Nonostante il successo di Wicked
e Wicked: For
Good alla Universal e il suo accordo di prima visione con
la Warner Bros., Jon M. Chu ha firmato un nuovo importante
contratto con la Paramount. Chu ha diretto entrambe le parti
dell’adattamento musicale di Broadway, e ciascuna delle due
pellicole si è rivelata un enorme successo al botteghino. Il primo
film ha incassato 756 milioni di dollari in tutto il mondo, mentre
For Good ha incassato 401 milioni di dollari nelle prime due
settimane di programmazione nelle sale.
La Paramount ha ora firmato con Chu
un importante accordo di prima visione per film e TV. Anche la
Universal era interessata, ma non è riuscita a firmare con Chu.
Questo nuovo accordo sostituisce quello esistente che il regista
aveva con la Warner Bros.
Il 2 gennaio entrerà in vigore il
nuovo contratto triennale di produzione per Chu e la sua casa di
produzione Electric Somewhere. Lavoreranno presso gli studi della
Paramount insieme ai co-presidenti della Paramount Pictures Dana
Goldberg e Josh Greenstein, al presidente della Motion Picture
Group Don Granger e al presidente della Paramount Television
Studios Matt Thunell.
La firma di Chu è un risultato
importante per la Paramount nella sua nuova era sotto la guida di
David Ellison. L’arrivo di Chu è particolarmente importante dopo
che alla fine di ottobre è stato rivelato che il prolifico creatore
televisivo
Taylor Sheridan avrebbe lasciato la Paramount dopo aver firmato
un nuovo accordo con la NBCUniversal.
Allo stesso tempo, Chu non è
l’unico regista di alto profilo ad aver recentemente lasciato i
grandi studi con cui aveva lavorato per anni per firmare con la
Paramount. I creatori di Stranger Things, Matt e Ross Duffer,
hanno firmato un contratto per passare da Netflix a Paramount, nonostante il ruolo importante
che la piattaforma di streaming ha avuto nella loro carriera.
Prima del nuovo contratto con
Paramount, Chu aveva già diversi progetti in cantiere. Tra questi
c’è il lungo Crazy Rich Asians 2, sequel del film originale
del 2018 diretto da Chu. Il film ha incassato 239 milioni di
dollari in tutto il mondo a fronte di un budget di 30 milioni,
dimostrando prima di Wicked che Chu era in grado di dirigere
grandi successi al botteghino.
Per la Warner Bros., è previsto che
diriga un film live-action di Hot Wheels e un adattamento
cinematografico animato di Oh, the Places You’ll Go del Dr. Seuss,
che lo riunirà con la star di WickedAriana Grande-Butera. Per la Universal,
dirigerà un film biografico su Britney Spears.
Oltre a questi progetti e ai molti
altri a cui Chu è legato, ora dirigerà nuovi contenuti per la
Paramount. Da commedie romantiche come Crazy Rich Asians ad
adattamenti cinematografici di musical come In the Heights e
Wicked, Jon M. Chu ha dimostrato di eccellere in una varietà di
generi.
La confessione definitiva da parte
di Lance Armstrong di aver fatto uso di droghe è notizia
recentissima, eppure sembra che Hollywood avesse già avvertito il
potenziale drammatico della storia dell’ex campione del ciclismo:
sembra infatti che la Paramount Pictures e la Bad Robot di
JJ Abrams si siano subito assicurate i diritti
di Cycle of Lies: The Fall of Lance Armstrong del
giornalista sportivo del New York Times Juliet
Macur, nuovo libro in uscita a giugno che racconterà la
vita di Armstrong partendo dalla sua battaglia contro il cancro
fino alle sette vittorie al Tour de France e all’indagine per uso
di Doping.
Non si tratta però dell’unico
progetto dedicato ad Armstrong: un’ altra sceneggiatura sarà con
certezza basata sulla sua biografia It’s Not About the
Bike, mentre un altro progetto sarà curato da Ed Pressman
(Wall Street: Money Never Sleeps).
La Paramount celebra il suo
centenario, e per questo grande evento ha raccolto tutte le più
grandi star del cinema che hanno lavorato con il prestigioso
Studios.
La
Papessa – Dopo averci raccontato per decenni storie di
principesse, regine e cortigiane, il cinema sembra ultimamente
essere interessato anche a insolite figure femminili, che
affrontarono percorsi contro corrente, spesso con esiti tragici, ma
indubbiamente interessanti.
Dopo la filosofa
e scienziata Ipazia in Agorà e la
scrittrice ed erudita Christine de Pisan di Christine
Cristina, è il momento de La
Papessa, storia dell’unica donna che riuscì a salire al
soglio pontificio nel IX secolo, dopo aver fatto carriera in ambito
ecclesiastico travestita da uomo. Una figura che per secoli è stata
considerata leggendaria, inventata per denigrare la Chiesa, e di
cui solo recentemente è stata provata l’identità, grazie anche agli
stimoli dati dal romanzo di Donna Woolfolk Cross, a cui il film è
ispirato.
Se in una
precedente pellicola in tema, Pope Joan del 1972, la
Papessa veniva rappresentata come una assatanata sessuale
e corrotta, qui Giovanna, fanciulla germanica cresciuta tra un
padre cristiano bigotto e una madre che porta avanti le credenze
matriarcali pagane, è vista come una luce in mezzo a barbarie e
corruzione, una donna assetata di sapere e di vicinanza con Dio fin
dall’infanzia, che si traveste da uomo per portare avanti il suo
progetto di vita, facendo anche del bene a poveri, malati e al Papa
stesso, salvo poi pagare una volta diventata Papa l’unico cedimento
della sua vita con il solo amore carnale che ha avuto, un suo
antico protettore che ha ritrovato anni dopo, morendo per i postumi
di un parto prematuro.
La Papessa –
recensione del film di Sönke Wortmann
Giovanna ha le
sembianze androgine e poco patinate di Johanna
Wokalek, già terrorista degli anni Settanta ne La banda Baader Meinhof, attorniata dal più
decorativo ex capitano di Gondor David Wenham, e
dell’ottimo Papa Sergio di
John Goodman: la regia di Sonke
Wortmann costruisce un kolossal in cui non mancano
concessioni allo spettacolo e all’avventura, oltre ad un discorso
indubbiamente protofemminista e ad una contrapposizione tra una
visione della religione dogmatica, dura e che esclude molti (le
donne in testa, ma anche i malati e gli emarginati) e un approccio
alla religione più vera e meno corrotto, simboleggiato appunto da
Giovanna, spirito illuminato in tante occasioni. Gli effetti
speciali al computer ci sono ma si notano poco, e la Roma
ricostruita in Marocco ha un suo fascino non stereotipato.
Il romanzesco è un
elemento importante della vicenda, rigorosa e struggente, tragica e
cruda, ma la ricostruzione storica non è fatta male, ricostruendo
un’epoca in maniera non didascalica e noiosa ma nemmeno dando tutto
per scontato come ha fatto Ridley Scott in
Robin Hood.
L’elemento più
interessante del film è indubbiamente Giovanna, in anticipo sui
tempi, portatrice di una visione più aperta di cultura, fede, ruolo
delle donne e apertura al prossimo, una delle tante ragazze vestite
da uomo che da anni per non dire secoli popolano l’immaginario, tra
realtà e finzione. Del resto furono tante le donne che in epoche
buie si vestirono da uomo per poter seguire strade che erano loro
precluse o semplicemente per portare a casa più facilmente la
pagnotta, ed è tutto un settore in cui il cinema potrebbe trovare
ispirazione per storie interessanti e anche insolite: chissà quante
siamo dice alla fine un personaggio caro a Giovanna. Lei fu
scoperta, ma altre no.
Arriva la conferma che la
MGM sta sviluppando una nuovo film ibrido tra
animazione e live-action sul noto personaggio de La
Pantera Rosa. La notizia è stata annunciata oggi
da Gary Barber, presidente e CEO di MGM,
e da Jonathan Glickman. L’annuncio è stato
dato anche da Walter Mirisch produttore esecutivo
dei film originali de La Pantera
Rosa, anche il produttore del nuovo film che
sarà diretto dal regista David Silverman, già
autore di The Simpsons Movie ,
Monsters. A produrre il film ci sarà anche la
leggendaria attrice premio Oscar Julie
Andrews, moglie del defunto regista del primo
film Blake Edwards.
Sappiamo che la nuova pellicola si
concentrerà sul personaggio della Pantera Rosa invece che
sull’ispettore Clouseau, ritornando così al tono originale
delle vignette di Friz Freleng and David De
Patie, così come ai toni del film storico
di Edwards. Ecco le parole
di Jonathan Glickman. della
MGM: “Siamo incredibilmente orgogliosi di riproporre il
personaggio della Pantera Rosa ‘ per una nuova generazione di fan.
Ancora più interessante è la possibilità di lavorare di nuovo con i
nostri cari amici Walter Mirisch e Julie Andrews, così come con il
talentuoso regista David Silverman , il cui entusiasmo ci ha
convinti a riportare in vita il personaggio“.
“Sono lieto si vedere che
l’eredità dell’iconico franchise de La Pantera Rosa ‘ di Blake
continuerà a vivere nella sua nuova forma ibrida. È entusiasmante
sapere che la nostra amata pantera potrà essere apprezzata anche
dalla nuova generazione di spettatori. Io sento che Blake ci sta
incoraggiando e sostenendo nell’impresa” ha detto
Julie Andrews .
I film dedicati al mondo del
narcotraffico hanno molto spesso per protagonisti degli uomini,
tanto da aver reso questo un sottogenere fortemente maschile.
Eppure, fortunatamente, non mancano anche opere in cui tale
contesto è visto attraverso uno sguardo femminile. Un brillante
esempio di ciò è La Padrina – Parigi ha una nuova
regina, film del del 2020 diretto da
Jean-Paul Salomé (regista anche del recente
La verità secondo Maureen
K.), tratto dal romanzo La bugiarda di
Hannelore Cayre. Questo lungometraggio, che
attraversa generi come il thriller, il dramma e la commedia,
conduce dunque lo spettatore a confrontarsi con gradite novità.
storia vera
Grazie alla protagonista del film si
entra dunque in un contatto con un mondo noto a livello
d’immaginario ma sempre particolarmente pericoloso e forse anche
per questo seducente. Un mondo raccontato qui con grande dovizia di
particolari e fedeltà al reale. Interpretato dalla pluripremiata
attrice francese Isabelle Huppert, il film è
dunque una gradita sorpresa all’interno di un genere troppo spesso
caratterizzato da opere fin troppo simili tra loro. Non a caso, ha
poi vinto il Premio Jacques-Deray 2021 come Miglior film poliziesco
francese, proprio per il suo essersi distinto tra tanti.
Per gli appassionati di questo
genere, ma anche per chi è in cerca di una storia appassionante e
diversa dalle solite, La Padrina – Parigi ha una nuova
regina è dunque un titolo da non lasciarsi sfuggire. Prima di
intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile
approfondire alcune delle principali curiosità relative ad esso.
Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare
ulteriori dettagli relativi alla trama e al
cast di attori, ma anche le differenze con
il libro e la storia vera dietro il film.
Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming
contenenti il titolo nel proprio catalogo.
La trama e il cast di La
Padrina – Parigi ha una nuova regina
Patience
Portefeux è una traduttrice giudiziaria
arabo-francese. Nonostante il suo lavoro sia sottopagato e
sovraccarico, la donna svolge un ruolo importante nel commissariato
di polizia, perché addetta alla traduzione delle intercettazioni
telefoniche. Quando però viene incaricata dalla polizia antidroga
di entrare a far parte di un’indagine per scovare alcuni
spacciatori, Patience si rende conto di conoscere uno dei pusher: è
il figlio dell’infermiera, che si prende amorevolmente cura di sua
madre. Per coprirlo, la donna si addentrerà sempre più nel traffico
di droga, iniziando però sempre più a correre rischi molto
pericolosi.
Ad interpretare Patience Portefeux
vi è la celebre attrice francese Isabelle Huppert, la raccontato di essersi imbattuta nel
romanzo in quanto incuriosità dal suo successo. Durante la lettura,
ha poi sviluppato un forte interesse per la protagonista,
esprimendo il desiderio di interpretarla. Una volta che la cosa si
è concretizzata, l’attrice ha preso lezioni di arabo per diversi
mesi, in quanto la protagonista è solita parlarlo nel corso del
racconto. Accanto a Huppert, si ritrova l’attore Hippolyte
Girardot nel ruolo del capitano della squadra
antidroga Phillipe. Completano il cast Yasin
Houicha nel ruolo di Afid, Farida
Ouchani in quelli di Khadidja, madre di Afid, e
Liliane Rovère in quelli della madre di
Patience.
La Padrina – Parigi ha una
nuova regina: le differenze tra il libro e il film
Come anticipato, il film è tratto
dal romanzo La bugiarda (La Daronne in originale)
di Hannelore Cayre, che il regista ha deciso di
adattare per via della possibilità che esso presentava di
raccontare una donna che cerca di farsi largo in un contesto
prettamente maschile. Diviso tra thriller e commedia, il regista si
è inoltre impegnato a mantenere l’equilibrio tra questi due toni,
senza prediligere l’uno o l’altro e trovando così la giusta chiave
per il film. Ci sono però ovviamente delle differenze tra le due
opere, a partire dal passato della protagonista, il quale è
esplorato molto più approfonditamente nel libro. L’aggiunta di esso
nel film, secondo il regista, avrebbe complicato eccessivamente la
narrazione.
Un altra modifica la si ritrova nel
personaggio Philippe, interpretato dal noto attore francese
Hippolyte Girardot. Nel libro egli è una presenza
importante ma relegata spesso sullo sfondo nonché passiva nei
confronti degli eventi. Ciò è stato cambiato per il film, dove ha
invece un ruolo più ampio e attivo. Inoltre, secondo il regista,
mancavano anche alcuni elementi di pericolo. Per il film si è
dunque lavorato su tale elemento, sviluppando un duplice pericolo:
quello rappresentato dai fratelli Cherkaoui da un lato, e la
polizia durante un affare a Barbès dall’altro. Infine, Hupper ha
chiesto di aggiungere un po’ di zelo in più al suo personaggio,
così da caratterizzarlo ulteriormente.
La Padrina – Parigi ha una
nuova regina è una storia vera?
Per quanto riguarda il racconto alla
base del libro e del film, non si tratta di una storia vera. Non
del tutto, almeno. Il regista, parlando della scrittrice e delle
fonti del suo racconto, ha a tal proposito spiegato che “credo
di poter dire che la storia personale dei genitori di Patience sia
una visione romantizzata dei suoi stessi genitori. Ha inoltre
inventato il lato crime thriller della storia basandosi su ciò che
ha osservato come avvocato penalista, avendo difeso alcuni
spacciatori. Conosce le procedure, i dialoghi e così via. Questa è
un’altra cosa che mi è piaciuta del libro, l’accuratezza
nell’osservazione di questo mondo di grandi e piccoli spacciatori,
e anche di negozianti, alcuni dei quali immigrati cinesi, che sono
vittime della tratta o che sono stati picchiati dai
delinquenti.
Mi è piaciuto il modo in cui
Hannelore ha fatto parlare ognuno di loro con grande precisione.
Durante le udienze in tribunale, aveva notato come, per la comunità
nordafricana spesso erano gli stessi due o tre interpreti che si
occupavano di tutti i casi, compresi quelli di terrorismo. La cosa
fa anche un po’ paura: non c’erano controlli incrociati, nessuno
verificava la traduzione delle intercettazioni. Se qualcuno,
malintenzionato, avesse tradotto in modo errato per i propri fini,
nessuno se ne sarebbe accorto”. Non si tratta dunque di una
storia vera quella raccontata dall’autrice, la quale però nel
concepirla si è dunque basata su reali testimonianze e vicende di
cui, in quanto avvocato, è stata testimone diretta.
Il trailer di La Padrina –
Parigi ha una nuova regina e dove vedere il film in streaming
e in TV
È possibile fruire di La
Padrina – Parigi ha una nuova regina grazie alla sua
presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming
presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi
di Rakuten TV, Chili Cinema, Google Play, Apple
TV e Prime Video. Per vederlo, una volta
scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo
film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il
film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di
martedì 7 novembre alle ore 21:20
sul canale Rai 4.
I WONDER PICTURES e
Unipol Biografilm Collection annunciano che a partire dal
12 novembre distribuiranno sugli schermi italiani la
commedia La Padrina – Parigi ha una nuova
regina con Isabelle Huppert, Hippolyte Girardot,
Farida Ouchani, Liliane Rovere, Iris Bry, Nadja Nguyen, Rebecca
Marder, Rachid Guellaz, Mourad Boudaoud, Abbes Zahmani, Yann
Sundberg, Youcef Sahraoui.
Tratto dal romanzo “La
Daronne” di Hannelore Cayre ed edito in Italia da Edizioni
leAssassine, La Padrina – Parigi ha una nuova
regina vede protagonista la splendida Isabelle
Huppert nei panni di Patience Portefeux, interprete franco-araba
(per il ruolo ha dovuto imparare la fonetica araba), specializzata
in intercettazioni telefoniche per la squadra narcotici, che
casualmente si ritrova a dirigere un vasto traffico di droga.
L’occasione fa l’uomo ladro e Pacience decide di cogliere
l’occasione che potrebbe cambiargli la vita: entra in un enorme
giro di droga, divenendone indiscussa protagonista sotto lo
pseudonimo “La Padrina”.
Un ruolo inedito per la splendida
Isabelle Huppert che I Wonder Pictures e Unipol
Biografilm Collection portano nei cinema italiani a
partire dal 12 novembre.
Patience (Isabelle Huppert),
traduttrice specializzata in intercettazioni telefoniche per la
squadra antidroga, frustrata e annoiata da un lavoro duro e mal
pagato, durante un’intercettazione viene a conoscenza dei traffici
poco raccomandabili del figlio di una donna a lei cara. Decide così
di dare una svolta alla sua vita e intrufolarsi nella rete dei
trafficanti, per proteggere il giovane. Quando si trova tra le mani
un grosso carico di droga, non si fa sfuggire l’occasione e diventa
La Padrina, una “trafficante all’ingrosso”. Fa esperienza sul campo
e poi… riporta tutte le informazioni in ufficio al servizio della
sua squadra!
La Nuova Zelanda rimarrà la Terra
di Mezzo. Il primo ministro neozelandese John Key ha appena
annunciato in conferenza stampa che Lo Hobbit, il film di Peter
Jackson che ha ricevuto il via libera pochi giorni fa, verrà girato
nel paese come previsto sin dall’inizio.
I delegati della Warner Bros. hanno
incontrato produttori e politici neozelandesi negli ultimi tre
giorni per ricevere la garanzia che le riprese del film non
sarebbero state funestate da azioni industriali come il recente
boicottaggio messo in atto da una piccola unione che rappresenta
200 attori locali. In un primo momento il ministro Key sembrava
speranzoso, ma ieri sera aveva aggiornato la stampa spiegando che
mentre le problematiche legate alla locale legge sul lavoro erano
state risolte, la Warner Bros. aveva iniziato ad avanzare eccessive
pretese quanto a sgravi fiscali, con richieste che difficilmente la
Nuova Zelanda sarebbe riuscita a soddisfare.
Nella conferenza stampa che si è
tenuta alle 19.20 di mercoledì (ora locale, da noi erano le 8:20 del
mattino), Key ha invece rivelato che la produzione non lascerà il
paese. Qui sotto potete vedere la pubblicità pubblicata sul NZ
Dominion Post ieri, pagata da un gruppo di lavoratori
dell’industria cinematografica neozelandese: l’annuncio di oggi
farà tirare un sospiro di sollievo a chi temeva di perdere il
lavoro. Si calcola che i 500 milioni di dollari di budget del film
(circa 700 milioni di dollari neozelandesi) muoveranno circa due
miliardi di dollari nell’economia locale.
La Nuova Zelanda rimarrà la Terra
di Mezzo. Il primo ministro neozelandese John Key ha appena
annunciato in conferenza stampa che Lo Hobbit, il film di Peter
Jackson che ha ricevuto il via libera pochi giorni fa, verrà girato
nel paese come previsto sin dall’inizio.
Finalmente, la terza stagione di
Star Wars: Visions (e un prossimo spin-off) ci mostrerà
la guerra tra i Jedi e i Sith. L’Impero Sith cadde mille anni prima
della
saga di Skywalker e Darth Bane lo reinventò successivamente.
Non ci sarebbero mai più stati eserciti di Sith, non dopo la Regola
dei Due.
Gli spettatori tendono a
sottovalutare i Sith del passato, ritenendo che l’iterazione di
Darth Bane sia stata l’unica veramente riuscita. Ma ci sono
state molte occasioni in passato in cui i Jedi sono stati portati
sull’orlo della distruzione; infatti, l’Ordine 66 non è stato
nemmeno il primo Jedi Purge. Ora, finalmente, Star
Wars potrebbe essere sul punto di mostrare la vera
guerra tra Jedi e Sith.
I Jedi stanno tornando nella
galassia di Star Wars: Visions
Star Wars: Visions è una
serie antologica unica nel suo genere, che permette a diversi studi
di animazione di giocare nel mondo creato da George Lucas. Uno di
questi, “The Ninth Jedi”, ha presentato agli spettatori una
galassia in cui i Jedi erano stati quasi completamente sterminati.
Creata da Production IG e scritta e diretta da Kenji Kamiyama,
questa linea temporale sta per tornare.
Nella timeline di “The Night Jedi”,
Kara Zhima, figlia di un famoso fabbro, si è unita all’Ordine Jedi
sotto il Maestro Margrave Juro. Ha già incrociato le lame con i
Sith e lo farà sicuramente di nuovo, poiché vive in un’epoca in cui
chiunque scelga la luce deve opporsi all’oscurità. È destinata a
una guerra totale.
Questa storia sarà raccontata nella
terza stagione di Star Wars: Visions e continuerà in una
miniserie spin-off il prossimo anno.
Come prevarrà il lato
chiaro?
Stranamente, in un certo senso
l’Impero Sith è sicuramente più difficile da sconfiggere di quello
fondato da Palpatine. Ai tempi di Luke Skywalker, i Jedi dovevano
solo sconfiggere (o redimere) due Sith per batterli, e l’Impero
crollò nei 12 mesi successivi, distrutto nella battaglia di
Jakku.
Un Impero Sith è però una
prospettiva diversa. Il lato oscuro è diffuso, diluito, sparso
in ogni sistema stellare piuttosto che concentrato in due soli
individui. La luce dei Jedi dovrebbe sicuramente brillare molto più
intensamente per scacciare le ombre dei Sith.
Le storie di “The Ninth Jedi”
promettono ora di raccontarci una storia che abbiamo solo sognato
di vedere fino ad ora. Gli spettatori hanno sempre desiderato
vedere vasti eserciti di Jedi e Sith scontrarsi – questo è uno dei
motivi per cui Knights of the Old Republic è così iconico –
ed è proprio quello che finalmente avremo. Star Wars:
Visions stagione 3 uscirà il 29 ottobre.
Una
nuova serie crime è diventata un caso globale su Netflix nel giro di poche ore.
Uscita in sordina venerdì 2
gennaio 2026, Land of
Sin sta scalando rapidamente le
classifiche streaming, imponendosi come uno dei titoli più
chiacchierati del weekend.
La
miniserie svedese, composta da cinque episodi, ha fatto il suo ingresso anche nella
Top 10 degli Stati
Uniti, posizionandosi all’ottavo posto nonostante
l’assenza di una campagna promozionale significativa. Un risultato
che conferma come il passaparola stia giocando un ruolo decisivo
nel suo improvviso successo.
Di
cosa parla Land of Sin, il nuovo thriller svedese
Land of Sin segue le
indagini su un omicidio che sconvolge una piccola comunità. Al
centro della storia ci sono una detective ruvida e
anticonvenzionale e il suo nuovo collega, più idealista, chiamati a
far luce sulla morte di un adolescente del posto. Quella che sembra
una tragedia isolata si rivela presto l’inizio di un’indagine più
profonda, legata a una faida familiare e a segreti sepolti da
anni.
Il tono della serie è cupo, teso e progressivamente inquietante,
con una narrazione che punta sull’atmosfera e sulla psicologia dei
personaggi più che sull’azione. Nonostante il successo immediato,
Land of Sin non dispone
ancora di un punteggio su Rotten Tomatoes. Su IMDb, invece,
registra attualmente un 6,2, basato su un numero ancora limitato di
recensioni, con commenti che sottolineano l’approccio oscuro e il
ritmo coinvolgente.
Perché è una serie perfetta da binge-watching
Uno dei punti di forza di Land of Sin è la sua struttura compatta:
cinque episodi da 39 a 46
minuti, ideali per una visione concentrata in un solo
weekend, se non addirittura in una singola serata. Un formato che
Netflix ha già dimostrato di saper valorizzare, favorendo il
binge-watching e la diffusione virale dei titoli.
La serie è disponibile con sottotitoli e doppiaggio in inglese, oltre a
diverse altre lingue, riducendo al minimo le barriere per il
pubblico internazionale. Per atmosfera e ambientazione,
Land of Sin ricorda
thriller investigativi come True Detective e Mare of Easttown, grazie al suo ritratto
claustrofobico di una comunità segnata dal sospetto e dal
silenzio.
Per chi è alla ricerca di una nuova serie da divorare nel fine
settimana, o vuole capire l’origine di questo hype improvviso,
Land of Sin si sta
rapidamente affermando come una delle scelte più interessanti del
momento.
La serie thriller
internazionale di NetflixUnfamiliar si è
rapidamente affermata come il titolo televisivo più visto al mondo
sulla piattaforma, superando colossi come Bridgerton e The Lincoln
Lawyer. I dati di FlixPatrol aggiornati al 10 febbraio 2026 mostrano Unfamiliar in testa alle classifiche
globali di streaming su Netflix, consolidando il suo successo a
poche settimane dall’uscita.
La
serie, composta da sei
episodi e disponibile dal 5 febbraio 2026, ha conquistato la vetta
delle classifiche in 24
Paesi, tra cui Argentina, Brasile, Polonia, Ucraina,
Uruguay e Venezuela, contribuendo alla sua crescita globale.
Nonostante in Stati
Uniti la serie sia stabile nella top 10 (attualmente al
quarto posto), la sua performance internazionale la rende un
fenomeno di pubblico in diverse aree del mondo.
Una spy story internazionale con profondità emotiva
Unfamiliar racconta la
storia di due ex spie
sposate, Simon e Meret Schäfer, che gestiscono una safe house a
Berlino,
Germania. Dopo che la loro copertura viene compromessa da segreti
del passato, la coppia si ritrova costretta a fuggire, affrontando
minacce di servizi di intelligence, assassini e tradimenti interni
mentre cerca di proteggere la propria famiglia e il proprio
matrimonio.
L’approccio internazionale della serie — disponibile con doppiaggio
e sottotitoli in molte lingue — ha decisamente ampliato il suo
pubblico, aiutando Unfamiliar a raggiungere un successo globale prima
impensabile per una serie di origini tedesche.
Risposta critica e futuro della serie
Oltre al successo nei dati d’ascolto, Unfamiliar ha ricevuto riscontri positivi dal pubblico:
mantiene un buon punteggio su piattaforme come Rotten Tomatoes e
IMDb, indice di un coinvolgimento ampio e favorevole tra gli
spettatori. Sebbene il panorama di Netflix nel 2026 sia
competitivo, con nuovi arrivi e ritorni attesi, Unfamiliar sembra destinata a restare
nella Top 10 per diverse settimane.
Il fenomeno di Unfamiliar dimostra come nuove serie — anche non
anglofone — possano affermarsi su scala globale grazie a storie
coinvolgenti, profili internazionali e disponibilità multilingue su
una piattaforma globale come Netflix.
Il
gioco è ufficialmente iniziato per Young Sherlock. La nuova
serie prequel di Prime Video dedicata al celebre detective
creato da Arthur Conan Doyle ha debuttato con un perfetto 100% su
Rotten Tomatoes, un risultato che sta già facendo discutere nel
panorama delle serie crime e mystery.
La
serie in 8 episodi segue uno Sherlock ancora giovane, interpretato
da Hero Fiennes Tiffin, descritto come
“grezzo e non filtrato”, accusato di un omicidio avvenuto
all’Università di Oxford. Per dimostrare la propria innocenza, il
futuro detective si allea con un compagno di studi, James Moriarty
(Dónal Finn), dando il via a un’indagine che porta alla luce una
cospirazione ben più ampia.
Come riportato da ScreenRant, al momento sono state conteggiate
sette recensioni, motivo per cui il punteggio potrebbe scendere con
l’arrivo di nuove valutazioni. Tuttavia, si tratta di un esordio
estremamente positivo, soprattutto considerando il confronto con le
precedenti trasposizioni televisive e cinematografiche del
personaggio.
Young Sherlock supera anche la serie BBC con Benedict
Cumberbatch
Con il suo 100% iniziale, Young Sherlock si posiziona tra le
migliori serie TV dedicate a Sherlock Holmes. Il celebre
Sherlock della BBC con
Benedict Cumberbatch vanta infatti una
media complessiva del 78% su Rotten Tomatoes, con le prime tre
stagioni rispettivamente al 93%, 94% e 91%.
Il risultato della serie Prime Video supera anche Sherlock & Daughter (77%) e si affianca al
100% della produzione giapponese Miss Sherlock del 2018. Va sottolineato che la nuova
serie si basa sui romanzi Young Sherlock Holmes di Andrew Lane, e non
direttamente sulle opere originali di Conan Doyle, pur mantenendo
elementi iconici del personaggio.
Il progetto segna inoltre il ritorno di Guy Ritchie al franchise
dopo quasi 15 anni. Il regista, già dietro ai film con
Robert Downey Jr. e Jude
Law (valutati rispettivamente 70% e 60% su Rotten
Tomatoes), torna come produttore esecutivo e regista di alcuni
episodi. Si tratta, almeno per ora, del suo progetto sherlockiano
con il punteggio più alto.
Il cast include anche Zine Tseng, Joseph Fiennes, Natascha McElhone, Colin Firth e Max Irons, mentre Matthew
Parkhill ricopre il ruolo di showrunner.
Tutti e otto gli episodi di Young Sherlock debutteranno su Prime Video il 4 marzo.
Resta ora da vedere se anche il pubblico confermerà l’entusiasmo
della critica e se la piattaforma procederà rapidamente con un
rinnovo per la seconda stagione.
La
prossima serie fantascientifica di Apple
TV+, Neuromancer, si prepara a
riportare sul piccolo schermo l’immaginario cyberpunk che ha reso
immortale Matrix.
Non si tratta di un semplice paragone suggestivo: l’adattamento del
celebre romanzo di Neuromancer
rappresenta, di fatto, la messa in scena delle fondamenta teoriche
su cui i Wachowski costruirono l’universo di Matrix.
Sebbene il film con Keanu
Reeves sia diventato uno dei titoli più
iconici della storia del cinema, il suo mondo non ha mai trovato
una vera continuità seriale capace di raggiungere lo stesso impatto
culturale. Con Neuromancer, Apple TV+ ha ora l’occasione di colmare
quel vuoto.
Come Neuromancer ha
ispirato Matrix
Pubblicato nel 1984, Neuromancer è considerato uno dei testi fondativi del
cyberpunk. Nel romanzo, i personaggi si collegano a una
rappresentazione fisica dei flussi di dati di un computer, chiamata
esplicitamente “matrix”. Il protagonista Case, hacker esperto,
viene coinvolto in una missione insieme a una donna enigmatica,
Molly: parallelismi con Neo e Trinity che risultano oggi
evidenti.
Le somiglianze non si fermano alla terminologia. L’idea di una
realtà digitale navigabile, la fusione tra corpo umano e tecnologia
e il rapporto ambiguo tra uomo e macchina sono concetti che
Matrix ha reso popolari,
ma che affondano le radici proprio nell’opera di Gibson.
L’adattamento di Apple TV+ ha quindi l’opportunità di raccontare,
per la prima volta in forma seriale, la vera origine di
quell’immaginario.
Cosa aspettarsi dalla serie Apple TV+
Il primo teaser di Neuromancer ha già mostrato alcuni elementi chiave
dell’estetica cyberpunk: città oscure, luci al neon e ambientazioni
decadenti, come il celebre bar Chatsubo, luogo simbolo del romanzo.
Tutto lascia pensare a una serie visivamente coerente con il
genere, ma senza limitarsi a imitare l’estetica di Matrix.
La vera sfida, però, sarà un’altra. Quando Neuromancer uscì negli anni ’80, le sue idee
erano radicalmente nuove. Oggi, dopo decenni di cinema e
televisione influenzati proprio da quelle intuizioni, Apple TV+
dovrà evitare l’effetto déjà-vu e trovare un linguaggio capace di
rendere nuovamente rivoluzionario ciò che il pubblico crede di
conoscere già.
Secondo le prime informazioni, Neuromancer è attesa su Apple TV+ nel corso del 2026. Se riuscirà a
distinguersi senza risultare derivativa, la serie potrebbe non solo
riportare il cyberpunk al centro della serialità contemporanea, ma
anche mostrare da dove tutto è davvero iniziato.
HBO inaugura la sua nuova limited series crime con
risultati incoraggianti: DTF St. Louis, thriller dalle
sfumature dark comedy con Jason Bateman protagonista, ha
debuttato con un solido 87% di gradimento su Rotten Tomatoes, sulla
base delle prime recensioni della critica. Un punteggio che
conferma l’interesse attorno a una produzione che sceglie di
sovvertire le regole classiche del whodunit per esplorare territori
più psicologici e intimisti.
Creata e diretta da Steven Conrad, la
serie racconta un triangolo amoroso tra tre adulti alle prese con
la crisi della mezza età, dinamica che finirà per sfociare in un
omicidio. Ambientata nei sobborghi di St. Louis, la serie è
composta da sette episodi e mescola tensione, malinconia e umorismo
nero, cifra stilistica che caratterizza da tempo il lavoro di
Conrad.
Accanto a Bateman figurano David Harbour e Linda
Cardellini, completando un cast di alto
profilo che ha contribuito in modo determinante alle prime
valutazioni positive. I critici hanno lodato in particolare le
interpretazioni, il tono controllato e la costruzione narrativa
lenta ma stratificata, capace di costruire tensione senza affidarsi
a colpi di scena facili.
Più dramma psicologico che classico whodunit: la firma autoriale di
Steven Conrad
Le recensioni mettono in luce un aspetto centrale: DTF St. Louis non è un tradizionale
giallo investigativo. Alcuni osservatori sottolineano come
l’elemento dell’indagine sia quasi secondario rispetto all’analisi
dei personaggi e delle loro fragilità. La serie sembra interessata
meno alla domanda “chi è stato?” e più al “perché è successo?”,
concentrandosi sul progressivo deterioramento delle relazioni.
Jason Bateman interpreta Clark Forrest, un
meteorologo coinvolto nella vita domestica di Floyd Smernitch
(David Harbour), traduttore ASL per una stazione
televisiva locale, e della moglie Carol (Linda
Cardellini). Il triangolo sentimentale e le tensioni
latenti diventano il motore narrativo della serie, che esplora
l’ordinario trasformato in tragedia attraverso scelte sbagliate e
desideri repressi.
Il percorso di Bateman, già apprezzato per le sue performance in
Ozark e Arrested Development,
trova qui una continuità stilistica: personaggi moralmente ambigui,
ironia sottile e una progressiva discesa nell’oscurità. Harbour,
noto al grande pubblico per Stranger Things, è stato
indicato da diversi critici come il cuore emotivo della serie,
mentre Cardellini offre una prova stratificata e misurata.
La poetica di Steven Conrad, già evidente in progetti come
Patriot e nei film
The Secret Life of Walter
Mitty e The Pursuit of
Happyness, emerge con chiarezza: umorismo deadpan,
malinconia e studio dei personaggi prevalgono sulla costruzione di
un mistero convenzionale. È proprio questa scelta a rendere
DTF St. Louis un
prodotto divisivo per chi si aspetta un classico thriller
investigativo, ma particolarmente interessante per chi cerca una
riflessione più ampia sulle fragilità umane.
DTF St. Louis debutta su
HBO e su HBO
Max domenica 1° marzo 2026, con episodi
distribuiti settimanalmente.
È in lavorazione una nuova serie
dal creatore di Peaky
Blinders, che sembra essere un eccellente seguito di
Succession.
Steven Knight è uno sceneggiatore cinematografico
e televisivo che ha lavorato a progetti come Eastern Promises e
Locke, e che è pronto a scrivere il prossimo film di James
Bond. Peaky Blinders rimane ancora il fiore
all’occhiello della sua carriera.
Il prossimo progetto di
Steven Knight si intitola House
of Guinness e sarà trasmesso in anteprima su
Netflix il 25 settembre 2025. La serie sarà
ambientata nella Dublino e nella New York del XIX secolo e ruoterà
attorno alla famiglia Guinness dopo la morte di Sir Benjamin
Guinness, che ereditò il birrificio Guinness e divenne l’uomo più
ricco d’Irlanda.
La trama della serie descrive che
seguirà “l’impatto di vasta portata della sua volontà sul destino
dei suoi quattro figli adulti Arthur, Edward, Anne e Ben”, creando
evidentemente un dramma familiare simile a Succession.
I quattro membri principali del
cast sono Anthony Boyle (Masters of the Air) nel
ruolo di Arthur Guinness, Louis Partridge (Enola
Holmes) nel ruolo di Edward Guinness, Emily Fairn
(Saturday Night) nel ruolo di Anne Plunket e Fionn
O’Shea (Normal People) nel ruolo di Benjamin Guinness.
Cosa significa la rivelazione di The House Of Guinness
Da grande appassionato di
Peaky Blinders, Succession e avendo visitato la
fabbrica della Guinness, non posso fare a meno di provare un certo
entusiasmo personale per questo titolo. Steven Knight ha avuto una
carriera piuttosto altalenante, ma sono sicuramente disposto a
dargli una possibilità grazie al cast e alla trama.
Non conosco bene tutti i membri del
cast, ma alcuni nomi di spicco sono James Norton, Fionn
O’Shea e Michael McElhatton. Non vedo l’ora di farmi
sorprendere dagli altri e di avere questo titolo per ingannare
l’attesa fino all’uscita del film Peaky Blinders il prossimo
anno.
La
nuova numero uno di Netflix, La sua verità (His
& Hers),
è stata presentata come un classicothriller
psicologico,
ma puntata dopo puntata rivela una natura diversa e più
disturbante. Dietro l’impianto da giallo e il racconto a incastri,
la serie tratta dal romanzo diAlice Feeney
si configura sempre più chiaramente comeuno slasher in
incognito,
capace di sorprendere il pubblico generalista proprio grazie a
questa ambiguità di genere.
Dopo aver scalzato rapidamente altri titoli di punta dalla vetta
della classifica,
La sua verità (His
& Hers) si è imposto come uno dei fenomeni
più discussi del momento. La serie segue la giornalista Anna,
interpretata da Tessa
Thompson, che torna nella sua città natale
ad Atlanta per indagare su un omicidio. Parallelamente, il
detective Jack Harper, interpretato da Jon
Bernthal, conduce un’indagine che
finisce per intrecciarsi pericolosamente con il passato della
stessa Anna.
Perché
La sua verità (His
& Hers)è uno slasher a tutti gli
effetti
Man mano che la storia avanza e il mistero si infittisce, la serie
abbandona progressivamente i codici del thriller psicologico per
abbracciare quelli dello slasher classico. Le uccisioni diventano sempre più
elaborate e violente, l’identità dell’assassino resta nascosta fino
alla
rivelazione finale e il movente affonda le radici in un trauma
del passato, legato a episodi di bullismo e abusi rimasti impuniti.
Elementi che richiamano apertamente la struttura di molti slasher
cinematografici, dove la vendetta diventa il motore narrativo
principale.
Il finale, pur adottando una risoluzione da whodunit, rafforza
ulteriormente questa lettura. La scoperta del colpevole e delle sue
motivazioni trasforma retroattivamente l’intera stagione in una
caccia sanguinosa, più vicina allo spirito di titoli come
Friday the
13th o Cherry Falls che a un tradizionale crime
televisivo.
La scelta di non
dichiarare apertamente la natura slasher della serie
appare tutt’altro che casuale. La storia della serialità televisiva
dimostra infatti come questo sottogenere abbia spesso faticato a
trovare un pubblico stabile, alternando cult di nicchia a
cancellazioni premature. Presentare
La sua verità (His
& Hers) come un thriller psicologico ha
permesso alla serie di agganciare un pubblico più ampio, per poi
sorprenderlo con una deriva horror sempre più esplicita.
Il successo della serie dimostra così una verità interessante:
gli slasher funzionano
ancora, ma per conquistare il grande pubblico televisivo
hanno bisogno di una nuova veste.
La sua verità (His
& Hers) riesce nell’impresa proprio perché
nasconde la sua anima più violenta dietro una patina da prestige
thriller, rivelando solo alla fine la sua vera identità.
La
collocazione temporale esatta di Star Trek: Starfleet
Academy è finalmente stata chiarita. La
risposta arriva da un dettaglio apparentemente secondario: un file
personale di un ufficiale della Flotta Stellare. Dopo un debutto
accolto positivamente dai fan e certificato Certified Fresh su Rotten Tomatoes, la nuova
serie di Paramount+ trova ora una
posizione precisa nella complessa timeline di Star Trek.
I
primi due episodi non indicavano uno Stardate esplicito,
limitandosi a un generico “Quindici anni dopo” rispetto al prologo
in cui il giovane Caleb Mir viene separato dalla madre Anisha Mir.
Era chiaro che la serie fosse ambientata dopo Star Trek:
Discovery, ma senza riferimenti cronologici
definitivi.
Quando è ambientata Star Trek: Starfleet Academy
A
fare chiarezza è stato Jörg Hillebrand, noto ricercatore della lore
di Star Trek già coinvolto in Star Trek:
Picard – stagione 3. Analizzando il file
della Comandante Lura Thok, letto dal personaggio di Nahla Ake,
emergono due dati fondamentali: anno di nascita ed età.
Lura Thok, ibrida Klingon/Jem’Hadar, è nata nel 3145 e ha 50 anni.
Questo colloca l’inizio della prima stagione di Starfleet Academy nel
3195. Si tratta
di quattro anni dopo la fine della
quinta stagione di Discovery, ambientata nel 3191, e sette anni dopo
l’arrivo di Michael Burnham nel 32° secolo nel 3188.
Il prologo e il passato di Caleb Mir
Risalendo a ritroso, il file carcerario di Caleb Mir indica che il
personaggio ha 21 anni nel 3195, il che significa che è nato nel
3174. Di conseguenza, il prologo della serie — che mostra la
separazione tra Caleb e sua madre — è ambientato nel
3180.
È
nello stesso anno che Nahla Ake abbandona la Flotta Stellare in
segno di protesta contro la decisione della Federazione dei Pianeti
Uniti di separare una madre da suo figlio, un evento che avrà un
peso centrale nello sviluppo narrativo della serie.
L’età di Nahla Ake e i grandi eventi storici
Il 3195 consente anche di definire con precisione l’età della
Cancelliera dell’Accademia. Nahla Ake, metà Lanthanite, ha 422
anni: questo colloca la sua nascita nel 2773, nel 28° secolo. Un dettaglio che
implica la sua possibile presenza durante eventi chiave come le
Guerre Temporali e il Burn, rafforzando il legame tra
Starfleet Academy e la
storia più ampia dell’universo di Star Trek.
Inizialmente si pensava che la serie fosse ambientata intorno al
3192, ma la data del 3195 crea una distanza narrativa più marcata
rispetto a Discovery. A
meno di future contraddizioni on-screen, Star Trek: Starfleet Academy si colloca
dunque dopo quelli che sarebbero stati gli eventi di un’ipotetica
sesta stagione di Discovery e delle successive missioni della USS
Discovery-A.
Uno dei
progetti televisivi più attesi dell’anno ha finalmente debuttato in
streaming, ma la reazione degli spettatori è molto diversa da
quella della critica. Cape
Fear, il nuovo thriller psicologico prodotto da
Steven Spielberg per Apple
TV+, sta infatti ricevendo giudizi contrastanti da parte del
pubblico, trasformandosi rapidamente in una delle serie più
discusse delle ultime settimane.
La serie,
disponibile dal 5 giugno, rappresenta una nuova reinterpretazione
di The Executioners, il romanzo di John D. MacDonald
pubblicato nel 1957 che ha già ispirato due celebri adattamenti
cinematografici: quello del 1962 e il più noto Cape Fear – Il
promontorio della paura diretto da Martin Scorsese nel 1991 con Robert De Niro.
Questa nuova
versione televisiva è stata sviluppata da Nick Antosca e vede
Javier Bardem nei panni del pericoloso
Max Cady. Al suo fianco troviamo Amy
Adams e Patrick Wilson nei ruoli di Anna e Tom Bowden,
la coppia che si ritrova perseguitata dall’uomo dopo la sua
scarcerazione. La premessa resta fedele allo spirito dell’opera
originale: un passato che ritorna improvvisamente per distruggere
una famiglia apparentemente perfetta.
Nonostante il
prestigio dei nomi coinvolti, le prime reazioni del pubblico non
sono state unanimi. Su Rotten Tomatoes la serie ha esordito con un
punteggio sensibilmente inferiore rispetto a quello assegnato dalla
critica specializzata, segnale che il progetto sta suscitando
opinioni molto diverse tra gli spettatori.
Javier Bardem conquista tutti, ma
la struttura della serie divide gli spettatori
Se c’è un
elemento sul quale critica e pubblico sembrano concordare, è la
performance di Javier Bardem. L’attore spagnolo viene indicato da
molte recensioni come il vero punto di forza della serie, grazie a
una versione di Max Cady inquietante, carismatica e
imprevedibile.
Molti critici
hanno inoltre apprezzato il lavoro svolto da Nick Antosca
nell’espandere la storia originale, approfondendo le dinamiche
interne della famiglia Bowden e offrendo maggiore spazio ai figli
della coppia. Rispetto ai film precedenti, infatti, la serie
utilizza il formato televisivo per esplorare con più calma i
rapporti familiari e le fragilità emotive dei protagonisti.
Proprio
questa scelta, però, sembra rappresentare il principale motivo di
divisione. Una parte del pubblico ritiene che la storia non
giustifichi una durata di dieci episodi e che il ritmo finisca per
rallentare eccessivamente la tensione. Alcuni spettatori hanno
definito la narrazione troppo dilatata rispetto agli adattamenti
cinematografici, mentre altri hanno apprezzato proprio la
possibilità di approfondire personaggi e sottotrame che nei film
avevano avuto meno spazio.
Dietro le
discussioni sul ritmo si nasconde in realtà una questione più
interessante. Cape Fear non cerca semplicemente di
replicare i film che l’hanno preceduta, ma prova a trasformare il
materiale originale in un thriller psicologico più complesso e
contemporaneo. La minaccia rappresentata da Max Cady diventa così
il catalizzatore di problemi che esistevano già all’interno della
famiglia Bowden, mettendo in discussione l’immagine di perfezione
che i protagonisti hanno costruito nel corso degli anni.
Con nuovi episodi in arrivo ogni
settimana fino al 31 luglio, resta da capire se il giudizio del
pubblico cambierà nel corso della stagione. Per il momento, però,
Cape Fear sembra aver raggiunto un risultato che spesso
accompagna le produzioni più ambiziose: dividere gli spettatori e
alimentare il dibattito. E in un panorama televisivo sempre più
affollato, non è necessariamente una cattiva notizia.
Il
ritorno di una delle serie crime-legal più amate di Netflix ha dato vita a uno dei migliori binge-watch da una notte per il
weekend 6–8 febbraio 2026. Stiamo parlando della
quarta stagione di The Lincoln
Lawyer, composta da 10 episodi e già in fortissima ascesa
nelle classifiche globali della piattaforma.
Basata sui romanzi di Michael
Connelly, autore della celebre saga di
Bosch, la
serie si conferma uno dei titoli crime più solidi e coinvolgenti
del catalogo Netflix. Una visione praticamente obbligata per chi
ama thriller giudiziari, indagini serrate e protagonisti moralmente
ambigui.
The Lincoln Lawyer 4 è
appena arrivata su Netflix: di cosa parla
La
quarta stagione di
The Lincoln
Lawyer è approdata su Netflix giovedì 5 febbraio 2026, inserendosi
in un weekend particolarmente ricco di nuove uscite thriller,
insieme a titoli come Unfamiliar (6 episodi), Cash Queens (8 episodi) e Salvador (8 episodi).
Sviluppata per la televisione da David E.
Kelley – già creatore di serie acclamate
come Big Little Lies e
Presumed Innocent –
The Lincoln Lawyer segue
le vicende dell’avvocato difensore Mickey Haller, interpretato da
Manuel
Garcia-Rulfo. Un professionista brillante e
spregiudicato che affronta casi complessi a Los Angeles, lavorando
direttamente dalla sua iconica Lincoln.
La saga era già stata adattata per il cinema nel 2011 con
The Lincoln
Lawyer, interpretato da Matthew
McConaughey, ma è con la serialità che
l’universo narrativo di Connelly ha trovato la sua forma più
efficace.
Al momento della pubblicazione, la stagione 4 è già al #2 nella classifica globale
Netflix, sia a livello mondiale sia negli Stati Uniti.
Dopo aver superato il lungo successo virale His & Hers, la serie è attualmente dietro solo
alla prima parte di Bridgerton – Stagione
4.
Tutti e 10 gli episodi di
The Lincoln Lawyer 4 si
possono vedere in una notte
Per chi ha già visto le prime tre stagioni, questo è
il momento ideale per
tuffarsi subito nella nuova stagione. I 10 episodi hanno
una durata compresa tra 45 e 56 minuti, rendendo realistico – seppur
impegnativo – completarli in un’unica lunga notte di binge-watching.
La serie è anche un investimento sicuro per i nuovi spettatori:
una
quinta stagione è già in sviluppo, e l’ampia
bibliografia di Michael Connelly lascia spazio a molte altre
stagioni future. Sul fronte critico, The Lincoln Lawyer gode di un ottimo
riscontro, con un 90% su
Rotten Tomatoes, e un impressionante 100% per la terza stagione.
Se ti consideri un appassionato di crime thriller e legal drama,
difficilmente troverai una nuova serie migliore da divorare questo weekend su
Netflix. The Lincoln
Lawyer 4 punta apertamente al primo posto nelle classifiche
mondiali: il binge perfetto è appena iniziato.
Dopo l’infelice sorte della sua
preziosa Lamborghini in occasione del salvataggio di Mr. Reese, il
viziato e facoltoso Bruce Wayne ha pensato bene di sostituire il
veicolo distrutto con un altro di altrettanto valore…
I primi due episodi di
Alien: Pianeta Terra (qui
la nostra recensione) stanno per uscire e Noah
Hawley e la star principale Sydney
Chandler hanno rivelato la principale fonte di ispirazione
per il personaggio principale della serie. Creata dal veterano di
Fargo, è la prima serie TV del franchise di
Alien, ambientata due anni prima del film
originale di Ridley Scott.
La serie si concentra su un gruppo
eterogeneo di soldati che indagano sullo schianto di un’astronave
sulla Terra, che ospitava una serie di specie extraterrestri. Tra
il cast di Alien: Pianeta
Terra c’è Chandler nei panni di Wendy, il primo ibrido
dell’universo, un’umana la cui coscienza viene trasferita in un
corpo sintetico.
Durante un’intervista con
TVLine, sia Chandler che Hawley hanno discusso della
creazione di Wendy in Alien: Pianeta
Terra. Il duo ha rivelato che la protagonista della
serie è in realtà un mix dei due personaggi più iconici del
franchise, Ripley di Sigourney Weaver e Newt di Aliens,
sia nel suo comportamento “presente” che nella sua natura
infantile. Ecco cosa hanno spiegato Chandler e Hawley qui
sotto:
Chandler: Noah Hawley è riuscito
a scrivere un personaggio molto, molto stratificato, un passo
avanti all’altro, in Wendy. È molto presente, cosa che credo si
percepisca dalla Ripley di Sigourney Weaver. È molto “vivi minuto
per minuto”, “non pensare troppo al futuro” e “lascia il passato
alle spalle, eccoci qui”. C’è una logica in questo che non ti
aspetti da un bambino, ma i bambini ce l’hanno. Credo che Noah,
guardandolo scrivere di bambini, abbia così tanto rispetto e
curiosità per come funziona la mente di un bambino. È una novità…
poter interpretare un personaggio che non è scritto sulla pagina,
tipo “Una lacrima le cade dagli occhi” o “Gli corre tra le braccia
e sviene”. Si arrabbia, o tenta di sferrare un pugno, il che è
divertente e stimolante.
Hawley: In un certo senso,
[Newt] racconta molto di chi è Wendy, giusto? È una bambina nel
corpo di un adulto… Non c’è nessuno più umano di una bambina,
giusto? Non sanno fingere di non avere paura. Sono pessimi
bugiardi. E guardano anche il mondo e vedono le cose che noi
abbiamo appena imparato ad accettare. Il personaggio di Sigourney
non era un’eroina d’azione. Era una camionista spaziale, che stava
letteralmente riportando un carico sulla Terra ed è stata
all’altezza della situazione. Avendo realizzato una serie chiamata
Fargo sul potere della decenza sul male, penso che Wendy sia
intrinsecamente una persona perbene, e prospererà proprio per
questo.
In linea con quanto affermato da
Hawley sul ruolo originale di Ripley nel franchise di
Alien, non c’è mai stato un protagonista nella
serie che fosse specificamente addestrato per affrontare una
minaccia come gli Xenomorfi. Per cominciare, Shaw, interpretata da
Noomi Rapace in Prometheus, era un’archeologa la cui fede
e ambizione alla fine portarono lei e il suo equipaggio alla
disfatta.
Invece, in Alien:
Covenant, Daniels, interpretata da Katherine Waterston, è il
responsabile della terraformazione per il gruppo di coloni, mentre
Rain, interpretata da Cailee Spaeny, e il resto del cast di
Romulus erano giovani coloni spaziali in cerca di una vita
migliore. C’erano sicuramente personaggi secondari preparati che si
facevano avanti per aiutare, come il Caporale Hicks, interpretato
da Michael Biehn, ma anche loro venivano spesso
uccisi.
In quanto tale, le descrizioni di
Wendy fatte da Chandler e Hawley la rendono una delle protagoniste
più singolari della serie. Essendo stata addestrata da Kirsh,
interpretato da Timothy Olyphant, probabilmente
avrà le capacità di combattimento necessarie per affrontare le
varie creature di Alien: Pianeta
Terra, anche se la sua coscienza infantile sicuramente
presenterà diverse discussioni morali sugli Xenomorfi.
È stata annunciata ufficialmente la
nuova edizione del Laterale Film Festival,
rassegna internazionale non competitiva di arte cinematografica
promossa dall’Associazione Culturale Laterale. La
settima edizione della manifestazione avrà luogo nei giorni
1, 2 e 3 settembre negli spazi del Cinema
San Nicola di Cosenza.
Laterale si
conferma come uno degli appuntamenti più interessanti del panorama
festivaliero italiano e non solo. Un evento culturale che si
propone di valorizzare cortometraggi innovativi e originali di
giovani autori, senza trascurare le sperimentazioni dei grandi
maestri.
“Guardando cadere
filmando” è lo slogan che identifica la nuova edizione, un
invito a immergersi in acque profonde alla scoperta delle migliori
produzioni audiovisive contemporanee. «Ché l’invisibile sta al
fondo delle cose.»
L’organizzazione interna del
festival non è gerarchica e non prevede la presenza di un unico
direttore artistico, piuttosto la partecipazione di una serie di
curatori che operano nella convinzione che la
qualità non sia misurabile. Non sono previsti premi o giurie;
prevale invece una logica di scambio e di
condivisione, che ha ottenuto nel tempo la
risposta entusiasta da parte di cineasti e pubblico.
Essenzialità e precisione si
riflettono anche nell’artwork di questa edizione,
a cura dell’artista cosentina Silvia Cuconati:
un’opera minimalista che, rifiutando rappresentazioni figurative,
sembra delineare un moto di caduta libera. In
fondo, cos’è un film se non una cascata di fotogrammi che non si
possono fermare? «Se è vero che l’arte non nasce per insegnare
qualcosa, può comunque lasciare un segno, e un segno non è altro
che la traccia degli echi di un punto che riverbera sul piano»,
sottolineano gli organizzatori.
L’esperienza di fruizione
laterale non si limiterà alla visione dei film
selezionati: il festival inizierà prima delle proiezioni e
proseguirà successivamente. Infatti, gli spettatori avranno la
possibilità di godere delle consuete mostre curate
dall’associazione Laterale, che arricchiranno l’atmosfera
in sala offrendo un coinvolgimento completo e stimolante. Nelle
prossime settimane verrà annunciata la Selezione Laterale
2023.
L’ultimo aggiornamento su The
Batman 2 annuncia una nuova aggiunta al cast e alla
troupe che lavora al film, e tale aggiunta sembra promettente per
il sequel DC e la sua trama. Sebbene l’uscita di The Batman 2 sia stata rinviata al 2027, i fan rimangono
entusiasti come sempre di vedere cosa riserva il prossimo capitolo
della storia di Batman interpretato da Robert Pattinson, soprattutto dopo una serie
di recenti rivelazioni.
Sebbene le voci secondo cui Erik
Messerschmidt, direttore della fotografia famoso per aver lavorato
con David Fincher in film come Mindhunter, The Killer e Mank, che
gli sono valsi l’Oscar per la migliore fotografia, avrebbe lavorato
a The Batman 2 sembrassero inizialmente semplici voci, gli ultimi
aggiornamenti sulla questione suggeriscono certamente il
contrario.
Il regista di Batman 2,
Matt Reeves, ha risposto ai post sul possibile ingaggio di Erik
Messerschmidt per il sequel del film DC confermandoli,
affermando esplicitamente su X che:
“Questa… è una storia vera. Andiamo Erik…”
L’Oscar vinto dal direttore della
fotografia parla da sé, ma vale anche la pena notare che Erik
Messerschmidt ha già esperienza con progetti sui supereroi,
avendo lavorato in precedenza a Legion e successivamente
come direttore della fotografia dietro un spot pubblicitario
particolarmente avvincente per Batman: Arkham Shadow del
2024.
La carriera di Erik
Messerschmidt fa ben sperare per The Batman 2
Sebbene l’esperienza di Erik
Messerschmidt con il genere dei supereroi nel suo complesso
dovrebbe tornare utile alla creatività di The Batman 2,
soprattutto considerando che include alcuni precedenti con Batman
stesso, anche le varie produzioni a cui Messerschmidt ha lavorato
nel corso della sua carriera sono promettenti in termini di
garanzia di una vasta esperienza cinematografica a cui
attingere.
Dato che molti di questi progetti
sono stati decisamente lodati per la loro qualità artistica e
cinematografica, come nel caso di Mindhunter e Fargo,
è facile capire perché Matt Reeves abbia espresso entusiasmo per
l’ingresso di Erik Messerschmidt nel team e come questo possa
rivelarsi molto vantaggioso per The Batman 2.
La notte più corta, il nuovo format di QVC
Italia, in onda con un nuovo episodio ogni mercoledì a partire dal 22 febbraio sul
canale QVC, 32 del Digitale Terrestre e tivùsat, vedrà protagonisti
i cortometraggi più interessanti che hanno preso parte al contest,
appena concluso,
La ricerca nel quotidiano, ideato da QVC con
Fondazione Umberto Veronesi, Casta Diva Pictures,
e Zooppa e rivolto a giovani videomaker.
Le
dieci puntate dalla durata di mezz’ora, saranno condotte in fascia
notturna, dall’1:00 alle 1:30, dalla presenter Roberta Nanni, con
la partecipazione del Prof. Dominic Holdaway, assegnista di ricerca
e docente all’Università di Bologna, che avrà il compito di
introdurre e commentare i cortometraggi in onda.
Ogni
episodio de La notte più corta sarà incentrato su una particolare
tematica:
Mercoledì 22 febbraio: la
Madre
Il nostro piccolo segreto e
Maria
Mercoledì 1 marzo: il
Viaggio
Il Viaggio, I
Viaggiatori, Lost in the space e Retro
Mercoledì 8 marzo: le
Rivelazioni
Frontiers, Denominateur
commun e Maria
Mercoledì 15 marzo:
l’Equilibrio
Caccia al tesoro, La
formula della Vita e Tutto a posto
Mercoledì 22 marzo: la
Paura
Deniminateur commun,
Colore e Galileo
Mercoledì 29 marzo: Essere
altro
Butterfly e
Maria
Mercoledì 5 aprile: le
Relazioni
Frontiers, I
viaggiatori, Just a little story, A friend e
Denominateur commun
Mercoledì 12 aprile: le
Abitudini
Piccoli grandi eroi, Di
là e Galileo
Mercoledì 19 aprile: Tornare
indietro
Il nostro piccolo segreto e
Retrò
Mercoledì 26 aprile: le
Barriere
Lost
in the space, E’ umana, Moto di rivoluzione e
Denominateur commun
Il
nuovo programma La notte più corta, insieme anche al contest La
ricerca nel quotidiano, esprimono due aspetti che fanno parte del
DNA di QVC: il primo è la scoperta e lo storytelling che sono
l’essenza del retailer, dove ogni giorno è possibile trovare e
vivere nuove storie, attraverso lo shopping; il secondo è l’impegno
costante nel promuovere i talenti e le idee e sostenere progetti
sociali, utilizzando sempre linguaggi diversi.
Quando si parla di polizieschi urbani degli
anni Duemila, La notte
non aspetta (Street
Kings) occupa un posto particolare. Diretto da
David Ayer, autore
che ha costruito gran parte della propria carriera raccontando il
lato più oscuro delle forze dell’ordine americane, il film mette in
scena una Los Angeles corrotta, violenta e dominata da un sistema
in cui il confine tra poliziotti e criminali diventa sempre più
sfumato.
Al
centro della storia troviamo il detective Tom Ludlow, interpretato da Keanu
Reeves, un agente abituato a piegare le regole pur di
ottenere risultati e convinto di operare per una giusta causa. Il
finale del film rappresenta il momento in cui tutte le illusioni di
Ludlow crollano definitivamente.
Quello che inizialmente sembra un
thriller sulla lotta contro la criminalità si trasforma
progressivamente in una riflessione molto più complessa sul potere,
sulla corruzione istituzionale e sul prezzo morale delle proprie
azioni. Comprendere davvero il finale di La notte non aspetta significa andare
oltre la semplice rivelazione del colpevole e analizzare ciò che il
film vuole raccontare riguardo alla natura stessa dell’autorità e
della giustizia.
Come La notte
non aspetta si inserisce nella tradizione dei polizieschi corrotti
di David Ayer e nella carriera di Keanu Reeves
Fin dai suoi primi lavori, David Ayer ha mostrato una particolare ossessione
per il rapporto tra legge e illegalità. Film come Training
Day, da lui sceneggiato, oppure End of
Watch, diretto qualche anno dopo, esplorano ambienti
in cui gli agenti di polizia operano costantemente in una zona
grigia.
In questo contesto, La
notte non aspetta rappresenta uno dei suoi lavori più
espliciti nel mettere in discussione il mito del poliziotto eroico.
Anche la scelta di Keanu Reeves
contribuisce alla forza del racconto. L’attore interpreta un
protagonista profondamente diverso dagli eroi limpidi che il
pubblico associa spesso alla sua immagine. Tom Ludlow è un uomo
devastato dalla perdita della moglie, incline alla violenza e
incapace di distinguere chiaramente il bene dal male.
Per gran parte del film continua a considerarsi un servitore della
giustizia, pur partecipando a un sistema fondato su intimidazioni,
coperture e abuso di potere. Questa ambiguità diventa il vero
motore narrativo dell’opera e prepara il terreno alla rivelazione
conclusiva, quando Ludlow scopre che la corruzione che sta cercando
di combattere non si trova ai margini del dipartimento, ma nel suo
stesso centro.
Cosa succede
nel finale di La notte non aspetta e perché la scoperta di Wander
cambia completamente il significato della storia
Nelle sequenze finali, Ludlow arriva finalmente a confrontarsi con
il capitano Jack
Wander, la figura che per anni ha rappresentato il suo
mentore e il suo punto di riferimento all’interno del dipartimento.
Dopo aver eliminato alcuni agenti corrotti e aver seguito una lunga
scia di indizi, il detective comprende che dietro ogni evento si
nasconde proprio Wander.
Lo scontro tra i due assume rapidamente una dimensione ideologica
oltre che fisica. Quando Ludlow scopre il messaggio che ordina la
sua eliminazione, capisce di essere diventato un problema per il
sistema che lui stesso ha contribuito a sostenere. Wander gli
rivela allora l’esistenza di un enorme patrimonio accumulato
attraverso tangenti, denaro della droga e beni sequestrati
illegalmente. Quel tesoro nascosto rappresenta, secondo il
capitano, la fonte del suo potere e la ragione per cui è riuscito a
costruire un’intera rete di fedeltà all’interno della polizia.
La rivelazione modifica completamente la prospettiva dello
spettatore. Per tutto il film Ludlow crede di inseguire alcuni
elementi corrotti che hanno tradito il distintivo. Nel finale
scopre invece che la corruzione è diventata il sistema stesso.
Wander non è una deviazione dell’istituzione: è il prodotto finale
di una cultura che ha smesso di riconoscere qualsiasi limite morale
alle proprie azioni. Da questo punto di vista, il vero colpo di
scena non consiste nell’identità del colpevole, ma nella presa di
coscienza del protagonista.
Il significato
del celebre “Siamo tutti cattivi, Tom” e la critica alla
giustificazione morale della violenza
La frase più importante dell’intero film arriva proprio durante il
confronto finale. Quando Ludlow chiede che fine abbia fatto l’idea
di arrestare semplicemente i criminali, Wander risponde: “Siamo
tutti cattivi, Tom”.
Questa battuta racchiude l’intera filosofia del personaggio. Wander
sostiene che nessuno possa considerarsi davvero innocente e che, di
conseguenza, le regole morali siano soltanto un ostacolo alla
sopravvivenza. Nel suo ragionamento, ogni individuo sfrutta il
sistema quando ne ha l’opportunità. I poliziotti, essendo
sottopagati e poco tutelati, avrebbero quindi il diritto di crearsi
autonomamente vantaggi e privilegi.
Il film mostra quanto questa logica sia pericolosa. Se si accetta
che ogni fine giustifichi i mezzi, qualsiasi abuso può essere
razionalizzato. Le tangenti diventano strumenti necessari, le
coperture tra colleghi si trasformano in atti di solidarietà e
perfino gli omicidi possono essere presentati come sacrifici
inevitabili. Wander è convinto di essere un benefattore perché
utilizza parte delle sue risorse per aiutare gli agenti in
difficoltà, ma il film evidenzia come questa convinzione nasconda
un enorme desiderio di controllo e dominio.
La tragedia di Ludlow nasce proprio da qui. Per anni ha creduto di
poter violare le regole mantenendo comunque una superiorità morale
rispetto ai criminali che arrestava. Il confronto con Wander gli
dimostra che quel percorso conduce inevitabilmente verso la stessa
corruzione che pretende di combattere.
Perché il
concetto della Thin Blue Line diventa una trappola e quali
implicazioni lascia il finale
Uno degli aspetti più interessanti di La notte non aspetta riguarda la
reinterpretazione del concetto della “Thin Blue Line”, l’idea
secondo cui la polizia rappresenterebbe la sottile linea che separa
la società dal caos.
Nel film questa espressione assume un significato molto più
inquietante. La linea non divide più l’ordine dalla criminalità, ma
separa i poliziotti dal resto della popolazione. Wander promuove
una mentalità fondata sul principio del “noi contro loro”, nella
quale gli agenti devono proteggersi reciprocamente a prescindere
dalle loro azioni.
Le conseguenze sono devastanti. In un sistema del genere, la
trasparenza scompare e il controllo democratico diventa
impossibile. Chi denuncia gli abusi viene considerato un traditore,
mentre chi li copre viene premiato. Wander sogna addirittura di
estendere il proprio potere oltre il dipartimento, arrivando a
diventare capo della polizia e successivamente sindaco di Los
Angeles. Questa ambizione rivela come la corruzione non abbia mai
un punto di arrivo: il potere tende continuamente ad
espandersi.
Il finale suggerisce quindi che il problema non riguarda soltanto
alcuni individui corrotti, ma una cultura istituzionale che rischia
di legittimare qualsiasi comportamento in nome della sicurezza e
dell’efficienza.
Cosa significa
davvero il finale di La notte non aspetta per il percorso di Tom
Ludlow e per il tema della giustizia
L’ultima parte del film non celebra la vittoria di un eroe. Al
contrario, mostra un uomo costretto a riconoscere le proprie
responsabilità. Sebbene Ludlow riesca a smascherare Wander e a
impedire che il suo piano continui, il detective non può cancellare
il passato né ignorare il ruolo che ha avuto nella costruzione di
quel sistema.
È
proprio questa consapevolezza a dare significato al finale. La
storia non parla della sconfitta di un criminale infiltrato nella
polizia, ma della distruzione di un’illusione. Ludlow comprende che
la giustizia non può esistere quando viene subordinata
all’interesse personale, anche se quest’ultimo viene presentato
come una causa nobile.
David Ayer evita
una conclusione trionfale perché vuole lasciare lo spettatore
davanti a una domanda scomoda: quanta corruzione siamo disposti ad
accettare quando viene giustificata come strumento per ottenere
risultati? La risposta del film è netta. Nel momento in cui le
regole vengono abbandonate per inseguire un obiettivo
apparentemente superiore, la differenza tra chi applica la legge e
chi la infrange inizia a svanire.
Per questo motivo il finale di La notte non aspetta rimane uno dei più
interessanti thriller polizieschi del suo periodo. La vera
battaglia di Tom Ludlow non è contro Wander, ma contro la parte di
sé che per anni ha accettato compromessi morali. Solo riconoscendo
quella verità può sperare di diventare il poliziotto che ha sempre
creduto di essere.
Arrivato sul grande schermo nel
2013, il film La notte del giudizio ha dato il via ad una
delle più fortunate saghe cinematografiche ambientate in una realtà
distopica. Composta da quattro film e una serie televisiva, la saga
è stata ideata da James DeMonaco, ed ha in breve
ottenuto ottimi riscontri di pubblico, tanto da giustificare la sua
espansione.
Basata sull’ipotesi di un
diverso corso della storia, la premessa della saga è
quella secondo cui una volta all’anno, negli Stati Uniti, viene
concesso unperiodo di dodici ore chiamato
“Sfogo” (Purge in originale), dove ogni crimine è
permesso, compreso l’omicidio, e tutte le forze dell’ordine sono
momentaneamente sospese. Nella mitologia della saga, ciò venne
introdotto nel 2017 dall’organizzazione nota come i “Nuovi Padri
Fondatori d’America”, i quali saliti al potere nel 2014 hanno
instaurato un regime totalitario.
Per far fronte ai problemi della
nazione, come l’elevata criminalità e il livello di disoccupazione,
venne pertanto concesso tale periodo di sfogo collettivo, che portò
ad un drastico calo delle problematiche principali del paese. In
realtà, come si scoprirà nei film, lo Sfogo è un sofisticato
sistema per controllare la popolazione, attaccando perlopiù i
cittadini considerati un peso ai fini dello sviluppo economico. La
notte dello sfogo si svolge tra il 21 e il 22 marzo, e tali date
non sono casuali.
Nei paesi anglofoni, infatti, il 21
marzo viene indicato come 3/21 nella forma abbreviata. Il fatto che
il mese 3 e il giorno 21 possano essere letti come un conto alla
rovescia sta a indicare l’arrivo di un evento particolare, quello
della rinascita. Stando al calendario gregoriano, inoltre, il 21
marzo cade nel giorno dell’equinozio di primavera, momento della
rinascita e del risveglio.
DeMonaco ha raccontato che
l’ispirazione per il primo film gli venne in seguito ad un
evento che capitò realmente a lui e a sua moglie. I due
stavano guidando quando all’improvviso rischiarono di essere
coinvolti in un incidente stradale con un altro automobilista.
Fermatisi sul bordo della strada, DeMonaco e questi iniziarono a
prendersi a male parole, passando poi alle mani, e separati
soltanto dall’intervento della polizia. Sconvolta da quell’evento,
la moglie del regista sembra aver espresso l’idea che una volta
all’anno dovrebbe essere consentito commettere omicidio.
La notte del giudizio: la timeline
della saga e l’ordine di come guardare i film
Dal 2013 ad oggi sono stati
realizzati quattro film e una serie televisiva appartenenti alla
saga di La notte del giudizio. Questi titoli affrontano un
arco temporale piuttosto ampio, nel quale si esplorano le origini
dello Sfogo come anche di alcuni dei personaggi ricorrenti. Per
comprendere meglio il potenziale della saga, nonché i suoi maggiori
segreti, può essere particolarmente utile guardare i suoi film non
solo secondo l’ordine in cui sono stati distribuiti in sala ma
anche in ordine cronologico.
Ecco dunque la timeline della saga
di La notte del giudizio:
Il primo film della saga,
La notte del
giudizio(2013), venne inizialmente
realizzato per essere a suo modo conclusivo. Ad ora è infatti
l’unico capitolo ad includere dei personaggi non ricorrenti, ovvero
la famiglia Sandin, nel film minacciata per l’intera notte da un
gruppo di aggressori. Ad interpretare i due adulti furono chiamati
gli attori Ethan
Hawke e Lena
Headey. Hawke, in particolare, accettò di partecipare
al film per poter dare al progetto, di natura low-budget, un nome
noto grazie a cui poter puntare ad una maggior distribuzione.
DeMonaco si è infatti dovuto
accontentare di un budget di soli 2.7 milioni di dollari, e le
riprese durarono in tutto appena 19 giorni. Per poter rientrare in
questi vincoli, decise di raccontare la storia totalmente da un
punto di vista interno alla casa dei Sandin, limitandosi ad
accennare quanto avveniva fuori. Grazie al successo del film, che
ha incassato nel mondo un totale di 90 milioni, DeMonaco ha potuto
avere accesso a cifre più sostanziose per i sequel, potendo così
mostrare di più riguardo allo Sfogo.
Anarchia – La notte del
giudizio
Con
Anarchia – La notte del
giudizio (2014), si esplorano dunque nuovi punti
di vista riguardo alla notte più violenta dell’anno. Ambientato nel
2023, il film è il primo ad introdurre il personaggio di Leo
Barnes, interpretato dall’attore Frank
Grillo, che sarà protagonista anche del successivo
film. Sergente fuori servizio, Barnes intende approfittare dello
Sfogo per vendicare la morte del figlio, ma i suoi piani subiscono
un cambio di direzione nel momento in cui si trova a dover
proteggere una coppia.
Per girare il film, DeMonaco ha
stavolta avuto a disposizione un budget di 9 milioni di dollari,
potendo così portare lo spettatore direttamente nelle strade dove
gli scontri avvengono. Compreso il potenziale della serie, inoltre,
inizia a costruire i film in modo che possano essere collegati tra
di loro pur raccontando la storia da punti di vista diversi. Ha
così inizio l’universo narrativo di La notte del giudizio,
espansosi ulteriormente grazie ad uno spin-off ed una serie
televisiva.
La notte del giudizio – Election
Year
Ambientato nel 2037, il
terzo capitolo della trilogia, intitolato La notte del giudizio –
Election Year(2016), compie un notevole
salto in avanti nel tempo, avendo però come protagonista sempre Leo
Barnes, ora divenuto capo della sicurezza della senatrice Charlie
Roan, candidata alla presidenza degli Stati Uniti e decisa ad
abolire lo Sfogo. Ciò verrà naturalmente ostacolato in più modi dai
Nuovi Padri Fondatori.
Con questo terzo capitolo, DeMonaco
continua ad esplorare lo Sfogo, espandendo inoltre i suoi confini.
Se nel primo film la vicenda si svolgeva dall’interno di una casa,
e nel secondo tra le strade, con il terzo si arriva invece agli
ambienti governativi. Questo ha portato inoltre ad un necessario
cambio nel punto di vista. Nel primo film la vicenda è infatti
raccontata dai ricchi, nel secondo dai poveri, e nel terzo dagli
uomini di politica. Il film è inoltre stato distribuito pochi mesi
prima delle vere elezioni presidenziali, lasciando quasi presagire
il clima teso che sarebbe poi seguito alla vittoria di Donald
Trump.
La prima notte del giudizio
Conclusasi la trilogia
principale della saga, nel 2018 viene distribuito in sala il primo
spin-off, intitolato La prima notte del giudizio. Questo
porta gli spettatori al 2017, anno in cui venne introdotto per la
prima volta lo Sfogo. Come si vedrà nel film, per la prima edizione
di questo violento evento i Nuovi Padri Fondatori decisero di
limitarlo all’isola di Staten Island, dando così vita ad un vero e
proprio esperimento poi esteso all’intera nazione. Tra i
protagonisti del film si possono ritrovare la premio Oscar Marisa
Tomei, e la giovane Melonie
Diaz. Con un budget di 13 milioni, questo è anche il
film di maggior incasso della saga, avendo totalizzato 127 milioni
complessivi al box office.
Inizialmente, questo capitolo
spin-off era previsto come terzo film della saga, ma dato
l’interesse di Grillo e DeMonaco a continuare le vicende relative a
Leo Barnes, si preferì realizzare prima Election Year,
rimandando di due anni le riprese di La prima notte del
giudizio. Si tratta inoltre del primo film non diretto da
DeMonaco, il quale si è occupato soltanto della sceneggiatura,
cedendo la regia a Gerard McMurray. Questi si era
fatto notare nel 2017 grazie al film Burning sands: Il codice
del silenzio, contenente alcune tematiche simili alla saga
ideata da DeMonaco.
The Purge, la serie tv
Dopo quattro film per il cinema, la
saga estende i suoi confini anche alla televisione, dove nel 2018
debutta con The Purge, serie ideata dallo stesso DeMonaco
con l’obiettivo di espandere ulteriormente la narrativa intorno
allo Sfogo. In Italia, la serie è stata distribuita sulla
piattaforma Amazon Prime Video, e ad oggi si compone di due
stagioni per un totale di 20 episodi.
The Purge è ambientata nel
2027, ovvero tra gli eventi dei film Anarchia ed
Election Year, e segue diversi personaggi, apparentemente
non collegati tra loro, i quali durante la notte dello Sfogo
dovranno fare i conti con le loro paure più grandi. Portando la
narrazione verso nuovi orizzonti, all’interno della serie non si
ritroveranno i protagonisti dei precedenti capitoli, lasciando così
spazio a nuovi volti e nuove storie.
Nonostante un iniziale
interessamento favorevole da parte del pubblico, la serie è stata
ufficialmente cancellata dopo sole due stagioni. Il motivo
principale sarebbe da ricondurre agli elevati costi, giudicati
eccessivi rispetto ai risultati ottenuti in termini di
audience.
La notte del giudizio: dove vedere
la saga in streaming
Vedere, o rivedere, la saga è
possibile grazie alla presenza dei quattro film su alcune delle
principali piattaforme streaming presenti in rete. Queste sono
Chili Cinema, Tim Vision, Rakuten TV, Google Play, Apple
iTunes, e Amazon Prime Video, dove sono inoltre presenti
le due stagioni della serie The Purge, strettamente
collegata agli eventi del film. Per poter guardare uno di questi
titoli basterà scegliere tra queste piattaforme e noleggiare il
film o sottoscrivere un abbonamento generale.
Arriva al cinema distribuito da
Universal PicturesLa notte del giudizio il
film horror diretto da James DeMonaco e con
protagonisti Ethan Hawke e Lena Headey.
In La notte del
giudizio dentro ognuno di noi c’è una bestia che aspetta
solo di essere liberata. Un autentico animale in gabbia, schiavo
della morale e del buon costume che gli impediscono di venire
fuori, costringendolo a rimanere sopito per il resto della nostra
vita. In alcuni individui questo mostro è più radicato, in altri
più malleabile ma non meno aggressivo; resta il fatto che la bestia
esiste. Cosa accadrebbe se si potesse realmente darle libero sfogo?
Permetterle di prendere il sopravvento sulla nostra esistenza ed
annientarci come individui non più dotati di un cervello pensante
ma divenuti ormai esseri primitivi guidati solo dalla rabbia più
accecante?
James DeMonaco ha
cercato di rispondere a queste domande immaginando in un futuro
distopico l’insolito regime di un novizio gruppo conservatore,
quello dei Nuovi Fondatori d’America. Nell’utopico universo
americano de La notte del giudizio, la
criminalità non esiste più e la disoccupazione è scomparsa. In un
mondo illusorio in cui tutto sembra apparentemente perfetto, il
governo ha stabilito un periodo annule di 12 ore in cui ogni
tipologia di misfatto (omicidio incluso) diviene legale. Non è
possibile chiedere aiuto alla polizia, gli ospedali sono chiusi; è
una folle notte di autoregolamentazione in cui si verificheranno
una serie di drammatiche vicende che coinvolgeranno una famiglia
composta da quattro persone pronte a lottare per la sopravvivenza
e, soprattutto, contro il fantasma delle loro coscienze.
Dopo il deludente
Sinister, arrivato in Italia lo scorso
marzo, Ethan Hawke ritorna protagonista indiscusso
di questo nuovo thriller/horror decisamente migliore del
predecessore. Hawke delinea sullo schermo un personaggio
incredibile, un uomo che crede di essere un modello ma che si
ritrova a dover fare i conti con una realtà che è fuori dal suo
controllo e che ha rimesso tutto in gioco. Un lavoratore, un
marito, un padre, che è al tempo stesso eroe e nefando, in bilico
tra cosa sia moralmente giusto e cosa invece eticamente sbagliato.
La lotta non è solo di James, ma è anche del singolo spettatore. Di
fronte a quelle immagini viene spontaneo chiedersi: cosa avrei
fatto io se fossi stato al suo posto? Come distinguere cosa è
legittimo da ciò che è scorretto? Dove inizia la mia libertà e
finisce quella di chi mi vive accanto
In un crescendo uniforme ed
elettrizzante di tensione e colpi di scena inaspettati, James
DeMonaco, insieme alla Blumhouse Productions di Jason
Blum (produttore di
Paranormal Activity,
Insidious e del sopracitato Sinister), prende un’idea del tutto
geniale e crea una pellicola che sviluppa in maniera distinta.
Un thriller ipotizzato che si
rivela una piacevole sorpresa. Una versione esasperata della reltà
tanto inconscia quanto non così lontana dalle nostre più torbide ed
oscure fantasie. Mettendo in scena le forme di violenza più
svariata, DeMonaco pone il suo pubblico di fronte ad una serie di
domande esistenziali e a diversi spunti di riflessione che lo
accompagneranno non solo durante la visione del film ma anche una
volta uscito dalla sala.
The Purge
(questo il titolo originale, ossia Lo
sfogo, in riferimento allo Sfogo Annuale, come viene
chiamata la giornata della pellicola in cui la gente non è punibile
per i crimini commessi) è probabilmente uno dei migliori
thriller/horror arrivati nelle sale fino ad ora. Una Nuova America,
ma anche un nuovo modo di concepire la suspense ed un genere troppo
spesso vittima di se stesso e dei suoi cliché. Assolutamente da
vedere. Al cinema dal 1 agosto.
La notte del
giudizio (il cui titolo originale è The
Purge), uscito nel 2013 e diretto da James DeMonaco, è un
thriller distopico che parte da un’idea semplice quanto
agghiacciante: in un futuro prossimo, il governo statunitense ha
istituito una notte all’anno in cui ogni crimine, compreso
l’omicidio, è legale per 12 ore. Il film prende così ispirazione da
riflessioni sociopolitiche sulla violenza, la disuguaglianza e il
controllo sociale, sviluppando una premessa provocatoria in stile
allegorico. L’influenza di classici come Arancia meccanica o 1984 si fa sentire, ma
viene declinata in un linguaggio più accessibile al pubblico
contemporaneo, attraverso elementi da home invasion e horror
urbano.
Con un budget contenuto e una
distribuzione modesta, La notte del giudizio
(qui
la recensione) ha sorpreso al botteghino, incassando oltre 80
milioni di dollari a fronte di un costo di produzione di appena 3
milioni. Il successo è dovuto anche alla capacità del film di
fondere tensione narrativa e critica sociale, riflettendo sulla
paura, sull’ipocrisia della società benestante e sulla fragilità
del concetto di giustizia. Il protagonista interpretato da Ethan Hawke incarna il conflitto tra
protezione familiare e complicità con un sistema inumano, mentre
l’atmosfera claustrofobica e le dinamiche morali creano un senso
costante di inquietudine.
Il forte impatto del film ha dato
vita a
un intero franchise, con quattro sequel cinematografici e una
serie televisiva che ampliano e approfondiscono l’universo
distopico della Purga. Ogni capitolo esplora aspetti diversi di
questa società deviata: dalla genesi del programma all’esplosione
della violenza incontrollata, fino al possibile collasso del
sistema stesso. Tuttavia, tutto ha inizio con il primo film, che
pone le basi morali e concettuali del racconto. Nel prosieguo
dell’articolo, analizzeremo il finale di La notte del
giudizio, spiegandone gli eventi principali e il
significato più profondo, tra critica sociale e domande etiche.
Il film narra una storia ambientata
in un futuro distopico. Siamo nel 2022: al fine di controllare il
crescente tasso di criminalità, il governo degli Stati Uniti ha
concesso ai cittadini la notte dello ‘Sfogo’, durante la quale è
concessa ogni azione più aberrante e malvagia senza conseguenze
legali. Il risultato è una considerevole crescita economica, oltre
che una società priva di senzatetto e deboli. In questo contesto
vive James Sandin (Ethan
Hawke), un uomo d’affari di successo che vende sistemi
di sicurezza per le abitazioni. Con lui vive la moglie
Mary (Lena
Headey) e i figli adolescenti Charlie
e Zoey.
Nel film, durante le dodici ore
dello ‘Sfogo’, James ha deciso di non partecipare all’evento, ma di
guardare un film con la famiglia nella loro bella casa di
periferia, chiusa ermeticamente da ogni aggressione esterna.
Tuttavia, quando il giovane Charlie vede dalla finestra un uomo
inseguito da un gruppo di assassini, mosso a compassione disattiva
il dispositivo di sicurezza e lascia entrare l’uomo in casa.
Sfortunatamente, la gang inseguitrice non ha intenzione di
rinunciare alla propria preda e danno un ultimatum a James: se non
gli consegna l’uomo, loro uccideranno tutta la sua famiglia.
La spiegazione del finale del
film
Nel terzo atto di La notte
del giudizio, la situazione esplode in tutta la sua
brutalità. Dopo aver dato rifugio all’uomo in fuga da un gruppo di
purgatori, James Sandin e la sua famiglia si ritrovano assediati
nella propria casa. I giovani mascherati, arroganti rappresentanti
della classe privilegiata, vogliono l’uomo indietro per poterlo
uccidere “legalmente” durante la Purga. James inizialmente tenta di
assecondare le regole del sistema pur mantenendo la sicurezza della
sua famiglia, ma quando realizza la totale disumanità di ciò che
sta accadendo, decide di difendere il rifugiato e affrontare i suoi
assalitori.
Lo scontro culmina inevitabilmente
in un massacro: James riesce a eliminare alcuni degli invasori, ma
viene mortalmente ferito. Poco dopo, i vicini della famiglia Sandin
— inizialmente creduti solidali — irrompono in casa con l’intento
di uccidere tutti e approfittare della notte per sfogare le proprie
frustrazioni. Sarà l’uomo salvato a intervenire per salvare la
moglie di James e i figli. La protagonista, Mary (Lena
Headey), impone la fine della violenza fino alla sirena che
segna la conclusione della Purga. Il film si chiude all’alba, in un
silenzio carico di dolore e consapevolezza, con la famiglia
sopravvissuta ma un Paese che resta prigioniero del suo sistema
distorto.
Il finale di La notte del
giudizio mette dunque a nudo tutta la perversione di
un’ideologia che giustifica la violenza come strumento di ordine
sociale. La Purga non è un’idea nata per abbattere il crimine, ma
un rituale volto a mantenere l’equilibrio economico e a sfogare
l’aggressività sui più deboli, preservando i privilegi delle classi
alte. Il film mostra come anche chi trae vantaggio dal sistema —
come James — possa diventare vittima quando l’ordine crolla. Il
messaggio è chiaro: in un mondo che legittima l’odio, nessuno è
veramente al sicuro.
In chiave simbolica, il film
denuncia l’ipocrisia delle società occidentali, che parlano di
libertà e giustizia ma tollerano (o alimentano) disuguaglianze
profonde. I vicini della famiglia Sandin, apparentemente perbene,
si rivelano i più assetati di sangue. La notte del
giudizio costringe lo spettatore a interrogarsi: cosa
faremmo noi in una notte senza regole? E soprattutto, quali regole
seguiamo davvero nella nostra quotidianità? Il film suggerisce che
il vero orrore non è la violenza, ma la sua accettazione silenziosa
come parte del sistema. Una riflessione cruda, attuale e
disturbante, che va ben oltre l’intrattenimento.