Trama: Abby
(Katherine Heigl) e Mike (Gerard
Butler): lei, produttrice di successo di un talkshow
mattutino che ultimamente sta battendo la fiacca; lui, uno
scollacciato conduttore del programma “La dura verità”,
fortunatissimo quanto irriverente format televisivo, in cui
dispensa perle di saggezza sulla reale natura degli uomini e sugli
atteggiamenti che le donne dovrebbero avere. Due persone
apparentemente sicure e caparbie nel lavoro, ma goffe, fragili e
sensibili nella vita dietro le quinte. Mike sarà ingaggiato per
risollevare le sorti del programma di Abby, malgrado la reticenza
di quest’ultima che lo considera solo uno sgradevole e cinico
fenomeno da baraccone. Gli ascolti le daranno torto, perché Mike
diventa la star del momento, il pubblico lo ama e presto anche lei
usufruirà dei suoi audaci e smaliziati consigli per valorizzarsi e
sedurre l’avvenente vicino di casa, Colin.
Analisi:La dura verità di Robert
Luketic è la classica commedia che fa del conflitto
uomo/donna la sua spina dorsale, nutrendosi dei soliti vecchi
dissapori e del retorico astio tra i due sessi, universi dal
temperamento opposto, spesso legati da un’irrefrenabile alchimia.
Sulle prime battute, il regista australiano sembra volerci proporre
una riflessione soft sui cinici meccanismi che lo star system
televisivo impone, schiacciato dall’implacabile legge
dell’ascolto.
Nulla di più sbagliato, perché lo
sfondo televisivo è solo un’escamotage narrativo che le
sceneggiatrici usano per portare a galla debolezze e timori
dell’anchorman più amato del piccolo schermo e della sua
produttrice. Una scelta stilistica che potrebbe svelare la
poliedrica natura dei loro caratteri, la duplice realtà vissuta,
fatta di sentimenti contrastanti. Luketic farcisce la sua commedia
a strati: la televisione come sovrastruttura e contenitore di
alcune logiche comportamentali umane, quelle inconfessate ed
epidermiche.
Un intento che non sortisce,
però, gli effetti sperati. L’ironia è forzata e svenevole, ci fa
storcere il naso e stufa neanche a metà dell’opera; deve affidarsi
alla gag delle sexy mutande vibranti per strapparci qualche timido
ghigno e risvegliare gli appetiti di quelli che si aspettavano una
commedia carnale e godereccia: tra Abby e Mike non c’è traccia di
sensualità. Una delusione per chi sperava di essere elettrizzato e
stuzzicato da un amore eccitante e incendiario, ma anche per chi –
auspicando un taglio più romantico – sperava di sognare ad occhi
aperti e abbandonarsi all’appassionante e idilliaco linguaggio
dell’amore. Banale e scialbo. Privo di identità e di anima: ecco la
dura verità di Luketic dopo il grande successo de La rivincita
delle bionde.
Basato sul libro di Amanda Foreman,
La Duchessa è un sontuoso film che
racconta le vicende private e pubbliche di Georgiana Spencer
sposata duchessa del Devonshire. Regina della scena, in splendidi
corsetti e eccentriche acconciature, è la regina hollywoodiana dei
film in costume, Keira Knightley. Il film, diretto con classica
eleganza da Saul Dibb, si basa appunto sulla
vicenda storica di Georgiana, e percorre le pagine della biografia
a lei dedicata dalla Foreman.
Il personaggio di questa donna
moderna e forte, seppure intrappolata nelle rigide regole
dell’etichetta emerge on estrema chiarezza e forza dalla splendida
interpretazione della Knightley che ancora una volta si dimostra
interprete sensibile e sicura, anche per personaggi complessi come
era questo il caso. Parlando di Georgiana Spencer non si può non
parlare della sua più illustre discendente, Lady Diana Spencer, la
sfortunata principessa del Galles, che pure visse nell’amore della
gente e nel disamore di chi invece avrebbe dovuto amarla di più,
proprio come succede alla protagonista del film, che si trova a
condividere la casa e il marito con quella che paradossalmente si
rivela essere la sua migliore amica.
La Duchessa, il film
Intrappolata in un matrimonio senza
amore, molto diverso da quello che lei sperava, Georgiana si
rifugia nella vita pubblica, diventando be presto regina delle
feste dell’alta società londinese e maestra di moda, sfoggiando
abiti sempre più vistosi e sfarzosi che finiscono per dettare legge
in fatto di moda. Anche nella vita politica, la duchessa diventa un
personaggio di spicco, quando decide di sostenere la campagna
elettorale del suo amate segreto, interpretato da Dominic Cooper, già visto in Mamma Mia!
come promesso sposo. Al fianco di Keira, un’eccezionale
Ralph Finnies nei panni del Duca di Devonshire fa
sfoggio della sua elegante figura e del suo sguardo di ghiaccio che
gli valgono un’interpretazione eccellente, decisamente
notevole.
Anche se nel complesso il film
appare non pienamente compiuto per quello che riguarda la regia,
classica ma a tratti quasi timida di Dibb, è notevole per
l’apparato scenografico, costumi compresi di Michael O’Connor e per
le interpretazioni dei due protagonisti. Nel cast anche Haley Atwell nei panni di Bess Foster, amante
del duca e amica della duchessa, e la sempre splendida
Charlotte Rampling che invece interpreta la madre
di Georgiana.
Deadline annuncia a sopresa che in
pole per aggiudicarsi i diritti dell’adattamento del famoso
franchise di Need For
Speed c’è niente meno che la DreamWorks. La major
sarebbe vicina a trovare l’accordo con la Electronic Arts,
proprietario della saga motoristica per Playstation 3. Per la casa
fondata da Spielberg sarebbe un ottimo colpi visti il recente
blocco causato dal partner finanziario Reliance, che ha
ridimensionato il suo apporto economico. Inoltre, sembra che la
DreamWorks stia per soffiarli niente meno che alla Paramount.
La Douleur è il
diario di un’attesa, il racconto lacerante di un’assenza, il
viaggio interiore di una donna che attraversa la violenza della
Storia e dei sentimenti. Il film è tratto dal romanzo di Marguerite
Duras ed è diretto da Emmanuel Finkiel. Nel cast
Mélanie Thierry,Benoît
Magimel,Benjamin
Biolay.
Candidato per la Francia ai prossimi
Academy
Awards, e osannato dalla stampa francese, sarà in sala dal
17 gennaio distribuito da Valmyn
e Wanted. Ecco il trailer del film:
Nella Francia del 1944 occupata dai
nazisti, Marguerite, una giovane scrittrice di talento, è un attivo
membro della Resistenza insieme a suo marito, Robert Antelme.
Quando Robert viene deportato dalla Gestapo, Marguerite intraprende
una lotta disperata per salvarlo. Instaura una pericolosa relazione
con Rabier, uno dei collaboratori locali del Governo di Vichy, e
rischia la vita pur di liberare Robert, facendo imprevedibili
incontri in tutta Parigi, come in una sorta di gioco al gatto e al
topo. Lui vuole veramente aiutarla? O sta solo cercando di cavarle
informazioni sul movimento clandestino antinazista? La fine della
guerra e il ritorno dei deportati dai campi di concentramento
segnano per lei un periodo straziante e danno inizio a una lunga
attesa, nel caos generato dalla liberazione di Parigi.
Scritto nel 1944 ma poi pubblicato
nel 1985, “La douleur” (in Italia pubblicato da Feltrinelli col
titolo Il dolore) è un romanzo autobiografico. Marguerite
Duras descrive il periodo difficile che trascorse nell’attesa del
ritorno del suo amato marito Robert Antelme, membro della
Resistenza francese.
«Questa donna che attende il
ritorno del marito dai campi di concentramento – dichiara il
regista Finkiel – faceva eco alla figura di mio padre, una
persona che aspettava sempre. Anche quando ebbe la certezza che la
vita dei suoi genitori e di suo fratello era finita ad Auschwitz
[…] Lessi il libro per la prima volta a 20 anni.
Ritornando a questa storia trent’anni più tardi per farne un
adattamento cinematografico, ho provato la stessa indicibile
commozione che provai alla prima lettura. Lo scopo di questo film è
quello di rivivere quell’emozione lungo tutto il dispiegarsi degli
eventi…»
Antoine
Barraud è il regista che sta dietro a La
doppia vita di Madeleine Collins,
film drammatico francese che racconta di un’impossibile doppia
vita tra Francia e Svizzera di una donna in carriera (Virginie
Efira). L’aspetto drammatico del lungometraggio è
supportato dall’atmosfera noir e thriller che avvolge la
protagonista: chi è veramente la donna? Judith,
Margot o Madeleine?
La trama di La doppia vita
di Madeleine Collins
In Francia, Judith
(Virginie
Efira) vive con il marito e i due figli adolescenti.
In Svizzera, la stessa donna si fa chiamare Margot e vive
con un uomo più giovane e una bambina che la chiama ”mamma”. La
protagonista si dedica per metà della settimana ad una famiglia,
per il resto del tempo all’altra. La sua vita si regge su una
montagna di bugie che cresce giorno dopo giorno: dice ad entrambe
le famiglie di doversi spostare ”solo per lavoro” – Judith
è un’interprete, ma le menzogne sfociano anche al di fuori della
sfera famigliare.
La doppia vita di Madeleine
Collins si svolge, anche per lo spettatore, nel caos e
nella confusione e, improvvisamente, tutti sembrano voler far
vacillare l’instabile equilibrio della vita della donna: un’amica
di vecchia data, i genitori, un figlio adolescente un po’ troppo
sveglio, fino addirittura alla polizia. Tutto ciò manda in crisi la
protagonista: chi è veramente e chi vuole essere?
Una vita al quadrato
In La doppia vita di
Madeleine Collins, Judith/Margot inizialmente è
felice per come vive: non saprebbe e non vuole scegliere una sola
delle sue due vite. Da un lato, è madre di una bambina da accudire
e coccolare, ha accanto un uomo giovane e bello, ma poco affermato
lavorativamente. Dall’altro, è la moglie di un uomo ricco e in
carriera, va a teatro e ha due figli adolescenti difficili da
gestire. La donna sembra sentirsi soddisfatta sotto ogni aspetto
con la sua doppia identità: ciò che manca da una parte, c’è
dall’altra.
Come la protagonista, anche lo
spettatore percepisce la perfetta utopia della quotidianità di
Judith/Margot. E, come ogni utopia, quella in La
doppia vita di Madeleine Collins è destinata a non
realizzarsi. La donna deve fare una scelta, si è incastrata in una
situazione scomoda che si rivela, nel corso del film, sempre più
complicata.
Il cast efficace di La
doppia vita di Madeleine Collins
L’attrice che interpreta
Judith/Margot, Virginie Efira, è perfetta
nel vestire le due identità, simili quanto distanti l’una
dall’altra. La tensione di La doppia vita di Madeleine
Collins è tutta racchiusa nella sua protagonista,
nei suoi gesti, nelle sue espressioni, nelle sue parole.
Gli uomini accanto a lei, il giovane
Quim
Gutiérrez, e il marito Bruno
Salomone, sono più anonimi, ma probabilmente la scelta è
pensata: tutto il film gira intorno alla storia del personaggio di
Virginie Efira, il punto di vista è il suo, è
l’unica capace di muoversi da una vita all’altra, da una famiglia
al suo doppio.
Suspence e sorpresa
La doppia vita di Madeleine
Collins risulta per buona parte un film confuso e poco
chiaro. Mentre lo si guarda, si ha la sensazione che qualcosa
sfugga. In questo senso, il film è un
thriller. Forse è un
thriller psicologico? L’intrigo è prima di tutto all’interno
della protagonista, che appare sempre più disconnessa dal mondo e
drogata dalla sua duplice esistenza. La vaga suspence che
caratterizza tutto il film viene poi distrutta da una rivelazione
sorprendendte, che prima sconvolge poi spiazza ed infine chiude il
cerchio della storia. Il film inizia con un episodio che pare
slegato da tutto il resto e, solo più avanti nel storia, trova il
suo senso.
Per questi motivi, il dramma non è
così drammatico: ha tinte
hitchcockiane che si mescolano ai tratti più spiccati da intimo
film francese. Il regista Antoine Barraud, un
volto abbastanza nuovo nello senario internazionale, dimostra di
conoscere i grandi nomi del cinema e le loro tecniche, sia a
livello estetico che narrativo. In conclusione, La doppia
vita di Madeleine Collinsè un film
godibile e riflessivo, che forse non riesce ad arrivare troppo in
profondità ma almeno ci prova: un’originale pellicola che sfuma dal
noir al dramma, senza vette eccessive.
La doppia vita di Madeleine Collins
(qui
la nostra recensione) è un film del 2021 diretto da Antoine
Barraud che si muove tra
dramma psicologico e
thriller intimo, costruendo una narrazione tesa e avvolgente
attorno a una donna divisa tra due esistenze parallele. La
protagonista, interpretata da Virginie Efira, conduce una
vita apparentemente normale, ma nasconde un segreto che lentamente
si riflette sulle sue relazioni e sulla sua identità. Il film si
distingue per il modo in cui intreccia suspense e introspezione,
portando lo spettatore in un viaggio emotivo che si addentra nel
cuore della menzogna e del desiderio.
Il genere a cui appartiene è quello del dramma
psicologico con sfumature da thriller, un terreno in cui il cinema
francese ha saputo muoversi con grande efficacia. Barraud,
attraverso una regia sobria ma incisiva, ricorda atmosfere tipiche
del cinema di autori come Claude Chabrol o François
Ozon, ma anche di film internazionali che esplorano la
costruzione e la dissoluzione dell’identità, come Gone
Girl di David Fincher. La tensione non nasce da
scene d’azione, ma dall’ambiguità del quotidiano, dalle scelte che
la protagonista compie e dalle conseguenze inevitabili che ne
derivano.
Temi come la doppiezza, la fragilità dei legami
familiari, l’inganno e la ricerca di sé sono al centro di una trama
che mette in discussione l’idea stessa di verità e di autenticità.
La doppia vita di Madeleine Collins non è solo il ritratto
di una donna divisa tra due mondi, ma una riflessione universale
sulla difficoltà di conciliare desideri personali e responsabilità
verso gli altri. Nel resto dell’articolo, ci concentreremo sul
finale del film, analizzandone il significato e cercando di
spiegare quali risposte – e quali nuove domande – lascia nello
spettatore.
Virginie Efira in La doppia vita di Madeleine Collins
La trama di La doppia vita di Madeleine
Collins
Il film racconta la storia di Judith
(Virginie Efira), una donna che conduce una doppia vita: in
Svizzera è la compagna di Abdel (Quim Gutiérrez), da
cui ha avuto una figlia; in Francia, invece, vive con Melvil
(Bruno Salomone), con cui ha avuto due figli. Questo
precario equilibrio che Judith mantiene in piedi, grazie a bugie e
segreti, inizierà a sgretolarsi pericolosamente, rischiando di
mandare in frantumi entrambe le sue vite. Trovandosi all’angolo e
apparentemente senza vie di uscita, la donna decide di darsi alla
fuga, finendo in una spirale vertiginosa da cui è impossibile
tornare indietro.
La spiegazione del finale del film
Nel terzo atto del film, il fragile equilibrio
che Judith era riuscita a mantenere tra le sue due vite si sgretola
in modo definitivo. I sospetti dei figli e l’imprevisto incontro
con i genitori di Abdel spingono la protagonista in una spirale di
tensione sempre più incontrollabile. La fuga improvvisa in auto,
l’arresto e la scoperta della sua falsa identità da parte della
polizia segnano un punto di non ritorno: Judith è costretta a
confrontarsi con il peso delle sue menzogne, mentre emerge
chiaramente la verità sulla morte della sorella Margot e sulla
scelta di appropriarsi della sua identità per crescere la piccola
Ninon.
Da quel momento, la vita di Judith va in pezzi.
Perde il lavoro, decide di separarsi dal marito Melvil e affronta
lo scontro più doloroso: quello con Abdel e con Ninon, la bambina
che l’ha sempre creduta sua madre. La discussione violenta con
Abdel e il rifiuto di Ninon, che inizia a ripetere che lei non è la
sua vera madre, rappresentano la definitiva caduta del suo doppio
inganno. Judith, spezzata, confessa la verità e riporta la bambina
da Abdel, prima di allontanarsi per sempre. L’ultimo atto la vede
ricevere da Kurt una nuova identità: quella di Madeleine Collins,
segno che la fuga e la reinvenzione di sé sembrano per lei l’unica
via possibile.
Virginie Efira e Quim Gutiérrez in La doppia vita di Madeleine
Collins
Il finale, in questo senso, lascia lo spettatore
sospeso tra realtà e illusione. Judith, che ha vissuto divisa tra
due vite, sceglie ancora una volta di cancellarsi e di rinascere
sotto un nuovo nome. È un epilogo che non offre catarsi né
redenzione: piuttosto, sottolinea il carattere irrisolto e tragico
della protagonista, incapace di affrontare le conseguenze delle
proprie scelte se non inventando un’ennesima maschera. La
trasformazione in Madeleine Collins non appare come una
liberazione, ma come l’ennesima fuga da se stessa.
Allo stesso tempo, il film apre la porta a
interpretazioni più simboliche. Alcuni spettatori hanno letto
l’ultima scena come la rappresentazione di un ciclo senza fine,
dove l’identità diventa un abito da indossare e da cambiare secondo
necessità, ma mai da abitare davvero. Judith diventa così una
figura emblematica della società contemporanea, dove il desiderio
di essere “tutto” – madre, moglie, amante, professionista – rischia
di tradursi in una perdita totale di sé. La sua metamorfosi finale
non è tanto una scelta consapevole, quanto l’espressione della sua
incapacità di trovare un nucleo autentico.
La doppia vita di Madeleine Collins, nel
suo epilogo, ci lascia con un messaggio amaro: la verità, per
quanto dolorosa, è l’unico terreno su cui costruire relazioni
autentiche. L’inganno, anche quando nasce dall’amore o dal
desiderio di proteggere, non può che condurre alla frattura e alla
solitudine. Antoine Barraud firma un film che non cerca facili
risposte ma che, con il suo finale enigmatico e disturbante, invita
lo spettatore a riflettere sulla fragilità dell’identità e sul
prezzo delle menzogne che scegliamo di raccontare a noi stessi e
agli altri.
Sembra essere un momento d’oro per
il multiverso e le realtà alternative al cinema e in televisione.
Oltre a quanto la Marvel sta raccontando con i suoi
film e serie, diversi sono i progetti che sempre più si rifanno
all’idea di molteplici versioni differenti di una realtà. A questi
si aggiunge ora anche l’italiano La donna per
me, nuovo film da regista di Marco Martani, meglio
noto come sceneggiatore di commedie brillanti
come Ex, Maschi contro
Femmine, Femmine contro Maschi, La mafia uccide solo
d’estate, Se Dio vuole. Prodotto da
Lucky Red con Rai Cinema e in
collaborazione con Sky Cinema, il film sarà
trasmesso il 23 maggio su Sky e NOW.
Protagonista del film è Andrea
(Andrea Arcangeli), un ragazzo di trent’anni alla
vigilia del matrimonio con Laura (Alessandra
Mastronardi), conosciuta all’università e con cui da
allora ha costruito la sua vita. Alcuni dubbi dell’ultimo momento,
però, trasformano l’esistenza di Andrea che, ogni giorno, si trova
a risvegliarsi in una vita diversa, in un sé stesso diverso e in
universi paralleli in cui Laura non è mai stata la sua compagna.
Avendo modo di sperimentare le tante declinazioni che la sua vita
avrebbe potuto prendere, Andrea comincerà però a capire cosa
desidera davvero, trovandosi a dover tentare quanto prima di
tornare alla sua realtà.
Come sarebbe andata se…
La commedia romantica scritta e
diretta da Martani ha l’esplicito obiettivo di affrontare, con
leggerezza e umorismo, il tema della paura davanti a un impegno di
vita importante come può esserlo il matrimonio. La storia, infatti,
parte dalla domanda “cosa faresti se ti potessi togliere
qualsiasi dubbio prima di prendere la decisione più importante
della tua vita?”. Da qui ha inizio l’avventura del
protagonista di La donna per me, ritrovatosi incastrato in
quello che risulta essere un incrocio tra un loop temporale e una
diversa serie di universi paralleli. Un’opera che fa subito pensare
a titoli come Palm Spring e Questione di tempo (citati non a caso
dal regista come primarie fonti di ispirazione).
L’idea in sé non è dunque nuova, ma
è qui calata in una realtà italiana fatta di precariato, avvocati
poco onesti e musicisti di dubbio gusto. Un’occasione dunque per
riflettere anche sugli elementi tipici della nostra società, che a
loro modo si riflettono nella vita di un giovane qualunque come può
esserlo il protagonista di questo film. Tutto ciò è a sua volta
contenuto in una classica struttura da film ad equivoci, che
portano sempre più scompiglio nella vita di Andrea, permettendogli
di imparare importanti lezioni di vita e di regalare allo
spettatore qualche risata (nel più dei casi per merito dei
personaggi interpretati da Eduardo
Scarpetta e Stefano
Fresi).
D’altrone, come diceva Danny Boodman
T.D. Lemon Novecento, protagonista del film La leggenda del
pianista sull’oceano, come si fa a scegliere una sola vita,
una sola donna da amare? Il protagonista di La donna per
me ha dunque l’occasione di sperimentare ciò che tutti
vorremmo provare nei momenti più critici, ovvero l’esperienza
dell’alternativa, abbattendo così ogni possibile dubbio e
incertezza su come sarebbero potute andare le cose se svoltesi in
modo differente. Da questo punto di vista l’obiettivo del film è
sicuramente centrato e chiaro risulta il messaggio che si intendeva
trasmettere. Meno convincente, però, è il modo in cui si arriva a
tale risultato.
Un film limitato dalla scrittura
La donna per me è una
commedia romantica con delle ambizioni evidentemente maggiori
rispetto a tanti altri titoli italiani simili. Già solo il dover
reinventare continuamente situazioni e personaggi a partire da
elementi introdotti nelle prime scene richiede una certa cura nella
scrittura. Sfortunatamente, il punto debole del film risulta essere
proprio la sceneggiatura. Le situazioni che vengono presentate sul
grande schermo hanno infatti di base un grande problema: non sono
giustificate. Il loop temporale che si viene a costruire non è
introdotto in nessun modo chiaro e ciò porta ad una certa
difficoltà nel definire i suoi limiti e le sue regole.
Ciò che dà il via alla struttura del
racconto rimane dunque insoluto. Andrea ha vissuto solo un sogno?
Era tutto vero? Non è dato saperlo e comprensibilmente a molti
potrebbe anche non importare nemmeno. Al di là di tale aspetto,
però, La donna per me si caratterizza nella sua generalità
per una scrittura poco ispirata, che pur giocando con il fantasy e
offrendo in modo chiaro il suo tema, non sembra voler (o poter)
ambire a costruire qualcosa di più coinvolgente e memorabile. Nulla
possono i pur bravi interpreti principali e il film non trova
dunque l’occasione concreta di rendersi memorabile, offrendo nulla
più che la possibilità di una visione spensierata.
Prodotto da Lucky
Red con Rai Cinema e in collaborazione
con Sky Cinema, che lo trasmetterà poi sui propri
canali a partire dal 23 maggio, il film
La donna per me è il ritorno alla regia
di Marco Martani,
meglio noto come sceneggiatore di commedie come Femmine contro
maschi, Se Dio vuole e La mafia uccide solo
d’estate. Questa sua nuova pellicola, da lui anche
scritta, è una commedia romantica che con leggerezza e umorismo
vuole affrontare il tema della paura davanti a un impegno di vita
importante com può esserlo il matrimonio. La storia, infatti, parte
dalla domanda “cosa faresti se ti potessi togliere qualsiasi dubbio
prima di prendere la decisione più importante della tua vita?”.
Protagonista è Andrea
(Andrea Arcangeli), un ragazzo di trent’anni alla
vigilia del matrimonio con Laura (Alessandra
Mastronardi), conosciuta all’università e con cui da
allora ha costruito la sua vita. A partire da alcuni dubbi
dell’ultimo momento, però, trasformano l’esistenza di Andrea che,
ogni giorno, si risveglia in una vita diversa, in un sé stesso
diverso e in universi paralleli in cui Laura non è mai stata la sua
compagna. Avendo modo di sperimentare le tante declinazioni che la
sua vita avrebbe potuto prendere, Andrea comincerà però a capire
cosa desidera davvero, trovandosi a dover tentare quanto prima di
tornare alla sua realtà.
Tra fantasy e commedia
romantica
Presentato in anteprima a Roma, il
film viene raccontato dal regista Marco Martani,
dalla co-sceneggiatrice Eleonora Ceci e dagli
interpreti Andrea Arcangeli, Alessandra
Mastronardi, Eduardo
Scarpetta e Francesco Gabbani
(assenti sono Stefani Fresi e
Cristiano
Caccamo, anche loro tra i protagonisti del film). Ad
aprire la conferenza stampa vi è proprio Martani, che racconta di
come “torno alla regia dopo Cemento armato, che era del 2007.
Questa lunga pausa è dovuta dal fatto che sono una persona alla
continua ricerca di stimoli e lavorare ad un progetto da
sceneggiatore e poi da regista è una cosa che mi spaventa, che
richiede un impegno duplice che non sempre sono pronto a
prendermi”.
“Per La donna per me invece
sentivo di voler portare avanti questo lavoro, – continua
Martani – perché mi offriva stimoli continui. Sentivo la voglia
di vedere come potesse prendere vita quello che avevo scritto,
senza delegare questa operazione ad un altro. In La donna per me
c’è molto dei miei interessi come autore e come persona, oltre al
fatto che la storia è ambientata nella mia Spoleto. Si trattava
dunque di un progetto pensato a lungo e fortemente voluto, che
infine ha preso vita proprio come desideravo”.
La parola passa poi alla
co-sceneggiatrice, che racconta di come La donna per me
“è un film con idee e domande molto universali. Ci siamo
ispirati a quelle commedie anglosassoni che mescolano il realismo
con un velo di fantasia. In particolare a film come Il
giorno della marmotta, Palm Spring e
Questione di
tempo. È nata così la storia di un ragazzo che ha
effettivamente la possibilità di sperimentare tutti i suoi dubbi
fino a scegliere di voler tornare alla sua realtà.”
La parola agli attori
Protagonista del film, come
accennato, è Andrea Arcangeli. “Sono uno che
di solito fa fatica a leggere le sceneggiature, – confessa
l’attore – ma questa scorreva e trasmetteva bene tutto il suo
senso, raccontando una dimensione molto umana in cui davvero tutti
possono ritrovarsi. Ciò ci ha permesso di adottare una chiave di
lettura molto naturale”. “La versione di me più complessa da
interpretare? – continua Arcangeli –Sicuramente quella del
trapper Strazio, perché richiedeva diverse ore di trucco al giorno
e poi mi obbligava a dar vita ad una personalità molto diversa da
me.”
“Il film è stato un vero regalo,
– afferma poi la Mastronardi – che personalmente mi ha
permesso di sperimentare con sfumature diverse dello stesso
personaggio. Di Laura dovevo mantenere le stesse caratteristiche
ogni volta, trovando però delle differenze significative che
distinguessero le varie versioni. Inoltre, si tratta di un film che
per me è un esperimento molto riuscito, che dimostra che anche noi
possiamo fare questo tipo di film”.Eduardo Scarpetta, reduce dalla
vittoria ai David di Donatello, afferma invece che “il progetto
mi ha affascinato per il suo essere un divertente commedia corale,
che mi permetteva di misurarmi con elementi da commedia
pura.”
Il film segna inoltre il debutto
come attore di Francesco Gabbani, cantante
vincitore del Festival di Sanremo. “Per me è stata
un’esperienza nuova, – ha affermato Gabbani – che mi ha
richiesto l’acquisizione di nuove consapevolezze e mi ha fatto
capire quanto sia davvero difficile essere controllatamente
spontanei. La mia difficoltà è infatti stata quella di risultare
spontaneo ma di controllare me stesso e tutto ciò che accadeva
intorno”. “Abbiamo scelto Gabbani dopo aver visto il
videoclip di Viceversa, – spiega il regista – perché lì
dava prova di un’espressività davvero notevole che ci ha fatto
venire voglia di metterlo alla prova.”
La donna per me,
direttamente su Sky
In conclusione di conferenza stampa,
Martani riflette sull’attuale situazione cinematografica in Italia,
dove molti sono i film che saltano il passaggio in sala per
approdare direttamente a visioni casalinghe, e La donna per
me è tra questi. “Da sceneggiatore, ma anche da regista,
non sento il bisogno di preoccuparmi dove il film verrà visto. Non
modifico il mio modo di scrivere o di concepire la messa in scena
in base allo schermo su cui poi sarà visto il film. Naturalmente
sarebbe bellissimo che tutti i film trovino il loro posto in sala
con tanti spettatori a guardarli. Ma la situazione è delicata,
quindi io posso solo limitarmi a realizzare il film migliore
possibile. Al resto ci penseranno i produttori e i
distributori.”
Sono iniziate il 25
febbraio le riprese del film La donna per
me di Marco Martani, scritto con Eleonora
Ceci.
Prodotto da Lucky Red con
Rai Cinema e in collaborazione con Sky, La
donna per me è una commedia romantica con
protagonisti Andrea
Arcangeli eAlessandra
Mastronardi. Nel cast anche Stefano
Fresi, Cristiano
Caccamo,Eduardo Scarpetta e
Francesco Gabbani, al suo primo ruolo
cinematografico. Le riprese si svolgeranno tra Spoleto e Roma.
In La donna per
me Cosa faresti se ti potessi togliere qualsiasi
dubbio prima di prendere la decisione più importante della tua
vita? Cosa succederebbe se, per magia, potessi vivere assecondando
tutti i tuoi desideri più profondi? Tutto questo sta per succedere
ad Andrea, un ragazzo di trent’anni alla vigilia del matrimonio con
Laura, conosciuta all’università e con cui da allora ha costruito
la sua vita. Qualche dubbio di troppo trasforma l’esistenza di
Andrea che si risveglia ogni giorno in una vita diversa, in un se
stesso diverso e in realtà in cui Laura non è mai stata la sua
compagna. Scoprendo le mille declinazioni che avrebbe potuto
prendere la sua vita, da single scapestrato e sciupafemmine a
rockstar di successo, Andrea deve fare però i conti con la mancanza
di Laura. Cercherà di rompere l’incantesimo?
La donna per me,
dal 23 maggio su Sky Cinema e in streaming su NOW, è una commedia
romantica scritta e diretta da Marco Martani, già
sceneggiatore di commedie brillanti come Ex, Maschi
contro Femmine, Femmine contro Maschi, La mafia uccide solo d’estate, Se Dio vuole, e tanti altri.
Con leggerezza e umorismo affronta
il tema della paura davanti a un impegno di vita importante come
quello del matrimonio, quando i dubbi tendono a prendere il
sopravvento davanti a una scelta “per sempre”.
Cosa faresti se ti potessi togliere
qualsiasi dubbio prima di prendere la decisione più importante
della tua vita? Cosa succederebbe se, per magia, potessi vivere
assecondando tutti i tuoi desideri più profondi?
Tutto questo sta per succedere ad
Andrea (Andrea Arcangeli), un ragazzo di trent’anni alla
vigilia del matrimonio con Laura (Alessandra Mastronardi),
conosciuta all’università e con cui da allora ha costruito la sua
vita. Qualche dubbio di troppo trasforma l’esistenza di Andrea che,
ogni giorno, si risveglia in una vita diversa, in un sé stesso
diverso e in universi paralleli in cui Laura non è mai stata la sua
compagna. Scoprendo le mille declinazioni che avrebbe potuto
prendere la sua vita, da single scapestrato e sciupafemmine a
rockstar di successo, Andrea comincia a capire che Laura non sarà
mai più la sua ragazza e, come in una legge del contrappasso, più
lei sarà lontana, più a lui mancherà.Scoprirà che è proprio lei, la
donna della sua vita. Ma sarà troppo tardi. Ce la farà a rompere
l’incantesimo?
Una commedia solitamente regge la
sua struttura su i suoi personaggi. Se nell’epoca classica erano le
maschere a identificarli, e gli stereotipi poi adottati dalla
commedia dell’arte, oggigiorno sono anche gli attori a fare da
pilastro. Certo quando Cristina Comencini ha
deciso di scrivere un soggetto esclusivamente adattato per Luca Argentero e Alessandro
Gassman, avrà pensato a ciò che dei due l’avrà colpita in
apparenza: il bravo ragazzo e, come si è definito ironicamente lo
stesso Gassman in conferenza stampa, il “fio de na mignotta”. Da
qui nasce La donna della mia vita, dove vediamo
due fratelli, che sembrano combinarsi come lo ying e lo yang,
contendersi la stessa donna, ovvero la bella
Valentina Lodovini. Leo incontra finalmente la donna
che crede essere quella della sua vita, dopo una storia sbagliata
dove aveva tentato il suicidio ( con le pillole per la menopausa
della madre). Ma Sara è anche l’ex amante del fratello “stronzo”.
La chiave del gioco starà nel capire quale delle due storie sia
quella sbagliata, quella attraverso la quale finalmente Sara
troverà finalmente l’uomo giusto.
E fin qui la commedia ci sta. Il
guaio però a volte è scegliere l’attore, ricamarci sopra il
personaggio e poi lasciare tenere le redini ad un regista dalle
mani poco virili. Così Luca Argentero, che nel film è il fratellino
buono e gentile, che si pigliava sempre le botte da piccolo, fa
sfoggio soltanto di espressioni ebeti e poco convincenti, che
magari su un palcoscenico teatrale non avrebbero stonato, ma sullo
schermo sì.
Il suo personaggio poi subisce
un’evoluzione quasi repentina, dove poco ci si sofferma sul
cambiamento interiore, e lo vediamo soltanto passare dalla figura
di un perdente a quella di un donnaiolo, sempre con la coscienza e
la consapevolezza di un ragazzino di quindici anni. Se la cava
sicuramente meglio Gassman, il cui ruolo è quello del fratello
medico quarantenne piuttosto piacente, che tradisce la moglie con
disinvoltura. Anche il suo personaggio evolve, ma non si lascia
trasportare dal cambio di espressione, la sua è una trasformazione
più lenta e forse più matura.
Al centro di tutto, oltre ad
esserci
Valentina Lodovini, nel ruolo di Sara, fidanzata ed
ex-amante, c’è la madre Alba. E che madre. Perché per questo ruolo
la Comencini ha voluto Stefania Sandrelli, che
incarna il ruolo di moglie e madre piuttosto invadente. Una donna
che nella vita ha fatto di tutto per i propri figli, che ha avuto
da due diversi mariti. Il suo secondo e attuale marito,
interpretato da Giorgio Colangeli, spicca forse
più degli altri personaggi, regalandoci una comicità cinica e
discreta.
Peccato davvero per la regia,
Luca Lucini (Tre metri sopra il cielo,
Bianco e Nero, Oggi
Sposi) come ha ricordato poi in conferenza stampa, ha
voluto essere il “meno invadente possibile”. Fatto che per un
regista è piuttosto raro, a meno che appunto non si voglia lasciare
troppo spazio agli attori sulla scena, o a meno che lo stesso
regista sia in realtà privo delle giuste qualità e di un minimo di
savoir faire. Le inquadrature sono fisse, con angolature che non
variano molto e anche le luci non assumo tagli particolari.
Le musiche affidate a
Giuliano Taviani e Carmelo Travia, variano molto e
creano in maniera coerente le atmosfere di sottofondo delle scene.
Sono stati ideate infatti tre diverse arie per sottolineare i tre
personaggi principali: la madre e i due figli.Le musiche sono state
poi eseguite dall’orchestra sinfonica di Praga. La
sceneggiatura, così intricata nell’esposizione delle relazioni di
questa famiglia è ben scritta, i personaggi sono definiti e alcuni
dialoghi rivelano un certo sottile umorismo. Non si distacca però
dall’essere un’ordinaria commedia della borghesia milanese, moderna
sì ma non troppo.
Un film, o meglio una commedia, che
parla di famiglia. Una madre forse troppo protettiva e che con le
sue scelte ha condizionato anche la vita dei propri figli. Alla
conferenza stampa di “La donna della mia vita” oltre a Stefania
Sandrelli, che interpreta la madre Alba nel film, c’era quasi tutta
la famiglia. I due figli, Luca Argentero e Alessandro Gassman; la donna
della loro vita, Valentina Lodovini; e il padre Giorgio
Colangeli.
Netflix ha diffuso il primo trailer del
film La donna della cabina numero 10, tratto
dall’omonimo romanzo di Ruth Ware. Il film,
diretto da Simon Stone, che ha co-sceneggiato
il film con Joe Shrapnel e Anna
Waterhouse, ha per protagonisti Keira
Knightleye Guy
Pearce.
La sinossi recita: “Mentre si
trova a bordo di uno yacht di lusso per un incarico di lavoro, la
giornalista Laura “Lo” Blacklock (Keira
Knightley) assiste al momento in cui una passeggera è gettata
in mare a tarda notte, solo per sentirsi dire che non è successo,
poiché tutti i passeggeri e l’equipaggio sono presenti. Nonostante
nessuno le creda, continua a cercare risposte, mettendo in pericolo
la sua stessa vita”.
Riguardo all’adattamento del suo
libro, Ware ha dichiarato: “In sostanza, il film parla di una
donna che vive un’esperienza negativa, la denuncia in modo
veritiero e non viene presa sul serio a causa di chi è. Troppe
persone sanno come ci si sente e penso che desideriamo vendicarci
tanto quanto Lo”.
Sebbene sia ancora famosa per la
sua interpretazione nella serie di successo Pirati dei
Caraibi, Knightley ha recitato in diversi film storici
acclamati dalla critica e ha ottenuto nomination agli Oscar per le
sue interpretazioni in Orgoglio e pregiudizio e The
Imitation Game. Guy Pearce è invece stato nominato lo
scorso anno come miglior attore non protagonista per la sua
interpretazione in The Brutalist.
Accanto a Knightley e Pearce
recitano Gugu Mbatha-Raw, Kaya
Scodelario, David Ajala, Art
Malik, David Morrissey, Daniel
Ings e Hannah Waddingham. La
donna della cabina numero 10 sarà disponibile su Netflix
dal 10 ottobre.
Cosa aspettarsi da La
donna della cabina numero 10
Di recente, la serie thriller
Black Doves, con protagonista anche Knightley, ha
riscosso un enorme successo su Netflix. Alla luce
di ciò, la piattaforma di streaming sembra avere in serbo un altro
progetto di successo con la star. A questo si aggiungono diversi
altri attori promettenti che hanno recentemente ottenuto un grande
successo e che appaiono anche in La donna della cabina
numero 10, riuniti per un thriller avvincente e un horror
tratto dalla vita reale.
Il trailer dipinge un quadro
terrificante di Lo completamente sicura di sé – lei sa cosa ha
visto – e dell’estrema manipolazione psicologica che ha luogo per
permettere alla crociera di continuare normalmente. Come spiega
l’autore, è una storia estremamente attuale, e la precedente
collaborazione di successo di Netflix con la Knightley in questo
genere dovrebbe contribuire ad attirare maggiore attenzione.
La donna della cabina numero 10 è
appena arrivato su Netflix e il film vanta un cast impressionante di
star riconoscibili e volti noti. Il film è basato sull’omonimo
romanzo di Ruth Ware, con una sceneggiatura scritta da Simon Stone,
Joe Schrapnel e Anna Waterhouse. La donna della cabina
numero 10 ha ricevuto finora recensioni positive.
Con il suo mistero intricato e i
suoi imprevedibili colpi di scena, La donna della
cabina numero 10 è una storia incentrata sui
personaggi, che si basa interamente sulle interpretazioni dei
protagonisti. Fortunatamente, c’è abbastanza talento davanti alla
telecamera da tenere il pubblico incollato allo schermo dall’inizio
alla fine, anche se la storia in sé non è sempre all’altezza delle
aspettative.
Keira Knightley
nel ruolo di Laura Blacklock
Attrice:
Keira Knightley è nata a Londra, Inghilterra, nel 1985
e ha iniziato la sua carriera di attrice a soli 6 anni su Screen
One. Il suo ruolo di svolta arrivò nel 1999 in Star
Wars: Episodio 1 – La minaccia fantasma, dove
interpretava il personaggio di Sabe. Da allora, è apparsa in
importanti blockbuster hollywoodiani come Pirati dei
Caraibi e Love Actually – L’amore
davvero.
Ruoli precedenti:
Jules in Sognando Beckham (2002), Elizabeth Swann in Pirati dei
Caraibi (2003-2017) e Colette in Colette (2018).
Personaggio:
Knightley interpreta Laura, una giornalista investigativa invitata
a bordo di una crociera di lusso per sensibilizzare l’opinione
pubblica su una nuova fondazione benefica. Come hanno sottolineato molte
recensioni di La donna della cabina numero
10, Knightley offre un’interpretazione eccellente che
cattura la paranoia e l’ansia di Laura, mentre il resto dei
passeggeri si rivolta rapidamente contro di lei.
Guy Pearce nel ruolo di Richard
Bullmer
Attore:Guy Pearce è nato a Ely, in Inghilterra, nel
1967, e ha debuttato sulla scena recitativa interpretando Mike
Young nella soap opera australiana Neighbours. Ha poi ricevuto
riconoscimenti internazionali per il suo ruolo in L.A. Confidential
e Memento. Pearce è stato recentemente candidato all’Oscar per il
suo ruolo non protagonista in The Brutalist di
Brady Corbet.
Ruoli precedenti:
Peter Weyland in Prometheus (2012), Aldrich Killian in Iron Man 3
(2013) e Harrison Lee Van Buren in The Brutalist (2024).
Personaggio: Guy
Pearce interpreta Richard Bullmer in La donna della
cabina numero 10. È il marito della fondatrice
dell’organizzazione benefica, Anne, e colui che ha riunito questo
gruppo di persone. Quando Laura crede di aver assistito a un
omicidio nel cuore della notte, lui diventa rapidamente il
principale sospettato.
David Ajala nel ruolo di
Ben
Attore: David
Ajala è nato a Hackney, Londra, nel 1986 e ha iniziato la sua
carriera di attore con la Royal Shakespeare Company, apparendo in
produzioni di Amleto e Sogno di una notte di mezza estate. In
seguito ha avuto ruoli importanti in Starred Up e Seekers, prima di
apparire come personaggio fisso in Star Trek: Discovery.
Ruoli precedenti:
Desmond in Kidulthood (2006), Peter in Doctor Who (2010) e Ivory in
Fast & Furious 6 (2013).
Personaggio: David
Ajala interpreta Ben nell’ultimo thriller di Netflix, l’ex
fidanzato della protagonista interpretata da Knightley. I due si
riuniscono per caso sulla nave da crociera e superano rapidamente
la loro persistente animosità quando Laura si ritrova coinvolta in
una pericolosa cospirazione. Per tutto il film, Ben è l’unico
personaggio che rimane al fianco di Laura e crede alla sua
storia.
Lisa Loven Kongsli nel ruolo di
Anne Bullmer
Attrice: Lisa
Loven Kongsli è nata a Oslo, in Norvegia, ed è nota soprattutto per
il ruolo di Ebba in Force Majeure di Ruben Ostlund, per il quale è
stata candidata ai Guldbagge Awards. È apparsa anche nei panni
della guerriera amazzone Menalippe in Wonder Woman e Justice League.
Ruoli precedenti:
Ebba in Forza Maggiore (2014), Menalippe in Wonder Woman (2017) ed
Edith in Solomamma (2025)
Personaggio: Lisa
Loven Kongsli interpreta Anne Bullmer in La donna della
cabina numero 10, un’imprenditrice malata terminale
che insiste nel donare i guadagni di una vita alla sua nuova
fondazione di beneficenza. È lei a invitare personalmente Laura in
crociera, ed è la sua decisione di escludere il marito dalla sua
eredità a scatenare il conflitto principale del film.
Hannah Waddingham nel ruolo di
Heidi
Attrice: Hannah
Waddingham è nata a Londra, Inghilterra, nel 1974 ed è entrata a
far parte dell’English National Opera all’età di otto anni. I suoi
ruoli teatrali più importanti includono La Strega Cattiva ne Il
Mago di Oz e Christine Warner in The Beautiful Game. Sullo schermo,
è nota soprattutto per la sua interpretazione di Rebecca Welton in
Ted
Lasso.
Ruoli precedenti:
Septa Unella in Il Trono di Spade (2011-2019), Sophia in Sex
Education (2019-2023) e Madre Strega in Hocus Pocus 2 (2022).
Personaggio:
Hannah Waddingham interpreta Heidi in La donna della
cabina numero 10, un’altra delle invitate a questa
lussuosa crociera di beneficenza. È un’amica intima di Anne, ma
rimane molto fredda e sprezzante nei confronti di Laura per tutta
la durata del viaggio.
Cast e personaggi
secondari di La donna della cabina numero
10
Kaya Scodelario nel ruolo
di Grace: Scodelario è nota soprattutto per i suoi ruoli
in Skins e The Maze Runner, dove ha interpretato
rispettivamente Effy Stonem e Teresa. La donna della
cabina numero 10, interpreta un’influencer di
successo di nome Grace, invitata alla crociera di beneficenza di
Bullmer.
Paul Kaye nel ruolo di
Danny Tyler: Kaye è un comico britannico che ha
interpretato il ruolo dell’intervistatore a sorpresa Dennis Pennis
in The Sunday Show. È noto anche per il ruolo di Thoros di Myr
nella serie HBO Il Trono di Spade. Qui interpreta un amato
musicista che intrattiene gli ospiti della crociera.
John Macmillan nel ruolo
del Capitano Addis: Macmillan è un attore teatrale noto
soprattutto per aver recitato in diverse produzioni shakespeariane,
tra cui Macbeth e Amleto. Interpreta il Capitano Addis in
La donna della cabina numero 10, un
marinaio sospettoso che sembra voler nascondere un oscuro
segreto.
Art Malik nel ruolo del
Dottor Mehta: Malik è noto soprattutto per il suo ruolo di
supporto in True Lies al fianco di Arnold Schwarzenegger e Jamie Lee Curtis. È apparso anche nel ruolo
di Kamran Shah in Zona pericolo. Nel thriller di Netflix, è un
misterioso medico che cerca di convincere la protagonista
interpretata da Knightley di soffrire di allucinazioni.
La donna della cabina numero 10 porta la ricerca
della verità di Laura “Lo” Blacklock (Keira Knightley) a un
finale sorprendentemente felice, dopo la rivelazione del colpo
di scena su cui ruota la trama. Basato sull’omonimo romanzo di Ruth
Ware, il nuovo thriller di Netflix segue Lo, una pluripremiata giornalista del
Guardian, che accetta quello che crede sarà un incarico
facile: seguire un’iniziativa di beneficenza su uno yacht di
lusso.
Il miliardario Richard Blummer
(Guy Pearce) sta organizzando l’evento per
raccogliere fondi per la ricerca sul cancro, a causa della diagnosi
di sua moglie Anne (Lisa Loven Kongsli). Lo
incontra brevemente Anne, che le rivela di voler donare tutti i
suoi beni dopo la sua morte. Quella notte, Lo vede la donna nella
cabina accanto alla sua essere gettata in mare, ma nessuno le crede
quando tutti i passeggeri vengono ritrovati.
“Non è una storia con un
narratore inaffidabile”, afferma la regista Simone Stone in
un’intervista con Netflix. “Il pubblico non mette mai in
dubbio che questa persona abbia visto ciò che ha visto. Si è
completamente d’accordo con lei e lo si accetta come un fatto. È la
sua lotta contro una cospirazione.”
Chi era la donna nella cabina
10 e chi l’ha uccisa, spiegato
Quando Laura torna da Anne il
giorno dopo, lei la liquida e ci sono alcune incongruenze nel suo
comportamento. Attraverso una pericolosa indagine, Lo scopre che
la donna gettata in mare era proprio Anne. Carrie (Gitte Witt),
che Lo ha incontrato brevemente prima dell’omicidio, è una sosia
assunta da Richard per sostituire sua moglie dopo averla uccisa,
per riprendere il controllo della fortuna.
“Ho pensato che la
conversazione sul presupposto patriarcale di poter semplicemente
sostituire le donne, come se fossero sacrificabili, di poterle
eliminare e andare avanti,fosse il fulcro del
film”, dice Stone. Mentre Carrie inizialmente cerca di
convincere Lo a smettere di cercare risposte, Lo la costringe a
riconsiderare la questione quando le fa notare che Carrie non sarà
mai al sicuro da Blummer, poiché il suo piano dipende dal suo
silenzio.
L’ex fidanzato di Laura, Ben (David
Ajala), un fotografo che sta seguendo la crociera, viene
tragicamente ucciso mentre la aiuta a fuggire per tornare a terra e
partecipare al gala, in modo che lei possa smascherare Blummer.
Quando Carrie conferma la storia, Lo riesce a impedire a Blummer
di fuggire con l’aiuto di Sigrid (Amanda Collin), il capo della
sicurezza della crociera. La fortuna di Anne viene donata
secondo i suoi desideri.
Lo torna al The Guardian
e scrive una versione della storia con un tono ottimista,
sottolineando che Anne e coloro che hanno aiutato Lo a fuggire
hanno fatto del bene. Lo e Carrie sembrano rimanere amiche.
“Una volta che Lo capisce che sta succedendo qualcosa, non
accetta un no come risposta”, dice Knightley (anche a Netflix).
“Lei va avanti e va avanti e va avanti”.
La donna della cabina numero 10
parla in parte di Lo, una giornalista che sta iniziando a
disilludersi del suo lavoro, ma che viene ricordata del bene che
c’è nelle persone. È traumatizzata perché (prima degli eventi del
film) una donna che aveva accettato di parlare con lei come
testimone del traffico di esseri umani è stata uccisa per
impedirlo. Lo si ritrova quindi a lottare per la sua vita per
scoprire la verità.
La donna della cabina numero
10 ha debuttato con un punteggio deludente su Rotten Tomatoes,
ma è comunque diventato un successo mondiale su Netflix. La donna
della cabina numero 10 offre un approccio unico al genere
giallo, con immagini eleganti e una performance ovviamente
eccellente della Knightley, e la sua conclusione illustra la chiara
visione che la produzione aveva dei temi della storia.
Il film NetflixLa donna nella cabina
10 vede Keira Knightley nei panni di Laura “Lo”
Blacklock, una giornalista invitata su una lussuosa nave da
crociera da una coppia di miliardari. Loro vogliono che lei
racconti le loro iniziative filantropiche e anche lei ha bisogno di
una pausa. Tuttavia, le cose prendono una piega drammatica quando
assiste alla caduta di una donna dal balcone accanto alla sua
cabina. Quando denuncia il caso, nessuno è in grado di identificare
la donna e le viene detto che la cabina accanto alla sua non ospita
nessuno. Tutti cercano di convincerla che probabilmente ha avuto
un’allucinazione e che non è successo nulla di grave. Tuttavia, le
prove suggeriscono il contrario. SPOILER IN ARRIVO.
La coppia di miliardari Anne
Lyngstad e Richard Bullmer (Guy
Pearce) sta organizzando una festa e la giornalista
Laura Blacklock è invitata a unirsi a loro e ad altre persone
ultra-ricche nel viaggio inaugurale della loro lussuosa nave da
crociera. Vogliono che Laura si concentri sulla loro missione
filantropica, che consiste nel donare una notevole somma di denaro
alla ricerca sul cancro. Viene anche rivelato che Anne ha il
cancro, e che la malattia ha assunto una forma così grave che ogni
giorno la avvicina alla morte. Laura, che ha un disperato bisogno
di una pausa dopo aver riportato notizie su questioni serie, decide
di accettare il lavoro, credendo che potrebbe aiutarla a scoprire
un lato migliore del mondo.
Quando arriva sulla nave, scopre
che anche il suo ex fidanzato, Ben Morgan, è a bordo come
fotografo. Ci sono un sacco di altre persone ricche che la fanno
sentire fuori posto, ma Laura è più concentrata sulla ricerca di
una storia. La prima sera, mentre sta andando a cena, vede Ben che
attraversa il corridoio e, per nascondersi da lui, entra nella
cabina 10, dove vede una giovane donna bionda. Si scusa per essere
entrata nella stanza in quel modo e se ne va immediatamente. Anne
non partecipa alla cena a causa della sua cattiva salute, ma vede
Laura, alla quale comunica la sua intenzione di donare tutta la sua
ricchezza alla ricerca sul cancro e ad altre nobili cause
attraverso la sua fondazione.
Laura è commossa dalla decisione di
Anne, ma prima che possa rifletterci ulteriormente, accade
qualcos’altro. Quella notte, viene svegliata dai rumori di una lite
proveniente dalla cabina 10. Quando esce sul balcone, vede una
donna cadere in acqua e chiama immediatamente i soccorsi. Tutto il
personale si mette in allerta, ma quando viene fatto l’appello, non
si trova nessuno che manchi. Inoltre, a Laura viene detto che non
può aver visto nessuno sul balcone della cabina 10 perché nessuno
lo occupava. Anche se cerca di presentare il suo caso, non ci sono
prove a sostegno della sua storia. Le viene consigliato di
smettere, ma lei continua a indagare e arriva al cuore della
questione.
Dopo che le viene ripetuto più
volte che nessuno è caduto dalla passerella e che si è sbagliata,
Laura finalmente trova la donna della cabina 10. La segue in una
parte appartata della nave, dove la donna rivela di essere Anne. La
supplica di rinunciare alla sua ricerca, altrimenti verrà uccisa.
Mentre Laura è ancora confusa, Anne la chiude nella cabina,
dicendole che è per la sua sicurezza. Quella notte, mentre la
giornalista riflette sulla situazione, si rende conto che la Anne
con cui ha parlato non è affatto Anne. Il giorno dopo, quando
arriva la donna che si finge Anne, Laura la affronta. Ha capito che
è stata Anne a cadere dalla nave quella notte e che l’impostora ha
preso il suo posto. La donna rivela di chiamarsi Carrie.
Laura scopre che quando Anne disse
a Richard che avrebbe donato tutto il suo patrimonio, lui non la
prese bene. Decise di cambiare il suo testamento, ma il problema
era che lei non lo avrebbe fatto di sua spontanea volontà. Così
trovò una ragazza che le assomigliava abbastanza da convincere le
persone intorno a lei che fosse Anne. Carrie era perfetta per
questo ruolo, quindi Richard la fece salire di nascosto sulla nave.
Nessuno dei loro amici ne era a conoscenza e quando Carrie si
presentò davanti a loro come Anne, nessuno fece domande. La prima
notte, mentre Richard cercava di avere un rapporto intimo con
Carrie, Anne entrò nella stanza e capì cosa stava succedendo.
Spaventato che il suo segreto
venisse scoperto e che avrebbe perso tutto, Richard cercò di
fermare Anne e finì per ferirla e gettarla in mare. Fece
rapidamente prendere il posto di Anne a Carrie in modo che nessuno
sospettasse nulla e, con l’aiuto del suo fidato staff, si sbarazzò
di tutto. Carrie dice a Laura che non avrebbe mai pensato che Anne
sarebbe stata uccisa e che ora non vuole avere le mani sporche del
sangue di un’altra persona. Dice a Laura di restare ferma e di
scappare quando tutti lasceranno la nave alla fine del viaggio.
Grazie a Carrie, Laura non viene trovata da Richard, che decide di
lasciare il dottor Robert e il capitano Addis a prendersi cura di
lei.
L’assenza di Laura viene notata
anche da Ben, che si preoccupa per lei e ora è convinto che ci sia
qualcosa di strano. Anche lui rimane indietro, e questo si rivela
una fortuna per Laura. Quando esce dal suo nascondiglio, il dottore
e il capitano la trovano. La mettono alle strette e riescono a
catturarla. Robert sta per iniettarle qualcosa quando Ben
interviene. Ne segue una colluttazione, in cui Ben finisce per
essere iniettato con il veleno destinato a Laura. Tuttavia, anche
con l’ultimo respiro, fa tutto ciò che è in suo potere per salvare
Laura. Nelle sue ultime parole, le dice di scappare e di rivelare
la verità, ed è proprio quello che lei fa. Si tuffa in acqua,
mentre il veleno fa effetto, il sangue esce dalla bocca di Ben, che
crolla a terra e muore.
Quando Laura si tuffa nelle acque
gelide, Robert crede che lei non avrà la forza di sopravvivere alla
caduta o al freddo. Crede che annegherà e morirà. Quindi lascia la
nave e si unisce al gruppo di Richard, dove lo aggiorna sulla morte
di Ben e sul destino di Laura. Richard non è contento del
pasticcio, ma ora il suo unico obiettivo è quello di convincere
Carrie a firmare i documenti e ucciderla la stessa notte. Il
problema è che Carrie sa che il suo tempo scadrà non appena firmerà
il nuovo testamento, ma non ha altra scelta, quindi lo fa.
Fortunatamente per lei, Laura riesce a raggiungere la riva e decide
di smascherare Richard.
Si intrufola nella sua casa, ma
viene scoperta da Sigrid, il capo della sicurezza. Rendendosi conto
che Sigrid non è coinvolta nella cospirazione, Laura le racconta
tutto. Mostra a Sigrid il discorso di Anne in cui la donna, ormai
morta, parlava del contenuto del suo vero testamento. Anche se
Sigrid è scettica, dà a Laura la possibilità di dimostrarlo. Così,
Laura partecipa alla festa e si fa strada tra la folla per leggere
il discorso di Anne. Quando lui cerca di fermarla, Carrie
interviene nei panni di Anne e tutti si schierano con lei nel
lasciare che Laura legga il discorso. Quando lei menziona la parte
in cui Anne dona tutta la sua fortuna, Richard si infuria e finisce
per confessare che Carrie non è Anne.
Mentre il resto delle persone è
confuso su ciò che sta accadendo, Carrie scappa e Richard la segue.
Sapendo che lui la ucciderà, Laura corre dietro a loro, ma quando
cerca di impedirgli di salire sulla barca, lui punta un coltello
alla gola di Carrie. Sigrid interviene sparando a Richard al petto,
ma il colpo non è mortale e non lo rallenta. Lui attacca Carrie e
questa volta Laura lo colpisce alla testa, lui cade, sbattendo la
testa e morendo sul colpo. Con lui fuori dai giochi, Carrie è al
sicuro e, ora che la verità è venuta a galla, tutti sanno cosa
Richard ha cercato di fare. Poiché è stata Carrie a firmare il
nuovo testamento, questo viene dichiarato nullo e, con Anne morta,
viene messo in atto il suo testamento originale. Come da lei
desiderato, tutta la sua fortuna viene dedicata al servizio degli
altri, poiché la sua fondazione diventa interamente senza scopo di
lucro.
Ciò che rende Laura una giornalista
di successo è la sua dedizione nel cercare di arrivare al fondo
della verità e nel renderla nota al mondo intero. Anne ha visto la
sua integrità attraverso il suo lavoro ed è stata lei a chiedere
espressamente che fosse portata sulla nave per coprire le notizie
sulla fondazione e i suoi piani per il futuro. Sapeva che Laura
avrebbe visto la verità nella storia e che le sue parole avrebbero
avuto più risonanza tra la gente perché ha una buona reputazione in
materia. Durante tutto questo, Anne non avrebbe mai pensato che
portare Laura con sé sarebbe diventato essenziale per salvare la
fondazione e ottenere giustizia.
Quando la verità viene a galla, i
collaboratori di Richard, Robert e Addis, vengono arrestati per
aver tentato di uccidere Laura e Carrie e per aver aiutato e
favorito l’omicidio di Anne. Con Richard fuori dai giochi, non c’è
più nulla che trattenga Carrie. Torna a casa per stare con sua
figlia. È stato per la bambina che Carrie ha accettato i soldi che
Richard le ha offerto in cambio di fingersi Anne e firmare un
testamento che avrebbe lasciato tutto il patrimonio di sua moglie a
lei. Ma dopo che le cose sono andate male e delle persone sono
state uccise, Carrie si rende conto che non ha bisogno di altro che
stare con sua figlia. Grazie a Laura, la verità viene a galla e
Carrie torna a casa. Lei e Laura rimangono in contatto e lei manda
alla giornalista un messaggio per confermare che lei e sua figlia
stanno bene. Invita anche Laura a far loro visita qualche
volta.
Quando Laura è salita a bordo della
nave, era con l’intenzione di trovare una storia umana in un mondo
sempre più disumano. Un miliardario che investe in un’impresa
filantropica le sembrava una buona cosa. Ma nel corso della
settimana, vede un lato più violento della storia. Tuttavia, quando
arriva il momento di presentarla al mondo, si rifiuta di togliere i
riflettori da Anne e dal suo desiderio di aiutare il mondo. Sebbene
i crimini di Richard rimangano una parte importante della storia,
Laura si assicura che l’articolo sia incentrato su Anne e sulla sua
fondazione. Nonostante tutta l’oscurità, si concentra sulla parte
positiva, dimostrando quanto sia stata cambiata dalla sua
esperienza. In tutto questo, non dimentica di parlare del
contributo di Ben nel far emergere la verità e nel salvarle la
vita.
Apple TV+
ha presentato oggi il trailer di “La donna del
lago“, la nuova serie limitata in sette puntate
interpretata dalla vincitrice dell’Oscar® e del Golden Globe
Natalie Portman, che è anche produttrice
esecutiva, e dalla candidata all’Emmy Moses Ingram.
La donna del lagoin streaming: quando esce e dove
vederla
La serie La donna del lago
in streaming farà il suo debutto il 19 luglio con i
primi due episodi dei sette totali, seguiti da nuovi episodi ogni
venerdì fino al 23 agosto.
La trama di La donna del
lago
Quando la scomparsa di una giovane
ragazza sconvolge la città di Baltimora nel giorno del
Ringraziamento del 1966, le vite di due donne convergono in una
rotta di collisione fatale. Maddie Schwartz (Natalie
Portman) è una casalinga ebrea che cerca di liberarsi
di un passato segreto e di reinventarsi come giornalista
investigativa; Cleo Sherwood (Ingram) è una madre che naviga nel
ventre politico della Baltimora nera, mentre si danna per mantenere
la sua famiglia. All’inizio le loro vite sembrano scorrere in
parallelo, ma quando Maddie si incaponisce sulla misteriosa morte
di Cleo, si apre un baratro che mette in pericolo tutti coloro che
le circondano. Dalla visionaria regista Alma Har’el, “La donna del
lago” si rivela un febbrile thriller dai toni noir e un inaspettato
racconto del prezzo che le donne pagano per inseguire i loro
sogni.
Al fianco di Natalie Portman e Moses
Ingram, completano il cast della serie Y’lan Noel,
Brett Gelman, Byron Bowers, Noah
Jupe, Josiah Cross, Mikey Madison e Pruitt Taylor
Vince.
Proveniente da FIFTH SEASON, “La
donna del lago” è prodotta da Crazyrose e Bad Wolf America ed
è creata, prodotta esecutivamente, scritta e diretta da Alma Har’el
insieme al suo socio produttore Christopher Leggett. Oltre a essere
protagonista, Natalie Portman è produttrice esecutiva
insieme a Sophie Mas. Nathan Ross e il compianto Jean-Marc
Vallée sono produttori esecutivi per conto di Crazyrose, mentre
Julie Gardner è produttrice esecutiva per conto di Bad Wolf
America. Anche Layne Eskridge, Amy Kaufman, Boaz Yakin e la
scrittrice Laura Lippmann sono produttori esecutivi della
serie.
Apple TV+
ha svelato oggi le prime immagini di La donna del
lago, la nuova serie limitata interpretata dalla
vincitrice dell’Oscar e del Golden Globe Natalie Portman, che è anche produttrice
esecutiva, e dalla candidata all’Emmy Moses Ingram.
La donna del lagoin streaming: quando esce e dove
vederla
La serie La donna del lago
in streaming farà il suo debutto il 19 luglio con i
primi due episodi dei sette totali, seguiti da nuovi episodi ogni
venerdì fino al 23 agosto.
La trama di La donna del
lago
Quando la scomparsa di una giovane
ragazza sconvolge la città di Baltimora nel giorno del
Ringraziamento del 1966, le vite di due donne convergono in una
rotta di collisione fatale. Maddie Schwartz (Natalie
Portman) è una casalinga ebrea che cerca di liberarsi
di un passato segreto e di reinventarsi come giornalista
investigativa; Cleo Sherwood (Ingram) è una madre che naviga nel
ventre politico della Baltimora nera, mentre si danna per mantenere
la sua famiglia. All’inizio le loro vite sembrano scorrere in
parallelo, ma quando Maddie si incaponisce sulla misteriosa morte
di Cleo, si apre un baratro che mette in pericolo tutti coloro che
le circondano. Dalla visionaria regista Alma Har’el, “La donna del
lago” si rivela un febbrile thriller dai toni noir e un inaspettato
racconto del prezzo che le donne pagano per inseguire i loro
sogni.
Al fianco di Natalie Portman e Moses
Ingram, completano il cast della serie Y’lan Noel,
Brett Gelman, Byron Bowers, Noah
Jupe, Josiah Cross, Mikey Madison e Pruitt Taylor
Vince.
Proveniente da FIFTH SEASON, “La
donna del lago” è prodotta da Crazyrose e Bad Wolf America ed
è creata, prodotta esecutivamente, scritta e diretta da Alma Har’el
insieme al suo socio produttore Christopher Leggett. Oltre a essere
protagonista, Natalie Portman è produttrice esecutiva
insieme a Sophie Mas. Nathan Ross e il compianto Jean-Marc
Vallée sono produttori esecutivi per conto di Crazyrose, mentre
Julie Gardner è produttrice esecutiva per conto di Bad Wolf
America. Anche Layne Eskridge, Amy Kaufman, Boaz Yakin e la
scrittrice Laura Lippmann sono produttori esecutivi della
serie.
Tratto dall’omonimo romanzo del 2019
di Laura Lippman, La donna del
lago parla di razzismo e di misoginia in un’America degli
anni ’60 mescolando tinte thriller e noir. La serie di
Apple
TV+ segna anche un punto di svolta nella carriera di
Natalie Portman alla sua prima apparizione come
protagonista in una serie televisiva.
La storia de La donna del
lago si articola su due binari apparentemente paralleli.
Da una parte Maddie Schwartz, casalinga ebrea che cerca
disperatamente di reinventarsi come giornalista investigativa, e
dall’altra Cleo Sherwood, una madre in difficoltà che cerca di
portare avanti i diritti delle donne afroamericane di Baltimora.
Nel corso dei sette episodi che compongono la serie Maddie
diventerà ossessionata dal caso della morte di Cloe.
La donna del lago, la
recensione
Laura Lippman, autrice del romanzo
omonimo, si ispira a fatti accaduti realmente. Nel 1969 una bambina
ebrea e una donna afroamericana scompaiono e Maddie Schwartz, una
donna ebrea cerca di affermarsi come giornalista allontanandosi
dagli stereotipi della famiglia tradizionale. La serie, creata da
Alma Har’el, parla di una forte emancipazione
femminile contro un mondo creato e fatto a misura di uomini, parla
di persone diverse che cercano la libertà. La stessa regista della
serie, nata e cresciuta in Israele, è rimasta colpita dalla
lungimiranza e dalla forte identità di Maddie narrata da Lippman
nel romanzo. Maddie, infatti, si ribella alle aspettative che la
sua cultura le impone come moglie e madre.
Oltre alla storia di mistero legata
alla scomparsa di Tessie Fine e di Cleo Sherwood c’è anche una
storia di crescita e di resa dei conti con dei demoni interiori
appartenenti a tutti i personaggi. I protagonisti de La donna del
lago combattono la loro guerra interiore e trovano la libertà, il
loro pieno compimento, fuori dalle mura di quella società
opprimente e così radicata alla tradizione.
Maddie e Cloe: un filo
invisibile
Le due protagoniste, Maddie e Cleo,
fin da loro primo momento sullo schermo sembrano legate da un filo
invisibile. Le inquadrature cercano sempre di metterle a specchio o
di sovrapporle eppure sono due personaggi praticamente paralleli
per tutti i sette episodi. Il momento del loro quasi incontro
all’inizio della serie è cruciale: anche se Maddie sta lottando per
la sua libertà e la sua affermazione tratta Cleo come un fine
ultimo per arrivare ai suoi bisogni (un abito nuovo) per essere
presentabile e tenere il suo discorso. Alla fine, però sono
entrambe donne, madri, si prendono cura della casa e della famiglia
e cercano di capire cosa vogliono per loro stesse.
Un altro punto importante della
serie è la località in cui è ambientata la storia. Ci troviamo,
infatti, a Baltimora (dove è stato ambientato anche The Wire)
palcoscenico che offre al pubblico diversi spunti politici e di
denuncia sociale. Ma non solo anche molta autenticità. La stessa
Moses Ingram è cresciuta a Baltimora e la regista l’ha scelta
proprio per gli spunti creatività che ha apportato alla storia:
dalla musica jazz per le strade, ai trucchi di carte al modo di
gestire le attività degli afroamericani negli anni ’60. La città
lega ancora una volta le due attrici poiché anche Portman ha dei
legami con Baltimora: la nonna aveva vissuto nella città proprio
negli anni ’60 e per lei è stato molto stimolante calarsi nei panni
di una signora che poteva avere quell’età in quel determinato
periodo storico.
Il finale
La caratterizzazione dei personaggi
prende il sopravvento sulla trama stessa della serie. Si scopre la
vera identità di Cleo e il suo interessamento in crimini molto più
grandi e impensabili. Ed anche Maddie vede scoprirsi alcuni misteri
e bugie che ha nascosto alla sua famiglia e di cui soprattutto suo
figlio si sente a disagio. Il confronto finale tra le due donne le
mette in due posizioni ben definite: Maddie ha qualcosa da
guadagnare (pubblicare la storia di Cleo così come le è stata
consegnata), Cleo a sua volta consegna nelle mani di Maddie non
solo tutta la verità ma anche sé stessa.
“È un nuovo giorno, una nuova
vita, e io mi sento bene”
Arriva disponibile dal 4 settembre
2013 uno dei capolavori del maestre del brivido Alfred
Hitchcock, La donna che visse due
volte,film del 1958 con protagonisti
due straordinari interpreti come James Stewart e
Kim Novak. Il film è tratto dal romanzo
D’entre les morts (1954), scritto da Thomas Narcejac (1908–1998) e
Pierre Boileau (1906–1989). Inserito nel 1998 dall’American
Film Institute al sessantunesimo posto della classifica dei cento
migliori film americani di tutti i tempi, la pellicola racconta di
una vicenda ambientata sullo sfondo dell’inconfondibile San
Francisco, dove Scottie Ferguson, un detective che soffre di
vertigini, viene incaricato da un amico di seguire la moglie
affetta da manie suicide. Dopo averla salvata da un tentato
annegamento, Scottie diverra` ossessionato dalla donna, bellissima
ed ambigua al tempo stesso.
La Donna che visse due
volte negli anni ha subito un’autentica rivalutazione
iniziata ad opera dello studioso britannico-canadese Robin
Wood che nel suo libro Hitchcock Films (1968), lo definisce
«…capolavoro di Hitchcock e uno dei quattro o cinque film più
profondi e belli della storia del cinema». Harris-Lasky, 1976-1979,
definiscono il film «… la più bella e la più crudele delle love
story di Hitchcock»
Finalmente il film è disponibile
grazie all’impegno constante di Universal Studios che continua la
sua personale ascesa nel mondo dell’home video con edizioni
sempre impeccabili. Non è da meno questa dedicata al film
La Donna che visse due volte, restaurato
per l’occasione e riproposto in una qualità incredibile. Ad
impreziosire il tutto ci sono gli incredibili contenuti speciali
come Il Capolavoro di Hitchcock Prende Nuova Vita, incredibile
viaggio nella rinascita del capolavoro. Rimangono d’antologia anche
il Partner nel Crimine: I Collaboratori di Hitchcock; Truffaut
Incontra Hitchcock; Finale Alternativo (per la censura);
Scheda Tecnica:
Genere: HORROR/THRILLER | Nazione: USA | Anno: 1958 | Durata:
129 min ca. Regia: ALFRED HITCHCOCK | Cast: KIM NOVAK, JAMES
STEWART Visto censura: N.O. 28184 del 30/11/1958 – Film per
tutti.
CONTENUTI AUDIO: Inglese DTS-HD MASTER AUDIO 5.1 / DTS 2.0;
Italiano, Francese, Tedesco, Spagnolo DTS DIGITAL SURROUND 2.0,
Giapponese, Portoghese DTS Digital Surround 5.1
CONTENUTI EXTRA: L’Ossessione per La Donna che Visse due Volte:
Il Capolavoro di Hitchcock Prende Nuova Vita; Partner nel Crimine:
I Collaboratori di Hitchcock; Truffaut Incontra Hitchcock; Finale
Alternativo (per la censura); Gli Archivi de La Donna che Visse due
Volte; Commento al Film del Regista William Friedkin; Trailer
Cinematografici.
Ritardi dovuti alla pandemia
globale che ha paralizzato l’industria cinematografica per oltre un
anno, hanno portato all’approdo del film La donna alla
finestra su Netflix. Il film, infatti, doveva
essere distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi e
italiane un anno fa, ma a causa della pandemia l’uscita è stata
rimandata al 14 maggio 2021 sulla piattaforma statunitense, che ha
acquisito i diritti da 20th Century Studios.
Partendo da queste premesse,
quindi, la storia di una donna che non lascia la sua casa per 10
mesi e pensa di essere testimone di un omicidio dall’altra parte
della strada si pone come “La finestra sul cortile” dell’era
COVID. Tuttavia, nonostante un impianto registico interessante,
qualche scambio di battute interessanti e alcuni momenti attoriali
forti guidati da Amy Adams, La donna alla
finestra alla fine non riesce a dare forma al suo
potenziale abbondante.
Un plot derivativo privo di reale
sostanza
Il regista Joe
Wright (“Espiazione“, “Orgoglio e
pregiudizio“) dà vita a molteplici delle sue virtuose
intuizioni registiche, rendendo il palazzo di Manhattan in cui vive
il personaggio di Amy Adams al tempo stesso rifugio e
claustrofobico. Il talentuoso direttore della fotografia
Bruno Delbonnel (A
proposito di Davis, Una lunga domenica di passioni) illumina le
stanze della sua casa di rosa sgargianti e blu gelido, riflettendo
sia il disturbo psicologico che la sua solitudine. E la sempre
brillante sceneggiatrice e co-protagonista Tracy
Letts, nell’adattare A.J. Il romanzo bestseller di Finn
del 2018, stabilisce un tono vivace con alcuni scambi di dialogo
brillanti, che riescono a mantenere intatto il senso dell’umorismo
di Anna Fox, nonostante la sua depressione e
agorafobia.
Anna è una psicologa newyorchese a
cui è stata diagnostica l’agorafabia, ragion per cui vive pressoché
confinata in casa, riempiendo le sue giornate con film classici e
una “dieta” poco indicata che mischia psicofarmaci e vino rosso. La
miscela di sostanze da cui è dipendente e l’isolamento fisico e
mentale rendono la sua prospettiva inaffidabile fin dall’inizio;
non sarebbero servite ulteriori dimostrazioni di ciò come un
montaggio vorticoso e senza soluzione di continuità, e gli
intertitoli indicano il passare dei giorni della settimana.
“Dimmi di
uscire“, implora in una delle numerose telefonate con
il suo ex marito (Anthony
Mackie), che è anche il padre della sua bambina e il
coro greco del film. Risponde pazientemente: “Perché
non rendere oggi il giorno in cui esci?” , eppure
Anna non riesce mai a compiere il salto ed è invece Letts, il
suo terapista, a venire sempre da lei. Il ritmo delle loro sessioni
e la ripetizione di certe frasi, insieme al luogo solitario, fanno
di questi primi momenti di La donna alla finestra
un interessante gioco cinematografico, con premesse potenzialmente
affascinanti: Adams rivela l’instabilità del suo personaggio
attraverso tremiti di panico e risatine maniacali, con una saggezza
sostanziale di fondo: esattamente il tipo di tecnica perfezionata
che ci aspettiamo dalla sua eclettica carriera.
La donna alla finestra: un cast
stellare impotente e sprecato
Ma c’è un pericolo ancora più
pressante all’orizzonte, come prefigurato dal bicchiere di vino che
cade a terra in frantumi: Anna cerca di tamponare il liquido rosso
con un pezzo di carta straccia, creando visivamente un gioco di
sfumature cromatiche come prefigurazione del sangue che macchierà
l’appartamento di fronte alla sua casa. La famiglia Russell si è
trasferita infatti all’altra parte della strada e Anna ha osservato
ogni loro movimento con molta attenzione dal suo rifugio (uno
scatto particolarmente sorprendente vede l’ombra di una tenda di
pizzo distesa sul lato sinistro del suo viso alla luce della
lampada; Wright e Delbonnel si sono difatti certamente divertiti
con i tocchi visivi noir del film).
“Riesco a vedere la tua
casa dalla mia stanza“, dice Ethan (Fred
Hechinger), il figlio adolescente e fanciullesco dei
Russells, la prima volta che va a trovarla. Sembra abbastanza
innocuo, ma poco dopo, sua madre, Jane, si presenta e fornisce
ulteriori informazioni, piuttosto inquietanti, sulla famiglia.
Julianne Moore la interpreta come una bionda
petardo: effervescente e coinvolgente, divertente e
sorprendentemente sincera, è proprio la scintilla di cui Anna ha
bisogno. “Oh, sei una strizzacervelli? Questa è una
svolta! ” ride mentre chiacchierano tra sorsi di
brandy e vino. È così favolosa, quanto basta per farci chiedere se
sia reale – o se sia soltanto Anna ad immaginarsi la sua figura,
quando giura di vedere il marito di Jane che la accoltella a morte
nella loro cucina.
Le cose si fanno ancora più confuse
quando il marito infastidito di Jane (Gary
Oldman) si presenta alla frenetica casa di Anna con la
polizia e la donna che viene fatta passare per la vera moglie,
Jane, un’altra bionda, più austera, ora interpretata da
Jennifer Jason Leigh. “È viva,
vedi.Lei è proprio qui“. Allora chi
era quell’altra donna? Dov’è lei adesso? E cosa potrebbe avere a
che fare con lei l’inquilino di Anna, un cantautore traballante
interpretato da Wyatt Russell?
L’effettiva risoluzione di tutti
questi interrogativi non è così interessante come il mistero che
avrebbe potuto essere. I tentativi di Anna di interpretare il
detective (nonostante la presenza di un vero detective,
interpretato da Brian Tyree Henry), non sono così
intriganti come il persistente dubbio sul fatto che sia una stalker
delirante. Un Oldman esasperato sputa ferocemente invettive,
definendola “una gattara ubriaca, rinchiusa e drogata
di pillole“. In effetti, nell’osservare Anna lottare
per sembrare stabile ci appropriamo di parte della sua tristezza,
mentre rivisita gli eventi che l’hanno portata a questo stato. La
credibilità che riesce a conferire al personaggio con la sua
interpretazione fortunatamente non va di pari passo con
l’involuzione di una scrittura che si sgretola sempre più,
vanificando nel finale un colpo di scena che poteva risollevare le
sorti dell’operazione. La trama cerca di depistare lo spettatore
spostando l’attenzione dal reale carnefice ad altri potenziali
sospetti, ma mai tanto da arrivare a mettere in discussione la
posizione della protagonista. Momenti emotivi come questo
suggeriscono quanto il film avrebbe potuto funzionare se ne avesse
fatto un punto narrativo focale, piuttosto che soffermarsi sullo
scontro finale, che di horror e thriller ha davvero poco.
Sostanzialmente La donna
alla finestra si configura come una fucina di possibilità,
purtroppo sfruttate al minimo. Allo spettatore non resta altro che
agire come la protagonista dopo la visione, chiudendo le tende e
voltando le spalle alla finestra con un sospiro deluso.
Nel film Anna Fox (Amy
Adams) si sente al sicuro a guardare il mondo dalla finestra
della sua casa, ma quando i Russell si trasferiscono nell’edificio
di fronte assiste a qualcosa di inimmaginabile. Cos’è successo
davvero?
Diretto da Joe
Wright e con un cast d’eccezione che comprende
Gary
Oldman, Amy Adams e Julianne
Moore, il nuovo film 20th Century Fox.
Il thriller interpretato da
Amy
Adams,
La Donna alla Finestra, ha già avuto la sua parte di
problemi, essendosi trovato nel mezzo della fusione tra Fox e
Disney, cosa che ha ovviamente posticipato la sua data d’uscita.
Inoltre, gli esiti negativi delle proiezioni test, hanno messo il
film in un limbo, aggravato dalla pandemia globale. Ora, in
aggiunta a queste vicende, sembra esserci anche l’intervento di
Netflix che vuole togliere dalle mani della
distribuzione Disney il film di Joe
Wright.
Se il film dovesse passare a
Netflix non avrebbe che da guadagnarci, perché potrebbe avere la
garanzia di un vasto pubblico con un’uscita in sala anche ridotta.
Questo permetterebbe alla piattaforma di avere un titolo con grandi
nomi nel cast (oltre a Amy
Adams, nel film c’è anche Gary
Oldman e Julianne
Moore), allettare nuovi abbonati e fidelizzare quelli
già attivi.
Dato che l’accordo non è ancora
siglato, la data d’uscita del film rimane congelata e i fan di
Wright e del cast stellare del film restano in attesa di vedere
questo thriller che si colloca a metà tra La finestra sul
cortile e L’amore Bugiardo.
La trama di La Donna alla
Finestra
Anna Fox trascorre le sue giornate
in casa a New York, bevendo, guardando vecchi film e spiando i
vicini. Dalla sua finestra riesce a vedere anche ciò che succede
all’interno dell’appartamento dei Russell, i vicini arrivati da
poco. Apparentemente “normali” i due coniugi nascondono invece
un segreto scioccante.
Diretto da Joe
Wright e con un cast d’eccezione che comprende
Gary
Oldman, Amy
Adams e Julianne Moore, il nuovo film
20th Century Fox La Donna alla Finestra arriverà nelle
sale italiane il 14 maggio 2020 distribuito da The Walt Disney
Company Italia.
Anna Fox trascorre le sue giornate
in casa a New York, bevendo, guardando vecchi film e spiando i
vicini. Dalla sua finestra riesce a vedere anche ciò che succede
all’interno dell’appartamento dei Russell, i vicini arrivati da
poco. Apparentemente “normali” i due coniugi nascondono invece
un segreto scioccante.
Ricordate l’iconica Triumph guidata
dal giornalista a caccia di scoop Marcello Rubini (Marcello
Mastroianni) ne La Dolce Vita di
Federico Fellini? La celebre vettura è stata
ritrovata per caso dopo oltre 55 anni
L’ignaro proprietario del veicolo
del veicolo è l’ex senatore bolognese Filippo
Berselli, che ha confessato di non essersi reso conto del tesoro su
cui era riuscito a mettere le mani. Dopo l’acquisto, curiosità e
ricerca hanno svelato che il certificato originale di
immatricolazione della vettura era datato 1958 e che la targa
originale era 324229 Roma. Vi ricorda qualcosa? Fonte
Secondo Variety, l’Ambi
Group di Andrea Iervolino e Monika
Bacardi ha stretto un’intesa con la famiglia del grande
regista Federico Fellini per realizzare il remake
di La dolce vita, uno dei capolavori più
celebri e iconici del maestro riminese datato 1960 e interpretato
da Marcello Mastroianni nei panni del giornalista
Marcello Rubini. Il Gruppo produrrà e finanzierà il film attraverso
la sua Ambi Pictures, insieme al produttore italiano
Daniele Di Lorenzo con la sua LDM Production. Ambi
Group deterrebbe anche i diritti relativi alla distribuzione
mondiale, che gestirà attraverso la sua divisione internazionale
Ambi Distribution.
Il nominativo del regista
che accetterà l’ardua sfida, così come il cast e gli altri
elementi della produzione devono ancora essere decisi. “Abbiamo
ricevuto nel corso del tempo innumerevoli proposte di
remake, sequel, prequel e interpretazioni varie – ha dichiarato la
nipote di Federico Fellini, Francesca
Fellini -. Sapevamo di avere bisogno di produttori
davvero validi e delle giuste condizioni per motivare la nostra
famiglia a vendere i diritti di sfruttamento”.
Andrea Iervolino,
rilancia: “Tutti gli elementi che hanno reso La dolce
vita un classico immediato saranno ingredienti che
non mancheranno nel nuovo film. La nostra visione è quella di
una versione contemporanea della storia capace di
essere altrettanto commerciale, iconica e degna di
riconoscimenti ufficiali come l’originale”. Il film, lo ricordiamo,
vinse la Palma d’Oro al Festival di Cannes e ottenne un Oscar per
i costumi, ma soprattutto è entrato in maniera indelebile
nell’immaginario collettivo del cinema e del costume non solo
italiani. In bocca al lupo.
Spesso il trailer di un film è
ingannevole, per questo bisognerebbe evitare di guardare il video
promozionale del film, prima di andarlo a vedere. È quello che
succede con La dolce arte di esistere. Il
film di Pietro Reggiani (L’Estate di mio
fratello, Asino chi legge) è una ventata d’orginalità che
resiste all’appiattimento di un certo cinema italiano.
Roberta e Massimo soffrono di
“invisibilità psicosomatica” una patologia ufficialmente
riconosciuta nel mondo in cui si muove il film, che li rende
letteralmente invisibili, l’una quando si sente trascurata e
ignorata, l’altro quando è al centro dell’attenzione.
La scelta narrativa di
mettere da parte l’eccezionalità oggettiva che risiede nella
capacità di diventare invisibili, rendendola una malattia
riconosciuta, dà la possibilità di entrare nell’intimo dei
personaggi. Quello di Roberta e Massima è un intimo che, data
l’origine della patologia, non si esplica del tutto nelle relazioni
con gli altri personaggi, ma si svolge soprattutto nella testa dei
protagonisti e deve quindi essere portato al di fuori di loro per
poter essere “visibile” allo spettatore.
Una sfida non facile che Reggiani
vince brillantemente prima in sede di sceneggiatura, accompagnando
i protagonisti con un’onnipresente voce narrante e riducendo
all’osso i dialoghi; poi in sede di regia, dove riesce a calare gli
attori in situazioni che si adattano alla perfezione al loro
dialogo interiore, permettendogli di rendere materiali i pensieri
pur non proferendo parola.
Il film, che il trailer fa sembrare
uno spot che si protrae per un’ora e mezza, si rivela una
dolcissima sorpresa. Divertente e intelligente, svela una qualità
di scrittura poco comune anche se leggermente prolissa. Gli attori,
quasi totalmente privati della parola e con il rischio di cadere in
un ritratto macchiettistico del personaggio che pende su di loro
come una spada di Damocle, riescono a superare la prova e a farci
riflettere.
In uscita il 9 Aprile,
La dolce arte di esistere è un film sul
coraggio, quello che tutti dobbiamo riprometterci di avere ogni
giorno, e sul mondo che ci circonda, soffocante e alienante allo
stesso tempo. E, soprattutto, è un film sull’originalità e sui
cosidetti “strambi”, quelli che ci salvano dall’etichettare e
catalogare le sensazioni, le persone, l’arte e il coraggio dei
cineasti italiani.
Nella splendida cornice di Villa
Borghese a Roma, in una perfetta giornata di inizio primavera,
Pietro Reggiani, già accolto più che positivamente
dalla critica per il suo “L’Estate di mio fratello”, presenta il
suo ultimo lavoro. La dolce arte di
esistere, a caldo, trova reazioni divertite e
piacevolmente sorprese tra i critici presenti in sala.
Come è arrivato alla scelta
della voce fuori campo presente per tutta la durata del
film? Pietro Reggiani (regista): In realtà l’idea
nasce da subito, la voce fuori campo è presente dalla
sceneggiatura. Quando ho scritto il film, ero così dentro ai
personaggi che per far arrivare quele sfumatue chsentivo, la voce
fuori campo mi è sembrata naturale e necessaria.
Come ti sei rapportata al
personaggio? Francesca Golia (interprete di Roberta):In
effetti avevo pochi strumenti per riuscire a restituire bene quel
qualcosa di reale e, allo stesso tempo, surreale che il personaggio
ha. Per fortuna Pietro è meticolosissimo, sia nella scrittura che
nella direzione degli attori. Quindi ho letto e studiato moltissimo
la sceneggiatura e mi sono lasciata guidare da lui. Recitare quasi
totalmente senza dialoghi è dura, per cui il lavoro è stato fatto
per la maggior parte sulla sceneggiatura, era molto importante non
diventare una macchietta.
Come sei entrato nella
psicologia dei personaggi? PR: C’è da dire che in questi casi vengono in
soccorso anche problemi personali. Mi sentivo molto dentro ai
personaggi, li sentivo a livello viscerale, sentivo che tutto ciò
che giravamo mi tornava.
Quanto è durata la scrittura e
la realizzazione del film? PR: ho iniziato a scrivere la sceneggiatura
nel 2007, portandola a termine circa un anno e mezzo dopo. Mentre
le riprese sono durate ben nove settimane, girate durante l’estate
del 2012. Avevamo più di 70 locations, e questo richiedeva per
forza un tempo lungo.
Come avete gestito il
budget? PR: essendo la sceneggiatura molto lunga, il
fatto di essere anche produttore mi permetteva di controllare il
tutto di più. Per come sono fatto io, farei più fatica ad
appoggiarmi ad una produzione esterna, perchè saprei che c’è sempre
un’altra persona, che non sono io, ad avere l’ultima
parola.