Ogni cosa è al suo posto… eccetto il
passato. Arriverà nel 1012 su La7 qui in Italia, intanto esce in
DVD Mother&Child a noleggio dal 31 agosto e in vendita dal 21
settembre.
Mother’s Day: tutto quello che c’è da sapere sul film Netflix
Di recente è arrivato su Netflix il film The Mother (qui la recensione), thriller d’azione con protagonista Jennifer Lopez nei panni di una spietata killer che si riscopre madre nel momento in cui la figlia viene rapita, intraprendendo dunque una vera e propria caccia nei confronti dei rapitori. A pochi giorni di distanza, è arrivata sulla piattaforma un’altra pellicola con una premessa molto simile, ovvero Mother’s Day. Di produzione polacca, questo thriller è diretto dal regista Mateusz Rakowicz, da lui anche scritto insieme a Likasz M. Maciejewski.
Mother’s Day offre dunque un altra letale madre pronta a tutto pur di difendere il proprio figlio. Il tutto si manifesta naturalmente in un film d’azione particolarmente adrenalinico, con sequenze di combattimento magnificamente coreografate e continui colpi di scena. Un titolo dunque particolarmente consigliato agli amanti del revenge movie, che potranno inoltre con Mother’s Day imbattersi in nuovi elementi di genere propri della cinematografia polacca. Prima di passare alla visione, però, ecco di seguito maggiori dettagli sulla trama, il cast e, per chi non teme gli spoiler, una spiegazione del finale del film.
La trama e il cast di Mother’s Day
Protagonista del film è Nina, un’ex agente delle operazioni speciali della NATO, che ha dovuto abbandonare suo figlio Makx poco dopo averlo dato alla luce. La scelta è motivata dalla volontà di tenere al sicuro il ragazzo, cosa che dato il suo lavoro Nina non poteva garantire. Quando però dopo qualche anno scopre che il ragazzo è stato rapito da una pericolosa organizzazione mafiosa, decide di volerlo salvare lei stessa. In incognito, utilizzando tutta l’esperienza e le armi a sua disposizione, parte dunque alla ricerca di suo figlio. Per lei è l’occasione di dimostrare a se stessa che è ancora un agente capace e che può finalmente essere anche una buona madre.
Il cast del film è naturalmente composto da attori polacchi, a partire da Agnieszka Grochowska nei panni di Nina. L’attrice è nota in particolare per aver recitato nel film candidato agli Oscar In darkness (2011) e per aver partiecipato anche a Child 44 – Il bambino n. 44 (2015), Teen Spirit – A un passo dal sogno (2018). Accanto a lei, nel ruolo di Igor, vi è l’attore Darius Chojnacki, mentre Szymon Wroblewski è Woltomierz. Jowita Budnik interpreta il personaggio noto unicamente come Il Diplomatico, mentre Konrad Eleryk è Tytus. L’attrice Adrianna Drozd, infine, è l’interprete di Zosia, figlia di Igor.

Mother’s Day: la spiegazione del finale del film
[SEGUONO SPOILER]
Alla fine, dopo diversi tentativi di salvare suo figlio, Nina uccide i rapitori, ma Maks scappa in quanto ha paura di quella donna che non sa essere sua madre. È allora che il personaggio noto Il Diplomatico, specializzato nel riciclaggio di denaro, prende Maks in ostaggio. Chiede poi a Nina di irrompere in una stazione di polizia di Varsavia per ottenere i soldi confiscati dal caveau dei rapitori. Quando completerà la missione, le darà Maks. È a questo punto che Igor tradisce Nina, in modo che lui e altri poliziotti corrotti possano rubare il denaro nel caveau. Igor si svela essere il mandante del rapimento, in quanto sapendo che poi Nina avrebbe ucciso i rapitori, i soldi di questi sarebbero stati più facili da ottenere.
Quando Nina
racconta a Igor delle richieste di Il Diplomatico di rubare i
soldi, Igor fa schiantare deliberatamente la sua auto contro il
veicolo di Nina, facendola sbattere contro il
parabrezza. Nina viene presa in ostaggio. Igor rivela allora di aver
avuto bisogno dei soldi per trasferirsi e viaggiare per vedere sua
figlia, di cui ha perso la custodia in caso di divorzio. Quando
Igor e i suoi soci portano Nina nel bosco per ucciderla, la slegano
in modo che possa scavarsi la fossa. Mentre Igor aspetta in
macchina, sente degli spari e vede che Nina ora ha in mano una
pistola. Igor guida, fa schiantare il furgone e riesce a scappare,
ma guarda l’automobile esplodere mentre i soldi di Il diplomatico
iniziano a bruciare.
Il diplomatico permette a quel punto a Nina e Maks di vivere su richiesta del proprio figlio. Una possibile ragione è che il figlio del diplomatico ha iniziato a fare amicizia con Maks perché, poche scene prima, giocavano insieme a scacchi. Possiamo ipotizzare che il figlio del diplomatico possa aver rispettato Maks come un degno avversario sulla scacchiera, proprio come sua madre ha trovato in Nina un degno avversario nel mondo criminale. Nina può così spiegare a Maks di essere sua madre, rivelandogli le sue vere origini. Sul finire del film, Nina riceve poi la visita di sua madre, la quale la mette in guardia nei confronti di alcuni suoi vecchi nemici, che ora sanno che lei è viva ed ha un figlio. La scena sembra dunque aprire ad un possibile sequel nel quale esplorare il passato di Nina.
Il trailer di Mother’s Day e come vedere il film su Netflix
Come anticipato, è possibile fruire di Mother’s Day unicamente grazie alla sua presenza nel catologo di Netflix, dove attualmente è al 1° posto della Top 10 dei film più visti sulla piattaforma in Italia. Per vederlo, basterà dunque sottoscrivere un abbonamento generale alla piattaforma scegliendo tra le opzioni possibili. Si avrà così modo di guardare il titolo in totale comodità e al meglio della qualità video, avendo poi anche accesso a tutti gli altri prodotti presenti nel catalogo.
Fonte: IMDb
Mother’s Day: recensione del film con Julia Roberts
La fama di Garry Marshall è legata alla creazione di serie tv di successo come Happy Days e Mork & Mindy e, indissolubilmente, ad alcune delle commedie sentimentali più famose degli ultimi anni, come Pretty Woman, Paura d’amare, Se scappi, ti sposo e Pretty Princess.
Con Mother’s Day, il regista e produttore statunitense – classe 1934 – porta a termine la sua “trilogia delle feste” iniziata nel 2010 con Appuntamento con l’amore e proseguita nel 2011 con Capodanno a New York. Dopo San Valentino e l’ultimo dell’anno, Marshall abbandona gli spazi enormi e sconfinati offerti da location come Times Square, per abbracciare una dimensione più piccola e intima nella pittoresca Atlanta, in Georgia, e raccontare una delle feste più importanti d’America, che si celebra anche in Italia ma con una diversa valenza: il Mother’s Day, ossia la Festa della Mamma.
Mother’s Day, il film

Per farlo, il regista ripropone la medesima formula usata nei precedenti capitoli: una serie di storie intrecciate che vedono protagoniste alcune delle più grandi star del panorama hollywoodiano. Jennifer Aniston, Kate Hudson, Julia Roberts (che a Marshall deve – almeno in parte – la fortuna della sua carriera) e Jason Sudeikis (adorabile contrappeso in questa giungla materna) sono i principali protagonisti di una commedia senza troppe pretese che esalta il legame madri/figlie e sottolinea, attraverso la quotidianità di vite vissute all’ombra di una figura tanto rassicurante quanto in alcuni casi ingombrante, un concetto ragguardevole ma avulso ormai da qualsiasi tipo di narrazione cinematografica che punti all’originalità e all’innovazione dei suoi temi: di mamma ce n’è una sola.
E se ciò è indiscutibilmente vero, è altresì vero che anche di Garry Marshall ce n’è uno solo: alla veneranda età di 82 anni, era impossibile pensare che una delle più stimate personalità del panorama cinematografico e televisivo americano uscisse dalla sua comfort zone per rischiare di deludere il suo pubblico di affezionati a stelle e strisce.

Mother’s Day, nonostante concentri tematiche differenti che presentano al centro l’idea della famiglia e della maternità (genitori single, coppie gay, madri in attesa, assenti o lontane), è infatti tutto quello che ci si aspetta da un film di Marshall: un prodotto confezionato come un perfetto pacco regalo, con lo sguardo ancora una volta puntato sull’universo femminile, fortemente ancorato ad una certa tradizione americana che – ancora oggi – riesce a ridere e a piangere per l’esaltazione dei buoni sentimenti diluita con situazioni (purtroppo) patinate, banali e prevedibili. L’impatto che avrà Mother’s Day in Italia? Probabilmente passerà inosservato. O magari, per alcune spettatrici (madri, figlie o entrambe le cose), rappresenterà un divertissement con cui trascorrere 118 – ingiustificati – minuti in sala.
Mother’s Day: Julia Roberts e Jennifer Aniston nelle clip del film
Guarda due nuove clip Mother’s Day, la commedia romantica con Julia Roberts e Jennifer Aniston e che sarà dal 23 giugno al cinema. Leggi la nostra recensione di Mother’s Day.
Proseguendo sulla scia
di Appuntamento con l’amore (Valentine’s Day) e
Capodanno a New York (New Year’s Eve), il
regista e produttore Garry Marshall mette assieme ancora una volta
un cast di stelle per celebrare una festività con il film
MOTHER’S DAY, un’affascinante commedia romantica, un
tributo emozionante a un legame indissolubile: il rapporto
madre/figli.
Jennifer Aniston, Kate Hudson, Julia Roberts, Jason Sudeikis sono i protagonisti di una serie di storie intrecciate che esaltano il legame materno spesso conflittuale ma sempre fortissimo, talvolta folle! Nella settimana prima della festa della mamma, scopriamo le vite di un gruppo di donne forti, amorevoli e imperfette: da quella divorziata che deve fare i conti con la nuova matrigna dei suoi figli a quella che cerca di trovare la madre naturale. Madri in attesa, single, matrigne, madri gay, madri assenti o lontane, madri di ogni tipo…tutte ci ricordano come ogni madre è, a suo modo, un’eroina.
MOTHER’S DAY è un film toccante che mostra l’impatto, anche involontario, che le madri hanno sulle vite dei loro figli. E’ una celebrazione dolce, profonda, divertente e sexy delle madri di tutto il mondo.
Mother’s Day: Jennifer Aniston e Kate Hudson sul set
Sono cominciate le riprese di Mother’s Day, nuova commedia diretta da Garry Marshall che porta sul set un cast composto da Jennifer Aniston, Kate Hudson, Jason Sudeikis e Julia Roberts che ritrova il regista ad anni di distanza da Pretty Woman.
A sancire l’inizio delle riprese una serie di immagini che ritraggono le due protagonisti Jennifer Aniston e Kate Hudson sul set.
Come in Appuntamento con l’amore e Capodanno a New York, la commedia sarà incentrata su una festività in particolare, in questo caso la Festa della Mamma, a cui saranno legate molte storie connesse fra loro. Gli sceneggiatori sono Anya Kochoff-Romano e Lily Hollander.
Jennifer Aniston e Jason Sudeikis hanno già lavorato insieme in Come ti Spaccio la Famiglia, mentre Garry Marshall e Julia Roberts tornano a lavorare insieme dopo Pretty Woman. L’uscita del film è prevista nel 2016.
Fonte: Coming Soon
Mother!: le prime immagini dal film con Jennifer Lawrence
Ecco le prime immagini video da Mother!, il film diretto da Darren Aronofski con protagonisti Javier Bardem e Jennifer Lawrence. Il film verrà presentato al Festival di Toronto e alla Mostra del cinema di Venezia.
Mother!: ecco il primo poster
La prima sinossi dice che il film racconta di una coppia che si trova ad avere a che fare con un’ospite inatteso. Le atmosfere e i temi trattati saranno simili a quelli di Black Swan, mentre il film uscirà il 15 settembre 2017.
Nel cast di Mother, al fianco di Jennifer Lawrence, ci sono Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Ed Harris, Domhnall Gleeson e Kristen Wiig.
Fonte: Paramount Pictures
Mother! recensione del film con Jennifer Lawrence
Darren Aronofsky, autore di Requiem for a Dream (2000), The Wrestler (2008) e Il Cigno Nero (2010) porta alla Mostra del Cinema di Venezia la sua nuova opera folle, delirante, disturbante: Mother! (Madre!). Una violenta riflessione psicotica sulla maternità, sulla creazione, ma anche sull’indifferenza e sull’ego personale.
In Mother! (Madre!) una coppia vive una vita apparentemente noiosa e tranquilla, anche se fin dall’inizio si percepisce qualcosa di tragico, forse avvenuto in passato. Lui (Javier Bardem) è uno scrittore impegnato nella difficoltosa stesura del suo nuovo romanzo, mentre lei (Jennifer Lawrence) si dedica con devozione quasi paranoica al restauro della mastodontica casa. Vivono in un’antica villa coloniale, isolata nel nulla e immersa in una natura apparentemente addomesticata ma pronta a riappropriarsi della radura in cui è stato costruito l’edificio.
Mother!, il film
I due hanno evidenti problemi di coppia, cosa certamente non aiutata dal loro volontario isolamento. Ma una sera arriva un ospite inatteso, poi sua moglie, i suoi figli, in un turbine di accadimenti che sfuggiranno completamente da ogni controllo e razionalità.
In partenza la storia contiene tutti gli stereotipi ormai abusati di certi meccanismi tipici del cinema di genere: la casa minacciosa persa nel nulla che cela segreti spaventosi, la coppia in difficoltà, lo scrittore in crisi alle prese con la sua nuova creatura. L’ospite inatteso apparentemente tranquillo e sornione. Poi tutto precipita. Quello che sembrava avviarsi verso l’ennesimo copione visto un’infinità di volte diventa invece un turbine di eventi inaspettati, sempre più violenti, dirompenti, lontani da ogni logica.
Mother! È un
film che non può essere affrontato serenamente, la sua visione pone
lo spettatore in uno stato d’ansia quasi insostenibile, fin dai
primi fotogrammi. Mother! non è racconto, non è
storia. Mother! è un’allucinazione continua a
occhi aperti, un delirio in costante evoluzione, uno sconvolgente
groviglio criptico che cattura, o meglio che sbrana il pubblico,
lasciandolo atterrito, sfinito, sanguinante.
Mother! è una parabola, una fiaba metaforica che ha come valore iniziatico il far capire come la troppa considerazione di se stessi, senza voler guardare a tutto ciò che ci accade intorno, possa portare solamente all’annullamento all’autodistruzione. E a nulla vale il crogiolarsi effimero della procreazione o peggio del gioire del creato del proprio intelletto, perché giocare a fare il demiurgo può rivelarsi molto pericoloso, catastrofico.
Jennifer Lawrence e Javier Bardem sono così fastidiosi da risultare perfetti. E anche gli altri personaggi di questa baraonda surreale spiazzano per crudeltà cinismo e naturalezza. Sorprendono per come riescono a spogliarsi nel giro di poche scene di quell’apparente tranquillità con cui si erano presentati. Quando gettano la maschera divengono terrificanti, si mostrano come il doppelganger dell’uomo comune, del vicino di casa, dei nostri familiari.
In Mother! si avvertono innegabilmente gli echi polanskiani di Rosemary Baby, completamente spogliati però di quel barlume di grottesco che caratterizzava quel capolavoro. Si potrebbero ravvisare anche vicinanze con il Lars Von Trier di Antichrist, ma in realtà c’è tanto Darren Aronofsky, quell’Aronofsky degli esordi, quello di π – Il teorema del delirio (1998).
Mother: recensione del film con Noomi Rapace – Venezia 82
Apre il concorso ufficiale di Orizzonti a Venezia 82 Mother, con Noomi Rapace nei panni di un’insolita Madre Teresa di Calcutta. Alla regia, la macedone Teona Strugar Mitevska, già autrice di un documentario sulla religiosa albanese naturalizzata indiana e fondatrice della congregazione delle Missionarie della Carità.
Calcutta, agosto 1948. Teresa, Madre Superiora del convento delle Suore di Loreto, attende con ansia la lettera che le permetterà finalmente di lasciare il monastero e fondare il suo nuovo ordine, in risposta alla chiamata ricevuta da Dio. Proprio quando tutto sembra pronto, si trova di fronte a un dilemma che mette in discussione le sue stesse ambizioni e la sua fede, in un momento cruciale della sua vita.
Una Madre Teresa inedita e complessa
L’ispirazione per questo insolito progetto è nata durante la lavorazione del documentario Madre Teresa – La storia mai raccontata, quando la regista ebbe l’occasione di intervistare le ultime quattro sorelle della congregazione che conobbero la futura santa. Da quelle testimonianze emerse una donna complessa, appassionata e determinata, molto distante dall’immagine fragile e sorridente impressa nell’immaginario collettivo. È da lì che prende forma la sua esigenza di restituirne un ritratto più umano, intriso di contraddizioni, ma proprio per questo ancora più potente e universale.
L’idea vincente di Strugar Mitevska è quella di raccontare un lato meno vissuto della storia di Madre Teresa e di rimarcarne la modernità iconografica. Fin dall’inizio, capiamo che la formula narrativa utilizzata da Mother non è strettamente biografica – gli indizi di una sorta di ageografia rock ci sono tutti – piuttosto di un cammino lungo sette giorni che tenterà di tracciare un ritratto più sui generis della religiosa.
Il ritratto in sette giorni tra fede e ambizione
La narrazione è scandita dai sette giorni che porteranno Madre Teresa verso la libertà tanto agognata, ossia il permesso garantito dal Vaticano per fondare il proprio ordine religioso. La sua vita quotidiana guarda continuamente al futuro, in ogni piccola parentesi sono ravvisabili i precetti che avrebbe poi rivendicato “ufficialmente” con l’istituzione delle Missionarie. A partire dal suo totale rifiuto di un attaccamento a spazi e oggetti, viene messo in luce l’animo erratico di Madre Teresa, che vuole stare per le strade e non confinare il suo aiuto alle mura di un convento. Non le importa che si parli del loro vagabondare per i vicoli più malandati di Calcutta, ha già le idee chiare su quelle che saranno le regole chiave del nuovo ordine da lei fondato. Quello che forse non aveva messo in conto, però, con lo sguardo troppo rivolto al domani, è che la prova più dura dovrà affrontarla proprio all’interno di quelle mura.
Noomi Rapace e la forza di un’interpretazione
Noomi Rapace è assolutamente convincente nei panni della religiosa, ha il mordente e la grinta necessari per prefigurare quello che il film non mostra e che il pubblico già sa, ovvero la vita di Madre Teresa come guida spirituale delle Missionarie della Carità. La sua performance trasuda l’aspetto più vincente di Mother ossia, come dicevamo, l’idea di un convento che stringe e confina, ben trainata anche da fotografia e regia. Non vediamo mai l’India nella sua vastità – aspetto che potrebbe essere fuorviante per il pubblico limitato a una conoscenza basilare della figura – perchè non è (ancora) quella che sta vivendo lei.
D’altra parte, il rischio è però quello di limitare troppo il quadro, non dare il tempo di assorbire veramente quello che si vuole raccontare sfruttando la formula del conto alla rovescia e tirando una figura così larger than life fuori dal macrocosmo in cui ha inequivocabilmente voluto vivere. Qui, Madre Teresa non indossa l’inconfondibile sari bianco e blu, ma abiti da monaca più convenzionale; è già in India ma rieccheggiano ancora in maniera preponderante le sue radici.
Libertà e sorellanza al centro del film
Centrale è anche la riflessione sul tema della libertà, affrontata in maniera volutamente contraddittoria. Come racconta la regista, molte delle donne che aderirono alle Missionarie della Carità scelsero la vita religiosa come forma di emancipazione da un destino imposto dalla società. È paradossale, ma dietro la rinuncia agli agi e alle convenzioni borghesi c’era spesso la ricerca di indipendenza e persino di sollievo da obblighi patriarcali. In questo senso, Mother diventa anche un film sulla sorellanza: la complicità tra Teresa, Agnieszka e padre Friedrich alimenta un gioco di forze che rimanda ai grandi dilemmi di potere, fede e identità femminile.
Mother: anticipata la data d’uscita del film di Darren Aronofsky
Mother, il film di Darren Aronofski, con Jennifer Lawrence e Javier Bardem, è stato anticipato di circa un mese. La pellicola arriverà infatti al cinema negli USA il 15 settembre invece del 13 ottobre, data precedentemente stabilita.
Questo spostamento di data posiziona il film in maniera favorevole per la selezione dei tre principali Festival di cinema di fine estate/inizio autunno: Venezia, Telluride e Toronto.
Mother: ecco il primo poster
Jennifer Lawrence è stata protagonista dello sci-fi Passengers al fianco di Chris Pratt. Il film è arrivato nelle nostre sale lo scorso 30 dicembre. Di recente è stato annunciato che l’attrice interpreterà la celebre Zelda Fitzgerald in un biopic sulla moglie dell’autore de Il Grande Gatsby.
Jennifer Lawrence nella bufera: accusata di razzismo e inciviltà
La prima sinossi dice che il film racconta di una coppia che si trova ad avere a che fare con un’ospite inatteso. Le atmosfere e i temi trattati saranno simili a quelli di Black Swan, mentre il film uscirà il 15 settembre 2017. Nel cast di Mother, al fianco di Jennifer Lawrence, ci sono Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Ed Harris, Domhnall Gleeson e Kristen Wiig.
Mother Mary: la spiegazione del finale del film con Anne Hathaway
Il cinema di David Lowery ha spesso lavorato su territori liminali, dove il fantastico non è mai evasione ma estensione emotiva del reale. Mother Mary si inserisce con coerenza in questo percorso, costruendo attorno al rapporto tra una pop star e la sua ex collaboratrice un dispositivo narrativo che trasforma la memoria affettiva in materia quasi spettrale. La storia di Mary (Anne Hathaway) e Sam (Michaela Coel) non si limita a raccontare una separazione professionale o creativa: mette in scena una frattura sentimentale rimasta irrisolta, sedimentata nel tempo fino a diventare presenza invisibile ma costante.
Il film si apre su un ritorno impossibile, quello di due donne che hanno condiviso un linguaggio creativo e forse qualcosa di più profondo, e che ora si ritrovano costrette a confrontarsi con ciò che è rimasto sospeso. L’elemento del “rosso” che attraversa la narrazione non funziona come semplice simbolo estetico, ma come manifestazione di una memoria emotiva che si rifiuta di dissolversi. In questo senso, il finale non chiude una storia: la riconfigura, spostandola dal piano del conflitto a quello della comprensione.
David Lowery, il cinema del fantasma emotivo e la posizione di “Mother Mary” tra melodramma e allegoria contemporanea del pop

Il lavoro di David Lowery si distingue per una continua oscillazione tra minimalismo narrativo e tensione metafisica. Dopo opere come Sir Gawain e il Cavaliere Verde, il regista continua a esplorare la dimensione del simbolico come spazio in cui le emozioni umane assumono forma concreta, spesso attraverso figure che sembrano appartenere contemporaneamente al reale e a un altrove psicologico. Mother Mary si colloca precisamente in questo solco, rielaborando il linguaggio del melodramma musicale e del cinema sul pop per trasformarlo in un’indagine sull’identità emotiva frammentata.
Il contesto produttivo del film si inserisce nel filone delle narrazioni contemporanee che utilizzano il mondo dell’industria musicale come specchio delle dinamiche relazionali e creative. Tuttavia, Lowery si discosta dalle rappresentazioni più canoniche del successo pop, scegliendo un approccio rarefatto, quasi teatrale, che concentra gran parte dell’azione nello spazio chiuso del laboratorio di Sam. Questa scelta non è soltanto stilistica, ma concettuale: la riduzione dello spazio fisico corrisponde a un’espansione dello spazio mentale, dove passato e presente si sovrappongono senza soluzione di continuità.
La presunta relazione tra Mary e Sam, mai esplicitata ma costantemente suggerita, funziona come asse emotivo della narrazione. Non si tratta di confermare una storia d’amore in senso tradizionale, ma di osservare come il cinema costruisca la percezione di un legame che continua a esistere anche dopo la sua fine. Il film lavora quindi su una grammatica del non detto, dove il rimosso diventa più importante del dichiarato.
Il finale di “Mother Mary” come riconciliazione simbolica: il rosso come dolore condiviso e la fine della distanza emotiva tra Mary e Sam

Il finale di Mother Mary non propone una ricomposizione narrativa in senso classico, ma una trasformazione dello sguardo tra le due protagoniste. Dopo l’emersione progressiva del “rosso” come entità che attraversa le loro vite, il film arriva a una forma di confronto che non passa attraverso la risoluzione degli eventi, ma attraverso il riconoscimento della loro origine emotiva. La presenza della figura rossa, inizialmente percepita come minaccia, si rivela piuttosto come condensazione del dolore accumulato nel tempo.
Quando Mary e Sam finalmente si confrontano in modo diretto, il film sposta il baricentro dal trauma alla sua elaborazione. Non c’è un ritorno alla relazione precedente, né una riattivazione del legame creativo, ma un momento di sospensione in cui entrambe riconoscono la natura del proprio dolore. Il gesto centrale del finale non è quindi la riunione, ma l’accettazione della distanza come forma definitiva della loro storia.
La scomparsa o dissoluzione del “rosso” in questa fase finale non va letta come eliminazione del dolore, ma come sua integrazione. Il film suggerisce che ciò che era stato percepito come entità esterna fosse in realtà una proiezione interna, una materializzazione della ferita emotiva non elaborata. In questo senso, il finale non chiude il conflitto, ma lo rende leggibile.
Il rosso come struttura emotiva e narrativa: dolore, desiderio e memoria nella costruzione del trauma condiviso

Il tema centrale di Mother Mary si sviluppa attorno all’idea che le emozioni non elaborate assumano una forma autonoma, quasi indipendente dalla coscienza dei personaggi. Il “rosso” diventa così una struttura narrativa che permette al film di rappresentare ciò che altrimenti resterebbe invisibile: la persistenza del legame emotivo anche dopo la sua fine formale.
Il rapporto tra Mary e Sam si configura come una frattura che non ha mai trovato un linguaggio adeguato per essere espressa. La componente romantica implicita, mai dichiarata esplicitamente, funziona come campo di tensione costante, dove ogni gesto creativo diventa anche gesto relazionale. La separazione professionale coincide con una separazione affettiva che non viene mai pienamente elaborata, e proprio per questo continua a riemergere sotto forma di immagini, ricordi e apparizioni.
In questa prospettiva, il film costruisce una riflessione sul modo in cui il dolore si stratifica nel tempo. Il trauma non è un evento isolato, ma una condizione che modifica la percezione della realtà. Il “rosso” non è dunque un simbolo esterno, ma una grammatica emotiva condivisa, che prende forma solo nel momento in cui le due protagoniste si ritrovano nello stesso spazio narrativo.
La soglia tra realtà e percezione: il finale ambiguo come dispositivo di lettura del lutto e dell’identità frammentata

Uno degli aspetti più significativi del finale di Mother Mary è la sua ambiguità strutturale. David Lowery non offre una soluzione definitiva alla natura dell’entità rossa, né chiarisce in modo univoco il grado di realtà delle esperienze vissute da Mary. Questa indeterminatezza non è una mancanza di risoluzione, ma una strategia narrativa precisa, che riflette la natura stessa del trauma emotivo.
La percezione della realtà da parte di Mary è costantemente filtrata da uno stato di vulnerabilità psicologica che rende instabile il confine tra ciò che accade e ciò che viene interiorizzato. Il finale, in questo senso, non distingue tra esperienza oggettiva e proiezione soggettiva, ma le sovrappone in modo deliberato. La conseguenza è una narrazione che non chiede allo spettatore di scegliere una verità, ma di accettare la coesistenza di più livelli interpretativi.
Questa ambiguità diventa particolarmente evidente nel momento in cui il film suggerisce che il dolore possa essere al tempo stesso reale e simbolico. L’entità rossa non è né completamente esterna né completamente interna: è un’interfaccia tra due stati dell’esperienza, una forma che il dolore assume quando non riesce più a essere contenuto.
Il significato ultimo di “Mother Mary”: la separazione come forma di cura e la possibilità di una riconciliazione senza ritorno

Il finale di Mother Mary rifiuta ogni forma di chiusura consolatoria. La relazione tra Mary e Sam non viene restaurata, ma trasformata in qualcosa di diverso: una memoria condivisa che non richiede più la presenza fisica per esistere. In questo senso, il film propone una lettura del legame umano che si distacca dalle convenzioni del racconto romantico, per avvicinarsi a una concezione più frammentaria e adulta delle relazioni.
La riconciliazione finale non passa attraverso il riavvicinamento, ma attraverso il riconoscimento della distanza come esito inevitabile. Entrambe le protagoniste emergono dalla narrazione cambiate, non perché abbiano risolto il proprio dolore, ma perché hanno smesso di interpretarlo come un errore da correggere. Il trauma diventa così parte integrante della loro identità, non più elemento da rimuovere.
In questa prospettiva, Mother Mary si configura come un racconto sulla possibilità di continuare a esistere dopo la fine di un legame fondativo. Il film non suggerisce guarigione, ma trasformazione. E proprio in questa trasformazione si colloca la sua idea più radicale: ciò che resta, quando tutto si è spezzato, non è la perdita, ma la forma nuova che il dolore assume quando viene finalmente riconosciuto.
Mother Mary: Hunter Schafer si unisce al cast del film di David Lowery
Mother Mary, il prossimo film del regista David Lowery (Sir Gawain e il Cavaliere Verde, Peter Pan e Wendy) ha aggiunto un’altra grande star al proprio cast. L’attrice di Euphoria Hunter Schafer ha infatti concluso un accordo per recitare nel film prodotto dalla A24. Si unisce dunque ai già annunciati protagonisti Anne Hathaway e Michaela Coel. Scritto e diretto da Lowery, Mother Mary è ad ora descritto semplicemente come un epico melodramma pop che segue una musicista (Hathaway) e la sua relazione con un’iconica stilista (Coel). Si ritiene che Schafer interpreterà Hilda, l’assistente del designer di Coel, Sam.
Lowery, Toby Halbrooks e James M. Johnston produrranno insieme a Jeanie Igoe di Homebird Productions e Jonas Katzenstein, Maximilian Leo e Jonathan Saubach della Augenschein Filmproduktion di Colonia. La colonna sonora del film avrà invece brani originali scritti da Jack Antonoff e Charli XCX. Ad ora non sono però noti maggiori dettagli sul film, come ad esempio la data di inizio delle riprese o quando avverrà la sua uscita in sala. Al momento il progetto sarebbe ancora in fase di casting, con il set che potrebbe idealmente svolgersi nei prossimi mesi.
Il progetto sarà in ogni caso un’ottima occasione per la Schafer per affermarsi sempre di più anche sul grande schermo. Oltre ad essere nota per aver interpretato il ruolo di Jules Vaughn in Euphoria della HBO, distinguendosi poi per il doppiaggio del film d’animazione Belle. Attualmente è attesa nell’imminente Hunger Games: La ballata dell’usignolo e del serpente, che rappresenterà il suo debutto sul grande schermo e dove interpreterà Tigris Snow. La sua attività da interprete continua dunque a farsi sempre più intensa e il suo ingresso nel cast di Mother Mary è il segno concreto di ciò.
Fonte: ComicBook
Mother Mary, recensione: un trip visionario alla scoperta del dolore
State ancora festeggiando il ritorno di Anne Hathaway nei panni della Andy Sachs di Il diavolo veste Prada? Ottimo. Lo choc sarà ancora più forte. Perché la sua Mother Mary è ben più di una Madonna pop (o della pop star omonima) preda del classico esaurimento da star system, è una donna in crisi, in primis con sé stessa, divorata da sensi di colpa e incapace di continuare a sopportare la maschera dietro la quale ha scelto di nascondersi da tempo. Almeno dall’evento traumatico che pensava di aver superato, e relegato al passato, ma che invece ora è costretta ad affrontare.
La trama di Mother Mary
Dopo un grave indicidente, e per fugare ogni sospetto che potesse trattarsi di un tentativo di suicidio, la superstar Mother Mary sta preparando il ritorno in scena: una esibizione live, programmata per la notte del suo compleanno, nella quale canterà un inedito che promette di essere la canzone più bella mai composta. Ma qualcosa non va come previsto. Insoddisfatta, l’artista fugge dalla prova costumi e dal suo entourage per raggiungere la sua ex migliore amica e stilista Sam Anselm. Le due non si vedono da anni, da quando Mary aveva improvvisamente abbandonato l’altra donna, che ora appare ostile – e molto caustica – nei suoi confronti. Nonostante questo, accetta di confezionarle l’abito, ponendo però alcune condizioni visto il poco tempo a dispozione. Per tre giorni le due donne restano quindi chiuse nella immensa sartoria, isolate nella campagna inglese, sole con i propri rancori, rimpianti e finalmente costrette a confrontarsi.
L’analisi profonda di David Lowery
Quel rancore che a
Takashi Shimizu aveva ispirato ben altre e
inquietanti figure, qui non è rinchiuso in un luogo, ma alberga
dentro di loro, più profondo e psicologicamente ramificato. È un
trauma dal quale non ci si può liberare come di una maledizione
qualsiasi, un dolore che ciascuna delle due ha metabolizzato in
maniera diversa, rifiutandolo o estirpandolo in maniera
superficiale, un male profondo che si è esteso come una metastasi a
tutto il corpo, a ogni ambito dell’esistenza, anche quelli più
intellettuali.
Nel film, il regista – come la stilsta ferita – “studia, scava”, va a fondo, alla ricerca delle cause prime della sofferenza che in qualche maniera unisce le due splendide protagoniste (incredibile la Hathaway, una creatura fantastica Michaela Coel, per quanto favorita da un personaggio dall’espressività più esplicita), e per farlo le – e ci – costringe a una lunga tenzone dialettica, oltre i limiti del cervellotico, che forse non tutti riusciranno a sostenere.
Il processo messo in scena, d’altronde, è ineludibile. Per Mary, Sam e per gli spettatori. E chiede una attenzione totale, costante, anacronistica forse, e insieme encomiabile, seducente, pur – e forse proprio – nel suo essere eccessiva, estrema. Un limite forse, per un film che – per interpreti ed estetica – si rivolge al grande pubblico, ma anche una scelta coraggiosa, che rende unico il film. Soprattutto nella sua prima parte.
Awareness is a Warm Gun
Per sciogliere un tale
nodo gordiano, infatti, a un certo punto Lowery abbandona il piano
del reale, dando forma a dinamiche di tutt’altro tipo, affidandosi
al surreale, all’onirico, al fantastico, a visioni dalle tinte
quasi horror, facendosi beffe di spazio e tempo e dando una
rappresentazione soprannaturale di ciò che le avvelena. Attraverso
il sangue, l’automutilazione (evitiamo di farne l’ennesimo body
horror, per favore), ora entrambe possono vedere il fantasma di
quello che è stato, ma soprattutto di quello che ancora le unisce.
È una terapia d’urto nella quale il vestito da realizzare diventa
un simbolo. Di quel che Mary inizialmente desidera e teme, della
vendetta della quale ha bisogno Sam, che deve per far ‘indossare’
all’altra il dolore che a lungo ha portato da sola.
Così questo suggestivo melodramma della scissione si avvicina alla conclusione, a ricostruire l’identità spezzata della coppia e delle due, singolarmente, che la regia contrappone e sovrappone, lega con l’affascinante e spietata Ballerina Spagnola (intesa come Hexabranchus sanguineus) che non possono che accogliere. Come nella miglior tradizione del ‘Ghost Movie’, d’altronde, è quello che non conosciamo che ci terrorizza, sono i nostri sensi di colpa a farci più male, e la salvezza, la catarsi passano imprescindibilmente dall’accettazione di sé e delle ferite inflitte e patite (che nessun abito può e deve nascondere). Nessun muro potrà proteggerci se continuamo a custodire o ignorare il nostro vero nemico ed è solo aprendoci all’inclusività e alla responsabilità che potremo sentirci completi, e finalmente liberi. Anche di essere soli.
Mother Lode: recensione del film di Matteo Tortone
Figlio di un regista italiano e di una produzione europea, Mother Lode è un film che sconfina la realtà del suo autore e racconta con schiettezza la vita dei minatori peruviani. Servendosi del bianco e nero, di attori non professionisti e di immagini quasi documentaristiche, Matteo Tortone mette in piedi una narrazione unica di una realtà concreta e mitica allo stesso tempo.
Mother Lode: la trama del film
Jorge vive a Lima e per guadagnarsi da vivere guida un mototaxi sgangherato. Seppur giovanissimo, il ragazzo ha già una moglie ed una bambina. Per cercare di migliorare le condizioni di vita della sua famiglia, Jorge decide di lasciare Lima e di mettersi in viaggio verso una miniera sulle Ande Peruviane. La miniera de La Rinconada è famosa principalmente per i suoi minerali preziosi, in grado di attirare i giovani lavoratori in cerca di fortuna, ma anche per la sua pericolosità.
Giorno dopo giorni, Jorge affronta la dura vita nella miniera. Il freddo, l’aria irrespirabile, lo sforzo fisico, la nostalgia di casa, il vago conforto dell’alcol verranno mai ricompensati?
Una storia narrata direttamente allo spettatore
Dall’inizio alla fine, le scene di Mother Lode vengono accompagnate da una voce narrante. Potente e fredda, la voce di un uomo snocciola frasi che, come sentenze divine, affiancano le immagini. La sorte dei minatori viene più volte paragonata a quella delle creature degli inferi: l’oro della miniera appartiene al Diavolo, chi si vuole impossessare della ricchezza va a solleticare il demonio.
Come Ulisse è condannato nell’inferno per aver varcato le famose colonne d’Ercole, similmente i minatori sono condannati ad una vita infernale per aver desiderato l’oro. Tutti arrivano a La Rinconada carichi di grandi sogni e speranze ma, giorno dopo giorno, la promessa di una vita migliore si annebbia e si camuffa tra le polveri della miniera e le nubi dell’alcol.
Prendendo ispirazione dai racconti antichi, Mother Lode sfrutta il tema dell’uomo in cerca di ricchezza e racconta una storia di corruzione e di tracotanza senza tempo.
Il documentario dentro la finzione
La scelta di utilizzare una voce narrante non solo dà al film quel tocco documentaristico caro al regista, ma arricchisce le immagini, di per sé poco espressive. Mother Lode è un lungometraggio narrativo ma sconfina per molti aspetti nel genere del film-documentario. Come abbiamo detto, Tortone proviene dal campo del documentario creativo (White Men) e ha lavorato per anni come direttore della fotografia (Rada, Traverser / After the Crossing).
Nel film infatti, la fotografia è impeccabile e catalizzante. L’attenzione posta alle angolazioni, la scelta originale del bianco e nero, l’uso della luce, l’alternarsi di campi lunghi e primissimi piani danno carattere a Mother Lode. In aggiunta, le tecniche di ripresa quasi documentaristiche, spesso fisse e distanti dal soggetto inquadrato, rendono il tutto più autentico e credibile.
La non-recitazione in virtù del realismo
Mother Lode è un film costruito completamente attorno al protagonista. Jorge è interpretato da José Luis Nazario Campos, un attore non professionista. La camera segue Jorge nelle sue giornate, prima a Lima, poi in viaggio ed infine in miniera, a volte restando a distanza, a volte avvicinandosi tantissimo, ma senza mai disturbare il protagonista. Nazario Campos non sembra recitare, è spontaneo e naturale sulla scena, come anche i personaggi che incontra lungo il cammino. Inoltre, dialoghi sono semplici, spesso banali e privi di senso logico, sono parole rubate ad un dialogo che esiste a prescindere dalla presenza della macchina da presa. Proprio questa apparente distanza rende il film vero e sincero.
Mother Lode è un’opera raffinata e da guardare attentamente. Contiene il bianco e nero e l’America più povera di Roma di Alfonso Cuarón. Ha in sé il documentarismo fittizio e l’ambientazione rocciosa de Il Buco di Frammartino, ma è qualcosa d’altro. È un’opera prima che affascina con le immagini e fa riflettere con le parole.
Mother & Child: recensione del film con Annette Bening
Mother & child – Prendete un cast di primissimo livello che vede la compresenza di due candidati all’Oscar come Annette Bening (I ragazzi stanno bene) e Samuel L. Jackson (Pulp Fiction), il vincitore di un Golden Globe come Jimmy Smits (N.Y.P.D – serie tv) ed un’attrice ormai super-affermata come Naomi Watts; prendete un regista riconosciuto come Rodrigo Garcia (Le cose che so di lei) ed un produttore che come regista ha collezionato tre candidature agli Oscar come Alejandro Gonzalez Inarritu (Babel, Biutiful) ed avrete confezionato Mother & child.
Se aggiungiamo che questo film è entrato nella selezione ufficiale del Sundance Film Festival e che ha partecipato ad altri festival prestigiosi come quello di Berlino capiamo che non si sta parlando di un film qualsiasi, di un prodotto scadente.
Eppure rimane un mistero come questo film intenso e coinvolgente sia stato candidamente snobbato dalla distribuzione italiana e non abbia mai fatto presenza nelle nostre “esigentissime” sale cinematografiche. Ora si può anche cercare di comprendere la logica dei botteghini ma con tutta la mediocrità importata ogni anno nei nostri cinema si fatica, e non poco, a capire come un film così importante e apprezzato all’estero possa passare inosservato dalla distribuzione cinematografica italiana.
Ed è proprio alla berlinale che la DNC entertainment ha notato questo film del 2009 e ha deciso di acquisirne i diritti per poter procedere alla distribuzione a noleggio e vendita in dvd dal prossimo 21 settembre. Come illustratoci in una conferenza di presentazione a Milano dai responsabili stessi della DNC, i diritti per la prima televisiva assoluta sono stati già acquistati da La7 la quale trasmetterà il film a inizio 2012. Da sempre attenta a film dai contenuti impegnati La7 ha colto in Mother & child le giuste caratteristiche che ben si adattano al suo pubblico televisivo, un target da sempre sensibile a temi di forte rilevanza sociale. E’ probabile, diciamo ufficioso, che la rete accompagnerà la prima assoluta italiana del film con una serie di trasmissioni di approfondimento al tema trattato.
Ed il tema che Mother & child affronta è il tema delle adozioni, della complessità relative alla questione oltre che raccontare il rapporto madre-figlio visto da varie sfaccettature, osservato e raccontato da diversi punti di vista e seguendone i percorsi evolutivi o involutivi a seconda dei casi.
Il film racconta la vita di tre donne, tre storie parallele e apparentemente separate ma accomunate dall’intenso desiderio di essere madre: Karen (A. Bening) rimasta incinta a 14 anni senza mai conoscere il frutto di quella maternità e che ora si strugge al desiderio di cercare quella figlia abbandonata. Elizabeth (N. Watts) avvocato di successo che invece la madre non l’ha mai conosciuta e che si difende dietro una falsa corazza di donna forte e indipendente ma che in realtà non si rassegna all’idea di ritrovare la donna che l’ha rifiutata. Lucy (K. Washington) che invece figli non può averne e combatte per poter anch’essa diventare madre.
Mother & child è un film dal forte impatto emotivo, intenso e coinvolgente, un film che non smette per un minuto di tenere stretto il nodo alla gola dello spettatore. Gli interpreti rispettano a pieno le aspettative regalandoci mirabili interpretazioni tra cui ci sentiamo di sottolineare e risaltare quella della superba Annette Bening. Rodrigo Garcia illustra con incredibile raffinatezza e sensibilità il rapporto filiale tra madre e figlio, un legame unico e inossidabile più forte di ogni avversità, di ogni rancore e più forte del tempo stesso. Di fronte ad esso tutto cede, tutto si inchina, niente può spezzarlo ma solo darcene l’illusione.
Il film induce alla riflessione anche relativamente al sistema delle adozioni, un sistema che negli Usa è molto differente dal nostro ma che come in Italia presenta contraddizioni e mancanze che in questo film vengono affrontate.
Mother & child è un film che merita di essere visto, discusso, analizzato e magari anche criticato; è un film che non può passare inosservato da chi non vuole allinearsi all’incomprensibile cecità della distribuzione italiana.
Motel: recensione del film con Robert De Niro
Basato sul racconto “La Gatta” di M.L. Von Franz, Motel è un interessantissimo ed originale prodotto a metà strada fra un noir fori dalle righe ed un thriller dai toni serrati, un film anomalo in cui tensione e umorismo grottesco danno vita ad un qualcosa di veramente notevole. Allontanandosi volutamente fin dall’incipit dalle strade canoniche di un genere ben definito, David Grovic dipinge un racconto kafkiano in cui realtà e sur-realtà finiscono per confondersi, un microcosmo ridotto alle unità di tempo e di spazio, come nella tragedia greca, in cui nell’arco di una sola notte, fra le quattro anguste mura di un motel uscito dai sogni distorti di un burattinaio allucinato, si consumano situazioni impossibili che alternano humor nero e thrilling.
In Motel Jack, nevrotico killer professionista nel mezzo di una crisi personale, riceve il compito dal boss malavitoso Dragna di ritirare per suo conto una misteriosa valigetta presso la stanza numero 13 di uno sperduto motel. In attesa dell’arrivo del gangster, Jack si trova da solo in un luogo alienato popolato da strani e grotteschi personaggi, tra cui la conturbante prostituta Rivka, un eccentrico custode e una stramba coppia di papponi formata da un nano e un pirata di colore. La notte è lunga e le sorprese non tardano ad arrivare.
Motel, il film
Numerosi ed intelligenti sono poi i rimandi meta-cinematografici, iniziando dal gioco della borsa misteriosa di Pulp Fiction, passando per l’ammiccamento a Psycho fino al celebre Voglio la testa di Garcia, il tutto però senza mai cadere nella parodia. Seppur il sostrato narrativo si riallaccia saldamente alle linee guida del noir classico, i personaggi che si muovono in ogni inquadratura finiscono per rende il tutto un’esplosione di novità insite dietro ogni angolo, grazie anche alla curatissima ed eclettica fotografia di Steven Mason che proietta l’intera vicenda all’interno di un non-luogo che pare scaturito dalla pura estetica neon-pulp.

John Cusack da vita ad un anti-eroe decisamente fuori dagli schemi, una spietata macchina da guerra capace di provare sentimenti pur nella sua apparente nevrotica apatia, mentre Robert De Niro dà nuovamente prova di essere un interprete camaleontico e di grande spessore, modellandosi addosso le vesti del boss Dragna, killer gentiluomo colto e raffinato pieno di aforismi e dalla filosofia ineccepibile. Completano il bizzarro quadretto una conturbante Rebecca Da Costa nelle plastificate e multicromatiche sembianze di una femme fatale di tarantiniana memoria e Dominic Purcell capace impersonale un eccentrico e flemmatico custode, versione allucinata del celebre Norman Bates.
Motel è un prodotto strano, decisamente fori fase rispetto ai canoni tradizionali, il quale è capacissimo di soddisfare il palato spettatoriale con una vincente commistione di elementi in cui l’essenzialità (di plot, di attori e di spazio) è sicuramente la migliore carta a suo favore, senza mai sminuire però la serietà d’intenti.
Mostri: in arrivo il secondo volume targato Bugs Comics
Il 15 Gennaio arriverà il secondo volume di MOSTRI targato Bugs Comics. In questo volume, alle prese con la loro prima storia “mostruosa”, troviamo ai testi Andrea Cavaletto (Dylan Dog, Martin Mystère) e ai disegni Marcello Mangiantini (Zagor, Dampyr, Adam Wild), che realizzano uno splendido viaggio storico targato 100% Bonelli e accompagnano gli altri autori.
Oltre a loro troverete quindi storie di Massimiliano Filadoro, Gianmarco Fumasoli, Andrea Guglielmino, Marianna Ignazzi, Francesco Lo Storto, Alessio Maruccia, Andrea Olimpieri e Marco Scali, nonché alcune delle più belle del vecchio MOSTRI della ACME.

Mostri si conferma quindi, con questo numero, anche un laboratorio dove autori affermati e talentuosi esordienti del mondo del fumetto italiano, lavorano spalla a spalla per aiutarsi a crescere professionalmente e realizzare un prodotto che si spera riesca a raggiungere quella qualità che il fumetto italiano è in grado di produrre.
La copertina variant che accompagnerà quella di Valerio Giangiordano, è stata realizzata da Maurizio Di Vincenzo.
Formato:
16,8×25,6
Pagine: 94
Colore: B/N
Caratteristiche:
Brossurato, copertina a colori

MOSTRI: il quarto numero dall’Etna Comics 2016
In occasione dell’edizione di Etna Comics 2016, viene presentato il quarto numero di MOSTRI targato Bugs Comics in anteprima. In questo volume tanti nuovi autori tra i quali Sergio Badino, autore poliedrico che collabora, tra le altre cose, con Sergio Bonelli Editore per Dylan Dog e Martin Mystère.
In questo numero 5 storie inedite e 2 storie tratte dal Mostri dei primi anni ’90 targato ACME che confermano che Mostri prosegue il suo cammino come rivista di genere in grado di accogliere grandi talenti italiani e Bugs Comics si conferma una realtà editoriale italiana in crescita! Un luogo d’incontro tra autori affermati e giovani che riescono, seguiti passo dopo passo da editor d’esperienza a dare voce alla loro arte.
Gianmarco Fumasoli, David Ferracci, Andrea Guglielmino, Massimiliano Filadoro, Antonio De Luca, Adriana Farina, Simone Di Matteo, Alessio Maruccia, Luca Franceschini, Samuele Coletti, Luca Ruocco, Quirino Calderone, Sergio Badino e Giancarlo Caracuzzo vi accoglieranno nelle loro storie all’interno di questo quarto viaggio nell’orrore targato Bugs Comics.
La copertina variant che accompagna quella di Valerio Giangiordano, è stata realizzata da Mauro Laurenti, disegnatore di Zagor e Dampyr.
Formato:
16,8×25,6
Pagine: 96
Colore: B/N
Caratteristiche:
Brossurato, copertina a colori
PER
INFORMAZIONI:
[email protected]
Mostri: il progetto editoriale fratello minore di Splatter
Nasce Mostri, progetto editoriale che verrà presentato al Romics 2015 di aprile.
“Presentiamo il numero zero di MOSTRI a Romics che si terrà ad Aprile, dal 9 al 12 presso la Nuova Fiera di Roma. La redazione sarà presente tutti e 4 i giorni allo stand della Scuola Romana dei Fumetti e i disegnatori della BUGS e di Mostri, personalizzeranno per i lettori la white cover del numero zero.”
COME NASCE IL
PROGETTO
Nel Marzo del 1990 arriva in edicola MOSTRI; annunciato in quarta
di copertina sul numero 9 di Splatter come “Appena nato e già
cattivo” e trascinato dal successo del suo fratello più grande e
sanguinario, MOSTRI arriva diretto al cuore dei suoi lettori
proponendo, attraverso le sue pagine, una visione fresca e moderna
dei suoi protagonisti.
Si perché i mostri grotteschi e spaventosi della ACME non sono
sempre carnefici, spesso anzi rappresentano le vittime di una
società allo sbando, fanno riflettere sulla paura del diverso e
regalano morali e chiavi di lettura inedite a un pubblico che con
il passare del tempo si lega sempre di più alla rivista.
MOSTRI, come Splatter, ospita autori che oggi rappresentano in
Italia e all’estero il fumetto italiano nella sua massima forma
espressiva. Caracuzzo, Soldi, Celoni, Sicomoro, Alessandrini,
Brindisi, La Neve e Mari sono solo alcuni dei nomi che danno
vita alle 64 pagine di quella rivista che ancora oggi viene
ricordata come uno dei capisaldi del fumetto horror degli anni
’90.
E’ proprio questa l’eredità che il gruppo di giovani autori della
BUGS COMICS prova a raccogliere per riproporre in un formato nuovo,
con più pagine e una veste grafica rivista dallo stesso art
director della acme degli anni ’90, lo spirito narrativo di MOSTRI
e della realtà editoriale che lo accompagnava; uno spirito mai domo
che, per 24 anni, ha spinto chi all’epoca era solo un lettore, a
diventare autore e a contribuire al ritorno di un prodotto che non
poteva più mancare.
Lo scopo è portare in fumetteria, sotto la supervisione di
Giancarlo Caracuzzo, Paolo Altibrandi e Gianmarco Fumasoli, un
prodotto che comprenda sia storie inedite, sia quelle ormai
introvabili dei vecchi numeri, che hanno lasciato un segno
indelebile nei cuori dei lettori di quegli anni.
Mostri: il fumetto tutto italiano debutta al Lucca Comics & Games 2015
Tra pochi giorni il fratello di
Splatter, Mostri, esordirà a
Lucca Comics & Games con il
numero uno. Presentato con la cover regular di Valerio
Giangiordano e la cover variant di Giancarlo
Caracuzzo, il numero uno di Mostri conterrà
storie nuove e una selezione delle più belle del Mostri
originale della ACME. Su questo numero troveremo infatti grandi
capolavori del passato
realizzati da Ferrandino, Celoni, La Neve, Venturi, Burattini e
Andreucci ma anche fantastiche storie realizzate dalla nuova
generazione degli autori di Mostri: Valerio Giangiordano,
Antonio De Luca, Cristiano Crescenzi, Riccardo Latina, Alessio
Maruccia, Massimiliano Filadoro, Andrea Guglielmino, Marco Scali,
Gianmarco Fumasoli e Alissa Barone.
Tra le storie inedite realizzate dagli autori BUGS Comics, troverete anche quella disegnata in esclusiva da Giancarlo Caracuzzo per il nuovo corso di Mostri nonché le strisce dei MoFtri di Adriana Farina. Lo stand BUGS Comics vi aspetta dal 29 Ottobre al primo Novembre a Lucca Comics & Games presso il Padiglione Giglio.
Mostri: al Cartoomics il numero 7 con Claudia Balboni
Sarà presentato in anteprima a Cartoomics (Milano, 3, 4 e 5 marzo) il numero 7 di MOSTRI, la rivista edita da Bugs Comics che nel corso di oltre un anno di attività si è confermata un punto di riferimento per gli appassionati di horror a fumetti, in linea con la tradizione ACME degli anni ’90 ma rinnovata con un tocco moderno, nello stile e nella veste grafica sotto la guida di Gianmarco Fumasoli e Paolo Altibrandi.
Tra i molti autori presenti – oltre allo stesso Fumasoli, tra disegnatori e sceneggiatori, anche Massimiliano Filadoro, Alessio Maruccia, Andrea Guglielmino, Luca Ruocco, Antonio Mlinaric, Adriana Farina ormai parte della collaudata ‘squadra fissa’ presente, a rotazione, su tutti i numeri della collana – si segnala anche la presenza di, Cristian Di Clemente, Fernando Proietti (tra le sue collaborazioni l’albo ‘Dentro Moana’, per la serie ‘Battaglia’ di Roberto Recchioni e Leomacs) e in particolare quella di Claudia Balboni (tra gli altri, Star Trek per I.D.W. publishing e Zenescope).
Mostri: al Cartoomics il numero 7 con Claudia Balboni
Balboni disegna la storia di apertura (Bambini Speciali) e la copertina in edizione ‘variant’, stampata in sole 500 copie, che va idealmente a sostituire, in quanto realizzata in bianco e nero, quella esauritissima illustrata da Giancarlo Caracuzzo per il numero 1. La cover regular è invece come sempre affidata ai sapienti chiaroscuri di Valerio Giangiordano.
Il laboratorio di ‘Mostri’ cresce: chi ieri era esordiente ora lavora regolarmente nel mondo del fumetto grazie anche alla possibilità di trovarsi spalla a spalla con chi ha già esperienza professionale, costruendo un percorso collettivo che ha come ultimo traguardo quello di produrre un fumetto di ampio respiro, attraente per i lettori che amano il genere, ma anche puntando al taglio autoriale e a un alto livello di qualità.
A seguire la cover di Mostri 7 e la variant cover.
Mostri Universal: tornano al cinema Dracula & Co.
Deadline riporta la notizia che il creatore e sceneggiatore della serie tv Fargo, Noah Hawley, scriverà uno dei film appartenenti all’universo cinematografico dei noti Mostri Universal che, come vi avevamo rivelato tempo fa, la casa di produzione ha intenzione di rinnovare con, appunto, l’uscita di nuovi film.
La prima pellicola di questo nuovo rilancio sarà La Mummia che uscirà il 22 aprile 2016 e che sarà diretta da Alex Kurtzman basandosi sullo script di Jon Spaihts; a ruota seguiranno tutti gli altri film (tra cui, probabilmente, un reboot di Van Helsing). Al momento non sappiamo quale sarà il film di cui Hawley si dovrebbe occupare, ma vi terremo aggiornati.
Negli ultimi anni Universal si è distinta per alcuni franchise milionari come Fast & Furious, Cattivissimo Me, Bourne, Jurassic Park, ma l’universo che da sempre è legato allo studio è quello dei classic movie monsters ovvero quello cerchia di mostri che comprende Frankenstein, Dracula, Wolfman, il mostro della laguna, la mummia ecc.
Mostri Universal: David Koepp per La moglie di Frankenstein
David Koepp è stato assoldato dalla Universal per scrivere la sceneggiatura del reboot di La moglie di Frankenstein, nell’ambito del più ampio progetto dei Mostri Universal, dove la major ha intenzione di creare un universo condiviso dei suoi mostri classici, dalla Mummia a Dracula passando per Frankenstein e l’Uomo invisibile, supervisionato da Alex Kurtzman e Chris Morgan.
Come per gli altri monster movie della Universal, anche per quanto riguarda La moglie di Frankenstein sui dettagli sulla trama è mantenuto il più stretto riserbo. La storia sarà comunque ambientata ai giorni nostri, in modo che tra i personaggi dei diversi titoli dell’universo condiviso sia più semplice e immediato stabilire relazioni, collegamenti e cross-over.
Variety svela, inoltre, che la Universal avrebbe pensato ad Angelina Jolie Pitt per dirigere e anche recitare nel film. Ma la star si sarebbe presa del tempo per valutare e soprattutto per visionare la sceneggiatura, una volta terminata, prima di salire a bordo del progetto.
David Koepp ha un lungo e proficuo rapporto con la Universal: non solo ha sceneggiato il primo Jurassic Park ma ha contribuito a rivitalizzare franchise come Mission:Impossible e Spider-Man con Tobey Maguire. Il suo prossimo progetto che vedremo al cinema è Inferno di Ron Howard, di cui ha curato l’adattamento del romanzo di Dan Brown.
Fonte: Variety
Mostri e Bestie: i problemi e i dilemmi dei protagonisti degli horror
Sono creature temute e rifiutate dalla società, protagoniste di alcuni degli horror movie più famosi della storia del cinema, ma anche di alcune leggende mitologiche o di fiabe per tenere buoni i bambini. Anche i Mostri e le Bestie però hanno i loro problemi. Teo Zirinis artista e t-shirt designer ha realizzato questi simpatici disegni in cui ogni creatura esprime la propria difficoltà!
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Sembra giustissimo che
Dracula si batta per la propria ‘originalità’ e che il Bigfoot sia
un po’ triste perchè 2nessuno crede in lui”. Allo stesso modo come
biasimare le persone che “guardano attraverso” l’Uomo Invisibile?
Oppure il gusto architettonico di Godzilla?
Mostri al Romics: Bugs Comics presenta il numero 3
BUGS Comics presenterà il numero tre di MOSTRI a Romics che si terrà ad Aprile, da Giovedì 7 a Domenica 10 presso la Nuova Fiera di Roma.
BUGS Comics,
all’interno del suo stand, ospiterà Maurizio Di
Vincenzo, uno dei disegnatori più rappresentativi di Dylan
Dog e Marco Soldi, disegnatore di Dylan Dog, Julia
e autore della cover variant del numero 3 di Mostri.
Assieme a Maurizio Di Vincenzo e Marco Soldi, allo stand BUGS si alterneranno Adriana Farina, Pierluigi Minotti, Giampiero Wallnofer, Alessio Maruccia, Andrea Olimpieri, Dario Tallarico, Paolo Altibrandi e Gianmarco Fumasoli per dedicare le copie della rivista ai lettori.
Mostri al cinema: l’uomo dietro la maschera
Quando i mostri al cinema erano reali e non c’era (troppa) computer grafica a realizzarli e a tenerli in piedi, quei mostri erano molto più umani di quanto si possa immaginare. Ecco una carrellata di mostri al cinema e dei volti umani dietro le loro maschere spaventose.
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Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro: il manifesto e la sigla della 58° edizione
La Fondazione Pesaro Nuovo Cinema è lieta di svelare il manifesto e la sigla che rappresentano la 58esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema che si terrà a Pesaro dal 18 al 25 giugno 2022.
In attesa di scoprire gli ospiti e il ricco programma della nuova edizione del festival, l’artista UOLLI (Tomas Marcuzzi) firma la locandina e la sigla che catturano l’essenza e la natura poliedrica del festival. Autore di numerosi videoclip musicali (Meg, Lo stato sociale, Brunori Sas, Franco Battiato, Niccolò Fabi tra gli altri) e collaboratore dei più importanti festival culturali italiani, Uolli dichiara: “L’idea di realizzare un’installazione totalmente meccanica ed interamente dedicata al cinema, nasce proprio dalla stessa curiosità e dallo stesso spirito del Festival. L’intenzione era di omaggiare tutto il cinema senza distinzioni, rappresentandolo attraverso marchingegni, automazioni e meccanismi, atti a mostrare i suoi mille aspetti: dai giochi ottici del pre-cinema come lo praxinoscopio o lo zootropio, fino agli oggetti più iconografici del cinema come il ciak, l’occhio, la cara vecchia pellicola, i classici occhiali 3D con le lenti blu e rosse, delle buffe mani verdi che applaudono e l’immancabile pop-corn. Tutto è stato pensato per rappresentare ogni aspetto della settima arte, dai primi esperimenti visivi ai giochi ottici, fino al suo immaginario più pop. Il risultato finale è una sorta di stramba macchina infernale automatizzata che, nei suoi colori, cavi ingarbugliati e mille meccanismi ed animazioni, vuole rappresentare la ricchezza e le mille sfaccettature del Pesaro Film Festival”.
La 58esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema è realizzata con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, del Comune di Pesaro e della Regione Marche. L’accesso ai bandi e tutte le informazioni sono sul sito www.pesarofilmfest.it; tutti gli aggiornamenti saranno disponibili anche sui canali social ufficiali: Facebook, Instagram, Twitter.
Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro – il manifesto

Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro: i vincitori della 59° edizione
Si è appena conclusa la 59esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema a Pesaro con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, del Comune di Pesaro e della Regione Marche con grandissimo successo di pubblico.
Le tre giurie del concorso ufficiale hanno decretato i propri vincitori: la giuria internazionale, composta dall’artista Rä Di Martino, il regista e critico argentino Pablo Marin e la regista Francesca Mazzoleni, ha assegnato il Premio a BROKEN VIEW di Hannes Verhoustraete -(2023), Belgio – con due menzioni speciali a GEWESEN SEIN WIRD di Sasha Pirker – (2022), Austria – e a PRUEBAS di Ardélia Istarú – (2022), Costa Rica/ Francia/Belgio; la giuria giovani, composta da 23 studenti provenienti dalle università di tutta Italia con insegnamenti di storia del cinema e dalle principali scuole di cinema e accademie di belle arti, ha scelto ARGILEAK di Patxi Burillo Nuin – (2022), Spagna – con due menzioni speciali a SENSITIVITY IN LOW LIGHT CONDITIONS di Stefan Kruse Jørgensen – (2022), Danimarca – e a BROKEN VIEW di Hannes Verhoustraete – (2023), Belgio – , mentre la giuria SNCCI, composta da Alessandro Cuk, Francesco Grieco e Chiara Nicoletti, critici del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani ha premiato THE APOCALYPTIC IS THE MOTHER OF ALL CHRISTIAN THEOLOGY di Jim Finn – (2023), USA – con una menzione speciale a BROKEN VIEW di Hannes Verhoustraete – (2023), Belgio.
Hannes Verhoustraete, regista di BROKEN VIEW, vincitore del premio della giuria internazionale e di varie menzioni, dichiara: “Sono molto onorato di ricevere questo premio e le menzioni speciali. Non me lo aspettavo ed ero già felicissimo di essere stato invitato. Ho incontrato tanti nuovi amici meravigliosi. È stato un piacere stare qui e sarebbe bastato questo, anche se questo riconoscimento rende la mia settimana a Pesaro ancora più memorabile. Grazie!”
Il concorso (Ri) Montaggi Il cinema attraverso le immagini, il primo concorso in Italia dedicato ai video essay, la nuova forma di critica cinematografica, ha assegnato il premio a SHE’S AN ICON: THE MAKING OF A GAY ICON IN MEDIA di Emanuele Loddo, da parte dei giurati Martina Barone, Valerio Coladonato, Elena Gipponi con una menzione speciale a FOOTSTEPS di Evelyn Kreutzer.
La sezione Vedomusica, con la giuria composta da Alice Cucchetti, Luca Lumaca e Giulio Sangiorgio, dedicata ai videoclip, premia SPLASH – Colapesce, Dimartino (Italia, 2023, 3’42’’) diretto da Zavvo Nicolosi e Giovanni Tomaselli.
Sono stati inoltre consegnati i riconoscimenti ai vincitori del Premio per la critica cinematografica, concorso organizzato dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – Gruppo Emilia-Romagna Marche insieme al festival, con la giuria composta da Pedro Armocida, Luisa Ceretto, Andrea Miccichè, Francesco Miccichè, Franco Montini, Cristiana Paternò, Paola Oliveri e Bruno Torri:
SEZIONE A
- 1°PREMIO (N.28) Nicola Crisafi, Super Mario
- 2° PREMIO (N.17) Cristina Di Maria, Pinocchio
- 3° PREMIO (N.18) Francesco Loi, Living
SEZIONE B
- 1°PREMIO (N.10) Marco D’Agostino, Decision to leave
- 2° PREMIO (N.104) Niccolò Busca, The Fabelmans
- 3° PREMIO (N.19) Pier Giovanni Adamo, La maman e la putain
Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro: chiusura in grande stile con Luca Guadagnino
Chiusura in grande stile per la 60° edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro grazie a un premio speciale, alla presenza di Luca Guadagnino, di tanti ospiti di fama internazionale e all’atteso momento delle premiazioni.
La mattinata di sabato 22 giugno si apre nei consueti spazi di Palazzo Gradari, dalle ore 10.00, con due grandissimi ospiti della Mostra, Brigid McCaffrey, regista e fotografa di Los Angeles a cui il festival ha dedicato un focus particolare e, a seguire, Júlio Bressane, regista tra i maggiori esponenti del cinema brasiliano contemporaneo, nella giuria internazionale e alla Mostra con tre film, di ritorno al Festival dopo 56 anni.
Al Teatro Sperimentale, dalle 15.30, sarà possibile immergersi nel cinema della McCaffrey con le proiezioni di Am/Pm, Sun Metal Shadow Signs, Paradaise Spring, Castaic Lake e Bad Mama, who cares. A seguire, sempre in sala Pasolini, ultimo appuntamento con l’omaggio ad Adriano Aprà con la proiezione di Olimpia agli amici. La Sala Grande invece, a partire dalle 15.00, sarà teatro della proiezione di Una fiamma nel mio cuore di Alain Tanner con l’attrice francese e membro della giuria internazionale Myriam Mézières e, alle 17.30, dell’attesissimo incontro moderato dal direttore Pedro Armocida con Luca Guadagnino, in cui sarà presentata la monografia, la prima al mondo a lui dedicata, edita nella collana Nuovocinema di Marsilio, a cura di Simone Emiliani e Cecilia Ermini, Spettri del desiderio. Il cinema e i film di Luca Guadagnino.
A seguire sarà proiettato per la sezione Esordi corti italiani il corto diretto da Valerio Pisano e Luca Grimaldi, Soleombre, alla presenza dei registi. Il pomeriggio al Cinema Astra, dalle 15.30, vedrà invece il saggio finale alla presenza dei giovani studenti balcani del progettoNovi Bioskop Sarajevo in collaborazione con Pesaro Capitale italiana della cultura e, dalle 17.30, le proiezioni in collaborazione con il Busan Cinema Center, con See the love di Jung Eun-joo, Homo Hundred Ballet di Son Jung-mi e Picnic di Kim Yong-gyun.
La sera invece spazio all’ultimo e scoppiettante appuntamento in Piazza. Dopo aver accolto i grandi protagonisti per tutto l’arco del festival, Piazza del Popolo sarà il luogo deputato alle premiazioni, con cerimonia di rito, e ospiterà Luca Guadagnino che verrà premiato con il Premio Pesaro Nuovo Cinema 60 prima di presentare al pubblico l’ultimo suo lavoro Challengers, grande successo di pubblico e critica.
La forza sovversiva,
ammaliante, rivoluzionaria e completamente destrutturata e
destrutturante delle nuove onde trova la sua patria a Pesaro nella
Mostra del Nuovo Cinema – ha dichiarato Guadagnino sul Premio –
Ricevere il premio della Sessantesima Edizione di una
rivoluzione che è costante e che continua a spezzare le griglie e
le gabbie soffocanti agli immaginari è naturalmente un onore
immenso. Il cinema è politico, ci hanno insegnato i Maestri delle
Nouvelle Vague e quindi prendo questo come un bellissimo premio
politico alla mia esperienza di cineasta che mai ha smesso di
guardare e di desiderare la prospettiva che è sempre stata al
centro dell’interesse del Nuovo Cinema di Pesaro.
Si spengono i riflettori anche su La vela incantata – Cinema in Spiaggia, organizzata con la collaborazione della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, location suggestiva degli omaggi in 35mm a Mastroianni e Chiari con la proiezione, alle 21.30, de La donna della domenica di Luigi Comencini.
Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro: apertura con E.T. l’extra-terrestre
La Fondazione Pesaro Nuovo Cinema è lieta di annunciare l’apertura della 58esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, sabato 18 giugno alle ore 21.00 in Piazza del Popolo, con la proiezione di E.T. l’extra-terrestre.
In occasione del 40° anniversario dell’uscita nelle sale, grazie alla collaborazione di Universal Pictures Home Entertainment, arriva al festival il film cult della storia del cinema diretto dal Premio Oscar®Steven Spielberg, con gli allora giovanissimi Drew Barrymore e Henry Thomas. E.T. l’extra-terrestre, che racconta la storia di un alieno che non riesce a tornare a casa e del rapporto che instaura con la famiglia che lo trova, è impresso nell’immaginario collettivo di più generazioni come film icona capace di travalicare il genere della fantascienza ed è considerato uno dei più grandi film di tutti i tempi.
La Mostra Internazionale del Nuovo Cinema si terrà a Pesaro dal 18 al 25 giugno 2022 con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, del Comune di Pesaro e della Regione Marche.
Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2023: il programma
La 59esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema si terrà a Pesaro dal 17 al 24 giugno 2023 con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, della Regione Marche e del Comune di Pesaro, il cui sindaco Matteo Ricci dichiara: “Pesaro si prepara a vivere una stagione ricca di eventi di carattere nazionale e internazionale. Una vera e propria “Estate da Capitale”, che ci proietta verso Pesaro 2024, Capitale italiana della Cultura”.
Il concorso internazionale del festival diretto da Pedro Armocida, è un caso quasi unico poiché è aperto a tutti i formati e a tutti i registi, senza barriere d’età, di durata, di ‘genere’, pienamente votato alla ricerca del ‘nuovo’ cinema e in una posizione di avanscoperta dei nuovi linguaggi dell’audiovisivo. Anche per questa nuova edizione il concorso sarà giudicato da tre giurie, una composta da soli studenti, un’altra professionale con personalità di rilievo internazionale e infine la giuria del nuovo Premio della Critica Italiana (SNCCI) composta da critici del Sindacato Nazionale Critici Italiani all’interno del protocollo firmato con l’Associazione Festival Italiani di Cinema (AFIC).
Ad aprire ufficialmente la 59esima edizione sarà il film cult e simbolo degli anni ’80: Flashdance. A 40 anni dal suo debutto nelle sale torna sul grande schermo in Italia grazie alla Mostra Internazionale del nuovo cinema il film di Adrian Lyne con un’indimenticabile Jennifer Beals, premiato con l’Oscar® per la migliore canzone, Flashdance… What a Feeling di Giorgio Moroder e Keith Forsey, eseguita da Irene Cara.
Dopo Liliana Cavani e Mario Martone, l’evento speciale sul cinema italiano, organizzato con la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, dedica la sua attenzione al cinema del Premio Oscar® Giuseppe Tornatore. Verranno presentati tutti i suoi film per il cinema, tra cui Ennio, straordinario documento su Morricone, e Nuovo Cinema Paradiso nella versione restaurata, in collaborazione con Cinecittà SpA, in occasione del suo 35esimo compleanno. A omaggiare l’artista, che sarà ospite a Pesaro per una tavola rotonda, anche una mostra fotografica e la monografia Giuseppe Tornatore. Il cinema e i film (a cura di Pedro Armocida e Emiliano Morreale), 85esimo volume della collana Nuovocinema di Marsilio.
In viaggio verso #Pesaro2024, capitale italiana della cultura, la Mostra intende rendere omaggio al cinema italiano più popolare incontrando grandi autori e presentando film che hanno fatto la storia del cinema, non solo italiano. Il luogo eletto all’incontro con grandi personaggi e a racconti di vita è il Cinema in Piazza. Oltre al film di apertura, Flashdance, e di chiusura, Nuovo cinema paradiso, la Piazza ospiterà una serie di proiezioni accompagnate dai suoi protagonisti come Dante Ferretti, il grande scenografo Premio Oscar®, che accompagnerà la presentazione della sua autobiografia Immaginare prima. Le mie due nascite, il cinema, gli Oscar (di Dante Ferretti con David Miliozzi, edizioni Jimenz) in occasione degli 80 anni con la proiezione di Hugo Cabret di Martin Scorsese per cui ha vinto la terza statuetta. Carlo Verdone racconterà al pubblico la sua straordinaria carriera e presenterà Borotalco, che lo scorso anno ha compiuto 40 anni, in cui per la prima volta interpreta un protagonista a tutto tondo.
Grande attesa anche per le anteprime mondiali della Mostra. Si parte con uno dei maggiori poeti della seconda metà del Novecento e protagonista della scena culturale romana, Dario Bellezza a cui è dedicato il documentario Bellezza, addio – prodotto da Zivago Film e Luce Cinecittà – di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese, gli stessi registi de Il caso Braibanti che proprio dal festival, nel 2020, ha iniziato un percorso che lo ha portato ad avere un grande riscontro di pubblico e di critica. Di tutt’altro tenore è Cocoricò tapes il documentario firmato da Francesco Tavella, che racconta con immagini inedite e materiali d’archivio le lunghe notti della discoteca romagnola divenuta luogo di espressione artistica, politica e sociale negli anni ‘90. C’è poi un sorprendente esordio alla regia, quello di Alessandro Marzullo che ha anche scritto la sceneggiatura di Non credo in niente, un viaggio notturno nell’anima di quattro ragazzi alla soglia dei trent’anni che non vogliono rinunciare alle proprie passioni con un cast di giovani interpreti come Demetra Bellina, Giuseppe Cristiano, Renata Malinconico, Mario Russo, Lorenzo Lazzarini, Gabriel Montesi, Antonio Orlando e Jun Ichikawa. Anche un cortometraggio in anteprima mondiale, Sognando Venezia, che sarà presentato dalla sua regista Elisabetta Giannini e dai protagonisti Francesco Di Leva, appena premiato ai David di Donatello come miglior attore non protagonista per Nostalgia di Mario Martone e da sua figlia Morena Di Leva.
La musica torna protagonista anche della 59esima edizione con il concerto in Piazza, nel giorno della festa mondiale della musica, il 21 giugno, a cura degli allievi del Conservatorio di Musica G. Rossini, e con Il muro del suono, progetto sperimentale, dedicato a Zagor Camillas, che vede l’incontro di cinema, note, visioni e musica con quattro concerti con artisti come Obelisco Nero e Vittorio Ondedei, Pivio, Giacomo Laser, Salvatore Insana e Silvia Cignoli.
Peculiare alla Mostra Internazionale il suo sguardo sul mondo attraverso un ampio ventaglio di proposte legate al nuovo cinema come l’inedito programma di cinema sperimentale argentino contemporaneo e i due focus dedicati ad altrettante registe, la tedesca Milena Gierke e l’anglo-palestinese Rosalind Nashashibi. Mentre Le lezioni di storia di Federico Rossin sono concentrate su alcuni paesi dell’Europa dell’Est, come Ungheria, Romania, Polonia, dove, in piena Guerra Fredda, decine di cineasti hanno sfidato le autorità filo-sovietiche per realizzare film sperimentali sovente in aperta rottura politica, estetica ed economica.
In quest’ottica si inserisce anche l’apertura della Mostra verso il cinema dell’Uzbekistan, che porterà a una collaborazione con il suo festival nazionale, il Tashkent Film Festival, con l’omaggio al maggiore cineasta uzbeko, Ali Chamraev, che presenterà a Pesaro il suo film del 1971, Senza paura, ambientato negli anni ‘20 ma con un tema molto attuale legato alla modernizzazione del Paese quando alle donne fu permesso di togliere il velo.
Immancabili i focus che il festival di Pesaro dedica ogni anno a personalità innovative, attraverso approfondimenti e proiezioni. A Igor Imhoff è dedicato il focus dell’ottava edizione di “Animatori italiani oggi”, rassegna non competitiva curata da Pierpaolo Loffreda, riservata alle più recenti opere realizzate da autori italiani di cinema d’animazione. La sezione Videoclip Italia, a cura di Luca Pacilio e che presenterà i migliori 20 videoclip italiani, dedica il focus all’autore Simone Rovellini.
Il mare e la spiaggia come leit motiv di una Mostra radicata nel territorio: la rassegna La Vela Incantata – Cinema in spiaggia accende i riflettori su alcuni dei più interessanti film – tutti in pellicola – di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario, con la preziosa collaborazione della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia.
Inaugurato due anni fa con grande successo, torna il Pesaro Film Festival Circus, il festival nel festival curato da Giulietta Fara, ideato e pensato per i più piccoli con proiezioni di film di animazione in anteprima italiana e con workshop dedicati.
La Mostra del Nuovo Cinema si impegna a seguire l’innovativo protocollo Green dell’Associazione Festival Italiani di Cinema per proseguire un discorso di attenzione all’ambiente già intrapreso grazie al Comune di Pesaro, ad esempio, con la Bicipolitana.
Da sempre vicino ai temi del sociale, dal 2021 Emergency è charity Partner della Mostra, dove presenterà un nuovo film – Battima, diretto da Federico Demattè – del suo concorso Una storia per Emergency. Un importante spazio di riflessione sarà anche dedicato al tema della disabilità ospitando il progetto Eleanor. L’Associazione Premio Eleanor Worthington (APEW-ODV) si propone di suscitare consapevolezza riguardo alla disabilità.
La Mostra del Nuovo Cinema ha introdotto lo scorso anno la lingua dei segni italiana per alcuni eventi in Piazza e si impegna a rinnovare e a ampliare questa attenzione verso il pubblico dei sordi.
Il legame con la scuola e con l’educazione dei giovani alla settima arte è una delle mission più importanti della Mostra. In occasione del centenario Vittorio De Seta prosegue la collaborazione con la Rete di Cooperazione Educativa e INDIRE che proporrà gli altri episodi della serie capolavoro della Rai del grande documentarista, Quando la scuola cambia del 1979. Sempre In collaborazione con INDIRE, il festival partecipa all’iniziativa “La Scuola allo schermo” e tiene il primo concorso in Italia, e uno dei pochi internazionali, a cura di Chiara Grizzaffi e di Andrea Minuz dedicato ai video essay degli studenti di cinema di tutto il mondo, la nuova forma di critica cinematografica. Sempre nell’ottica della formazione del pubblico del domani, in collaborazione con il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI), la Mostra organizza un concorso per critici/recensori, intitolato a Lino Miccichè, fondatore della Mostra. Tra le novità di questa edizione il workshop sul Super8 a cura di Gianmarco Torri e di Karianne Fiorini. Continua la collaborazione con CNA Cinema Marche, Fondazione Marche Cultura e Marche Film Commission con l’organizzazione di una tavola rotonda su cinema e industria.
In uno degli spazi più prestigiosi di Pesaro dedicato all’arte contemporanea, la Pescheria, si svolgeranno tutte le mattine numerosi incontri, tavole rotonde, dibattiti con gli autori.
Cinema, musica, ed anche arte: la Mostra accoglierà per tutta la sua durata le esposizioni degli artisti Federica Foglia e Erik Negro nella prestigiosa cornice dello “spazio bianco”, a cura di Fulvio Baglivi, Mauro Santini e Roberto Turigliatto, in collaborazione con Fuori Orario e Rai Cultura.
Commenta ancora il Sindaco di Pesaro Matteo Ricci: “La Mostra Internazionale del Nuovo Cinema è una tappa fondamentale di questo bellissimo viaggio, non solo per il programma straordinario che è stato annunciato, ma anche per la capacità che ogni anno ha di rinnovarsi, crescere e attrarre un pubblico sempre più ampio, mettendo ben in risalto le linee strategiche che l’Amministrazione sta portando avanti. La cultura, la bellezza, la sostenibilità, la tradizione, l’innovazione: contaminazioni che si ritrovano nella narrazione della manifestazione, con un programma di alto livello, ma in grado di parlare in maniera trasversale sia ai giovani che agli adulti”. Il manifesto e la sigla della 59esima edizione della Mostra sono firmati da Luca Lumaca.






















