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Il film live-action Dragon Trainer 2 inizia ufficialmente le riprese con un nuovo logo

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Le riprese del film live-action Dragon Trainer 2 sono ufficialmente iniziate. Il primo remake live-action della celebre trilogia animata è uscito nel 2025 (leggi qui la recensione), con Mason Thames nel ruolo di Hiccup, Nic Parker in quello di Astrid, Gerard Butler in quello di Stoick e Nick Frost in quello di Gobber. Il sequel, sempre in live-action, è stato confermato prima che il suo predecessore uscisse nelle sale, dove ha incassato 636,6 milioni di dollari in tutto il mondo, ottenendo un punteggio del 97% su Rotten Tomatoes. Al momento, l’11 giugno 2027 è la data di uscita del sequel.

Ora, il regista e sceneggiatore Dean DeBlois ha dunque condiviso un’immagine dietro le quinte (la si può vedere qui) che lo ritrae sorridente durante il primo giorno delle riprese principali di Dragon Trainer 2. Ha anche rivelato un nuovo look del logo del film, che può essere visto per la prima volta in rosso. La didascalia recita: “Di nuovo in sella! Primo giorno delle riprese principali di HTTYD2! L’avventura ha inizio……”.

Cosa sappiamo di Dragon Trainer 2

Thames, Parker, Butler e Frost sono tra i membri del cast che torneranno a interpretare i loro personaggi, insieme a Julian Dennison nei panni di Fishlegs, Bronwyn James nei panni di Ruffnut, Gabriel Howell nei panni di Snotlout e Harry Trevaldwyn nei panni di Tuffnut. Dopo molte speculazioni su chi avrebbe interpretato la madre di Hiccup, Valka, è stato annunciato che Cate Blanchett avrebbe interpretato il personaggio dopo averlo doppiato nel film d’animazione.

Un altro nuovo personaggio chiave che è stato scritturato è il malvagio Drago. Sarà interpretato da Ólafur Darri Ólafsson, che in precedenza ha doppiato Ragnar the Rock in Dragon Trainer – Il mondo nascosto, terzo film animato della serie. È stato anticipato che un nuovo personaggio di nome Eret sarà un’aggiunta significativa al prossimo adattamento, ma non è stato ancora confermato chi interpreterà questo personaggio.

Con le riprese ufficialmente iniziate, il sequel è sulla buona strada per rispettare la data di uscita nelle sale prevista per l’11 giugno 2027. Dragon Trainer 2 adatterà la storia dell’omonimo film d’animazione del 2014 e avrà l’opportunità di consolidare ulteriormente il successo commerciale e la risposta estremamente positiva del pubblico al primo capitolo live-action. Se anche questo secondo remake si rivelerà un buon successo economico, è estremamente probabile che la Universal punterà a completare la trilogia dando il via libera anche al remake del terzo film animato.

LEGGI ANCHE: Dragon Trainer: la spiegazione del finale e il paragone con l’originale animato

Il film live-action di Naruto fa un passo decisivo: la sceneggiatura è pronta

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Nonostante sia stato annunciato già nel 2015, il tanto atteso film live-action di Naruto della Lionsgate è ancora in fase di realizzazione, con i principali collaboratori del progetto che continuano a mantenere vivo l’entusiasmo. Essendo un manga particolarmente ambizioso e visivamente impegnativo da adattare, ha richiesto la massima attenzione sia dal suo acclamato regista che, ovviamente, dai principali sceneggiatori.

È il caso di Tasha Huo, showrunner di The Mighty Nein di Amazon Prime Video e co-sceneggiatrice del film Naruto dal 27 novembre 2023. Huo deve affrontare il compito arduo di adattare un manga ricco e avvincente in un live-action che, sebbene sia stato realizzato con successo nel caso di One Piece, ha suscitato un forte scetticismo dopo numerosi insuccessi di alto profilo.

Tuttavia, Huo rimane imperterrita, come confermato in un’intervista del 20 novembre 2025 con Nexus Point News. Sebbene la discussione fosse divisa tra i temi del suo lavoro su Tomb Raider: The Legend of Lara Croft, The Mighty Nein e Naruto, Huo ha potuto parlare del suo lavoro sul progetto, per il quale ha terminato la sceneggiatura.

Alla domanda sulla sceneggiatura completata per il film live-action, scritta insieme al collega co-sceneggiatore e regista di Spider-Man: Brand New Day, Destin Daniel Cretton, Huo ha affrontato le comprensibili sfide dell’adattamento di un manga per il grande schermo.

Citando la necessità di creare un’atmosfera realistica e autentica per adattarlo al live-action, Huo ha riflettuto sulle sfide di Naruto. “Per Naruto, si trattava di renderlo realistico, di farlo sembrare reale e credibile nel mondo di un film live-action. Quando lo guardi o lo leggi, è così folle. È così bello, ma è così folle”.

Huo ha riflettuto ulteriormente, dicendo: “Le regole che si danno per scontate a causa del mezzo con cui lo si guarda, ma una volta tradotte in persone reali che dicono battute reali e che devono trasmettere una trama reale”. Huo conclude la sua riflessione affermando: “Sì, quella era la sfida, ma anche la gioia, perché sono così divertenti”.

Huo ha dimostrato chiaramente la sua attenzione per le proprietà intellettuali consolidate nel caso di Tomb Raider, delle campagne di Dungeons & Dragons di Critical Role e del leggendario manga Shonen Jump di Masashi Kishimoto, Naruto. Nei mesi successivi a questa intervista, con la sceneggiatura di Naruto citata come completa, i fan sono però ora lasciati con un tempo di attesa indeterminato per la sua uscita. Non resta dunque che attendere maggiori novità.

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Il film La signora in giallo con Jamie Lee Curtis uscirà a Natale del 2027

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Una nuova versione di La signora in giallo sta per arrivare ufficialmente sul grande schermo con una star di primo piano nel ruolo della protagonista. Secondo Variety, la Universal Pictures ha infnatti fissato l’uscita del reboot, con Jamie Lee Curtis nei panni dell’iconica investigatrice privata Jessica Fletcher, per il weekend di Natale.

Il film porta così un personaggio classico a una nuova generazione, reimmaginando l’amato dramma poliziesco, che originariamente andò in onda per 12 stagioni dal 1984 al 1996 e vedeva Angela Lansbury nei panni dell’esperta scrittrice di gialli che risolveva crimini a Cabot Cove, nel Maine.

La serie ha fatto guadagnare a Lansbury innumerevoli nomination agli Emmy nel corso delle sue 12 stagioni, oltre a nomination ai SAG Award e quattro vittorie ai Golden Globe. La serie stessa ha vinto i premi per la Migliore Colonna Sonora e i Migliori Costumi agli Emmy, e quello per la Migliore Serie TV – Drammatica ai Golden Globe. Al suo apice, La signora in giallo era uno dei programmi televisivi più popolari.

La serie è stata un fenomeno tale, infatti, da ispirare persino un’attrazione nel parco a tema, il Murder, She Wrote Mystery Theatre agli Universal Studios Florida. La serie rimane attuale ancora oggi grazie alle repliche che continuano in syndication e ai servizi di streaming che la trasmettono gratuitamente agli spettatori.

Mentre i dettagli della trama del tanto atteso reboot rimangono segreti, il progetto è dunque previsto per l’uscita nelle sale il 22 dicembre 2027, collocandosi in uno dei weekend più importanti per il cinema. E sebbene manchi ancora un po’ di tempo alla sua prima, il reboot di La signora in giallo dovrà già affrontare una forte concorrenza al botteghino quel fine settimana con l’uscita dell’avventura animata della Sony, Buds, insieme a Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum e Avengers: Secret Wars, entrambi in uscita nelle sale il fine settimana precedente.

Inoltre, il film uscirà pochi giorni prima di una commedia romantica di Nancy Meyers, ancora senza titolo, con un cast stellare che include Kieran Culkin, Michael FassbenderJude Law e Penelope Cruz, rendendo il weekend di uscita molto affollato e potenzialmente soggetto a cambiamenti a seconda dell’andamento al botteghino dei blockbuster precedenti.

Jason Moore, regista di Pitch Perfect, dirigerà il reboot, con una sceneggiatura di Lauren Schuker Blum e Rebecca Angelo, autrici di Dumb Money. Anche Amy Pascal, Phil Lord e Christopher Miller — che hanno recentemente collaborato a L’ultima missione – Project Hail Mary di Amazon MGM — sono coinvolti nel progetto, producendo il film grazie al loro accordo di prima opzione con la Universal Pictures.

La signora in giallo è l’ultimo di una serie di ruoli importanti per Curtis, che non è nuova al ritorno di una serie amata dal pubblico, come nel caso di Quel pazzo venerdì, sempre più pazzo del 2025. La vincitrice dell’Oscar ha poi recentemente recitato nel thriller psicologico Sender, presentato in anteprima al festival SXSW all’inizio di questo mese, e nella serie drammatica di Prime Video Scarpetta, al fianco di Nicole Kidman. La Curtis è apparsa anche in Ella McCay del dicembre 2025, oltre ad avere un ruolo ricorrente nella serie vincitrice di un Emmy, The Bear.

Il film in live-action per Capitan Planet

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Il film in live-action per Capitan Planet

Chi ricorda la serie animata di Capitan Planet e i Planeteers? Si tratta di una serie in onda su RaiUno e RaiDue negli anni ’90 a tema ambientalista.

Il film horror italiano da vedere se vi è piaciuto Midsommar – Il villaggio dei dannati

Presentato Fuori Concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli è uno dei titoli più attesi della stagione horror italiana. Distribuito da Vision Distribution e in uscita nelle sale il 17 settembre 2025, il film si inserisce nella tradizione delle storie ambientate in comunità apparentemente perfette che celano segreti oscuri. Non è un caso che la critica lo abbia già accostato a Midsommar di Ari Aster e al classico Il villaggio dei dannati.

La trama de La valle dei sorrisi

Il film è ambientato a Remis, un paesino nascosto tra le montagne dove tutti gli abitanti sembrano incredibilmente felici. È qui che arriva Sergio Rossetti (Michele Riondino), un insegnante di educazione fisica tormentato da un passato doloroso. L’incontro con Michela (Romana Maggiora Vergano), giovane proprietaria della locanda, gli rivela che dietro l’apparente serenità del villaggio si nasconde un inquietante rituale: una volta a settimana gli abitanti si radunano per “abbracciare” Matteo Corbin (l’esordiente Giulio Feltri), un adolescente dotato di un potere soprannaturale, capace di assorbire il dolore degli altri. Ma quando Sergio cerca di salvare il ragazzo, la comunità rivela il lato più oscuro dell’“angelo di Remis”.

Un film tra Midsommar e Il villaggio dei dannati

Michele Riondino e Giulio Feltri in La Valle dei Sorrisi
Michele Riondino e Giulio Feltri in La Valle dei Sorrisi

Come Midsommar, La valle dei sorrisi sceglie una comunità isolata, un rituale collettivo e una tensione che cresce nell’ombra della festa. Se il film di Ari Aster era un horror solare, improntato al folk horror tra riti pagani e disfacimento emotivo, Strippoli torna all’horror con un piglio più oscuro, claustrofobico e sottilmente religioso. The Contending parla di “rituali che assomigliano alla comunione” in cui Matteo assume una carica sacrale; un abbraccio che cura, ma che è carico di tensione sacrilega.

In Il villaggio dei dannati, la stessa innocenza diventa minestrone sensoriale e controllo psicologico. Qui, Strippoli gioca con l’idea del dolore come moneta di scambio, del sorriso come arresa, e del sacrificio non come culminazione, ma come lente di osservazione sul male umano estratto dal quotidiano. Del resto, come scrive Italy’s New Maestro of Horror, Strippoli “non affida il climax al gore, ma alla tensione psicologica e alla distruzione lenta delle apparenze di normalità”

Cast e produzione

Michele Riondino e Romana Maggiora Vergano in La Valle dei Sorrisi
Michele Riondino e Romana Maggiora Vergano in La Valle dei Sorrisi

Accanto a Michele Riondino e al giovane Giulio Feltri, al suo debutto sul grande schermo, il cast include Paolo Pierobon, Romana Maggiora Vergano, Sergio Romano, Anna Bellato, Sandra Toffolatti e Roberto Citran. La sceneggiatura è firmata da Milo Tissone, Jacopo del Giudice e Paolo Strippoli, già vincitore del Premio Franco Solinas per il Miglior Soggetto nel 2019.

Il comparto tecnico vanta nomi di spicco: Cristiano Di Nicola alla fotografia, Marcello Di Carlo alla scenografia, Susanna Mastroianni ai costumi, Federico Palmerini al montaggio e le musiche di Federico Bisozzi e Davide Tomat. Il film è prodotto da Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango e da Ines Vasiljevic e Stefano Sardo per Nightswim, in coproduzione con Spok, con il sostegno del MIC e delle Film Commission di Lazio e Friuli Venezia Giulia.

Perché non perderlo al cinema

Michele Riondino in La valle dei sorrisi

La valle dei sorrisi è un horror che unisce atmosfere disturbanti, allegoria sociale e una messa in scena di respiro internazionale. Dopo l’anteprima veneziana, la sua uscita nelle sale italiane prevista per il 17 settembre rappresenta l’occasione di scoprire un’opera che porta il cinema horror italiano su nuovi livelli di ambizione e profondità.

Il film non è solo un titolo da genere, ma una proposta cinematografica che mette al centro la complessità emotiva e l’orrore come riflessione su comunità, dolore e identità. Chi ama Midsommar o il cinema folk-horror troverà qui un parabola originale, profondamente radicata nella psicologia, nel simbolismo e nell’estetica, capace di avvolgere lo spettatore in un abbraccio carico di dubbi.

Il film Gambit vietato ai minori, era così folle che “la Disney non lo farebbe mai”, rivelati i dettagli della trama da Channing Tatum

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Se il film Gambit, poi cancellato, fosse stato realizzato dalla Fox, sarebbe stato uno dei film Marvel più maturi di tutti i tempi. Deadpool & Wolverine nel 2024 ha portato Channing Tatum nella timeline del Marvel Cinematic Universe, dopo che la sua iniziale scelta per il ruolo dell’iconico eroe degli X-Men non si era concretizzata durante l’era Fox-Marvel.

In una nuova intervista con Variety, Tatum ha parlato del progetto Gambit, che è stato cancellato e bloccato in fase di sviluppo prima che la Disney acquisisse la Fox. Alla domanda diretta se il film potesse essere sviluppato nuovamente sotto l’egida della MCU, Tatum ha dichiarato: “Senti… se avessimo realizzato la nostra versione per la Fox, quella sceneggiatura non sarebbe mai stata realizzata, mai. Era una commedia romantica vietata ai minori”.

Ha spiegato in dettaglio la classificazione: “Quando dico vietato ai minori, intendo dire che siamo andati fino in fondo. Abbiamo reso Gambit il tipo di personaggio che poteva esistere solo in un film di Deadpool”. Il film avrebbe anche avuto “mutanti che facevano sesso! Era selvaggio, al 100%”.

Secondo Tatum, “è qualcosa che la Marvel e la Disney non farebbero mai”. Ha sottolineato che “non si sa sempre cosa sarà la Disney, ma si sa sicuramente cosa non sarà. Non sarà horror. Non sarà sesso. Ma penso che la Marvel abbia bisogno di quel tipo di diversità di tono, qualcosa che bilanci l’altro lato”.

A parte il film Gambit, che è stato cancellato, la star di Roofman ha detto: “Gambit è una grande opportunità per questo. Si possono fare tante cose con lui, e sta lentamente entrando nella psiche della Marvel”. Anche se non ci sono progetti da solista in cantiere, è fiducioso per il futuro: “È affascinante, e penso che un giorno se ne renderanno conto”.

Dopo la sua apparizione nella Fase 5, la Marvel Studios riporterà Remy LeBeau in uno dei suoi prossimi film MCU: la star 45enne apparirà in Avengers: Doomsday nel 2026. Reciterà al fianco di altre star di X-Men, tra cui Sir Patrick Stewart e Sir Ian McKellen.

Diretto dai fratelli Russo, il cast di Avengers: Doomsday ha terminato le riprese principali il 19 settembre 2025. La sesta fase vedrà il ritorno di Robert Downey Jr. nell’MCU, che interpreterà Victor von Doom della Marvel, alias Doctor Doom.

Al momento non è dato sapere se Tatum tornerà nel cast di Avengers: Secret Wars, poiché la produzione del finale della saga Multiverse non è ancora iniziata. Con i personaggi degli X-Men destinati a ricoprire un ruolo fondamentale nella Fase 7, un film su Gambit potrebbe trovare spazio in futuro.

Il film fantascientifico Klara and the Sun con Jenna Ortega uscirà nel 2026 dopo importanti ritardi

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L’annunciato film di fantascienza Klara and the Sun è basato sull’omonimo romanzo bestseller del 2021 di Kazuo Ishiguro e vede Jenna Ortega nel ruolo della protagonista, il robot Klara. L’adattamento cinematografico è stato posto in fase di sviluppo ormai nel 2020, ma ha subito diversi ritardi importanti. Ora, durante un’intervista con Screen Daily per il suo nuovo film Fing!, presentato in anteprima al Sundance, il regista Taika Waititi ha confermato che Klara and the Sun uscirà nel 2026 e che il film è finalmente pronto. “Klara and the Sun uscirà presto, sicuramente quest’anno. Abbiamo appena discusso con la Sony su quando e dove, stiamo pensando a festival e cose del genere”.

Di cosa parla Klara and the Sun?

Diretto dal premio Oscar Taika Waititi (Jojo Rabbit, Thor: Ragnarok), con una sceneggiatura scritta dalla vincitrice dell’Emmy Dahvi Waller (Mad Men) basata sul romanzo di Kazuo Ishiguro, Klara and the Sun vede Jenna Ortega nei panni del robot protagonista, Klara, creato per prevenire la solitudine negli esseri umani e che cerca di salvare una famiglia affranta, tra cui la bambina malata Josie.

Oltre a Ortega nel ruolo di Klara, il cast include anche la sei volte candidata all’Oscar Amy Adams nel ruolo della madre di Josie, Mia Tharia nel ruolo di Josie, il candidato all’Emmy Simon Baker nel ruolo del padre di Josie, la cinque volte candidata all’Emmy Natasha Lyonne, Steve Buscemi, Harry Greenwood e Aran Murphy. Dopo anni di ritardi, le riprese sono finalmente iniziate nel gennaio 2024 e si sono concluse all’inizio dello stesso anno, ma ciò che ha ritardato l’uscita del film è stato il fatto che ha trascorso quasi 19 mesi in sala montaggio. Ora, non resta che attendere maggiori informazioni sul suo arrivo in sala.

Il film di Jack Ryan con John Krasinski potrebbe uscire a maggio 2026: l’indizio arriva da Wendell Pierce

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Il nuovo film di Jack Ryan con John Krasinski potrebbe avere finalmente una finestra di uscita. A suggerirlo è stato Wendell Pierce, volto storico della serie Prime Video, che in un post sui social ha indicato maggio 2026 come mese di debutto del progetto.

La serie Tom Clancy’s Jack Ryan si è conclusa nel 2023 dopo quattro stagioni, ma Amazon MGM Studios ha scelto di non proseguire con una quinta stagione, optando invece per un lungometraggio che continuerà direttamente la storia. Il film è stato girato tra Stati Uniti, Regno Unito e Dubai, confermando l’ambizione internazionale che ha sempre caratterizzato il franchise.

Nel suo messaggio pubblicato su X per promuovere i progetti del 2026, Pierce ha elencato diverse uscite, tra cui proprio Jack Ryan (Amazon) – May. Nello stesso post ha ricordato anche il ritorno di Power Book III: Raising Kanan il 12 giugno su Starz, la quarta stagione di Elsbeth su CBS e la sua partecipazione teatrale a Othello con la Shakespeare Theatre Company. Sebbene Prime Video non abbia ancora ufficializzato la data, il riferimento a maggio 2026 appare come un’indicazione significativa.

Dal piccolo al grande schermo: il futuro del franchise Jack Ryan

Il personaggio creato da Tom Clancy ha una lunga storia cinematografica. Negli anni è stato interpretato da attori come Alec Baldwin in Caccia a Ottobre Rosso, Harrison Ford in Giochi di potere e Sotto il segno del pericolo, Ben Affleck in Al vertice della tensione e Chris Pine in Jack Ryan – L’iniziazione. Con la serie Prime Video, John Krasinski ha riportato l’analista della CIA in una dimensione seriale contemporanea, affrontando minacce globali legate a terrorismo, conflitti geopolitici e crisi internazionali.

Creata da Carlton Cuse e Graham Roland, la serie ha ottenuto recensioni prevalentemente positive, con una media dell’80% su Rotten Tomatoes. Krasinski ha ricevuto una nomination ai SAG Awards come miglior attore protagonista in una serie drama, mentre la squadra stunt è stata candidata per la miglior performance corale.

Il film vedrà il ritorno, oltre a Krasinski e Pierce, anche di Michael Kelly e Sienna Miller. Accanto a loro si uniranno nuovi membri del cast come Betty Gabriel, Max Beesley, Douglas Hodge, Mckenna Bridger e JJ Feild. Krasinski sarà nuovamente coinvolto anche come produttore esecutivo, insieme a Cuse, Roland, Allyson Seeger e Andrew Form. La regia è affidata ad Andrew Bernstein, già dietro la macchina da presa di diversi episodi della serie, mentre la sceneggiatura è firmata dal veterano Aaron Rabin insieme allo stesso Krasinski.

Se l’indicazione fornita da Wendell Pierce dovesse trovare conferma ufficiale, il ritorno di Jack Ryan sul grande schermo sarebbe previsto per maggio 2026. In attesa dell’annuncio definitivo da parte di Prime Video, l’attesa dei fan sembra ormai concentrata su una finestra temporale ben precisa.

Il film di fantascienza di J. J. Abrams con Jenna Ortega e Glen Powell ha una data di uscita

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Il prossimo film di fantascienza di J.J. Abrams con Jenna Ortega e Glen Powell, intitolato The Great Beyond, ha fissato la data di uscita, entrando in diretta concorrenza con un’altra importante uscita imminente. Come riportato da Variety, la Warner Bros. conferma infatti che The Great Beyond sarà nelle sale IMAX il 13 novembre 2026; il film vede anche la partecipazione di Emma Mackey, Sophie Okonedo, Merritt Wever e Samuel L. Jackson.

I due protagonisti di The Great Beyond sono grandi stelle nascenti degli ultimi anni: Ortega ha raggiunto il successo con Mercoledì e i nuovi film di Scream, per poi recitare in Beetlejuice Beetlejuice. Powell è diventato famoso con Top Gun: Maverick, per poi recitare in altri film d’azione come Hit Man, Twisters e The Running Man, oltre che nella commedia romantica Tutti tranne te.

Inoltre, il regista Abrams ha al suo attivo alcuni grandi successi di fantascienza e campioni d’incassi, tra cui due film di Star Trek, due film di Star Wars e Mission: Impossible 3. The Great Beyond, la cui trama è ancora segreta, è il primo lungometraggio diretto da Abrams dopo Star Wars: Episodio IX – L’ascesa di Skywalker del 2019.

The Great Beyond di J. J. Abrams si “scontrerà” con altri grandi titoli al cinema

Da notare che anche il film della Paramount di Ti West, Ebenezer: A Christmas Carol, con Johnny Depp, uscirà in questa data. Uno dei due adattamenti cinematografici di A Christmas Carol di Charles Dickens, il film di West vedrà anche la partecipazione di Daisy Ridley, Sam Claflin, Rupert Grint, Ellie Bamber, Andrea Riseborough, Tramell Tillman e Ian McKellen.

Sempre a novembre 2026 uscirà anche Hunger Games – L’alba sulla mietitura, prequel della serie distopica, il 20 novembre. Le Cronache di Narnia di Greta Gerwig uscirà poi il 26 novembre, in esclusiva nei cinema IMAX di Netflix, prima di approdare sulla piattaforma di streaming il giorno di Natale. Queste sono le potenziali uscite di successo previste in questo periodo, ma potrebbero emergere altri contendenti al botteghino man mano che vengono individuati i primi candidati per la stagione dei premi 2026-27.

Il film DCU di Batman affida la sceneggiatura a una figura divisiva: Christina Hodson scriverà The Brave and the Bold

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Il nuovo film di Batman del DCU prende forma e lo fa con una scelta destinata a far discutere. Secondo quanto riportato da The Hollywood Reporter, la sceneggiatura di The Brave and the Bold sarà firmata da Christina Hodson, autrice già nota ai fan DC per lavori che hanno diviso pubblico e botteghino.

Il progetto rientra nel nuovo corso dell’universo DC guidato da James Gunn ed è separato dal Batman interpretato da Robert Pattinson. Alla regia dovrebbe essere coinvolto Andy Muschietti, già dietro la macchina da presa di The Flash (2023).

Hodson non è una novità per DC: ha scritto Birds of Prey (2020) e The Flash (2023), due titoli accolti positivamente dalla critica ma rivelatisi deludenti al box office nell’era del vecchio DCEU. The Flash, in particolare, è stato lodato da Gunn ma ha incassato 271,4 milioni di dollari a fronte di un budget stimato tra 200 e 220 milioni, risultando un insuccesso commerciale. Sorte simile per Birds of Prey, apprezzato dalla critica ma incapace di raggiungere il punto di pareggio nonostante il culto maturato negli anni successivi.

The Brave and the Bold porterà sul grande schermo una dinamica centrale dei fumetti: Bruce Wayne nei panni di Batman e Damian Wayne come Robin. Damian è il figlio di Bruce e Talia al Ghul, cresciuto dalla Lega degli Assassini all’insaputa del padre—un’angolazione narrativa che promette conflitto, eredità e identità. Secondo le fonti, la sceneggiatura è ancora in fase iniziale: Hodson avrebbe iniziato a lavorarci nell’autunno 2025.

Il sodalizio con Muschietti segnerebbe la seconda collaborazione DC tra i due, se il regista resterà ufficialmente legato al progetto. Al di fuori del mondo DC, Hodson ha firmato anche Bumblebee (2018), l’unico film live-action dei Transformers ad aver ottenuto un giudizio “Fresh” su Rotten Tomatoes—un dato spesso citato a sostegno della qualità della sua scrittura.

La nomina di Hodson è quindi destinata a dividere: da un lato i precedenti commerciali non rassicurano, dall’altro il suo track record critico e l’apprezzamento di Gunn suggeriscono un approccio autoriale forte. Qualunque sarà l’esito al botteghino, The Brave and the Bold sembra puntare a un Batman distinto e memorabile, pronto a differenziarsi dalle incarnazioni recenti.

Il film conclusivo di Heartstopper ha finalmente una finestra di uscita

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Alice Oseman ha finalmente dato ai fan qualche indizio su quando arriverà il capitolo finale della storia di Nick e Charlie sullo schermo. L’autrice della celebre graphic novel Heartstopper (leggi qui la recensione della terza stagione) ha infatti rivelato che il film conclusivo della serie Netflix, Heartstopper Forever, non uscirà prima della pubblicazione dell’ultimo volume della saga.

La notizia è stata condivisa durante una sessione di domande e risposte alla London Book Fair, dove Alice Oseman ha spiegato che per lei era fondamentale che il finale della storia fosse prima vissuto nella sua forma originale, cioè nel libro. “Era molto importante per me che il libro uscisse prima, così le persone possono vivere la fine della storia sulla pagina”, ha dichiarato l’autrice, ricordando che la serie televisiva è un adattamento dell’opera cartacea e non il contrario.

Il sesto e ultimo volume della saga, Heartstopper Volume 6, arriverà in formato paperback negli Stati Uniti il 7 luglio 2026. Solo dopo quella data il pubblico potrà aspettarsi l’uscita del film su Netflix, che concluderà ufficialmente la storia iniziata come webcomic nel 2016 e diventata nel tempo un fenomeno globale.

Nonostante l’attesa, i lavori sul film sono ormai quasi terminati. Oseman, che ha scritto anche la sceneggiatura del progetto, ha spiegato che la produzione è nelle fasi finali di post-produzione, con gli ultimi ritocchi agli effetti visivi e alle animazioni. Una volta completati questi passaggi, il film verrà inviato per il doppiaggio nelle varie lingue e per i controlli di qualità di Netflix.

Alla regia del progetto c’è Wash Westmoreland, mentre i protagonisti della serie torneranno nei loro ruoli: Joe Locke interpreterà ancora Charlie Spring e Kit Connor tornerà nei panni di Nick Nelson. Anche se il resto del cast non è stato ancora confermato ufficialmente, Netflix ha assicurato che nel film rivedremo anche gli amici della coppia.

Secondo la sinossi diffusa dalla piattaforma, il film racconterà l’ultima fase della relazione tra Nick e Charlie. Dopo gli eventi della terza stagione della serie Heartstopper, i due ragazzi sono più uniti che mai. Tuttavia, l’imminente partenza di Nick per l’università e la crescente indipendenza di Charlie a scuola metteranno alla prova la loro relazione, costringendoli ad affrontare la prospettiva di una storia a distanza.

Con il film finale e l’ultimo volume della graphic novel, Heartstopper si prepara quindi a chiudere il cerchio di una delle storie romantiche più amate degli ultimi anni. Per i fan, l’attesa sarà ancora lunga, ma il finale sembra ormai sempre più vicino.

Il film cancellato con Robert Downey Jr. e Amy Adams non è morto: Adam McKay lo rilancia

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Il progetto Average Height, Average Build, che avrebbe visto protagonisti Robert Downey Jr. e Amy Adams, non è stato definitivamente cancellato. A confermarlo è il regista Adam McKay, che ha chiarito come il film sia semplicemente “in pausa”, pronto a tornare in sviluppo dopo essere stato accantonato nel 2023.

Il progetto, inizialmente pensato per Netflix, racconta una storia provocatoria: un serial killer che diventa lobbista a Washington, usando il sistema politico per nascondere i propri crimini. McKay ha spiegato che il film è stato rimandato per motivi legati al contesto politico e agli scioperi dell’industria, ma resta centrale nella sua visione. Nel frattempo, il regista ha deciso di portare avanti un altro progetto, il film sul cambiamento climatico intitolato 2C, che riprende i temi già affrontati in Don’t Look Up.

La notizia è significativa perché conferma una direzione precisa nella carriera di McKay: il passaggio definitivo dalla commedia pura alla satira politica. Average Height, Average Build non è un progetto “minore”, ma un tassello fondamentale di questo percorso, che punta a raccontare il potere e la corruzione attraverso il linguaggio del cinema mainstream.

Perché il film con Robert Downey Jr. e Amy Adams è centrale nel cinema politico di Adam McKay

Il cuore di Average Height, Average Build è la rappresentazione della corruzione sistemica negli Stati Uniti, tema che Adam McKay sta sviluppando da anni. Dopo aver analizzato la crisi finanziaria in The Big Short e il potere politico in Vice, il regista sembra voler andare ancora più in profondità, mostrando i meccanismi interni del sistema.

Il concept del film — un assassino che si muove indisturbato all’interno della politica — è volutamente estremo, ma funziona come metafora: il vero bersaglio non è il personaggio, ma il sistema che lo rende possibile. In questo senso, il progetto si collega direttamente anche a Don’t Look Up, che affrontava le conseguenze di un sistema incapace di reagire alle crisi.

Il coinvolgimento di Robert Downey Jr. e Amy Adams suggerisce inoltre un tono ibrido tra satira e dramma, cifra ormai tipica di McKay. Se il film verrà realizzato, potrebbe rappresentare uno dei lavori più radicali del regista, capace di unire intrattenimento e critica politica in modo ancora più esplicito.

Robert Downey Jr. arriva all’AFI Fest 2022. Foto di Image Press Agency via DepositPhotos.com

Il film campione di ascolti di Netflix è praticamente il nuovo Frozen

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Frozen è uno dei più grandi successi Disney di tutti i tempi, quindi è piuttosto significativo che Netflix stia paragonando il suo nuovo film alla famosa serie musicale. Con solo due film, la serie Frozen ha incassato 2,77 miliardi di dollari al botteghino e ha avuto un enorme impatto culturale, consolidandosi come una delle serie più iconiche della Disney.

Mentre la Disney è nota per la produzione di nuovi IP di successo dopo il successo, lo stesso non si può dire per la produzione animata di Netflix. Molte società di animazione, come Sony Pictures Animation e DreamWorks, hanno distribuito film direttamente sul servizio di streaming. Tuttavia, spesso non hanno lo stesso impatto dei film d’animazione per il cinema.

Fortunatamente, tutto questo sta cambiando con una recente uscita animata di Netflix. Questo film del 2025 ha stabilito importanti record per Netflix, ha ottenuto molti premi e ha costruito una base di fan considerevole. Con voci su sequel e altri progetti in cantiere, è comprensibile perché venga definito il Frozen di Netflix.

Netflix sta già definendo KPop Demon Hunters il suo Frozen

KPop Demon Hunters è uno dei più grandi successi animati di Netflix di sempre, e l’azienda lo sa bene. Secondo alcune fonti, Netflix sta confrontando internamente il successo di KPop Demon Hunters con quello di Frozen. Il servizio di streaming vede il potenziale di questo film di diventare grande quanto il franchise delle principesse Disney, il che è un’affermazione audace.

Tuttavia, l’affermazione è supportata dai dati. Il film è stato costantemente nella Top 10 di Netflix sin dalla sua uscita ed è ora il film d’animazione originale più visto di tutti i tempi su Netflix. Il film ha ricevuto il plauso della critica ed è considerato uno dei migliori film d’animazione dell’anno.

La colonna sonora di KPop Demon Hunters è un altro motivo per cui è stato paragonato così tanto a Frozen. “Your Idol” ha raggiunto il secondo posto nella classifica statunitense di Spotify il 3 luglio, mentre “Golden” ha raggiunto il terzo posto tra i gruppi K-pop femminili. La colonna sonora ha fatto scalpore sui servizi di streaming musicale, eguagliando il successo di Frozen.

Netflix sta progettando altri KPop Demon Hunters

Netflix ha grandi progetti per il futuro di KPop Demon Hunters, sperando di espanderlo in un franchise di grande successo. Innanzitutto, sono in lavorazione due sequel animati, che trasformeranno la serie in una trilogia. Netflix è anche interessata a una versione live-action del film, cosa che nemmeno Frozen ha ancora fatto.

Inoltre, Netflix sta valutando la possibilità di adattare KPop Demon Hunters per la TV e per il teatro. Questi piani dimostrano che Netflix riconosce chiaramente che KPop Demon Hunters ha un enorme seguito di fan e che la serie è lungi dall’essere finita.

Il figlio di Philip Seymour Hoffman protagonista del nuovo film di Paul Thomas Anderson

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È THR a rivelare che il protagonista del nuovo film di Paul Thomas Anderson sarà Cooper Hoffman, nientemeno che il figlio di Philip Seymour Hoffman, collaboratore e amico del regista, scomparso prematuramente nel 2014.

Per molto tempo non si è saputo niente del film se non che era ambientato negli anni ’70 e raccontava di un giovane protagonista, uno studente delle superiori che è anche un attore bambino di successo. Ora sappiamo che il figlio diciassettenne dell’attore vincitore dell’Oscar è stato scelto per questo ruolo.

Recentemente è stato rivelato che anche Benny Safdie, uno dei fratelli Safdie, che ha intervistato Anderson lo scorso anno in un ampio podcast, si era unito al film. THR aggiunge anche ulteriori dettagli, incluso il fatto che il film senza titolo è fondamentalmente una storia di formazione, ma coinvolgerà più trame, il che dà credito al paragone con Altman.

THR dice che il personaggio di Cooper Hoffman, che sarà comunque il protagonista, apparirà in più storie, proprio come accade in Magnolia, ma con un personaggio più centrale rispetto agli altri. Alana Haim della band pop di Los Angeles Haim – Anderson ha girato molti dei loro video musicali – è stata recentemente avvistata sul set del film.

Philip Seymour Hoffman è apparso in cinque dei film di Anderson, tra cui Hard Eight, Boogie Nights, Ubriaco d’amore, The Master e Magnolia.

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Il figlio di Babbo Natale: recensione del film

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Il figlio di Babbo Natale: recensione del film

Arriva anche in Italia Il figlio di Babbo Natale, film d’animazione della Sony, ormai consolidatasi nel campo dell’animazione CGI dopo i successi di Piovono polpette e l’ultimo I Puffi. Questa volta la divisione animation del colosso giapponese si confronta con l’evento più atteso dai bambini di tutto il mondo: il Natale, e lo fa con un’operazione riuscitissima su tutta la linea.

La storia di Il figlio di Babbo Natale ruota intorno ad un punto di partenza decisamente vincente ovvero la divertente rappresentazione del polo nord, un harem supertecnologico che ha ormai abbandonato slittino e biscotti.

Alla domanda “Come può Babbo Natale fare il giro del mondo in una sola notte?”, la risposta è presto data: si tratta di un’operazione tecnologicamente avanzata con un esercito di un milione di elfi (in versione Ethan Hunt) a prestare servizio, un’enorme slitta supersonica (alla Star Trek) e un vasto centro di controllo sotto i ghiacci del Polo, sotto la ferrea guida del primogenito della famiglia, ovvero il figlio maggiore di Babbo Natale. Tuttavia, nonostante la tecnologia sia avanzatissima, l’errore è dietro l’angolo, e a porre rimedio all’irrimediabile ci penserà il secondogenito di Babbo Natale: Arthur, un giovane un po’ ingenuo ma unico portatore della vera magia del Natale.

Sorretto da una brillante ed esilarante scrittura, Il figlio di Babbo Natale decolla sin dalle prime battute regalando momenti di puro divertimento e altrettanti attimi di commozione che piaceranno sia ai più giovani e agli adulti. L’asso nella manica della pellicola è proprio questo: voler raccontare una storia universalmente adatta ad un pubblico esteso, senza limiti di età e barriere, con il piglio giusto di chi si serve delle immagini per regalare e comunicare il vero senso e la magia del Natale, dimostrandosi all’altezza del compito. Il tutto assecondato da un ritmo vertiginoso e da una splendida composizione d’immagini e colori. Forse unico neo, il poco utilizzo del 3D in tutta la prima parte ma fortunatamente protagonista assoluto nella seconda parte di Il figlio di Babbo Natale.

Il Figlio di Babbo Natale – intervista al cast

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Dal 23 dicembre al cinema. In 3D. Come può Babbo Natale fare il giro del mondo in una sola notte? La risposta è un’operazione tecnologicamente avanzata al Polo Nord con un esercito di un milione di elfi in campo, un’enorme slitta supersonica e un vasto centro di controllo sotto i ghiacci del Polo.

Il Figlio dell’Altra: recensione del film Lorraine Lévy

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Il Figlio dell’Altra: recensione del film Lorraine Lévy

In Lorraine Lévy durante la visita di leva per il servizio militare, che in Israele inizia a 18 anni e dura 3 anni, Joseph scopre di non essere figlio biologico dei suoi due genitori, è stato scambiato con un altro bambino, nato da una donna palestinese che partoriva nello stesso ospedale. L’errore fu commesso nell’evacuazione dell’ospedale per un bombardamento. Le due famiglie si troveranno così ad affrontare questioni di divisioni e saranno costrette a valutare ed avere esperienza della vita di quello che prima era semplicemente l’altro popolo nella terra mediorientale.

Lo scambio di persona, l’equivoco, è il motore di molte storie cinematografiche: da Hitchcock ad Antonioni, ci si scambia l’identità, volontariamente o meno, per curiosità o perché qualcuno ci vuole mettere alla prova.

Questo è il caso dei due protagonisti, Yacine e Joseph, ragazzi cresciuti in posti vicini ma mai così diversi come sono Israele e Palestina, divisi da un muro ma da anni di odio e tensione. Tutti e due vivono la contraddizione di questo territorio mediorientale sulla propria pelle; di punto in bianco non sono più quello che sapevano di essere, e devono ricostruire la loro identità. Sperimentano anche le assurdità ideologiche della religione, per la quale, anche se sei stato circonciso e hai seguito i dettami della Torah per una vita, se non sei ebreo di sangue, non lo sei e basta.

Gioca sul filo del giudizio, la regista Lorraine Lévy, senza sbilanciarsi mai in una posizione pro o contro la situazione palestinese, ma è molto brava nell’evidenziarne l’assurdità generica e radicata, soprattutto nelle vecchie generazioni.

Per rimanere su questo equilibrio, lei, ebrea non israeliana, ha consultato due intellettuali importanti delle due culture rappresentate: Yasmina Khadra, intellettuale arabo e Amos Oz scrittore e pacifista israeliano. Grazie alla consulenza soprattutto del primo, la regista è riuscita a rendere il film un’opera in equilibrio tra le due parti, anche se, inevitabilmente, alcune assurdità emergono ad ogni modo.

Si tratta di una coproduzione israelo-francese, che ha dalla sua la bellezza di essere multilingue, la difficoltà di interagire passa anche per la lingua e così dal francese si passa all’ebraico e all’inglese, fino all’arabo e alla gestualità, quando proprio non c’è altro modo di farsi capire.

La questione israelo-palestinese è complicata, ma ciò che il film lascia è quella che è la sensazione comune anche di chi visita quei territori: l’impossibilità almeno apparente di un dialogo, che è ben rappresentato dal contrasto che si viene a creare tra due dei genitori, ognuno dei quali ha le sue ragioni per sentirsi dalla parte giusta della lotta. Stato d’animo che però non porta da nessuna parte.

Un po’ di speranza viene riposta nelle nuove generazioni, aperte all’altro e anche a capire quello che succede aldilà dei propri confini, e in questo caso, proprio a pochi chilometri da casa propria.

Il figlio del deserto, recensione dell’ultimo film di Gilles de Maistre

Con Il figlio del deserto, Gilles de Maistre torna al cinema con una storia che intreccia realtà e suggestione, confermando ancora una volta il suo interesse per il rapporto profondo tra esseri umani e natura. Il film, in uscita il 23 aprile, si presenta come una favola contemporanea capace di attraversare continenti, culture e generazioni. Sin dalle prime immagini, lo spettatore viene immerso in un racconto che ha il sapore del mito, ma che affonda le sue radici in una vicenda reale, capace di rendere ancora più potente il coinvolgimento emotivo.

Una storia vera che diventa leggenda

L’elemento più affascinante del film è proprio la sua ispirazione a una storia vera, rielaborata attraverso uno sguardo poetico e cinematografico. La vicenda di Hadara (Nahel Tran), un bambino di appena due anni disperso nel deserto a causa di una tempesta di sabbia, assume contorni quasi leggendari: accolto da una famiglia di struzzi, cresce lontano dalla civiltà, sviluppando un legame profondo con la natura che lo circonda.
Pur prendendosi alcune libertà narrative, il film mantiene una forte connessione con il senso di verità della storia, trasformando un evento straordinario in una riflessione universale sulla sopravvivenza, sull’istinto e sulla capacità dell’essere umano di adattarsi anche alle condizioni più estreme.

Il figlio del deserto - film 2026
Cortesia 01 Distribution

La sopravvivenza di Hadara: tra mito e realtà

Il cuore pulsante del film resta il percorso di crescita di Hadara, raccontato con grande sensibilità. Il deserto del Sahara non è soltanto uno sfondo spettacolare, ma diventa un vero e proprio personaggio, capace di influenzare ogni scelta e ogni trasformazione del protagonista.

De Maistre evita facili scorciatoie emotive, costruendo invece un racconto fatto di silenzi, sguardi e piccoli gesti. La relazione con gli animali, in particolare con gli struzzi e con il fennec, non viene mai forzata, ma si sviluppa in modo naturale, rendendo credibile anche ciò che potrebbe sembrare incredibile. Il risultato è un equilibrio riuscito tra realismo e dimensione fiabesca.

Due mondi che si incontrano: la storia di Sun e Kharouba

A fare da cornice alla vicenda di Hadara è il percorso di Sun (Neige de Maistre), giovane scrittrice che ha trasformato in un libro le storie che le raccontava il nonno durante l’infanzia. Il successo internazionale del suo racconto la conduce fino al deserto, in un viaggio che assume un forte valore simbolico: quello del passaggio dalla narrazione alla realtà.

L’incontro con Kharouba (Moun Ghazali), ragazza del posto, introduce una nuova prospettiva e arricchisce il racconto di sfumature emotive. È attraverso il loro dialogo che la storia di Hadara si completa, creando un ponte tra due mondi lontani ma sorprendentemente vicini. Questo intreccio narrativo aggiunge profondità al film, sottolineando il potere universale delle storie di unire le persone.

Il realismo emozionante degli animali veri

Uno degli elementi distintivi del cinema di Gilles de Maistre è l’utilizzo di animali reali, e anche in questo film tale scelta si rivela vincente. Come già accaduto in Mia e il leone bianco, il rapporto tra i giovani protagonisti e gli animali è autentico, mai artificiale.

Gli struzzi e il fennec non sono semplici presenze sceniche, ma veri e propri coprotagonisti, capaci di trasmettere emozioni sincere. Questa scelta conferisce al film una dimensione quasi documentaristica, aumentando il senso di immersione e rendendo ancora più intenso il coinvolgimento dello spettatore.

Il figlio del deserto - film 2026
Cortesia 01 Distribution

Un inno alla connessione tra culture e natura

Il figlio del deserto è molto più di una storia di sopravvivenza: è un racconto sull’incontro tra culture, sull’importanza delle radici e sul valore della memoria. La figura di Hadara diventa simbolica, rappresentando un’umanità capace di adattarsi e di trovare equilibrio anche nelle situazioni più estreme. Allo stesso tempo, il viaggio di Sun in Africa riflette il desiderio di conoscere e comprendere l’altro, abbattendo le distanze geografiche e culturali attraverso il potere del racconto.

Il figlio del deserto: un film che lascia il segno

Con una narrazione delicata ma coinvolgente, immagini spettacolari e un forte impatto emotivo, il nuovo film di Gilles de Maistre si conferma un’esperienza cinematografica intensa e toccante. Il figlio del deserto è una pellicola capace di affascinare spettatori di ogni età, un viaggio tra realtà e immaginazione che invita a riscoprire il profondo legame tra l’essere umano, gli animali e la natura. Un film da non perdere, soprattutto per chi cerca nel cinema emozioni autentiche e storie che restano impresse nel tempo.

Il Festival di Torino compie 40 anni: prime anticipazioni dell’edizione

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Martedì 22 marzo, nel corso di un incontro con la stampa presso Casa Argentina en Roma, il Direttore del Torino Film Festival Steve Della Casa insieme a Enzo Ghigo e a Domenico De Gaetano – rispettivamente Presidente Direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino – ha annunciato le linee guida che caratterizzeranno la 40ma edizione.

Voglio innanzitutto ringraziare il mio predecessore, Stefano Francia di Celle e tutta la sua squadra, per lo straordinario lavoro svolto in questi due anni così difficili e il Museo Nazionale del Cinema per la fiducia accordatami – ha dichiarato Steve Della CasaFin da subito la sintonia con il presidente Enzo Ghigo e il direttore Domenico De Gaetano, è stata totale, così come con i vertici della Film Commission Torino Piemonte, nella comune consapevolezza dell’importanza di consolidare ulteriormente la collaborazione e la sinergia tra gli enti del sistema cinema torinese, in ambito artistico così come in ambito industriale. In questo campo stiamo preparando con Gaetano Renda un convegno internazionale sul rapporto tra cinema e sala. La 40ma edizione del Torino Film Festival dovrà essere all’insegna del rinnovamento ma nel solco della tradizione, ritrovare quella vitalità identitaria che per forza di cose nei due anni di pandemia si è persa, tornando a coniugare sperimentazione, cinema popolare e di genere.”

“Gli ultimi due anni del Torino Film Festival sono stati fortemente condizionati dalla pandemia – sottolineano Enzo Ghigo e Domenico De Gaetano, presidente e direttore del Museo Nazionale del Cinema – e questa sarà la prima vera edizione del post-Covid. Per il Museo Nazionale del Cinema, che organizza anche i festival Lovers e CinemAmbiente oltre al TorinoFilmLab, il TFF è una grande vetrina con risonanza nazionale e internazionale, e ancor di più lo sarà quest’anno con l’edizione speciale per il quarantennale. Siamo certi che i contenuti e le proposte artistiche ideate da Steve Della Casa coinvolgeranno la città in una bellissima festa, in linea con i grandi eventi che vedranno Torino protagonista nel 2022”.

E nella direzione indicata da Steve Della Casa va la scelta di dedicare all’attore Malcolm McDowell un omaggio a riconoscimento del suo straordinario apporto al cinema d’autore, al cinema popolare e alle serie tv, e nello spirito delle grandi retrospettive che hanno caratterizzato il Torino Film Festival negli anni.

L’attore sarà ospite del TFF e protagonista di una masterclass condotta da David Grieco, regista di Evilenko, uno dei sei titoli – insieme a Arancia Meccanica di Stanley KubrickCaligola di Tinto Brass – che lo stesso McDowell ha scelto come più esemplificativi della sua carriera.

Il 40° TFF sarà un festival più snello. Il programma comprenderà 4 sezioni competitive – Concorso internazionale lungometraggiConcorso documentari internazionali, Concorso documentari ItalianiConcorso cortometraggi italiani -, un Fuori Concorso dedicato alla produzione più interessante dell’anno in corso e alcuni Programmi Speciali.

Tra i Programmi Speciali, sempre nello spirito e nella tradizione del festival, sarà dedicata al western una mini retrospettiva. Saranno proposti 6 titoli, scelti in una rosa di 20, diretti o interpretati da registi e attori cult e presentati in sala da cinefili e studiosi del genere, tra i quali Francesco Ballo e Marco Giusti.  “Questi film caratterizzeranno il TFF per quello che deve tornare ad essere, cioè il luogo geometrico (anche) della cinefilia più estrema” dichiara Steve Della Casa.

Per festeggiare degnamente i 40 anni del Torino Film Festival, inoltre, la serata di apertura – sorprendente e pop al tempo stesso – si terrà al Teatro Regio e sarà trasmessa in diretta.

Ad affiancare il Direttore ci sarà un nuovo Comitato di selezione composto da Giulio Casadei, Antonello Catacchio, Massimo Causo, Grazia Paganelli, Giulio Sangiorgio e Caterina Taricano. Consulenti alla direzione artistica saranno Luca Beatrice, Claudia Bedogni, David Grieco, Luigi Mascheroni, Paola Poli, Alena Shumakova e Luciano Sovena.

Il Festival di Taormina celebra i 50 anni del Gattopardo

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gattopardoC’era una volta in Sicilia. I 50 anni del Gattopardo è un viaggio multimediale alla scoperta del film che nel 1963 sancì uno dei maggiori trionfi internazionali del cinema italiano e lanciò una delle immagini più forti e influenti della Sicilia nel mondo.

La mostra, curata da Caterina D’Amico e ideata e realizzata dalla Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia in collaborazione con la Fondazione Federico II e il contributo del programma Sensi Contemporanei, si inaugura presso Palazzo Corvaja a Taormina il 14 giugno 2014 alle ore 18.30 nella prestigiosa cornice della 60esima edizione del TaorminaFilmFest guidato da Mario Sesti,Direttore Editoriale, e da Tiziana Rocca, General Manager.Saranno presenti la protagonista del film Claudia Cardinale, l’On. Giovanni Ardizzone, Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, l’On. Francesco Forgione,direttore della Fondazione Federico II, Alberto Versace, Presidente del Comitato di Coordinamento APQ Sensi Contemporanei, Alessandro Rais,Dirigente Generale del Dipartimento del Turismo, dello Sport e dello Spettacolo, Eligio Giardina Sindaco di Taorminae Pietro Di Miceli, Dirigente “Sicilia Film Commission”.

L’esposizione è concepita come un ideale “cine-racconto” della genesi e del processo creativo dell’opera di Luchino Visconti. Dopo un prologo dedicato al romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, da cui è tratto il film, il percorso si sviluppa tra i luoghi e momenti della vicenda narrata. Si parte da Villa Salina (Villa Boscogrande) con la presentazione dei personaggi per passare poi alla battaglia di Palermo, al viaggio e alla sosta a Donnafugata (Ciminnà) e quindi al lungo ballo finale e all’epilogo all’alba.

Gli splendidi scatti realizzati dal fotografo di scena Giovan Battista Poletto e da Nicola Scafidi, fotoreporter dell’Ora autorizzato dal regista a scattare foto nel backstage palermitano, si accompagnano a documenti, lettere, bozzetti, meravigliosi costumi, mentre i monitor alle pareti trasmettono brani di interviste in gran parte inedite a più di trenta testimoni, tra i quali il produttore Goffredo Lombardo, i protagonisti Burt Lancaster e Claudia Cardinale, la sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico, il direttore della fotografia Giuseppe Rotunno e il costumista Piero Tosi.

L’evento è stato realizzato con l’indispensabile collaborazione di Titanus e della Fondazione Tirelli Trappetti che celebra i 50 anni di lavoro della Sartoria Tirelli e inoltre della Fondazione Istituto Gramsci – Archivio Luchino Visconti e della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia – Sede Sicilia. La mostra resterà aperta fino al 17 agosto 2014.

Il Festival di Roma celebra Julianne Moore

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Il Festival di Roma celebra Julianne Moore

Il festival Internazionale del film di Roma premia con il Marco Aurelio l’Acting Award da Paolo Sorrentino (tornato dagli States in questi giorni dopo aver terminato le riprese del nuovo film con Sean Penn, ‘This Must Be the Place’).

A seguire verrà proiettato il suo ultimo film The Kids are All Right.

“La sfida, ogni volta, e’ quella di dare realta’, credibilita’ ai personaggi che interpretiamo: in questo caso non e’ stato cosi’ difficile entrare nel ruolo, visto che ho grande esperienza sia per quello che riguarda la vita di coppia che la genitorialita’. Il film, d’altronde, racconta tematiche universali e la cosa davvero interessante e’ che presto ci si dimentica che la coppia in questione e’ formata da due donne”. Julianne Moore, che stasera al Festival di Roma ricevera’ , racconta cosi’ che cosa ha significato per lei interpretare ‘The Kids Are All Right’ (oggi Fuori Concorso, a febbraio nelle sale con Lucky Red), diretto da Lisa Cholodenko e incentrato sul nucleo familiare anticonvenzionale formato da Jules (Moore) e Nic (Annette Bening), entrambe mamme della diciottenne Joni (Mia Wasikowska) e del quindicenne Laser (Josh Hutcherson).

“Ormai negli States e’ assolutamente normale che sia cosi’ – spiega l’attrice – i miei figli vanno a scuola e hanno compagni con due mamme, altri che hanno due papa’. La cosa veramente importante, come si capisce anche dal film e dallo studio sui bambini cresciuti con genitori omosessuali, durato qualcosa come 20 anni e pubblicato dal ‘New York Times’, non e’ questa: cio’ che conta davvero e’ che i figli siano amati, seguiti nel loro percorso di vita e aiutati ad affrontare il momento in cui dovranno andare via”.

Il Festival di Roma celebra julianne moore

Julienne_Moore_

Il festival Internazionale del film di Roma premia con il Marco Aurelio l’Acting Award da Paolo Sorrentino (tornato dagli States in questi giorni dopo aver terminato le riprese del nuovo film con Sean Penn, ‘This Must Be the Place’).

Il Festival di Cannes 2020 non si svolgerà tra giugno e luglio

Il Festival di Cannes 2020 non si svolgerà tra giugno e luglio

Il Festival di Cannes 2020 non si svolgerà nemmeno tra la fine di giugno e l’inizio di luglio di quest’anno. Ad annunciarlo è l’organizzazione stessa che, a seguito della comunicazione alla Nazione del Presidente francese lo scorso 13 aprile, si è resa conto che data la situazione attuale non è possibile preventivare così a stretto giro un festival con le modalità classiche.

Questo però sembra non impedire all’organizzazione di prevedere una forma di Festival che possa essere comunque organizzata, nonostante le difficoltà. Ecco cosa dice il comunicato ufficiale:

In seguito alla dichiarazione del presidente francese, lunedì 13 aprile, abbiamo riconosciuto che il rinvio del 73 ° Festival Internazionale del Cinema di Cannes, inizialmente considerato per la fine di giugno all’inizio di luglio, non è più un’opzione.
 
È chiaramente difficile presumere che il Festival di Cannes possa svolgersi quest’anno nella sua forma originale.
 
Tuttavia, da ieri sera abbiamo avviato molte discussioni con professionisti, in Francia e all’estero. Concordano sul fatto che il Festival di Cannes, un pilastro essenziale per l’industria cinematografica, debba esplorare tutte le contingenze che consentono di sostenere l’anno del cinema rendendo Cannes 2020 reale, in un modo o nell’altro.
 
Quando la crisi sanitaria, la cui risoluzione rimane la priorità di tutti, passerà, dovremo ribadire e dimostrare l’importanza del cinema e il ruolo che il suo lavoro, gli artisti, i professionisti, i cinema e il loro pubblico svolgono nella nostra vita. È così che contribuiscono il Festival di Cannes, il Marché du Film e le sezioni parallele (Semaine de la Critique, Quinzaine des Réalisateurs, ACID). Ci impegniamo e desideriamo ringraziare tutti coloro che sono al nostro fianco, funzionari pubblici (Municipio di Cannes, Ministero della Cultura, CNC), membri del settore e i nostri partner.
 
Tutti sanno che molte incertezze continuano a regnare sulla situazione sanitaria internazionale. Speriamo di essere in grado di comunicare tempestivamente in merito alle forme che prenderà questa Cannes 2020.

Il festival del cinema francofono all’Institut Français di Roma

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Torna a Roma, dal 16 al 23 marzo 2012, per il terzo anno consecutivo, il Francofilm – Festival del Film Francofono di Roma, che presenta   a ingresso gratuito fino ad esaurimento posti – il meglio della recente cinematografia proveniente dai Paesi francofoni di tutto il mondo presentati da registi e interpreti. 

Il festival del cinema di Hong Kong dedicato a Shakespeare e Bruce Lee

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William Shakespeare e Bruce Lee saranno i protagonisti della prossima edizione dell’Hong Kong International Film Festival, dal 21 marzo al 4 aprile 2016.

Approfittando del fatto che la 40esima edizione del festival coincide col 400esimo anniversario della morte del bardo inglese, l’HKIFF ha deciso di presentare nel suo programma tre diverse interpretazioni dell’opera di Macbeth: Il trono di sangue (1957) di Akira Kurosawa, Macbeth (1971) di Roman Polanski e il recentissimo Macbeth di Justin Kurzel con Michael Fassbender e Marion Cotillard.

Il dramma scozzese ha da sempre rappresentato una grande sfida per i cineasti di tutto il mondo che hanno cercato di reinterpretarlo e un grande impegno fisico e psicologico per gli attori.

Contemporaneamente, anche lo Shanghai International Film Festival ha annunciato di voler omaggiare Shakespeare durante l’evento in giugno ed è possibile che vi partecipi l’attore britannico Ian McKellen.

L’ HKIFF renderà omaggio anche ad una leggenda locale, l’attore Bruce Lee. Saranno presentate le pellicole restaurate e in edizione digitale di quattro suoi film: Il furore della Cina colpisce ancora (1971) grazie al quale ottenne fama internazionale; Dalla Cina con furore (1972); L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente (1972) scritto, diretto e prodotto da lui; L’ultimo combattimento di Chen (1978), opera postuma dove Bruce Lee venne fatto comparire usando materiale di archivio.

Fonte: Variety

Il Festival degli Dei, al via la prima edizione della manifestazione itinerante

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Si svolgerà dal 9 al 15 luglio – con una pre-apertura bolognese domenica 8 luglio – la prima edizione del FESTIVAL DEGLI DEI, festival cinematografico itinerante che ripercorre la nota Via degli Dei, uno dei più bei cammini d’Italia che congiunge Bologna e Firenze: ideato alla fine degli anni ’80 del ‘900 da un gruppo di escursionisti bolognesi, ripercorre la Flaminia Militare, un’antica viabilità storica costruita nel 187 a.C.

Attraversando il suggestivo itinerario che si inerpica lungo l’Appennino Tosco Emiliano, il FESTIVAL DEGLI DEI toccherà nell’ordine i Comuni di Sasso Marconi, Monzuno, Monghidoro, San Benedetto Val di Sambro, Firenzuola, Barberino di Mugello e Scarperia e San Piero. Ogni tappa prevede un programma di eventi cinematografici selezionati, valorizzando al tempo stesso i film scelti e le incantevoli location che ospiteranno le proiezioni all’aperto nelle piazze, nei borghi e negli spazi più suggestivi.

Di seguito il programma degli appuntamenti con i più bei film dell’anno:

Bologna 8 luglio – cinema Odeon – Agadah di Alberto Rondalli

Sasso Marconi 9 luglio – Piazza dei Martiri – Tonya di Craig Gillespie – Ospite Giorgio Diritti ed Elena Cucci

Monzuno 10 luglio – Montorio – Il ragazzo invisibile –  Seconda generazione di Gabriele Salvatores – Ospite Pier Paolo Paganelli

Monghidoro 11 luglio – Parco del Castellaccio –  A casa tutti bene di Gabriele Muccino – Ospite Ivano Marescotti

San Benedetto Val di Sambro 12 luglio – Piazza Via Roma – Quando corre Nuvolari di Tonino Zangardi – Ospite Alessandro Haber

Firenzuola 13 luglio – Piazza Don Stefano Casini – Il premio di Alessandro Gassmann – Ospite Matilda De Angelis

Barberino di Mugello – 14 luglio – Piazza Ughi loc. Cavallina – Easy di Andrea Magnani – Ospite Nicola Nocella

Scarperia e San Piero – 15 luglio – Palazzo dei Vicari – Borg McEnroe di Janus Metz Pedersen – Ospite Elena Cucci

 

Obiettivo del FESTIVAL DEGLI DEI è di portare il cinema nei luoghi dove spesso non arriva a causa dell’assenza fisica delle sale cinematografiche; oltre a ciò il Festival vuole promuovere, proprio in questi luoghi di rara bellezza e con una tradizione culturale unica, il fenomeno del cineturismo e la riscoperta eno-gastronomica di una delle zone più belle e più incontaminate d’Italia. Valorizzare il territorio attraverso il cinema sarà il fil rouge del Festival, attraverso un percorso che si fa metafora di un viaggio, fisico e soprattutto mentale. Il progetto, realizzato dall’Associazione Kinéo con Genoma Films, è ideato per le comunità dell’Appennino Tosco Emiliano e si inserisce nella volontà delle città metropolitane di Bologna e Firenze, sostenute dall’Unione dei Comuni dell’Appennino Bolognese e dall’Unione Montana del Mugello, di valorizzare questo specifico territorio.

Il Festival degli Dei si svolge con il patrocino del Comune di Bologna e dell’Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna; è promosso dai comuni di Sasso Marconi, Monzuno, Monghidoro, San Benedetto Val di Sambro, Firenzuola, Barberino di Mugello e Scarperia e San Piero; avviene in partnership con Gruppo Hera, Acqua Panna, Bonifica Renana, E-Distribuzione società del Gruppo Enel, Autostrade per l’Italia, Bologna Welcome, Emilbanca, Mokarabia, Deisa Ebano Spa, Granarolo, Circolo Velico di Cervia.

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Il Federale: un grande Tognazzi per una commedia che aiuta a riflettere

Il Federale – Roma, primi mesi del 1944. Nella penisola si infittiscono i combattimenti tra i nazi-fascisti e gli anglo-americani i quali, appena sbarcati, tentano di risalire il paese. Primo Arcovazzi (Ugo Tognazzi) è un graduato della milizia fascista estremamente ligio al dovere e fanaticamente attaccato alla causa.

In virtù di queste qualità i suoi superiori lo incaricano di una missione molto delicata e importante: arrestare e riportare a Roma il prof. Erminio Bonafè (Georges Wilson), noto filosofo antifascista e prescelto per la carica di primo ministro dell’Italia libera.

Saputo da informatori certi che il professore è nascosto nel suo paesino natale sulle montagne abruzzesi, il buon Arcovazzi si mette in sella ad un side-car e si dirige a prelevare il fuggiasco. Trovatolo senza particolari problemi inizia il viaggio di ritorno verso Roma e sopratutto verso quella promozione a federale che il bravo graduato anela da tempo.

Purtroppo per Arcovazzi il viaggio verso la capitale sarà costellato da vari inconvenienti e ostacoli accidentali che renderanno la sua missione più complicata del previsto. Allo stesso modo però daranno a lui modo di entrare in contatto se non in distaccata simpatia con un altro uomo non più visto come un semplice traditore ma solo come un essere umano. E sarà proprio questo essere umano, inizialmente osservato con fredda ed ironica diffidenza, che salverà la vita di Primo nel grottesco finale.

Il Federale

Luciano Salce, uno dei maestri della commedia italiana, confezione questo film nel 1961, in collaborazione con i famosi sceneggiatori Castellano e Pipolo. Il federale è un classico esempio di quella tragi-commedia all’italiana che rappresenta uno dei filoni più amati e di maggior successo nella storia del cinema nostrano.

Il Federale, un film dall’indubbia impronta comica ma che al contempo si presta ad un’analisi e ad un’introspezione seria e a tratti drammatica del contesto storico in cui le vicende sono inserite. Un film che non può essere considerato solo una commedia e che allo stesso modo non può essere catalogato come un film drammatico; Il federale raccoglie il lato buono di uno e dell’altro genere mescolando sapientemente le sequenze divertenti e spassose con quelle più serie e riflessive.

La scena è dominata dai due splendidi protagonisti, eccellenti nelle rispettive interpretazioni: Tognazzi incarna perfettamente il ruolo del fanatico e convinto fascista, il quale non contempla nemmeno l’idea che qualcuno possa non esserlo essendo cresciuto in una società, per lui, da sempre fascistizzata. Wilson, al contrario, raffigura con garbo ed eleganza l’intellettuale democratico che tenta disperatamente di aprire gli occhi e la mente al suo carceriere.

Il viaggio di ritorno verso Roma, diventa una sorta di odissea omerica in cui tutto sembra ostacolare o quantomeno ritardare il compimento della missione di Primo, un lungo e tortuoso percorso in cui i due uomini si avvicinano e conoscono gradualmente, imparando anche ad apprezzare oltre che rispettare ognuno le qualità dell’altro.

Il film di Salce sa essere incredibilmente divertente così come profondo e toccante, Tognazzi si conferma mattatore straordinario e dalla comicità esplosiva ma al tempo stesso grande attore drammatico. Nel film, in cui compare anche una giovanissima Stefania Sandrelli, si ride e si riflette così come vuole la tradizione della grande tragi-commedia all’italiana.

Nello struggente finale in cui Arcovazzi entra nella Roma liberata con il suo prigioniero e indossando una divisa da federale rimediata a poco prezzo, Salce mostra la violenza cieca e incontenibile di un popolo stremato e incattivito da anni di dittatura ma al contempo vuole chiudere con uno straordinario gesto di umanità e pietà con cui il prof. Bonafè salverà Primo mantenendo fede a quei valori di civiltà a cui aveva sempre creduto e a cui si era da sempre affidato.

Il Favoloso Mondo di Amélie: recensione del film Jean-Pierre Jeunet

Il Favoloso Mondo di Amélie è il film di successo del 2001 diretto da e con protagonisti nel cast Audrey Tautou, Mathieu Kassovitz e Johnny Depp.

  • Anno: 2001
  • Regia: Jean-Pierre Jeunet
  • Cast: Audrey Tautou, Mathieu Kassovitz, Rufus, Lorella Cravotta, Serge Merlin, Jamel Debbouze, Clotilde Mollet, Claire Maurier, Isabelle Nanty, Dominique Pinon, Artus de Penguern, Yolande Moreau, Urbain Cancelier, Maurice Bénichou, Valerie Zarrouk, Michel Robin, Flora Guiet, Amaury Babault, André Dussolier.

Trama: Amélie ha avuto un’infanzia particolare. Traumatizzata dalla morte della madre e la freddezza del padre cresce solitaria. Una volta adulta è completamente indipendente e ha trovato un lavoro al Café des 2 Mulins. Vive in un mondo immaginario, tutto suo, ma arriverà Nino che le farà rendere conto di voler abbandonare la finzione per vivere nella realtà.

Il Favoloso Mondo di Amélie, romanticismo francesce

Analisi: Il mondo di Amélie è un universo a sé stante, ma allo stesso tempo plausibilmente reale. Per quanto i personaggi risultino strambi, i luoghi del film, dal Café des 2 Mulins alle stazioni Parigi, li collocano in una dimensione a noi vicina. Protagonista è Amélie (Audrey Tautou), l’eroina delle persone bizzarre che le difende dalla mediocrità dominante. Sin da piccola ha avuto a che fare con tali persone, primi fra tutti i suoi genitori, che le davano particolari attenzioni: l’unico contatto fisico con il padre dottore era lo stetoscopio durante le visite mediche, mentre la madre maestra era affetta da preoccupanti tic.

Forse sono stati proprio loro la causa che le ha permesso di costruire il favoloso mondo di Amélie. Arriva il tempo di crescere, di abbandonare l’immaginazione e magari riuscire a conquistare Nino (Mathieu Kassovitz), senza nascondersi dietro infantili cacce al tesoro. Con i suoi occhioni Amélie scruta il mondo con ingenuità, gioca con le passioni umane, veste i panni della paladina mascherata, ma con il passare del tempo sarà costretta a uscire allo scoperto e vivere nel mondo reale.

Un film unico e originale

 I personaggi che la circondano non sono mai sempliciotti, anche da loro possono venire lezioni di vita. C’è l’uomo di vetro (Serge Merlin), un vecchio solitario che sta chiuso in casa a dipingere La colazione dei canottieri di Renoir e si chiede come rendere al meglio l’espressione di una ragazza del quadro; potrà scoprirlo solo attraverso gli attimi di vita appositamente registrati da Amélie su videocassette. In realtà i due personaggi sono pressoché speculari, tanto che l’anziano aiuterà la ragazza a farle capire il comune sbaglio. La pellicola è una fiaba per adulti, composta da una sceneggiatura credibile di Guillaume Laurant che starebbe bene anche in un film d’animazione. In due ore lo spettatore viene continuamente stupito dalla storia, senza mai stancarsene.

Il Favoloso Mondo di Amélie filmL’immaginazione visionaria del regista Jean – Pierre Jenuet, si colloca bene all’interno del film rendendolo unico e originale, sebbene ci siano alcune citazioni che lo colleghino ad altre opere e registi, in particolare a François Truffaut. Il carattere immaginifico della pellicola non deve far pensare a un film per bambini, ma può essere visto come la straordinaria capacità di semplificare la natura umana e ciò che la regola, una sorta di riassunto della psicanalisi freudiana. Ognuno di noi ha fissazioni e nevrosi inconsce e, per questo, segrete che ci fanno capire quanto queste possano collocarsi sul sottile confine tra ragione e follia.

Il filone cinematografico ripreso da Jenuet è quello di Forrest Gump o, almeno, la morale è la stessa: il folle è spesso il più semplice e ragionevole, anche tra quelli che paradossalmente sono convinti di essere “sani”.

Al contrario di Forrest Gump, Il favoloso mondo di Amélie ha ottenuto le nomination per miglior film straniero, migliore sceneggiatura originale, migliore fotografia, migliore scenografia, miglior sonoro, ma non ne ha vinto nessuno. In compenso rimane un film da non perdere e di cui difficilmente rimanere delusi.

Il fascino discreto della borghesia: il film di Luis Buñuel

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Il fascino discreto della borghesia: il film di Luis Buñuel

Il fascino discreto della borghesia è un film del 1972 diretto da Luis Buñuel con protagonisti Fernando Rey, Paul Frankeur, Delphine Seyrig, Milena Vukotic, Michel Piccoli, Bulle Ogier, Julien Bertheau, Stéphane Audran e Jean-Pierre Cassel.

Pedagogia o esorcismo? Delirio onirico o realtà? Cinismo o oggettività? Sembrerà forse bizzarro analizzare il cinema inquieto di Luis Buñuel, ponendo quesiti di questo calibro. Il film in questione, già nel titolo ingannevole Il fascino discreto della borghesia, ci illumina parodiando delle risposte.

Il fascino discreto della borghesiaIl soggetto della trentesima pellicola del regista spagnolo, è appunto la borghesia, i cui rappresentanti appaiono come un unico manichino tragico, composto da corpi convenzionali che imprigionano anime perverse: Don Rafael, (Fernando Rey), l’ambasciatore dell’irreale repubblica di Miranda, i suoi compari Thévenot (Paul Frankeur) e Sénéchal (Jean-Pierre Cassel), accompagnati dalla signora Thévenot (Delphine Seyrig), concubina segreta di Don Rafael, dalla signora Sénéchal (Stéphane Audran), dalla bella Florence (Bulle Ogier), vassalla dei signori Thévenot, ed infine dal vescovo (Julien Bertheau), futuro giardiniere di casa Sénéchal.

I tre bontemponi, invischiati in un traffico illecito di droga, costantemente in guardia senza mai spalleggiarsi, vagano perduti in nastri di celluloide, rincorrendo il desiderio di poter consumare un pasto in comunione. Durante tutta la pellicola, immagini fallaci danzano intorno alla realtà in veste di macabri incubi, dove le paure più profonde della classe borghese fagocitano il suo fascino discreto, rendendola schiava del proprio subconscio.

Il fascino discreto della borghesiaIl regista del Perro andaluso, gioiello del cinema surrealista, catapulta il suo pubblico in un allucinogeno terzo girone dantesco, quello dei golosi, la cui punizione consiste nel tenere celate le più oscure ambizioni e i più bassi desideri, alla ricerca di un equilibrio fittizio.

L’armonia bramata, raggiungibile attraverso la condivisione del cibo, è soltanto sfiorata durante incredibili viaggi onirici che mai si realizzano. I sogni infatti sollecitano la fantasia dei personaggi con violenza, tirando lentamente fuori gli istinti animaleschi, sintomi di un inguaribile frustrazione.

Il fascino discreto della borghesia, il film

Il burattinaio Buñuel, maneggiando con maestria i fili della trama senza farli intrecciare, riesce a delineare le anamnesi dei personaggi, scelti per mettere in scena una grottesca commedia. In questo contesto, la sceneggiatura sembra parafrasare l’interpretazione dei sogni di Freud, dove la cupidigia, l’intolleranza e l’insoddisfazione appaiono nel sonno come fantasmi di un vissuto irrisolto.

Ciò che più colpisce è forse la capacità del regista di non creare delle aspettative: l’intreccio sospeso e convulso, la fruizione voyeuristica, e il ritmo stonato che caratterizzano il film, rendono impossibile allo spettatore sia di immedesimarsi nei personaggi, sia di sperare nella loro catarsi. Per questo forse la pedagogia Buñueliana viene scambiata per puro cinismo. In realtà ciò che Buñuel vuole lasciar intendere è che la solitudine dei personaggi, di fatto respinta, è in realtà profondamente voluta, rappresentando il vero traguardo.

Nella loro individualità infatti ogni cosa è permessa, ogni azione è priva di vincoli morali, e il patto hobbesiano della civile convivenza viene sacrificato in nome dell’autoaffermazione. Eppure l’emancipazione sociale ed economica dei personaggi sembrerebbe delineare una condizione ideale, che invece viene smentita dalle loro continue ossessioni. Ciò che vivono è un buffo paradosso: intenti a mantenere il fascino discreto, combattono contro i loro istinti primitivi, tenendo separati i due scomparti esistenziali grazie all’ipocrisia. Il quadro che scarica il peso sul chiodo della coscienza, è però troppo fragile per sostenere l’insostenibile…

Il Faraone, il Selvaggio e la Principessa: recensione del film di Michel Ocelot

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Il Faraone, il Selvaggio e la Principessa, nuovo film d’animazione del regista, sceneggiatore e animatore francese Michel Ocelot (Dilili a Parigi), sta per arrivare nelle nostre sale. Presentato in occasione della 46esima edizione del Festival internazionale del film d’animazione di Annecy il 14 giugno 2022 e distribuito in Francia a partire dal 19 ottobre 2022, la pellicola sarà rilasciata in Italia il prossimo 14 dicembre.

Prodotto, almeno in parte, con il contributo del Museo del Louvre e proiettato alla 17esima Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nella Città, il film giunge dunque nei cinema nostrani con circa dodici mesi di ritardo. E riporta su grande schermo le avventure animate di un cineasta che, nel corso degli ultimi 25 anni, ha saputo dare vita a un inconfondibile stile grafico e narrativo da mille e una notte.

Il Faraone, il Selvaggio e la Principessa: la trama

A seguito del racconto quasi “decameroniano” di Principi e Principesse e della (per ora) trilogia dedicata alle vicende di Kirikù, conclusasi ormai dieci anni fa, Ocelot torna a frammentare il proprio minutaggio; e affida a una stravagante narratrice, a colloquio con il proprio pubblico, tre fiabe dal consueto sapore esotico. Un viaggio attraverso i secoli guidato dalle forze di amore, destino e desiderio.

Nella terra di Kush, regno del Sudan di 3000 anni fa, il giovane Re Tanwekamani è innamorato della principessa Nasalsa, ma la madre di lei, la regina, ritiene che il solo faraone sia degno di chiederne la mano. Tanwekamani decide allora di risalire il Nilo e conquistare l’Egitto. Un’impresa che esige forza e saggezza; qualità necessarie per tornare in patria trionfante.

Un castello nell’Alvernia medievale è invece la cornice del secondo racconto, là dove il figlio di un Signore, costantemente sgridato dal padre, decide un giorno di rubare le chiavi del carceriere per liberare un prigioniero. Condannato a morte per tradimento, ma risparmiato dai suoi esecutori e abbandonato nel bosco, il ragazzo cresce lontano dal castello. Fino a quando le scorribande del “Bel Selvaggio”, divenuto eroe popolare leggendario, si intrecciano nuovamente con gli affari di corte.

A fare da sfondo alla terza e ultima storia è infine l’Oriente del XVIII secolo, terra d’incontro tra la Principessa delle rose, dama bellissima e ambita, e il cosiddetto Principe delle frittelle, costretto a fuggire dal proprio paese a causa di un gruppo di assassini e divenuto venditore in una città vicina sotto mentite spoglie. La bontà delle leccornie preparate dal giovane fornisce ai due ragazzi l’occasione di condividere alcuni momenti insieme, sebbene il sultano e le circostanze lottino strenuamente per separarli.

Un grande libro di racconti

Visionare un lungometraggio di Michel Ocelot equivale insomma, il più delle volte, a immergersi in un grande libro di racconti; a perdersi nei meandri favolistici di fiabe semplici, sovente slegate, unite però da un fil rouge tematico nonché stilistico. Ragion per cui Il Faraone, il Selvaggio e la Principessa assume oggi, almeno in apparenza, le sembianze di una prosecuzione quasi prestabilita dell’opera dell’autore; capitolo nuovo, e innocuamente inserito, di una narrazione ormai settata e priva di sorprese.

Dopotutto queste tre nuove storie del regista – ancora storie di principi e principesse – si integrano perfettamente all’interno del percorso artistico dell’animatore francese. Sono favole “moraleggianti” e conciliatorie, pensate per un pubblico generalmente infantile; fiabe della buonanotte che raccontano d’amore, di coraggio e generosità; fiabe che pescano da stilemi riconoscibili e ritornanti, provenienti da un sottobosco popolare che nei decenni ha necessariamente ispirato differenti autori e case di produzione. Fiabe che dunque, inevitabilmente, risentono di echi facilmente individuabili, per lo più riconducibili a tradizioni culturali a lungo tramandate e mescolatesi l’una con l’altra.

Resistenza stilizzata

Eppure, sospesa nei “silenzi” tra una storia e la successiva, chirurgicamente dosata negli attimi di respiro della narrazione, la cornice de Il Faraone, il Selvaggio e la Principessa è forse il suo elemento più significativo. Richiamo classicheggiante di una struttura tipica e al contempo lettura estremamente lucida del presente audiovisivo dominato dalla dimensione piattaforma; lì dove le più disparate richieste degli spettatori sagomati nei primi istanti di pellicola paiono poter configurare la narratrice come un ideale e servizievole algoritmo, chiamato a soddisfare qualsiasi richiesta del proprio pubblico.

E chissà che, a fronte di questo variegato melting pot di input, la scelta di Ocelot di distribuire i diversi spunti con ordine senza assommarli in un unico confuso agglomerato dai mille ingredienti, non sia allora da interpretare come un atto di resistenza alla dittatura del tutto, subito e tutto insieme. L’ennesimo silenzioso atto di forza di un regista che nell’epoca della tecno-rivoluzione oppone ancora l’ombra stilizzata delle proprie silhouette. Alla ricerca della meraviglia.