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#iorestoinSala, il 2 dicembre The Specials

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#iorestoinSala, il 2 dicembre The Specials

Con Elio (Elio e le storie tese) e Gianluca Nicoletti (Cervelli Ribelli), continuano gli eventi speciali firmati #iorestoinSALA! La nuova diretta “streaming”  è fissata per mercoledì 2 dicembre alle ore 20.30 con la presentazione di THE SPECIALS – FUORI DAL COMUNE.

Entrambi genitori di figli affetti da autismo e da anni impegnati in prima linea nelle campagne di sensibilizzazione e nella diffusione di informazioni sulla neuro diversità, Elio e Gianluca Nicoletti introdurranno il film assieme a Michele Crocchiola per #iorestoinSALA.

E proprio di questo parla la commedia  agrodolce firmata da Olivier Nakache e Éric Toledano (Quasi Amici) con protagonisti Vincent Cassel e Reda Kateb. Nei panni di Bruno e Malik, amici e colleghi, i due sono entrambi impegnati in organizzazioni non-profit differenti, responsabili dell’educazione di bambini e adolescenti affetti da autismo.

The Specials, la nostra recensione

La storia del film s’ispira a due persone reali, Stéphane Benhamou, fondatore di Le silence des justes, Daoud Tatou, direttore di Le relais IDF, associazioni specializzate nella cura dei giovani autistici, in particolare quelli provenienti da contesti svantaggiati.

«I nostri film raccontano sempre incontri inverosimili. – spiegano i registi  – Questo ha una dimensione particolare: parla di come persone che comunicano poco, o affatto, e che sono considerate anormali, riescano comunque a far sì che delle persone considerate “normali”, che nella nostra società non comunicano più, possano comunicare. In queste associazioni si ritrova un’armonia e una miscela di culture, religioni, identità e passati atipici che dovrebbero essere d’ispirazione per molti…»

L’introduzione sarà come di consueto visibile anche sulle pagine Facebook di ognuna delle oltre 50 sale italiane che aderiscono al circuito www.iorestoinsala.it.

#iorestoinSALA aderisce alla Giornata Europea del Cinema d’Essai

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#iorestoinSALA aderisce alla Giornata Europea del Cinema d’Essai

In occasione della Giornata Europea del Cinema d’Essai, promossa da Europa Cinemas e Cicae (Confederazione Internazionale dei Cinema d’Arte e d’Essai), domenica 8 novembre sugli schermi virtuali di #iorestoinSALA – il circuito digitale cui aderiscono più di 50 cinema italiani – arriva ROUBAIX. UNE LUMIÈRE, noir francese firmato da Arnaud Desplechin e magnificamente interpretato da Lea Seydoux e da Roschdy Zem (vincitore del premio César 2020 per il Miglior Attore).

Ambientato a Roubaix, appunto, città natale del regista, il film prende spunto da una storia vera, un episodio di cronaca già raccontato da uno sconvolgente documentario televisivo trasmesso nel 2008 su France 3 e a cui Desplechin si è dichiaratamente ispirato. Un commissario e un giovane agente sono chiamati ad indagare sull’omicidio di un’anziana donna: le indiziate sono le due giovani vicine…

Desplechin realizza un thriller sociale teso, febbrile e spirituale, animato dall’intensità teatrale dei suoi attori. Un noir che trascende elegantemente le strutture di genere per scandagliare gli abissi dell’essere umano e la miseria del mondo di oggi. “Per la prima e unica volta nella mia vita – spiega il regista – ho solidarizzato con due criminali: ho voluto riconsiderare le parole crude delle vittime e delle colpevoli come la più pura delle poesie”. Il film sarà disponibile in streaming in versione originale francese con sottotitoli in italiano.

#IceBucketChallenge: Chris Pratt, Robert Downey Jr e tanti altri sotto l’acqua gelida!

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Si chiama Ice Bucket Challenge ed è una moda che sta impazzando ad Hollywood: farsi bagnare da acqua gelida e sfidare amici e colleghi famosi a fare lo stesso. Lo scopo non è solo divertimento e risate da parte di chi guarda e di chi partecipa, ma è ovviamente più alto: si tratta di una raccolta fondi contro la SLA a cui stanno aderendo in tantissimi dal mondo del cinema, della musica e dello spettacolo in generale.

Da Robert Downey Jr a Oprah Winfrey, tutti si stanno prestando al gioco! Ecco qualche video!

Robert Downey Jr:

CEO Disney Bob Iger:

Kerry Washington:

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Keith Urban:

http://youtu.be/M8NY6DmI6Ok

Chris Pratt:

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Oprah Winfrey:

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Taylor Swift e Jamie King:

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Stephen e Robbie Amell:

http://youtu.be/zwNpd-QLnC0

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#IceBucketChallenge: Chris Hemsworth e Tom Hiddleston accettano la sfida

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Si chiama Ice Buket Challenge ed è una moda che sta impazzando ad Hollywood: farsi bagnare da acqua gelida e sfidare amici e colleghi famosi a fare lo stesso. Lo scopo non è solo divertimento e risate da parte di chi guarda e di chi partecipa, ma è ovviamente più alto: si tratta di una raccolta fondi contro la SLA a cui stanno aderendo in tantissimi dal mondo del cinema, della musica e dello spettacolo in generale.

Dopo Chris Pratt, Robert Downey Jr. e tantissimi altri, oggi tocca anche a Chris Hemsworth e Tom Hiddleston, che hanno subito raccolto la sfida e nominato, a loro volta, Jeremy Renner, Mark Ruffalo e Chris Evans (Hemsworth) e Benedict Cumberbatch e Luke Evans (Hiddleston).

In attesa di vedere nuovi Ice Bucket Challenge video, godiamoci Chris Hemsworth e Tom Hiddleston sotto l’acqua gelida:

#IceBucketChallenge: Chris Evans e Benedict Cumberbatch accettano a modo loro…

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Benedict Cumberbatch e Chris Evans hanno ceduto e hanno accettato la sfida dell’Ice Bucket Challenge, che ormai vede coinvolti praticamente tutti i divi intorno al Mondo e che sta prendendo piede anche in Italia.

I due attori si sono prestati alla secchiata d’acqua ghiacciata, ma lo hanno fatto a modo loro. Evans ha optato per un vero e proprio manuale dell’ #IceBucketChallenge, mentre Cumberbatch ha subito il gavettone in maniera stoica e abbastanza particolare. Ecco i video:

http://youtu.be/0ARpDA0W9Lw

Guarda anche:

James Franco risponde alla nomina di Selena Gomez per #IceBucketChallenge

#IceBucketChallenge: Chris Hemsworth e Tom Hiddleston accettano la sfida

Ben Affleck e l’ #IceBucketChallenge in ‘famiglia’

#IceBucketChallenge: Chris Pratt, Robert Downey Jr e tanti altri sotto l’acqua gelida!

#IceBucketChallenge: anche Superman e Lois Lane sotto l’acqua fredda!

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#IceBucketChallengePiano piano tutte le star di Hollywood si stanno prestando all’ Ice Bucket Challenge, e dopo Ben Affleck (qui), anche gli altri protagonisti di Batman v Superman Dawn of Justice si prestano alla secchiata d’acqua gelida contro la SLA (secchiata che ci auguriamo sia accompagnata da una bella donazione).

Di seguito potete vedere Amy Adams e Henry Cavill, con addosso i costumi di Lois Lane e di Superman, prendere la loro dose di acqua ghiacciata, e per Superman questa dose pare proporzionata ai suoi super poteri.

Guardate il video:

Leggi anche:#IceBucketChallenge: Chris Evans e Benedict Cumberbatch accettano a modo loro…

James Franco risponde alla nomina di Selena Gomez per #IceBucketChallenge [Video]

#IceBucketChallenge: Chris Hemsworth e Tom Hiddleston accettano la sfida

#IceBucketChallenge: Chris Pratt, Robert Downey Jr e tanti altri sotto l’acqua gelida!

#IAmSorry: video della pubblica ammenda di Shia LaBeouf

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Continua la personale campagna di ammenda di Shia LaBeouf, come già saprete, avevamo segnalato tempo fa (leggi qui) che l’attore voleva allestire una sorta di evento in cui chiedeva scusa per la storia dei suoi plagi. Ebbene, pare proprio che la cosa è andata avanti tanto da arrivare dal THR il primo video dal primo evento in cui vediamo l’attore all’opera. L’evento rimarrà una settimana in una galleria sulla Beverly Boulevard di Los Angeles, e si chiamerà #IAmSorry.

Leggi anche: Shia LaBeouf non è più famoso: ecco l’attore sul red carpet di Berlino 2014

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Che ne dite?

Leggi anche: Shia LaBeouf pubblica un cortometraggio che si rivela un plagio

#iamsorry

 

#HeForShe: tutti i sostenitori della campagna promossa da Emma Watson

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Dopo il trionfale discorso di fronte alle Nazioni Unite, Emma Watson sta proseguendo con il suo supporto alla campagna #HeForShe, movimento che si prefigge di sensibilizzare ‘lui’ a sostenere i diritti di ‘lei’, ovvero un’iniziativa in favore della parità di genere.

LEGGI ANCHE: Emma Watson per #HeForShe, il suo discorso all’ONU

L’attrice, calorosamente applaudita in sede ONU, è stata poi sostenuta, nel corso degli ultimi giorni, da un considerevole numero di colleghi, che con foto, tweet, post su facebook e instagram, hanno dimostrato di supportare #HeForShe.

Si tratta principlamente di attori e personaggi dello spettacolo che hanno avuto a che fare in passato con la Watson. Tra questi c’è la sua co-star in Harry Potter, Matthew Lewis, oppure Eddie Redmayne e Logan Lerman, che pure hanno recitato accanto a lei (il primo in Marilyn e il secondo in Noi Siamo Infinito e in Noah). Ma ancora Russel Crowe, Ben Barnes, Tom Hiddleston e Peter Gallagher non hanno voluto far mancare all’impegnata Emma il loro supporto.

Fonte: Variety

#GiveCaptainAmericaABoyfriend: Twitter chiede un fidanzato per Cap

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Per quanto possa sembrare assurdo ai fan dei fumetti più integralisti, sta succedendo davvero, tanto che l’hashtag #GiveCaptainAmericaABoyfriend è diventato trend topic in poche ore. Per coloro che si stessero chiedendo cosa vuol dire e da dove viene questa cosa, serve un brevissimo viaggio nel tempo. Qualche settimana fa, allo scopo di provare a portare un personaggio LGBT nel mondo Disney, la rete si era mossa affinchè Elsa, protagonista di Frozen, avesse nel sequel una fidanzata. L’hashtag del caso era #GiveElsaAGirlfriend. Adesso la stessa cosa si chiede per Cap, dal momento che si è discusso molto dell’introduzione in un personaggio non eterosessuale nell’universo del cinecomics (eventualità che ha trovato riscontro positivo presso i Marvel Studios).

Captain America Civil War: 12 segreti dal film Marvel

cap bucky GiveCaptainAmericaABoyfriend

X-Men Apocalypse: SI e No del film Fox

Chiaramente il favorito dai fan ad assumere il titolo di Fidanzato di Cap è Bucky, tuttavia, considerando il personaggio di Rogers, una relazione omosessuale sarebbe davvero fuori parte, senza considerare poi che ha avuto una relazione con Peggy Carter, un discontinuo flirt con Vedova Nera, e adesso una relazione nascente con Sharon Carter.

Captain America Civil War: 10 rumors che si sono rivelati falsi – SPOILER

#GiveCaptainAmericaABoyfriend on Twitter

#DoomsdayIsComing”: i Fratelli Russo anticipano Avengers: Doomsday con una immagine criptica di Fantastici Quattro (?)

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Mentre i lavori su Avengers: Doomsday proseguono, i fratelli Russo hanno condiviso su Instagram un’altra criptica anticipazione. Accompagnata dall’hashtag #DoomsdayIsComing, questa foto sfocata ha lasciato i fan perplessi.

A un esame più attento, crediamo che si tratti della lavagna di Reed Richards in I Fantastici Quattro: Gli Inizi. Le incisioni bianche su sfondo nero sono state il nostro primo indizio, anche se la linea gialla sembra essere la rivelazione.

Nel reboot, abbiamo scoperto che Mister Fantastic stava conducendo ricerche su dimensioni parallele, ed è probabilmente a questo che Joe e Anthony stanno alludendo. Ricordate, la scena post-credits di Thunderbolts*, diretta dal duo, mostrava l’astronave Excelsior in arrivo nell’atmosfera della Terra 616.

Reed Richards in I Fantastici Quattro Gli Inizi
Reed Richards in I Fantastici Quattro Gli Inizi. Foto di Marvel Studios © 2025 20th Century Studios / © and ™ 2025 MARVEL

Stiamo ancora aspettando il seguito della rivelazione del cast di Avengers: Doomsday di marzo, e non possiamo fare a meno di chiederci se i prossimi nomi potrebbero essere rivelati su questa lavagna allungata.

Il tempo ce lo dirà, ma con il film ancora a più di un anno di distanza, potrebbe volerci un po’ prima di vedere qualcosa di ufficiale dal blockbuster.

Durante l’estate, il regista di I Fantastici Quattro: Gli Inizi, Matt Shakman, ha parlato di Reed come protagonista degli Avengers (si riferiva ai fumetti, ma molti lo hanno interpretato come un’indicazione che fosse nei piani per Avengers: Doomsday). Pedro Pascal è poi intervenuto sulla questione dicendo: “È una grande novità per me, per prima cosa. Credo che Matt Shakman stesse facendo un’intervista e quando ha parlato di Reed.”

“C’è qualcosa che accade nei fumetti in cui lui viene in qualche modo attratto dalla famiglia degli Avengers e gli viene chiesto di ricoprire una posizione di leadership. È qualcosa che accade nei fumetti. Non è necessariamente qualcosa che comporta il futuro del mio personaggio”, ha continuato. “Sono onesto in questo. Non sto nemmeno cercando di evitare spoiler. È un po’ fuorviante.”

Cosa sappiamo di Avengers: Doomsday

Avengers: Doomsday e Avengers: Secret Wars arriveranno in sala rispettivamente il 18 dicembre 2026, e il 17 dicembre 2027. Entrambi i film saranno diretti da Joe e Anthony Russo, che tornano anche nel MCU dopo aver diretto Captain America: The Winter Soldier, Captain America: Civil War, Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame.

Sono confermati nel cast del film (per ora): Paul Rudd / Ant-Man, Simu Liu / Shang-Chi, Tom Hiddleston / Loki, Lewis Pullman / Bob-Sentry, Florence Pugh / Yelena, Danny Ramirez / Falcon, Ian McKellen / Magneto, Sebastian Stan / Bucky, Winston Duke / M’Baku, Chris Hemsworth / Thor, Kelsey Grammer / Beast, James Marsden / Cyclops, Channing Tatum / Gambit, Wyatt Russell / U.S. Agent, Vanessa Kirby / Sue Storm, Rebecca Romijn / Mystique, Patrick Stewart / Professor X, Alan Cumming / Nightcrawler, Letitia Wright / Black Panther, Tenoch Huerta Mejia / Namor, Pedro Pascal / Reed Richards, Hannah John-Kamen / Ghost, Joseph Quinn / Johnny Storm, David Harbour / Red Guardian, Robert Downey Jr. / Doctor Doom, Ebon Moss-Bachrach / La Cosa, Anthony Mackie / Captain America.

#BlackLivesMatter: 10 film in streaming per comprendere il movimento

In seguito all’omicidio di George Floyd, negli Stati Uniti continuano a moltiplicarsi le manifestazioni e le prese di posizione contro il razzismo e l’omicidio delle persone di colore da parte della polizia, che hanno poi condotto alla nascita del movimento internazionale #BlackLivesMatter. Ecco 10 film che trovate comodamente in streaming e che possono aiutare a capire meglio quanto sta accadendo in America:

I Am Not Your Negro, 2016 (Chili)

I Am Not Your Negro è un documentario del 2016 diretto da Raoul Peck e candidato all’Oscar nel 2017 per il miglior documentario. Racconta il pensiero di James Baldwin partendo da un’opera dello scrittore statunitense rimasta incompiuta (che di fatto figura anche come sceneggiatore, nonostante sia scomparso nel 1987).

Il pensiero di Baldwin è fondamentale per capire la questione razziale che ancora oggi attanaglia gli Stati Uniti. Il documentario, disponibile in streaming su Chili, è una lezione di storia e di etica che, attraverso il linguaggio innovativo di uno dei più importanti, empatici e lucidi scrittori della storia americana, aiuta a comprendere con maggiore consapevolezza il mondo che ci circonda.

BlackKklansman, 2018 (Prime Video)

BlacKkKlansman film-2018

BlacKkKlansman, disponibile su Prime Video, è un film del 2018 diretto da Spike Lee, presentato in anteprima al Festival di Cannes e vincitore del premio Oscar alla migliore sceneggiatura non originale.

Adattamento cinematografico dell’omonimo libro scritto dall’ex poliziotto Ron Stallworth (nel film interpretato da John David Washington), il film racconta la storia vera dello stesso Stallworth, primo poliziotto nero nella storia di Colorado Springs ad essersi infiltrato nel Ku Klux Klan. Servendosi di uno stile assolutamente innovativo, Lee manifesta tutta la sua rabbia nei confronti di una situazione sociale, politica e culturale profondamente radicata tanto nell’America del passato quanto in quella di oggi.

Invictus, 2009 (Prime Video)

Invictus

Invictus – L’invincibile è un film del 2009 diretto dal maestro Clint Eastwood. Ispirato a fatti realmente accaduti, la storia – basata su un romanzo di John Carlin – ruota attorno ad una serie di eventi che ebbero luogo in occasione della Coppa del Mondo di rugby del 1995, tenutasi in Sudafrica poco tempo dopo l’insediamento di Nelson Mandela come presidente della nazione.

Nel film, disponibile su Prime Video, Mandela (interpretato da Morgan Freeman) è appena diventato il primo presidente sudafricano di colore. Dopo la caduta del regime dell’apartheid, si ritrova a guidare la nazione in un periodo storico particolarmente delicato. Il suo obiettivo è quello di riconnettere la popolazione sudafricana, ancora fortemente divisa dall’odio fra la maggioranza nera e la minoranza bianca.

XIII emendamento, 2016 (Netflix)

XIII emendamento è un documentario del 2016, diretto da Ava DuVernay, regista che aveva già ampiamente affrontata il tema del razzismo nel bellissimo Selma – La strada della libertà del 2014. Il documentario ha vinto il premio Emmy nel 2017 nella categoria di appartenenza.

Il documentario, disponibile su Netflix, non sceglie la via della sovversione o della rivoluzione, e non racconta unicamente del razzismo di matrice “ideologica”: XIII emendamento, infatti, passa in rassegna tutta una serie di questioni e di avvenimenti che nel corso degli anni sono passate inosservate, sia per negligenza che per ignoranza.

Mudbound, 2017 (Netflix)

Mudbound

Mudbound è un film del 2017 diretto da Dee Rees. Adattamento dell’omonimo romanzo di Hillary Jordan, il film venne presentato in anteprima al Sundance Film Festival e ricevette quattro candidature ai premi Oscar, inclusa quella alla migliore attrice non protagonista per la celebre cantante Mary J. Blige.

Disponibile su Netflix, il film è un’epopea inarrestabile ed emozionante che, pur rifacendosi agli stilemi più abusati del cinema classico, riesce con sguardo innovativo a raccontare le luci e le ombre del Sogno Americano infrantosi tra l’inizio e la fine della Seconda Guerra Mondiale.

The Birth of a Nation, 2016 (Google Play)

The Birth of a Nation

The Birth of a Nation, disponibile su Google Play, è un film del 2016 scritto e diretto da Nate Parker, che nella pellicola si è anche ritagliato il ruolo del protagonista principale, Nat Turner, uno schiavo afroamericano che nell’agosto del 1831 guidò la rivolta degli schiavi nella Contea di Southampton, in Virginia.

Il film, il cui titolo è un riferimento ironico al controverso film del 1915 Nascita di una nazione, che descriveva la nascita – appunto – del Ku Klux Klan, ha vinto il gran premio della giuria e il premio del pubblico al Sundance Film Festival. Un film che, attraverso feroci sequenze dall’impatto emotivo straordinario, ci ricorda come il peso della Storia non faccia sconti a nessuno.

LA 92, 2017 (Netflix)

LA 92 è un documentario del 2017 diretto da Daniel Lindsay e T. J. Martin che racconta, a 25 anni di distanza dai fatti accaduti, le proteste e le rivolte che sconvolsero la città di Los Angeles nel 1992.

Il documentario, che ha debuttato in anteprima al Tribeca Film Festival e che ha anche vinto un Emmy, è disponibile su Netflix. Include immagini di repertorio relative alle rivolte del quartiere di Watts del 1965, all’elezione di Tom Bradley del 1973, alla promozione di Daryl Gates nel 1978, alla sparatoria di Latasha Harlins, alle violenze perpetrate dalla polizia americana ai danni di Rodney King e alle successive rivolte e violenze scoppiate dopo l’assoluzione degli ufficiali coinvolti nel pestaggio.

Fa’ la cosa giusta, 1989 (Chili, Google Play, iTunes)

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Fa’ la cosa giusta è probabilmente uno dei film più celebri di Spike Lee, considerato da molti il capolavoro del regista statunitense. All’epoca della sua uscita in sala, nel 1989, fu al centro di grosse polemiche, perché secondo alcuni la storia raccontata nel film istigava i giovani afro-americani alla rivolta.

Candidato a due premi Oscar e trainato da una colonna sonora tanto irresistibile quanto fortemente critica nei confronti della società statunitense, il film (che prende spunto da alcuni fatti di cronaca realmente accaduti, tra cui il famoso “Howard Beach Incident”) è ancora oggi considerato uno dei migliori della storia del cinema. Lo trovate in streaming su Chili, Google Play e iTunes.

The Help, 2011 (Rakuten Tv, Chili)

The Help

The Help è un film del 2010 diretto da Tate Taylor e basato sull’omonimo romanzo di Kathryn Stockett, amica d’infanzia del regista. Il cast è assolutamente di prim’ordine: Emma StoneViola DavisBryce Dallas HowardJessica Chastain, Allison Janney, Sissy Spacek e Octavia Spencer, che per il suo ruolo riuscì anche ad ottenere un Oscar come migliore attrice non protagonista.

The Help, disponibile su Rakuten Tv e Chili, è una commedia drammatica a tratti divertente, ma anche amara e sinceramente toccante, che racconta un periodo oscuro della storia dell’uomo, profondamente caratterizzato da segregazione e razzismo.

When They See Us, 2019 (Netflix)

When They See Us

When They See Us è una miniserie tv diretta da Ava DuVerny, già acclamata per Selma – La strada della libertà e per il già citato documentario XIII emendamento. Disponibile su Netflix, la serie ricostruisce il caso della jogger di Central Park, una donna bianca che nel 1989 venne aggredita durante una sessione di allenamento all’interno del celebre parco di New York.

In seguito al tragico accaduto, cinque giovani ragazzi, quattro di colore e uno ispanico, furono condannati per il reato nonostante l’assenza di prove. Nel 2002, quando il vero colpevole confessò il reato, i cinque vennero scagionati e liberati. Una miniserie spaventosamente toccante che mette in luce le falle di un sistema giudiziario che, nel corso della sua storia, ha troppo spesso ignorato i principi fondamentali di giustizia e uguaglianza, a favore di un’ossessiva ricerca del colpevole.

#10YearsChallenge Marvel edition: com’erano i protagonisti?

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#10YearsChallenge Marvel edition: com’erano i protagonisti?

La #10YearsChallenge ha attecchito anche nei Marvel Studios, tanto che i canali social ufficiali della produzione hanno condiviso la loro personale “sfida dei 10 anni”. Nelle foto di seguito infatti potete vedere come erano 10 anni fa i protagonisti del Marvel Cinematic Universe in confronto a come sono invece adesso.

Ovviamente, la challenge non è precisissima, dal momento che alcuni personaggi sono comparsi sul grande schermo dopo o prima il 2009, come Tony Stark/Iron Man, che ha debuttato nel 2008, o Thor e Clint Barton che invece sono arrivati nel 2011.

Due casi particolari sono invece Nick Fury e Phil Coulson, che nelle immagini a seguire sono stati confrontati con le loro versioni ringiovanite che vedremo in Captain Marvel il prossimo maggio. Ecco di seguito la #10YearsChallenge Marvel edition!

Qui la condivisione originale su Instagram:

Gli appuntamenti con i Marvel Studios nel 2019 saranno 3. Il primo in ordine cronologico è quello di marzo, con l’esordio in sala di Captain Marvel; ad aprile sarà la volta di Avengers: Endgame, che chiuderà definitivamente la Fase 3. A luglio, in apertura della Fase 4 (ancora molto misteriosa), arriverà al cinema Spider-Man: Far From Home, di cui abbiamo visto di recente il primo trailer ufficiale.

La #10YearsChallenge è la moda del momento sui social, secondo le quale devono essere messe a confronto due foto, una di 10 anni fa e un’altra dell’anno in corso. Tra vip, celebrità e pagine social buffe, la challenge sta prendendo il controllo (momentaneo) della rete e sta assumendo sfumature di parodia in alcuni casi molto divertenti.

& Sons: recensione del film che riflette sul peso dell’eredità e delle menzogne familiari – #RoFF20

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La famiglia è un terreno fragile, fatto di legami, omissioni e ferite sempre pronte a riaprirsi. In & Sons, diretto da Pablo Tropero e scritto insieme a Sarah Polley dal romanzo di David Gilbert, la complessità dei rapporti familiari diventa il cuore di un dramma che alterna realismo e suggestioni quasi metafisiche. Il film è un viaggio dentro l’intimità di un padre e dei suoi figli, ma anche dentro il concetto stesso di identità, in una riflessione sul peso dell’eredità e sul valore della verità.

Ciò che distingue & Sons da molti altri drammi familiari è la sua natura ambigua: sotto la superficie di una storia di riconciliazioni e rancori si nasconde qualcosa di più audace e sorprendente. Un colpo di scena centrale, che è meglio non rivelare, trasforma la narrazione in un racconto poetico e quasi fantascientifico, dove la realtà sembra piegarsi al bisogno umano di lasciare un segno, di essere ricordati anche quando la memoria tradisce.

Un padre, tre figli e un segreto che riscrive tutto

La storia inizia nella casa disordinata di Andrew Dyer (Bill Nighy), scrittore celebre ma ormai in declino, che vive isolato tra bottiglie di whisky e manoscritti dimenticati. Accanto a lui c’è solo Andy Jr. (Noah Jupe), il figlio nato da una relazione extraconiugale. Quando Andrew convoca anche i suoi due figli maggiori, Richard (Johnny Flynn) e Jamie (George MacKay), il loro ritorno è tutt’altro che affettuoso. Il padre ha un annuncio da fare, un segreto capace di riscrivere la loro storia.

Ciò che segue è un dramma familiare carico di tensione e di ironia amara, dove il passato riaffiora come un fantasma. La rivelazione non riguarda solo la verità su Andy, ma la fragilità di tutti i legami che tengono insieme la famiglia Dyer. Il film diventa così una lunga resa dei conti: quella di un uomo che ha costruito la propria vita sulle parole, ma che non ha mai saputo usarle per chiedere perdono.

Un racconto di padri e figli tra ironia e malinconia

Tropero dirige con equilibrio e sensibilità, alternando momenti di scontro a silenzi carichi di significato. La regia evita il sentimentalismo e preferisce lasciare spazio alla vulnerabilità dei personaggi. L’ironia, spesso cupa, serve a bilanciare la malinconia di un film che parla di fallimenti, ma anche di seconde possibilità.

Bill Nighy offre una delle sue interpretazioni più intense: il suo Andrew è vanitoso, fragile e al tempo stesso commovente. L’attore riesce a far emergere la contraddizione di un uomo che teme di morire dimenticato, e che cerca disperatamente di essere ancora padre. Accanto a lui, Flynn, MacKay e Jupe restituiscono con sincerità la rabbia e la confusione dei figli, ognuno in un diverso stadio di disillusione.

Ma è Imelda Staunton, nei panni dell’ex moglie di Andrew, a regalare al film i momenti più intensi. Ogni sua apparizione porta con sé un’emozione trattenuta, una verità che spezza il ritmo e costringe lo spettatore a fare i conti con il dolore. Staunton incarna la dignità ferita di chi ha scelto di sopravvivere all’amore, e la sua presenza eleva ogni scena in cui compare.

I limiti di un’opera ambiziosa ma sincera

Nonostante la forza del suo impianto emotivo, & Sons non è privo di imperfezioni. La seconda parte inserisce troppe sottotrame e colpi di scena che rischiano di appesantire la narrazione, allontanandola dal suo nucleo più autentico. A volte la sceneggiatura sembra voler dimostrare troppo, come se il film temesse la semplicità.

Eppure, anche nei suoi momenti meno riusciti, l’opera di Tropero e Polley resta profondamente umana. È un film che parla di perdono, di rimpianti e di memoria, e che sa trovare la verità nei dettagli più piccoli: un gesto esitante, uno sguardo che chiede scusa, un silenzio che dice tutto.

[UPDATE] The Avengers: l’anteprima per il pubblico il 17 aprile!

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[UPDATE] The Avengers: l’anteprima per il pubblico il 17 aprile!

Un’anteprima tutta per i fan! Ecco cosa stanno preparando i Vendicatori Marvel che il 17 aprile verranno proiettati sul grande schermo dell’UCI Cinemas Parco Leonardo a Roma.

[Update] Comic-Con 2011: I Vendicatori, concept!

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[Update] Comic-Con 2011: I Vendicatori, concept!

Arrivano i concept poster dei Vendicatori. La Marvel oggi terrà il panel sul film che riunirà tutti gli eroi Marvel.

[Rec] 4 Apocalypse trailer e 4 poster per il capitolo finale della quadrilogia horror

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rec4Arrivano online quattro poster e il trailer finale di [Rec] 4 Apocalypse, quarto e ultimo film della saga firmata da Paco Plaza e Jaume Balaguerò (quest’ultimo unico regista del quarto capitolo).
Per questo film torna Manuela Velasco nei panni di Angela Vidal, sopravvissuta ai terribili eventi narrati nel film [Rec].
Ma quello che la giovane reporter televisiva e i soldati che l’hanno salvata non sanno è che all’interno del suo corpo ha sede una sorta di strana infezione. Sarà in seguito quindi trasportata in un luogo remoto per stare in quarantena, in isolamento per numerosi giorni. Quel luogo è una vecchia petroliera ancorata in mezzo al mare, lontana dalla costa e circondata dalle acque. Nonostante tutto nè Angela nè gli altri ospiti della gigantesca imbarcazione saranno al sicuro dall’infezione che trasforma gli umani in esseri selvaggi, violenti e sanguinari simili a zombie.

http://youtu.be/nbMillKxC5s

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(Im)perfetti Criminali: al via le riprese del nuovo film Sky Original diretto da Alessio Maria Federici

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Sky annuncia le riprese di (Im)perfetti Criminali, il nuovo film Sky Original, prodotto Cinemaundici e Vision Distribution. Diretto da Alessio Maria Federici e scritto da Ivano Fachin, Luca Federico, Giovanni Galassi e Tommaso Matano, (Im)perfetti Criminali è una commedia sul valore dell’amicizia e sulla possibilità del riscatto sociale. 

I protagonisti di (Im)perfetti Criminali sono Filippo Scicchitano (Scialla! Stai sereno, Un giorno speciale, Bianca come il latte, rossa come il sangue, Non è un paese per giovani) che interpreta Riccardo, Fabio Balsamo  (Falla girare, 7 ore per farti innamorare, Addio fottuti musi verdi) nel ruolo di Pietro, Guglielmo Poggi (School of Mafia, Cops – Una banda di poliziotti, Bentornato Presidente!, Il Tuttofare, Beata Ignoranza) è Massimo, BABAK KARIMI (Una Separazione, Caos Calmo, Tickets, Last Minute Marocco, Gli Indesiderabili) è  Amir. Con loro MATTEO MARTARI (Le ragazze non piangono, Il giorno e la notte, Fabrizio De André – Principe Libero, Luisa Spagnoli, I Medici), nel ruolo di Gino Vianello, ANNA FERZETTI (Tutti per 1 – 1 per tutti, Domani è un altro Giorno, Duisburg – Linea di sangue) è Francesca, MASSIMILIANO BRUNO (Ritorno al Crimine, Genitori vs Influencer, Detective per caso, Non ci resta che il  crimine, Boris – Il film) è Walter, SARA BACCARINI (Non ci resta che il crimine) è Cinzia. Con PINO INSEGNO che interpreta sé stesso e Magalli e la criminologa ROBERTA BRUZZONE. E con CLAUDIO GREG GREGORI (Lillo e Greg – The movie!, Colpi di fulmine, Natale col boss, D.N.A. – Decisamente non adatti) nel ruolo di  Meier.

La trama di (Im)perfetti Criminali

Riccardo, Amir, Pietro e Massimo, quattro guardie giurate, non particolarmente brillanti né coraggiose, sono legate da un’amicizia indissolubile. Quando Amir, che ha una famiglia numerosa da mantenere, perde il lavoro, gli altri tre si sentono chiamati ad aiutarlo ad ogni costo. Passando da una pessima idea a un improvvisato piano criminale, i quattro amici si troveranno in un vortice di incontri, avventure e insidie, ma anche qualche sorpresa. Perché i nostri eroi hanno ancora più di un asso nella manica…

Margherita Amedei, Senior Director Sky Cinema ha dichiarato: “Siamo felici di annunciare oggi un nuovo titolo Sky Original, una commedia divertente incentrata sull’idea narrativa del colpo perfetto, nello stile dei grandi classici da “Ocean’s Eleven” all’italiano “Smetto quando voglio”. Una storia che ci ha convinti subito, sul valore dell’amicizia e del riscatto e con una grandissima trovata che, siamo certi, riserverà più di una sorpresa al nostro pubblico. Per il cast abbiamo deciso di puntare su un gruppo di attori giovane e un po’ insolito, che siamo certi coinvolgerà gli spettatori”.

(Im)perfetti Criminali, arriva su SKY e NOW il film SKY Original

(Im)perfetti Criminali, arriva su SKY e NOW il film SKY Original

(Im)perfetti Criminali, il nuovo film Sky Original, prodotto Cinemaundici e Vision Distribution è un imprevedibile comedy heist-movie che, attraverso un improbabile piano criminale, racconta il valore dell’amicizia e della possibilità del riscatto sociale.

Diretto da Alessio Maria Federici e scritto da Ivano Fachin, Luca Federico, Giovanni Galassi e Tommaso Matano, il film Sky Original sarà su Sky Cinema dal 9 maggio e in streaming su NOW.

I protagonisti sono Filippo Scicchiatano (Scialla! Stai sereno, Un giorno speciale, Bianca come il latte, rossa come il sangue, Non è un paese per giovani) che interpreta Riccardo, Fabio Balsamo (Falla girare7 ore per farti innamorareAddio fottuti musi verdi) nel ruolo di Pietro, Guglielmo Poggi (School of MafiaCops – Una banda di poliziottiBentornato Presidente!Il TuttofareBeata Ignoranza) è Massimo, Babak Karimi (Una Separazione, Caos Calmo, Tickets, Last Minute Marocco, Gli Indesiderabili) è  Amir. Con loro Matteo Martari (Le ragazze non piangonoIl giorno e la notteFabrizio De André – Principe LiberoLuisa SpagnoliI Medici), nel ruolo di Gino Vianello, GREG (Lillo e Greg – The movie!, Colpi di fulmine, Natale col boss, D.N.A. – Decisamente non adatti) interpreta Meyer, Anna Feretti (Tutti per 1 – 1 per tuttiDomani è un altro GiornoDuisburg – Linea di sangue) è Francesca, Massimiliano Bruno (Ritorno al Crimine, Genitori vs Influencer, Detective per caso, Non ci resta che il crimine, Boris – Il film) è Walter, Sara Baccarini (Non ci resta che il crimine) è Cinzia, Rocio Munoz Morales (Tu mi nascondi qualcosa, They Talk, Tutte le strade portano a Roma) è Luana. E con Pino Insegno nel ruolo di Magalli e la criminologa Roberta Bruzzone che interpreta sé stessa.

Trailer:

La trama

Riccardo, Amir, Pietro e Massimo, quattro guardie giurate, non particolarmente brillanti né coraggiose, sono legate da un’amicizia indissolubile. Quando Amir, che ha una famiglia numerosa da mantenere, perde il lavoro, gli altri tre si sentono chiamati ad aiutarlo ad ogni costo. Passando da una pessima idea a un improvvisato piano criminale, i quattro amici si troveranno in un vortice di incontri, avventure e insidie, ma anche qualche sorpresa. Perché i nostri eroi hanno ancora più di un asso nella manica…

«Una lettera d’amore a Taiwan»: Shih-Ching Tsou ci racconta La mia famiglia a Taipei, dal 22 dicembre al cinema

La taiwanese Shih-Ching Tsou arriva al suo primo lungometraggio da regista “in solitaria” con un bagaglio raro: vent’anni passati a costruire, da coautrice e produttrice, il cinema degli altri. Con La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl), scritto insieme a Sean Baker – che del film è anche produttore e montatore – la prospettiva cambia. Non è solo un debutto, ma il punto di arrivo di un lungo percorso creativo e personale, e al tempo stesso un ritorno a un nucleo di immagini, suoni e contraddizioni che la regista porta con sé da oltre due decenni e che trovano finalmente una forma compiuta sul grande schermo, attraverso un linguaggio visivo immersivo e profondamente radicato nei luoghi reali.

Presentato in anteprima mondiale alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes, dove è stato accolto con grande calore dalla stampa internazionale, La mia famiglia a Taipei ha poi proseguito il suo percorso nei festival fino alla vittoria del Premio per il Miglior Film alla Festa del Cinema di Roma 2025, affermandosi come uno degli esordi più sensibili dell’anno. In una lunga chiacchierata sulla Croisette proprio in occasione della première del film lo scorso maggio, Tsou ci ha descritto questo progetto come un vero punto di svolta, non solo professionale ma anche intimo: «Dopo vent’anni passati a lavorare sulle visioni degli altri registi, ad aiutarli a costruire il loro mondo, per me era importante ricominciare da capo. È quasi un “restart” della mia carriera come regista».

Il film – a cui abbiamo dedicato anche un’approfondita recensione – segue il ritorno a Taipei di una famiglia dopo anni di assenza, osservando la città attraverso lo sguardo della piccola I-Jing, che accompagna la madre single nel mercato notturno dove lavora per ripagare i debiti, mentre la sorella maggiore contribuisce con un impiego part-time. Tra bancarelle, luci al neon e una quotidianità frenetica, la bambina esplora con curiosità e meraviglia una nuova vita urbana, finché un divieto apparentemente innocuo – imposto dal nonno, che le proibisce di usare la mano sinistra perché ritenuta “malvagia” – innesca una serie di conseguenze inattese, portando a galla tensioni familiari e segreti sepolti. È all’interno di questo microcosmo domestico, sospeso tra tradizione e modernità, che Tsou costruisce un racconto intimo, fatto di silenzi, legami e fratture generazionali.

Quello che colpisce, però, è la misura del tempo che il film si porta dietro: Tsou non parla di un’ispirazione recente, ma di un’immagine che l’ha accompagnata per una vita intera. «Questa storia è nella mia testa da più di vent’anni», ha svelato, e la fa risalire a una frase ascoltata da bambina e mai davvero dimenticata. «Mio nonno mi diceva che la mano sinistra è la mano del diavolo e mi chiedeva di non usarla». Un divieto che, nella sua memoria, è legato anche a qualcosa di più profondo e ambiguo: l’idea di essere stata “corretta” senza nemmeno rendersene conto. «Non capivo, perché non ero mancina: ero già stata corretta. Ora uso solo la destra, ma mi hanno corretta quando ero piccolissima. Non lo sapevo nemmeno». In quella ferita minuscola e quotidiana – una superstizione familiare trasformata in regola – c’è già il nucleo del film: il corpo, l’identità, la tradizione che si impone come un destino, ma soprattutto il modo in cui i non detti si trasmettono di generazione in generazione.

La scintilla narrativa diventa poi un’alleanza creativa. Tsou racconta di aver condiviso quell’episodio con Sean Baker (premio Oscar per Anora) già nel 1999, quando si erano conosciuti a lezione di montaggio: «Gli ho raccontato questa cosa e lui ha pensato che ci fosse qualcosa da cui potevamo partire, qualcosa che potevamo scrivere insieme». È un dettaglio utile a capire come funziona, nel loro sodalizio, la divisione dei ruoli: lei porta la memoria, la lingua, le tensioni di un contesto; lui intercetta immediatamente la forma cinematografica che può contenerle. E infatti, quando nel 2010 tornano a Taiwan per restarci un mese e lavorare davvero alla sceneggiatura, Tsou insiste su un punto: anche senza conoscere la lingua, Baker “vede” il film con lucidità. «Lui non conosce davvero la lingua, ma è un genio del visual e dello storytelling. Quando siamo andati al mercato notturno, l’ha capito subito: sapeva già come il film dovesse essere girato, che dovevamo restare all’altezza della bambina e raccontare tutto attraverso i suoi occhi».

La piccola Nina Ye, protagonista de La mia famiglia a Taipei
La piccola Nina Ye, protagonista de La mia famiglia a Taipei – Cortesia di I Wonder Pictures

Tra quel ritorno a Taiwan e l’arrivo sullo schermo, però, passano anni di tentativi e ostacoli che Tsou ricostruisce con franchezza: fare un film indipendente in lingua non inglese, dice, significa soprattutto inseguire finanziamenti senza una rete solida. «È davvero difficile, perché è un film in lingua straniera. Non trovi soldi negli Stati Uniti». Eppure l’insistenza sul progetto non viene mai meno. Dopo una prima ricognizione già nel 2001 – con foto, sopralluoghi e persino una bozza di trailer – Tsou e Baker capiscono che serve dimostrare prima di tutto che un cinema “piccolo” è possibile. È così che nasce Take Out nel 2003: «È costato 3.000 dollari», ricorda, quasi a sottolineare che quella micro-produzione non ha settato solo un precedente, ma una prova generale di metodo e resistenza: «Abbiamo capito che è possibile fare un film anche solo in due».

La mia famiglia a Taipei, però, richiede tempo, e soprattutto un sostegno che per anni non arriva. Il punto di svolta, paradossalmente, passa proprio da Cannes: Tsou racconta che è stato il percorso di Red Rocket a riportarli sulla Croisette e a creare un contesto favorevole per raccontare il progetto alle persone giuste. «Red Rocket ci ha riportati a Cannes. Abbiamo raccontato la storia di Left-Handed Girl e gli è piaciuta moltissimo. Sono stati i primi sostenitori solidi». Da lì, la regista torna a Taiwan e intraprende la strada istituzionale: «Ho fatto domanda per il Taipei Film Commission Film Fund. È così che finalmente abbiamo fatto il film».

Arrivare alla Semaine de la Critique con un esordio così personale significa, per Tsou, anche viverlo come un evento collettivo: «È stato davvero qualcosa di speciale. Quando siamo stati selezionati dalla Semaine de la Critique eravamo felicissimi, perché è una piattaforma perfetta per lanciare un film come questo. Alla première abbiamo ricevuto tantissimo affetto ed è stato meraviglioso. Tutta la troupe taiwanese è venuta a Cannes, eravamo in sedici, ed erano lì per sostenermi e supportare il film. È stata un’esperienza davvero unica».

Dentro questo contesto, il lavoro sul cast racconta un’altra cosa importante: Tsou non cerca “performer”, cerca presenze, corpi e volti capaci di reggere la realtà. Lo dice chiaramente: «In tutti i film su cui lavoriamo insieme facciamo sempre street casting: è una parte fondamentale». Ma qui c’è una difficoltà in più: Tsou vive a New York, quindi non può restare per mesi a Taiwan a cercare attori. È in quel vuoto logistico che sceglie un canale imprevedibile: «Sono andata su Instagram». È lì che trova Shi Yuan Ma, la sorella maggiore: «È al suo primo ruolo. Non aveva mai recitato, ma ha dato una performance incredibile».

Per la bambina protagonista, Nina Ye, invece, la ricerca è quasi ossessiva e dura settimane: «Abbiamo anche organizzato workshop con acting coach, ma senza risultati. Alla fine l’abbiamo trovata grazie a una casting agent che si occupa di spot pubblicitari. Nina recita negli spot da quando aveva tre anni, quindi sa stare davanti alla macchina da presa e ha una presenza straordinaria». Accanto a loro, Janelle Tsai rappresenta l’unico volto già affermato tra i protagonisti: Tsou racconta di averla contattata dopo aver ascoltato un suo desiderio preciso. «Ho visto un’intervista in cui diceva di volere un ruolo che la mettesse davvero alla prova. È allora che l’ho cercata io».

La mia famiglia a Taipei, una scena del film - Cortesia di I Wonder Pictures
La mia famiglia a Taipei, una scena del film – Cortesia di I Wonder Pictures

Se sul piano produttivo la sfida è concreta, sul piano narrativo Tsou è ancora più netta: per lei, la storia è stratificata, fatta di livelli che si scoprono progressivamente, e ogni personaggio ha un’origine reale. «Ogni personaggio è ispirato a persone reali della mia vita, o a storie sentite da amici o dalla mia famiglia. E alcune cose sono successe davvero nella mia famiglia». Il suo obiettivo non è costruire un dramma “esemplare”, ma un sistema di relazioni credibile, dove la tensione non cancella l’amore e il conflitto non spezza necessariamente i legami. Lo spiega con un’immagine che vale anche come dichiarazione poetica: «Alla fine sembra che non sia successo niente, no? Come se tutto fosse tornato normale. Ma è così che funzionano le famiglie. Litighiamo con le sorelle, litighiamo con le madri. Ma le ami comunque. Tutto viene dalla cura e dall’amore. È per questo che ci sono scontri e difficoltà». È un’idea di famiglia come organismo che assorbe urti e segreti senza per forza trasformarsi in un trauma “risolto”: una normalità che, proprio perché torna, lascia spesso un retrogusto amaro.

Il film lascia emergere anche una riflessione sul ruolo delle donne all’interno di una società ancora segnata da forti retaggi patriarcali: «Volevo assolutamente mostrare quella dinamica. È quasi un commento su come vivono le donne in una cultura in cui gli uomini ricevono sempre un trattamento preferenziale». Tsou porta esempi molto concreti, legati all’eredità, al cognome, alla logica di appartenenza: «Pensano che quando ti sposi non fai più parte della famiglia. E se sei una figlia non erediterai, perché i tuoi figli non porteranno lo stesso cognome del figlio maschio». Da qui, la sua presa di posizione contro l’automatismo della tradizione: «Non si può continuare a seguire una tradizione solo perché è una tradizione. Bisogna pensare a cosa c’è dietro, perché la società è già cambiata. Non siamo più in una società agricola. Voglio che il pubblico ci pensi e crei la propria tradizione. Qualcosa di più giusto per tutti».

La mia famiglia a Taipei di Shi-Ching Tsou - Cortesia di I Wonder Pictures
La mia famiglia a Taipei di Shi-Ching Tsou – Cortesia di I Wonder Pictures

Il luogo in cui tutto questo si condensa è il mercato notturno, che nel film diventa letteralmente un personaggio. Tsou lo lega subito a una missione: «Con questo film voglio mostrare al mondo Taiwan, la mia casa. È uno spazio comunitario. Tutti ci vanno: comprano, cenano, si incontrano. È colorato, unico, molto cinematografico. Volevo che fosse uno dei personaggi del film. Durante la preparazione ho riscoperto Taiwan attraverso i suoi suoni: la musica, i rumori, persino la melodia del camion della spazzatura che passa per ricordare alle persone di uscire a buttare i rifiuti. Tutti questi suoni sono profondamente taiwanesi, fanno parte dei miei ricordi d’infanzia. È una vera lettera d’amore a Taiwan».

Ma è anche un luogo che impone una scelta di messa in scena, perché il caos e la folla sono impossibili da “addomesticare”: «È stato pazzesco. Il primo giorno eravamo in venti sul set e non riuscivamo a girare perché la gente si fermava a guardarci. Così ho deciso che saremmo scesi a cinque persone, cercando di essere invisibili. Non avevamo i soldi per chiudere la strada, ma soprattutto volevamo le persone vere intorno, perché solo così potevamo mostrare il vero night market».

Proprio da questi dettagli emerge l’identità del film soprattutto come esperienza sensoriale, spesso vista “dal basso”, con un ritmo che segue lo sguardo della bambina. Tsou racconta che l’immagine del caleidoscopio all’inizio nasce da un giocattolo della figlia: «Un giorno la osservavo mentre ci giocava e ho pensato che sarebbe stato bellissimo guardare il film in quel modo. La storia è raccontata attraverso gli occhi della bambina: restiamo alla sua altezza, viviamo il mercato notturno con la sua curiosità, perché per un bambino tutto è nuovo, fresco e colorato».

Infine, c’è la dimensione più personale: «I tre personaggi principali sono frammenti di me. La bambina che subisce un divieto senza capirlo, la sorella maggiore che vive una ribellione silenziosa verso la tradizione, e la madre, che oggi ha una figlia e vuole darle una libertà che lei non ha avuto. Fare questo film è stato un percorso di guarigione per me. Mi ha permesso di guardare indietro, a chi ero e al contesto in cui sono cresciuta».

La mia famiglia a Taipei costruisce il proprio equilibrio evitando qualsiasi enfasi, affidandosi a uno sguardo che osserva più di quanto giudichi e che lascia ai rapporti familiari il tempo di rivelarsi nei gesti e nei silenzi. È in questa misura, e nella scelta di un punto di vista infantile come lente narrativa, che il film trova la sua coerenza più profonda. In uscita nelle sale italiane dal 22 dicembre, accompagnato da un tour di presentazioni alla presenza della regista Shih-Ching Tsou e della giovane protagonista Nina Ye.

«L’arte è un atto d’amore»: Guillermo Del Toro e il cast di Frankenstein presentano il nuovo film del regista messicano a Venezia 82

Nato dall’immaginazione di una Mary Shelley poco più che diciottenne, Frankenstein è un mito che continua a interrogare il nostro tempo. La storia del giovane scienziato che osa sfidare i confini della vita e della morte non ha mai smesso di rigenerarsi attraverso le epoche, adattandosi a nuovi linguaggi e sensibilità. Dal romanzo ottocentesco al cinema muto, dai cult di Hollywood alle rivisitazioni femministe più recenti, il “moderno Prometeo” rimane una parabola senza tempo sulla responsabilità della creazione, sulla fragilità dell’umano e sul bisogno di riconoscere l’altro.

Non sorprende quindi che Guillermo Del Toro, regista che ha fatto dei mostri i veri protagonisti del suo cinema, abbia deciso di affrontare questa eredità. Dopo aver raccontato creature marginali con la forza del fantastico – fino al Leone d’Oro con La forma dell’acqua – il regista approda al capolavoro di Shelley, presentato in concorso a Venezia con il titolo che più di ogni altro sembrava attenderlo: Frankenstein.

All’incontro con la stampa italiana, il cineasta messicano ha spiegato subito il legame profondo che lo unisce a questa storia: «Qualunque cosa vi aspettiate di vedere, vedrete qualcosa di diverso. Questo romanzo vive con me da quando ero bambino. Sono la creatura, sono Victor, sono ogni personaggio. È un dialogo con me stesso attraverso i decenni».

Frankenstein Guillermo Del Toro

Del Toro ha raccontato come il libro lo abbia accompagnato nelle tappe fondamentali della vita: «Quando ho imparato cosa significa essere figlio, quando ho imparato cosa significa essere padre, quando ho imparato ad andare avanti, tutto questo è entrato nel film. Ho portato con me i migliori collaboratori dei miei trent’anni di cinema, perché arrivare a Frankenstein significava arrivare alla terra santa».

Oscar Isaac ha definito l’esperienza sul set «ipnotica, psichedelica, incredibilmente emotiva, un culto. Abbiamo riso tantissimo per un materiale così oscuro. C’era una gioia travolgente. Mi svegliavo alle quattro del mattino e non vedevo l’ora di andare sul set». Jacob Elordi, interprete della Creatura, ha sottolineato invece l’aspetto più personale: «Questo personaggio è più me di quanto io stesso lo sia. Ci ho messo dentro tutta la mia vita, la mia esperienza, mio padre. Quelle dieci ore di trucco ogni giorno non erano una fatica, erano un sacramento. Mi permettevano di diventare niente e trasformarmi».

Mia Goth, nel ruolo di Elizabeth, ha parlato della responsabilità di far parte di un’opera così attesa: «È stato completamente magico, un sogno realizzato. Non ho mai smesso di pensare che stavo recitando nel Frankenstein di Guillermo Del Toro, e questo portava con sé un’enorme pressione. Tutti sul set sapevano quanto fosse importante quel momento».

Mia Goth in Frankenstein di Guillermo Del Toro
© Cortesia di Netflix

Del Toro ha poi affrontato il senso più ampio del film oggi: «Viviamo in un mondo che ci disumanizza ogni giorno, dividendoci in buoni o cattivi. Il film fa pace con l’imperfezione, ricorda che essere umani significa anche commettere errori e perdonare. I veri mostri non portano maschere prostetiche, indossano giacca e cravatta. Sartre diceva che l’inferno sono gli altri, io dico che la salvezza sono gli altri».

E se Frankenstein è anche una storia d’amore, Del Toro la lega al senso stesso dell’arte: «L’arte è un atto d’amore. Non è chimica né matematica, è vulnerabilità. È ciò che ci permette di riconoscerci negli altri. Alla fine, siamo attratti da chi porta le stesse ferite che portiamo noi. E quando un film o una canzone racconta questo dolore, diventa necessario».

Frankenstein di Guillermo Del Toro
© Cortesia di Netflix

Sul legame con Mary Shelley, il regista è stato netto: «Lei scrisse quel romanzo a diciotto anni, con un coraggio assoluto e una sincerità totale. Leggendo Frankenstein ti innamori di lei, ed è successo anche a me. Il mio dovere era essere altrettanto sincero, per far sì che lo spettatore riconosca lo spirito. Ogni dieci minuti il film cambia, come la vita stessa, ma alla fine resta la domanda più urgente: cosa significa essere vivi?».

«Gaza non ha più voce, ma Hind ne è una»: Kaouther Ben Hania ci racconta The Voice of Hind Rajab, in concorso a Venezia 82

A Venezia Kaouther Ben Hania è tornata a misurarsi con il confine fragile e incandescente tra documentario e finzione, presentando The Voice of Hind Rajab, uno dei titoli più discussi di questa edizione. Il film nasce da una vicenda che ha scosso la coscienza pubblica: il 29 gennaio 2024 la Mezzaluna Rossa riceve la chiamata di Hind, una bambina di sei anni rimasta intrappolata in un’auto sotto il fuoco a Gaza. Per settanta interminabili minuti la sua voce ha attraversato il filo telefonico, chiedendo di non essere lasciata sola, mentre i volontari tentavano invano di raggiungerla con un’ambulanza. Hind è morta quel giorno, insieme ai soccorritori partiti per salvarla. La sua ultima telefonata è diventata il simbolo di un’intera popolazione ridotta al silenzio.

Ben Hania ha raccontato come quel frammento audio sia stato la scintilla del film: «Sono stata sopraffatta da una storia, da un’immagine, da una voce. Quando ho ascoltato la voce di Hind, ho sentito che stava parlando a me, come se mi chiedesse cosa potevo fare. Da subito ho capito che nessuna attrice avrebbe potuto riprodurre quella voce. Sarebbe stato un tradimento, un gesto di cattivo gusto. Per me era fondamentale conservarla, onorarla, perché Gaza è senza voce, e questo silenzio imposto fa parte della violenza».

La regista tunisina, già candidata all’Oscar con Four Daughters, ha spiegato che il film si colloca nella linea che attraversa tutta la sua filmografia: «Non mi sento mai a mio agio con divisioni nette tra documentario e finzione. Amo la frontiera tra i generi, trovo che sia lo spazio più fertile per raccontare le storie che mi interessano. In The Voice of Hind Rajab la finzione si muove progressivamente verso il documentario, perché al centro c’è una testimonianza vera, un documento. La registrazione della telefonata era per me un punto di partenza: ho cercato il modo cinematografico migliore per tradurre non solo ciò che ho ascoltato, ma soprattutto i sentimenti di impotenza provati dagli operatori della Mezzaluna Rossa, e in generale dall’umanità di fronte a una bambina che chiede aiuto e che nessuno riesce a salvare».

Il lavoro è stato reso possibile da una fiducia speciale. La regista ha ricordato l’importanza dell’incontro con la madre di Hind e con i volontari che quel giorno erano dall’altra parte della linea: «Ho parlato a lungo con loro. Non sono un’investigatrice né una giudice: il mio lavoro non è cercare colpevoli ma costruire uno strumento di empatia. La madre di Hind è una donna straordinaria, intelligente e piena di dignità. Mi ha raccontato sua figlia nei dettagli, dai sogni al modo di ridere. Da subito le ho detto che il film sarebbe stato possibile solo con il suo consenso. Non era una formalità: era la base su cui poggiava tutto. Senza il suo sì, avrei abbandonato il progetto».

Anche per questo, il film è stato sviluppato con urgenza. «Di solito servono anni per scrivere, finanziare e girare un film. In questo caso ho messo in pausa un altro progetto e ho iniziato subito a lavorare. Ho ricevuto la registrazione a luglio, ad agosto avevo già una sceneggiatura e a novembre eravamo sul set. L’intero processo è stato attraversato da una rabbia condivisa, dalla sensazione che non potevamo rimanere in silenzio. Perché il silenzio è una forma di complicità», ha detto la regista.

Un aspetto sorprendente è stato il coinvolgimento di Hollywood, in particolare della compagnia Plan B di Brad Pitt: «Durante il tour per la campagna Oscar di Four Daughters sono stata contattata da Didi Gardner, che aveva amato il film e voleva sapere quale sarebbe stato il progetto successivo. Quando ha visto il materiale su Hind Rajab, lo ha mostrato a Brad Pitt e hanno deciso di esserci. È stato lo stesso con altri nomi importanti: sì, sono rimasta sorpresa da questo sostegno così ampio».

Il film si chiude con immagini che hanno commosso la sala veneziana: «Alla fine mostriamo le riprese dell’ambulanza e dell’auto, già viste online. Ma raccontando tutta la storia prima di quelle scene, il modo in cui le guardiamo cambia. Era importante arrivare al lato documentario, ma anche concludere con un’immagine diversa. Hind amava la spiaggia e aspettava la fine della guerra per tornarci. Sapere che su quella costa oggi si immagina di costruire resort rende ancora più doloroso e necessario concludere con il mare. Ho voluto restituire un’immagine di vita, di gioia, non solo di morte».

The Voice of Hind Rajab arriverà in Italia con I Wonder Pictures.

“The dilemma”, il nuovo film di Ronald Howard

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Ronald Howard – noto al grande pubblico per aver interpretato il rosso e imbranato “Ricky Cunningham” della fortunatissima serie tv americana “Happy days” – torna al cinema da regista con il film The dilemma, la cui uscita in Italia è prevista per marzo.

Howard si è già fatto apprezzare come regista per film fantasy, sentimentali o trasposizioni di famosi volumi: “Splash – Una sirena a Manhattan” (1984), “Cocoon – L’energia dell’universo” (1985), “Cuori ribelli” (1992), “Apollo 13” (1995), “Il Grinch” (2000), “A beautiful mind” (2001), “Cinderella man” (2005). Ma soprattutto “Il codice Da Vinci” (2006), “Frost/Nixon, il duello” (2009) e “Angeli e de{jcomments on}moni” (2009).

Ma torniamo a The dilemma. Protagonisti sono due grandi amici e colleghi di lavoro, Vaughn e James, il cui  rapporto si incrina a causa del dilemma morale che rode uno dei  due: ha visto la moglie dell’amico (la Ryder) al ristorante, in atteggiamenti intimi con un altro uomo, e non sa se dire la verità o tacere. Deciso a saperne di più, Ronny avvierà una personalissima indagine amatoriale che trasformerà la sua vita in un comico caos e scoprirà che anche Nick gli ha tenuto nascoste un po’ di cose. Sotto pressione per la chiusura del progetto di una vita, riuscirà a fare la scelta giusta per salvare la loro amicizia e anche gli affari?

Il cast vede la partecipazione di Vince Vaughn, Winona Ryder, Kevin James, Jennifer Connelly, Channing Tatum.

Commedia divertente lontana dai canoni usuali del regista americano. Ma non è l’unico lavoro in programma per Howard. Entro quest’anno uscirà anche “The originals”, commedia su un gruppo di giovani che si riunisce per un fine settimana a New York dopo aver saputo che l’insegnante che ha formato la loro infanzia è caduto in un coma misterioso; “The dark tower”, trasposizione per la Tv di un’opera di Stephen King; “The Parsifal mosaic” thriller-poliziesco. Questi ultimi sono in programma per il 2012.

“Silvio forever”, docu-film su Berlusconi

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Uscirà il prossimo 25 marzo “Silvio forever”, autobiografia non autorizzata di Silvio Berlusconi dagli autori de “La Casta” Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. La regia è di Roberto Faenza e Filippo Macelloni.

“Perché la Rai non ha ancora trasmesso il Caimano?”

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“Perché la Rai non ha ancora trasmesso il Caimano?”

 

Nanni Moretti chiede alla Rai di spiegare perché ha acquistato il suo «Il Caimano» ma non lo ha ancora trasmesso.


Il regista ha posto la domanda nella puntata di ieri sera di «In onda», il talk di approfondimento di La7, condotto da Luisella Costamagna e Luca Telese.

«Ho tanti difetti e non piace per niente fare la vittima -ha detto Moretti nel corso della registrazione della puntata- infatti sono tre anni che non dico nulla. Il film è costato tantissimo, 8 milioni e mezzo di euro, il 25% in più del previsto. Io co-produco solo con la Rai, ma questa è stata l’unica volta che ho preferito produrlo da solo. Dopo che il film è uscito è stato acquistato dalla Rai per un milione mezzo di euro per cinque passaggi in altrettanti anni».

«Sono già passati tre anni e un mese e ancora non è stato mai trasmesso. I miei genitori mi hanno insegnato ad assumermi la responsabilità di quello che dico e di quello che faccio delle mie scelte o delle mie non scelte. Per ora non è stato messo in onda. Qualcuno mi spieghi perchè», conclude Moretti. Nella puntata di «In onda» è stata trasmessa la scena finale di «Il caimano».

“On the road” (En el camino) vince in Queer Lion Award 2025 a Venezia 82

On the road(En el camino) del regista messicano David Pablos,  presentato in concorso nella sezione Orizzonti, vince il prestigioso Queer Lion Award 2025, il riconoscimento collaterale ufficiale della 82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia che dal 2007 è dedicato al miglior film con tematiche LGBTQIA+. Assegnato ogni anno da una giuria internazionale indipendente, il premio ha l’obiettivo di valorizzare e dare visibilità alle opere che affrontano, in modo artistico e innovativo, le diversità e le identità di genere e di orientamento sessuale, contribuendo così a una più ampia riflessione culturale e sociale.

Mi ha affascinato l’idea di raccontare una storia intrisa di omosessualità nel mondo dei camionisti”, racconta David Pablos, “vengono mostrate le loro avventure uniche, il fascino visivo di quell’ambiente e la sua brutalità, ma anche il calore che si trova nella fratellanza che emerge tra gli uomini sulla strada. Penso che sia un’ambientazione appropriata per parlare di mascolinità e repressione attraverso Veneno e Muñeco, i due protagonisti, personaggi distrutti che, contro ogni previsione, trovano rifugio l’uno nell’altro. Credo sia essenziale continuare a realizzare film LGBTQ+ nel contesto odierno, dove le rappresentazioni nel cinema messicano sono ancora così poche. Stiamo vivendo tempi difficili nella lotta per la visibilità, ed è ancora raro trovare progetti che ritraggano l’alterità da una prospettiva intima e onesta, avvicinandosi ai personaggi con empatia e rispetto.”

Con “On the road” (En el camino), David Pablos – già apprezzato per la sua capacità di indagare le dinamiche umane e sociali con grande sensibilità – porta sullo schermo una storia intensa e universale, in cui il viaggio fisico diventa metafora di ricerca identitaria e di emancipazione.

Il film sarà prossimamente disponibile in Italia su IWONDERFULL Prime Video Channles, la piattaforma di streaming di I Wonder Pictures, confermando l’impegno del distributore nel portare al centro del dibattito culturale opere di qualità e dal forte impatto sociale.

“La conquete”, un film sul Presidente francese Nicolas Sarkozy

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“La conquete”, un film sul Presidente francese Nicolas Sarkozy

Uscirà il prossimo maggio “La conquete” (La conquista), film in salsa thriller sull’ascesa politica dell’attuale Presidente della Francia Nicolas Sarkozy.

Il regista è Xavier Durringer, che ha già firmato “J’irai au paradis car l’enfer est ici” (1997) e “Chok Dee” (2005). Ad interpretare Sarko, l’attore Denis Podalydès, a lui molto somigliante. Nel film appaiono anche la prima moglie di Sarkozy Cécilia Sarkozy (Florence Pernel), Dominique de Villepin (Samuel Labarthe), Laurent Solly (Grégory Fitoussi), Franck Louvrier (Mathias Mlekuz) e Rachida Dati (Saida Jawad). Non ci sarà invece nessuna attrice a recitare il ruolo dell’attuale first lady francese, Carla Bruni, che infatti non appare nella storia.

C’è invece l’ex Presidente Jacques Chirac, col quale Sarkozy (Ministro degli interni quando il primo era Presidente della Repubblica francese) non aveva un grande rapporto. E’ interpretato da Bernard Le Coq.

Ecco alcune foto del film:

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“Gregge di Pecore” al Duomo di Milano!

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“Gregge di Pecore” al Duomo di Milano!

La mattina del 1 ottobre all’alba (e più o meno fino alle ore 11) un gregge di circa 700 pecore ha invaso una delle piazze più famose d’Europa, Piazza del Duomo di Milano.

“Greenaway – Morte e Decomposizione del Cinema” di Stefano Bessoni alla Festa del Cinema di Roma

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Grazie al supporto della Fondazione Roma Lazio Film Commission, sabato 18 ottobre alle ore 10.00, presso lo spazio “Roma Lazio Film Commission” all’Auditorium Parco della Musica di Roma, si terrà la presentazione del volume Greenaway – Morte e Decomposizione del Cinema, scritto e illustrato da Stefano Bessoni e pubblicato da Bakemono Lab.

“Un quaderno di appunti, riflessioni e illustrazioni su Peter Greenaway, colui che mi ha fatto capire che un film altro non è che un contenitore illimitato, nel quale rinchiudere concetti, teorie e ossessioni.È uno degli autori più importanti del cinema contemporaneo, un artista che si nutre di pittura, scrittura, musica, teatro, danza e di ogni forma espressiva che si possa immaginare. Il suo cinema complesso, enciclopedico e artificioso, è un gioco creativo infinito che strizza l’occhio a Lewis Carroll, Jorge Luis Borges e Italo Calvino, un territorio fiabesco, spesso crudele, sconcertante, nel quale smarrirsiper esplorare le sfaccettature più inattese dell’animo umano, dell’intelletto e del corpo.”- Stefano Bessoni

L’incontro sarà un’occasione per addentrarsi nell’universo visionario di Peter Greenaway attraverso lo sguardo e la sensibilità di Bessoni. Dialogherà con lui il critico cinematografico Emanuele Rauco.

In questa occasione verrà annunciata anche una nuova collaborazione tra Peter Greenaway e Stefano Bessoni, dal titolo He Read Deep Into the Night.

Il progetto raccoglie molti racconti brevi, brevissimi, di Greenaway: storie assurde, idee per film mai realizzati, appunti entomologici su un’umanità attraversata da inquietudini esistenziali e ossessioni. Le narrazioni sono accompagnate dalle illustrazioni di Bessoni, che dialogano con i testi in un intreccio poetico e perturbante. Parole e immagini si fronteggiano e si inseguono, aprendo una riflessione sul campo di battaglia tra scrittura e visione.

L’ingresso al pubblico sarà possibile fino ad un massimo di 70 persone, solo tramite registrazione obbligatoria.

Prenota qui il tuo posto!

Stefano Bessoni: Regista cinematografico, scrittore, illustratore e animatore, appassionato di entomologia, anatomia, fiabe e storia della scienza. La sua poetica affonda nel concetto di wunderkammer e si nutre di suggestioni macabre che richiamano il perturbante.

​Si è diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 2005 ha realizzato il suo primo lungometraggio Frammenti di scienze inesatte. Dal 2000 al 2007 ha insegnato regia cinematografica presso NUCT a Cinecittà.

​Nel 2009, dopo diversi anni di sviluppo, ha diretto Imago Mortis, film in coproduzione tra italia e Spagna. Nel 2010 ha prodotto e diretto il film indipendente Krokodyle, autoritratto in forma grottesca e fantastica, manifesto aperto delle sue istanze espressive e sfogo delle tante paturnie esistenziali; è stato un successo di critica e ha raccolto premi in diversi festival internazionali. Krokodyle non ha mai trovato una distribuzione ufficiale.​

Nel 2023 il Museo Nazionale del Cinema di Torino gli ha dedicato una grande mostra personale nella Mole Antonelliana, con illustrazioni originali, burattini, pupazzi, oggetti e proiezione di film, legata in particolare al concetto di wunderkammer.

​Nel 2023 ha collaborato alla mostra “The World of Tim Burton” al Museo Nazionale del Cinema di Torino, curando alcuni testi del catalogo, tenendo lezioni dedicate a Tim Burton e seguendo le attività didattiche.

​Nel 2024, nell’ambito di Cartoons on the Bay a Pescara, gli è stata dedicata una mostra personale intitolata “Stop-motion e altre scienze inesatte”, incentrata sugli aspetti macabri e perturbanti dell’animazione a passo uno.

​Nel settembre 2024 ha presentato al Museo Nazionale del Cinema di Torino il suo libro illustrato dedicato a Peter Greenaway, suo più grande punto di riferimento, insieme a lui, alla moglie Saskia Boddeke e alla figlia Pip.

​Oggi è coordinatore e docente del corso triennale di illustrazione e animazione presso IED Roma e insegna animazione stop-motion e puppet making a Scuola Holden a Torino.

Emanuele Rauco: Nato a Roma nel 1981, si occupa di critica cinematografica e televisiva per La rivista del CinematografoCinecriticaweb e Il sussidiario, collabora con vari siti internet, quotidiani e riviste, cura programmi radiofonici, rassegne e festival cinematografici. Ha pubblicato saggi su Henri-Georges Clouzot e il cinema francese negli anni di Vichy e monografie su Guillermo Del Toro, Jim Jarmusch, Steven Spielberg, Noah Baumbach, Frank Capra e Pablo Larrain. Dal 2016 è membro della Commissione di selezione della Mostra del Cinema di Venezia, dal 2019 è socio della Rete degli Spettatori per la diffusione del cinema di qualità e indipendente. Si occupa di divulgazione cinematografica tramite i suoi canali social. Ha diretto rassegne e festival a Frosinone e Formia, è co-direttore artistico del Catania Film Festival direttore artistico di Castiglione del Cinema.

“You know nothing, Vin Diesel” Rose Leslie in Last Witch Hunter

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“You know nothing Jon Snow”. La bella e selvaggia Ygritte ha pronunciato per l’ultima volta la sua celebre battuta ai piedi del Castello Nero e adesso la sua interprete, Rose Leslie, è libera di far andare avanti la sua carriera lontano da Game of Thrones. The Hollywood Reporter ha infatti diffuso la notizia che la rossa attrice si è unita al cast di Last Witch Hunter, accanto proprio a Vin Diesel.

Il ruolo di Rose, come è facile intuire, sarà quello di una strega! Il film sarà ambientato nella moderna New York e seguirà i due personaggi che cercheranno di fermare l’ascesa al potere di una malvagia regina delle streghe. Chissà se Vin Diesel si lascerà zittire e domare con la stessa facilità di Kit Harington!

You-Know-Nothing

Fonte: CBM

“Un lato di Robin che la gente conosceva poco”: Sally Field condivide il suo ricordo di Robin Williams

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Tra pochi giorni, l’11 agosto, ricorrerà il decennale dalla tragica scomparsa di Robin Williams. In vista di tale occasione, l’attrice Sally Field ha rivelato una toccante storia del periodo in cui ha lavorato con l’attore in Mrs. Doubtfire. Il film vede Daniel Hillard (Robin Williams) assumere le sembianze di una perfetta tata di nome Mrs. Doubtfire per poter passare del tempo con i suoi figli dopo averne perso la custodia in seguito a un divorzio conflittuale con Miranda (Field). La miscela di commedia esilarante e dramma sentito ha contribuito a rendere Mrs. Doubtfire uno dei migliori film dell’impressionante carriera di Williams.

Vanity Fair ha parlato con molti co-protagonisti, collaboratori creativi e amici di Williams, tra cui, appunto, la Field, la quale ha raccontato di come lui l’abbia aiutata quando ha saputo che suo padre era morto durante le riprese. “Non ho mai condiviso questa storia prima d’ora. Ero nel camper fuori dall’aula di tribunale dove stavamo girando la scena del divorzio. Mio padre aveva avuto un ictus un paio di anni prima e si trovava in una casa di cura. Ho ricevuto una telefonata dal medico che mi diceva che mio padre era morto – un ictus grave.

Mi chiese se volevo che lo mettessero in rianimazione. Io dissi: “No, non lo voleva. Lasciatelo andare. E per favore, chinatevi e dite: ‘Sally ti saluta’“. Naturalmente ero fuori di me. Arrivai sul set cercando con tutte le mie forze di recitare. Non stavo piangendo. Robin si avvicinò, mi tirò fuori dal set e mi chiese: “Stai bene?“. E ha fatto in modo che girassero scene in cui non ero prevista per il resto della giornata. Ho potuto tornare a casa mia, chiamare mio fratello e prendere accordi. È un lato di Robin che la gente conosce raramente: era molto sensibile e intuitivo“.