynton”. Inoltre, Pip
Torrens interpreta “Lord Blancheford” e Craig Parkinson è “Sam
Trotter”.
Nell – Rinnegata è
prodotta da Lookout Point. I produttori esecutivi sono Sally
Wainwright, Ben Taylor, Faith Penhale, Will Johnston e Louise
Mutter per Lookout Point e Johanna Devereaux per Disney+. Anche Amanda Brotchie
(Gentleman Jack – Nessuna mi ha mai detto di no) e MJ
Delaney (Ted
Lasso) dirigono gli episodi. Jon Jennings è produttore
della serie e Stella Merz è produttrice.
Disney+ ha diffuso le immagini
dell’attesissima serie originale britannica Nell
– Rinnegata che debutterà sulla piattaforma
streaming nella primavera del 2024 in tutto il mondo.
Nell – Rinnegata è un’avventura
realizzata da Lookout Point ed è scritta e creata dalla
sceneggiatrice vincitrice del premio BAFTA Sally
Wainwright (Happy Valley, Gentleman
Jack) e diretta da Ben Taylor (Sex
Education, Catastrophe).
Louisa Harland
(Derry Girls) interpreta il ruolo della protagonista Nell,
una giovane donna intelligente e coraggiosa che si ritrova
incastrata per un omicidio e diventa inaspettatamente la più famosa
brigantessa dell’Inghilterra del XVIII secolo. Ma quando appare uno
spirito magico chiamato Billy Blind, interpretato da Nick Mohammed
(Ted
Lasso), Nell capisce che il suo destino è più grande di
quanto avesse mai immaginato.
1 di 5
Frank Dillane (Il serpente dell’Essex,
Fear the Walking Dead) interpreta il
volubile amico e talvolta avversario di Nell, Charles
Devereux, un’affascinante canaglia con un pericoloso alter
ego malvagio. Joely Richardson (Nip/Tuck)
veste i panni dell’eccentrica magnate dei giornali Lady Eularia
Moggerhanger, mentre Pip Torrens (The
Crown, Poldark) è Lord Blancheford, il padre di
Sofia e di suo fratello Thomas, prepotente e incapace, interpretato
da Jake Dunn (Half Bad). Ényì Okoronkwo (The Lazarus
Project) interpreta invece Rasselas, un vivace stalliere che
si unisce a Nell e alle sue sorelle in fuga nel suo tentativo di
libertà, mentre Bo Bragason e Florence Keen sono le due sorelle
minori di Nell, Roxy e George; infine Craig Parkinson (Line of
Duty, Black Mirror: Bandersnatch) è Sam, il padre di
Nell dall’animo gentile.
Nell
– Rinnegata è una serie d’azione e avventura
fantasy in otto episodi della durata di 45 minuti ciascuno ed è
prodotta da Lookout Point come serie originale Disney+ britannica. Alla regia sono
impegnate anche Amanda Brotchie (Gentleman Jack) e MJ
Delaney (Ted Lasso). Jon Jennings è il Series Producer e
Stella Merz è la produttrice. I produttori esecutivi sono Sally
Wainwright, Ben Taylor, Faith Penhale, Will Johnston e Louise
Mutter per Lookout Point e Johanna Devereaux per Disney+.
In occasione del Television Critics
Association Winter Press Tour di Los Angeles, Disney+ ha
annunciato che la serie originale Nell –
Rinnegata debutterà con tutti gli episodi il 29 marzo
in esclusiva su Disney+.
La serie originale, composta da otto episodi, è scritta e creata
dalla sceneggiatrice vincitrice del premio BAFTA Sally Wainwright
(Happy Valley) e diretta dal regista Ben Taylor (Sex
Education).
Nell Jackson, una giovane donna
scaltra e coraggiosa, si ritrova incastrata per un omicidio e
diventa inaspettatamente la più famosa fuorilegge dell’Inghilterra
del XVIII secolo. Ma quando appare uno spirito magico chiamato
Billy Blind, Nell capisce che il suo destino è più grande di quanto
avesse mai immaginato.
Nell –
Rinnegata è interpretato da Louisa Harland (Derry
Girls) nel ruolo principale di “Nell Jackson” con Frank
Dillane nei panni di “Charles Devereux”, Alice Kremelberg in quelli
di “Sofia Wilmot”, Ényì Okoronkwo nel ruolo di “Rasselas”, Jake
Dunn in quello di “Thomas Blancheford”, Bo Bragason nei panni di
“Roxy Trotter”, Florence Keen nel ruolo di “George Trotter”; Nick
Mohammed è “Billy Blind”, Joely Richardson interpreta “Lady Eularia
Moggerhangar” e Adrian Lester “Robert Hennessey, Conte di Poynton”.
Inoltre, Pip Torrens interpreta “Lord Blancheford” e Craig
Parkinson è “Sam Trotter”.
Nell –
Rinnegata è prodotta da Lookout Point. I produttori
esecutivi sono Sally Wainwright, Ben Taylor, Faith Penhale, Will
Johnston e Louise Mutter per Lookout Point e Johanna Devereaux per
Disney+. Anche Amanda Brotchie
(Gentleman Jack – Nessuna mi ha mai detto di no) e MJ
Delaney (Ted
Lasso) dirigono gli episodi. Jon Jennings è produttore
della serie e Stella Merz è produttrice.
Irriverente, energica,
divertente e ricca di azione, su Disney+
arriva Nell – Rinnegata, serie fantasy
in otto episodi disponibile sulla piattaforma dal 29 marzo,
diretta da Ben Taylor (Sex
Education) ma creata da Sally Wainwright,
la quale, dopo Happy Valley e Gentleman
Jack, riesce a portare alla luce, grazie a un accordo con
la Casa di Topolino, un prodotto originale che rappresenta una vera
e propria boccata d’aria fresca in un palinsesto saturo e
ripetitivo.
La trama di Nell –
Rinnegata
Al centro della storia
c’è Nell, interpretata magistralmente da Louisa
Harland, una giovane donna con un segreto soprannaturale e uno
spirito ribelle che sfida le convenzioni del suo tempo. Abbigliata
come un uomo, Nell ritorna al suo villaggio natio, dopo essersi
allontanata di sua spontanea volontà per inseguire un suo desiderio
di scoperta e di avventura. Tornata a casa, però, dovrà fare i
conti con una perdita improvvisa che la porterà a scontrarsi con il
crudele Thomas Blancheford e con la legge ingiusta
di quell’epoca. In suo aiuto però arriva Billy
Blind, una specie di folletto che è sempre al suo fianco e
le conferisce forza e agilità ogni volta che è in pericolo.
Tra passato e
presente
Come spesso accade in
prodotti contemporanei ambientati nel passato, anche Nell –
Rinnegata arricchisce i suoi protagonisti di sensibilità moderne,
pur tenendo presente alcune delle regole che governavano la vita
nel ‘700. Il classismo e l’ingiustizia sociale si associano allo
spirito intraprendente e anti-convezionale della protagonista, alle
situazioni più rocambolesche raccontate con lo stile della commedia
d’azione e a una voglia di divertimento e libertà che sprigiona da
ogni inquadratura.
Lo stile di Nell –
Rinnegata è infatti lontano sia dalle ricostruzioni storiche
filologiche che dalla sciatteria di produzioni a basso budget. È un
mix perfetto di credibilità e leggerezza, con un gusto spiccato per
le sequenze d’azione e per il racconto di una storia principalmente
di evasione. Ogni episodio di Nell – Rinnegata è un pezzetto di un
viaggio bizzarro ma sempre divertente attraverso un’Inghilterra del
XVIII secolo reinventata.
Louisa Harland è
Nell
Il cuore della serie è
senza dubbio Louisa Harland nel ruolo della
protagonista, Nell. Già vista e amata nel ruolo di Orla in
Derry Girls, l’attrice splende per la sua
camaleontica interpretazione: sarcastica, caustica, ma anche molto
materna e apprensiva, sente il desiderio di avventura e la
responsabilità verso i più deboli. La sua Nell non è semplicemente
un’eroina action/fantasy da ridere, ma una donna con desideri,
sogni e volontà per ottenere giustizia e guadagnarsi la libertà.
Con lei, nel nutrito e ottimo cast, anche l’amato Nick Mohammed,
già Nate the Great di Ted
Lasso.
Nell –
Rinnegata coniuga altissimi valori produttivi con la
necessità di realizzare una serie d’avventura fantasy indirizzata a
un pubblico giovane e affamato di storie originali, che nella sua
energica protagonista trova il suo punto di massima forza.
Nel paese delle creature
selvagge è il film del 2009 di Spike
Jonze con protagonisti Max Records, Catherine
Keener, Mark Ruffalo, Lauren Ambrose, Chris
Cooper.
Nel paese delle creature
selvagge, la trama: Max è un bambino come molti
irrequieto, ha una sorella più grande che, come capita spesso, non
gli dà molta attenzione e una madre sola che come tante cerca di
rifarsi una vita con altri uomini. Un giorno, a seguito di una
serie di delusioni prima dalla sorella e poi dalla madre, esplode
dalla rabbia e viene per questo redarguito.
Insofferente scappa di casa
finendo, dopo un tragitto in barca a vela, in una terra desolata e
arida dove trova dei giganteschi mostri dal cuore anche troppo
umano che credono a tutto quello che dice e lo incoronano loro re,
almeno fino a quando le sue promesse di spazzare via la tristezza
dalla loro vita non si rivelano mendaci.
Nel paese delle creature selvagge,
l’analisi
Diretto e sceneggiato da
Spike Jonze nel 2009, Nel paese delle
creature selvagge è un adattamento cinematografico del
libro illustrato per l’infanzia di Maurice Sendak Nel paese
dei mostri selvaggi.
Alla sua terza prova di regia Jonze
– conosciuto al grande pubblico per il cervellotico e visionario
Essere John Malkovich – si misura con il genere
fiabesco partorendo un film da un’apertura un po’ in sordina, ma
suggellata dalla carezzevole ed evanescente musica della sudcoreana
Karen O, bandleader del celebre gruppo alternative e indie rock
statunitense Yeah Yeah Yeahs.
Un tiepido sole albeggia su un
gelido paesaggio innevato. Un bimbo dallo sguardo incupito gioca da
solo, costruisce nel giardino di casa un sorprendente igloo
cercando continuamente di richiamare l’attenzione di una sorella
assente, che lo ignora e lo trascura, anche quando sarà schernito
dai suoi amici.
Lui è Max (Max
Records), un bimbo turbolento e inquieto, avido di
attenzioni e coccole che, di fronte all’indifferenza della sorella
e alla premura che la madre ha per il fidanzato (Mark
Ruffalo), esplode di rabbia, scappa di casa e, con indosso
l’inseparabile tuta da lupo, con tanto di orecchie e coda –
feticcio da cui non si separa mai – prende il largo con una
barchetta e si dirige verso l’arcano bosco.
Basta un intro di pochi minuti con
dialoghi minimali a suggerire l’idea che pervade il film, a
preannunciare il corso degli eventi di cui sarà protagonista il
piccolo Max, ansioso di evadere e dare libero sfogo alla sua
fervida immaginazione. La creazione di mondi paralleli è l’unico
rimedio al malessere della vita reale.
L’ingresso nel fantastico regno
delle creature selvagge, abitato da affettuosi watussi che ululano,
è l’occasione che stava aspettando per riscattarsi, per guadagnarsi
le attenzioni e la dedizione che gli sono sempre mancate, e quel pò
di autorevolezza che serve a colmare il vuoto di autostima e
l’insicurezza emotiva che un bimbo cresciuto senza padre si porta
dietro.
Max costruisce un mondo ideale, a
sua immagine e somiglianza, in cui ritrova il sorriso grazie alla
comprensione e all’affetto di amorevoli creature selvagge, che lo
gratificano riponendo in lui la loro fiducia e proclamandolo
indiscusso sovrano della foresta.
Il messaggio è chiaro sin
dall’inizio, come è giusto che sia in un racconto fantastico che,
nel ricalcare la semplice struttura narrativa delle fiabe, ne
prende in prestito l’innocenza e la formula moralistica.
La fiaba cinematografica di
Spike Jonze vanta quindi una struttura circolare
che, in stile Mago di Oz, aderisce al modello del
viaggio dell’eroe vogleriano. Ci troviamo quindi di fronte ad un
eroe/protagonista imperfetto che ritrova la pienezza interiore
lasciando provvisoriamente il mondo ordinario/vita reale per
abbandonarsi alla beatitudine di un mondo straordinario, non scevro
di insidie, dal quale ritornerà illuminato e pronto ad affrontare
il quotidiano con una maggiore consapevolezza.
Quel senso di abbandono e di
inadeguatezza che facevano di Max un bimbo incollerito e
dispettoso, si dileguano nel corso del suo prezioso e avventuroso
viaggio, per lasciare spazio ad un bambino raggiante, più maturo e
che non teme più che il sole possa morire da un giorno
all’altro.
Una spedizione nella
wilderness, in cui Max si rende conto di come sia
difficile essere equi e giusti e di come i rapporti affettivi siano
tutt’altro che perfetti e facili da gestire; impara a comprendere
sua madre, il suo universo familiare e capisce come siano proprio
le sbavature a rendere le cose più vere e profonde e di come sia
necessario rispettare e considerare anche le necessità degli altri
e non focalizzarsi solo sulle proprie.
Spike Jonze mette
in piedi un racconto fiabesco, un’ibridazione certosina di riprese
in live action, pupazzi e computer grafica
(frutto di un lungo processo di lavorazione), in cui riconferma lo
stile visionario e surrealista già sperimentato nei due lavori
precedenti.
Quello di Max è un eclettico
viaggio nei sotterranei ed esoterici anfratti della mente umana,
votato alla creazione di universo immaginifico idilliaco, dove il
bambino si guadagna la stima di irsute e amabili creature, metafora
delle sue ansie, paure e desideri.
Arriva in prima tv
su Sky Nel nostro cielo un rombo di tuono,
docufilm diretto da Riccardo Milani, che
ripercorre le scelte esemplari e la parabola della straordinaria
carriera sportiva di Gigi Riva, uno dei più amati
campioni del calcio italiano, in onda martedì 27 giugno
alle 21.15 su Sky Cinema Due, in contemporanea anche Sky Sport
Summer (attivo dall’11 giugno sul 201, al posto di Sky Sport Uno) e
Sky Documentaries, in streaming su NOW e disponibile on
demand.
Il film è un racconto intimo, dello
sportivo e dell’uomo, che inizia dall’infanzia passando dai primi
calci al pallone per proseguire in quella che diventerà la sua
regione d’elezione dalla quale non allontanarsi più: la Sardegna.
Tra i volti intervistati, oltre a Luigi Riva,
anche Gianfranco Zola, Nicolò Barella, Gianluigi Buffon,
Roberto Baggio, Massimo Moratti, Cristiano De Andrè. Il
film è Una produzione WILDSIDE, società del gruppo FREMANTLE con
VISION DISTRIBUTION.
La trama di Nel nostro
cielo un rombo di tuono,
Quella di “Nel nostro cielo un
rombo di tuono” non è una storia qualsiasi: è la storia di Gigi
Riva, un campione e un uomo vero. La vita di Riva è stata
caratterizzata dal rigore morale ed etico di un uomo che ha
affermato con forza che non tutto si può comprare. Un uomo con un
legame indissolubile con una terra e il suo popolo, la Sardegna. Il
film racconta la coerenza e il coraggio con i quali Riva ha sempre
vissuto, credendo in valori autentici. E raccontare Riva vuol dire
anche raccontare un pezzo importante della storia del nostro Paese.
In questo progetto non ci sono attori che lo rappresentano, non ci
sono voci narranti che raccontano la sua storia. Ci sono lui, le
sue storie, le sue verità, i suoi ex compagni di squadra del
Cagliari dello scudetto – l’anno in cui il Cagliari è stato più
forte di ogni altra squadra – la gente di Sardegna che ha ripagato
per sempre il suo affetto e la sua coerenza.
NEL NOSTRO CIELO UN ROMBO
DI TUONO–martedì 27 giugno alle 21.15 su Sky
Cinema Due, in contemporanea anche Sky Sport Summer (attivo dall’11
giugno sul 201, al posto di Sky Sport Uno) e Sky Documentaries, in
streaming su NOW e disponibile on demand.
È stato sicuramente tra i
film più attesi – di certo annunciati – all’ultimo Festival di Berlino, dove Nel mio
nome di Nicolò Bassetti è arrivato forte
della produzione esecutiva di Elliot Page,
probabilmente il più famoso transgender del circuito
cinematografico internazionale dopo l’annuncio del 1º dicembre 2020
della decisione di abbandonare il nome fino a quel punto utilizzato
di
Ellen. Oggi, placato quel clamore e superata la Berlinale, il
documentario del regista italiano (in precedenza ideatore del
progetto dal quale Gianfranco Rosi ha realizzato
Sacro GRA) arriva nelle nostre sale, grazie a
I Wonder Pictures che nei giorni del 13, 14 e 15 giugno lo presenta
al cinema come evento speciale.
Nel
mio nome: Nico, Leo, Andrea e Raffi
E di speciale ha molto,
questa storia di formazione di quattro giovani amici che
condividono – con il pubblico e tra loro – momenti importanti delle
loro vite e delle loro transizioni di genere da un’identità
femminile a un’identità maschile. A partire dall’origine, visto che
tutto nasce da un’idea avuta dal regista insieme al figlio Matteo,
“transgender F to M di ventisei anni” e da uno sguardo ibridato da
quello del genitore che ha fatto definire il film come “unico” allo
stesso Page.
Ma il merito è da
dividere con i protagonisti delle storie raccontate: Nico, di 33
anni, Leo di 30, Andrea di 25 e Raffi di 23. Ragazzi diversi, di
diversa provenienza, con sogni diversi e in diversi momenti delle
loro vite e delle loro transizioni. Delle quali raccontano gli
aspetti più diversi, da quelli tecnici, medici a quelli più privati
e personali. Perché sono i ricordi e le esperienze a fare una
persona, e il loro coming out lo hanno già fatto da
tempo.
Dal
podcast allo schermo
Quattro racconti più che
quattro interviste, assemblate in forma filmica, ma raccolte ‘in
confidenza’ per il podcast di Leo, che vuole “riempire il mondo di
narrazioni nostre” per colmare un vuoto. Questo il presupposto del
film, che lo giustifica e motiva. E che mette in secondo piano
certe debolezze proprio figlie del taglio scelto nel presentare i
risultati dei tre anni passati a testimoniare la loro vita
quotidiana.
Normale ed eccezionale
insieme, visto che dei quattro ragazzi si finisce con il dare una
immagine quasi ‘fuori dal comune’, tanto sono intensi e dotati.
Merito loro, certo, ma anche della volontà di rendere le loro
storie ancor più singolari di quanto siano naturalmente. Nel senso
di uniche, come lo sono tutte, e importanti, in fondo nella loro
universalità.
Crescita, scoperta,
conflitto, definizione di sé sono passaggi imprescindibili di ogni
essere umano, anche se non tutti possono godere delle stesse
condizioni nell’affrontarle. Ed è importante seguire Nicolò
Sproccati, Leonardo Arpino, Andrea Ragno e Raffaele Baldo nel loro
affrontare un mondo binario, dai primi passi del viaggio a
oggi.
Unici, ma come tutti
Bassetti fa un gran
lavoro nell’intrecciare le quattro storie, cercando di restare
testimone discreto degli entusiasmi e le delusioni, la rabbia e la
volontà di rifiutare e – insieme – inseguire certi modelli. La
tentazione del conformismo è anch’essa naturale, e non solo a una
certa, e per quanto possa trasmettere una impressione sbagliata,
qui in fondo qui non fa che sottolineare il bisogno di imparare ad
affrancarsi da una dialettica tra i generi che preveda una scelta
di campo, o anche solo di un punto di vista. O almeno provarci.
Questo ribadiscono con
decisione il documentario e i suoi protagonisti, soggetti e oggetti
di una osservazione che – inevitabilmente – riduce la spontaneità
e, nella sua forma ultima, ci restituisce una recitazione più o
meno inconscia, ostenta tanto il pudore quanto la voglia di
esemplarità di un prodotto che ha una intenzione, un obiettivo
preciso, e un pubblico, che non è quello del podcast.
E che spesso, Nel
mio nome sbaglia in buona fede, nell’approcciarsi a una
realtà che anche i diretti interessati a lungo faticano a
inquadrare. Anche per responsabilità esterne, indubbiamente, visto
che – come viene ripetuto – nel nostro ordinamento giuridico “non
c’è spazio per un terzo genere”. E se forse certi attacchi al
sistema e a un colpevole “limbo normativo” finiscono per
oltrepassare i confini del legittimo e sensato nel loro giustissimo
“coltivare disobbedienza a tutte le regole di genere”, alla fine a
colpire e far riflettere è il confronto con Irene/Nicolò e sua
moglie. Sopraffatta da emozioni di diverso segno nel raccontare il
suo esser parte di una coppia, prima, protagonista di una battaglia
civile a lungo combattuta e conclusasi felicemente con un
matrimonio, poi e solo poi, dopo la lunga transizione, più
facilmente accettata come ‘tradizionale’.
Avere la possibilità di poter
visitare il bunker costruito sotto il Government Office Building e
camminare dentro i luoghi dove è stata scritta la storia, non solo
dell’Inghilterra, ma del mondo intero, è un’emozione unica. Ci
troviamo a Londra, precisamente dietro Westminster, dove Universal
Picture Home Entertainment Italia, per l’uscita italiana de
L’ora più buia, ci ha permesso di fare un tour
nei luoghi che sono stati testimoni cruciali degli avvenimenti
della seconda guerra mondiale, nelle stanze segrete dove il
Primo Ministro Winston Churchill ha deciso di non
arrendersi e continuare a lottare la tirannia di Hitler anche
quando tutto sembrava perduto.
Il film racconta le cruciali ore in
cui Churchill, appena eletto Primo Ministro, si ritrova a decidere
se negoziare la pace o combattere la Germania nazista contro ogni
probabilità di vittoria, fino alla fine per l’orgoglio del suo
paese, arriva finalmente in DVD e Blu-Ray e 4K Ultra
HD disponibile dal 9 maggio con Universal Picture
Home Entertainment Italia.
La pellicola è stata diretta da Joe
Wright, regista eccezionale conosciuto per
Espiazione, Orgoglio e
Pregiudizio, e Anna Karenina, vanta una
crew di primo livello con la sceneggiatura di Anthony
McCarten ed è interpretato da Gary
Oldman, vincitore del Premio Oscar al Miglior Attore
Protagonista e del Golden Globe nella stessa categoria (sezione
drammatica) per la sua interpretazione. Il film è un meraviglioso
racconto delle giornate critiche durante le quali Winston Churchill
doveva prendere la decisione più difficile della sua vita,
evidenziandone anche le sfumature caratteriali e l’uomo che si
celava dietro il politico. Mentre Hitler si avvicina al Regno
Unito, il Primo Ministro si trova a combattere per la sua
leadership e a trovare la soluzione migliore per il suo paese.
L’ora più buia, la recensione del film con
Gary Oldman
Il film è principalmente ambientato
in quello che oggi è il Churchill Museum e Cabinet War Rooms (Clive
Steps, King Charles St, Westminster, London SW1A 2AQ), interamente
ricostruito dagli scenografi, dove si riuniva il gabinetto di
guerra, al riparo da eventuali attacchi e al sicuro da fughe di
notizie.
Il nostro tour è iniziato varcando
la porta della stanza in cui si riunivano i potenti, dove abbiamo
potuto ammirare la sedia del potere presieduta dal Primo Ministro,
dove la nostra guida privata ci ha raccontato che è ufficialmente
il posto dove si è fatta la guerra, facendoci notare le scavature
create dall’anello di Churchill al lato del bracciolo della sedia,
che di consueto batteva nei momenti di nervosismo. Tutta la stanza
è piena di posaceneri (i gentlemen presenti a quanto pare fumavano
copiosamente, per non parlare del protagonista che viaggiava ad
un’andatura di 8/10 sigari per dì), e ogni singolo pezzo
all’interno è originale, compresa la valigia rossa del Primo
Ministro con l’adesivo delle Barbados, attaccato dal figlio.
Si procede nel lungo corridoio, che
nel film pullula di segretarie indaffarate a lavorare, la guida ci
mostra l’armadietto privato di Winston contenente sigari, Scotch e
banane (rare da reperire in tempi di guerra), prima di entrare
nella Map Room, dove sono state girate alcune fra le più toccanti
scene della pellicola, Ci viene raccontato che Churchill aveva una
certa ossessione per le mappe, che capeggiano ovunque all’interno
del bunker, ma in questa stanza in particolar modo ci sono quelle
più importanti. Quella grande sul muro che si vede anche nel film,
rappresenta tutte le battaglie dell’atlantico ed è piena zeppa di
fori, come potrete immaginare, qui si ricevevano informazione da
tutto il mondo distinte dal colore dei telefoni, verde, bianco,
rosso e nero, è dove Churchill scopre che a Dunkerque si trovano i
suoi ragazzi completamente circondati dai tedeschi e si fa venire
in mente un modo per salvarli, anche a costo di sacrificarne altri.
Vi hanno lavorato circa cinquanta persone a turno all’interno,
tutte autorizzate (era una delle stanze più segrete) e tutte
dovevano registrarsi non appena entravano. Vi è una cartina-grafico
che rappresenta una notevole diminuzione di perdite dal 1942 al
1945 delle flotte inglesi, questo perché nel 1944 grazie a Turing
sono stati decodificati i codici creati mediante la macchina Enigma
dei Tedeschi (vi esorto a vedere La Teoria del Tutto sceneggiato dallo
stesso McCarten che racconta delle prodezze di Turing), e che ha
dato un grosso slancio verso la vittoria nella guerra.
Tutti i calendari e gli orologi
presenti segnano il 16 agosto 1945 (giorno della vittoria) alle
16.59, e tutto è stato lasciato esattamente come l’ultimo momento
in cui sono stati a lavoro li sotto. È un’emozione indescrivibile
da percepire e dopo aver visto il film lo si avverte ancora di più,
il senso di responsabilità e la gravità che deve aver pervaso gli
animi umani che hanno abitato questi uffici.
Il bunker non è solo ufficio, come
vediamo nella pellicola di Wright, oltre alle brandine per le
segretarie che perdevano il treno, vi erano anche diversi alloggi
per i colonelli, quello di Churchill è arredato con moquette e ha
un letto incredibilmente piccolo (misura standard, ma ricordiamo
che era alto 1,67), nella sua stanza sono presenti diversi
posaceneri, ovviamente, e una enorme cartina difronte al letto
raffigurante la situazione di possibili attacchi delle coste
inglesi. Era solito passare in questa stanza tre o quattro notti a
settimana, da abitudine il Primo Ministro si alzava tardi facendo
colazione con Whisky e acqua e restava a leggere e telefonare nel
letto fino all’ora di pranzo ma poi lavorava fino a tarda ora. In
questa stanza, dalla sua scrivania teneva i discorsi alla nazione,
come quello presente nella pellicola in diretta nazionale. L’ultimo
posto da visitare è in realtà una porta, vi era un unico bagno con
acqua corrente li sotto, riservato ovviamente solamente a
Churchill, ma si scoprì dopo la guerra che in realtà al suo interno
si nascondeva un telefono transatlantico che lo metteva in linea
diretta con l’allora presidente degli Stati Uniti d’America,
Franklin Delano Roosevelt, come si vede in una scena del film. Il
telefono era collegato ad uno degli impianti più all’avanguardia,
considerata l’epoca, situato sotto i magazzini Selfridges di Oxford
Street.
Innumerevoli cose ci sarebbero da
raccontare su questo straordinario personaggio, così controverso e
così stoico che ha guidato una nazione verso la vittoria solo e
determinato al non accettare la sconfitta, vizioso, burbero e
terribilmente elitario, per usare una delle sue frasi: “Il successo
non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio
di continuare che conta.”
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L’Ora Più Buia
racconta le sfumature che hanno caratterizzato il personaggio prima
dell’uomo, l’astuto leader di potere e il fragile coniuge e padre
di famiglia. Nei contenuti speciali del DVD e Blu-Ray troviamo
un’intervista in cui lo straordinario Gary Oldman racconta come
diventare Churchill e il commento al film da parte del regista Joe
Wright. Vi ricordiamo che è disponile dall’9 maggio distribuito da
Universal Picture Home Entertainment Italia.
La 20th Century Fox ha annunciato che il reboot dei Fantastici
Quattro uscirà il 6 Marzo 2015 per la regia di Josh Trank
(Chronicle), su una sceneggiatura scritta da Michael Green e
Jeremy Slater.
Ghostbuster 3 si
farà, parola di Dan Aykroyd. L’attore ha infatti dichiarato al The
Dennis Miller Show che il film ha un buon copione, già pronto, e
che le riprese inizieranno nella prossima primavera. Poco importa
se Bill Murray deciderà di partecipare o no!
“L’idea alla base del franchise è
molto più ampia di ogni ruolo individuale e la premessa di
Ghostbusters 3 è che consegnamo l’equipaggiamento a nuove leve.”
Nella storia infatti i nostri sono troppo vecchi per continuare la
loro caccia ai fantasmi infestanti, per cui decidono di passare la
palla ad acchiappafantasmi più giovani. Le new entry saranno tre
uomini e una donna, ma nulla si sa ancora del casting
ufficiale.
Presentati alle Giornate
professionali del cinema di Sorrento i listini ufficiali di
Universal e 20th Century Fox. Buone notizie per i fan della
Marvel!
Tokyo, 2021. Un fiocco blu tra i bei
capelli neri e ricci. Due giovani braccia alzate reggono 145 chili.
Le urla di commozione, i sorrisi e le lacrime di gioia.
Tutta la forza e il dolore di una giovane atleta.
Questa è l’avvincente ed entusiasmante storia di Neisi
Patricia Dajomes Barrera, la prima donna dell’Ecuador a
vincere una medaglia d’oro olimpica nel sollevamento pesi.
Vincitore del Premio
IILA – Cinema 2024 (dell’Organizzazione
Internazionale Italo-Latino Americana) come Miglior
Documentario, Neisi: La fuerza de un sueño è il
toccante docufilm del regista Daniel Yépez Brito
(7 Muros, Ovejas, La rebelión de la
memoria) dedicato alla coraggiosa e straordinaria atleta
ecuadoriana Neisi Barrera,
divenuta in pochi anni orgoglio per la sua nazione e grande esempio
per tutte le giovani atlete. La pellicola, prodotta da Irina López
Eldredge e Retrogusto Films, è stato presentata in
anteprima italiana lo scorso 16 maggio 2024 al Cinema Barberini di
Roma in occasione della 17ª edizione de La Nueva Ola –
Festival del Cinema Spagnolo e Latinoamericano.
Neisi: la forza inarrestabile di una
combattente
In Neisi: La fuerza de un
sueño, tra continui flashback, testimonianze, interviste e
filmati privati, il regista guida il pubblico in un viaggio
coinvolgente che esplora e celebra la straordinaria storia
di Neisi Dajomes. Il film offre uno sguardo attento e delicato
sulla vita di questa giovane atleta, figlia di rifugiati
colombiani, partendo dalle sue umili origini nella povera cittadina
ecuadoriana di Shell. Qui, insieme ai suoi fratelli, Neisi ha mosso
i primi passi nel mondo del sollevamento pesi, coltivando il suo
talento e affrontando le sfide della vita con notevole
determinazione e passione.
Daniel Yépez e
Irina López riescono, in soli 90
minuti, a portare sullo schermo i momenti che più
hanno segnato la vita di Neisi. Non solo i ricordi gioiosi
in famiglia, le prime conquiste e la passione per questo sport, ma
anche il dolore, le sconfitte e i sacrifici. Il
documentario si sofferma in particolare su due tragici eventi che
hanno stravolto la sua vita: la perdita prematura del fratello
maggiore Javier e, poco dopo, quella della madre. Questi lutti
familiari, nonostante la grande sofferenza e il vuoto lasciato,
hanno plasmato la sua forza interiore e dato nuova linfa alla sua
tenacia e perseveranza.
Neisi ha combattuto con tutta se
stessa per poter dedicare una medaglia d’oro alle persone che ha
amato, soprattutto a quelle che non erano più con lei. Questo
profondo atto d’amore l’ha resa un vero e proprio esempio
di resilienza e di forza femminile, non solo per il suo
Paese ma per tutto il mondo sportivo.
“Grazie guerriera, grazie
donna d’oro!”
Neisi: La fuerza de un
sueñova ben oltre il semplice testimoniare la
formazione sportiva e la scalata al successo di una giovane
atleta. Il documentario di Daniel Yépez e Irina López –
nonostante tratti uno sport ancora poco conosciuto e apprezzato –
riesce, con estrema autenticità, delicatezza e
rispetto, a far ripercorrere allo spettatore il climax di
emozioni vissuto dalla protagonista: dal dramma della competizione
ai Giochi Panamericani di Toronto 2015, dove Neisi ha subito uno
svenimento e un attacco epilettico, proseguendo per la sua
difficile vita familiare, le sfide e le rinunce imposte da questa
disciplina, fino all’incoronamento del suo grande sogno.
Al di là del possibile disinteresse
per questa disciplina sportiva e del ritmo a tratti troppo lento e
riflessivo, il film intrattiene piacevolmente il
pubblico narrando una storia tanto drammatica quanto
intensa e affascinante, un’ispirazione per tutte le
bambine del mondo.Neisi: La fuerza de un sueño è
la celebrazione di un sogno, un vero “viaggio
eroico” e umano in cui Neisi brilla più di
qualsiasi medaglia olimpica.
Quella del remake di
Linea Mortale, film del 1990 firmato da
Joel Schumacker è un’idea che circola ormai da un
paio d’anni: il progetto sembra ora aver preso nuovo slancio, con
la scelta del regista: a dirigerlo sarà il danese Neil
Arden Oplev, giunto alla notorietà internazionale grazie a
Uomini che odiano le donne.
L’originale vedeva protagonista un
manipolo di ‘giovani speranze’ della Hollywood del tempo
– Julia Roberts, Kiefer
Sutherland, Kevin Bacon, William
Baldwin e Oliver Platt – nel ruolo di un
gruppo di studenti di medicina con pochi scrupoli intenti ad
indagare sul confine tra la vita e la morte.
Oplev ha recentemente lavorato alla
trasposizione televisiva del romanzo The
Dome di Stephen
King e Dead Man
Down, con Colin Farrell e Noomi Rapace, da lui diretta proprio
nell’adattamento del primo romanzo della trilogia di
Millennium.
In seguito alle ultime
dichiarazioni di Neill Blomkamp a proposito del
quinto capitolo della saga di Alien, erano in molti a temere per la
continuità narrativa del franchise, considerando che il regista di
District 9, Elysium e del prossimo Humandroid
aveva rivelato di voler realizzare un film che fosse il
“fratello genetico” di Aliens Scontro finale,
ignorando così Alien 3 e Alien La Clonazione.
Adesso, però, è lo stesso Blomkamp a chiarire le cose, dichiarando
che non ignorerà quanto accaduto nella seconda parte del noto
franchise di fantascienza:
“Non sto cercando di cancellare
quanto accaduto in Alien 3 o in Alien La Clonazione – ha detto
il regista al sito AlloCine – I miei preferiti sono i primi due
film. Voglio fare un film che sia collegato ad Alien e ad Aliens
Scontro finale. Questo è il mio obiettivo”.
Alien 3,
che ha segnato il debutto alla regia di Fincher, e
Alien: La clonazione, per la regia di
Jean-Pierre Jeunet da una sceneggiatura di
Joss Whedon, non sono generalmente ben considerati
dai fan del franchise sci-fi. Alien
(1979) fu diretto da Ridley Scott, mentre James Cameron prese le redini e
diresse Aliens – Scontro finale (1986).
Staremo a vedere se Neil Blomkamp riuscirà a
portare in auge una delle saghe più amate della storia del cinema.
Ricordiamo che Sigourney Weaver tornerà nei panni
dell’iconica Ellen Ripley.
Neill Blomkamp,
meglio conosciuto per il suo lungometraggio d’esordio
District 9, ha girato segretamente un film horror
soprannaturale in Canada, durante la pandemia. Dopo il grande
successo di
District 9, che ottenne anche quattro candidature agli
Oscar (incluso miglior film), la carriera di Blomkamp è stata
caratterizzata da una serie di insuccessi.
Ad oggi, il regista ha diretto
soltanto altri due lungometraggi, Elysium con
Matt Damon, e Humandroid con
Hugh Jackman, entrambi stroncati dalla critica. In particolare,
il regista non ha mai nascosto che il fallimento di
Humandroid è stato “incredibilmente
doloroso”: proprio per questo, dal 2016 Blomkamp si è dedicato
esclusivamente alla produzione di una serie di cortometraggi
attraverso la sua società, Oats Studios, nonostante abbia
continuato a lavorare ad altri progetti sci-fi (incluso un quinto
capitolo della saga di Alien mai realizzato).
Ora, sembra che il regista abbia
spezzato la catena e sia tornato in attività, con
Deadline che riferisce che Neill Blomkamp ha
girato un film horror soprannaturale, in gran segreto, durante la
pandemia. Blomkamp ha girato il film in Canada, durante la scorsa
estate, dopo che il suo prossimo lungometraggio, The Inferno, è stato ufficialmente posticipato al
2021. The Inferno sarà un thriller d’azione ad alto budget
interpretato da Taylor Kitsch, mentre questo nuovo film è
stato realizzato con un budget inferiore, consentendo a Blomkamp a
mostrare le sue rinomate capacità nel campo degli effetti
visivi.
Non c’è dubbio che Blomkamp abbia un
approccio visivo unico ai suoi film: se è riuscito a combinarlo con
un’entusiasmante storia di genere, allora è probabile che questo
nuovo titolo sarà un enorme successo. Al momento non ci sono
ulteriori dettagli sul progetto: in molti si chiedono se anche
questa volta è stato coinvolto Sharlto Copley,
attore feticcio del regista, apparso non solo in tutti e tre i suoi
lungometraggi, ma anche in uno dei cortometraggi prodotti da Oats
Studios.