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#RomaFF12: Ian McKellen superstar del red carpet

#RomaFF12: Ian McKellen superstar del red carpet

Tra gli ospiti più attesi in assoluto della Festa del Cinema di Roma 2017, Sir Ian McKellen ha sfilato sul tappeto rosso dell’Auditorium subito dopo aver partecipato all’incontro ravvicinato con il pubblico e poco prima della presentazione di McKellen: Playing the part, documentario sulla sua vita e carriera diretto da Joe Stephenson.

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#RomaFF12: Hostages, recensione del film di Rezo Gigineishvili

#RomaFF12: Hostages, recensione del film di Rezo Gigineishvili

Hostages – E’ il 1983 quando un gruppo di ragazzi, tutti studenti della scuola di belle arti, decide di abbandonare il regime oppressivo sovietico fuggendo dalla Georgia verso la vicina Turchia.

Assuefatti alle sigarette americane e ispirati dalla musica trascinante dei Beatles, i ragazzi decidono di prendere con la forza il controllo di un aereo regionale e di dirottarlo verso la Turchia, un posto dove cominciare una nuova vita. Ma la paura e soprattutto l’inesperienza dei giovani dirottatori ha la meglio e, in pochi minuti, quello che doveva essere un semplice volo, si trasforma in tragedia.

Il sesto giorno della Festa del Cinema di Roma si apre con Hostages, il nuovo film di Rezo Gigineishvili ispirato a fatti realmente accaduti. Si parla della Georgia della fine degli anni ottanta del novecento, un paese completamente assoggettato al governo sovietico dove i cittadini erano costretti a vivere rinchiusi quasi come degli animali in gabbia.

Hostages

I confini dello stato, infatti, erano chiusi e chiunque osasse ribellarsi alle leggi russe, andava incontro a pene severe e spesso anche alla morte. Il cosiddetto ‘caso dei ragazzi dell’aereo’ è un fatto di cronaca venuto alla luce soltanto alla fine della Perestrojka nel 1991, anno che ha di fatto sancito l’indipendenza dello stato dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica.

Hostages di Rezo Gigineishvili è di fatto un thriller che punta i riflettori su di un periodo storico assai travagliato per la Georgia, richiamando alla memoria uno dei peggiori dirottamenti aerei degli anni ottanta.

Si parla di giovani culturalmente evoluti, di buona famiglia, appartenenti alla classe medio borghese dell’epoca, studenti modello con una grande passione per l’arte. Ad un occhio disattento le loro vite possono sembrare quasi perfette ma c’è qualcosa che questi ragazzi bramano e che purtroppo non riescono ad ottenere: la libertà.

Hostages

Sin dai primi minuti di film, si avverte un senso di profonda inquietudine pervadere ogni scena che ci accompagna per mano fino alla conclusione. Ad una prima parte però molto lenta, fatta di tempi eccessivamente dilatati e inutili scene filler, nel film segue una seconda parte invece assai più dinamica.

Nel momento in cui i protagonisti mettono piede sull’aereo, l’atmosfera si fa più pesante e l’incertezza iniziale lascia il posto a paura e paranoia. Ma proprio quando sul velivolo si scatena l’inferno e Hostages inizia a diventare un film davvero interessante e coinvolgente, di colpo l’azione si interrompe lasciando di nuovo il posto alla staticità iniziale. A non convincere inoltre, oltre all’approssimativa sceneggiatura, sono i personaggi che non riescono, nemmeno nelle scene più drammatiche, a suscitare empatia nello spettatore.

#RomaFF12: Go Nagai racconta il suo Mazinga Z Infinity

#RomaFF12: Go Nagai racconta il suo Mazinga Z Infinity

La Festa del Cinema di Roma 2017, in collaborazione con Alice nella città, presenta in anteprima mondiale Mazinga Z Infinity, il nuovo film del robot gigante creato da Go Nagai 45 anni fa e ancora amatissimo.

Proprio il maestro Nagai è arrivato a Roma per raccontare il nuovo film e il futuro del personaggio.

Qual è il rapporto di Mazinga Z e di Go Nagai con l’Italia?

“Quando l’ho pensato, ho indirizzato la mia creatura ai bambini giapponesi. Non immaginavo assolutamente che avrebbe attraversato l’oceano e il mondo, quindi il fatto che i temi scelti, questo robot, abbiano superato il mare e siano arrivati fino a qui, mi rende molto felice.”

I temi del manga sono sempre stati più duri e crudi di quelli dell’animazione, ma adesso questa differenza è stata appianata. Oggi, Mazinga Z parla sempre ai bambini o a un pubblico di adulti?

“Gli stessi protagonisti della storia sono cresciuti e affrontano temi più complicati adesso, ma l’assunto di base è sempre lo stesso, si combatte contro il male. Resta completamente attuale.”

Il film racconta di un nuovo inizio di Mazinga Z. È corretto interpretarlo in questi termini?

“Per la prima volta una storia di Mazinga Z non parte da un’ambientazione giapponese, quindi, sì, c’è un’apertura, un nuovo inizio che speriamo possa dare nuovi frutti. Sicuramente ci saranno nuove strade. Io ho sempre puntato sul futuro e lo stile nuovo del nuovo personaggio preannuncia nuove battaglie.

Il futuro sarà quello che porta in direzione di un universo condiviso in cui si riuniscono le sue creazioni e che dovrebbe ricalcare quello realizzato da Marvel al cinema.”

Il Dottor Inferno dice di essere tornato perché gli umani, i politici sono stati incapaci di gestire la pace. Il nuovo Mazinga Z riflette su questo aspetto?

“Era importante che si parlasse di valori condivisi. I protagonisti si riuniscono per avere uno scopo, un obbiettivo comune. Era importante anche che i temi trattati venissero attualizzati. Nella società moderna, la diversità di pensiero può essere qualcosa di pericoloso, nel senso che se non si ha uno scopo comune è difficile affrontare le difficoltà.”

Come sta vivendo il nuovo conservatorismo in Giappone?

“La situazione politica giapponese va verso la chiusura, certo io non mi andrò ad esporre per quello che penso in merito. Ma da persona sono preoccupato per quelle che possono essere le relazioni con i Paesi che ci stanno intorno, e vorrei che venisse data la priorità alla coesistenza pacifica.”

#RomaFF12: gli spettatori premiano Borg McEnroe

#RomaFF12: gli spettatori premiano Borg McEnroe

Borg McEnroe di Janus Metz Pedersen si è aggiudicato il “Premio del Pubblico BNL” alla dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Borg McEnroe arriverà nelle sale italiane giovedì 9 novembre, distribuito da Lucky Red.

SINOSSI

Da una parte l’algido e composto Bjorn Borg, dall’altra l’irascibile e sanguigno John McEnroe. Il primo desideroso di confermarsi re incontrastato del tennis, il secondo determinato a spodestarlo. Svelando la loro vita fuori e dentro il campo, Borg McEnroe è il ritratto avvincente, intimo ed emozionante di due indiscussi protagonisti della storia del tennis e il racconto, epico, di una finale diventata leggenda: quella di Wimbledon 1980.

Borg McEnroe, recensione del film con Shia LaBeouf

Il “Premio del Pubblico BNL”, in collaborazione con il Main Partner della Festa del Cinema, BNL Gruppo BNP Paribas, è stato assegnato dagli spettatori: utilizzando myCicero, l’app ufficiale della Festa del Cinema “RomeFilmFest” (realizzata da Pluservice), e attraverso il sito www.romacinemafest.org, il pubblico ha espresso il proprio voto sui film in programma nella Selezione Ufficiale.

#RomaFF12: Forzen – Le Avventure di Olaf, il red carpet animato

#RomaFF12: Forzen – Le Avventure di Olaf, il red carpet animato

Enrico Brignano e Serena Rossi hanno sfilato sul tappeto rosso della Festa del Cinema di Roma 2017 per presentare il nuovo cortometraggio Disney, Frozen – Le Avventure di Olaf, in cui tornano a prestare la voce ai personaggi del pupazzo di neve Olaf e della Principessa Anna, ruoli già interpretati per Frozen – Il Regno di Ghiaccio.

Il cortometraggio arriverà al cinema in testa a Coco, nuovo film Disney Pixar. Di seguito le foto dal red carpet:

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#RomaFF12: Fiorello protagonista dell’Incontro Ravvicinato

#RomaFF12: Fiorello protagonista dell’Incontro Ravvicinato

Con una giacca rossa come il logo dell’Edicola Fiore, Fiorello è stato protagonista di un incontro ravvicinato con il pubblico all’interno della Festa del cinema di Roma 2017. Lo showman siciliano è stato il mattatore indiscusso di grandi show di successo come Stasera Pago Io, Stasera Pago Io – Revolution, Fiorello Show, Il più grande spettacolo dopo il week-end.

In teatro l’abbiamo visto recentemente in tour con lo spettacolo L’ora del Rosario. Da alcuni anni sfrutta i social e i nuovi dispositivi ne la rassegna stampa quotidiana  L’Edicola Fiore e  nel suo nuovo programma nato per Facebook: Il socialista.

In occasione di questo incontro ravvicinato tenuto in presenza del direttore della Festa del cinema di Roma Antonio Monda, Fiorello ha parlato di cinema senza risparmiare momenti di show.

Non guardo i film coreani che di solito vincono a Venezia, tipo Il volo del calabrone. Io ho iniziato con i film di Maciste che guardavo da bambino al cinema Musmeci di Augusta vicino alla caserma in cui lavorava mio padre. Mio padre, appuntato della Guardia di Finanza, mi portava al cinema alle 16 e mi veniva a prendere alle 20.

foto di Aurora Leone

Monda, per cominciare, ha chiesto a Fiorello di elencare i suoi film preferiti. Si comincia con appunto un film di Maciste intitolato Maciste Gladiatore di Sparta (1965) diretto da Mario Caiano. Viene mostrata una sequenza di un combattimento tra Maciste e una scimmia. Davanti alla palese finzione Fiorello dichiara

Da bambino credi a tutto. Io restavo affascinato anche dalla verosimiglianza dei massi di polistirolo. Ero innamorato di tutto questo. C’era un grado di recitazione pazzesco.

La sua classifica comprende poi E Dio disse a Caino (1970) diretto da Antonio Margheriti, Cinque dita di violenza (1972) di Jeong Chang–hwa, La febbre del sabato sera (1978) di John Bodham, Incontri ravvicinati del terzo tipo (1978) di Steven Spielberg e Che vita da cani (1991) di Mel Brooks.

La seconda parte dell’incontro si è incentrata sui film interpretati da Fiorello. Si parte da Cartoni animati, film diretto dai fratelli Citti.

Nel film si parla di barboni che vivono appunto in cartoni. L’abbiamo girato a Fiumicino e inevitabilmente passava un aereo ogni sette secondi. Gli attori erano tutte persone prese dalla strada che dopo le riprese erano irreperibili e per questo quando si è trattato di montare il film ho dovuto doppiare quasi tutti i personaggi.

Si continua con il film Il talento di Mr. Ripley, film del 1999 diretto da Anthony Minghella. Di questo film è celebre la scena in cui canta Tu vo’ fa l’americano con Jude Law e Matt Damon.

In questo film mi chiamo Fausto e questa scena in cui canto il grande successo di Renato Carosone è stata scritta per me. Inoltre ho girato anche un’altra scena in cui emerge il corpo senza vita di Stefania Rocca e io mi butto in acqua in preda alla disperazione. Questa scena l’ho dovuta ripetere trentasei volte perché dovevo arrivare perpendicolare a una barca ma è stata tagliata in fase di montaggio.

Fiorello conclude con il film Passione di e con John Turturro, film del 2010 e con la rivelazione che in passato ha ricevuto una proposta per il film del 2009 Nine, diretto da Rob Marshall.

Quando mi hanno proposto il ruolo mi hanno detto che la mia battuta era a pagina 121 del copione. La cerco ma non vedo il mio nome scritto. Richiamo e mi dicono di guardare meglio. Leggo la didascalia e scopro che io facevo parte dell’arredamento. Ho rifiutato il ruolo. Mi avrebbe solo rovinato le vacanze.

#RomaFF12: David Lynch sul red carpet

#RomaFF12: David Lynch sul red carpet

Il grande regista visionario David Lynch ha partecipato alla serata di chiusura della Festa del Cinema di Roma 2017, protagonista di uno degli ultimi Incontri Ravvicinati con il pubblico della kermesse romana.

Di seguito le foto dal tappeto rosso del grande regista statunitense:

Il regista ha ricevuto dalle mani di Paolo Sorrentino il Premio alla Carriera della dodicesima edizione della Festa.

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#RomaFF12: Dakota Fanning sul red carpet dell’Auditorium

#RomaFF12: Dakota Fanning sul red carpet dell’Auditorium

Dakota Fanning ha presentato ad Alice nella Città, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma 2017, il suo nuovo film, Please Stand By.

Ecco le foto del tappeto rosso dell’attrice americana:

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#RomaFF12: da attrice a regista, Vanessa Redgrave presenta Sea Sorrow

I grandi del cinema continuano ad arrivare sul tappeto rosso del Festival di Roma e oggi è stata la volta dell’attrice premio Oscar, Vanessa Redgrave che ha presentato il suo primo lavoro da regista.

Dopo aver conquistato il pubblico dell’ultima edizione del Festival di Cannes, il documentario Sea Sorrow arriva anche in Italia e a presentarlo è la stessa regista, una Redgrave particolarmente agguerrita. La sua opera prima tratta la difficile questione dei migranti che ormai affligge non solo l’Europa ma il mondo intero.

Ormai da anni migliaia di persone, in fuga dalla guerra, hanno deciso di tentare il tutto per tutto mettendosi nelle mani di scafisti senza scrupoli e di attraversare le acque internazionali per cercare rifugio altrove.

Il documentario di Vanessa Redgrave, girato in più location in giro per il mondo, ci fornisce un quadro molto ampio della questione migranti e degli aiuti concreti forniti a queste popolazioni in fuga. Si parla di uomini, donne, bambini, famiglie intere costrette ad affrontare l’ignoto e a contare solo sulle proprie forze.

La Redgrave, oltre a mostrare il grande lavoro dei volontari delle onlus, che offrono assistenza a persone meno fortunate, accusa i governi di tutti i paesi coinvolti, compresi quello italiano e inglese, di non fare abbastanza per garantire a queste persone i naturali diritti umani.

Vanessa Redgrave

Non voglio essere sgarbata ma chiamare queste persone ‘migrante’ pare sia diventata una malattia, soprattutto per i media. Chi muore nel mare inseguendo la vita e non la guerra non può essere chiamato migrante. Queste non sono persone che migrano, interessate a cambiare paese, a lasciare la propria terra per andare a raccogliere uva o pomodori lontani da casa […] E’ una parola che viene dalla destra, usata soprattutto dai politici di destra ma i diritti umani sono sia della destra che della sinistra […]

Ci sono persone comuni che raccolgono fondi per i profughi e il governo invece non fa nulla […] Ricordo che Benedict Cumberbatch stava facendo Amleto e a fine spettacolo chiese al pubblico di fare delle donazioni […] C’è chi dice che il nostro sia un governo senza speranza ma questa definizione è troppo gentile: i nostri politici sono ‘less than nothing’ (meno di niente)”.

Fare della sua prima opera da regista un documentario di denuncia politico-sociale, è stata per Vanessa Redgrave una decisione tutto sommato molto semplice. L’attrice ha raccontato infatti di aver vissuto sulla sua stessa pelle, quando era appena una bambina, gli orrori della guerra.

leggi anche: #RomaFF12: A proposito di Michael Nyman, conversazioni di cinema e musica

Vanessa Redgrave

Quando avevo quattro anni, durante la guerra, ho iniziato a recitare non perché desiderassi fare l’attrice ma perché volevo raccogliere soldi per le persone meno fortunate di me. Il primo spettacolo l’ho fatto insieme a mio fratello quando ero appena una bambina e gli spettatori erano solo dodici […] ricordo che dimenticai le battute e dovemmo ricominciare tutto daccapo […] Volevo a tutti i costi raccogliere soldi per darli ai Marinai che ci portavano il cibo attraverso l’Atlantico […]”

Ma la Vanessa Redgrave regista di Sea Sorrow non ha dimenticato i suoi anni da attrice. Negli anni sessanta e settanta infatti si ricordano alcune delle sue interpretazione più belle come quella in Morgan, matto da legare (1966), Giulia (1977) – film grazie a cui ha vinto l’Oscar nel 1978 – e ovviamente in Blow-Up (1966) del grande Michelangelo Antonioni.

Vanessa Redgrave

I sessanta sono stati per me anni molto fortunati perché ho avuto l’onore di lavorare con grandi registi ed attori ma il periodo storico non era dei migliori […] Erano gli anni della guerra del Vietnam, delle rivolte studentesche […] anni di repressione e censura […] Ricordo che il governo inglese in quegli anni vietò la pubblicazione del libro L’amante di Lady Chatterley […] i gay era ritenuti dei fuorilegge e venivano perseguitati […] Molto spesso mi sono unita ai soldati per manifestare contro la guerra […] E’ giusto ricordare le cose belle di quell’epoca ma bisogna ricordare anche quelle brutte: abbiamo tutti bisogno di un promemoria al giorno d’oggi.

Quanto a Michelangelo Antonioni, beh, lui per me era un Dio del cinema. Quando ho saputo che lui mi voleva in un suo film ho subito pensato: ‘Oh mio Dio, avrò un ruolo come quello di Monica Vitti’ […] Io volevo essere proprio come lei, volevo diventare come Monica, bellissima e bionda […] e invece Antonioni mi volle nera [ride]. Quando mi prese per Blow-Up ricordo che venne a Londra e mi fece andare in dieci diversi saloni perché nessuno dei parrucchieri inglesi riusciva a capire lo styling che aveva scelto per me […] Voleva dei capelli neri con delle strisce bianche ma nessun parrucchiere riuscì ad accontentarlo così ci ha rinunciato”.

#RomaFF12: Cuernacava, la recensione del film di Alejandro Andrade

In una sala semi deserta è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma Cuernacava di Alejandro Andrade, apprezzato regista messicano di serie tv e documentari. Un film che forse sarebbe stato più adatto ad Alice nella Città, piuttosto che nella selezione ufficiale.

Andy è un ragazzo introverso che vive solo con la madre. Non ha amici, il padre è lontano e fa fatica a inserirsi nel contesto scolastico,  a rapportarsi con i suoi coetanei. Un giorno sua madre viene uccisa durante una rapina e il ragazzo viene mandato temporaneamente dalla nonna, a Cuernacava, una cittadina nel cuore del Messico, tanto bella, quanto pericolosa.

Trovando un vecchio cellulare comincia a cercare di contattare di nascosto il padre, visto che la severa nonna sembra non volergli rivelare la verità su di lui. Durante la sua permanenza forzata stringerà amicizia con la figlia della donna, una ragazza down che alleva e cura ossessivamente gatti. Stringe anche amicizia con un giovane giardiniere, che lo porterà a perdersi nel suo stile di vita balordo.

Il film si apre con una sequenza folgorante, dove un frutto polposo cade da un albero e viene divorato dalle formiche. La ripresa al rallentatore esasperato, di tipo scientifico, e l’utilizzo del macro per riprendere i famelici insetti rendono questa introduzione la giusta metafora di quanto poi verrà narrato nel corso della storia. Si ritrovano poi altri momenti simili il più punti della pellicola, che fanno da contrappunto di morte a quell’apparente bellezza, che è in realtà solo una patina di superfice.

Alejandro Andrade costruisce un impalcatura solida e funzionale, ma eccessivamente fredda, che non riesce mai a coinvolgere e permettere di empatizzare con il ragazzo protagonista, sicuramente molto bravo, ma non abbastanza libero di giocare con quella gamma di sentimenti che il suo personaggio richiederebbe. Anche la nonna, interpretata da Carmen Maura, soffre dello stesso limite. È sempre severa, trattenuta, senza lasciar trasparire quel briciolo di fragilità di cui è invece carica. Sono scelte, certo, e non si può dire che Cuernavaca non sia un film ben scritto e ben diretto, ma si ha l’impressione che il fattore estetico abbia preso il sopravvento sulle emozioni, lasciando una straniante sensazione di distacco.

Le immagini, appunto, sono bellissime, soprattutto quando descrivono la villa lussuosa della nonna di Andy, la cucina nella serra dove viene preparata la marmellata di frutti tropicali, o il giardino tropicale dove è proibito andare e dove il ragazzo e il giardiniere si rifugiano, entrando da una porticina nascosta tra la vegetazione. Viene chiaramente in mente Il Giardino Segreto e con tutta probabilità è un riferimento voluto. Anche quando il regista esplora il lato degradato del luogo, fatto di baracche, luna park, popolato di ladri, rapinatori e balordi, lo fa con eleganza e con grandissimo gusto visivo.

Una classica storia di passaggio dall’infanzia all’età adulta, attraverso il trauma della morte violenta e improvvisa di una persona cara, ambientata in un microcosmo apparentemente paradisiaco, che cela però dolori e segreti. Un film costruito con eleganza, ma affetto da un eccessiva freddezza che ne limita le grandi potenzialità.

#RomaFF12: Christoph Waltz sul red carpet dell’auditorium

#RomaFF12: Christoph Waltz sul red carpet dell’auditorium

Christoph Waltz è il primo ospite internazionale della Festa di Roma 2017 a calcare il tappeto rosso dell’auditorium. Con Antonio Monda, Waltz sarà il protagonista di un incontro con il pubblico.

Ecco le foto dal red carpet:

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#RomaFF12: Cercando Camille nelle parole di Bindu De Stoppani, con Anna Ferzetti e Luigi Diberti

All’interno della sezione autonoma Alice della Città, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma 2017, la regista Bindu De Stoppani, con Anna Ferzetti e Luigi Diberti, ha presentato il suo ultimo film, Cercando Camille, un on the road che incontra commedia e dramma, mescolando i toni e i momenti.

Per la regista era importante ambientare il film all’interno di uno spazio circoscritto in movimento. Così è venuta fuori l’idea dell’on the road, all’interno di un camper pieno di oggetti e ninnoli che ricordassero al protagonista anziano, affetto da Alzheimer, qualcosa della sua “vita di prima”.

“Ogni volta che ho fatto un viaggio pensato di aver avuto lo spazio per pensare a delle cose e pormi domande – ha dichiarato Bindu – Per me questo era molto chiaro e volevo che trasparisse da questa storia in cui una donna trova se stessa nel portare il padre in viaggio. Questa scelta, secondo me, poteva raccontare al meglio questa storia.”

La storia racconta appunto di Camille, giovane donna un po’ in conflitto con se stessa e molto rigida, che decide di partire con il padre malato per un viaggio in Bosnia, fino ai luoghi della guerra che l’uomo stesso aveva vissuto.

A interpretare il buffo e malato Edoardo, è stato chiamato Diberti, che ha spiegato in che modo la De Stoppani gli ha spiegato il ruolo, le sue oscillazioni tra lucidità e assenza: “Lo sguardo del mio personaggio cambia a seconda di quale delle due persone ricopre, la sana o la smemorata, e non è stato difficile perché sono stato molto supportato dalla regista che mi ha dato indicazioni precise spiegandomi quando e come Edoardo era da una parte o dall’altra della malattia. Mi ha guidato davvero.”

Dal canto suo la Ferzetti sembra molto fiera di aver interpretato una donna così normale, che veste in modo semplice, non esattamente il tipo di donna esile tanto di moda al cinema, un personaggio normale, un po’ costretto nel ruolo di figlia. “Il personaggio di Camille è una donna goffa, nelle sue paure e nelle sue difficoltà – ha raccontato l’attrice – Per me è stato un viaggio personale, perché quando ho incontrato Bindu avevo perso mio padre da poco, e quindi per me è stato come ripercorrere un sentiero già battuto. La malattia con cui ha a che fare la mette di fronte al fatto che deve lasciare andare il padre. E così Camille impara a vivere nel momento presente, così come ormai fa il padre smemorato.”

Guarda il trailer di Cercando Camille

Il film vede i protagonisti tornare sui luoghi della guerra in Bosnia e la regista ha raccontato un punto di vista molto interessante in merito al valore della guerra e del suo ricordo: “Non è un film sulla guerra, ma un film sulla memoria. Per quello che vedo, mi rendo conto che, con tv, giornali, veniamo messi al corrente del fatto che ci sono le guerre, ma ce ne dimentichiamo subito. Con questa storia volevo portare questi personaggi sul posto e incontrare persone che non hanno affatto dimenticato la guerra, perché l’hanno vissuta davvero. Volevo giocare con il tema della memoria e mostrare come è facile avere l’ Alzheimer anche da sani.”

I riferimenti del film sono senz’altro altre storie che parlano della stessa malattia, come Still Alice o Nebraska, ma la relazione che interessava approfondire a De Stoppani era quella del rapporto tra padre e figlia, tra genitori e figli, non tanto la malattia e sui suoi effetti, quanto gli effetti che la malattia stessa ha sulle persone che circondano il malato.

Il finale di Cercando Camille è stato costruito in maniera tale che fosse un sospiro di sollievo dalla storia, un bel finale aperto e luminoso, “un passo verso l’alto”, come lo definisce la stessa regista. Un’idea, quella di Bindu, che si rintraccia prima di tutto nel suo modo di fare cinema e nel desiderio di raccontare sempre qualcosa che possa allietare, e farlo anche con un film che racconta di una cosa triste poteva essere un buon modo per tenere fede a questo gusto, “anche se probabilmente la vita è meno clemente.” conclude la regista.

#RomaFF12: Caterina Murino sul red carpet, foto

#RomaFF12: Caterina Murino sul red carpet, foto

Caterina Murino, attrice italiana che ha fatto innamorare James Bond (è stata una Bond Girl in Casino Royale), è stata protagonista del red carpet della Festa del Cinema di Roma 2017, dove ha presentato Cinque, il cortometraggio di cui è protagonista.

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#RomaFF12: Carlo Verdone ed Eleonora Giorgi sul tappeto rosso

#RomaFF12: Carlo Verdone ed Eleonora Giorgi sul tappeto rosso

Nell’ambito delle retrospettive e degli omaggi della Festa del Cinema di Roma 2017, Carlo Verdone ed Eleonora Giorgi hanno partecipato al red carpet dedicato a Borotalco, in occasione del restauro del film da parte di Infinity.

Ecco le foto:

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Era il 1982 quando uscì nelle sale Borotalco, capolavoro della cinematografia del regista e attore Carlo Verdone che ha fatto la storia del nostro cinema. Dopo 35 anni, Infinity il primo servizio di video streaming on demand italiano, celebra la famosa pellicola in versione restaurata nell’importante cornice della Festa del Cinema di Roma, giunta alla sua dodicesima edizione. Il red carpet vedrà sfilare l’attore e regista Carlo Verdone e l’attrice Eleonora Giorgi.  Presente anche il celebre gruppo degli “Stadio” che nella storica formazione farà rivivere le atmosfere della pellicola con una performance che avverrà prima della proiezione del film.

Oltre a essere uno dei suoi film più famosi e citati, Borotalco, opera terza di Verdone,  rappresenta per lui un importante punto di svolta.
In primis perché registra l’abbandono della struttura a episodi in favore di una sola linea di racconto in cui l’attore e regista recita, per la prima volta, nei panni di un solo personaggio.
In Borotalco si delinea quell’irresistibile mix di comicità e malinconia, archetipo narrativo di tutto il Verdone che verrà.
L’autore affida l’elemento più ridanciano dell’opera al parterre dei caratteristi (l’irresistibile guitto Manuel Fantoni interpretato dal compianto Angelo Infanti e il Mario Brega dell’immortale scena delle “olive greche”) per restituirci attraverso quest’uomo qualunque  un’istantanea per nulla scontata dell’Italia dei primi anni ‘80, e una ricostruzione realistica dei sentimenti dei giovani di allora e di una certa epoca poi detta, talvolta anche gratuitamente, del “riflusso”.
Insieme a Carlo Verdone e ai già citati Angelo Infanti e Mario Brega impossibile non menzionare l’intero cast: Eleonora Giorgi, Christian De Sica, Enrico Papa, Roberta Manfredi.

Siamo molto felici di essere stati gli artefici del restauro di questa bellissima pellicola e di celebrarla come merita. Questo progetto porta avanti il nostro impegno nella valorizzazione del cinema e ci caratterizza come unico servizio streaming in Italia pienamente coinvolto nel sostegno del cinema di casa nostra” afferma Pablo Falanga, direttore commerciale di Infinity.

#RomaFF12: Cabros de mierda, recensione del film di Gonzalo Justiniano

Un delicato e struggente ritratto della vita durante la feroce dittatura di Augusto Pinochet, che si impadronì del governo in Chile l’11 settembre del 1973, con un colpo di stato. Pinochet si macchiò di crimini contro l’umanità di crudeltà inaudita, tanto che ancora oggi si fa fatica a stimare realmente le cifre dello sterminio di massa che mise freddamente in opera.

Siamo in una baraccopoli di Santiago del Chile, nel 1983, ancora molto distanti dall’11 settembre del 1990, quando finalmente cadde la dittatura. La dolce ma forte Gladys vive assieme a sua madre e a sua figlia, entrambe con lo stesso nome, all’interno di una povera comunità che nasconde sovversivi comunisti che non riescono e non possono accettare l’oppressione militare di Pinochet. Con le tre Gladys vive anche un tenero bambino occhialuto, dell’età di tredici anni e chiamato Vladi. Il padre del bimbo è un oppositore che vive nascosto sotto falso nome.

Un giorno giunge nella comunità Samuel Thomson, un missionario che cerca di diffondere la parola di Dio, ma che probabilmente deve lui stesso trovare delle certezze. Samuel è appassionato di fotografia e documenta con la sua fotocamera e la sua cinepresa S8 la vita, l’oppressione e i tentativi di ribellione delle persone che comincia a conoscere e amare sempre di più, giorno dopo giorno.

Samuel dovrà fare i conti con la passione, con l’amore, con la fede, con l’ideologia e purtroppo anche con la spietata polizia militare.

Gonzalo Justiniano riesce con semplicità a costruire un racconto corale, che descrive teneramente, dall’interno, il lungo periodo della dittatura in Chile. Orchestra bene i registri del racconto, passando dai toni allegri e scanzonati della commedia, fino al dramma più nero, costringendo a riflettere e facendo dimenticare che si tratta solamente di un film. Questo grazie anche a fotografie e filmati di repertorio, giustificati narrativamente dal lavoro di documentazione di Samuel.

Registicamente parlando, non siamo troppo distanti da quanto visto in Detroit di Kathryn Bigelow, ma il suo tono energico è totalmente “Gringos”, a differenza della poesia, della passionalità e della voglia di vivere che Gonzalo Giustiniano riesce a infondere in ogni fotogramma. Un manipolo di attori bravissimi rende impossibile non amare i personaggi interpretati con immensa sincerità. Su tutti spiccano Nathalia Aragonese (Gladys) passionale, determinata, autentica e il piccolo Elías Collado (Vladi) tenero, ironico ai limiti del sarcastico.

I cabros de mierdas del titolo sono i bambini quando si comportano male. Così a volte viene chiamato Vladi, ma anche i biechi torturatori della polizia militare quando vengono riconosciuti dalle donne che li avevano cresciuti, dalle proprie maestre, dai vicini di casa. Forse anche Gladys, Samuel, e tutti i loro amici oppositori potrebbero essere definiti in questo modo, perchè che il loro gioco non è troppo distante da quello dei bambini, visto che si limitano a sbeffeggiare Pinochet, con caricature e scritte sui muri. Certo, non mancano momenti di ribellione armata, ma è nulla, una bazzecola a confronto della violenza inaudita della controparte.

Cabros de Mierdas è un film semplice, sincero, onesto, ma importante, insieme a tanti altri, per ricordare e riflettere su un dramma immane dei nostri giorni. Un piccolo tassello per non dimenticare i desaparecidos persi nelle fredde acque dell’oceano.

#RomaFF12: C’est la vie – Prendila come viene, recensione del film di Toledano e Nakache

Il successo li ha travolti con Quasi Amici, ma loro, Éric Toledano e Olivier Nakache, non si sono montati la testa e, dopo una breve incursione nel dramma, con Samba, nel 2014, hanno sfornato un nuovo film, vivace, divertentissimo, a briglia sciolta: C’est la vie – Prendila come viene, dal 1° Febbraio nei nostri cinema.

Max è un wedding planner con una grande esperienza e una squadra variegata e multietnica che però non sembra essere troppo all’altezza di un ultimo, grande ricevimento. Un po’ per manifesta cialtroneria, un po’ perché chiunque ha dei momenti difficili e non sempre riesce a separare lavoro e vita privata, tutto il team saboterà involontariamente la cerimonia di nozze, con grande amarezza del protagonista. Tra gag e situazioni comiche intelligenti, la festa volgerà a un finale inaspettato.

Toledano e Nakache confermano un grande talento comico, arricchendo una storia semplice con preziose gag, avvenimenti e dettagli che vivono soprattutto grazie all’ottimo casting e ai personaggi messi in scena in questa commedia pura.

C’est la vie – Prendila come vieneIl più grande pregio di C’est la vie – Prendila come viene è la completa libertà della storia e dello sviluppo degli eventi: non siamo di fronte a un finale educativo e socialmente impegnato come in Quasi Amici, ma pur percorrendo la struttura canonica in tre atti, il film trova il suo modo di rimanere sovversivo e brioso.

E alla fine i protagonisti la prenderanno davvero come viene, abbracciando le proprie imperfezioni e difficoltà, con buona pace di Pier e Helena, sposi ignari dei disastri che si consumano dietro le quinte della loro festa di nozze.

Pur mantenendosi su binari convenzionali, con molte trovate classiche, il film mantiene un punto di vista originale, completamente comico nell’intreccio dei rapporti tra persone e vicende: dalla madre dello sposo che si dà alla pazza gioia, al cameriere che faceva il professore, fino all’amante finta segreta del protagonista, passando per l’erede dell’attività, la fumantina Adele.

C’est la vie – Prendila come viene non ha una morale, una conclusione edificante, una soluzione romantica: è esattamente come la vita, forse un po’ più surreale, ma assolutamente in grado di spiegare il segreto di un’esistenza serena, vero motto di Max. Se qualcosa non va come dovrebbe, ci adeguiamo.

#RomaFF12: Addio Fottuti Musi Verdi, il red carpet del film di The Jackal

Ecco il red carpet di The Jackal, il gruppo comico napoletano che ha presentato alla Festa del Cinema di Roma, insieme con Alice nella Città, il loro primo film, Addio Fottuti Musi Verdi.

Ecco gli scatti:

Segui il nostro speciale della #RomaFF12

#RomaFF12: A proposito di Michael Nyman, conversazioni di cinema e musica

Dopo aver ospitato qualche giorno fa l’eccentrico Chuck Palahniuk e il geniale e coinvolgente Ian McKellen, la Festa del Cinema di Roma ha dato il benvenuto ad un’altra eccellenza del mondo del cinema e della musica. Si tratta del compositore Michael Nyman che ricordiamo per colonne sonore come quella dell’acclamato Lezioni di Piano.

Durante l’incontro con il pubblico, moderato da Mario Sesti e Francesco Zippel, Nyman ha raccontato qualcosa in più del suo lavoro, del rapporto tra cinema e musica e soprattutto della sua grande passione per la regia. In pochi infatti sanno che Michael Nyman non è solo un compositore e musicista ma anche un regista sperimentale.

Dirigere per Nyman non è solo un vezzo ma a volte diventa una vera e propria necessità artistica. Comporre una colonna sonora per un film richiede molto tempo e spesso ci si ritrova a combattere con registi e produttori che hanno idee completamente diverse e che finiscono col modificare l’intera opera.

Michael Nyman

Come regista e compositore posso decidere in autonomia cosa musicare o meno e soprattutto non devo sottostare a decisione di terzi […] Comporre richiede molto tempo perché le colonne sonore devono adattarsi perfettamente ai film e alle esigenze narrative […] bisogna sincronizzare scene e musiche e a volte incorporare alcuni rumori d’ambiente […]

Ad esempio, per il film Goodbye Lenin [film del 2003 la cui colonna sonora è del compositore francese Yann Tiersen], la realizzazione della soundtrack ha portato via ben tre mesi di lavoro […] e per i cortometraggi le cose non cambiano. Non è raro infatti che comporre musiche per i corti porti via anche più tempo di quelle per i film […] Solitamente, quando compongo per altri registi, è la musica che si deve adeguare alle immagini mentre, quanto a girare sono io, il processo si inverte: sono le immagini a spiegare la musica”.

Ben presto l’incontro con Michael Nyman ha preso però una piega insolita e la sua carriera da compositore è passata in secondo piano. Dopo aver ricordato alcune delle sue colonne sonore più belle come quella di Lezioni di Piano (1993), Gattaca (1997), I misteri del giardino di Compton House (1982), il compositore ha spostato l’attenzione tutta sulla sua esperienza diretta dietro la macchina da presa, una macchina in verità più simile ad una comune fotocamera digitale. Nyman ha infatti confessato di portare sempre con sé in giro un piccola camera compatta con cui è solito riprendere la realtà che lo circonda e lo ispira. 

Solitamente faccio riprese ampie di ciò che mi circonda ma capita spesso che mi focalizzi su dettagli che ritengo più importanti e a quel punto utilizzo delle zoommate […] Questo è evidente nei miei corti Witness I e Witness II […] entrambi parlano dei deportati ad Auschwitz, descrivendo l’orrore di quegli anni in modo assai sperimentale […]

In Witness I ho usato fotografie di alcuni gipsy deportati nei campi di concentramento nel 1942-43 […] Fare un film utilizzando delle foto è molto complesso poiché, a causa della staticità delle immagini, è più difficile fare arrivare il messaggio allo spettatore […] Ecco perché, in fase di montaggio, per rendere il risultato più dinamico, ho fatto in modo che le immagini comparissero, scomparissero e si accavallassero come in una visione […]

Witness II, che è stato mostrato al pubblico proprio ad Auschwitz, mostra ancora i volti di alcuni deportati, dipinti che io ho filmato di nascosto al museo dell’Olocausto […] A differenza del primo corto, Witness II non mostra solo i ritratti di queste povere persone ma si concentra anche su alcuni dettagli come ad esempio le date di nascita delle vittime […] alcune di loro non avevano più di dodici anni […] “

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L’amore di Michael Nyman per il cinema e soprattutto per la regia è nato negli anni sessanta quando, in collaborazione con il grande Peter Greenaway, ha girato il suo primo film.

“Ho iniziato a girare nel 1967 a Londra. Il film si chiamava Love Love Love e trattava del tema della legalizzazione della marijuana. Era in effetti in montaggio di riprese fatte di manifestazioni contro la guerra in Vietnam. Ricordo che portai tutto il materiale al mio amico Peter Greenaway e lui mi disse ‘Michael il girato è una cosa ma il film è tutt’altra cosa. Devi trovare una strada, un punto di vista, un montaggio che sappia cogliere ciò che vuoi dire’. E così ho fatto”.

#RomaFF12, Xavier Dolan: sognare in grande e abbracciare il dolore

Capelli ossigenati, sorriso timido, ma sguardo furbo e sfacciato; si presenta così Xavier Dolan alla Festa del Cinema di Roma. Protagonista di uno degli Incontri Ravvicinati con il pubblico, il regista canadese, bambino prodigio che vanta già sei film (e uno in arrivo) a 28 anni, ha incantato la sala.

Arguto e buffo, umile anche se sempre puntuale, capace di caricare di senso profondo affermazioni che dalle labbra di qualcuno altro risulterebbero banali o frasi fatte, Dolan ha raccontato il suo rapporto con il cinema in sei momenti, ognuno corrispondente a uno dei suoi film. Ma prima, allo sceneggiatore, attore, regista, produttore, montatore si chiede: meglio la regia o la recitazione?

“Credo di preferire la recitazione. Ma quando dirigo continuo a recitare, recito insieme a degli attori che ammiro, questo tipo di recitazione non è però gratificante come quando sono io a recitare, però per un paio di anni ho fatto così, anche perché imparo tanto da ciò che vedo davanti a me, dagli attori che si trasformano sotto i miei occhi. Da loro posso imparare moltissimo, e recitare mi manca. Vorrei farlo di più nei prossimi anni, sia per me che per altri.”

J’ai Tué ma Mère, primo film di Xavier Dolan

A 21 anni. Uno dei motivi per cui il tuo cinema ha conquistato il mondo è perché si sente da subit un’urgenza. Cosa ti ha spinto a girare questo film?

“È stato il mio primo film. Non avevo girato corti, non ho fatto una scuola di cinema, il mio nome è impresso soltanto sul diploma del liceo. Quindi volevo iniziare a recitare ma come attore ero disoccupato e così ho detto ‘Potrei ingaggiarmi da solo per raccontare questa sceneggiatura che parla della mia vita’. Non c’era competizione, ero l’unico contendente al ruolo.

Poi però le cose si sono complicate, ho dovuto investire tutti i miei soldi per produrlo e nessuno credeva sarebbe stato possibile, nessuno tranne gli attori che mi hanno aiutato. Tu parli di urgenza, necessità, io parlo di problema. Il film lo racconto per risolvere un problema che vedo nella mia vita e nella società. In questo caso ho deciso di raccontare la mia vita, risolvendo il problema dell’iniziare la mia vita come artista. Siccome gli altri non me lo permettevano me lo sono permesso da solo.”

Les Amours imaginaires, il piano sequenza e la tensione

Come mai hai deciso di girare la scena (mostrata in sala al pubblico, ndr) in piano sequenza senza stacchi?

“Anche se non posso parlare per gli altri registi, sembra che dai film che ho visto, i registi amano le inquadrature senza stacchi. La tensione che si crea con questo espediente. Ma per il regista e per la troupe è una grandissima sfida, perché tutte le persone che lavorano al film vengono coinvolte. È una coreografia che richiede l’attenzione di tutti. E poi dopo tanto lavoro la maggior parte delle volte non funziona. Io però non voglio che queste scene prendano il sopravvento e schiaccino il ritmo del film. Nessun idea può prendere il sopravvento sulla storia che rimane al centro.”

C’è stato un punto di riferimento cinematografico nella tua formazione di regista?

“Diciamo che ho visto qualche film, ma non troppi. Vedo sempre la delusione nella faccia della gente quando mi parlano di un film e poi scoprono che non l’ho visto. Mi vergogno un po’ di questo. Ci sono dei buchi da riempire nella mia cultura cinematografica, ma, ad esempio, nella scena che abbiamo visto di J’ai Tué ma Mère il riferimento è a Wong Kar-wai. La scena alla In the mood for love è così evidente che se il regista la vedesse potrebbe farmi causa. C’è una citazione da un libro, Steal like an artist, sulla possibilità di diventare artisti, ti dà dei consigli se hai potenziale. Qualcuno può pensare che sia superficiale ma io ci ho trovato tanti suggerimenti. La mia citazione preferita è ‘Inizi che sei finto, e poi diventi sei reale’.

Se leggerete questo libro, vedrete che molti artisti dicono che il furto artistico è naturale ed è spontaneo perché tu non sai chi sei fino a che non crei, con il cuore, con l’anima. Lo puoi fare attraverso il furto, ad esempio, sempre la scena in cui cito Wong Kai-wai: chiaramente avevo visto altri rallenty prima in altri film, ma è stato In the mood for love a farmi trovare la mia idea. Ripeti delle idee fino a che non le fai tue. Il rallenty adesso lo uso a modo mio. Credo di aver smesso questo lavoro di prestito con Tom à la ferme. È stato lì che ho cominciato a capire meglio mes tesso, ma puoi farlo solo dopo che hai creato. Il processo di crescita è fatto da prestiti e cose che hai rubato ad altri. Anche Coppola dice in questo film ‘Noi vogliamo che voi rubiate da noi, rubate le nostre inquadrature, le nostre scene, fino a quando arriverà il giorno che saranno gli altri a rubare da voi’”

Laurence Anyways, il rapporto tra felicità e libertà

I tuoi personaggi sono sempre divisi tra libertà e felicità. Tutti cercano la libertà di essere se stessi ma non tutti riescono poi a raggiungere la felicità.

“Penso che ci siano tanti film su persone che non hanno speranza e fortuna e non lottano per averli. Per ottenere qualcosa, oppure lottano ma tutto gli è contro. Sono film che sono molto popolari, li chiamano la pornografia della povertà.in qualche modo amano parlare di persone che non sono privilegiate, reietti che vivono ai margini della società. Ma questi film non danno mai una vera possibilità ai protagonisti.

Io invece amo i combattenti, quelli che hanno speranza. Alla fine la vita è questo: cercare di combattere per quello che sei, ma la società non lo apprezza perché quando si è autentici si mettono le altre persone di fronte alla falsità e ai fallimenti. Ci sono persone che si sono arrese, ma ci sono anche tanti sognatori. I miei personaggi si portano dentro il desiderio di combattere. Non sempre vincono, ma non sono mai dei perdenti.I miei film parleranno sempre di persone che cercano di trovare un loro spazio, ma se non ci riescono sarà sempre e solo colpa della vita, mai del fatto che si sono arresi.”

Tom à la ferme, il genere e i sogni in grande

In che genere classificheresti il tuo quarto film?

“Un dramma psicologico, un thriller psicologico, non saprei definirlo perché mi manca questo tipo di linguaggio. Se mi chiedono che tipo di film è Titanic, per esempio, potrei dire un dramma storico, ma non lo so. Direi però che può essere un thriller psicologico, o almeno è quello che avrei voluto fare.”

Non è la prima volta che nomini Titanic. È vero che lo ami molto?

“Penso che sia una produzione meravigliosa. Gli effetti visivi, gli attori, i costumi, tutto fanno di questo film un capolavoro dell’intrattenimento moderno. Non tutti sono d’accordo però. Due anni fa il mio agente mi porta a una cena, a cui dice ‘parteciparanno solo pochi amici, una cosa informale’. E mi ritrovo a tavola con Paul Thomas Anderson, Ron Howard, Bennet Miller, Charlize Theron e altri. E Bennet chiede qual è per noi il film che ci ha spinti a fare questo lavoro, e c’erano persone che citavano film anni ’30, o di pittori, o di quando erano in luoghi tipo l’Africa. E io ho pensato ‘E ora questi che penseranno quando dirò Titanic?’.

Ovviamente non si tratta di un film che in un contesto intellettuale si va a cercare, ma la questione che era stata posta era non qual è il miglior film di tutti i tempi, ma qual è il film che ti ha fatto venire voglia di fare cinema. Qual è il tuo film preferito. A 8 anni ho visto Titanic, e questo film mi ha detto ‘vola, pensa sempre in grande’. Adesso non sono più insicuro nel parlare dei film che mi sono piaciuti, sono questi i film che mi hanno reso quello che sono: Mamma ho perso l’aereo, Jumanji, Titanic.”

Mommy, la regia come mezzo per darsi un lavoro da attore

Come reagiscono i tuoi genitori quando vedono i tuoi film?

“Non ne parliamo molto, ma sono orgogliosi. Mia madre è venuta con me a Cannes alla proiezione di E’ solo la fine del mondo. Ma non sono loro i personaggi dei film, non hanno paura di riconoscersi nei miei film. Soltanto per il primo, si capisce che è la mia vita.”

Qual è il momento in cui hai deciso di fare il regista?

“Ho deciso di fare il regista per darmi una possibilità come attore. Forse quando ho visto Titanic in me è rimasto qualcosa, ma non è che sono uscito dal cinema e ho detto ‘Mamma farò il regista’. Le ho detto ‘Mamma voglio scrivere una lettera a Leo DiCaprio’. Ma innanzitutto volevo risolvere il mio problema di attore disoccupato. I miei amici lavoravano, qualcuno faceva film, e io me ne stavo a casa, senza lavoro e senza soldi. Sarei morto, ma dovevo fare qualcosa perché avevo detto a tutti che avrei trovato la mia strada. La prima ragione è stata quindi quella di recitare, ma già nei primi giorni di riprese ho capito che non si trattava più solo di quello ma anche del piacere di raccontare le storie.”

È solo la fine del mondo, l’elogio del dolore

È solo la fine del mondoParlando dei film che hai amato, hai detto che uno dei titoli che maggiormente ti hanno colpito di recente è un film italiano. Vorrei che lo rivelassi e spiegassi perché ti ha colpito?

“Due settimane fa ho visto Call me by your name, di Luca Guadagnino. È un film così tenero e saggio, che cambia completamente il modo di guardare i film ma anche di guardare l’amore. Non penso che siamo molti i film che hanno questo potere. Non solo. Il film insegna molto anche sul dolore. Cerchiamo spesso dei film che ci facciano ridere, che siano di sollievo, a volte si dice ‘Ah, quel film era così deprimente!’. Ma quando qualcuno ha sperimentato davvero l’esperienza del rifiuto d’amore o di essere follemente innamorato di qualcuno e di soffrirne, allora si capisce anche qual è la bellezza del dolore, e questo film lo permette.

Non si trova spesso la celebrazione della bellezza del dolore, perché è importante, è il dolore che ti permette di creare, è da questo che sono nati molti miei film, perché soffrivo per qualcuno di cui ero innamorato, o quando avevo il cuore spezzato. Vedendo questo film mi sono sentito profondamente compreso. Questo regista, come me, sa che il dolore apre tante porte.”

#Romaff12, Dakota Fanning: “È importante che le donne facciano sentire la loro voce”

Dakota Fanning è arrivata alla Festa del Cinema di Roma per presentare il film “Please Stand By” nella sezione dedicata ai giovani Alice nella Città. La commedia, diretta da Ben Lewin, tratta la storia di una ragazza autistica che intraprende un viaggio contro tutti e contro le sue paure, per realizzare il suo sogno di partecipare ad un concorso di sceneggiature di Star Trek.

“Interpretare Wendy non è stata una sfida maggiore rispetto a tanti altri ruoli, è sempre difficile” ha raccontato la Fanning, “Certo è una ragazza affetta da autismo, ma quella è solo una piccola parte di quello che è lei, c’è molto altro di più e questa è la cosa che mi è piaciuta di più di questo film e di questo personaggio. Vediamo le sue difficoltà e di come queste influenzano la sua vita, ma vediamo anche come lei riesce a superarle, come si ribella e come spinge se stessa ad andare oltre e questo è davvero un aspetto interessante del film. La sceneggiatura era scritta benissimo, piena di dettagli, ed è stata essenziale per potermi calare bene nel personaggio.”

Leggi anche: Please Stand By, recensione del film con Dakota Fanning

Star Trek è una parte importante del suo personaggio e così l’attrice ha interpretato questa passione: “Wendy ha problemi di interazione sociale, ha problemi con il mondo che la circonda e a quel punto si serve di Star Trek, che la aiuta a superare diverse difficoltà. In particolare il personaggio di Spok è come se la guidasse ed è come se lei facesse passare le cose che non capisce  del mondo attraverso un ‘traduttore Star Trek’ che gliele rende più comprensibili.” E il regista Ben Lewin aggiunge “Le persone con autismo hanno un legame particolare con Star Trek e possiamo definire forse Spok il primo eroe autistico, perché anche lui è una persona che non riesce a gestire le proprie emozioni”.

Oltre a presentare il film, Dakota è anche stata protagonista di una Masterclass con i giovani: “Questo è film sia per grandi che per piccoli ed è stato bello poter lavorare ad un progetto del genere. Non saprei che consigliare ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera, perché soprattutto in questo settore le esperienze sono molto personali. Vorrei poter rispondere a tutte le domande… Ma sono sincera, io non ho tutte le risposte!”

foto di Aurora Leone

Guarda anche: Dakota Fanning sul red carpet dell’Auditorium

A soli 23 anni, Dakota Fanning ha recitato in più di trenta film e una decina di serie tv, avendo iniziato la sua carriera a soli 5 anni: a differenza di tanti altri attori bambini però, il suo è sempre stato un percorso molto tranquillo e non si pente di aver sacrificato magari qualcosa della sua adolescenza per fare l’attrice. “Amo il mio lavoro ed è sempre stato così” ci ha detto la protagonista di Please Stand By, “Fare l’attrice non ha avuto un impatto negativo sulla mia vita, anzi, l’ha arricchita di esperienze uniche. A 9 anni ho vissuto per 5 mesi a Mexico City, a 14 anni ho vissuto ad Hong Kong per 3 mesi e ho conosciuto nuove culture, nuove persone… E quante altre persone possono dire la stessa cosa della loro vita? Mi sento davvero grata di queste esperienze e fortunata di aver trovato una cosa che mi piaceva fare così tanto ad un età così piccola.”

Dakota Fanning ospite di Alice nella Città

Riguardo a progetti futuri, Dakota non si sbilancia sul film che vedrà il debutto alla regia di Kirsten Dunstche è ancora in sviluppo: “Non posso dire ancora molto, ma è bello avere una amicizia, quasi un sentimento di sorellanza con lei e poterci lavorare, come è successo anche con altre registe donne in passato.”

Un argomento a lei caro, visto che si sta laureando con una tesi su “La figura femminile nel cinema”, molto attuale con il caso Weinstein: “Sono una donna che fa parte di questa industria da tempo e ovviamente sono interessata a queste questioni e a parlarne. Penso che per le donne sia importante avere una voce, parlare, sentire di avere potere e combattere per l’eguaglianza. Sono contenta di far parte di un momento storico nel quale questo tipo di argomenti sono al centro  delle discussioni all’interno della società. Credo più che mai che sia fondamentale che le donne si sentano in una posizione di potere e che si sviluppi tra di noi questa sorellanza”. 

#RestoreTheSnyderVerse: la campagna online ha già raggiunto 1 milione di tweet

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Dopo l’uscita della Snyder Cut di Justice League, è emersa online una nuova campagna: #RestoreTheSnyderVerse. Il taglio di Zack Snyder è finalmente arrivato su HBO Max (in Italia su Sky e NOW) lo scorso 18 marzo e la reazione da parte di critica e pubblico è stato complessivamente molto positiva.

In seguito all’uscita della versione theatrical di Justice League, le richieste per la release del taglio originale di Snyder sono diventate sempre più insistenti. Finalmente, a maggio dello scorso anno, la Snyder Cut è stata ufficialmente annunciata da Warner Media, e lo scorso 18 marzo è diventata una realtà a tutti gli effetti. A giudicare dall’accoglienza positiva riservata al film, i film sono ansiosi di conoscere di vedere sul grande schermo quelli che erano i piani originali di Snyder per il suo SnyderVerse e che sono stati poi riversati nell’epilogo della Snyder Cut.

Una nuova campagna social, lanciata attraverso l’hashtag #RestoreTheSnyderVerse, ha raccolto già un milione di tweet, come riportato da Discussing Film. La nuova campgna ha preso piede non solo sulla scia dell’entusiasmo generato dalla Snyder Cut e della possibilità di vedere un sequel del cinecomic, ma anche in occasione del quinto anniversario del precedente film del DCEU direto da Zack Snyder, ossia Batman v Superman: Dawn of Justice del 2016, scelta che ha indubbiamente contribuito ad attirare un’affluenza massiccia.

#RestoreTheSnyderVerse: WB tornerà sui suoi passi?

La campagna #RestoreTheSnyderVerse è stata supportata anche dall’attore Ray Fisher, inteprete di Cyborg, anche se già in passato lo stesso aveva dimostrato supporto nei confronti dello SnyderVerse. Il CEO di Warner Bros., Ann Sarnoff, ha già dichiarato che non ci sono piani per un sequel della Snyder Cut o per altri progetti che vedano coinvolto Snyder, ma la campagna #RestoreTheSnyderVerse dimostra che l’entusiasmo dei fan per i piani originali del regista non è mai svanito. Anzi, semmai è cresciuto in modo significato proprio grazie alla release della Snyder Cut

La vera domanda è: Warner Bros. tornerà sui suoi passi e cambierà rotta alla luce di questo rinnovato entusiasmo? Ovviamente, è troppo presto per dire se gli ultimi sforzi dei fan di Snyder porteranno gli stessi frutti che hanno poi condotto alla Snyder Cut. Inoltre, la Warner Bros. ha un’intera lista di nuovi film DC in fase di uscita e/o sviluppo, e ciò non può certamente essere ignorato. Non ci resta che attendere eventuali sviluppi.

Zack Snyder’s Justice League è uscito in streaming il 18 marzo 2021 su HBO Max in America e, in contemporanea, su Sky e NOW TV in Italia. Il film ha una durata 242 minuti (quattro ore circa) ed è diviso in sei capitoli e un epilogo.

Justice League è il film del 2017 diretto da Zack Snyder e rimaneggiato da Joss Whedon. Nel film recitano Henry Cavill come SupermanBen Affleck come BatmanGal Gadot come Wonder WomanEzra Miller come Flash, Jason Momoa come Aquaman e Ray Fisher come Cyborg. Nel cast figurano anche Amber HeardAmy AdamsJesse EisenbergWillem DafoeJ.K. Simmons e Jeremy Irons. I produttori esecutivi del film sono Wesley Coller, Goeff Johns e Ben Affleck stesso.

#RestoreTheSnyderVerse torna in tendenza su Twitter, ecco perché

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#RestoreTheSnyderVerse torna in tendenza su Twitter, ecco perché

Durante l’annuncio dell’arrivo della piattaforma di streaming HBO Max in Europa, previsto tra il 2021 e il 2022, si è parlato anche di Zack Snyder’s Justice League, la versione originale del cinecomic uscito nel 2017, quella che Zack Snyder voleva inizialmente realizzare e che non ha mai avuto la possibilità di portare a compimento.

In occasione dell’evento, è stata mostrata una clip (che potete vedere cliccando qui) dedicata ai numerosi contenuti a cui avrà accesso chi deciderà di abbonarsi alla piattaforma. Naturalmente, un’attenzione particolare è stata rivolta ai titoli del DCEU, in particolare alla Snyder Cut di Justice League, che è stata definita da Priya Dogra, presidente di WarnerMedia, “un fenomeno globale”.

Naturalmente, è bastata questa definizione per scatenare una nuova reazione da parte dei fan di Zack Snyder, che in brevissimo tempo hanno fatto balzare nuovamente l’hashtag #RestoreTheSnyderVerse in tendenza su Twitter. L’hashtag in questione era stato lanciato la prima volta subito dopo la distribuzione della Snyder Cut, con l’intento di chiedere alla Warner Bros. di ripristinare l’universo DC che Snyder aveva in mente di realizzare.

Il ritorno dell’hashtag in tendenza ha anche raccolto il favore di chi ha sempre sostenuto pubblicamente la Snyder Cut e la versione di Zack Snyder, ossia Ray Fisher, l’interprete di Cyborg (primo membro del cast a denunciare, tra l’altro, la condotta antiprofessionale che il regista Joss Whedon avrebbe assunto durante le riprese aggiuntive).

Clicca qui per vedere il post originale

Zack Snyder aveva commentato così a nuova campagna guidata dai suoi sostenitori attraverso i social media. “Dirò soltanto questo: è un movimento che credo mostri rispetto nei confronti del mio lavoro. Ad ogni modo, qualunque sarà il risultato, io non ne ho assolutamente idea. Molto probabilmente non porterà a nulla… La venerazione per il mio lavoro è qualcosa che non potrei mai rigettare o non rispettare. Naturalmente, darei tutto il mio impegno per sostenere la causa. Se qualcuno mi dicessi, indipendentemente da chi fosse: ‘Ho amato davvero quello che hai fatto, vorrei che ne facessi un altro’, personalmente… non sono una di quelle persone che potrebbe mai rispondere: ‘Non ci pensare. Dimenticatelo’. Penso sia una cosa davvero scortese.”

Chissà se Warner Bros. deciderà di tornare sui suoi passi e cambiare rotta alla luce di questo rinnovato entusiasmo dei fan nei confronti dello SnyderVerse. Ovviamente, nessuno può sapere se questi rinnovati sforzi dei fan di Snyder porteranno gli stessi frutti che hanno poi condotto alla Snyder Cut. Inoltre, la Warner Bros. ha un’intera lista di nuovi film DC in fase di uscita e/o sviluppo, e ciò non può certamente essere ignorato. Non ci resta che attendere eventuali sviluppi.

Zack Snyder’s Justice League è uscito in streaming il 18 marzo 2021 su HBO Max in America e, in contemporanea, su Sky e TV in Italia. Il film ha una durata 242 minuti (quattro ore circa) ed è diviso in sei capitoli e un epilogo.

Justice League è il film del 2017 diretto da Zack Snyder e rimaneggiato da Joss Whedon. Nel film recitano Henry Cavill come SupermanBen Affleck come BatmanGal Gadot come Wonder WomanEzra Miller come Flash, Jason Momoa come Aquaman e Ray Fisher come Cyborg. Nel cast figurano anche Amber HeardAmy AdamsJesse EisenbergWillem DafoeJ.K. Simmons e Jeremy Irons. I produttori esecutivi del film sono Wesley Coller, Goeff Johns e Ben Affleck stesso.

#ReleaseTheSnyderCut: tutti gli interrogativi “scottanti” sulla campagna social

Rolling Stone ha pubblicato un rapporto scottante sulla campagna online #ReleaseTheSnyderCut. La scoperta sorprendente è che circa il 13% degli account che hanno preso parte alla campagna dedicata alla Zack Snyder’s Justice League sono falsi, il che rappresenta un aumento considerevole rispetto al 3-5% di account falsi standard per qualsiasi altro argomento di tendenza, e suggerisce che potrebbe esserci stata una manipolazione forzata che alla fine ha portato ad anni di incessanti molestie online da parte dei detrattori di Zack Snyder o del suo lavoro.

Tuttavia, ancora più dannose sono alcune rivelazioni sul controverso regista che dipingono un quadro notevolmente diverso da quello che siamo stati portati a credere, e potrebbero potenzialmente suggerire il suo coinvolgimento in alcuni degli attacchi più mirati. C’è molto di cui discutere, quindi analizziamo insieme nel dettaglio i segreti dietro alla campagna #ReleaseTheSnyderCut.

Zack Snyder avrebbe minacciato di rovinare la carriera di Geoff Johns e Jon Berg

In seguito all’annuncio della sua director’s cut della Justice League nel 2020, Snyder sarebbe stato deciso a rimuovere i nomi di due produttori del film – Geoff Johns e Jon Berg – che riteneva avessero influito negativamente sulla sua perdita del controllo creativo della DC Films.

Secondo il rapporto, è arrivato persino a minacciare un dirigente del reparto di post-produzione dello studio, dicendo: “Geoff e Jon stanno mettendo mano sul mio montaggio. Ora li distruggerò sui social media“.

Almeno il 13% degli account di #ReleaseTheSnyderCut erano falsi

Sono trapelati due rapporti distinti commissionati da WarnerMedia, secondo i quali almeno il 13% degli account di #ReleaseTheSnyderCut erano falsi.

Si tratta di un aumento drastico rispetto al 3%-5% di account falsi che gli esperti informatici trovano di solito su qualsiasi argomento di tendenza. Anche Q5id e Graphika hanno identificato l’attività sospetta in modo indipendente, mentre un’altra società, la Alethea Group, ha scoperto che forsnydercut.com era stato registrato da una persona che gestiva un’agenzia pubblicitaria che prometteva di portare “traffico Avatar istantaneo ed economico al vostro sito web“.

Gli studios rivali sono rimasti perplessi da questo tipo di intervento per mesi, ma dopo l’uscita del film è diventato chiaro che qualcosa non quadrava. Un dirigente del marketing digitale ha spiegato il bizzarro fenomeno: “Basta guardare il calo: [quell’hashtag era] in tendenza con un milione di tweet al giorno per quando volevano rilasciare la Snyder Cut. Ed è sceso a 40.000 in pochi giorni. Non si è mai visto un calo del genere in modo organico”. Invece, secondo il dirigente, si tratta di un classico esempio di “reclutamento per avviare un movimento“.

Zack Snyder sospettato di essere coinvolto nella manipolazione

Una rivelazione ancora più scioccante è che molte delle venti persone con cui Rolling Stone ha parlato sospettano che sia stato Snyder stesso a lasciarsi coinvolgere nella campagna #ReleaseTheSnyderCut e che ne abbia manipolato gli eventi, potenzialmente anche finanziandola.

Snyder scarica la colpa sulla Warner Bros. e sostiene che lo studio stava “cercando di sfruttare la mia base di fan per aumentare gli abbonamenti al loro nuovo servizio di streaming“. Sebbene Rolling Stone non accusi Snyder di esserne stato totalmente coinvotlo, sembra suggerire che probabilmente sapeva più di quanto non abbia lasciato intendere, e una delle sue fonti ha dipinto un quadro piuttosto negativo del regista: “Zack era come un Lex Luthor che portava scompiglio“.

Le minacce di violenza hanno spinto la Warner Bros. ad agire

Quando una foto delle teste decapitate di Geoff Johns, del presidente della DC Films Walter Hamada e dell’ex presidente del Warner Bros. Pictures Group Toby Emmerich è diventata virale sui social media, WarnerMedia ha preso provvedimenti e si è rivolta a una società di cybersicurezza per analizzare la crescente quantità di trolling.

Il loro rapporto si concludeva così: “Dopo aver analizzato le conversazioni online sull’uscita del film di Snyder, in particolare gli hashtag ‘#ReleaseTheSnyderCut‘ e ‘RestoreTheSnyderVerse’ su Facebook, Twitter e Instagram, [gli analisti] hanno rilevato un aumento dell’attività negativa creata da autori sia reali che falsi“.

Una comunità identificata era composta da autori veri e falsi che diffondevano contenuti negativi su WarnerMedia per non aver ripristinato lo “SnyderVerse”. Inoltre, all’interno della scansione degli autori su Twitter, Facebook e Instagram sono stati identificati tre leader principali, uno per ogni piattaforma. Questi leader hanno ricevuto la maggior quantità di engagement e hanno ottenuto molti follower, il che ha dato loro la possibilità di influenzare l’opinione pubblica.

Rolling Stone ha svolto ricerche indipendenti sulla questione, chiedendo ad altre tre società di cybersecurity e social media intelligence di indagare. L’analisi di Q5id ha rilevato che “non c’è dubbio che i bot fossero coinvolti“, e Becky Wanta, CIO e CTO, ha spiegato: “Ci sono alcuni schemi tipici dei bot e che abbiamo visto in questo caso. Arrivano quasi contemporaneamente e in gran numero. E molte volte l’origine di migliaia o addirittura milioni di messaggi può essere ricondotta a un’unica fonte o due. A volte possono essere ricondotti a server insoliti in paesi remoti. E il loro contenuto sarà esattamente simile“.

Zack Snyder avrebbe ingaggiato una società di marketing digitale per aumentare il coinvolgimento dei fan di Batman v Superman in seguito a recensioni negative

Una fonte sostiene che, in seguito all’accoglienza negativa da parte della critica di Batman v Superman: Dawn of Justice nel 2016, Snyder abbia assunto una società di marketing digitale per aumentare il coinvolgimento dei fan. Pur avendo guadagnato 874 milioni di dollari a livello globale, il film è stato considerato una delle più grandi delusioni dell’anno e ha sostanzialmente fatto deragliare l’universo cinematografico della DC prima ancora di iniziare.

Snyder ha mostrato la sua prima versione di Justice League ai dirigenti della WB quasi esattamente un anno dopo, all’inizio del 2017, ed è stato accolto da una risposta tiepida, con Kevin Tsujihara e i presenti che l’hanno giudicato un “disastro” contorto e un “fallimento totale“. Di lì a poco avrebbero cercato Joss Whedon come sceneggiatore e consulente.

Zack Snyder è stato umiliato con la nuova aggiunta di Joss Whedon

Nove giorni dopo, Snyder ha proiettato un altro montaggio che superava ancora le due ore. Whedon fornì le sue note, ma Snyder non fu molto ricettivo. Nel marzo dello stesso anno, Snyder ha vissuto una tragedia inimmaginabile quando la figlia ventenne si è suicidata, ma ha continuato a lavorare al film. Lo studio, nel frattempo, ha deciso di far intervenire Whedon per cercare di alleggerire il tono del film.

Poi, a maggio, Snyder ha proiettato la sua versione finale per i responsabili dello studio, con una durata ragionevole di 2 ore e 18 minuti, ma anche questa è stata accolta negativamente, con una fonte che ha affermato che era “inguardabile” e “priva di gioia”. Dopo quella disastrosa proiezione, Snyder ha annunciato che avrebbe abbandonato il progetto e, contemporaneamente, la morte di sua figlia.

Justice League di Whedon è uscito a novembre e, come prevedibile, ha ricevuto una risposta negativa da parte della critica e dei fan. Con l’uscita della Snyder Cut, la Warner Bros. stava già guardando al futuro e aveva già in mente di sostituire sia Ben Affleck che Henry Cavill.

Zack Snyder ha rubato gli hard disk dalla Warner Bros.

Secondo il rapporto, Snyder ha mandato uno dei suoi montatori alla Warner Bros. per recuperare gli hard disk che contenevano le sue riprese di Justice League. Poiché si trattava di proprietà dello studio, gli hanno chiesto di restituire gli hard disk, ma lui si è rifiutato.

Il regista sostiene di essere obbligato per contratto a recuperare tutti i file collegati al film e di non essere stato interpellato. La sicurezza è stata informata della questione, ma non è stato preso alcun provvedimento poiché il film era già uscito e nessuno pensava che avrebbe cercato di mettere insieme un montaggio alternativo.

Chi finanziava #ReleaseTheSnyderCut?

#ReleaseTheSnyderCutMentre la campagna #ReleaseTheSnyderCut attirava sempre di più l’attenzione, con attacchi ai dirigenti e ai critici che si aggravavano di giorno in giorno, le persone estranee a questo fenomeno hanno iniziato a chiedersi chi esattamente stesse finanziando alcune delle trovate pubblicitarie di più alto profilo, tra cui un annuncio a Times Square (del valore di oltre 50.000 dollari) e un aereo che sorvolava il San Diego Comic-Con con uno striscione personalizzato. Invece di richiamare i suoi sostenitori, Snyder ha solo aggiunto benzina al fuoco postando una foto di contenitori di pellicola con il titolo dell’allora famosa director’s cut.

Gli addetti ai lavori sono rimasti sconvolti dalla sua ultima trovata: “Si è rifiutato di restituire gli hard disk, che erano di proprietà dello studio. Questa è stata solo un’altra stronzata orchestrata da Zack“. Forsnydercut.com è stato uno dei suoi più accesi sostenitori, lanciando il famigerato hashtag, ma non è chiaro chi ci fosse effettivamente dietro il sito. Da allora si è scoperto che il film era registrato a nome di un uomo di nome Xavier Lannes che, secondo LinkedIn, era il titolare di una società di pubblicità digitale con sede a Los Angeles chiamata MyAdGency, che prometteva di portare “traffico istantaneo ed economico di Avatar al vostro sito web“. L’azienda è ora scomparsa.

Zack Snyder ha ricevuto 60 milioni di dollari per finire la sua director’s cut e ha girato segretamente scene durante la pandemia

#ReleaseTheSnyderCutIl nuovo amministratore delegato della WarnerMedia Jason Kilar e il dirigente della HBO Max Bob Greenblatt sono stati coloro he hanno dato il via libera alla Snyder Cut e sembra che Snyder li abbia leggermente ingannati affermando che non sarebbero state necessarie nuove riprese. Tuttavia, la sua versione non era affatto vicina al completamento e lo studio ha finito per dare a Snyder 60 milioni di dollari aggiuntivi per completare la post-produzione e l’ampio lavoro sugli effetti speciali, una cifra molto più alta rispetto ai 20-30 milioni di dollari di cui si vociferava.

Snyder ha anche girato delle scene nel suo giardino durante l’apice della pandemia, a quanto pare senza rispettare i protocolli COVID o le linee guida del sindacato. Snyder ha confermato le due riprese, ma afferma di aver seguito i protocolli e sostiene che una delle riprese è stata autorizzata dallo studio. Ha inoltre richiesto allo studio altri 13 milioni di dollari, che non facevano parte dell’accordo, dal momento che non avrebbe dovuto girare alcun filmato extra.

Zack Snyder e Ray Fisher potrebbero aver lavorato insieme

Le cose sono andate di male in peggio per la Warner Bros. durante la campagna #ReleaseTheSnyderCut, quando sono emerse accuse schiaccianti contro Joss Whedon e una delle star del film, Ray Fisher, ha iniziato a inveire pesantemente contro i produttori Geoff Johns e Jon Berg.

Secondo l’articolo, “quasi tutti gli addetti ai lavori intervistati da Rolling Stone affermano di ritenere che Fisher e Snyder lavorassero inseme, sulla base dei tweet di Fisher che arrivano direttamente sulla scia delle richieste dietro le quinte di Snyder”. Snyder definisce l’accusa “totalmente falsa”; Fisher ha rifiutato un commento a Rolling Stone. Per quanto riguarda le accuse di razzismo mosse da Fisher, un’indagine esterna non ha trovato “alcun supporto credibile” all’esistenza di animosità razziale e ha scagionato Toby Emmerich, Jon Berg e Geoff Johns da qualsiasi accusa di ingiustizia razziale.

Martian Manhunter non avrebbe mai dovuto essere nel film

#ReleaseTheSnyderCutMartian Manhunter non avrebbe dovuto essere presente in Justice League di Zack Snyder e la sua inclusione ha lasciato lo studio completamente spiazzato perché non era presente nella sceneggiatura. Inoltre, ha interferito con i piani dello studio di utilizzarlo in un progetto separato e non volevano che il personaggio fosse sprecato in due scene a caso. Secondo quanto riferito, Snyder avrebbe minacciato di cancellare altre riprese dal film se non avesse avuto la meglio, nello stesso momento in cui Ray Fisher ha alzato i toni su Walter Hamada, che era il principale oppositore di Snyder e che aveva chiesto la rimozione di Martian Manhunter.

Hamada è stato anche assolto da qualsiasi illecito durante l’indagine esterna e stava lavorando in un’altra filiale della WM quando è uscito Justice League, quindi le affermazioni di Fisher erano prive di fondamento. Jason Kilar ha scavalcato il team e ha permesso la presenza di Martian Manhunter, cosa che ha fatto arrabbiare molti addetti ai lavori. A Snyder sono stati concessi altri 13 milioni di dollari per terminare il film, portando la produzione a 73 milioni di dollari. I costi di marketing hanno portato il film a superare i 100 milioni di dollari.

Secondo Samba TV, 1,8 milioni di famiglie americane hanno guardato almeno i primi cinque minuti del film.. Tuttavia, solo un terzo ha terminato il film in una sola seduta e, alla fine della prima settimana, è stato visto solo da 2,2 milioni di famiglie, con solo il 36% che lo ha terminato in una sola seduta. Circa 4 milioni di famiglie statunitensi lo hanno visto dopo quasi 40 giorni. Si ritiene che sia l’ottavo film più trasmesso in streaming del 2021, ma è ben lontano dal successo che alcuni dei suoi più accesi sostenitori avevano previsto.

Il regista di Godzilla vs Kong Adam Wingard avrebbe chiesto a Zack Snyder di dire ai suoi fan di smettere di bombardare le recensioni del suo film, ma Snyder non ha fatto nulla

#ReleaseTheSnyderCutJohanna Fuentes e Tatiana Siegel hanno attirato l’ira dei sostenitori di SnyderCut all’inizio del 2021, e Snyder ha persino detto a quest’ultima di modificare una storia sull’ingaggio di Kiersey Clemons in The Flash: “Ti sto solo dicendo cosa faranno i fan. Fidatevi di me, sono molto, molto, molto violenti“. Quando il giornalista ha rifiutato, i suoi fan sono stati pronti ad attaccare.

Godzilla vs. Kong di Adam Wingard è stato una delle tante vittime del movimento Snyder Cut, con i sostenitori che hanno bombardato il film sul MonsterVerse a causa della sua vicinanza con Justice League di Zack Snyder. Secondo quanto riferito, Wingard avrebbe persino contattato Snyder per chiedergli di porre freno alla carica violenta dei suoi seguaci, ma lui ha rifiutato. Afferma che non è stata fatta alcuna richiesta e osserva timidamente: “Inoltre, non controllo i miei fan. Hanno la loro volontà e le loro opinioni; mi date davvero troppo credito“. Wingard ha rifiutato ulteriori commenti.

La Warner Bros. è riuscita a esercitare pressioni su IMDb per eliminare gli autori delle recensioni di Godzilla vs Kong. Le cose hanno preso un’altra piega quando la folla ha preso di mira The Suicide Squad di James Gunn, una mossa che sembra aver costretto Snyder a rilasciare una dichiarazione, riconoscendo finalmente la natura tossica della sua fanbase. Sia Godzilla vs. Kong che The Suicide Squad hanno finito per superare ampiamente Justice League di Zack Snyder su HBO Max, con il primo che si è anche classificato come l’ottavo film di maggior incasso del 2021 al botteghino.

Oltre #ReleaseTheSnyderCut: lo SnyderVerse è morto.

#ReleaseTheSnyderCutZack Snyder è passato a Netflix, dopo aver ultimato Army of the Dead l’anno scorso, e sta attualmente lavorando al progetto in due parti dal titolo Rebel Moon, dove Ray Fisher interpreta un combattente della resistenza chiamato Blood Axe. La Warner Bros. non ha piani futuri per la DC con nessuno dei due.

Walter Hamada, che ha sostenuto The Batman di Matt Reeves, dovrebbe rimanere a bordo, così come Geoff Johns, che è dietro a Stargirl di The CW, e Jon Berg, che è nelle prime fasi di sviluppo di una serie di progetti DC non annunciati.

La dichiarazione di Zack Snyder

#ReleaseTheSnyderCutIn una dichiarazione finale rilasciata su Rolling Stone, il regista ha affermato: “Come artista è stato appagante poter finalmente vedere realizzata la mia visione della Justice League dopo un periodo così difficile della mia vita e che sia stata accolta così bene. Sono grato sia alla community che alla Warner Bros. per aver permesso che ciò accadesse. Soffermarsi sulla negatività e sulle voci non serve a nessuno“.

Un disastroso precedente

Resta da vedere se questa saga continuerà o se la Warner Bros. preferisce che tutto questo trovi una sua naturale conclusione, indipendentemente dalla potenziale colpevolezza di Snyder.

In ogni caso, la manipolazione dilagante dei social media è preoccupante non solo per Hollywood, ma per il mondo in generale. Wanta di Q5id avverte: “Questa è la mia preoccupazione per la manipolazione che sta avvenendo all’interno di queste campagne tossiche, come #ReleaseTheSnyderCut, con conseguenze che portano al condizionamento del tribunale dell’opinione pubblica. Bisogna affrontarlo, perché peggiorerà prima di migliorare“.

#ReleasetheSnyderCut: la campagna social spinta da fake account?

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#ReleasetheSnyderCut: la campagna social spinta da fake account?

Secondo quanto riferito, la campagna #ReleasetheSnyderCut che chiedeva l’uscita della versione di Zack Snyder di Justice League è stata spinta e guidata da account falsi, i cosiddetti bot. La Warner Bros. ha assunto il regista Zack Snyder all’inizio degli anni 2010 per guidare il suo franchise di supereroi interconnesso, a partire da Man of Steel del 2013. Il regista ha inventato un arco narrativo in cinque parti che avrebbe dovuto concludersi con Justice League 3, ma a metà, la risposta divisiva del pubblico ha fatto sì che lo studio si spostasse in una nuova direzione. Per questo motivo, oltre a una tragedia familiare, Snyder è stato tristemente sostituito da Joss Whedon durante la produzione del primo Justice League.

Non è un segreto che la produzione di Justice League fosse piena di problemi. Tra riscritture affrettate e problemi sul set, è forse il film con la produzione più controversa degli ultimi anni. Dopo che è stato chiaro che il montaggio cinematografico di Justice League 2017 era significativamente diverso dai piani di Snyder, i fan del regista hanno avviato una campagna online chiedendo alla Warner Bros. di “rilasciare lo Snyder Cut”, #ReleasetheSnyderCut appunto.

Conosciuta come una delle community di fan più devote online, la loro richiesta è stata finalmente ascoltata quando nel 2021 Zack Snyder’s Justice League è stato distribuito come film di quattro ore su HBO Max. Ora, tuttavia, sembra che siano emerse nuove informazioni su come siamo arrivati ad avere in streaming il film.

La Warner Bros. ha commissionato due report che esaminano quanto fosse organica la campagna #ReleasetheSnyderCut. Rolling Stone li ha ottenuti di recente e ha appreso che una parte significativa degli account sui social media che hanno promosso la Snyder Cut – il 13%, in particolare – sono stati ritenuti falsi. Questo è al di sopra del tipico 3-5% di account falsi che gli esperti informatici vedono di solito. Mentre ci sono stati veri fan che si sono dedicati a sostenere questo programma, il loro messaggio è stato “amplificato da un numero sproporzionato di account fasulli”. L’outlet ha anche citato specificamente un report intitolato “SnyderCut Social Media Presence” datato aprile 2021, un mese dopo la premiere di Zack Snyder’s Justice League. In questo si legge:

“Dopo aver studiato le conversazioni online sulla distribuzione della versione di Snyder della Justice League, in particolare gli hashtag ‘ReleaseTheSnyderCut’ e ‘RestoreTheSnyderVerse‘ su Facebook, Twitter e Instagram, [gli analisti] hanno rilevato un aumento dell’attività negativa creata sia da reali che falsi autori. Una comunità identificata era composta da autori veri e falsi che diffondevano contenuti negativi su WarnerMedia per non aver ripristinato lo “SnyderVerse”. Inoltre, sono stati identificati tre leader principali all’interno degli autori scansionati su Twitter, Facebook e Instagram: un leader su ciascuna piattaforma. Questi leader hanno ricevuto il massimo impegno e hanno molti seguaci, il che dà loro la capacità di influenzare l’opinione pubblica”.

È stato anche detto che c’erano grandi quantità di account che molestavano i vertici della Warner Bros., tra cui il presidente della Warner Bros. Ann Sarnoff e il produttore Geoff Johns. Questa non è la prima volta che la presenza e la portata dei fan di Snyder sono state messe in discussione.

Nel maggio 2022, un report differente afferma che i risultati degli Oscar ‘Best Cheer Moment e Fan Favorite Movie del 2021, che sono stati votati dai fan, erano truccati. I riconoscimenti sono andati rispettivamente a Justice League e Army of the Dead e, presumibilmente, lo hanno fatto con l’aiuto di account online automatizzati. Dopo entrambe queste affermazioni, sarà interessante vedere se la Warner Bros. parlerà pubblicamente della legittimità dei suoi studi commissionati. Sebbene la Zack Snyder’s Justice League sia già stata distribuita, si tratta di una questione ancora rilevante poiché la spinta per Restoring the SnyderVerse è ancora in corso. Da parte sua, Snyder è stato al fianco dei suoi fan, aggiungendo: “Sono grato sia alla comunità dei fan che alla Warner Bros. per aver permesso che ciò accadesse. Soffermarsi sulla negatività e sulle voci non serve a nessuno”.

#NonChiudeteICinema: l’hashtag si diffonde in rete

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#NonChiudeteICinema: l’hashtag si diffonde in rete

Sembra che un nuovo Dpcm debba essere diffuso nelle prossime ore, forse già domani, un nuovo documento che potrebbe mettere definitivamente la parola fine alla sala. Secondo le prime notizie non ufficiali, sembra che il testo del decreto riporti le seguenti affermazioni:

Sono sospese le attività di sale giochi, sale scommesse e sale bingo e casinò. Sono sospesi gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all’aperto.

Questo significherebbe che le sale cinematografiche, insieme a tutte le altre attività di intrattenimento e spettacolo dal vivo, si troverebbero ad affrontare un nuovo periodo di chiusura che ne sancirebbe, forse per sempre, la morte. Senza contare che chiudere i cinema non solo mette in ginocchio la struttura-sala, ma anche l’industria a tutti quelli che ci lavorano, e non si parla di attori e registi famosi, ma di tecnici, elettricisti, macchinisti, manovalanza numerosa che necessita di lavorare, perché se il cinema non è una priorità il lavoro lo è per tutti.

La situazione sanitaria italiana sta precipitando nella tenaglia della seconda ondata di contagi, tuttavia i dati relativi alle attività legate al cinema sono stati più che positivi, registrando un timido ritorno alla normalità e un’incidenza pari a zero rispetto ai nuovi contagi. Nella sale, nei teatri, il flusso di pubblico è controllato, è tracciabile, è sicuro.

Il settore intero, da chi il cinema lo crea, lo produce, lo fruisce, fino anche a chi lo racconta (anche Cinefilos.it fa parte di questa filiera) scongiura una nuova chiusura: #NonChiudeteICinema.

#MakeTheBatfleckMovie: i fan chiedono il film di Ben Affleck su Batman

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L’hashtag #MakeTheBatfleckMovie è ufficialmente in tendenza su Twitter. Dopo la distribuzione della Snyder Cut di Justice League, i fan di Zack Snyder hanno prima chiesto che l’universo DC ipotizzato dal regista venisse ripristinato, e ora vogliano che la Warner Bros. si decida a dare il via libera al film sull’Uomo Pipistrello mai realizzato da Ben Affleck.

Quel film, che Affleck avrebbe dovuto dirigere, scrivere, interpretare e produrre, è poi passato nelle mani di Matt Reeves, che lo ha trasformato nell’attesissimo The Batman con Robert Pattinson che vedremo nel 2022. Al momento né Affleck né WB hanno commentato la nuova richiesta da parte dei fan, ma sappiamo già che lo studio non è interessato a proseguire né con un sequel di Justice League né con un altro progetto che potrebbe, in qualche modo, portare avanti l’universo che Snyder aveva immaginato diversi anni fa.

Per quanto riguarda Affleck, sappiamo che il principale motivo per cui l’attore ha deciso di abbandonare il DCEU è a causa delle costanti pressioni che lo stesso ha dovuto sopportare quando ha deciso di interpretare l’iconico eroe sul grande schermo, situazione che è andata peggiorando in seguito alla turbolenta esperienza delle riprese aggiunte di Justice League, quando Snyder è stato sostituito da Joss Whedon.

I dettagli sul film di Batman mai realizzato da Ben Affleck

Ad oggi, i dettagli sul Batman di Affleck mai realizzato sono emersi più e più volte, soprattutto durante la recente promozione della Snyder Cut, con Joe Manganiello – interprete di Deathstroke – che ha più volte parlato di come sarebbe dovuto essere il film. Dopotutto, nel taglio di Snyder è stata ripristinata la versione originale della scena post-credits della versione cinematografica di Justice League in cui avviene l’incontro tra Lex Luthor e Deathstroke: se nella versione theatrical quella scena lascia intendere che Luthor e Slade Wilson uniranno le forze per creare la Injustice League, nell’epilogo della Snyder Cut quella scena apre la strada al film in solitaria di Batman in cui avremmo dovuto vedere proprio Deathstroke sulle tracce del Crociato di Gotham.

Zack Snyder’s Justice League è uscito in streaming il 18 marzo 2021 su HBO Max in America e, in contemporanea, su Sky e TV in Italia. Il film ha una durata 242 minuti (quattro ore circa) ed è diviso in sei capitoli e un epilogo.

Justice League è il film del 2017 diretto da Zack Snyder e rimaneggiato da Joss Whedon. Nel film recitano Henry Cavill come SupermanBen Affleck come BatmanGal Gadot come Wonder WomanEzra Miller come Flash, Jason Momoa come Aquaman e Ray Fisher come Cyborg. Nel cast figurano anche Amber HeardAmy AdamsJesse EisenbergWillem DafoeJ.K. Simmons e Jeremy Irons. I produttori esecutivi del film sono Wesley Coller, Goeff Johns e Ben Affleck stesso.

#MakeSolo2Happen: i fan di Star Wars chiedono il sequel di Solo

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#MakeSolo2Happen: i fan di Star Wars chiedono il sequel di Solo

Solo: A Star Wars Story, il secondo spin-off della saga di Star Wars, non è stato propriamente un successo, tanto che la Lucasfilm, dopo l’uscita nelle sale del film di Ron Howard, ha deciso di accantonare ufficialmente l’idea della serie antologia (iniziata con Rogue One) e di concentrarsi, almeno per ora, sul futuro “televisivo” della saga (con la seconda stagione di The Mandalorian annunciata ufficialmente e una serie dedicata a Obi-Wan Kenobi che dovrebbe entrare in produzione quanto prima).

Nonostante Solo abbia avuto una produzione travagliatissima (Ron Howard è subentrato a Phil Lord e Chris Miller dopo il loro licenziamento a causa di alcune “divergenze creative”) e sia stato un vero flop al box office, il fandom di Star Wars sembra comunque essere molto legato al film: in molti, infatti, vorrebbero vedere cosa è successo a Han, Chewbacca e Qi’ra tra gli eventi di Solo e quelli di Una Nuova Speranza (soprattutto a causa di quel sorprendente cameo di Darth Maul nel film).

Adesso, a due anni esatti dall’uscita del film al cinema (negli Stati Uniti è uscito il 25 maggio del 2018), su Twitter (come riportato da CBM) è esploso nuovamente l’hashtag #MakeSolo2Happen, che esorta la Lucasfilm a realizzare il sequel dello spin-off. Il fatto che l’hashtag sia tornato in trend-topic dimostra ancora una volta quanto il fandom di Star Wars sia legato al film e quanto vorrebbe vedere il ritorno del giovane Han sul grande schermo. Con il lancio di Disney+, si potrebbe anche pensare ad un eventuale sequel da lanciare direttamente sulla piattaforma di streaming o magari ad una serie tv che continui la storia del contrabbandiere e del suo gruppo di amici.

#MakeSolo2Happen: i fan di Star Wars tornano a farsi sentire su Twitter e chiedono il sequel di Solo

Almeno per il momento, non sembra che la Lucasfilm sia intenzionata a realizzare un sequel di Solo, quindi molte delle domande lasciate dal film sono destinate ancora a non avere una risposta. Tuttavia, se c’è una cosa che abbiamo imparato dal movimento #ReleaseTheSnyderCut in merito alla Snyder Cut di Justice League (che il prossimo anno arriverà ufficialmente su HBO Max), è che le case di distribuzione possono davvero ascoltare i fan se lo vogliono…

Solo: A Star Wars Story è un film del 2018 diretto da Ron Howard con Alden Ehrenreich, Woody HarrelsonEmilia Clarke, Donald Glover e Thandie Newton. Attraverso una serie di audaci bravate nel profondo di un mondo criminale oscuro e pericoloso, Han Solo fa amicizia con il suo futuro possente copilota Chewbacca e incontra il famigerato giocatore d’azzardo Lando Calrissian, in un viaggio che determinerà il futuro di uno degli eroi più improbabili della saga di Star Wars.

#LoveWins: le 10 storie d’amore gay più belle del cinema

#LoveWins: le 10 storie d’amore gay più belle del cinema

A dieci anni dal capolavoro di Ang Lee, I Segreti di Brokeback Mountain, e dopo la storica decisione della Corte Suprema americana di legalizzare ilmatrimonio omosessuale in tutti e 50 gli Stati, sembra doveroso e dovuto offrire un riepilogo delle più belle storie d’amore gay raccontate dal grande schermo. Eccone 10:

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Brokeback Mountain
#LoveWins

Molti dei film selezionati sono recenti, Carol per esempio non ancora uscito nei cinema in Italia, tutti però hanno in qualche modo segnato la storia del cinema, quale più quale meno, per l’incredibile potenza del sentimento che esprimono, molto più che per una o due scene che possono attirare una pruriginosa attenzione.

Quell che resta, dopo la visione, dopo anni, è solo la grande potenza dell’arte che celebra l’amore. #LoveWins

#IoSonoQui, clip in esclusiva del film al cinema dal 14 ottobre

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#IoSonoQui, clip in esclusiva del film al cinema dal 14 ottobre

Ecco una clip esclusiva dal film #IoSonoQui, l’attesa nuova commedia di Eric Lartigau, regista del film campione di incassi La famiglia Bélier, in arrivo nei cinema dal 14 ottobre.

OFFICINE UBU è liete di rilasciare il trailer italiano di #IoSonoQui, l’attesa nuova commedia di Eric Lartigau, regista del film campione di incassi La famiglia Bélier, in arrivo nei cinema dal 14 ottobre.

#IoSonoQui racconta di un insolito viaggio, dai Paesi Baschi fino alla splendente Corea del Sud, all’inseguimento di quell’incontro che potrebbe cambiare per sempre il proprio destino. Il protagonista di questa favola romantica è lo chef di successo Stéphane (interpretato dal regista e attore Alain Chabat, noto per Mood Indigo, L’arte del sogno, Prestami la tua mano, Asterix et Obelix: Missione Cleopatra) che conduce una vita tranquilla ma priva di stimoli. Un giorno conosce su Instagram una misteriosa donna coreana che riesce a riaccendere in lui quella scintilla da tempo assopita. Deciso a conoscere dal vivo Soo (interpretata da Doona Bae, nota per Cloud Atlas, la serie Sense8 e per le sue interpretazioni nei film di Bong Joon-ho, Hirokazu Kore-eda e Park Chan-wook), Stéphane intraprenderà un avventuroso viaggio dall’altra parte del mondo, pieno di scoperte e imprevisti, per poter conoscere un nuovo grande amore… e se stesso. Perché a volte perdersi, è il miglior modo per ritrovarsi. #IoSonoQui, diretto da Eric Lartigau, arriverà nei cinema italiani dal 14 ottobre distribuito da Officine UBU.

#IoSonoQui – la trama

Stéphane, uno chef di successo, conduce una vita tranquilla nei Paesi Baschi, circondato dall’affetto dei figli e dal supporto della ex-moglie. Eppure l’unica cosa che lo fa sentire vivo è Soo, una giovane donna coreana che ha conosciuto su Instagram. I due parlano di arte e di ciliegi in fiore e sembrano instaurare un solido rapporto, nonostante la lontananza. In uno slancio emotivo, Stéphane decide di partire per Seoul e incontrare Soo. Al suo arrivo però, lei non si presenta e Stéphane inizia a vagare per l’aeroporto e per la città, dove la ricerca di Soo lo porterà a riscoprire se stesso. Riusciranno i due a incontrarsi?

#IoSonoQui al cinema dal 14 ottobre

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#IoSonoQui al cinema dal 14 ottobre

Arriva al cinema dal 14 ottobre #IoSonoQui, l’attesa nuova commedia di Eric Lartigau, regista del film campione di incassi La famiglia Bélier. #IoSonoQui racconta di un insolito viaggio, dai Paesi Baschi fino alla splendente Corea del Sud, all’inseguimento di quell’incontro che potrebbe cambiare per sempre il proprio destino. Il protagonista di questa favola romantica è lo chef di successo Stéphane (interpretato dal regista e attore Alain Chabat, noto per Mood Indigo, L’arte del sogno, Prestami la tua mano, Asterix et Obelix: Missione Cleopatra) che conduce una vita tranquilla ma priva di stimoli. Un giorno conosce su Instagram una misteriosa donna coreana che riesce a riaccendere in lui quella scintilla da tempo assopita.

Deciso a conoscere dal vivo Soo (interpretata da Doona Bae, nota per Cloud Atlas, la serie Sense8 e per le sue interpretazioni nei film di Bong Joon-ho, Hirokazu Kore-eda e Park Chan-wook), Stéphane intraprenderà un avventuroso viaggio dall’altra parte del mondo, pieno di scoperte e imprevisti, per poter conoscere un nuovo grande amore… e se stesso. Perché a volte perdersi, è il miglior modo per ritrovarsi.

#IoSonoQui, diretto da Eric Lartigau, arriverà nei cinema italiani dal 14 ottobre distribuito da Officine UBU.

Stéphane, uno chef di successo, conduce una vita tranquilla nei Paesi Baschi, circondato dall’affetto dei figli e dal supporto della ex-moglie. Eppure l’unica cosa che lo fa sentire vivo è Soo, una giovane donna coreana che ha conosciuto su Instagram. I due parlano di arte e di ciliegi in fiore e sembrano instaurare un solido rapporto, nonostante la lontananza. In uno slancio emotivo, Stéphane decide di partire per Seoul e incontrare Soo. Al suo arrivo però, lei non si presenta e Stéphane inizia a vagare per l’aeroporto e per la città, dove la ricerca di Soo lo porterà a riscoprire se stesso. Riusciranno i due a incontrarsi?