Con Elio (Elio e le storie tese) e
Gianluca Nicoletti (Cervelli Ribelli), continuano gli eventi
speciali firmati #iorestoinSALA! La nuova diretta
“streaming” è fissata per mercoledì 2 dicembre alle ore 20.30 con la
presentazione di THE SPECIALS – FUORI DAL COMUNE.
Entrambi genitori di figli affetti
da autismo e da anni impegnati in prima linea nelle
campagne di sensibilizzazione e nella
diffusione di informazioni sulla
neuro diversità, Elio e
Gianluca Nicoletti introdurranno il film assieme a
Michele Crocchiola per #iorestoinSALA.
E proprio di questo parla la
commedia agrodolce firmata
da Olivier Nakache e Éric Toledano (Quasi
Amici) con protagonisti Vincent
Cassel e Reda Kateb. Nei panni di Bruno e Malik, amici e
colleghi, i due sono entrambi impegnati in organizzazioni
non-profit differenti, responsabili dell’educazione di bambini e
adolescenti affetti da autismo.
La storia del film s’ispira a due
persone reali, Stéphane Benhamou, fondatore di Le silence des justes, Daoud Tatou, direttore di
Le relais IDF, associazioni specializzate nella cura dei
giovani autistici, in particolare quelli provenienti da contesti
svantaggiati.
«I nostri film raccontano sempre
incontri inverosimili. – spiegano i registi – Questo
ha una dimensione particolare: parla di come persone che comunicano
poco, o affatto, e che sono considerate anormali, riescano comunque
a far sì che delle persone considerate “normali”, che nella nostra
società non comunicano più, possano comunicare. In queste
associazioni si ritrova un’armonia e una miscela di culture,
religioni, identità e passati atipici che dovrebbero essere
d’ispirazione per molti…»
L’introduzione sarà come di consueto
visibile anche sulle pagine Facebook di ognuna delle oltre 50 sale
italiane che aderiscono al circuito www.iorestoinsala.it.
In occasione della Giornata
Europea del Cinema d’Essai, promossa da Europa Cinemas e
Cicae (Confederazione Internazionale dei Cinema d’Arte e d’Essai),
domenica 8 novembre sugli schermi virtuali di
#iorestoinSALA – il circuito digitale cui
aderiscono più di 50 cinema italiani – arriva ROUBAIX. UNE LUMIÈRE, noir
francese firmato da Arnaud Desplechin e
magnificamente interpretato da Lea Seydoux e da Roschdy Zem
(vincitore del premio César 2020 per il Miglior Attore).
Ambientato a Roubaix, appunto, città
natale del regista, il film prende spunto da una storia vera, un
episodio di cronaca già raccontato da uno sconvolgente documentario
televisivo trasmesso nel 2008 su France 3 e a cui Desplechin si è
dichiaratamente ispirato. Un commissario e un giovane agente
sono chiamati ad indagare sull’omicidio di un’anziana donna: le
indiziate sono le due giovani vicine…
Desplechin realizza un thriller
sociale teso, febbrile e spirituale, animato dall’intensità
teatrale dei suoi attori. Un noir che trascende elegantemente le
strutture di genere per scandagliare gli abissi dell’essere umano e
la miseria del mondo di oggi. “Per la prima e unica volta nella
mia vita – spiega il regista – ho solidarizzato con due
criminali: ho voluto riconsiderare le parole crude delle vittime e
delle colpevoli come la più pura delle poesie”. Il film
sarà disponibile in streaming in versione originale francese con
sottotitoli in italiano.
Si chiama Ice Bucket
Challenge ed è una moda che sta impazzando ad Hollywood: farsi
bagnare da acqua gelida e sfidare amici e colleghi famosi a fare lo
stesso. Lo scopo non è solo divertimento e risate da parte di chi
guarda e di chi partecipa, ma è ovviamente più alto: si tratta di
una raccolta fondi contro la SLA a cui stanno aderendo in
tantissimi dal mondo del cinema, della musica e dello spettacolo in
generale.
Da Robert Downey Jr a Oprah
Winfrey, tutti si stanno prestando al gioco! Ecco qualche
video!
Si chiama Ice Buket
Challenge ed è una moda che sta impazzando ad
Hollywood: farsi bagnare da acqua gelida e sfidare amici e colleghi
famosi a fare lo stesso. Lo scopo non è solo divertimento e risate
da parte di chi guarda e di chi partecipa, ma è ovviamente più
alto: si tratta di una raccolta fondi contro la SLA a cui stanno
aderendo in tantissimi dal mondo del cinema, della musica e dello
spettacolo in generale.
Benedict Cumberbatch e
Chris Evans hanno ceduto e hanno
accettato la sfida dell’Ice Bucket Challenge, che ormai vede
coinvolti praticamente tutti i divi intorno al Mondo e che sta
prendendo piede anche in Italia.
I due attori si sono prestati alla
secchiata d’acqua ghiacciata, ma lo hanno fatto a modo loro. Evans
ha optato per un vero e proprio manuale dell’ #IceBucketChallenge,
mentre Cumberbatch ha subito il gavettone in maniera stoica e
abbastanza particolare. Ecco i video:
Piano piano
tutte le star di Hollywood si stanno prestando all’ Ice Bucket
Challenge, e dopo Ben
Affleck (qui), anche gli altri protagonisti di
Batman v Superman Dawn of
Justice si prestano alla secchiata d’acqua gelida
contro la SLA (secchiata che ci auguriamo sia accompagnata da una
bella donazione).
Di seguito potete vedere
Amy
Adams e Henry Cavill, con addosso i costumi di
Lois Lane e di Superman, prendere la loro dose di acqua ghiacciata,
e per Superman questa dose pare proporzionata ai suoi super
poteri.
Continua la personale campagna di
ammenda di Shia LaBeouf, come già saprete,
avevamo segnalato tempo fa (leggi qui) che l’attore voleva
allestire una sorta di evento in cui chiedeva scusa per la storia
dei suoi plagi. Ebbene, pare proprio che la cosa è andata avanti
tanto da arrivare dal THR il primo video dal primo
evento in cui vediamo l’attore all’opera. L’evento rimarrà una
settimana in una galleria sulla Beverly Boulevard di Los
Angeles, e si chiamerà #IAmSorry.
Dopo il trionfale discorso di
fronte alle Nazioni Unite, Emma Watson sta
proseguendo con il suo supporto alla campagna #HeForShe,
movimento che si prefigge di sensibilizzare ‘lui’ a sostenere i
diritti di ‘lei’, ovvero un’iniziativa in favore della parità di
genere.
L’attrice, calorosamente applaudita
in sede ONU, è stata poi sostenuta, nel corso degli ultimi giorni,
da un considerevole numero di colleghi, che con foto, tweet, post
su facebook e instagram, hanno dimostrato di supportare
#HeForShe.
Si tratta principlamente di attori
e personaggi dello spettacolo che hanno avuto a che fare in passato
con la Watson. Tra questi c’è la sua co-star in Harry Potter,
Matthew Lewis, oppure Eddie Redmayne e Logan
Lerman, che pure hanno recitato accanto a lei (il primo in
Marilyn e il secondo in Noi
Siamo Infinito e in Noah). Ma ancora Russel
Crowe, Ben Barnes,Tom Hiddleston e Peter
Gallagher non hanno voluto far mancare all’impegnata Emma
il loro supporto.
Per quanto possa sembrare assurdo
ai fan dei fumetti più integralisti, sta succedendo davvero, tanto
che l’hashtag #GiveCaptainAmericaABoyfriend è diventato
trend topic in poche ore. Per coloro che si stessero chiedendo cosa
vuol dire e da dove viene questa cosa, serve un brevissimo viaggio
nel tempo. Qualche settimana fa, allo scopo di provare a portare un
personaggio LGBT nel mondo Disney, la rete si era mossa affinchè
Elsa, protagonista di Frozen, avesse nel sequel una fidanzata.
L’hashtag del caso era #GiveElsaAGirlfriend. Adesso la
stessa cosa si chiede per Cap, dal momento che si è discusso molto
dell’introduzione in un personaggio non eterosessuale nell’universo
del cinecomics (eventualità che ha trovato riscontro
positivo presso i Marvel Studios).
Chiaramente il favorito dai fan ad
assumere il titolo di Fidanzato di Cap è Bucky, tuttavia,
considerando il personaggio di Rogers, una relazione omosessuale
sarebbe davvero fuori parte, senza considerare poi che ha avuto una
relazione con Peggy Carter, un discontinuo flirt con Vedova Nera, e
adesso una relazione nascente con Sharon Carter.
Mentre i lavori su Avengers:
Doomsday proseguono, i fratelli Russo hanno condiviso su Instagram un’altra
criptica anticipazione. Accompagnata dall’hashtag
#DoomsdayIsComing, questa foto sfocata ha lasciato i fan
perplessi.
A un esame più attento, crediamo che
si tratti della lavagna di Reed Richards in I
Fantastici Quattro: Gli Inizi. Le incisioni bianche su
sfondo nero sono state il nostro primo indizio, anche se la linea
gialla sembra essere la rivelazione.
Nel reboot, abbiamo scoperto che
Mister Fantastic stava conducendo ricerche su dimensioni parallele,
ed è probabilmente a questo che Joe e Anthony stanno alludendo.
Ricordate, la scena post-credits di Thunderbolts*, diretta dal duo,
mostrava l’astronave Excelsior in arrivo nell’atmosfera della Terra
616.
Stiamo ancora aspettando il seguito
della rivelazione del cast di Avengers:
Doomsday di marzo, e non possiamo fare a meno di
chiederci se i prossimi nomi potrebbero essere rivelati su questa
lavagna allungata.
Il tempo ce lo dirà, ma con il film
ancora a più di un anno di distanza, potrebbe volerci un po’ prima
di vedere qualcosa di ufficiale dal blockbuster.
Durante l’estate, il regista di
I
Fantastici Quattro: Gli Inizi, Matt
Shakman, ha parlato di Reed come protagonista degli
Avengers (si riferiva ai fumetti, ma molti lo hanno interpretato
come un’indicazione che fosse nei piani per Avengers:
Doomsday). Pedro Pascal è poi intervenuto sulla questione
dicendo: “È una grande novità per me, per prima cosa. Credo che
Matt Shakman stesse facendo un’intervista e quando ha parlato di
Reed.”
“C’è qualcosa che accade nei
fumetti in cui lui viene in qualche modo attratto dalla famiglia
degli Avengers e gli viene chiesto di ricoprire una posizione di
leadership. È qualcosa che accade nei fumetti. Non è
necessariamente qualcosa che comporta il futuro del mio
personaggio”, ha continuato. “Sono onesto in questo. Non
sto nemmeno cercando di evitare spoiler. È un po’
fuorviante.”
In seguito all’omicidio
di George Floyd, negli Stati Uniti continuano
a moltiplicarsi le manifestazioni e le prese di posizione contro il
razzismo e l’omicidio delle persone di colore da parte della
polizia, che hanno poi condotto alla nascita del movimento
internazionale #BlackLivesMatter. Ecco 10
film che trovate comodamente in streaming e che possono aiutare a
capire meglio quanto sta accadendo in America:
I Am Not Your Negro, 2016 (Chili)
I Am Not Your
Negro è un documentario del 2016 diretto da Raoul
Peck e candidato all’Oscar nel 2017 per il miglior
documentario. Racconta il pensiero di James
Baldwin partendo da un’opera dello scrittore statunitense
rimasta incompiuta (che di fatto figura anche come sceneggiatore,
nonostante sia scomparso nel 1987).
Il pensiero di Baldwin è
fondamentale per capire la questione razziale che ancora oggi
attanaglia gli Stati Uniti. Il documentario, disponibile in
streaming su
Chili, è una lezione di storia e di etica che,
attraverso il linguaggio innovativo di uno dei più importanti,
empatici e lucidi scrittori della storia americana, aiuta a
comprendere con maggiore consapevolezza il mondo che ci
circonda.
Adattamento cinematografico
dell’omonimo libro scritto dall’ex poliziotto Ron
Stallworth (nel film interpretato da John David Washington), il film racconta la
storia vera dello stesso Stallworth, primo poliziotto nero nella
storia di Colorado Springs ad essersi infiltrato nel Ku Klux Klan.
Servendosi di uno stile assolutamente innovativo, Lee manifesta
tutta la sua rabbia nei confronti di una situazione sociale,
politica e culturale profondamente radicata tanto nell’America del
passato quanto in quella di oggi.
Invictus, 2009 (Prime Video)
Invictus – L’invincibile è un film del 2009
diretto dal maestro Clint Eastwood. Ispirato a fatti realmente
accaduti, la storia – basata su un romanzo di John
Carlin – ruota attorno ad una serie di eventi che ebbero
luogo in occasione della Coppa del Mondo di rugby del 1995,
tenutasi in Sudafrica poco tempo dopo l’insediamento
di Nelson Mandela come presidente della nazione.
Nel film, disponibile su
Prime Video, Mandela (interpretato da Morgan Freeman) è appena diventato il primo
presidente sudafricano di colore. Dopo la caduta del regime
dell’apartheid, si ritrova a guidare la nazione in un periodo
storico particolarmente delicato. Il suo obiettivo è quello di
riconnettere la popolazione sudafricana, ancora fortemente divisa
dall’odio fra la maggioranza nera e la minoranza bianca.
XIII emendamento, 2016
(Netflix)
XIII emendamento è
un documentario del 2016, diretto da Ava DuVernay,
regista che aveva già ampiamente affrontata il tema del razzismo
nel bellissimo Selma – La strada della libertà del 2014. Il
documentario ha vinto il premio Emmy nel 2017 nella categoria di
appartenenza.
Il documentario, disponibile su
Netflix,
non sceglie la via della sovversione o della rivoluzione, e non
racconta unicamente del razzismo di matrice “ideologica”:
XIII emendamento, infatti, passa in
rassegna tutta una serie di questioni e di avvenimenti che nel
corso degli anni sono passate inosservate, sia per negligenza che
per ignoranza.
Mudbound, 2017 (Netflix)
Mudbound
è un film del 2017 diretto da Dee Rees.
Adattamento dell’omonimo romanzo di Hillary Jordan, il film venne
presentato in anteprima al Sundance Film Festival e ricevette
quattro candidature ai premi Oscar, inclusa quella alla migliore
attrice non protagonista per la celebre cantante Mary J.
Blige.
Disponibile su Netflix,
il film è un’epopea inarrestabile ed emozionante che, pur
rifacendosi agli stilemi più abusati del cinema classico, riesce
con sguardo innovativo a raccontare le luci e le ombre del Sogno
Americano infrantosi tra l’inizio e la fine della Seconda Guerra
Mondiale.
The Birth of a Nation, 2016 (Google Play)
The
Birth of a Nation, disponibile su Google Play, è un film del 2016 scritto e
diretto da Nate Parker, che nella pellicola si è
anche ritagliato il ruolo del protagonista principale, Nat Turner,
uno schiavo afroamericano che nell’agosto del 1831 guidò la rivolta
degli schiavi nella Contea di Southampton, in Virginia.
Il film, il cui titolo è un
riferimento ironico al controverso film del 1915 Nascita di una nazione, che
descriveva la nascita – appunto – del Ku Klux Klan, ha vinto il
gran premio della giuria e il premio del pubblico al Sundance Film
Festival. Un film che, attraverso feroci sequenze dall’impatto
emotivo straordinario, ci ricorda come il peso della Storia non
faccia sconti a nessuno.
LA 92, 2017 (Netflix)
LA 92 è un
documentario del 2017 diretto da Daniel Lindsay e
T. J. Martin che racconta, a 25 anni di distanza
dai fatti accaduti, le proteste e le rivolte che sconvolsero la
città di Los Angeles nel 1992.
Il documentario, che ha debuttato
in anteprima al Tribeca Film Festival e che ha anche vinto un Emmy,
è disponibile su Netflix.
Include immagini di repertorio relative alle rivolte del quartiere
di Watts del 1965, all’elezione di Tom Bradley del 1973, alla
promozione di Daryl Gates nel 1978, alla sparatoria di Latasha
Harlins, alle violenze perpetrate dalla polizia americana ai danni
di Rodney King e alle successive rivolte e violenze scoppiate dopo
l’assoluzione degli ufficiali coinvolti nel pestaggio.
Fa’ la cosa giusta, 1989 (Chili, Google Play, iTunes)
Fa’ la cosa giusta
è probabilmente uno dei film più celebri di Spike
Lee, considerato da molti il capolavoro del regista
statunitense. All’epoca della sua uscita in sala, nel 1989, fu al
centro di grosse polemiche, perché secondo alcuni la storia
raccontata nel film istigava i giovani afro-americani alla
rivolta.
Candidato a due premi Oscar e
trainato da una colonna sonora tanto irresistibile quanto
fortemente critica nei confronti della società statunitense, il
film (che prende spunto da alcuni fatti di cronaca realmente
accaduti, tra cui il famoso “Howard Beach Incident”) è ancora oggi
considerato uno dei migliori della storia del cinema. Lo trovate in
streaming su
Chili,
Google Play e iTunes.
The Help, 2011 (Rakuten Tv, Chili)
The Help è un film del 2010 diretto da
Tate Taylor e basato sull’omonimo romanzo di
Kathryn Stockett, amica d’infanzia del regista. Il cast è
assolutamente di prim’ordine:
Emma Stone, Viola
Davis, Bryce
Dallas Howard, Jessica
Chastain, Allison Janney, Sissy Spacek e Octavia Spencer, che per il suo ruolo riuscì
anche ad ottenere un Oscar come migliore attrice non
protagonista.
The Help, disponibile su Rakuten Tv e
Chili, è una commedia drammatica a tratti divertente,
ma anche amara e sinceramente toccante, che racconta un periodo
oscuro della storia dell’uomo, profondamente caratterizzato da
segregazione e razzismo.
When They See Us, 2019 (Netflix)
When They See Us è
una miniserie tv diretta da Ava DuVerny, già
acclamata per Selma – La strada della libertà e per il già
citato documentario XIII emendamento. Disponibile su
Netflix, la serie ricostruisce il caso della jogger
di Central Park, una donna bianca che nel 1989 venne aggredita
durante una sessione di allenamento all’interno del celebre parco
di New York.
In seguito al tragico accaduto,
cinque giovani ragazzi, quattro di colore e uno ispanico, furono
condannati per il reato nonostante l’assenza di prove. Nel 2002,
quando il vero colpevole confessò il reato, i cinque vennero
scagionati e liberati. Una miniserie spaventosamente toccante che
mette in luce le falle di un sistema giudiziario che, nel corso
della sua storia, ha troppo spesso ignorato i principi fondamentali
di giustizia e uguaglianza, a favore di un’ossessiva ricerca del
colpevole.
La
#10YearsChallenge ha attecchito anche nei
Marvel Studios, tanto che
i canali social ufficiali della produzione hanno condiviso la loro
personale “sfida dei 10 anni”. Nelle foto di seguito infatti potete
vedere come erano 10 anni fa i protagonisti del Marvel Cinematic
Universe in confronto a come sono invece adesso.
Ovviamente, la challenge non è
precisissima, dal momento che alcuni personaggi sono comparsi sul
grande schermo dopo o prima il 2009, come Tony
Stark/Iron Man, che ha debuttato nel 2008, o Thor e Clint
Barton che invece sono arrivati nel 2011.
Due casi particolari sono invece
Nick Fury e
Phil Coulson, che nelle immagini a seguire sono stati confrontati
con le loro versioni ringiovanite che vedremo in Captain Marvel il
prossimo maggio. Ecco di seguito la
#10YearsChallenge Marvel edition!
Gli appuntamenti con i
Marvel Studios nel 2019 saranno 3. Il primo in
ordine cronologico è quello di marzo, con l’esordio in sala di
Captain Marvel; ad
aprile sarà la volta di Avengers: Endgame, che
chiuderà definitivamente la Fase 3. A luglio, in
apertura della Fase 4 (ancora molto misteriosa),
arriverà al cinema Spider-Man: Far From
Home, di cui abbiamo visto di recente il primo trailer ufficiale.
La
#10YearsChallenge è la moda del momento sui
social, secondo le quale devono essere messe a confronto due foto,
una di 10 anni fa e un’altra dell’anno in corso. Tra vip, celebrità
e pagine social buffe, la challenge sta prendendo il controllo
(momentaneo) della rete e sta assumendo sfumature di parodia in
alcuni casi molto divertenti.
La famiglia è un terreno fragile,
fatto di legami, omissioni e ferite sempre pronte a riaprirsi. In
& Sons, diretto da Pablo Tropero
e scritto insieme a Sarah Polley dal romanzo di
David Gilbert, la complessità dei rapporti
familiari diventa il cuore di un dramma che alterna realismo e
suggestioni quasi metafisiche. Il film è un viaggio dentro
l’intimità di un padre e dei suoi figli, ma anche dentro il
concetto stesso di identità, in una riflessione sul peso
dell’eredità e sul valore della verità.
Ciò che distingue &
Sons da molti altri drammi familiari è la sua natura
ambigua: sotto la superficie di una storia di riconciliazioni e
rancori si nasconde qualcosa di più audace e sorprendente. Un colpo
di scena centrale, che è meglio non rivelare, trasforma la
narrazione in un racconto poetico e quasi fantascientifico, dove la
realtà sembra piegarsi al bisogno umano di lasciare un segno, di
essere ricordati anche quando la memoria tradisce.
Un padre, tre figli e un segreto
che riscrive tutto
La storia inizia nella casa
disordinata di Andrew Dyer (Bill
Nighy), scrittore celebre ma ormai in declino, che
vive isolato tra bottiglie di whisky e manoscritti dimenticati.
Accanto a lui c’è solo Andy Jr. (Noah
Jupe), il figlio nato da una relazione extraconiugale.
Quando Andrew convoca anche i suoi due figli maggiori,
Richard (Johnny Flynn) e Jamie (George
MacKay), il loro ritorno è tutt’altro che affettuoso.
Il padre ha un annuncio da fare, un segreto capace di riscrivere la
loro storia.
Ciò che segue è un dramma familiare
carico di tensione e di ironia amara, dove il passato riaffiora
come un fantasma. La rivelazione non riguarda solo la verità su
Andy, ma la fragilità di tutti i legami che tengono insieme la
famiglia Dyer. Il film diventa così una lunga resa dei conti:
quella di un uomo che ha costruito la propria vita sulle parole, ma
che non ha mai saputo usarle per chiedere perdono.
Un racconto di padri e
figli tra ironia e malinconia
Tropero dirige con
equilibrio e sensibilità, alternando momenti di scontro a silenzi
carichi di significato. La regia evita il sentimentalismo e
preferisce lasciare spazio alla vulnerabilità dei personaggi.
L’ironia, spesso cupa, serve a bilanciare la malinconia di un film
che parla di fallimenti, ma anche di seconde possibilità.
Bill Nighy offre
una delle sue interpretazioni più intense: il suo Andrew è
vanitoso, fragile e al tempo stesso commovente. L’attore riesce a
far emergere la contraddizione di un uomo che teme di morire
dimenticato, e che cerca disperatamente di essere ancora padre.
Accanto a lui, Flynn, MacKay e
Jupe restituiscono con sincerità la rabbia e la
confusione dei figli, ognuno in un diverso stadio di
disillusione.
Ma è Imelda Staunton, nei panni dell’ex moglie di
Andrew, a regalare al film i momenti più intensi. Ogni sua
apparizione porta con sé un’emozione trattenuta, una verità che
spezza il ritmo e costringe lo spettatore a fare i conti con il
dolore. Staunton incarna la dignità ferita di chi ha scelto
di sopravvivere all’amore, e la sua presenza eleva ogni scena in
cui compare.
I limiti di un’opera ambiziosa ma
sincera
Nonostante la forza del suo
impianto emotivo, & Sons non è privo di
imperfezioni. La seconda parte inserisce troppe sottotrame e colpi
di scena che rischiano di appesantire la narrazione, allontanandola
dal suo nucleo più autentico. A volte la sceneggiatura sembra voler
dimostrare troppo, come se il film temesse la semplicità.
Eppure, anche nei suoi momenti meno
riusciti, l’opera di Tropero e Polley resta profondamente umana. È
un film che parla di perdono, di rimpianti e di memoria, e che sa
trovare la verità nei dettagli più piccoli: un gesto esitante, uno
sguardo che chiede scusa, un silenzio che dice tutto.
Un’anteprima tutta per i fan! Ecco
cosa stanno preparando i Vendicatori Marvel che il 17 aprile verranno
proiettati sul grande schermo dell’UCI Cinemas Parco Leonardo a
Roma.
Arrivano online quattro
poster e il trailer finale di [Rec] 4
Apocalypse, quarto e ultimo film della saga firmata
da Paco Plaza e Jaume Balaguerò
(quest’ultimo unico regista del quarto capitolo).
Per questo film torna Manuela Velasco nei panni di Angela Vidal,
sopravvissuta ai terribili eventi narrati nel film [Rec].
Ma quello che la giovane reporter televisiva e i soldati che
l’hanno salvata non sanno è che all’interno del suo corpo ha sede
una sorta di strana infezione. Sarà in seguito quindi trasportata
in un luogo remoto per stare in quarantena, in isolamento per
numerosi giorni. Quel luogo è una vecchia petroliera ancorata in
mezzo al mare, lontana dalla costa e circondata dalle acque.
Nonostante tutto nè Angela nè gli altri ospiti della gigantesca
imbarcazione saranno al sicuro dall’infezione che trasforma gli
umani in esseri selvaggi, violenti e sanguinari simili a
zombie.
Sky annuncia le
riprese di (Im)perfetti
Criminali, il nuovo film Sky
Original, prodotto Cinemaundici e Vision Distribution.
Diretto da Alessio Maria Federici e scritto da
Ivano Fachin, Luca Federico, Giovanni Galassi e Tommaso Matano,
(Im)perfetti
Criminali è una commedia sul valore dell’amicizia e
sulla possibilità del riscatto sociale.
I protagonisti di (Im)perfetti
Criminali sono Filippo Scicchitano(Scialla! Stai sereno, Un giorno speciale, Bianca come il
latte, rossa come il sangue, Non è un paese per giovani) che
interpreta Riccardo, Fabio Balsamo(Falla girare, 7 ore per farti innamorare, Addio
fottuti musi verdi) nel ruolo di Pietro, Guglielmo Poggi(School of
Mafia, Cops – Una banda di poliziotti, Bentornato
Presidente!, Il Tuttofare, Beata Ignoranza) è
Massimo, BABAK KARIMI(Una Separazione, Caos
Calmo, Tickets, Last Minute Marocco, Gli Indesiderabili) è
Amir. Con loro MATTEO
MARTARI(Le ragazze non piangono, Il giorno e la
notte, Fabrizio De André – Principe Libero, Luisa
Spagnoli, I Medici), nel ruolo di Gino Vianello,
ANNA FERZETTI(Tutti per 1 – 1 per
tutti, Domani è un altro Giorno, Duisburg – Linea di
sangue) è Francesca, MASSIMILIANO BRUNO(Ritorno al Crimine, Genitori vs Influencer, Detective per
caso, Non ci resta che il crimine, Boris – Il film) è
Walter, SARA BACCARINI (Non ci resta che il
crimine) è Cinzia. Con PINO INSEGNO che
interpreta sé stesso e Magalli e la criminologa ROBERTA
BRUZZONE. E con CLAUDIO GREG GREGORI
(Lillo e Greg – The movie!, Colpi di fulmine,
Natale col boss, D.N.A. – Decisamente non adatti)
nel ruolo di Meier.
Riccardo, Amir, Pietro e Massimo,
quattro guardie giurate, non particolarmente brillanti né
coraggiose, sono legate da un’amicizia indissolubile. Quando Amir,
che ha una famiglia numerosa da mantenere, perde il lavoro, gli
altri tre si sentono chiamati ad aiutarlo ad ogni costo. Passando
da una pessima idea a un improvvisato piano criminale, i quattro
amici si troveranno in un vortice di incontri, avventure e insidie,
ma anche qualche sorpresa. Perché i nostri eroi hanno ancora più di
un asso nella manica…
Margherita Amedei,
Senior Director Sky Cinema ha dichiarato:
“Siamo felici di annunciare oggi un nuovo titolo Sky
Original,una commedia divertente incentrata sull’idea
narrativa del colpo perfetto, nello stile dei grandi classici da
“Ocean’s Eleven” all’italiano “Smetto quando voglio”. Una storia
che ci ha convinti subito, sul valore dell’amicizia e del riscatto
e con una grandissima trovata che, siamo certi, riserverà più di
una sorpresa al nostro pubblico. Per il cast abbiamo deciso di
puntare su un gruppo di attori giovane e un po’ insolito, che siamo
certi coinvolgerà gli spettatori”.
(Im)perfetti Criminali, il
nuovo film Sky Original, prodotto Cinemaundici e Vision
Distribution è un imprevedibile comedy heist-movie che,
attraverso un improbabile piano criminale, racconta il valore
dell’amicizia e della possibilità del riscatto sociale.
Diretto da Alessio Maria
Federici e scritto da Ivano Fachin, Luca Federico,
Giovanni Galassi e Tommaso Matano, il film Sky Original sarà su Sky
Cinema dal 9 maggio e in streaming su NOW.
I protagonisti sono Filippo
Scicchiatano(Scialla! Stai sereno, Un giorno
speciale, Bianca come il latte, rossa come il sangue, Non è un
paese per giovani) che interpreta Riccardo, Fabio
Balsamo(Falla girare, 7
ore per farti innamorare, Addio fottuti musi
verdi) nel ruolo di Pietro, Guglielmo Poggi(School of
Mafia, Cops – Una banda di
poliziotti, Bentornato
Presidente!, Il
Tuttofare, Beata Ignoranza) è
Massimo, Babak Karimi(Una
Separazione, Caos Calmo, Tickets, Last Minute Marocco, Gli
Indesiderabili) è Amir. Con loro
Matteo Martari(Le ragazze non
piangono, Il giorno e la
notte, Fabrizio De André – Principe
Libero, Luisa
Spagnoli, I Medici), nel ruolo
di Gino Vianello, GREG (Lillo e Greg – The
movie!, Colpi di fulmine, Natale col boss,
D.N.A. – Decisamente non adatti) interpreta Meyer,
Anna Feretti(Tutti per 1 – 1 per
tutti, Domani è un altro
Giorno, Duisburg – Linea di
sangue) è Francesca, Massimiliano
Bruno(Ritorno al Crimine, Genitori vs Influencer,
Detective per caso, Non ci resta che il crimine, Boris – Il
film) è Walter, Sara Baccarini (Non ci
resta che il crimine) è Cinzia, Rocio Munoz
Morales (Tu mi nascondi qualcosa, They Talk,
Tutte le strade portano a Roma) è Luana. E con Pino
Insegno nel ruolo di Magalli e la criminologa
Roberta Bruzzone che interpreta sé stessa.
Trailer:
La trama
Riccardo, Amir, Pietro e Massimo,
quattro guardie giurate, non particolarmente brillanti né
coraggiose, sono legate da un’amicizia indissolubile. Quando Amir,
che ha una famiglia numerosa da mantenere, perde il lavoro, gli
altri tre si sentono chiamati ad aiutarlo ad ogni costo. Passando
da una pessima idea a un improvvisato piano criminale, i quattro
amici si troveranno in un vortice di incontri, avventure e insidie,
ma anche qualche sorpresa. Perché i nostri eroi hanno ancora più di
un asso nella manica…
La
taiwanese Shih-Ching Tsou arriva al suo primo
lungometraggio da regista “in solitaria” con un bagaglio raro:
vent’anni passati a costruire, da coautrice e produttrice, il
cinema degli altri. Con La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl), scritto insieme a
Sean Baker – che del film è anche produttore e
montatore – la prospettiva cambia. Non è solo un debutto, ma il
punto di arrivo di un lungo percorso creativo e personale, e al
tempo stesso un ritorno a un nucleo di immagini, suoni e
contraddizioni che la regista porta con sé da oltre due decenni e
che trovano finalmente una forma compiuta sul grande schermo,
attraverso un linguaggio visivo immersivo e profondamente radicato
nei luoghi reali.
Presentato in anteprima mondiale alla Semaine de la Critique del
Festival di Cannes, dove è stato
accolto con grande calore dalla stampa internazionale,
La mia famiglia a Taipei
ha poi proseguito il suo percorso nei festival fino alla
vittoria del Premio per
il Miglior Film alla
Festa del Cinema di Roma 2025, affermandosi come uno
degli esordi più sensibili dell’anno. In una lunga chiacchierata
sulla Croisette proprio in occasione della première del film lo
scorso maggio, Tsou ci ha descritto questo progetto come un vero
punto di svolta, non solo professionale ma anche
intimo: «Dopo vent’anni passati a lavorare sulle visioni degli
altri registi, ad aiutarli a costruire il loro mondo, per me era
importante ricominciare da capo. È quasi un “restart” della
mia carriera come regista».
Il film –
a cui abbiamo dedicato anche un’approfondita recensione – segue
il ritorno a Taipei di una famiglia dopo anni di assenza,
osservando la città attraverso lo sguardo della piccola
I-Jing, che
accompagna la madre single nel mercato notturno dove lavora per
ripagare i debiti, mentre la sorella maggiore contribuisce con un
impiego part-time. Tra bancarelle, luci al neon e una quotidianità
frenetica, la bambina esplora con curiosità e meraviglia una nuova
vita urbana, finché un divieto apparentemente innocuo – imposto dal
nonno, che le proibisce di usare la mano sinistra perché
ritenuta “malvagia” – innesca una serie di conseguenze
inattese, portando a galla tensioni familiari e segreti sepolti. È
all’interno di questo microcosmo domestico, sospeso tra tradizione
e modernità, che Tsou costruisce un racconto intimo, fatto di
silenzi, legami e fratture generazionali.
Quello che colpisce, però, è la misura del tempo che il film si
porta dietro: Tsou non parla di un’ispirazione recente, ma di
un’immagine che l’ha accompagnata per una vita intera.
«Questa storia è nella mia testa da più di
vent’anni», ha svelato, e la fa risalire a una frase
ascoltata da bambina e mai davvero dimenticata. «Mio
nonno mi diceva che la mano sinistra è la mano del diavolo e mi
chiedeva di non usarla». Un divieto che, nella sua
memoria, è legato anche a qualcosa di più profondo e ambiguo:
l’idea di essere stata “corretta” senza nemmeno rendersene conto.
«Non capivo, perché non ero mancina: ero già stata corretta.
Ora uso solo la destra, ma mi hanno corretta quando ero
piccolissima. Non lo sapevo nemmeno». In quella
ferita minuscola e quotidiana – una superstizione familiare
trasformata in regola – c’è già il nucleo del film: il corpo,
l’identità, la tradizione che si impone come un destino, ma
soprattutto il modo in cui i non detti si trasmettono di
generazione in generazione.
La scintilla narrativa diventa poi un’alleanza creativa. Tsou
racconta di aver condiviso quell’episodio con Sean
Baker (premio Oscar per Anora) già nel 1999, quando si erano
conosciuti a lezione di montaggio: «Gli ho raccontato questa
cosa e lui ha pensato che ci fosse qualcosa da cui potevamo
partire, qualcosa che potevamo scrivere insieme». È un
dettaglio utile a capire come funziona, nel loro sodalizio, la
divisione dei ruoli: lei porta la memoria, la lingua, le tensioni
di un contesto; lui intercetta immediatamente la forma
cinematografica che può contenerle. E infatti, quando nel 2010
tornano a Taiwan per restarci un mese e lavorare davvero alla
sceneggiatura, Tsou insiste su un punto: anche senza conoscere la
lingua, Baker “vede” il film con lucidità.
«Lui non conosce davvero la lingua, ma è un genio del visual e
dello storytelling. Quando siamo andati al mercato notturno, l’ha
capito subito: sapeva già come il film dovesse essere
girato, che dovevamo restare all’altezza della bambina e
raccontare tutto attraverso i suoi occhi».
La piccola Nina Ye, protagonista de La mia famiglia a Taipei –
Cortesia di I Wonder Pictures
Tra quel ritorno a Taiwan e l’arrivo sullo schermo, però, passano
anni di tentativi e ostacoli che Tsou ricostruisce con franchezza:
fare un film indipendente in lingua non inglese, dice, significa
soprattutto inseguire finanziamenti senza una rete solida. «È
davvero difficile, perché è un film in lingua straniera.
Non trovi soldi negli Stati Uniti». Eppure
l’insistenza sul progetto non viene mai meno. Dopo una prima
ricognizione già nel 2001 – con foto, sopralluoghi e persino una
bozza di trailer – Tsou e Baker capiscono che serve dimostrare
prima di tutto che un cinema “piccolo” è possibile. È così che
nasce Take
Out nel 2003: «È costato 3.000 dollari»,
ricorda, quasi a sottolineare che quella micro-produzione non ha
settato solo un precedente, ma una prova generale di metodo e
resistenza: «Abbiamo capito che è possibile fare un
film anche solo in due».
La mia famiglia a Taipei, però, richiede tempo, e
soprattutto un sostegno che per anni non arriva. Il punto di
svolta, paradossalmente, passa proprio da Cannes: Tsou racconta che
è stato il percorso di Red Rocket a riportarli sulla
Croisette e a creare un contesto favorevole per raccontare il
progetto alle persone giuste. «Red Rocket ci ha riportati a
Cannes. Abbiamo raccontato la storia di Left-Handed Girl e gli è
piaciuta moltissimo. Sono stati i primi sostenitori
solidi». Da lì, la regista torna a Taiwan e
intraprende la strada istituzionale: «Ho fatto domanda per il
Taipei Film Commission Film Fund. È così che finalmente abbiamo
fatto il film».
Arrivare alla Semaine de la Critique con un esordio così personale
significa, per Tsou, anche viverlo come un evento collettivo:
«È stato davvero qualcosa di speciale. Quando siamo stati
selezionati dalla Semaine de la Critique eravamo felicissimi,
perché è una piattaforma perfetta per lanciare un film come
questo. Alla première abbiamo ricevuto tantissimo affetto
ed è stato meraviglioso. Tutta la troupe taiwanese è venuta a
Cannes, eravamo in sedici, ed erano lì per sostenermi e supportare
il film. È stata un’esperienza davvero unica».
Dentro questo contesto, il lavoro sul cast racconta un’altra cosa
importante: Tsou non cerca “performer”, cerca presenze, corpi e
volti capaci di reggere la realtà. Lo dice chiaramente: «In
tutti i film su cui lavoriamo insieme facciamo sempre
street casting: è una parte fondamentale». Ma qui c’è
una difficoltà in più: Tsou vive a New York, quindi non può restare
per mesi a Taiwan a cercare attori. È in quel vuoto logistico che
sceglie un canale imprevedibile: «Sono andata su
Instagram». È lì che trova Shi Yuan Ma, la
sorella maggiore: «È al suo primo ruolo. Non aveva mai
recitato, ma ha dato una performance incredibile».
Per la bambina protagonista, Nina Ye, invece, la
ricerca è quasi ossessiva e dura settimane: «Abbiamo anche
organizzato workshop con acting coach, ma senza risultati. Alla
fine l’abbiamo trovata grazie a una casting agent che si occupa di
spot pubblicitari. Nina recita negli spot da quando aveva tre anni,
quindi sa stare davanti alla macchina da presa e ha una
presenza straordinaria». Accanto a loro,
Janelle Tsai rappresenta l’unico volto già
affermato tra i protagonisti: Tsou racconta di averla contattata
dopo aver ascoltato un suo desiderio preciso. «Ho visto
un’intervista in cui diceva di volere un ruolo che la
mettesse davvero alla prova. È allora che l’ho cercata
io».
La mia famiglia a Taipei, una scena del film – Cortesia di I Wonder
Pictures
Se sul piano produttivo la sfida è concreta, sul piano narrativo
Tsou è ancora più netta: per lei, la storia è stratificata, fatta
di livelli che si scoprono progressivamente, e ogni
personaggio ha un’origine reale. «Ogni personaggio è
ispirato a persone reali della mia vita, o a storie sentite da
amici o dalla mia famiglia. E alcune cose sono successe davvero
nella mia famiglia». Il suo obiettivo non è costruire un
dramma “esemplare”, ma un sistema di relazioni
credibile, dove la tensione non cancella l’amore e il
conflitto non spezza necessariamente i legami. Lo spiega con
un’immagine che vale anche come dichiarazione poetica: «Alla
fine sembra che non sia successo niente, no? Come se tutto fosse
tornato normale. Ma è così che funzionano le
famiglie. Litighiamo con le sorelle, litighiamo con le
madri. Ma le ami comunque. Tutto viene dalla cura e
dall’amore. È per questo che ci sono scontri e
difficoltà». È un’idea di famiglia come organismo che assorbe
urti e segreti senza per forza trasformarsi in un trauma “risolto”:
una normalità che, proprio perché torna, lascia spesso un
retrogusto amaro.
Il film lascia emergere anche una riflessione sul ruolo delle donne
all’interno di una società ancora segnata da forti retaggi
patriarcali: «Volevo assolutamente mostrare quella dinamica. È
quasi un commento su come vivono le donne in una cultura in
cui gli uomini ricevono sempre un trattamento
preferenziale». Tsou porta esempi molto concreti,
legati all’eredità, al cognome, alla logica di appartenenza:
«Pensano che quando ti sposi non fai più parte della famiglia.
E se sei una figlia non erediterai, perché i tuoi figli non
porteranno lo stesso cognome del figlio maschio». Da qui, la
sua presa di posizione contro l’automatismo della tradizione:
«Non si può continuare a seguire una tradizione solo perché è
una tradizione. Bisogna pensare a cosa c’è dietro, perché la
società è già cambiata. Non siamo più in una società agricola.
Voglio che il pubblico ci pensi e crei la propria
tradizione. Qualcosa di più giusto per tutti».
La mia famiglia a Taipei di Shi-Ching Tsou – Cortesia di I Wonder
Pictures
Il luogo in cui tutto questo si condensa è il mercato
notturno, che nel film diventa letteralmente un
personaggio. Tsou lo lega subito a una missione: «Con
questo film voglio mostrare al mondo Taiwan, la mia casa. È uno
spazio comunitario. Tutti ci vanno: comprano, cenano, si
incontrano. È colorato, unico, molto cinematografico. Volevo che
fosse uno dei personaggi del film. Durante la preparazione
ho riscoperto Taiwan attraverso i suoi suoni: la
musica, i rumori, persino la melodia del camion della spazzatura
che passa per ricordare alle persone di uscire a buttare i rifiuti.
Tutti questi suoni sono profondamente taiwanesi, fanno parte dei
miei ricordi d’infanzia. È una vera lettera d’amore a
Taiwan».
Ma è anche un luogo che impone una scelta di messa in scena, perché
il caos e la folla sono impossibili da “addomesticare”: «È
stato pazzesco. Il primo giorno eravamo in venti sul set e non
riuscivamo a girare perché la gente si fermava a guardarci. Così ho
deciso che saremmo scesi a cinque persone, cercando di
essere invisibili. Non avevamo i soldi per chiudere la
strada, ma soprattutto volevamo le persone vere intorno, perché
solo così potevamo mostrare il vero night market».
Proprio da questi dettagli emerge l’identità del film
soprattutto come esperienza sensoriale, spesso vista “dal basso”,
con un ritmo che segue lo sguardo della bambina. Tsou racconta che
l’immagine del caleidoscopio all’inizio nasce da
un giocattolo della figlia: «Un giorno la osservavo mentre ci
giocava e ho pensato che sarebbe stato bellissimo guardare il film
in quel modo. La storia è raccontata attraverso gli occhi della
bambina: restiamo alla sua altezza, viviamo il
mercato notturno con la sua curiosità, perché per un bambino tutto
è nuovo, fresco e colorato».
Infine, c’è la dimensione più personale: «I tre
personaggi principali sono frammenti di me. La bambina che
subisce un divieto senza capirlo, la sorella maggiore che vive una
ribellione silenziosa verso la tradizione, e la madre, che oggi ha
una figlia e vuole darle una libertà che lei non ha avuto.
Fare questo film è stato un percorso di guarigione per
me. Mi ha permesso di guardare indietro, a chi ero e al
contesto in cui sono cresciuta».
La mia famiglia a Taipei
costruisce il proprio equilibrio evitando qualsiasi enfasi,
affidandosi a uno sguardo che osserva più di quanto giudichi e che
lascia ai rapporti familiari il tempo di rivelarsi nei gesti e nei
silenzi. È in questa misura, e nella scelta di un punto di vista
infantile come lente narrativa, che il film trova la sua coerenza
più profonda. In uscita nelle sale italiane dal 22 dicembre, accompagnato da un
tour di
presentazioni alla presenza della regista
Shih-Ching Tsou e
della giovane protagonista Nina Ye.
Nato
dall’immaginazione di una Mary Shelley poco più
che diciottenne, Frankenstein è un mito che continua a
interrogare il nostro tempo. La storia del giovane scienziato che
osa sfidare i confini della vita e della morte non ha mai smesso di
rigenerarsi attraverso le epoche, adattandosi a nuovi linguaggi e
sensibilità. Dal romanzo ottocentesco al cinema muto, dai cult di
Hollywood alle rivisitazioni femministe più recenti, il “moderno
Prometeo” rimane una parabola senza tempo sulla responsabilità
della creazione, sulla fragilità dell’umano e sul bisogno di
riconoscere l’altro.
Non
sorprende quindi che Guillermo Del Toro, regista
che ha fatto dei mostri i veri protagonisti del suo cinema, abbia
deciso di affrontare questa eredità. Dopo aver raccontato creature
marginali con la forza del fantastico – fino al Leone d’Oro con
La forma dell’acqua – il
regista approda al capolavoro di Shelley, presentato in concorso a
Venezia con il titolo che più di ogni altro sembrava attenderlo:
Frankenstein.
All’incontro con la stampa italiana, il cineasta messicano ha
spiegato subito il legame profondo che lo unisce a questa storia:
«Qualunque cosa vi aspettiate di vedere, vedrete qualcosa di
diverso. Questo romanzo vive con me da quando ero bambino.
Sono la creatura, sono Victor, sono ogni personaggio. È un
dialogo con me stesso attraverso i decenni».
Del Toro ha raccontato come il libro lo abbia accompagnato nelle
tappe fondamentali della vita: «Quando ho imparato cosa
significa essere figlio, quando ho imparato cosa significa essere
padre, quando ho imparato ad andare avanti, tutto questo è entrato
nel film. Ho portato con me i migliori collaboratori dei miei
trent’anni di cinema, perché arrivare a Frankenstein
significava arrivare alla terra santa».
Oscar Isaac ha definito l’esperienza sul set
«ipnotica, psichedelica, incredibilmente emotiva, un culto.
Abbiamo riso tantissimo per un materiale così oscuro. C’era una
gioia travolgente. Mi svegliavo alle quattro del mattino e non
vedevo l’ora di andare sul set». Jacob Elordi, interprete della Creatura, ha
sottolineato invece l’aspetto più personale: «Questo
personaggio è più me di quanto io stesso lo sia. Ci ho
messo dentro tutta la mia vita, la mia esperienza, mio padre.
Quelle dieci ore di trucco ogni giorno non erano una fatica, erano
un sacramento. Mi permettevano di diventare niente e
trasformarmi».
Mia
Goth, nel ruolo di Elizabeth, ha parlato della
responsabilità di far parte di un’opera così attesa: «È
stato completamente magico, un sogno realizzato. Non ho
mai smesso di pensare che stavo recitando nel Frankenstein di
Guillermo Del Toro, e questo portava con sé un’enorme pressione.
Tutti sul set sapevano quanto fosse importante quel
momento».
Del Toro ha poi affrontato il senso più ampio del film oggi:
«Viviamo in un mondo che ci disumanizza ogni giorno,
dividendoci in buoni o cattivi. Il film fa pace con
l’imperfezione, ricorda che essere umani significa anche
commettere errori e perdonare. I veri mostri non portano maschere
prostetiche, indossano giacca e cravatta. Sartre diceva che
l’inferno sono gli altri, io dico che la
salvezza sono gli altri».
E
se Frankenstein è anche
una storia d’amore, Del Toro la lega al senso stesso dell’arte:
«L’arte è un atto d’amore. Non è chimica né
matematica, è vulnerabilità. È ciò che ci permette di
riconoscerci negli altri. Alla fine, siamo attratti da chi
porta le stesse ferite che portiamo noi. E quando un film o una
canzone racconta questo dolore, diventa necessario».
Sul legame con Mary Shelley, il regista è stato netto: «Lei
scrisse quel romanzo a diciotto anni, con un coraggio assoluto e
una sincerità totale. Leggendo Frankenstein ti innamori di lei, ed
è successo anche a me. Il mio dovere era essere altrettanto
sincero, per far sì che lo spettatore riconosca lo
spirito. Ogni dieci minuti il film cambia, come la vita
stessa, ma alla fine resta la domanda più urgente: cosa significa
essere vivi?».
A Venezia Kaouther Ben
Hania è tornata a misurarsi con il confine fragile e
incandescente tra documentario e finzione, presentando
The Voice of Hind
Rajab, uno dei titoli più discussi di questa
edizione. Il film nasce da una vicenda che ha scosso la coscienza
pubblica: il 29 gennaio 2024 la Mezzaluna Rossa riceve la chiamata
di Hind, una bambina di sei anni rimasta intrappolata in un’auto
sotto il fuoco a Gaza. Per settanta interminabili minuti la sua
voce ha attraversato il filo telefonico, chiedendo di non essere
lasciata sola, mentre i volontari tentavano invano di raggiungerla
con un’ambulanza. Hind è morta quel giorno, insieme ai soccorritori
partiti per salvarla. La sua ultima telefonata è diventata il
simbolo di un’intera popolazione ridotta al silenzio.
Ben Hania ha raccontato come quel
frammento audio sia stato la scintilla del film: «Sono stata
sopraffatta da una storia, da un’immagine, da una voce. Quando ho
ascoltato la voce di Hind, ho sentito che stava parlando a
me, come se mi chiedesse cosa potevo fare. Da subito ho
capito che nessuna attrice avrebbe potuto riprodurre quella voce.
Sarebbe stato un tradimento, un gesto di cattivo gusto. Per me era
fondamentale conservarla, onorarla, perché Gaza è senza
voce, e questo silenzio imposto fa parte della
violenza».
La regista tunisina, già candidata
all’Oscar con Four Daughters, ha
spiegato che il film si colloca nella linea che attraversa tutta la
sua filmografia: «Non mi sento mai a mio agio con divisioni
nette tra documentario e finzione. Amo la frontiera tra i
generi, trovo che sia lo spazio più fertile per raccontare le
storie che mi interessano. In The Voice of Hind
Rajab la finzione si muove progressivamente verso il
documentario, perché al centro c’è una testimonianza vera, un
documento. La registrazione della telefonata era per me un punto di
partenza: ho cercato il modo cinematografico migliore per tradurre
non solo ciò che ho ascoltato, ma soprattutto i sentimenti di
impotenza provati dagli operatori della Mezzaluna Rossa, e in
generale dall’umanità di fronte a una bambina che chiede aiuto e
che nessuno riesce a salvare».
Il
lavoro è stato reso possibile da una fiducia speciale. La regista
ha ricordato l’importanza dell’incontro con la madre di
Hind e con i volontari che quel giorno
erano dall’altra parte della linea: «Ho parlato a lungo con
loro. Non sono un’investigatrice né una giudice: il mio lavoro non
è cercare colpevoli ma costruire uno strumento di
empatia. La madre di Hind è una donna straordinaria,
intelligente e piena di dignità. Mi ha raccontato sua figlia nei
dettagli, dai sogni al modo di ridere. Da subito le ho
detto che il film sarebbe stato possibile solo con il suo
consenso. Non era una formalità: era la base su cui
poggiava tutto. Senza il suo sì, avrei abbandonato il
progetto».
Anche per questo, il film
è stato sviluppato con urgenza. «Di solito servono anni per
scrivere, finanziare e girare un film. In questo caso ho
messo in pausa un altro progetto e ho iniziato subito a
lavorare. Ho ricevuto la registrazione a luglio, ad agosto
avevo già una sceneggiatura e a novembre eravamo sul set.
L’intero processo è stato attraversato da una rabbia
condivisa, dalla sensazione che non potevamo rimanere in
silenzio. Perché il silenzio è una forma di complicità», ha
detto la regista.
Un aspetto sorprendente è
stato il coinvolgimento di Hollywood, in particolare della
compagnia Plan B di
Brad Pitt: «Durante il tour per la campagna Oscar di Four
Daughters sono stata contattata da Didi Gardner, che aveva amato il
film e voleva sapere quale sarebbe stato il progetto successivo.
Quando ha visto il materiale su Hind Rajab, lo ha mostrato a
Brad
Pitt e hanno deciso di esserci. È stato lo stesso con
altri nomi importanti: sì, sono rimasta sorpresa da questo sostegno
così ampio».
Il
film si chiude con immagini che hanno commosso la sala veneziana:
«Alla fine mostriamo le riprese dell’ambulanza e dell’auto, già
viste online. Ma raccontando tutta la storia prima di quelle scene,
il modo in cui le guardiamo cambia. Era importante
arrivare al lato documentario, ma anche concludere con un’immagine
diversa. Hind amava la spiaggia e aspettava la fine della guerra
per tornarci. Sapere che su quella costa oggi si immagina di
costruire resort rende ancora più doloroso e necessario concludere
con il mare. Ho voluto restituire un’immagine di vita, di
gioia, non solo di morte».
The Voice of Hind Rajab
arriverà in Italia con I Wonder Pictures.
Ronald Howard –
noto al grande pubblico per aver interpretato il rosso e imbranato
“Ricky Cunningham” della fortunatissima serie tv americana “Happy
days” – torna al cinema da regista con il film The dilemma, la cui
uscita in Italia è prevista per marzo.
Howard si è già fatto apprezzare
come regista per film fantasy, sentimentali o trasposizioni di
famosi volumi: “Splash – Una sirena a Manhattan” (1984), “Cocoon –
L’energia dell’universo” (1985), “Cuori ribelli” (1992), “Apollo
13” (1995), “Il Grinch” (2000), “A beautiful mind” (2001),
“Cinderella man” (2005). Ma soprattutto “Il codice Da Vinci”
(2006), “Frost/Nixon, il duello” (2009) e “Angeli e de{jcomments
on}moni” (2009).
Ma torniamo a The dilemma.
Protagonisti sono due grandi amici e colleghi di lavoro, Vaughn e
James, il cui rapporto si incrina a causa del dilemma morale
che rode uno dei due: ha visto la moglie dell’amico (la
Ryder) al ristorante, in atteggiamenti intimi con un altro uomo, e
non sa se dire la verità o tacere. Deciso a saperne di più, Ronny
avvierà una personalissima indagine amatoriale che trasformerà la
sua vita in un comico caos e scoprirà che anche Nick gli ha tenuto
nascoste un po’ di cose. Sotto pressione per la chiusura del
progetto di una vita, riuscirà a fare la scelta giusta per salvare
la loro amicizia e anche gli affari?
Il cast vede la partecipazione di
Vince Vaughn, Winona Ryder, Kevin James,
Jennifer Connelly, Channing Tatum.
Commedia divertente lontana dai
canoni usuali del regista americano. Ma non è l’unico lavoro in
programma per Howard. Entro quest’anno uscirà anche “The
originals”, commedia su un gruppo di giovani che si riunisce per un
fine settimana a New York dopo aver saputo che l’insegnante che ha
formato la loro infanzia è caduto in un coma misterioso; “The dark
tower”, trasposizione per la Tv di un’opera di Stephen King; “The Parsifal mosaic”
thriller-poliziesco. Questi ultimi sono in programma per il
2012.
Uscirà il prossimo 25 marzo “Silvio forever”, autobiografia non
autorizzata di Silvio Berlusconi dagli autori de “La Casta” Gian
Antonio Stella e Sergio Rizzo. La regia è di Roberto Faenza e
Filippo Macelloni.
Nanni Moretti chiede alla Rai di
spiegare perché ha acquistato il suo «Il Caimano» ma non lo ha
ancora trasmesso.
Il regista ha posto la domanda
nella puntata di ieri sera di «In onda», il talk di approfondimento
di La7, condotto da Luisella Costamagna e Luca Telese.
«Ho tanti difetti e non piace per
niente fare la vittima -ha detto Moretti nel corso della
registrazione della puntata- infatti sono tre anni che non dico
nulla. Il film è costato tantissimo, 8 milioni e mezzo di euro, il
25% in più del previsto. Io co-produco solo con la Rai, ma questa è
stata l’unica volta che ho preferito produrlo da solo. Dopo che il
film è uscito è stato acquistato dalla Rai per un milione mezzo di
euro per cinque passaggi in altrettanti anni».
«Sono già passati tre anni e un
mese e ancora non è stato mai trasmesso. I miei genitori mi hanno
insegnato ad assumermi la responsabilità di quello che dico e di
quello che faccio delle mie scelte o delle mie non scelte. Per ora
non è stato messo in onda. Qualcuno mi spieghi perchè», conclude
Moretti. Nella puntata di «In onda» è stata trasmessa la scena
finale di «Il caimano».
“On the road”
(En el
camino) del regista messicano
David Pablos, presentato in concorso nella
sezione Orizzonti, vince il prestigioso Queer Lion Award
2025, il riconoscimento collaterale ufficiale della 82.
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia che dal
2007 è dedicato al miglior film con tematiche LGBTQIA+. Assegnato
ogni anno da una giuria internazionale indipendente, il premio ha
l’obiettivo di valorizzare e dare visibilità alle opere che
affrontano, in modo artistico e innovativo, le diversità e le
identità di genere e di orientamento sessuale, contribuendo così a
una più ampia riflessione culturale e sociale.
“Mi ha affascinato l’idea di
raccontare una storia intrisa di omosessualità nel mondo dei
camionisti”, racconta David Pablos, “vengono mostrate le
loro avventure uniche, il fascino visivo di quell’ambiente e la sua
brutalità, ma anche il calore che si trova nella fratellanza che
emerge tra gli uomini sulla strada. Penso che sia un’ambientazione
appropriata per parlare di mascolinità e repressione attraverso
Veneno e Muñeco, i due protagonisti, personaggi distrutti che,
contro ogni previsione, trovano rifugio l’uno nell’altro. Credo sia
essenziale continuare a realizzare film LGBTQ+ nel contesto
odierno, dove le rappresentazioni nel cinema messicano sono ancora
così poche. Stiamo vivendo tempi difficili nella lotta per la
visibilità, ed è ancora raro trovare progetti che ritraggano
l’alterità da una prospettiva intima e onesta, avvicinandosi ai
personaggi con empatia e rispetto.”
Con “On the road”
(En el camino), David Pablos – già apprezzato per la sua
capacità di indagare le dinamiche umane e sociali con grande
sensibilità – porta sullo schermo una storia intensa e universale,
in cui il viaggio fisico diventa metafora di ricerca identitaria e
di emancipazione.
Il film sarà prossimamente
disponibile in Italia su IWONDERFULL Prime Video Channles, la piattaforma di
streaming di I Wonder Pictures, confermando l’impegno del
distributore nel portare al centro del dibattito culturale opere di
qualità e dal forte impatto sociale.
Uscirà il prossimo maggio “La
conquete” (La conquista), film in salsa thriller sull’ascesa
politica dell’attuale Presidente della Francia Nicolas Sarkozy.
Il regista è Xavier Durringer, che
ha già firmato “J’irai au paradis car l’enfer est ici” (1997) e
“Chok Dee” (2005). Ad interpretare Sarko, l’attore Denis Podalydès,
a lui molto somigliante. Nel film appaiono anche la prima moglie di
Sarkozy Cécilia Sarkozy (Florence Pernel), Dominique de Villepin
(Samuel Labarthe), Laurent Solly (Grégory Fitoussi), Franck
Louvrier (Mathias Mlekuz) e Rachida Dati (Saida Jawad). Non ci sarà
invece nessuna attrice a recitare il ruolo dell’attuale first lady
francese, Carla Bruni, che infatti non appare nella storia.
C’è invece l’ex Presidente Jacques
Chirac, col quale Sarkozy (Ministro degli interni quando il primo
era Presidente della Repubblica francese) non aveva un grande
rapporto. E’ interpretato da Bernard Le Coq.
La mattina del 1
ottobre all’alba (e più o meno fino alle ore 11) un gregge di
circa 700 pecore ha invaso una delle
piazze più famose d’Europa, Piazza del Duomo di
Milano.
Grazie al supporto della
Fondazione Roma Lazio Film Commission,
sabato 18 ottobre alle ore 10.00, presso lo spazio “Roma
Lazio Film Commission” all’Auditorium Parco della Musica di Roma,
si terrà la presentazione del volume Greenaway – Morte e
Decomposizione del Cinema, scritto e illustrato da
Stefano Bessoni e pubblicato da Bakemono Lab.
“Un quaderno di appunti,
riflessioni e illustrazioni su Peter Greenaway, colui che mi ha
fatto capire che un film altro non è che un contenitore illimitato,
nel quale rinchiudere concetti, teorie e ossessioni.È uno degli
autori più importanti del cinema contemporaneo, un artista che si
nutre di pittura, scrittura, musica, teatro, danza e di ogni forma
espressiva che si possa immaginare. Il suo cinema complesso,
enciclopedico e artificioso, è un gioco creativo infinito che
strizza l’occhio a Lewis Carroll, Jorge Luis Borges e Italo
Calvino, un territorio fiabesco, spesso crudele, sconcertante, nel
quale smarrirsiper esplorare le sfaccettature più inattese
dell’animo umano, dell’intelletto e del corpo.”- Stefano
Bessoni
L’incontro sarà
un’occasione per addentrarsi nell’universo visionario di Peter
Greenaway attraverso lo sguardo e la sensibilità di
Bessoni. Dialogherà con lui il critico cinematografico
Emanuele Rauco.
In questa occasione
verrà annunciata anche una nuova collaborazione tra Peter
Greenaway e StefanoBessoni, dal titolo He
Read Deep Into the Night.
Il progetto raccoglie
molti racconti brevi, brevissimi, di Greenaway: storie
assurde, idee per film mai realizzati, appunti entomologici su
un’umanità attraversata da inquietudini esistenziali e ossessioni.
Le narrazioni sono accompagnate dalle illustrazioni di
Bessoni, che dialogano con i testi in un intreccio poetico e
perturbante. Parole e immagini si fronteggiano e si inseguono,
aprendo una riflessione sul campo di battaglia tra scrittura e
visione.
L’ingresso al pubblico
sarà possibile fino ad un massimo di 70 persone, solo
tramite registrazione obbligatoria.
Stefano Bessoni:
Regista cinematografico, scrittore, illustratore e animatore,
appassionato di entomologia, anatomia, fiabe e storia della
scienza. La sua poetica affonda nel concetto di
wunderkammer
e si nutre di suggestioni macabre che richiamano il
perturbante.
Si è diplomato presso
l’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 2005 ha realizzato il
suo primo lungometraggio Frammenti di scienze
inesatte. Dal 2000 al 2007 ha insegnato regia
cinematografica presso NUCT a Cinecittà.
Nel 2009, dopo diversi
anni di sviluppo, ha diretto Imago Mortis, film in
coproduzione tra italia e Spagna. Nel 2010 ha prodotto e diretto il
film indipendente Krokodyle, autoritratto in forma
grottesca e fantastica, manifesto aperto delle sue istanze
espressive e sfogo delle tante paturnie esistenziali; è stato un
successo di critica e ha raccolto premi in diversi festival
internazionali. Krokodyle non ha mai trovato una distribuzione
ufficiale.
Nel 2023 il Museo Nazionale del Cinema di
Torino gli ha dedicato una grande mostra personale nella
Mole Antonelliana, con illustrazioni originali,
burattini, pupazzi, oggetti e proiezione di film, legata in
particolare al concetto di wunderkammer.
Nel 2023 ha collaborato
alla mostra “The World of Tim
Burton” al Museo Nazionale del Cinema di Torino, curando
alcuni testi del catalogo, tenendo lezioni dedicate a Tim
Burton e seguendo le attività didattiche.
Nel 2024, nell’ambito
di Cartoons on the Bay a Pescara, gli è stata dedicata una
mostra personale intitolata “Stop-motion e altre scienze inesatte”,
incentrata sugli aspetti macabri e perturbanti dell’animazione a
passo uno.
Nel settembre 2024 ha
presentato al Museo Nazionale del Cinema di Torino il suo
libro illustrato dedicato a Peter Greenaway, suo più grande
punto di riferimento, insieme a lui, alla moglie Saskia Boddeke e
alla figlia Pip.
Oggi è coordinatore e
docente del corso triennale di illustrazione e animazione
presso IED Roma e insegna animazione stop-motion
e puppet making a Scuola Holden a Torino.
Emanuele Rauco:
Nato a Roma nel 1981, si occupa di critica cinematografica e
televisiva per La rivista del
Cinematografo, Cinecriticaweb e Il
sussidiario, collabora con vari siti internet, quotidiani e
riviste, cura programmi radiofonici, rassegne e festival
cinematografici. Ha pubblicato saggi su Henri-Georges
Clouzot e il cinema francese negli anni di Vichy e
monografie su Guillermo Del Toro, Jim Jarmusch, Steven Spielberg, Noah
Baumbach, Frank Capra e Pablo Larrain. Dal 2016 è membro
della Commissione di selezione della Mostra del Cinema di
Venezia, dal 2019 è socio della Rete degli
Spettatori per la diffusione del cinema di qualità e
indipendente. Si occupa di divulgazione cinematografica tramite i
suoi canali social. Ha diretto rassegne e festival a Frosinone e
Formia, è co-direttore artistico del Catania Film
Festivale direttore artistico di
Castiglione del Cinema.
“You know nothing Jon
Snow”. La bella e selvaggia Ygritte ha pronunciato per
l’ultima volta la sua celebre battuta ai piedi del Castello Nero e
adesso la sua interprete, Rose Leslie, è libera di far andare avanti la
sua carriera lontano da Game of Thrones. The Hollywood Reporter
ha infatti diffuso la notizia che la rossa attrice si è unita al
cast di Last Witch Hunter, accanto
proprio a Vin
Diesel.
Il ruolo di Rose, come è facile
intuire, sarà quello di una strega! Il film sarà ambientato nella
moderna New York e seguirà i due personaggi che cercheranno di
fermare l’ascesa al potere di una malvagia regina delle streghe.
Chissà se Vin Diesel si lascerà zittire e domare
con la stessa facilità di Kit Harington!
Tra pochi giorni, l’11 agosto,
ricorrerà il decennale dalla tragica scomparsa di Robin Williams. In vista di tale occasione,
l’attrice Sally Field ha rivelato una toccante
storia del periodo in cui ha lavorato con l’attore in
Mrs. Doubtfire. Il film vede Daniel Hillard (Robin
Williams) assumere le sembianze di una perfetta tata
di nome Mrs. Doubtfire per poter passare del tempo con i suoi figli
dopo averne perso la custodia in seguito a un divorzio conflittuale
con Miranda (Field). La miscela di commedia esilarante e dramma
sentito ha contribuito a rendere
Mrs. Doubtfire uno dei migliori film dell’impressionante
carriera di Williams.
Vanity Fair ha parlato con molti
co-protagonisti, collaboratori creativi e amici di Williams, tra
cui, appunto, la Field, la quale ha raccontato di come lui l’abbia
aiutata quando ha saputo che suo padre era morto durante le
riprese. “Non ho mai condiviso questa storia prima d’ora. Ero
nel camper fuori dall’aula di tribunale dove stavamo girando la
scena del divorzio. Mio padre aveva avuto un ictus un paio di anni
prima e si trovava in una casa di cura. Ho ricevuto una telefonata
dal medico che mi diceva che mio padre era morto – un ictus
grave.
Mi chiese se volevo che lo
mettessero in rianimazione. Io dissi: “No, non lo voleva.
Lasciatelo andare. E per favore, chinatevi e dite: ‘Sally ti
saluta’“. Naturalmente ero fuori di me. Arrivai sul set
cercando con tutte le mie forze di recitare. Non stavo piangendo.
Robin si avvicinò, mi tirò fuori dal set e mi chiese: “Stai
bene?“. E ha fatto in modo che girassero scene in cui non
ero prevista per il resto della giornata. Ho potuto tornare a casa
mia, chiamare mio fratello e prendere accordi. È un lato di Robin
che la gente conosce raramente: era molto sensibile e
intuitivo“.