Venezia, the Day Zero. Ovvero come
partire con la piega del parrucchiere, vestita carina, allegra e
sorridente e arrivare con la scoliocifosi e i capelli attaccati al
viso come se avessi fatto ore di jogging sulla spiaggia. I critici
sanno che il momento di arrivo al lido non è mica una passeggiata
per signorinelle. Devi sollevare una valigia (della quale vi
abbiamo già parlato, n.d.a.) che rinnegherai come Pietro per ben
tre volte (appena ti accingi a trascinarla: ‘ho fatto io questa
zavorra per sommozzatori? Giuro no!’; durante lo sbarco
‘non può essere mia, ma diamine avevo messo due cosette!,
aiutatemi per favore!’; prima del ritorno ‘l’anno prossimo
non esiste uno schifo del genere, piuttosto due jeans e un paio di
scarpe!’); arrivare a casa, e se non sei habitué o hai dovuto
cambiarla per qualche motivo anche quelle son prove dure da
affrontare. Perché spesso i critici prendono le case a scatola
chiusa, fidandosi di qualche fotina messa sui siti, dalle quali
devi ricostruì tipo ‘na scena del crimine (ma avete notato anche
voi che per gli annunci ogni volta pare che chi scatta c’ha
l’Alzheimer o qualcuno gli ha tirato un calcio nel sedere che la
foto è mossa, fuori fuoco oppure ha un angolazione tipo arte
moderna?).
VENEZIA 72: ELISA SEDNAOUI, BELLISSIMA MADRINA DELLA MOSTRA
[FOTO]
Insomma, oltre alla valigia, il
gioco si fa duro quando apri la porta di casa. Che poi di solito
sono case vecchie, arrangiate alla meno peggio, per vacanze al mare
che definirle spartane è un signor complimento. Per carità alcune
sono anche graziose, ma se ti dice male puoi finire in case
agghiaccianti. Noi l’anno scorso abbiamo avuto la casa dei sette
nani (che giuro abbiamo amato), e lo dovevamo sospettà visto che
stava dietro a via Dandolo che non molti sanno ma esiste una
variante della storia di Biancaneve, girata al lido, in cui Dandolo
era il nano maligno che, geloso di Biancaneve, cucinava solo sarde
in saor perché lei era allergica al pesce.
Vabbè mo’ smettetela di fare i
soliti maliziosi.
Dicevamo, le case, insomma questa
era una mansarda che si abbassava in altezza, per cui in certi
punti o giravi in ginocchio, tipo in punizione, oppure non ci
potevi entra’.
Questo per farvi capire quanto dure
siano le prove che il povero critico deve sopportare per potè
lavorà, o semplicemente per l’amore che prova per i film.
Per cui, trattateci bene. Che
rischiamo l’estinzione a ogni Festival.
(Vì)
SPECIALE
VENEZIA 72
Che prima di fare questo mestiere
pure io l’arrivo a Venezia lo immaginavo come voi. Elegantemente su
una Lancia, salutando gli astanti anche se nessuno ha la minima
idea di chi cazzo sei. E loro che scattano foto, comunque, che non
si sa mai: potresti essere uno famoso. E ogni anno mi ci frega. Mi
torna in mente questa scena e mi dimentico che la realtà è ben
diversa. Vaporetti affollati che nemmeno i pullman diretti ai campi
di Skynet, umidità del cazzo e subito la corsa alla conquista
dell’accredito e delle chiavi di casa, che spesso non funzionano e
– come nel caso mio quest’anno – quasi si spezzano nella serratura.
E andiamo avanti. Entri e ti rendi conto che in frigo non c’è
nemmeno Zuul. Purtroppo non c’è nemmeno Dana e a guardare bene
proprio non c’è un cazzo, che uno, alle perse, si accontenterebbe
pure di quello. Quindi assalto al supermercato, senze nemmeno poter
contare sul leggendario Billa che è stato soppresso (una prece) a
favore di un banale e globalizzatissimo Conad. Per senso di
rispetto nei confronti del defunto Billa non posso cedere, dunque
mi rivolgo a empori e negozietti sparsi: un’insalata di qua, un
etto di crudo di là, un sapone di su, una bottiglia d’olio di giù,
arrivando a casa più carico della Magnum dell’Ispettore Callaghan.
A proposito del sapone: è un pezzo di Marsiglia, mi serve per
tentare di pulire una camicia bianchissima che durante il viaggio
in valigia (quella bestiale del post precedente) si è intrisa
misteriosamente di una sostanza rosa e non meglio identificata che
ricorda proprio – tanto per rimarcare la citazione – la melma
empatica dei Ghostbusters. Visto che è empatica, chissà che succede
se bestemmio. A proposito dell’olio. Proprio davanti alla porta di
casa mi scivola la busta che ne contiene la bottiglia, che pensa
bene di deflagrare in mille pezzi intingendo ben bene pavimento e
resto della spesa, compreso il sapone di Marsiglia. Me sa che non è
il caso che ce lavo la camicia. Nel tentativo di asciugare mi rendo
conto che l’appartamento manca anche di una qualsivoglia forma di
materiale igienico, sia in bagno che in cucina. Sconsolato da
questa serie di orrende esperienze e rivelazioni lascio casa
bisunta e corro a tentare di vedere la serata di pre-apertura,
dedicata a Orson Welles. Una versione lunga e restaurata di Otello
più la ricostruzione dell’incompiuto Il mercante di Venezia, con
tanto di esecuzione del commento sonoro dal vivo. Bella roba
insomma, che alla fine qui ci veniamo per il cinema no? Faccio la
prima chilometrica fila del festival. Entro sgargiulo e il tipo mi
dice: ‘no, è solo su invito’. Mi metto da un lato. Arriva Tatti
Sanguineti, senza invito. Fa un po’ di bagarre e lo lasciano
passare. Mi infilo dietro. Il tipo prova a bloccarmi e lo guardo
(pensando alla camicia da gettare e all’olio del frantoio fin
troppo frantumato) con gli occhi da Lupo Mannaro romano a Venezia,
ringhiando ‘hai fatto entrare un accreditato‘.
Molla la presa e mi lascia entrare immantinente. Basta poco, che ce
vò.
Per la cronaca, sono arrivato
veramente su una Lancia, ma è un’altra storia
(Ang)