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Motorvalley: recensione della serie Netflix con Luca Argentero e Caterina Forza

Sono trascorsi esattamente dieci anni dall’uscita in sala di Veloce come il vento, film che ha cambiato la carriera del suo regista Matteo Rovere, ha lanciato quella di Matilda de Angelis e ha dimostrato che un certo cinema di genere che odora di benzina e gomme bruciate è possibile anche in Italia. Un film, quello, che a Rovere è sempre rimasto sottopelle – come da lui dichiarato – nutrendo il desiderio di tornare a confrontarsi con auto, motori e velocità. L’occasione è arrivata con la serie Motorvalley, prodotta dalla sua Groenlandia e distribuita su Netflix.

Ideata da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e lo stesso Rovere (che ha anche diretto i primi due episodi), la serie ci riporta dunque sui circuiti del Campionato Italiano Gran Turismo, dove le auto e le corse non sono solo una passione da condividere ma anche una ragione di vita, o di morte. Sei episodi animati dunque dal desiderio di restituire tutta l’adrenalina e l’epicità di questi contesti. Obiettivo riuscito, si può dire, nonostante alcuni ostacoli e incidenti di percorso. 

La trama di Motorvalley

Arturo (Luca Argentero), Elena (Giulia Michelini) e Blu (Caterina Forza) hanno perso quasi tutto nella loro vita, ma una cosa li accende ancora: l’amore per le auto. Elena, rampolla della Dionisi, proprietaria di una famosa scuderia, deve riconquistare un ruolo nell’impresa di famiglia, ora nelle mani del fratello; assolda Blu, giovane testa calda con un’attrazione fatale per la velocità, e Arturo, ex pilota leggendario ritiratosi dopo un tragico incidente, per allenarla. Ognuno di loro ha dunque un preciso motivo per correre più veloce degli altri. 

Giulia Michelini e Luca Argentero in Motorvalley
Giulia Michelini e Luca Argentero in Motorvalley. Cr. Enrico Bellinghieri/Netflix © 2026

Veloci come il vento

Se ne sono viste di auto da corsa al cinema negli ultimi anni: dall’italiano Race for Glory: Audi vs. Lancia fino a scomodare i grandi F1 – Il film, Rush e Le Mans ’66 – La grande sfida. Sul piccolo schermo, tuttavia, il mondo delle competizioni automobilistiche non aveva ancora trovato spazio. Motorvalley mette dunque fine a questa assenza, potendo sfoggiare i progressi tecnici raggiunti per raccontare oggi in forma di fiction il meccanismo e i momenti clou di queste gare. Ciò emerge con forza specialmente nella seconda metà della stagione, quando si entra nel vivo del campionato.

Sono sequenze dotate del giusto ritmo, della giusta quantità di dettagli, con un lavoro sul sonoro che restituisce un certo grado di realismo nonostante l’assenza di un impianto audio da sala cinematografica. Certo, sarebbe ingeneroso – oltreché scorretto – proporre dei paragoni con i grandi film poc’anzi citati. Non si deve infatti pretendere di raggiungere quei livelli – giustificati da tanti fattori – ma riconoscere che nel panorama audiovisivo italiano non sono frequenti opere così impegnate a lavorare su simili tecnicismi e a restituire simili dosi di adrenalina.

Luca Argentero e Caterina Forza guidano la serie 

Ma fortunatamente Motorvalley non vuole fare unicamente sfoggio del suo comparto tecnico, concentrandosi in prima battuta sul proporre una storia di rivincita portata avanti da personaggi che di cicatrici ne hanno in abbondanza. Anche in questo caso, nel vedere in azione l’Arturo di Luca Argentero e la Blu di Caterina Forza verrebbe semplice attuare un confronto con i personaggi interpretati da Stefano Accorsi e Matilda de Angelis in Veloce come il vento (con Giulia De Martino, Blu condivide anche alcune ciocche di capelli tinte di blu). 

Luca Argentero in Motorvalley
Caterina Forza e Luca Argentero in Motorvalley. Cr. Enrico Bellinghieri/Netflix © 2026

Ma gli autori si discostano ben presto da quei modelli, mantenendo in comune unicamente il rapporto mentore-allievo. Così i personaggi di Argentero e Forza hanno la possibilità di muoversi in un circuito tutto loro, trovando una propria personalità. Il primo impatto con loro non è in realtà particolarmente entusiasmante e si ha abbastanza subito la sensazione di trovarsi davanti ai soliti stereotipi. Incerta appare anche la recitazione dei due attori, come se dovessero ancora comprendere al meglio il funzionamento di questi personaggi. 

Con il passare degli episodi questa sensazione viene però meno ed entrambi gli attori appaiono più convincenti nelle rispettive parti. La scrittura gli regala anche un paio di momenti piuttosto commoventi, che rafforzano agli occhi dello spettatore il loro legame e l’affetto che si può nutrire per loro. Meno convincenti, purtroppo, sono gli altri personaggi, dalla Elena di Giulia Michelini fino a quelli secondari, che non ottengono le stesse opportunità di andare oltre i giri di qualifica. 

Gli ostacoli sul percorso di Motorvalley 

Quella di una certa banalità nella scrittura dei personaggi è in realtà solo uno dei punti deboli di una serie che in troppe occasioni si adagia su un linguaggio al di sotto del suo potenziale. Tra una serie di scelte, snodi narrativi o cliffhanger che vorrebbero essere pop ma risultano invece un po’ kitsch, Motorvalley vive dunque diverse false partenze e se anche nel complesso non esce da alcuni luoghi comuni, presenta comunque quella giusta dose di leggerezza, umorismo e grinta per cui la si guarda con piacere. 

Motorvalley: il primo teaser trailer della serie con Luca Argentero

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Motorvalley, la nuova serie in 6 episodi con protagonisti Luca Argentero e Giulia Michelini, prodotta da Matteo Rovere per Groenlandia (società del gruppo Banijay), è in arrivo dal 10 febbraio solo su Netflix.

Nel poster e nel teaser trailer, un primo, adrenalinico ed emozionante, sguardo alla serie.

Motorvalley 

Arturo (Luca Argentero), Elena (Giulia Michelini) e Blu (Caterina Forza) hanno perso quasi tutto nella loro vita, ma una cosa li accende ancora: l’amore per le auto e l’adrenalina. Elena, rampolla della Dionisi, proprietaria di una famosa scuderia, deve riconquistare un ruolo nell’impresa di famiglia, ora nelle mani del fratello; assolda Blu, giovane testa calda con un’attrazione fatale per la velocità, e Arturo, ex pilota leggendario ritiratosi dopo un tragico incidente, per allenarla. Ognuno di loro ha un motivo per correre più veloce degli altri. Motorvalley è la storia del loro viaggio attraverso una delle gare automobilistiche più appassionanti: Il Campionato Italiano Gran Turismo (GT) dove le auto e le corse non sono solo una passione da condividere ma anche una ragione di vita, o di morte.

La serie è creata da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e Matteo Rovere; diretta da Matteo Rovere, Pippo Mezzapesa e Lyda Patitucci e scritta da Francesca Manieri, Matteo Rovere, Gianluca Bernardini, Michela Straniero e Erika Z. Galli.

Motorvalley: i protagonisti e gli autori raccontano la nuova serie italiana Netflix

Presentata in conferenza stampa, Motorvalley si prepara a scaldare i motori in vista dell’arrivo su Netflix dal 10 febbraio. Dopo aver partecipato all’incontro, in questo articolo riportiamo le dichiarazioni rilasciate dal cast e dagli autori della nuova serie, che hanno raccontato genesi, temi e ambizioni del progetto. Tra riflessioni sui personaggi, confronti inevitabili con Veloce come il vento e considerazioni sul contributo produttivo di Netflix, emerge il ritratto di una serie che punta a coniugare adrenalina, realismo e una precisa idea di cinema di genere italiano.

LEGGI ANCHE: Motorvalley: trailer ufficiale e data d’uscita della nuova serie Netflix con Luca Argentero e Giulia Michelini

La trama di Motorvalley

Arturo (Luca Argentero), Elena (Giulia Michelini) e Blu (Caterina Forza) hanno perso quasi tutto nella loro vita, ma una cosa li accende ancora: l’amore per le auto e l’adrenalina. Elena, rampolla della Dionisi, proprietaria di una famosa scuderia, deve riconquistare un ruolo nell’impresa di famiglia, ora nelle mani del fratello; assolda Blu, giovane testa calda con un’attrazione fatale per la velocità, e Arturo, ex pilota leggendario ritiratosi dopo un tragico incidente, per allenarla. Ognuno di loro ha un motivo per correre più veloce degli altri. Motorvalley è la storia del loro viaggio attraverso una delle gare automobilistiche più appassionanti: Il Campionato Italiano Gran Turismo (GT) dove le auto e le corse non sono solo una passione da condividere ma anche una ragione di vita, o di morte.

Caterina Forza e Luca Argentero in Motor Valley
Caterina Forza e Luca Argentero in Motor Valley. Cr. Enrico Bellinghieri/Netflix © 2026

Gli attori parlano del rapporto con i personaggi e il film Veloce come il vento

Apre la conferenza stampa proprio Luca Argentero: “come tante storie di sport, anche in Motorvalley si parla di sconfitti che hanno qualcosa da riconquistare. Così è il nostro trio di protagonisti, che formano una squadra insolita che solo insieme può trovare la forza di rialzare la testa”. “È stato un lavoro molto bello, – ha poi aggiunto l’attore, concentrandosi sul proprio personaggio – perché di solito mi confronto con personaggi “puliti”, mentre questo ha dei lati negativi in più, anche se in fin dei conti è un buono, per cui mi sono divertito a lavorare su questo equilibrio”.

Insomma, ero felice di fare qualcosa di diverso, – continua Argentero – di allontanarmi un po’ dalla visione rassicurante che la serie Doc – Nelle tue mani ha dato di me e a cui continuo ad essere immensamente grato. Mi interessava però provare a poggiare per un po’ il camice e fare qualcosa di diverso. E l’ho fatto con la convinzione che tra il mio personaggio e quello di Stefano Accorsi in Veloce come il vento non ci sono punti di contatto se non il loro essere ex piloti che diventano mentori. Ma lui aveva costruito un personaggio molto più caratterizzato. Poi, più che a quel modello, ci siamo rivolti a Million Dollar Baby e al ruolo di Clint Eastwood in quel film”.

Il microfono passa poi alla giovane Caterina Forza, che a sua volta racconta della sua esperienza sul set. “Non avrei mai pensato di avvicinarmi ad un mondo di questo genere, anche se non ne ero estranea”, racconta. “Sono stata fortunata perché non ho dovuto costruire il personaggio da sola, tutti mi hanno aiutato, dai registi alla troupe. Abbiamo lavorato in particolare sul passato di Blu, andando a scavare nei suoi drammi. La sfida di questo personaggio è quella di riuscire a farsi accettare, quindi dovevamo capire da cosa partiva questo suo desiderio”.

Riguardo ad un possibile paragone con il personaggio interpretato da Matilda de Angelis in Veloce come il vento, l’attrice non ha dubbi: “Sono molto fan di quel film e di Matilda. La nostra serie è però un progetto con un’idea originale. Questo mi ha permesso di ispirarmi a lei e al suo personaggio, certo, ma anche di trovare degli elementi di originalità e lavorare su quelli. Così, non ho avvertito mai il peso del confronto”.

Il contributo di Netflix

Veloce come il vento è un film di dieci anni fa”. – afferma Matteo Rovere, produttore e regista dei primi due episodi della serie. Mi era rimasto sottopelle e trovo che il territorio dell’Emilia Romagna abbia delle caratteristiche uniche. Personalmente, come autore cerco di andare a trovare dei luoghi in cui è presente l’epicità, in cui il pericolo è all’ordine del giorno. In questo senso la Motorvalley è una sorta di terra di mezzo, dove tutto è possibile”.

Io credo negli aspetti analogici dell’action. Mi piace che l’azione sia graffiata, realistica, che ti permetta di sentire la puzza di benzina, l’attrito delle ruote sull’asfalto. L’aver girato sui luoghi reali in cui è ambientata la storia ha quindi favorito questa possibilità di restituire un maggior realismo”. Opportunità ottenuta, come racconta Rovere anche grazie al coinvolgimento di Netflix nella produzione della serie. “Netflix ci ha dato una grande mano. In questa serie le automobili volano, le cose prendono fuoco e tutta questa magia siamo riusciti ad ottenerla perché abbiamo avuto il loro sostegno”.

Con questa libertà, spero di aver dato agli spettatori momenti di divertimento ma anche di riflessione. Abbiamo infatti voluto raccogliere l’eredità di Veloce come il vento ma anche di tanto cinema di genere italiano che ci ha formato”. Aggiunge poi Rovere: “Con Netflix avevamo già lavorato – L’isola delle rose, Supersex, Maschi veri – e anche stavolta non ci sono stati mai momenti di criticità dove ho sentito di essere stato forzato verso certe scelte. Anzi, c’è sempre stata la volontà di raggiungere uno stesso obiettivo insieme”.

Luca Argentero in Motor Valley
Luca Argentero in Motor Valley. Cr. Lucia Iuorio/Netflix © 2025

Una serie che sfida l’industria e il pubblico italiani

Dopo aver parlato del contributo di Netflix, Rovere si concentra sugli obiettivi avuti insieme agli altri due ideatori della serie, Francesca Manieri e Gianluca Bernardini. “L’elemento ipercinetico mi è proprio – spiega Rovere – L’idea di poter calare lo spettatore in un ambito seriale incentrato su un contesto adrenalinico, che possa solleticare più sensi. Non sono del parere che ci sia una scissione tra scrittura e messa in scena, deve invece esserci un proseguimento armonico. La velocità è quindi stato un tema sin dall’inizio, i protagonisti hanno un preciso rapporto – anche problematico – con la velocità. Da qui ci apriamo a parlare anche di controllo, di come lo si tiene in pista e nella vita.

Nel voler raccontare tutto ciò però non abbiamo mai condotto un’analisi precisa del target. – spiega poi Rovere – Sapevamo solo di voler lavorare su una storia veloce, action. Personalmente avevo anche voglia di sfidare un po’ l’industria italiana, il comparto che lavora e che spesso non ha occasione di mostrare tutte le loro capacità. Volevamo dare questa possibilità con qualcosa di nuovo e l’idea di poter contare su tutto questo mi ha motivato. Poi, parlando di target, spero che la serie possa piacere a giovani e a meno giovani”.

Il rapporto con la competizione

Ai tre attori protagonisti viene infine chiesto il loro rapporto con la competizione. “Io sono la persona meno competitiva sul lavoro che esista. – afferma Argentero – Lo sono invece sullo sport, quello sì, ma sul lavoro non la sento e non la vivo”. Dello stesso parere è anche Michelini, che afferma: Michelini: “penso basti guardarsi dentro per capire che non c’è bisogno di entrare in competizione con qualcuno sul lavoro. Anche io sono però stata competitiva nello sport e soprattutto nei giochi da tavolo”. Si unisce a loro anche Forza: “per il mio vissuto, neanche io sono competitiva nel mio lavoro. Ma è l’unica cosa in cui non lo sono, perché in tutti gli altri campi della vita invece lo sono molto”.

Una seconda stagione all’orizzonte

Chiude poi la conferenza stampa Rovere, chiamato a rispondere alla domanda se ci si può aspettare di vedere una seconda stagione di Motorvalley. “Un seguito? Ci speriamo, è possibile, ma per adesso ci godiamo i risultati di questa prima stagione”.

Motorvalley, spiegazione del finale: Arturo è davvero il padre biologico di Blu?

Con Motorvalley (la nostra recensione), Netflix costruisce un racconto sportivo che usa la pista come campo di battaglia emotivo. La serie intreccia le traiettorie di Arturo Benini (Luca Argentero), ex campione segnato da un incidente fatale, Elena Dionisi, erede ribelle di una dinastia automobilistica caduta in disgrazia, e Blu Venturi, talento puro cresciuto ai margini e con un passato familiare irrisolto. Il finale non offre soluzioni semplici: chiude il campionato, ma apre interrogativi identitari, morali e legali che cambiano per sempre gli equilibri tra i personaggi.

Motorvalley, riassunto del percorso verso l’ultima gara

Elena, dopo la squalifica del team Dionisi per modifiche illegali, rifiuta di piegarsi al fratello Giulio e fonda la SC17, scegliendo Blu come pilota e Arturo come coach. Arturo, che porta il peso della morte di Michele — padre ufficiale di Blu — durante una gara del passato, inizialmente respinge ogni coinvolgimento emotivo. Blu scopre attraverso vecchi filmati che Arturo ebbe un ruolo aggressivo nella corsa che costò la vita a Michele: non un omicidio, ma una responsabilità che alimenta rancore e senso di colpa. Intanto, i debiti con Casadio spingono il trio a un furto ad alto rischio: una McLaren da 1,2 milioni sottratta prima di un Motor Show per ottenere liquidità e salvare la stagione. Il gesto garantisce la sopravvivenza sportiva, ma li espone a conseguenze penali.

La quinta gara segna la frattura: Blu, sconvolta dalla verità sul passato, guida in modo temerario e si schianta. Esce dal coma con problemi alla vista, un limite che rende l’ultima tappa al Mugello una sfida quasi impossibile. È qui che la serie alza il livello: non è più solo una storia di corse, ma di scelta consapevole del rischio.

Blu vince il campionato? Perché il secondo posto vale come una vittoria

Nell’ultima gara, Blu decide di correre nonostante il parere contrario dei medici. Arturo, che ha finalmente smesso di fuggire dal proprio passato, diventa la sua guida via radio. La comunicazione tra i due è il cuore simbolico del finale: lui presta gli occhi, lei mette il coraggio. Blu rimonta fino al secondo posto, ingaggia un duello serrato con Paolo e taglia il traguardo alle sue spalle. In classifica chiude con 70 punti contro gli 82 del rivale: il titolo va a Paolo.

Eppure, il podio di Blu è la vera affermazione della stagione. Ha corso con una vista compromessa, ha trasformato la colpa in fiducia, la rabbia in lucidità. La SC17, ricostruita con un vecchio motore lasciato in eredità dal padre di Elena e rimesso a punto anche grazie al ritorno di Vittorio, dimostra che la tradizione può essere reinterpretata senza rinnegarsi. La vittoria morale è evidente: Blu conquista il rispetto del paddock e soprattutto la consapevolezza di sé.

Arturo è il padre biologico di Blu? Gli indizi che cambiano tutto

Giulia Michelini e Luca Argentero in Motorvalley
Giulia Michelini e Luca Argentero in Motorvalley. Cr. Enrico Bellinghieri/Netflix © 2026

La domanda attraversa l’intera stagione. Arianna, madre di Blu, in passato era legata sia a Michele sia ad Arturo. Quando Elena chiede ad Arturo se fosse certo di non essere lui il padre, l’uomo non risponde. Nel finale, parlando con Arianna, Arturo si riferisce a Blu come “la nostra ragazza”: un lapsus che pesa come una confessione. Non c’è dichiarazione ufficiale, ma la scrittura accumula segnali coerenti.

C’è anche un parallelismo caratteriale: l’istinto feroce in pista, la tendenza a spingersi oltre il limite, la difficoltà a separare competizione e affetto. Arturo protegge Blu con un’intensità che supera il ruolo di coach; Arianna e lui condividono un passato irrisolto che torna a vibrare nei momenti decisivi, dall’ospedale al Mugello. Se Michele è stato il padre riconosciuto, Arturo appare come il padre possibile, forse quello biologico, certamente quello che sceglie di esserlo nel presente. La serie lascia aperta la rivelazione esplicita, probabilmente per svilupparla in una seconda stagione, ma la probabilità narrativa che Arturo sia il vero padre è alta.

Verranno arrestati per il furto della McLaren?

Dopo la gara, la polizia informa Elena che lei, Arturo e Blu sono sotto indagine per il colpo al porto di Ravenna. Il sospetto che Casadio li abbia denunciati per vendetta è concreto. La chiusura non risolve la questione giudiziaria: la gloria sportiva è immediatamente seguita dall’ombra della legge. È un contrappunto coerente con il tema centrale della serie: ogni scorciatoia ha un prezzo. La SC17 ha salvato la stagione, ma ora dovrà affrontare un’altra corsa, quella contro le conseguenze penali.

Elena e Arturo restano insieme? E Blu sceglie Ahmed o Paolo?

Motorvalley recensione serie
Luca Argentero, Caterina Forza e Giulia Michelini in Motorvalley. Cr. Enrico Bellinghieri/Netflix © 2024

Elena e Arturo attraversano attrazione, gelosia e paura del passato. Lui teme di riaprire ferite legate ad Arianna; lei rifiuta di firmare con Giulio pur di restare libera e fedele al progetto. Nel finale si riavvicinano con maturità: il loro legame non è solo romantico, ma fondato su una visione comune del racing. Se supereranno l’ostacolo legale, il rapporto sembra destinato a consolidarsi.

Blu, invece, oscilla tra Ahmed e Paolo. Con Ahmed c’è l’intimità dell’amicizia e la lealtà; con Paolo la scintilla competitiva e il desiderio. Dopo l’incidente, entrambi le restano accanto. Sul podio, Blu si avvicina a Paolo ma chiede ad Ahmed di non andarsene. Non è indecisione: è il riconoscimento che crescita personale e relazioni non si risolvono in una scelta binaria. La sua priorità resta la pista, e l’amore dovrà trovare spazio dentro quella traiettoria.

Il finale di Motorvalley non chiude, prepara. Blu non è campionessa, ma è diventata pilota. Arturo non è assolto dal passato, ma ha scelto di non scappare. Elena non eredita un impero, lo reinventa. E mentre il pubblico applaude il podio, le sirene della polizia ricordano che la prossima gara potrebbe giocarsi fuori dall’asfalto.

Motorvalley è tratto da una storia vera?

Motorvalley è tratto da una storia vera?

Con Motorvalley (la nostra recensione), Netflix porta sullo schermo un racconto sportivo ambientato nel cuore pulsante della cultura motoristica italiana. La serie, creata da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e Matteo Rovere, segue le vicende di Arturo Benini, Elena Dionisi e Blu Venturi, tre figure unite dalla passione per le corse e dal desiderio di riscatto. Ma la domanda è inevitabile: la storia è ispirata a fatti realmente accaduti?

La risposta è no: Motorvalley non è basata su una storia vera. I personaggi e la trama sono frutto di finzione narrativa. Tuttavia, l’universo in cui si muovono è profondamente radicato in un contesto reale, e questo contribuisce a rendere la serie credibile e autentica.

Il Campionato Italiano Gran Turismo esiste davvero

La serie è ambientata nel mondo del Campionato Italiano Gran Turismo, competizione realmente esistente nata nel 2003 e organizzata dall’Automobile Club d’Italia (ACI) e dalla Commissione Sportiva Automobilistica Italiana (CSAI). Le dinamiche sportive, le rivalità, le pressioni economiche e tecniche che vediamo sullo schermo riflettono il funzionamento concreto di questo circuito altamente competitivo.

Anche il titolo della serie rimanda a un luogo reale: la Motor Valley dell’Emilia-Romagna, area simbolo dell’industria automobilistica italiana. È qui che hanno sede marchi iconici come Ferrari, Lamborghini, Maserati, Ducati e Pagani. La zona ospita anche l’Autodromo di Imola, teatro del Gran Premio di Formula 1 dell’Emilia-Romagna. La serie utilizza dunque un ecosistema autentico come cornice per una storia inventata.

Personaggi fittizi, conflitti realistici

Motorvalley recensione serie
Luca Argentero, Caterina Forza e Giulia Michelini in Motorvalley. Cr. Enrico Bellinghieri/Netflix © 2024

Pur essendo frutto di invenzione, Arturo, Elena e Blu incarnano archetipi riconoscibili nel mondo reale delle corse. Elena rappresenta il peso dell’eredità familiare in un settore dove il nome conta quanto il talento. Arturo incarna il mentore segnato dal passato, figura frequente nello sport professionistico. Blu, giovane pilota donna in un ambiente dominato da uomini, riflette una trasformazione concreta del motorsport contemporaneo.

In interviste promozionali, le interpreti hanno sottolineato come la serie voglia raccontare il cambiamento culturale nel mondo delle corse, storicamente associato alla mascolinità. Il confronto tra potere economico, ambizione personale e passione sportiva è un elemento che affonda le radici nella realtà.

Una finzione che parla del presente

Giulia Michelini e Luca Argentero in Motorvalley
Giulia Michelini e Luca Argentero in Motorvalley. Cr. Enrico Bellinghieri/Netflix © 2026

Motorvalley utilizza una trama romanzata per esplorare temi reali: redenzione, rischio, sacrificio, identità e dinamiche di genere. Le gare, gli sponsor, le rivalità interne ai team e le pressioni mediatiche sono elementi verosimili, anche se inseriti in una narrazione drammatizzata.

La serie non ricostruisce eventi storici specifici né si ispira a un singolo pilota o team realmente esistito. Tuttavia, riesce a restituire lo spirito competitivo e l’intensità emotiva che caratterizzano davvero la Motor Valley italiana.

In conclusione, Motorvalley non è tratta da una storia vera, ma è ambientata in un mondo autentico e credibile. È proprio questa combinazione tra finzione e realtà a renderla così coinvolgente.

Motorheads: Prime Video cancella la serie dopo una stagione

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Motorheads: Prime Video cancella la serie dopo una stagione

Prime Video ha deciso di non rinnovare la serie drammatica per giovani adulti Motorheads per una seconda stagione, secondo quanto appreso da Deadline. La decisione arriva più di tre mesi dopo la messa in onda della prima stagione di 10 episodi, avvenuta il 20 maggio. Ma c’è speranza per gli appassionati fan della serie che hanno condotto una campagna per il rinnovo su X e TikTok. I produttori, con il permesso di Amazon, hanno ritirato la serie, creata da John A. Norris, e hanno già avviato trattative con potenziali nuove emittenti, secondo quanto riferito da fonti interne.

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Abbiamo deciso di realizzare una serie senza secondi fini e con grande passione, per offrire alle famiglie qualcosa da guardare insieme”, ha dichiarato Jason Seagraves, produttore esecutivo della serie, in una dichiarazione rilasciata a Deadline. “Sebbene Johnny ed io siamo delusi dal fatto che Motorheads non continuerà su Prime Video, non potremmo essere più orgogliosi di ciò che il team ha creato. Nonostante il lancio con un pubblico incredibilmente poco consapevole, i nostri appassionati e rumorosi fan hanno guidato la carica e hanno reso la serie impossibile da ignorare. Il loro entusiasmo ci ha dato energia e siamo ottimisti sul fatto che troveremo una casa che creda e sostenga lo show”.

Motorheads, con Michael Cimino, Melissa Collazo, Ryan Phillippe e Nathalie Kelley, ha dimostrato di avere una grande resistenza, rimanendo fino ad oggi nella Top 10 dei programmi quotidiani di Prime Video negli Stati Uniti, rientrando ieri nella Top 5 e attualmente al settimo posto. Ha ricevuto recensioni positive (78% su Rotten Tomatoes) e chi l’ha provato ha continuato a seguirlo, il che è molto importante per gli streamer.

Ciò che mi ha entusiasmato di più di questo show è che abbiamo ottenuto ottimi tassi di completamento”, ha dichiarato il mese scorso Vernon Sanders, responsabile della divisione TV di Amazon MGM Studios, a Deadline. “Quindi chi inizia a guardarlo tende a seguirlo fino alla fine, e questo è un ottimo segno”. A ulteriore conferma del fatto che gli spettatori che hanno guardato Motorheads lo hanno davvero apprezzato, il punteggio di Rotten Tomatoes assegnato dal pubblico allo show è un alto 95%.

Il numero complessivo di spettatori potrebbe non essere stato sufficientemente alto per Prime Video, portando alla cancellazione. Motorheads non è mai entrato nella Top 10 settimanale di Nielsen per lo streaming. Nella classifica settimanale delle 50 serie in streaming più viste di Luminate, è rimasto per cinque settimane, rimanendo per lo più intorno alla quarantesima posizione e raggiungendo il picco al numero 19 con 3,29 milioni di ore visualizzate nella settimana del 23 maggio. La serie ha mantenuto il primo posto su Prime Video a livello globale all’inizio, secondo FlixPatrol, che monitora quotidianamente le serie più viste della piattaforma.

Di cosa parla Motorheads?

Come recita la trama ufficiale della serie, Motorheads parla del primo amore, della prima delusione amorosa e della prima volta che si gira la chiave di accensione della propria auto. È incentrato sui gemelli adolescenti Zac (Cimino) e Caitlyn (Collazo) che, insieme alla madre Samantha (Kelley), si trasferiscono in Pennsylvania per vivere con lo zio Logan (Phillippe), un ex pilota NASCAR diventato proprietario di un’officina.

Motorheads fa parte dell’espansione di Amazon nel settore YA, sfruttando il successo di L’estate nei tuoi occhi, Maxton Hall e dei film Culpa. Altre due nuove serie YA lanciate negli ultimi due mesi, Overcompensating e L’estate dei segreti perduti (We Were Liars), sembrano promettenti per un rinnovo. A differenza di questi titoli, Motorheads è un’idea originale e non è basato su libri bestseller, il che ha probabilmente contribuito alla scarsa notorietà. Inoltre, non ha ricevuto lo stesso livello di promozione di altri titoli di alto profilo.

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La serie ha dunque alcune questioni in sospeso, dato che il finale della prima stagione si è concluso con due importanti colpi di scena. Una gara notturna su strada tra Zac (Cimino) e Harris (Macqueen) si è conclusa con un terribile incidente in cui l’auto di Harris si è ribaltata più volte e ha preso fuoco, lasciando il suo destino incerto. E Caitlyn (Collazo) ha ricevuto una misteriosa telefonata da Spider Lake, nel Michigan, forse dal padre suo e di Zac, che non avevano mai conosciuto. Era parte del mistero sotteso alla serie che ora potrebbe rimanere irrisolto. Non resta ora che scoprire se sarà possibile vederla altrove.

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Motorheads è basato su una storia vera?

Motorheads è basato su una storia vera?

Motorheads, serie Prime Video, segue un gruppo di adolescenti di Ironwood, in Pennsylvania, che si dedicano alla costruzione di auto e sfogano la loro rabbia gareggiando per le strade. La storia segue i gemelli Zac e Caitlin che si trasferiscono con la madre Samantha dalla loro casa di Brooklyn alla città natale di quest’ultima, per stare con lo zio Logan Maddox. Il padre, Christian Maddox, era una leggenda locale delle corse automobilistiche scomparso 17 anni prima durante un inseguimento in auto dopo una rapina. Ex meccanico della NASCAR, Logan gestisce attualmente un’officina meccanica nel suo fienile trasformato in garage. Caitlin ama le auto ed è entusiasta di lavorare e imparare al fianco dello zio.

Tuttavia, all’inizio Zac vuole solo stare tranquillo e staccarsi dall’eredità del padre. Ben presto incontrano altri adolescenti del posto, tra cui il loro vicino Marcel Crawford, Alicia Whitaker, Kiara Gibbons, Harris Bowers e Curtis Young, che frequentano tutti la stessa scuola. Harris e Zac litigano subito, e Caitlin, Marcus e Curtis si schierano con quest’ultimo. Decidono di riparare una Dodge Charger gialla di proprietà di Christian e di sfidare Harris in una gara di accelerazione. Questo dramma adrenalinico sul passaggio all’età adulta affronta temi universali come l’amicizia e la rivalità, insieme all’eccitazione sfrenata delle corse su strada.

Motorheads esplora la cultura delle gare di accelerazione in Pennsylvania

Motorheads è ambientato nella città immaginaria di Ironwood, vicino a Filadelfia, in Pennsylvania. Descritto dal regista dell’episodio pilota, Neil Burger, come un incrocio tra “The Fast and the Furious” e “Friday Night Lights”, lo show dipinge un quadro realistico della cultura delle corse clandestine su strada, che risale a oltre mezzo secolo fa. Lo stato è sede della pista abbandonata Nu-Be, inaugurata nel 1969. La pista, lunga 1/8 di miglio, è stata chiusa all’inizio degli anni ’80 dopo che i proprietari hanno smesso di pagare le tasse. Sebbene di breve durata, ha contribuito a promuovere lo spirito di cameratismo tra i piloti e gli appassionati di auto di Filadelfia.

Lo stato della Pennsylvania ha prodotto molte leggende dello sport delle gare di accelerazione, come Kenneth Dale “Kenny” Bernstein, Russell James “Jim” Liberman, Joe Amato e Bruce Larson, tra gli altri. Questo sport è stato rappresentato numerose volte sul grande schermo, ad esempio in “Snake & Mongoose” (2013), “Heart Like A Wheel” (1983), ‘Burnout’ (1979) e “Wheels of Fire” (1973).

Attualmente, Filadelfia sta assistendo a un aumento delle corse su strada a scapito della sicurezza pubblica. Nel settembre 2024, secondo quanto riferito, centinaia di auto hanno partecipato a gare di accelerazione in varie parti della città, con acrobazie che prevedevano l’uso di lanciafiamme. Mentre molti si sono radunati per assistere agli eventi, altri cittadini erano terrorizzati, il che ha portato a una forte repressione da parte della polizia. Così, il mondo immaginario di “Motorheads” sembra radicato nella realtà del suo contesto e incarna tutti gli aspetti della sottocultura per raccontare agli spettatori una storia ben fondata.

La storia immaginaria di Motorheads cattura il vero amore per le auto del suo protagonista

Sebbene Motorheads sia un’opera di fantasia creata dalla mente dello showrunner John A. Norris, l’attore Michael Cimino, che interpreta Zac, incarna il termine nel suo senso più vero. La star venticinquenne è sempre stata un appassionato di auto e da bambino collezionava Hot Wheels. In un’intervista al LA Times, ha ricordato di aver costruito piste da corsa per le macchinine con suo padre e di aver giocato insieme a lui al videogioco di corse automobilistiche “Forza” quando era più grande. Michael ha rivelato che i suoi zii erano piloti di dragster e che suo nonno gli ha insegnato a lavorare sulle auto e a ricostruire i motori, gettando così solide basi per la sua passione. “Ho costruito una Miata del 2002 con motore sovralimentato”, ha raccontato la star di “Love, Victor”. “Ho una piccola serie su TikTok che sto montando, in cui mi vedete mentre la costruisco con il mio amico Justin e mio cugino, e che inizierò a pubblicare molto presto”.

Da quando Michael ha firmato con la Creative Artists Agency, ha aspettato un progetto che unisse la sua passione per le auto e la recitazione. Quindi, quando ha ricevuto la sceneggiatura di “Motorheads”, era sicuro che avrebbe ottenuto il ruolo. L’affinità di Michael per le auto lo ha aiutato a ottenere la parte nella serie, ha confermato il showrunner Norris, che ha seguito l’audizione insieme al produttore esecutivo Jason Seagraves. Hanno ricevuto molte audizioni da persone che fingevano di essere esperte di auto per ottenere la parte e inizialmente hanno pensato che Michael fosse uno di loro. Tuttavia, quando quest’ultimo ha parlato di costruire un’auto e ha mostrato loro il suo lavoro in corso che stava portando con sé a Los Angeles su Zoom, hanno capito che era un vero appassionato. “Quell’energia è reale. Ogni parte di lui lo è”, ha aggiunto Norris.

Partecipare al salone automobilistico annuale Tokyo Auto Salon ha aiutato Michael a familiarizzare con la sottocultura della costruzione di auto e delle corse. Ha stretto contatti e ha assistito alla scena underground, giungendo alla conclusione che il mondo degli appassionati di motori non è semplicemente un modo per divertirsi, ma anche un “simbolo di espressione di sé” e di ribellione. Questo spirito è canalizzato nel suo personaggio, Zac, che decide di affrontare il bullo della scuola, Harris, in “Motorheads”. Mentre nella serie originale Amazon le scene di guida sono state interpretate da stuntman, Michael spera di dare maggiore autenticità a questi ruoli in futuro interpretandoli lui stesso. L’attore ha ottenuto il certificato di stuntman e spera di emulare il suo modello, Tom Cruise, nei prossimi giorni.

Motorheads – Stagione 2: ci sarà? Tutto quello che sappiamo

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Motorheads – Stagione 2: ci sarà? Tutto quello che sappiamo

Motorheads è una serie originale Prime Video che mescola dramma adolescenziale, mistero familiare e una forte componente motoristica, ambientata nella provincia americana tra officine, autodromi e tensioni intergenerazionali. Lanciata nel maggio 2025, la serie segue le vicende di Zac, un ragazzo appassionato di corse, che si ritrova coinvolto in segreti più grandi di lui quando scopre dettagli oscuri sul passato della sua famiglia e sull’assenza del padre.

Accanto a lui ruotano personaggi altrettanto tormentati e carismatici, come Caitlyn, Alicia e Harris, che si confrontano con la perdita, la rabbia, l’amicizia e l’amore in un contesto in cui i motori sono metafora di identità e velocità di fuga. Tra competizioni clandestine e vecchie ruggini familiari, Motorheads ha conquistato una fanbase giovane grazie al suo stile narrativo teso e dinamico, sostenuto da una colonna sonora energica e un’estetica a metà tra Outer Banks e Fast & Furious.

Motorheads è stata rinnovata per una Stagione 2?

Il futuro di Motorheads, la serie teen-drama con motori e segreti di famiglia, rimane in sospeso. Ad oggi, Prime Video non ha ancora ufficializzato il rinnovo o la cancellazione della serie dopo i suoi 10 episodi, usciti il 20 maggio 2025. Tuttavia, le parole del creatore John A. Norris (alias Johnny Norris) hanno ravvivato le speranze dei fan. Rispondendo a un commento su X, ha confermato che “Season two is written“: la Stagione 2 esiste già – almeno su carta.

Il finale della prima stagione ha lasciato diverse porte aperte: l’oscuro destino di Christian Maddox, il padre scomparso, e il futuro dei rapporti tra Zac, Caitlyn, Alicia e Harris sono rimasti irrisolti. Inoltre, Norris ha spifferato uno spoiler: nel secondo episodio della seconda stagione, Caitlyn affronterà il test della patente, proprio come la sua interprete Melissa Collazo dovrà fare nella realtà.

Anche il cast sembra pronto a tornare: Mia Healey (Alicia) ha dichiarato di aver già un’idea chiara per la stagione 2, e Michael Cimino (Zac) ha anticipato che il suo personaggio sarà molto cambiato sin dall’inizio.

Tra i fan, la conversazione è vivace. Su Reddit si legge:

“It’s like… one of those shows you can just turn your brain off and relax” reddit.com

E il Guardian, pur criticando dialoghi deboli e una regia altalenante, ha riconosciuto la chimica tra i giovani protagonisti come elemento trainante della serie .

Per ora non ci sono conferme ufficiali da Prime Video, ma il fatto che la sceneggiatura sia già pronta, unita al buon riscontro iniziale (la serie ha dominato le classifiche U.S. tra il 22 e il 25 maggio) , lascia sperare in un rinnovo a breve.

In attesa della conferma, i fan possono consolarsi con la consapevolezza che la trama è già stata scritta e pronta per decollare. Incrociamo le dita!

Motorheads – stagione 1, spiegazione del finale: dov’è Christian?

Motorheads stagione 1 è stata pubblicata su Prime Video il 20 maggio e, con i suoi misteri intergenerazionali e le gare elettrizzanti, non c’è da stupirsi che la serie sia già un successo. Dopo la sua uscita, Motorheads è subito salita in cima alle statistiche di streaming di Amazon. La serie segue un gruppo di quattro liceali disadattati uniti dall’amore per le auto, le corse e un legame con il passato oscuro della loro piccola città di Ironwood, in Pennsylvania.

Il cast di Motorheads vede Melissa Collazo e Michael Cimino nei panni dei gemelli Caitlyn e Zac Torres, il cui padre, Christian Maddox (Deacon Phillippe), è scomparso dopo aver rapinato una banca 17 anni prima. Con l’aiuto dei loro amici, riparano la vecchia auto da corsa di Christian per partecipare alle tradizionali gare di strada di Ironwood. Con questo mix adrenalinico di auto veloci, corse ad alto rischio, drammi romantici e una fortuna scomparsa, la prima stagione di Motorheads era destinata a concludersi con il botto.

Harris Bowers muore nel finale della prima stagione di Motorheads?

Conclude la stagione in un incidente infuocato

Senza dubbio, Harris Bowers (Josh Macqueen) è uno dei personaggi più interessanti della prima stagione di Motorheads. È il figlio dell’uomo che un tempo era il più ricco di Ironwood, ma la recente morte della madre ha lasciato Harris come un guscio vuoto e arrabbiato all’inizio della stagione. Ma, nei momenti finali del finale di stagione, Harris rimane intrappolato in un incidente d’auto in fiamme: non è chiaro se sia vivo o morto.

La recente morte di sua madre ha lasciato Harris un guscio vuoto pieno di rabbia.

Fin dal primo episodio, Harris e Zac si sono scontrati per l’affetto di Alicia Whitaker (Mia Healey) e la loro rivalità è destinata a culminare in una gara. Mentre è in viaggio, però, Harris colpisce una buca che fa esplodere una gomma, facendolo sbandare, ribaltare e rimanere intrappolato in un relitto in fiamme. L’unica persona che potrebbe aiutarlo è Zac, e l’ultima immagine che abbiamo di entrambi è Zac che guarda le fiamme con orrore.

Il modo in cui la telecamera taglia la scena rende volutamente poco chiaro se Harris sia sopravvissuto o se Zac tenterà di salvarlo. Harris ha trascorso la prima stagione di Motorheads dicendo a tutti quelli che lo circondano che non riconosce la persona che è diventato. Se Harris muore in pista, non avrà mai la possibilità di diventare l’uomo che avrebbe dovuto essere. Speriamo che Harris torni in qualche forma se Motorheads verrà rinnovato per una seconda stagione.

Christian è a Spider Lake? Cosa significa la telefonata di Caitlyn

Motorheads - stagione 1
Cortesia di © Prime Video

L’ipotesi di Sam che Christian sia morto potrebbe non essere così vera come sembrava

Il mistero più grande di Motorheads è cosa sia successo a Christian Maddox. È scappato dalla polizia dopo aver rapinato una banca, ma, dopo essere stato riconosciuto, ha dovuto abbandonare la sua ragazza incinta, Samantha Torres (Nathalie Kelley). L’ultima volta che Sam lo ha visto, stavano seppellendo la sua fortuna, ma quando è tornata, i soldi erano spariti e al loro posto c’era solo una foto di Spider Lake. Ancora più strano è il fatto che il fratello di Christian, Logan (Ryan Phillippe), riceve da anni cartoline bianche. Christian ha dei bei ricordi di Spider Lake, quindi se dovesse nascondersi da qualche parte, quello sarebbe il posto giusto.

Per avere una chiara somiglianza familiare, il figlio di Ryan Phillippe, Deacon Phillippe, interpreta suo fratello minore, Christian Maddox, nella prima stagione di Motorheads.

Caitlyn trascorre l’intera stagione alla disperata ricerca di un modo per ricongiungersi con suo padre e, nella scena finale della prima stagione di Motorheads, riceve una chiamata da un numero sconosciuto da Spider Lake. Tutti gli indizi indicano che Christian è vivo a Spider Lake. Avrebbe potuto facilmente prendere i soldi e usarli per iniziare una nuova vita. L’unico problema è che Motorheads è una serie che ha sempre un colpo di scena, quindi, anche se sembra che Christian sia vivo a Spider Lake, è quasi certo che le cose non andranno esattamente così.

Come Zac ha ottenuto i codici e perché li ha dati a Logan

Motorheads - stagione 1
Cortesia di © Prime Video

Per salvare suo zio, Zac ha tradito Alicia

Ironwood è una città con molti problemi finanziari e, di conseguenza, Logan trascorre la prima stagione di Motorheads cercando di mantenere a galla la sua officina. Nell’episodio finale, la malavita di Ironwood, con l’aiuto di Logan e Harris, ruba quattro auto di lusso all’uomo più ricco della città. Ma poiché questi è anche il padre di Alicia, la rapina è anche un tradimento nei confronti della ragazza, che ha trascorso la stagione divisa tra i due ragazzi. Alla fine, è Zac che ha dato a suo zio Logan i codici per rubare le auto del padre di Alicia.

Zac ha tradito Alicia perché, se Logan non fosse riuscito a procurarglieli, avrebbe dovuto fare da autista per la fuga dopo la rapina. In un certo senso, quindi, Zac ha dovuto tradire Alicia per salvare suo zio. Peggio ancora, Alicia ha capito quasi subito che era stato Zac a tradirla. Se i due avessero mai avuto la possibilità di stare insieme, le azioni di Zac nel finale di Motorheads hanno quasi certamente messo fine alla loro relazione.

Zac dimostra di stare diventando suo padre nel finale della prima stagione di Motorheads

Motorheads - stagione 1
Cortesia di © Prime Video

Fin dall’inizio, sia Zac che Caitlyn hanno trascorso tutto il loro tempo a Ironwood, oscurati dall’eredità del padre. In effetti, la rivalità di Zac con Harris è iniziata quando Harris ha mostrato il filmato della fuga di Christian dalla polizia durante una grande festa. Sia Zac che Caitlyn sono profondamente consapevoli dei difetti di Christian. Presumibilmente ha abbandonato la sua famiglia perché correva costantemente senza curarsi della propria incolumità anche dopo che Sam era rimasta incinta, ed è stato coinvolto in alcune rapine piuttosto gravi.

Tutto ciò che Sam e Logan vogliono è che Zac e Caitlyn diventino persone migliori dei loro genitori, ma alla fine della stagione 1 di Motorheads, Zac è praticamente diventato suo padre. La sua ossessione per le corse lo mette ripetutamente in grave pericolo. Preferisce le auto a sua madre, suo zio, sua sorella e la donna che sembra amare. Tradisce Alicia in un modo che ricorda in modo inquietante il tradimento di Christian nei confronti di Sam 17 anni fa.

Lo Zac Torres dell’episodio 1 non avrebbe esitato a cercare di salvare Harris, ma nel finale di Motorheads, Zac rimane semplicemente lì.

La cosa peggiore è il significato della scena finale, in cui Harris ha un incidente con l’auto. Zac ricorda la buca che ha causato l’incidente di Harris, e non è chiaro se abbia sterzato per evitarla o se abbia sterzato per far sì che Zac ci finisse dentro. Allo stesso modo, il Zac Torres dell’episodio 1 non avrebbe esitato a cercare di salvare Harris, ma nel finale di Motorheads, Zac rimane semplicemente lì. Questo è probabilmente il finale più cupo possibile per Zac, e ci vorrà molto perché Zac riesca a uscire da questa oscurità in un potenziale secondo Motorheads.

Il vero significato del finale della prima stagione di Motorheads

Motorheads - stagione 1
Cortesia di © Prime Video

Qualcuno deve rompere il ciclo

Ci sono due temi principali nella stagione 1 di Motorheads: il ciclo della ricchezza e della povertà e la natura ciclica del tempo. Gli adolescenti del 2025 stanno vivendo le stesse storie, gli stessi drammi e gli stessi crimini dei loro genitori negli anni 2000, anche se i dettagli individuali sono diversi. Ma i genitori in Motorheads sono tutti individui profondamente imperfetti.

Amazon Prime non ha ancora rinnovato Motorheads per la stagione 2.

Persino lo sceriffo di Ironwood ha preso parte alla rapina in banca che ha costretto Christian Maddox a fuggire e, nel 2025, suo figlio è alle prese con le conseguenze di quel crimine. Il finale della prima stagione di Motorheads sembra confermare che, a meno che qualcuno non apporti un cambiamento radicale, l’ultima generazione di adolescenti di Ironwood è destinata a ripetere gli stessi errori commessi dai propri genitori decenni prima.

Motor City: semaforo rosso e tutti a casa. Gerard Butler lascia?

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Brutto stop per Motor City, il nuovo progetto di Albert Hughes (La vera storia di Jack lo squartatore) che sembrava aver ricevuto una spinta decisiva dal recente ingresso nel cast di un pezzo da novanta come Adrien Brody. Invece, arriva la mesta notizia dello stop alla pre-produzione, a un paio di settimane dall’inizio delle riprese, con tanto di membri della crew rispediti a casa.

La decisione è stata presa dai produttori (Emmett/Furla Films e Foresight): essendo l’uscita in sala prevista per il 31 marzo, si sono resi conto che a montaggio e post-produzione non sarebbero stati dedicati più di tre mesi: un lasso temporale ideale solo per buttare sul mercato un prodotto scadente. Ciò non significa che il film non si farà, ma che tutto andrà rapidamente ridiscusso, dai contratti ai tempi di lavorazione. Difficile spostare la release, in quanto sono stati già stipulati accordi per la distribuzione internazionale. Il marasma potrebbe far vittime; cioè, fuor di metafora, alcuni attori potrebbero lasciare, anche il protagonista Gerard Butler. L’attore scozzese era salito a bordo del progetto Motor City dopo che per il lead character, un ex galeotto in cerca di vendetta, erano circolati i nomi di Dominic Cooper, Jake Gyllenhaal e Jeremy Renner. Attendiamo nuove da questo cupo scenario.

Fonte: Deadline

Motor City: Jake Gyllenhaal al posto di Dominic Cooper?

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Jake Gyllenhaal è in trattative per andare a occupare il posto di protagonista in Motor City, nuovo film di Albert Hughes, lasciato vacante

Motor City: il nuovo thriller con Alan Ritchson uscirà nel 2026

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Motor City: il nuovo thriller con Alan Ritchson uscirà nel 2026

Motor City ha ora fissato la data di uscita nelle sale per il 2026. Interpretato da Alan Ritchson e praticamente privo di dialoghi, il film è stato presentato in anteprima al Festival Internazionale del Cinema di Venezia all’inizio di quest’anno.

RLJE Films, una divisione di distribuzione all’interno dell’IFC Entertainment Group, ha ora annunciato di aver acquisito i diritti di distribuzione negli Stati Uniti per Motor City, che uscirà nelle sale il prossimo anno.

Il regista Potsy Ponciroli (Old Henry) ha rilasciato la seguente dichiarazione in merito all’acquisizione: “Abbiamo girato Motor City in modo che fosse coinvolgente, ogni fotogramma, ogni suono, pensato per il cinema. È una lettera d’amore a Detroit, al cinema degli anni ’70 e al tipo di cinema che si può sentire. È il tipo di film che ti rende felice che i cinema esistano ancora”.

Anche Mark Ward, Chief Acquisitions Officer di RLJE Films, ha celebrato la mossa, elogiando il film e il suo potenziale cinematografico:

“Motor City colpisce come un treno merci: crudo, elegante e assolutamente indimenticabile. Guidato da un cast straordinario, Potsy Ponciroli ha creato un viaggio cinematografico elettrizzante che deve essere visto sul grande schermo”.

Deadline ha condiviso ulteriori dettagli sull’acquisizione, riferendo che l’accordo si è aggirato intorno ai 3-4 milioni di dollari. Si dice che Motor City abbia un budget di circa 30 milioni di dollari.

Scritto da Chad St. John, Motor City vede Ritchson nei panni di John Miller, un romantico della classe operaia che si innamora della ragazza di un gangster nella Detroit degli anni ’70. Dopo essere stato incastrato e mandato in prigione, Miller esce anni dopo e intraprende una violenta ricerca di vendetta. Oltre alla star di Reacher, il film vede anche la partecipazione di Ben Foster, Shailene Woodley e Pablo Schreiber.

Motor City, con la colonna sonora trascinante di Jack White, è stato proiettato sia a Venezia che al TIFF, ottenendo un riscontro generalmente positivo da parte della critica. Su Rotten Tomatoes, il film di Ritchson ha debuttato con un punteggio della critica del 77%, ma ora si attesta al 71% su 21 recensioni. Il punteggio Popcornmeter del film non sarà definito fino al prossimo anno, quando il grande pubblico avrà la possibilità di vederlo nelle sale.

Con un budget di 30 milioni di dollari, il punto di pareggio di Motor City nelle sale potrebbe aggirarsi intorno ai 75 milioni di dollari. Sebbene Ritchson sia ormai ampiamente riconosciuto per il suo ruolo in Reacher di Prime Video, è relativamente inesperto come attore in grado di lanciare un film, il che significa che il thriller poliziesco in uscita sarà un test interessante in questo senso.

Non è chiaro esattamente quando Motor City arriverà nelle sale il prossimo anno, ma Ritchson è pronto a fare nuovamente scalpore sul piccolo schermo nel 2026 con l’uscita della quarta stagione di Reacher. Ritchson apparirà anche nella prossima serie spin-off di Neagley, che dovrebbe arrivare anch’essa il prossimo anno.

Per Ritchson, Motor City è solo uno dei numerosi film in uscita. L’attore apparirà prossimamente in Playdate al fianco di Kevin James, in uscita il 12 novembre, e in altri progetti come War Machine, The Man with the Bag e Runner, tutti previsti per il prossimo anno. Oltre a rimanere un punto fermo nel mondo dello streaming, Ritchson potrebbe essere sul punto di diventare una star del cinema.

MotoGP™ Unlimited: recensione della serie sportiva di Prime Video

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È disponibile dal 14 marzo su Prime Video la nuova docuserie sul Campionato del Mondo MotoGP™, MotoGP™ Unlimited, visibile in esclusiva sulla piattaforma in Francia, Italia, Spagna e in più di 170 paesi e territori in tutto il mondo – compresi Regno Unito e Stati Uniti. 

Composta di otto episodi da 50 minuti, MotoGP™ Unlimited è prodotta da THE MEDIAPRO STUDIO in collaborazione con Dorna, e segue il mondo della classe regina da molto vicino, raccogliendo testimonianze non solo di piloti, ma anche di personalità di spicco di quel mondo, tra cui i team manager delle migliori scuderie del mondo.

Trai motociclisti più in vista rappresentati, intervistati e seguiti nel corso delle otto puntate, ci sono il Campione del 2021 Fabio Quartararo (Monster Energy Yamaha MotoGP), l’icona Valentino Rossi (Petronas Yamaha SRT) nella sua ultima stagione in MotoGP™, Marc Marquez (Repsol Honda), Francesco Bagnaia (Ducati Lenovo Team), Johann Zarco (Pramac Racing), Maverick Viñales (Aprilia Racing Team Gresini), e il campione nel 2020, Joan Mir (Team Suzuki Ecstar), insieme a diversi direttori dei Team. 

MotoGP™ Unlimited, uno sguardo intimo nella vita dei campioni

MotoGP™ Unlimited si addentra nelle vite di questi campioni, raccontabile da un punto di vista inedito, intimo e schietto, la serie racconta le storie aspirazioni dei giovani talenti e dei vecchi veterani, tutti che hanno cercato e che cercano di lasciare il proprio segno nella storia di questo sport che riesce a coinvolgere ed emozionare così tanto pubblico, tifosi e addetti ai lavori. 

Grazie a questa serie, per la prima volta si può offrire agli spettatori uno sguardo intimo dietro a quelle vite e a quelle storie che da sempre siamo abituati a vedere solo dal punto di vista della pista, della gara, delle interviste. In questo modo, la serie apre un cordone di comunicazione, una corsia preferenziale per tutti coloro che vogliono davvero scoprire cosa c’è dietro questa facciata: le sfide affrontate dai piloti e dai team durante la stagione, fuori e dentro la pista, le caratteristiche necessarie a far parte di questo mondo, le doti e le capacità che servono per arrivare in cima all’universo su due ruote della MotoGP.

Come ogni racconto sportivo che si rispetti, MotoGP™ Unlimited  smuove corde archetipiche nello spettatore, è un racconto appassionante e sentito, che attraversa ogni personalità dei campioni dei quali raccoglie la testimonianza, e lo fa con grande puntualità e attenzione, cercando di rendere sempre fluido il racconto più grande legato al campionato stesso. 

La serie si inserisce in un filone di docuserie sportive che Amazon Prime sta proponendo in collaborazione con THE MEDIAPRO STUDIO che si occupa della produzione. Tra questa annoveriamo FernandoSix Dreams e All or Nothing. I produttori esecutivi di MotoGP™ Unlimited sono Laura Fernandez EspesoJavier Mendez e Bernat Elias, e i registi sono Arnau Monras e Jaume Garcia. La serie è disponibile su Amazon Prime Video dal 14 marzo.

Motive 2×12: anticipazioni

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Motive 2×12Si intitolerà Kiss of DeathMotive 2×12, il dodicesimo episodio della serie di successo prodotta dal network americano ABC.

In Motive 2×12, dopo un misterioso autore di best-seller gialli viene avvelenato con una tossina rara, il detective Flynn e Vega devono determinare chi è amico e chi nemico fra le persone a lui vicine. Nel frattempo, la vita personale del Detective Lucas prende una svolta, mentre Angie riceve una piacevole sorpresa, per gentile concessione di Vega.

Motive 2×08: anticipazioni

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Motive 2×08Si intitolerà Angels with Dirty Faces, Motive 2×08, l’ottavo episodio della serie targata ABC. In Motive 2×08, quando un giovane viene trovato privo di sensi dopo quello che sembra essere un incontro erotico andato male, i detectives Flynn e Vega devono trovare il colpevole prima che ritorni per completare l’omicidio. Quando Angie cerca di accelerare l’inchiesta, lei si spinge a chiedere un favore professionale che si rivela costoso. Nel frattempo, il detective Lucas ha problemi a casa.

Motive è una serie televisiva canadese trasmessa dal 3 febbraio 2013 su CTV. La serie è basata sulle indagini della Detective Angela Flynn, mamma single, che lavora nella squadra omicidi. Particolarità della serie è che l’identità del killer e della vittima sono noti fin dall’inizio dell’episodio, con un format che ricorda Colombo. È stata rinnovata per una seconda stagione, che andrà in onda in Canada nell’estate 2014.

In Italia ha debuttato il 21 settembre 2013 sul canale Premium Crime.

Personaggi:

  • Detective Angie Flynn, interpretata da Kristin Lehman.
    Detective e mamma single
  • Detective Oscar Vega, interpretato da Louis Ferreira.
  • Detective Brian Lucas, interpretato da Brendan Penny.
  • Sergente Boyd Bloom, interpretato da Roger R. Cross.
  • Dott. Betty Rogers, interpretata da Lauren Holly.
  • Manny Flynn, interpretato da Cameron Bright.
    Il figlio di Angie Flynn

Motive 2×07: anticipazioni

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Motive 2×07Si intitolerà Pitfall, Motive 2×07, il settimo episodio della serie targata ABC. In Motive 2×07 i Detectives Flynn e Vega riescono a tirarsi fuori dal matrimonio del padre di Vega per indagare su di un saltoparacadutistico andato storto. Mentre si lavora al caso, Angie fa uno sforzo per riconquistare la fiducia di Vega condividendo un file sensibile che contiene le informazioni su di lei e il sergente Cross.

Motive è una serie televisiva canadese trasmessa dal 3 febbraio 2013 su CTV. La serie è basata sulle indagini della Detective Angela Flynn, mamma single, che lavora nella squadra omicidi. Particolarità della serie è che l’identità del killer e della vittima sono noti fin dall’inizio dell’episodio, con un format che ricorda Colombo. È stata rinnovata per una seconda stagione, che andrà in onda in Canada nell’estate 2014.

In Italia ha debuttato il 21 settembre 2013 sul canale Premium Crime.

Personaggi:

  • Detective Angie Flynn, interpretata da Kristin Lehman.
    Detective e mamma single
  • Detective Oscar Vega, interpretato da Louis Ferreira.
  • Detective Brian Lucas, interpretato da Brendan Penny.
  • Sergente Boyd Bloom, interpretato da Roger R. Cross.
  • Dott. Betty Rogers, interpretata da Lauren Holly.
  • Manny Flynn, interpretato da Cameron Bright.
    Il figlio di Angie Flynn

Motion Picture Association of America annuncia il nuovo presidente

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Motion Picture Association of AmericaIl Senatore Chris Dodd, Chairman e CEO della Motion Picture Association of America (MPAA) ha annunciato oggi che Stan McCoy sarà il nuovo presidente per la regione Europa/Medio Oriente/Africa (EMEA).

McCoy, che è entrato in MPA EMEA nell’aprile 2014 con il ruolo di Senior Vice President e Regional Policy Director, sostituisce Chris Marcich, che ricopriva il ruolo precedentemente e che è stato nominato Presidente Internazionale, una nuova posizione creata con lo scopo di riconoscere e valorizzare l’importanza crescente dell’industria cinematografica e televisiva globale.

“Nell’Unione Europea, stiamo assistendo a numerosi sforzi per rivedere la protezione del diritto d’autore, che è stata elemento centrale per la crescita del cinema, della televisione e delle industrie creative”, ha affermato Dodd. “Sarà importante avere qualcuno con la conoscenza ed esperienza di Stan sul fronte della proprietà culturale e dell’innovazione alla guida del nostro team di Bruxelles in un momento così cruciale, non solo per i nostri associati, ma anche per i sette milioni di persone che lavorano nel settore creativo all’interno dell’Unione Europea”.

“Il panorama culturale diversificato che abbiamo di fronte oggi è possibile soltanto perché le industrie creative ed i media adattano continuamente i loro modelli di business per fornire ai consumatori una scelta sempre migliore di servizi. Per questo abbiamo bisogno di un quadro giuridico certo”, ha spiegato McCoy. “Il segmento di mercato legato in maniera specifica al diritto d’autore genera 509 miliardi di Euro per il prodotto interno lordo europeo, ci sono più di 3.000 servizi audiovisivi on demand disponibili per i cittadini europei e più di 1.500 lungometraggi sono stati prodotti nell’Unione Europea l’anno scorso. Sarà mio obiettivo assicurarmi che chi scrive le regole capisca che fare un film è un’impresa complessa e rischiosa”.

Dodd ha aggiunto: “Stan e Chris sono entrambi persone straordinarie che hanno dimostrato il loro inestimabile talento di leader e nei rapporti con le istituzioni. Mentre i contenuti cinematografici e televisivi si diffondono sempre di più in tutto il mondo – sul grande schermo, attraverso la trasmissione televisiva classica e via cavo o tramite Internet –  la loro esperienza sarà cruciale per proseguire i nostri sforzi nel fornire questi di contenuti creativi in espansione nei territori EMEA e in tutto il mondo”.

McCoy rappresenta MPA EMEA in due alleanze chiave europee: la Creative and Media Business Alliance (CMBA) e Creativity Works!, una coalizione di organizzazioni del settore culturale e creativo europeo che hanno lo stesso obiettivo comune. Entrambe hanno sede a Bruxelles. McCoy precedentemente ha ricoperto il ruolo di Assistant U.S. Trade Representative for Intellectual Property and Innovation presso l’ufficio del USTR. Ancora prima, aveva lavorato presso lo studio legale Covington & Burling a Bruxelles e Washington, dove si era occupato in particolar modo di tutela internazionale della proprietà intellettuale e diritto del commercio internazionale. McCoy ha studiato presso la DePauw University e la School of Law della University of Virginia.

Marcich ha guidato il dipartimento EMEA di MPA dal 1995. Nel suo nuovo ruolo, Marcich coordinerà e guiderà gli sforzi internazionali di MPA in sedi che vanno da Toronto a Città del Messico e San Paolo nel continente americano fino a Singapore ed Hong Kong nell’area asiatica del Pacifico così come presso l’ufficio EMEA di Bruxelles. Nel suo impegno di coordinamento internazionale, lavorerà a stretto contatto con Joanna McIntosh, Executive Vice President for Global Policy and External Affairs, che è entrata in servizio a luglio per guidare i settori policy ed advocacy dall’ufficio di Washington.

“Con la crescita globale di questo settore, è sempre più vitale coordinare il nostro lavoro con quello dei nostri partner internazionali, per fare in modo che il diritto d’autore continui a proteggere chi crea, produce e diffonde contenuti culturali”, ha affermato Marcich. “Sono felice di continuare a lavorare per gli associati MPAA, i partner internazionali ed i rappresentanti del settore creativo. Sono molto fiducioso nel futuro del nostro settore”.

Mothers’ Instinct: Jessica Chastain e Anne Hathaway nel trailer ufficiale

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Vertice 360 ha diffuso il trailer ufficiale di Mothers’ Instinct, intenso thriller psicologico interpretato dalle attrici Premio Oscar Jessica Chastain (Gli occhi di Tammy Faye, Zero Dark City, The Help) e Anne Hathaway (Il diavolo veste Prada, Les Misérables). La pellicola verrà distribuirà in Italia dal 9 maggio.

Le star prestano il volto rispettivamente a Alice e Céline, migliori amiche e vicine di casa, le cui vite apparentemente perfette in un centro suburbano dell’America degli anni ’60 vengono improvvisamente sconvolte da un tragico incidente che coinvolge uno dei loro figli.

Il film Mothers Instinct

Opera prima di Benoit Delhomme – che nel film è anche direttore della fotografia, ruolo per il quale è già conosciuto a livello mondiale – Mothers’ Instinct segue il progressivo deteriorarsi dei rapporti tra Alice e Céline, minati da senso di colpa, sospetto e paranoia. In questo raffinato noir dal ritmo incalzante e dalle atmosfere hitchcockiane, lo spettatore si lascerà affascinare dai costumi dai toni pastello e dalle ambientazioni tipiche del sogno americano dei primi anni ’60, per assistere al doloroso scontro tra due caratteri ugualmente forti, in una sottile indagine dell’identità femminile e dei lati più oscuri dell’amore materno.

Mothers’ Instinct: recensione del film con Jessica Chastain e Anne Hathaway

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Distribuito in sala da Vertice360 dal 9 maggio, Mothers’ Instinct è il remake del film belga Doppio sospetto che l’affermato direttore della fotografia Benoit Delhomme ha scelto per il suo esordio dietro alla macchina da presa. Ad accompagnarlo in questo grande passo due muse d’eccezione: i premi Oscar Jessica Chastain e Anne Hathaway che si prestano a interpretare Alice e Celine, due amiche che si troveranno a confrontarsi con la parte più oscura del loro essere madri.

Mothers’ Instinct, la trama

La storia è essenziale e si concentra sulla relazione tra due famiglie e sulla trasformazione della loro amicizia quando il film di Celine muore a seguito di un incidente. Alice, che si incolpa per non essere riuscita a intervenire per salvare il bimbo, entra presto in una voragine di inquietudine e sospetto, quando si rende conto che nel suo intimo, Celine la incolpa per l’incidente. La relazione tra le donne si incrinerà e le conseguenze saranno inaspettate.

Mothers’ Instinct ha una natura mutevole. Sebbene da subito sia evidente la natura thriller del film, per determinate scelte di regia e di ambientazione, il film cambia tono e intenzione. Inizia con un segmento in cui ci vengono presentate le due coppie protagoniste, potrebbe essere quasi un thriller erotico, ma vengono seminati molti indizi, molti dettagli apparentemente inutili vengono raccontati con estrema dedizione, come se il regista volesse predisporre tutti i pezzi in campo per poi permettere alle due protagoniste di spostarli, portandosi dietro l’attenzione e la comprensione dello spettatore.

Un thriller mutevole

E il gioco a scacchi funziona benissimo, almeno nella prima parte. Il thriller cede il passo a un dramma sull’elaborazione del lutto, che cerca di riflette anche cosa diventano dei genitori che perdono un figlio, in che modo la loro vita può andare avanti e come si gestisce non solo la perdita, ma anche il sospetto, il senso di colpa e il desiderio di vendetta. Di questo invece racconta la parte centrale del film, quella più riuscita, in cui l’istinto materno del titolo non è quello amorevole e di cura che viene raccontato e tramandato dalla tradizione, ma un pozzo di dolore e vendetta che spinge i personaggi a percorrere sentieri oscuri.

Ed è altrettanto interessante come, nel rincorrersi di cacciatore e preda, al centro delle supposizioni e delle mezze verità, le due protagoniste siano entrambe messe in discussione e il loro punto di vista non sia mai lucido e oggettivo. Questo elemento della storia è il cuore del racconto che, una volta svelato e chiarito agli occhi dello spettatore, fa perdere al film il suo fascino derivante dal dubbio. Così Mothers’ Instinct si trasforma ancora una volta nell’ultima parte e diventa, purtroppo, la peggiore declinazione di sé, camminando sul filo del grottesco.

Una regia cauta

Forse per il suo retaggio da DOP, Delhomme è più interessato a mettere bene in luce location e attori piuttosto che destreggiarsi a dare un punto di vista particolare alla storia. Si limita a costruire diligentemente una suburbia dai colori pastello in un’America in cui si facevano strada Kennedy e Signora, davanti agli occhi di una popolazione che si limitava a seguire gli schemi della società patriarcale, apparentemente con appagamento e felicità di tutti.

Jessica Chastain e Anne Hathaway si prestano molto bene ai ruoli drammatici e mutevoli che vengono loro affidati, anche se corrono il rischio di strafare, e rappresentare dubbio, dolore, paura e cattiveria in eccesso, riducendo le loro interpretazioni a macchiette poco ispirate.

Mothers’ Instinct è un remake diligente, un compito svolto bene, che però rinuncia ad avere un’anima propria senza approfondire il contesto e la contemporaneità in cui la storia è calata.

Mothers’ Instinct, la spiegazione del finale del film

Mothers’ Instinct, la spiegazione del finale del film

Mothers’ Instinct non è solo una lezione magistrale di recitazione tra le due protagoniste, con Anne Hathaway e Jessica Chastain eccellenti in tutte le scene in cui si confrontano nei panni dei loro personaggi Céline e Alice. È anche un’affascinante esplorazione di come le aspettative sociali nei confronti delle donne, la salute mentale e la maternità possano avere conseguenze disastrose. Un tempo migliori amiche disposte a fare qualsiasi cosa l’una per l’altra, Alice e Céline si spingono a vicenda al limite della sanità mentale a seguito di una tragedia impensabile. Tuttavia, il finale cupo di Mothers’ Instinct ci fa ripensare all’intero film, mettendo in evidenza il gaslighting che era in atto e lasciandoci con sentimenti leggermente irrisolti nei confronti di Céline e delle sue azioni.

Di cosa parla Mothers’ Instinct?

Alice e Céline sono vicine di casa e amiche di famiglia e, sebbene tutto sembri idilliaco tra le due famiglie, fin dall’inizio c’è una tensione in Mothers’ Instinct che ci dice che non tutto va bene. Nonostante viva il tipico sogno americano degli anni ’50, Alice desidera maggiore indipendenza, ma è limitata dal marito Simon (Anders Danielsen Lie), che crede che lei debba stare a casa. L’unica lamentela di Céline riguardo alla sua vita è che non può avere altri figli a causa delle complicazioni avute durante il parto di suo figlio Max (Baylen D. Bielitz). Entrambe le donne hanno reazioni valide e opposte a come la società si aspetta che si comportino. Ciò che hanno in comune, però, è la loro capacità di confidarsi l’una con l’altra e di trovare sostegno nelle difficoltà della vita.

Tuttavia, quell’amicizia va in frantumi in seguito a un tragico incidente in cui Max cade dal tetto e muore. Alice inizia a credere che Céline la incolpi della morte di Max dopo che Céline si avvicina a Theo in situazioni che mettono Alice a disagio, come portare Theo sullo stesso tetto o lasciare fuori dei biscotti a cui lui è allergico. Tuttavia, mentre la paranoia di Alice cresce – portandola a credere che Céline sia responsabile della morte di sua suocera – viene sempre più rimproverata dal marito, che attribuisce le sue illusioni ai suoi problemi di salute mentale del passato. Theo costringe le due donne a fare pace, minacciando di saltare dallo stesso tetto da cui è caduto Max. Nonostante la loro risoluzione, Alice e la sua famiglia decidono di trasferirsi.

Mothers’ Instinct ci regala un colpo di scena che ci catapulta in un finale teso e caotico

Mothers' Instinct film 2023

Nonostante il conflitto sia ormai superato, c’è una tensione latente che trova il suo culmine quando Céline versa del cloroformio nel drink di suo marito Damian (Josh Charles) e gli taglia i polsi per inscenare un suicidio. Céline usa questo stratagemma per ingannare Alice e Simon e convincerli a lasciarla stare con loro quella notte, e mentre lei giace al piano di sopra, Alice va a casa sua per raccogliere alcune cose. Durante queste scene, è uno shock per il pubblico rivedere gli eventi precedenti del film, che Alice era stata indotta a credere non fossero malvagi, con la consapevolezza che lei aveva ragione fin dall’inizio. Siamo costretti a stare a guardare le fatali ripercussioni del rifiuto di Simon di credere ad Alice.

Céline approfitta di questo momento per sedare Simon e Theo, ed è particolarmente angosciante vedere con quanta attenzione si occupa di Theo, perché questo conferma le nostre teorie sulle sue vere motivazioni: lo vuole per sé. Céline è disposta a tutto pur di avere un altro figlio, dato che non può più rimanere incinta, e questo dimostra come essere madre sia l’unica lente attraverso cui percepisce se stessa. Sembra quasi inaccettabile per lei non essere la moglie e la madre perfetta che gestisce il PTA a scuola come faceva all’inizio del film.

Céline e Alice lottano per Theo in un brutale scontro

Alice scopre che Simon e Theo sono sedati, e assistiamo a un violento e selvaggio scontro tra le due donne prima che Céline riesca a cloroformiare Alice. Ciò che rende la lotta ancora più feroce è l’ambientazione in una casa di periferia così dolce, che mette davvero in risalto quanto sia diventato estremo questo conflitto, con la paranoia e l’inganno che sfociano nella brutalità. Dopo aver portato Theo fuori e aver adagiato Alice sul divano con suo marito, Céline stacca il tubo del gas, inscenando una morte accidentale per i due genitori, e poi adotta Theo con la sua benedizione.

La scena finale, con Céline e Theo sulla spiaggia, è inquietante, poiché entrambi cercano l’uno nell’altro la guarigione, nonostante Céline sia l’unica responsabile del dolore di Theo. Certamente, la tragedia più grande qui è quella di Alice, una donna innocente che è stata manipolata a causa della sua salute mentale e poi uccisa. Tuttavia, il finale di Mothers’ Instincts ritrae anche la complessa simpatia che proviamo per Céline. Sebbene sia stata lei a commettere direttamente i crimini, capiamo come entrambe le donne fossero condizionate a vedere la loro vita attraverso la lente di ciò che ci si aspettava da loro piuttosto che attraverso quella dell’accettazione di sé. Le loro vulnerabilità, la salute mentale di Alice e la percezione che Céline aveva di sé stessa sono state prese di mira fino a quando non sono state spinte oltre il limite di ciò che la società, la vera colpevole, considererebbe civile.

Motherless Brooklyn, intervista a Edward Norton e Gugu Mbatha-Raw

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In occasione della Festa del Cinema di Roma, Cinefilos.it ha intervistato Edward Norton e Gugu Mbatha-Raw, arrivati nella capitale a presentare Motherless Brooklyn – I segreti di una città, film d’apertura della 14° edizione della manifestazione.

Ecco di seguito il video:

Motherless Brooklyn – I segreti di una città, leggi la recensione

“Sono un attore avido – ha dichiarato Norton per spiegare la sua caparbietà a voler portare al cinema quella storia – ho visto un buon ruolo per me. Non sono così comuni e ho voluto continuare a lavorarci. Il personaggio è memorabile, e una volta deciso di aprire il testo anche alla città, inglobando la New York degli anni ’50, è stato tutto molto complesso. È una città che amo, ci vivo da 30 anni, ma ci sono anche tante cose che non funzionano. Ho fuso il romanzo, il personaggio e questo aspetto della storia, il risultato è stato complicato da gestire.”

Durante un’indagine particolarmente spinosa, il capo e mentore, nonché grande amico di Lionel Essrog, Frank Minna, muore, ucciso da misteriosi personaggi che tramano nell’ombra. La sete di vendetta e l’esigenza di scoprire la verità mettono Lionel a contatto con un caso di corruzione estesissimo, che arriva fino ai vertici della politica cittadina, nel momento in cui New York si sta espandendo, e il fumo degli anni ’50 si dirada per fare spazio alla luce della modernità.

Motherless Brooklyn, il trailer del film di e con Edward Norton

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Motherless Brooklyn, il trailer del film di e con Edward Norton

Il nuovo film drammatico acclamato dalla critica di Edward Norton, Motherless Brooklyn – I segreti di una città, sarà il film di apertura della quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma che si svolgerà dal 17 al 27 ottobre 2019 all’Auditorium Parco della Musica.

A seguire, il 18 ottobre, Norton sarà al centro del tradizionale Incontro Ravvicinato con il pubblico, una conversazione sul palco con Antonio Monda, in cui parleranno di Motherless Brooklyn- I segreti di una città e approfondiranno gli eventi più importanti della sua carriera cinematografica, con le clip di alcuni dei suoi memorabili film.

Lionel Essrog (Edward Norton) è un solitario detective privato afflitto dalla sindrome di Tourette, che si avventura a risolvere l’omicidio del suo mentore ed unico amico, Frank Minna (Bruce Willis). Armato solo di pochi indizi e della sua mentalità ossessiva, Lionel svela lentamente dei segreti gelosamente custoditi che tengono in equilibrio il destino dell’intera New York. In un mistero che lo porta dai jazz club grondanti di gin di Harlem ai bassifondi di Brooklyn e, infine, ai salotti dorati dei potenti mediatori di New York, Lionel si scontra con i teppisti, la corruzione e l’uomo più pericoloso della città, per onorare il suo amico e salvare la donna che potrebbe essere la sua stessa salvezza.

Il nominato all’Oscar® Edward Norton (“Birdman”, “American History X”, “Schegge di paura”) ha diretto, scritto, prodotto e recitato in “Motherless Brooklyn – I Segreti di una città”. La trasposizione della storia sul grande schermo è iniziata nel 1999, quando Norton ha colto il potenziale cinematografico del romanzo di Jonathan Lethem Motherless Brooklyn e del suo indelebile personaggio centrale. Ma sin dall’inizio, Norton mirava a trasporre i personaggi contemporanei di Lethem in una trama ed un periodo diversi, ed a conferire un’atmosfera particolare al dramma, ambientandolo negli anni ’50 – un’epoca di grandi cambiamenti a New York.

Recita nel film un cast stellare che comprende anche Bruce Willis (i film “Die Hard”, “Moonrise Kingdom- Una fuga d’amore”), Gugu Mbatha-Raw (“Nelle pieghe del tempo”), Bobby Cannavale (“Tonya”), Cherry Jones (“Boy Erased – Vite cancellate”), Michael Kenneth Williams (“When They See Us”), Leslie Mann (“Tutte contro lui”), Ethan Suplee (“The Wolf of Wall Street”), Dallas Roberts (“Dallas Buyers Club”), Josh Pais (“Ray Donovan”), Robert Ray Wisdom (“The Fix”), Fisher Stevens (“The Blacklist”), al fianco del nominato all’Oscar® Alec Baldwin (“The Cooler”, “BlacKkKlansman”, “The Departed – Il bene e il male”) e il nominato all’Oscar® Willem Dafoe (“Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità”, “Un sogno chiamato Florida”).

Norton ha anche prodotto il film con il suo socio di produzione della Class 5 Films, Bill Migliore, con Gigi Pritzker e Rachel Shane degli MWM Studios, e Michael Bederman. Adrian Alperovich, Sue Kroll, Daniel Nadler, Robert F. Smith e Brian Niranjan Sheth sono i produttori esecutivi.

Dietro le quinte, Norton ha collaborato con il direttore della fotografia due volte candidato all’Oscar® Dick Pope (“Turner”, “The Illusionist”), la scenografa Beth Mickle (“Drive”, “Collateral Beauty”), il montatore candidato all’Oscar® Joe Klotz (“Precious”, “The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca”) e la costumista Amy Roth (“The Looming Tower” in TV, “Indignation”).

La musica gioca un ruolo importante nell’impostazione del tono e dell’ambientazione temporale di “Motherless Brooklyn – I segreti di una città”. La colonna sonora è composta da Daniel Pemberton (“Steve Jobs”, “Tutti i soldi del mondo”, “Oceans 8,” “Spider Man: Un nuovo universo”) con Wynton Marsalis alla tromba. Il film presenta anche una canzone originale scritta e cantata da Thom Yorke.

Warner Bros. Pictures presenta una produzione Class 5 Films / MWM Studios, “Motherless Brooklyn – I Segreti di una città”. Il film sarà distribuito in tutto il mondo dalla Warner Bros. Pictures e uscirà nelle sale italiane il 7 novembre 2019.

Motherless Brooklyn

Motherless Brooklyn di Edward Norton inaugura la Festa del cinema di Roma 2019

Alle ore 19.30, la Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica ospiterà il film di apertura della quattordicesima edizione della Festa del cinema di Roma, Motherless Brooklyn – I segreti di una città di Edward Norton.

Il cinema italiano ha avuto un impatto enorme sui miei gusti e le mie aspirazioni da cineasta – ha affermato il regista – e quindi aprire la Festa del Cinema di Roma con il mio film è la realizzazione di un desiderio. È davvero un grande onore e ne sono estremamente felice. E credo che, sebbene si tratti di un’epopea americana e di un noir ambientato a New York, il pubblico italiano sentirà immediatamente la risonanza dei temi nell’ambito del loro vissuto più recente”.

Il tre volte candidato all’Oscar Edward Norton (Birdman, American History X, Schegge di paura) ha diretto, scritto, prodotto e interpretato Motherless Brooklyn – I segreti di una città. Norton interpreta Lionel Essrog, un solitario detective privato affetto dalla sindrome di Tourette, che si avventura a risolvere l’omicidio del suo mentore ed unico amico, Frank Minna. Armato solo di pochi indizi e della sua mentalità ossessiva, Lionel svela lentamente dei segreti gelosamente custoditi che tengono in equilibrio il destino dell’intera New York. In un mistero che lo porta dai jazz club grondanti di gin di Harlem ai bassifondi di Brooklyn e, infine, ai salotti dorati dei potenti mediatori di New York, Lionel si scontra con i criminali, la corruzione e l’uomo più pericoloso della città per onorare il suo amico e salvare la donna che potrebbe essere la sua stessa salvezza. Sul red carpet del film, alle ore 19, ci saranno Edward Norton con Gugu Mbatha-Raw e Bobby CannavaleMotherless Brooklyn – I segreti di una città sarà proiettato in replica alle ore 20 presso la Sala Petrassi e alle ore 21 presso la Frecciarossa Cinema Hall.

La quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma che si terrà fino al 27 ottobre con la direzione artistica di Antonio Monda, prodotta dalla Fondazione Cinema per Roma, Presidente Laura Delli Colli, Direttore Generale Francesca Via. L’Auditorium Parco della Musica sarà il fulcro dell’evento, con le sue sale di proiezione e il red carpet. Come ogni anno, la Festa coinvolgerà numerosi altri luoghi della Capitale, dal centro alla periferia.

Motherless Brooklyn – I segreti di una città, il film

Lionel Essrog (Edward Norton) è un solitario detective privato afflitto dalla sindrome di Tourette, che si avventura a risolvere l’omicidio del suo mentore ed unico amico, Frank Minna (Bruce Willis). Armato solo di pochi indizi e della sua mentalità ossessiva, Lionel svela lentamente dei segreti gelosamente custoditi che tengono in equilibrio il destino dell’intera New York. In un mistero che lo porta dai jazz club grondanti di gin di Harlem ai bassifondi di Brooklyn e, infine, ai salotti dorati dei potenti mediatori di New York, Lionel si scontra con i teppisti, la corruzione e l’uomo più pericoloso della città, per onorare il suo amico e salvare la donna che potrebbe essere la sua stessa salvezza.

Edward Norton ha diretto, scritto, prodotto e recitato in “Motherless Brooklyn – I Segreti di una città”. La trasposizione della storia sul grande schermo è iniziata nel 1999, quando Norton ha colto il potenziale cinematografico del romanzo di Jonathan Lethem Motherless Brooklyn e del suo indelebile personaggio centrale. Ma sin dall’inizio, Norton mirava a trasporre i personaggi contemporanei di Lethem in una trama ed un periodo diversi, ed a conferire un’atmosfera particolare al dramma, ambientandolo negli anni ’50 – un’epoca di grandi cambiamenti a New York. Recita nel film un cast stellare che comprende anche Bruce Willis, Gugu Mbatha-Raw, Bobby Cannavale, Cherry Jones, Michael Kenneth Williams, Leslie Mann, Ethan Suplee, Dallas Roberts, Josh Pais, Robert Ray Wisdom, Fisher Stevens, al fianco di Alec Baldwin e Willem Dafoe.

 

Motherless Brooklyn – I segreti di una città: le differenze tra il libro e il film

Personalità da sempre interessata a vari aspetti del cinema e non solo a quello che gli compete, ovvero la recitazione, l’attore Edward Norton si è negli anni distinto anche come sceneggiatore, produttore e regista. Il suo esordio in quest’ultimo ruolo risale al 2000, con la commedia romantica Tentazioni d’amore, dove recita al fianco di Ben Stiller. Prima di tornare dietro la macchina da presa ci sono voluti ben 19 anni, durante i quali Norton ha atteso di avere tra le mani la storia giusta. Questa ha poi preso forma con Motherless Brooklyn – I segreti di una città (qui la recensione).

Tratto dal romanzo Brooklyn senza madre di Jonathan Lethem, il film propone una storia noir debitrice dei grandi classici del genere, primo tra tutti Chinatown di Roman Polanski, ma anche dei film di gangster realizzati da Martin Scorsese. Norton, che oltre a dirigere il tutto ha scritto anche la sceneggiatura del film e interpreta il protagonista, dà così vita ad un’opera cupa, ricca di torbide passioni e intrighi altrettanto complicati. Non manca però anche una forte componente umoristica, che alleggerisce il tono e rende il film particolarmente godibile.

Ad aver reso questo un progetto tanto caro a Norton, inoltre, vi è il fatto che suo nonno era James Rouse, un urbanista che sosteneva che gli alloggi dovrebbero essere accessibili a tutti e che le comunità dovrebbero essere plasmate da impulsi umanistici piuttosto che puramente economici. Norton, tramite la storia narrata, rende dunque omaggio a Rouse e a tutto ciò in cui egli credeva, proponendo invece una critica nei confronti di Robert Moses, urbanista accusato di brama di potere, etica discutibile, vendetta e razzismo, qui rappresentato dal personaggio chiamato Moses Randolph. Ma alla luce di ciò, di cosa parla esattamente il film?

La trama di Motherless Brooklyn – I segreti di una città

Motherless Brooklyn – I Segreti di una città segue le vicende di Lionel Essrog, un solitario detective privato afflitto dalla sindrome di Tourette, che si avventura a risolvere l’omicidio del suo mentore ed unico amico, Frank Minna. Armato solo di pochi indizi e della sua mentalità ossessiva, Lionel svela lentamente dei segreti gelosamente custoditi che tengono in equilibrio il destino dell’intera città. In un mistero che lo porta dai jazz club grondanti di gin di Harlem ai bassifondi di Brooklyn e, infine, ai salotti dorati dei potenti mediatori di New York, Lionel si scontra con i teppisti, la corruzione e l’uomo più pericoloso della città, per onorare il suo amico e salvare la donna che potrebbe essere la sua stessa salvezza.

Le differenze tra il libro e il film

Nel portare sul grande schermo il racconto di Lethem, Norton decise di prendersi diverse libertà rispetto a quanto presente nel romanzo di Lethem, mantenendo intatti di fatto solo il personaggio di Lionel Essrog, il suo mentore Frank Minna e le indagini relative alla morte di quest’ultimo. Per il resto, molto è stato cambiato, a partire dall’ambientazione, spostata dal 1999 agli anni Cinquanta, poiché Norton riteneva quello il più idoneo per raccontare personaggi come quelli scritti da Lethem. Mentre Lethem ha creato una cospirazione che ruota attorno a mafiosi, monaci buddisti e il fratello di Frank Minna.

Norton crea invece una cospirazione completamente nuova, che coinvolge la Borough Authority di New York e la prole illegittima di razza mista di un potente funzionario cittadino. Norton ha poi aggiunto personaggi come Moses Randolph alla storia, basato come già accennato sull’urbanista di New York City, Robert Moses, mentre ne lascia fuori altri, come il fratello di Frank Minna, Gerard. Per altri personaggi, invece, Norton si è ispirato a Hortense Gabel e Jane Jacobs, che erano critici di spicco della discriminazione abitativa a New York negli anni ’50 e ’60, e ha sostituito l’interesse amoroso del libro Kimmerly con Laura, l’inconsapevole figlia di Moses Randolph.

Lethem trascorre molto tempo nel libro a descrivere l’infanzia di Lionel all’orfanotrofio St. Vincent’s Home for Boys, qualcosa a cui il film fa invece riferimento solo brevemente. Diverso, infine, è anche il finale scelto da Norton per il film. Mentre il libro termina con Lionel che torna all’agenzia investigativa trasformata ora in servizio automobilistico, con il suo interesse amoroso che lo lascia e la maggior parte dei suoi amici morti o dispersi, il film propone un finale più lieto e si conclude con Lionel e Laura che, una volta risolto il caso alla base del racconto, considerano una vita insieme fuori Brooklyn.

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Il cast del film

Il film è dunque ricco di personaggi, interpretati da un cast di noti attori, a partire dallo stesso Norton nei panni di Lionel Essrog. Come già accenato, il personaggio è caratterizzato dal suo essere affetto dalla sindrome di Tourette. Per prepararsi al ruolo Edward Norton ha incontrato e consultato molti membri della Tourette’s Association of America, al fine di poter dar vita in modo realistico alla cosa e non sfociare dunque in una rappresentazione macchiettistica. Proprio per questa sua attenzione, la sua interpretazione e il film in generale hanno poi ricevuto l’approvazione dall’organizzazione stessa. Nei panni del mentore Frank Minna si ritrova invece l’attore Bruce Willis, il quale ha girato le sue scene nell’arco di pochi giorni.

Alec Baldwin interpreta invece l’imprenditore senza scrupoli Moses Randolph, mentre Willem Dafoe è il suo fratello ingegnere Paul Randolph. Sono poi presenti nel film anche Leslie Mann nei panni di Julia Minna, moglie di Frank, e Cherry Jones in quelli di Gabby Horowitz. Bobby CannavaleDallas Roberts interpretano invece Tony Vermonte e Danny Fantl, colleghi di lavoro di Lionel. Infine, di grande importanza è la presenza dell’attrice Gugy Mbatha-Raw, nei panni di Laura, la donna di cui Lionel si innamora. Dichiaratosi suo grande fan, Norton decise di scrivere il personaggio di Laura, assente nel libro, appositamente per lei, così da poter finalmente avere l’occasione di lavorare al suo fianco.

Il trailer di Motherless Brooklyn – I segreti di una città e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di Motherless Brooklyn – I segreti di una città grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Chili Cinema, Google Play, Apple iTunes, Now, Tim Vision e Amazon Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 11 gennaio alle ore 21:00 sul canale Iris.

Fonte: IMDb

Motherless Brooklyn – I segreti di una città: la spiegazione del finale del film

Motherless Brooklyn – I segreti di una città (qui la recensione) segna la seconda regia di Edward Norton, che torna dietro la macchina da presa oltre vent’anni dopo il suo debutto con Tentazioni d’amore. Norton non solo dirige, ma interpreta anche il protagonista, Lionel Essrog, un investigatore privato affetto dalla sindrome di Tourette, capace di straordinaria memoria e determinazione. Il film è ispirato all’omonimo romanzo di Jonathan Lethem, vincitore del National Book Critics Circle Award, ma Norton ne rielabora profondamente l’ambientazione, spostando la storia dagli anni ’90 agli anni ’50 per accentuare le atmosfere noir e inserire riferimenti politici e sociali legati alla storia urbanistica di New York.

La pellicola affronta temi complessi e stratificati: dalla corruzione politica alla speculazione edilizia, passando per il razzismo sistemico e le disuguaglianze sociali. Il personaggio di Lionel, con le sue fragilità e ossessioni, diventa il filtro attraverso cui lo spettatore osserva una città in trasformazione, dove potere e interessi economici si intrecciano con segreti personali e tragedie collettive. Norton mette al centro non solo il mistero investigativo, ma anche un forte commento sulla lotta per la giustizia e la verità, facendo convivere la tensione del genere poliziesco con un’indagine umana e morale.

Per il suo intreccio intricato e per il modo in cui utilizza un caso criminale per svelare verità più ampie e scomode, Motherless Brooklyn – I segreti di una città richiama alla memoria un classico come Chinatown (1974) di Roman Polanski. In entrambi i film, un investigatore solitario si trova a fronteggiare un sistema corrotto che permea ogni livello della società, e la città stessa diventa un personaggio vivo e minaccioso. Tuttavia, mentre Chinatown ha un epilogo secco e devastante, il film di Norton si chiude con un finale ambiguo e ricco di sfumature, che lascia spazio a più interpretazioni. Nel resto dell’articolo analizzeremo in dettaglio questo finale, cercando di chiarirne i significati nascosti e le implicazioni morali.

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La trama di Motherless Brooklyn – I segreti di una città 

Il film segue le vicende di Lionel Essrog, un solitario detective privato afflitto dalla sindrome di Tourette, che si avventura a risolvere l’omicidio del suo mentore ed unico amico, Frank Minna. Armato solo di pochi indizi e della sua mentalità ossessiva, Lionel svela lentamente dei segreti gelosamente custoditi che tengono in equilibrio il destino dell’intera città. In un mistero che lo porta dai jazz club grondanti di gin di Harlem ai bassifondi di Brooklyn e, infine, ai salotti dorati dei potenti mediatori di New York, Lionel si scontra con i teppisti, la corruzione e l’uomo più pericoloso della città, per onorare il suo amico e salvare la donna che potrebbe essere la sua stessa salvezza.

La spiegazione del finale del film

Nel corso di Motherless Brooklyn – I segreti di una città, Lionel, fingendosi un giornalista interessato a un’inchiesta sull’urban renewal, approfondisce il legame con Laura, giovane donna legata al caso. La loro indagine li conduce in un locale che Frank stava monitorando, ma il padre di Laura, Billy, scambiando Lionel per un uomo al soldo di Moses Randolph, lo fa picchiare brutalmente. Salvato da un trombettista, Lionel scopre collegamenti compromettenti: Randolph sta intascando tangenti e i programmi di ricollocamento abitativo sono truffe. Emergono inoltre i legami familiari nascosti: Paul, fratello di Moses e ingegnere, è il vero padre di Laura, nato da un rapporto violento tra Moses e la madre della ragazza.

Quando Billy viene assassinato e la sua morte inscenata come suicidio, Lionel comprende che anche Laura è in pericolo e decide di proteggerla. Il confronto finale con Moses svela il cuore della cospirazione. L’uomo ammette di aver violentato la madre di Laura e di voler proteggere il proprio segreto a ogni costo. Lionel recupera prove decisive da un deposito di Pennsylvania Station: un atto di proprietà e il certificato di nascita di Laura. Con queste carte minaccia Moses, intimandogli di lasciare in pace la ragazza. Parallelamente, smaschera il corrotto Lieberman e affida le prove a un giornalista, mentre Laura viene messa in salvo con l’aiuto del trombettista.

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Paul, però, vede infrangersi i suoi progetti di rinnovamento urbano quando Moses li boccia per ripicca. Il film si chiude con Lionel che raggiunge Laura nella casa al mare ereditata da Frank, in un momento sospeso tra pace ritrovata e incertezze future. Sul piano tematico, questo finale racchiude il senso dell’intera opera: la verità come strumento di giustizia, ma anche come arma fragile in un sistema che tende a proteggere il potere. Lionel, investigatore afflitto dalla sindrome di Tourette, diventa metafora di una coscienza ostinata, capace di superare limiti personali e ostacoli sociali pur di arrivare alla verità.

La salvezza di Laura non rappresenta solo un atto di protezione, ma anche il rifiuto di lasciarla intrappolata nello stesso meccanismo di corruzione e violenza che ha distrutto altre vite. Metaforicamente, il film riflette dunque sul volto oscuro della modernizzazione e sull’ipocrisia dei grandi progetti urbani, spesso mascherati da progresso ma radicati in interessi predatori. La figura di Moses incarna il potere incontrollato, capace di piegare la città e le persone alla propria volontà. Lionel, pur non potendo abbattere l’intero sistema, riesce a strappare una vittoria parziale: proteggere un’innocente, onorare la memoria di Frank e far emergere almeno una parte della verità.

Cosa ci lascia il film Motherless Brooklyn – I segreti di una città

È un epilogo che unisce amarezza e speranza, lasciando intendere che il cambiamento, seppur minimo, è possibile quando qualcuno sceglie di non voltarsi dall’altra parte. Motherless Brooklyn – I segreti di una città ci lascia così l’immagine di una lotta solitaria contro un sistema corrotto, in cui la verità è fragile ma preziosa. Attraverso Lionel, un investigatore imperfetto ma determinato, il film mostra come la perseveranza possa scalfire anche il potere più radicato. La salvezza di Laura diventa simbolo di resistenza personale, mentre la denuncia delle ingiustizie suggerisce che ogni piccolo atto di coraggio conta. È un racconto amaro e malinconico, che invita a non arrendersi di fronte all’ingiustizia e a credere nel valore della coscienza individuale.

Motherless Brooklyn – I segreti di una città: il trailer del film di Edward Norton

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Warner Bros. ha da poco diffuso il trailer ufficiale di Motherless Brooklyn – I segreti di una città, film diretto, scritto e interpretato da Edward Norton che vede nel cast anche Bruce Willis, Gugu Mbatha-Raw, Bobby Cannavale, Cherry Jones, Alec Baldwin e Willem Dafoe, e che uscirà nelle sale italiane il prossimo 7 novembre 2019.

Il progetto nasce nel 1999, con Norton che opziona i diritti del romanzo omonimo di Jonathan Lethem con l’idea di trasporre i personaggi contemporanei dell’autore in una trama ed un periodo diversi, ambientando il dramma negli anni ’50. Per le musiche originali invece, l’attore si è affidato a Thom Yorke, frontman dei Radiohead, che ha composto e cantato un brano originale.

Motherless Brooklyn – I segreti di una città, la trama:

Lionel Essrog è un solitario detective privato afflitto dalla sindrome di Tourette, che si avventura a risolvere l’omicidio del suo mentore ed unico amico, Frank Minna. Armato solo di pochi indizi e della sua mentalità ossessiva, Lionel svela lentamente dei segreti gelosamente custoditi che tengono in equilibrio il destino dell’intera New York. In un mistero che lo porta dai jazz club grondanti di gin di Harlem ai bassifondi di Brooklyn e, infine, ai salotti dorati dei potenti mediatori di New York, Lionel si scontra con i teppisti, la corruzione e l’uomo più pericoloso della città, per onorare il suo amico e salvare la donna che potrebbe essere la sua stessa salvezza.

 

Motherless Brooklyn – I segreti di una città, recensione del film #RomaFF14

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20 anni fa, quando arrivò al cinema Tentazioni d’Amore, suo film d’esordio dietro alla macchina da presa, Edward Norton lesse Motherless Brooklyn, del newyorkese Jonathan Lethem. A distanza di tutto questo tempo, l’attore e regista, qui anche in veste di sceneggiatore, riesce a tradurre in immagini quelle pagine che tanto lo avevano coinvolto. E sembra davvero che Norton lo abbia fatto per se stesso e per avere la possibilità di appropriarsi di un personaggio incredibile: l’investigatore Lionel Essrog, affetto dalla sindrome di Tourette.

Durante un’indagine particolarmente spinosa, il capo e mentore, nonché grande amico di Lionel, Frank Minna, muore, ucciso da misteriosi personaggi che tramano nell’ombra. La sete di vendetta e l’esigenza di scoprire la verità mettono Lionel a contatto con un caso di corruzione estesissimo, che arriva fino ai vertici della politica cittadina, nel momento in cui New York si sta espandendo, e il fumo degli anni ’50 si dirada per fare spazio alla luce della modernità.

Edward Norton contamina Motherless Brooklyn

Edward Norton compie un lavoro di grande raffinatezza nel comporre una storia che, partendo dalle pagine di Lethem, si distacca completamente dall’originale e si protende verso la contemporanietà, parlando il linguaggio del noir, raccontandolo con il ritmo del jazz, costellandolo di personaggi modernissimi e senza tempo, scrivendolo talmente tanto denso di parole e inquadrature da risultare sovraffollato, esagitato, quasi che il regista (anche attore e sceneggiatore) abbia avuto la necessità di dire sempre di più di quanto non riuscisse a mostrare con una sola immagine.

Motherless Brooklyn è un grande omaggio, non solo al genere, ma anche a quella New York che è davvero la città più importante del mondo e che in quanto tale racchiude il bello e il brutto di un mondo che purtroppo continua a fare del cinismo la sua arma più potente. Contro questa piaga dilagante si staglia il Lionel di Norton, un personaggio puro, malato eppure consapevole che la sua malattia non costituisce un freno, non lo giustifica dall’essere un uomo che subisce la vita.

Motherless Brooklyn – I segreti di una cittàMotherless Brooklyn è una sinfonia jazz

Ispirazione del romanzo di partenza, il film presenta una fortissima eco di polanskiana memoria, quel Chinatown che è anch’esso cardine e rivoluzione del noir. In questo caso, però, Norton non ha né lo spessore né la cattiveria di Polanski, forse non è così realista, e sceglie di affidarsi a due eroi puri, che in qualche modo riescono ad affrontare lo sporco della società con il quale entrano in contatto.

Protagonista, importante almeno quanto Norton stesso, la colonna sonora del film è un vero gioiello: da Thom Yorke dei Radiohead a Flea dei Red Hot Chili Peppers, passando per il jazz strumentale di Wynton Marsalis, Joe Farnsworth, Russell Hall, Isaiah J. Thompson e Jerry Weldo, Motherless Brooklyn fa dell’accompagnamento musicale una presenza costante, talvolta invasiva, ma in molti casi capace di colmare qualche lacuna di adattamento nel lavoro di Norton.

Nell’ansia di dire tutto, Edward Norton cade nel tranello di dire troppo, affollando senza motivo un film che già nelle suggestioni scenografiche e narrative racchiude il suo maggiore elemento di fascino.

Mothering Sunday, recensione del film con Josh O’Connor #RFF16

Mothering Sunday, recensione del film con Josh O’Connor #RFF16

Mothering Sunday è l’ultima opera di Eva Husson. La regista francese è al suo terzo lungometraggio: passata dal Toronto International Film Festival con Bang Gang A Modern Love Story del 2015 e da Cannes nel 2018 con Girls of the Sun e con il film in questione, in questi giorni approda anche a Roma alla 16esima Festa del Cinema, facendoci immergere in atmosfere sospese e fluttuanti direttamente nelle campagne inglesi del 1924.

Mothering Sunday, la trama

Mothering Sunday racconta infatti della giovane domestica Jane Fairchild (Odessa Young) che presta servizio in casa dei ricchi coniugi Niven: gentili, specialmente il marito (Colin Firth), ma anche malinconici e silenziosi, specialmente la moglie – una Olivia Colman ammusonita quasi come in La Favorita – i quali hanno un rapporto d’amicizia molto stretto con altre due coppie, gli Sheringhan e gli Hobday.

Uno dei figli degli Sheringham, Paul (Josh O’Connor), ha una relazione intima ma clandestina con Jane. E sarà parzialmente attorno a questi attimi, sguardi, tocchi, che tutto il film di Eva Husson incentrerà i suoi primissimi piani e i suoi sospiri.

Come in un flusso di coscienza, che prende il via da una memoria emotiva vivida e ancora pulsante, traspare da ogni sequenza che l’origine della storia sia un romanzo (omonimo, scritto nel 2016 da Graham Swift), e sono molto ricche le impressioni che suscita, la facile capacità con cui attraverso ogni inquadratura è immediata la sensazione di trovarsi nella dimensione intima dei ricordi di qualcuno.

Senz’altro, quel che si può chiaramente ammettere, è che Eva Husson sappia regalare la soggettività di Jane, anche se non sempre con la dovuta continuità. A catturare delle immagini che la regista costruisce, è la fotografia tinta di luci delicate e sognanti, unitamente al volto ninfeo di Jane, sul quale i piani stringono sempre tantissimo, così come su quello del suo amante Paul, nei suoi sorrisi tirati e quasi plastici, proprio come se fossero estratti da vecchie foto.

È interessante lo sviluppo narrativo che va avvolgendosi attorno al personaggio di lei, sempre di più, chiarificando quale sia davvero l’obiettivo della regista e su chi voglia veramente puntare il riflettore.

Husson ha a cuore la fisicità della giovinezza, e si compiace nel ritrarre i corpi, nelle loro linee acerbe ma che si gettano nella vita, con incoscienza e spudoratezza. Quasi ad invidiarne l’inconsapevole potenziale, ne racconta l’incontinenza dei desideri, a qualunque costo.

Mothering Sunday va alternandosi in tre fasi distinte della vita di Jane e, da una all’altra, la maturazione della sua femminilità cambia in maniera evidente, anche se in modo solo accennato.

Probabilmente ciò che manca di fronte ad un’estetica così curata, è la parte più semplicemente narrativa, nella quale conoscere ciò che ha davvero abitato i sentimenti e i pensieri della protagonista.

È sicuramente affascinante la vaghezza continua del tratto stilistico che, appunto, scivola anche sul piano della storia e che riesce ad essere comunque esaustiva nel dire, dopotutto, quale sia il senso di un cuore più volte spezzato ma che non smette di battere. Ma l’effetto, d’altra parte, è quello di passare senza lasciare veramente una traccia, se non un sospiro, il soffio di un vento di ricordi che scompigliano un po’ i capelli e nulla di più. Nelle intenzioni sarebbe stata molto più incisiva l’immagine che Husson avrebbe voluto veicolare sulla crescita di una donna nell’arco della sua vita, iniziata, tra l’altro, in un orfanotrofio.

Poco male. Mothering Sunday riesce a salvarsi egregiamente in tutti i casi per merito della grazia attraverso la quale descrive le cose. E l’arguzia – consapevole o no – sta nel fatto che l’arte maneggiata in modo superficiale può, sì, durare il tempo che trova, ma non per questo ammaliare di meno.

Mother&Child in DVD da settembre

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Ogni cosa è al suo posto… eccetto il passato. Arriverà nel 1012 su La7 qui in Italia, intanto esce in DVD Mother&Child a noleggio dal 31 agosto e in vendita dal 21 settembre.

Mother’s Day: tutto quello che c’è da sapere sul film Netflix

Mother’s Day: tutto quello che c’è da sapere sul film Netflix

Di recente è arrivato su Netflix il film The Mother (qui la recensione), thriller d’azione con protagonista Jennifer Lopez nei panni di una spietata killer che si riscopre madre nel momento in cui la figlia viene rapita, intraprendendo dunque una vera e propria caccia nei confronti dei rapitori. A pochi giorni di distanza, è arrivata sulla piattaforma un’altra pellicola con una premessa molto simile, ovvero Mother’s Day. Di produzione polacca, questo thriller è diretto dal regista Mateusz Rakowicz, da lui anche scritto insieme a Likasz M. Maciejewski.

Mother’s Day offre dunque un altra letale madre pronta a tutto pur di difendere il proprio figlio. Il tutto si manifesta naturalmente in un film d’azione particolarmente adrenalinico, con sequenze di combattimento magnificamente coreografate e continui colpi di scena. Un titolo dunque particolarmente consigliato agli amanti del revenge movie, che potranno inoltre con Mother’s Day imbattersi in nuovi elementi di genere propri della cinematografia polacca. Prima di passare alla visione, però, ecco di seguito maggiori dettagli sulla trama, il cast e, per chi non teme gli spoiler, una spiegazione del finale del film.

La trama e il cast di Mother’s Day

Protagonista del film è Nina, un’ex agente delle operazioni speciali della NATO, che ha dovuto abbandonare suo figlio Makx poco dopo averlo dato alla luce. La scelta è motivata dalla volontà di tenere al sicuro il ragazzo, cosa che dato il suo lavoro Nina non poteva garantire. Quando però dopo qualche anno scopre che il ragazzo è stato rapito da una pericolosa organizzazione mafiosa, decide di volerlo salvare lei stessa. In incognito, utilizzando tutta l’esperienza e le armi a sua disposizione, parte dunque alla ricerca di suo figlio. Per lei è l’occasione di dimostrare a se stessa che è ancora un agente capace e che può finalmente essere anche una buona madre.

Il cast del film è naturalmente composto da attori polacchi, a partire da Agnieszka Grochowska nei panni di Nina. L’attrice è nota in particolare per aver recitato nel film candidato agli Oscar In darkness (2011) e per aver partiecipato anche a Child 44 – Il bambino n. 44 (2015), Teen Spirit – A un passo dal sogno (2018). Accanto a lei, nel ruolo di Igor, vi è l’attore Darius Chojnacki, mentre Szymon Wroblewski è WoltomierzJowita Budnik interpreta il personaggio noto unicamente come Il Diplomatico, mentre Konrad Eleryk è Tytus. L’attrice Adrianna Drozd, infine, è l’interprete di Zosia, figlia di Igor.

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Mother’s Day: la spiegazione del finale del film

[SEGUONO SPOILER]

Alla fine, dopo diversi tentativi di salvare suo figlio, Nina uccide i rapitori, ma Maks scappa in quanto ha paura di quella donna che non sa essere sua madre. È allora che il personaggio noto Il Diplomatico, specializzato nel riciclaggio di denaro, prende Maks in ostaggio. Chiede poi a Nina di irrompere in una stazione di polizia di Varsavia per ottenere i soldi confiscati dal caveau dei rapitori. Quando completerà la missione, le darà Maks. È a questo punto che Igor tradisce Nina, in modo che lui e altri poliziotti corrotti possano rubare il denaro nel caveau. Igor si svela essere il mandante del rapimento, in quanto sapendo che poi Nina avrebbe ucciso i rapitori, i soldi di questi sarebbero stati più facili da ottenere.

Quando Nina racconta a Igor delle richieste di Il Diplomatico di rubare i soldi, Igor fa schiantare deliberatamente la sua auto contro il veicolo di Nina, facendola sbattere contro il parabrezza. Nina viene presa in ostaggio. Igor rivela allora di aver avuto bisogno dei soldi per trasferirsi e viaggiare per vedere sua figlia, di cui ha perso la custodia in caso di divorzio. Quando Igor e i suoi soci portano Nina nel bosco per ucciderla, la slegano in modo che possa scavarsi la fossa. Mentre Igor aspetta in macchina, sente degli spari e vede che Nina ora ha in mano una pistola. Igor guida, fa schiantare il furgone e riesce a scappare, ma guarda l’automobile esplodere mentre i soldi di Il diplomatico iniziano a bruciare.

Il diplomatico permette a quel punto a Nina e Maks di vivere su richiesta del proprio figlio. Una possibile ragione è che il figlio del diplomatico ha iniziato a fare amicizia con Maks perché, poche scene prima, giocavano insieme a scacchi. Possiamo ipotizzare che il figlio del diplomatico possa aver rispettato Maks come un degno avversario sulla scacchiera, proprio come sua madre ha trovato in Nina un degno avversario nel mondo criminale. Nina può così spiegare a Maks di essere sua madre, rivelandogli le sue vere origini. Sul finire del film, Nina riceve poi la visita di sua madre, la quale la mette in guardia nei confronti di alcuni suoi vecchi nemici, che ora sanno che lei è viva ed ha un figlio. La scena sembra dunque aprire ad un possibile sequel nel quale esplorare il passato di Nina.

Il trailer di Mother’s Day e come vedere il film su Netflix

Come anticipato, è possibile fruire di Mother’s Day unicamente grazie alla sua presenza nel catologo di Netflix, dove attualmente è al 1° posto della Top 10 dei film più visti sulla piattaforma in Italia. Per vederlo, basterà dunque sottoscrivere un abbonamento generale alla piattaforma scegliendo tra le opzioni possibili. Si avrà così modo di guardare il titolo in totale comodità e al meglio della qualità video, avendo poi anche accesso a tutti gli altri prodotti presenti nel catalogo.

Fonte: IMDb