Il regista Na
Hong-jin ha confermato che un sequel di
Hope è
già stato scritto e potrebbe entrare in produzione non appena si
presenterà l’occasione giusta. La notizia arriva direttamente dal
Festival di Cannes, dove il film è stato
presentato il 18 maggio 2026, scatenando immediatamente discussioni
per la sua ambizione visiva e narrativa. Il progetto, che mescola
survival drama e fantascienza aliena, è già considerato uno dei
titoli più sorprendenti della stagione festivaliera.
Secondo quanto dichiarato dal
regista durante la conferenza stampa, esisterebbe già una
sceneggiatura pronta per il seguito: “Penso che il sequel sia
facilmente immaginabile. C’è già una sceneggiatura che vorrei
girare, se ne avrò l’opportunità lo realizzerò”, ha spiegato
Na Hong-jin. Il film, prodotto su larga scala, vede nel cast
Michael Fassbender, Alicia Vikander e Taylor Russell,
che interpretano creature aliene in CGI, accanto a star coreane
come Hwang Jung-min e Zo In-sung. Le dichiarazioni
arrivano da Cannes, riportate da Variety, dove il cast ha
anche raccontato il proprio coinvolgimento nel progetto.
Sul piano industriale, la conferma
di un sequel già scritto segnala una strategia precisa:
“Hope” non è concepito come film isolato ma come potenziale
franchise internazionale. In un panorama in cui la
fantascienza originale fatica a imporsi fuori dai grandi brand
consolidati, l’idea di un universo narrativo guidato da un autore
come Na Hong-jin rappresenta un’eccezione significativa e
potenzialmente di rottura.
Un universo alieno tra cinema
d’autore coreano e star system hollywoodiano
Il cuore di Hope
sta proprio nella sua natura ibrida: da un lato l’estetica e la
tensione tipiche del cinema coreano contemporaneo, dall’altro la
presenza di star hollywoodiane inserite in un contesto narrativo
completamente alieno. Alicia Vikander ha raccontato di essersi
avvicinata al progetto dopo aver scoperto il cinema asiatico ai
festival internazionali, mentre Michael Fassbender ha ironizzato
sul fatto di aver accettato il ruolo anche grazie alla moglie.
Taylor Russell, invece, ha sottolineato il desiderio di lavorare in
produzioni internazionali guidate da autori forti.
Questa convergenza tra industria
coreana e star system occidentale suggerisce una direzione chiara:
la progressiva dissoluzione dei confini produttivi tradizionali. Na
Hong-jin, già noto per il suo cinema teso e ipnotico, sembra qui
tentare un salto ulteriore, costruendo un’opera che non si limita a
“ospitare” attori internazionali, ma li integra in una mitologia
completamente nuova.
La presenza di un sequel già
scritto rafforza l’idea che “Hope” non sia soltanto un esperimento
isolato, ma l’inizio di un progetto narrativo più ampio. Se
confermato, il seguito potrebbe consolidare una delle operazioni
più ambiziose mai tentate nel cinema di genere recente.
MUBI, il distributore globale, servizio di
streaming e società di produzione MUBI rilascia la prima
CLIP di Coward
di Lukas Dhont che sarà presentato in Concorso
alla 79ª edizione del Festival di Cannes giovedì 21 maggio.
Durante la Prima Guerra
Mondiale, Pierre, un soldato appena arrivato al fronte, è ansioso
di mettersi alla prova. Nelle retrovie incontra Francis, che decide
di sollevare il morale dei compagni mettendo in scena uno
spettacolo teatrale. Mentre la violenza imperversa, entrambi
cercano un modo per sfuggire alla brutalità della guerra, anche se
solo per un istante.
Con
Coward, Dhont torna a
collaborare con il co-sceneggiatore Angelo
Tijssens e il produttore Michiel Dhont,
consolidando il sodalizio creativo che ha contraddistinto i suoi
precedenti film (Close,
Girl).
Coward è
una produzione the Reunion, Lumen, Topkapi Films & Versus (Opus) in
co-produzione con France 2 Cinéma, VTM, RTBF, Proximus, BeTV &
Orange. Il film è stato prodotto in associazione con The Common
Humanity Art Trust e Portobello Productions. Il film è stata
realizzato con il sostegno fondamentale del Flanders Audiovisual
Fund (VAF) del Governo Fiammingo, del fondo economico Screen
Flanders, Screen Brussels, della Federazione Vallonia-Bruxelles
(FWB), Wallimage, CINÉ+ OCS, CNC, PICTANOVO Hauts-de-France, Sacem,
del Netherlands Film Fund, del Netherlands Film Production
Incentive ed EURIMAGES, con la partecipazione di France
Télévisions. Coward è stato realizzato grazie alla misura del Tax
Shelter del Governo Federale Belga, Casa Kafka & Lumière Invest. Il
film è distribuito nel Benelux da Lumière e in Francia da Diaphana
Distribution.
Coward è il terzo lungometraggio di
Dhont selezionato a Cannes, dopo il suo esordio Girl,
presentato nella sezione Un Certain Regard e vincitore della Camera
d’Or, e Close, presentato In Concorso nel 2022 e
successivamente distribuito da MUBI. Quest’ultima opera consolida
Dhont come una delle voci più originali del cinema europeo
contemporaneo.
Il
Marvel Cinematic Universe sembra
pronto a costruire finalmente una delle rivalità più importanti
della storia Marvel: quella tra Reed Richards e Dottor Destino. Nuove dichiarazioni legate ad
Avengers:
Doomsday suggeriscono infatti che
il film potrebbe gettare le basi del conflitto tra il leader dei
Fantastici Quattro e il sovrano di Latveria, preparando un ruolo
molto più grande per entrambi nel futuro del MCU.
Da
sempre considerato il nemico naturale dei Fantastici Quattro nei
fumetti Marvel, Dottor
Destino ha affrontato praticamente ogni grande eroe
dell’universo Marvel, ma il suo rapporto con Reed Richards resta il
cuore della sua storia. Le recenti
dichiarazioni di Pedro Pascal,
interprete di Reed nel reboot Marvel Studios, sembrano confermare
che il pubblico assisterà almeno a un confronto importante tra i
due personaggi. “Ci sono così tante cose da aspettarsi che non
saprei nemmeno da dove cominciare”, ha affermato
l’attore.
Anche se l’attore è rimasto volutamente vago, il riferimento al
legame con Doom ha immediatamente acceso le teorie dei fan. A
rafforzare questa idea ci sono anche le parole del regista
Matt Shakman,
che parlando con Variety aveva spiegato quanto fosse complesso
trovare l’attore giusto per interpretare Reed Richards. “Passa
dall’essere lo scienziato nerd chiuso nel laboratorio, al marito e
padre disposto a tutto per proteggere la sua famiglia, fino
all’uomo che guida gli Avengers”, aveva dichiarato il
filmmaker. Una frase che molti hanno interpretato come un possibile
indizio sul futuro del personaggio nel MCU.
Questa è probabilmente la vera chiave della notizia: Marvel sembra
voler trasformare Reed Richards in una figura centrale della nuova
saga multiversale. Non soltanto il leader dei Fantastici Quattro,
ma uno dei principali punti di riferimento del prossimo assetto
degli Avengers. E se questo scenario dovesse concretizzarsi, allora
Doctor Doom potrebbe diventare il nuovo grande antagonista
politico, scientifico e ideologico dell’intero universo Marvel
post-Kang.
Doctor
Doom e Reed
Richards potrebbero guidare il futuro del MCU dopo
Avengers:
Doomsday
L’idea di Reed Richards come futuro leader degli Avengers apre
scenari molto più grandi di quanto sembri. Secondo precedenti
indiscrezioni, Sam
Wilson guiderà una squadra di Avengers mentre
Yelena Belova
sarà al comando dei New Avengers introdotti in Thunderbolts*. Le parole di Shakman,
però, fanno pensare che possa esistere una terza formazione guidata
proprio da Reed.
Una scelta che avrebbe perfettamente senso anche nei fumetti. Reed
Richards è spesso rappresentato come uno degli uomini più
intelligenti della Terra Marvel, capace di prendere decisioni
difficili durante crisi cosmiche o multiversali. In un MCU sempre
più frammentato, il personaggio potrebbe diventare il collante tra
scienza, politica e minacce dimensionali.
Ed è qui che entra in gioco Doctor Doom. Nei fumetti, Victor Von
Doom non è soltanto un supercriminale: è un sovrano, un genio
scientifico e una figura convinta che il mondo avrebbe bisogno del
suo controllo assoluto per sopravvivere. La rivalità con Reed
funziona proprio perché mette in opposizione due uomini simili per
intelligenza ma opposti moralmente.
Con Avengers: Doomsday all’orizzonte,
Marvel potrebbe quindi star preparando qualcosa di molto più
ambizioso del classico scontro eroe-villain. Reed Richards e Doctor
Doom potrebbero rappresentare due visioni opposte del futuro
dell’universo Marvel: cooperazione contro controllo, famiglia
contro potere, umanità contro ossessione.
Se davvero il MCU seguirà questa direzione, i Fantastici Quattro
potrebbero diventare il centro narrativo della nuova era Marvel
molto più rapidamente del previsto.
Il Diavolo veste Prada 2 continua a dominare il
box office mondiale e ha appena superato i 500 milioni di dollari
globali dopo appena tre weekend di programmazione. Il sequel con
Meryl
Streep, Anne
Hathaway, Emily
Blunte
Stanley Tucci ha raggiunto quota 546 milioni
worldwide, confermandosi come uno dei fenomeni cinematografici più
inattesi dell’anno.
Diretto ancora una volta da
David Frankel e scritto da Aline Brosh
McKenna, il film aveva già debuttato al primo posto al
botteghino, mantenendo la vetta anche contro blockbuster come
Mortal Kombat II. Il risultato
assume ancora più peso considerando che il sequel è ormai vicino a
diventare il terzo maggiore incasso della carriera di Anne Hathaway, superando potenzialmente perfino
Interstellar.
Il dato più significativo però
riguarda il modo in cui Hollywood sta rivalutando il concetto di
sequel legacy. Dopo anni di revival nostalgici spesso fallimentari,
Il Diavolo veste Prada
2 dimostra che il pubblico continua a rispondere
quando un ritorno riesce davvero a espandere personaggi e dinamiche
invece di limitarsi alla semplice operazione nostalgia. Il successo
del film segnala anche il ritorno di un certo tipo di cinema
“adulto” e glamour al centro del mercato mainstream, in un panorama
dominato quasi esclusivamente da franchise action e
supereroistici.
Miranda Priestly e Andy Sachs
riportano il cinema fashion-drama al centro del box office
Uno degli elementi che
sta spingendo il successo del sequel è proprio il peso culturale
accumulato dal primo Il Diavolo veste
Pradanel corso degli anni. Il film originale è
diventato un punto di riferimento pop generazionale, trasformando
Miranda Priestly in un’icona cinematografica e
consolidando la carriera di Anne Hathaway come protagonista
hollywoodiana.
Il sequel sembra aver capito
perfettamente questo valore simbolico. Le recensioni positive —
superiori perfino a quelle del film originale presso il pubblico —
suggeriscono che il progetto non stia vivendo soltanto di
nostalgia, ma di una reale evoluzione dei personaggi. Andy Sachs
torna infatti in un’industria mediatica completamente diversa
rispetto al 2006: più digitale, più veloce e soprattutto molto più
spietata.
Anche il successo commerciale
racconta qualcosa di importante sull’attuale mercato
cinematografico. In un momento in cui molte produzioni mid-budget
faticano a trovare spazio nelle sale, Il Diavolo veste Prada 2
dimostra che esiste ancora un enorme pubblico per drammi
sofisticati guidati da star carismatiche e dialoghi forti. Non a
caso il film è già tra i cinque maggiori incassi mondiali del 2026
e potrebbe continuare a crescere grazie al passaparola estremamente
positivo.
Per
Anne Hathaway, infine, il film rappresenta
probabilmente il più grande ritorno commerciale della sua carriera
recente, riportandola al centro del grande cinema mainstream dopo
anni divisi tra produzioni autoriali e streaming.
Il
ritorno di Hayden
Christensen nell’universo di Star
Wars potrebbe essere soltanto all’inizio. Secondo
nuove indiscrezioni riportate dall’insider Daniel
Richtman, l’attore sarebbe coinvolto in almeno altri due
progetti Lucasfilm nei panni di Anakin Skywalker/Darth Vader. Una notizia che
rafforza ulteriormente il ruolo centrale che il personaggio
starebbe assumendo nella nuova fase narrativa guidata da
Dave Filoni.
Dopo anni di richieste da parte dei fan, Christensen è tornato
ufficialmente nella saga con Obi-Wan Kenobi, riprendendo sia il
volto di Anakin sia quello di Darth Vader. Successivamente è
apparso anche in Ahsoka, dove il personaggio ha assunto una
dimensione ancora più spirituale e simbolica attraverso la Forma
Fantasma della Forza e i richiami all’epoca delle
Clone Wars. Il
finale della serie ha lasciato intendere che Anakin avrà un ruolo
molto più importante nella seconda stagione, soprattutto nel
viaggio di Ahsoka
Tano e Sabine
Wren sul pianeta Peridea.
Secondo il report, Lucasfilm starebbe quindi pianificando nuove
apparizioni del personaggio oltre Ahsoka – Stagione 2, anche se al momento
non è chiaro se si tratterà di serie Disney+ o di film legati alla futura
espansione cinematografica del franchise. Christensen stesso, negli
ultimi mesi, aveva lasciato aperta ogni possibilità. “Adoro
questo personaggio. Mi piacerebbe avere la possibilità di
continuare a esplorare la storia di Anakin e magari approfondire
ancora la linea temporale di Darth Vader. Credo che ci siano ancora
molte storie da raccontare”, ha dichiarato l’attore.
Questa evoluzione cambia parecchio il modo in cui Lucasfilm sembra
voler trattare il personaggio. Per anni Anakin era rimasto quasi
confinato all’era prequel e alla nostalgia dei fan, mentre oggi
viene utilizzato come ponte narrativo tra diverse generazioni della
saga. La presenza di Christensen non serve più soltanto a celebrare
il passato, ma a dare continuità emotiva e mitologica all’intero
universo di Star Wars.
Anakin
Skywalker potrebbe diventare il cuore spirituale della
nuova era di Star
Wars
Il finale di Ahsoka ha già suggerito quale potrebbe essere la
direzione futura del personaggio. La permanenza di Ahsoka e Sabine
su Peridea ha introdotto elementi profondamente legati alla
mitologia della Forza, compresi i riferimenti agli Dei di Mortis,
figure fondamentali già viste in The Clone Wars e strettamente connesse ad
Anakin Skywalker.
È
qui che il ritorno di Christensen potrebbe assumere un significato
molto più grande. Anakin non sarebbe più soltanto il Jedi caduto o
il Sith redento, ma una guida spirituale capace di attraversare
tempo, memoria e Forza stessa. Una figura quasi mistica destinata
ad accompagnare la nuova generazione di eroi della galassia.
Anche l’idea di un possibile progetto live-action ambientato
durante le Clone
Wars continua a circolare con insistenza. Lo stesso
Christensen aveva commentato la possibilità di tornare accanto a
Ewan
McGregor in storie ambientate tra L’attacco dei cloni e
La vendetta dei
Sith. “So che anche il mio amico Ewan sarebbe
entusiasta”, aveva raccontato l’attore. “È un periodo
fantastico di Star Wars e credo ci siano ancora grandi storie da
raccontare.”
Con Dave Filoni
ora in una posizione creativa sempre più centrale all’interno di
Lucasfilm, molti fan vedono finalmente la possibilità di una
valorizzazione completa dell’era prequel e dei suoi personaggi. E
pochi personaggi, oggi, sembrano avere il potenziale narrativo di
Anakin Skywalker.
Gillian Anderson torna al centro
della scena internazionale con uno dei titoli più discussi del
Festival di Cannes 2026. Il nuovo horror
metacinematografico Teenage Sex and Death at Camp Miasma
(qui
la nostra recensione in anteprima) ha debuttato con un
impressionante 100% di recensioni positive su Rotten Tomatoes dopo
la première sulla Croisette, diventando immediatamente uno dei film
di culto più chiacchierati del festival.
Diretto da Jane
Schoenbrun, il film segue Kris, una giovane regista queer
interpretata da Hannah Einbinder, incaricata di
rilanciare una storica saga slasher ormai dimenticata. Per farlo
richiama l’attrice originale della franchise, Billy Preston,
interpretata proprio da Anderson, ma il ritorno sul set scatena
conseguenze sempre più disturbanti e psicologicamente
destabilizzanti. La critica americana ha accolto il film come una
delle opere horror più radicali e personali dell’anno, lodando
soprattutto la capacità di trasformare il linguaggio dello slasher
in una riflessione sull’identità queer, il fandom e il trauma
mediatico.
Il dato più interessante, però, non
è soltanto il punteggio perfetto. Questo successo conferma
definitivamente Jane Schoenbrun come una delle
autrici più importanti del nuovo horror contemporaneo. Dopo We’re
All Going to the World’s Fair e I Saw the TV Glow, il regista porta
a compimento quella che viene ormai definita la “Screen Trilogy”,
un percorso cinematografico che usa la cultura pop e i media come
strumenti per raccontare alienazione, identità e desiderio. In
questo senso, Camp Miasma sembra rappresentare il punto più maturo
e accessibile della sua filmografia: meno sperimentale del passato,
ma molto più feroce sul piano emotivo e simbolico.
Il nuovo horror queer di Jane
Schoenbrun trasforma gli slasher anni ’90 in un incubo
identitario
Il film lavora apertamente sulla
nostalgia horror degli anni ’80 e ’90, ma la usa per demolirla
dall’interno. Gillian Anderson interpreta una ex scream queen
diventata figura mitologica e decadente, quasi un fantasma vivente
del cinema horror commerciale americano. La sua presenza richiama
inevitabilmente il peso culturale di The X-Files, ma Schoenbrun
sfrutta quell’immaginario per riflettere su cosa significhi oggi
ereditare franchise costruiti attorno a stereotipi, desideri
repressi e paure collettive.
Anche la struttura narrativa sembra
dialogare direttamente con il cinema meta-horror contemporaneo, da
Scream fino alle opere di David Lynch e David Cronenberg, ma
filtrate attraverso una sensibilità profondamente queer e
generazionale. Il risultato, secondo gran parte della critica
presente a Cannes, è un film che non usa l’horror soltanto per
spaventare, ma per raccontare il rapporto tossico tra spettatori,
immagini e identità.
Con distribuzione affidata a
Mubi e
uscita prevista ad agosto, Teenage Sex and Death at Camp Miasma
potrebbe ora diventare uno dei casi horror dell’anno, seguendo il
percorso cult già costruito dai precedenti lavori di
Schoenbrun.
Quando The
Mandalorian debuttò su Disney+ nel 2019, la serie
creata da Jon
Favreau riuscì immediatamente a
rilanciare l’universo di Star
Wars sul piccolo schermo. Ambientata dopo gli eventi
de Il ritorno dello Jedi e prima di Il risveglio della
Forza, la serie segue le avventure del
cacciatore di taglie Din Djarin, interpretato da
Pedro
Pascal. Tra western spaziale, avventura
e mitologia mandaloriana, lo show è diventato rapidamente uno dei
prodotti più amati dell’intero franchise.
Dopo tre stagioni e numerosi collegamenti con altre produzioni
dell’universo Star Wars, la storia proseguirà ora sul grande
schermo con The Mandalorian and Grogu,
il primo film cinematografico di Star Wars dopo sette anni. Il
nuovo capitolo riprenderà gli eventi della serie senza richiedere
necessariamente una visione completa degli episodi televisivi, ma
esistono comunque diversi elementi fondamentali da ricordare prima
di entrare in sala. Dal legame tra Din e Grogu fino alla situazione
politica della galassia, ecco tutto ciò che bisogna sapere prima
del nuovo film.
All’inizio di The Mandalorian, Din
Djarin era soltanto un cacciatore di taglie solitario.
Abituato a lavorare per chiunque fosse disposto a pagarlo, Mando
viveva seguendo rigidamente il codice dei Mandaloriani e
affrontando missioni nei territori più pericolosi della galassia.
Tutto cambia però quando riceve l’incarico di catturare
Grogu, una misteriosa creatura appartenente alla
stessa specie di Yoda. Quello che inizialmente sembrava solo un
bersaglio si trasforma presto nel centro emotivo della serie.
Nel corso delle tre stagioni, il rapporto tra Din e Grogu evolve
profondamente fino a diventare un vero legame padre-figlio. Mando
decide infatti di proteggere il bambino invece di consegnarlo,
entrando così in conflitto con l’Impero e con numerosi criminali
della galassia. Alla fine della terza stagione arriva il passaggio
definitivo: Din adotta ufficialmente Grogu come suo figlio. Il
piccolo riceve persino il nome di “Din Grogu”, entrando formalmente
nella famiglia mandaloriana e trasformando completamente la vita
del protagonista.
Il Mandaloriano non lavora più
per chiunque
Le esperienze vissute accanto a Grogu cambiano radicalmente anche
il modo in cui Din Djarin vede se stesso e il proprio ruolo nella
galassia. Nelle prime stagioni, Mando accettava incarichi senza
porsi troppe domande morali: il suo obiettivo era sopravvivere e
rispettare il mestiere di cacciatore di taglie. Con il tempo, però,
gli eventi lo costringono a confrontarsi con le conseguenze delle
sue azioni e con il caos lasciato dalla caduta dell’Impero.
Alla fine della terza stagione, Din decide quindi di cambiare
approccio. Invece di continuare a lavorare come mercenario
indipendente, propone al pilota della Nuova Repubblica
Carson Teva di collaborare esclusivamente con il
nuovo governo galattico. Mando vuole usare le proprie capacità per
combattere i residui imperiali e contribuire alla stabilità della
galassia. Questo cambiamento rappresenta uno degli sviluppi più
importanti del personaggio e influenzerà inevitabilmente gli eventi
di The Mandalorian and Grogu.
L’Impero è caduto, ma la galassia
è ancora instabile
La serie si svolge in un periodo molto delicato della cronologia di
Star Wars. L’Impero Galattico è stato sconfitto
grazie a Luke Skywalker, Leia
Organa, Han Solo e all’Alleanza Ribelle,
ma il potere imperiale non è scomparso del tutto. Dopo gli eventi
de Il ritorno dello Jedi, molti ufficiali e
sostenitori dell’Impero continuano infatti ad agire nell’ombra,
mantenendo attive reti criminali e cellule militari sparse nella
galassia.
Parallelamente, la Nuova Repubblica cerca di riportare ordine dopo
anni di guerra, ma fatica a controllare tutti i sistemi stellari. È
proprio in questo contesto che Din Djarin diventa una figura
importante, collaborando nella caccia ai resti imperiali ancora
attivi. La situazione politica instabile costituisce uno sfondo
fondamentale per comprendere il nuovo film, che si inserisce nel
percorso che porterà in futuro alla nascita del Primo Ordine visto
nella trilogia sequel.
Grogu ha scelto la via dei
Mandaloriani
Uno dei momenti più significativi della serie riguarda il destino
di Grogu. Nonostante il suo enorme potenziale nella Forza e il
legame con la tradizione Jedi, il personaggio prende una decisione
sorprendente. Dopo aver incontrato Luke Skywalker
e aver avuto la possibilità di iniziare l’addestramento Jedi, Grogu
sceglie infatti di non seguire quella strada. Il piccolo preferisce
tornare da Din Djarin e restare accanto alla sua nuova
famiglia.
Questa scelta cambia completamente il futuro del personaggio. Grogu
non è più soltanto un essere sensibile alla Forza, ma diventa
ufficialmente un apprendista mandaloriano. Il suo percorso sarà
quindi diverso da quello degli Jedi tradizionali e unirà l’eredità
della Forza con la cultura guerriera dei Mandaloriani. È probabile
che The Mandalorian and Grogu approfondisca
ulteriormente questa evoluzione, mostrando il bambino alle prese
con nuove responsabilità e nuovi pericoli.
Nuovi criminali, nuove astronavi
e vecchi fantasmi
Un altro elemento importante da ricordare riguarda il mondo
criminale lasciato in eredità da Jabba the Hutt.
Sebbene il celebre boss sia morto durante gli eventi de Il
ritorno dello Jedi, la sua enorme organizzazione criminale
continua ancora a influenzare molte zone della galassia. Diverse
famiglie Hutt cercano infatti di raccogliere il potere lasciato
vacante, alimentando traffici illegali, rivalità e guerre tra
bande. Questo contesto continuerà ad avere un ruolo anche nel nuovo
film.
Nel frattempo, anche la
vita pratica di Din Djarin è cambiata parecchio. Durante la serie,
la sua iconica nave Razor Crest viene distrutta, costringendolo a
procurarsi un nuovo mezzo: un velocissimo caccia stellare N-1
modificato. I trailer del film mostrano però il ritorno di una nave
della classe Razor Crest, dettaglio che richiama il forte legame
emotivo del personaggio con il suo passato. Inoltre, nel film
apparirà anche Embo, celebre cacciatore di taglie
già visto nella serie animata Star Wars: The Clone
Wars. Abile, letale e disposto a lavorare
per il miglior offerente, rappresenta una perfetta controparte del
Mandaloriano delle prime stagioni.
The Boys
5 si prepara alla conclusione definitiva con un
ultimo teaser che anticipa lo scontro finale tra Butcher e
Homelander. Dopo cinque stagioni, la serie di Prime Video si avvia verso un
episodio conclusivo che promette di chiudere il conflitto centrale
dell’universo creato da Eric Kripke, portando i
protagonisti direttamente dentro la Casa Bianca per fermare
definitivamente i Supes.
Nel trailer dell’episodio finale,
Billy Butcher, interpretato da Karl Urban, dichiara apertamente che
“bisogna mettere fine all’intera idea dei Supes”,
confermando come la guerra personale contro Homelander si sia ormai
trasformata in una battaglia ideologica totale. Il teaser mostra
anche un possibile confronto emotivo tra Ryan e suo padre biologico
Homelander, interpretato da Antony Starr. Intanto
Kimiko sembra pronta a entrare nella battaglia finale dopo la
devastante morte di Frenchie nell’episodio precedente, mentre il
virus anti-Supe potrebbe finalmente diventare l’arma decisiva
contro Homelander. Eric Kripke ha inoltre
confermato che Jensen Ackles non apparirà nel finale nei
panni di Soldier Boy, rendendo ancora più imprevedibile il destino
conclusivo della serie.
Il trailer suggerisce chiaramente
che The
Boys voglia chiudere tornando al cuore più
estremo e nichilista del fumetto originale di Garth
Ennis e Darick Robertson. Non si tratta
più semplicemente di fermare un supereroe impazzito, ma di
distruggere completamente il sistema politico, mediatico e
culturale che ha permesso ai Supes di diventare intoccabili.
Il finale di The Boys sembra voler
trasformare Butcher nel vero mostro definitivo
Uno degli aspetti più interessanti
del teaser è il modo in cui Butcher appare ormai completamente
consumato dalla sua missione. Fin dalle prime stagioni il
personaggio oscillava tra vendetta personale e desiderio genuino di
proteggere il mondo, ma il finale sembra suggerire che abbia ormai
superato ogni limite morale.
La frase “dobbiamo porre fine
all’intera idea dei Supes” è fondamentale perché cambia
radicalmente la natura del conflitto. Non è più una lotta contro
Homelander come individuo, ma contro l’esistenza stessa dei
superumani. Ed è qui che The Boys rischia di completare la
trasformazione definitiva di Butcher nel personaggio più pericoloso
della serie.
Anche l’assenza di Soldier Boy nel
finale diventa molto significativa. La serie sembra voler evitare
qualsiasi soluzione troppo semplice o nostalgica, costringendo
invece i protagonisti ad affrontare Homelander senza scorciatoie
narrative. Questo potrebbe spingere Kimiko e il virus anti-Supe al
centro della conclusione, soprattutto dopo il trauma della morte di
Frenchie.
Resta poi il grande nodo di Ryan.
Da anni The Boys costruisce il ragazzo come possibile
erede morale o distruttivo di Homelander, e il teaser suggerisce
che la vera battaglia finale potrebbe essere meno fisica e più
simbolica: decidere quale futuro erediterà il mondo dopo la caduta
dei Supes.
Dopo aver satirizzato per anni
politica americana, capitalismo, celebrity culture e ossessione per
i supereroi, The Boys sembra quindi pronto a chiudere nel
modo più radicale possibile: non salvando il sistema, ma
distruggendolo completamente.
Con The
Crash, Netflix torna nel territorio più ambiguo e
disturbante del true crime contemporaneo: quello in cui la
ricostruzione giudiziaria e la percezione emotiva dello spettatore
iniziano lentamente a entrare in conflitto. Il documentario diretto
da Gareth Johnson non si limita infatti a raccontare il caso di
Mackenzie Shirilla, la ragazza condannata per aver provocato
volontariamente l’incidente che nel 2022 uccise Dominic Russo e
Davion Flanagan. Cerca soprattutto di interrogare lo spettatore su
una domanda molto più scomoda: dove finisce la tragedia e dove
comincia davvero l’intenzione omicida?
Ed è proprio questa ambiguità a
rendere il finale del documentario così difficile da archiviare
emotivamente. The Crash non costruisce mai una conclusione
completamente definitiva, pur mostrando una sentenza netta e
pesantissima. Da una parte esistono i dati tecnici, le
ricostruzioni investigative e la convinzione della corte che
Mackenzie abbia deliberatamente sterzato l’auto verso il lato
passeggero. Dall’altra rimane una ragazza che continua a
dichiararsi responsabile della tragedia ma non dell’omicidio
intenzionale, insistendo fino all’ultima scena sull’assenza di
premeditazione. Il risultato è un documentario che non assolve mai
la protagonista, ma che allo stesso tempo lascia volutamente aperto
il disagio morale dello spettatore.
Perché il tribunale ha stabilito
che Mackenzie Shirilla ha agito intenzionalmente
La parte centrale del documentario
ruota attorno alla ricostruzione tecnica dell’incidente avvenuto il
31 luglio 2022 a Strongsville, Ohio. Secondo l’accusa, ciò che
rende il caso diverso da un normale incidente stradale è
soprattutto un elemento: l’assenza totale di tentativi di
frenata.
Gli investigatori sostengono
infatti che la Chevrolet guidata da Mackenzie Shirilla abbia
raggiunto quasi 160 km/h mantenendo un’accelerazione costante fino
all’impatto contro l’edificio. I dati della scatola nera
mostrerebbero inoltre movimenti di sterzata incompatibili con una
semplice perdita di controllo o con uno svenimento improvviso. Per
la procura, la dinamica suggerisce piuttosto una manovra deliberata
orientata verso il lato passeggero dell’auto, quello dove si
trovava il fidanzato Dominic Russo.
Il documentario insiste molto anche
sulla scelta del processo senza giuria. Mackenzie opta infatti per
un bench trial, lasciando la decisione finale esclusivamente alla
giudice Nancy Margaret Russo. Questa scelta diventa importante
perché accentua ancora di più la dimensione interpretativa del
caso: non esistono immagini definitive dell’intenzione, ma soltanto
una lettura tecnica e psicologica del comportamento della ragazza
prima dell’impatto.
Quando la giudice la definisce
“hell on wheels”, il documentario mostra chiaramente il momento in
cui la narrazione giudiziaria si cristallizza definitivamente:
Mackenzie non viene vista come una ragazza irresponsabile coinvolta
in una tragedia, ma come una persona che avrebbe trasformato
l’automobile in un’arma.
Ed è qui che The Crash
diventa davvero inquietante. Il documentario suggerisce
continuamente quanto sia sottile il confine tra interpretare un
comportamento e attribuirgli un’intenzione criminale assoluta.
Il significato della difesa legata
alla POTS e perché il documentario lascia volutamente il
dubbio
Uno degli aspetti più controversi
del caso riguarda la diagnosi di POTS, la sindrome da tachicardia
posturale ortostatica, di cui Mackenzie soffriva dal 2017. La
difesa sostiene che la ragazza possa aver avuto un blackout
improvviso poco prima dell’impatto, perdendo quindi il controllo
dell’auto senza alcuna volontà omicida.
Narrativamente, il documentario
utilizza questa linea difensiva in modo molto interessante. Non la
presenta mai come una spiegazione completamente convincente, ma
neppure come una tesi assurda. La regia insiste soprattutto su un
punto: il processo non è mai riuscito a produrre una prova medica
definitiva capace di dimostrare che Mackenzie abbia effettivamente
avuto un episodio POTS quella notte.
Per l’accusa questo vuoto è
sufficiente a demolire la teoria del malore. Ma il film lascia
emergere un problema più complesso: l’assenza di prova non equivale
necessariamente alla prova dell’intenzionalità. È una distinzione
fondamentale che rende il caso ancora oggi così discusso online e
nei media americani.
Il documentario sembra quindi
lavorare costantemente sulla tensione tra ciò che appare plausibile
dal punto di vista investigativo e ciò che può essere dimostrato
con assoluta certezza sul piano umano e psicologico. Ed è
esattamente questo spazio ambiguo che continua ad alimentare il
dibattito attorno alla figura di Mackenzie Shirilla.
Le ultime parole di Mackenzie
Shirilla e il vero obiettivo del documentario Netflix
La scena più potente di The
Crash arriva probabilmente nel finale, durante la prima
intervista concessa da Mackenzie dal carcere dopo la condanna. È
qui che il documentario chiarisce definitivamente il proprio
obiettivo: non stabilire l’innocenza della protagonista, ma
mostrare il conflitto irrisolvibile tra responsabilità e
intenzione.
Quando Mackenzie dice “non sto
dicendo di essere innocente” ma subito dopo aggiunge “non sono
un’assassina”, il film costruisce tutta la propria ambiguità
morale. La ragazza riconosce di aver causato la tragedia, ma
continua a rifiutare l’idea che quell’atto sia stato pianificato
consapevolmente.
Il dettaglio più importante è
probabilmente la presenza dell’avvocato durante l’intervista,
elemento che il documentario sceglie volutamente di esplicitare.
Non è soltanto una precauzione legale: è un modo per ricordare
continuamente allo spettatore che tutto ciò che viene detto è
ancora parte di una battaglia giudiziaria aperta.
Anche la scelta di includere le sue
ultime parole — “farò tutto il possibile per dimostrare che non era
intenzionale” — diventa significativa. Netflix non chiude il
documentario con una verità definitiva, ma con una promessa di
lotta futura. È una conclusione volutamente frustrante, perché
trasforma il caso in qualcosa di ancora incompleto.
E proprio qui emerge anche la
principale critica rivolta al documentario: il rischio di
concentrare troppo la narrazione sulla prospettiva della
condannata, lasciando relativamente sullo sfondo le vite di Dominic
Russo e Davion Flanagan. The Crash è molto interessato al
mistero psicologico di Mackenzie Shirilla, ma questo
inevitabilmente riduce lo spazio dedicato alle vittime.
Dove si trova oggi Mackenzie
Shirilla e perché il caso continua a dividere l’opinione
pubblica
Oggi Mackenzie Shirilla si trova
incarcerata presso l’Ohio Reformatory for Women e potrà richiedere
la libertà vigilata non prima del 2038. Tutti i principali
tentativi di appello presentati dalla famiglia sono stati respinti,
compreso quello del marzo 2026 rigettato per un ritardo tecnico
nella consegna dei documenti.
Ma il documentario lascia
chiaramente intendere che la battaglia legale non sia affatto
conclusa. La famiglia Shirilla continua infatti a sostenere che la
sentenza abbia trasformato un incidente devastante in un caso di
omicidio premeditato senza prove definitive dell’intenzione.
Ed è probabilmente questo il motivo
per cui The Crash sta generando così tante discussioni.
Non perché suggerisca apertamente l’innocenza di Mackenzie, ma
perché obbliga lo spettatore a confrontarsi con una domanda
profondamente scomoda: quanto possiamo davvero conoscere le
intenzioni di una persona nei secondi precedenti a una
tragedia?
Il documentario non offre una
risposta definitiva. Mostra invece quanto il sistema giudiziario, i
media e l’opinione pubblica abbiano bisogno di trasformare eventi
caotici in narrazioni chiare e leggibili. Ma il caso di Mackenzie
Shirilla continua a resistere a quella chiarezza assoluta, ed è
proprio questa irresolutezza a rendere il finale di The
Crash così disturbante anche dopo i titoli di coda.
Il
nuovo universo DC di James Gunn
continua a prendere forma e questa volta a parlare è il futuro
interprete di Brainiac. L’attore tedesco Lars Eidinger, scelto come antagonista
principale di
Man of Tomorrow, ha raccontato perché il celebre
nemico dell’Uomo d’Acciaio potrebbe diventare uno dei villain più
complessi mai visti nel DCU. Le sue dichiarazioni lasciano intuire che il
film non punterà soltanto sullo spettacolo supereroistico, ma anche
su un conflitto fortemente psicologico.
Diretto e scritto da James
Gunn, Man of Tomorrow sarà il quarto film
ufficiale del nuovo DC Universe e vedrà David
Corenswet nei panni di Clark Kent/Superman e Nicholas Hoult
in quelli di Lex
Luthor. Secondo quanto emerso, i due storici rivali
saranno costretti a collaborare contro la minaccia rappresentata da
Brainiac. Nel cast figurano anche Rachel
Brosnahan come Lois Lane, Skyler Gisondo come Jimmy Olsen, Isabela
Merced nel ruolo di Hawkgirl e Frank Grillo come Rick Flag Sr.
Intervistato da The Hollywood
Reporter, Lars
Eidinger ha spiegato di non considerare il cinecomic così
distante dal teatro e dal cinema drammatico a cui è abituato.
“Anche se Superman è pieno di azione e situazioni irreali,
esiste una profonda dimensione psicologica”, ha raccontato
l’attore. Eidinger ha poi fatto un paragone sorprendente tra
Brainiac e le
opere di William
Shakespeare, sottolineando come il personaggio incarni
temi legati a corruzione, potere e moralità.
“La mia esperienza teatrale mi ha aiutato moltissimo anche nel
contesto di Superman, perché comporta un registro interpretativo
diverso, che non è principalmente realistico e consente uno stile
recitativo molto più espressivo. Quando guardo un film come
Guardiani della Galassia di James
Gunn, trovo che abbia una grande componente teatrale — nel modo in
cui vengono trattati il bene e il male, e in una certa tendenza
all’allegoria. Brainiac viene descritto come l’incarnazione di
Satana. Lo trovo quasi shakespeariano. Il re, il buffone: per me ci
sono tantissimi parallelismi”, ha affermato l’attore.
Questa è probabilmente la notizia più interessante emersa finora
sul film. Il DCU di James
Gunn sembra infatti voler costruire villain meno
caricaturali e più stratificati emotivamente. Brainiac,
storicamente uno dei nemici più spaventosi di Superman, potrebbe
finalmente ricevere una rappresentazione più fedele alla sua natura
nei fumetti: non solo una macchina distruttiva, ma una figura quasi
filosofica, ossessionata dal controllo assoluto della conoscenza e
della civiltà.
Brainiac
potrebbe cambiare completamente il tono del nuovo DC Universe
in Man of Tomorrow
Creato da Otto
Binder e Al
Plastino nel 1958 sulle pagine di Action Comics #242, Brainiac è
sempre stato uno dei villain più inquietanti dell’universo DC.
Nella versione classica è un’intelligenza artificiale proveniente
dal pianeta Colu che viaggia nello spazio miniaturizzando città
intere per conservarle come trofei prima di distruggere i pianeti
da cui provengono. Tra le sue vittime più celebri c’è
Kandor, l’antica
capitale di Krypton.
Nei fumetti più moderni, però, Brainiac è diventato qualcosa di
ancora più disturbante: un essere convinto che la conoscenza
assoluta giustifichi qualsiasi atrocità. È proprio questa sfumatura
che potrebbe rendere il personaggio perfetto per il nuovo corso DC.
Dopo anni di cinecomic dominati da minacce cosmiche generiche, il
pubblico sembra oggi più interessato a villain ideologici e
psicologicamente definiti.
La scelta di affidare il ruolo a un interprete come
Lars Eidinger,
noto soprattutto per lavori teatrali e drammi europei, conferma
questa direzione. Non si tratta soltanto di avere un antagonista
visivamente imponente, ma di costruire una presenza disturbante e
intellettuale capace di mettere realmente in crisi Superman.
Anche la dinamica tra Lex
Luthor e l’Uomo d’Acciaio potrebbe assumere una nuova
forma. Se il film costringerà davvero i due a collaborare contro
Brainiac, allora il villain potrebbe rappresentare una minaccia
così radicale da superare perfino l’odio personale di Luthor verso
Superman. Una situazione che a partire da Man of
Tomorrow aprirebbe scenari narrativi molto più complessi
per il futuro del DCU.
Obsession avrebbe potuto avere un
finale completamente diverso. Il regista Curry
Barker ha rivelato che l’horror targato Blumhouse
Productions inizialmente si concludeva con la morte di entrambi i
protagonisti, in una chiusura ispirata apertamente a
Romeo e Giulietta. La versione definitiva
del film, invece, lascia in vita Nikki, trasformando radicalmente
il tono emotivo dell’ultima scena.
Nel finale distribuito nei cinema,
Bear, interpretato da Michael
Johnston, si sacrifica per spezzare la maledizione che
lui stesso aveva imposto a Nikki, personaggio interpretato da
Inde Navarrette. Barker ha spiegato di aver girato
entrambe le versioni del finale, ma di aver cambiato idea dopo aver
visto la reazione disturbata e traumatizzata di Nikki nella scena
in cui si risveglia accanto ai corpi senza vita di Bear e di un
altro personaggio. Secondo il regista, proprio quell’espressione di
shock resa da Navarrette ha convinto lui e parte del team creativo
che lasciare Nikki viva fosse “molto più inquietante”
rispetto a una conclusione tragica condivisa. Barker ha inoltre
aperto alla possibilità che il finale alternativo possa apparire in
futuro in una director’s cut del film.
La scelta è significativa perché
cambia completamente il messaggio dell’horror. Il classico finale
romantico e autodistruttivo avrebbe trasformato
Obsession in una tragedia sentimentale
gotica. La sopravvivenza di Nikki, invece, lascia il pubblico
davanti a qualcosa di più disturbante: una protagonista costretta a
convivere con il trauma e con le conseguenze della violenza emotiva
che ha attraversato.
Il vero orrore di Obsession è
sopravvivere alla dipendenza emotiva
La decisione di lasciare Nikki viva
sembra perfettamente coerente con il tipo di horror psicologico che
Obsession costruisce per tutta la sua
durata. Il film utilizza infatti la maledizione soprannaturale come
metafora di una relazione ossessiva e distruttiva, dove amore,
controllo e dipendenza emotiva diventano indistinguibili.
Se il finale originale “alla
Romeo e Giulietta” avrebbe chiuso tutto dentro una dimensione
melodrammatica quasi romantica, il finale definitivo spezza quella
possibilità di catarsi. Nikki non ottiene una morte liberatoria
insieme a Bear: rimane sola, traumatizzata e costretta a elaborare
ciò che è successo. È un tipo di conclusione molto più moderno e
profondamente Blumhouse, perché sostituisce il romanticismo tragico
con il peso psicologico della sopravvivenza.
Anche il successo del film sembra
dimostrare che questa scelta abbia funzionato.
Obsession è diventato rapidamente uno
degli horror più discussi dell’anno, sostenuto sia dalla critica
sia dal pubblico, con spettatori che — secondo il cast — reagiscono
rumorosamente durante le proiezioni tra urla, salti e tensione
continua.
La possibile pubblicazione di una
director’s cut con il finale alternativo potrebbe comunque
diventare un elemento molto interessante per i fan del film. Non
tanto perché il finale originale fosse “migliore”, ma perché
permetterebbe di vedere due interpretazioni completamente diverse
della stessa storia: una tragedia romantica classica contro un
horror psicologico dove il vero incubo inizia dopo la
sopravvivenza.
Dopo il successo della serie
Disney+, The Mandalorian si prepara al salto
sul grande schermo con The
Mandalorian and Grogu, il nuovo film diretto da
Jon Favreau che promette di espandere
ulteriormente l’universo di Star
Wars. In una lunga intervista, il regista ha ora
raccontato le sfide affrontate nel trasformare una serie amatissima
in un’esperienza cinematografica pensata anche per il formato IMAX,
tra il desiderio di sorprendere i fan storici e quello di
accogliere nuovi spettatori.
Favreau inizia dunque raccontando
di come ha reagito alla proposta di realizzare un film legato alla
serie The Mandalorian. “Quando abbiamo
iniziato a lavorare alla quarta stagione, mi hanno proposto invece
di scrivere prima un film dedicato al Mandaloriano e a Grogu”,
spiega Favreau. “La cosa in realtà mi spaventava un po’,
continuavo pormi domande come “cosa posso raccontare di questi
personaggi sul grande schermo?”, “come posso sfruttare il formato
IMAX?” e “cosa posso fare che non ho ancora fatto con la
serie?”.
“Scrivere una quarta stagione
presuppone che gli spettatori abbiano visto quelle prime, ma con un
film potresti avere a che fare con spettatori che non sanno nulla
di questi personaggi. Quindi alla fine abbiamo trovato un
compromesso tra una continuazione degli eventi della serie e una
storia del tutto nuova. E questo ci ha convinti”.
“L’IMAX si è rivelata una
grandissima opportunità. – aggiunge il regista – Ci ha
permesso di dar vita ad un’esperienza immersiva altrimenti
impossibile da ottenere sul piccolo schermo. Abbiamo potuto
arricchire di molto gli scenari, le inquadrature, sapendo di poter
dare ad ogni cosa il giusto risalto. Certo, questo film si potrà in
seguito vedere anche a casa, ma vederlo in una sala sarà
un’esperienza non replicabile. È stato concepito per rendere al
meglio su quel formato di schermo.”
The Mandalorian and Grogu tra tradizione e
innovazione
Il film è poi stato descritto come
un’avventura concepita per raggiungere i fan di vecchia data e allo
stesso tempo accoglierne nuovi arrivati. “Diciamo che abbiamo
affrontato una sfida simile con il primo episodio della prima
stagione. – spiega Favreau – The Mandalorian è stata la
prima serie di Star Wars e aveva proprio l’obiettivo di portare sul
piccolo schermo i fan storici e allo stesso di avvicinare nuovi
fan, in attesa di far fare loro il salto verso il grande
schermo”.
“Per The Mandalorian and Grogu abbiamo
invece gestito i nostri dubbi ispirandoci a quanto fatto da George
Lucas. Quando lui ha realizzato Una nuova speranza, ha portato
sullo schermo una storia che si svolge già ad eventi iniziati.
Certo, propone la celebre introduzione con la didascalia che scorre
ad inizio film, ma poi vieni gettato nel bel mezzo di una guerra
tra Impero e ribelli. Eppure piano piano tutto risulta chiaro anche
se non hai visto cosa è successo prima. Abbiamo seguito un po’
questo modo di fare, affidandoci sia alla conoscenza pregressa
degli eventi di certi fan, sia alla possibilità di accoglierne di
nuovi senza che fossero costretti a recuperare ciò che è venuto
prima”.
“La sfida maggiore, che è però
stata anche una grande opportunità, è però stata quella di mostrare
sia cose familiari che cose nuove. Abbiamo quindi puntato su
moltissimi personaggi inediti, realizzati con CGI o pupazzi
animatronici dove possibile, ma anche luoghi nuovi, come l’interno
degli AT-AT mai visto prima, fino al palazzo dei cugini Hutt, che
richiama però ovviamente quello del più celebre Jabba. Quindi
abbiamo bilanciato tra cose che i fan di lunga data possono
divertirsi a riconoscere qui, ed altre che invece si spera
catturino l’attenzione dei nuovi arrivati”.
Un film sull’essere genitori
Oltre gli aspetti tecnici, questo è
un film che parla di paternità, un tema che il regista ha già
esplorato in diversi modi attraverso la tua carriera, da
Chef – La ricetta perfetta ai suoi lavori nell’MCU, da Il re leone fino a The Mandalorian. “Come
regista non sono sempre consapevole di ciò che sto facendo, ma
ormai sono al mio decimo film e la paternità inizia ad essere un
tema ricorrente.”, spiega Favreau.
“Credo sia perché ho sempre
avuto un rapporto molto stretto con mio padre, avendo perso mia
madre quando ero ancora molto piccolo. Poi sono diventato padre a
mia volta e quella è una cosa che ti ridefinisce completamente come
persona. Credo quindi che sia questo che mi affascina di più
esplorare del personaggio di Din Djarin. D’altronde, le generazioni
che guardavano Star Wars da bambini negli anni Settanta e Ottanta
oggi sono genitori e quindi penso anche che le nuove storie della
saga debbano tenere conto di questo, saper parlare ancora a quelle
persone attraverso temi che oggi fanno parte di loro”.
Il personaggio doppiato da Martin Scorsese in The Mandalorian and
Grogu
Dirigere Martin
Scorsese e Sigourney
Weaver
Il regista spiega poi di come si è
svolta la collaborazione con due grandi icone quali Martin Scorsese e Sigourney Weaver, entrambi presenti nel film.
“Martin Scorse è uno dei miei eroi”, spiega Favreau.
“Sono cresciuto guardando i suoi film e oggi ne sono
indubbiamente influenzato”, racconta Favreau. “Poi ho
avuto la fortuna di lavorare per lui come attore in The Wolf of
Wall Street, ma il rapporto nel tempo si è limitato a quello di
colleghi-amici. Ad un certo punto però è nata l’idea di offrirgli
un ruolo vocale nel film”.
“Lui è stato incredibilmente
generoso, non solo ha doppiato il personaggio ma ci ha anche
consentito di riprenderlo mentre lo faceva, così che gli animatori
potessero basarsi sulle sue espressioni. Martin ci ha poi detto di
essersi divertito molto, di aver gradito la libertà di
improvvisazione. Si è poi confermato un grande maestro, mi ha
aiutato a non avere nessuna ansia da prestazione nel dover io
dirigere lui”.
“Per quanto riguarda Sigourney Weaver, sai, i film beneficiano
sempre della presenza di grandi star e ce ne sono poche con l’aura
che possiede lei. Lei ha partecipato a tanti franchise di successo,
da Alien
ad Avatar, ed è stata molto felice di unirsi anche a Star
Wars. Poi, per un personaggio che ha il compito di impedire che
l’Impero possa riformarsi, serviva un’interprete capace di essere
spiritosa ma anche di trasmettere la gravità degli eventi e lei si
è rivelata perfettamente in grado di gestire questa dualità. In
più, mi piace l’idea che nuove generazioni la scoprano con questo
film e vadano poi a recuparsi i suoi precedenti capolavori, a
partire da Alien”, conclude il regista.
L’appuntamento è dunque dal
20 maggio al cinema con The Mandalorian
and Grogu.
Viggo Mortensen continua ad alimentare il mito
dietro le quinte della trilogia de Il Signore degli
Anelli. Durante il Motor City Comic Con, lo stuntman
ed ex interprete di Sauron Sala Baker ha rivelato
che l’attore avrebbe pagato personalmente settimane di spese legali
per aiutare il team stunt della saga dopo una controversia
economica nata durante la produzione dei film di Peter
Jackson.
Secondo Baker, il problema
riguardava il mancato riconoscimento di alcune settimane di lavoro
svolte dagli stunt performer durante le riprese della trilogia. La
squadra fu costretta a rivolgersi a un avvocato, accumulando costi
sempre più elevati senza sapere come coprirli. Solo in seguito gli
stuntman scoprirono che tutte le spese erano state saldate in
segreto da Viggo Mortensen, che avrebbe scelto di non
rendere pubblica la vicenda. Baker ha definito l’attore “il
tipo di uomo che vorresti davvero come re”, collegando
direttamente il gesto alla figura di Aragorn interpretata sullo
schermo. La rivelazione si aggiunge alle numerose storie diventate
leggendarie attorno all’attore durante la lavorazione della saga,
dalle dita rotte durante una scena fino all’adozione dei cavalli
usati nei film.
La storia colpisce perché rafforza
ulteriormente il legame quasi unico creatosi tra il cast de
Il Signore degli Anelli e
l’immaginario dei personaggi interpretati. Nel caso di Mortensen,
la linea tra Aragorn e la sua figura reale è diventata negli anni
sempre più sottile agli occhi dei fan.
Aragorn resta il simbolo umano del
mito de Il Signore degli Anelli
Uno dei motivi per cui
l’interpretazione di Viggo Mortensen è rimasta
così iconica nella cultura pop è proprio la sensazione che l’attore
incarnasse realmente lo spirito di Aragorn anche fuori dal set. La
nuova testimonianza di Sala Baker rafforza un racconto collettivo
costruito nel tempo attorno alla produzione della trilogia:
un’esperienza fisicamente durissima ma vissuta come una vera
fratellanza artistica.
Le gigantesche sequenze di
battaglia — dal Fosso di Helm ai Campi del Pelennor — richiedevano
mesi di riprese notturne e condizioni estreme per stunt performer e
comparse. Mortensen era costantemente coinvolto in prima linea in
quelle scene, e il fatto che abbia deciso di aiutare economicamente
il team stunt crea un parallelismo quasi perfetto con il ruolo del
leader protettivo che interpretava nei film.
Non è un caso che proprio Aragorn
sia rimasto il personaggio emotivamente più rappresentativo della
trilogia di Peter Jackson. A differenza di altri eroi fantasy più
idealizzati, Aragorn funzionava perché era profondamente umano:
stanco, vulnerabile, riluttante al potere ma disposto a
sacrificarsi per gli altri. Il comportamento raccontato da Baker
sembra aver consolidato questa percezione anche fuori dalla
finzione cinematografica.
La notizia arriva inoltre mentre il
franchise si prepara a tornare al cinema con The Lord of the Rings: The Hunt for Gollum,
dove un giovane Aragorn sarà interpretato da Jamie Dornan. Ma proprio storie come questa
ricordano quanto sarà difficile per qualsiasi nuovo progetto
replicare il rapporto emotivo costruito dalla trilogia originale
tra cast, personaggi e pubblico.
Il reboot degli X-Men nel Marvel Studios prenderà una
direzione molto diversa rispetto ai recenti blockbuster del MCU. A
confermarlo è Lee Sung Jin, sceneggiatore
coinvolto nel nuovo film mutante insieme a Jake
Schreier e Joanna Calo, già collaboratori
di Thunderbolts*. Secondo Lee, il nuovo progetto
vuole riportare gli X-Men a una narrazione “character-first”,
concentrandosi prima di tutto sui rapporti emotivi, i conflitti
interni e le dinamiche tra i membri del gruppo.
Lo sceneggiatore ha raccontato di
aver accettato il progetto quasi immediatamente dopo la chiamata di
Schreier, definendo gli X-Men “la proprietà intellettuale più cool
che esista”. Lee ha spiegato di essere cresciuto con la storica
serie animata degli anni ’90 e di aver amato anche X-Men ’97, mentre considera
fondamentale l’influenza dei fumetti di Chris
Claremont. Proprio quell’eredità narrativa sembra essere
il riferimento principale del reboot: meno attenzione allo
spettacolo cosmico tipico dell’ultimo MCU e maggiore spazio a
tensioni personali, relazioni sentimentali, drammi interni e temi
politici integrati organicamente nella storia. Lee ha inoltre
confermato che il team creativo lavora quotidianamente insieme ai
produttori Kevin Feige e Louis
D’Esposito per definire il tono definitivo del film.
Le dichiarazioni sono
particolarmente significative perché arrivano in un momento
delicato per il Marvel Cinematic Universe. Dopo anni dominati da
crossover giganteschi e storytelling sempre più dipendente dal
multiverso, Marvel sembra aver compreso che il pubblico sta
chiedendo un ritorno a personaggi più umani e relazioni più forti.
E nessuna proprietà Marvel si presta meglio a questa svolta degli
X-Men.
Il reboot MCU potrebbe riportare
gli X-Men alla loro vera identità narrativa
Il punto centrale delle parole di
Lee Sung Jin è che gli X-Men non
funzionano davvero come semplici supereroi da battaglia
spettacolare. Storicamente, sia nei fumetti sia nelle versioni
animate più amate, il cuore della saga è sempre stato il conflitto
emotivo e ideologico tra i personaggi.
I fumetti di Chris Claremont hanno
trasformato gli X-Men in una soap opera supereroistica complessa,
fatta di relazioni sentimentali, traumi, rivalità interne e
tensioni politiche. È proprio questo elemento che spesso mancava
negli ultimi film della saga Fox, soprattutto dopo X-Men: Days of Future
Past, quando il franchise aveva iniziato a privilegiare la
dimensione apocalittica e temporale rispetto alla crescita dei
personaggi.
La scelta di affidare il reboot
agli autori di Thunderbolts potrebbe inoltre
rivelarsi molto strategica. Quel film aveva già mostrato interesse
per protagonisti emotivamente instabili, outsider e dinamiche di
gruppo fragili — elementi perfettamente compatibili con l’universo
mutante.
C’è poi un altro aspetto
importante: Lee parla apertamente di “temi politici evergreen”. Gli
X-Men sono sempre stati una metafora delle discriminazioni sociali,
razziali e culturali, ma il nuovo team creativo sembra intenzionato
a evitare messaggi didascalici, preferendo far emergere quei temi
attraverso le relazioni personali e i conflitti umani.
Ed è probabilmente questa la vera
sfida del reboot Marvel: non semplicemente introdurre i mutanti
nell’MCU, ma recuperare ciò che ha sempre reso gli X-Men diversi
dagli Avengers. Non una famiglia perfetta di eroi, ma un gruppo
instabile di persone profondamente ferite che cercano continuamente
un posto nel mondo.
Dopo l’interessante Il corsetto dell’imperatrice, che
rileggeva anche in chiave parzialmente anacronistica la figura
dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, la tedesca Marie
Kreutzer arriva in concorso al Festival di Cannes con Gentle
Monster, un film indubbiamente più contemporaneo
nelle tematiche e nell’approccio scelto per raccontare una storia
di dubbi e violenze che hanno a che fare col nostro presente.
Un trasloco da incubo
Lucy (Léa
Seydoux) è una pianista francese che si trasferisce con il
marito – un’artista austriaco – e il figlio nelle campagne vicino a
Monaco, abbandonando la città dopo un apparente burnout del
coniuge. Quello che dovrebbe essere un nuovo inizio si trasforma
però rapidamente in un incubo quando la donna scoprirà che il
marito è potenzialmente colpevole di crimini inconfessabili.
Nonostante le premesse senza dubbio
interessanti e attuali, Gentle Monster
fatica a emergere davvero come film oltre il suo gancio narrativo,
costruendo attorno al suo mistero un’impalcatura poco credibile, a
partire dalla professione della protagonista, primo tratto che ci
viene fatto conoscere di lei.
Ci viene spiegato che tutta la sua
produzione è volta alla decostruzione della musica pop, nello
specifico il cantautorato d’amore firmato da penne maschili. Non la
vediamo però mai davvero incanalare il dolore tramite la musica,
rivolgersi ai suoi strumenti per rilasciare o carpire qualcosa che
possa smuoverla ancora di più nell’indagine, privata e pubblica,
sul marito.
Purtroppo, anche le interpretazioni
soffrono di questa generica caratterizzazione, e la stessa Lèa
Seydoux non appare mai credibile come madre di famiglia che sta
cercando in tutti i modi di proteggere il figlio piccolo e,
contemporaneamente, deve fronteggiare l’ambivalenza di ripudio e
amore che prova per il marito, questo mostro gentile che avrebbe
dovuto trovare maggiore profondità proprio nell’ antitesi del
titolo.
La debole indagine di Gentle
Monster
Purtroppo, Gentle
Monster non riesce a raggiungere l’ambiguità del
dubbio che faceva da filo portante di Anatomia di una caduta (Palma d’oro nel 2023 qui a
Cannes), e finisce per perdere mordente soprattutto nella seconda
parte, arrancando nel portare a una conclusione efficace la linea
di trama principale.
Laddove la direzione di Il corsetto
dell’imperatrice lasciava intravedere un talento già riconoscibile,
che si lanciava anche in qualche scelta ardita, Gentle
Monster non sembra un film della stessa regista.
L’impressione è quella di un
racconto che avrebbe dovuto spingersi oltre, sviscerando l’identità
del mostro gentile non a debita distanza ma dall’interno. A partire
da quel nucleo familiare di cui, a dispetto di qualche inserto
video, ci sembra conoscere davvero poco.
Il
nuovo volto di James
Bond potrebbe arrivare dal teatro invece che da
Hollywood. Secondo quanto riportato da Variety, l’attore britannico
Tom Francis
sarebbe il primo interprete confermato ad aver sostenuto
un’audizione per Bond
26, il prossimo capitolo della saga dell’agente 007. Un
nome inatteso per il grande pubblico, ma già molto apprezzato nel
mondo teatrale grazie alla sua interpretazione nel revival di
Sunset Boulevard
accanto a Nicole
Scherzinger.
La
notizia segna il primo movimento concreto nel casting del
successore di Daniel Craig,
dopo anni di indiscrezioni e speculazioni. Finora il progetto è
rimasto avvolto nel mistero: nessuna trama ufficiale, nessuna data
d’uscita e nessun attore confermato. L’emersione del nome di
Tom Francis
suggerisce però che la produzione stia davvero cercando un volto
nuovo piuttosto che una star già consolidata. Una direzione che
sarebbe coerente con l’idea di rilanciare il franchise con una
versione più giovane e meno “istituzionale” di Bond.
Secondo l’insider citato da Variety, Francis non sarebbe l’unico
candidato preso in considerazione, ma il fatto che il suo provino
sia trapelato per primo ha immediatamente acceso la curiosità dei
fan. Negli ultimi mesi erano circolati soprattutto nomi come
Jacob
Elordi, Aaron
Taylor-Johnson e Callum Turner, senza però alcuna conferma
ufficiale. Lo stesso è accaduto con Cosmo Jarvis di Shōgun, il cui coinvolgimento è stato
successivamente smentito dal suo rappresentante.
Il caso Francis racconta anche qualcosa di importante sulla
possibile strategia creativa dietro il nuovo 007. Dopo l’epoca di
Daniel Craig, caratterizzata da un Bond
più fisico, tormentato e realistico, la saga potrebbe ora cercare
un interprete meno legato all’action tradizionale e più vicino alla
recitazione emotiva e teatrale. È un cambiamento che potrebbe
ridefinire ancora una volta il tono dell’intero franchise.
Bond 26
potrebbe riportare 007 verso un’identità più classica
La candidatura di Tom
Francis non arriva dal nulla. L’attore ha ricevuto ottime
recensioni per il ruolo di Joe Gillis nel revival di
Sunset
Boulevard, vincendo un Laurence Olivier Award e ottenendo una nomination
ai Tony Awards.
La produzione diretta da Jamie Lloyd era diventata virale anche per una
celebre sequenza girata tra le strade del distretto teatrale di New
York, segno di una presenza scenica molto forte e
contemporanea.
Questo tipo di background potrebbe essere fondamentale per il
futuro di James
Bond. Storicamente il personaggio creato da
Ian Fleming ha
sempre oscillato tra eleganza sofisticata e brutalità controllata.
Negli ultimi anni, però, la saga aveva puntato quasi esclusivamente
sulla componente drammatica e fisica di 007, soprattutto nei film
con Daniel Craig
come Casino
Royale, Skyfall e No Time to Die.
Un attore come Francis potrebbe riportare al centro il fascino
ambiguo del personaggio, privilegiando carisma e tensione
psicologica rispetto alla sola spettacolarità action. Non è un caso
che la produzione sembri interessata anche a interpreti
relativamente giovani: l’obiettivo potrebbe essere costruire una
nuova lunga fase narrativa, simile a quella inaugurata nel 2006 con
Craig.
Per ora non esiste ancora una data ufficiale per
Bond 26, ma ogni
nuovo rumor conferma che la macchina produttiva si sta finalmente
muovendo. E il fatto che il primo nome concreto venga dal mondo del
teatro potrebbe essere il segnale più interessante di tutti: il
prossimo James Bond potrebbe sorprendere il pubblico molto più del
previsto.
Nonostante anche per la serata di
domenica 17 maggio le star che hanno attraversato la croisette sono
state molte, nessuna ha brillato più della coppia famosa (e molto
riservata) formata da Michael Fassbender e Alicia Vikander. I due attori tornano a
Cannes 79 per presentate
Hope, di Na Hong-jin,
che è stato selezionato nel
Concorso Ufficiale.
Ha partecipato alla serata anche la
delegazione di Another Day di
Jeanne Herry, altro film del concorso, guidato da
Adèle Exarchopoulos. Ecco le foto:
L’adattamento di Ghosts
della CBS si è rivelato un successo esilarante e inquietante, e ora
gli abitanti di Woodstone Mansion torneranno per la quinta
stagione. Debuttando nel 2021 (basata sulla versione britannica),
Ghosts segue Sam (Rose McIver) e Jay
(Utkarsh Ambudkar), una coppia sposata di New York
che si trasferisce in un’enorme villa nello stato di New York dopo
che Sam l’ha ereditata da un parente defunto. Determinata a
trasformare Woodstone in un affascinante bed and breakfast,
un’esperienza di pre-morte lascia Sam con la straordinaria capacità
di vedere i fantasmi. Affascinante e spassosa, Ghosts
trova molta profondità nei vari spettri che infestano la villa.
Sebbene Ghosts utilizzi le
stesse trame familiari di molte sitcom, la serie è unica perché gli
elementi fantastici della narrazione creano opportunità avvincenti.
Ogni fantasma che vive a Woodstone ha una storia affascinante alle
spalle e sta persino seguendo un proprio percorso di crescita
personale mentre cerca di guadagnarsi un posto nell’aldilà. Con
ancora molto da scoprire sui fantasmi e con i sogni di Sam e Jay
costantemente in pericolo, Ghosts ha la possibilità di
continuare a lungo. Ora, la CBS ha confermato la serie comedy
soprannaturale per altri episodi.
Ultime notizie sulla quinta
stagione di Ghosts
Annunciato insieme a una serie di
altri rinnovi, l’ultima notizia conferma che Ghosts tornerà per la
quinta e la sesta stagione. Mentre altre serie di successo come
NCIS e Fire Country hanno ottenuto l’ordine per una
sola stagione, la CBS ha deciso che Ghosts sarebbe tornata per ben
due stagioni aggiuntive. Questa conferma significa che la versione
americana della serie sopravvivrà alla sua predecessora (che è
andata in onda per cinque stagioni), anche se il destino di Ghosts
oltre la sesta stagione è ancora incerto.
Confermata la quinta stagione di
Ghosts
Nonostante fosse chiaro che la CBS
avrebbe presto ordinato nuove stagioni di Ghosts, la rete ha preso
la sorprendente decisione di ordinarne ben due. Ora, la commedia
soprannaturale tornerà in onda con una quinta e una sesta stagione
nei prossimi anni. Sebbene i dettagli sui futuri episodi di Ghosts
siano comprensibilmente scarsi, si prevede che la quinta stagione
arriverà alla fine del 2025, mentre la sesta dovrebbe essere
trasmessa nell’autunno del 2026.
La quinta stagione di Ghosts
manterrà la sua precedente fascia oraria, andando in onda il
giovedì alle 20:30 EST su CBS.
Dettagli sul cast della quinta
stagione di Ghosts
Nonostante sia una sitcom
ambientata principalmente in un’unica location, il cast di Ghosts
vanta un nutrito gruppo di guest star e personaggi ricorrenti.
Tuttavia, non è ancora certo chi, al di fuori del cast principale,
rimasto invariato dalla prima stagione, rimarrà nella quinta. Rose
McIver tornerà sicuramente nei panni dell’intrepida Sam, capace di
vedere i fantasmi, mentre Utkarsh Ambudkar riprenderà il ruolo del
suo nerd marito Jay, che non può vederli ma la sostiene sempre.
Anche i fantasmi principali faranno ritorno, tra cui Rebecca
Wisocky nel ruolo di Hetty, la prozia di Sam, che un tempo
possedeva la villa.
Inoltre, è quasi certo che Devan
Chandler Long riprenderà il ruolo di Thor, il fantasma vichingo
sfrontato ma sensibile, mentre Sheila Carrasco tornerà a vestire i
panni di Susan “Flower” Montero, il fantasma hippie. Nel frattempo,
Román Zaragoza riprenderà il ruolo di Sasappis, il fantasma Lenape,
Brandon Scott Jones quello del Capitano Isaac Higgintoot, soldato
della Guerra d’Indipendenza americana, e Danielle Pinnock quello di
Alberta, la cantante dell’epoca del proibizionismo. Infine, Asher
Grodman tornerà nei panni di Trevor, l’ex festaiolo senza
pantaloni, mentre Richie Moriarty riprenderà il ruolo
dell’adorabile e ingenuo Pete.
Dato che la quarta stagione si è
conclusa con la rivelazione che Elias, interpretato da Matt Walsh,
potrebbe aver convinto Jay a cedere la sua anima, è probabile che
Walsh torni come guest star anche nella quinta stagione. Lo stesso
vale per Dean Norris nei panni del padre di Sam, Sakina Jaffrey in
quelli della madre di Jay, Bernard White in quelli del padre di Jay
e Punam Patel in quelli della sorella di Jay, visto che la loro
famiglia allargata ha iniziato ad avere un ruolo più importante
nella serie.
Dettagli sulla trama della quinta
stagione di Ghosts
È difficile prevedere con esattezza
cosa accadrà nella quinta stagione di Ghosts, poiché la serie segue
solitamente la classica formula delle sitcom a episodi
autoconclusivi. Ogni puntata presenta una storia a sé stante che di
solito non si collega alle settimane precedenti. Tuttavia, Ghosts è
nota anche per i suoi colpi di scena, e ci si aspetta che questa
caratteristica si mantenga anche tra la quarta e la quinta
stagione. Alla fine della terza stagione, Isaac viene rapito dal
fantasma puritano Patience, ma questa trama si risolve rapidamente
nella quarta stagione.
Sebbene sia difficile dire con
precisione cosa succederà, è certo che nella quinta stagione di
Ghosts Sam, Jay e i loro amici spettrali dovranno affrontare le
prove e le tribolazioni della vita e dell’aldilà. Diversi fantasmi
non hanno ancora rivelato i loro poteri, ed è sicuro che il sogno
di Sam e Jay di gestire un bed and breakfast di successo incontrerà
ulteriori ostacoli lungo il cammino.
Il ristorante di Jay, situato nella
tenuta della villa, si avvicina alla data di apertura e la gestione
quotidiana potrebbe essere al centro delle stagioni future. In
effetti, Jay avrà probabilmente un ruolo molto più importante nella
quinta stagione di Ghosts a causa del suo incontro involontario con
Elias, un fantasma bandito all’inferno che convince sia i fantasmi che i vivi a
cedere le proprie anime all’inferno. Dopo essere stato perlopiù
relegato a un ruolo secondario a causa del suo distacco dagli altri
fantasmi, questo sarà un gradito cambiamento per la serie.
La quinta stagione di Ghosts
esplorerà probabilmente anche la relazione tra Alberta e Pete. I
due si sono messi insieme nel finale della quarta stagione. Mentre
le relazioni tra altri fantasmi sono state approfondite nelle prime
stagioni, la loro non è stata ancora esplorata. C’è anche la
possibilità che nuovi fantasmi si uniscano al gruppo nelle stagioni
future, dato che ogni stagione di Ghosts ha ampliato il mondo delle
apparizioni.
Il finale della quarta stagione di
Ghosts
è ormai storia, e c’è molto da analizzare sia per quanto riguarda
gli sviluppi immediati che quelli futuri di diversi archi narrativi
dei personaggi e, nella sorpresa più grande di tutte, il patto
involontario e letterale di Jay con il diavolo. Mentre la quarta
stagione prepara il terreno per una trama importante della quinta,
si snoda attraverso un arco narrativo centrale che vede
protagonisti due fantasmi principali e il loro amore non
corrisposto, oltre al ritorno del fantasma più inquietante della
tenuta, determinato (o mandato dal cielo, a seconda del punto di
vista) a fermare i “mali” del maniero.
Tra ulteriori morti nella tenuta,
la scoperta da parte dei genitori e il perdono sia di uno starnuto
che ha avuto conseguenze gravi sia di un presunto affronto dopo la
morte, l’allegra banda di anime sfortunate ha superato un altro
anno di Purgatorio. Sebbene un particolare punto della trama sembri
affrettato e un po’ artificioso, sappiamo che c’è un tema centrale
e trainante chiaro per tutta la prossima stagione: mantenere Jay
vivo e al sicuro, ed è quanto di più preoccupante possa
esserci.
Spiegazione dell’accordo di Jay
con Elias (e come questo determinerà il suo futuro)
Nel colpo di scena più scioccante
dell’episodio e dell’intera stagione, Jay scopre di aver venduto la
propria anima al diavolo, inavvertitamente, all’emissario del
diavolo, Elias Woodstone, dopo aver parlato con la redattrice
gastronomica del *New York Magazine*, la quale gli aveva promesso
un articolo di copertina su Mahesh dopo che il suo addetto stampa
l’aveva convinta a pubblicarlo. Elias, che riappare per la prima
volta nella stagione 4, episodio 14, dopo essere stato “promosso” a
demone e poter apparire fisicamente sulla Terra per raccogliere le
anime, lo informa che l’accordo è definitivo e gli fa presagire in
modo inquietante che potrebbe rivedere Jay all’Inferno prima di quanto pensi, facendo cadere una
luce dal soffitto che lo uccide quasi.
Jay ha trascorso gran parte della
serie in un ruolo secondario, poiché non è in grado di interagire
con i fantasmi (fatta eccezione per il periodo in cui è diventato
lui stesso un fantasma per caso nell’episodio 9 della quarta
stagione), e coinvolgerlo in questa importante trama in vista della
quinta stagione darà maggiore risalto al suo personaggio mentre
affronta la sua morte apparentemente imminente. I fantasmi e Sam
sono determinati ad aiutare Jay a stare al sicuro, e anche se al
momento potrebbe non esserci via d’uscita per Jay, c’è un modo per
tenere Elias lontano: riportarlo nel caveau in cui è morto.
Sam e Isaac lanciano con successo
il loro romanzo sui vampiri
Il culmine di una sottotrama della
quarta stagione si raggiunge: Sam pubblica il romanzo di Isaac e la
festa di lancio, inizialmente prevista a Manhattan, viene spostata
a Woodstone su insistenza di Sam, poiché Isaac non avrebbe potuto
partecipare a nessun evento al di fuori della proprietà. All’evento
partecipano numerose importanti case editrici e, nonostante i
tentativi di Patience di impedirlo, incluso il ritorno del suo
incredibile potere spettrale, Jay riesce a trasformare la
situazione negativa in positiva e l’evento si rivela un successo
strepitoso.
Ora che il romanzo di Isaac è
completo e sembra che la scena letteraria newyorkese sia
interessata al suo successo, la sua storia verrà finalmente
raccontata, permettendo a Isaac di essere ricordato in un modo che
lui stesso non avrebbe mai immaginato, sebbene non del tutto come
aveva previsto. L’aiuto di Jay nel far roteare il sangue sul muro
durante lo spettacolo ha sicuramente contribuito a scongiurare
quello che avrebbe potuto essere un disastro per la prima lettura
pubblica, ma il successo dell’evento ha gettato le basi per
esplorare il suo potenziale nella quinta stagione.
Cosa succederà ad Alberta e Pete
dopo il loro inaspettato bacio?
L’amore era nell’aria per tutta la
stagione, con Alberta che si è innamorata di Pete in un modo per
cui non era preparata. Dopo che gli altri fantasmi hanno preso
tempo con Patience, dicendole che Alberta aveva pensieri impuri su
di lui, Patience l’ha costretta a rivelare i suoi segreti
all’intero gruppo di fantasmi in una cerimonia di umiliazione.
All’insaputa di Alberta, Pete la sente dire cosa provava veramente
per lui e, sebbene gli altri fantasmi pensino che se ne sia andato
dalla proprietà per prendersi una pausa, lui ritorna e rivela di
aver rotto con Donna per esplorare i suoi sentimenti per Alberta, e
i due si scambiano un bacio.
La trama stessa ha aggiunto
ulteriore romanticismo alla stagione, mentre le anime affrontano
insieme l’eternità, e senza dubbio scopriremo di più sul loro amore
e sulla sua evoluzione nel corso della quinta stagione. Sebbene non
tutte le storie d’amore in questa serie abbiano un lieto fine,
l’eternità attende, e gli spiriti hanno tutto il tempo per capire
chi e come ameranno nell’aldilà.
Patience ritorna, ma se ne va
anche (potrà tornare di nuovo?)
Non sarebbe un evento Woodstone
senza una sorpresa sconvolgente, e la più inquietante si verifica
quando Patience ritorna dalla terra e si ritrova nel bel mezzo
della festa di lancio del libro. Avvertendo il male nell’area, è
convinta di poter fermare l’evento, ma quando Jay usa i suoi poteri
spettrali per orchestrare lo spettacolo, lei esce furiosa da
Mahesh, arrabbiata e imbarazzata, ma anche probabilmente
intenzionata a vendicarsi della casa.
Durante la nostra conversazione con
Asher Grodman, star di Ghosts, all’inizio di quest’anno, ha
affermato che gli spettatori avrebbero dovuto essere “il più
preoccupati possibile” per il ritorno di Patience, ma questa
interazione non è sembrata particolarmente fuori dall’ordinario
fino alla fine. Come sappiamo dalla sua esperienza con Isaac,
Patience non perdona facilmente e sembra destinata a tornare nella
quinta stagione, questa volta per dimostrare agli abitanti di
Woodstone, vivi e morti, che non è una con cui scherzare.
In che altro modo il finale della
quarta stagione di Ghosts prepara il terreno per la quinta
stagione?
Il finale della quarta stagione di
Ghosts getta le basi per importanti trame e archi narrativi per la
quinta stagione e potenzialmente anche per la sesta, tra cui il
patto di Jay con il diavolo e la storia d’amore tra Pete e Alberta.
Vediamo anche la ricomparsa di Nigel, l’ex fidanzata di Isaac che
lui ha abbandonato all’altare nel finale della terza stagione, e un
promemoria per gli spettatori che la loro storia non è ancora del
tutto conclusa, oltre a un breve accenno al recente cambiamento
nella vita sentimentale di Sass.
Ci sono ancora moltissime trame in
sospeso da risolvere, tra cui il possibile ritorno di Kyle a
Woodstone ora che è in qualche modo coinvolto con Bela, e l’atteso
ritorno di Chris, l’ultimo defunto di Woodstone che si lancia con
il paracadute in giro per il mondo nell’aldilà. Con altre
importanti domande ancora senza risposta, tra cui l’identità
dell’ultimo fantasma principale ancora sconosciuta, la preparazione
per la quinta stagione sembra promettente.
La
seconda stagione di A Knight of the Seven
Kingdoms potrebbe portare il mondo di Westeros verso
territori più politici e meno legati esclusivamente ai tornei e ai
combattimenti. Dopo il
finale della prima stagione dello spin-off di Game of Thrones, HBO ha già confermato
il rinnovo della serie, e ora lo showrunner Ira Parker ha
anticipato alcuni dettagli sui nuovi episodi e sull’arrivo di un
personaggio destinato a cambiare profondamente il percorso di Ser
Duncan the Tall.
In
un’intervista rilasciata a Entertainment Weekly, Parker ha parlato
dell’introduzione di Lady Rohanne Webber, interpretata da Lucy
Boynton, figura centrale della novella The Sworn Sword di George R. R. Martin.
Conosciuta come la “Vedova Rossa”, Rohanne sarà uno dei personaggi
chiave della seconda stagione.
Lo showrunner anticipa una nuova
sfida per Dunk: “Si troverà immerso nella politica”
Secondo Ira Parker, il personaggio di Rohanne avrà il compito di
mettere profondamente in difficoltà Dunk, soprattutto in un
contesto completamente diverso rispetto alle sfide affrontate nella
prima stagione.
“Ha un modo di mettere Dunk a disagio, e questo per noi è molto
importante”, ha spiegato Parker. “Alcuni personaggi della prima
stagione riuscivano già a farlo molto bene, ed è esattamente ciò di
cui abbiamo bisogno con la Vedova Rossa per diversi motivi”.
Lo showrunner ha poi aggiunto che la nuova stagione porterà Dunk ad
affrontare un mondo molto più complesso:
“In sostanza vedremo Dunk immergersi nella politica. Forse è
diventato piuttosto bravo con la spada, a cavalcare e a fare il
mercenario, ma non è affatto bravo a parlare con dame nobili o a
muoversi negli intrighi politici. Qualcuno capace di farlo sentire
fuori posto creerà situazioni molto interessanti per noi”.
Chi è Lady Rohanne, la “Vedova
Rossa” legata ai Lannister
Nelle novelle originali di George R. R. Martin, Lady Rohanne Webber
è un personaggio noto per il suo carattere forte, indipendente e
politicamente astuto. Il soprannome “Vedova Rossa” deriva dai
numerosi matrimoni che ha avuto prima di incontrare Dunk,
alimentando anche diverse voci e sospetti sul modo in cui avrebbe
ottenuto il proprio potere.
La sua introduzione è particolarmente importante anche per il
collegamento diretto con la storia della famiglia Lannister.
Rohanne infatti finirà per sposare Gerold Lannister, diventando
madre di Tytos Lannister e, di conseguenza, nonna di Tywin e
antenata di Jaime, Cersei e Tyrion.
Secondo quanto anticipato, il rapporto tra Dunk e Rohanne
introdurrà anche una componente romantica e soprattutto un forte
conflitto di classe, elementi che potrebbero dare alla serie un
tono più intimo e politico rispetto alla prima stagione.
La seconda stagione punta al 2027
nonostante alcuni ritardi
Le riprese della seconda stagione sono già iniziate, anche se
Parker ha confermato che la produzione ha subito alcuni
rallentamenti a causa delle forti piogge provocate dalla tempesta
Therese.
Un dettaglio curioso, considerando che nella novella originale la
storia si svolge durante una delle peggiori siccità della storia di
Westeros. Lo showrunner ha raccontato ironicamente che il cast e la
troupe sono rimasti “bloccati in hotel a Gran Canaria aspettando
che smettesse di piovere”.
Nonostante i ritardi, HBO continua comunque a puntare a un’uscita
nel corso del 2027.
Dopo una prima stagione costruita soprattutto su tornei, cavalieri
e grandi scene d’azione in stile Game of Thrones, A Knight of the Seven
Kingdoms sembra quindi pronta ad avvicinarsi maggiormente
agli intrighi politici che hanno reso celebre il franchise
originale.
Tutti i protagonisti dei photocall
di domenica mattina a Cannes 79: Javier Bardem, Miles Teller, Adam Driver, Ron Howard,Victoria Luengo, Rodrigo
Sorogoyen, Wim Wenders, James Gray.
Cate Blanchett ha lanciato una dura
riflessione sullo stato dell’industria cinematografica durante un
incontro al Cannes Film Festival, sostenendo che il movimento
#MeToo sia stato “ucciso molto velocemente” nonostante i
problemi sistemici emersi negli ultimi anni continuino a esistere.
L’attrice premio Oscar ha parlato apertamente della persistente
disparità di genere sui set cinematografici, raccontando di
trovarsi ancora oggi in produzioni dove “ci sono 10 donne e 75
uomini”, definendo questi ambienti “omogenei” e creativamente
limitanti.
Durante la conversazione con il
moderatore Didier Allouch, Blanchett ha ricordato
il ruolo centrale avuto nel 2018 quando, da presidente della giuria
di Cannes, guidò la storica marcia delle 82 donne sui gradini del
Palais des Festivals insieme a figure come Kristen Stewart, Léa Seydoux, Ava
DuVernay e Agnès Varda. Quel numero
rappresentava simbolicamente le sole 82 registe che fino ad allora
avevano partecipato alla competizione di Cannes, contro 1.866
uomini. Blanchett ha sottolineato come il #MeToo abbia rivelato
“uno strato sistemico di abusi” presente non solo
nell’industria cinematografica ma in tutta la società, criticando
il fatto che il dibattito pubblico si sia progressivamente
affievolito.
Le sue parole assumono un peso
particolare perché arrivano in un momento in cui Hollywood sembra
aver ridotto drasticamente la centralità del discorso pubblico
sulle disuguaglianze di potere e sulle condizioni lavorative
nell’industria. Dopo l’esplosione del #MeToo tra il 2017 e il 2018,
molte grandi produzioni avevano promesso trasformazioni strutturali
che, secondo Blanchett, appaiono oggi molto meno visibili nella
pratica quotidiana dei set.
Cannes continua a essere il luogo
dove Hollywood discute le proprie contraddizioni
Non è casuale che Cate Blanchett abbia scelto proprio Cannes per
riaprire questo discorso. Negli ultimi anni il festival francese è
diventato uno dei pochi spazi internazionali in cui le star
hollywoodiane affrontano apertamente questioni politiche, culturali
e industriali che negli Stati Uniti vengono spesso trattate con
maggiore cautela.
Il riferimento alla composizione
dei set è particolarmente significativo. Blanchett non si limita a
parlare di rappresentanza simbolica, ma collega direttamente la
diversità alla qualità creativa del lavoro cinematografico. Quando
afferma che “le battute diventano sempre le stesse”, l’attrice
suggerisce che ambienti dominati quasi esclusivamente dagli uomini
non producono soltanto squilibri di potere, ma anche un
impoverimento culturale e artistico.
Anche l’intervento di
Julianne Moore, che a Cannes ha raccontato di
essersi trovata su un set dove le uniche donne erano lei e una
tecnica di macchina, rafforza l’idea che il problema resti
strutturale nonostante anni di discussioni pubbliche.
La posizione di Blanchett è inoltre
interessante perché evita sia il trionfalismo sia il pessimismo
assoluto. L’attrice riconosce che alcune cose siano cambiate
rispetto agli inizi della sua carriera, ma sostiene che il ritmo
del cambiamento sia stato molto più lento del previsto. E il fatto
che una delle figure più potenti e rispettate del cinema
contemporaneo senta ancora il bisogno di denunciare questi
squilibri dimostra quanto la trasformazione dell’industria sia
lontana dall’essere completata.
Javier Bardem ha lanciato uno degli interventi
politici più forti del Cannes Film Festival parlando apertamente di
genocidio, paura di ritorsioni nell’industria cinematografica e
possibili blacklist a Hollywood. Durante la presentazione del film
The Beloved (qui
la nostra recensione in anteprima), l’attore
premio Oscar ha dichiarato di essere pronto ad affrontare eventuali
conseguenze professionali per le sue posizioni pubbliche sul
conflitto israelo-palestinese, sostenendo che “non esiste un piano
B” quando si tratta di prendere posizione moralmente.
Javier Bardem, interrogato sul rischio di
subire isolamento professionale dopo le sue recenti dichiarazioni,
ha spiegato di aver comunque continuato a ricevere offerte di
lavoro dagli Stati Uniti, dall’Europa e dal Sud America. Secondo
l’attore, questo sarebbe il segnale di un cambiamento culturale già
in corso nell’industria audiovisiva internazionale, guidato
soprattutto dalle nuove generazioni. Ma il momento più forte della
conferenza è arrivato quando Bardem ha definito senza esitazioni il
genocidio “un fatto”, aggiungendo che chi sceglie il silenzio o la
giustificazione diventa complice morale di ciò che sta accadendo.
L’attore ha inoltre sostenuto che coloro che starebbero costruendo
presunte blacklist contro artisti schierati politicamente finiranno
per essere “smascherati” e subiranno a loro volta conseguenze
pubbliche e sociali.
Le parole di Javier Bardem non sono importanti soltanto per
il contenuto politico, ma perché arrivano da una figura centrale
del cinema internazionale contemporaneo. Negli ultimi anni
Hollywood ha spesso mostrato grande cautela rispetto ai conflitti
geopolitici più divisivi, soprattutto quando coinvolgono il Medio
Oriente. Bardem, invece, sceglie un linguaggio completamente privo
di ambiguità, assumendosi esplicitamente il rischio di una frattura
con parte dell’industria americana.
Cannes 2026 conferma il ritorno
del cinema come spazio politico globale
L’intervento di Javier Bardem si inserisce in un’edizione del
Festival di Cannes particolarmente
attraversata da tensioni politiche e riflessioni sul ruolo morale
degli artisti. Negli ultimi giorni anche Asghar
Farhadi aveva parlato della guerra e della repressione in
Iran, trasformando la conferenza stampa del suo nuovo film in un
discorso sul valore dell’empatia e sul rifiuto della violenza.
Bardem però va oltre la semplice
testimonianza personale. Il suo discorso sembra riflettere una
trasformazione più ampia dell’industria culturale contemporanea,
dove le nuove generazioni di spettatori e artisti chiedono prese di
posizione più esplicite e meno neutrali. Quando l’attore parla di
“marea che sta cambiando”, sta descrivendo un Hollywood molto
diverso rispetto a quello che per decenni ha spesso evitato temi
troppo divisivi per ragioni commerciali.
Anche il contesto del film
The Beloved rafforza questa dimensione
politica. Diretto da Rodrigo Sorogoyen e
ambientato nel Sahara Occidentale, il progetto affronta infatti un
territorio segnato da conflitti geopolitici e tensioni storiche
spesso ignorate dal cinema mainstream internazionale. In questo
senso Bardem sembra utilizzare la promozione del film come
estensione del proprio impegno pubblico.
La questione delle blacklist,
inoltre, richiama inevitabilmente la memoria storica di Hollywood
durante il maccartismo, ma aggiornata all’era dei social media e
delle polarizzazioni globali. Ed è proprio qui che le dichiarazioni
di Bardem diventano particolarmente significative: secondo
l’attore, il vero rischio reputazionale non riguarderà più chi
prende posizione, ma chi tenterà di silenziare o isolare quelle
voci.
Adam Driver ha reagito pubblicamente per la
prima volta alle recenti dichiarazioni di Lena
Dunham contenute nel memoir Famesick. Durante la
conferenza stampa di Paper Tiger al Cannes Film Festival,
all’attore è stato chiesto un commento sui passaggi del libro in
cui Dunham descrive episodi tesi avvenuti sul set della serie
Girls. Driver ha liquidato la questione
con una risposta ironica ma molto netta: “Non ho commenti su
tutto questo. Sto conservando tutto per il mio libro”.
Nel memoir pubblicato recentemente,
Dunham racconta che Driver sarebbe stato “verbalmente
aggressivo” durante alcune prove sul set, descrivendo un
episodio in cui l’attore avrebbe lanciato una sedia contro il muro
accanto a lei mentre preparavano una scena. L’autrice ricorda
inoltre momenti di forte tensione creativa durante le riprese delle
scene intime della serie HBO, dove Adam Driver interpretava Adam Sackler, partner
tossico e imprevedibile della protagonista Hannah Horvath.
Nonostante le dichiarazioni abbiano generato forte attenzione
mediatica, l’attore ha scelto a Cannes di non alimentare
ulteriormente la polemica, mantenendo il focus sulla presentazione
di Paper Tiger, il nuovo crime drama
diretto da James Gray e accolto da una lunga
standing ovation sulla Croisette.
La risposta di Adam Driver è interessante proprio perché
evita completamente il linguaggio tipico delle crisi mediatiche
contemporanee. Nessuna smentita pubblica articolata, nessuna
controaccusa, nessun tentativo di trasformare la questione in uno
scontro mediatico. L’attore sceglie invece una battuta secca, quasi
old-school, che sembra voler sottrarre il tema alla logica
immediata dei social e del ciclo continuo delle polemiche
online.
Girls
continua a influenzare l’immagine pubblica di Adam
Driver
Anche a quasi dieci anni dalla
conclusione di Girls, il rapporto tra Adam Driver e la serie che lo ha lanciato
continua a essere centrale nella percezione pubblica dell’attore.
Il personaggio di Adam Sackler era volutamente disturbante,
aggressivo e destabilizzante, e proprio quella performance
contribuì a costruire l’immagine di Driver come interprete intenso
e imprevedibile. Le rivelazioni di Lena Dunham
finiscono quindi per sovrapporsi inevitabilmente alla memoria del
personaggio stesso, rendendo più difficile separare completamente
il metodo recitativo dalla realtà del set.
Allo stesso tempo, il momento in
cui emerge questa vicenda non è casuale. Driver si trova oggi in
una fase molto diversa della sua carriera rispetto agli anni di
Girls: è ormai uno degli attori più prestigiosi del cinema
internazionale, reduce da collaborazioni con registi come Martin Scorsese, Ridley Scott, Leos Carax e Francis Ford Coppola.
Cannes, in questo senso, rappresenta quasi il punto opposto
rispetto all’universo televisivo indipendente da cui era
partito.
Anche Paper
Tiger sembra rafforzare questa evoluzione artistica.
Il film di James Gray utilizza ancora una volta Driver come figura
tragica e tormentata, ma inserita in un contesto molto più classico
e cinematografico rispetto al caos emotivo di Girls. E
proprio per questo le parole di Dunham rischiano di riaprire una
riflessione più ampia sul confine tra intensità artistica,
dinamiche di potere e comportamento sul set nell’industria
contemporanea.
Cate Blanchett e
Selena Gomez saranno protagoniste del prossimo film di
Brady Corbet
insieme a Michael Fassbender. L’annuncio è
emerso durante una masterclass al Cannes Film Festival, dove
Blanchett ha rivelato casualmente di essere “in procinto di
lavorare con Brady Corbet”. Variety ha poi confermato
ufficialmente il casting delle due attrici nel nuovo progetto del
regista di The Brutalist, ancora senza
titolo ma già descritto come uno dei film più radicali e ambiziosi
del suo autore.
I dettagli sulla trama restano
segreti, ma Corbet aveva già anticipato che il film sarà un’opera
“X-rated”, ambientata prevalentemente negli anni ’70 e costruita su
una narrazione che attraverserà diverse epoche, dal XIX secolo fino
ai giorni nostri. Il regista ha inoltre parlato di un progetto
“genre-defying”, girato con rarissime cineprese 65mm eight-perf e
basato su una sceneggiatura di circa 200 pagine, ancora più lunga
di quella di The Brutalist. La produzione sarà curata da
Andrew Morrison per Kaplan Morrison Productions. Per Blanchett si
tratta dell’ennesima collaborazione con un autore di prestigio
internazionale, mentre Gomez continua il proprio percorso di
trasformazione artistica dopo il successo di Emilia Pérez e della
serie Only Murders in the
Building.
La combinazione di questi tre
interpreti dice già molto sulla direzione del progetto. Corbet
sembra voler costruire un film sospeso tra cinema d’autore estremo
e grande evento internazionale, mescolando performer provenienti da
mondi molto differenti. Fassbender rappresenta l’intensità
drammatica e ossessiva tipica del cinema europeo contemporaneo,
Blanchett l’autorevolezza assoluta del cinema d’autore globale,
mentre Selena Gomez introduce un elemento pop e generazionale
capace di ampliare enormemente la visibilità del film.
Il nuovo film di Brady Corbet
potrebbe ridefinire il confine tra cinema d’autore e
mainstream
Dopo il successo monumentale di
The Brutalist, Corbet sembra intenzionato
a spingersi ancora più lontano. La definizione “X-rated” non appare
soltanto una provocazione commerciale, ma il segnale di un’opera
che potrebbe affrontare in maniera molto esplicita temi legati al
desiderio, al corpo e alla decadenza culturale. Anche
l’ambientazione anni ’70 è significativa: quel decennio rappresenta
il momento in cui il cinema americano ed europeo sperimentavano
forme narrative molto più radicali e politiche rispetto a oggi.
In questo contesto Cate Blanchett potrebbe diventare il fulcro
emotivo e intellettuale del progetto. Negli ultimi anni l’attrice
ha scelto sempre più spesso ruoli legati a figure dominanti,
enigmatiche e moralmente ambigue, da Tár fino ai lavori con registi
come Wes Anderson e Jim Jarmusch.
Selena Gomez, invece, sembra ormai definitivamente lontana
dall’immagine Disney che aveva segnato l’inizio della sua carriera.
Dopo Spring Breakers ed Emilia Pérez, il suo
ingresso nel cinema di Corbet suggerisce una strategia precisa:
diventare una presenza stabile nel cinema d’autore
internazionale.
Anche Michael Fassbender appare perfettamente
coerente con l’universo del regista. Corbet ha sempre raccontato
personaggi consumati dall’ambizione, dall’identità o
dall’ossessione artistica, e Fassbender è uno degli attori
contemporanei più efficaci nel rappresentare quel tipo di tormento
interiore.
Il cineasta di As Bestas, che più recentemente ci ha
regalato la notevole serie tv Dieci capodanni,
arriva per la prima volta in concorso al Festival di Cannes con
El Ser Querido, riflessione
sull’accartocciato rapporto tra un padre regista e una figlia
attrice, che si ritroveranno a collaborare sulla stessa pellicola
dopo l’invito di quest’ultimo, nel tentativo di ricucire un
rapporto che forse non è mai nemmeno iniziato.
Un film per ritrovarsi
Regista di fama mondiale,
Esteban Martínez (Javier
Bardem) torna in Spagna dopo dieci anni passati nella
Grande Mela per girare il suo nuovo film. Offre il ruolo principale
a una giovane attrice sconosciuta: sua figlia
Emilia (Victoria Luengo), che non
vede da tredici anni e che ha recitato in alcune produzioni di
scarsa qualità, attualmente cameriera un bar. La pellicola si
intitola Desierto 1932 e racconta la colonizzazione
spagnola del deserto del Sahara, anche se verrà girato a
Fuerteventura. Esteban la descrive come una storia di abbandono,
tradimento, e di gente che non riesce a guardarsi negli occhi. La
ragazza accetta questa incredibile opportunità, ma sa che, durante
le riprese, dovrà confrontarsi con un uomo che non è mai riuscita a
considerare davvero un padre. Un uomo di cui ha ricordi violenti,
che faceva uso di alcol e sostanze, e che si è fatto conoscere
anche come prevaricatore sui set cinematografici.
Durante la produzione, Emilia lo
vedrà quindi per la prima volta effettivamente interagire con le
persone, dopo ricordi di colluttazioni e aggressioni a cui ha
assistito in gioventù, anche durante le loro serate al cinema.
L’idea messa in scena da Sorogoyen è quella di una reiterazione di
un sistema e dinamiche che molto probabilmente erano già state
vissute dalla madre, attrice e protagonista di uno dei film più
amati di Martinenz, che però appare solo per qualche istante in
El Ser Querido.
Da parte sua, Esteban sostiene che
i ricordi possano essere falsati, o che alla ragazza possano essere
state inculcate informazioni traviate da occhi esterni. Sembra
comunque che il regista abbia cancellato da ogni dove quella parte
della sua vita, neanche online esistono informazioni su Emilia e la
madre. Secondo quanto rivelato dalla stessa, sappiamo solo che l’ha
conosciuto quando aveva 9 anni e che è la prima volta che passa più
giorni insieme a lui.
Sguardi che non riescono a incrociarsi
Da queste premesse si snoda un
racconto che alterna la produzione cinematografica in divenire,
qualche estratto dai film del passato di Esteban – per cui sta
registrando un commento audio da inserire nella riedizione blu ray
– e inserti in bianco e nero che sembrano inizialmente far parte di
questa sorta di diario personale, ma che si estendono poi allo
sguardo generale del personaggio interpretato da Javier Bardem.
A tratti, si insinua anche il
dubbio che la figlia potrebbe avere dei tratti in comune col padre,
che sarebbe potenzialmente stata la riflessione più interessante
partorita dal film, ma è un dubbio presto fugato da questo grande
conflitto che Sorogoyen vuole inscrivere nella dimensione
cinematografica, alimentando parallelismi per nulla velati tra la
figura del regista tossico e del padre assente e violento, nella
morsa del patriarcato.
Nonostante il regista spagnolo
cerchi in ogni modo di creare una dimensione estremamente emotiva,
coadiuvato da una colonna sonora altamente drammatica, non si
arriva mai a un vero confronto diretto e la vera titubanza nel
rapporto tra padre e figlia emerge davvero solo nella magistrale
sequenza iniziale ambientata in un bar, dove i protagonisti si
incontrano dopo molti anni e si passa dai convenevoli di un
incontro con una persona cara rimandato da tempo a un accenno di
recriminazioni e cambio repentino di tono.
C’è ancora una volta – purtroppo
troppo poco – Marina Fois, soprattutto c’è il suo
sguardo, che riesce a scrutare la mancanza di qualcosa di
fondamentale nelle riprese. Le prove attoriali sono buone ma, in
particolare il personaggio di Emilia, non ha possibilità di libertà
espressiva totale, sembra sempre mancare qualcosa, proprio come
sottintende la collaboratrice tecnica di Esteban, interpretata da
Fois. Questa scelta è coerente con l’impossibilità di trovare una
dimensione di vero incontro tra padre e figlia, ma rischia anche di
non farci conoscere a fondo il personaggio e le sue
sfaccettature.
Sicura che ti piaccia
recitare?
Il padre, quindi, corrisponde al
ricordo della figlia? Forse questo Emilia lo capirà solo in
un’altra sequenza notevole, un re-shoot continuo in cui il regista
si impone sul set e il padre dispiega di fronte a tutti il suo vero
carattere.
Esteban vuole conoscere sua figlia
tramite il film, ma è un obiettivo impossibile. Così, anche
El Ser Querido, proprio come
Desierto, diventa un film di persone che non riescono a
guardarsi negli occhi, che si scrutano da un appartamento all’altro
e sanno che non potranno mai avere un dialogo a cuore aperto.
Interessante senza dubbi e registicamente notevole, il film di
Rodrigo Sorogoyen si allontana però dalla potenza di quel climax
emotivo e della ferocia di scrittura che ha caratterizzato
As Bestas.
Keanu Reeves guiderà il cast vocale di
Hidari, il nuovo film d’animazione in
stop-motion diretto da Masashi Kawamura e
sviluppato a partire dall’omonimo cortometraggio diventato virale
online nel 2023. Reeves presterà la voce al protagonista Jingoro
Hidari, figura ispirata al leggendario artigiano dell’epoca Edo, al
centro di una storia di vendetta, perdita e trasformazione
meccanica. Il progetto espanderà il concept originale che aveva già
raccolto quasi cinque milioni di visualizzazioni su YouTube grazie
alla sua estetica artigianale e alle sequenze d’azione
ipercinetiche.
La trama segue Jingoro dopo il
tradimento subito durante la ricostruzione del castello di Edo:
l’uomo perde il padre adottivo, la fidanzata e persino il braccio
destro, trasformando il dolore in una ricerca ossessiva di
vendetta. Grazie alle sue abilità da carpentiere costruisce protesi
meccaniche letali e intraprende un viaggio accompagnato da un
misterioso “gatto dormiente”. Reeves ha definito Hidari
“qualcosa di straordinario”, spiegando di essere rimasto colpito
sia dal proof-of-concept originale sia dalla sceneggiatura
sviluppata successivamente. Kawamura ha invece sottolineato come la
partecipazione dell’attore non si limiterà al doppiaggio, ma
contribuirà anche all’espansione creativa dell’universo narrativo
del film.
L’annuncio conferma inoltre una
trasformazione sempre più evidente nella carriera recente di
Keanu Reeves. Dopo anni associato quasi
esclusivamente all’action live-action di John
Wick, l’attore sta progressivamente entrando in progetti
animati e sperimentali che sfruttano la sua immagine iconica in
modi differenti. Hidari sembra perfetto per questa
evoluzione: un racconto samurai cupo e stilizzato che fonde
artigianato tradizionale giapponese, body horror meccanico e
revenge movie.
Hidari potrebbe diventare uno dei
film animati più originali degli ultimi anni
Il successo virale del corto
originale non dipendeva soltanto dall’estetica stop-motion, ma
dalla capacità di creare un linguaggio visivo completamente diverso
rispetto all’animazione mainstream contemporanea. Hidari
utilizza infatti marionette scolpite nel legno e movimenti
volutamente ruvidi che richiamano sia il teatro tradizionale
giapponese sia il cinema samurai classico. L’espansione in
lungometraggio potrebbe trasformare quell’esperimento in una vera
opera di worldbuilding.
Anche la figura di Jingoro Hidari è
particolarmente interessante. Nella cultura giapponese il
personaggio è circondato da leggende legate alla scultura e alla
creazione di automi meccanici, elementi che il film sembra
reinterpretare in chiave action e quasi cyberpunk. Questo mix tra
folklore Edo e tecnologia artigianale potrebbe rendere
Hidari qualcosa di unico nel panorama dell’animazione
internazionale.
La presenza di Keanu Reeves, poi,
non appare casuale. Negli ultimi anni l’attore è diventato una
sorta di icona globale del guerriero malinconico, capace di unire
vulnerabilità emotiva e violenza stilizzata. Jingoro sembra
costruito esattamente attorno a quell’archetipo. E proprio per
questo Hidari rischia di trasformarsi da semplice progetto
cult a uno degli eventi animati più attesi del prossimo cinema
internazionale.
Dopo la presentazione del suo
esordio alla regia nel 2025, La cronologia dell’acqua, Kristen Stewart è a Cannes 79
da attrice, per presentare Full Phil di
Quentin Dupieux, Fuori Concorso. Nel cast anche
Woody Harrelson,
Emma Mackey e Charlotte Le Bon. Ecco
le immagini dal red carpet del film:
Scarlett Johansson è stata protagonista
involontaria di uno dei momenti più curiosi del Cannes Film
Festival durante la première di Paper
Tiger. Dopo sette minuti di standing ovation per
il nuovo thriller di James Gray, il regista ha
provato a contattare Johansson via FaceTime direttamente dalla sala
per farle vivere l’entusiasmo del pubblico francese. L’attrice,
però, non ha risposto alla chiamata, lasciando Gray a sorridere
ironicamente mentre il telefono finiva in segreteria.
Scarlett Johansson non era presente sulla
Croisette perché impegnata nelle riprese del reboot di The Exorcist, ma il cast del film
comprendeva comunque due grandi nomi hollywoodiani:
Adam Driver e Miles Teller, protagonisti del crime
drama ambientato nel 1986. Paper Tiger racconta la storia
di due fratelli coinvolti in un pericoloso scontro con la mafia
russa dopo un piano per ripulire il canale di Gowanus finito fuori
controllo. Per Gray si tratta della sesta partecipazione in
concorso a Cannes, dopo film come
Armageddon Time,
The Immigrant e I Padroni della
Notte.
Al di là dell’episodio divertente
con Scarlett Johansson, la première di Paper
Tiger conferma qualcosa di molto importante:
James Gray continua a essere uno degli ultimi
grandi autori americani legati a un cinema profondamente classico
ma ancora capace di trovare spazio nei festival internazionali. In
un’edizione di Cannes con pochissimi blockbuster hollywoodiani, il
film ha riportato sulla Croisette un tipo di crime drama adulto e
tragico che oggi il cinema mainstream produce sempre meno.
Cate Blanchett,
Javier Bardem,
Adam Driver e Miles Teller sono solo alcune delle star che
hanno sfilato questa sera sul tappeto rosso di Cannes 79. L’attore
spagnolo premio Oscar ha presentato al Festival l’ultimo film di
Rodrigo Sorogoyen, The
Beloved, mentre Blanchett, Driver e Teller fanno
parte del nutrito cast di Paper Tiger, il
film di James Grey presentato in Concorso alla
kermess.