
Dopo Whip it! del 2009, mai uscito in Italia, Drew Barrymore rivela il titolo del suo secondo film da regista. Dopo aver lavorato con Ellen Page, Drew si occuperà dell’adattamento del romanzo How to Be Single di Liz Tuccillo.

Dopo Whip it! del 2009, mai uscito in Italia, Drew Barrymore rivela il titolo del suo secondo film da regista. Dopo aver lavorato con Ellen Page, Drew si occuperà dell’adattamento del romanzo How to Be Single di Liz Tuccillo.
Prime Video ha svelato oggi il trailer de Il secondo miglior ospedale della galassia, la serie di animazione sci-fi Original in arrivo in esclusiva dal 23 febbraio. Prodotta da Amazon MGM Studios, Il secondo miglior ospedale della galassia riflette con attenzione su tematiche poco approfondite come la salute mentale, la transidentità, le non monogamie etiche e le problematiche che si celano dietro le infezioni sessualmente trasmissibili.
Grande attenzione anche al cast: nella versione italiana della serie la voce dell’ambiziosa e amorevole Klak è quella di Marta Filippi; quella dellǝ chirurgǝ di successo Azel è di Vladimir Luxuria; ed è invece Ariete (Arianna Del Ghiaccio) che doppia lǝ insicurǝ tirocinante Ovu.
Il secondo miglior ospedale della galassia narra le vicende di personaggɜ trans* non binary ed è per questo che per la prima volta in Italia, grazie all’aiuto dellǝ consulente Isabella Borrelli, si è deciso di utilizzare la schwa (ǝ nella forma singolare, ɜ nella forma plurale) sia nella forma parlata che in quella scritta essendo la soluzione più diffusa tra le persone trans* non binarie, genderqueer e genderfluid per parlare del sé. Per massimizzare l’esperienza del pubblico e permettergli di familiarizzare meglio con questa formula, sono stati aggiunti dei sottotitoli “rafforzativi” in corrispondenza delle battute di dialogo che contengono le schwa.
Ambientato nell’anno 14002, Il secondo miglior ospedale della galassia racconta le vicende di Sleech e Klak – aliene, migliori amiche e chirurghe di fama intergalattica – mentre affrontano nello spazio la loro guerra contro i parassiti che si nutrono di ansia, loop temporali illegali e malattie sessualmente trasmissibili. Sleech e Klak decidono di affrontare questo caso straordinario mettendo a rischio la loro carriera e la loro stessa esistenza… anche se, considerando la loro triste vita personale, l’oblio potrebbe essere la soluzione migliore. La serie in 8 episodi debutterà su Prime Video dal 23 febbraio.
Dopo solo alcuni mesi dalla seconda stagione, arriva su Netflix il terzo, e sembrerebbe ultimo, capitolo della serie turca Il Sarto. La storia ha avuto il suo debutto il 2 maggio scorso con i suoi primi sette episodi, per poi continuare il 28 luglio con una seconda stagione. Il sarto 3 è invece formato da altri 8 episodi, la cui lunghezza è di circa 40 minuti l’uno. Il cast, diretto dal regista Cem Karcı, è formato da figure note prevalentemente nel panorama cinematografico nazionale. Çağatay Ulusoy interpreta il protagonista Peyami Dokumaci, mentre Şifanur Gül è nel ruolo di Esvet e Salih Bademci è nei panni di Dimitri.
Le vicende di tutta la serie Il sarto ruotano attorno alle tre figure di Peyami, stilista e sarto di alta moda, Dimitri, ricco giovane la cui famiglia detiene la società per cui Peyami lavora, ed Esvet (nota nella prima stagione sotto il falso nome di Firuse), moglie di Dimitri ma innamorata di Peyami. Mentre la seconda stagione è più incentrata sul giovane sarto e della sua rinascita dopo un periodo di lutti e dolore, insieme all’entrata in scena di alcune figure chiave come Kiraz, la terza stagione si concentra maggiormente sull’amore impossibile tra Esvet e Peyami. Per quanto la giovane provi a respingere il suo innamorato a favore del marito, i sentimenti non accennano a svanire.
La terza stagione si apre con il ritorno di Peyami da un lungo viaggio di lavoro presso i grandi atelier del suo brand nel mondo. Tornato a Istanbul, scopre che Dimitri ed Esvet partiranno a giorni per New York per stabilirsi li per sempre. Mustafa e Kiraz riusciranno a trattenere con una scusa la coppia qualche giorno in più, dando a Peyami la possibilità di dimostrare un’ultima volta il suo amore ad Esvet ed a convincerla a scegliere lui, contrastando l’ira di Dimitri.
Fin dal primo episodio della nuova stagione de Il sarto, la storia d’amore impossibile tra Esvet e Peyami viene presentata come una fiaba. Lo stilista, infatti, di ritorno dal suo lungo viaggio, porta con sé un dono che gli è stato fatto: si tratta di un imponente orologio a pendolo. La leggenda narra che questo appartenesse ad una duchessa, innamorata di un uomo ma promessa in sposa ad un altro e che il pendolo avrebbe continuato ad oscillare fin quanto il loro amore impossibile sarebbe stato vivo.
Il paragone con Esvet e Peyami è ovvio ed infatti l’orologio viene mostrato anche a seguire in momenti importanti per il loro rapporto: nel momento in cui i due si rivedono, quando Esvet sta partendo con Dimitri per l’America. Il parallelismo con altre storie viene mantenuto anche nel volgersi verso la fine delle vicende, nel settimo episodio: il paragone in questo caso viene fatto con il tradimento di Giuda a Gesù.
Dimitri è una figura focale ne Il sarto: presentato come un uomo violento, eccentrico e possessivo, con il susseguirsi degli episodi risulterà essere molto di più. Si scoprirà, infatti, quanto molta della cattiveria di Dimitri dipenda dall’opprimente rapporto con il padre Ari. Quest’ultimo tratta da sempre il proprio figlio in maniera troppo dura, ottenendo in risposta solamente disprezzo e ribellione da parte di Dimitri fin dall’infanzia.
Da adulto però, egli è fortemente influenzato dal comportamento paterno, tanto da interiorizzare parte di quell’odio e sprigionarlo in possessività e violenza domestica contro Esvet all’inizio. In questa terza stagione vediamo all’inizio un Dimitri più tranquillo, che cerca di ottenere amore dalla propria moglie; questo stato d’animo si modifica con l’insinuarsi nuovamente di dubbi su una relazione tra Esvet e Peyami, insinuatigli proprio dal padre.
Se in questa stagione, soprattutto negli ultimi episodi, si può notare una crescita di Dimitri, lo stesso non si può dire di Peyami ed Esvet. Questi, infatti, hanno dimostrato un certo carattere rispettivamente nella seconda e prima stagione: Peyami ha il coraggio di scrollarsi ogni dolore e ripartire, mentre all’inizio della serie Esvet dimostra grande coraggio nel prendere la propria vita in mano e cercare di fuggire da Dimitri prima del matrimonio.
In questa terza stagione invece Peyami non riesce neanche a trovare il coraggio di affrontare il suo più caro amico rivelandogli i sentimenti ricambiati che provava per la moglie: cosa che comunque aveva già confessato nella precedente stagione. Esvet, dopo essersi rassegnata al matrimonio con Dimitri, sembra essersi abbandonata agli avvenimenti, ed aspetta soltanto di essere salvata da Peyami, a riprova del forte sentimento d’amore che caratterizza tutta la nuova stagione.
In un fondersi di suspense ed intrighi, Il sarto ( titolo originale Terzi) è la nuova serie tv turca distribuita da Netflix. Creata da Rana Mamatlıoğlu e Bekir Baran Sıtkı e prodotta da Onur Guvenatam e dalla OGM Pictures, Il sarto è formata al momento da una sola stagione di sette episodi, da circa trenta minuti l’uno. Nel cast ritroviamo figure più note nel panorama cinematografico nazionale: Cagatay Ulusoy (The protector) interpreta il protagonista Peyami Dokumaci, mentre l’attrice turca Şifanur Gül qui è nel ruolo di Esvet/Firuse. Salih Bademci è nei panni di Dimitri, amico di vecchia data di Peyami e promesso sposo di Esvet.
Peyami Dokumaci è uno stilista di alta moda, proveniente da una ricca famiglia dell’alta società turca. Il suo genio artistico lo porta a creare abiti bellissimi, tra cui un semplice e delicato abito da sposa. Questo è stato creato da Peyami appositamente per la futura sposa del suo unico amico Dimitri, Esvet; per via di un’antica tradizione turca, nessun uomo dovrebbe vedere una donna con l’abito da sposa indosso prima del matrimonio, quindi il sarto non ha mai visto la sposa e, grazie al suo talento, è riuscito a prendere le misure bendato.
L’attesa del matrimonio non è, però, un periodo felice per Esvet: essendo Dimitri un uomo violento e possessivo, lei sa che legarsi a lui in matrimonio significa sopportare i soprusi e le aggressioni che già vive per tutta la vita. Contro il volere dei genitori, favorevoli all’unione per motivi economici, la ragazza scappa: cambia nome e si presenta a casa di Peyami, proponendosi come nuova badante per il padre disabile e con ritardi del sarto. Quest’ultimo, non avendola mai realmente vista, non la riconosce.
Mentre Dimitri, folle di ira, cercherà in goni modo di ritrovare la sua futura sposa, gli intrighi che si nascondono dietro il matrimonio dei due verranno allo scoperto e non mancheranno gli scontri.
Il sarto risulta essere una serie alquanto breve, e quindi abbastanza scorrevole da seguire. Tutta la trama è sviluppata attorno a diversi colpi di scena che chiudono i vari episodi, rendendola mai noiosa per lo spettatore. Ad ogni modo alcuni di questi risvolti nell’avanzare delle vicende possono risultare un po’ prevedibili o già visti, ma non per questo meno interessanti.
Un personaggio interessante attorno a cui ruotano parte delle vicende è Mustafa, il padre di Peyami. Si vede in alcuni flashback come il sarto di vergognasse del padre fin da bambino, tanto poi da nasconderlo, dicendo a tutti, anche all’amico d’infanzia Dimitri, che suo padre era morto. Mustafa viene respinto dal proprio figlio e dalla propria madre e trattato come fosse un pazzo. In realtà, Mustafa non è altro che un uomo con la testa di un bambino, di conseguenza è puro ed innocente in quello che fa, e non dovrebbe essere tenuto in catene. La stessa Esvet si affeziona a lui, difendendolo dall’ira di Peyami e dal freddo disinteresse della madre.
Il sarto presenta degli intrighi complessi che riguardano specialmente i motivi reali che si nascondono dietro al matrimonio tra Esvet e Dimitri, formalmente cugini. Senza fare alcuno spoiler sulle vicende, ci si limita a dire che questi sotterfugi e segreti del passato che vedono come protagonisti i genitori di Dimitri non vengono presentati allo spettatore in maniera troppo chiara e distesa.
Il sarto si struttura anche attorno alla contrapposizione tra Peyami e Dimitri. Mentre il sarto è figurato come una figura buona, con un passato triste e difficile, Dimitri è dipinto come un vero e proprio villain. Quest’ultimo ha infatti fin da piccolo un rapporto contrastante con il padre, il quale lo cresce con la visione tossica dell’uomo che deve essere forte e virile. Dimitri diviene quindi un uomo forte, ma violento: vive la sua relazione con Esvet in maniera aggressiva, cercando di controllarla e dominarla. Ciò che prova per la sua promessa sposa non è amore, ma semplice possessività. Dimitri cerca continuamente di ribellarsi contro il padre e di sminuire ed attaccare i genitori di Esvet, specialmente il padre della sposa Faruk.
Tra Dimitri, villain perfetto, e Peyami, uomo buono e guidato da più solidi principi, non può che instaurarsi un conflitto, che culminerà in un faccia a faccia finale.
Nell’ultimo periodo, le serie tv provenienti dalla Turchia hanno raggiunto un incredibile successo. Prima erano i palinstesti Mediaset a ospitarle nei pomeriggi d’estate o nelle serate d’autunno, ma adesso anche Netflix e Disney+ stanno allargando la loro offerta proponendo show di questo stampo. Fra gli ultimi prodotti vi è Il Sarto, dramma turco della piattaforma con la N rossa arrivato già alla sua seconda stagione. La narrazione de Il Sarto 2 riprende tutti gli eventi lasciati in sospeso nell’ultima puntata della prima statione, conclusasi con un interessante cliffhanger, e torna seguire le storie di Peyami (Cagatay Ulusoy), Esvet (Sifanur Gul) e Dimitri (Salih Bademci). Ciò che gli spettatori desideravano sapere in questo nuovo ciclo di episodi riguardava la discendenza del protagonista, oltre a capire in che direzione sarebbe andato il triangolo amoroso. Cerchiamo dunque di comprendere cosa è successo con la spiegazione del finale.

Nel finale de Il Sarto 2, Peyami inizia a riprendere il controllo di sé e della sua situazione critica. Merito è in particolare di Kiraz, che riesce a motivarlo trovando il tessuto appartenente a suo nonno, incoraggiandolo così dedicarsi al suo mestiere di sarto al quale è sempre stato legato. Ma il benessere di Peyami è destinato a durare poco: ciò che minaccia il suo equilibrio è Esvet, la quale rivela che Kamru è davvero sua madre (questa è stata una delle storie cardine della prima stagione). Osman decide così di organizzare un incontro improvviso tra Peyami e Kiraz (vero nome di sua madre) affinché possano parlarsi e risolvere i loro problemi. All’inizio però Peyami si infuria con lei per averlo abbandonato, ma Osman riesce a convincerlo ad ascoltare la versione di Kiraz. Quest’ultima ammette di essere stata codarda con lui e, sorprendentemente, rivela che il suo amore nei confronti di Mustafa era vero e sincero. Kiraz a quel punto racconta anche che all’epoca era stata venduta alla sua famiglia per essere la badante di Mustafa, venendo in seguito costretta a sposarlo. La nonna di Peyami, Sülün, voleva che Kiraz avesse un figlio da Mustafa, ma non essendo andata a buon fine la cosa venne cacciata di casa. Solo dopo, Kiraz aveva scoperto di essere incinta. Peyami così riesce finalmente a sapere la verità sulla sua discendenza e risolve il suo problema dell’essere stato abbandonato.

Ne Il Sarto 2 assistiamo a due momenti cruciali nella vita di Peyami, entrambi causa del suo malessere. Il primo è la separazione da Esvet, il secondo è la morte della nonna. Ciò che può risollevarlo da quello stato di degrado è risanare le vecchie ferite. Di conseguenza, la seconda stagione pone lentamente le basi per una riconciliazione di Peyami con il suo passato: nel finale, Peyami decide di organizzare una sfilata di moda per annunciare il suo ritorno, per dimostrare che i suoi detrattori si sbagliano. Tuttavia, il vero motivo della sfilata è esprimere la sua gratitudine al padre e riappacificarsi con lui. Il sarto riconosce poi che le sue mancanze e i maltrattamenti subiti da Mustafa hanno influito sul loro rapporto e sulla sua vita, e che fra le ragioni dei suoi problemi emotivi vi era la sua incapacità di accettare la condizione del padre, che si legava a doppio giro con l’abbandono della madre. Nelle battute finali, Peyami porta Mustafa sul palcoscenico, mostrando in quel modo a tutti chi è suo padre. Quello è in fondo un momento simbolico, in cui Peyami dichiara indirettamente di non vergognarsi più del genitore. Non solo: riunisce anche Mustafa con Kiraz, completando la riunione di famiglia. A differenza della prima stagione, la seconda si conclude con una nota ottimistica e luminosa per Peyami, che vede finalmente risolto il mistero della sua discendenza.

Il triangolo amoroso tra Peyami, Esvet e Dimitri rimane la colonna portante de Il Sarto e continua anche nella seconda stagione. Fra i tre, però, le cose diventano più complicate del solito a causa del matrimonio di Esvet con Dimitri, soprattutto perché la donna sa che Peyami la ama ma non ha il coraggio di parlarne. Inoltre, Dimitri percepisce la tensione che c’è fra i due, che deriva anche dall’essere consapevole delle loro dinamiche sentimentali. Ma a rendere le cose ancora più complesse di quanto già non siano è l’arrivo di Cemre, poiché si dimostra nel corso degli eventi degna di essere la compagna di Peyami. In definitiva, la seconda stagione si conclude senza risolvere adeguatamente il triangolo amoroso, che costituisce metà del conflitto della storia.
“Umami”, oltre a essere il titolo originale del nuovo film diretto da Slony Sow, è un termine giapponese usato per denominare il quinto elemento del gusto: dolce, salato, aspro, amaro e, infine, umami. Ed è proprio in Giappone, alla ricerca di questo insolito elemento che ci porterà WANTED CINEMA con il film Il sapore della felicità. Protagonista di questo viaggio culinario è un grande chef stellato francese, interpretato da Gérard Depardieu. Quando la sua salute e la sua vita familiare iniziano a sgretolarsi, il noto chef di fama mondiale decide di recarsi in Giappone alla ricerca dell’uomo che 40 anni prima lo aveva battuto in una gara di cucina. Il viaggio culturale e culinario tra i sapori del Giappone, lo costringerà a riflettere su se stesso e a fare un bilancio della sua vita.
Prodotto in Francia, diretto da Slony Sow (Grenouille d’Hiver) e interpretato da Gérard Depardieu, Kyozo Nagatsuka, Sandrine Bonnaire, Pierre Richard e Bastien Bouillon (recentemente vincitore del César come miglior esordiente per La Nuit du 12), dopo aver aperto il Festival internazionale del film di Friburgo 2023, Il sapore della felicità sarà disponibile da luglio in anteprima nelle arene estive e dal 31 agosto nei cinema italiani.
Dopo aver sfiorato la morte, lo chef migliore di Francia (Gérard Depardieu) si lancia alla ricerca del sapore massimo che ha confuso la sua vita dal momento in cui fu battuto, da giovane, da una scodella di noodles di un cuoco giapponese. Ambientato tra Francia e Giappone, Il sapore della felicità è una gustosa avventura culinaria!
Il sapore della felicità è il secondo lungometraggio di Slony Sow – titolo originale, Umami. Arriva dopo una serie di corti e la buona accoglienza ricevuta nel 2015 dal precedente film, Parisiennes. Di questo nuovo lavoro Sow cura la regia, la sceneggiatura, il montaggio e la produzione. Sceglie poi di affidarsi a una coppia di attori coi quali ha già lavorato. Gérard Depardieu ed Eriko Takeda erano infatti stati protagonisti nel 2011 del corto Genouille d’Hiver. L’attrice ha interpretato anche Parisiennes.
Gabriel Carvin, Gérard Depardieu, è un famosissimo chef francese, che ha appena ricevuto la sua terza stella. Il riconoscimento dovrebbe renderlo felicissimo, ma lui non riesce ad esserlo. Alle soglie della pensione, sente che alla sua esistenza manca più di qualcosa. Amante dei piaceri della vita e del suo lavoro, ha sempre dato il massimo in cucina. La salute, il matrimonio e i rapporti familiari ne hanno risentito. Sua moglie, Sandrine Bonnaire, frequenta un altro uomo. Il suo rapporto coi figli è quasi inesistente. Jean, Bastien Bouillon, lavora al ristorante con il padre, ma i rapporti tra i due sono tesi. Il figlio minore, Nino, Rod Paradot, non ha ancora deciso cosa fare del suo futuro. Quando Gabriel rischia la morte, decide di rimettere ordine nella sua vita. Così, inizia a cercare l’origine del suo malessere. Sembra trovarla in un concorso culinario in cui, tanti anni prima, un cuoco giapponese gli soffiò il podio con una zuppa di noodles dal gusto inconfondibile quanto misterioso. Alla ricerca di questo sapore, Gabriel viaggia verso il Giappone. Lì lo attendono incontri e scoperte umane e culinarie che lasceranno il segno.
Se Parisiennes raccontava il viaggio dal Giappone alla Francia di una giovane scrittrice, si può dire che Il sapore della felicità rappresenti in un certo senso un ritorno dalla Francia verso il Giappone. Mentre il tema della scoperta di sé è una costante di entrambi i lavori. Sow si trova dunque particolarmente a suo agio nel muoversi tra questi due mondi, apparentemente così diversi, distanti non solo geograficamente. Eppure, sembra dire il regista, l’umanità è tale a tutte le latitudini, e pertanto mostra inaspettate affinità. Visivamente. il Giappone del film non è certo quello inatteso e nascosto. Corrisponde piuttosto a un immaginario occidentale. Umanamente, però, si cerca di fare un lavoro che vada oltre i cliché e approfondisca il lato umano. Il che riesce al regista. Occorre dunque riconoscere a Sow la capacità di creare un efficace mix Francia – Giappone. Il montaggio da lui curato, li alterna senza confondere lo spettatore. Altrettanto ben orchestrato l’intreccio tra le vicende della famiglia francese e di quella giapponese. Tutto si compone agilmente.

La metafora portante del film è quella dell’umami. Gabriel cerca il segreto di questo cosiddetto quinto gusto, presente nella cucina giapponese, che rende alcuni piatti particolarmente appetitosi. Capendo in cosa consista veramente e facendo un viaggio anche umano, il protagonista verrà illuminato sulla propria vita e su quale sia l’ingrediente che le manca per essere davvero soddisfacente. Senza dubbio eccentrica e originale, la metafora inizialmente può sembrare poco calzante, ma al contrario si rivela efficace.
Immaginare come protagonista di un film uno chef stellato francese bisbetico non è forse di grande originalità e può rientrare in uno stereotipo, ma quando lo si fa interpretare a un attore come Gérard Depardieu, nulla è scontato. Depardieu è perfetto per il ruolo di Gabriel, un uomo che ha bisogno di ritrovare sé stesso dopo aver rischiato di morire. Il protagonista si accorge di ciò che ha trascurato e di quanto non ha realizzato. Al di fuori del lavoro, Gabriel non ha soddisfazioni, a parte il cibo e l’alcol. È un uomo disfatto. Depardieu lo interpreta con maestria, non senza un’intelligente tocco autoironico. L’attore francese si esprime al meglio anche solo con gli strani versi che spesso produce a commento di ciò che gli accade. Il suo mugugnare è più espressivo di tante parole. Bravi anche gli altri interpreti del cast: da Kyozo Nagatsuka, il rivale giapponese di Gabriel, a sua nipote, interpretata da Eriko Takeda, a Rod Paradot, nei panni di Nino, fino a Pierre Richard, il migliore amico di Gabriel. Da notare poi alcune caratterizzazioni particolari, all’interno del cast giapponese.
Il sapore della felicità è una commedia di intrattenimento godibile, con metafora culinaria la si potrebbe definire gustosa. Adatta, certo, per chi ama i film ambientati nel mondo della ristorazione. Tuttavia, affronta anche temi seri, come revenge porn e depressione. Vi è una critica all’eccessivo peso che oggi si dà alla rete e ai social nella vita quotidiana, al ruolo degli influencer, che acquisiscono sempre più spazio ed importanza. Ha un finale a sorpresa, che non piacerà a tutti e potrà lasciare con l’amaro in bocca, soprattutto i più romantici. Distribuito da Wanted Cinema, Il sapore della felicità arriverà nelle sale italiane dal 31 agosto.

A partire dal 2012 l’attore Bradley Cooper ha vissuto un periodo particolarmente fortunato, che lo ha visto protagonista di film come Il lato positivo, American Hustle e American Sniper. Un altro film dove ha potuto sfoggiare tutto il suo talento è stato Il sapore del successo (qui la recensione), incentrato sul mondo degli chef stellati e della loro gustosa attività. Uscito in sala nel 2015, il titolo in questione è stato diretto da John Wells, reduce dal successo di I segreti di Osage County, e scritto da Steven Knight, sceneggiatore di film come La promessa dell’assassino e Locke. Ad arricchirlo vi è poi un cast corale di grandi interpreti internazionali.
Inizialmente intitolato Chef, il film venne poi rinominato per non generare confusione con Chef – La ricetta perfetta, realizzato in quello stesso periodo da Jon Favreau. Girato prevalentemente a Londra, Il sapore del successo si distingue però dagli altri film sul mondo della cucina per il suo desiderio di mettere in scena desideri e frustrazioni del personaggio protagonista, uno chef celebre quanto una rockstar, inserito in un contesto dove la competizione è sempre ai massimi livelli e non esistono momenti di pausa. Per garantire la realisticità dell’ambiente, sono inoltre stati assunti alcuni dei cuochi più celebri al mondo, i quali attraverso la loro consulenza hanno garantito il corretto svolgimento della vita in cucina.
Costato circa 20 milioni di dollari, il film mancò di ottenere un particolare favore di critica e pubblico, ma ciò non toglie al suo fascino. Il poter vedere tanti attori noti riuniti in un’opera tanto ricca di passioni e tensione non è un’occasione da lasciarsi sfuggire. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alle frasi più belle. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.
Protagonista del film è il celebre chef Adam Jones, il quale vanta una gloriosa carriera nell’arte culinaria, tanto da arrivare anche a vincere ben due prestigiose stele Michelin. Da sempre a caccia dell’ambita terza stella, Jones si trova però a perdere tutto ciò che ha costruito con fatica a causa del suo abuso di droghe e del suo carattere presuntuoso. Nel desiderio di disintossicarsi e recuperare la propria fama, egli capirà di avere bisogno di una squadra di cui potersi fidare e che si fidi di lui. Insieme a questa cercherà di dar vita al miglior ristorante di sempre, ma il passato è sempre in agguato, e ricadere nei propri vizi è quanto mai facile.

Ad interpretare il personaggio di Adam Jones, come accennato, vi è il pluricandidato all’Oscar Bradley Cooper. Questi, noto per la sua dedizione ai ruoli interpretati, si è cimentato a lungo nell’addestramento tipico degli chef, venendo affiancato da note personalità del settore. Imparò così tanto a cucinare quanto a gestire al meglio i rituali da avere in cucina. Il suo modello di riferimento, però, specialmente per il carattere irascibile, è stato il noto Gordon Ramsay. Accanto a lui, nei panni della chef Helene vi è invece l’attrice Sienna Miller. Anche lei si sottopose, come tutto il cast, a lezioni intensive di cucina, e gli chef chiamati a tenere queste hanno poi indicato lei come la migliore tra tutti.
Daniel Brühl, noto per i film Rush e Bastardi senza gloria, veste qui i panni di Tony Belardi, vecchio amico di Jones. L’attore francese Omar Sy è qui lo chef Michel, mentre Henry Goodman è Conti. Nei panni di un altro dei membri della squadra di Jones si ritrova anche Max, interpretato dal noto attore italiano Riccardo Scamarcio. Questi ha in seguito raccontato di aver lavorato a stretto contatto con Cooper per dar vita a quel rapporto di competizione e rispetto che vige tra i loro personaggi. Al di fuori della cucina, la premio Oscar Emma Thompson è la psichiatra Rosshilde, che visita Jones, mentre Alicia Vikander è Anne Marie, ex fidanzata del protagonista. Uma Thurman, invece, è la severa critica culinaria Simone.
È possibile fruire di Il sapore del successo grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Google Play, Apple TV, Prime Video, Netflix, Now e Rai Play. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 12 luglio alle ore 21:25 sul canale Rai 1.
Qui di seguito si riportano invece alcune delle frasi più belle e significative pronunciate dai personaggi del film. Attraverso queste si potrà certamente comprendere meglio il tono del film, i suoi temi e le variegate personalità dei protagonisti. Ecco dunque le frasi più belle del film:
Fonte: IMDb
Guarda il trailer de Il Sapore del Successo (Burnt), il nuovo film che vede Bradley Cooper e Sienna Miller di nuovo insieme dopo American Sniper.
LEGGI LE NOSTRE INTERVISTE A BRADLEY COOPER E SIENNA MILLER
Adam Jones è un cuoco che ha distrutto la sua carriera facendo uso di droghe e comportamenti eccentrici. Decide di rimettersi in riga e tornare a Londra per riscattarsi guidando un ristorante di alto livello in grado di fargli guadagnare tre stelle Michelin.
Sceneggiato da Steven Knight (Locke), Burnt annovera nel cast anche Emma Thompson, Daniel Brühl (Il quinto potere, Rush), Jamie Dornan (50 Sfumature di Grigio), Alicia Vikander (Ex Machian, The Danish Girl), Uma Thurman e Lily James (Cenerentola).
Burnt va consumato fresco come un aperitivo in ottima- e caotica- compagnia, con la musica giusta in sottofondo, in una location suggestiva. Questa percezione restituisce il film di John Wells (già regista di I segreti di Osage County) ri-titolato in italiano Adam Jones – Il Sapore del Successo, banalizzando quella che in realtà non è una così scontata commedia ambientata tra i fornelli di un ristorante; mattatore sulla scena è Bradley Cooper nei panni dell’omonimo chef del titolo, un uomo che è riuscito a costruirsi un vero e proprio impero in cucina, un nome, una fama incrementata dal suo allure da bello e dannato tutto “genio e sregolatezza”, incline ai vizi facili dell’alcol, della droga e delle donne.
All’improvviso decide di lasciare tutto di punto in bianco e di ricominciare da zero: scappa da Parigi e comincia a pulire ostriche a New Orleans per tre anni consecutivi (durante i quali cerca di rimettersi in piedi e di rigare dritto) prima di fare di nuovo la sua comparsa a Londra, cercando di riunire i vecchi amici e di scovare nuovi, zelanti, collaboratori per realizzare un sogno: aprire un nuovo ristorante e conquistare la famosa terza stella Michelin.
A primo impatto il film sembra ricadere in una scontata banalità, coadiuvata da una trama lontana da qualunque tipo di guizzo d’originalità e da personaggi che non sono altro che ombre, macchiette bidimensionali che si muovono tra le vie di Londra e gli innumerevoli cliché del genere. Ma, colpo di scena: incredibilmente Il sapore del successo riesce a superare i suoi stessi limiti e a catturare l’attenzione dello spettatore fin dai primi minuti, immergendolo- letteralmente- nel flusso dei pensieri fitti e caotici dell’ambizioso chef, uomo in bilico tra i suoi numerosi desideri, pronto ad abbandonare il passato per abbracciare ciò che gli propone il futuro ma allo stesso tempo perseguitato da quegli spettri, da quel peso che ne influenza le azioni presenti, determinate dalle scelte compiute in altri tempi e in altri luoghi.
Affiancato da un pirotecnico cast di comprimari (anche loro, sempre in biblico tra personaggi e macchiette, ma in grado orchestrarsi armonicamente), Cooper diventa – letteralmente- il suo personaggio bidimensionale accollandosi il peso del film e duettando con spalle funzionali e taglienti, da Emma Thompson ad una convincente Sienna Miller fino ad un irresistibile Daniel Brühl nei panni del ricco maitre d’hotel Tony.
Pur non aggiungendo nulla di nuovo al ricco filone delle dramedy ambientate in cucina (tutte “quattro cuori e due fornelli”), questa pellicola convince per la forza e la persuasione del suo ritmo, per l’incessante percorso che segue fino alla fine senza perdere mai un colpo, senza annoiare lo spettatore risucchiandolo in inutili gorghi narrativi: è una graziosa gioia per gli occhi e per lo spirito, rinfrescante e leggera come uno Spritz in piena Estate.
Scoprite il film drammatico americano del 2015 Il sapore del successo (Burnt). Diretto da John Wells e scritto da Steven Knight, il film vanta un cast stellare: Bradley Cooper, Sienna Miller, Omar Sy e altri ancora. Distribuito il 30 ottobre 2015 da The Weinstein Company. Esplora le complessità della scena finale di Il sapore del successo (Burnt) e scopri la trama avvincente.
In Il sapore del successo (Burnt), lo chef Adam Jones, un tempo una star culinaria parigina con due stelle Michelin, cade in disgrazia a causa dell’abuso di sostanze stupefacenti, con conseguente perdita di lavoro e animosità. Deciso a reclamare il suo antico splendore, Adam si dirige a Londra, convincendo Tony, il maître d’hotel di Parigi, e il combattuto Michel a unirsi alla sua cucina in un nuovo hotel.
Nel corso della storia, il severo stile di leadership di Adam prepara il terreno per un ritorno, anticipando l’arrivo di potenziali recensori Michelin. Un momento cruciale si presenta quando due uomini, apparentemente recensori, cenano nel ristorante. Nonostante i precedenti insuccessi, Adam, malconcio ma resistente, prende il comando della cucina.
Il colpo di scena avviene quando si scopre che i presunti recensori non erano della Michelin. Il tradimento di Michel, che sabota un piatto con il pepe, sembra inizialmente catastrofico. Tuttavia, i veri recensori della Michelin non sono ancora arrivati. Michel esce di scena e Adam si adatta, adottando un approccio più compassionevole.
Nel momento culminante del film, appaiono finalmente gli autentici recensori Michelin. Adam, che ostenta sicurezza, permette alla sua cucina di mostrare la propria bravura. Lo scambio di sguardi tra Adam e Tony indica il loro successo: l’ambita terza stella Michelin è assicurata. Il film si conclude con un “pranzo di famiglia” celebrativo, che simboleggia il ritrovato stile di leadership di Adam e il trionfo della squadra.

Nel momento culminante di Il sapore del successo (Burnt), il momento atteso arriva con l’arrivo dei recensori della Michelin. Adam, che irradia sicurezza, si affida al suo abile staff di cucina, mostrando la fiducia che si è creata grazie alle esperienze condivise. Un significativo scambio di sguardi tra Adam e Tony segnala il compimento della loro missione: l’ambita terza stella Michelin. Il team festeggia con un “pasto di famiglia”, che simboleggia l’adozione da parte di Adam di uno stile di leadership collaborativo.
Adam Jones, un tempo chef di spicco a Parigi, perde la carriera e il ristorante a causa dell’uso di droghe e del suo comportamento irascibile. Dopo un periodo a New Orleans per superare la dipendenza, intraprende un viaggio a Londra, con l’obiettivo di riconquistare il successo e assicurarsi l’ambita terza stella Michelin. Convinto da Tony Balerdi del Langham Hotel, Adam deve affrontare sfide, tra cui rivali e rancori del passato. Trasformando la cucina e creando legami, il ristorante guadagna consensi, portando alla conquista delle tre stelle Michelin. Lungo il percorso, Adam affronta i suoi demoni, costruisce relazioni e si riconcilia con gli errori del passato, raggiungendo infine la redenzione attraverso l’umiltà e la compassione.
Diretto da John Wells, Il sapore del successo (leggi qui la recensione) è un film drammatico del 2015 che ruota attorno ad Adam Jones, un rinomato chef con due stelle Michelin che era scomparso dalla scena pubblica dopo aver lasciato il ristorante parigino del suo mentore. Dopo anni, riappare nella vita dei suoi ex colleghi e conoscenti con il desiderio di gestire un ristorante e l’aspirazione di ottenere le tre stelle Michelin. Il film racconta gli sforzi di Adam per realizzare il suo sogno, mentre affronta le inevitabili conseguenze delle sue azioni passate. Poiché il film apre una finestra sulla vita degli chef professionisti, abbiamo cercato di scoprire se il film con Bradley Cooper abbia origini reali. Ecco cosa possiamo dirvi al riguardo!
Il sapore del successo è una storia di fantasia. Lo sceneggiatore Steven Knight ha ideato la trama del film senza seguire la vita di uno chef in particolare. Tuttavia, lui e il regista John Wells si sono ispirati ai percorsi di diversi chef reali per ideare i dettagli e le caratteristiche specifiche dei personaggi. Marcus Wareing, che gestisce il ristorante stellato Michelin Marcus, era uno di loro. “Lui [Steven Knight] voleva scrivere una sceneggiatura sugli chef che un giorno, si sperava, sarebbe stata trasformata in un film, ma prima doveva capire il mondo della cucina. Voleva entrare nella testa di uno chef, e quella testa era proprio la mia”, ha raccontato Wareing a Tasting Table.

Wareing non è stato solo una delle fonti di ispirazione per il personaggio di Adam, ma anche il formatore che ha insegnato ai membri del cast le basi della cucina e della presentazione. Il coinvolgimento del famoso chef nel film ha conferito autenticità anche alle azioni dei personaggi chef. Oltre alla carriera di Wareing, anche la vita di Marco Pierre White ha ispirato Knight a ideare il dramma culinario. Come Adam gestisce l’Adam Jones al Langham Hotel di Londra, White si è affermato come uno dei migliori chef al mondo gestendo ristoranti a Londra.
Inoltre, proprio come Adam aspira a diventare uno chef tre stelle Michelin, White non solo sembrava aspirare allo stesso obiettivo, ma ha anche ottenuto le tre stelle. “Avere un ragazzo che parlava di cibo in modo così appassionato era una cosa completamente nuova. Questo ragazzo [White] era lo chef più giovane dell’epoca ad aver ottenuto tre stelle Michelin. Era di Londra, non aveva mai cucinato in Francia, ma preparava piatti della cucina francese”, ha detto Bradley Cooper, che interpreta Adam, a Marie Claire parlando dell’importanza dello chef. L’attore ha fatto riferimento alle vite di tre famosi chef che conosceva personalmente per interpretare il personaggio.
“Ho creato un personaggio che vedo come una miscela dei tre che ho studiato: Marcus Wareing, Gordon Ramsay e Marco Pierre White. È una combinazione. Le piccole cose che fa, i gesti fisici, sono fondamentalmente cose che ho rubato a tutti e tre”, ha detto Cooper a Yahoo! Movies. Una delle scene famose del film è quella in cui Adam urla ai suoi subordinati perché non cucinano i piatti come lui vorrebbe. La vita reale degli chef ha ispirato questo particolare dettaglio. “Ho parlato con molti chef che dicono che le cose non sono più così, ma ho trascorso molto tempo in molte cucine e sono ancora così”, ha detto Wells a Eater.

Inoltre, Il sapore del successo è una storia di dipendenza e di superamento della stessa. Dopo essere diventato dipendente da droghe e alcol, Adam cerca di rimanere sobrio per realizzare le sue aspirazioni. Migliaia di persone nella vita reale mostrano la determinazione e la resilienza che lui dimostra per riconquistare la propria vita, compreso Cooper, l’attore che interpreta il personaggio. Egli ha parlato apertamente della sua dipendenza in diverse interviste.
Adam rappresenta ognuno di loro, poiché riesce a trovare una strada senza alcol e senza droghe per il suo futuro e ad affrontare le crisi personali. Per ribadire il concetto, Il sapore del successo è un film di finzione con radici significative nella realtà. Sebbene Adam e la sua storia siano fittizi, in lui possiamo trovare caratteristiche specifiche di diverse persone reali, il che rende il regno della narrazione del film non estraneo.
LEGGI ANCHE: Il sapore del successo: la spiegazione del finale del film
C’è un nuovo Santone a Centocelle… ed è donna! Torna con la seconda stagione la serie RaiPlay Original Il Santone 2 – #lepiùbellefrasidioscio, una produzione Stand By Me in collaborazione con Rai Fiction. Otto episodi da 30 minuti ciascuno disponibili in boxset da venerdì 19 aprile 2024 in esclusiva su RaiPlay.
La brillante serie comedy diretta da Laura Muscardin e ispirata a Oscio, il celebre personaggio creato da Federico Palmaroli e fenomeno social da 2 milioni di follower, vede diventare protagonista assoluta delle nuove puntate Carlotta Natoli nei panni di Teresa Baroni. Nel cast anche la new entry Francesco Paolantoni, accanto ai volti amati della prima stagione: Rossella Brescia, Beatrice De Mei, Chiara Bassermann, Alessandro Bertoncini, Fabrizio Giannini, Davide Devenuto, Alessandro Riceci, Guia Jelo, Daniela Terreri, Alessio Sakara, Claudio Segaluscio.
La seconda stagione – scritta da Federico Palmaroli, Valerio Vestoso, Alessandro Bosi, Mary Stella Brugiati, Serena Tateo e Simona Ercolani – inizia a un anno dalla scomparsa del Santone: ad assumere inaspettatamente la “guida spirituale” di Centocelle e a indossare il mundu di Enzo sarà sua moglie Teresa (Carlotta Natoli), rimasta sola con la figlia Novella (Beatrice De Mei) che vorrebbe lasciare il quartiere e trasferirsi all’EUR ed è ancora legata sentimentalmente a Mirko (Claudio Segaluscio).
Donna, madre e ora Santona, Teresa dovrà lottare per affermarsi nel quartiere contro the Only Oscio (Francesco Paolantoni), uno pseudo santone di origine napoletana che si spaccia per la reincarnazione di Enzo e che intende sfruttare Centocelle per pagare i suoi debiti con una boss della malavita, l’ex fidanzata Nocciolina (Antonella Stefanucci), abbandonata all’altare e ora assetata di vendetta. In poco tempo, the Only Oscio riuscirà a irretire gli abitanti del quartiere, portando dalla sua parte anche vecchi amici di Enzo, come Carlo Crack (Alessandro Bertoncini), Stefano (Fabrizio Giannini) e Pietro (Davide Devenuto). A complicare la situazione, il ritorno a Centocelle della pugliese Cosima (Rossella Brescia), pronta a rivestire i panni del suo alter ego Jacqueline, agguerrita agente dello showbusiness, dopo un’infelice parentesi agreste nelle sue terre natali. Nel frattempo, Igor (Alessio Sakara) ha lasciato il mondo criminale ed è diventato agente immobiliare, mentre la sua compagna Fabiola (Chiara Bassermann) è pronta ad aprire una nuova attività, prima un centro estetico e poi il “gin yoga”.
La nuova stagione, che vede anche un cameo del cantante neomelodico Antoine, continua a raccontare in modo satirico con ironia e leggerezza gioie e dolori della periferia italiana e in generale della società contemporanea, toccando temi come il lato oscuro della popolarità, la potenza della viralità, il senso di appartenenza alla comunità, la necessità di una guida, le speranze per il futuro, attraverso un linguaggio che introduce un melting pot di comicità tutte italiane, da quella romana della Santona Carlotta Natoli, a quella pugliese, inaspettata, di Rossella Brescia, fino a quella napoletana di Francesco Paolantoni.
Il Santone 2 – #lepiùbellefrasidioscio è una produzione Stand By Me in collaborazione con Rai Fiction. Scritta da Federico Palmaroli, Valerio Vestoso, Alessandro Bosi, Mary Stella Brugiati, Serena Tateo e Simona Ercolani. Da un’idea di Giorgia Cardaci. Prodotta da Simona Ercolani e Teresa Carducci. Produttori esecutivi Stand By Me Grazia Assenza, Riccardo Chiattelli e Tommaso Vecchio. Produttori RAI Leonardo Ferrara, Emanuele Cotumaccio e Laura Massacra. Regia di Laura Muscardin.
Paramount sta sviluppando un reboot del film The Saint (in Italia conosciuto come Il Santo), due decenni dopo il thriller di Val Kilmer e 50 anni dopo la serie TV di Roger Moore.
Lo studio si è assicurata un accordo per i diritti della serie di libri e sta chiudendo accordi di produzione con Lorenzo di Bonaventura, Brad Krevoy e Robert Evans, con l’obiettivo di avviare un franchising azione.
Il Santo si basa sulla serie di libri di Leslie Charteris, che seguono il disinvolto personaggio di Simon Templar la prima volta nel 1928, col romanzo Meet the Tiger, seguito da Enter the Saint nel 1930.
Il film del 1997 fu interpretato da Val Kilmer e Elisabeth Shue, ed è stato diretto da Phillip Noyce, a partire da una sceneggiatura di Jonathan Hensleigh e Wesley Strick.
Fonte: Variety
Il sale della terra è uno di quei film che ha dato nuova linfa al genere documentario, raccontando il punto di vista di uno dei fotografi più rinomati, Sebastião Salgado.
Win Wenders, che ha scoperto questo fotografo per caso, è rimasto immediatamente affascinato dal suo talento, riuscendo, con questo film, a raccontare la storia della sua vita e la comunicazione messa in atto dal suo lavoro.
Ecco, allora, dieci cose da sapere sul film documentario Il sale della terra.

1. Il regista ha raccontato il punto di vista del fotografo. Con Il sale della terra, Wim Wenders ha voluto raccontare come viene data vita ad una vocazione, portando alla luce l’umanità e la curiosità del mondo in un trotto intorno al mondo, come un dialogo riconoscente alla visione risoluta del fotografo.
2. Il montaggio è stato difficile. Sia Wim Wenders che Juliano Salgado (co-regista) hanno descritto il processo di montaggio come estremamente difficile e dispendioso in termini di tempo. C’erano false partenze e vicoli ciechi e i due hanno combattuto per mesi con quello che il regista tedesco chiamava “problemi dell’ego” su quello che sarebbe stato utilizzato o meno, prima di stabilire un metodo e di avere un risultato che li soddisfacesse.
3. Il documentario è dispobile in streaming digitale. Chi volesse vedere o rivedere questo documentario di Wim Wenders, è possibile farlo grazie alla sua presenza sulle piattaforme digitali legali come Rakuten Tv e Chili.
4. Un trailer per emozionarsi. Se non è chiaro di cosa parli il film Il sale della terra, è possibile visionare per prima cosa il trailer, rendendosi conto che se già esso riesce ad emozionare, non si può non guardare subito il documentario per intero.
5. Salgado ha spiegato la foto del gorilla. Per quanto riguarda la fotografia che ritrae un gorilla con si mette un dito in bocca, Sebastião Salgado ha dichiarato nel film che l’animale riconosce la propria immagine per la prima volta dopo aver visto il suo riflesso nella lente. Tuttavia, diversi studi hanno smentito questo fatto, dimostrando che i gorilla non riescono a riconoscere il proprio riflesso.
6. Wim Wenders ha conosciuto l’arte di Salgado per caso. Il regista tedesco, verso la fine degli anni ’80, stava camminando lungo La Brea Avenue a Los Angeles quando, con la coda dell’occhio scorse alcune fotografie nella finestra di una galleria. Entrò incuriosito e conobbe il nome dell’artista, un fotografo brasiliano, tale Sebastião Salgado, uscendo dalla galleria, dopo qualche ora, con delle stampe in mano.
7. Wenders ha incontrato Salgado a Parigi, nel suo studio. Dopo molti anni dalla scoperta, il regista tedesco ha incontrato il fotografo solo nel 2009. Dal loro incontro è nato il progetto Il sale della terra, con Salgado che ha portato il regista a concepire e ad imparare dagli angoli più remoti del mondo, realizzando il film con il figlio del signor Salgado, Juliano Ribeiro.
8. Il titolo del film ha un riferimento biblico. Il sale della terra, film del regista Wim Wenders, si riferisce ad un passaggio biblico, specialmente a Matteo 5:13: “Sei il sale della terra. Ma se il sale perde la sua salinità, come può essere reso di nuovo salato? Non è più buono a nulla, tranne che ad essere buttato fuori e calpestato”.
9. Il titolo si riferisce ad un fotografo. Salgado è un termine portoghese utilizzato per definire una cosa salata. Se si aggiunge il sale a qualcosa, questo diventa salgado. Ciò può essere interpretato, in maniera più ampia, come un contributo che il fotografo Sebastião Salgado ha dato al pianeta Terra o, in maniera più letterale, come il cambiamento che lui e la sua famiglia hanno apportato alla loro terra, riportando la foresta pluviale nativa all’Istituto della Terra (The Earth Insitute).
10. Il riferimento è alle persone di grande valore. Al di là della connotazioni religiose, Il sale della terra è una frase che rappresenta la positività. Infatti, le persone che vengono così descritte sono quello che vengono considerate di grande valore e di grande affidabilità.
Fonti: IMDb, The New York Times, The Phrase Finder, The Guardian
Sebastiao Salgado è uno dei fotografi più importanti degli ultimi 40 anni. Wim Wenders, che 25 anni fa è rimasto colpito da alcuni suoi ritratti visti a una mostra, ripercorre per decadi la sua vita e le sue esperienze, che attraverso il doppio obiettivo, quello della macchina da presa del regista tedesco e del figlio di Salgado Juliano, e quello del fotografo stesso, ci restituiscono un trascorso choccante degli ultimi decenni di storia mondiale. Lasciando però aperta la porta alla speranza di redenzione del genere umano.
Il sale della terra documentario di Wenders,
una biografia in realtà di Sebastiao Salgado è di
un’intensità e di una bellezza che solo la visione cinematografica
può descrivere. Lo stesso regista incontrerà il pubblico del
festival di Roma in occasione della
presentazione in anteprima di questo documentario, la prossima
domenica 19 Ottobre.
Wenders si era già avventurato, con grande successo, nel documentario. Il poetico Pina, dedicato alla coreografa tedesca Pina Bausch, in cui la messa in scena di alcune coreografie dell’artista collegavano i capitoli e le interviste è stato infatti accolto con premi e riconoscimenti.
In questo nuovo documentario, questa volta un ritratto di un artista vivente, sperimenta un altra modalità di messa in scena: posiziona Salgado davanti alle sue foto e gliele fa raccontare. Quello che ne nasce è un racconto di vita e uno spaccato di storia: dalle lotte per la terra in Brasile al massacro del Darfur, fino ai ritratti dei lavoratori di tutto il mondo che il fotografo brasiliano, fuggito negli anni ’60 dalla dittatura che aveva preso il potere nel suo paese e rifugiato a Parigi, ha realizzato negli anni.
Il tutto rivela quella che sembra essere la maggiore passione di Sebastiao Salgado: l’essere umano.
Le immagini di Salgado sono state viste da tutti noi almeno una volta: spesso molto drammatiche, tese, caratterizzate da una scala di grigi che segue le nuances della luce, così come fa il bianco e nero che Wenders applica al racconto del passato del fotografo.
Diviso in capitoli, o meglio, in progetti, il documentario parte dagli anni ’80 in cui Salgado realizzava i primi scatti per Medici Senza Frontiere fino al doppio dramma del Rwanda per poi arrivare al presente, gli ultimi anni, che lascia il bianco e nero per tornare al colore.
In questi anni Salgado e la sua famiglia sono tornati in Brasile e si sono dedicati a ricreare la vita. Come se fosse la propria anima, seccata dall’aver visto l’abisso della perfidia dell’uomo, Salgado e l’inseparabile moglie e partner Leila decidono di impegnarsi a rigenerare la flora della tenuta di famiglia, rendendo nuovamente fertile ciò che sembrava definitivamente essiccato.
La cura della terra cura anche lo spirito dell’uomo, così Salgado parte per quello che per ora è il suo ultimo progetto: un’ode alla Madre Terra, che prospera a volte nonostante l’uomo.
Uscirà nelle sale italiane il prossimo 23
ottobre, distribuito da Officine
UBU, Il Sale della Terra,
il nuovo film documentario di Wim Wenders,
firmato insieme a Juliano Ribeiro
Salgado.
Il sale della terra sarà presentato domenica 19 ottobre in anteprima italiana da Wired Next Cinema al 9° Festival Internazionale del Film di Roma, che ospiterà anche un incontro pubblico con Wim Wenders.
Dopo Buena Vista Social Club e Pina, il grande regista tedesco torna a raccontare l’universo poetico e creativo di un artista del nostro tempo, il fotografo Sebastião Salgado.
Da quarant’anni Salgado attraversa i continenti sulle tracce di un’umanità in pieno cambiamento e di un pianeta che a questo cambiamento resiste. Dopo aver testimoniato alcuni tra i fatti più sconvolgenti della nostra storia contemporanea – conflitti internazionali, carestie, migrazioni di massa – si lancia adesso alla scoperta di territori inesplorati e grandiosi, per incontrare la fauna e la flora selvagge in un grande progetto fotografico, omaggio alla bellezza del pianeta che abitiamo. La sua vita e il suo lavoro ci vengono rivelati dallo sguardo del figlio Juliano Ribeiro Salgado, che l’ha accompagnato nei suoi ultimi viaggi, e da quello di Wenders, fotografo egli stesso.
«Dall’inizio – spiega Wenders – ci è sembrato essenziale tenere in considerazione il fatto che i Salgado hanno un’altra vita accanto alla fotografia: il loro impegno a favore dell’ecologia. Sapevo che era necessario raccontare due storie parallele. Si può dire che l’opera di rimboschimento che hanno messo in atto in Brasile e i risultati quasi miracolosi che hanno ottenuto, siano una specie di “happy end” per Sebastião, dopo tutta la disperazione di cui è stato testimone e la depressione in cui è precipitato al ritorno dall’ultimo viaggio in Rwanda. Salgado non ha soltanto consacrato Genesis, la sua ultima monumentale opera, alla natura, ma è proprio la natura ad avergli permesso di non perdere la sua fede nell’uomo».
Il sale della terra è prodotto da David Rosier per Decia Films e Lèlia Wanick per Amazonas Images, in coproduzione con Andrea Gambetta per Solares Fondazione delle Arti.
Sony Pictures Italia ha diffuso il trailer del film horror Il Sacro Male prodotto da Sam Raimi, Rob Tapert e Evan Spiliotopoulos dal 20 Maggio 2021. Il film è basato sul libro “Shrine”, un bestseller di James Herbert.
Il Sacro Male, prodotto da Sam Raimi, Rob Tapert e Evan Spiliotopoulos (anche regista e sceneggiatore del film), racconta la storia di Alice, una ragazza non udente che, dopo una presunta apparizione della Vergine Maria, riacquista la capacità di sentire e di parlare ma soprattutto sembra essere in grado di guarire i malati. Molte persone, sentendo la notizia, accorrono nella piccola città del New England per assistere ai miracoli, tra cui un giornalista (Jeffrey Dean Morgan) che spera di rilanciare la propria carriera indagando su ciò che accade ad Alice. Quest’ultimo però, in seguito ad eventi terrificanti che riguardano le azioni della giovane, inizia a domandarsi se dietro ai presunti miracoli non ci sia qualcosa di più sinistro.
Il cinema ha più volte tratto ispirazione dalle storie di possessioni ed esorcismi per i film horror. Sono numerosi i celebri titoli a riguardo, da L’esorcista a The Prodigy – Il figlio del male. Un altro titolo tanto affascinante quanto controverso appartenente a questa tipologia di opere è Il sacro male. Diretto nel 2021 dal greco Evan Spiliotopoulos, qui al suo debutto come regista ma noto come sceneggiatore di numerosi film animati della Disney, questo lungometraggio non offre però la classica storia di possessione demoniaca, bensì affronta la figura del falso profeta, guidato da un’entità dalla dubbia natura.
Prodotto da Sam Raimi, Il sacro male pone dunque l’accento su un diverso aspetto di questo ambito molto gettonato al cinema. Il risultato è un film che pone continuamente in dubbio lo spettatore su cosa stia accadendo, suscitando poi un certo terrore nel momento in cui subentra l’ipotesi che non ci siano entità buone a guidare le azioni della protagonista femminile. Per tutti gli appassionati di questa tipologia di film, si tratta dunque di un film da non perdere, che può ora essere comodamente ritrovato su Netflix. Continuando qui nella lettura, invece, si potrà sapere qualcosa di più sulla trama, il significato del finale e la storia vera dietro il film.
Il film racconta la storia di Alice, una ragazza non udente che, dopo una presunta apparizione della Vergine Maria, riacquista la capacità di sentire e di parlare ma soprattutto sembra essere ora in grado di guarire i malati. Molte persone, sentendo la notizia, accorrono nella piccola città del New England per assistere ai miracoli, tra cui il giornalista Gerry Fenn che spera di rilanciare la propria carriera indagando su ciò che accade ad Alice. Quest’ultimo però, in seguito ad eventi terrificanti che riguardano le azioni della giovane, inizia a domandarsi se dietro ai presunti miracoli non ci sia qualcosa di più sinistro.
Ad interpretare il protagonista, Gerry Fenn, vi è l’attore Jeffrey Dean Morgan, noto per aver ricoperto il ruolo di Negan in The Walking Dead e John Winchester in Supernatural. Accanto a lui, nel ruolo di Alice, vi è invece Cricket Brown, qui al suo primo ruolo di rilievo. Recitano poi nel film anche Christine Adams nei panni di Monica Slade, William Sadler in quelli di Monsignore Delgarde e Cary Elwes nei panni del vescovo Gyles. Katie Aselton ricopre invece il ruolo della dottoressa Natalie Gates, originariamente affidato all’attrice Jordana Brewster, la quale ha però poi dovuto rinunciare per via di altri impegni.

Alla luce della sinossi qui riportata, esploriamo ora il finale del film. Verso la conclusione di questo, il protagonista dimostra di nutrire sempre più dubbi sulla natura dell’entità che Alice afferma di vedere. Fenn si convince sempre di più che possa trattarsi di una presenza tutt’altro che pacifica, ma anzi demoniaca. Accedendo ai documenti del parroco, morto misteriosamente, il giornalista scopre infatti che la Maria che appare ad Alice è in realtà una strega dell’Ottocento, quella che si vede messa a fuoco nella prima scena del film. La fattucchiera, inoltre, è un’antenata di Alice, il cui scopo è quello di catalizzare la fede verso di lei per condannare le anime dei suoi adepti alla dannazione eterna.
Il suo spirito era dunque rimasto intrappolato per secoli nella bambola poi rotta da Fenn per costruire il suo falso articolo, gesto che le ha permesso di tornare in libertà. La strega, tuttavia, può vivere solo traendo energia dai suo discendenti ed ha quindi bisogno di Alice per poter dar vita ad una funzione religiosa durante la quale reclamare le anime dei fedeli. Nel momento in cui però la strega uccide Alice, rivoltatasi contro di lei, finisce per autodistruggersi e il suo spirito di smaterializza, apparentemente per sempre. La giovane, grazie ad un miracolo, torna però in vita e anche se di nuovo sordomuta può tornare a vivere un’esistenza serena.
Molto spesso capita che film basati su eventi di questo tipo, con possessioni demoniache o profetti che affermano di parlare in nome di entità divine, siano tratti più o meno liberamente da storie vere. È il caso di alcuni film della saga di The Conjuring, basata sull’attività dei ricercatori del paranormale Ed e Lorraine Warren, o ancora titoli come Il prodigio o Il rito. In molti, dopo la visione di Il sacro male, si sono chiesti se anche la storia proposta da questo film non fosse ispirata ad eventi reali. Ebbene, no, Il sacro male non è basato su una storia vera.
Il regista del film ha solamente adattato il romanzo più venduto del 1983 di James Herbert, Shrine, dando dunque vita ad un suo adattamento. Shrine di Herbert è a sua volta un romanzo di fantasia e l’autore non ha mai sostenuto che una persona o un incidente reale sia stato d’ispirazione per la sua storia. Ne consegue dunque che anche Il sacro male sia frutto completo dell’immaginazione degli autori del film. Ciò non significa, ovviamente, che alcuni aspetti ed elementi del film non siano radicati nella realtà, come appunto dimostrano i tanti film dedicati alle possessioni demoniache ispirati a casi di cui vi sono effettive testimonianze, seppur controverse.
Come anticipato, è possibile fruire di Il sacro male grazie alla sua presenza nel catologo di Netflix, dove attualmente, per via dell’uscita del sequel, è al 4° posto nella Top 10 dei film più visti in Italia. Per vederlo, basterà dunque sottoscrivere un abbonamento generale alla piattaforma scegliendo tra le opzioni possibili. Si avrà così modo di guardare il titolo in totale comodità e al meglio della qualità video, avendo poi anche accesso a tutti gli altri prodotti presenti nel catalogo.
Fonte: IMDb, TheCinemaHolic
Guarda la nuova clip da Il Sacrificio del Cervo Sacro, del nuovo film di Yorgos Lanthimos, regista di The Lobster, ed è stato presentato in Concorso al Festival di Cannes 2017, dove ha vinto il Premio alla Miglior Sceneggiatura.
Interpretato da Colin Farrell e Nicole Kidman, vede sullo schermo accanto a loro anche i giovani e talentuosi Barry Keoghan, Raffey Cassidy e Sunny Suljic.
Steven (Colin Farrell) è un famoso chirurgo cardiotoracico. Insieme alla moglie Anna (Nicole Kidman) e ai loro due figli, Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic), vive una vita felice e ricca di soddisfazioni. Un giorno Steven stringe amicizia con Martin (Barry Keoghan), un sedicenne solitario che ha da poco perso il padre, e decide di prenderlo sotto la sua ala protettrice. Quando il ragazzo viene presentato alla famiglia, tutto ad un tratto, cominciano a verificarsi eventi sempre più inquietanti, che progressivamente mettono in subbuglio tutto il loro mondo, costringendo Steven a compiere un sacrificio sconvolgente per non correre il rischio di perdere tutto. Il Sacrificio del Cervo Sacro uscirà in Italia con Lucky Red il prossimo 28 Giugno.
Indicato come il maggior esponente della cinematografia greca, Yorgos Lanthimos ha negli anni realizzato opere estremamente acclamate come Dogtooth e Alps. Con The Lobster, invece, ha non solo esordito con un’opera in lingua inglese, ma ha anche raggiunto una grandissima popolarità internazionale. I suoi racconti, fortemente influenzati dalla tragedia greca e da elementi distopici già intrinseci nell’odierna società, rendono i suoi film quanto mai conturbanti e affascinanti. Prima di dirigere La favorita, con cui si è consacrato, ha realizzato il controverso Il sacrificio del cervo sacro (qui la recensione), film del 2017 a metà tra dramma e horror psicologico, nonché sua seconda opera in lingua inglese.
La storia, scritta da Lanthimos insieme a Efthymis Filippou, si basa sulla tragedia greca di Euripide Ifigenia in Aulide. Questa narra di Agamennone, condottiero dell’armata greca contro la città di Troia, che, prima di partire per la guerra, uccise involontariamente un cervo sacro alla dea Artemide. Per riparare al torto, egli è così costretto a sacrificare la sua figlia maggiore Ifigenia, invocando il perdono della dea.

Adattando le tematiche e i rapporti raccontati in tale opera, Lanthimos costruisce un film particolarmente crudo, impegnato nel raccontare l’essere umano, i suoi peccati e i suoi tentativi di redenzione. Presentato in concorso al Festival di Cannes, Il sacrificio del cervo sacro è poi stato premiato per la miglior sceneggiatura.
Accolto in modo contrastante dalla critica, questo ha comunque ribadito la grande capacità del regista greco di confezionare racconti che, in un modo o nell’altro, non lasceranno indifferenti gli spettatori, tanto a livello tematico che visivo. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.
Il film racconta di Steven Murphy, un formidabile chirurgo che nasconde però un terribile segreto. A causa dei suoi problemi con l’abuso di alcol, Steven ha infatti provocato involontariamente la morte di un uomo sul tavolo operatorio. Colpito dal senso di colpa, egli decide di sostenere il figlio della vittima, Martin Lang, con il quale si incontra assiduamente presso un’anonima tavola calda. Un giorno, Steven decide di invitare Martin a cena, presentando il giovane alla moglie Anna e ai figli Kim e Bob.
Mentre Kim si invaghisce del ragazzo, Bob inizia ad accusare dei malori e non riesce più a muovere i suoi arti inferiori. Martin avverte Steven di aver scoperto la verità sulla morte di suo padre e di aver provocato la paralisi di suo figlio, per vendicarsi di quanto accaduto. Il ragazzo vuole costringere Steven a scegliere un membro della sua famiglia come sacrificio riparatore. Martin, infatti, ha lanciato una sorta di maledizione che condurrà inevitabilmente la famiglia Murphy alla morte, se il dottore si rifiuterà di esaudire la sua raccapricciante richiesta.

Dopo il successo di The Lobster, il regista greco ha nuovamente voluto l’attore Colin Farrell per il ruolo del protagonista Steven Murphy, il medico chirurgo. Farrell era tuttavia inizialmente titubante sull’accettare o meno il ruolo, avendo avvertito un forte senso di nausea in seguito alla lettura della sceneggiatura.
A disturbarlo, in particolare, erano diverse scene dalla profonda carica emotiva. Accanto a lui, nei panni di sua moglie Anna Murphy si ritrova invece l’attrice premio Oscar Nicole Kidman, la quale ha raccontato di aver da subito espresso interesse a lavorare con Lanthimos, ottenendo il ruolo. Sia lei che Farrell iniziarono le riprese di questo film dopo aver recitato in L’inganno di Sofia Coppola.
Nei panni della loro figlia maggiore, Kim Murphy, vi è la giovane e promettente attrice Raffey Cassidy, distintasi in particolare grazie al suo ruolo da protagonista nel film Vox Lux. Bob Murphy, il figlio minore, è invece interpretato da Sunny Sulijc, attore di origini russe già visto anche nei film Il mistero della casa del tempo e Mid90s.
Grande scoperta del film è l’attore Barry Keoghan, presente nel ruolo del giovane Martin Lang. Grazie a questo film egli è diventato particolarmente popolare, ottenendo ruoli da protagonista in Dunkirk e American Animals. Nel film, infine, è presente anche l’attrice Alicia Silvestone, nei panni della signora Lang, la madre di Martin.
Per certi versi, Il sacrificio del cervo sacro è la narrazione più diretta ed esplicitamente dichiarata di Yorgos Lanthimos, portata al suo finale più diretto ed esplicitamente chiaro. Martin (Barry Keoghan) dice al dottor Steven Murphy (Colin Farrell) che, dopo che Steven ha sbagliato l’operazione del padre di Martin causandone la morte, la famiglia di Steven (Nicole Kidman, Raffey Cassidy, Sunny Suljic) morirà a causa di una misteriosa malattia dai sintomi misteriosi, a meno che Steven stesso non ne scelga uno da uccidere.
La famiglia inizia ad accusare tutti questi sintomi (paralisi, mancanza di appetito, occhi che sanguinano), indipendentemente da ciò che Steven fa. Così, Steven gira in cerchio con un cappello sugli occhi e spara a caso uccidendo il figlio Bob (Suljic). Nella scena finale, vediamo la famiglia Murphy senza Bob in una tavola calda. Martin entra, li guarda senza il loro piccolo. E, soddisfatto, lascia la tavola calda e li abbandona.
Ha perfettamente senso, no? Ah…
Sì, dal punto di vista della narrazione, la sceneggiatura di Lanthimos e del co-sceneggiatore Efthymis Filippou fa sì che i personaggi dicano esattamente cosa accadrà e poi proceda a lasciarlo accadere. E fortunatamente, il film non è interessato a capire come Martin possa misticamente costringere questa povera famiglia a subire questi orrori: mentre il film aumenta il ritmo mentre Steven cerca di fermare le azioni di Martin, ricorrendo anche al rapimento e alla tortura, non c’è mai una trama per scoprire il “come” delle sue azioni. Nessuna grande cospirazione, nessun esame del passato di Martin, nessuna rivelazione di superpoteri mitologici.
Il momento più vicino a questo tipo di lavoro investigativo viene dalla moglie di Steven, Anna (Kidman), che scopre attraverso il partner di Steven, Matthew (Bill Camp), che Steven era probabilmente ubriaco durante l’intervento chirurgico del padre di Martin, rivelando non la fonte dei “poteri” di Martin, ma un ulteriore “motivo” per cui Steven merita di essere punito.
Tuttavia, c’è ancora molto da discutere sul finale di Sacred Deer, al di fuori dell’irrilevante “come” la presa di Martin sulla famiglia Murphy. Vale a dire, “perché?”. Una domanda che tutti i membri della famiglia Murphy sembrano interessati a porsi e ad accettare, dall’esame da parte di Anna dei peccati passati di Steven alla completa disponibilità dei bambini a prendere per buono ciò che sta accadendo. La persona che impiega più tempo a porsi la domanda e ad accettare la risposta? Steven. E questo potrebbe spiegare il suo destino.

“Destino” non è una parola scelta con leggerezza. Il sacrificio del cervo sacro si occupa direttamente del destino, della punizione cosmica dell’arroganza umana, del nostro cosiddetto libero arbitrio che si sgretola sotto la crudele banalità dell’universo. Esplorando questi temi, il film ricorda un aggiornamento moderno di una tragedia greca. E non si sa mai, il Cervo Sacro è ispirato a un’antica tragedia greca: “Ifigenia in Aulis” di Euripide (richiamata direttamente da Lanthimos e Filippou, nel rivelare che la Kim di Cassidy ha scritto un saggio su Ifigenia per la sua classe di liceo).
Nell’opera, che fa parte di una trilogia scritta da Euripide nei suoi ultimi anni di vita, Agamennone riflette sull’opportunità di sacrificare sua figlia Ifigenia alla dea Artemide, che sta fermando di proposito i venti giusti per permettere alla flotta di Agamennone di completare con successo l’invasione di Troia. Purtroppo, il peccato fatale di Agamennone è la vanità: dopo la prima ondata di battaglie contro Troia, si vantava di essere un combattente abile come Artemide stessa.
Come si può immaginare, Artemide non gradì molto la cosa e chiese il sacrificio di sangue per riportare Agamennone sulla terra. Dopo un furioso dibattito tra la sua famiglia e i suoi colleghi generali, Agamennone decide di sottoporsi al sacrificio, ritenendo che i greci inferociti e desiderosi di vittoria avrebbero ucciso tutta la sua famiglia se non l’avesse fatto.

In alcuni manoscritti e traduzioni dell’opera, anche se è discutibile che faccia parte dei testi originali di Euripide, Agamennone decide sorprendentemente di mettere in atto un ultimo trucco su questo piano, sostituendo la figlia Ifigenia con una cerva sacra. L’applicazione di questa storia antica all’opera di Lanthimos sembra una traduzione 1:1, tanto per cominciare. Steven è Agamennone.
Il suo peccato di arroganza si traduce nel bere sconsiderato e nelle ostentazioni di ricchezza di Steven. Martin è sia Artemide, che desidera il sacrificio che ristabilisce l’equilibrio, sia la minaccia dei Greci di uccidere la famiglia di Steven se non lo farà. Ma Lanthimos e Filippou non sono interessati solo ad adattare questo mito greco. Anzi, sono interessati a correggerlo. Nei momenti finali di Sacred Deer non c’è alcuno scambio per un cervo sacro. Nessun trucco, nessuna scappatoia.
Dopo aver trascorso quasi due ore ad agonizzare su come contrastare la mano incrollabile del destino, su come rendere ineguale la forza sempre uguale del castigo universale e ignorare le voci della “ragione” che lo circondano (ad esempio, la figlia che si innamora di Martin e implora di essere sacrificata e la moglie che aiuta Martin a fuggire), Steven si arrende al destino più puro che possa trovare. In particolare, indossa un dannato cappello e gira in un dannato cerchio per decidere chi uccidere. Questo è quanto di più casuale, privo di significato e di ammettere la propria sottomissione a controllori al di fuori del nostro controllo. Artemis vince.

In diversi momenti del film, la famiglia di Steven cerca di riaffermare Steven come uomo al comando, piuttosto che Martin, per cercare di passare a un altro metodo per sfuggire al destino. Anna fa notare “logicamente” che uccidere uno dei figli è una scelta migliore perché possono averne un altro.
Bob si taglia i capelli, placando i brontolii di Steven che all’inizio del film sosteneva che i suoi capelli sono troppo lunghi. Anche di fronte a un Dio che non ammicca, noi esseri umani cerchiamo qualsiasi fonte di sollievo terrestre che ci dica che è giusto sbattere le palpebre. Dalla prima all’ultima inquadratura, Il sacrificio del cervo sacro di Lanthimos è qui per ricordarci che l’universo verrà a riscuotere, e i suoi occhi sono sempre spalancati.
È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Il sacrificio del cervo sacro in streaming<è disponibile sulle seguenti piattaforme:
Fonte: IMDb
Arriva al cinema il 28 giugno 2018, Il Sacrificio del Cervo Sacro, il nuovo film di Yorgos Lanthimos che torna a dirigere Colin Farrell dopo The Lobster.
Affrontare un’operazione a cuore aperto non è mai facile per un paziente, anche dall’altro lato della barricata però non è certo uno scherzo. Anestesista e chirurgo dividono parte delle responsabilità totali, la percentuale più grande però è dominata dal caos, dal fato o dal destino, come chiamarlo si voglia. Yorgos Lanthimos per spiegare questo concetto decide di operare egli stesso a cuore aperto, e di scrivere un’opera dai tratti tanto folli quanto geniali chiamata simbolicamente Il Sacrificio del Cervo Sacro – l’assassinio del cervo sacro.
In Il Sacrificio del Cervo Sacro Steven Murphy è un chirurgo di successo con una bellissima moglie e due figli, vive una vita apparentemente perfetta, nel suo passato però c’è un’operazione andata male, un paziente perso e un senso di colpa che non accenna a svanire. Quest’ultimo aspetto lo ha spinto a creare un particolare feeling con Martin, ragazzo adolescente figlio della vittima, con cui si vede spesso, a cui fa regali costosi, a cui bada come un padre adottivo – nei ritagli del suo tempo.
Il loro rapporto però
diventa presto strano e ambiguo, il ragazzo richiede sempre più
attenzioni, diventa sempre più un’ossessione, quando Steven decide
di staccarsi però è troppo tardi e i piani macabri del ragazzo sono
già avviati. Il suo obiettivo è far provare al chirurgo lo stesso
dolore, lo stesso vuoto che ha sentito lui perdendo il padre, vuole
che almeno un membro della famiglia Murphy muoia. Quello che può
sembrare lineare e diretto, in realtà sullo schermo è completamente
onirico e surreale. Il giovane Martin si muove come un’entità
sovrannaturale, capace di controllare i corpi altrui a piacimento.
elementi che fanno letteralmente impazzire Steven e con lui gli
spettatori – che osservano tutto dallo stesso punto di vista.
Non c’è un solo istante di Il Sacrificio del Cervo Sacro che passa senza la giusta tensione, un racconto serrato che non lascia respiro e genera dubbi, paure e incertezze – sentimenti e sensazioni amplificati da una colonna sonora dai toni bassi e oscuri e una fotografia impeccabile, cupa e claustrofobica. Il regista greco, che in Italia abbiamo conosciuto soprattutto grazie a The Lobster, ha ulteriormente perfezionato la sua già ottima tecnica e la forma, creando un’opera maestosa dal punto di vista visivo. Sul fronte dei temi invece la questione è più complessa, si discute di vendetta, di senso di colpa, ma soprattutto ci spiega per filo e per segno il funzionamento del caos.
Spesso, in quanto uomini
che si credono onnipotenti, investiamo tutte le nostre forze per
cambiare il corso di uno o più eventi, invece è il fato che
gestisce la partita, sempre e comunque. Gli strumenti del mestiere
nelle mani dell’autore non sono ovviamente i ferri chirurgici,
bensì degli attori di talento che fanno in modo eccezionale il loro
lavoro. Colin Farrell nei panni del protagonista è
riuscito a raccogliere una tale intensità come non faceva da tempo,
al suo fianco una
Nicole Kidman passionale e carnale, di una
bellezza senza tempo. Buona parte del lavoro però è svolta dai
piccoli membri del cast, che recitano come adulti maturi e
pienamente formati. Le immagini che passano su schermo non sono
certo per chi ha lo stomaco debole, e lo si capisce sin dal torace
aperto con un cuore battente a vista in apertura, neppure per chi
soffre di attacchi di ansia e claustrofobia, tutti gli altri invece
hanno la possibilità di godere di un’esperienza emozionante e
visivamente sublime. 100 minuti in balia del caos e della follia
umana, indimenticabili.
di Aurelio Vindigni Ricca
Lucky Red ha diffuso il primo trailer italiano di Il Sacrificio del Cervo Sacro, il film di Yorgos Lanthimos che ha conquistato il premio alla migliore sceneggiatura al Festival di Cannes del 2017.
Protagonisti del thriller sono Colin Farrell, che torna a lavorare con Lanthimos dopo The Lobster, Nicole Kidman, Barry Keoghan, Raffey Cassidy e Sunny Suljic.
Steven (Colin Farrell) è un famoso chirurgo cardiotoracico. Insieme alla moglie Anna (Nicole Kidman) e ai loro due figli, Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic), vive una vita felice e ricca di soddisfazioni. Un giorno Steven stringe amicizia con Martin (Barry Keoghan), un sedicenne solitario che ha da poco perso il padre, e decide di prenderlo sotto la sua ala protettrice. Quando il ragazzo viene presentato alla famiglia, tutto ad un tratto, cominciano a verificarsi eventi sempre più inquietanti, che progressivamente mettono in subbuglio tutto il loro mondo, costringendo Steven a compiere un sacrificio sconvolgente per non correre il rischio di perdere tutto.
Il Sacrificio del Cervo Sacro verrà distribuito nelle sale italiane a partire dal 28 giugno prossimo.
Guarda due clip del nuovo film di Yorgos Lanthimos, Il Sacrificio del Cervo Sacro regista di The Lobster, ed è stato presentato in Concorso al Festival di Cannes 2017, dove ha vinto il Premio alla Miglior Sceneggiatura.
Interpretato da Colin Farrell e Nicole Kidman, vede sullo schermo accanto a loro anche i giovani e talentuosi Barry Keoghan, Raffey Cassidy e Sunny Suljic.
Steven (Colin Farrell) è un famoso chirurgo cardiotoracico. Insieme alla moglie Anna (Nicole Kidman) e ai loro due figli, Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic), vive una vita felice e ricca di soddisfazioni. Un giorno Steven stringe amicizia con Martin (Barry Keoghan), un sedicenne solitario che ha da poco perso il padre, e decide di prenderlo sotto la sua ala protettrice. Quando il ragazzo viene presentato alla famiglia, tutto ad un tratto, cominciano a verificarsi eventi sempre più inquietanti, che progressivamente mettono in subbuglio tutto il loro mondo, costringendo Steven a compiere un sacrificio sconvolgente per non correre il rischio di perdere tutto. Il Sacrificio del Cervo Sacro uscirà in Italia con Lucky Red il prossimo 28 Giugno.
Dopo lo speciale appuntamento di pre-apertura domenica 7 marzo con una giornata interamente dedicata al cinema italiano di genere, lunedì 8 marzo si alza il sipario sulla 30° edizione di Noir in Festival, in programma fino al 13 marzo in streaming gratuito su tutto il territorio nazionale sulla piattaforma MYmovies.it e sui canali social del festival (Facebook, YouTube, Instagram).
Per celebrare questo importante anniversario in un’edizione che non potrà godere del calore del pubblico ma che avrà un ricco programma di proiezioni, talk e masterclass tutte disponibili online, il Noir in Festival non rinuncia a presentare in cartellone grandi nomi internazionali del cinema e della letteratura a tinte noir.
Nel segno della donna, cui è idealmente dedicata questa edizione che prende il via proprio l’8 marzo, saranno tra le protagoniste di questa edizione: Jennifer Kent, regista australiana che con Babadook e The Nightingale è riuscita ad imporsi come una delle voci più interessanti del panorama cinematografico attuale (8 marzo ore 17.00, Mymovies/ Facebook/ Youtube); la scrittrice svedese Camilla Läckberg (9 marzo ore 17.00, Mymovies/ Facebook/ Youtube), indiscussa regina del giallo scandinavo, qui in veste di autrice della serie tv Hammarvick di cui il Noir ospiterà in anteprima le prime due puntate prima della messa in onda a maggio su laF; accanto a lei altre due straordinarie autrici ovvero Alicia Giménez-Bartlett (11 marzo ore 18.00, Facebook/ Youtube) e Charlotte Link con il suo nuovo best seller Senza Colpa (12 marzo ore 11.00, Facebook/ Youtube). Il parterre internazionale si completa con il vincitore del Premio Chandler John Banville (12 marzo ore 12.00, Facebook/ Youtube), l’autore best seller Anthony Horowitz noto anche per il suo grande successo con la serie tv Alex Rider (11 marzo ore 19.00, Facebook/ Youtube), l’Honorary Award di questa edizione Kurosawa Kiyoshi (10 marzo ore 17.00, Mymovies/ Facebook/ Youtube) e il regista Brian Yuzna, che riceverà invece il Premio Luca Svizzeretto (11 marzo ore 17.00, Mymovies/ Facebook/ Youtube).
Ma si daranno appuntamento sul palco virtuale del festival anche i protagonisti italiani tra cinema e letteratura noir. I Manetti Bros., veterani del Noir in Festival, che nella serata di chiusura saranno protagonisti di un incontro dedicato al loro cinema con alcune immagini inedite del nuovo attesissimo Diabolik, grazie alla collaborazione con Rai Cinema e 01 Distribution (12 marzo ore 19.30, Mymovies/ Facebook/ Youtube); l’incontro con le tre menti creative delle factory Groenlandia e Ascent Films, Matteo Rovere, Andrea Paris e Sydney Sibilia, che riceveranno il Premio Speciale Caligari (12 marzo ore 16.00, Mymovies/ Facebook/ Youtube); Antonietta De Lillo che sarà tra i protagonisti del focus dedicato a Lucio Fulci (9 marzo ore 11.00, Facebook/ Youtube) e presenterà in anteprima il suo Fulci Talks, conversazione omaggio al maestro del cinema di genere Lucio Fulci cui è dedicata la retrospettiva di quest’anno; Luca Miniero e Lunetta Savino, regista e interprete della fortunata serie targata Rai 1 Lolita Lobosco, che dialogheranno insieme all’autrice dei romanzi Gabriella Genisi (8 marzo ore 11.00, Youtube/ Facebook); le protagoniste del panel tutto al femminile sulle “donne in nero” Margherita Oggero, Grazia Verasani, Rosa Teruzzi, Antonella Lattanzi e Francesca Serafini (8 marzo ore 18.00, Facebook/ Youtube). E poi ancora, tre maestri del genere come Roberto Costantini (9 marzo ore 18.00, Facebook/ Youtube), Gianrico Carofiglio (12 marzo ore 18.00, Mymovies/ Facebook/ Youtube), Maurizio De Giovanni (10 marzo ore 18.00, Facebook/ Youtube); Nicola Lagioia, autore de La città dei vivi, uno dei casi letterari dell’anno (11 marzo ore 11.00, Facebook/ Youtube); Chiara Lalli e Cecilia Sala, autrici dell’acclamato podcast Polvere, in una conversazione con Gaetano Savatteri (10 marzo ore 11.00, Facebook/ Youtube); i nuovi romanzi di Paolo Roversi (12 marzo ore 19.00, Mymovies/ Facebook/ Youtube), Silvio Danese (8 marzo ore 18.00, Facebook/ Youtube), Livia Sambrotta, l’esordio letterario di Roberto Cimpanelli (8 marzo ore 19.00, Facebook/ Youtube) e il focus di Federico Greco sull’universo Star Wars in dialogo con Elisabetta Sgarbi (11 marzo ore 12.00, Facebook/ Youtube). Infine le masterclass di Adrian Wotton su John Ford (9 marzo ore 12.00, Facebook/ Youtube) e di Mario Serenellini sulle sedute di sceneggiatura di Marnie di Alfred Hitchcock (10 marzo ore 11.00, Facebook/ Youtube).
Accanto alle conversazioni e alle masterclass, il programma del Noir in Festival si completa con il vasto palinsesto cinematografico: i 6 titoli del Premio Caligari per il miglior noir italiano dell’anno assegnato da una giuria presieduta da Claudio Giovannesi (presentati in una speciale maratona domenica 7 marzo e disponibili per 24 ore dalla mezzanotte di sabato fino alla mezzanotte di domenica), la proiezione dei film di apertura e chiusura, Bastardi a mano armata di Gabriele Albanesi (7 marzo ore 21.00) e Les Apparances di Marc Fitoussi (12 marzo ore 21.00), gli eventi speciali, la retrospettiva dedicata a Lucio Fulci e, ovviamente, i film del Concorso Internazionale in lizza per il Black Panther Award assegnato da una giuria composta da Carlo Degli Esposti, Camilla Filippi e Gianluca Maria Tavarelli, tutti disponibili in streaming gratuito su Mymovies solo per 24 ore dal momento di programmazione.

La storica trasmissione di Radio 2 Rai Il Ruggito del Coniglio parteciperà alla 29. Edizione del Bellaria Film Festival. Gli intramontabili Antonello Dose e Marco Presta condurranno le puntate del 2 e del 3 giugno in diretta da Bellaria come ogni mattina dalle 8.00 alle 10.00. Protagonista assoluto sarà il pubblico del festival che parteciperà in studio alla diretta radiofonica.
Uscirà nelle sale il 21 settembre Il rosso e il blu l’ultima fatica di Giuseppe Piccioni prodotta e patrocinata dal Ministero per i beni e le attività culturali in compartecipazione con la Bianca Film.
In Il rosso e il blu Roma, giorni nostri. In un liceo della periferia romana si intrecciano le storie personali e professionali di vari personaggi: la preside dell’istituto (Margherita Buy) vive con estrema freddezza e distacco il suo lavoro e ogni suo rapporto interpersonale, un anziano ed erudito professore di storia dell’arte (Roberto Herlitzka) si trascina stanco e svuotato nel pieno e più sarcastico disprezzo di ogni suo alunno mentre un giovane supplente di lettere (Riccardo Scamarcio) cerca di trasmettere interesse ai suoi studenti forte di un entusiasmo ancora intatto.
Una commedia sentimental-scolastica la potremmo definire in quanto la scuola è indubbiamente al centro della trama narrativa, la scuola inquadrata e affrontata da diverse angolazioni e prendendo in considerazione tematiche e aspetti diversi. In primo piano il rapporto professori-alunni, eterno conflitto generazionale, sociale e culturale che qui viene descritto e rappresentato nelle sue varie forme: nel confronto glaciale e sordo tra un vecchio professore completamente sfiduciato e giunto alla conclusione dell’inutilità dell’insegnamento; nel generoso e volitivo impegno con cui un giovane e motivato supplente si arma per infondere anche il minimo interesse nei ragazzi.
Roberto Herlitzka è semplicemente straordinario nel vestire i panni del vecchio, forse troppo per la parte, e colto professore ormai prossimo alla pensione. Stanco non solo dell’insegnamento ma anche della vita, vive solo in una grande casa sommersa di libri e saggi di ogni genere in cui ospita settimanalmente giovani e belle avventrici “occasionali”. La sua vastissima conoscenza lo isola al mondo e al prossimo da cui si tiene lontano attraverso meravigliosi e divertentissimi dialoghi carichi di sarcasmo e sagacia. Nutre propositi suicidi ma una vecchia alunna gli farà capire che non tutto è stato inutile, che non tutto è perduto.
Forse non solo per esigenze di copione il buon Scamarcio si approccia e si accosta con timidezza e ossequioso rispetto di fronte all’anziano e bravissimo collega, interpretando con discreta credibilità il ruolo del giovane supplente ancora carico di buoni propositi.
Non certo meno importante la
terza storia che vede protagonista Margherita Buy
la quale da preside e donna algida e insensibile si scioglie e apre
il proprio cuore grazie allo strano e casuale rapporto con un
alunno problematico. La Buy, che sino a tutti gli anni ’90 è stata
una vera e propria musa ispiratrice per il regista ( ricordiamo tra
i tantissimi Fuori dal mondo, ’98), non riesce a
sorprenderci nemmeno questa volta, offrendo un’interpretazione
assolutamente in linea con il suo solito, e a nostro avviso,
limitatissimo canovaccio artistico.
La sceneggiatura non originale si basa sull’omonimo romanzo scritto dallo scrittore ed editorialista di Repubblica Marco Lodoli, a suo tempo professore di Lettere in un Istituto professionale di Roma. Il rosso e il blu è indubbiamente interessante e ben diretto e soprattutto cerca di presentare la questione “scuola” senza voler demonizzare o esaltare in modo retorico insegnanti o alunni; l’introspezione dei personaggi e i loro risvolti interiori prevalgono su una trama narrativa non particolarmente intricata o ricca di svolte e colpi di scena e questo permette al film, soprattutto nel finale, di eludere saggiamente il pericolo di prevedibilità.
Un plauso particolare ai giovani ragazzi che ben si comportano al cospetto dei tre attori professionisti con cui si confrontano in un’alternanza di complicità, distacco e affetto. Il rosso e il blu è un film sulla scuola e su coloro che la popolano ogni giorno; un mondo chiuso all’esterno e che l’esterno osserva con diffidenza e quasi fastidio, sicuramente scetticismo. Ed invece sia Lodoli che Piccioni vogliono dirci quanto la classe, l’istituto ed i suoi professori siano solo una componente nella crescita dei ragazzi; le famiglie, spesso assenti o distratte, devono fare la loro parte, devono collaborare e unirsi in quella ardua quanto nobile crociata per far si che i propri figli diventino un giorno…brave persone.
Uscirà nelle nostre sale a giugno Rock
of Ages, adattamento cinematografico dell’omonimo musical di
Broadway.
La protagonista della storia é una giovane ragazza di una cittadina del Kansas che per realizzare i propri sogni si trasferisce a Los Angeles. Nel Bourbon Room, celeberrimo locale destinato alla demolizione, incontra un ragazzo che sogna di diventare una rock star. La loro storia viene vissuta sulle note dei grandi successi musicali che hanno caratterizzato la fine degli anni ’80.
Dalla DreamWorks Animation arriva Il Robot Selvaggio, il nuovo adattamento di una straordinaria opera letteraria, l’amato e pluripremiato bestseller del New York Times n. 1 di Peter Brown, Il Robot Selvatico.
L’epica avventura segue il viaggio di un robot – l’unità ROZZUM 7134, abbreviato “Roz” – che dopo un naufragio si ritrova su un’isola disabitata dove dovrà imparare ad adattarsi all’ostile ambiente circostante, costruendo gradualmente relazioni con gli altri animali dell’isola e adottando un’ochetta orfana.

Il Robot Selvaggio ha per protagonisti la vincitrice del premio Oscar® Lupita Nyong’o (Noi, Black Panther) nel ruolo del robot Roz; il candidato agli Emmy e al Golden Globe Pedro Pascal (The Last of Us, The Mandalorian) nel ruolo della volpe Fink; la vincitrice dell’Emmy Catherine O’Hara (Schitt’s Creek, Campioni di razza) nel ruolo dell’opossum Pinktail; il candidato al premio Oscar® Bill Nighy (Living, Love Actually – L’amore davvero) nel ruolo dell’oca Longneck; Kit Connor (Heartstopper, Rocketman) nel ruolo dell’oca Brightbill e la candidata al premio Oscar® Stephanie Hsu (Everything Everywhere All at Once, The Fall Guy in uscita quest’estate) nel ruolo di Vontra, un robot che si unirà a Roz sull’isola.
Il film si avvale anche delle voci di Mark Hamill, icona della cultura pop e vincitore dell’Emmy Award (Star Wars, Il ragazzo e l’airone), di Matt Berry (What We Do in the Shadows, SpongeBob – Il Film) e di Ving Rhames (Mission: Impossible, Pulp Fiction), vincitore di un Golden Globe e candidato agli Emmy.
Una storia emozionante sulla scoperta di sé stessi, un’emozionante analisi sul legame tra tecnologia e natura, una commovente esplorazione di cosa significhi essere vivi e connessi a tutti gli esseri viventi.
Il Robot Selvaggio è scritto e diretto dal pluricandidato all’Oscar® Chris Sanders – sceneggiatore e regista di Dragon Trainer, I Croods e Lilo & Stitch di Disney Animation Studios – ed è prodotto da Jeff Hermann (Baby Boss 2 – Affari di famiglia della DreamWorks Animation; co-produttore del franchise Kung Fu Panda).
Il robot selvatico di Peter Brown, romanzo illustrato per ragazzi pubblicato per la prima volta nel 2016, è diventato un fenomeno, balzando al primo posto della classifica dei bestseller del New York Times. Il libro ha poi ispirato una trilogia che ora comprende La fuga del robot selvatico e The Wild Robot Protects. Il lavoro di Brown sulla serie Il robot selvatico e sugli altri suoi bestseller gli è valso un Caldecott Honor, un Horn Book Award, due E.B. White Awards, due E.B. White Honors, un Children’s Choice Award come illustratore dell’anno, due Irma Black Honors, un Golden Kite Award e un New York Times Best Illustrated Book Award.