Quando nel 1998 uscì Attacco al potere (The Siege), il film diretto da Edward Zwick (Il
coraggio della verità,
Shakespeare in Love) sembrò a molti un classico
thriller politico hollywoodiano costruito attorno alla paura
del terrorismo internazionale. Eppure, riguardandolo oggi, la
sensazione è molto diversa. Le immagini di una New York ferita da
attentati, il clima di sospetto verso la comunità araba e la
risposta estrema del governo americano sembrano anticipare in modo
quasi profetico ciò che sarebbe accaduto pochi anni dopo con l’11
settembre. È proprio questa impressione di realismo ad aver spinto
tanti spettatori a chiedersi se il film sia basato su una storia
vera.
La
risposta, tecnicamente, è no: Attacco al potere non racconta un fatto realmente
accaduto né adatta una singola vicenda storica precisa. Tuttavia il
film nasce da paure concrete, eventi reali e tensioni geopolitiche
che alla fine degli anni Novanta stavano già trasformando il
rapporto tra terrorismo, sicurezza nazionale e libertà civili negli
Stati Uniti. Il risultato è un’opera che mescola finzione e realtà
in modo estremamente credibile, tanto da essere considerata oggi
uno dei film più “premonitori” del cinema americano
contemporaneo.
La vera
ispirazione dietro Attacco al potere: dagli attentati degli anni
Novanta alla paura del terrorismo islamico negli Stati
Uniti
Pur essendo una storia originale, Attacco al potere prende chiaramente
spunto dal clima politico e sociale degli Stati Uniti degli
anni Novanta, segnati da una crescente paura del terrorismo
internazionale. L’influenza più evidente è quella dell’attentato al
World Trade Center del 1993, quando un camion bomba esplose sotto
una delle Torri Gemelle causando morti e centinaia di feriti. Per
la prima volta il terrorismo islamista veniva percepito
dall’opinione pubblica americana non come qualcosa di distante,
confinato al Medio Oriente, ma come una minaccia interna capace di
colpire direttamente New York.
Il film trasforma quella paura in racconto cinematografico
immaginando una lunga serie di attentati nel cuore della città, con
autobus esplosi, teatri colpiti e cittadini terrorizzati da un
nemico invisibile. La pellicola incorpora inoltre riferimenti
diretti alle operazioni militari e alle strategie antiterrorismo
dell’epoca. Nel film il governo statunitense cattura segretamente
un leader religioso mediorientale, provocando una spirale di
violenza e rappresaglie.
È
una dinamica che riflette i veri dibattiti sulle operazioni
clandestine della CIA negli anni Novanta, sulle estradizioni
illegali e sulle tensioni tra intelligence e diplomazia americana.
Per rendere tutto ancora più realistico, Edward Zwick inserì persino immagini
autentiche del presidente Bill Clinton durante discorsi televisivi relativi
ai bombardamenti americani contro obiettivi terroristici sospetti.
Questa scelta contribuì a dare al film una sensazione quasi
documentaristica, aumentando la convinzione del pubblico che dietro
la trama ci fosse qualcosa di realmente accaduto.
Come
Attacco al
potere anticipò l’America post-11 settembre tra legge
marziale, paura e discriminazione razziale
Ciò che rende davvero particolare Attacco al potere non è tanto la
rappresentazione degli attentati, quanto il modo in cui il film
mostra la reazione dello Stato americano. Dopo gli attacchi
terroristici, infatti, la situazione precipita rapidamente verso la
sospensione delle libertà civili: l’esercito prende il controllo di
New York, viene dichiarata la legge marziale e centinaia di
cittadini arabo-americani vengono arrestati e rinchiusi in campi di
detenzione improvvisati.
Nel 1998 questa prospettiva sembrava estrema, quasi
fantascientifica. Dopo il 2001, invece, molte immagini del film
apparvero improvvisamente inquietanti e familiari. Il
lungometraggio affrontava infatti temi che sarebbero diventati
centrali nel dibattito pubblico americano dopo l’11 settembre: il
Patriot Act, il controllo governativo, la sorveglianza di massa e
il profiling razziale verso le comunità musulmane.
Il personaggio interpretato da Denzel
Washington, l’agente FBI Anthony Hubbard, rappresenta
proprio il conflitto morale tra sicurezza e diritti costituzionali.
Dall’altra parte c’è il generale interpretato da Bruce
Willis, convinto che la guerra al terrorismo
giustifichi qualsiasi mezzo. È qui che il film smette di essere
soltanto un action thriller e diventa una riflessione politica
molto più complessa, perché suggerisce che il vero rischio non sia
soltanto il terrorismo, ma la possibilità che la paura spinga una
democrazia a rinunciare ai propri principi fondamentali.
Le polemiche su
Attacco al
potere e il motivo per cui il film venne rivalutato dopo
l’11 settembre
Già prima della sua uscita, Attacco al potere fu al centro di forti polemiche.
Diverse organizzazioni arabo-americane accusarono il film di
rafforzare stereotipi negativi su musulmani e cittadini di origine
araba, presentando ancora una volta il terrorismo come
inevitabilmente collegato all’Islam. Gruppi come l’American-Arab
Anti-Discrimination Committee denunciarono il rischio che il film
alimentasse discriminazione e odio, soprattutto perché molte scene
associavano esplicitamente simboli religiosi musulmani agli
attentati.
Le proteste furono così forti che la produzione incontrò
rappresentanti delle comunità arabe durante la lavorazione, anche
se senza modificare realmente la struttura della storia. Il regista
Edward Zwick
difese però il film sostenendo che il vero bersaglio della
pellicola fosse proprio il pregiudizio americano. Secondo lui, il
punto centrale della storia non era demonizzare i musulmani, ma
mostrare quanto facilmente una società democratica possa
trasformarsi in uno Stato repressivo quando viene dominata dalla
paura.
Col passare degli anni, questa interpretazione è diventata sempre
più condivisa. Dopo l’11 settembre il film venne infatti riscoperto
dal pubblico, diventando uno dei titoli più noleggiati negli Stati
Uniti. Molti spettatori rimasero colpiti non tanto dalle scene
d’azione, quanto dalla lucidità con cui il film aveva anticipato il
clima politico e sociale dell’America del nuovo millennio.
Perché
Attacco al
potere continua a essere considerato uno dei thriller
politici più profetici degli anni Novanta
A
oltre venticinque anni dalla sua uscita, Attacco al potere continua a essere
ricordato non perché racconti una storia vera, ma perché ha saputo
intercettare paure reali prima che diventassero cronaca quotidiana.
Il film non prevedeva l’11 settembre nei dettagli, ma intuiva
perfettamente la direzione verso cui si stavano muovendo gli Stati
Uniti: un Paese sempre più ossessionato dalla sicurezza, disposto a
sacrificare libertà individuali in nome della protezione
collettiva.
È
proprio questa capacità di leggere il presente e trasformarlo in
finzione credibile ad aver reso il film così duraturo. Oggi il
thriller di Edward
Zwick appare quasi come un ponte tra il cinema politico
degli anni Settanta e il mondo post-2001.
Dietro la struttura da action movie con inseguimenti, esplosioni e
tensione militare, si nasconde infatti una riflessione molto più
ampia sul potere, sulla paura e sulla fragilità delle democrazie
moderne. Ed è forse per questo che il film continua ancora oggi a
generare domande sulla sua autenticità: perché, pur essendo
fiction, riesce a sembrare tremendamente reale.
La serie NetflixThe
Boroughs – Ribelli senza tempo trasporta il
pubblico in una singolare comunità per pensionati, dove la morte
dei residenti è considerata normale, finché il nuovo arrivato Sam
Cooper (Alfred Molina) non scopre che dietro a
queste morti si cela qualcosa di soprannaturale. Creata da Jeffrey
Addiss e Will Matthews e prodotta dai fratelli Duffer, “The
Boroughs” segue le vicende di Sam Cooper, un ingegnere in pensione
che ha recentemente perso la moglie, Lilly (Jane
Kaczmarek), con la quale si stava trasferendo a “The
Boroughs”.
The Boroughs – Ribelli
senza tempo è una comunità per pensionati dove i
residenti hanno tutto ciò di cui hanno bisogno: un centro
comunitario, ristoranti, cinema e persino un istituto di salute
mentale chiamato “The Manor”. Sebbene inizialmente voglia
rescindere il contratto, Sam alla fine decide di rimanere dopo aver
conosciuto i suoi vicini. Tuttavia, una notte, Sam vede una
creatura mostruosa nutrirsi di uno dei suoi nuovi amici, Jack
(Bill Pullman), che viene poi trovato morto.
Con l’aiuto del resto del gruppo –
la coppia sposata Art (Clarke Peters) e Judy (Alfre
Woodard), il medico in pensione Wally (Denis
O’Hare) e la manager musicale in pensione Renee
(Geena Davis) – Sam fa una scoperta inquietante
sulla creatura che ha visto nutrirsi di Jack, sul suo legame con la
città e con l’amministratore delegato Blaine Shaw (Seth Numrich),
svelando un oscuro segreto che coinvolge Shaw, sua moglie Anneliese
(Alice Kremelberg) e coloro che lavorano a stretto contatto con
lui.
Spiegazione di Mother & Sons dei
Boroughs
Come previsto, nessuno crede a Sam
quando racconta cosa ha visto la notte in cui Jack è morto, e si
pensa che la morte di Jack sia stata causata da un infarto nel
sonno, dato che soffriva di apnea notturna. Tuttavia, una notte,
Sam nota che il sangue della creatura rimasto sul martello che ha
usato per colpirla reagisce al segnale del suo vecchio televisore
ed esplode. In seguito lo mostra a Wally, che lo convince ad
aiutarlo a catturare il mostro, anche se Wally vorrebbe anche
studiarlo.
Judy si unisce a loro in seguito,
dopo averli seguiti all’impresa di pompe funebri, dove cercano di
ottenere dei campioni dal corpo di Jack. Wally si rende conto che
il mostro si nutre del loro liquido cerebrospinale, e lo fa
costantemente, il che, col tempo, porta i residenti a sviluppare
diversi problemi di salute per i quali vengono poi ricoverati al
Maniero. Dopo che le indagini separate del gruppo composto da Sam,
Judy e Wally, il duo formato da Renee e dalla guardia di sicurezza
Paz (Carlos Miranda), e Art da solo, li portano a incrociare le
loro strade, vengono catturati da Shaw e portati al Maniero. Lì,
Wally racconta loro che Shaw ha fatto una proposta: torneranno alle
loro vite normali, senza lasciare i quartieri, con il divieto
assoluto di parlare del mostro, oppure saranno internati al Maniero
e Wally lavorerà per loro. Sebbene non siano d’accordo, alla fine
accettano tutti e Wally, ora parte del gruppo più stretto di Shaw,
scopre la verità sui mostri.
I mostri sono la progenie di una
creatura che Shaw chiama Madre. I figli prelevano il liquido
cerebrospinale dagli abitanti per portarlo a Madre e nutrirla, e a
causa delle grandi quantità che ha ingerito per anni, Madre ha
assunto una forma umana. Madre fu trovata all’interno di un uovo
quando i parenti di Shaw arrivarono sul posto per costruire la
città, e in quel punto ora c’è un albero con vari gingilli appesi,
dal quale Art ha colto un frutto simile a una pesca che lo ha
ringiovanito per un paio d’ore.
Tuttavia, anche se i figli
contribuiscono alla morte degli abitanti, né loro né la Madre sono
i cattivi di The Boroughs. Questa è parte
della loro natura, ma sono stati manipolati e usati da Shaw per
decenni, con la Madre che non vuole più vivere e chiede a Sam di
porre fine alle sue sofferenze e a quelle dei suoi figli. Alla fine
di The Boroughs, Sam porta la Madre all’albero, dove lei invoca i
suoi figli, e muore, distruggendo anche Shaw, che era arrivato per
uccidere Sam.
La spiegazione dei piani di Blaine
Shaw a The Boroughs
I veri cattivi di The Boroughs sono
Blaine e Anneliese Shaw. Blaine è l’amministratore delegato di The
Boroughs e vive in città con sua moglie. Grazie a ciò, Blaine è al
corrente di tutto ciò che accade in città, con l’aiuto di chi
lavora a stretto contatto con lui, in particolare Hank Williams
(Eric Edelstein), il capo della sicurezza. Tuttavia, Blaine e la
maggior parte della sua squadra non sono chi dicono di essere e
sono molto più vecchi di quanto sembrino.
Renee scopre che Hank in realtà è
un uomo di nome Milton Hauser, morto nel 1975, e parlando con suo
figlio, lui le mostra alcune sue vecchie foto. In una di queste,
Milton appare con Shaw, che ha esattamente lo stesso aspetto che ha
oggi. Wally, lavorando per Shaw, conferma in seguito che loro,
insieme al resto della squadra, sono in realtà molto più vecchi e
che sono rimasti giovani per anni grazie a Madre.
Anni fa, i Shaw scoprirono che il
sangue della Madre possedeva proprietà curative che li mantenevano
giovani e che, ingerendolo costantemente, avrebbero potuto
raggiungere l’immortalità. I Shaw fondarono i Boroughs per
assicurarsi una fornitura continua di liquido cerebrospinale da
portare alla Madre, in modo da poter continuare a berne il sangue.
I Shaw condividevano il sangue con la loro squadra, incluso Wally,
che voleva usarlo per una causa più grande e nobile.
I Shaw avevano bisogno di Wally per
curare la Madre e poter continuare a berne il sangue, ma Wally la
salvò nella speranza di studiarla e usare il suo sangue per curare
malattie come il cancro. Dato che il sangue dei figli, e quindi
quello della Madre, reagiva al segnale dei vecchi televisori, Sam e
i suoi compagni tesero una trappola, uccidendo alcuni membri della
squadra di Shaw e Anneliese.
Alla fine, come accennato, Shaw
viene ucciso dalla Madre quando questa esplode, e si capisce che i
membri sopravvissuti della squadra non potranno vivere a lungo
senza la loro scorta di sangue della Madre.
Perché Sam aveva allucinazioni
della moglie defunta nei Boroughs
Sam è ancora in lutto per
l’improvvisa morte della moglie, Lilly, ma quando si trasferisce
nei Boroughs, inizia ad avere allucinazioni che la riguardano.
Inizialmente si tratta di vividi flashback della notte in cui Lilly
è morta, con Sam che rivive quell’esperienza traumatica. Tuttavia,
Lilly inizia poi ad apparire in momenti diversi, accompagnata da
pezzi di un puzzle. Sam capisce presto che i pezzi del puzzle sono
indizi che lo condurranno al passo successivo della sua
indagine.
Per quanto riguarda le
allucinazioni di Lilly, non sono interamente il risultato del suo
trauma e del suo dolore. Grazie a una residente di Manor conosciuta
come la Duchessa, Sam scopre che Madre sta comunicando
telepaticamente con lui, e lo fa attraverso qualcuno che Sam
riconoscerà sempre: Lilly. Tutte quelle volte in cui le sue visioni
di Lilly lo implorano aiuto sono in realtà le suppliche di Madre.
La Duchessa spiega che questo accade perché la mente di Sam è
crollata sotto lo shock della morte di Lilly, rendendo più facile
per Madre entrare in contatto con lui.
Questo aiuta Sam a comprendere
Madre e a provare empatia per lei, motivo per cui la porta
all’albero affinché possa morire in pace. Come ringraziamento,
Madre gli concede un ricongiungimento con Lilly nella sua mente,
attraverso il quale riesce finalmente a elaborare il suo dolore e
ad andare avanti. Le allucinazioni di Sam cessano dopo la morte di
Madre, e lui continua la sua vita nei Boroughs.
Perché il riflesso di Sam presenta
delle anomalie alla fine dei Boroughs?
Un dettaglio importante nelle
allucinazioni di Sam su Lilly in The Boroughs è che
presentano delle anomalie. È questo che fa capire a Sam che non sta
vedendo davvero Lilly, e diventa un dettaglio ancora più importante
alla fine della prima stagione di The Boroughs. Come accennato,
dopo la morte della Madre e con la partenza degli Shaw, Sam e gli
altri tornano a The Boroughs e riprendono le loro vite.
The Boroughs si conclude con il
gruppo che cena a casa di Sam, compresa sua figlia Claire (Jena
Malone), suo marito e i loro figli. Claire dice a Sam di cambiare
la benda sulla ferita sulla fronte, e così lui va in bagno a
controllare. Mentre Sam prepara la benda, il suo riflesso nello
specchio presenta delle anomalie, proprio come le sue visioni di
Lilly. Questo non significa che il Sam della sequenza finale non
sia reale, o che la loro felice riunione non sia reale.
È possibile che il legame di Sam
con Madre non si sia interrotto del tutto con la sua morte, e che
nella mente di Sam sia ancora presente una sorta di potere
speciale. Non si sa se questo interferirà con la vita quotidiana di
Sam o se creerà problemi a lui e al gruppo nel prossimo futuro;
solo una seconda stagione potrà dare una risposta a queste
domande.
The Boroughs avrà una seconda
stagione?
Al momento, è difficile dire se The
Boroughs tornerà per una seconda stagione, poiché dipenderà
principalmente dall’accoglienza che riceverà dalla critica e dal
pubblico. Dal punto di vista narrativo, tuttavia, The Boroughs
potrebbe essersi creata una trappola con la prima stagione. Anche
se rimane il mistero del perché il riflesso di Sam presenti dei
glitch, la prima stagione racconta una storia completa.
Gli Shaw vengono distrutti, Madre e
i suoi figli muoiono, e il resto dei soci di Shaw non sopravvivrà a
lungo senza il sangue di Madre, quindi non c’è nessuno che possa
portare avanti i loro piani malvagi. Tuttavia, resta aperta la
questione di chi ora sia a capo dei Boroughs, il che potrebbe
aprire la strada a una nuova storia. Potrebbe anche essere
possibile che qualcuno riesca a salvare l’albero e a trarne
vantaggio, ma questo sarebbe un problema molto minore rispetto a
quello della prima stagione.
Se The Boroughs non dovesse avere
una seconda stagione, non sarebbe una perdita, poiché è riuscita a
raccontare una storia completa, con sviluppo e profondità dei
personaggi, in soli otto episodi, quasi senza questioni irrisolte e
con un finale che lascia un solo dettaglio all’interpretazione di
ogni spettatore.
Netflix ha lanciato
ufficialmente The Boroughs
– Ribelli senza tempo, la nuova serie sci-fi prodotta dai
creatori di Stranger Things, Matt Duffer e
Ross Duffer, e il
debutto è stato accolto con un risultato raro per la piattaforma:
un punteggio del 100% su Rotten Tomatoes basato sulle prime
recensioni della critica.
La
serie, composta da otto episodi, è disponibile da oggi sulla
piattaforma streaming e racconta la storia di un gruppo di anziani
residenti in una comunità per pensionati che si ritrovano a
combattere una misteriosa creatura mentre nessuno sembra credere a
ciò che stanno vivendo. Nel cast figurano Alfred Molina,
Geena Davis,
Alfre Woodard e
Bill Pullman.
Le prime recensioni parlano di una serie che omaggia apertamente il
cinema fantastico degli anni Ottanta e Novanta, richiamando sia
l’immaginario di Steven Spielberg sia le
atmosfere narrative di Stephen King. Secondo Collider,
The Boroughs sarebbe
“l’ultima gemma sci-fi di Netflix”, mentre altre recensioni hanno
elogiato soprattutto il cast e la chimica tra i protagonisti.
I creatori di Stranger Things
continuano la loro corsa sci-fi su Netflix dopo il finale divisivo
della serie
Il successo iniziale di The
Boroughs conferma il forte legame tra Netflix e i fratelli
Duffer anche dopo la conclusione di Stranger Things. Nonostante la quinta stagione della
serie sia stata divisiva tra parte del pubblico, le produzioni
recenti supervisionate dai due autori stanno continuando a ottenere
risultati molto positivi sia sul piano delle recensioni sia su
quello dell’attenzione mediatica.
Oltre a The Boroughs, i
Duffer hanno infatti prodotto anche la serie thriller
Something Very Bad Is Going
to Happen e lo spin-off animato Stranger Things: Tales from
’85. In particolare, The Boroughs sembra puntare su una formula
diversa rispetto a Stranger
Things, scegliendo protagonisti più anziani e una narrazione
più lenta e atmosferica rispetto ai ritmi action della serie
ambientata a Hawkins.
Al momento Netflix non ha ancora annunciato un rinnovo ufficiale
per una seconda stagione, ma secondo quanto dichiarato dal
co-creatore Jeffrey Addiss esisterebbe già un piano narrativo
pensato per tre stagioni. Molto dipenderà ora dalle visualizzazioni
dei prossimi giorni e dalla risposta del pubblico
internazionale.
Netflix ha pubblicato il nuovo
trailer della seconda stagione di
Avatar – La leggenda di Aang, anticipando il ritorno
di Aang e dei suoi alleati in una fase ancora più oscura e
pericolosa della guerra contro la Nazione del Fuoco. La nuova
stagione della serie live-action debutterà il 25 giugno 2026 sulla
piattaforma streaming.
Le
nuove immagini mostrano Aang e il gruppo diretti verso Ba Sing Se
dopo gli eventi accaduti nella Tribù dell’Acqua del Nord. Il
trailer anticipa battaglie su larga scala, scontri tra le diverse
nazioni e una crescente tensione politica mentre il protagonista
continua il suo percorso per padroneggiare i quattro elementi:
acqua, terra, fuoco e aria. Secondo la sinossi ufficiale, Aang e i
suoi amici cercheranno di convincere il misterioso Re della Terra a
unirsi alla lotta contro il Signore del Fuoco Ozai e il suo
esercito.
Tornano nel cast Gordon Cormier nei
panni di Aang, Kiawentiio come
Katara, Ian Ousley nel ruolo
di Sokka e Dallas Liu come Zuko.
La nuova stagione vedrà inoltre il ritorno di Azula, Mai, Ty Lee,
Zio Iroh e del Signore del Fuoco Ozai, interpretato ancora da
Daniel Dae Kim.
Ba Sing Se e il Regno della Terra
diventano centrali nella nuova stagione di Avatar
Il trailer conferma che la seconda stagione adatterà gran parte
degli eventi legati al Regno della Terra, una delle fasi più amate
della serie animata originale Avatar: The Last Airbender creata
da Michael Dante
DiMartino e Bryan Konietzko.
Ba Sing Se, già mostrata brevemente nel finale della prima
stagione, sembra destinata a diventare il centro politico e
militare del conflitto contro la Nazione del Fuoco. Il trailer
lascia intravedere anche l’evoluzione del rapporto tra Aang e Zuko,
mentre Azula appare pronta a giocare un ruolo ancora più importante
nella guerra.
Dopo il successo della prima stagione, Netflix continua così ad
ampliare il proprio adattamento live-action della celebre saga
animata di Nickelodeon, puntando su una narrazione più ampia e su
sequenze action ancora più spettacolari. La nuova stagione promette
infatti di esplorare in modo più approfondito il conflitto tra le
quattro nazioni e il peso crescente delle responsabilità di Aang
come Avatar.
BBC riporterà sul
piccolo schermo Hercule Poirot con
una nuova serie televisiva tratta dai celebri romanzi di
Agatha Christie.
Secondo quanto riportato da Deadline, il progetto è attualmente in sviluppo e
potrebbe estendersi fino a tre stagioni, con produzione affidata a
Mammoth Screen e
supervisione di Benji Walters.
La
produzione inizierà quest’estate tra Liverpool e il nord-ovest
dell’Inghilterra, mentre il debutto della serie è previsto per la
fine del 2027. Al momento non sono stati annunciati dettagli
ufficiali sulla trama o sul cast, ma sarebbero già iniziate le
selezioni per trovare il nuovo interprete di Poirot e degli altri
personaggi principali dello show.
Il
detective belga creato da Agatha Christie nel romanzo The Mysterious Affair at
Styles è uno dei personaggi più iconici della
letteratura gialla mondiale. Nel corso dei decenni, Poirot è stato
protagonista di decine di adattamenti cinematografici e televisivi,
diventando una figura centrale dell’immaginario crime
britannico.
Da David Suchet a Kenneth
Branagh: la nuova serie BBC raccoglie l’eredità di Poirot sullo
schermo
Negli anni, Hercule Poirot è stato interpretato da numerosi attori
tra cinema e televisione, tra cui Albert Finney,
Peter Ustinov,
Kenneth Branagh e soprattutto
David Suchet,
protagonista della storica serie Agatha Christie’s
Poirot andata in onda per 13 stagioni nell’arco di
oltre vent’anni.
Più recentemente Kenneth Branagh ha riportato il
personaggio al cinema dirigendo e interpretando nuove versioni di
Murder on the Orient
Express, Death on the Nile e
A Haunting in Venice.
Tra tutte le storie dedicate al detective, Assassinio sull’Orient Express resta
probabilmente la più celebre, già adattata nel 1974 in un film
candidato a numerosi Premi Oscar.
La BBC aveva già lavorato sul personaggio nel 2018 con la miniserie
The ABC Murders
interpretata da John Malkovich, ma il
nuovo progetto punta a costruire un adattamento seriale più ampio e
continuativo. Per il momento non è stato confermato quali romanzi
verranno adattati, ma ulteriori dettagli dovrebbero emergere nei
prossimi mesi.
Il nuovo capitolo di
Bond 26 sta prendendo forma e le ultime
dichiarazioni dello
sceneggiatoreSteven Knight confermano una
direzione molto diversa rispetto all’era di Daniel Craig. Il creatore di Peaky Blinders ha rivelato di essere immerso
nella scrittura del film attraverso ricerche approfondite sul mondo
reale dello spionaggio britannico, parlando direttamente con membri
delle SAS e persone coinvolte in operazioni segrete. L’obiettivo è
chiaro: rendere il prossimo James
Bond più autentico, contemporaneo e vicino alle radici
letterarie create da Ian Fleming.
Secondo quanto riportato da
ScreenRant, il progetto
rappresenterà il primo vero reboot del franchise dopo l’addio di
Daniel Craig e sarà diretto da
Denis Villeneuve. Knight ha spiegato che il lavoro
sullo script passa anche attraverso lo studio dell’esperienza
militare di Fleming durante la Seconda Guerra Mondiale, elemento
che influenzò profondamente i romanzi originali di Bond.
Parallelamente, proseguono i casting per trovare un nuovo volto di
007, che secondo diversi rumor dovrebbe essere più giovane e
caratterizzato da un approccio più cupo rispetto al passato.
Questa evoluzione potrebbe segnare
una svolta cruciale per il franchise. Dopo cinque film dominati
dall’impronta emotiva e traumatica del Bond di Craig, Amazon MGM
sembra intenzionata a costruire una nuova identità che unisca
spettacolo e realismo operativo. Non è casuale che Steven Knight
stia cercando riferimenti nel vero mondo dell’intelligence: il
pubblico contemporaneo è ormai abituato a thriller politici e spy
drama molto più credibili rispetto agli standard classici della
saga. Il rischio, però, è anche quello di allontanarsi dall’anima
più iconica e larger-than-life di James
Bond.
Denis Villeneuve potrebbe
trasformare Bond in uno spy thriller d’autore
La presenza di Denis Villeneuve
alla regia suggerisce che Bond 26 non sarà soltanto un semplice
rilancio commerciale. Il regista canadese ha già dimostrato con
Blade Runner 2049, Sicario e Dune di
saper unire grande spettacolo visivo e tensione psicologica,
caratteristiche che potrebbero ridefinire completamente il tono
della saga.
L’idea di un Bond più realistico e
radicato nelle operazioni segrete moderne sembra inoltre
allontanare definitivamente il franchise dall’estetica
gadget-oriented dell’era classica. Persino il riferimento continuo
a Ian Fleming lascia intuire una volontà precisa: riportare James
Bond a essere prima di tutto una figura ambigua, pericolosa e
politicamente immersa nel suo tempo.
Emily in Paris si
prepara a salutare definitivamente il pubblico.
Netflix ha annunciato che la
serie creata da Darren Star terminerà
con la
sesta stagione, le cui riprese sono iniziate oggi in Grecia. Il
nuovo ciclo di episodi rappresenterà il capitolo conclusivo della
storia di Emily Cooper, il personaggio interpretato da
Lily Collins.
Nel
comunicato ufficiale, Darren Star ha definito la realizzazione
della serie “il viaggio di una vita”, ringraziando Netflix,
Paramount e soprattutto i fan che hanno seguito il percorso di
Emily dal debutto nel 2020. “Non vediamo l’ora di condividere con
voi questo ultimo capitolo. Grazie per averci permesso di entrare
nelle vostre vite, ispirando i vostri sogni di viaggio e il vostro
amore per Parigi”, ha dichiarato il creatore della serie.
Nel corso degli anni, Emily
in Paris è diventata uno dei titoli più popolari della
piattaforma streaming, restando per 32 settimane nella Top 10
Globale di Netflix e raggiungendo il primo posto in 90 Paesi.
Secondo i dati condivisi dalla piattaforma, le prime cinque
stagioni hanno accumulato oltre 250 milioni di visualizzazioni tra
il 2023 e il 2025, trasformando la serie in un vero fenomeno pop
legato alla moda, ai viaggi e all’immaginario romantico della
capitale francese.
Darren Star chiude il viaggio di
Emily dopo sei stagioni tra moda, amore e cultura pop
La serie segue Emily, giovane esperta di marketing di Chicago che
si trasferisce a Parigi per lavoro e si ritrova a dover gestire
amicizie, relazioni sentimentali e nuove sfide professionali in una
città completamente diversa dalla sua realtà americana. Fin dal
debutto, Emily in Paris
ha costruito gran parte del proprio successo sull’estetica glamour
della serie, sulle location francesi e sul racconto leggero delle
dinamiche sentimentali e lavorative della protagonista.
Netflix ha sottolineato anche l’impatto culturale della serie, che
avrebbe contribuito ad aumentare l’interesse turistico verso la
Francia e Parigi. Lo stesso presidente francese Emmanuel Macron aveva
elogiato pubblicamente il successo internazionale dello show per la
visibilità data alla città.
Con la conclusione di Emily
in Paris, Darren Star chiuderà un altro dei suoi franchise
televisivi più iconici dopo serie come Sex and the City,
Beverly Hills, 90210
e Melrose Place. Nel
frattempo, il produttore sta già lavorando alla nuova comedy
Uncorked, ambientata nel
mondo del vino nella Napa Valley.
Il
finale di The Boys ha lasciato molti
spettatori concentrati sulla morte di Homelander e sul destino di
Butcher, ma uno dei cambiamenti più significativi riguarda in
realtà Mother’s Milk. Nel corso dell’ultima stagione, MM aveva
promesso di uccidere Stan Edgar se fosse mai tornato al comando
della Vought. Eppure, nell’episodio conclusivo “Blood and Bone”,
quella promessa viene deliberatamente infranta. Una decisione che
rappresenta il vero punto finale dell’arco del personaggio.
Secondo l’analisi pubblicata da ScreenRant, la
scelta nasce dal profondo cambiamento emotivo attraversato da MM
durante la quinta stagione. Per gran parte degli episodi il
personaggio interpretato da Laz Alonso appare più
cupo, aggressivo e vicino alla mentalità autodistruttiva di
Butcher. Ha perso la speranza di sopravvivere alla guerra contro
Homelander e questo lo porta ad agire senza più preoccuparsi delle
conseguenze. Nel finale, però, dopo la caduta del leader dei Sette,
MM decide finalmente di interrompere il ciclo di odio e violenza
che ha definito tutta la sua esistenza.
Questa è probabilmente la
conclusione più coerente che The
Boys potesse dare al personaggio. Uccidere Stan
Edgar avrebbe significato restare intrappolato nella stessa
ossessione che ha consumato Butcher per cinque stagioni. Invece MM
sceglie la famiglia, il futuro e persino Ryan, prendendo le
distanze definitiva dalla guerra contro i Supes. È un finale meno
spettacolare rispetto a uno scontro sanguinoso con Edgar, ma molto
più importante sul piano tematico: la serie suggerisce che la vera
vittoria non sia distruggere il nemico, ma riuscire a smettere di
vivere soltanto per combatterlo.
Il ritorno di Stan Edgar prepara
il futuro del Vought Cinematic Universe
La scelta di lasciare Stan Edgar di
nuovo al vertice della Vought non sembra casuale. Dopo la morte di
Homelander, il franchise ha bisogno di una nuova figura di
controllo, e il personaggio interpretato da Giancarlo Esposito
rappresenta perfettamente il lato più freddo e sistemico del potere
nel mondo di The Boys.
Mentre Homelander incarnava il caos
incontrollabile dei Supes, Edgar è sempre stato il simbolo del
capitalismo aziendale dietro Vought. Il fatto che sopravviva e
riprenda il controllo dell’azienda suggerisce che l’universo
narrativo non abbia davvero eliminato il problema alla radice. È
anche un indizio importante per il futuro del franchise: con
Vought Rising in arrivo nel 2027 e
altri spin-off già in sviluppo, Prime Video sembra voler spostare il focus dalla
guerra contro Homelander alla struttura di potere che ha creato
tutto il sistema dei Supes. Il finale di MM, quindi, definisce
anche la nuova direzione morale del franchise post-Homelander.
Dopo il narrativamente pregno
All Your Faces, che affrontava la
questione della giustizia riparativa, Jeanne Herry
arriva per la prima volta in concorso al Festival di Cannes con
Garance, studio su una figura femminile
che si trova a un bivio nella vita, sospesa tra le intemperie di un
presente di precarietà e insoddisfazione, e l’idea di un futuro
intoccabile, a cui lei stessa sembra mettere i bastoni tra le
ruote.
Trovare il proprio spazio nel
mondo
Garance
(Adèle Exarchopoulos) è una giovane attrice di
talento, dotata di un magnetismo istintivo e di un’energia fuori
dal comune, ma ancora lontana dal riconoscimento che desidera. Vive
a Parigi, in un piccolo appartamento, facendo i conti con una
precarietà economica sempre più soffocante, relazioni passeggere,
un’ansia crescente e una dipendenza dall’alcol che, poco a poco,
stringe la sua presa sulla sua vita.
In mezzo al caos, però, Garance
trova ancora alcuni appigli: l’amore profondo per la sorella minore
malata e l’inizio di una relazione tenera con Pauline, che sembra
offrirle una possibilità di respiro. Man mano che questi legami
diventano più importanti, la giovane trova la forza di affrontare
l’oscurità che ha cercato a lungo di evitare, intraprendendo un
percorso difficile ma necessario verso una possibile rinascita.
Garance vive grazie ad Adèle Exarchopoulos
Forse Garance non è il
tipo di film che ci aspetterebbe di trovare in concorso, ma è un
dramedy davvero godibile su una ragazza apparentemente in frantumi
che cerca di ricostruire la propria vita nel bel mezzo di un caos
esistenziale. Certo, se non ci fosse
Adèle Exarchopoulos a interpretarla, molto probabilmente alla
storia mancherebbe quell’energia e quella verve che, anche negli
anfratti più duri e turbolenti della vita di Garance, non vengono
mai meno.
Garance
è, come dicevamo, soprattutto la sua interprete: abbiamo imparato a
voler bene all’attrice francese dal lontano 2013, che la portò alla
ribalta con La vita di Adele. Da lì, tra commedie, drammi e
thriller, si è fatta riconoscere tra i volti giovanili più noti del
cinema europeo, e ha attraversato il Festival di Cannes in lungo e
in largo, l’ultima volta giusto qualche anno fa con l’eclettico
L’amore che non muore.
Con un equilibrio abbastanza
efficace tra dramma e leggerezza, Garance
racconta le variopinte difficoltà del vivere un giorno alla volta
di una ragazza alle prese con un’esistenza in divenire.
James Grey torna
in concorso a Cannes con Paper Tiger,
gangster movie e ideale prosecuzione del film
Armageddon Time, sempre presentato sulla
Croisette nel 2022.
Siamo a New York, più precisamente
nel Queens, nel 1986. Due fratelli, profondamente diversi tra loro
(Miles
Teller e Adam Driver), si uniscono per un affare losco
legato alla mafia russa. Ma quella che doveva essere un’opportunità
si trasforma presto in un incubo, mettendo in pericolo la loro
famiglia, la loro integrità e il loro legame fraterno.
Un gangster movie che non riesce mai ad acchiappare lo
sguardo
James Grey
costruisce un film buono nella forma ma che, come puro racconto di
genere, cozza nell’inserimento in un concorso i cui film si
interrogano su tematiche ben più attuali e urgenti. In generale, le
performance risultano spente e non particolarmente memorabili,
specialmente quella di Scarlett Johansson. Il personaggio della
moglie fa prevalentemente da spalla senza mordente e, nel momento
in cui emerge una sua problematica che potrebbe essere in qualche
modo collegata alla più ampia trama, allo spettatore riesce
difficile preoccuparsi davvero per le sue sorti.
Quello imbastito dal cineasta
statunitense è un racconto di forte lealtà nei confronti della
parentela, che però porta a conseguenze inaspettate. Ci sono tutti
i codici e il lessico del gangster movie, le minacce costanti, le
linee di dermacazione valicate senza permesso, ma manca una vera
svolta di trama che faccia fare al film di James Grey il salto
definitivo.
L’azione si richiude sulle mura domestiche
La storia che fa da sfondo a
Paper Tiger è quella di una famiglia a
cui finiamo per non affezionarci affatto, che non riesce mai a
fuoriuscire davvero dalla casetta ricoperta di carta da parati in
cui vivono. C’è un figlio prossimo al college, un padre e buon uomo
di famiglia, uno zio ex-poliziotto e forse troppo sicuro di sé, una
moglie devota e anche un po’ burlona, che fa da spalla comica.
Nonostante il conflitto centrale sia esterno all’abitazione e al
nido domestico, e il film di James Grey tenti in tutti i modi di
portarci oltre questo, tutto si riduce a quattro mura dalle quali
vorremmo disperatamente uscire.
Ancora pioggia di star per i
photocall della mattina del 21 maggio a Cannes 79.
Questa volta non solo star hollywoodiane ma anche made in Italy
come Franco Nero, Isabella Ferrari e
Ornella Muti. Brillano anche Noemie
Marlant e Marion Cotillard e Rami
Malek e Tom Sturridge. Ecco tutte le
foto:
Margo ha problemi di soldi è una serie
Apple
TV che segue le difficoltà personali e creative di
Margo, tra famiglia, responsabilità e identità pubblica. Il
racconto mescola dramma e satira sociale, mettendo al centro
relazioni complicate e scelte ambigue.
La
prima stagione sviluppa diverse linee narrative che convergono in
un finale ricco di tensione: la disputa sull’affidamento, la
segnalazione ai servizi di protezione minori (CPS) e una
rivelazione legata a Hungry Ghost che lascia chiaramente
intendere una seconda stagione ancora più caotica. Il finale,
“Lock and Load”, non offre a Margo Millet un lieto fine
tradizionale e questo è coerente con una serie che funziona meglio
quando i personaggi sono complessi, contraddittori
e spesso intrappolati tra affetto, paura, orgoglio e
autoinganni.
L’ottavo episodio
conclude la disputa legale per Bodhi, ma allo stesso tempo apre
nuove strade narrative per il lavoro di Margo, il percorso di
guarigione di Jinx, il futuro romantico di Shyanne e il ruolo di
Kenny all’interno della famiglia. Ecco alcune delle risposte alle
domande più frequenti, prima dell’arrivo della seconda
stagione.
Margo ha ottenuto la custodia di Bodhi?
Sì,
Margo (Elle
Fanning) conquista la custodia principale di
Bodhi nel finale della prima stagione di Margo ha problemi di soldi. Il tribunale
concede a Mark (Michael Angarano) due fine
settimana al mese, permettendogli comunque di mantenere un rapporto
con il figlio, mentre Margo resta il genitore di
riferimento. La scena in aula evita una vittoria facile o
celebrativa. In precedenza, Margo rischia seriamente di
compromettere la sua posizione quando Mark la provoca, insultandola
definendola una sex worker e mettendo in discussione la sua
idoneità come madre.
Il
suo test psicologico conferma che è mentalmente stabile, ma Mark sa
bene come provocarla e riesce a farla reagire in modo impulsivo.
Questo porta il caso davanti alla corte superiore, aumentando la
tensione della vicenda. Quando la causa arriva davanti al giudice
Andrew Spencer, però, l’andamento cambia. Spencer evidenzia la
responsabilità di Mark nell’intera situazione e chiede a Margo se
sia orgogliosa di ciò che sta facendo.
All’inizio Margo risponde con prudenza, poi però ammette di
esserlo, spiegando che sta crescendo Bodhi con l’aiuto
della sua famiglia e che sta facendo del suo meglio.
Perché il giudice ha chiesto a tutti di tenere Bodhi in
braccio?
Il giudice chiede a ciascuna
persona legata al mondo di Margo di tenere Bodhi in braccio perché
vuole osservare la situazione reale del bambino,
invece di basarsi solo sugli argomenti legali presentati in aula.
Susie (Thaddea Graham) entra con Bodhi e il
giudice la considera a tutti gli effetti parte della famiglia di
Margo, non una semplice coinquilina. Jinx (Nick
Offerman) ammette apertamente il suo passato di
dipendenza, ma Bodhi reagisce con naturalezza e affetto nei suoi
confronti. Shyanne (Michelle
Pfeiffer) si commuove quando il bambino non piange tra
le sue braccia: è un momento importante per lei e, allo stesso
tempo, la fa sentire finalmente riconosciuta nel ruolo di
nonna.
Successivamente è Mark a prendere
Bodhi in braccio, e il bambino inizia a piangere. Anche
Mark si emoziona, perché è la prima volta in cui
riesce davvero a stringere suo figlio. La scena ammorbidisce la
percezione del tribunale nei suoi confronti, senza però
trasformarlo in una figura positiva in senso assoluto.
Mark riconosce le proprie
responsabilità e ammette di aver sbagliato, pur
ribadendo il desiderio di costruire un rapporto con Bodhi. La
decisione finale del giudice tiene insieme entrambe le prospettive:
Margo ha creato un ambiente stabile per la vita quotidiana del
bambino, ma Mark non viene completamente escluso dalla sua
crescita.
È stato Mark a chiamare i servizi
sociali?
No, non è Mark ad aver contattato i
servizi di protezione dei minori (CPS). Nel finale di
Margo ha problemi di soldi
si scopre che la segnalazione è stata fatta da
Kenny (Greg
Kinnear). Questo dettaglio è importante perché, anche
se il comportamento di Mark durante la disputa per la custodia era
già stato problematico, la chiamata ai CPS arriva in realtà
dall’interno del nucleo familiare allargato di Margo. Kenny
afferma di aver agito per precauzione, dopo
l’overdose di Jinx e perché, secondo lui, nessuno stava realmente
gestendo la situazione in modo responsabile.
In teoria può sembrare un gesto
dettato dalla preoccupazione, ma nella pratica risulta molto più
controverso: Kenny agisce senza dirlo a Shyanne e finisce per
mettere a rischio la posizione di Margo nella causa per la
custodia. A questo si aggiunge anche una componente personale
difficile da ignorare. Kenny lascia intendere di sapere che Shyanne
è ancora legata a Jinx e questo fa sembrare la sua decisione meno
oggettiva di quanto dichiari. Anche se può aver creduto di
proteggere Bodhi, di fatto ricorre a un intervento ufficiale contro
una famiglia che non comprende pienamente.
Shyanne lascerà Kenny dopo il
colpo di scena dei servizi sociali?
Il finale non mostra una
separazione netta, ma lascia intendere che la relazione tra
Shyanne e Kenny sia in forte difficoltà. La scelta di
Kenny di contattare i servizi di protezione dei minori senza
confrontarsi con lei non è un dettaglio secondario: mette in
pericolo Margo, Bodhi e il delicato equilibrio che Shyanne stava
cercando di mantenere nel suo ruolo di madre e nonna.
Per gran parte dell’episodio
conclusivo, Shyanne è combattuta dal senso di
colpa. Si scusa con Elizabeth (Marcia
Gay Harden) dopo averla colpita e riceve in cambio un
altro insulto su Margo definita una delusione. Questa volta però
riesce a non reagire, segno di una crescente fragilità e paura. Il
timore principale è che, se Margo dovesse perdere la custodia di
Bodhi, la famiglia non riuscirebbe più a ritrovare stabilità.
In questo contesto, la rivelazione
su Kenny pesa ancora di più. Lui non si è fidato abbastanza da
coinvolgerla e ha sottovalutato le possibili conseguenze di una
segnalazione ai CPS per Margo. Anche se la sua preoccupazione per
Jinx può avere una base reale, il modo in cui ha gestito la
situazione rischia di diventare qualcosa che Shyanne non riesce a
perdonare.
Perché Jinx si scusa con
Susie?
Jinx si scusa con Susie perché la sua overdose l’ha
spaventata profondamente. In precedenza, Margo e Susie lo
avevano trovato svenuto nella vasca da bagno con una siringa di
eroina, un episodio che ha lasciato Susie chiaramente scossa. Susie
non è soltanto la coinquilina di supporto di Margo: nel corso della
stagione sviluppa un legame emotivo con la famiglia Millet, anche
grazie alla sua vecchia ammirazione per Jinx ai tempi della
carriera nel wrestling.
Quando Jinx la va a trovare, non cerca una scena né pretende
assoluzione. È consapevole del male che ha causato
e riconosce che Susie aveva bisogno di sentirlo dire apertamente.
Il dettaglio di “Shadowheart” corretto da Susie è particolarmente
tenero, perché mostra un rapporto che ha un suo codice personale.
Il modo in cui Jinx la chiama inizialmente “Shadow Hat” è ironico,
ma la correzione rende evidente che Susie desidera essere
riconosciuta da lui nel modo giusto. Le sue scuse non
risolvono il problema della dipendenza, ma segnano comunque
l’inizio di un’assunzione di responsabilità.
Cosa significa il “Tunnel dell’Amore” di Margo?
La
rivelazione del “Tunnel dell’Amore” segna un cambio di prospettiva
per Margo: Hungry Ghost non è più soltanto una soluzione economica
temporanea. Inizia infatti a considerarlo come uno spazio
creativo e come un mezzo per esercitare controllo sul
proprio corpo, sulla propria narrazione e sulle proprie entrate.
Nel corso del finale, KC (Rico Nasty) e Rose
(Lindsey
Normington) la spingono a esplorare contenuti più
espliciti. Margo però ribadisce di non fare sex
work e si definisce un’artista, una risposta che le irrita
perché sottolineano come il sex work possa essere anche espressione
artistica e performance.
Margo li ascolta, anche se non è ancora pronta ad accettarlo
pienamente. Più tardi confida a Shyanne che potrebbe iniziare a
pubblicare contenuti legati al “Tunnel del’Amore” all’interno del
suo concept fantascientifico. Shyanne le propone un aiuto economico
se il problema è il denaro, ma Margo ammette che potrebbe
continuare anche senza necessità economiche. Il punto centrale è
proprio questo: Hungry Ghost non rappresenta più solo la
sopravvivenza, ma sta diventando per Margo uno spazio in
cui creare, esibirsi, guadagnare e provocare.
Il
lavoro di Margo su OnlyFans viene mostrato come soldi facili?
No, ed è uno degli aspetti più
riusciti della serie. Margo ha
bisogno di soldinon tratta il sex work online
come una scorciatoia semplice o immediata per fare soldi.
Al contrario, mette in evidenza tutto ciò che comporta: lavoro di
performance, costruzione di un’identità pubblica, gestione del
pubblico, collaborazioni, senso di vergogna, rischi per la
sicurezza e tenuta emotiva.
Margo ha una forte vena
creativa e riesce a trasformare Hungry Ghost in qualcosa
di unico grazie alla sua immaginazione e al suo istinto narrativo.
Allo stesso tempo, la serie mostra chiaramente che questa
scelta ha conseguenze sul piano sociale, legale ed
emotivo. Mark la usa contro di lei in tribunale, Becca
(Sasha Diamond) ne mette in discussione le
decisioni, Shyanne fatica ad accettarla e persino gli sconosciuti
arrivano a riconoscerla. La decisione più significativa del finale
è che Margo non perde nulla di ciò che ha costruito: riesce a
mantenere sia Bodhi sia Hungry Ghost. Un equilibrio tutt’altro che
scontato.
Cosa potrebbe succedere a Susie
nella seconda stagione di Margo
ha problemi di soldi?
Susie rappresenta uno dei fili
narrativi più aperti in vista di una possibile seconda stagione di
Margo ha problemi di
soldi. Ormai fa parte a pieno titolo della famiglia di Margo,
ma il suo passato rimane ancora poco approfondito.
È appassionata di cosplay, wrestling, supporta Margo nella
creazione dei contenuti e si occupa anche di Bodhi, ma la serie ha
solo iniziato a esplorare la sua storia.
Una seconda stagione potrebbe
indagare meglio il motivo del suo legame così forte con Jinx e con
l’ambiente del wrestling. Allo stesso tempo, potrebbe darle
un ruolo più centrale nell’estetica di Hungry
Ghost, soprattutto se Margo dovesse sviluppare ulteriormente la
parte sci-fi dei suoi contenuti. Susie appare già come una
figura tuttofare: tra costumista, “zia” della famiglia,
sostegno emotivo e presenza un po’ fuori dagli schemi. Ora però
avrebbe bisogno di uno spazio narrativo tutto suo.
Cosa aspettarsi dalla seconda
stagione di Margo ha problemi di
soldi?
La seconda stagione di
Margo ha problemi di soldi
probabilmente si concentrerà sulla crescente notorietà
pubblica di Margo, sul ruolo più limitato di Mark come
padre di Bodhi, sul percorso di recupero di Jinx, sui sentimenti di
Shyanne nei confronti di Jinx, sul tradimento di Kenny e
sull’evoluzione di Hungry Ghost verso una realtà sempre più
strutturata e professionale. La questione della custodia è stata
risolta per il momento, ma la famiglia resta tutt’altro che
stabile.
Il nodo centrale della prossima
stagione potrebbe essere l’esposizione pubblica.
Il profilo di Margo continua a crescere e, più aumenta la sua
visibilità, più diventa complicato separare la sua vita privata
dall’immagine che proietta online. Un fan, un critico, un problema
legale o persino le sue stesse scelte potrebbero innescare
nuovi conflitti.
Margo ha problemi di
soldi è disponibile su Apple TV
+.
Il progetto cinematografico su
Rey, ambientato dopo L’Ascesa di Skywalker, è stato uno
dei tentativi più ambiziosi e al tempo stesso più travagliati della
nuova fase di Star
Wars. Ora Damon Lindelof ha
finalmente raccontato perché la sua versione del film è stata
accantonata, offrendo uno sguardo diretto sulle difficoltà creative
che hanno bloccato lo sviluppo.
Durante un intervento a The
Ringer-Verse, Lindelof ha confermato di essere stato
allontanato dal progetto che avrebbe dovuto riportare Daisy Ridley nei panni di Rey quindici anni
dopo gli eventi della trilogia sequel. Il concept iniziale,
sviluppato insieme a Justin Britt-Gibson, prevedeva una storia che
affrontava esplicitamente il conflitto tra “nostalgia” e
“revisione” all’interno della stessa narrazione. L’idea, secondo lo
sceneggiatore, era quella di mettere in scena una sorta di “Riforma
protestante” interna a Star Wars, dove le tensioni tra
passato e futuro diventavano parte integrante del racconto.
Tuttavia, questo approccio si è
rivelato troppo complesso da tradurre in una struttura narrativa
efficace. Lindelof ha ammesso che la sceneggiatura faticava a
trovare un equilibrio tra tono, eredità della trilogia sequel e
nuova direzione del personaggio, fino al punto in cui il progetto è
stato riassegnato ad altri autori e progressivamente
rimaneggiato.
La vicenda non è solo un retroscena
produttivo, ma rivela un problema più ampio: la difficoltà
di Star Wars nel ridefinire il proprio centro narrativo dopo la
saga degli Skywalker, senza trasformare ogni nuovo
progetto in una riflessione autoreferenziale sul proprio
passato.
Rey e il problema del
post-Skywalker: tra eredità, fandom e identità del franchise
Il film su Rey nasceva proprio da
questa tensione irrisolta. Da un lato l’esigenza di riportare la
protagonista della trilogia sequel al centro della narrazione;
dall’altro la necessità di definire cosa sia diventato Star
Wars in assenza della famiglia Skywalker come asse
portante.
Lindelof aveva tentato di
trasformare questa incertezza in tema narrativo, costruendo un film
che riflettesse sul conflitto tra innovazione e nostalgia — due
forze che da anni dividono il fandom della saga. Ma proprio questa
scelta metanarrativa ha contribuito a rendere il progetto difficile
da sviluppare in modo lineare.
Dopo il suo allontanamento, il film
ha continuato a cambiare direzione: prima con Steven
Knight, poi con George Nolfi, mentre la
regia è rimasta affidata a Sharmeen Obaid-Chinoy.
Una rotazione creativa che evidenzia quanto il progetto sia ancora
alla ricerca di una forma definitiva.
Nel frattempo, l’universo
cinematografico di Star Wars si prepara a ripartire con
The Mandalorian & Grogu e con il film
Starfighter previsto per il 2027, segno che
Lucasfilm sta cercando nuovi punti di equilibrio tra espansione
seriale e ritorno al cinema.
Con la conclusione della serie
principale, The
Boys non si ferma davvero: secondo una nuova
analisi del franchise, l’universo Prime Video si sta ormai trasformando a tutti gli
effetti in una struttura espansa simile ai grandi cinematic
universe contemporanei. Il finale della serie ha infatti
consolidato una realtà narrativa che continuerà a svilupparsi
attraverso spin-off e prequel già in produzione.
Il caso più emblematico è
Vought Rising, il prequel ambientato negli
anni ’50 che esplorerà le origini della Vought e il passato di
Soldier Boy e Stormfront
attraverso una struttura ibrida tra mystery e period drama. Come
evidenziato dall’analisi di ScreenRant, la quinta stagione
della serie principale ha spesso funzionato quasi come introduzione
indiretta a questo nuovo progetto, con una forte centralità proprio
del personaggio di Soldier Boy e un focus crescente sulla mitologia
della Vought. Il risultato è una transizione quasi naturale verso
un franchise sempre più frammentato e modulare.
La trasformazione è significativa
perché ribalta l’idea originaria della serie. The
Boys nasceva infatti come satira dei grandi
universi supereroistici, mentre oggi si trova nella posizione
opposta: un franchise che si espande attraverso spin-off,
generi diversi e linee temporali multiple, esattamente
come quelli che originariamente prendeva in giro.
Vought Rising e la
metamorfosi del VCU: dal sarcasmo supereroistico al
franchise multi-genere
Il cosiddetto “VCU”
(Vought Cinematic Universe) non sta semplicemente
copiando il modello Marvel o DC, ma lo sta
reinterpretando in chiave più ibrida e sperimentale. Ogni spin-off
sembra infatti assumere un’identità autonoma: Gen
V ha adottato i codici del teen drama
universitario, mentre Diabolical ha esplorato generi
diversi episodio per episodio, dalla commedia slapstick al K-horror
fino all’anime.
In questo contesto, Vought
Rising rappresenta il passo più radicale: un cambio completo
di tono verso il period drama e il crime investigativo, con una
forte componente romantica e politica. Questo approccio consente al
franchise di evitare la ripetizione del modello narrativo
principale, trasformando ogni progetto in una declinazione autonoma
dello stesso universo.
La conseguenza più interessante è
però culturale prima ancora che industriale. “The
Boys” non è più soltanto una parodia dei supereroi, ma un
ecosistema narrativo che riflette la logica stessa che criticava:
espansione continua, moltiplicazione dei punti di vista e
costruzione di un universo senza fine definito.
In questo senso, il finale della
serie non rappresenta una conclusione ma una soglia. Il mondo di
Homelander, Butcher e Soldier Boy non si chiude: si frammenta in
nuove storie, nuovi generi e nuove linee temporali. E proprio
questa frammentazione sembra essere la vera eredità del
franchise.
Con Scissione, Apple
TV è riuscita a costruire una serie capace di
distinguersi grazie al suo stile originale, ma ora
la piattaforma sembra aver trovato anche una valida rivale
interna. Scissione mescola fantascienza, thriller
psicologico e commedia, motivo per cui riesce a offrire così tanti
elementi diversi. Ed è proprio questa combinazione una delle
ragioni principali del suo
enorme successo, dato che riesce a soddisfare pubblici
differenti. La storia è complessa e ricca di colpi di
scena, la tensione è davvero inquietante e l’umorismo ha uno stile
unico e particolare. Nel complesso, Scissione raggiunge un equilibrio che poche altre serie
riescono anche solo a sfiorare.
Sebbene ogni componente
contribuisca al successo dello show, sono soprattutto gli
aspetti psicologici a sostenere l’intera narrazione. È
fondamentale che gli spettatori provino una costante
sensazione di disagio durante la visione,
aumentando così la suspense e rendendo i momenti comici, spesso
volutamente bizzarri, ancora più efficaci. A quanto pare, mettere
sotto pressione il pubblico e creare tensione mentale è un ottimo
modo per tenerlo coinvolto.
Adesso Apple TV sembra aver
riproposto quella formula vincente nella nuova
serie Widow’s
Bay. Lo show si avvicina maggiormente a una
classica horror comedy, ma gli episodi più recenti hanno dato molto
più spazio alla tensione psicologica. È proprio questo che ha
trasformato ufficialmente Widow’s Bay in una vera rivale di Scissione.
Le tensioni psicologiche di
Widow’s Bay sono allo stesso
livello di Scissione
Matthew Rhys in “Widow’s Bay,” premiering April 29, 2026 on Apple
TV.
La storia di Widow’s Bay segue Tom Loftis (Matthew
Rhys), sindaco di una cittadina su un’isola del New
England. Il suo piano è quello di trasformare il luogo in
un’attrazione turistica, ma i bizzarri abitanti della località che
dà il titolo alla serie lo mettono in guardia: sostengono che
l’isola sia maledetta. Tom inizialmente liquida le
loro affermazioni con irritazione e incredulità, per poi scoprire
rapidamente che avevano completamente ragione.
La natura di questa maledizione
spinge questa serie verso l’horror
soprannaturale, distinguendola nettamente da
Scissione. Tuttavia, la
serie Apple TV non si limita a un unico tipo di terrore. L’isola è
infestata da nebbie che sottraggono le anime, serial killer
mostruosi, clown fantasma, libri demoniaci e pestilenze, oltre a
molte altre minacce.
Questa varietà consente a
Widow’s Bay di
attraversare diversi sottogeneri del thriller, mentre gli episodi
più recenti si avvicinano sempre più a quelle stesse tensioni
psicologiche che hanno reso Scissione così efficace.
Widow’s Bay ha molti elementi che Scissione non possiede
Jeff Hiller e Kate O’Flynn in “Widow’s Bay”, disponibile dal 29
aprile 2026 su Apple TV.
Scissione è ormai un vero
cult, quindi per Widow’s
Bay non è affatto semplice competere in termini di popolarità
e pubblico all’interno del catalogo Apple TV. Solo il tempo potrà
dire se riuscirà davvero a imporsi come una serie superiore, ma
sicuramente ha iniziato con il piede giusto, grazie a diverse
caratteristiche originali, coinvolgenti e ricche di tensione che
Scissione non
possiede.
Come già accennato, la
serie sfrutta molti classici dell’horror. La serie si diverte
a giocare con il genere, riempiendo la narrazione di numerosi
archetipi e cliché tipici delle storie horror.
Questo contribuisce sicuramente anche alla componente comica, ma
non riduce l’impatto delle parti più inquietanti. Widow’s Bay è infatti un horror a tutti
gli effetti, capace di generare paura nello spettatore come
qualsiasi altra opera del genere. Un elemento che Scissione non può realmente
vantare.
Inoltre, Widow’s Baynon richiede lo stesso
livello di attenzione e sforzo mentale di Scissione. I thriller psicologici
tendono a essere più complessi e impegnativi, e sebbene
Widow’s Bay includa
alcune dinamiche di questo tipo, il suo mistero narrativo è molto
meno stratificato. Non si tratta di una visione “leggera” in senso
stretto, perché mantiene alta la tensione e l’inquietudine per
tutto il tempo, ma in generale è meno esigente dal punto di vista
interpretativo.
Nel complesso, Scissione e Widow’s Bay offrono due esperienze molto
diverse, anche se chi apprezza le componenti psicologiche dell’una
potrebbe facilmente gradire anche l’altra. Gli amanti dell’horror
più diretto, oppure chi trova troppo complessi gli aspetti
cognitivi di Scissione,
sono più inclini a preferire Widow’s Bay. In ogni caso, entrambe restano due ottime
serie Apple TV. Se continueranno a competere tra loro, il risultato
sarà comunque positivo per il pubblico.
Nel corso delle cinque stagioni di
The
Boys, ci sono state molte perdite, con diversi
personaggi che sono morti nel corso dei sette anni di storia della
serie. Tuttavia, alcuni fortunati sono riusciti a superare le
avversità e ad arrivare dalla prima stagione fino ai titoli di
coda, rimanendo in vita.
In questa lista, consideriamo solo
i personaggi apparsi nella quinta stagione e di cui sappiamo con
certezza che sono sopravvissuti. Ad esempio, l’ultima volta che
abbiamo visto Queen Maeve, era viva e vegeta, eppure non è apparsa
nel capitolo finale, rendendo impossibile conoscere il suo vero
destino dopo essere stata assente dalla storia per diversi
anni.
Pertanto, tra tutti gli eroi e i
cattivi apparsi nella prima stagione, solo un piccolo numero di noi
sa con certezza che è sopravvissuto al finale della quinta stagione
di The
Boys. Ecco quindi tutti i personaggi originali
ancora presenti dopo il finale.
Hugh Campbell (Hughie)
La sopravvivenza di Hughie nella
quinta stagione di The
Boys sembrava quasi inevitabile, dato che è probabilmente
il personaggio più morale dell’intera serie. Tuttavia, nulla era
davvero certo, soprattutto considerando quanto l’adattamento
televisivo si sia allontanato dai fumetti. Fortunatamente, Hugh
Campbell è sopravvissuto e ha ottenuto il finale che meritava.
Dopo che la sua vita normale è
stata distrutta quando A-Train ha ucciso la sua ragazza nella prima
stagione, Hughie ha sopportato più dolore e sofferenza di molti
altri personaggi, riuscendo comunque a restare fedele a sé stesso.
Ha rischiato la vita più volte, anche nel finale, dove lui e MM
sono riusciti a uccidere Oh Father.
Dopo lo scontro finale con Butcher,
durante il quale è stato costretto a uccidere il suo storico
alleato, Hughie ha aperto un negozio di elettronica e sta per
diventare padre. Finalmente, questo gli offre un po’ di pace e una
vita normale.
Annie January (Starlight)
Come Hughie, anche Annie è stata al centro di gran parte della
trama di The Boys e, nel corso della serie, ha dovuto
affrontare numerosi traumi. All’inizio della prima stagione era una
giovane eroina piena di ambizione, ma ha presto sperimentato in
prima persona la corruzione e i crimini della Vought,
trasformandosi gradualmente in un simbolo della resistenza contro
questa malvagia multinazionale.
Nonostante il percorso narrativo di Starlight in The
Boys sia stato a tratti controverso, Annie ha sempre cercato
di fare la cosa giusta, rendendo il suo lieto fine accanto a Hughie
pienamente meritato. Dopo aver causato la morte di The Deep e aver
preso parte al funerale di Butcher, il salto temporale del finale
rivela che è incinta: lei e Hughie decidono infatti di chiamare il
loro bambino Robin.
Questo, però, non le impedisce di continuare a essere un’eroina.
L’ultima volta che la vediamo, infatti, è mentre vola via per
fermare un crimine, dimostrando che Annie è ancora determinata ad
aiutare le persone anche dopo aver sconfitto Homelander.
Tecnicamente, la sua scena finale conferma anche la sopravvivenza
di sua madre, un altro personaggio presente fin dalla prima
stagione, sebbene non compaia mai direttamente sullo schermo.
Marvin Milk (MM) e la sua
famiglia
Per gran parte della quinta stagione, sembrava che ci volesse un
miracolo perché MM riuscisse a sopravvivere al finale di The
Boys. Pur restando uno dei membri più intelligenti e influenti
del gruppo, il cambiamento nella sua personalità nel corso della
stagione lo ha portato spesso a mettersi in pericolo. Il suo stato
mentale sempre più instabile e distaccato faceva apparire la sua
morte come inevitabile.
Invece, durante “Blood and Bone”, MM riesce a uccidere un altro
supereroe e a uscire sano e salvo dalla Casa Bianca. Dopo aver
visitato la tomba di Butcher insieme al resto del gruppo, si
riunisce alla sua famiglia, si risposa con Monique e sembra
finalmente riuscire a costruirsi quella vita tranquilla che
desiderava da tempo, accogliendo anche Ryan nella sua casa.
Kimiko Miyashiro
Kimiko ha avuto un ruolo fondamentale nel finale della quinta
stagione di The Boys, trovandosi al centro dello scontro
conclusivo. Insieme a Butcher ha affrontato Homelander prima che
Ryan si unisse alla battaglia e, anche se ci è voluto del tempo,
alla fine è riuscita a scatenare l’esplosione che ha annullato i
poteri degli altri tre, permettendo così a Butcher di uccidere
Homelander.
Sebbene durante lo scontro abbia riportato diverse ferite e
contusioni, Kimiko è sopravvissuta ed è stata la prima a lasciare
il gruppo dopo aver reso omaggio a Butcher. In seguito decide di
andare in Francia e di cenare da sola in un caffè, immaginando
apparentemente Frenchie seduto accanto a lei, a suggerire che il
ricordo e l’amore per lui continueranno sempre ad
accompagnarla.
Si tratta di una conclusione dal sapore agrodolce, ma Kimiko è
comunque una dei quattro membri dei Boys sopravvissuti al finale,
ottenendo finalmente la possibilità di lasciarsi il passato alle
spalle e iniziare una vita migliore.
Ryan Butcher
Nonostante sia apparso soltanto più avanti nella serie, Ryan è
comunque presente fin dalla prima stagione di The Boys,
soddisfacendo quindi i criteri di questa lista. Essendo il figlio
di Homelander, il suo percorso è stato estremamente turbolento: il
rapporto con Homelander e Butcher ha attraversato continui alti e
bassi nel corso della serie, mettendolo in una posizione
particolarmente difficile nel finale.
Alla fine, Ryan prende la decisione giusta schierandosi contro
il principale antagonista di The Boys e contribuendo
indirettamente alla sua morte. Successivamente decide di prendere
le distanze da Butcher, ma partecipa comunque al raduno sulla tomba
del suo patrigno prima di andare via con MM, riunendosi di fatto a
quella che ormai considera la sua vera famiglia.
Anche se Ryan non è stato lui a uccidere Homelander nella quinta
stagione di The Boys, ha ancora molto da elaborare,
soprattutto dopo aver perso i suoi poteri. Tuttavia, MM sembra
essere la persona più adatta a prendersi cura di lui, rendendo il
finale dei due particolarmente appropriato e significativo.
Ashley Barrett
Considerando che lavorava
alla Vought fin dalla prima stagione, la sopravvivenza di Ashley
nel finale di The Boys è stata un miracolo, anche se l’esito della
sua vicenda non è stato completamente positivo. Dopo aver assistito
a molte delle atrocità commesse dalla Vought nel corso degli anni,
principalmente per paura, Ashley si è finalmente fatta avanti nel
finale aiutando i Boys a infiltrarsi nella Casa Bianca.
Non l’abbiamo più vista fino a
quando non ha pronunciato un discorso in cui annunciava che non si
sarebbe dimessa dalla carica di Presidente degli Stati Uniti, salvo
poi essere caduta vittima di impeachment, come apprendiamo da un
notiziario nel finale di puntata. Tutto sommato, il destino di
Ashley avrebbe potuto essere molto peggiore, e il fatto di essere
scampata al caos scatenatosi alla Vought è comunque un motivo per
festeggiare.
Stan Edgar
Avendo lavorato con i
Sette e i Boys, Stan Edgar ha affrontato numerose occasioni in cui
avrebbe potuto morire, eppure ha concluso la serie dove l’aveva
iniziata, al comando della Vought. Fin dalla prima stagione, Stan è
stato presentato come una figura astuta e uno dei pochi personaggi
abbastanza coraggiosi da opporsi a Homelander.
Nonostante sia stato estromesso
dall’azienda e persino imprigionato dal cattivo, Stan è riuscito ad
aspettare il momento giusto e a ottenere esattamente ciò che
voleva. Ha persino preannunciato la sua fine, come dimostra il suo
discorso all’inizio della quinta stagione di The Boys, in cui
affermava che il capitalismo vince sempre e che nessuno può trarne
vantaggio meglio di lui.
Nel bene o nel male, questo
individuo egoista si trova di nuovo in una posizione di potere e,
che cambi la Vought in meglio o che riprenda da dove aveva
lasciato, Stan è uno dei pochi personaggi originali della prima
stagione ad essere arrivato ai titoli di coda di The Boys.
Robert Singer
Sebbene Robert Singer sia
apparso piuttosto raramente in The Boys, il Presidente degli Stati
Uniti è naturalmente una figura importante e, in qualche modo, è
riuscito a rimanere in vita. Nonostante il suo atteggiamento
severo, Singer è sempre stato relativamente pragmatico e
ragionevole, consapevole del pericolo che i supereroi rappresentano
se non gestiti correttamente.
Ecco perché Homelander e Sage si
sono impegnati a fondo per rimuoverlo dall’incarico e lo hanno
fatto arrestare ingiustamente, ma Singer è comunque riuscito a
farsi riconfermare Presidente degli Stati Uniti nel finale di The
Boys. Ha persino offerto un lavoro a Hughie e, sebbene dovrà
affrontare una dura battaglia per ricostruire la fiducia del
pubblico, Singer sembra all’altezza della sfida e, giustamente, è
sopravvissuto.
Nathan Franklin e la sua
famiglia
Dopo
la morte di A-Train nella quinta stagione di The
Boys, è facile dimenticare che Nathan e la sua
famiglia siano apparsi nell’ultima stagione. Tuttavia, pur non
comparendo nel finale, Nathan e la sua famiglia erano vivi l’ultima
volta che li abbiamo visti, in gran parte grazie al sacrificio di
A-Train.
Le sue apparizioni complessive sono
state limitate, ma fin dalla prima stagione, Nathan ha influenzato
il percorso di suo fratello ed è stato una parte importante del
motivo per cui A-Train ha trovato la redenzione. Pertanto, la
sopravvivenza di Nathan e della sua famiglia onora il percorso di
Reggie, offrendo ai Franklin un finale complessivamente positivo,
nonostante la perdita del loro caro dotato di superpoteri.
Le avventure di Cliff Booth, che vedrà il
ritorno di Brad Pitt nei panni di Cliff Booth –
da una sceneggiatura di Quentin Tarantino-,
debutterà con una distribuzione esclusiva di due settimane nelle
sale IMAX di tutto il mondo a partire dal 25 novembre 2026, prima
dell’arrivo su Netflix il 23 dicembre 2026.
Brad
Pitt torna nel ruolo che gli è valso il Premio Oscar, quello di
Cliff Booth, ma questa volta siamo nel 1977 e Hollywood è molto
diversa. Diretto da David Fincher da una sceneggiatura di Quentin Tarantino, il film vede nel cast
anche Elizabeth Debicki, Scott Caan, Carla Gugino, Yahya Abdul-Mateen II e Peter
Weller.
REGIA: David Fincher
SCENEGGIATURA: Quentin Tarantino
CAST: Brad Pitt, Elizabeth Debicki, Scott Caan, Carla
Gugino, Yahya Abdul-Mateen II, Peter Weller, Matt Groove, JB
Tadena, Corey Fogelmanis, Karren Karagulian
PRODOTTO DA: Ceán Chaffin, Brad Pitt
DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA: Erik Messerschmidt,
ASC
Nel
finale di The Boys, Eric
Kripke sceglie di chiudere la serie nel modo più brutale
possibile, ma anche nel più coerente con il percorso costruito in
cinque stagioni. La morte di Homelander non è
soltanto la conclusione dello scontro tra il superumano più potente
del mondo e Billy Butcher: è la distruzione definitiva del mito che
la serie aveva costruito attorno al potere, alla celebrità e alla
manipolazione politica. Dopo anni di escalation, propaganda e
violenza, The
Boys rifiuta qualsiasi ambiguità morale residua e
decide di guardare direttamente il suo mostro negli
occhi.
La scelta più importante, però,
riguarda proprio il modo in cui la serie si allontana dai
fumetti di Garth Ennis. Nel materiale originale, infatti,
Homelander non era realmente responsabile di alcune delle atrocità
attribuitegli, perché il vero colpevole era Black Noir, rivelato
come suo clone. La serie Prime Video elimina completamente questa
possibilità e affida ad Antony Starr il peso
totale della mostruosità del personaggio. È una decisione narrativa
fondamentale, perché trasforma il finale da semplice twist
scioccante a vera resa dei conti morale.
Perché Butcher uccide Homelander
nel finale di The Boys
The Boys 5 – Cortesia Prime Video
La battaglia finale nello Studio
Ovale non serve soltanto a offrire lo scontro definitivo tra
Butcher e Homelander, ma rappresenta il momento in cui The Boys
smette di interrogarsi sulla possibilità di salvare il suo
antagonista. Per tutta la serie, Homelander è stato raccontato come
un uomo cresciuto senza umanità, deformato dal bisogno disperato di
essere amato e contemporaneamente incapace di provare empatia
autentica. Tuttavia il finale rifiuta l’idea che questo trauma
possa trasformarsi in assoluzione. Quando Kimiko riesce finalmente
a privarlo dei poteri grazie all’esplosione derivata da Soldier
Boy, Homelander diventa improvvisamente umano nel senso più crudele
possibile: vulnerabile, terrorizzato e pronto a implorare
pietà.
È proprio qui che Butcher prende la
decisione definitiva. L’utilizzo del piede di porco richiama
direttamente i fumetti, ma il significato della scena cambia
completamente. Nei comics, l’universo di The Boys costruiva una
rivelazione che ridimensionava le responsabilità di Homelander;
nella serie, invece, Kripke vuole che il pubblico affronti il fatto
che il personaggio abbia davvero compiuto tutto ciò che abbiamo
visto. Non esiste un clone da incolpare, non esiste una
manipolazione finale che riscriva il male. Homelander è sempre
stato il prodotto perfetto di un sistema che trasforma il potere in
spettacolo e la violenza in consenso politico. Per questo la sua
morte non è catartica quanto devastante: Butcher non sta eliminando
soltanto un nemico personale, ma il simbolo definitivo dell’America
corrotta raccontata dalla serie.
Il vero significato del finale:
The Boys parla della seduzione del potere assoluto
L’aspetto più interessante del
finale è che The Boys non conclude davvero la sua riflessione sui
supereroi, ma sul fascismo mediatico. Homelander non è mai stato
soltanto una parodia di Superman: nel corso delle
stagioni è diventato la rappresentazione di una figura politica
costruita attraverso paura, populismo e culto della personalità. La
sua trasformazione in leader quasi dittatoriale nella quinta
stagione rende esplicito ciò che la serie suggeriva da anni: i
superpoteri sono soltanto uno strumento, mentre il vero pericolo è
la capacità di manipolare masse disposte ad accettare qualsiasi
atrocità in cambio di sicurezza e appartenenza.
Per questo la serie sceglie di
rendere Butcher meno mostruoso rispetto ai fumetti. Nel materiale
originale, il personaggio finiva per massacrare quasi tutti i
membri dei Boys nel tentativo genocida di eliminare i superumani.
La serie evita volutamente questa deriva totale perché vuole
preservare un residuo di speranza emotiva. Hughie e Annie che
costruiscono una famiglia, MM e Kimiko che sopravvivono, persino la
possibilità di un futuro dopo Homelander, servono a evitare che il
racconto si trasformi in puro nichilismo. Kripke sembra suggerire
che il vero antidoto al potere assoluto non sia la vendetta, ma la
capacità di mantenere relazioni umane autentiche in un mondo
dominato dalla spettacolarizzazione della violenza.
Perché Eric Kripke cambia
il finale dei fumetti di Garth Ennis
La decisione di modificare
radicalmente il finale dei comics rivela anche la differenza
profonda tra il linguaggio televisivo e quello fumettistico. Nei
fumetti di Ennis, il twist su Black Noir funzionava come
provocazione estrema, coerente con il tono satirico e cinico
dell’opera originale. In televisione, però, cinque stagioni
costruite attorno alla performance di Antony Starr rendevano
impossibile scaricare tutto su un sostituto narrativo. Kripke lo ha
spiegato chiaramente: dopo anni passati a seguire Homelander,
sarebbe stato insoddisfacente scoprire che non fosse davvero
responsabile delle sue azioni.
Questa scelta dimostra anche quanto
la serie abbia progressivamente superato il fumetto in termini di
profondità psicologica. Il Black Noir dei comics era essenzialmente
uno shock narrativo; quello della serie diventa invece una figura
tragica e marginale, già distrutta molto prima del finale. La morte
del primo Noir per mano di Homelander nella terza stagione
eliminava infatti qualsiasi possibilità di adattamento fedele. Da
quel momento, The Boys ha iniziato apertamente a costruire una
propria identità autonoma, meno interessata al nichilismo assoluto
di Ennis e più focalizzata sulla disintegrazione morale
dell’America contemporanea.
Cosa lascia davvero aperto il
finale di The Boys e il futuro dell’universo Prime Video
Anche se la serie principale è
conclusa, il finale lascia volutamente aperta la possibilità che il
mondo di The Boys continui a esistere senza Homelander. È qui che
entra in gioco Vought Rising, il prequel ambientato negli anni
Cinquanta con Soldier Boy e Stormfront. La scelta di tornare alle
origini della Vought suggerisce infatti che il vero tema
dell’universo creato da Kripke non fosse un singolo villain, ma il
sistema che produce continuamente figure come Homelander.
In questo senso, il finale assume
un valore quasi ciclico. Eliminare Homelander non significa
distruggere definitivamente ciò che rappresentava, perché la
Vought, la propaganda e la commercializzazione del potere restano
ancora vive. È un finale meno consolatorio di quanto sembri: i
protagonisti sopravvivono, ma il meccanismo che ha creato il
disastro continua a esistere. Ed è probabilmente questa l’idea più
inquietante lasciata da The Boys dopo cinque stagioni: il problema
non era soltanto Homelander, ma il mondo che aveva bisogno di
lui.
Tra le grandi assenze del
finale di The Boys, quella di Queen Maeve è stata senza dubbio una
delle più discusse dai fan. Ora lo showrunner Eric
Kripke ha finalmente spiegato perché il personaggio
interpretato da Dominique McElligott non è
comparso nella quinta stagione né nell’episodio conclusivo della
serie Prime Video.
In un’intervista a Gold Derby, Kripke ha
rivelato di aver effettivamente contattato McElligott per discutere
un possibile ritorno di Maeve. Tuttavia, l’attrice avrebbe
rifiutato per motivi personali e professionali, essendosi ormai
quasi ritirata dalla recitazione e avendo problemi di
disponibilità. Lo showrunner ha sottolineato che la situazione è
stata “amichevole e non controversa”, spiegando che
avrebbe voluto riportare Maeve nel finale ma che semplicemente non
è stato possibile organizzarlo.
Nonostante l’assenza fisica del
personaggio, Kripke ha però voluto che la sua eredità restasse
centrale nel finale. In particolare attraverso il dialogo tra
Starlight/Annie January e Marie
Moreau, dove viene esplicitamente mostrata una sorta di
passaggio di testimone tra generazioni di eroine. Secondo Kripke,
Maeve rappresenta l’inizio di una “linea di donne forti” che
continua attraverso Annie e si proietta verso il futuro
dell’universo narrativo.
La scelta è significativa perché
conferma ancora una volta come il finale di The Boys sia stato costruito non solo
per chiudere una storia, ma anche per ridefinire il futuro del
franchise. E Maeve, pur assente, resta una figura fondamentale
proprio per questo passaggio simbolico.
Queen Maeve diventa il simbolo
dell’eredità femminile nell’universo di The Boys
Fin dalla prima stagione, Queen
Maeve è stata uno dei personaggi più tragici e complessi della
serie. Intrappolata dentro il sistema Vought, cinica e
traumatizzata dalla violenza di Homelander, Maeve rappresentava il
lato più disilluso del supereroismo in The
Boys.
La sua evoluzione nella
stagione 3 — culminata nello scontro diretto contro
Homelander e nella scelta di vivere finalmente una vita normale con
Elena — aveva già dato al personaggio una conclusione relativamente
definitiva. Inoltre, la perdita dei poteri causata dall’esplosione
di Soldier Boy rendeva meno necessaria la sua
presenza nel confronto finale.
Tuttavia, il dialogo tra Annie e
Marie nel finale dimostra che Kripke considera Maeve qualcosa di
più di una semplice ex membro dei Seven: è il punto di origine
morale delle future eroine dell’universo. Una scelta che collega
direttamente “The Boys” a Gen
V e ai futuri spin-off, costruendo una continuità
narrativa fondata non solo sui poteri, ma sulle conseguenze
psicologiche e ideologiche lasciate dai personaggi storici.
Questo approccio suggerisce anche
che il franchise stia progressivamente spostando il proprio focus
verso una nuova generazione di protagonisti. E il fatto che Kripke
abbia lasciato aperta la possibilità di un eventuale ritorno di
Maeve in The Boys: Mexico dimostra che il
personaggio non è considerato davvero concluso.
Anche senza apparire nel finale,
Queen Maeve continua quindi a influenzare il mondo di The Boys. E forse è proprio questo il
segno più evidente della sua importanza nella serie.
Dopo aver raccontato
guerre,
invasioni aliene e
operazioni militari ad alto tasso di spettacolarità,
Michael Bay torna
al
cinema bellico ispirato a eventi reali. Secondo quanto
riportato da Deadline, il regista svilupperà
per Universal Pictures un nuovo film dedicato alla recente
operazione di salvataggio che ha riportato in salvo due aviatori
statunitensi abbattuti dietro le linee nemiche in Iran durante
l’operazione “Epic Fury”.
Il
progetto sarà tratto dal prossimo libro del giornalista e scrittore
Mitchell Zuckoff,
in uscita nel 2027 per HarperCollins. La vicenda racconta il
recupero di due membri dell’equipaggio di un caccia F-15E Strike
Eagle precipitato sui monti Zagros, in Iran, nel corso di una
missione militare avvenuta pochi mesi fa. Dopo l’abbattimento del
velivolo, le forze armate statunitensi avviarono una complessa
operazione di estrazione dietro le linee ostili, riuscendo a
recuperare sia il pilota sia l’ufficiale addetto ai sistemi d’arma.
Una storia che, inevitabilmente, ha attirato l’attenzione di Bay,
da sempre interessato a racconti di guerra e missioni ad altissima
tensione.
Questa notizia dice molto non soltanto sul prossimo progetto del
regista, ma anche sulla direzione che Hollywood continua a seguire
nel racconto del conflitto contemporaneo. Il cinema americano torna
ancora una volta a trasformare operazioni militari recentissime in
grandi spettacoli cinematografici, mescolando patriottismo,
ricostruzione realistica e azione adrenalinica. Nel caso di Bay,
però, c’è anche una componente personale: il regista ha costruito
gran parte della sua carriera collaborando direttamente con le
forze armate statunitensi, sviluppando un linguaggio visivo che ha
spesso celebrato la macchina militare americana come elemento
spettacolare e simbolico.
Dopo
13 Hours,
Michael Bay torna al cinema di guerra ispirato a fatti
reali
Il nuovo film riunirà Bay con i produttori Scott Gardenhour ed
Erwin Stoff, già
al suo fianco in 13 Hours: The Secret
Soldiers of Benghazi, uno dei lavori più cupi e
realistici della filmografia del regista. Non è un dettaglio
secondario: rispetto a franchise come Transformers o Bad Boys, proprio
13 Hours aveva
mostrato un Bay più interessato alla tensione operativa e alla
ricostruzione militare che all’ironia o alla spettacolarizzazione
estrema.
Commentando il progetto, il regista ha dichiarato: “Ho avuto una
straordinaria collaborazione nel corso dei miei trent’anni di
carriera con il Dipartimento della Guerra e con incredibili membri
delle forze armate statunitensi. Nel mio film 13 Hours nessuna
forza di soccorso rispose alla richiesta d’aiuto. Questo film parla
invece di tutti coloro che hanno risposto alla chiamata in una
delle operazioni più complesse, intricate e ad alto rischio della
storia recente. Celebra il vero eroismo e la dedizione incrollabile
dei nostri militari”.
Le sue parole chiariscono già quale sarà il tono dell’opera: meno
riflessione politica e più celebrazione dell’intervento militare
come atto eroico collettivo. È un approccio coerente con la poetica
di Bay, che negli ultimi trent’anni ha costruito un immaginario
fortemente legato all’estetica delle forze armate americane. Film
come Pearl
Harbor, Armageddon e la saga di Transformers hanno infatti beneficiato di
un’enorme collaborazione logistica da parte dell’esercito
statunitense.
Resta ora da capire quanto il film vorrà spingersi verso il
realismo documentaristico e quanto invece abbraccerà il lato più
spettacolare del cinema di Bay. Il materiale di partenza sembra
perfetto per entrambe le direzioni: una missione di recupero dietro
linee nemiche, ambientazioni montuose, operazioni aeree e tensione
geopolitica contemporanea. Tutti elementi che potrebbero
trasformare il progetto in uno dei war movie più discussi dei
prossimi anni.
Passenger è il
nuovo film horror diretto da André Øvredal, in
uscita nelle sale il 21 maggio 2026. Scritto da T.W.
Burgess e Zachary Donohue, il progetto è
stato annunciato ufficialmente nell’ottobre del 2024 e vede tra i
produttori Walter Hamada e Gary
Dauberman. Il film è interpretato da Melissa
Leo, Lou Llobell e Jacob
Scipio. Le riprese si sono svolte a
Seattle, negli Stati Uniti, nel
gennaio 2025. Alcuni proprietari dei camper utilizzati nel film
hanno inoltre preso parte alla produzione come comparse insieme ai
loro veicoli, mentre diversi artigiani e commercianti locali hanno
partecipato alle scene ambientate lungo il viaggio dei protagonisti
esponendo e vendendo prodotti reali durante le riprese. La colonna
sonora del film è stata composta da Christopher
Young.
La trama di Passenger
La storia di
Passenger segue una giovane coppia in viaggio
attraverso gli Stati Uniti a bordo di un vecchio furgone
camperizzato. Quella che dovrebbe essere una fuga romantica lontano
dalla routine quotidiana cambia improvvisamente direzione quando i
due assistono a un terribile incidente in mezzo ai boschi, nel
quale il conducente di un altro veicolo perde la vita in
circostanze misteriose e particolarmente violente. Sconvolti
dall’accaduto ma desiderosi di lasciarsi tutto alle spalle, i due
riprendono il viaggio convinti di essersi allontanati
dall’orrore.
Ben presto, però, iniziano a
percepire strane presenze attorno a loro. La situazione precipita
quando comprendono di non essere più soli. Un’entità demoniaca si è
insinuata nel loro viaggio trasformandosi in un silenzioso e
terrificante “passeggero”, deciso a perseguitarli senza tregua.
Invisibile ma onnipresente, la creatura sembra nutrirsi delle loro
paure e insinuarsi lentamente nelle loro menti, mettendo alla prova
il rapporto della coppia e la loro stessa lucidità. Mentre il
viaggio si trasforma in una fuga disperata attraverso strade
deserte, motel isolati e cittadine dimenticate, i protagonisti
cercano di capire come sconfiggere la presenza.
Passenger: immagini ritornanti
Il cinema è da sempre spazio di
immagini ritornanti. E su questo presupposto si basano le poche
belle intuizioni di Passenger. Il film di
André Øvredal gioca infatti apertamente su tutta
una serie di codici tipici dell’horror, ma, innanzitutto, ricorda e
tiene a ricordare quanto il genere, almeno nella sua declinazione
moderna, si intrecci da decenni con il linguaggio del road movie.
Da Non aprite quella
porta in poi, non a caso, paura e morte si sono spesso
configurati come luoghi a cui tendere, località da raggiungere,
case da “invadere”. Ambienti che Øvredal sceglie
di mescolare o per meglio dire sintetizzare nella costruzione di
una personalissima nomad-land di case nel bosco su ruote e
maledizioni itineranti. Campeggiando cioè negli spazi di culto dei
film dell’orrore, in una sorta di ragionamento “a tappe” con
destinazione esorcismo.
Abbonda allora l’oggettistica che
da sempre affolla il genere, dal pupazzetto semovibile di Bob, alla
catenina di San Cristoforo protettore dei viaggiatori, passando per
prontuari di linguaggi arcaico-simbolici e negozietti di
cianfrusaglie varie sparsi lungo il cammino. Nè mancano, invero,
alcuni (rari) frangenti di tensione ben costruita o puro
“divertimento”. Come nella sequenza nel parcheggio in cui Maddie
fatica a tornare a bordo del proprio camper – e una volta a bordo
perde ogni punto di riferimento a dispetto del dedalo di telecamere
che paiono restituire solo frammenti di (ir)realtà. O come quando,
inizialmente intenti a gustarsi una serata cinema tra le fronde
degli alberi, i due innamorati decidono di servirsi della luce del
proiettore per tentare di svelare la malvagia presenza che incombe
su di loro. E in cui il mostro sembra di fatto divorare su due
fronti la romance-comedy in atto.
Vociare informe e decontestualizzato
Ma sono solo sprazzi. Pennellate di
colore qua e là all’interno di un quadro ben più smunto, a tratti
monocromatico e quasi auto-condannatosi alla mediocrità. E di fatto
rimane ben poco di cui discutere a fronte di un film che annacqua
le intriganti premesse di partenza nel solito viaggio a due alla
scoperta delle radici della maledizione di turno.
Ci confessiamo anzi delusi dall’ennesima opera che, fatta eccezione
per le scene citate, sembra aver dimenticato cosa sia la paura. Che
è questione di evocazione, di suspence, di studio degli spazi e
delle e angustie del contemporaneo, e non può limitarsi allo
spavento istantaneo e decontestualizzato. Ecco,
Passenger parla, parla anche a lungo (forse
perfino troppo), ma di ciò che sta al di là della macchina da presa
dice ben poco. E anziché radicarsi nel presente come diverse grandi
firme dell’horror hanno dimostrato di sapere fare (i nomi sono i
soliti Peele, Mitchell,
Flanagan),
preferisce invece accordarsi al vociare informe di tanta marmaglia.
Regalandoci una finta variazione sul tema di un pietanza che, lo
ammettiamo, iniziamo a far fatica a digerire.
La
notizia della
cancellazione di Gen V è arrivata mentre la quinta
stagione di The
Boys era ancora in corso. Alcuni protagonisti
dello spin-off, come Marie Moreau (Jaz
Sinclair), Jordan Li (London Thor) ed
Emma Meyer (Lizze Broadway), fanno comunque alcune
apparizioni nella conclusione della serie madre, ma con ruoli
piuttosto limitati e senza una vera chiusura per le loro
storie.
Durante un’intervista concessa a Variety in occasione
del
finale di The Boys,
Eric Kripke ha parlato delle possibili
direzioni future del franchise. Lo showrunner ha spiegato che la
terza stagione di Gen
Vavrebbe ruotato attorno al ritorno di Stan
Edgar (Giancarlo
Esposito) alla guida della Vought e alla nuova
posizione dell’azienda contro i supereroi. Gli ex studenti della
Godolkin University si sarebbero quindi trovati nel mezzo delle
conseguenze di questo cambiamento.
Le dichiarazioni di Eric Kripke
Ecco cosa ha dichiarato: “Se avessimo continuato con Gen V, nel
finale stavamo chiaramente indicando che il testimone passava da
Annie a Marie come la ‘super’ buona da seguire. Mi piacerebbe
trovare un modo per continuare quella storia. Siamo ancora
in una fase molto embrionale per capire se ci siano idee
che ci entusiasmano davvero. È come avere tutte queste bombe
inesplose sparse ovunque. Hai Stan Edgar che praticamente rinnega i
rapporti con i supereroi, quindi queste persone che per tutta la
vita sono state coccolate e protette si ritrovano improvvisamente
allo sbando. Chi proverà a diventare una Jessica Jones, e chi
invece sceglierà di diventare un supercriminale? Ci porta verso
sviluppi davvero affascinanti che mi piacerebbe esplorare, e
la speranza era di mettere i ragazzi di Gen V proprio al
centro di tutto questo. Ma speriamo ancora di riuscirci,
magari inserendo alcuni di quei personaggi nelle altre storie di
cui stiamo parlando.”
“Senza entrare troppo nei dettagli, sì, sarebbe stata la
stagione 3 di Gen V. Le sfide narrative che i personaggi avrebbero
dovuto affrontare erano quasi una metafora della giovane età
adulta: ti ritrovi nel mondo reale e non esistono più
infrastrutture o posti di lavoro. Come costruisci un futuro per te
stesso? E come affronti certi supereroi che scelgono semplicemente
di diventare dei villain?”
Gli ex studenti della Godolkin davanti a una nuova realtà
Il
finale della seconda stagione di Gen V mostra la morte di Thomas Godolkin
(Ethan Slater) e, con la Vought ormai schierata
contro i super, anche la Godolkin University sarebbe stata
destinata a chiudere. La serie avrebbe quindi seguito Marie e i
suoi amici mentre cercano di adattarsi a una realtà che non
è più pronta ad accoglierli.
I
protagonisti si sarebbero ritrovati a gestire il caos lasciato
dagli eventi finali di The
Boys dopo la caduta di Homelander (Antony
Starr). Da una parte avrebbero aiutato i super
intenzionati a usare i propri poteri nel modo giusto; dall’altra,
sarebbero stati costretti a fermare chi avrebbe approfittato della
situazione per diventare un villain.
Anche Stan Edgar avrebbe avuto un ruolo centrale.
Nella seconda stagione aveva collaborato con Marie e gli altri
studenti, condividendo informazioni sul Project Odessa per
combattere nemici comuni. Tuttavia, una volta tornato al comando
della Vought e assunto un atteggiamento apertamente anti-super,
sarebbe probabilmente diventato di nuovo uno dei principali
antagonisti.
I poteri di Marie e il futuro del franchise
La seconda stagione di Gen
V aveva dato molto spazio alle straordinarie capacità
di Marie, inclusa la possibilità di riportare in vita i
morti. La terza stagione avrebbe approfondito ulteriormente questo
aspetto, mostrando la protagonista mentre mette davvero alla prova
i suoi poteri in un mondo pieno di supereroi fuori controllo dopo
l’abbandono della Vought. Nella quinta stagione di The Boys, invece, Marie compare
soprattutto nel rapporto con Starlight/Annie January (Erin
Moriarty) e nel passaggio simbolico della leadership
alla nuova generazione.
Kripke ha inoltre confermato che esistono ancora idee per
espandere l’universo di The Boys. Alcuni personaggi e trame di Gen V potrebbero quindi riapparire in
futuri spin-off. Uno dei progetti già in sviluppo è The Boys: Mexico,
ambientato dopo il finale della serie principale, che potrebbe
offrire spazio al ritorno di alcuni volti già conosciuti.
Al momento, però, l’unico spin-off ufficialmente confermato resta
Vought Rising, serie
prequel ambientata negli anni ’50 che racconterà le origini della
Vought, di Soldier Boy (Jensen
Ackles), Clara Vought/Stormfront (Aya
Cash) e dei primi super sottoposti al V1. Proprio perché
ambientata nel passato, sembra difficile che possa collegarsi
direttamente agli eventi di Gen V, a meno di sorprese future legate a Soldier Boy
dopo il finale di The
Boys.
Tutti gli episodi di The
Boys e Gen V sono
disponibili in streaming su Prime Video.
Ecco le immagini dal red carpet di
Cannes 79 dove hanno sfilato i protagonisti di The
Man I Love, film in concorso con Rami
Malek diretto da Ira Sachs, e il cast
internazionale di Roma Elastica.
Dopo mesi trascorsi sul set monumentale di Odissea di Christopher
Nolan, Matt Damon
potrebbe aver già trovato il suo prossimo grande progetto. Secondo
quanto riportato da Deadline, l’attore è in
trattative per diventare il protagonista del nuovo film evento
senza titolo diretto dai Daniels, il duo formato da Daniel Kwan e Daniel Scheinert, già autori dell’acclamato
Everything Everywhere All
at Once.
Il
progetto, sviluppato da Universal Pictures nel massimo riserbo,
rappresenta uno dei titoli più attesi del prossimo biennio
hollywoodiano. Prima di Damon, anche Ryan Gosling
era stato
vicino al ruolo principale, ma
problemi di calendario avrebbero impedito l’accordo definitivo.
A quel punto lo studio avrebbe deciso di virare immediatamente su
un altro nome di peso. Secondo le fonti americane, Damon avrebbe
incontrato recentemente i Daniels, dando il proprio assenso
preliminare al film dopo aver letto la sceneggiatura. Le riprese
dovrebbero iniziare a Los Angeles entro la fine dell’estate, subito
dopo il tour promozionale di Odissea, previsto in
sala il 18 luglio.
La notizia conferma due tendenze precise nell’attuale industria
hollywoodiana. Da un lato Universal continua a investire su cinema
d’autore ad altissimo budget affidato a registi con una forte
identità creativa; dall’altro i Daniels sembrano pronti a
trasformarsi definitivamente da fenomeno indipendente a nomi
centrali del blockbuster contemporaneo. Dopo il trionfo agli Oscar
del 2023 con Everything
Everywhere All at Once, Hollywood vuole capire se il loro
stile visionario possa reggere anche una produzione di scala molto
più ampia.
I
Daniels
preparano un nuovo blockbuster autoriale dopo il successo di
Everything Everywhere All
at Once
Al momento non esistono dettagli ufficiali sulla trama del film, ma
il progetto viene descritto come una grande produzione corale
destinata a uscire il 19 novembre 2027. Le indiscrezioni parlano di
un cast composto prevalentemente da giovani interpreti, con una
singola figura centrale attorno alla quale ruoterà l’intera
narrazione. È qui che entra in gioco la possibile presenza di
Matt
Damon.
L’attore arriva da un periodo particolarmente intenso. Nel 2025 ha
girato consecutivamente il thriller NetflixThe Rip e il kolossal
mitologico di Nolan, affrontando una produzione lunga sei mesi.
Secondo Deadline, dopo quell’esperienza Damon aveva inizialmente
intenzione di prendersi una pausa e dedicarsi alla famiglia. Il
fatto che abbia cambiato idea per il progetto dei Daniels
suggerisce quanto il materiale venga considerato promettente
all’interno dell’industria.
Per Universal questo film potrebbe rappresentare un nuovo banco di
prova dopo il successo ottenuto negli ultimi anni con
registi-autori come Christopher Nolan,
Jordan Peele e
gli stessi Daniels. Il rischio, naturalmente, è che l’enorme
attenzione generata da Everything Everywhere All at Once diventi un peso
creativo difficile da sostenere. Quel film non era soltanto un
successo commerciale e critico: era diventato un simbolo di un
certo modo di fare cinema contemporaneo, capace di mescolare
fantascienza, dramma familiare e sperimentazione visiva.
La presenza di Damon potrebbe però offrire al progetto una
stabilità diversa. L’attore ha spesso alternato cinema spettacolare
e produzioni più autoriali, riuscendo a muoversi tra franchise,
thriller politici e opere sperimentali senza perdere credibilità.
Se l’accordo verrà finalizzato, il nuovo film dei Daniels potrebbe
diventare uno degli eventi cinematografici più discussi del 2027,
soprattutto in un momento in cui Hollywood cerca disperatamente
nuove proprietà originali capaci di competere con sequel e universi
condivisi.
Parlando
nel podcast House of
R, Lindelof ha spiegato che il problema principale
riguardava il tono del film e il difficile equilibrio tra
innovazione e tradizione all’interno del franchise. “Mi
chiesero: ‘Secondo te cos’è che dovrebbe essere un film di Star
Wars?’ E io risposi: ‘Ecco cosa dovrebbe essere’. E loro dissero:
‘Perfetto, sei assunto’. Poi, due anni dopo, sono stato
licenziato”. Lo sceneggiatore ha aggiunto che il progetto
cercava di affrontare apertamente il conflitto tra nostalgia e
revisione narrativa: “Quello che stavamo tentando di fare era
avere questa conversazione all’interno del film: esiste una forza
della nostalgia ed esiste una forza della revisione, e sono in
contrasto tra loro. Volevamo fare la Riforma protestante dentro
Star Wars. E non ha funzionato”.
Le parole di Lindelof fotografano perfettamente la crisi
identitaria che Star
Wars ha attraversato dopo la trilogia sequel. Da una parte
il bisogno di introdurre nuovi personaggi e nuove idee, dall’altra
la continua attrazione gravitazionale verso il passato, verso
Luke Skywalker,
Leia,
Han Solo e
l’immaginario classico della saga. È probabilmente questo il vero
nodo che Lucasfilm non è ancora riuscita a sciogliere del tutto:
capire se il futuro del franchise debba essere costruito sulla
memoria o sulla trasformazione.
Il film di
Damon Lindelof avrebbe potuto cambiare la direzione della saga dopo
L’ascesa di
Skywalker
Nel suo intervento, Lindelof ha lasciato intendere che il progetto
fosse collegato in qualche modo agli eventi di Star Wars: L’ascesa di
Skywalker, anche se non era chiaro se dovesse avviare
una nuova trilogia oppure raccontare una storia più autonoma. “La
scrittura era molto difficile, lenta. Il problema era trovare il
tono giusto. Dove si collocava nel canone? Quale relazione aveva
con Episodio IX? Doveva essere l’inizio di una nuova trilogia?”, ha
spiegato.
Queste dichiarazioni confermano indirettamente quanto Lucasfilm
abbia navigato a vista negli anni successivi alla conclusione della
saga degli Skywalker. Dopo Il risveglio della Forza, sembrava che il centro
emotivo della nuova trilogia fosse rappresentato da
Rey,
Finn e
Poe Dameron, ma
col tempo la narrazione è tornata progressivamente verso le icone
storiche. “Quando uscì Episodio VII, tutti sapevamo cos’era Star
Wars. Era Rey, Finn, Poe… poi però siamo tornati indietro verso
Luke, Leia, Han e Chewie”, ha osservato Lindelof.
È
un passaggio importante perché spiega anche la direzione attuale
del franchise. Serie come The Mandalorian e
Ahsoka funzionano proprio perché riescono a
muoversi tra due poli: introdurre nuovi protagonisti senza rompere
il legame con la mitologia classica. Il progetto di Lindelof,
invece, sembrava voler mettere apertamente in discussione questo
equilibrio, trasformando il conflitto tra vecchio e nuovo nel tema
centrale del film stesso.
Non è detto che quell’idea sia sparita del tutto. Molti dei nuovi
progetti annunciati da Lucasfilm — incluso il film con
Rey ambientato
dopo Episodio IX — sembrano ancora cercare una risposta alla stessa
domanda: come può Star
Wars evolversi senza smettere di essere riconoscibile?
Dopo essersi aggiudicato il premio
alla miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2023 con Monster, Hirokazu Koreeda torna in
concorso con Sheep in the box, un
racconto che unisce sci-fi e dramma familiare, con protagonista una
coppia sposata che ha perso il figlio e che riceve la proposta di
accogliere un robot umanoide del tutto identico a quest’ultimo.
Un ritorno inaspettato
A due anni dalla morte del figlio
Kakeru, Otone (Haruka
Ayase) riceve tramite un drone un messaggio dall’azienda
Rebirth, che si occupa sostanzialmente di riportare in
vita i cari persi tramite tecnologie di ultima generazione. Il
marito Kensuke (Daigo Yamamoto) è
restio, ma acconsente a procedere con l’operazione. Così, la coppia
accoglie in casa Kakeru 2.0, un clone praticamente identico del
figlio, con una memoria incorporata già basata sui suoi ricordi,
che non può mangiare né bagnarsi e ha con sé un seggiolino/stazione
di ricarica. Le cose inizieranno però a farsi più complicate quando
Kakeru manifesterà maggiore iniziativa e verrà attratto anche da
figure misteriose.
Cortesia festival-cannes.com
Un film che non sorprende, ma con
qualche guizzo
Sheep in the
box non brilla di certo per originalità – né la
premessa né la sua esecuzione sono particolarmente memorabili –
tuttavia trova luminosità in un delicato ma potente risvolto di
trama sui bambini come gruppo e nuova società, aspetto indagato a
fondo nella filmografia di Koreeda. Ci sono echi a svariate fiabe
per i più piccoli in questo racconto che parla di abbandono, non
voluto e cercato, che accompagna anche il destino di ogni famiglia
con figli al carico.
Certamente meno sorprendente del livello cui ci ha abituati
Hirokazu Koreeda, Sheep in the Box è un film
piuttosto lineare e che non regala grandi sorprese allo spettatore,
in parte fomentando la delusione, perché da un genio come il
regista giapponese è lecito aspettarsi molto di più. Nonostante
ciò, qualche guizzo interessante nel ritratto di Kakeru e nella sua
ricerca di una seconda famiglia, nell’inaspettata vitalità di una
comunità di bambini “rifiutati”, vale la visione.
Dopo sette anni, la caotica e
movimentata avventura di The
Boys è finalmente giunta al termine, e il finale è
stato ricco di momenti memorabili che faranno sicuramente parlare
di sé. Dopo l’emozionante finale del settimo episodio della
quinta stagione di The
Boys, il gruppo si è ritrovato per la prima volta senza un
membro, creando un’enorme tensione in vista di “Blood and
Bone“.
Invece di perdere troppo tempo a
preparare l’azione, il finale di The Boys ha visto il gruppo
celebrare il funerale di Frenchie, durante il quale è stato
rivelato che Kimiko aveva ereditato il potere di Soldatino, come
dimostrato dalla sua capacità di neutralizzare i poteri di Sage. In
seguito, la squadra si è imbarcata in un’ultima missione,
attraversando un tunnel segreto per raggiungere la Casa Bianca.
L’unico obiettivo era uccidere
Patriota. Nonostante le difficoltà incontrate lungo il
percorso, Ashley ha scelto di fare la cosa giusta e ha permesso al
gruppo di entrare. Da lì, MM e Butcher uccisero Oh Father, mentre
Starlight portò The Deep vicino all’oceano e, dopo che questi si
rifiutò di ascoltare la ragione, lo scaraventò in acqua con un
raggio.
Fu ucciso da un polpo, mentre
l’azione principale si svolgeva all’interno della Casa Bianca tra
Butcher, Kimiko e Patriota. I due membri dei Boys combatterono
contro Patriota, ma con Kimiko in difficoltà nel rilasciare il suo
raggio, sembrava che il cattivo stesse per fuggire, finché Ryan non
arrivò a fermarlo, unendosi alla lotta.
Alla fine, Kimiko riuscì a
rilasciare il raggio, privando Butcher, Ryan e Patriota dei loro
poteri. Fortunatamente, il finale della quinta stagione di The Boys
rispose alla grande domanda su come sarebbe morto Patriota, che
morì implorando per la sua vita in diretta TV mentre Butcher
portava a termine il lavoro, ma questo non fu la fine del conflitto
della serie.
Con la morte di Terror al ritorno
di Butcher e la rottura dei rapporti con Ryan, qualcosa scattò
nella mente del leader dei Boys, e vedere Stan prendere il
controllo della Vought lo spinse su una strada oscura. Prese il
virus dei supereroi con l’intenzione di rilasciarlo, ma Hughie lo
rintracciò alla Vought Tower, dove ebbero un ultimo scontro.
Hughie cercò di convincerlo a
desistere e lo minacciò di morte se non si fosse fermato, dando
inizio a una colluttazione. Butcher ebbe la meglio e quasi condannò
tutti i supereroi prima di esitare, dando a Hughie la possibilità
di sparargli. Questo concluse l’azione della serie, con Hughie che
rimase con Butcher nei suoi ultimi istanti, ponendo fine alla loro
storia.
C’era un breve epilogo che rivelava
cosa fecero i sopravvissuti in seguito, ma l’eliminazione di
Butcher da parte di Hughie concluse l’azione principale e sembrò il
vero finale di The Boys.
Il momento di esitazione di
Butcher non significa che si sarebbe fermato
Nonostante avesse ucciso
Homelander, Butcher si rifiutò di interrompere la sua crociata,
soprattutto perché non aveva più nulla per cui vivere. Dopo aver
perso Becca la prima volta, aveva dedicato la sua vita a uccidere
Homelander e, dopo esserci finalmente riuscito nel finale, sperava
di sistemarsi con Ryan e Terror, ma questi sogni gli furono
strappati via.
Di conseguenza, non poté fare a
meno di tornare all’unica cosa in cui era bravo: uccidere i
supereroi. Vedere Stan Edgar di nuovo al comando della Vought lo
convinse che fosse solo questione di tempo prima che venisse
creato il nuovo Homelander, ed è per questo che piantò il virus dei
Boys all’interno della Vought Tower, con la piena intenzione di
rilasciarlo.
Sebbene Hughie cercasse di farlo
ragionare, Butcher si rifiutò di ascoltarlo, ed esitò solo quando
immaginò Hughie come Lennie, concedendosi un breve momento di
riflessione.
Questo ha dato a Hughie
l’opportunità di sparare al suo mentore dopo il loro scontro, ma
sebbene possa sembrare una svolta crudele, visto che Butcher stava
allontanando il dito dal grilletto che avrebbe rilasciato il virus,
non c’è alcuna garanzia che si sarebbe fermato. Butcher ha
mantenuto la maggior parte delle sue promesse e raramente si è
fermato.
Anche se ciò avrebbe significato
uccidere Kimiko e Starlight, si trattava di un sacrificio che era
stato disposto a fare in passato, e la loro partecipazione alla
sconfitta di Homelander non cambiava molto nella mente di Butcher.
Certo, è possibile che vedere Hughie nei panni di Lennie abbia
davvero cambiato per sempre il suo cuore, ma nessuno può
garantirlo.
Butcher non aveva più persone care
oltre ai Boys, che sono andati avanti dopo la sua morte. Allo
stesso modo, non aveva altra carriera o obiettivo se non quello di
fermare la Vought. Pertanto, Hughie ha fatto la scelta giusta
sparando a Butcher, a prescindere da ciò che avrebbe fatto dopo,
segnando una fine fredda ma necessaria per uno dei personaggi più
memorabili della serie.
Dopo aver scoperto che il super
virus era scomparso, Hughie capì subito il piano di Butcher, ma
decise di affrontare il suo alleato di lunga data da solo. Avrebbe
potuto facilmente portare con sé tutto il gruppo, aumentando le
probabilità di fermare Butcher, ma Hughie scelse di affrontare
questa sfida da solo per una serie di motivi.
Innanzitutto, Hughie credeva
davvero di poter convincere Butcher a desistere. Al suo arrivo,
Hughie aveva affermato che se Butcher avesse avuto intenzione di
rilasciare il virus, lo avrebbe già fatto. Anche se si trattava
semplicemente di una tattica negoziale, era evidente che una parte
di lui vedeva ancora del buono nel leader dei Boys, ed è per questo
che pensava di poter ragionare con Butcher.
Piuttosto che mostrare al resto
della squadra il suo lato peggiore, Hughie voleva avere una
discussione civile che permettesse loro di dimenticare tutto e
fingere che non fosse mai successo. Purtroppo, la storia di Butcher
nella quinta stagione di The Boys aveva un’unica direzione
possibile, ed è per questo che Hughie è stato costretto a
ucciderlo.
Non era però questa la sua
intenzione, ed è anche per questo che ha viaggiato da solo. Avendo
perso i suoi poteri, portare con sé Annie e Kimiko lo avrebbe messo
in un pericolo ancora maggiore. Se Butcher avesse provato a
combattere contro queste supereroine, loro sarebbero riuscite a
trattenersi solo per un certo periodo prima di ucciderlo, il che
significa che la decisione di Hughie era in realtà un tentativo di
evitare la violenza.
Più di ogni altra cosa, Hughie è
stato la spia di Butcher in The Boys e uno dei pochi personaggi che
sia mai riuscito a fargli capire le sue intenzioni. Pertanto,
presentarsi da solo e avere una conversazione personale sembrava
davvero la soluzione ideale per impedire a Butcher di compiere un
gesto terribile, cosa che purtroppo non è avvenuta.
Butcher sperava forse segretamente
che Hughie lo uccidesse?
Quando Hughie arriva per affrontare
Butcher, quest’ultimo ha già ucciso diverse guardie e diffuso il
virus dei supereroi nella Vought Tower, affermando di aver
aspettato che i supereroi entrassero in servizio per causare il
maggior danno possibile. Tuttavia, il suo vero obiettivo era
probabilmente quello di farsi uccidere da Hughie.
Dalle informazioni disponibili, il
virus avrebbe ucciso tutti i supereroi in pochi giorni, quindi se
Butcher non avesse voluto essere fermato, lo avrebbe diffuso
immediatamente. Invece, ha aspettato e non ha avuto bisogno di
voltarsi per scoprire che era Hughie a cercarlo, il che suggerisce
che questo potrebbe essere stato il suo piano fin dall’inizio.
Butcher non aveva più nulla per cui
vivere senza Ryan, Becca o Terror. Pertanto, diffondere il virus
dei supereroi avrebbe solo alimentato il risentimento di Hughie, MM
e Ryan nei suoi confronti, lasciandolo senza un obiettivo da
perseguire, a dimostrazione che la sua storia era giunta al
termine.
Anche se non aveva pianificato
tutto nei minimi dettagli, lo scontro con Homelander alla Casa
Bianca nel finale di The Boys ha rappresentato la vera conclusione
del suo percorso, e sembrava pronto ad andarsene. Dopo che Hughie
gli ha sparato, non era arrabbiato, anzi, si è mostrato più
comprensivo nei confronti di Hughie per essere sempre stato se
stesso.
L’intero confronto indica che,
sebbene Butcher fosse pronto a diffondere il virus per via aerea,
sperava segretamente che Hughie lo fermasse e lo uccidesse, ed è
esattamente quello che è successo.
Cosa succede a tutti i personaggi
principali sopravvissuti dopo The Boys?
Dopo la morte di Butcher, il finale
della quinta stagione di The Boys riassume cosa è successo a tutti
i personaggi principali sopravvissuti. Il gruppo celebra il
funerale di Butcher prima di separarsi. Qui si scopre che Hughie ha
aperto un negozio di elettronica, molto simile a quello in cui
lavorava nella prima stagione.
Anche Starlight sembra lavorare
part-time lì, e i due hanno installato un dispositivo che permette
loro di ascoltare crimini e altri problemi, mentre Annie continua a
vestire i panni dell’eroina. La loro ultima scena insieme ha anche
rivelato che Annie era incinta del loro bambino, che hanno chiamato
Robin, un omaggio alla defunta ex fidanzata di Hughie.
Nella quinta stagione di The Boys,
MM è scampato a un tragico destino, concludendo la stagione con il
suo nuovo matrimonio con Monique e il ricongiungimento con la sua
famiglia. Non solo sua figlia era presente, ma anche Ryan ha
partecipato alla cerimonia. Il finale suggerisce che Ryan viva con
MM o che almeno sia accudito da lui, regalando alla coppia un
meritato lieto fine.
Il destino di Kimiko si fece un po’
più cupo mentre si dirigeva verso un caffè in Francia, dove mangiò
da sola. Tuttavia, guardò dritto verso un posto vuoto e sorrise, a
indicare che Frenchie era sempre con lei. Sebbene sia tragico che
si sia ritrovata sola e che abbia apparentemente tagliato i ponti
con i Boys, almeno ha potuto onorare Frenchie e ricominciare da
capo.
Per quanto riguarda gli altri
personaggi principali sopravvissuti, Ashley è stata destituita per
aver supervisionato diverse atrocità, mentre Bob Singer è stato
riconfermato Presidente degli Stati Uniti, offrendo persino a
Hughie un incarico a capo dell’Ufficio degli Affari Super, che lui
ha poi rifiutato. Nel frattempo, Stan Edgar ha ripreso il controllo
della Vought International, il che significa che questo ciclo di
corruzione aziendale potrebbe continuare.
Quanto a Sister Sage, potrebbe aver
perso i suoi poteri, ma ha guadagnato una beata libertà, e l’ultima
volta che l’abbiamo vista era in viaggio verso Disney World.
La scena finale di The Boys
rappresenta un momento di chiusura del cerchio per Hughie.
Si potrebbe affermare che Hughie
abbia subito più traumi di qualsiasi altro personaggio in The Boys,
eppure il suo finale ha rappresentato un momento di chiusura del
cerchio. Nonostante tutte le morti e le sofferenze che ha vissuto,
tutti i tormenti che ha sopportato, Hughie raramente ha vacillato
ed è rimasto fedele a se stesso per tutta la durata della
serie.
Di conseguenza, sembra appropriato
che la serie si concluda proprio dove l’aveva iniziata, fuori da un
negozio di elettronica sul marciapiede. Nella prima stagione,
Hughie si trovava in una situazione molto simile, tenendo per mano
Robin prima che A-Train la investisse e la uccidesse. Questo evento
lo ha traumatizzato e ha dato inizio al suo percorso, in cui la sua
determinazione è stata messa a dura prova.
Nell’ultima inquadratura della
quinta stagione, Hughie è un uomo nuovo sotto molti aspetti, pur
avendo conservato quella speranza e quell’ottimismo che lo rendono
così amabile. Ora si trova proprio fuori dal negozio di sua
proprietà, a guardare la sua compagna volare via per aiutare chi è
in difficoltà, invece di assistere alla sua uccisione per mano di
un supercriminale corrotto che agisce impunemente.
Sembra appropriato che Hughie e
Annie abbiano chiamato il loro figlio Robin, dato che questa scena
finale è un chiaro riferimento alla prima apparizione di Hughie in
The Boys, e si meritava un finale così positivo e
conclusivo dopo tutto quello che ha passato.
Il finale di The Boys lascia
intendere che la lotta non è ancora finita.
Il discorso di Stan Edgar
all’inizio della quinta stagione di The Boys era una chiara
indicazione che il capitalismo vince sempre in questo universo
fittizio e che i supereroi ne sono il prodotto finale. Pertanto, il
ritorno di Stan alla Vought era inevitabile una volta che la
situazione si fosse calmata, quindi non sorprende vederlo di nuovo
al punto di partenza dopo l’eliminazione di Patriota.
Nonostante i protagonisti
collaborino spesso con Stan, rimane comunque un cattivo, anche se
non è tra i peggiori della serie. Sfortunatamente, tutti gli indizi
puntano a lui affinché continui lo stesso ciclo di cui è già
responsabile, il che significa che la Vought creerà altri supereroi
immorali ed è solo questione di tempo prima che compaia il prossimo
Patriota.
Butcher aveva i suoi timori al
riguardo, che ha spiegato a Hughie, il quale non ha mai smentito
questa teoria. Inoltre, Soldier Boy è ancora ibernato, ma è già
stato risvegliato due volte, il che significa che potrebbe essere
solo questione di tempo prima che venga liberato e causi di nuovo
problemi.
Anche se il prossimo supereroe
della Vought non sarà malvagio come Patriota, sembra che
la lotta dei Boys non finirà mai finché questa avida compagnia non
sarà fuori dai giochi. Forse Stan imparerà dai suoi errori e
l’attenzione presidenziale sui supereroi sarà d’aiuto, ma in questo
mondo sembra esserci sempre un altro supereroe malvagio pronto a
prendere il sopravvento.
Dove sono i supereroi della quinta
generazione?
Il finale della quinta stagione di
The Boys riesce a condensare molti elementi nella sua ora di
durata, ma un aspetto in cui non brilla è la gestione degli eroi
della quinta generazione. Il
finale della seconda stagione di Gen V aveva preparato il
terreno per un ruolo importante nel finale di The Boys, dato che
collaboravano ufficialmente con Starlight e A-Train.
Certo, sarebbe stato sbagliato
introdurre improvvisamente un gruppo di nuovi personaggi nella
quinta stagione, ma considerando che Cate, Sam e Annabeth non sono
apparsi affatto, così come Polarity dopo il suo grande sacrificio,
il loro ruolo è risultato deludente. Tuttavia, Marie, Jordan ed
Emma sono stati coinvolti nel finale, seppur brevemente, e hanno
fornito un aggiornamento su dove si trovassero questi
supereroi.
Il trio ha portato i civili salvati
da MM e Annie nell’episodio precedente in Canada, dove Marie è
stata incoraggiata a ricongiungersi con il resto della sua squadra.
Sono stati visti per l’ultima volta a bordo di un camion Vought
rubato, il che suggerisce che questi supereroi siano probabilmente
riusciti ad attraversare il confine e si siano riuniti, continuando
la loro missione di aiutare le persone.
Purtroppo, le premesse per la
quinta generazione non sono state sfruttate appieno nel finale di
The Boys, ma almeno abbiamo avuto un’idea dei prossimi passi di
questo gruppo e di dove sarebbero andati. Supponendo che siano
tutti insieme in Canada, la loro storia ha il potenziale per
continuare, ma dato che lo spin-off è stato cancellato, il loro
futuro rimane incerto.
Jenna
Ortega sarà la protagonista di
Lily May B, nuovo film
post-apocalittico diretto da Leos Carax. Secondo
quanto riportato da Deadline, le riprese del progetto inizieranno nella
primavera del 2027 e segneranno il settimo lungometraggio del
regista francese noto per film come Holy Motors e
Annette.
Il
film racconterà la storia di un ragazzo e una ragazza alla fine del
mondo, entrambi custodi di segreti troppo pesanti da sostenere. I
due intraprenderanno un viaggio attraverso città vuote, autostrade
deserte e foreste abbandonate a bordo di una motocicletta, cercando
di capire chi sono davvero e quale possa essere il loro posto nel
mondo. La sinossi ufficiale descrive Lily May B come un racconto sospeso tra atmosfera
apocalittica e ricerca identitaria, elementi che sembrano
perfettamente in linea con il cinema visionario di Carax.
La notizia conferma anche il momento particolarmente intenso della
carriera di Jenna Ortega, ormai diventata uno dei volti più
richiesti della nuova Hollywood. Dopo il successo globale della
serie Mercoledì,
l’attrice sta costruendo una filmografia sempre più trasversale,
alternando horror, fantascienza, thriller e cinema d’autore.
Lily May B potrebbe diventare uno
dei progetti più ambiziosi della carriera di Jenna Ortega
Oltre alla presenza di Ortega, uno degli aspetti più interessanti
del progetto è proprio il coinvolgimento di Leos Carax, autore
conosciuto per il suo stile visivo radicale e spesso sperimentale.
Il produttore Hugo Sélignac ha definito Lily May B come un film che porterà avanti “la
libertà, l’emozione e la forza visiva” tipiche del cinema del
regista francese.
Per Jenna Ortega si tratta di un ulteriore passo verso produzioni
sempre più autoriali e internazionali. L’attrice sarà infatti
protagonista anche dell’adattamento sci-fi Klara and the Sun e
del fantasy The Great
Beyond prodotto da J.J. Abrams,
mentre è attualmente impegnata a Parigi con le riprese della terza
stagione di Wednesday.
Al momento non sono stati annunciati altri membri del cast di
Lily May B, ma secondo
la produzione ulteriori dettagli verranno rivelati nei prossimi
mesi. Con la combinazione tra l’immaginario di Carax e la crescente
popolarità di Ortega, il progetto si candida già come uno dei
titoli più attesi del cinema autoriale internazionale dei prossimi
anni.
James
Gunn ha confermato ufficialmente che la
Supergirl interpretata da Milly Alcock
tornerà in Superman: Man of Tomorrow,
sequel del nuovo Superman previsto per
il 2027. Dopo il debutto del personaggio nel film dedicato all’Uomo
d’Acciaio, la Kara Zor-El del nuovo DC
Universe sarà quindi una presenza centrale anche nel prossimo
capitolo cinematografico guidato da DC Studios.
La
conferma è arrivata dopo un report di Variety che anticipava il ritorno di Supergirl
accanto al Superman di David Corenswet. Gunn
è poi intervenuto direttamente su Threads, rivelando che
Milly Alcock si trova già sul set del film per
girare nuove scene nei panni dell’eroina kryptoniana. Secondo
quanto riportato, Man of
Tomorrow includerà anche altri personaggi del DCU come John
Stewart/Green Lantern interpretato da Aaron
Pierre, Hawkgirl di Isabela Merced e Mister
Terrific interpretato da Edi Gathegi.
La notizia rafforza ulteriormente il ruolo di Supergirl all’interno
del nuovo universo condiviso DC. Già nel finale di Superman, il personaggio era apparso
brevemente mostrando un carattere molto diverso rispetto al Clark
Kent di Corenswet, più duro e disilluso rispetto alle versioni
classiche viste in passato sullo schermo.
Il legame tra Supergirl e
Brainiac potrebbe diventare centrale nel futuro del DC
Universe
Prima del ritorno in Man of
Tomorrow, Kara sarà protagonista del film solista Supergirl diretto da
Craig Gillespie, che
esplorerà il passato traumatico del personaggio dopo la distruzione
di Krypton. Secondo le anticipazioni, il film racconterà come Kara
abbia assistito alla morte delle persone intorno a lei mentre Argo
City vagava nello spazio dopo l’esplosione del pianeta.
Il sequel di Superman
introdurrà invece Brainiac, interpretato dall’attore tedesco
Lars Eidinger, uno
dei villain più iconici dell’universo DC. Sebbene la sua presenza
non sia stata confermata nel film dedicato a Supergirl, molti fan
stanno già ipotizzando un collegamento diretto tra il personaggio e
la distruzione di Krypton, elemento spesso centrale nei fumetti
dedicati a Brainiac.
James Gunn ha inoltre anticipato che la minaccia
rappresentata dal villain sarà così grande da costringere persino
Lex Luthor, interpretato da Nicholas Hoult, a
collaborare con Superman. In questo scenario, Supergirl potrebbe
diventare una figura fondamentale nella battaglia contro Brainiac e
nella costruzione futura del DC Universe cinematografico.
Il
cinema italiano recente ha spesso cercato di recuperare figure
dimenticate della nostra storia nazionale, ma pochi film lo fanno
con la forza morale e narrativa di Comandante (leggi
qui la nostra recensione), diretto da Edoardo De Angelis e interpretato da
Pierfrancesco
Favino. Presentato come film d’apertura alla
Mostra del Cinema di Venezia 2023, il lungometraggio racconta
un episodio realmente accaduto durante la Seconda guerra mondiale,
trasformando una vicenda militare in una riflessione più ampia
sull’umanità, sull’etica e sul senso stesso della guerra. Dietro il
racconto cinematografico si nasconde infatti la storia autentica di
Salvatore Todaro,
ufficiale della Regia Marina divenuto leggendario per una scelta
che andava contro ogni logica bellica del tempo.
Ciò che rende Comandante particolarmente interessante è proprio il
suo rapporto con la realtà storica. Il film non inventa un eroe
simbolico, ma prende spunto da documenti, testimonianze e cronache
realmente esistite per ricostruire l’impresa del sommergibile
Cappellini e il
salvataggio dei naufraghi del mercantile belga Kabalo. Tuttavia, come spesso accade
nelle opere cinematografiche, anche qui alcuni elementi vengono
condensati, romanzati o enfatizzati per esigenze narrative. Capire
quanto il film sia accurato significa allora entrare dentro la
figura di Salvatore
Todaro, comprendere il contesto storico in cui operava e
distinguere ciò che appartiene alla documentazione storica da ciò
che invece è stato adattato per il grande schermo.
Chi era davvero
Salvatore Todaro
e perché la sua storia è diventata leggendaria nella Marina
italiana
La vera storia raccontata in Comandante inizia molto prima degli eventi mostrati
nel film. Salvatore
Todaro nacque a Messina il 16 settembre 1908, ma crebbe in
Veneto dopo il trasferimento della famiglia, dettaglio che spiega
anche la particolare inflessione riprodotta da Pierfrancesco Favino nel film.
Entrato giovanissimo all’Accademia Navale di Livorno nel 1923,
Todaro mostrò subito qualità fuori dal comune, sia dal punto di
vista tecnico sia da quello caratteriale. Dopo i primi anni
trascorsi nella Marina, si specializzò nell’osservazione aerea e
prese parte a diverse missioni operative.
La sua carriera, però, rischiò di interrompersi bruscamente nel
1933, quando cadde da un idrovolante riportando una gravissima
lesione alla colonna vertebrale. Da quel momento fu costretto a
indossare un busto metallico per il resto della vita, convivendo
con dolori continui e ricorrendo talvolta perfino alla morfina.
Nonostante l’infortunio, Todaro rifiutò di abbandonare il servizio
attivo e continuò a operare sui sommergibili, costruendo attorno a
sé una reputazione quasi mitica. Le testimonianze dell’epoca lo
descrivono come un comandante impulsivo ma lucidissimo,
profondamente spirituale, convinto che la forza di volontà potesse
superare persino i limiti fisici del corpo.
Durante la Guerra civile spagnola operò su diversi battelli
italiani, mentre allo scoppio della Seconda guerra mondiale ottenne
il comando del sommergibile Comandante Cappellini, una delle unità più avanzate
della Regia Marina. È proprio a bordo del Cappellini che Todaro sarebbe entrato
definitivamente nella storia, compiendo un gesto destinato a
renderlo una figura unica nel panorama bellico europeo del
Novecento.
L’affondamento
del Kabalo e il salvataggio dei naufraghi che ispirano il cuore di
Comandante
L’episodio centrale raccontato in Comandante avvenne nella notte tra il 15 e
il 16 ottobre 1940, durante una missione atlantica al largo
dell’isola di Madera. Il sommergibile Cappellini, comandato da Salvatore Todaro, intercettò una
nave che navigava a luci spente in una zona di guerra. Si trattava
del mercantile belga Kabalo, appartenente a un Paese formalmente neutrale ma
armato e considerato sospetto dai regolamenti militari dell’epoca.
Quando il piroscafo aprì il fuoco contro il sommergibile italiano,
Todaro rispose con i cannoni di bordo, colpendo la nave fino ad
affondarla.
Fin qui, la vicenda rientrava nella brutalità ordinaria della
guerra navale del tempo. Ciò che accadde subito dopo, però,
trasformò l’episodio in qualcosa di completamente diverso. Dopo
l’affondamento, Todaro vide i superstiti del Kabalo alla deriva in mare aperto. Rendendosi
conto che la loro scialuppa non avrebbe mai raggiunto la costa,
prese una decisione clamorosa: soccorrerli e trainarli fino alle
Azzorre, nonostante questo esponesse il sommergibile italiano a un
rischio enorme. Per oltre tre giorni il Cappellini rinunciò di fatto alla propria
sicurezza pur di salvare i ventisei naufraghi belgi, arrivando
infine a ospitarli a bordo in condizioni di sovraffollamento tali
da impedire persino l’immersione del sommergibile.
Durante il viaggio il battello italiano incrociò perfino un
convoglio britannico, ma Todaro comunicò apertamente di avere
civili e naufraghi a bordo chiedendo una tregua. Sorprendentemente,
gli inglesi cessarono il fuoco e permisero al sommergibile di
proseguire. Una volta arrivato alle Azzorre, Todaro sbarcò tutti i
superstiti sani e salvi. È da questa vicenda reale che nasce la
frase attribuita al comandante e diventata simbolica: “Gli altri
non hanno, come me, duemila anni di civiltà sulle spalle”.
Come si
conclude davvero la storia di Salvatore Todaro dopo gli eventi raccontati nel
film
La vicenda del Kabalo
rappresenta solo una parte della vita di Salvatore Todaro, anche se è quella che
più di ogni altra ne ha definito la memoria storica. Dopo il
ritorno dalla missione, il comandante italiano venne criticato da
parte della Marina per aver messo a rischio il sommergibile e il
proprio equipaggio per salvare dei nemici. In piena guerra totale,
il gesto appariva a molti incompatibile con la logica militare del
tempo. Eppure Todaro non rinnegò mai la propria scelta, convinto
che esistesse una differenza sostanziale tra vincere una battaglia
e perdere la propria umanità.
Negli anni successivi continuò a combattere nell’Atlantico,
distinguendosi per coraggio e capacità tattica, tanto da ottenere
numerose decorazioni al valor militare. Successivamente chiese di
essere trasferito alla Xa Flottiglia MAS, cercando un tipo di
combattimento più diretto e aggressivo. Partecipò così anche alle
operazioni nel Mar Nero e durante l’assedio di Sebastopoli,
guadagnandosi ulteriori riconoscimenti. La sua storia però si
concluse tragicamente nel dicembre del 1942.
Todaro si trovava in Tunisia al comando del motopeschereccio armato
Cefalo quando il mezzo
venne attaccato da un caccia britannico Spitfire. Colpito da una
scheggia durante il mitragliamento, morì a soli trentaquattro anni.
Dopo la sua morte gli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor
Militare alla memoria. Ancora oggi il suo nome continua a essere
ricordato nella Marina Militare italiana, tanto che nel 2006 un
sottomarino della classe U212A è stato intitolato proprio a
Salvatore
Todaro.
Quanto è
accurato Comandante e quali differenze esistono tra il film
e la realtà storica
Dal punto di vista storico, Comandante è considerato uno dei film italiani
recenti più attenti alla ricostruzione del contesto militare della
Seconda guerra mondiale. Edoardo De Angelis ha scelto infatti di
concentrarsi soprattutto sul lato umano della vicenda, evitando di
trasformare Todaro in un eroe retorico o propagandistico. Molti
dettagli presenti nel film sono autentici: il grave problema fisico
del comandante, il busto ortopedico che era costretto a indossare,
la missione del Kabalo,
il recupero dei naufraghi e perfino il celebre dialogo sulla
“civiltà” italiana.
Anche la rappresentazione della vita claustrofobica all’interno del
sommergibile riprende testimonianze storiche e documentazione reale
della Regia Marina. Naturalmente alcune modifiche sono state
introdotte per esigenze cinematografiche. Il film concentra i tempi
della vicenda e semplifica alcune dinamiche strategiche per rendere
più fluida la narrazione. Alcuni personaggi secondari vengono fusi
o caratterizzati diversamente rispetto alle fonti storiche, mentre
i dialoghi più intensi sono inevitabilmente ricostruiti.
Anche il rapporto tra Todaro e il proprio equipaggio viene
enfatizzato per accentuare il conflitto morale tra disciplina
militare e compassione umana. Tuttavia il cuore della storia resta
autentico: il gesto di salvare i naufraghi del Kabalo accadde davvero e fu considerato
eccezionale persino dai nemici dell’Italia fascista. È proprio
questa fedeltà emotiva alla figura storica che rende
Comandante molto
più vicino a un dramma umano che a un semplice film bellico.
Perché la
storia vera di Salvatore
Todaro rende Comandante qualcosa di più di un film di
guerra
Ciò che colpisce maggiormente della storia vera dietro
Comandante è il
modo in cui riesce a mettere in crisi l’idea stessa di guerra.
Salvatore Todaro
non viene ricordato soltanto come un ufficiale coraggioso, ma come
un uomo che scelse di preservare la propria coscienza anche dentro
uno dei conflitti più brutali della storia moderna. In un contesto
dominato dalla distruzione e dalla disumanizzazione del nemico,
Todaro prese una decisione opposta: riconoscere nei naufraghi del
Kabalo prima degli
esseri umani e solo dopo degli avversari. È questo il motivo per
cui la sua vicenda continua ancora oggi a essere raccontata e
studiata.
Il film di Edoardo De
Angelis riesce a trasformare quell’episodio in qualcosa di
universale, parlando non soltanto di guerra ma anche di
responsabilità morale, identità nazionale e capacità di restare
umani nei momenti estremi. La vera forza di Comandante sta proprio qui: nel
ricordare che la storia non è fatta solo di strategie militari e
battaglie, ma anche di scelte individuali che riescono a
sopravvivere al tempo. In un’epoca in cui il Mediterraneo continua
a essere teatro di tragedie e naufragi, la figura di
Salvatore
Todaro assume persino un significato contemporaneo. Non
come eroe perfetto, ma come uomo che, nel mezzo della guerra,
decise che salvare vite umane fosse ancora più importante che
vincere.