I Fantastici Quattro:
Gli Inizi è ambientato in una realtà parallela e
presenta una versione della Prima Famiglia Marvel che proviene da
una New York retrofuturistica ispirata agli anni ’60.
Il team sarà al centro
dell’attenzione in Avengers: Doomsday, e ci si
aspetta che diventi parte integrante del nuovo Universo
Cinematografico Marvel dopo Avengers:
Secret Wars. Non sappiamo esattamente come sarà l’MCU
dopo quel film, ma Alex Perez di The Cosmic Circus
ritiene che l’estetica anni ’60 sarà una “situazione unica e
irripetibile“. Lo scooper afferma di aver sentito “grandi
cose” su I Fantastici Quattro: Gli Inizi,
e sebbene sia una buona notizia, i fan rimangono in ansia per come
questi eroi si inseriranno nel più ampio MCU.
Per cominciare, c’è il Dottor
Destino. È prima di tutto un cattivo dei Fantastici Quattro che ha
una storia importante con la squadra e, più specificamente, con
Reed Richards. Tuttavia, sembra che Avengers:
Doomsday potrebbe essere la prima volta che lui, Sue, Ben
e Johnny incontrano Victor Von Doom. “Non sono sicuro che
provenga dal loro universo”, afferma Perez,
“principalmente perché non riceviamo un solo indizio di
dettaglio che dimostri che sappiano chi sia Victor Von Doom nel
loro universo [durante Fantastici quattro]”.
Ha senso che Destino non provenga
dalla stessa realtà dei Fantastici Quattro,
soprattutto per quanto riguarda il suo aspetto e i suoi piani per
il Multiverso (se quello che abbiamo sentito è vero, la casa del
cattivo è già stata distrutta). Tuttavia, il fatto che
Avengers: Doomsday sia il primo film in cui Mister
Fantastic e Dottor Destino si incrociano è un po’ deludente. I
Marvel Studios avrebbero potuto trarre vantaggio da un altro film
con la squadra per presentare Destino prima che diventi il
protagonista del finale in due parti della Saga del Multiverso, ma non era
destino.
Il film Marvel Studios I
Fantastici Quattro: Gli Inizi introduce la prima
famiglia Marvel composta da Reed Richards/Mister Fantastic
(Pedro
Pascal), Sue Storm/Donna Invisibile (Vanessa
Kirby), Johnny Storm/Torcia Umana (Joseph
Quinn) e Ben Grimm/la Cosa (Ebon
Moss-Bachrach) alle prese con la sfida più difficile
mai affrontata. Costretti a bilanciare il loro ruolo di eroi con la
forza del loro legame familiare, i protagonisti devono difendere la
Terra da una vorace divinità spaziale chiamata Galactus
(Ralph Ineson) e dal suo enigmatico Araldo, Silver
Surfer (Julia Garner). E se il piano di Galactus
di divorare l’intero pianeta e tutti i suoi abitanti non fosse già
abbastanza terribile, la situazione diventa all’improvviso una
questione molto personale.
Il film è interpretato anche da
Paul Walter Hauser, John Malkovich, Natasha Lyonne e
Sarah Niles. I
Fantastici Quattro: Gli Inizi è diretto da
Matt Shakman e prodotto da Kevin Feige, mentre Louis D’Esposito, Grant
Curtis e Tim Lewis sono gli executive producer.
Di seguito la trama del
romanzo: Un aereo da turismo cade sulle montagne innevate
dello Utah. Ha solo due passeggeri: un ortopedico di trentanove
anni, Ben Payne, e una giornalista di trentaquattro, Ashley Knox.
Lui ha fretta di tornare a casa per rappacificarsi con la moglie
con la quale aveva litigato, lei è in procinto di sposarsi. Il volo
che avrebbero dovuto prendere a Salt Lake City per Denver è stato
annullato per l’arrivo di una tempesta e Ben aveva noleggiato un
aereo privato offrendo un passaggio alla ragazza conosciuta
all’aeroporto. Ben, che ha delle costole rotte, e Ashley che ha una
frattura al femore, devono affrontare una situazione al limite
della sopravvivenza. Per fortuna lui è uno sportivo, un
appassionato trekker e quindi in grado di organizzare riparo e di
trovare cibo. Ben parla costantemente alla moglie in un piccolo
registratore che lei gli ha regalato, rievocando la loro storia
d’amore nel tentativo di riconciliarsi con lei. Ashley, che sente
parti del monologo, incomincia a interrogarsi sulla reale natura
del suo rapporto col fidanzato e si rende conto ogni giorno di più
della forte attrazione che prova nei confronti di Ben. Finalmente,
dopo un’odissea di settimane, i due raggiungono un punto
abiato e vengono trasportati all’ospedale dove lei è raggiunta dal
fidanzato. E Lui torna dalla moglie… La vita potrebbe riprendere
come prima… ma niente è come appare e Ben e Ashley si troveranno di
fronte a scelte del tutto inaspettate.
Le storie di sopravvivenza, in
special modo quelle che si svolgono in luoghi impervi e ai confini
del mondo civilizzato, sono il più delle volte un buono modo per
affrontare tematiche esistenziali e legate all’animo umano. Titoli
come Arctic,Cast Away, Vita di Pi o il più
classico Un tranquillo weekend di
paura sono alcuni esempi perfetti di questo filone
narrativo. Nel 2017 è arrivato al cinema anche un altro titolo a
suo modo appartenente a questo. Si tratta di Il domani
tra di noi (qui la recensione), diretto dal
regista palestinese candidato all’Oscar Hany
Abu-Assad.
Scritto da Chris
Weitz e J. Mills Goodloe, questo è
l’adattamento cinematografico del romanzo The Mountain Between
Us (in italiano tradotto come Le parole tra di noi).
Si tratta dell’ottavo romanzo dello scrittore Charles
Martin, pubblicato nel 2010. Per via dei numerosi premi
vinti e dall’ottima accoglienza di pubblico che il libro ha
suscitato, la Fox non ha esitato ad acquistarne i diritti per
realizzare una trasposizione cinematografica. Ha così preso vita un
racconto dove la speranza e l’ottimismo si riaffermano come valori
necessari all’uomo per poter andare avanti contro le avversità.
Interpretato da due celebri attori
di Hollywood e girato in vere location naturali, Il domani tra
di noi si è a sua volta affermato come un buon successo,
trovando in particolare l’approvazione degli appassionati del
genere. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà
certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità
relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti
possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al
cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali
piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.
Il domani tra di noi: la
trama del film e il finale
Il film ha inizio con due
sconosciuti che si incontrano al gate, in attesa di imbarcarsi
sull’ultimo volo disponibile. Lei è Alex Martin,
una fotoreporter di successo in viaggio per partecipare alle sue
nozze. Lui è Ben Payne, un medico di ritorno da
una conferenza per un’operazione chirurgica programmata nel giorno
seguente. Quando il volo viene cancellato per maltempo, Ashley
pensa di noleggiare un aereo privato e suggerisce a Ben di dividere
il mezzo. Il pilota riesce ad aggirare la tempesta ma un tragico
incidente, mentre sorvolano le montagne del Colorado, fa
precipitare l’aereo con i due passeggeri a bordo.
Ashley e Ben sopravvivono
all’impatto, riportando gravi ferite su tutto il corpo. Smarriti in
cima a un’isolata vetta innevata, sanno che a causa di un errore
del pilota le squadre di soccorso non arriveranno mai, e che
l’unica speranza di sopravvivenza è spostarsi in cerca di un
riparo. Così il medico e la giornalista, estranei fino a poche ore
prima, dovranno unire le forze e usare tutte le conoscenze a loro
disposizione per individuare i primi segni di civiltà. Nel
periglioso viaggio che dovranno affrontare ci sarà spazio per i
ricordi, i racconti personali, e la nascita di un’inaspettata
attrazione reciproca.
Per quanto riguarda il finale del
film, senza fare qui spoiler, è necessario sapere che questo
differisce parzialmente da quello del libro. I due protagonisti,
infatti, non si rincontrano in un caffe, bensì in un altro luogo.
Qui, oltre a parlare di quanto loro accaduto, si confidano gli
ultimi segreti ancora non raccontati l’uno all’altro. Si compiono
così una serie di rivelazioni sul passato di Ben, ma anche sulle
rispettive vite presenti. Pur modificando aspetti di questo tipo,
il film arriva ugualmente alla stessa conclusine, sottolineando
dunque le emozioni e i sentimenti che hanno permesso ai due di
affrontare quanto capitatogli.
Il domani tra di noi: il
cast del film
Prima di arrivare ai due attori che
hanno poi effettivamente interpretato i protagonisti, sono stati
necessari diversi provini. Inizialmente, il ruolo di Ben Payne era
stato offerto a Michael Fassbender e
Charlie Hunnam, i quali hanno però
rinunciato per via di altri impegni, portando a far ottenere la
parte a Idris Elba. Per
il ruolo di Alex Martin erano invece state prese in considerazione
le attrici Margot Robbie e Rosamund Pike, ma la loro
impossibilità a partecipare, anche in questo caso per via di altri
impegni, ha spinto i produttori a contattare la premio Oscar
Kate Winslet,
che ha accettato.
La Winslet si è poi dedicata anima e
corpo al suo personaggio, facendo pressione sul regista e i
produttori affinché le permettessero di girare una scena immersa
nell’acqua ghiacciata. Davanti alla loro titubanza, la Winslet
sottolineò il fatto di essere più che preparata per questo tipo di
scene, facendo riferimento all’esperienza del film
Titanic. La sintonia generatasi poi tra la Winslet ed Elba
ha favorito il rapporto che si genera tra i loro rispettivi
personaggi. Accanto a loro, completano il cast gli attori
Beau Bridges nei panni di Walter e Dermot
Mulroney in quelli di Mark, il fidanzato di Alex.
Linda Sorensen è Pamela, mentre Mercy
Myrdal interpreta Sarah.
Il domani tra di noi: il
trailer e dove vederlo in streaming e in TV
È possibile fruire di Il
domani tra di noi grazie alla sua presenza su alcune
delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete.
Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV,
Chili Cinema, Google Play, Apple iTunes, Amazon Prime Video e Tim
Vision. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di
riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un
abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale
comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre
presente nel palinsesto televisivo di martedì 6
dicembre alle ore 21:25 sul canale
Rete 4.
È arrivato al cinema il film
IlDomani Tra di Noi, diretto da
Hany Abu-Assad, adattamento del romanzo
The Mountain Between Us di Charles
Martin, dove due sconosciuti vengono uniti dal destino in
un evento che gli cambierà la vita.
Ne IlDomani Tra di Noi Lei, Alex Martin, interpretata
da Kate Winslet è una donna pratica e curiosa:
zaino in spalla, cappello da avventura in testa e una macchinetta
fotografica sempre in mano, pronta a catturare il momento perfetto.
Lui invece, Ben Bass, è un elegante neurochirurgo con il volto di
Idris Elba, sempre attaccato al suo telefono e
molto riservato. Si incontrano per caso davanti al banco del
check-in, dopo che il loro volo per Baltimora viene cancellato per
via di una tempesta in arrivo. Ma Alex deve assolutamente partire,
perché non può di certo mancare al suo matrimonio e così prenota un
volo privato e sentendo che Ben deve operare un bambino il giorno
dopo, gli “offre un passaggio”.
Tempo di entrare nell’hangar e
vedere il piccolo aereo su cui dovranno volare, che si capisce che
qualcosa andrà storto ed infatti poco dopo precipitano sulla cima
di una montagna innevata, salvandosi non si sa in che modo, insieme
al cane del pilota (che non sopravvive allo schianto) e con solo
tanta, tantissima neve intorno a loro. Inizia così una corsa alla
sopravvivenza: non solo per il freddo, la neve, il ghiaccio e il
maltempo, ma anche per lo scarseggiare di cibo e le tante insidie
che si nascondo nelle montagne.
Il domani tra noi: il
trailer del film con
Kate Winslet e Idris Elba
La montagna è senza dubbio la terza
protagonista di questa storia, un vero survival movie che si svolge
nel più classico dei modi: due persone totalmente opposte che messe
in una situazione estrema stringono una amicizia, se non di più,
imparando a collaborare, scontrandosi ma anche riuscendosi a
capire. Ma se da una parte l’occasione ci invita ad indagare
nell’aspetto psicologico dei due protagonisti, il regista ci fa
rimanere sempre e solo sulla superficie con dialoghi telegrafici,
non arrivando mai a farceli capire del tutto, ma anzi rendendo
alcune loro azioni quasi incomprensibili dal nostro punto di
vista.
Lasciando perdere effetti speciali
sofisticati, la forza di Il Domani Tra di Noi sta
nelle riprese realistiche dell’elemento naturale, girate da
Abu-Assad e la sua troupe a grandi altezza e in mezzo alle
intemperie, che fanno mantenere alta la tensione per grand parte
del film e regalano fotografie spettacolari delle montagne
canadesi.
Kate Winslet si ritrova suo malgrado in una
situazione di sopravvivenza e anche qua, dopo aver lasciato andare
Leonardo DiCaprio e essersi presa tutto il posto sulla
porta, dimostra una bella dose di egoismo misto a testardaggine,
che mettono anche in quest’occasione il suo compagno di avventura
in pericolo. Indubbia la sua bravura, ma questo non è di certo un
film degno della carriera della Winslet, né tanto meno di quella di
Idris
Elba.
Il film funziona finché rimane una
corsa alla sopravvivenza per Ben e Alex, ma il finale prende delle
svolte inaspettate dove si cerca anche un po’ di forzare la mano su
una storia d’amore quasi inesistente fino a poco prima.
Occasioni mancate e una
sceneggiatura banale, rendono Il Domani Tra di Noi
un film decisamente dimenticabile nella filmografia dei suoi
talentuosi protagonisti.
Verrà presentato il prossimo 16
novembre presso il cinema Barberini, nell’ambito del Festival del
Cinema di Roma Storia di un ragazzo
calabrese, docu-film dedicato alla vita di
Enzo Mirigliani, per oltre 50 anni organizzatore
del concorso di Miss Italia. Madrina
dell’evento, Caterina Murino, che sul palco
del concorso di bellezza più famoso d’Italia ha mosso i primi passi
della carriera, nel 1997.
La pellicola seguirà le vicende del
protagonista, partendo dal paese natio di Santa Caterina dello
Jonio fino ai successi del concorso, attraverso le parole di coloro
(amici, famigliari, ovviamente le sue Miss) che ne hanno incrociato
la strada.
Il progetto, ideato e realizzato da
un gruppo di giovani, capitanato da Nicola Pisu
Mirigliani nipote del protagonista, e dal regista
Simone di Maria (entrambi poco più che ventenni),
insieme agli sceneggiatori Marco Brozzi e
Myriam Caratù intende rivelarne al pubblico
aspetti prima poco conosciuti, soffermandosi soprattutto sulla
storia precedente al successo, lontana dai riflettori, raccontando
una vicenda umana che ha attraversato la distruzione della guerra,
ma che ha poi rappresentato lo spirito di rivalsa e la voglia di
realizzazione che ha dominato la ricostruzione, fino all’ideazione
del concorso, che in parte contribuì a ricreare un clima di
‘normalità’ e ‘leggerezza’ in Italia dopo il difficile periodo
post-bellico.
Il docu-film, realizzato anche
grazie al contributo della Regione Calabria, si avvale dei filmati
storici del concorso, anche tratti dall’archivio dell’Istituto
LUCE, ma anche di filmati amatoriali che riprendono la vita privata
di Mirigliani. Tra le testimonianze contenute nella pellicola,
quelle della figlia del ‘patron’ Patrizia Mirigliani, della moglie
Rosy Ragno, Fabrizio Frizzi e Carlo Conti, do Martina Colombari,
Denny Mendez, Mirka Viola, degli ex dirigenti di Raiuno Paolo De
Andreis e Mario Maffucci.
ATTENZIONE – L’ARTICOLO
CONTIENE SPOILER SU SPIDER-MAN: NO WAY HOME
Ci sono alcune prove in
Spider-Man:
No Way Home che sembrano supportare la teoria che
Doctor Strange sia stato malvagio per tutto il tempo. Benedict Cumberbatch interpreta ancora
una volta Doctor Strange nel film MCU, ma questa volta non sembrava
essere proprio se stesso. Sin dal debutto dei primi trailer di
Spider-Man:
No Way Home, le azioni di Doctor Strange sono sembrate
sbagliate, in particolare il suo desiderio di aiutare Peter Parker
con un incantesimo che ha conseguenze così disastrose.
Oltre a ciò, la sua mancanza di
empatia per i cattivi raccolti dal multiverso sembra
particolarmente insolita per qualcuno che dovrebbe essere un
Vendicatore. Inoltre, Strange è distante per tutto il film, senza
che ci venga mai fornito il suo punto di vista.
Un’ulteriore conferma sulle prove
che Strange non fosse se stesso in Spider-Man: No Way Home è l’intera
sequenza di esecuzione dell’incantesimo stesso, che attraversa le
parti conosciute e sconosciute del multiverso. Wong mette in
guardia Strange sull’usare l’incantesimo, ma Strange lo esegue
comunque, come se fosse una cosa semplice. La mancanza di
spiegazioni a Peter prima di lanciare l’incantesimo, in particolare
con Peter che lo interrompe, e la mancanza di controllo di Strange
su ciò che sta facendo, suggerisce che qualcosa non va nel buon
dottore.
Doctor Strange è sempre stato
arrogante e competitivo
Il dottor Strange è sempre
stato un personaggio un po’ burbero, pieno di un’arroganza
sfacciata che deriva dai suoi giorni come chirurgo di successo. In
molti modi, questo è legato al fatto che il suo personaggio è
ambizioso, il che può avere risultati devastanti per qualsiasi
personaggio. Dopo il suo incidente d’auto in Doctor Strange, cerca
modi per guarire se stesso e quando viene esposto alle possibilità
di ciò che potrebbe imparare dallo Stregone Supremo, diventa
ossessionato dall’apprendimento e dalla padronanza di quelle
abilità. Alla fine usa i suoi nuovi doni a fin di bene, ma anche la
minima deviazione da ciò avrebbe potuto portarlo in una direzione
diversa.
Lo si vede di nuovo in Thor:
Ragnarok dove aiuta Thor e Loki a trovare il loro
padre, Odino, anche se tortura un po’ Loki con i suoi portali (un
altro indizio sulla propensione di Strange per la mancanza di
simpatia verso i cattivi). Le sue ultime due apparizioni in
Avengers: Infinity War e Avengers:
Endgame lo mostrano combattivo con Tony
Stark, nell’alterco sull’affermarsi sull’altro (che ribatte a
tono), anche se alla fine si setta sul quello che è un ruolo più
eroico, dando a Stark la risposta di cui ha bisogno per battere
finalmente Thanos. Alla fine ha sempre fatto la cosa giusta, ma
la tendenza all’arroganza potrebbe facilmente trasformarlo in un
Doctor Strange che imbocca la strada sbagliata, e c’è già un
precedente per questo nel MCU.
L’MCU ha già anticipato quanto
sarebbe facile avere un malvagio Doctor Strange
Il dottor Strange che
diventa malvagio è già stato esplorato nel MCU nella serie Disney+What If…? dopo
che la conseguenza del suo incidente d’auto non sono le mani
maciullate ma la morte di Christine Palmer (Rachel McAdams). La storia alternativa di
quella storia vede Strange ancora alla ricerca delle arti mistiche,
ma diventa ossessionato dall’idea di tornare indietro nel tempo per
salvare Palmer. Fa molti tentativi di salvarla, ma la storia
finisce sempre con la sua morte, un risultato che non può
accettare.
Inizia ad assorbire altri esseri
magici per diventare uno stregone onnipotente, deciso nella sua
missione di salvare Christine senza riguardo per le conseguenze.
Alla fine, diventa “Strange Supreme” e combatte il suo io buono,
che assorbe per ottenere abbastanza potere per salvare Christine.
Tuttavia, lei lo respinge nella sua forma malvagia; mostrando così
che ha distrutto l’universo per niente e lasciandolo a soffrire da
solo con il suo dolore e con ciò che è rimasto. Sebbene questa sia
solo una realtà, è una perfetta intuizione di quanto lontano
potrebbe spingersi Strange se si trovasse di fronte a un tale
dilemma nell’attuale MCU, un percorso verso il male totale e
completo.
Il comportamento di Doctor Strange
No Way Home sembra strano
Per qualcuno che è
diventato il nuovo erede al titolo di Stregone Supremo alla fine
del suo primo film da solista, Doctor Strange sembra aver perso il
suo tocco in Spider-Man:
No Way Home. Wong è il nuovo Stregone Supremo, poiché
ha assunto il ruolo quando Strange è stato fuori gioco per cinque
anni, dopo i fatti di Avengers: Infinity War.
Strange ha aiutato nella battaglia finale di Avengers: Endgame, ma la sua
abilità magica in No Way Home non ha la sua solita
precisione e concentrazione. L’atteggiamento di Strange sembra
quasi ribelle, in particolare verso Wong quando avverte Strange dei
pericoli di lanciare quel particolare incantesimo.
Le sue azioni non tornano, e la sua
mancanza di umiltà nel rifiutarsi di ammettere di aver permesso che
l’incantesimo fosse manomesso dall’inizio suggerisce che non è se
stesso.
È anche strano che metta
l’adolescente Peter Parker a capo di una spedizione per radunare i
cattivi del multiverso. Potrebbe arruolare più stregoni per
contribuire a portare a termine il compito, o altri Vendicatori, ma
non lo fa, e la sua decisione di non farlo fa sembrare che stia
cercando di mantenere segreto l’incidente. Arriviamo a porci la
domanda: Doctor Strange aveva ulteriori motivi per cancellare la
conoscenza di Spider-Man? Per non parlare dell’apertura di un
multiverso per consentire ai cattivi di filtrare attraverso le
fessure dello stesso.
L’attitudine di Strange verso la
morte è molto sospetta
Quando i cattivi del
multiverso iniziano ad apparire, Strange non solo costringe
Spider-Man ad andare a radunarli, ma è pronto a mandarli
immediatamente a morire. Mentre Spider-Man, che incontra per la
prima volta questi nuovi cattivi in No Way Home, scopre che
possono essere riscattati o salvati, salvando potenzialmente molte
vite in altri universi, Strange è categoricamente contrario. Questo
alterco genera uno scontro trai due che sembra più una battaglia
tra il bene e il male che un semplice malinteso morale.
Avendo appena salvato metà
dell’universo, si potrebbe pensare che Strange sia disposto a
salvare più vite, ma in questo caso vuole semplicemente che i
villain spariscano premendo un pulsante. La sua posizione sulla
volontà di mandare queste persone alla morte non è mai
razionalizzata come “un bene più grande”, ma più come un problema
che semplicemente non vuole affrontare.
Strange è estremamente incline a
lasciar morire la gente, e anche alla fine, quando poi realizza il
suo incantesimo, lo esegue con la fretta di sistemare un pasticcio
che ha combinato, con l’ansia di farsi scoprire.
Il trailer di Doctor Strange 2
anticipa un malvagio Doctor Strange
Il più grande indizio di
un Dottor Strange malvagio arriva sotto forma di scena dei titoli
di coda, un teaser per
Doctor Strange in the Multiverse of Madness. Strange
ha chiesto per la prima volta l’aiuto di Wanda Maximoff, alias
Scarlet Witch, che si è dilettata nelle arti oscure e ha causato
gravi danni durante gli eventi di WandaVision. Ma l’inquadratura finale mostra
Strange che affronta una versione malvagia di se stesso che
assomiglia in modo sorprendente a Strange Supreme di What
If…?.
Questa versione malvagia di Doctor
Strange dice: “Le cose sono appena sfuggite di mano”, il che
potrebbe certamente essere parte della sua spiegazione rivolta allo
Strange buono, in merito a ciò che ha causato la sua discesa nella
cattiveria. Questa scena anticipata del sequel contiene forse le
chiavi del comportamento di Strange in Spider-Man: No Way
Home, forse alludendo al fatto che è stato sotto
l’influenza di forze oscure per tutto il tempo, e sulla quali
potrebbe non aver avuto alcun controllo. Tutto sarà (probabilmente)
rivelato quando
Doctor Strange in the Multiverse of
Madness uscirà il 6 maggio 2022.
Casey Affleck sembra vicino a
trovare un compratore per il suo strano documentario su Joaquin Phoenix: la Magnolia è infatti in
trattative per acquistare i diritti…
Netflix
ha recentemente aggiunto al suo catalogo un film polacco dal titolo
Il Divorzio, che è salito subito in Top 10. Il
film segue il viaggio assurdamente complicato di Jacek e Malgosia,
una coppia separata che cerca di ottenere un divorzio sancito dalla
chiesa. Il film esplora come le scelte personali siano influenzate
dalle aspettative sociali e religiose e dalle sfide del voltare
pagina.
Con una narrazione arguta e
umoristica, il film polacco di 90 minuti
scava nella natura invadente delle istituzioni religiose,
evidenziando come la rigida aderenza della chiesa alla sacralità
del matrimonio complichi le decisioni individuali. Mentre l’ex
coppia affronta la richiesta della chiesa di prove e
giustificazioni del loro passato, la storia adotta un approccio
spensierato, veloce e comico per esplorare le dinamiche familiari.
Evidenzia anche come le persone che lottano per un cambiamento nel
privato possano rimanere intrappolate da pressioni istituzionali e
aspettative sociali, che spesso le rendono cieche rispetto ai
propri obiettivi.
Sebbene possa offendere
alcuni credenti, il film ritrae la battaglia in corso tra
prospettive secolari e relazioni moderne, offrendo una rinfrescante
interpretazione delle sfide dell’amore e dell’impegno.
La trama del film Netflix Il
Divorzio
La scena iniziale del film rivela
che Jacek e Malgosia si sono sposati molti anni fa, quando avevano
entrambi 20 anni. Hanno anche una figlia che frequenta l’università
di nome Ilona. Tuttavia, dopo la separazione, i due individui sono
andati avanti con le loro vite. Malgosia, un direttore d’orchestra
presso il club per bambini della scuola, è felicemente sposata con
Andyzej, un tassista, e la coppia ha una figlia, Ala.
Jacek, d’altra parte, è fidanzato,
ma ha bisogno dell’approvazione della chiesa per il suo divorzio
prima che le nozze possano procedere. Quando Malgosia partecipa al
funerale della madre di Jacek, Jacek chiede un favore alla sua ex
moglie: collaborare con lui per annullare il loro matrimonio agli
occhi della chiesa. Malgosia non vede alcun problema nell’accettare
di aiutare con i documenti finché non si rende conto che la chiesa
non è così accomodante quando si tratta di annullare
l’istituzione del matrimonio per motivi religiosi.
Come va il primo impatto di Jacek e Malgosia con la
Chiesa?
Dopo aver presentato documenti che contengono una serie di domande
personali riguardanti il loro matrimonio e la loro relazione
personale, Malgosia è sorpresa di apprendere che la chiesa l’ha
convocata per un interrogatorio. Dopo aver incontrato un prete e il
suo assistente molto religioso, si rende conto che la strada per
ottenere l’approvazione del divorzio non sarà così facile. Quando
trova una vecchia conoscenza come testimone di Jacek che blatera su
cosa pensa del matrimonio della coppia, Malgosia afferma frustrata
di ritirare la richiesta di divorzio con Jacek.
Perché la chiesa non sanziona
semplicemente il divorzio della coppia?
Il giorno seguente, il prete e il
suo assistente vanno a trovare Malgosia sul posto di lavoro per
informarla che una dichiarazione di nullità del
loro matrimonio richiederà una sentenza del Vaticano. Per questo,
la coppia dovrà fornire prove di problemi all’interno del loro
matrimonio, che è la base della richiesta. Il motivo di
questa prova è che la chiesa crede nell’istituzione del
matrimonio. Dal momento che Jacek e Malgosia si sono
sposati in una chiesa secondo i sacri termini del matrimonio, è
fondamentale che aderiscano a tali termini.
Tuttavia, poiché non vivono più
secondo tali principi e stanno facendo ciò che desiderano, la
chiesa ora li sta processando per rendere conto del perché stanno
facendo un simile passo dopo aver inizialmente scelto di sposarsi
di fronte a un’istituzione. In sostanza, si chiede perché le
persone facciano certe cose in primo luogo quando non ci credono
più.
Come sta affrontando Malgosia la
sua vita attuale?
Mentre affronta la questione del
divorzio, si scopre che la famiglia di Malgosia ha bisogno di lei.
Dopo sette anni di esibizioni con la madre nell’orchestra, che le
hanno fatto guadagnare spesso ingaggi in giro per la città, Ala ha
improvvisamente deciso di smettere.
Nel frattempo, la sua relazione con
Andyzej inizia a mostrare segni di tensione, mentre Malgosia è
sempre più distratta dallo stress di gestire il suo capo, la
chiesa, e dal tentativo di districarsi dai problemi che Jacek ha
causato nei suoi sforzi per garantire un nuovo inizio. Pensa che
Jacek sia sempre stato immaturo e non si sia mai preso le
responsabilità delle sue azioni, e anche questa volta sembra che
sia lei a sopportare un peso maggiore di lui.
Come cercano Malgosia e Jacek di
manipolare la chiesa?
Dal momento che Malgosia e Jacek
hanno avuto la figlia, Ilona, fuori dal matrimonio, il che è
considerato un atto empio dalla chiesa, il duo escogita un modo per
mentire e presentare Jacek come una persona problematica che ha
spinto Malgosia a lasciare il matrimonio. Tuttavia, la chiesa non
accetta scuse e chiede prove a sostegno delle loro affermazioni.
Padre Tomasz manda persino l’ex coppia da un avvocato, ma non li
aiuta molto a causa della sua lealtà alla chiesa stessa.
Nel frattempo, il duo contatta un
altro vecchio amico che era uno degli ospiti ubriachi al loro
matrimonio ma che nel frattempo è diventato sobrio. Cercano di
corromperlo con una notevole somma di denaro per mentire di fronte
alla chiesa, chiedendogli di dire che Jacek era un ubriacone e non
sapeva leggere correttamente i suoi voti.
Come si sbrogliano le dinamiche
familiari?
Sulla via del ritorno, Jacek si
lascia andare alla malinconia dei vecchi tempi. Tuttavia, Malgosia
gli ricorda che non sono più le stesse persone; entrambi vivono
vite drasticamente diverse con altri partner. Più tardi, alla cena
di famiglia, quando la fidanzata di Jacek esprime la sua ansia per
i documenti del divorzio, Andyzej e Jacek hanno un piccolo
battibecco dopo che Jacek menziona di essere un padre devoto per
Ilona.
Andrzej sottolinea come Jacek sia
stato assente per la maggior parte della vita di Ilona. Dopo aver
visto Ilona e il suo fidanzato, Malgosia decide di passare la notte
a festeggiare con la sua “prima famiglia”, che include Jacek.
Questa scelta sconvolge Andyzej, che è già frustrato per il rifiuto
della sua borsa di studio e si sente incapace di parlarne con
Malgosia perché è preoccupata per altri problemi.
Più tardi, il capo di Malgosia
scopre che diversi membri della band sono assenti dalle prove dopo
aver appreso che dovranno esibirsi per un ministro locale che vuole
riaprire in modo cerimoniale una stazione già funzionante. Poiché
anche Ala ha lasciato la band, Malgosia parla con sua figlia della
sua decisione. Chiede se Ala ha lasciato la band per dispetto o se
vuole davvero intraprendere una strada diversa.
La spiegazione del finale de Il
Divorzio
La fase finale del processo della
chiesa viene alla luce e Malgosia e Jacek vengono nuovamente
convocati insieme di fronte a un prete del Vaticano tramite una
chiamata via Zoom. Questa volta, la chiesa fa comparire il prete
che ha officiato il loro matrimonio. Durante l’interrogatorio, il
prete dà una risposta vaga, suggerendo che Jacek non era ubriaco il
giorno delle loro nozze e che sembravano una coppia follemente
innamorata.
Tuttavia, Malgosia interroga il
prete, chiedendogli se si ricordava di aver battezzato la loro
figlia, Ilona. Quando lui risponde di sì, lei lo chiama in causa
davanti a tutti, rivelando che Ilona in realtà è stata battezzata
in una chiesa diversa, più vicina alla casa della famiglia di
Jacek. Questa rivelazione mette i preti in una posizione
imbarazzante e chiedono più tempo per giungere a una
conclusione.
Frustrato, Jacek interrompe,
pronunciando un discorso emozionante. Ammette di essere stanco
delle bugie e delle storie inventate solo per ottenere un semplice
divorzio per un matrimonio che non esiste più. Confessa di essere
stato immaturo e ingenuo quando si sono sposati a 20 anni e dice
che la decisione è stata in gran parte dovuta alla
pressione della chiesa dopo che avevano avuto un figlio prima del
matrimonio.
Esprime quanto sia ingiusto mettere
dei giovani in una posizione così difficile. Jacek ammette anche di
non essere stato lì per Malgosia e le augura il meglio per la sua
vita attuale, che include una bella famiglia. Spera anche di avere
la stessa felicità con la sua fidanzata. Conclude il discorso
dicendo che questo processo è stato estenuante per tutti i soggetti
coinvolti. Il prete in chiesa ascolta in silenzio e lo perdona.
Tuttavia, il prete del Vaticano, ignaro della maggior parte di ciò
che è stato detto, non risponde: il suo schermo si è bloccato a
causa di una scarsa connessione Internet durante la chiamata
Zoom.
La chiesa approva il divorzio di
Jacek e Malgosia?
Il Divorzio film 2024 – Cortesia Netflix
Mentre l’ex coppia attende la
decisione della chiesa, vediamo Malgosia chiudere i suoi legami con
Jacek, indipendentemente dall’esito. Riesce anche a radunare i suoi
studenti per il concerto, dove scopre che anche sua figlia, Ala, ha
deciso di unirsi a loro. La squadra riesce ad arrivare alla
stazione per l’esibizione. Sulla via del ritorno, Malgosia si scusa
con suo marito, Andyzej, riconoscendo che è stato incredibilmente
premuroso, comprensivo e paziente con lei per tutto quel periodo.
Ammette che è stato sbagliato da parte sua non esserci per lui
quando aveva bisogno di lei. I due si riconciliano e finiscono per
pomiciare in macchina.
Il finale di Il
Divorzio ci rivela che la chiesa accetta finalmente la
richiesta di divorzio di Jacek e Malgosia, annullando la sacralità
del loro matrimonio. Vediamo Jacek sposare la sua fidanzata nella
stessa chiesa, con Malgosia e la sua famiglia come testimoni,
mentre padre Tomasz celebra il secondo matrimonio di Jacek.
Guarda il trailer del film
Originale NetflixIl
Divin Codino che celebra l’uomo oltre il mito,
con un film che segue la carriera calcistica di Roberto
Baggio.
Partendo dagli esordi nelle fila
del Lanerossi Vicenza e passando dal controverso calcio di rigore
della Finale di Coppa del Mondo 1994 tra Italia-Brasile, il film
ripercorre la vita di Baggio, dal suo difficile debutto come
professionista fino all’addio ai campi. Una carriera lunga 22 anni
che, attraverso gli infortuni, il rapporto di amore-odio con i suoi
tifosi, le incomprensioni con alcuni dei suoi allenatori e il
rapporto con la sua famiglia, racconta i grandi successi sul campo
di un calciatore fenomenale.
È DIODATO l’autore e interprete di
“L’UOMO DIETRO IL CAMPIONE”, la main song che fa parte della
colonna sonora del film Il
Divin Codino. Il brano è in uscita il 14 maggio
su tutte le piattaforme di streaming e digital downloading, in
contemporanea al videoclip ufficiale su YouTube.
“L’UOMO DIETRO IL CAMPIONE” è il
fedele racconto in musica della leggenda di Roberto Baggio.
Un arrangiamento dinamico, esuberante e plissettato di rock fa da
tappeto alle parole di Diodato che, col suo timbro gentile,
costruisce un crescendo in cui si fanno spazio emozioni di una
storia tutta italiana.
Un film NETFLIX in associazione con
MEDIASET prodotto da FABULA PICTURES in associazione con TRENTINO
FILM COMMISSION e con la sostenibilità ambientale T-Green Film in
collaborazione con Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del
Ministero Della Cultura (MIC)
Netflix ha diffuso nella sera il teaser
trailer di Il
Divin Codino, l’annunciato film italiano originale
Netflix sulla storia di Roberto Baggio.
L’uomo che ha ispirato intere
generazioni a giocare a calcio. E non solo. Un calciatore unico,
capace di emozionare i tifosi di tutto il mondo. La storia de Il
Divin Codino è in arrivo su Netflix. Diretto da Letizia
Lamartire con protagonisti Andrea Arcangeli,
Valentina Bellè, Antonio Zavatteri, Thomas Trabacchi, Andrea
Pennacchi
È stato uno dei
calciatori più amati d’Italia, ha portato con onore e fierezza la
maglia azzurra, insieme a quella della Juventus e di altre squadre
del campionato di Serie A, ma la sua carriera, seppure gloriosa,
sembra ruotare ancora oggi intorno ad un solo rigore sbagliato. Lui
è Roberto Baggio e quel rigore è quello calciato
al Brasile nella notte dell’esteta del ’94 quando l’Italia perse la
finale della Coppa del Mondo di Calcio.
Il
Divin Codino, nuovo film Netflix in collaborazione con Mediaset, racconta il
Baggio uomo e sembra far ruotare tutta la sua storia intorno a
quell’unico rigore calciato alto in un’intera carriera. Non perché
fosse rappresentativo di un fallimento, ma perché la carriera e
Robi è sempre stata caratterizzata da sfide, e infatti il claim del
film recita “E’ come ti rialzi che ti rende un campione”.
E Baggio ne sa molto di rialzarsi e riprendere a lottare. Ma come
mai anche dopo tanti anni quel rigore sbagliato continua a
pesare?
“Quel rigore non si cancella”
“Il discorso del
rigore non sarà mai archiviato – spiega Roberto
Baggio, in collegamento Zoom per la presentazione del film
– il Mondiale era il mio sogno calcistico e non posso metterlo
da parte, perché sono stato io a dare il colpo di grazia a quella
finale. L’ho vissuto malissimo perché l’ho rincorso e sognato di
vincerlo per milioni di notti, poi la realtà è stata quella a cui
non avevo mai pensato. E’ un errore che non cancelli”.
A dare corpo e voce a
Roberto Baggio nel film diretto da Letizia
Lamartire è Andrea Arcangeli che lavora
bene sulla mimesi fisica e che ha confessato: “E’ un ruolo che
ti ricopre di responsabilità, ci si sente più pesanti di 100 chili,
pensi che nessuno possa fare Baggio, ero scettico, invece c’era
molto coinvolgimento emotivo sul progetto e mi sono fatto
trascinare. Ho lavorato sulla fisicità, sull’accento, abbiamo
dovuto muoverci dentro a certi paletti per dare credibilità alla
sua vita, altrimenti sarebbe stata un’imitazione. Ho messo del mio
e rubato qualcosa da Roberto, che è stato fondamentale. Lui stesso
mi ha scaricato della responsabilità di interpretarlo, mi ha solo
detto, viviti questa esperienza, vivi l’occasione. Baggio è
stato la chiave per farmi capire cosa prendere di questa
esperienza”.
E sembra che il diretto
interessato sia stato molto felice dell’interpretazione di
Arcangeli: “Credo che Andrea abbia fatto questo percorso con
grande passione e sono grato alla produzione per aver fatto un
lavoro incredibile che mi rende felice. Io e mia moglie (nel
film interpretata da Valentina Bellè) abbiamo
cercato di dare loro il maggior supporto possibile, raccontando in
maniera semplice la nostra vita. Anche se non dovrei essere io a
giudicarlo, mi sembra molto reale, racconta di episodi
successi davvero, che hanno fatto parte della mia vita. Abbiamo
anche trascorso dei giorni insieme per farci conoscere, diverse
volte siamo stati anche sul set e leggevo loro le battute del
copione”.
Più che la carriera
sportiva per club, Il
Divin Codino rappresenta le tappe della vita di
Roberto Baggio attraverso il calcio, e
principalmente la sua storia d’amore con la maglia azzurra, come
spiega la regista, una storia d’amore che scandisce tutti e tre gli
atti del film. Ma la cosa che sembra essere stata una costante
nell’esperienza calcistica di Baggio è la sfortuna, gli infortuni
alla vigilia di momenti importanti. Baggio, da buddista convinto,
parla di karma: “Il mio karma è dover combattere ogni volta che
mi avvicino a qualcosa che desidero, all’inizio era difficile, poi
il buddismo mi ha aperto il mondo, questa è la missione di questa
mia vita e lo faccio con serenità. E’ una difficoltà, è sempre
stato così, una volta mi pesava, oggi combatto”.
Ma Roberto
Baggio non è solo impegno, lavoro e dedizione, è anche un
uomo garbato e simpatico, che ha condiviso con il pubblico la
nascita della sua pettinatura storica, che dà anche il titolo al
film: “E’ nato per gioco, durante i mondiali del ’94 in
USA. In hotel c’era una cameriera di colore con delle treccine
molto belle e parlando con lei, mi propose di farle anche io.
Così ha iniziato a farmi le treccine. Quando mi sono cresciuti
i capelli, per non avere impiccio durante le partite, li ho
legati”.
Arriva il 26 maggio su NetflixIl
Divin Codino, il film che racconta la vita e la
parabola umana, più che la carriera, di uno dei calciatori italiani
più amati di sempre: Roberto Baggio. Il film, scritto da
Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo e diretto da
Letizia Lamartire, vede protagonisti Andrea Arcangeli,
Valentina Bellè, Antonio Zavatteri, Andrea Pennacchi e un
inedito Martufello, travolgente nel ruolo di Carlo
Mazzone.
È il 1970, la nazionale italiana
perde la finale della Coppa del Mondo contro il Brasile. Un piccolo
Roberto Baggio promette al padre, triste per la sconfitta: “Non
ti preoccupare, te la vinco io la finale con il Brasile”. È
già una nota amara che apre il film, una nota ineluttabile che
immaginiamo tutti culminerà proprio con quella finale e quel rigore
calciato alto, lui che non aveva mai calciato un rigore alto in
tutta la sua vita e mai lo rifarà.
La storia raccontata da Il Divin
Codino
Partendo dagli esordi nelle fila del
Lanerossi Vicenza e passando dal controverso calcio di rigore della
Finale di Coppa del Mondo 1994 tra Italia-Brasile, il film
ripercorre la vita di Baggio, dal suo difficile debutto come
professionista fino all’addio ai campi.
Una carriera lunga 22 anni che,
attraverso gli infortuni, il rapporto di amore-odio con i suoi
tifosi, le incomprensioni con alcuni dei suoi allenatori e il
rapporto con la sua famiglia, racconta i grandi successi sul campo
di un calciatore fenomenale.
Proprio intorno a quell’evento
segnante si concentra il film di Lamartire, non perché quello sia
stato io fulcro della vita e della carriera di Roberto Baggio, ma
perché quel momento è una delle tante cadute dell’uomo Roberto e
del calciatore Baggio. Il
Divin Codino è il racconto di tutte le volte che
Baggio ha scelto di rialzarsi nonostante gli eventi e le avversità
che lo hanno travolto.
Una storia di rincorse
La tagline del film è infatti
“E’ come ti rialzi che ti rende un campione” e la chiave
del film e della scelta del punto di vista del racconto è tutta
qui. Nell’arco della narrazione, Baggio viene sempre raccontato
alla vigilia di un grande evento, quando viene messo di fronte alle
avversità: che sia l’infortunio dopo la firma con la Fiorentina, o
il rigore citato, oppure l’altro infortunio prima della
convocazione in Nazionale per i Mondiali di Tokyo. Roberto sceglie
sempre di rialzarsi, indipendentemente dal risultato, sceglie
sempre di avere fede e di andate avanti. Il buddismo, che lo ha
aiutato a scegliere sempre di combattere recita una parte
importante nel film, così come lo è stato in tutto il corso della
sua vita, e il desiderio di accettazione da parte del padre, trofeo
che Roberto rincorre per tutta la vita e che arriva solo a fine
carriera.
L’importanza della famiglia
In mezzo ci sono gioie, paure,
speranze, vittorie e avversità, tutte affrontate con umiltà e
onestà, accanto alla proprio famiglia, alla moglie devota e solida,
un sostegno fondamentale per la sua carriera.
Non corriamo però il rischio di
sovrapporre la nobile parabola sportiva e umana di Roberto Baggio
al film, che purtroppo, pur avendo ben chiaro il suo percorso si
riduce ad una serie di quadri che non hanno un grande valore
cinematografico e che mirano a fare da eco a vicende di grande
spessore sportivo e umano.
Quello che però il film riesce a
raccontare bene è il Roberto più intimo, grazie soprattutto a
Andrea Arcangeli, interprete delicato che riesce a
restituire quella calma e quella purezza d’animo di un calciatore
che rimane trai più amati del calcio italiano, quel calciatore a
cui il suo pubblico ha persino perdonato quel rigore troppo alto,
quel rigore che lui stesso, lo ha detto, non si perdonerà mai.
Come ormai saprete tutti,
Karen Gillian ha voluto rasarsi completamente
a zero per la parte di Nebula in Guardiani della
Galassia dimostrando grande professionalità
poichè grazie al reparto trucco ovviamente non sarebbe stato
difficile farla apparire calva; nonostante questo oggi arriva
online il divertente video del fatidico momento del volontario
taglio di capelli che potete vedere qua sotto
Trama: L’audace esploratore Peter
Quill è inseguito dai cacciatori di taglie per aver rubato una
misteriosa sfera ambita da Ronan, un essere malvagio la cui
sfrenata ambizione minaccia l’intero universo. Per sfuggire
all’ostinato Ronan, Quill è costretto a una scomoda alleanza con
quattro improbabili personaggi: Rocket, un procione armato; Groot,
un umanoide dalle sembianze di un albero; la letale ed enigmatica
Gamora e il vendicativo Drax il Distruttore. Ma quando Quill scopre
il vero potere della sfera e la minaccia che costituisce per il
cosmo, farà di tutto per guidare questa squadra improvvisata in
un’ultima, disperata battaglia per salvare il destino della
galassia.
Harrison Ford
torna nel ruolo del leggendario eroe archeologo per l’attesissimo
ultimo capitolo dell’iconico franchise, un’epica e travolgente
avventura in giro per il mondo. Insieme a Harrison
Ford, il cast del film include Phoebe
Waller-Bridge (Fleabag), Antonio
Banderas (Dolor y gloria), John
Rhys-Davies (I predatori dell’arca perduta),
Shaunette Renée Wilson (Black Panther), Thomas
Kretschmann (Das Boot),
Toby Jones (La Talpa), Boyd
Holbrook (Logan – The Wolverine), Olivier
Richters (Black Widow), Ethann Isidore
(Mortale) e Mads Mikkelsen (Un altro
giro).
Diretto da James Mangold (Le Mans ‘66 – La
grande sfida, Logan – The Wolverine) e con
una sceneggiatura scritta da Jez Butterworth & John-Henry
Butterworth e David Koepp e James Mangold, basata sui personaggi
creati da George Lucas e Philip Kaufman, il film è prodotto da
Kathleen Kennedy, Frank Marshall e Simon Emanuel, mentre
Steven Spielberg e George Lucas
sono i produttori esecutivi. La colonna sonora è composta ancora
una volta da John Williams, che ha firmato le musiche di ogni
avventura di Indiana Jonesa
partire dall’originale I predatori dell’arca
perduta nel 1981.
C’è chi lo disprezza, chi lo
idolatra, chi invece lo considera un attore come un altro. Sacha Baron Cohen non ha fatto altro, nella
sua carriera cinematografica, che dividere e far discutere, con le
sue particolari messe in scena, e con la sua grandissima abilità di
creare personaggi che per più motivi sono di rottura con l’ambiente
in cui vengono calati.
Precedentemente Cohen aveva messo
alla berlina la stampa e la moda, realizzando due film decisamente
sopra le righe, con Borat e
Bruno. Ora si dedica invece alla presa in giro,
non solo di tutte le dittature mediorientali, ma anche delle
cosiddette democrazie occidentali, facendo particolare riferimento
agli Stati Uniti ovviamente. Ne Il Dittatore,
Cohen è l’ammiraglio generale Haffaz Aladeen, sovrano assoluto di
un piccolo stato mediorientale e nemico giurato della democrazia.
Nel suo regno egli è sovrano assoluto, governando con la più cieca
negligenza e la più totale noncuranza del suo popolo. Ovviamente in
molti lo vogliono morto e così Aladeen si procura dei sosia che
come compito hanno quello di “farsi sparare in testa al suo posto”.
Un suo viaggio negli Stati Uniti lo porterà a conoscere altre
realtà e soprattutto a riconsiderare la sua concezione di
dittatura, democrazia e amore.
Il Dittatore, il film
Il Dittatore
scritto e prodotto da Sacha Baron Cohen è forse il suo prodotto meno
riuscito, dal momento che viene a mancare in questo caso la
componente più graffiante e superflua del suo cinema, ovvero
l’oscenità e la volgarità totali. Pur non essendo un film privo di
queste caratteristiche, Il Dittatore si muove
prevalentemente negli schemi della narrazione tradizionale e solo
in alcuni momenti presenta delle trovate davvero anticonformiste
che fanno riferimento al mondo contemporaneo, come il discorso
conclusivo di Aladeen. Divertente invece è il riferimento
secondario al mondo dello spettacolo hollywoodiano e alla sua
“commerciabilità”: diversi attori prestano il nome (alcuni anche il
volto) a battute irriverenti e scostumate che esalteranno
sicuramente il pubblico.
Il Dittatore si
basa esclusivamente sul suo protagonista: Sacha Baron Cohen si cala nel personaggio, lo
aiuta a nascere e a venir fuori dalla storia, regalandogli tic,
manie, caratteristiche e nevrosi in maniera del tutto verosimile e
trasformando il suo accento solo come un grande attore riesce a
fare. Nel cast del film anche Sir Ben Kingsley che aveva di recente incrociato
la strada di Cohen in
Hugo Cabret di Scorsese, e che qui interpreta il
cospiratore zio del dittatore;
Anna Faris, nei panni di una energica ambientalista e
femminista americana; John C. Reilly e
Megan Fox in piccoli ruoli.
Sotto testi (neanche troppo)
sottointesi si sprecano e il film va avanti, giustamente, per la
modesta durata di 84 minuti, senza il classico lieto fine lasciando
addosso la sensazione che infondo sono davvero poche le cose che
possono cambiare al mondo, e tra questa non figurano gli
uomini.
Da oggi 17 ottobre sarà disponibile in
Blu-ray e Dvd la commedia più irriverente dell’anno, Il Dittatore.
Nei panni del violento ed anti-occidentale dittatore Aladeen,
Il
discorso perfetto (qui
la recensione) è una commedia romantica francese del 2020
diretta da Laurent Tirard, che
combina ironia, introspezione e sentimento in una narrazione
brillante e coinvolgente. Il film si distingue per la sua struttura
originale e per il modo in cui affronta le nevrosi contemporanee,
seguendo il protagonista Adrien, un uomo alle
prese con l’ansia, la solitudine e un discorso da preparare per il
matrimonio della sorella. Attraverso uno stile narrativo che
alterna pensieri interiori e realtà, il film regala momenti di
comicità intelligente e profonda riflessione emotiva, mantenendo
sempre un tono leggero ma mai superficiale.
La pellicola è tratta dal romanzo
Le discours di Fabcaro
(pseudonimo di Fabrice Caro), celebre autore di
graphic novel e romanzi satirici. L’umorismo surreale e la
sensibilità emotiva dell’autore permeano anche l’adattamento
cinematografico, che riesce a restituire fedelmente il senso di
inadeguatezza e il flusso continuo di pensieri che caratterizzano
il protagonista. Come accade in altri film che ruotano intorno a un
discorso importante — si pensi a Il discorso del re per la tensione da prestazione o a
Questione di tempo per la componente sentimentale —
anche Il discorso perfetto usa il pretesto del
discorso per parlare, in realtà, di comunicazione, di amore e di
crescita personale.
Nel corso del film, Adrien riflette
infatti sulla sua relazione finita, sull’amore perduto e sulla
paura di esporsi davanti agli altri. Questo lo porta a un viaggio
interiore che si sviluppa parallelamente alla preparazione del
discorso, culminando in un finale che, come vedremo nel resto
dell’articolo, racchiude il vero significato della storia.
Il discorso perfetto si interroga infatti su cosa
significhi dire la cosa giusta al momento giusto, e soprattutto
sull’importanza di essere sinceri con sé stessi e con gli altri,
anche quando le parole sembrano mancare.
Benjamin Lavernhe in Il discorso perfetto
La trama di Il
discorso perfetto
Il filmracconta la storia di
Adrien (Benjamin Lavernhe), un
uomo di 35 anni che viene invitato a una lunga e boriosa cena di
famiglia, tra convenevoli e conversazioni forzate. L’uomo si è di
recente lasciato con la sua fidanzata, Sonia
(Sara Giraudeau) che si è presa una pausa per
pensare, ma lui spera in un suo messaggio per fare pace e tornare
insieme. Adrien però non ce la fa ad aspettare e decide lui di
inviare un messaggio alla donna, scritto e riscritto più volte,
nella speranza di mettere fine a quella interminabile pausa fra
loro, ma l’attesa del sms di risposta coincide proprio con la lunga
cena familiare.
Questo momento così delicato per la
sua relazione e questa attesa infinita di una replica, lo rendono
ansioso, irritabile, intrappolato in un limbo mentale, ma c’è
qualcos’altro che inaspettatamente arriva a turbarlo: sua sorella e
suo cognato, durante la cena, gli chiedono di far un discorso al
loro matrimonio. Ma si può scrivere un discorso sull’amore, quando
si è stati appena lasciati? Questa richiesta diventa un altro
pensiero opprimente per Adrien, che ancora non riceve nessuna
risposta da Sonia e continua a tormentarsi tra mille ipotesi. E se
questo discorso si rivelasse, in verità, la cosa migliore che
potesse succedergli, un’occasione per chiarirsi dentro e
ricominciare?
La spiegazione del finale del
film
Nel terzo atto de Il
discorso perfetto, Adrien finalmente affronta la
situazione che ha evitato per tutto il film: il tanto temuto
discorso di nozze al matrimonio della sorella. Dopo aver lottato
con le sue insicurezze, l’ansia sociale e il cuore spezzato, decide
di salire sul palco e parlare davanti a tutti. Il suo intervento,
inizialmente incerto, prende presto una piega ironica e
profondamente toccante. Adrien racconta apertamente della sua
sofferenza, del silenzio della sua ex fidanzata Sonia, e di come
quel messaggio tanto atteso – un semplice “E tu come stai?” – sia
bastato a riaccendere in lui una speranza, un’apertura verso il
futuro.
Benjamin Lavernhe e Sara Giraudeau in Il discorso
perfetto
Il discorso culmina in un
riferimento a una scena vista in precedenza nel film: lui e Sonia
seduti su una panchina al parco, intenti a osservare un bambino che
prova ad andare in bicicletta. Sonia propone una sorta di scommessa
del destino: “Se cade prima di arrivare dalla madre, allora staremo
insieme per sempre”. Il bambino cade, e quel momento diventa per
Adrien il simbolo di una promessa silenziosa ma potente. Sul palco,
Adrien dedica il suo discorso proprio a quel bambino e a quella
caduta. E lì, tra il pubblico, vediamo Sonia. Non è una proiezione
mentale: è davvero tornata, commossa, ad ascoltare le parole
dell’uomo che forse non ha mai smesso di amare.
Dal punto di vista tematico, il
finale del film è dunque una riflessione dolceamara sulle fragilità
umane, sulla paura di soffrire e sulla possibilità di rinascere.
Adrien, che all’inizio del film sembrava emotivamente bloccato, ha
attraversato un percorso di accettazione che lo ha portato a
comprendere che il coraggio non è non cadere mai, ma scegliere di
restare anche dopo essere caduti. Il film ci dice che l’amore non è
sempre lineare, non è sempre facile, ma è spesso fatto di momenti
imperfetti, di attese, di silenzi e poi, a volte, di ritorni
inaspettati.
Cosa ci lascia il finale di Il discorso
perfetto
Il discorso finale di Adrien è
dunque anche una metafora sul valore dell’espressione sincera: nel
momento in cui Adrien si apre davvero, riesce finalmente a
comunicare — non solo con gli altri, ma con sé stesso. L’intero
film ruota attorno al concetto di comunicazione emotiva, e il
finale suggella l’idea che talvolta basta un gesto, una frase o un
ricordo condiviso per rimettere in moto ciò che sembrava perduto.
Il discorso perfetto ci lascia così con un
messaggio di speranza: l’amore può farci cadere, ma anche aiutarci
a rialzarci, se solo abbiamo il coraggio di affrontare il silenzio
e trasformarlo in parole.
‘Le avventure di un Monarca
riluttante’, questo potrebbe essere un sottotitolo adatto per
Il Discorso del Re, bellissimo film di
Tom Hooper, in questi giorni nelle sale. La storia
è semplice, ben scritta e magistralmente interpretata: quando Re
Eduardo VIII abdica per poter sposare una donna divorziata, tocca
al timido Bertie, secondogenito di Giorgio V, salire al trono, con
il nome di Giorgio VI.
Il Discorso del Re, la trama
Bertie però non è solo timido, ma è
balbuziente, un vero e proprio handicap per un re che dovrebbe
guidare il suo popolo in una guerra mondiale, la Seconda,
attraverso l’utilizzo della nuova tecnologia radiofonica. Il film
si apre su un discorso fallimentare che Bertie, all’inizio Duca di
York, non riesce a pronunciare in pubblico a causa della sua
invadente balbuzie.
In questo modo veniamo
immediatamente proiettati nel cuore della vicenda, e nel dramma di
quest’uomo che si vede impedito a svolgere i suoi doveri di
componente della famiglia reale; il regista Tom
Hooper si incolla così al suo protagonista, dall’inizio il
suo problema, la sua difficoltà diventa la nostra e la sua ansia è
condivisa con il pubblico che incondizionatamente si pone dalla
parte di quest’uomo che avendo tutte le caratteristiche dell’uomo
comune, è costretto dagli eventi ad assumere un ruolo
straordinario. Ben presto si accorgerà di esserne all’altezza, ma
non prima di aver mostrato la sua umanità, la sua irascibilità e il
suo temperamento orgoglioso.
A capo di questa messa in scena
eccellente il grandissimo Colin Firth, che già ha impressionato lo
scorso anno nella sua interpretazione del dolore in A Single Man, e che adesso incanta e
commuove con la sua performance ne Il Discorso del
Re: l’imponenza fisica e la duttilità attoriale di
Colin sono state messe a disposizione di un personaggio, il lavoro
mimetico, dal gesto, alla postura, alla dizione, tutto è stato
curato nel minimo dettaglio e il risultato è straordinario. Firth
riesce ad apparire fragile, nonostante la sua imponenza, a sembrare
sconfitto nonostante l’immensa statura morale del suo personaggio,
lui è Giorgio VI. Accanto a Colin Firth traviamo due attori di ottimo
livello: Helena Bonham Carter, che interpreta la
consorte Elizabeth, e Geoffrey Rush, nel ruolo del
controverso logopedista che viene incaricato di guarire il futuro
sovrano, Lionel Logue.
Entrambi gli attori sono
perfettamente all’altezza dei ruoli loro assegnati, e se la Carter
appare una discreta ma salda spalla per Bertie, Geoffrey Rush da
vita ad un personaggio spiritoso, ironico e decisivo per lo
svolgimento narrativo della vicenda. A quanto pare l’attore si
trova molto bene a corte, più che altro nei ruoli di consigliere o
amico reale! Da sottolineare anche la presenza molto breve di
Timothy Spall che interpreta Winston Churchill.
L’attore ritrova la Carter con la quale ha già lavorato in
Sweeney Todd,
Alice in Wonderland e nella saga di Harry
Potter e anche lui si conferma un ottimo attore capace
di un lavoro mimetico davvero notevole.
Ma artefice della bellezza del film
è in primis Hooper, che con una regia molto visibile segue i suoi
personaggi e li posiziona con precisione all’interno del quadro,
privilegiando il decentramento del soggetto e lasciando respirare
l’inquadratura, riprendendo grandi pareti spoglie e ponendo il
personaggio in un angolo, a voler lasciare spazio intorno, a voler
far vedere oltre per far respirare il quadro, e con esso lo
spettatore, proprio come il re balbuziente impara a fare a poco a
poco da Lionel. L’elegante e preciso balletto che Hooper mette in
scena con i suoi attori è coronato e perfezionato
dall’accompagnamento musicale di Alexandre
Desplat, che con discrezione prima e con decisione poi
accompagna nel giusto modo la vicenda, senza imporsi ma rimanendo
sempre presente, accompagnando.
La grande forza de Il
Discorso del Re però è insita nella storia e nella
straordinaria empatia che riesce ad instaurare con il pubblico,
nell’altissimo grado di tensione che riesce a trasmettere e nella
grande emozione che restituisce. Non è solo tanta bella forma, come
solo le produzioni inglesi sanno fare, è anche tanto significato,
una storia di grande forza e grande umanità, con una bellissima
sceneggiatura, attenta e calibrata e avvalorata dalla storia vera
che il film racconta, in una confezione perfetta, coronata da
Colin Firth nella sua interpretazione più
bella (e forse anche fisicamente impegnativa) di sempre.
In un mondo in piena rivoluzione,
quando la comunicazione (e i mezzi di comunicazione) comincia a
diventare davvero importante attraverso i mass media (la
radio), cosa che il film sottolinea più volte, un uomo riesce a
superare i propri limiti ed a diventare un simbolo sotto il
quale un intero impero si rifugerà durante il secondo conflitto
mondiale. Assolutamente un film da vedere, e di rigore, in versione
originale!
Diretto da Tom
Hooper, Il discorso del re è il
protagonista della prima serata di Canale 5 del 7 febbraio 2017.
Interpretato da Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham
Carter e Guy Pearce, il film, ispirato a
una storia vera, ruota attorno ai problemi di balbuzie di re
Giorgio VI e al rapporto con il logopedista Lionel Logue, che
l’ebbe in cura.
La trama de Il discorso del re
Duca di York e secondogenito di re
Giorgio V, Bertie è afflitto dall’infanzia da una grave forma di
balbuzie che gli aliena la considerazione del padre, il favore
della corte e l’affetto del popolo inglese. Figlio di un padre
anaffettivo e padre affettuoso di Elisabetta (futura Elisabetta II)
e Margaret, Bertie è costretto suo malgrado a parlare in pubblico e
dentro i microfoni della radio, medium di successo degli anni
Trenta. Sostituito il corpo con la viva voce, il Duca di York deve
rieducare la balbuzie, buttare fuori le parole e trovare una voce.
Lo soccorrono la devozione di Lady Lyon, sua premurosa consorte, e
le tecniche poco convenzionali di Lionel Logue, logopedista di
origine australiana. Tra spasmi, rilassamenti muscolari, tempi di
uscita e articolazioni più o meno perfette, Bertie scalzerà il
fratello “regneggiante”, salirà al trono col nome di Giorgio VI e
troverà la corretta fonazione dentro il suo discorso più bello.
Quello che ispirerà la sua nazione guidandola contro la Germania
nazista.
Il film ha vinto il premio del
pubblico al Toronto International Film Festival, 5 British
Independent Film Awards 2010 (su 8 nomination), ha ottenuto 7
candidature ai Golden Globe 2011 (una ha fruttato il Golden Globe
per il miglior attore in un film drammatico al protagonista Colin
Firth), ben 7 BAFTA incluso miglior film dell’anno e miglior film
britannico, nonché 4 premi Oscar su 12 candidature: miglior film,
miglior regia, miglior attore protagonista Colin Firth e miglior
sceneggiatura originale. A comporre la colonna sonora del film c’è
Alexandre Desplat.
Nonostante sia tacciato dalla
critica più severa di essere un “film da premi”, con la chiara
intenzione di sottolinearne la natura didascalica, Il
discorso del re trova il suo punto di forza nella bella
storia personale che racconta.
Il discorso del re (qui
la recensione) è un
film storico e biografico del 2010 diretto da Tom
Hooper, che si inserisce nel filone dei drammi incentrati
su figure reali e grandi momenti istituzionali. Raccontando con
tono intimo e umano la vicenda del futuro re Giorgio
VI e della sua lotta contro la balbuzie, il film unisce
l’eleganza formale del period drama britannico a un approccio
emotivo moderno, capace di far percepire allo spettatore lo sforzo
personale dietro la rigidità delle etichette regali. Il tono è
sobrio ma coinvolgente, privo di spettacolarizzazioni, e punta
tutto sul potere delle parole — o meglio, sull’incapacità di
pronunciarle.
Per il regista Tom Hooper, reduce dal successo
televisivo con Elizabeth I
e John Adams, il film
rappresenta la definitiva consacrazione sul grande schermo,
segnando il suo passaggio da autore di miniserie storiche ad
acclamato cineasta internazionale. Ma è soprattutto un tassello
fondamentale nella carriera di Colin Firth, che con l’interpretazione
tormentata e profondamente misurata di re Giorgio VI ottiene un
riconoscimento mondiale dopo anni di ruoli romantici e brillanti.
Accanto a lui, Geoffrey Rush e Helena Bonham Carter completano un cast
d’eccellenza, contribuendo a un perfetto equilibrio tra dramma,
ironia e delicatezza.
Accolto trionfalmente
dalla critica e dal pubblico, Il discorso del re
ha ottenuto ben dodici nomination agli Oscar e ne ha vinti quattro:
Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista e Miglior
Sceneggiatura Originale. Al di là dei premi, la sua forza risiede
nell’universalità del suo messaggio: non è solo la storia di un
sovrano, ma quella di un uomo costretto a superare le proprie
fragilità per assumersi una responsabilità pubblica nel momento più
difficile, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Nel resto
dell’articolo approfondiremo la vera storia dietro il film, per
comprendere quanto di reale ci sia nel percorso di Giorgio VI e nel
suo leggendario discorso alla nazione.
La trama e il cast di
Il discorso del re
Il film è dunque ispirato alla
storia vera del futuro re d’Inghilterra Giorgio
VI, che, affetto da una severa balbuzie, cerca di
risolvere il problema con uno specialista. Nonostante i numerosi
percorsi terapeutici intentati dal
principe Albert (Colin
Firth), duca di York, secondo figlio di re Giorgio V,
i risultati sono scoraggianti e il principe suscita forte imbarazzo
durante le occasioni ufficiali. Fortunatamente, il suo ruolo
istituzionale è limitato, essendo figlio cadetto: Albert decide
quindi di rinunciare a tenere in futuro discorsi in pubblico.
Sua moglie, la
duchessa Elizabeth (Helena
Bonham Carter) riesce però a convincerlo a rivolgersi
a Lionel Logue (Geoffrey
Rush), d’origine australiana e terapeuta dei problemi di
linguaggio. Il principe è riluttante, credendo di trovarsi di
fronte all’ennesimo fallimento, ma I metodi non convenzionali di
Logue non sono percepiti in maniera positiva da Albert. Tuttavia,
seduta dopo seduta, tra i due si crea un legame indissolubile che
ridarà letteralmente voce al futuro sovrano e lo aiuterà a scrivere
la storia.
La storia vera dietro il film
Quando il principe Albert Frederick Arthur George,
duca di York, salì al trono con il nome di Giorgio
VI nel dicembre 1936, non era destinato a diventare re. Il
trono spettava a suo fratello maggiore, Edoardo
VIII, che tuttavia abdicò dopo meno di un anno per sposare
Wallis Simpson, donna americana divorziata e priva
del consenso della Chiesa anglicana. L’improvvisa ascesa di Giorgio
VI rappresentò uno shock per lui stesso e per l’intero Paese: uomo
timido, poco incline alle manifestazioni pubbliche e convinto di
non possedere il carisma richiesto, si trovò improvvisamente a
dover incarnare l’autorità e la stabilità della monarchia
britannica in uno dei momenti più delicati della storia
europea.
Il
nuovo re portava con sé una problematica personale che rischiava di
compromettere la sua capacità di rappresentanza: una marcata
balbuzie. Il disturbo lo accompagnava fin dall’infanzia ed era
stato aggravato da un’educazione rigida e da pressioni costanti
legate all’etichetta reale. Negli anni precedenti alla sua ascesa
era già stato costretto a tenere diversi discorsi pubblici, molti
dei quali conclusi con grande disagio e frustrazione. In un’epoca
in cui la radio stava trasformando la monarchia in un’istituzione
sempre più “vocale”, la voce del sovrano diventava un simbolo
nazionale e non poteva permettersi esitazioni.
Fu in questo contesto che Giorgio VI iniziò un percorso terapeutico
con Lionel Logue, logopedista australiano con
metodi considerati poco ortodossi per l’epoca. Logue, privo di
titoli medici formali ma esperto di recitazione e dizione, impostò
la terapia su un rapporto umano prima ancora che tecnico. Non si
limitò a esercizi respiratori e articolatori — pur fondamentali —
ma lavorò sul rilassamento emotivo, sull’autostima e sulla fiducia
reciproca. Il trattamento prevedeva letture ad alta voce
accompagnate da ritmo musicale, pause cadenzate e tecniche di
controllo del diaframma. Con il tempo, il re migliorò
sensibilmente, pur non eliminando del tutto il disturbo.
La prova definitiva arrivò il 3 settembre 1939, quando il Regno
Unito dichiarò guerra alla Germania nazista dopo l’invasione della
Polonia. In un discorso radiofonico trasmesso alla nazione e
all’intero Commonwealth, Giorgio VI annunciò l’entrata in guerra
con voce tesa ma controllata. Il discorso durò circa nove minuti e
rimase scolpito nella memoria collettiva come un momento di
straordinaria dignità. Il suo tono sobrio e privo di enfasi
retorica venne interpretato come segno di sincerità e coraggio. Più
che un proclama bellicoso, fu un messaggio di solidarietà verso un
popolo chiamato a resistere nei tempi più bui.
Quanto alla fedeltà
storica, Il discorso del re segue con buona
accuratezza gli eventi principali della vicenda, pur introducendo
alcune semplificazioni narrative. Il rapporto tra re e logopedista
è reso più informale e confidenziale di quanto non fosse nella
realtà, e alcuni episodi sono condensati o spostati temporalmente
per esigenze drammatiche. Tuttavia, l’essenza della storia — la
lotta personale di un sovrano contro i propri limiti, l’importanza
del linguaggio come strumento di coesione nazionale e il ruolo
cruciale di Lionel Logue — rimane fedele alle fonti storiche. Il
film non solo racconta una vicenda autentica, ma contribuisce a far
comprendere quanto il coraggio possa manifestarsi anche nella
fragile esitazione di una voce che sceglie comunque di parlare.
Il Discorso del Re ha trionfato al
Kodak Theatre, forse un po’ a sorpresa, ma questo è quando
l’Academy ha deciso. Tornata a letto dopo la lunga notte in bianco,
non posso che essere soddisfatta per i risultati, a dispetto di ciò
che temevo.
Con l’arrivo
di Disclosure Day nelle sale, molti
spettatori si stanno ponendo la stessa domanda: vale la pena
restare fino alla fine dei titoli di coda? In un’epoca dominata da
universi condivisi, sequel annunciati e scene extra pensate per
anticipare il futuro di una saga, la risposta potrebbe sorprendere
molti appassionati.
Il nuovo
thriller fantascientifico di Steven Spielberg non contiene infatti alcuna
scena post-credit. Una scelta che potrebbe deludere chi si
aspettava un teaser sul futuro della storia o una rivelazione
finale legata agli extraterrestri protagonisti del film. Eppure
questa decisione non rappresenta un’eccezione nella filmografia del
regista, ma conferma una delle sue abitudini più longeve e
coerenti.
Disclosure Day (la
nostra recensione) racconta la storia di Margaret Fairchild
(Emily Blunt) e Daniel Kellner (Josh O’Connor), due persone che scoprono
l’esistenza di un programma segreto legato ad antichi esperimenti
alieni condotti su alcuni esseri umani durante l’infanzia. Nel
finale
del film, Margaret si prepara a rivelare al mondo un importante
messaggio proveniente dagli extraterrestri. Tuttavia la pellicola
si interrompe bruscamente proprio mentre pronuncia la parola
“Ascoltate”, lasciando volutamente il pubblico senza una risposta
definitiva.
Per chi
sperava di trovare ulteriori spiegazioni dopo i titoli di coda, non
ci sono sorprese ad attenderlo.
Perché Steven Spielberg non
inserisce mai scene post-credit nei suoi film
La mancanza
di una scena aggiuntiva non è casuale. In realtà Disclosure
Day prosegue una tradizione che accompagna Steven
Spielberg da oltre cinquant’anni.
Dal suo
debutto cinematografico con Sugarland Express nel 1974
fino ai suoi lavori più recenti, il regista non ha mai inserito una
scena post-credit in nessuno dei suoi film. Una scelta sorprendente
se si considera quanto questa pratica sia diventata comune nel
cinema contemporaneo.
Nel corso
della sua carriera Spielberg ha diretto franchise enormi come
Indiana Jones e Jurassic Park, oltre a numerosi
film di fantascienza che avrebbero potuto facilmente prestarsi a
sequel o espansioni narrative. Eppure il regista ha sempre
preferito concludere completamente le sue storie prima dell’inizio
dei titoli di coda.
Naturalmente,
quando Spielberg iniziò la propria carriera, le scene post-credit
erano quasi inesistenti. Tuttavia, anche negli ultimi vent’anni,
con l’esplosione del modello Marvel e degli universi condivisi,
il cineasta non ha mai modificato il proprio approccio.
Film come
Ready Player One o lo stesso
Disclosure Day avrebbero potuto facilmente contenere una
sequenza finale pensata per alimentare discussioni e teorie online.
Spielberg ha invece scelto ancora una volta di lasciare che fosse
il film stesso a fornire la propria conclusione.
Si tratta di
una filosofia narrativa precisa: per il regista, il finale deve
appartenere alla storia e non a un contenuto aggiuntivo destinato a
essere scoperto dopo i titoli.
L’assenza di
una scena post-credit porta inevitabilmente a un’altra domanda:
Disclosure Day è destinato a diventare una nuova saga?
Al momento
non esistono annunci ufficiali relativi a un sequel. Anzi, le
dichiarazioni dello stesso Spielberg sembrano suggerire la
direzione opposta.
Il regista ha
recentemente spiegato che considera Disclosure Day una
sorta di sintesi definitiva delle storie sugli extraterrestri che
ha raccontato nel corso della sua carriera, iniziata con Incontri ravvicinati del terzo tipo e proseguita con
E.T. l’extra-terrestre e altre opere dedicate al tema
del contatto alieno.
Questa
definizione lascia intendere che il film sia stato concepito come
un’opera conclusiva più che come l’inizio di una nuova saga. Certo,
il successo commerciale potrebbe sempre cambiare i piani degli
studios, ma al momento non esistono indicazioni concrete che
puntino verso Disclosure Day 2.
Per questo
motivo il finale aperto non deve essere necessariamente
interpretato come un aggancio a un seguito. Al contrario, sembra
voler lasciare spazio all’immaginazione dello spettatore,
invitandolo a riflettere sul significato del messaggio alieno senza
fornire una risposta definitiva.
In un panorama cinematografico
sempre più orientato ai franchise e ai contenuti extra,
Disclosure Day rappresenta quindi una scelta
controcorrente. E, allo stesso tempo, conferma ancora una volta una
delle regole non scritte che Steven Spielberg segue da oltre mezzo
secolo: quando la storia finisce, finisce davvero.
Esce nelle sale il 25 agosto
Il diritto di uccidere (Eye in the Sky),
diretto dal premio Oscar Gavin Hood e interpretato
da Helen Mirren, Aaron
Paul e dal compianto Alan Rickman,
qui alla sua ultima, straordinaria prova.
Ecco il trailer italiano del
film:
Il film, che inaugurerà la prossima
stagione cinematografica di Teodora, è un thriller avvincente e
attualissimo che racconta come nessun altro prima i retroscena
della guerra contemporanea. Protagonista è il colonnello inglese
Katherine Powell, che dirige a distanza
un’operazione contro una cellula terroristica a Nairobi. Il suo
“occhio” sul campo è un drone pilotato in Nevada dal giovane
ufficiale Steve Watts, ma quando diventa
inevitabile sferrare un attacco entrambi realizzano che anche una
bambina innocente finirebbe tra le vittime. Mentre nessun politico
nella “war room” londinese vuole prendersi la responsabilità di una
decisione, una drammatica serie di eventi fa precipitare la
situazione.
“I dilemmi che i
personaggi del film sono costretti ad affrontare sono reali e non
facilmente risolvibili e le riposte che provano a dare sono
profondamente umane, permettendo al pubblico una connessione
emotiva con quello che accade. Come regista cerco sempre di non
fare prediche, piuttosto di presentare delle domande in una forma
cinematografica tesa e viscerale, che appassioni lo spettatore e al
tempo stesso sfidi le sue nozioni di bene e male” (Gavin
Hood).
Una storia vera potente e
stimolante, “Il diritto di opporsi” segue il giovane avvocato Bryan
Stevenson (Jordan) e la sua storica battaglia per la giustizia.
Dopo essersi laureato ad Harvard, Bryan avrebbe potuto scegliere
fin da subito di svolgere dei lavori redditizi. Al contrario, si
dirige in Alabama con l’intento di difendere persone condannate
ingiustamente, con il sostegno dell’avvocatessa locale Eva Ansley
(Larson).
Uno dei suoi primi casi, nonché il
più controverso, è quello di Walter McMillian (Foxx), che nel 1987
viene condannato a morte per il famoso omicidio di una ragazza di
18 anni, nonostante la preponderanza di prove che dimostrano la sua
innocenza, e il fatto che l’unica testimonianza contro di lui sia
quella di un criminale con un movente per mentire. Negli anni che
seguono, Bryan si ritroverà in un labirinto di manovre legali e
politiche, di razzismo palese e sfacciato, mentre combatte per
Walter, e altri come lui, con le probabilità – e il sistema –
contro.
Il Diritto di Opporsi: il film
Cretton dirige Il
Diritto di Opporsi da una sceneggiatura che ha scritto
insieme a Andrew Lanham (“The Glass Castle”), basata sul libro di
Stevenson Just Mercy: A Story of Justice and Redemption.
Pubblicato nel 2014 da Spiegel & Grau, il testo è stato per 118
settimane nella lista dei best seller del New York Times,
e nel complesso è stato nominato uno dei migliori libri dell’anno
da numerosi top outlets, tra cui TIMEMagazine. Per la sua
opera, Stevenson si è aggiudicato inoltre la Andrew Carnegie Medal
for Excellence, un NAACP Image Award e il Dayton Literary Peace
Prize per la Nonfiction.
Fanno parte del cast principale
O’Shea Jackson Jr. (“Straight Outta Compton”) nei
panni di Anthony Ray Hinton, un altro detenuto condannato a morte
ingiustamente, la cui causa viene presa in carico da Bryan;
Rob Morgan (“Mudbound”) nei panni di Herbert
Richardson, che si trova nel braccio della morte in balia del
proprio destino, e Tim Blake Nelson (“Wormwood”)
nel ruolo di Ralph Myers, la cui cruciale testimonianza contro
Walter McMillian verrà messa in discussione.
Il team creativo che collabora con
Cretton dietro le quinte comprende il direttore della fotografia
Brett Pawlak, la scenografa Sharon Seymour, il montatore Nat
Sanders e il compositore Joel P. West, che hanno tutti
precedentemente collaborato con il regista in “The Glass Castle”.
Fa parte del gruppo anche la costumista Francine Jamison-Tanchuck
(“Detroit”, “End of Justice – Nessuno è innocente”).
Il diritto di
opporsi è girato quasi interamente nei pressi di Atlanta,
in Georgia, con alcune scene anche a Montgomery, in Alabama. Warner
Bros. Pictures, presenta una produzione Gil Netter, Outlier
Society, “Il diritto di opporsi” la cui uscita è prevista per il 30
gennaio 2020 e sarà distribuito in tutto il mondo dalla Warner
Bros. Pictures.
Una storia vera potente e
stimolante, “Il diritto di opporsi” segue il giovane avvocato Bryan
Stevenson (Jordan) e la sua storica battaglia per la giustizia.
Dopo essersi laureato ad Harvard, Bryan avrebbe potuto scegliere
fin da subito di svolgere dei lavori redditizi. Al contrario, si
dirige in Alabama con l’intento di difendere persone condannate
ingiustamente, con il sostegno dell’avvocatessa locale Eva Ansley
(Larson). Uno dei suoi primi casi, nonché il più controverso, è
quello di Walter McMillian (Foxx), che nel 1987 viene condannato a
morte per il famoso omicidio di una ragazza di 18 anni, nonostante
la preponderanza di prove che dimostrano la sua innocenza, e il
fatto che l’unica testimonianza contro di lui sia quella di un
criminale con un movente per mentire. Negli anni che seguono, Bryan
si ritroverà in un labirinto di manovre legali e politiche, di
razzismo palese e sfacciato, mentre combatte per Walter, e altri
come lui, con le probabilità – e il sistema – contro.
Uno dei più avvincenti film del
2019 è anche uno di quelli che più ha ricordato quanto il cinema
possa essere lo strumento migliore per raccontare storie realmente
accadute con tematiche dal valore universale. Il film in questione
è Il diritto di opporsi, diretto da
Destin Daniel Cretton (regista di drammi come
Il castello di vetro ma
anche del film MarvelShang-Chi e la Leggenda dei
Dieci Anelli) e da lui anche sceneggiato insieme ad
Andrew Lanham. Il film ripercorre una vicenda
giudiziaria particolarmente importante, che dato ulteriore prova
della fallacia del sistema giudiziario e del razzismo dilagante
negli Stati Uniti.
Il racconto è basato sul libro
Just Mercy (che è anche il titolo originale del film)
scritto dall’avvocato Bryan Stevenson, il quale
nelle pagine di esso ripercorre le proprie idee come uomo di legge
e il caso più importante che abbia sostenuto nella sua carriera,
quello in difesa di Walter McMillian. Si tratta di
una vicenda svoltasi nei primi anni Novanta, che ha però un forte
eco ancora oggi negli Stati Uniti e a livello internazionale. In un
periodo in cui finalmente si dà sempre più voce a quanti fino ad
ora non l’hanno avuta, Il diritto di opporsi mostra dunque
l’importanza di lottare in nome della giustizia.
Accolto in modo positivo dalla
critica e dal pubblico, il film è così diventato uno dei più
importanti del suo anno, pur senza ottenere candidature a premi di
particolare prestigio. Per quanti vogliono approfondire la storia
raccontata, si tratta dunque di un titolo da recuperare. Prima di
intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile
approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo.
Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare
ulteriori dettagli relativi alla trama, al
cast di attori e alla storia
vera. Infine, si elencheranno anche le principali
piattaforme streaming contenenti il film nel
proprio catalogo.
Il diritto di opporsi: la trama e il cast del
film
Protagonista del film è il giovane
avvocato Bryan Stevenson, il quale dopo essersi
laureato ad Harvard, si dirige in Alabama con l’intento di
difendere delle persone condannate ingiustamente, o che non avevano
una rappresentanza adeguata, con il sostegno dell’attivista locale
Eva Ansley. Uno dei suoi primi casi, nonché il più
controverso, è quello di Walter McMillian, che nel
1987 era stato condannato a morte per l’omicidio di una ragazza di
18 anni, nonostante la preponderanza di prove che dimostrano la sua
innocenza. Dedicandosi al caso, Bryan si ritroverà in un labirinto
di manovre legali e politiche, di razzismo palese e sfacciato,
dovendo dunque combattere contro un sistema corrotto.
Ad interpretare l’avvocato Bryan
Stevenson vi è l’attore Michael B.
Jordan, il quale per prepararsi al ruolo si è
documentato quanto più possibile sulla vicenda e l’attività di
Stevenson. L’attore ha inoltre fatto applicare per questo film la
Inclusion Rider, consentendo dunque l’assunzione di un
cast e una troupe comprendente anche le minoranze troppo spesso
trascurate. Accanto a lui, nel ruolo dell’attivista Eva Ansley vi è
la premio Oscar Brie Larson, il
cui ruolo è stato ridotto per via degli impegni di lei sul set di
Captain Marvel. Ad interpetare Walter McMillian vi è
invece l’attore Jamie Foxx,
candidato ai SAG Awards per la sua interpretazione. Tim
Blake Nelson interpreta invece il criminale Ralph
Myers.
Il diritto di opporsi: la vera storia dietro il
film
La vera vicenda che vede coinvolti
McMillian e, in seguito, Stevenson, ha inizio nel 1987, quando
McMillian tornando da lavoro viene fermato dalla polizia locale con
l’accusa di omicidio. Nel corso del processo che ne è seguito,
diversi sono stati gli elementi controversi. Tra questi sono da
ricordare lo spostamento del processo in una contea a maggioranza
bianca e il fatto che la principale testimonianza contro McMillian
era data dal criminale Ralph Myers. Due anni dopo,
il giudice Robert E. Lee Key emetterà per lui
sentenza che lo vede condannato a morte, nonostante la giuria
avesse proposto l’ergastolo. Si è trattato di un peggioramento di
pena particolarmente drastico, permesso dal cosiddetto judge
override, ovvero la possibilità del giudice di scavalcare il
verdetto della giuria.
L’interessamento al caso di
Stevenson ha portato tuttavia alla riapertura del caso, permettendo
lo svolgimento di un nuovo processo. Nel corso di questo, Stevenson
dimostrò tutte gli errori e le forzature legislative perpetrati nel
precedente processo, arrivando a dimostrare l’innocenza del suo
assistito. Nel 1993, infine, McMillian fu scagionato da ogni
accusa, dimostratasi falsa, e poté tornare dalla sua famiglia. Dopo
aver lasciato il carcere, McMillian intentò causa contro i pubblici
ufficiali che lo avevano ingiustamente condannato. La sua tenacia
portò infine alla riforma dello Statuto dell’Alabama nel 2002.
Stevenson ha continuato poi a battersi per quanti non hanno modo di
difendersi, cercando dunque di costruire un Paese più giusto per
tutti.
Il diritto di opporsi: il
trailer e dove vedere il film in streaming e in TV
È possibile fruire di
Il diritto di opporsi grazie alla sua
presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming
presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi
di Rakuten TV, Chili Cinema, Google Play, Apple iTunes, Tim
Vision e Amazon Prime Video. Per vederlo, una
volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il
singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così
modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità
video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di
martedì 8 novembre alle ore 21:20
su Canale 5.
Abbiamo intervistato
Jamie
Foxx e Michael B. Jordan, protagonisti di
Il
Diritto di Opporsi (Just
Mercy), e Bryan Stevenson,
protagonista della storia vera, raccontata nel film diretto da
Destin Daniel Cretton.
Michael B. Jordan e i premi Oscar Jamie Foxx (“Ray”, “Baby Driver – Il genio
della fuga”, “Django: Unchained”) e Brie Larson (“Room”, “Short Term 12” e
“Captain Marvel”), sono i protagonisti de
Il
Diritto di Opporsi, un dramma illuminante che porta
sul grande schermo una delle storie più importanti del nostro
tempo.
Il premiato regista Destin Daniel
Cretton (“Il castello di vetro”, “Short Term 12”) ha diretto il
film da una sceneggiatura che ha co-scritto, tratta dal
pluripremiato best-seller di memorie ad opera di Bryan Stevenson.
Il film verrà distribuito in tutto il mondo da Warner Bros.
Pictures ed uscirà nelle sale italiane il 30 gennaio 2020.
Il diritto di opporsi: la trama
Il
Diritto di Opporsi si basa sulla vera storia, potente
e stimolante, del giovane avvocato Bryan Stevenson (Jordan) e la
sua storica battaglia per la giustizia. Dopo essersi laureato ad
Harvard, Bryan avrebbe potuto scegliere fin da subito di svolgere
dei lavori redditizi. Al contrario, si dirige in Alabama con
l’intento di difendere delle persone condannate ingiustamente, o
che non avevano una rappresentanza adeguata, con il sostegno
dell’attivista locale Eva Ansley (Larson). Uno dei suoi primi casi,
nonché il più controverso, è quello di Walter McMillian (Foxx), che
nel 1987 viene condannato a morte per il famoso omicidio di una
ragazza di 18 anni, nonostante la preponderanza di prove che
dimostrano la sua innocenza, e il fatto che l’unica testimonianza
contro di lui è quella di un criminale con un movente per mentire.
Negli anni che seguono, Bryan si ritroverà in un labirinto di
manovre legali e politiche, di razzismo palese e sfacciato, mentre
combatte per Walter, e altri come lui, con le probabilità – e il
sistema – contro.
Fanno parte del cast principale
anche Rob Morgan (“Mudbound”) nei panni di Herbert Richardson, un
detenuto che si trova nel braccio della morte in balia del proprio
destino; Tim Blake Nelson (“Wormwood”) nel ruolo di Ralph Myers, la
cui cruciale testimonianza contro Walter McMillian verrà messa in
discussione; Rafe Spall (“La grande scommessa”) è Tommy Chapman, il
procuratore distrettuale che si batte per la colpevolezza e la
condanna di Walter; O’ Shea Jackson Jr. (“Straight Outta Compton”)
nei panni di Anthony Ray Hinton, un altro detenuto condannato a
morte ingiustamente, la cui causa viene presa in carico da Bryan, e
Karan Kendrick (“Il coraggio della verità”) nel ruolo della moglie
di Walter, Minnie McMillian, che è sempre rimasta al fianco di suo
marito.
Il
Diritto di Opporsi è prodotto dal due volte candidato
all’Oscar Gil Netter (“La vita di Pi”, “The Blind Side”), Asher
Goldstein (“Short Term 12”) e Michael B. Jordan, mentre Bryan
Stevenson, Mike Drake, Niija Kuykendall, Gabriel Hammond, Daniel
Hammond, Scott Budnick, Jeff Skoll e Charles D. King sono i
produttori esecutivi.
Il
Diritto di opporsi, un dramma illuminante che porta sul
grande schermo una delle storie più importanti del nostro tempo,
con protagonisti Michael B. Jordan e i premi Oscar Jamie Foxx (“Ray”, “Baby Driver – Il genio
della fuga”, “Django: Unchained”) e Brie Larson (“Room”, “Short Term 12” e
“Captain Marvel”), arriva in DVD e
Blu-Ray dal 10 settembre.
Il
premiato regista Destin Daniel Cretton (“Il castello di vetro”,
“Short Term 12”) ha diretto il film da una sceneggiatura che ha
co-scritto, tratta dal pluripremiato best-seller di memorie ad
opera di Bryan Stevenson.
Il Diritto di opporsi, il
film
Il
Diritto di opporsi si basa sulla vera storia, potente e
stimolante, del giovane avvocato Bryan Stevenson (Jordan) e la sua
storica battaglia per la giustizia. Dopo essersi laureato ad
Harvard, Bryan avrebbe potuto scegliere fin da subito di svolgere
dei lavori redditizi. Al contrario, si dirige in Alabama con
l’intento di difendere delle persone condannate ingiustamente, o
che non avevano una rappresentanza adeguata, con il sostegno
dell’attivista locale Eva Ansley (Larson). Uno dei suoi primi casi,
nonché il più controverso, è quello di Walter McMillian (Foxx), che
nel 1987 viene condannato a morte per il famoso omicidio di una
ragazza di 18 anni, nonostante la preponderanza di prove che
dimostrano la sua innocenza, e il fatto che l’unica testimonianza
contro di lui è quella di un criminale con un movente per mentire.
Negli anni che seguono, Bryan si ritroverà in un labirinto di
manovre legali e politiche, di razzismo palese e sfacciato, mentre
combatte per Walter, e altri come lui, con le probabilità – e il
sistema – contro. Disponibile in DVD e Blu-Ray in tutti i
negozi e su Amazon.it