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Il cast di The Oranges

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La Black List di Hollywood spesso permette a sceneggiatori sconosciuti di vedere i propri lavori prodotti da registi e attori importanti. Per The Oranges, dark comedy che nel 2008 occupava la seconda posizione di pochissimo staccato dal primo classificato The Beaver, ci sono voluti due anni, ma il film è finalmente entrato in produzione grazie alla Olympus Pictures.

Il cast di Stranger Things condivide un commosso addio dopo 10 anni

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Con la conclusione definitiva di Stranger Things nella notte di Capodanno, cast e creatori hanno salutato una delle serie più influenti dell’ultimo decennio. Per molti dei suoi protagonisti, cresciuti letteralmente sul set, l’addio è stato profondamente emotivo.

In un’intervista rilasciata a Entertainment Weekly, Millie Bobby Brown, che ha iniziato a interpretare Eleven a soli 11 anni, ha raccontato quanto sia stato difficile realizzare davvero che tutto fosse finito.

«Non riuscivo ad ammetterlo a me stessa finché non è stato davanti ai miei occhi. La notte prima dell’ultimo giorno di riprese mi ha colpito davvero».

L’attrice ha spiegato che, una volta compreso che Stranger Things era ufficialmente terminato, ha dovuto fermarsi in macchina per mezz’ora prima di riuscire a tornare a casa, travolta dall’emozione.

Amicizie nate sul set, legami che restano

Per Brown, la serie non ha rappresentato solo una svolta professionale, ma anche personale. Sul set ha conosciuto uno dei suoi migliori amici, Noah Schnapp, interprete di Will Byers, con cui ha costruito un rapporto così profondo che l’attore è diventato il padrino di suo figlio, adottato all’inizio di quest’anno insieme al marito Jake Bongiovi.

Anche per Schnapp, l’addio è stato particolarmente doloroso. Dopo anni trascorsi fianco a fianco durante l’adolescenza e la crescita sotto i riflettori, separarsi dal cast è stato un colpo difficile da assorbire.

«Dire addio a tutti, sapendo che non li avrei più rivisti nello stesso spazio, è stato devastante. Il giorno dopo la fine delle riprese è stato durissimo».

Tra negazione e gratitudine

Finn Wolfhard, volto di Mike Wheeler, ha ammesso di essere rimasto in uno stato di totale negazione fino all’ultimo ciak. Per lui, la fine della serie è stata agrodolce: se un capitolo si è chiuso, i rapporti umani costruiti nel tempo restano intatti.

«Quella vita specifica è finita, ma noi siamo ancora una famiglia. Ci vediamo ancora spesso. Alcune cose dureranno per sempre».

Un vero finale, non una cancellazione

Caleb McLaughlin, che ha interpretato Lucas Sinclair, ha raccontato che la consapevolezza della fine ha iniziato a farsi sentire già durante la quarta stagione. Per lui, però, c’è anche un senso di gratitudine: Stranger Things ha avuto la possibilità di chiudere il proprio arco narrativo con un vero finale, cosa sempre più rara nel panorama televisivo contemporaneo.

«È stato strano sapere che qualcosa che ha fatto parte della mia vita per così tanto tempo stava per finire, ma anche bello sapere che avrebbe avuto una conclusione».

Con tutti gli episodi ora disponibili su Netflix, Stranger Things lascia il pubblico con un’eredità che va oltre la fantascienza e l’horror: quella di una generazione di attori cresciuta insieme davanti agli occhi del mondo.

Il cast di Siccità presenta il film a Venezia 79

Il cast di Siccità presenta il film a Venezia 79
Paolo Virzì torna alla Mostra internazionale d’arte cinematografica. Dopo Notti Magiche (2018), quest’anno presenta a Venezia 79 Siccità, un film corale, satirico e calato nel reale. Il lungometraggio è nato durante il periodo delle zone rosse e dei lock-down e si basa sulla sceneggiatura scritta dal regista insieme ai suoi co-sceneggiatori storici, Francesca Archibugi e Francesco Piccolo. Al team si aggiunge come ”alter-ego del gruppo” Paolo Giordano, autore del celebre saggio sulla pandemia Nel Contagio (2020). 

Siccità è ambientato in una Roma totalmente prosciugata dove non piove da tre anni. L’erogazione contingentata dell’acqua e gli scarafaggi che pervadono la città danno del filo da torcere ai personaggi del film. Nessun protagonista, ma tante personalità che incarnano i lati drammatici e ironici degli italiani messi a contatto con un problema globale. La dottoressa angosciata(Claudia Pandolfi), il ”professore” onnipresente in televisione (Diego Ribon), le vittime dei tagli sul lavoro (Max Tortora, Valerio Mastandrea), i ricchi (Vinicio Marchioni, Monica Bellucci), gli acculturati (Elena Lietti, Tommaso Ragno), i giovani (Sara Serraiocco), tutte le categorie tendono ad assomigliarsi nei momenti di crisi.

L’attualità raccontata in tempo reale

Il regista ha scelto di raccontare subito, non appena ha potuto, un periodo assurdo e reale, quello della pandemia globale, attraverso una storia paradossale ma plausibile.  ”Siccità era un film ambizioso e anche molto pazzo da realizzare nel momento in cui ci trovavamo”, esordisce Paolo Virzì. ”Era doveroso affrontare questo tema subito. Noi, come cineasti sentiamo di avere un piccolo ruolo: raccontare il nostro tempo, le nostre vite. Ci siamo tuffati a sognare. Attraverso una visione quasi fantascientifica, abbiamo immaginato una Roma del dopodomani.”

In realtà, il film di Virzì è ancora più attuale di quanto il regista potesse programmare. Accanto al tema dell’epidemia, viene affrontato quello del cambiamento climatico. Il lungometraggio esce in sala il 29 settembre, dopo un’estate di siccità, caldo torrido e fiumi in secca. Un’epidemia scatenata dalle blatte, un virus legato ai pipistrelli. Ma anche il Tevere prosciugato nella finzione e il Po nella realtà.

La necessità di fare un film collettivo

Virzì ripercorre le prime tappe della scrittura di Siccità, quando durante il lock-down fantasticava insieme agli sceneggiatori. ”In un’epoca in cui le strade erano vuote, sognavamo una Roma caotica, sognavamo di affollare le strade davanti alla macchina da presa con vicende e esseri umani, con angosce nuove e indecifrabili, infelicità, frustrazione.”

Il regista evidenzia la volontà di fare un film sì corale e affollato, ma dotato di senso.  Siccità parla di connessioni: tutti i suoi personaggi sono in qualche modo legati tra loro. La scommessa del film era quella di ”Prendere temi globali come quello della pandemia e dell’estinzione e comporre un grande mosaico narrativo che avesse in sé la potenza dell’arte cinematografica e del grande schermo, un film dotato di forza emozionale e dell’ambizione di sfidare il futuro, la speranza di tornare in sala”.

Riguardo al tono emotivo di Siccità, lo sceneggiatore Paolo Giordano aggiunge ”Il periodo della pandemia darà frutto a molte narrazioni esangui, di personaggi soli e abbandonati. Al contrario, da questo team io ho tratto la forza e la voglia di un mondo affollato, caotico, a volte un po’ nevrotico ma pieno di convialità e voglia di stare insieme”.

Riguardo ai ruoli creati,  anche nei precedenti film scritto con Virzì e ArchibugiFrancesco Piccolo confessa: ”Noi non abbiamo mai voluto fare troppe distinzioni tra buoni e cattivi, essi non sono troppo diversi tra di loro e tutti meritano di essere amati.” Continua: ”Abbiamo sempre creato personaggi da amare molto anche nelle loro meschinità. E, in essi, abbiamo voluto costruire una speranza. Tutti in Siccità hanno la sensazione di essersi staccati dal mondo e di volersi ricongiungere con esso.

Uno zoom sul cast di Siccità

Virzì ha poi giustificato le sue scelte in termini di casting. Gli interpreti sono tanti nomi importanti del cinema italiano e ognuno di loro incarna un diverso modo di essere. Il regista parla del cast come parlerebbe dei membri di una grande famiglia, raccontandone aneddoti e qualità: da Elena Lietti, che ha iniziato come comparsa sul set de La pazza gioia, alla difficoltà fisica nel riuscire a far entrare l’altissimo Max Tortora in un’inquadratura orizzontale. ”Claudia Pandolfi è mia sorella, è come se avessimo un DNA livornese in comune. Ho voluto usare il suo colare per portarlo in un personaggio gelido.” Continua: ‘‘Agli inizi della sua carriera, Silvio Orlando era un clown puro, sapevo che avrebbe potuto riprendere quel personaggio buffo simile a Charlot e portalo in Siccità.”

C’è una prospettiva salvifica in Siccità?

Nonostante lo scenario apocalittico, nonostante la frenesia del film,  alla base di Siccità c’è una visione ottimista. Ci si chiede se il film voglia offrire una prospettiva salvifica. Virzì afferma: ”C’è una speranza nel film, che emerge raccontando il naturale, il destino dell’uomo sulla terra. Non aspettatevi da noi [del cinema] risposte, ma sicuramente è un invito ad alzare lo sguardo.”

Il regista conclude: ”Perché, in fondo, l’arte di raccontare è la vera medicina. Se parli di grandi temi e non tieni conto di una persona, dei suoi amori e delle infelicità, rischi di non capir nulla. Solo se ti avvicini alle persone ne cogli tutta la forza.”

Il cast di Les Misérables si esibirà alla Notte degli Oscar 2013!

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Russell-Crowe-Anne-Hathaway-Amanda-Sayfried-Hugh-Jackman.les-miserables-premiereArriva la conferma che l’edizione 2013 degli Oscar sarà tutta da gustare ed oggi arriva la conferma che il cast di Les Misérables si esibirà alla Notte degli Oscar 2013.

Il cast di Jurassic World omaggia Richard Attenborough

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Il cast di Jurassic World omaggia Richard Attenborough

In seguito alla notizia della triste scomparsa di Richard Attenborough, il regista di Jurassic World, Colin Trevorrow, ha postato via Twitter un’immagine per rendere omaggio all’attore e regista britannico che, nei primi due film della saga di Jurassic Park, aveva interpretato John Hammond. La foto ritrae proprio una statua dell’iconico personaggio, ed è stata probabilmente scattata sul set del nuovo film. L’immagine, che vi presentiamo di seguito, è stata accompagnata dalla scritta: “In memoria”.

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LEGGI ANCHE: Morto Richard Attenborough, addio al regista premio Oscar

Il nuovo film è ambientato 22 anni dopo gli eventi terribili del film originale Jurassic Park. Vi ricordiamo che  Jurassic World, attualmente in fase di riprese è diretto dal regista Colin Trevorrow  e  uscirà al cinema negli USA il 12 Giugno 2015. Trevorrow ha scritto la sceneggiatura con Derek ConnollySteven Spielberg, Frank Marshall e Pat Crowley sono i produttori. Protagonisti della pellicola sono al momento confermati Chris PrattBryce Dallas Howard, Ty Simpkins, Jake Johnson, Nick Robinson, Andy Buckley e Irrfan Khan.

Jurassic World sarà diretto da Colin Trevorrow (Safety Not Guardanteed), accompagnato nella sceneggiatura da Derek Connolly, e arriverà in 3D nelle sale USA a partire dal 12 Giugno 2015. Frank Marshall e Pat Crowley sono i produttori della pellicola. Spielberg sarà il produttore esecutivo del sequel e affiancherà il regista nella lavorazione del film. In questo quarto capitolo saranno inseriti nuovi dinosauri acquatici, ma soprattutto un nuovo temibile dinosauro che potrebbe essere l’erede del famoso T-Rex che tutti noi ben conosciamo. La trama completa rimane ancora incerta e nascosta. Dovremo aspettare ancora un po’ per conoscere la storia e i suoi segreti, almeno fino a giugno 2015.

Fonte

 

Il cast di Immaturi: il viaggio incontra la stampa

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Dopo la proiezione stampa del film Immaturi – il viaggio, la produzione, il regista Paolo Genovese e il cast orfano di un febbricitante Ricky Memphis hanno incontrato la stampa per parlare di maturità, gelosie, tradimenti e isole greche. La prima delle domande ad essere stata posta ha infatti messi l’accento su come si sia arrivati alla realizzazione del secondo episodio dei neo-maturati di ritorno.

Il cast di Figli delle stelle presenta il film

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Questa mattina al The Space Cinema di Piazza Repubblica a Roma è stato presentato il film Figli delle stelle. Presenti in sala l’intero brillante cast, il regista e gli sceneggiatori.

Il cast di Capuccetto Rosso si completa

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Il cast di Capuccetto Rosso si completa

The Girl with the Red Riding Hood, il nuovo adattamento gotico di Cappuccetto Rosso diretto da Catherine Hardwicke, si arricchisce ora di grandi attori.

 

Il cast di Benvenuti al Sud racconta il film

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Il cast principale, il regista Luca Miniero e la produzione di Benvenuti al Sud hanno incontrato la stampa nelle sale del cinema Fiamma, per raccontare il loro lavoro in Benvenuti al Sud.

Il cast di Avengers: Age of Utron al Jimmy kimmel Live

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Poco prima della premiere mondiale di Avengers: Age of Utron tenutasi ieri al Dolby Theatre di Los Angeles, i Vendicatori sono stati ospiti del Jimmy Kimmel Live Show.

Robert Downey Jr., Chris Evans, Mark Ruffalo, Scarlett Johansson, Jeremy Renner e Chris Hemsworth sono stati intervistati dal conduttore e si sono prestati ad una serie di divertenti gag.

Il gruppo si è detto entusiasta di aver avuto l’opportunità di lavorare ancora una volta insieme e si è dimostrato, ancora una volta, più che affiatato (“We are a team!”).

Scarlett Johansson, incinta nel periodo delle riprese, ha ricordato l’imbarazzo di dover vestire la nota tutina attillata della Vedova Nera, e Mark Ruffalo quello di dover indossare il “man-canceling suit” per il suo Hulk (un costume che – come lui ha definito – “ti fa sembrare piccolo dove vorresti sembrare grande e grande dove vorresti sembrare piccolo”).

 

Gli attori hanno commentato divertiti qualche fan art (soprattutto illustrazioni sulla relazione “romantica” tra Hulk e Iron Man e dei sexy Thor e Capitan America) e risposto alle domande dei fan, collegati in diretta con la trasmissione.

I protagonisti di Avengers: Age of Utron hanno poi preso parte ad un’edizione “Avengers” del famoso quiz Family Feud (ha vinto il team Vedova Nera-Iron Man-Thor).

Il film di Josh Wedon, che vede tra i protagonisti anche Samuel L. Jackson, Elizabeth Olsen, Aaron Taylor-Johnson e James Spader, uscirà nelle sale il 22 aprile.

Fonte: Collider

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Il cast di 5 (Cinque) racconta

Preferisce stare in piedi e far accomodare il suo nutrito cast, Francesco Maria Dominedò. Presenta così alla stampa 5 (Cinque), di cui è regista, e che definisce un “fumettone”. Clima rilassato nel gruppo, grande complicità, continui scambi di battute, risate. Tutti presenti i protagonisti, eccetto Alessandro Terzigni. C’è poi il produttore Valter D’Errico e molta parte del cast femminile.

Il cast di 40 secondi sfila sul red carpet della Festa di Roma 2025

Vincenzo Alfieri e il suo cast di giovani attori di 40 secondi hanno sfilato sul tappeto rosso della cavea dell’Auditorium Parco della Musica in occasione della Festa del Cinema di Roma 2025. Con il regista, gli interpreti del film, tra cui Francesco Gheghi e Francesco Di Leva che, dopo la loro fortunata collaborazione in Familia, tornano a condividere lo schermo per un’altra storia terribile, raccontata in maniera magistrale nel film.

40 Secondi è un film del 2025 diretto da Vincenzo Alfieri con Francesco Gheghi, Francesco Di Leva, Enrico Borello, Sergio Rubini, Josafat Vagni, Maurizio Lombardi.

Leggi la nostra recensione di 40 secondi

Un litigio per un semplice equivoco si trasforma in un pestaggio di una violenza inaudita ai danni di Willy Monteiro Duarte, un ragazzo di ventuno anni che, in 40 secondi, viene ucciso.  Ispirato a una storia vera, il film ripercorre le ventiquattro ore che precedono il tragico evento, in cui si intrecciano incontri casuali, rivalità e tensioni latenti: un viaggio attraverso la banalità del male che indaga la natura umana e i suoi condizionamenti.

Il film è prodotto e distribuito da Eagle Pictures, con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo, il patrocinio della Città di Guidonia Montecelio e la concessione del Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia – Parco archeologico Cerite e via degli Inferi.

Il cast de L’industriale assieme a Giuliano Montaldo per raccontarci la crisi

Conferenza stampa affollata alla Casa del Cinema per la presentazione de L’industriale, ultimo lavoro di Giuliano Montaldo, che sarà nelle sale italiane da venerdì 13 gennaio, distribuito in 85 copie. Presenti i protagonisti, Pierfrancesco Favino e Carolina Crescentini, ma anche Elisabetta Piccolomini, Francesco Scianna, Elena Di Cioccio, Gianni Bissaca, lo sceneggiatore Andrea Purgatori, il produttore Angelo Barbagallo, e Paolo Del Brocco di Rai Cinema che coproduce la pellicola e la distribuisce con 01 Distribution.

Montaldo dimostra con questo film che il suo sguardo su quello che avviene in Italia e nel mondo non si è mai affievolito e continua a essere interessante e di forte attualità

Giuliano Montaldo: “Quando abbiamo pensato questo film, un po’ di anni fa, (…) non era così: c’era un mare in burrasca, ma non c’era certamente lo tsunami che adesso ha colpito tutta Europa e non solo. Adesso la situazione è grandemente peggiorata”. Riassume la trama del film (che vede protagonista Favino nei panni di Nicola Ranieri, industriale travolto dalla crisi che rischia di veder fallire l’azienda che ha ereditato, creata dal padre, ex operaio, assieme ai suoi compagni di lavoro. Crisi che diventa presto esistenziale e travolge il suo rapporto con la moglie Laura/Carolina Crescentini, facendo emergere il lato peggiore di lui). Poi torna a parlare di come la realtà oggi vada oltre la finzione e questa crisi sia più difficile da risolvere di tante altre nel passato: “(…) Stiamo leggendo ogni giorno cose terribili. Io continuo a non capire. Leggo sui giornali: oggi hanno bruciato 200 miliardi, ma chi è il piromane? Dov’è il fumo? Perché non arrivano i pompieri? Non lo so.” “Una volta ce la sbrigavamo da soli, era l’Italia, se la zecca ti dava un po’ più di soldi (…), poi magari con qualche piccolo sacrificio, si rimettevano a posto le cose.” Mentre oggi la crisi è europea: “Ma il cerino sta bruciando anche nelle nostre mani, ci stiamo scottando tutti. È chiaro che in un periodo come questo, com’è accaduto al nostro industriale, Ranieri, nel film, accade che le banche chiudono gli sportelli, che gli usurai sono pronti a divorare chi ha bisogno di aiuto.”

A Crescentini e Scianna: cos’ha rappresentato per voi lavorare con un maestro come Montaldo? Come avete lavorato sul personaggio? Cosa vi ha dato? Anche a Favino, parlaci del ruolo di questo industriale.

Carolina Crescentini per questa sua seconda esperienza  con Montaldo parla di “gioia infinita” e aggiunge che “il suo set è assolutamente speciale. C’è una concentrazione, un’ironia, una semplicità che non si trovano facilmente”. Riguardo al suo ruolo spiega: “Il mio personaggio era una donna in crisi, che compiva anche delle azioni sbagliate, perché era confusa.” E sul metodo di lavoro: “Mi sono dovuta far travolgere dalla sua crisi e soprattutto ho dovuto smettere di giudicarla. Infatti, il primo istante è stato di giudizio e non riuscivo a capire alcune azioni: anche questo interesse per Gabriel, in realtà è il risultato della confusione, del provare a essere vista da qualcuno, provare a sentirsi leggera o speciale. Quando ho gettato l’ascia del giudizio siamo entrate in contatto, ed è stato bello. Chiaramente mi ha lasciato con un po’ di bruciature che poi pian piano si sono risanate.”

Entusiasta anche Francesco Scianna, che del lavoro col maestro dice: “La cosa che ho percepito ancora di più lavorando con lui è che la cultura e la conoscenza sono anche leggerezza (…). Essere diretti da un grande maestro è fondamentale, perché riesci a entrare in profondità nel lavoro, nella conoscenza del personaggio, e anche nel gioco di lasciarsi andare all’istinto, ma con la sicurezza (…) che dietro la macchina da presa c’è una figura che conosce bene i meccanismi dell’interpretazione e del racconto” Questo, dice,  “è un regalo bellissimo” ricevuto da parte di Montaldo. Riguardo al personaggio: “E’ stato bello per me perché è nuovo rispetto a quelli che ho interpretato finora” soprattutto, aggiunge, è stato bello poter “lavorare su un personaggio doppio, che fa i propri interessi a discapito del suo cliente. (…) Non lo stimo come professionista, però non l’ho giudicato mentre lavoravo, semplicemente mi ci sono abbandonato”

Pierfrancesco Favino: “Io sono stato rapito da Giuliano il giorno in cui, incontrandolo a casa sua, dopo aver iniziato a parlare del film (…) e a un certo punto mi offre un caffè  – che fa lui e di cui è orgogliosissimo (…), è il nostro Clooney… – mi porta nel bagno di servizio e mi dice: ‘Alla fine del nostro lavoro, tu finirai qui’. Perché lui ha tutte le sue locandine in bagno, e questo la dice lunghissima sulla leggerezza e la serietà di cui parlava prima anche Francesco. Io sono stato rapito da questa cosa qua e sono molto, molto orgoglioso, per chiunque di voi che avrà occasione di mingere in casa Montaldo, di trovare il mio faccione lì.”   

Questo film ci riporta alla tradizione del grande cinema italiano di racconto della nostra società, di denuncia, che ci fa pensare ai toni di Una vita difficile, o altri grandi film. Perché in Italia per così tanto tempo non abbiamo avuto cinema di questo tipo? Quanto è difficile realizzarlo? Potrebbe tornare ora? Una considerazione sul “cinema della crisi”, che è anche, come in questo film, crisi esistenziale: cosa succede alle persone nella crisi?

G.M.: “Di crisi ne ho viste tante” Racconta, specie nel cinema, dove già si parlava di crisi ai tempi dei suoi inizi come attore, nel 1950. Ma, “il cinema italiano ce l’ha fatta, ha superato molte crisi, si è inventato di tutto, s’è inventato il western all’italiana, ha inventato i film che Tarantino considera dei capolavori”. Tuttavia, dei problemi pratici si pongono, come quello di trovare produttori e distributori disponibili ad investire in progetti di questo tipo. E a tal proposito Montaldo dice: “Dobbiamo dire grazie (…) a Rai Cinema e a 01 Distribution che tiene alta questo tipo di qualità, devo dire grazie a un produttore come il mio amico Angelo Barbagallo, che ha detto sì subito ad un’impresa che all’inizio poteva essere disperante.” E ricorda come non fosse facile neanche in passato: “C’ho sempre messo tre, quattro anni a convincere qualcuno a fare dei film” Anche per Sacco e Vanzetti, a proposito del quale, racconta, qualcuno che non voleva produrlo disse: “Che è ‘na ditta de import-export? (…)”. Rivendica poi le sue scelte ribadendo: “Ho scelto imprese difficili, però volevo raccontare la mia insofferenza per l’intolleranza, l’ho raccontata con questi film”.

Ci metti un po’ per fare i film, quindi non potevi avere già in tasca tutto quello che è successo negli ultimi anni (per esempio Pierfrancesco sembra uno di quegli imprenditori che si sono suicidati ultimamente). Come sei andato a pescare qualcosa che non era ancora successo, come l’hai trovato?

G. M. “Nel film c’è una scena con una fabbrica occupata (…). Volevamo cercare una fabbrica occupata vera (…) a Pinerolo, ma di andare nelle fabbriche dismesse, occupate o in crisi non ce la siamo sentita, allora chiedemmo l’autorizzazione ad una fabbrica in funzione, una delle poche a Pinerolo che aveva un grande successo. Nella notte il nostro (…) scenografo (Frigeri), si mise a lavoro, mettendo striscioni (….), fotografie dei figli, scegliendo gli operai uno per uno, truccati eccetera … E’ scoppiato un casino che non immaginate: la gente è arrivata, gruppi di persone disperate (…). Abbiamo dovuto dire: è cinema. Questo accade quando la finzione diventa realtà. La crisi c’è. È profonda ed è drammatica: quel giorno abbiamo dovuto quasi abbracciare persona per persona, per rassicurarli che i familiari fossero dentro a lavorare”.

A Pierfrancesco, una  considerazione “critica”: hai fatto Cosa voglio di più e L’industriale, che secondo me hanno tantissimo a che vedere l’uno con l’altro, perché entrambi raccontano la precarietà di un mondo come il nostro, il momento di difficoltà che poi si tramuta in una precarietà sentimentale assoluta. Mi faceva piacere una tua riflessione su questo.

P. F. “Io di mestiere faccio l’attore e quello che le storie raccontano è quello che capita alle persone (…). Sicuramente siamo colpiti contemporaneamente nelle tasche ma forse più gravemente, almeno dal mio punto di vista forse un po’ ideologico, nella nostra emotività. E questo è quello di cui non si parla mai, fino a quando non si arriva ai gesti di cui si parlava prima.” E a proposito di questo ritardo nell’affrontare certi temi, ricorda che già nelle cronache di cinque anni fa c’erano casi di imprenditori, fabbriche e lavoratori in difficoltà. ma in quanto attore, afferma di non essere interessato “alla storicizzazione o alla politicizzazione degli eventi” “A me interessa sapere che cosa accade ad un uomo. In questo caso, o nel caso di Cosa voglio di più, accade che [la situazione economica e sociale] influisce enormemente su quello che puoi sentire, addirittura su quello che tu puoi permetterti, in alcuni casi, di sentire.” Ma sottolinea anche come a risentire di questa crisi, di questa precarietà, non siano solo i quarantacinquenni come Nicola, protagonista del film: “Trovo che si parli sempre poco di quello che succede tra i 18 e i 25 anni, quando le persone si iniziano a formare un’identità attraverso il lavoro”. “Dal punto di vista propulsivo per una società, togliere a (…) questi ragazzi la possibilità di sentirsi integrati (…) è molto grave, (…) e le conseguenze si raccolgono dopo”. Descrive poi il personaggio di Nicola come “un uomo che (…) usa una virtù nel lavoro, che è la sua tenacia. La stessa virtù nel lavoro, nell’ambito familiare, pratico, diventa il suo difetto, la sua condanna.” E aggiunge: “Ora, una riflessione su quello che è significato in questi ultimi vent’anni l’aggressività, l’arroganza come aspetto vincente dell’essere umano, in particolare maschile, (…) secondo me va fatta. Credo che sotto questo film ci sia tutto questo, e che sia meravigliosamente lasciato dall’intelligenza di Giuliano e di Andrea (Purgatori ndr) a una deriva di fiction.” E su un aspetto fondamentale del personaggio di Nicola, la solitudine, precisa: “Una emozione che sente moltissimo chi si trova in una situazione del genere, è la solitudine, è il fatto di pensare che il mondo gli si rivolti contro, solo a lui. Vedere rappresentato in un film questo, è qualcosa che non dico dia speranza, ma ti fa pensare che non sei solo,  perché quando hai i debiti, pensi che (…) ci sia una scatola che ti si sta chiudendo intorno e nessuno lo capisce, che sei solo, che sei abbandonato a te stesso.”, rivendicando anche l’utilità del cinema in questo senso: “Vedere tutto ciò rappresentato in un film, ora che sembra che si possa parlare di crisi, (…) credo che abbia un valore molto importante. (…) Secondo me, fa bene, perché ti fa capire che ci sono altri nella tua stessa condizione. Negarlo e dire: il pubblico vuole ridere e basta, secondo me è sbagliato”.

Andrea Purgatori: “(…) Io venerdì sarei molto felice se Passera e Monti andassero all’Adriano a vedere questo film, perché se è vero che il cinema italiano riesce o riprova a raccontare questo paese, è anche vero che chi guida questo paese forse può avere un punto di vista, una intuizione, un suggerimento, una suggestione da una storia che, pur essendo di cinema, può aiutarli ad avere uno sguardo più ampio di quello che si può avere all’interno di una stanza, per quanto possa essere grande la stanza di Palazzo Chigi. Mi auguro che Monti e Passera vadano a vedere questo film anche per un altro motivo: (…) domenica Monti è andato da Fazio (Fabio Fazio, conduttore di Che tempo che fa ndr), riconoscendo in qualche modo al servizio pubblico la capacità di poter spiegare ciò che la politica in questo momento drammatico sta facendo, dando alla televisione pubblica un riconoscimento di elemento strategico, fondamentale nella vita di un paese. Se vanno al cinema a vedere questo film, ma non solo questo, forse danno anche al cinema un riconoscimento di elemento strategico nella conservazione, nello sviluppo e nel mantenimento della cultura italiana,  e della nostra capacità di raccontare”.

Com’è nata l’idea di questo “quasi bianco e nero”, di raccontare questa storia con questo stile che le dà una drammaticità, una forza particolare?

G. M.: “Normalmente, finita la sceneggiatura, faccio degli appunti (…), un’analisi di quello che è scritto in sceneggiatura per dare ai collaboratori degli elementi ulteriori. (…) Tra i primi appunti c’era scritto: ‘Questo film io lo penso, lo vedo, lo sogno in bianco e nero. So che è una provocazione, che sarà molto difficile arrivarci, ma non riesco a immaginarlo che così (…), una storia che non ha colore, il colore è fuori scena’. Devo dire che, quando il direttore della fotografia Arnaldo Catinari mi ha portato a Cinecittà, mi ha detto: ho una sorpresa per te (…. E mi ha cominciato a far vedere queste immagini desaturate con questa nuova tecnologia (…). È cominciato lì il passaggio. (…) Quando anche il nostro produttore è venuto a vedere questo esperimento, l’ho visto subito aderire, come anche Rai Cinema, a questa idea.” Mentre, riguardo a personaggi come il banchiere presente nel film (interpretato da Roberto Alpi), che approfittano delle disgrazie altrui per fare profitti, dice senza mezzi termini: “Ma che sciacalli!”, e aggiunge: “Non si deve dire: approfitti di chi è in mezzo ai guai, così lei fa un affare. È sciacallaggio. Come si chiama? Portatemi altri nomi e io sarò felice di ascoltarli.”

Il contrasto “caldo-freddo” di cui si parla nelle note di regia, e che emerge durante tutto il film, è anche legato al concetto di vergogna? Come avete lavorato a questo aspetto e in generale alla sceneggiatura per arrivare a un risultato così buono?

A.P.: “Innanzitutto, Giuliano Montaldo, grande autore del nostro cinema, è (…) tra i pochi che hanno profondo rispetto per la scrittura di un film. (…) Non solo ha rispetto per chi scrive il film, ma ha anche la capacità e la lungimiranza di capire che se non si fa imprigionare dall’essere semplicemente coautore della sceneggiatura, può accettare di andare molto oltre e di migliorarla. Questa è una qualità rara nel nostro cinema, dove invece stranamente, ci si sente autori solo se si fa tutto: si scrive, si gira ecc … Questo secondo me è un primo elemento importante, perché quando abbiamo scritto, Giuliano è stato sempre molto attento negli stimoli e molto capace di aiutarmi all’interno delle scene, a tirare fuori quel caldo e freddo ogni volta che ce n’era bisogno, perché mentre io scrivevo lui stava già lavorando con la testa per cercare di capire come interpretare e andare oltre la sceneggiatura. Questa è stata un po’ la chiave.” Inoltre, sempre sull’elaborazione di soggetto e sceneggiatura: “Questa crisi non la scopriamo nella tragicità di oggi, è una crisi che si vedeva benissimo anche due o tre anni fa. In questo naturalmente c’è l’intuizione che ha avuto Giuliano insieme a Vera, di immaginare un soggetto da calare dentro questa crisi, e poi c’è il lavoro fatto per cercare di mettere in scena una realtà: quella delle banche, dello strozzinaggio (…), la solitudine (…). Abbiamo parlato dei suicidi e abbiamo cercato, ovunque era possibile, di inserire tutti quegli elementi che oggi incredibilmente fanno sì che questo film sembri scritto e girato stamattina.”

“Caldo e freddo io l’ho subito durante le riprese”, scherza Montaldo. Ma poi torna serio e loda tutti i suoi collaboratori: “Un copione è come un bello spartito, parte da un’idea (…). Se nel golfo mistico ci sono dei bravissimi collaboratori (lo scenografo, il direttore della fotografia, il collaboratore alla regia, l’aiuto, il montatore e (…) dei bravi cantanti, ergo attori, (…) il regista-direttore d’orchestra basta che faccia così” e fa il gesto di dirigere l’orchestra col braccio “ (…) Se hai fatto queste buone scelte, un passo avanti l’hai già fatto.” È questo il motivo, spiega, per cui scrive: “regia di”, anziché “film di”, “Perché il film non è mio, è nostro.”

Volevamo sentire due parole anche dalle due donne borghesi e dall’operaio …
Gianni Bissaca: “(…) Saverio è un personaggio piccolo ma interessante, perché mi ha un po’ ricordato quando a Torino è morto l’avvocato (…): c’era una gran folla ai funerali (…). Tra gli altri, c’erano molti operai della Fiom (…). Non credo che andassero ai funerali dell’avvocato per una sorta di piaggeria o perché era morto il re. C’era davvero qualcosa che legava tutto il mondo del lavoro e che forse oggi non lo lega più. Questo film lo racconta molto bene.”

Elisabetta Piccolomini dice del suo personaggio: “C’è un’ottusità in questa mamma ricca”, e afferma con ironia e schiettezza: “Sono andata a scuola di stronzaggine per fare questo film”

Elena Di Cioccio: “Qualcuno mi ha detto: questa è l’esperienza più bella, più accogliente che ti potrà mai capitare su un set, ed effettivamente è stato così”. E racconta come nel suo rapporto con Carolina Crescentini set e vita reale si siano intrecciati, dando vita a una vera amicizia : “Come sua amica, ho vissuto tutto il suo lavoro, anche emotivo, sul personaggio. L’amica sta al fianco, sa tutto, conosce, vede prima, se ne accorge, vive di riflesso ciò che vive la protagonista. L’abbiamo vissuto, e soprattutto lei me lo ha fatto vivere.”

Non pensate che la crisi privata del personaggi prenda un po’ il sopravvento sulla crisi dell’industriale?

G. M. “Abbiamo pensato che queste crisi irrompano in maniera terrificante all’interno delle case, perché abbiamo letto di persone che sono morte, non solo dentro, come sta per morire lui (Favino/Ranieri), ma si sono suicidate, anzi pare che siano arrivati ad un numero terrificante, soprattutto nel Nord-est”. Nel film però, non ci si concentra sulla morte fisica, ma su “la morte dell’amore, ferito in maniera terrificante dall’orgoglio di Nicola e dal suo desiderio di farcela da solo (…).”

Qui la crisi viene vista per la prima volta dal punto di vista dell’industriale. Potrebbe accadere secondo lei  che operai e industriali si unissero per combattere la crisi?

G. M. “Credo che nelle piccole aziende (…) questo possa accadere e accada. Normalmente il cinema, anche i miei colleghi più illustri, non hanno fatto molti film sulla classe operaia. (…) A parte Petri, Monicelli (…). È come se ci fosse un pudore da parte nostra: di raccontare un mondo e non raccontarlo come protagonista (…), con la passione e con l’attenzione di chi lo conosce bene (…).”

Chiudono l’incontro gli interventi di Paolo Del Brocco di Rai Cinema e di Angelo Barbagallo.

Paolo Del Brocco: “(…) Questo è un film perfetto dal punto di vista di Rai Cinema (…), perché racconta (…) la nostra società. Anzi, addirittura forse l’ha anticipata, perche quando il film è stato pensato e realizzato, sì, c’erano i segnali, ma forse non eravamo a questo punto. Quindi è perfetto per quello che deve fare, in molti casi, una società del servizio pubblico: intercettare la società, rappresentarla, raccontare quello che accade, non solo con storie che (…) raccontino il generale, ma che partano dal particolare, dalla vita di un uomo e da quello che prova una famiglia rispetto a una situazione che ha un impatto sociale fortissimo.”

Angelo Barbagallo: “(…) Per tutti quelli che fanno questo mestiere è importante che Rai e Rai Cinema continuino a produrre e a finanziare questi film, perché  è l’unico modo per farli. (…) Riguardo al fatto che non se ne vedono tanti di film così, che un film come questo è un po’ un ritorno, anche a me ha fatto particolarmente piacere partecipare a questo ritorno”. “Non sono moltissimi gli esempi di cinema così riuscito su questi temi. (…) Abbiamo attraversato tutto il periodo del cinema politico, che era noiosissimo (…). Questo film, pur raccontando una storia così drammatica, è un piacere vederlo, perché è cinema in una forma classica (…), molto ben interpretato e molto ben diretto da Giuliano. Lavorare con lui è stato piacevolissimo (…), verificare la sua passione, vivacità, che mi fanno sperare che ci sia un seguito.”

Il cast de Il Signore degli Anelli rende omaggio a Bernard Hill

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Il cast de Il Signore degli Anelli rende omaggio a Bernard Hill

Alcuni membri del cast di Il Signore degli Anelli hanno offerto diversi commoventi omaggi all’attore Bernard Hill, morto domenica all’età di 79 anni. Elijah Wood, Billy Boyd, Dominic Monaghan e Sean Astin – che hanno interpretato gli hobbit nei tre film campione d’incassi di Peter Jackson – lo hanno infatti onorato durante un evento del Comic Con a Liverpool. Nella trilogia, Hill ha interpretato il severo e regale Re Théoden, che ha aiutato a guidare gli eroi della saga alla vittoria durante la battaglia del Fosso di Helm ne Le due torri del 2002 e poi di nuovo nella Battaglia dei Campi del Pelennor ne Il ritorno del re del 2003.

Vogliamo solo prenderci un momento, prima di scendere da questo palco, per onorarlo”, ha detto Astin ai fan presenti all’evento. “Avrebbe dovuto essere qui oggi. Gli vogliamo bene. Era intrepido, era divertente, era burbero, era irascibile, era bellissimo”. “Stavamo guardando i film e ne parlavamo”, ha detto Boyd. “E io ho detto [agli altri]: ‘Non credo che nessuno abbia parlato delle parole di Tolkien così bene come ha fatto Bernard’. Il modo in cui ha fondato quelle parole sul realismo. Mi avrebbe spezzato il cuore. Era un uomo meraviglioso e ci mancherà molto”.

Morto Bernard Hill, addio a Re Theoden de Il Signore degli Anelli

Più tardi, Wood ha postato su X: “Non ti dimenticheremo mai”, aggiungendo poi una citazione di Tolkien: “Perché era un cuore gentile e un grande re e ha mantenuto i suoi giuramenti; e si è levato dalle ombre verso un ultimo bel mattino”. Monaghan ha invece postato su Instagram: “Il Re spezzato è passato ai paradisi grigi, ma sarà sempre ricordato”.

Il cassetto segreto, recensione del film di Costanza Quatriglio

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Il cassetto segreto, recensione del film di Costanza Quatriglio

Il cassetto segreto, diretto da Costanza Quatriglio, è un’opera documentaristica che fonde memoria personale e memoria collettiva in un intenso viaggio attraverso la storia e la cultura della Sicilia, dell’Italia e del mondo. Il film prende forma dall’imponente lavoro di catalogazione e donazione dell’archivio del padre della regista, Giuseppe Quatriglio, giornalista di fama storica e figura centrale nel panorama culturale siciliano.

Il cassetto segreto, la nascita del progetto

“La scoperta di oltre 60.000 negativi fotografici scattati da mio padre dal 1947 in poi, decine di bobine 8mm e centinaia di ore di registrazioni sonore, mi ha fatto comprendere che avevo la possibilità straordinaria di realizzare un film che ponesse al centro un intreccio di vicende e vite vissute che riverberano nella storia di noi tutti – ha dichiarato la regista Costanza QuatriglioCosì la casa dove sono cresciuta è divenuta il set per un racconto personale e articolato che si dipana dalle sue mura per abbracciare la Sicilia, l’Europa e il mondo, in un secolo di storia.”.

La Sicilia, il mondo, una casa, una biblioteca. Nel gennaio 2022 Costanza Quatriglio torna nella casa dov’è cresciuta, chiusa da tempo, e apre le porte ad archivisti e bibliotecari per donare alla Regione Sicilia l’universo di conoscenza appartenuto al padre giornalista. È la biblioteca e l’archivio di Giuseppe Quatriglio, firma storica del Giornale di Sicilia e di altre importanti testate, scrittore, saggista e amico di uomini di cultura del Novecento. Comincia così un viaggio sentimentale attraverso fotografie, bobine 8mm, registrazioni sonore realizzate dal padre dagli anni ‘40 in poi in Europa e nel mondo, e le riprese effettuate dalla regista tra il 2010 e il 2011 con lui quasi novantenne. La memoria personale e la memoria collettiva si mescolano in un fitto dialogo tra presenza e assenza, dove il punto di osservazione diventano Palermo e la Sicilia.

Aprire, sfogliare, catalogare, scoprire

Il documentario si apre con una registrazione del padre della regista che la apostrofa, fintamente risentito, dicendole che è andata ad aprire proprio “quei cassetti segreti”, ovvero quegli archivi personali che daranno poi inizio alla storia, che si rivelerà ricchissima, densa e soprattutto universale. All’inizio del racconto, Costanza/personaggio/voce narrante ritorna nella casa in cui è cresciuta, chiusa da tempo, per dare inizio al processo di donazione dell’archivio del padre alla Regione Sicilia. Il gesto di aprire, sfogliare, catalogare il lavoro di una vita di suo padre dà inizio a un viaggio sentimentale attraverso fotografie, registrazioni sonore, bobine 8mm e altre testimonianze del lavoro e della vita di Giuseppe Quatriglio. Attraverso questo viaggio, il film esplora non solo la vita del giornalista, ma anche la storia e la cultura della Sicilia, offrendo uno sguardo intimo e toccante sulla memoria collettiva dell’isola.

Uno degli strumenti più efficaci nelle mani di Quatriglio è senza dubbio il montaggio che utilizza con destrezza per creare un flusso narrativo coerente, accompagnando lo spettatore in un viaggio emotivo attraverso le varie tappe della vita e della carriera di Giuseppe Quatriglio. Il documentario offre infatti uno sguardo unico sulla storia del Novecento, dai momenti di gioia e di celebrazione ai periodi più bui e tumultuosi.

Un racconto personale che diventa universale

A questo aspetto, che mette in evidenza la componente pubblica e collettiva del racconto, la regista alterna l’auto-rappresentazione di sé nel gesto di aprire, sfogliare, ascoltare, guardare, leggere. Immersa nelle carte paterne, Quatriglio diventa Costanza che ascolta i suoi vagiti, guarda le sue foto, ricostruisce i momenti in cui lei, bimba, posava per i famosi artisti che frequentavano la sua casa.

In questo perfetto equilibrio tra le parti, Il cassetto segreto è sì un omaggio commovente a papà Giuseppe, ma anche una testimonianza dell’intellettuale Quatriglio e del suo lascito in termini di osservazione e contributo alla siciliana e italiana. Attraverso le parole e le immagini lasciate dall’uomo, il film celebra il suo spirito avventuroso, la sua passione per il giornalismo e la sua dedizione alla memoria e alla storia.

Il caso Yara: la recensione della docuserie crime di Netflix

Il caso Yara: la recensione della docuserie crime di Netflix

Il buio, un’angosciante musica in sottofondo e poi il suono di una registrazione che sta per iniziare. Sullo schermo appare un vecchio video un po’ tremolante della piccola Yara, felice e concentrata nel suo luccicante body nero, durante una delle sue esibizioni di ginnastica ritmica. Un filmato tanto caro e nostalgico si chiude catturando la bellezza della giovane in un salto dolce, sinuoso e tenero, impressa così danzante per sempre. È con questa nostalgica scena che inizia il primo episodio de Il Caso Yara: Oltre Ogni Ragionevole Dubbio, la docuserie in cinque parti (di circa 50 min ciascuna) che ripercorre uno dei casi di cronaca nera più oscuri e divisivi degli ultimi anni in Italia.

La serie è sviluppata e diretta da Gianluca Neri (autore di SanPa), scritta da Carlo G. Gabardini, Gianluca Neri ed Elena Grillone, e prodotta da Quarantadue. Disponibile dal 16 luglio su Netflix, Il Caso Yara sarà visibile anche su Sky Glass, Sky Q e tramite app su NOW Smart Stick.

La tragica storia di Yara

“La sera del 26 novembre 2010, a Brembate Sopra (Bergamo), Yara Gambirasio esce da casa sua, in via Rampinelli, per andare in palestra, a circa 800 metri di distanza,” racconta il giornalista Vittorio Attanà, che da anni segue il dramma della famiglia Gambirasio. Yara aveva solo 13 anni quando quella sera scomparve nel nulla dopo essersi recata nella palestra vicino casa per i suoi allenamenti. La misteriosa vicenda sconvolse profondamente non solo la comunità bergamasca, ma l’intera Italia. Per settimane e mesi ci si chiese dove fosse Yara, se fosse scappata di sua volontà o fosse stata rapita, quale fosse il motivo del rapimento e se fosse ancora viva. La risposta a quest’ultima domanda arrivò troppo tardi, il 26 febbraio 2011, quando il suo corpo fu ritrovato senza vita in un campo aperto a Chignolo d’Isola.

Il caso Yara: Oltre ogni ragionevole dubbio - Immagine di Netflix
Il caso Yara: Oltre ogni ragionevole dubbio | Immagine di Netflix

La prima pista investigativa dopo la scomparsa di Yara portò l’attenzione delle forze dell’ordine su Mohammed Fikri, un operaio marocchino di 22 anni impiegato nel cantiere edile di Mapello. “Il colpevole perfetto,” spiega Attanà. “Straniero, ha lavorato di notte al cantiere, stava per partire, e ha detto delle frasi che sembravano riferirsi a un’uccisione…”. Così, il 5 dicembre 2010, Fikri fu arrestato a bordo di una nave diretta a Tangeri e indagato per la sparizione della tredicenne. Tuttavia, l’accusa, basata su un’intercettazione telefonica in arabo erroneamente tradotta, presto cadde e iniziò una nuova caccia all’assassino.

Nei mesi successivi al ritrovamento, il proseguimento delle indagini dipese principalmente dalla polizia scientifica: il corpo e gli indumenti di Yara furono attentamente analizzati per settimane. Da queste analisi emersero tracce di microparticelle metalliche, tipiche degli ambienti edilizi, e un DNA maschile sugli slip e sui leggings indossati dalla giovane. A ciò si aggiunse la scoperta di un furgone bianco, ripreso da alcune videocamere, che si aggirava nei pressi della palestra il giorno della scomparsa di Yara. Tutti questi elementi portarono a identificare un “Ignoto 1”, che successivamente si rivelò essere (con non poche incertezze) il muratore 44enne Massimo Bossetti. Quest’ultimo fu arrestato il 16 giugno 2014 con l’accusa di rapimento e omicidio. Tuttavia, ciò che sembrava la conclusione del caso si rivelò essere solo l’inizio di una nuova e complessa rete di indagini e questioni irrisolte.

Oltre ogni ragionevole dubbio

Dopo il film Yara di Marco Tullio Giordana, la docuserie di Gianluca Neri è il secondo prodotto Netflix a riportare l’attenzione su questa drammatica parentesi della giustizia italiana, ancora irrisolta. Attraverso le testimonianze di numerosi giornalisti, avvocati e professionisti che parteciparono alle indagini, nonché tramite ricostruzioni, interviste esclusive, video e audio inediti, Gianluca Neri tenta di ripercorrere cronologicamente il misterioso e controverso caso che culmina con l’ergastolo, tuttora molto discusso, di Massimo Bossetti.

Il caso Yara oltre ogni ragionevole dubbio - In foto Massimo Bossetti
Il caso Yara: Oltre ogni ragionevole dubbio | In foto Massimo Bossetti

Per il suo scrupoloso lavoro di documentazione, Il Caso Yara si annovera tra i progetti italiani di cronaca nera più ambiziosi di sempre. Il lavoro di documentazione della serie iniziò nel 2017, delineando una prima struttura narrativa nel 2021. L’originalità e l’accuratezza della serie non derivano solo dall’approfondito studio di ricerca. Neri, nel tentativo di dipingere un quadro ampio e preciso, affronta con cura anche le accuse di depistaggio e i sospetti sui metodi investigativi, che hanno sollevato (e sollevano) dubbi sulla giustizia italiana. Inoltre, ne Il Caso Yara viene data per la prima volta la parola a Bossetti – che si è sempre professato innocente – e a sua moglie Marita. Il sottotitolo “Oltre ogni ragionevole dubbio” lancia una forte provocazione, dando voce alle inesauribili perplessità legate agli esiti giudiziari del caso, soprattutto alla tormentata domanda: Massimo Bossetti è davvero l’assassino di Yara Gambirasio?

“La scienza è infallibile, ma gli uomini che la praticano non lo sono”

Nonostante una narrazione a tratti confusa e complessa, dovuta soprattutto alla continua oscillazione tra diversi archi temporali, Il Caso Yara trasporta il pubblico in un momento ancora impresso con dolore nella mente degli italiani. Qui, Neri non si limita a ricostruire i fatti, ma si impegna a indagare sui possibili errori commessi durante le indagini e i processi, e su tutti quei dubbi e incongruenze che sono stati marginalizzati ma mai risolti. Inoltre, l’esplorazione del ruolo dei media nel plasmare e influenzare l’opinione pubblica è affrontata in più episodi, con l’intento di analizzare l’intero fenomeno sociale scaturito da questo tragico evento di cronaca nera.

Con una regia efficace e una intensa colonna sonora in sottofondo che contribuisce a creare un’atmosfera di forte angoscia e suspense, Il Caso Yara si propone quindi non solo come un resoconto dettagliato di una delle inchieste più grandi e tragiche del panorama italiano, ma anche come una stimolante discussione che, con occhio attento e critico, invita il pubblico a riflettere sulla complessità, la corruzione e le lacune del sistema giudiziario italiano.

Il caso Thomas Crawford: la spiegazione del finale del film

Il caso Thomas Crawford: la spiegazione del finale del film

I cosiddetti legal thriller sono certamente una delle sottocategorie più affascinanti di quel vasto e sfaccettato genere che è il thriller. Numerosi sono i titoli che nel corso degli anni hanno fatto la fortuna di questo, portando le storie di avvocati, processi o questioni legate al mondo giudiziario a ritagliarsi il proprio posto di rilievo nel mercato cinematografico. Titoli come Il rapporto Pelican, Michael Clayton e Il cliente sono solo alcuni dei titoli più famosi. Tra questi si annovera anche Il caso Thomas Crawford, diretto nel 2007 da Gregory Hoblit, esperto del genere, da lui affrontato con film come Schegge di paura e Sotto corte marziale.

Quello scritto da Daniel Pyne e Glenn Gers si distingue però per un acceso gioco tra il sospettato e l’avvocato che si occupa del caso. Ne nasce un film che va a costruire così una fitta rete di indizi, depistaggi, accuse e confessioni, basando il tutto su una serie di cavilli legali a cui il protagonista fa fede. Il grande ingranaggio del racconto porta dunque lo spettatore a stare con il fiato sospeso fino all’ultimo, cercando una soluzione che si rivelerà però più complessa e imprevedibile che mai. Acclamato da critica e pubblico, Il caso di Thomas Crawford è stato uno dei thriller di maggior successo del suo anno.

A fronte di un budget di 10 milioni di dollari, questo è arrivato a guadagnarne ben 92 in tutto il mondo. Ancora oggi, a distanza di più di un decennio, è celebrato come un film particolarmente solido nel suo genere. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a Il caso Thomas Crawford. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alla spiegazione del finale. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Il caso Thomas Crawford trama film
Anthony Hopkins in Il caso Thomas Crawford. © 2007 Warner Home Video. All rights Reserved.

La trama e il cast di Il caso Thomas Crawford

Protagonista del film è Thomas Crawford, un brillante ingegnere aeronautico che viene arrestato per il tentato omicidio della moglie Jennifer, la quale aveva una relazione con il poliziotto Robert Nunally. Ad occuparsi del caso arriva il giovane assistente distrettuale Willy Beachum, che è in procinto di essere assunto presso un prestigioso studio legale. Quello che doveva essere un caso semplice e da chiudere in breve tempo si rivela però particolarmente ostico nel momento in cui le prove contro Crawford iniziano a decadere. Ormai ossessionato dal caso, spetterà a Willy scoprire cosa è realmente accaduto e incastrare il vero colpevole.

 

Ad interpretare il controverso personaggio di Thomas Crawford, vi è il premio Oscar Anthony Hopkins. L’attore, interessatosi al ruolo per la sua ambiguità, accettò con piacere di dar vita a quest’uomo che gioca con le aspettative e i difetti di quanti gli stanno intorno. Nei panni di sua moglie Jennifer, invece, vi è l’attrice Embeth Davidtz, mentre il poliziotto Robert Nunally, con cui lei ha una relazione, è interpretato da Billy Burke, noto per essere stato il padre di Bella Swan nella saga di Twilight. Nel film sono poi presenti anche gli attori Fiona Shaw e Bob Gunton nel ruolo dei giudici Robinson e Gardner. Xander Berkeley è invece il giudice Moran.

Nei panni del giovane ma tenace Willy Beachum vi è invece l’attore Ryan Gosling, oggi noto per i film La La Land e Barbie. Per ottenere il ruolo, egli ha battuto diversi noti attori concorrenti, tra cui anche Chris Evans, poi diventato popolare nei panni di Captain America. Per prepararsi al ruolo, Gosling ha poi avuto modo di incontrare veri avvocati, da cui poter apprendere gli elementi basilari utili per una vicenda come quella narrata nel film. Accanto a lui, nei panni di Nikki Gardner, l’avvocato che vorrebbe Willy nel suo studio legale, vi è l’attrice Rosamund Pike, poi diventata celebre grazie al film Gone Girl. Infine, Zoe Kazan, celebre per la commedia The Big Sick, è qui Mona.

Il caso Thomas Crawford cast

La spiegazione del finale di Il caso Thomas Crawford

Il caso Thomas Crawford si basa interamente sul duello tra Crawford e l’assistente del procuratore Willy Beachum. Nonostante l’iniziale assoluzione di Crawford, Beachum è irremovibile nel voler dimostrare la sua colpevolezza. Intraprendendo delle proprie ricerche, scopre che Crawford ha architettato curato sino al minimo dettaglio. Ha iniziato con lo scambiare la propria arma con quella dell’investigatore Robert Nunally, utilizzando quest’ultima per ferire gravemente la moglie. Dopo aver fatto ciò, Crawford effettua un nuovo scambio mentre il detective Nunally era impegnato a soccorrere l’amante. Così facendo fa apparire la sua pistola inutilizzata e pone in crisi quanti lo accusano.

Una volta liberato, Crawford assume anche la tutela della moglie da lui volutamente lasciata in coma con il colpo di pistola, acquisendo il diritto di decidere se mantenerla in uno stato di vita artificiale o disporne la morte staccando la spina. Sceglie naturalmente di optare per questa seconda opzione, portando a termine il suo piano e la sua vendetta. È però proprio questa sua scelta a generare una frattura nella quale Beachum riuscirà ad inserirsi, arrivando a smascherare il piano di Crawford. Presentatosi alla sua porta per costringerlo a confessare, cosa che l’uomo fa, sicuro di essere protetto dal principio della doppia incriminazione.

Beachum informa il suo rivale che la morte della donna ha reso possibile la prova balistica sul proiettile trattenuto nella sua testa. Ciò ha consentito il cambiamento del capo d’accusa da tentato omicidio in omicidio, superando così il principio del ne bis in idem. Si tratta di una  locuzione latina che tradotta alla lettera significa “non due volte per la medesima cosa”. Si tratta di un brocardo che esprime un principio del diritto processuale in forza del quale un giudice non può esprimersi due volte sulla stessa azione, se si è già formata la cosa giudicata. Cambiando il capo d’accusa, però, si rende possibile indire un nuovo processo. Crawford viene così arrestato e condannato finalmente per i suoi crimini.

Il caso Thomas Crawford: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Il caso Thomas Crawford è infatti disponibile nel catalogo di Apple TV e Now. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui guardare il titolo. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di sabato 27 aprile alle ore 21:00 sul canale Iris.

Il caso Spotlight: trailer italiano del film con Mark Ruffalo

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Il caso Spotlight: trailer italiano del film con Mark Ruffalo

La Bim Distribution ha messo in rete il primo trailer italiano ufficiale de Il Caso Spotlight, il film che, presentato al Festival di Venezia, ha cominciato una splendida corsa nella stagione dei premi, corsa che lo porterà senza dubbio al Dolby Theatre per gli Academy Awards, gli Oscar 2016.

LEGGI LA RECENSIONE

Scritto e diretto da Thomas McCarthy, Il Caso Spotlight vede protagonisti Nel cast del film figurano Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber, John Slattery, Stanley Tucci, Brian d’Arcy James e Billy Crudup.

Spotlight è un film di denuncia che andrà a gettare luce fra le ombre della chiesa cattolica, in particolar modo analizzerà i casi di pedofilia che nelle ultime decadi sono usciti allo scoperto. La pellicola è ispirata ad una inchiesta portata avanti dal The Boston Globe per oltre un anno, nel corso della quale lo Spotlight Team ha intervistato le vittime degli abusi raccogliendo materiale per oltre mille pagine che portò alle dimissioni del Cardinale Bernard Law, colpevole di aver nascosto per anni una serie di abusi perpretrati da alcuni preti. L’inchiesta, risalente al 2003, fruttò al gruppo di reporter il prestigioso premio Pulitzer.

Il film uscirà in Italia il 18 febbraio 2016.

Il caso Spotlight: recensione del film con Mark Ruffalo

Il caso Spotlight: recensione del film con Mark Ruffalo

In Il caso Spotlight siamo nella primavera del 2001, il disastro delle Torri Gemelle di New York sarebbe purtroppo arrivato a breve, cambiando per sempre la storia contemporanea. Nella redazione del The Boston Globe, storico giornale di Boston per l’appunto, nel Massachussetts, c’è aria di fermento, fra giornalisti che lasciano e nuovi direttori che arrivano. Proprio in questo marasma organizzativo la piccola rubrica Spotlight, interamente dedicata a cronache giudiziarie locali e gestita da soli quattro redattori, ha l’occasione di rimettersi a lucido dopo anni di gloria altalenante.

Alle cronache sembra infatti tornare un caso vecchio di qualche anno ma sempre attuale, delicato e scottante: chiesa, preti pedofili e bambini abusati nella diocesi locale. La sfida è ripescare dal fango tutti i dettagli sommersi, le prove sotterrate, consegnare finalmente giustizia e verità alle vittime degli abusi. Una vicenda ovviamente ostracizzata in passato dalle istituzioni ecclesiastiche, da avvocati corrotti e caporedattori poco audaci, della quale non parleremo in questo articolo per lasciare intatta l’esperienza della sala. Thomas McCarthy, attore, regista e scrittore americano, padrino del capolavoro Pixar Up, dona nuova linfa al cinema d’inchiesta statunitense ripescando una storia tanto vera quanto drammatica.

il caso spotlightParliamo infatti di avvenimenti realmente accaduti, di decine di preti coinvolti e migliaia di giovani vittime, di un’indagine complicata e dall’altissimo valore morale che nel 2003 valse al The Boston Globe il Premio Pulitzer per il servizio reso alla comunità. Su grande schermo il risultato è semplice e sorprendente, poiché tecnicamente parliamo di un’opera lineare, senza tecnicismi superflui, eppure capace di catturare l’attenzione dello spettatore per 127 minuti. Tutto grazie ad una sceneggiatura costruita con piglio autoriale, solida, sempre bilanciata e con dialoghi degni della migliore letteratura di genere, in grado di appassionare senza ricorrere a scorciatoie, a cambi di ritmo repentini, alla spettacolarizzazione della tragedia. Gli argomenti sono infatti trattati nella maniera più delicata possibile, rispettosa sia delle vittime che dei carnefici, spetta al pubblico e alla storia giudicare.

Ovviamente Il caso Spotlight è un film che concentra tutte le sue forze sullo script e sui dialoghi è nulla senza un cast di eccellenza, ed è qui che entrano in gioco – su tutti – Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Michael Keaton. Misurati, profondi, affaticati, trionfanti, con addosso ancora il peso degli anni 90, vederli sullo schermo liberi dalle meccaniche dei grandi blockbuster è un piacere autentico. Accanto a loro anche Stanley Tucci, ancora una volta schiacciato dalla “maledizione” del ruolo marginale, e Liev Schreiber, nei panni dell’editor dallo sguardo di ghiaccio al quale si deve il merito dell’indagine. Per capire come reagirà il Vaticano a oltre dieci anni di distanza dai fatti bisognerà aspettare il 18 febbraio, quando BiM Distribuzione distribuirà Il caso Spotlight nel nostro Paese.

Il caso Spotlight: la storia vera dietro il film premio Oscar

Il caso Spotlight: la storia vera dietro il film premio Oscar

Vincitore dell’Oscar come Miglior Film nel 2016, Il caso Spotlight (Spotlight, 2015) di Tom McCarthy è uno dei più potenti film giornalistici del nuovo millennio. Interpretato da Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Liev Schreiber e Stanley Tucci, racconta la vera inchiesta condotta dal team investigativo del Boston Globe che, nel 2002, portò alla luce decenni di abusi sessuali su minori commessi da sacerdoti cattolici e coperti sistematicamente dall’Arcidiocesi di Boston. Ma quanto c’è di vero nella storia del film?

Una storia vera di giornalismo e coraggio civile

Il caso Spotlight è basato su fatti reali, e segue con estrema fedeltà gli eventi che portarono alla pubblicazione della storica inchiesta del Boston Globe. Tutto iniziò nel luglio del 2001, quando Marty Baron, da poco nominato direttore del giornale, lesse una colonna di Eileen McNamara su alcune cause legali intentate contro un sacerdote accusato di abusi, padre John J. Geoghan. Quando scoprì che i fascicoli giudiziari erano stati sigillati per decisione del tribunale, Baron decise di sfidare la Chiesa di Boston e ottenere la desecretazione dei documenti. Fu la scintilla che accese una delle più importanti inchieste giornalistiche della storia americana.

Sotto la guida di Walter “Robby” Robinson (interpretato da Michael Keaton), la squadra Spotlight iniziò a scavare. I primi risultati furono sconvolgenti: non si trattava di un caso isolato, ma di una rete di coperture sistematiche che per decenni aveva permesso a decine di preti accusati di pedofilia di restare in servizio, spostati di parrocchia in parrocchia per evitare scandali pubblici.

Secondo quanto dichiarato dallo stesso Robinson, il team scoprì circa 250 sacerdoti coinvolti in episodi di abuso, protetti dall’omertà dell’istituzione ecclesiastica e da accordi economici segreti.

Leggi anche la spiegazione del finale di Il caso Spotlight

Le libertà del film e la fedeltà alla realtà

Il regista Tom McCarthy e lo sceneggiatore Josh Singer hanno lavorato a stretto contatto con i veri membri del team Spotlight. Gli eventi, le testimonianze e persino i dialoghi si basano su fonti reali. Le uniche variazioni riguardano piccoli adattamenti funzionali alla narrazione. Ad esempio, nel film è la reporter Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) a intervistare un sacerdote che ammette apertamente gli abusi, mentre nella realtà l’intervista fu condotta dal giornalista Steve Kurkjian. Padre Ronald H. Paquin, realmente esistito, dichiarò:

“Sì, ho fatto delle cose, ma non mi sono mai sentito gratificato, e non ho mai violentato nessuno.”

Una confessione scioccante che, come nel film, mostrò quanto profonda fosse la negazione del crimine da parte di molti religiosi coinvolti. L’inchiesta fu particolarmente difficile anche a causa del potere della Chiesa Cattolica a Boston, allora percepita come un’autorità non solo spirituale ma anche politica. Come ricordò lo stesso Robinson, “bisognava muoversi con estrema cautela, perché la Chiesa aveva un’influenza capillare su tutta la città.”

Le conseguenze reali dell’inchiesta Spotlight

Il 6 gennaio 2002 il Boston Globe pubblicò il primo di una serie di articoli che documentavano l’estensione degli abusi e il ruolo dell’Arcidiocesi nel nasconderli. Nei mesi successivi, centinaia di vittime contattarono la redazione, sentendosi per la prima volta legittimate a raccontare la propria storia. Solo a Boston, oltre 300 nuove testimonianze emersero nel giro di poche settimane.

L’impatto fu enorme: il cardinale Bernard F. Law si dimise nel dicembre 2002, e la Chiesa Cattolica fu costretta a riconoscere pubblicamente l’esistenza di un problema sistemico.
L’anno seguente, nel 2003, il team Spotlight — composto da Walter Robinson, Michael Rezendes, Sacha Pfeiffer e Matt Carroll — ricevette il Premio Pulitzer per il Servizio Pubblico, il massimo riconoscimento giornalistico negli Stati Uniti.

Dopo lo scandalo: la risposta della Chiesa

Quando il film uscì nel 2015, l’Arcidiocesi di Boston, guidata dal cardinale Sean P. O’Malley, accolse il suo arrivo con compostezza. O’Malley definì Spotlight “il racconto di un periodo doloroso”, ma ribadì l’impegno della Chiesa nel perseguire una politica di tolleranza zero verso ogni forma di abuso.

Nonostante ciò, anche lo stesso Marty Baron, oggi tra i giornalisti più rispettati d’America, ha riconosciuto che la Chiesa ha impiegato troppo tempo a istituire un vero sistema di responsabilità per i vescovi che avevano coperto i reati dei propri sacerdoti.

Una lezione di verità e responsabilità

Come sottolineato dal regista Tom McCarthy, l’importanza dell’inchiesta del Boston Globe non fu solo nel rivelare un crimine, ma nel “collegare i puntini”: dimostrare che non si trattava di casi isolati, bensì di un meccanismo di insabbiamento sistematico.

Il caso Spotlight resta, a distanza di anni, un film necessario: un omaggio al potere del giornalismo d’inchiesta e alla forza civile di chi sceglie la verità anche quando è scomoda. La storia vera dietro il film ricorda che la luce della verità, una volta accesa, non può più essere spenta.

Il caso spotlight: in dvd, blu-ray e in vod

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Il caso spotlight: in dvd, blu-ray e in vod

Dopo aver raggiunto i vertici delle prevendite sulle principali piattaforme on demand, Il caso spotlight, di Tom McCarthy, con Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber e Stanley Tucci, vincitore di 2 Premi Oscar – Miglior Film e Migliore Sceneggiatura Originaleè disponibile a noleggio e in vendita da oggi, 30 giugno, in DVD e BLU-RAY e a noleggio su CHILI, GOOGLE PLAY, INFINITY, ITUNES, MEDIASET PREMIUM PLAY, SONY PLAYSTATION STORE, TIMVISION, WUAKI.

LEGGI LA NOSTRA RECENSIONE DEL FILM

Il packaging del DVD e del BLU-RAY rinnova il layout del manifesto cinema, per esaltare la profondità e la forza del film e le straordinarie interpretazioni degli attori. 

Tra gli extra sono disponibili numerose interviste esclusive agli attori, al regista e ai veri protagonisti dell’inchiesta, i giornalisti del Boston Globe. Contenuti fondamentali che arricchiranno l’esperienza della visione con sorprendenti retroscena. 

Il caso spotlight: in dvd, blu-ray e in vod

IL CASO SPOTLIGHT racconta la storia del team Spotlight, la redazione di giornalisti investigativi del Boston Globe, che nel 2002 sconvolse il mondo intero rivelando la copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali su minori, commessi da oltre 70 sacerdoti nella sola Boston. L’inchiesta valse al team Spotlight il Premio Pulitzer.

Il caso Spotlight: 10 cose che non sai sul film

Il caso Spotlight: 10 cose che non sai sul film

Il caso Spotlight è uno dei maggior film d’inchiesta degli ultimi anni. Un film in grado di riportare a galla l’indagine giornalistica, svolta dal Boston Globe nel 2002, che cercava di approfondire la questione degli abusi sessuali clericali.

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2015, questo film ha avuto moltissimi riscontri positivi in tutto il mondo, vincendo anche l’Oscar come Miglior Film e Migliore Sceneggiatura Originale.

Ecco dieci cose da sapere su Il caso Spotlight.

Il caso Spotlight film

il caso spotlight

1. Un grande set per dare vita al Boston Globe. Durante un’intervista alla National Public Radio, dal nome di Fresh Air, il regista Tom McCarthy ha rivelato che era stato realizzato un set enorme per poter rappresentare molti degli uffici del Boston Globe, dove si svolgono le parti della storia. Molti dei giornalisti rappresentati nel film, una volta visto il set, si sono anche messi ad organizzare gli oggetti su quelle che erano le loro scrivanie.

2. Ha puntato una luce sul giornalismo d’inchiesta. Il vero Walter Robinson ha rivelato che l’avvento del web ha privato i giornali dei fondi necessari per effettuare il giornalismo d’inchiesta, con tanti posti di lavoro andati persi. Secondo lui “Gli editori, americani e in tutto il mondo, sono folli perché se chiedi ai lettori per quale motivo comprano i giornali, la risposta è il giornalismo d’inchiesta, eppure i quotidiani sono pronti a tagliare proprio in questo settore”.

3. Il come fonte di informazione. Nel 2016, Il caso Spotlight è stato presentato al National Center for Victims of Crime, ovvero al National Training Institute Conference, a Philadelphia. Il pubblico partecipante include avvocati delle vittime di abuso, forze dell’ordine, assistenti sociali e tutti i professionisti che operano con le vittime e che arrestano gli abusatori.

Il caso Spotlight streaming

4. Il film è disponibile in streaming. Chi desiderasse vedere o rivedere Il caso Spotlight, è possibile farlo grazie alle diverse piattaforme di streaming digitale legale. Infatti, il film è disponibile su Chili, Rakuten Tv, Google Play e iTunes.

Il caso Spotlight trailer

5. Il trailer e la voglia di scoperta. I trailer sono una delle parti più importanti della promozione di un film e, quando si tratta de Il caso Spotlight, il suo promo non può far altro che destare interesse e volontà di scoperta.

Tradimento. Il caso Spotlight

6. Il film si è ispirato ad un libro. Il caso Spotlight non è un film nato dal nulla, ma si è basato sul libro che, in italiano, è stato intitolato Tradimento. Il caso Spotlight. Questo libro è il racconto passo passo dell’indagine condotta dalla squadra del Boston Globe che si è dedicata all’inchiesta e alle vicende delle molestie clericali.

7. Il libro ha vinto il Pulitzer. Nel 2003, Tradimento. Il caso Spotlight ha vinto il prestigioso premio Pulitzer per il coraggio e l’audacia nel rivelare il più grande scandalo di pedofilia nella Chiesa cattolica, decretando un effetto che ha coinvolto molte diocesi e che è arrivato fin dentro le mura Vaticane. Ma non solo: questo libro è anche una dichiarazione d’amore per la professione giornalistica d’inchiesta.

Il caso Spotlight cast

il caso spotlight

8. Michael Keaton ha ricercato il vero Walter Robinson. Quando Michael Keaton accettò il ruolo, si mise a rintracciare colui che avrebbe dovuto impersonare, scoprendo che viveva nella sua stessa zona. Dopo aver ottenuto alcuni suoi video e audio, e dopo averlo incontrato dal vivo, Robinson era quasi spaventato dalle tante informazioni in possesso dell’attore.

9. Rachel McAdams e Mark Ruffalo non sono stati delle prime scelte. Per poter dare vita a personaggi come quelli di Sacha Pfeiffer e Michael Rezendes si erano cercati degli attori che si avvicinassero ad essi anche fisicamente. Per questo, per il ruolo di Sacha erano state considerate Margot Robbie, Amy Adams e Michelle Williams, anche se poi è andato a Rachel McAdams, mentre per il ruolo di Michael erano stato considerato Matt Damon, prima che andasse a Mark Ruffalo.

10. Jimmy LeBlanc è stato vittima di abusi clericali. L’attore americano, in passato, ha vissuto gli abusi di cui il film tratta e, quando Tom McCarthy lo ha portato con sé per le prove con Mark Ruffalo, Michael Keaton e Stanley Tucci, era preoccupato di rivisitare questo passato violento e traumatico.

Fonti: IMDb, Bustle

Il caso Spotlight, la spiegazione del finale del film di Tom McCarthy

Quando Il caso Spotlight si chiude, lo spettatore è lasciato con un silenzio denso e inquietante. Il telefono della redazione del Boston Globe inizia a squillare, e gli squilli si moltiplicano, fino a diventare un suono continuo, quasi assordante. Non è un espediente drammatico, ma una scelta precisa di regia: quel rumore rappresenta le voci di centinaia di persone che finalmente trovano il coraggio di parlare. È il punto più alto e più doloroso del film, il momento in cui la verità, dopo anni di silenzio, trova finalmente spazio per emergere.

Diretto da Tom McCarthy, Il caso Spotlight racconta con rigore quasi documentaristico la vera inchiesta del Boston Globe che nel 2002 portò alla luce decenni di abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti cattolici, sistematicamente coperti dall’Arcidiocesi di Boston. Come abbiamo ricostruito nell’articolo dedicato alla storia vera dietro Il caso Spotlight, il film si basa su fatti autentici e segue fedelmente l’indagine del team investigativo del giornale. Il finale, dunque, non è una chiusura convenzionale, ma una constatazione amara: rivelare la verità non porta sollievo, ma apre una ferita collettiva che non si rimarginerà facilmente.

Un finale senza catarsi: la vittoria della verità, non dell’eroismo

A differenza di molti film di denuncia, Il caso Spotlight rifiuta qualsiasi forma di trionfalismo. Non c’è un momento liberatorio, nessuna scena in cui i protagonisti vengono celebrati come eroi. La verità arriva, ma il prezzo è altissimo.

Quando il Boston Globe pubblica la prima inchiesta, nel gennaio 2002, i giornalisti sanno che non stanno scrivendo solo un articolo, ma rovesciando un intero sistema di potere.
La camera di McCarthy si sofferma sui volti esausti dei reporter: Walter “Robby” Robinson (Michael Keaton), Michael Rezendes (Mark Ruffalo), Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Matt Carroll (Brian d’Arcy James). Sono persone comuni, non eroi invincibili, ma professionisti che hanno dedicato mesi a raccogliere prove, testimonianze e documenti legali, sfidando la Chiesa cattolica in una città in cui la fede era un’istituzione intoccabile.

Il finale mostra la pubblicazione del pezzo, ma anche la consapevolezza che il lavoro non finisce lì. Il film termina con una lista di oltre 200 città nel mondo dove sono stati denunciati casi simili. È un epilogo asciutto, quasi giornalistico, che amplifica il senso di responsabilità: Boston non è un’eccezione, ma il primo tassello di una verità globale.

Il significato simbolico delle ultime scene

Michael Keaton e Rachel McAdams in Il caso Spotlight (2015)
Foto di Kerry Hayes – © 2015 – Open Road Films

L’ultima sequenza, quella del telefono che squilla senza sosta, è il vero centro emotivo del film. Non vediamo le vittime, ma le sentiamo – o meglio, sentiamo la loro voce collettiva. Il suono ripetuto del telefono non rappresenta il clamore mediatico, bensì la rottura del silenzio: dopo decenni di vergogna e isolamento, gli ex bambini diventati adulti trovano finalmente qualcuno disposto ad ascoltarli.

In quel momento, la redazione non è più solo il luogo del giornalismo, ma uno spazio di giustizia. I giornalisti, che per mesi hanno cercato prove e documenti, capiscono che la loro vera missione non era solo pubblicare un’inchiesta, ma dare voce a chi era stato dimenticato.

McCarthy costruisce questo momento con grande sobrietà visiva: nessuna musica, nessuna esaltazione, solo il rumore del telefono e i volti dei protagonisti. È una lezione di cinema e di etica: la verità non ha bisogno di effetti speciali, ha bisogno di coraggio e di ascolto.

La portata storica e morale del finale

Michael Keaton, Brian d'Arcy James, Mark Ruffalo, John Slattery e Rachel McAdams in Il caso Spotlight (2015)
Foto di Kerry Hayes – © 2015 – Open Road Films

Il finale di Il caso Spotlight si estende ben oltre la cronaca. Il film si chiude con un testo che riporta il numero dei 249 sacerdoti identificati a Boston come responsabili di abusi, e la notizia che l’Arcidiocesi aveva coperto i loro crimini spostandoli di parrocchia in parrocchia. Subito dopo, un elenco scorre sullo schermo: decine di città, paesi, diocesi nel mondo dove casi analoghi sono stati documentati.

È una conclusione di straordinaria potenza perché ribalta la prospettiva: il male non è circoscritto a un luogo o a un tempo, ma è universale e sistemico. Quello che i giornalisti hanno scoperto a Boston non è un’anomalia, ma il riflesso di una cultura globale di silenzio e protezione del potere.

La scelta di non mostrare i colpevoli puniti o i protagonisti esultanti sottolinea la responsabilità condivisa: anche la stampa, come la società civile, aveva taciuto troppo a lungo. In questo senso, il finale non celebra un trionfo, ma una presa di coscienza collettiva.

Un film che parla ancora oggi

Michael Keaton e Mark Ruffalo in Il caso Spotlight (2015)
Foto di Kerry Hayes – © 2015 – Open Road Films

Il valore del finale di Il caso Spotlight sta anche nella sua attualità. A distanza di oltre vent’anni, l’inchiesta del Boston Globe continua a essere un punto di riferimento per il giornalismo d’inchiesta e per il dibattito sulla trasparenza delle istituzioni religiose. Come ha dichiarato il vero Marty Baron, il problema “non è solo l’abuso, ma la copertura sistematica che lo ha reso possibile”.

Il film non offre soluzioni, ma ricorda che il primo passo verso la giustizia è credere alle vittime. Il finale, silenzioso e devastante, diventa così una riflessione sul potere della parola e sulla necessità di non voltarsi dall’altra parte.

In definitiva, Il caso Spotlight si conclude senza applausi né colpi di scena, ma con un gesto di grande umanità: ascoltare. E proprio in quell’ascolto, nell’apertura di quei telefoni che squillano senza tregua, si trova la vera catarsi del film — quella della verità che finalmente trova voce.

Il caso Spotlight e The Danish Girl per Sala Bio

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Il caso Spotlight e The Danish Girl per Sala Bio

Con l’avvicinarsi della cerimonia di premiazione degli Oscar 2016, la prossima settimana Sala Bio raddoppia e propone al pubblico milanese del Cinema Colosseo le attesissime anteprime in lingua originale e sottotitolate di due film che hanno fatto incetta di nomination.

Martedì 16 febbraio si comincia con IL CASO SPOTLIGHT, il film diretto da Tom McCarthy sulla storica inchiesta giornalistica del Boston Globe vincitrice del Premio Pulitzer che nel 2002 ha rivelato la copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali.

Il film, interpretato da un cast d’eccezione in cui figurano, tra gli altri, Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams e Stanley Tucci, è candidato a 6 premi OscarÒ, tra cui quelli come Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura Originale. Il caso Spotlight sarà distribuito nelle sale italiane a partire dal 18 febbraio da Bim Distribuzione.

Mercoledì 17 febbraio invece sarà la volta dell’anteprima di THE DANISH GIRL, il nuovo film del regista premio Oscar Tom Hooper (Il Discorso del Re, Les Misérables) sulla commovente storia d’amore ispirata dalle vite degli artisti Einar e Gerda Wegener, il cui lavoro e matrimonio sono travolti dalla scelta di Einar di intraprendere la pionieristica scelta di diventare la prima transessuale al mondo, Lili Elbe.

Il film è candidato 4 premi Oscar, tra cui quello come Miglior Attore protagonista per Eddie Redmayne e quello come Miglior Attrice Protagonista per Alicia Vikander. The Danish Girl sarà distribuito nelle sale italiane a partire dal 18 febbraio da Universal Pictures.

Martedì 16 febbraio, ore 21.00

Il caso Spotlight

di Tom McCarthy

(USA / 2015 / 128’)

La storia del team di giornalisti investigativi del Boston Globe soprannominato Spotlight, che nel 2002 ha sconvolto la città con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali, in un’inchiesta premiata col premio Pulitzer. Quando il neodirettore Marty Baron arriva da Miami per dirigere il Globe nell’estate del 2001, per prima cosa incarica il team Spotlight di indagare sulla notizia di cronaca di un prete locale accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di trent’anni. Consapevoli dei rischi cui vanno incontro mettendosi contro un’istituzione com la Chiesa cattolica a Boston, il caporedattore del team Spotlight, Walter “Robby” Robinson, i cronisti Sacha Pfeiffer e Michael Rezendes e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll cominciano a indagare sul caso.

Uscita: 18 febbraio (Bim Distribuzione)

Mercoledì 17 febbraio, ore 21.00

THE DANISH GIRL

di Tom Hooper

(Regno Unito, Belgio, USA / 2015 / 119’)

Basato sul libro di David Ebershoof, The Danish Girl è la straordinaria storia d’amore ispirata alle vite di Lili Elbe e Gerda Wegener – interpretati dal premio Oscar Eddie Redmayne (La Teoria del Tutto) e Alicia Vikander (Ex Machina) – e diretto dal premio Oscar Tom Hooper. La carriera e la storia d’amore tra Lili e Gerda si evolve, mentre i due navigano nel rivoluzionario viaggio intrapreso da Lili per diventare pioniera dei transgender.

Uscita: 18 Febbraio (Universal Pictures)

Il Caso Pantani – L’omicidio di un campione, recensione

Il Caso Pantani – L’omicidio di un campione, recensione

Non c’è persona più o meno appassionata di sport a cui non sia familiare la storia di Marco Pantani, il “pirata” del ciclismo che cavalcava le curve tortuose dei circuiti (e della sua difficile vita privata) come un vero filibustiere. Specialista nella scalata – un bisogno fisico, dirà nella storica intervista con Gianni Mura, che poteva abbreviare la sua agonia interiore – Pantani guidò le prime pagine della cronaca sportiva italiana negli anni Novanta vincendo di tutto, affrontando gravi infortuni e riuscendo a compiere un’impresa condivisa con solo altri sette eletti: centrare la doppietta Giro d’Italia-Tour de France nel 1998.

Ma alla luce corrisponde sempre l’ombra, e nel rispetto delle migliori tradizioni archetipiche del viaggio dell’eroe, anche il pirata dovette affrontare l’ostacolo più difficile al culmine del successo: l’accusa di doping nel 1999, dalla quale scaturiranno l’incapacità di tornare ai livelli di una volta, il peso dell’opinione mediatica, le verità scomode, la depressione, l’abuso di droghe e, infine, la tragica morte nel 2004.

Il Caso Pantani – L’omicidio di un campione, un titolo sistematico

Il titolo del film di Domenico Ciolfi (che arriva dopo la riduzione televisiva di Claudio Bonivento con Rolando Ravello nei panni del protagonista) è sistematico e mette subito in chiaro l’intenzione di leggere la scomparsa del ciclista come un assassinio impunito, e per farlo si serve delle prove scritte e delle testimonianze raccolte nel processo giudiziario come linee guida del racconto. Il Caso Pantani – L’omicidio di un campione inizia infatti dallo sguardo di un avvocato (Francesco Pannofino) rivolto a pile di procure e materiale d’archivio e si allarga nel tempo a quello del Pantani uno e trino interpretato da tre diversi attori per tre momenti specifici della sua esistenza: Brenno Placido nei giorni precedenti allo scandalo; Marco Palvetti a Cesenatico, luogo metafisico di incontro con il vecchio e il nuovo sé; Fabrizio Rongione nelle ultime ore nella camera d’hotel a Rimini.

Nel mezzo ci sono i volti più o meno a fuoco che hanno avuto un ruolo determinante o marginale nella discesa verso l’abisso, sullo schermo restituita con costante disagio e toni noir, proprio per appurare la tesi di un mistero mai realmente risolto, di un mito a cui mancano pagine fondamentali e di un’icona che abbiamo imparato a conoscere grazie al punto di vista di abili, e spesso disonesti, sciacalli scribacchini. Come nello splendido I, Tonya di Craig Gillespie, anche qui è facile avvertire il fascino che certi personaggi sportivi esercitano nell’immaginario pubblico, specie se negativi o contrari al significato più universale del termine “eroe”; i media e il ciclismo avevano bisogno di Pantani, Pantani aveva bisogno di un palcoscenico su cui esistere e competere. Un rapporto di reciproca necessità, insomma. Ma cosa succede quando una delle due parti si ribella alla tossicità della relazione?

Il Caso Pantani - L’omicidio di un campione recensioneUn Marco difficile, impossibile da raggiungere

Tuttavia in Il Caso Pantani – L’omicidio di un campione prevale la volontà di mettere ordine alla logica degli eventi, e in questa ricerca maniacale del dettaglio (scandita da didascalie con giorno e ora) ci si dimentica a volte del fattore umano e dell’imprevedibilità che rende fallibile anche il più vincente dei campioni. Si ha quindi la sensazione che i tre Pantani del film siano simulacri di una storia piuttosto che persone reali, e i documenti d’archivio inseriti da Ciolfi non fanno che ricordarci quanto fosse già cinematografico, eterno e terribilmente umano il Marco delle interviste, delle scalate e delle ricadute. Forse davvero impossibile da raggiungere, allora come adesso.

Il caso Minamata: trama, cast e la vera storia dietro al film con Johnny Depp

Ci sono uomini al mondo che, pur senza indossare maschere o disporre di superpoteri, riescono a compiere gesta capaci di avere una risonanza tale da poter salvare numerose vite umane. Si tratta di persone da sempre impegnate a combattere contro le ingiustizie e continuamente attente a smascherare il male perpetrato da altri. Uno di questi uomini è stato William Eugene Smith, fotografo documentarista la cui vita è raccontata nel film Il caso Minamata, diretto da Andrew Levitas, il quale si concentra sui suoi reportage fotografici realizzati nella città giapponese di Minamata, i quali hanno svelato al mondo gli effetti di una malattia letale.

Il film, basato sull’omonimo libro scritto dallo stesso Smith in collaborazione con Aileen Mioko Smith, ripercorre le vicende che hanno portato alla scoperta della malattia di Minamata. Si tratta di una sindrome neurologica causata da intossicazione acuta da mercurio, i cui sintomi includono atassia, parestesie e numerosi altri danni all’audio, alla vista e alle articolazioni. Presentato in anteprima al Festival di Berlino, il film è stato accolto in modo molto positivo dalla critica, che ne ha elogiato l’intensità drammatica e la fedeltà agli eventi reali.

Più volte rimandato a causa della pandemia di Covid-19, Il caso Minamata potrà essere finalmente visto anche in Italia, dimostrando una volta di più la capacità del cinema di ricordare eventi terribili nella speranza che non si verifichino più. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alla vera storia dietro il film. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il titolo nel proprio catalogo.

Il caso Minamata: la trama del film

La vicenda si apre a New York, nel 1971. Il celebre fotoreporter William Eugene Smith è ormai l’ombra di sé stesso. Alcolizzato, in polemica con il mondo dell’informazione e senza più alcun rapporto con i figli vive in solitudine e si rifiuta di lavorare. Il direttore della rivista Life Robert Hayes gli offre di recarsi nella città costiera giapponese di Minamata, devastata dall’avvelenamento da mercurio, risultato di decenni di inquinamento industriale da parte della Chisso Corporation. A pregarlo di recarsi lì, vi è anche la traduttrice giapponese Aileen, la quale desidera che il mondo sappia cosa sta accadendo.

Arrivato dunque sul luogo, Smith entra in contatto con la comunità di pescatori del villaggio e, armato della sua macchina fotografica, documenta i loro sforzi per convivere con la grave malattia, chiamata proprio “malattia di Minamata” e la loro appassionata campagna per ottenere un risarcimento da parte della Chisso, importante azienda chimica giapponese, e dal governo del Paese. Le immagini di Smith dal villaggio avvelenato danno al disastro una dimensione umana straziante e il suo incarico iniziale si trasforma in un’esperienza gli cambierà la vita.

Il caso Minamata: il cast del film

Ad interpretare il fotografo William Eugene Smith vi è il celebre attore Johnny Depp, il quale si è detto da subito attratto dalla parte, considerando Smith un vero eroe. Il suo coinvolgimento nel progetto è stato tale che ha deciso di ricoprire anche il ruolo di produttore. La sua intensa interpretazione è poi stata particolarmente lodata e indicata come una delle migliori della sua carriera. Accanto a lui, nel ruolo di Robert Hayes vi è l’attore Bill Nighy, mentre Aileen è interpretata dall’attrice giapponese Minami, qui al suo primo ruolo internazionale. Completano il cast Hiroyuki Sanada nel ruolo di Mitsuo Yamazaki, Jun Kunimura in quelli di Junichi Nojima e Katherine Jenkins nei panni di Millie.

Il caso Minamata storia vera

Il caso Minamata: la vera storia dietro il film

Come anticipato, quella di Il caso Minamata è una drammatica storia vera che ha per protagonista il fotoreporter William Eugene Smith. Egli, con la sua attività di fotografo fu determinante nello svelare al mondo la malattia di Minamata, la quale era stata già identificata per la prima volta nel 1956. Questa era il risultato dell’inquinamento da mercurio inorganico delle acque perpetrato da una fabbrica chimica di proprietà della Chisso Corporation. Man mano che le persone e gli animali consumavano pesci, crostacei e vegetali bagnati dalle acque, iniziarono a soffrire di avvelenamento da mercurio.

La Chisso Corporation inquinava in realtà tali acque già dal 1932 e continuò a farlo fino al 1968, quando il governo riconobbe la malattia di Minamata quale causa di avvelenamento. Naturalmente la Chisso era consapevole del fatto che i propri rifiuti stavano inquinando il territorio, causando evidenti problemi. È a questo punto che entra in gioco Smith, chiamato a documentare quanto stava accadendo nella città giapponese. Agli inizi degli anni Settanta, Smith era un uomo ormai preda dell’alcol e dell’autocommiserazione, ma la sua compagnia Aileen Mioko lo spinse ad accettare l’incarico.

Il compito di Smith fu però in più occasioni ostacolato, con la Chisso che commissionò anche alcuni attacchi fisici nei suoi confronti affinché la smettesse di documentare il tutto. Il fotografo però non si fece intimorire e continuò a scattare fotografie dei malati e dei luoghi dove questi vivevano. Una volta pubblicati, i suoi scatti contribuirono a portare l’attenzione globale su ciò che stava avvenendo, aiutando anche i locali a vincere le loro cause contro la Chisso. Le pulizie della zona iniziarono poi nel 1977, ma le acque non furono considerate salve sino al 1997. Ad oggi, oltre 2.265 hanno contratto la malattia, e 1.784 di queste sono decedute.

Il caso Minamata: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

Il caso Minamata si potrà vedere in prima tv su Sky Cinema Uno venerdì 17 settembre alle 21.15, mentre sarà possibile vederlo anche in streaming su NOW e on demand. Grazie alla sezione Extra i clienti Sky da più di tre anni e con Sky Cinema, potranno vedere il film prima di tutti on demand nella suddetta sezione.

Fonte: IMDb, HistoryvsHollywood

Il caso Minamata: in prima tv su Sky il film con Johnny Depp

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Il caso Minamata: in prima tv su Sky il film con Johnny Depp

Johnny Depp è il protagonista de Il caso Minamata in prima tv su Sky Cinema Uno venerdì 17 settembre alle 21.15, in streaming su NOW e disponibile on demand. Diretto da Andrew Levitas, il film racconta la storia vera del fotoreporter Eugene Smith che all’inizio degli anni 70 riuscì a documentare le conseguenze dell’avvelenamento da mercurio nel villaggio giapponese di Minamata, con uno dei reportage più riusciti della sua carriera e più famosi della storia del giornalismo. Nel cast, accanto a Johnny Depp, Hiroyuki Sanada, Jun Kunimura, Minami, Ryo Kase,Tadanobu Asano, Akiko Iwase e Bill Nighy.  

Il caso Minamata: quando esce e dove vederlo in streaming

Il caso Minamata in prima tv su Sky Cinema Uno venerdì 17 settembre alle 21.15, in streaming su NOW e disponibile on demand. E grazie a extra i clienti Sky da più di tre anni e con Sky Cinema, lo vedranno prima di tutti on demand nella sezione extra.

Il caso Minamata in prima tv su NOW e anche on demand su Sky. Iscriviti a soli 3 euro per il primo mese e guarda il film e molto altro.

Il caso Minamata streamingIl caso Minamata, la trama

Il caso Minamata – New York, 1971. Il celebre fotoreporter W. Eugene Smith (Johnny Depp) è ormai l’ombra di se stesso. Alcolizzato, in polemica con il mondo dell’informazione e senza più alcun rapporto con i figli vive in solitudine e rifiuta di lavorare. Ma un incarico da parte del direttore della rivista Life Robert Hayes (Bill Nighy) lo porta nella città costiera giapponese di Minamata, devastata dall’avvelenamento da mercurio, risultato di decenni di inquinamento industriale da parte della Chisso Corporation, un’importante azienda chimica giapponese.  Lì Smith entra in contatto con la comunità di pescatori del villaggio e, armato della sua macchina fotografica, documenta i loro sforzi per convivere con la grave malattia causata dall’avvelenamento da mercurio, chiamata proprio “malattia di Minamata”, e la loro appassionata campagna per ottenere un risarcimento da parte della Chisso e dal governo giapponese. Le immagini di Smith dal villaggio avvelenato danno al disastro una dimensione umana straziante e il suo incarico iniziale si trasforma in un’esperienza gli cambierà la vita.

Il caso Mattei: recensione del film con Gian Maria Volontè

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Il caso Mattei Anno: 1972 Regia: Francesco Rosi Cast: Gian Maria Volontè

Dalla morte di Enrico Mattei, precipitato con il suo aereo nella campagna di Bascapè (Pavia) durante il ritorno da un viaggio in Sicilia, in circostanze ad oggi ancora non chiare, inizia la rievocazione del periodo da lui trascorso alla guida dell’Agip e dell’Eni. Nominato nel 1945 commissario straordinario dell’Agip, con il difficile compito di liquidarla, svenderla a privati o a grandi compagnie, l’ingegner Mattei riesce abilmente a mantenere la società in vita e, addirittura, a potenziarla e renderla più efficiente, evitando in questo modo la vendita. Nel biennio 1946-1948 nasce la rete dell’Agip, e si hanno le prime scoperte di petrolio e metano in diverse parti d’Italia.

Mattei, spregiudicato ma geniale, cerca di dimostrare che può esistere un’efficiente industria italiana degli idrocarburi e, a tale scopo, s’ingegna per offrire ai paesi arabi ed africani produttori di greggio condizioni di sfruttamento delle loro risorse più vantaggiose di quelle proposte dai rappresentanti dei trust anglo-americani del petrolio. Inimicandoseli mortalmente.

Dal connubio Francesco Rosi-GianMaria Volonté non poteva che nascere un grande film dal sapore storico-documentaristico su uno dei tanti misteri della Repubblica italiana. Non a caso, il film vinse la Palma d’oro a Cannes ex aequo con La classe operaia va in paradiso, sempre con Volonté (regia di Elio Petri).

Questa pellicola traspone la biografia di Enrico Mattei che fino in fondo difese l’Eni dai settori deviati dello Stato e dalle speculazioni dei privati, pagando però questo suo fare coscienzioso con la vita.

Partendo proprio dalla morte di Mattei, Rosi ricostruisce il modo in cui si è giunti a quel tragico epilogo, incentrando tutto il lungometraggio sulla figura dell’ingegnere senza emettere giudizi di valore sull’Italia, senza alcun tentativo di innalzarlo ad eroe, o emettendo alcuna condanna storica di parte. La figura di Mattei viene presentata esaltandone proprio il lato umano, la semplicità, la solitudine, il suo essere un Davide al cospetto dei Golia rappresentati dalle istituzioni italiane. D’altronde, con questo taglio obiettivo e genuflesso alle esigenze della cronaca, Rosi ha raccontato molti eventi nefasti del nostro Paese.

La sceneggiatura si attiene bene ai fatti, anche le varie ambientazioni – in giro per l’Italia e nel Mondo – proprio come gli spostamenti che effettuò Mattei, rispecchiano fedelmente lo stato d’animo di Enrico.

Quanto a Volonté, Il caso Mattei è solo uno dei tanti film d’impegno politico e sociale che l’attore ha interpretato. Magistralmente aggiungiamo. Il fatto che intorno a Volonté non appaiono altri attori noti o vicini al suo carisma, ne esalta ancora di più le sue doti istrioniche, la sua abilità mimica, anche quando i personaggi che interpreta sono miti in sordina.

Il caso Mattei di Francesco Rosi con Gian Maria Volontè

Il caso Mattei di Francesco Rosi con Gian Maria Volontè

Il caso Mattei è il film cult del 1972 diretto da Francesco Rosi e con protagonisti nel cast Gian Maria Volontè, Peter Baldwin, Luigi Squarzina, Edda Ferronao, Franco Graziosi.

In Il caso Mattei nella notte del 27 ottobre 1962 un piccolo aereo privato precipita nelle campagne del pavese, presso la piccola località contadina di Bascapè. A bordo di quell’aereo oltre al pilota ed aun giornalista americano, c’era Enrico Mattei, presidente dell’Eni, l’uomo, in quel momento, più potente d’Italia. Da subito le cause dell’incidente non appaiono chiare, le testimonianze oculari raccolte dagli inquirenti e dai giornalisti giunti sul luogo, portano subito a credere all’ipotesi di un attentato. Perché qualcuno avrebbe voluto la morte di Mattei? E soprattutto chi??? Da questi interrogativi parte un viaggio a ritroso volto a disegnare un ritratto del presidente dell’Eni e al contempo a capire e trovare le possibili cause di una morte tanto misteriosa.

Il caso Mattei, il film

Il caso Mattei è un film di Francesco Rosi (Cadaveri eccellenti)uscito nelle sale nel 1972, esattamente dieci anni dopo la morte del presidente dell’Eni. Un film che prende come riferimento il libro di Fulvio Bellini e Alessandro Previdi L’assassinio di Enrico Mattei, riadattato da un’ottima squadra di sceneggiatori tra cui lo stesso Rosi e Tonino Guerra.

Un film complesso Il caso Mattei, sia nella sua struttura narrativa che nei suoi contenuti, che si pone come obbiettivo di raccontare e illustrare, nel modo più compiuto possibile, la figura di un uomo unico e a suo modo straordinario che incontrò una morte prematura quanto carica di mistero. Un film che incastra fiction a interviste reali, immagini d’archivio a sequenze nelle quali lo stesso Rosi interpreta se stesso; un film che tenta un coraggioso quanto innovativo intreccio tra finzione e realtà, dove è difficile scorgere il confine tra i vari piani narrativi. Ne risulta un film estremamente dinamico e originale che coinvolge e trascina ma che, soprattutto, ci permette di comprendere in modo esaustivo le varie sfaccettature di un uomo su cui e attorno a cui ruota tutta la storia. Per un ruolo tanto complesso e delicato, per un compito tanto impegnativo, non si poteva che optare per la scelta più ovvia, per l’unico attore dell’epoca in grado di rispondere a pieno a tutto ciò: Gian Maria Volontè.

Attore simbolo del cinema politico e di denuncia degli anni ’70, Gian Maria Volontè non delude avvalendosi, per altro, di un’incredibile somiglianza fisica con il “vero” Mattei. Un’interpretazione al solito intensa, passionale e profonda che sviscera in ogni suo aspetto una personalità non semplice e mutevole. Gian Maria Volontè ci offre un Mattei forte, risoluto e orgoglioso ma al quale non mancano momenti di debolezza e, perché no, paura, un Mattei energico e straordinario uomo d’affari ma anche fragile e umano. Francesco Rosi non vuole nascondere le ombre che accompagnarono questo personaggio per buona parte della sua vita: gli ambigui intrecci con la politica o la gestione personale di denaro pubblico. Ma, in sostanza, il film sottolinea la forza e la caparbietà di questo vulcanico e geniale uomo d’affari che osò sfidare le grandi oligarchie del petrolio mondiale. Fare dell’Italia un paese forte, indipendente e non più prono ad un servile vassallaggio verso il monolite americano, un’ Italia capace di trattare da sé con i paesi produttori di petrolio per poter crescere, con le proprie forze, al punto di poter sfidare i giganti statunitensi.

Un uomo pronto a tutto pur di raggiungere i suoi obbiettivi che però avevano poco di personale o privato; la vera ambizione, il vero sogno, era di fare del suo paese una grande potenza, perché Mattei nell’Italia credeva. Il caso Mattei è un film appassionante, mai melenso o retorico, cronicistico ed essenziale come il grande cinema d’inchiesta degli anni ’70 sapeva essere. Un film a cui è legato un misterioso fatto di cronaca nera: il sequestro e la scomparsa di Mauro De Mauro, giornalista de L’Ora, incaricato da Rosi di ricostruire gli ultimi due giorni, in Sicilia, del presidente Eni. Di De Mauro non si saprà mai più nulla.

Il Caso Kerenes di Călin Peter Netzer – recensione

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Il Caso Kerenes di Călin Peter Netzer – recensione

Cornelia (Luminita Gheorghiu), ricca esponente dell’alta società rumena, abituata a vedere esaudito (o acquistato) ogni suo desiderio, ha un grosso cruccio: il comportamento del figlio Barbu (Bogdan Dumitrache) nei suoi confronti. Il piccolino di famiglia, che ha circa trent’anni, con modi bruschi e male parole cerca infatti da tempo di fuggire dalla bolla d’influenza materna, con scarsi risultati da parte sua e molta delusione da parte dell’ingombrante genitrice. L’occasione per il riavvicinamento, però, che Cornelia attende come un ragno sulla tela, arriva, incarnandosi inaspettatamente in una tragedia, l’omicidio colposo che commette Barbu investendo un ragazzino di condizioni modeste con il suo fuoristrada.il caso kerenes

Senza nemmeno preoccuparsi delle condizioni psicologiche del figlio, la donna entra in azione, piegandosi ad ogni bassezza e intrallazzo pur di scagionare il suo unico pargolo dall’accusa di omicidio colposo. I suoi tentativi di corruzione, però, lungi dal conquistare la stima e l’affetto filiale, portano Barbu a disprezzare ancora di più la madre, interessata solo in apparenza a fare il suo bene.

Nel più ampio contesto della critica alla borghesia rumena, persa tra feste, mazzette e scambi di favori, il regista mette così a fuoco un forte centro emotivo: il conflitto tra un figlio che cerca di liberarsi dal morboso attaccamento genitoriale e una madre che, ossessionata dal benessere di quel figlio, lo castra fino a non consentirgli una vita serena.

Il Caso Kerenes , in questo senso, è un film claustrofobico: toglie il fiato nella sua apparente semplicità e porta alla luce un tipo di amore materno malato, teso a mantenere un figlio adulto nella Child’s Pose, cioè nella posizione di dipendenza totale del bambino nel ventre materno, del titolo originale. Cornelia vuole essere madre e compagna, figura cardine e artefice unica di ogni felicità ed esperienza di vita del proprio cucciolo.

La coraggiosa scelta del soggetto, però, riesce a trasformarsi in una grande opera cinematografica solo grazie all’eccezionale regia di Netzer, che trasmette allo spettatore quel senso d’impotenza, ribellione sedata e amore misto ad odio di un figlio vigliacco, e all’ottima interpretazione di Gheorghiu e Dumitrache, veri catalizzatori della vicenda.

Le inquadrature vicine, i movimenti di macchina sporchi, la fotografia livida e la pertinenza dei dialoghi, così precisi e capaci di trasmettere un indefinito senso di disagio da sembrare più autentici del reale, esasperano lo spettatore dando forza al sentimento preminente, quello del rapporto madre-figlio.

Giustamente vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino, Il Caso Kerenes uscirà nelle sale italiane il 13 giugno. Un pugno nello stomaco caldamente consigliato.