Di
vendicatori privati e agenti speciali il cinema è sempre stato
pieno, trovando ad ogni nuova generazione i propri più intrepidi
esemplari di uomini o donne in grado di ottenere giustizia con le
loro sole mani. In anni recenti è toccato a personaggi comeJohn Wick, ilRobert McCalldiThe
Equalizer,ilBryan MillsdiTakeno allaLorraine BroughtondiAtomica biondaricoprire tale ruolo, affermandosi come macchine
da guerra pronte a combattimenti di ogni sorta pur di portare a
termine la propria missione. È dunque interessante che a loro
faccia ora seguito un personaggio tanto improbabile quanto quello
protagonista diMr.
Morfina.
Nel
film diretto daDan BerkeRobert Olsen– duo affermatosi per gli horrorMalvagieNon siamo soli– l’eroe di turno ha infatti il solo merito di
non provare il benché minimo dolore per via di una particolare
patologia. È questo il suo unico “superpotere”, presentandosi per
il resto come una persona con un coraggio tanto esile quanto il suo
fisico. Eppure, è un personaggio che presenta diversi elementi
inaspettati, all’interno di un film che, pur muovendosi su un
terreno narrativo quantomai semplice, riesce a regalare più di
qualche momento di buon intrattenimento.
Amber Midthunder e Jack Quaid in Mr. Morfina
La trama di Mr. Morfina:
farsi male per amore
Protagonista del film è dunqueNathan
Caine(Jack
Quaid), un introverso
affetto da insensibilità congenita al dolore, che lavora come
vicedirettore in una cooperativa di credito di San Diego. Qui
lavora ancheSherry Margrave(Amber Midthunder), dalla quale Nathan è attratto ma si tiene a
distanza per via della sua condizione e della sua inesperienza con
le donne. Quando però anche Sherry dimostra di essere
romanticamente interessata a lui, la vita di Nathan sembra prendere
un’inaspettata piega positiva. A spezzare questo idillio arriva
però una rapina in banca che culmina con il rapimento di Sherry. A
quel punto, Nathan deciderà di sfruttare la sua condizione per
andare a salvare la donna di cui si è innamorato.
Vogliamo vedere il sangue!!!
Come
si può intuire da questa sinossi, il film è di base il racconto di
un uomo che si lancia al salvataggio della donna amata e rapita.
Tutto qui. Non ci sono ulteriori elementi narrativi che complicano
la cosa (se non un colpo di scena ben organizzato) nella
sceneggiatura diLars Jacobson, qui alla sua prima volta con un grosso film di
Hollywood. Su questo modello – a partire dal quale si sono
costruiti innumerevoli film – Jacobson applica però la
particolarità di un protagonista incapace di sentire dolore. È
ovviamente questo che rende il film intrigante e avvincente, tolto
il quale resterebbe ben poco.
Nella
visione diMr. Morfinanon bisogna dunque aspettarsi acrobazie
narrative o un particolare spessore dei personaggi. Gli stessi
villain, d’altronde, sono dei semplici criminali – guidati però da
un convincenteRay Nicholson(figlio diJack Nicholson). Siamo
piuttosto qui per il sangue, per godere o rabbrividire dinanzi alle
situazioni mortali in cui si caccia questo improbabile eroe.
Insomma, è chiaro che il solo interesse che si può avere nei
confronti di questo film per vedere quanto male può ridursi il
povero Nathan.
Jack Quaid in Mr. Morfina
Jack Quaid perfetto
protagonista di Mr. Morfina
E da
questo punto di vista il film certamente non delude. Pur con il
preciso intento dei registi di non allontanarsi mai dal reale, ma
anzi di far sì che ogni colpo inferto a Nathan sia premeditato e
ben rappresentato,Mr. Morfinaoffre una convincente sequela di situazioni che,
tra il divertente e il raccapricciante, tengono alta l’attenzione e
l’interesse nei confronti del film. Su tutte, le trappole che
Nathan fa scattare all’interno dell’abitazione di uno dei
criminali, o ancora sequenza – forse la più dolorosa da vedere –
nel laboratorio di tatuaggi che lo vede diventare un improbabile
“Wolverine”.
Momenti che confermano, come si diceva, che il
primario obiettivo del film è quello di offrirci questo
protagonista e il suo corpo martoriato in tutte le sale, facendo
volentieri dimenticare tutto il resto. Il merito è anche diJack Quaid,
perfettoeverymanscelto dai registi grazie alla serieThe Boys, dove interpreta un Hughie continuamente
coperto di sangue e maltrattato ma anche dotato di una sua
esplosiva carica energica. Quaid, con il suo fisico slanciato ma
esile e i suoi modi di fare gentili, si dimostra l’interprete
giusto per un ruolo di questo tipo, favorendo quel contrasto che
rende ancor più intrigante e riuscito il film.
Indubbiamente, come si diceva,Mr.
Morfinanon propone molto altro
oltre questo (se non un’altra bella prova attoriale diAmber MidthunderdopoPrey) e si notano una serie di lungaggini che
rallentano talvolta il ritmo, ma risate e intrattenimento sono
assicurati. Si potrebbe infine guardare a Nathan come ennesimo
rappresentante di una generazione che si sta finalmente
allontanando dallo stereotipo del maschio duro e spietato (qui
presente con il personaggio di Nicholson), abbracciando piuttosto
quelle fragilità umane troppo spesso nascoste. Un elemento che,
questo sì, conferisce al film qualcosa su cui
riflettere.
I centri di detenzione nascondono in
tutto il mondo delle realtà parallele, in cui sembrano vigere
regole diverse, in cui spesso è la forza ad avere la meglio. Questo
è un tema che merita certamente l’attenzione del pubblico e viene
presentato con tutta la sua crudezza in
Sons (titolo
originale Vogter).
La pellicola, presentata e candidata per l’orso d’oro al Festival
del cinema di Berlino, porta alla luce la quotidianità di una
prigione danese, tra conflitti di potere tra detenuti e polizia
penitenziaria.
Sons,
diretto da Gustav
Möller
(Il colpevole-The
guilty,
da cui il remake di NetflixThe
guilty),
presenta nel cast alcune figure già note nel panorama
cinematografico internazionale. Tutto il film ruota intorno a Eva,
guardia interpretata da Sidse
Babett Knudsen (Westworld,Inferno),
e Mikkel, uno dei detenuti interpretato da Sebastian
Bull. Sons,
presentato ai Firebirds awards nel Hong Kong film festival, è
uscito vincitore nella categoria Cinema Giovani (mondo).
Sons: la vendetta del
carceriere
Eva svolge una vita tranquilla e
abitudinaria: svolge i suoi turni presso il penitenziario in cui
lavora, in un padiglione in cui si trovano detenuti con reati
minori, cerca di rendere la vita dei carcerati più normale
possibile, favorendone la riabilitazione. Poco sa lo spettatore
della sua vita al di fuori del carcere, finché dei nuovi detenuti
vengono trasferiti nel penitenziario dove lavora. Uno nello
specifico colpisce l’attenzione di Eva: si tratta di Mikkel, il
responsabile della morte del figlio, Simon. Mikkel aveva
brutalmente assassinato il ragazzo mentre si trovavano entrambi
detenuti in un altro carcere.
La rabbia e la sete di vendetta
guidano Eva a chiedere il trasferimento nel padiglione in cui si
trova Mikkel, quello dedicato ai detenuti di massima sicurezza. Qui
inizia un gioco di giustizia perversa da parte di Eva contro il
detenuto. Ogni azione però non sembra soddisfare Eva, la quale non
trova nella sofferenza di Mikkel nessun vero sollievo dalla sua
perdita. Dopo un culmine a questo climax di violenza, Eva sembra
credere, sperare in una possibile riabilitazione di Mikkel, finendo
però con lo sbagliarsi.
Sons: poliziotto o criminale?
“Quando avevo la tua età, i preti ci dicevano che potevamo
diventare poliziotti o criminali. Oggi quello che ti dico io è
questo: quando hai davanti una pistola carica, qual è la
differenza?”
Questa celebre citazione del
film The
Departed: il bene e il male permette di
riflettere sulla contrapposizione, talvolta troppo marcata, tra la
polizia, rappresentante nobili valori di giustizia e ordine, e i
detenuti, simbolo di criminalità e violenza. Pian piano che si
procede con la narrazione, però,
in Sons questa differenza tende ad
affievolirsi sempre di più.
Mikkel, da pericoloso assassino
quale è, diventa quasi una vittima nelle mani di Eva, la
quale pur di vendicare la morte del figlio porta avanti una
strategia di veri e propri “dispetti” nei confronti del detenuti,
passando dal sputargli nel cibo, a non garantirgli l’uso del bagno,
per culminare nella brutale violenza.
Eva si lascia pervadere totalmente
dalla rabbia nei confronti di Mikkel, dimostrando una ferocia e un
disprezzo non indifferenti. Ma proprio le prime scene mostrano come
la donna non sia di per se una persona violenta e spregevole.
Proprio per questo motivo, dopo un culmine di violenza, Eva sembra
cambiare totalmente il proprio atteggiamento nei confronti di
Mikkel, sia per le minacce di sporgere denuncia ma forse anche per
un sentimento di vergogna. In fin dei conti, anche Mikkel è un
giovane come lo era suo figlio, e può essere meritevole di una
nuova possibilità dalla vita.
La prigione: da punizione a
riabilitazione
Fin dal Panopticon dell’utilitarista
inglese Jeremy Bentham nel XVIII secolo, la prigione è stata
ipotizzata dai filosofi e realizzata negli stati democratici come
un luogo di riabilitazione, non solo di detenzione. I paesi del
nord Europa sono notoriamente conosciuti per l’alto livello di
risocializzazione e servizi che vengono garantiti nelle carceri, e
ciò viene facilmente dedotto anche in Sons,
nella prima parte del film in cui Eva si trova in un settore con
detenuti condannati per reati meno gravi. Si vede come tutti
vengano trattati quasi alla pari, come gli venga garantito di
girare liberamente fuori dalle loro celle durante il giorno, e come
questi possano svolgere lavori o corsi vari, come quello di yoga
tenuto da Eva. Quest’ultima infatti sembra credere molto nel
reindirizzare e rieducare i detenuti, creando un rapporto molto
stretto con i ragazzi della sua sezione e cercando anche a seguire
di salvare Mikkel.
Diverso è certamente il caso della
sezione con i detenuti più gravi: qui la polizia stessa si comporta
in maniera più dura e severa, ricorrendo a brutali costrizioni come
l’uso cinghie e costrizioni fisiche. Sons si
afferma come una pellicola molto efficace nel presentare una realtà
non sempre ben nota, e lo fa in maniera talvolta cruda e
diretta.
Dopo il successo di
critica e pubblico ottenuto dalle varie versioni
di Call My Agent, Apple
TV+ risponde a modo suo con questa serie in dieci
puntate diretta dalla coppia consolidata Seth
Rogene Evan
Goldberg. The Studio racconta
le peripezie dell’executive Matt Remick (Rogen), improvvisamente
messo a capo della Continental, Major di Hollywood che ha bisogno
di realizzare il nuovo Barbie per
risollevare le proprie sorti commerciali. Ed è proprio questo il
dilemma che renderà impossibile la vita a Remick nel corso dei vari
episodi: si può realmente fare cinema di qualità tentando di
rispettare, anzi elevare la visione artistica di chi viene messo al
timone di un progetto? La risposta per Matt, ora attento più che
mai a far quadrare i conti dell’azienda, diventa quanto mai
problematica da trovare…
The Studio è una goduria per ogni
cinefilo accanito
Partiamo immediatamente
con lo scrivere che The Studio è pura,
lussureggiante goduria per chiunque sia un cinefilo accanito. Basta
sapere che nel funambolico episodio pilota recita addirittura la leggenda
vivente Martin Scorsese in un ruolo decisamente non
secondario. Altra chicca ultra cinefila: quanti spettatori hanno
riconosciuto il nome del personaggio interpretato dal “boss dei
boss” Bryan
Cranston? Nel caso lo abbiate fatto, avrete senza
dubbio capito che anche l’idea di girare tutte le puntate
attraverso lunghissimi, sinuosi pianosequenza deriva allo stesso
modo da quel grandioso film su Hollywood diretto da un
maestro di
cinema come nessun altro. Ok, forse stiamo flirtando un po’ troppo
con il rischio spoiler, il che però serve a testimoniare ancora una
volta quanto Rogen e Goldberg siano due enormi conoscitori della
storia del cinema. Del buon cinema.
Stracolmo di guest star famosissime, di inside-jokes
azzeccate e di almeno un paio di episodi scritti con notevole
lucidità per una commedia che vuole essere comunque anche frizzante
e ridanciana quando possibile, The Studio soffre però di una certa
ripetitività quando indulge troppo nello schema narrativo che vede
Remick rischiare (o riuscire) di mandare tutto alla malora a causa
delle sue insicurezze. Diamo che i primi episodi sono tutto sommato
più efficaci degli ultimi tre o quattro, i quali invece si poggiano
appunto su delle idee già esplorate con intelligenza e senso del
genere negli episodi precedenti. A proposito delle singole puntate,
oltre al già citato pilot se dovessimo scegliere le nostre
preferite opteremmo senza dubbio per quelle che vedono protagoniste
Sarah Polley e Olivia Wilde, molto spiritosa e piuttosto
coraggiosa nel giocare con il suo recentemente acquisito status di
“regista difficile” dopo le controversie relative al suo
ultimo Don’t Worry Darling.
Un grande ensemble
Altro elemento prezioso che rende The
Studio uno show a dir poco sfizioso è il suo cast di
attori che compone il team principale. Come
protagonista Seth
Rogen si rivela capace di tratteggiare un
personaggio in linea con le sue corde e quindi con i suoi
precedenti ruoli, ma anche dotato di una malinconia e una coscienza
delle proprie mancanze prima sconosciute, segno che come attore e
autore Rogen sta certamente maturando. Accanto a lui troviamo uno
scatenato e ugualmente coinvolgente Ike Barinholtz, finalmente in
un ruolo consistente dopo anni di piccole apparizioni non in grado
di testimoniare in pieno la bravura. Se poi aggiungiamo due
“Regine” della commedia contemporanea come Catherine
O’Hara e Kathryn Hahn, ecco che
il gruppo di caratteristi assemblato per guidare la serie non può
che essere meritevole di plauso.
Ci si diverte, a tratti davvero molto, ad assistere
alle squinternate peripezie dei personaggi di The
Studio, show che porta dietro le quinte di cosa significhi
produrre e realizzare un film a Hollywood. In maniera disincantata
e sbarazzina. Seth
Rogen e Evan
Goldberg hanno girato una serie che forse la tira un
po’ troppo per le lunghe, magari avrebbe funzionato meglio con otto
puntate invece di dieci, ma rimane un guilty-pleasure realizzato
con evidente intelligenza e notevole volontà dissacrante. Si può
tranquillamente fare binge-watching con The
Studio, anzi forse è consigliabile farlo – vista anche la
durata contenuta di molti episodi – per passare una giornata
all’insegna del sorriso talvolta ironico, altre volte grossolano e
sfacciato. Comunque sempre sorriso.
Netflix ha
recentemente aggiunto al suo catalogo il thriller sudcoreano
Tre Rivelazioni, che pone diverse domande
scottanti sulla moralità e sul crimine, ma la più importante è cosa
sia successo ad A-yeong. Diretto da Yeon Sang-ho, regista
dell’acclamato Train to Busan, Tre Rivelazioni segue
le vicende di tre personaggi unici: un pastore troppo zelante, un
detective traumatizzato e un criminale incompreso. Quando una
giovane ragazza scompare, tutti e tre i personaggi vengono
coinvolti in una rete contorta di segreti, violenza e,
naturalmente, rivelazioni.
Il thriller coreano inizia con
Min-chan, un pastore appassionato che accoglie
nella sua congregazione un criminale incallito,
Yang-rae. Tuttavia, quando Min-chan scopre che suo
figlio potrebbe essere scomparso, sospetta immediatamente di
Yang-rae e cerca di dargli la caccia, provocando però la sua
scomparsa. Il giorno seguente, si scopre che il figlio di Min-chan
è stato ritrovato, ma che in realtà è stato rapito un altro
bambino. La detective Yeon-hee indaga, turbata dal
caso di Yang-rae perché dietro la morte di sua sorella c’è proprio
lui. Da qui, Yeon-hee tenterà dunque a scoprire il ruolo di
Min-chan e Yang-rae nella scomparsa di
A-yeong.
Cosa è successo ad A-yeong?
Il mistero più grande di Tre
Rivelazioni è dunque cosa sia successo ad A-yeong. La
dodicenne A-yeong appare per la prima volta nel film mentre si reca
in chiesa, seguita da Yang-rae. Dopo la funzione, sembra tornare a
casa con i suoi amici, ma la volta successiva che si parla di lei,
si scopre che è stata rapita. Considerando l’inseguimento di
Yang-rae, sembra chiaro che il colpevole sia lui. Solo alla fine
del film il pubblico si accorge però che A-yeong è tenuta
prigioniera in una casa destinata a essere demolita.
Fortunatamente, poco prima che la casa venga distrutta, Yeon-hee
salva la ragazza.
Nonostante la scomparsa di A-yeong
sia il perno che lega Min-chan, Yeon-hee e Yang-rae, la ragazza è
più un personaggio simbolico che una vera protagonista. Il
rapimento non riguarda tanto A-yeong in sé, quanto piuttosto
l’effetto che ha sugli altri personaggi. L’effetto più importante
della situazione di A-yeong è che simboleggia ciò che è accaduto
alla sorella di Yeon-hee, la quale si rimprovera di non essere
stata in grado di salvare la sorella e, quando salva A-yeong,
riesce finalmente a perdonarsi per il passato.
Uno degli elementi più complicati di
Tre Rivelazioni è però il coinvolgimento di
Min-chan con Yang-rae. Inizialmente, Min-chan vuole aiutare
Yang-rae come membro della chiesa. Tuttavia, la sua buona volontà
si trasforma rapidamente quando sospetta che Yang-rae abbia rapito
suo figlio. Min-chan segue allora Yang-rae nel bosco e si scontra
con lui, facendolo cadere in un burrone e provocandogli una grave
ferita. Min-chan è terrorizzato, ma alla fine decide di spingere
Yang-rae giù da un dirupo e sembra che lo faccia dopo aver visto un
segno di Dio.
In definitiva, questa è la parte più
importante della storia di Min-chan. Dopo aver visto un simbolo sul
fianco di una montagna, Min-chan crede di dover uccidere Yang-rae
perché è la volontà di Dio. Il suo pensiero è che sta liberando il
mondo da un peccatore. Pertanto, quando Yang-rae finisce per
sopravvivere e tornare, Min-chan è determinato a ucciderlo una
volta per tutte. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto
che Yang-rae è l’unico a sapere dove si trova A-yeong, quindi una
volta che Min-chan lo avrà ucciso, la polizia avrà meno possibilità
di trovare A-yeong viva.
Perché Yeon-hee ha avuto le visioni
di sua sorella
Mentre Min-chan si occupa di
Yang-rae, Yeon-hee cerca di capire come questi due uomini siano
collegati al rapimento di A-yeong. Nel corso di questa indagine, la
detective è perseguitata dai suoi demoni, in particolare dal
fantasma di sua sorella. Cinque anni prima, la sorella di Yeon-hee
era stata rapita e torturata da Yang-rae. Riuscì a fuggire, ma alla
fine si tolse comunque la vita. Yeon-hee ritiene dunque che sia
colpa sua non aver salvato la sorella. Per questo motivo, il
fantasma di lei le urla continuamente contro, chiedendo di sapere
perché non era presente quando aveva più bisogno di lei.
La crescita di Yeon-hee in
Tre Rivelazioni è forse una delle parti migliori
del film. Yeon-hee è chiaramente angosciata dalla morte della
sorella e dalla ricomparsa di Yang-rae. Tuttavia, approfondendo il
caso di A-yeong, si rende conto che l’assassino è un essere umano
proprio come lo era sua sorella e merita maggiore empatia. Di
conseguenza, cerca di saperne di più su Yang-rae, il che la aiuta a
capire dove è tenuta prigioniera A-yeong. Inoltre, si trova a fare
i conti con il fatto che la morte di sua sorella non è avvenuta per
mano sua, ma per qualcosa che è sfuggito al suo controllo.
La spiegazione del passato di
Yang-rae e del suo tragico destino
Nella prima metà di Tre
Rivelazioni, Yang-rae è dunque caratterizzato come un
essere umano malvagio. È un noto criminale che ha torturato la
sorella di Yeon-hee e rapito A-yeong. Tuttavia, al culmine del
film, si scopre che Yang-rae ha sofferto di un’infanzia traumatica,
che lo ha portato a questi comportamenti orribili. Lo psicologo di
Yang-rae spiega che il padre lo picchiava ogni giorno, lasciandogli
innumerevoli bruciature e cicatrici. Mentre queste percosse avevano
luogo, la madre stava fuori dalla porta, cantando inni e pregando
per lui. Questo ha lasciato Yang-rae in uno stato psicologico
profondamente turbato.
Il dilemma morale con cui ci si
confronta è dunque se Yang-rae possa essere perdonato o meno. Non
c’è dubbio che abbia agito in modo malvagio quando ha commesso i
suoi crimini; tuttavia, il film suggerisce che non era
necessariamente in uno stato mentale sano. A causa del suo trauma
infantile, Yang-rae potrebbe meritare la stessa compassione delle
sue vittime. Yeon-hee sembra alla fine perdonarlo, mentre Min-chan
rimane convinto che sia un peccatore senza possibilità di
redenzione. Alla luce di ciò, gli spettatori sono quindi chiamati a
dare il proprio giudizio su Yang-rae.
La verità sul “mostro con un occhio
solo”
Al centro della tragica storia di
Yang-rae c’è poi il “mostro con un occhio solo”. Quando le autorità
visitano per la prima volta il suo appartamento, trovano un disegno
terrificante di questo presunto “mostro con un occhio solo”, che
sembra contenere diverse persone al suo interno. All’inizio si
pensa che Yang-rae sia semplicemente pazzo, ma quando poco prima di
morire dice a Yeon-hee che A-yeong è stata inghiottita dal “mostro
con un occhio solo”, la detective si mette alla ricerca di cosa
significhi. Alla fine, si rende conto che il mostro rappresenta le
case con un’unica finestra a forma di occhio di pesce.
Sebbene il “mostro con un occhio
solo” sia un luogo fisico e non un vero e proprio mostro come gli
zombie di Train to Busan, ha un significato simbolico per
Yang-rae. In gioventù, egli è stato maltrattato in una stanza con
una sola finestra e il trauma subito ha trasformato un normale
elemento abitativo in un vero e proprio mostro. Yang-rae credeva
davvero che questo mostro fosse un pericolo per lui e forse sentiva
di dovergli offrire più violenza per tenerlo a bada, motivo per cui
ha commesso i suoi crimini.
In Tre Rivelazioni,
Yeon-hee e la polizia scoprono che Min-chan ha tentato di uccidere
Yang-rae. Viene quindi mandato in prigione per il suo crimine,
nonostante le sue proteste sul fatto che Dio lo abbia influenzato.
Più tardi, lo psichiatra di Yang-rae spiega a Yeon-hee che Min-chan
probabilmente soffriva di apofenia, un fenomeno per cui le persone
vedono schemi in cose che in realtà non esistono. Quando Min-chan
vedeva i suoi segni da parte di Dio, in realtà non c’era nulla.
Questa diagnosi viene confermata alla fine del film, quando
Min-chan trova un altro “segno” nella sua cella.
Tre Rivelazioni
conferma quindi che Min-chan soffre di apofenia, ma il pubblico
potrebbe chiedersi se questa sia una copertura per il vero male di
Min-chan. Forse Min-chan ha sviluppato l’apofenia solo come modo
per permettersi di compiere atti di violenza. Questo avrebbe senso
se si considera che la moglie lo tradiva, il che probabilmente gli
ha fatto aumentare la rabbia e lo stress. In questo modo, i suoi
crimini potrebbero essere stati anche peggiori di quelli di
Yang-rae.
Il vero significato di Tre
Rivelazioni
In definitiva, Tre
Rivelazioni è un film tanto emozionante quanto
illuminante. Attraverso le storie di Min-chan, Yang-rae e Yeon-hee,
gli spettatori sono costretti a fare i conti con le proprie
convinzioni sulla moralità. Devono decidere se chi commette un
crimine è una persona veramente malvagia o se sta accadendo
qualcosa di più complicato dentro di loro. Inoltre, il pubblico
vede come un trauma possa avere un impatto pericoloso sulla vita di
una persona. In definitiva, Tre Rivelazioni mette
in crisi l’idea di bene e male puro.
L’eroe protagonista interpretato da
Charlie Cox nella seconda stagione di
Daredevil: Rinascita sta per rinnovare il suo
costume nero, come rivelano le nuove foto dal set del Marvel Cinematic Universe che
mostrano Matt Murdock con un look tutto nuovo. Mentre la prima
stagione di Daredevil: Rinascita è attualmente
in corso, la seconda stagione è già in lavorazione, poiché la
Marvel Studios continua le avventure del Diavolo di Hell’s Kitchen.
Anche se i dettagli della trama della seconda stagione di
Daredevil: Rinascita non sono stati ancora annunciati
ufficialmente, stanno iniziando ad emergere ulteriori indizi
attraverso varie foto e video dal set.
Anche se la seconda stagione di
Daredevil: Rinascita non arriverà prima del 2026, i
fan di lunga data della Marvel Comics potranno finalmente vedere Cox
con il suo famoso costume nero. Mentre la produzione della seconda
stagione di Daredevil: Born Again è attualmente in corso,
nuove foto dal set (tramite @petergcornell)
rivelano il veterano dell’MCU con il suo costume nero, mentre esce
dall’acqua.
Cosa rivelano le foto dal set
della seconda stagione di Daredevil: Rinascita con Charlie
Cox
Al momento della pubblicazione
delle foto dal set della seconda stagione di DDaredevil:
Rinascita, Cox sembra essere l’unico personaggio
coinvolto nella scena, circondato dai membri della troupe.
Resta da vedere se altri personaggi faranno parte di questa scena,
ma con Matt che emerge dall’acqua, potrebbe trattarsi di una
sequenza di combattimento in cui è stato costretto a fuggire. È
difficile dire se il nuovo costume nero di Cox abbia o meno il logo
DD, poiché sembra essere una variante del costume Shadowland
dei fumetti.
Anche se la seconda stagione
potrebbe non essere un adattamento di Shadowland, i
trailer della prima stagione di Daredevil:
Rinascita hanno già indicato che Matt aveva almeno un
costume nero realizzato dopo la terza stagione di
Daredevil. Considerando che altre foto dal set della
seconda stagione di Daredevil: Rinascita
mostrano Matt in modalità incognito, il passaggio a un costume nero
ha perfettamente senso. Dato che le attività dei vigilanti sono una
delle cose che il sindaco Fisk sta cercando di tenere sotto
controllo, la seconda stagione di Daredevil:
Rinascita si preannuncia chiaramente ancora più
impegnativa per Matt.
Il finale
di Scissione – stagione 2 è zeppo di
colpi di scena, e supera ogni aspettativa sullo sviluppo della
trama mostrando come Mark prende una decisione cruciale.
Considerato che il finale della prima stagione
di Scissione è spesso considerato uno dei
momenti più avvincenti della televisione moderna, la seconda
stagione ha dovuto affrontare l’immensa pressione di superarlo con
il suo arco narrativo finale. Senza dubbio questo finale porta a
una conclusione potente della seconda stagione della serie
fantascientifica di Apple TV+,
aprendo la strada a puntate future.
Nella sua prima metà, l’episodio 10
di Scissione – stagione 2 si svolge
principalmente nel mondo esterno, dove Mark, Cobel e Devon cercano
di convincere l’innie di Mark ad aiutarli a salvare Gemma.
Tuttavia, quella che inizialmente sembra una semplice missione si
trasforma in seguito in una discussione tra l’innie e l’outie di
Mark su chi merita di vivere di più. L’arco finale dell’episodio
mostra come l’innie di Mark alla fine riesce a completare Cold
Harbor ma fa fatica a decidere se aiutare il suo outie. Quando
finalmente si impegna a salvare Gemma, si verificano una serie di
eventi caotici, lasciandoci con più domande che risposte.
L’innie di Mark salva Gemma ma
sceglie di restare indietro con Helly
Quando Mark racconta a Helly della
sua interazione con il suo outie pochi istanti prima di completare
la rifinitura del file di Cold Harbor, Helly sorprendentemente gli
chiede di obbedire al suo outie. Lo incoraggia a salvare Gemma e ad
andarsene invece di cercare di preservare se stesso e la loro
relazione. Mentre alcuni potrebbero sostenere che questo sembra
fuori dal personaggio di Helly, Helly sembra finalmente capire il
peso di essere l’innie di Helena. In precedenza odiava quando gli
innies prendevano in considerazione il benessere dei loro
outies.
Tuttavia, alla fine della seconda
stagione, sembra rendersi conto che Cobel aveva ragione durante
l’incidente della Overtime Contingency quando l’aveva avvertita che
gli altri innies avrebbero sofferto se avesse fatto qualcosa che
avrebbe danneggiato la reputazione di Lumon. Dopo l’incoraggiamento
di Helly, Mark si dirige al Testing Floor per salvare Gemma.
Affronta molte sfide ma alla fine riesce a portarla (la signorina
Casey) alla porta delle scale e le chiede di andarsene. Con questo,
lei si trasforma nella sua outie, Gemma, ma Mark non lascia
Lumon.
Mentre Gemma lo osserva da fuori,
Mark sceglie di stare con Helly perché questa è la sua idea di
libertà. Lui crede di avere un suo senso di identità e non è
disposto a rischiare di perdersi solo perché il suo outie possa
vivere in pace per il resto della sua vita. Helly e Mark sembrano
correre più in profondità nell’edificio Lumon, apparentemente senza
avere idea di dove siano diretti. Tuttavia, non passerà molto tempo
prima che le autorità dell’azienda li catturino. Gemma, d’altra
parte, dovrà scappare dall’edificio Lumon e trovare Devon per
riuscire a far uscire Mark da Lumon.
Se Gemma riesce ad andarsene,
probabilmente capirà perché Mark l’ha lasciata fuori per stare con
Helly. Tuttavia, è difficile non provare empatia per lei dopo la
fine della prima stagione e chiedersi quanto possa essere stato
straziante per lei vedere Mark andarsene con un’altra donna.
Desiderava ardentemente stare con Mark durante la sua permanenza al
Testing Floor e si rifiutò persino di credere al dottor Mauer
quando le disse che Mark era andato avanti. Tuttavia, con suo
sgomento, la sua più grande paura si rivelò vera quando vide Mark
scegliere Helly al posto suo.
La spiegazione della stanza Cold
Harbor del Testing Floor e perché Lumon progetta di uccidere Gemma
dopo il test
Lumon apparentemente desidera
eliminare tutto il dolore dal mondo
Dopo che Mark ha finito di
perfezionare il suo file Cold Harbor, Gemma viene inviata
nell’ultima stanza Cold Harbor. L’episodio 7 della stagione 2
di Scissione ha rivelato che il nome di
ogni stanza del Testing Floor corrispondeva a un file che Mark
aveva precedentemente completato di perfezionare nel dipartimento
MDR. Ciò suggeriva che Mark stava inconsapevolmente creando le
innie di Gemma, su cui in seguito Lumon aveva fatto esperimenti.
Con ogni stanza, Lumon esponeva una delle innie di Gemma a un
evento traumatico per testare se conservava i ricordi delle sue
innie dopo essere uscita dalle stanze. Gemma ha 25
innie e finora sono stati rivelati i nomi delle seguenti
stanze:
Allentown
Dranesville
Siena
Lucknow
Loveland
Wellington
St. Pierre
Zurich
Sopchoppy
Cold Harbor
Nell’ultimo test di Cold Harbor, Gemma si ritrova in una stanza
con nient’altro che la culla che lei e Mark avevano acquistato
quando aspettavano un bambino. Gemma aveva forti ricordi della
culla perché, come rivelato in un flashback in precedenza, Mark
l’aveva smantellata dopo aver scoperto che forse non avrebbero mai
potuto avere un figlio. Poiché la culla era associata al ricordo
più forte e traumatico di Gemma, Lumon voleva testare se la sua
nuova “Cold Harbor” innie avrebbe mantenuto i suoi ricordi
associati alla culla.
Il test si rivela un successo quando, nonostante abbia visto la
culla e l’abbia smontata con una canzone che lei e Mark erano
soliti ascoltare, la “Cold Harbor” innie di Gemma sembra
indifferente. Non mostra segni di conservare i ricordi della sua
outie, dimostrando che Lumon è riuscita a sradicare con successo il
suo ricordo più doloroso. Mentre lo scopo principale di Lumon
rimane sconosciuto, la società apparentemente intende usare la
tecnologia per aiutare gli umani a rimuovere tutto il dolore dalle
loro vite.
È interessante notare che uno sguardo più attento alla
culla nell’episodio 7 di Scissione – stagione
2 rivela che ha scritto Col d’Arbor su di essa, il
che prefigura la rivelazione finale. Suggerisce anche che Lumon ha
orchestrato gli eventi nella vita di Gemma e Mark molto più a lungo
di quanto credano.
Prima di allora, tuttavia, come rivela Cobel, Lumon voleva
uccidere Gemma, probabilmente rimuovendo il chip dal suo cervello.
Poiché Gemma era solo un soggetto di prova, il suo scopo nella
società era stato raggiunto. Lumon non poteva rischiare di
rilasciarla nel mondo esterno perché sapeva un po’ troppo delle
loro operazioni segrete. Non potevano nemmeno tenerla perché il
loro lavoro con lei era finito. Pertanto, le autorità della società
pianificarono di ucciderla, credendo che avesse raggiunto il vero
scopo della sua vita servendo Kier.
La spiegazione del significato dei numeri MDR in Scissione
Sono una porta d’accesso alla mente di Gemma
Nel finale di Scissione – stagione 2,
Cobel rivela che i numeri fungono da porte d’accesso alla mente di
Gemma, rivelando che sono i mattoni dell’esistenza dei suoi innies.
Come rivela “The Macrodata Refiner’s Orientation Booklet” in The
Lexington Letter, i lavoratori MDR sono esposti a un mare di
numeri, che sono classificati in quattro categorie: WO (Woe), FC
(Frolic), DR (Dread) e MA (Malice). In base a come alcuni cluster
nel mare di numeri li fanno sentire, i lavoratori devono riempire
uniformemente i quattro contenitori in fondo ai loro schermi con i
quattro cluster di numeri finché la barra di avanzamento del file
non raggiunge il 100%.
Ecco le quattro categorie di emozioni che i cluster di numeri
dovrebbero suscitare nei lavoratori MDR:
Numeri di Categorie
Sentimenti che stimolano
WO
Malinconia
Disperazione
FC
Gioia
Allegria
Estasi
DR
Paura
Ansia
Apprensione
MA
Rabbia
Desiderio di ferire un altro essere umano
Lumon non dice mai a Mark cosa sta effettivamente ottenendo con
il processo di raffinazione dei numeri perché la semplice
consapevolezza del loro scopo potrebbe inibire la sua intuizione
naturale. Mark lavora anche principalmente sui file di Gemma perché
il suo outie “capisce” il suo cervello meglio di chiunque altro.
Lumon sa che la memoria subconscia che trasuda dal cervello
dell’outie di Mark nel suo innie lo aiuterà a “raffinare” Gemma in
modo più efficace. Dal momento che Mark ha sempre lavorato sul
cervello della moglie del suo outie, ha senso che abbia avuto il
suo “colpo di fortuna da matricola” subito dopo aver iniziato a
lavorare alla Lumon.
Spiegato lo scopo delle capre nella Lumon
Lumon ha la tradizione di sacrificarle
Il
finale di Scissione – stagione
2 rivela finalmente la verità sulle capre e il
loro scopo nella Lumon, il che sembra respingere tutte le teorie
esistenti su di loro. Come rivela il finale, Lumon apparentemente
segue una tradizione di sacrificare una capra prima di uccidere un
soggetto di prova una volta che il loro scopo nella compagnia è
stato raggiunto. Drummond dice che lo fanno perché credono che lo
spirito della capra alla fine porterà l’anima del soggetto morto
tra le braccia di Kier. Questa convinzione mostra come Lumon
funzioni più come una setta, dove Kier è quasi considerato un
essere divino.
Una capra di nome Emile, da Mammalians Nurturable, viene scelta
come agnello sacrificale di Lumon. In base al rituale, si crede che
porterà l’anima di Gemma a Kier dopo essere stata sacrificata.
Lorne, tuttavia, fa fatica a uccidere la capra perché lei e le
persone del suo dipartimento si affezionano alle capre che
allevano. Dato che il dipartimento Mammalians Nurturable alleva
molte capre, è difficile non chiedersi quante di loro Lumon ne
abbia sacrificate in passato prima di sperimentare e uccidere
diversi soggetti di prova.
Perché Jame Eagan vede Kier in Helly, non Helena
C’è stato un tempo in cui vedeva anche Kier in Helen
Jame Eagan guarda sua figlia, Helena, con disgusto nell’episodio
9 della seconda stagione
di Scissione mentre mangia uova sode. Le
sibila, sostenendo che avrebbe dovuto prenderle crude come Kier.
Quando in seguito vede Helly nell’edificio Lumon, nota di vedere
Kier in lei. Ricorda come una volta lo aveva visto in Helena, ma
lei sembra essere cambiata in modo significativo nel tempo.
Apparentemente dice questo perché per quanto Helena possa aver
cercato di danneggiare l’eredità di Lumon, lei si difende da sola
invece di limitarsi a seguire gli ordini e soccombere all’influenza
controllante dei superiori.
A differenza di Helena, che sembra
aver dimenticato chi è, Helly ha un forte senso di identità ed è
disposta a prendere misure estreme per preservarlo. Lei, come Kier,
osa sfidare le convinzioni che le vengono imposte invece di
conformarsi semplicemente come Helena. Dato che Jame sembra
apprezzare Helly molto più di Helena, probabilmente trarrebbe
vantaggio dalla scelta di Helly di rimanere all’interno
dell’edificio Lumon. Nelle storie future della serie, potrebbe
persino provare a convincerla a subentrare definitivamente come sua
figlia e alla fine diventare il legittimo erede dell’azienda.
Perché l’outie di Dylan rifiuta le
dimissioni del suo innie
Si rende conto di aver bisogno del
suo innie più di quanto il suo innie abbia bisogno di lui
Nonostante le dimissioni dal suo
incarico, Dylan si ritrova sul pavimento reciso nel finale della
seconda stagione di Scissione. Riceve anche
una lettera dal suo outie, che si apre con una nota furiosa ma
gradualmente si ammorbidisce di tono. La lettera rivela che,
nonostante il suo outie sia infuriato per quello che è successo tra
lui e Gretchen, capisce perché a Gretchen piacesse così tanto.
Esprime anche come trova conforto nel sapere che il suo innie di
successo è lì perché ha sempre lottato per fare qualcosa della sua
vita.
Dicendo che spera che Gretchen veda
in lui quello che vede nel suo innie, l’outie di Dylan implica
anche che, in un certo senso, ammira il suo innie. Lo percepisce
come una versione ideale di se stesso che dovrebbe sforzarsi di
diventare per guadagnarsi il rispetto di sua moglie. L’outie chiude
la lettera dando al suo innie una scelta: può ancora andarsene se
vuole, ma vorrebbe che restasse. Dylan, per una volta, si sente
apprezzato e riconosciuto dal suo outie, il che gli darà una solida
ragione per restare.
Dato che Milchick lotta per
contenere il caos che ne consegue dopo che Mark completa il suo
fascicolo Cold Harbor, Lumon potrebbe prendere in considerazione
l’idea di liberarsene nella terza stagione. Anche Milchick è
diventato gradualmente irritato nei confronti di Lumon a causa
delle loro pratiche razziste e del trattamento disumano dei loro
dipendenti. Se Lumon lo lascia andare, avrà una buona ragione per
allearsi con Cobel e far crollare l’azienda. Tuttavia, considerando
come finisce la seconda stagione
di Scissione con Milchick che si ritrova
in disaccordo con Dylan, sembra improbabile che diventerà un
personaggio eroico in tempi brevi.
Con Drummond morto, Lumon avrà un
posto vuoto nei ranghi più alti della sua gestione. Il fatto che il
fascicolo Cold Harbor sia stato completato sotto il comando di
Milchick potrebbe spingere i piani alti dell’azienda a promuoverlo
e ad averlo come nuovo sostituto di Drummond. Dal momento che
Milchick è anche ben collegato con il mondo esterno, Lumon potrebbe
usarlo per arrivare a Gemma e ad altri estranei che complottano
contro l’azienda.
Perché i titoli di coda nel finale
della seconda stagione di Scissione sono
in rosso, non in nero
Il cambio di colore segna l’inizio
di un arco narrativo più oscuro
Ogni volta che uno spettacolo o un
film crea un netto contrasto visivo tra il blu e il rosso, è
difficile non associarlo a Matrix. Anche in The Secret Life of
Walter Mitty, che presenta molte star di
Scissione, la metafora della pillola blu e rossa
di Matrix viene utilizzata come un efficace espediente narrativo
per evidenziare come il personaggio principale, Walter Mitty,
scelga di prendere il controllo della sua vita invece di
accontentarsi della comodità. Molti spettatori hanno notato in
precedenza che, in Scissione, le immagini blu
solitamente rappresentano il mondo degli innies.
Tutto, dai loro vestiti ai numeri
sui loro computer MDR, è blu. Se visto dalla prospettiva della
filosofia di Matrix, gli innies vivono in una realtà in cui hanno
ceduto il loro senso di controllo a un potere superiore. Gli
outies, al contrario, riescono a vedere più sfumature di rosso
perché sono molto più liberi e hanno più autonomia dei loro innies.
Solo gli innies come Helly apparentemente hanno sfumature di rosso
nei loro vestiti e nei loro capelli perché osano mettere in
discussione Lumon e chiedere la loro libertà.
Nel finale della seconda stagione
di Scissione, tuttavia, Mark, come Walter
Mitty e Neo, sceglie di prendere il controllo della sua vita invece
di soccombere agli ordini del suo outie. Invece di vedersi come un
semplice sottoinsieme dell’identità del suo outie, si percepisce
come un individuo separato e libero. Ciò lo incoraggia a prendere
la metaforica “pillola rossa” e a percorrere un sentiero che serve
a lui e non al suo outie. Poiché la decisione dell’innie di Mark
inverte la sua dinamica con il suo outie e gli dà più autonomia sul
suo corpo e sulla sua vita, persino la tavolozza dei colori
sovrastante nella serie si capovolge.
Come il finale della seconda
stagione di Scissione prepara la terza
stagione
Gli outie sono ora ostaggi degli
innie
In molti modi, gli innie tengono i
loro outie come ostaggi negando loro la libertà di esistere,
proprio come è stata negata loro la libertà di lasciare l’edificio
Lumon. Questo, tuttavia, potrebbe avvantaggiare Lumon perché dà
all’azienda una solida ragione per avere gli innie tutti per sé.
Anche Jame Eagan sembra avere una strana fissazione con Helly,
quindi potrebbe cogliere l’occasione per avere Helly dalla sua
parte probabilmente minacciando di fare del male a Mark.
Sebbene Apple
TV+ non abbia annunciato ufficialmente il rinnovo della terza
stagione di Scissione, il conglomerato
sudcoreano CJ Group, che possiede la società di produzione dello
show, Fifth Season, ha anticipato che la produzione della terza
stagione è già stata confermata (tramite CJ ENM).
Mark sembra essere ancora nelle
prime fasi di reintegrazione verso la fine della seconda stagione
di Scissione, ma il processo dovrebbe
funzionare nella terza stagione. Ciò consentirà all’outie di Mark
di prendere il controllo più e più volte, portando a molti altri
conflitti tra le due personalità. Dylan probabilmente farà amicizia
con il suo outie mentre Irving tornerà a Kier (la città) nella
terza stagione nonostante si renda conto di come ciò metta in
pericolo la sua vita. Infine, Gemma probabilmente unirà le forze
con Devon e Cobel e si ritroverà nei panni di Mark mentre si mette
in viaggio per aiutare suo marito a scappare da Lumon nella terza
stagione di Scissione.
L’ormai ultraottantenne
Robert De Niro ritorna
sul grande schermo per sorprendere il pubblico interpretando il
personaggio che più gli si addice: il boss criminale. Diretto dal
noto regista Barry
Levinson (premio
Oscar alla regia per Rain
Man- L’uomo della pioggia), The
Alto knights – I due volti del crimine è
infatti il nuovo gangster
movie ispirato
alla vera storia dei due storici capi
mafiosi Frank
Costello e Vito
Genovese.
Il film, ideato già negli anni 70, è entrato effettivamente
in produzione solo nel 2022, subendo anche diversi rallentamenti
collegati agli scioperi SAG AFRA nel 2023.
Oltre al già citato De Niro, il quale interpreta qui entrambi i
boss mafiosi, sono presenti nel cast figure già ampiamente note nel
panorama cinematografico internazionale.
Debra Messing (Will
& Grace)
interpreta Bobbie, la moglie di Frank Costello,
mentre Katherine
Narducci (The
irishman, I soprano)
qui è nel ruolo di Anna, moglie di Vito. Ma tutte le attenzioni,
ovviamente, sono rivolte alla duplice interpretazione di De Niro,
che si sdoppia per dar volto alle molteplici facce del
crimine.
La trama di The Alto
knights – I due volti del crimine: la fratellanza
mafiosa
Il film si apre in medias
res: Frank Costello sta aspettando
l’ascensore per salire nel suo attico, quando gli arriva un colpo
di pistola dritto alla testa. Il sicario, il
gangster Vincent Gigante, scapperà subito
dopo, senza accorgersi di non aver completato il suo lavoro: Frank
è ancora vivo. Da qui parte la narrazione vera e propria, affidata
allo stesso Frank di alcuni anni dopo, in forma di flashback.
Tutto nasce a Manhattan, dove, all’inizio del ventesimo secolo,
Frank Costello e Vito Genovese, figli
entrambi di operai immigrati italiani, sognano un futuro più
florido per loro e cercano di ottenerlo ad ogni costo.
Abbandonata la scuola, i due si dedicano a traffici illegali,
tra cui nell’epoca del proibizionismo, anche gli alcolici.
Per Frank sarebbe abbastanza aprire
un attività, un bar magari, ma Vito vuole di più. Dopo essere stato
condannato per duplice omicidio, Vito è costretto a lasciare
l’America, per poi farci ritorno solo alcuni decenni dopo, alla
fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel frattempo, la gestione di
tutti gli affari ricade sulle spalle di Frank, il quale governa il
suo regno mafioso nella maniera più cauta e pacifica possibile. Ma
Frank doveva essere solo un reggente: al suo ritorno, Vito vuole
che gli venga restituito tutto il suo potere e il suo ruolo di
boss. Dopo diversi decenni, però, il mondo non è più lo stesso e il
comportamento di Vito può creare grandi rischi per tutti.
Frank Costello, il gangster
gentleman
Già noto al grande pubblico e
descritto dalla stampa dell’epoca come il primo ministro
della malavita, Costello è certamente un personaggio
molto peculiare. Si tratta di un gangster cauto e astuto, capace di
comprendere a pieno la società in cui vive e di rispettarne le
regole, in modo da poter trarre profitto da tutto. Frank non si
dedica solamente a traffici clandestini, ma cerca anche di creare
legami con politici, sindaci e poliziotti, in modo tale da poter
agire in maniera indisturbata, e soprattutto senza bagni di sangue.
Con Frank al potere, la pace e la prosperità regna in tutto il
territorio di New York.
Frank si presenta pubblicamente come
un uomo pulito, totalmente avulso dal mondo mafioso: vive in un
lussuoso attico con la moglie, con cui è sposato da più di
trent’anni, organizza e partecipa a eventi di beneficienza. Il suo
obiettivo principale è proprio mantenersi spettabile davanti al
vigile occhio sociale. Dopo il ritorno di Vito in America,
continuare a mantenersi dissociato dalla vita da gangster diventa
sempre più difficile per Frank, anche per i coinvolgimenti creati
dalla moglie di Vito, Anna. Ma con la sua furbizia, Costello trova
sempre una soluzione.
Vito Genovese, l’altra faccia di
Robert De Niro
Siete cresciuti insieme, giocavate insieme, rubavate
insieme.
Vito Genovese sembra invece essere
in The Alto knights – I due volti del
crimine una figura uguale e opposta a Frank:
cresciuto come lui in una famiglia di immigrati italiani,
convertito alle attività clandestine. Ma Vito ha sviluppato fin da
ragazzo un’avidità, una fame di potere maggiore rispetto al suo
amico d’infanzia. Vito è disposto a tutto pur di raggiungere i suoi
obiettivi, e proprio per questo si aspetta che gli altri
facciano lo stesso. Frank giustifica il comportamento quasi
paranoico di Vito con le sue origini: il gangster è nato in un
piccolo comune della provincia di Napoli, alle pendici del Vesuvio,
e questo lo ha portato a stare sempre all’erta.
E’ certamente interessante notare
come due personaggi così diametralmente diversi siano
contemporaneamente frutto della bravura dello stesso
attore: Robert De Niro riesce facilmente
a dare una connotazione diversa alle due performance interpretative
dei due protagonisti del film, mettendo a segno un altro
convincente ritratto di gangster dopo quelli recenti
di The
Irishmane Killers
of the Flower Moon, entrambi sotto la guida del fidato
amico Martin
Scorsese.
La verve comica di The
Alto knights – I due volti del crimine
Nonostante si tratti di un gangster
movie, anche in The Alto knights – I due volti del
crimine sono presenti degli elementi più ironici:
molti di questi sono collegabili allo stesso personaggio di Vincent
Gigante. Il ragazzo, alle prime armi nelle attività mafiose, è
riuscito a fallire nell’attentato a Frank, sparandogli un solo
colpo poco mirato alla testa, e non controllando che l’uomo fosse
effettivamente morto. Il dialogo con cui Vito gli rimprovera la sua
incompetenza, rimarcata anche verso la fine del film, è certamente
molto ironico. In definitiva, pur appartenendo a un filone
cinematografico molto sfruttato negli anni, The Alto
Knights – I due volti del crimine riesce a trovare
una sua individualità, affermandosi come un ottimo gangster
movie.
Il trailer di The Four
Seasons rivela che Tina Fey e Steve Carell tornano insieme nella serie
Netflix con un cast stellare, remake della commedia
classica di Alan Alda. Basata sul film omonimo del 1981 scritto,
diretto e interpretato da Alda, la miniserie Netflix in arrivo è
stata creata e scritta da Tina Fey, Lang Fisher e Tracey Wigfield,
già autrici di 30 Rock. Fey recita anche nella serie al
fianco di Steve Carell, con cui torna a recitare dopo Date
Night del 2010. Il cast include anche Colman Domingo, Erika Henningsen, Kerri
Kenney-Silver, Will Forte e Marco Calvani.
Ora,
Netflix ha svelato il primo teaser trailer ufficiale di
The Four Seasons. Il trailer presenta una storia simile
a quella del film del 1981, seguendo sei amici di lunga data nel
corso di quattro vacanze stagionali in primavera, estate, autunno e
inverno. Il gruppo di amici, composto da tre coppie, affronta gli
alti e bassi della vita mentre intraprende quattro diverse fughe.
Guarda il trailer qui sotto:
Cosa significa il trailer di The
Four Seasons per la serie
Innanzitutto, il trailer di The
Four Seasons rivela la reunion sullo schermo di Tina Fey e
Steve Carell. I due hanno recitato insieme per la prima volta nel
film romantico-comico del 2010 Date Night, nei panni di una
coppia sposata annoiata che cerca di riaccendere la fiamma del
romanticismo con una serata glamour, ma finisce per ritrovarsi in
un’avventura inaspettata e pericolosa. Questa volta, Fey e
Carell non interpretano una coppia in The Four Seasons,
poiché la prima è in coppia con Will Forte e Carell con Kerri
Kenney-Silver. Tuttavia, l’intesa tra Fey e Carell sullo schermo
dovrebbe comunque trasparire come amici.
Il trailer di The Four
Seasons rivela come il remake della serie Netflix aggiorna il
film di Alan Alda del 1981. Da notare l’inclusione di una coppia
gay, Danny e Claude, interpretati da Colman Domingo e Marco
Calvani. Nel film, tutte e tre le coppie erano eterosessuali. Per
il resto, la maggior parte dei personaggi sembrano ispirati al film
originale, rendendo abbastanza facile indovinare chi interpreta
ogni ruolo.
Ad esempio, il ruolo di Tina Fey
sembra essere quello originariamente interpretato da Carol Burnett.
Tuttavia, il primo teaser non rivela quale delle tre coppie sia in
difficoltà.
Hulu ha rilasciato il trailer
definitivo della sesta e ultima stagione di The
Handmaid’s Tale, che anticipa ciò
che June Osborne (Elisabeth
Moss) deve ancora affrontare prima che le luci si
spengano su questo dramma distopico. La stagione debutterà l’8
aprile con i primi tre episodi. La serie ha ormai adeguatamente
preparato gli spettatori a una rivoluzione e in questa stagione
essa non è più una promessa, ma una realtà.
Nel trailer, June è in giro con Luke
(O-T Fagbenle) in direzione di Gilead, il che
porta a molte domande. Come e dove si sono riuniti dopo che June e
sua figlia sono partite su un treno dal Canada mentre la polizia
arrestava Luke? June è visibilmente combattuta tra i due amori
della sua vita: Luke e Nick (Max Minghella), il
quale continua a rischiare tutto per salvarla, a prescindere dalle
conseguenze.
Poi c’è la grande rivelazione:
Serena (Yvonne
Strahovski) non solo ha ritrovato la strada per
Gilead, ma sta anche percorrendo la navata di una chiesa indossando
un abito azzurro, mentre le ancelle la circondano. Chi è il suo
sposo? Più avanti nel trailer, si scopre che è il nuovo personaggio
di Josh Charles quando porta la sua
nuova sposa oltre la soglia della loro nuova casa. Ad ogni modo,
una volta scoppiata la guerra, le ancelle si dimostreranno armate e
disposte a uccidere chiunque ostacoli la loro libertà.
Quello che sappiamo
su The Handmaid’s Tale – Stagione 6
Hulu ha fissato la data della
première della sesta e ultima stagione di The
Handmaid’s Tale per l’8 aprile, con i primi tre
episodi. I successivi seguiranno ogni martedì fino al finale del 27
maggio.
Nella stagione finale, lo spirito
inflessibile e la determinazione di June (Elisabeth
Moss) la riportano nella lotta per distruggere Gilead.
Luke e Moira si uniscono alla resistenza. Serena cerca di riformare
Gilead, mentre il Comandante Lawrence e la zia Lydia fanno i conti
con ciò che hanno provocato e Nick affronta una difficile prova di
carattere. Questo capitolo finale del viaggio di June sottolinea
l’importanza della speranza, del coraggio, della solidarietà e
della resilienza nella ricerca della giustizia e della libertà.
La sesta stagione è interpretata
da Elisabeth
Moss, Yvonne
Strahovski, Bradley Whitford, Max
Minghella, Ann Dowd, O.T. Fagbenle, Samira Wiley, Madeline Brewer,
Amanda Brugel, Sam Jaeger, Ever
Carradine e Josh Charles.
La serie è prodotta da MGM
Television. La sesta stagione è prodotta da Bruce
Miller, Warren Littlefield, Eric Tuchman, Yahlin Chang, Elisabeth Moss, Sheila Hockin, John Weber,
Frank Siracusa, Steve Stark, Kim Todd, Daniel
Wilson e Fran Sears. La serie è
distribuita a livello internazionale da Amazon MGM
Studios Distribution.
Netflix e Shondaland tornano
a collaborare con The Residence, una
serie mistery in otto episodi creata da Paul William
Davies e ispirata al libro The Residence:
Inside the Private World of the White
House di Kate Andersen Brower. Tra
intrighi, omicidi e un cast corale di personaggi stravaganti, la
serie si posiziona a metà tra la classica detective story e la
commedia satirica, con una vena di assurdità che la rende
irresistibile.
La storia intricata
di The Residence
La vicenda prende il via durante una
cena di stato alla Casa Bianca, organizzata per rinsaldare i
rapporti con l’Australia. Mentre gli ospiti si godono la serata e
la performance di Kylie Minogue, un urlo
squarcia l’aria: il Capo Usciere della Casa Bianca, A.B. Wynter
(Giancarlo
Esposito), è stato trovato morto nella sala del
biliardo. L’indagine viene affidata alla detective Cordelia Cupp
(Uzo Aduba), un’investigatrice eccentrica con una
passione per il birdwatching e le sardine in scatola. Accompagnata
dal riluttante agente dell’FBI Edwin Park
(Randall Park), Cordelia si addentra nei segreti
dell’edificio più sorvegliato d’America, interrogando ospiti e
membri dello staff per ricostruire gli eventi della fatidica
notte.
Cordelia Cupp è un
personaggio memorabile
Il fascino della serie risiede nel
suo tono ironico e nel cast eccezionale. Aduba regala una
performance magnetica, Cordelia è un personaggio
memorabile: brillante, bizzarra e sempre un passo avanti
agli altri. Al suo fianco spiccano Giancarlo
Esposito nel ruolo della vittima, Susan
Kelechi Watson nei panni della sua ambiziosa vice
Jasmine Haney e Jane
Curtin, l’esilarante suocera alcolizzata del
Presidente. La presenza di Al
Franken nei panni di un senatore cinico aggiunge un
ulteriore strato di satira politica.
La narrazione si sviluppa su due
linee temporali: da un lato, l’indagine di Cordelia, arricchita da
flashback e versioni contrastanti degli eventi; dall’altro,
un’audizione al Congresso in cui Jasmine e altri testimoni tentano
di chiarire il mistero. Questo doppio livello di racconto mantiene
alta la tensione, anche se a volte la serie sembra perdersi nei
suoi stessi intrecci. Il numero elevato di personaggi e sottotrame
può risultare dispersivo, aspetto aggravato da alcuni flashback
dedicato alla passione di Cordelia per l’ornitologia e il
birdwatching. Il ritmo risulta rallentato in questi frangenti, ma
il personaggio si arricchisce, diventando sempre più bizzarro e
approfondito.
Una residenza di lusso per un
Cluedo contemporaneo
Visivamente, The
Residence è un gioiello. La Casa Bianca viene trasformata
in un gigantesco puzzle, con stanze nascoste e corridoi segreti che
amplificano il senso di mistero e rendono più complessa la
risoluzione del crimine. La regia di Liza
Johnson e Jaffar
Mahmood gioca con prospettive insolite e un montaggio
vivace, mentre la colonna sonora omaggia il cinema noir e i
classici del giallo, senza dimenticare le derive più moderne dei
classici whodunit, come la serie di Knives
Out di Rian Johnson o gli
ultimi adattamenti da Agatha
Christie con Kenneth Branagh (tutti che
vengono esplicitamente citati dai personaggi).
La satira sociale
Nonostante il tono leggero, che
struttura l’indagine con intriganti svolte e con le piacevoli
digressioni di Cordelia che si orienta nel mondo degli esseri umani
grazie agli insegnamenti del comportamento degli uccelli che ama
avvistare, The Residence non si risparmia quando si parla di satira
sociale e di critica alle alte cariche della società. Il cast
corale rappresentativo e variegato e si confronta alla fine
con la meschinità del mondo moderno, che concentra potere e
autorità nelle mani di pochi, ma non quelli che ci aspetteremmo,
per cui la serie mantiene una componente di imprevedibilità che la
rende ancora più divertente, fino al confronto finale, con tanto di
atteso ma necessario spiegone su “come sono andate davvero le
cose”.
In definitiva, The
Residence è una serie con una trama coinvolgente e con
dei protagonisti sopra le righe, che unisce il fascino di un giallo
alla Agatha Christie con l’umorismo
dissacrante tipico di Shondaland. Uzo
Aduba brilla nel ruolo della detective Cordelia Cupp,
e il cast di supporto contribuisce a rendere ogni episodio
un’esperienza spassosa e avvincente.
Un whodunnit in salsa comica da divorare in un
binge-watching senza rimpianti.
Biancaneve è il classico dei
classici. Primo film d’animazione a colori Disney,
nonché uno dei suoi maggiori successi al botteghino, è riuscito a
entrare nell’immaginario collettivo come una delle fiabe più amate,
con una delle principesse più memorabili. Nell’era dei live-action,
prodotti ormai con continuità, era quindi impensabile escludere
proprio il primo lungometraggio che segnò un’epoca straordinaria
per la Casa di Topolino e per generazioni di bambini. E così, dopo
un iniziale stop dovuto alla pandemia, le riprese hanno preso il
via nel 2022 sotto la direzione
diMarc Webb.
Come accaduto per La
Sirenetta, anche questo live-action non
è stato esente da critiche e polemiche, legate alla scelta della
protagonista. Non è cambiato nulla rispetto alle accuse rivolte
alla produzione per aver selezionato un’attrice che non
rispecchiasse nella carnagione la piccola sirenetta, polemica poi
messa a tacere dalla performance di Halle
Bailey, che ha dimostrato come il valore di una storia emerga
ben oltre il colore della pelle. Lo stesso destino è toccato
a Rachel
Zegler, criticata per una carnagione ritenuta troppo
scura per interpretare Biancaneve, rinomata per la pelle bianca
come la neve e le labbra rosse. Eppure, nel film, che si apre
sfogliando il classico libro delle favole, viene subito spiegato
l’origine del suo nome: è nata durante una bufera di neve e,
nonostante il gelo, questa neve, lei, è riuscita “a dominarla”,
come sottolinea la narrazione più volte.
La pellicola, in
uscita nelle sale il 20 marzo, è scritta
da Erin Cressida Wilson, con canzoni
originali curate da Pasek & Paul.
La trama
di Biancaneve
In un regno lontano, circondato da
amore e serenità, la regina dà alla luce una bambina, in una
giornata di neve. E poiché la piccola dimostra una straordinaria
forza, non lasciandosi indebolire dal gelo, le viene dato il nome
di Biancaneve. Cresce felice, ballando e infornando torte per i
sudditi, con la promessa ai genitori di rimanere sempre impavida,
buona, e giusta.
Ma la sua vita è destinata a
cambiare: alla morte della madre, una donna bellissima arriva a
palazzo, ammaliando il re. Ben presto la sua natura si rivela, e,
quando convince il sovrano a partire per una missione volta a
salvare alcune terre, la Regina Grimilde prende il potere, gettando
il regno nell’oscurità e nel terrore. Biancaneve viene relegata
nell’ala più alta del castello, come serva, ignara che Grimilde,
invidiosa di lei, stia progettando di ucciderla. Seguendo la storia
del film d’animazione, Biancaneve, una volta fuggita, si ritrova
nella casa dei sette nani, ma questa volta sceglie di combattere,
affiancata da Jonathan, un ribelle ladro che, anziché essere un
principe, lotta in nome del re ormai scomparso.
Scenografie sontuose, fotografia
magica. I sette nani? Una sorpresa
I trailer diffusi nel 2024 avevano
già dato un’idea di ciò che sarebbe stato il film, e la visione
completa conferma molte delle impressioni iniziali. La
ricostruzione degli interni del castello, del regno e persino della
dimora dei sette nani riesce a restituire quella magia tipica delle
fiabe Disney, merito senza dubbio di una scenografia
sontuosa e di una fotografia elegante dai
toni caldi, che avvolge lo spettatore trasportandolo in un
mondo di sogni, speranze e meraviglia. Il grande impegno produttivo
è evidente anche nei costumi, realizzati con cura per evitare il
famigerato effetto cosplay, ma purtroppo, il celebre abito blu e
giallo di Biancaneve, indossato da Rachel Zegler, risulta il meno
incisivo tra tutti.
Per quanto riguarda invece
i sette nani, al centro di numerose
discussioni, dobbiamo ricrederci: sebbene la CGI non
sia impeccabile e il loro design non brilli per
bellezza – al punto che alcuni potrebbero persino risultare
inquietanti – la loro caratterizzazione è
riuscita. Sono loro il vero cuore emotivo del
film, con un’energia che li rende autentici e, a conti
fatti, anche i più divertenti. Simpatici, buffi, genuini: i sette
nani si rivelano la sorpresa di un film che, invece, non trova il
suo punto di forza nei protagonisti principali.
Il punto debole
di Biancaneve
E qui arriviamo al problema
principale: attori e sceneggiatura, due pilastri fondamentali per
il successo di un film. Se nelle prime scene la narrazione sembra
funzionare, tutto inizia a vacillare dopo la
canzone Waiting On a Wish, che, va detto, non ha la
stessa potenza sonora in doppiaggio. Dal momento in cui Biancaneve
fugge nel bosco, la pellicola prende una piega
differente. Diversi passaggi narrativi risultano poco
chiari, con dinamiche affrettate e scene che si
interrompono bruscamente, creando un ritmo spezzato che finisce per
distanziare il pubblico dalla storia.
A rafforzare questo distacco è la
performance di Rachel Zegler, che in molte sequenze carica troppo
le espressioni facciali, rendendo evidente la finzione.
Anche Gal
Gadot, pur mostrando impegno, fatica a trasmettere
appieno la crudeltà e l’invidia di Grimilde. Questo perché, pur
avendo assorbito il fascino del personaggio con sguardi intensi e
sorrisi malvagi, si scontra con uno script che non valorizza a
dovere la villain. Grimilde avrebbe potuto avere maggiore
profondità, ma la sceneggiatura la priva di sfumature, rendendo il
climax finale debole e respingente nello scontro con la sua rivale
in bellezza.
Il valore del grande classico
Se alcuni aspetti lasciano l’amaro
in bocca, Biancaneveriesce comunque a
regalare momenti di nostalgia grazie
ai numerosi riferimenti al classico del
1937, che conquisteranno gli amanti della pellicola originale e i
fan Disney. La riproduzione di scene iconiche – come la
trasformazione di Grimilde, la fuga nel bosco e i sette nani al
lavoro in miniera – è un omaggio commovente. Sono questi
i momenti che creano il legame più forte con il
passato, suscitando quel senso di familiarità per chi, da
bambino, ha visto e rivisto Biancaneve e i sette nani in VHS
accoccolato sul divano, premendo il tasto rewind ogni volta che
finiva. Un tuffo, perciò, nei ricordi d’infanzia. Una scelta forse
prevedibile, ma anche profondamente sentita, che per le vecchie
generazioni diventa un motivo in più per rimanere a guardare.
The Equalizer – Il
vendicatore è il thriller d’azione del 2014 che ha
visto Denzel Washington interpretare Robert
McCall, un marine letalmente pericoloso diventato
ufficiale della DIA. Nel teso film, diretto da Antoine Fuqua, il
personaggio di Washington torna in azione con riluttanza per
salvare un adolescente dalla mafia russa. Dato il successo di
questo lungometraggio, è poi stato realizzato un sequel,
The Equalizer 2 – Senza
perdono, in cui Robert e il suo ex collega Dave
York indagano sull’omicidio di un’altra collega,
Susan Plummer, uccisa da assalitori non visti
durante quella che sembrava una rapina a Bruxelles.
Nell’indagare su questo omicidio,
non ci vuole poi molto perché l’antieroe incallito di Washington
scopra la scioccante verità che ha porta al finale. Nel frattempo,
un artista adolescente problematico di nome Miles
si è offerto di dipingere un murales nell’appartamento di Robert.
Queste due trame convergono nelle scene finali di The
Equalizer 2– Senza perdono, quando Miles
viene rapito dall’assassino di Susan e Robert deve tornare nella
sua città natale per affrontare gli assassini. Nel frattempo, il
finale fornisce anche nuove informazioni sulla visione del mondo di
Robert, sulle sue lotte e sul percorso che lo ha portato a una vita
di protezione degli innocenti.
La spiegazione del finale di
The Equalizer 2 – Senza perdono, chi ha ucciso
Susan Plummer?
È scioccante apprendere che èstato
l’apparentemente dolce e onesto Dave York interpretato da Pedro Pascal a uccidere Susan in The
Equalizer 2 – Senza perdono. La donna era stata incaricata
di risolvere un caso a Bruxelles dove un agente della CIA ha ucciso
la moglie per poi spararsi. Tuttavia, è stata eliminata prima di
poter stabilire cosa effettivamente fosse successo. A farla fuori è
stato proprio Dave, responsabile di quel crimine. Insieme agli
altri ex colleghi di Robert, Kovak,
Ari e Resnik, si è infatti dato
al crimine dopo essere stati abbandonati dalla DIA nonostante anni
di fedele servizio. Sapendo che Susan sarebbe arrivata ad
incastrarli, hanno dunque deciso di eliminarla.
Alla luce di ciò, anche se Dave ha
trascorso la maggior parte del film cercando di trovare l’assassino
di Susan insieme a Robert, si è alla fine rivelato proprio lui il
colpevole dell’omicidio. Robert se ne rende conto quando vede il
numero di Dave nell’elenco delle chiamate di un assassino che ha
tentato, senza riuscirci, di uccidere Robert. A questo punto il
sequel diventa veramente brutale: Dave e i suoi soci rapiscono
Miles e seguono Robert fino alla sua città natale in riva al mare.
Lì, usando la torre di guardia locale come base, Robert li fa però
fuori usando una forte tempesta come copertura, per poi affrontare
Dave in un combattimento uno contro uno.
Perché c’è un uragano nel finale di
The Equalizer 2 – Senza perdono?
L’uragano nel finale di The
Equalizer 2 – Senza perdono è un classico caso di fallacia
patetica, in cui la natura diventa l’incarnazione delle emozioni dei personaggi.
L’omicidio di Susan da parte di Dave ha sconvolto i ricordi di
Robert sul periodo trascorso insieme alla DIA e lo ha costretto a
confrontarsi con gli orrori del suo passato. Così, la sua città
natale è stata letteralmente fatta a pezzi mentre, interiormente,
Robert sentiva che anche la sua meritata pace era stata interrotta
e fatta a pezzi. L’immagine dell’uragano esteriorizza quindi
l’agitazione interna di Robert, che si rende conto che non si può
mai tornare veramente a casa dopo aver vissuto gli orrori della
guerra. Robert deve invece accettare brutalmente di aver fatto
parte della squadra di Dave e di dover uccidere i suoi ex
amici.
Il significato della morte di Dave,
Kovak, Ari e Resnik
Robert attirato quindi Kovak, Ari e
Resnik nella sua città natale e li uccide con un fucile subacqueo,
dei coltelli e un’esplosione di polvere. In termini pratici, Robert
ha ucciso questi scagnozzi uno alla volta per rendere più facile la
resa dei conti finale. A livello metaforico, Robert aveva bisogno
di tornare nella sua casa d’infanzia e di infliggere questi destini
violenti ai suoi colleghi per uccidere le parti di sé che volevano
trasformare la sua rabbia in una vendetta omicida. Robert, come i
suoi colleghi, si sentiva ingannato e tradito da un governo
noncurante dopo anni di fedele servizio. Per questo motivo, aveva
bisogno di ucciderli per assicurarsi di non diventare come
loro.
Infine, Robert ha lentamente
pugnalato a morte Dave con il suo stesso coltello, utilizzando le
tecniche che entrambi hanno imparato alla DIA. Dave si è appoggiato
alla sua rabbia, amarezza e risentimento per diventare un
assassino, mentre Robert ha rivolto la lama su Dave (e, per
estensione, sul suo stesso risentimento). The Equalizer 2 –
Senza perdono è stato il primo sequel nella carriera di
Denzel Washington e questo pesante finale spiega perché. Quando
Robert ha ucciso Dave, ha scelto la strada del perdono piuttosto
che quella della vendetta violenta. Questo gli ha conferito un
senso di responsabilità che mancava nel finale dell’originale
The Equalizer – Il
vendicatore.
Per quanto riguarda la linea
narrativa dedicata a Miles, nel finale di The Equalizer 2 –
Senza perdono, il ragazzo dipinge un’idilliaca scena
rurale sul lato dell’edificio in cui vive Robert. Il murale
raffigura una comunità che si prende cura dei propri raccolti,
riflesso dell’orto comune del condominio e testimonianza del potere
della riabilitazione comunitaria. Dopo tanti spargimenti di sangue
e morti, Robert non avrebbe potuto trovare uno scopo nella sua vita
se non fosse stato per il potere riparatore della comunità.
Offrendosi come mentore di Miles, Robert ha incarnato l’approccio
olistico alla vita, incentrato sulla comunità, descritto nella
visione utopica di Miles. Tuttavia, l’incapacità di Robert di
offrire la stessa guida ai suoi colleghi lo perseguita dopo la loro
morte per mano sua.
Il vero significato del finale di
The Equalizer 2 – Senza perdono
Anche se il finale di The
Equalizer 2 – Senza perdono non è del tutto tragico, c’è
un forte senso di tristezza. Robert riunisce un sopravvissuto
all’Olocausto con il fratello perduto da tempo grazie alle sue
capacità, ma non riesce a costringere Dave a vedere un percorso per
la sua vita che non sia definito dalla violenza e dalla punizione.
Come dice il Nuovo Testamento, “È più facile che un cammello
passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di
Dio”, e Robert se n’è reso conto quando si è dimostrato più
facile cavare gli occhi a Dave che fargli capire l’errore dei suoi
modi.
Robert avrebbe potuto facilmente
diventare un altro mercenario scontento come Dave, Kovak, Ari e
Resnik, e nel finale di The Equalizer 2 – Senza
perdono è stato costretto a fare i conti con questo fatto.
Incoraggiando Miles a perseguire l’arte invece di una vita
criminale, Robert ha trasmesso la sua saggezza alla generazione
successiva. Tuttavia, non è riuscito a salvare gli uomini con cui
ha combattuto e, alla fine, è stato lui a doverli uccidere.
Nonostante i suoi tentativi di aiutare i bisognosi, Robert McCall è
dunque ancora turbato dai suoi limiti nel finale di questo film,
poiché si rende conto che avrebbe potuto essere tentato dal crimine
proprio come i suoi fratelli in armi. Forse è anche per questo che
in The Equalizer 3 – Senza tregua, cerca pace lontano da
quei luoghi.
Dopo aver trasformato Nicolas
Cage nel suo
incredibile Longlegs, Osgood – detto Oz –
Perkins rilancia con il nuovo The
Monkey,distribuito al cinema da
Eagle Pictures a partire dal 20 marzo 2025. Un film che riunisce
parte di un ipotetico Gotha dell’horror, nel quale non potrebbero
mai mancare James Wan (il padre delle
saghe di The Conjuring e Saw, qui
produttore) e Stephen King, autore del racconto
(contenuto nella raccolta “Scheletri“) dal quale nasce
questo adattamento, interpretato da Theo
James, nel doppio ruolo del tormentato e disperato
protagonista, e diretto appunto dal figlio dell’Anthony Perkins
di Psycho.
Da Psycho a Stephen
King
Che abbiamo visto muovere i primi
passi su un set nel 1983, come ‘giovane Norman’ nel Psycho
II di Richard Franklin, ed esordire alla regia nel 2015,
con February – L’innocenza del male nel 2015,
prima dell’interessante Sono la bella creatura che vive in
questa casa nel 2016 e la versione personale del poco
fiabesco Gretel e Hansel nel 2020, prima del
citato Longlegs. E che per questo gradito ritorno
sceglie di attingere alla storia “La scimmia“, pubblicata
dal Re del Brivido nel novembre del 1980, dopo che in passato era
stato Kenneth J. Berton, nel 1984, a farne un film con il
suo Il dono del Diavolo (The Devil’s Gift).
La trama di The
Monkey
Nel 1999, Petey Shelburn
tenta di restituire, e distruggere, una scimmia giocattolo in un
negozio di antiquariato, ma il congegno meccanito tutto è tranne
che un gioco. Come dimostra la reazione a catena che si scatena,
solo la prima stazione di una interminabile via crucis disseminata
di morti incredibili che sembrano funestare la famiglia Shelburn e
i due piccoli figli di Petey, Hal e Bill. Sono loro a sospettare
del potere nefasto della scimmia e a disfarsene… ma per quanto?
Venticinque anni dopo, infatti, i due, ormai separati dalla vita e
dalla precisa intenzione di non avere nulla a che fare l’uno con
l’altro, sono costretti a riavvicinarsi dall’inatteso riapparire
del “giocattolo”. Ma se non fosse un caso? Come potrebbe Hal
evitare che la maledizione ricada su suo figlio Petey?
Il destino è quel
che è
Tutti muoiono, il film ce
lo ricorda, ma accettato questo assunto tanto vale sbizzarrirsi.
Chissà che non sia stato questo il pensiero di Oz Perkins
nell’architettare questo adattamento infarcendolo di invasioni di
vespe assassine, donne che esplodono e incidenti mortali di ogni
tipo, nel quale il pericolo è dietro ogni angolo, dalla piscina al
ristorante, sia che si resti in casa sia che si vada a fare
shopping. Morti talmente assurde, esagerate ed esplicite da fargli
andare stretto persino il collegamento – spontaneo, a vedere il
film – con il franchise di Final Destination, e che
probabilmente faranno la gioia di molti appassionati del
genere.
Il Dark Humour
in The Monkey
Questo senso
dell’umorismo ‘malato’ è in fondo la cifra principale del film, nel
bene e nel male, visto che spesso, a fronte della grande creatività
omicida e dell’abilità del regista a costruire gradualmente la
tensione, viene a mancare proprio quella che dovrebbe essere la
spina dorsale dell’horror. La forza evocativa e inquietante del
giocattolo ha molta meno intensità e presa di altri suoi simili,
sostanzialmente ridotto a osservatore silente e trasformato in una
sorta di innesco di quello che è il vero conflitto, quello tra i
due fratelli.
Una scelta spiazzante,
che spezza in due il film, dopo un prologo avvincente e una
premessa promettente, affidandosi spesso a cliché e a una storia
debole nella sua rappresentazione, anche come mero tessuto
connettivo tra sequenze emozionanti e visivamente di impatto, che
finisce per dilungarsi eccessivamente prima della definitiva
conclusione. Anche questo effetto della libertà che Perkins
dimostra di prendersi nella trasposizione del racconto, insieme
alla fondamentale aggiunta di un fratello gemello, elemento che gli
permette di fare proprio il film e approfondire le dinamiche
familiari (dal rifiuto della paternità al senso di colpa per quanto
vissuto nell’infanzia) e i traumi che uniscono Hal e Bill, fino ad
assumere i tratti di una vera e propria maledizione, da affrontare,
accettare o scontare.
Un tentativo di
catarsi personale per Perkins
Tutto ciò, unito alla
relazione fratturata affidata al doppio Theo, aggiunge profondità
al racconto e un peso specifico particolare al cercarsi e
confrontarsi dei due gemelli. Forse non quella desiderata dallo
spettatore medio, che certo non si aspetterà Bergman, ma si
ritroverà di fronte a un progetto decisamente personale per il
regista, che ha pubblicamente ammesso di continuare a sfruttare i
propri film – almeno Longlegs e The
Monkey – per affrontare la depressione causata dalla morte
“mediatica” dei suoi genitori (il padre a causa dell’AIDS e la
madre Berinthia “Berry” Berenson negli attentati dell’11 settembre
2001) e mettere in scena genitori assenti, le drammatiche
conseguenze di certi segreti familiari, il desiderio di vendetta e
la paura di una distruttiva coazione a ripetere il passato.
Attenti al
gorilla
Attenzione a
fraintendere, The Monkey è
sufficientemente divertente, splatter e grottesco da appartenere a
buon titolo al genere e da poter essere apprezzato dallo stesso
King (nonostante il tradimento del suo originale), a patto di
possedere lo stesso humour del regista e sceneggiatore. Che, come
detto, a scelte convincenti di stile (dai titoli ‘western’ a una
fotografia desaturata e un commento musicale ben calibrato) e una
pletora di personaggi di contorno surreali, unisce uno sviluppo non
sempre di livello. Per ritmo e coerenza. Che rischierà di annoiare
qualcuno, forse i poco impressionabili, ma che per lo meno non si
prende sul serio. Decisamente.
Marcello Macchia,
meglio noto come Maccio Capatonda, torna con
Sconfort Zone, una serie disponibile dal 20 marzo
su Prime
Video che rappresenta una svolta nella sua carriera, quasi una
auto analisi che Macchia trasforma in racconto semi serio di una
sua difficoltà personale. Conosciuto per il suo stile comico
surreale e dissacrante, Capatonda questa volta si spinge oltre i
confini della semplice parodia, esplorando il lato più intimo e
vulnerabile della sua creatività.
Di cosa parla Sconfort Zone?
La serie segue Maccio Capatonda nei
panni di sé stesso, alle prese con una profonda crisi creativa.
Incapace di scrivere una nuova sceneggiatura, si affida alle cure
del Professor Braggadocio (Giorgio Montanini), uno
psicologo dai metodi non convenzionali che lo sottopone a una serie
di esperimenti per aiutarlo a riscoprire la propria ispirazione.
Quello che inizia come un percorso di rinascita artistica si
trasforma presto in una vera e propria ridefinizione della sua
identità, portandolo a mettere in discussione non solo la sua
carriera, ma anche la sua intera esistenza.
Un esperimento metatestuale
Fin dalle prime immagini, Sconfort
Zone si presenta come un’opera metatestuale, giocando con la realtà
e la finzione. Il protagonista affronta prove che affondano in
riflessioni su temi profondi come la malattia, la morte e il senso
della propria arte. In un primo momento, questa virata verso un
tono più drammatico può lasciare spiazzati i fan abituati alle gag
esilaranti dell’attore abruzzese, ma man mano che la storia si
sviluppa, emerge un perfetto equilibrio tra momenti di riflessione
e la sua inconfondibile vena comica, mai del tutto abbandonata.
Anche nei momenti più drammatici risulta difficile non stare
allerta in attesa della prossima intrusione nel surrealismo tipico
della comicità di Maccio.
Uno degli elementi più riusciti
della serie è la presenza di Valerio Desirò nei
panni di un infermiere esuberante e sarcastico, capace di
alleggerire i momenti più tesi con battute taglienti e una efficace
cadenza romana. Il suo personaggio non è solo un elemento comico,
ma anche una figura che incarna il precariato e le difficoltà della
generazione contemporanea che si aggrappa alla risata come
esorcismo nei confronti della difficoltà. Il cast di supporto,
composto da Francesca Inaudi (compagna di Maccio
nella finzione), Luca Confortini, Camilla Filippi,
e il trio di comici Valerio Lundini, Edoardo
Ferrario e Gianluca Colucci, che
interpretano gli amici intimi del protagonista (uno specchio
deformato in cui Marcello/Maccio riflette le proprie insicurezze)
arricchisce ulteriormente il tessuto narrativo della serie,
offrendo interpretazioni autentiche e sfumate, continuamente
tentate dal superare la linea di demarcazione tra tono drammatico e
surreale
Citazioni pop accanto a riflessioni
sull’arte e sulla vita
Se Sconfort Zone si
distingue per il suo coraggio tematico, altrettanto audace è il suo
approccio stilistico. Maccio Capatonda fonde la
sua tipica ironia con un linguaggio più cinematografico,
impreziosendo la narrazione con riferimenti alla cultura pop e
citazioni colte. Alcune scene, tra cui una toccante sequenza che
richiama Ritorno al Futuro, dimostrano una maturità registica
sorprendente (Macchia dirige a quattro mani con Alessio
Dogana, che viene dal documentario). La serie riesce a
bilanciare il suo umorismo con momenti di pura introspezione,
creando un’esperienza coinvolgente e stratificata.
Ma ciò che rende Sconfort
Zone davvero speciale è la sua capacità di parlare a un
pubblico trasversale. Dietro la trama autobiografica e i
riferimenti ironici al mondo dello spettacolo, si cela una
riflessione più ampia sulla pressione creativa e
sull’identità nell’era della sovraesposizione digitale,
quando la necessità di creare contenuto a tutti i costi sovrasta
l’estro naturale e ispirato che alimenta la creatività di artisti e
attori. Capatonda non si limita a intrattenere, ma solleva
interrogativi su cosa significhi essere un artista oggi, in un
mondo in cui l’originalità sembra sempre più soffocata dalle
logiche di mercato.
Marcello Macchia
dimostra con Sconfort Zone di riuscire a gestire sia la
sua nota vocazione comica fondendola con un registro insolito per
lui, che mira a un’analisi più profonda, un viaggio dentro
la mente di un artista in crisi, che riesce in egual
misura a divertire e emozionare, offrendo spunti di riflessione e
aprendo porte sul mondo privato dell’autore.
Un’opera audace che gioca con il
concetto di identità, percezione e bellezza,
A Different Man è
il nuovo film scritto e diretto da Aaron
Schimberg.
Con una trama che riecheggia il classico Operazione
diabolica
(1966) di John Frankenheimer, il film segue Edward (interpretato
daSebastian Stan),
un attore newyorkese con neurofibromatosi, una condizione che gli
causa vistosi tumori facciali e lo relega a ruoli marginali come
quelli nei video aziendali sulla diversità e l’inclusione. La sua
vita cambia quando accetta di sottoporsi a un trattamento
sperimentale che lo trasforma radicalmente, dandogli l’aspetto di
una star del cinema. Ma il cambiamento esteriore non si traduce in
una nuova vita felice: Edward scopre che il suo senso di
inadeguatezza non era solo una questione estetica.
Il fascino di una narrazione complessa
La forza di A Different
Man risiede nella sua capacità di esplorare il concetto di
identità in modo sfumato e spesso ironico. Schimberg non tratta
Edward con condiscendenza, evitando la tipica rappresentazione di
personaggi diversi come esseri straordinariamente virtuosi o saggi.
Edward è insicuro, mediocre come attore e non particolarmente
brillante. Il suo desiderio di cambiare aspetto non nasce da un
bisogno di accettazione sociale, ma da una cieca ambizione
artistica. Tuttavia, quando il cambiamento avviene, le cose non
migliorano come sperava: il suo nuovo aspetto lo porta solo a una
crisi ancora più profonda.
L’ironia sottile che percorre tutto
il film e l’estetica vintage ottenuta anche grazie alla pellicola
Super 16mm scelta dal direttore della fotografia Wyatt Garfield
contribuiscono a rendere credibile l’atmosfera da cinema
indipendente anni ’70 e coniuga l’omaggio stilistico al senso di
intimità e contraddizione che il protagonista porta avanti nella
sua turbolenta parabola personale.
Un cast brillante e performance
straordinarie
Sebastian Stan, noto per il suo ruolo di
Bucky Barnes nel MCU, dimostra ancora una volta il
suo talento nelle produzioni più rischiose. La sua interpretazione
di Edward/Guy non si basa solo sul cambiamento estetico, ma su una
profonda trasformazione fisica e vocale. La sua postura rimane
esitante, il suo tono di voce incerto, mostrando che l’insicurezza
è radicata nella sua personalità, non nel suo aspetto. Stan mette a
segno un’altra performance di grande spessore nella stagione
cinematografica che gli è valsa la sua prima nomination agli oscar
con l’interpretazione del giovane Donald Trump
in The Apprentice – Alle origini di
Trump.
Accanto a lui,
Renate Reinsve (già
acclamata per La
persona peggiore del mondo)
offre un’altra interpretazione affascinante. Il suo personaggio,
Ingrid, è una drammaturga norvegese che si trasferisce a New York
con grandi sogni e una personalità carismatica ma ambigua. Il suo
rapporto con Edward è inizialmente di supporto, ma si complica
quando lei scrive un’opera teatrale ispirata alla loro amicizia e
alla sua trasformazione, creando una dinamica di potere
intrigante.
Il vero fulcro emotivo
del film è però Adam
Pearson nel ruolo di Oswald. Pearson, che nella realtà
convive con la neurofibromatosi, incarna un personaggio
diametralmente opposto a Edward: sicuro di sé, affascinante e
dotato di una magnetica presenza scenica. Oswald rappresenta tutto
ciò che Edward avrebbe voluto essere, nonostante condividano la
stessa condizione fisica. Questa dicotomia genera una tensione
psicologica che diventa il cuore pulsante del film.
A Different
Man è una satira sull’autenticità
A Different
Man è una satira oscura sulla bellezza e sull’autenticità.
Il film suggerisce che la società ha una visione ristretta di ciò
che è desiderabile e normale, ma va oltre la semplice critica.
Schimberg scava più a fondo, mettendo in discussione anche la
rappresentazione della disabilità nel cinema. Edward e Oswald
dimostrano che una condizione fisica può portare a percorsi di vita
molto diversi, smentendo il cliché della persona diversamente abile
come vittima o come esempio di forza sovrumana.
Un finale aperto in
linea con lo spirito del film
Nella seconda parte, il film si fa
sempre più surreale, con una narrazione frammentata che riflette la
crisi d’identità del protagonista. Quando Edward/Guy si rende conto
di non essere comunque felice, la sua ossessione per Oswald cresce
fino a diventare autodistruttiva. Il film lascia molte domande
senza risposta, preferendo suggerire piuttosto che spiegare. Questo
senso di sospensione potrebbe risultare frustrante per alcuni
spettatori, ma è coerente con il tono della storia che non si ferma
mai a un giudizio univoco e lascia sempre spazio per discussione e
contraddittorio.
A Different Man è
un film stimolante, che sfugge alle convenzioni del genere e
propone una riflessione profonda sul rapporto tra aspetto fisico,
autostima e percezione sociale. Grazie a una regia intelligente,
un’estetica ricercata e interpretazioni memorabili, Schimberg firma
un’opera unica nel suo genere. Non tutto funziona perfettamente,
soprattutto nella seconda parte, ma il film rimane un’esperienza
intrigante e provocatoria, da vedere e discutere.
The
Monkey, il nuovo film tratto da Stephen King, è diventato un grande
successo per l’autore. King è noto soprattutto per le sue opere nel
genere horror, molte delle quali sono state adattate per il cinema.
Molte di queste hanno ottenuto uno straordinario successo di
critica, tra cui Carrie del 1976, che ha
ottenuto un punteggio Certified Fresh del 94% su Rotten Tomatoes ed
è stato candidato a due Oscar. Altri importanti adattamenti
includono Shining (83%), Misery
non deve morire (91%, una vittoria all’Oscar) e i
titoli non horror Stand by Me (92%, una
nomination all’Oscar) e Le Ali della Libertà
(89%, sette nomination all’Oscar).
Oltre al suo successo di critica,
molti film basati sui romanzi di Stephen
King sono diventati dei successi al botteghino. I più
notevoli sono It del 2017 e il suo
seguito del 2019 It: Capitolo 2, che hanno
incassato rispettivamente 701 milioni di dollari e 467,6 milioni di
dollari in tutto il mondo, diventando il suo primo e secondo
adattamento con il maggior incasso di tutti i tempi. In totale, una
mezza dozzina di adattamenti di King hanno incassato più di 100
milioni di dollari al botteghino, tra cui Il miglio
verde (290,7 milioni di dollari)
e 1408 (131,3 milioni di dollari).
The Monkey è uno dei film di
Stephen King con i maggiori incassi e continua a guadagnare
The Monkey sta scalando una delle
classifiche più importanti. Il nuovo film, scritto e diretto
da Osgood
Perkins di Longlegs,
è un adattamento del racconto omonimo di Stephen
King e vede Theo
James nei panni dei gemelli Bill e Hal Shelburn,
tormentati da una scimmia giocattolo maledetta che uccide le
persone intorno a loro in modi raccapriccianti e inspiegabili.
L’uscita di The Monkey è iniziata il 21
febbraio, debuttando al secondo posto della classifica nazionale
per il weekend, dietro al secondo weekend di Captain America: Brave New
World, con un incasso di debutto di 3 giorni di 14
milioni di dollari.
Le previsioni di incasso parlano di
un totale nazionale cumulativo di 35,2 milioni di dollari. Secondo
la classifica pubblicata da The Numbers, questo sarà più che
sufficiente per il film per scalare la classifica delle uscite
cinematografiche nazionali di Stephen
King con il maggior incasso di tutti i tempi,
piazzandosi al 15° posto
tra L’Acchiappasogni del 2003 (33,7
milioni di dollari) e Carrie del 2013
(35,3 milioni di dollari).
Cosa significa questo per The
Monkey
Mentre The
Monkey sta compiendo la parabola della sua vita in
sala, arrivando anche in Italia il 20 marzo, il film
di Osgood Perkins ha ancora la
possibilità di continuare a scalare la classifica degli adattamenti
di Stephen King. Mancano solo 0,1 milioni di
dollari al sorpasso su Carrie del 2013,
ma a seconda di come andrà, potrebbe potenzialmente
superare The Running Man (38,1 milioni
di dollari) e The Boogeyman (43,2
milioni di dollari) e raggiungere il 12° posto, anche se sembra
improbabile che il film entri nella Top 10, poiché dovrebbe
incassare più dei 47,9 milioni di dollari guadagnati
da Secret Window del 2004.
Il finale della miniserie NetflixAdolescence, visivamente impressionante ed
emotivamente straziante, rivela la verità su chi ha ucciso Katie.
Stephen Graham è il protagonista del cast di Adolescence nel
ruolo di Eddie Miller, il padre devastato di Jamie Miller, un
ragazzo apparentemente normale che viene accusato di aver
accoltellato a morte la sua compagna di classe, Katie. Graham, che
ha sviluppato la serie thriller culinaria del 2023 Boiling
Point, ha anche co-creato la miniserie in quattro parti con
Jack Thorne. Adolescence ha ricevuto un raro punteggio del
100% da parte della critica su Rotten
Tomatoes, diventando una delle nuove serie più acclamate dalla
critica del 2025.
Adolescence è realizzata in
modo brillante e si svolge come uno spettacolo teatrale, con ogni
episodio girato in un unico piano sequenza. Mentre l’aspetto visivo
della serie Netflix è un’impresa a sé stante, la storia di
Adolescence rimane la parte più avvincente del dramma
psicologico. Dopo che l’episodio 1 segue Jamie attraverso il
protocollo della polizia dopo il suo intenso arresto e il primo
interrogatorio, l’episodio 2 dà uno sguardo alla scuola frequentata
da lui e Katie, mentre l’episodio 3 rivisita il tormentato Jamie
mentre entra e esce dal controllo con uno psicologo. L’episodio
4 si svolge 13 mesi dopo che Jamie è stato accusato dell’omicidio
di Katie e si conclude con una tragica nota definitiva su ciò
che è realmente accaduto.
La scelta di Jamie di
dichiararsi colpevole è la prova che ha ucciso Katie
Jamie confessa finalmente di
aver ucciso Katie con la sua dichiarazione di colpevolezza
L’episodio 4 di Adolescenza
si svolge il giorno del 50° compleanno di Eddie, motivo per cui
riceve un biglietto di auguri da Jamie, che è detenuto da oltre un
anno in attesa di processo. L’episodio mostra come la famiglia
Miller abbia superato in parte il trauma causato da Jamie, ma non
del tutto. Dopo aver avuto a che fare con alcuni teppisti che
vandalizzano il suo furgone, Eddie perde la calma fuori da un
negozio di bricolage, causando una scenata. Eddie riceve una
telefonata da Jamie, che gli augura buon compleanno e gli dà una
notizia allarmante: si dichiara colpevole. Questo conferma
essenzialmente che Jamie ha effettivamente pugnalato Katie sette
volte e l’ha uccisa, come mostrato dalle prove video delle
telecamere a circuito chiuso nell’episodio 1.
Perché Eddie non riusciva a
credere che Jamie fosse un assassino dopo aver visto le prove
video
Eddie era spinto dal rifiuto di
proteggere suo figlio a tutti i costi
Uno degli aspetti più affascinanti
del personaggio di Jamie era quanto fosse convincente nel
mentire e manipolare. Questo aspetto viene messo in piena
evidenza con il suo terapeuta nell’episodio 3. Anche se Eddie ha
visto le immagini innegabili di Jamie che accoltellava e uccideva
Katie, non riusciva a crederci completamente.
Dopo aver finalmente
ascoltato la confessione di Jamie, Eddie capisce di essere stato
ingannato per tutto il tempo e la realtà finalmente affiora nella
sua mente e in quella della sua famiglia.
Negli ultimi 13 mesi, sembrava che
la famiglia Miller avesse ancora qualche speranza che il figlio
non fosse un assassino, probabilmente come misura difensiva
perché il dolore di una tale verità sarebbe stato troppo grande.
Dopo aver finalmente ascoltato la confessione di Jamie, Eddie
capisce di essere stato ingannato per tutto il tempo e la realtà
finalmente affiora nella sua mente e in quella della sua
famiglia.
La spiegazione della
conversazione emotiva di Eddie e Manda su Jamie
Si sentono in colpa per aver
creato un assassino, ma hanno anche cresciuto una figlia
fantastica
Dopo la notizia scioccante della
decisione di Jamie, Eddie e Manda hanno una conversazione emotiva e
riflessiva sul figlio, che dovrà sicuramente affrontare anni di
prigione. Ricordano i giorni migliori, analizzando anche cosa
avrebbero potuto fare diversamente, assumendosi la colpa e la
responsabilità di averlo “creato”.
Eddie dice che ha cercato di
avvicinarlo allo sport, ma Jamie non era interessato, mentre Manda
ricorda come Jamie tornava a casa da scuola, si metteva al computer
e rimaneva sveglio fino a tarda notte. Mentre Eddie e Manda si
assumono la responsabilità di averlo reso un assassino, la loro
figlia Lisa entra e ricorda loro che hanno creato anche lei e
che non possono incolpare se stessi per il lato oscuro di
Jamie.
Perché alcuni ragazzi hanno
scritto “Nonse” sul furgone di Eddie
Adolescence episodio 4
inizia con Eddie che scopre che il suo furgone di lavoro è stato
vandalizzato, con alcuni ragazzi che hanno scritto “Nonse” con
vernice spray gialla affinché tutti i vicini di Eddie potessero
vederlo. In gergo britannico, un “nonce” si riferisce a un
molestatore sessuale, in particolare uno che coinvolge bambini.
Lisa vede la scritta e dice a sua madre di essere confusa su chi
sia il “nonse”, se Eddie o Jamie. Jamie ha rivelato nell’episodio 3
di essere stato tentato di toccare Katie in modo inappropriato, ma
di non averlo mai fatto. D’altra parte, è impossibile sapere quanto
Jamie fosse sincero.
L’episodio 4 evidenzia anche il
fatto che Eddie sta avendo qualche difficoltà a gestire la
situazione di Jamie e la sua continua lotta contro la rabbia.
Quando Eddie affronta l’adolescente che ha vandalizzato il suo
furgone, gli urla “Non prendermi in giro”, che può essere
interpretato come una leggera ammissione di colpa, come se
sapesse che “nonse” era riferito a lui. Mentre Lisa non ha idea
della questione, Manda potrebbe sapere qualcosa sul passato di
Eddie che non viene necessariamente alla luce alla fine di
Adolescenza. Forse i ragazzi che hanno scritto “nonse” hanno
sentito dire che Eddie aveva abusato sessualmente di Jamie. In ogni
caso, l’accusa di “nonse” nei confronti di Eddie o Jamie sembra
infondata.
Chi è Jenny e perché Manda
continua a parlarne
Manda menziona “Jenny” più volte
durante la sua discussione con Eddie, ricordandogli ciò che lei ha
detto su alcuni suoi comportamenti. Anche se Jenny non appare nella
serie, è lecito supporre che sia la terapista di Eddie e
potrebbe anche essere una consulente di coppia per Eddie e
Manda.
Eddie ha chiaramente dei difetti e
il suo problema più evidente è la rabbia incontrollabile: chiede a
sua moglie se lui ha “trasmesso” questo a Manda, che nega, quando
in realtà è una domanda a cui è impossibile rispondere. Sicuramente
i bambini esposti all’idea che gli uomini esercitano il dominio
o il controllo attraverso la rabbia e la violenza potrebbero
implementare queste nozioni nella loro personalità e
percezione.
Spiegato il motivo per cui
Jamie ha ucciso Katie
Adolescence esplora diversi
aspetti della mentalità malsana di Jamie
Jamie lo ha reso ufficiale
nell’episodio finale di Adolescence, ma era già chiaro fin
dalla fine del primo episodio. Attraverso la visione giovanile di
suo figlio, Bascombe scopre che Jamie era vittima di bullismo
subliminale da parte di Katie, che usava determinate emoji nei
commenti sui suoi post Instagram per insinuare che lui fosse un
“incel”. Si parla anche della “manosfera” e di altri pilastri
della mascolinità tossica, perpetuati da figure controverse come
Andrew Tate, che viene persino menzionato direttamente nella
serie.
Questi elementi, combinati con la
scuola turbolenta di Jamie, la sua patologica propensione alla
menzogna, la storia familiare di rabbia e la profonda insicurezza,
dipingono un quadro comprensibile del perché qualcuno che è stato
rifiutato e vittima di bullismo da una ragazza che gli piaceva
avrebbe potuto vendicarsi con la forza bruta, potenzialmente senza
rendersi conto della gravità delle sue azioni.
Il vero significato del finale
di Adolescenza
Adolescence fa un ottimo
lavoro non solo nel sollevare le questioni relative alle
aggressioni con arma da taglio tra adolescenti nella vita reale,
che hanno ispirato la serie, ma anche nell’offrire alcune
circostanze applicabili e vie verso la comprensione. Graham e
Thorne presentano l’esperienza dell’adolescenza stessa come
enigmatica e spesso irrazionale, alimentata sempre più dal gergo
di Internet, dai cosiddetti influencer e da ingegnosi espedienti di
cyberbullismo. Considerando il contesto completo della
situazione di Jamie, è chiaro che aveva molte difficoltà sociali e
personali che non sapeva come elaborare o esprimere a un adulto di
fiducia. Gli spettatori di Adolescenza decidono quindi a chi
attribuire la colpa.
Con un argomento così confuso
e indescrivibile, Adolescenza offre brillantemente una prospettiva
empatica, avviando al contempo un dibattito sociale
fondamentale.
Jamie non era in terapia fino a
dopo aver ucciso Katie, il che gli avrebbe almeno aiutato a
chiarire in anticipo alcuni dei suoi sentimenti intensi e violenti.
Jamie è senza dubbio tragico in un certo senso e solleva ogni sorta
di domande e dibattiti, come ad esempio se fosse davvero destinato
a diventare un assassino e, in tal caso, cosa lo abbia
condizionato: i suoi genitori, i suoi coetanei, il mondo esterno
(Internet)? L’ultima frase di Eddie sullo schermo, “Avrei dovuto
fare di meglio”, mostra il suo dolore naturale, ma l’indagine
di Bascombe rivela che c’erano alcune cose che sfuggivano al
controllo di Eddie e Manda. Con un tema così confuso e
indescrivibile, Adolescenza offre brillantemente una
prospettiva empatica, avviando al contempo un dibattito sociale
fondamentale.
Bandidos è
un’emozionante serie originale Netflix messicana che è tornata quest’anno
con la seconda stagione. Con temi quali rapine, storia, tradimenti
e segreti, è dedicata a chi ama le avventure complicate legate alle
rapine. La serie di 7 episodi vede il ritorno del cast originale
con alcuni volti nuovi come Alfonso Dosal, Andrea Chaparro,
Ester Expósito, Juan Pablo Fuentes, Mabel Cadena, Nicolás Furtado,
Pol Hermoso e Ximena Lamadrid.
Con rivelazioni scioccanti e colpi
di scena, il finale di stagione ha tenuto gli spettatori con il
fiato sospeso.
Se avete visto la seconda stagione
e volete sapere se ce ne sarà una terza, questo articolo contiene
tutte le informazioni che state cercando. Ecco tutto quello che
sappiamo:
Di cosa parla la seconda
stagione di Bandidos?
La seconda stagione di Bandidos
riprende dopo gli eventi della prima stagione con Miguel che cerca
di trovare il diamante Lacrima di Fuoco. Lili è minacciata da una
figura pericolosa del suo passato che arriva persino a prendere di
mira il resto dei banditi.
Dopo che tutti i loro soldi sono
stati rubati, i banditi decidono di collaborare con Lili per
trovare il tesoro perduto di Moctezuma, che include il diamante. Ma
a loro insaputa, il passato di Lili li sta raggiungendo, mentre non
c’è alcuna garanzia che il tesoro esista davvero.
Bandidos è stato rinnovato per
la terza stagione?
Al momento della stesura di questo
articolo, Netflix non ha rinnovato Bandidos per una terza
stagione. Netflix tende a considerare le visualizzazioni e i tassi
di abbandono prima di rinnovare o cancellare una serie, oltre al
successo di critica. Alcune serie vengono rinnovate immediatamente,
come One Piece e Bridgerton, mentre altre richiedono anni, come The
Watcher e The Victim’s Game.
La prima stagione di Bandidos non è
diventata esattamente un successo virale, ma è stata amata dagli
spettatori quando è stata lanciata per la prima volta nel 2024.
Netflix l’ha rinnovata in sordina per una seconda stagione con una
data di uscita fissata per gennaio 2025, sorprendendo tutti. Se
l’accoglienza della seconda stagione sarà simile o addirittura più
acclamata, potremmo avere una terza stagione.
Cosa sappiamo della terza
stagione di Bandidos?
Al momento non si sa molto sulla
terza stagione di Bandidos, dato che non è stata ancora approvata.
La serie si conclude con i banditi che prendono strade diverse.
Miguel va in Turchia con suo padre. Citlali ha in programma di
andare in Cina con Lucas. Leo prende la sua strada, mentre Ines
torna da Carmen. Tuttavia, c’è la possibilità di un’altra
collaborazione, dato che Lili trova qualcosa sulla spilla d’oro di
sua madre e sorride.
Questo finale aperto lascia spazio
a ulteriori sviluppi nel caso in cui la serie venisse rinnovata. Se
la serie dovesse tornare, ci si può aspettare una stagione di circa
7 episodi, ciascuno della durata di circa 50 minuti. Tuttavia, non
c’è ancora nulla di confermato, ma aggiorneremo questa pagina non
appena avremo nuove informazioni.
Immagina una Eleven ancora più
solitaria e arrabbiata, con un biondo ossigenato da vera ribelle e
un’energia da outsider in rotta col mondo. Affiancale ora uno
Star-Lord più trasandato e disilluso del solito, spogliato della
sua ironia sfacciata, e catapulta entrambi in un universo dove il
retrò e il futuristico si fondono in un’estetica nostalgica e
intrigante. Sulla carta,
The Electric State dei
fratelli Russo
sembrerebbe un
mix esplosivo, il perfetto road movie sci-fi capace di conquistare
cuore e mente.
Eppure, qualcosa non torna del tutto.
Basato sull’omonimo romanzo illustrato del 2018 di Simon
Stålenhag, The
Electric State è
il nuovo emozionante film Netflixdiretto
da Anthony e Joe Russo,
con una sceneggiatura firmata da Christopher Markus e Stephen
McFeely. Il cast è stellare: accanto a Millie Bobby Brown e Chris Pratt troviamo
il premio Oscar® Ke Huy Quan, Jason Alexander, Giancarlo Esposito,
il candidato all’Oscar® Stanley Tucci e Woody
Norman. The
Electric State è disponibile
dal 14 marzo su Netflix.
Cosa racconta The
Electric State?
The Electric State è ambientato in un’America
rétro-futuristica degli anni ’90, segnata dalle conseguenze
di una guerra devastante tra umani e robot.
In questa versione alternativa del passato, le macchine senzienti
erano state inizialmente accolte come strumenti essenziali per la
società, occupandosi di compiti di pubblica utilità e supportando
gli esseri umani nella vita quotidiana. Nonostante ciò, la loro
richiesta di diritti e riconoscimento ha scatenato un conflitto
inevitabile tra umani e macchine, culminato nella sconfitta di
questi ultimi e nel loro esilio.
Il mondo che ne è scaturito è
profondamente mutato: la tecnologia permea ogni aspetto della vita,
ma invece di avvicinare le persone, le ha rese sempre più isolate,
immerse in realtà digitali attraverso i loro neurocaster. In questo
scenario, Michelle (Millie Bobby Brown – Stranger Things, Enola Holmes, Damsel), un’adolescente
segnata dalla perdita dei genitori e del fratellino Christopher in
un incidente stradale avvenuto anni prima, fatica ad adattarsi a
una società ormai disumanizzata. Nel frattempo, i robot senzienti,
un tempo pacifici e dalle sembianze quasi giocose, sono stati
relegati in un fatiscente paesino, un limbo di rottami e sogni
infranti dopo la loro ultima, fallita ribellione.
Ma la vita di Michelle cambia di
nuovo quando, all’improvviso, riceve la visita di
Cosmo, un misterioso e affettuoso robot che sostiene di
essere controllato da Christopher, il fratellino che ha perduto.
Con lui si riaccende la speranza di riunire la sua famiglia, o
almeno ciò che ne resta. Determinata a scoprire la verità, Michelle
intraprende un viaggio pericoloso verso la Zona Interdetta nel
sud-ovest americano, decisa a capire chi li ha separati e perché,
dopo quel tragico incidente. Ad accompagnarla in questa avventura
sarà Cosmo, ma anche Keats (Chris Pratt, Guardiani della
Galassia, Jurassic World), un
contrabbandiere dal carattere ruvido, e il suo inseparabile
compagno robotico Herman, doppiato nella
versione originale da Anthony Mackie.
Ritrovare l’umanità che
abbiamo perso
Può un ammasso di metallo e
circuiti provare più empatia e lealtà di un essere
umano? D’istinto, verrebbe da rispondere con un no
secco. Eppure, la storia nata dall’immaginazione di Simon Stålenhag
ci porta a riconsiderare questa certezza. La commovente avventura
di Michelle e Keats dipinge un mondo in cui gli esseri umani si
sono fatti più freddi, distanti e alienati di qualsiasi macchina.
Nel loro lungo viaggio attraverso un’America fatiscente e
nostalgica, i due trovano ben poco calore tra le persone, ad
eccezione di Keats stesso, che condivide con Michelle un senso di
inadeguatezza, ribellione e solitudine.
Paradossalmente, il vero rifugio lo
scopriranno in un villaggio dimenticato, un luogo dove i robot
dotati di coscienza sono stati esiliati e abbandonati, scartati
dalla società umana nonostante il loro desiderio di restare accanto
alle persone. In questo angolo di rottami e
malinconia, Michelle e Keats realizzeranno che forse l’umanità non
risiede più nelle persone, ma in ciò che loro stesse hanno creato e
poi respinto.
Ed è proprio attraverso la tragica
storia familiare di Michelle che Stålenhag sembra rivolgere al
pubblico una domanda silenziosa ma potente: quando
abbiamo smesso di essere umani? Mentre la giovane
determinata protagonista cerca di ricostruire ciò che ha perduto,
il film invita lo spettatore a guardare dentro se stesso e
riflettere su quanto l’umanità abbia sacrificato sull’altare della
tecnologia. In un mondo dove le connessioni reali si sono
assottigliate e l’empatia sembra sempre più
un’illusione, The
Electric State diventa un monito: forse non sono i robot
a voler essere più umani, ma siamo noi a dover riscoprire cosa
significhi davvero esserlo.
Un cast stellare e
un’ambientazione che rapisce
Al di là della sua emozionante
storia e del profondo messaggio sottostante, The Electric
Stateconferma ancora una volta la maestria dei
fratelli Russo nel miscelare sentimentalismo, avventura e
azione, regalando due ore di puro intrattenimento. Il film
scorre con un equilibrio perfetto tra emozione e
spettacolo visivo, riuscendo a coinvolgere il pubblico sia
a livello narrativo che estetico.
Il cast hollywoodiano brilla, con
una coppia protagonista che funziona alla perfezione. Millie Bobby
Brown e Chris Pratt dimostrano fin dalle prime scene un’alchimia
vincente, riuscendo a conquistare la scena grazie al loro carisma e
talento. I loro personaggi, apparentemente opposti, si rivelano in
realtà molto più simili di quanto sembri inizialmente, dando vita a
un rapporto che evolve in modo naturale e convincente.
Ma non sono solo gli eroi a
spiccare: anche gli antagonisti lasciano il
segno. Stanley
Tucci (Amabili resti, Il diavolo veste
Prada) è impeccabile nel ruolo di Ethan Skate, il folle
magnate della tecnologia a capo della Sentre, una corporazione
tanto potente quanto inquietante. Al suo fianco, Giancarlo
Esposito (Captain America: Brave New
World,Breaking Bad) regala
un’interpretazione memorabile nei panni del Colonnello Bradbury,
detto Il Macellaio, un uomo spietato che ha
guadagnato il suo soprannome sterminando robot senzienti durante la
guerra. Il loro carisma e la loro presenza scenica elevano il film,
offrendo antagonisti credibili e sfaccettati, che incarnano
perfettamente le tematiche di potere e disumanizzazione esplorate
dalla storia.
Anche l’ambientazione gioca un ruolo
chiave nell’immergere il pubblico in un mondo che mescola
passato e futuro con un tocco di malinconia. La nostalgia
degli anni ’90 – un decennio ormai mitizzato da un’intera
generazione – si intreccia con un futuro distopico fin troppo
plausibile, creando un’atmosfera unica. La fusione tra
elementi vintage, colonna sonora pop e tecnologie obsolete si
integra perfettamente con la presenza di dispositivi
futuristici come i neurocaster e
le imponenti macchine da guerra telecomandate dagli umani,
comodamente seduti nel salotto di casa. Il risultato è un universo
visivo che non solo affascina, ma che fa anche riflettere sul
rapporto sempre più alienante tra uomo e tecnologia.
Non è tutto oro ciò che
luccica
Che i fratelli Russo sappiano come
sfruttare al meglio il mezzo cinematografico per dare vita a storie
che restano impresse è ormai una verità consolidata.
Con The Electric
State, continuano a dimostrare il loro talento nel creare
un’esperienza visiva coinvolgente, arricchita da emozioni forti e
momenti che lasciano il segno. Tuttavia, nonostante la
bellezza estetica e l’intensità delle emozioni che cercano di
suscitare, il film manca di quella profondità e della tensione
drammatica che ci si aspetterebbe da una storia così ricca e un
cast altrettanto vincente.
Il film, purtroppo, sembra
seguire la stessa sorte di un soufflé: cresce
e si eleva nelle prime scene, mostrando la sua forma più
affascinante e ben costruita, per poi sgonfiarsi e perdere di
consistenza nel corso della narrazione. Il viaggio emotivo e di
formazione che Michelle intraprende all’inizio, segnato da una
ricerca di riscatto e dalla necessità di elaborare il lutto, trova
nella seconda parte del film una trasformazione che, seppur
significativa, manca di quella potenza che ci si aspetterebbe in un
racconto così carico di potenziale. La sua presa di coscienza e
l’accettazione del dolore sembrano troppo snelle e prive di un
percorso davvero coinvolgente, lasciando lo spettatore con una
sensazione di incompiutezza.
Pur toccando le corde
giuste, The Electric
State fallisce nel mantenere alta la tensione emotiva
necessaria per trasformare questo viaggio in una vera e propria
rivelazione
L’episodio 9 della seconda stagione
di Scissione
(Severance) prepara perfettamente il
terreno per il finale, dando un assaggio di come potrebbe
concludersi la storia di ogni personaggio principale. Nei primi
minuti, l’episodio 9 della seconda stagione rivela le grandi
aspettative che Jame Eagan ripone in Helena. Tuttavia, qualunque
cosa lei faccia, lui sembra deluso e persino infastidito dal fatto
che lei non mangi le uova crude come Kier. Dopo aver mostrato come
Helena sia schiacciata dalle aspettative del padre e dall’eredità
della sua famiglia, l’episodio 9 della seconda stagione di Severance fa
empatizzare gli spettatori con Huang, accennando al suo futuro alla
Lumon. Anche Dylan, l’innie, attraversa una delle fasi più
difficili della sua vita quando incontra di nuovo la moglie del suo
outie.
Nel frattempo, gli outie di Burt e
Irving parlano finalmente della relazione dei loro innies e vivono
una serie di emozioni complesse prima di separarsi. L’episodio
della seconda stagione di Scissione
(Severance) si conclude finalmente
con l’arrivo di Cobel, Mark e Devon al Damona Birthing Retreat,
dove Cobel spera di poter parlare con l’innie di Mark.
Perché Cobel vuole parlare con
l’innie di Mark nel finale dell’episodio 9 della seconda stagione
di Severance
Quasi per tutto l’episodio 9 della
seconda stagione di Severance, Mark non può fare a meno di
sospettare che Cobel voglia aiutarli. Il suo sospetto ha senso,
dato che Cobel è stata cresciuta da Lumon. Tuttavia, Mark alla fine
cede quando Cobel rivela che Gemma potrebbe essere ancora viva se
il suo innie non avesse finito di elaborare il file Cold Harbor.
Rendendosi conto che solo un ex insider come Cobel può aiutarli a
salvare Gemma, Mark accetta di seguire il suo consiglio.
Nell’ultima scena dell’episodio 9
della seconda stagione di Severance, Mark entra in una
capanna del Ramona Birthing Retreat e si trasforma nel suo alter
ego. Con sua grande sorpresa, trova Cobel ad aspettarlo, che gli
suggerisce di aiutare Gemma a fuggire dalla Lumon. Dopo essere
stata tradita e abbandonata da Lumon, Cobel sembra finalmente aver
capito quanto l’azienda si preoccupi poco del benessere delle
persone. Tuttavia, dato che non può più entrare nell’edificio
Lumon, non può fare molto per aiutare direttamente Mark. Pertanto,
sembra sperare di convincere l’innie di Mark ad aiutarli a salvare
Gemma.
Il futuro della signora Huang in
Lumon spiegato: perché Milchick le chiede di interrompere il
gioco
Milchick annuncia il completamento
della borsa di studio Wintertide della signorina Huang, che avrebbe
dovuto determinare il suo futuro alla Lumon. Proprio come Cobel è
diventata una dipendente a tempo pieno della Lumon dopo aver
completato la sua borsa di studio, anche Huang sembra poter fare lo
stesso. Milchick conferma che sarà trasferita al Gunnel Eagan
Empathy Center, dove continuerà a lavorare per la Lumon.
Sebbene la signorina Huang lavori duramente per completare la sua
borsa di studio, è triste per il trasferimento perché significa che
dovrà allontanarsi dai suoi genitori.
Il processo di distruzione del
totem non solo serve come simbolo per segnare la fine dell’infanzia
di Huang, ma è anche parte del processo di indottrinamento di Lumon
per spogliare le persone della loro identità e renderle parte del
culto che venera Kier.
Il suo tragico futuro alla Lumon
evidenzia come l’azienda costringa molti minori a lavorare
mascherando il lavoro minorile come un’opportunità di crescita
professionale. Anche Cobel ha vissuto un’esperienza simile quando
era molto più giovane. Milchick le fa anche capire la gravità del
suo ruolo alla Lumon facendola distruggere il suo amato gioco. Il
processo di distruzione del totem non solo serve come simbolo per
segnare la fine dell’infanzia di Huang, ma è anche parte del
processo di indottrinamento di Lumon per privare le persone della
loro identità e renderle parte del culto che venera Kier.
Cosa intende Jame Eagan quando
dice di vedere Kier in Helly
Jame Eagan ha detto la stessa
cosa a Helly e Harmony
Nell’arco narrativo finale
dell’episodio 9 della seconda stagione di Severance, Jame
Eagan si intrufola nel piano separato della Lumon e sembra voler
affrontare Helly. Tuttavia, più le parla, più diventa evidente che
vorrebbe che sua figlia fosse più simile a lei. Afferma di aver
visto Kier in Helena una volta, ma ora fatica a vedere la stessa
cosa.
La sua insoddisfazione nei confronti
della figlia emerge anche nei primi minuti dell’episodio, quando la
guarda con disappunto e afferma che vorrebbe che mangiasse le uova
crude come Kier.
La ribellione di Helly e la sua
volontà di costruirsi una propria strada e identità sembrano
ricordare a Jame Eagan Kier, suggerendo che preferirebbe avere
lei come erede al posto di Helena. Dato che Helena è già gelosa
della sorella, diventerà ancora più invidiosa di Helly se scoprirà
come la vede suo padre. Questo potrebbe non solo esacerbare
ulteriormente il rapporto già teso tra Helena e suo padre, ma anche
complicare il rapporto di Helly con Mark.
Perché il destino di Gemma
dipende dal completamento di Cold Harbor
Cobel dice a Mark che i numeri dei
file MDR sono sua moglie, suggerendo che il destino di Gemma è
sempre dipeso dal lavoro di Mark con l’MDR. Questo ha senso, dato
che l’episodio 7 della seconda stagione di Scissione
(Severance) ha stabilito che il nome di
ogni stanza del piano di test corrispondeva al nome di un file su
cui Mark aveva lavorato in precedenza. Gli sviluppi della trama
dell’episodio 7 sembrano aver stabilito che Mark stava
“creando” le innies individuali di Gemma lavorando sui file
nel reparto MDR.
Severance ha rivelato finora i nomi
delle seguenti stanze del piano di test:
Allentown
Dranesville
Siena
Lucknow
Loveland
Wellington
St. Pierre
Zurich
Cold Harbor
Per questo motivo, è difficile non
credere che il completamento di Cold Harbor creerà un altro
innies per Gemma, che si attiverà dopo che Gemma entrerà nella
stanza Cold Harbor nel piano di test. Cobel continua a insinuare
che Gemma sarebbe viva solo se l’innies di Mark non avesse
completato il file Cold Harbor. Questo potrebbe significare che una
volta che Lumon avrà testato la stanza finale su Gemma, la
uccideranno invece di liberarla? Il finale della seconda stagione
di Severance probabilmente fornirà ulteriori risposte.
Perché Burt costringe Irving a
lasciare la città di Kier
Burt rivela la sua storia con Lumon
nell’episodio 9 della seconda stagione di Severance,
confessando di non aver mai fatto del male direttamente a nessuno.
Ha solo accompagnato delle persone a Lumon, ma ha sempre saputo che
l’azienda stava facendo qualcosa di sbagliato. Si sente in colpa
perché ha facilitato le azioni illecite di Lumon. Come spiega, è
entrato a far parte di Lumon come dipendente separato perché
credeva che gli avrebbe dato l’opportunità di trovare una parvenza
di redenzione.
Irving prova empatia per lui e non
lo giudica per il suo passato. Si rende anche conto che
raccontandogli del suo passato con Lumon, Burt sta rischiando la
vita. Irv spera di esplorare il suo rapporto con Burt nel mondo
esterno, credendo che potrebbero potenzialmente avere lo stesso
rapporto che avevano da “innies”. Tuttavia, con suo grande
disappunto, Burt lo incoraggia ad andarsene, rendendosi conto che
Lumon è a conoscenza della sua operazione segreta contro di
loro.
Sebbene Irv cerchi di convincerlo a
lasciare la città di Kier con lui, Burt rifiuta l’offerta di
restare con il suo partner, Fields.
La decisione di Dylan di
dimettersi
Come altri lavoratori MDR, Dylan era
inizialmente motivato dai vantaggi che Lumon offriva a tutti i
dipendenti con prestazioni elevate. Tuttavia, il suo mondo è
crollato quando l’incidente dell’Overtime Contingency gli ha fatto
capire di avere una famiglia al di fuori dell’ufficio Lumon. Per
mantenerlo motivato, Milchick capì che avrebbe dovuto fargli
incontrare sua moglie, Gretchen. Poco dopo aver incontrato la
moglie del suo outie, Dylan trovò un nuovo motivo per rimanere
fedele alla Lumon. I suoi incontri occasionali con Gretchen
divennero il momento clou della sua vita, mentre gradualmente si
innamorava di lei.
Anche Gretchen gli ha dato speranza
quando lo ha baciato. Purtroppo, l’outie di Dylan non ha gradito
quando Gretchen gli ha detto di aver baciato il suo innie. Di
conseguenza, Gretchen ha deciso di interrompere gli incontri. Con
questo, l’unica cosa che spingeva Dylan a lavorare per Lumon
dopo gli eventi della prima stagione di Severance gli
è stata portata via. Pertanto, ha deciso di porre fine alla sua
esistenza scrivendo una lettera di dimissioni. Se le sue dimissioni
saranno accettate nel finale della seconda stagione di
Severance dipenderà interamente dal suo outie.
FBI 6 è la
sesta stagione della serie tv FBI creata
da Dick Wolf e Craig Turk per CBS. La
serie è prodotta da Wolf Entertainment, CBS
Studios e Universal Television, con Dick
Wolf, Arthur W. Forney, Peter Jankowski e Turk
come produttori esecutivi.
La
serie presenta un cast
corale che
include Missy
Peregrym , Zeeko Zaki , Jeremy
Sisto, Ebonée Noel , Sela Ward , Alana de
la Garza , John Boyde Katherine
Renee Turner.
FBI 6: quando esce e dove vederla
in streaming
FBI 6 ha
debuttato negli USA il 13 febbraio 2024 su CBS. In
Italia FBI 6 debutterà su RAI 2 in chiaro e FBI 6 in streaming sarà
disponibile su RAIPLAY
FBI 6: trama e cast dei nuovi
episodi
Nella sesta stagione
di FBI La squadra entra in azione per sconfiggere
l’organizzazione terroristica responsabile dell’esplosione di un
autobus.
Nella sesta stagione
di FBIMissy
Peregrym riprende il ruolo di Maggie Bell, agente
speciale dell’FBI. Zeeko Zaki riprende
il ruolo di Omar Adom “OA” Zidan, agente speciale dell’FBI e
partner di Maggie. Jeremy Sisto riprende
il ruolo di Jubal Valentine, assistente agente speciale incaricato
dell’FBI (ASAC). Alana de la
Garza riprende il ruolo dell’agente speciale in
carica (SAC) Isobel Castille.
John
Boyd riprende il ruolo di Stuart Scola, agente
speciale dell’FBI e partner sul campo di Kristen, e più tardi, di
Tiffany. Katherine Renee Kane riprende il ruolo di Tiffany Wallace,
agente speciale dell’FBI ed ex ufficiale della polizia di New York
e agente della White Collar Division.
Nei ruoli ricorrenti troviamo
Roshawn Franklin nel ruolo di Trevor Hobbs (stagioni 2-6), un
agente speciale dell’FBI e un analista dell’intelligence. Vedette
Lim nel ruolo di Elise Taylor (stagione 2-presente), un’analista
dell’intelligence dell’FBI.
Daredevil:
Rinascita è partito alla grande con due episodi
(qui
la nostra recensione) pieni di colpi di scena, e la
serie Marvel Cinematic
Universe continua con un terzo episodio che si concentra
principalmente sulle scene in tribunale, nel corso del processo a
Hector Ayala/Tigre Bianca, presentato nell’episodio 2 e
interpretato da Kamar de los Reyes.
Riepilogo dell’episodio 3 di
Daredevil: Rinascita
Un’altra grande tragedia colpisce
l’MCU
Hector Ayala racconta a Matt Murdock della spiaggia portoricana
che ama e che è il suo posto preferito sulla Terra.
Matt promette che si riunirà alla sua famiglia. Un camion viene
rapinato ed entrambi i lavoratori vengono uccisi.
L’agente Poweel cerca di minacciare Matt dopo il loro incontro
nell’episodio
2, ma lui risponde che Powell avrebbe dovuto spiegare la
manomissione dei testimoni.
L’agente Powell mente in tribunale e dice che la stazione della
metropolitana era una città fantasma e Hector è spuntato dal nulla
con uno sguardo selvaggio negli occhi.
L’agente Powell e un altro intercettano il camion di Cherry per
prendere il testimone chiave di Matt, Nicky Torres, ma Nicky arriva
in tribunale in taxi.
Nicky viene spaventato dai poliziotti e dice di essere stato a
casa tutta la notte.
Buck incontra i capi delle cinque famiglie criminali; è stata
Vanessa a mandarlo.
Matt rivela alla corte che Hector è Tigre
Bianca.
Diversi testimoni salvati da Tigre Bianca si presentano in
tribunale per parlare di lui in modo positivo.
Kirsten legge un rapporto della polizia su come Tigre Bianca ha
salvato la vita di un poliziotto e lo ha aiutato ad arrestare il
sospettato.
Matt raccoglie altri rapporti della polizia su come Tigre
Bianca ha aiutato gli agenti di polizia. L’accusa sostiene che le
persone cattive possono fare cose buone e viceversa.
Hector Ayala viene dichiarato “non colpevole” di tutte le
accuse.
Matt tira fuori una bottiglia di bourbon costoso che lui e
Foggy hanno aperto solo per celebrare le vittorie, per ricordare
che il sistema legale funziona.
Tigre Bianca esce di pattuglia e viene colpito alla testa da
una persona misteriosa che indossa un giubbotto con il logo del
teschio del Punitore.
La spiegazione del verdetto del
processo per omicidio di Tigre Bianca
Matt Murdock mostra perché è un
avvocato davvero bravo
L’evento principale
dell’episodio 3 di Daredevil: Rinascita è il
processo per omicidio di Tigre Bianca. Da quando Matt ha rinunciato
a essere Daredevil a causa della morte di Foggy, il
personaggio Marvel di Cox si è concentrato
sulle sue imprese da avvocato. Ciò lo porta a difendere un altro
eroe di strada, Matt sa che Hector è Tigre
Bianca e non ha ucciso il poliziotto. Dopo aver
salvato Nicky Torres alla fine dell’episodio 2, tutto sembrava
perfettamente predisposto: il testimone che avrebbe dovuto
testimoniare e scagionare Hector da tutte le accuse. Tuttavia, per
paura dei poliziotti, Nicky mente.
Questo manda a rotoli la
strategia di Matt e Kirsten McDuffie. È facile capire
perché Nicky abbia mentito, dato che è stato arrestato per spaccio,
che ha assunto per provvedere a suo figlio. Diventare un
informatore della polizia ha fatto naufragare il suo caso. Temendo
ritorsioni quando si è trovato in una stanza piena di poliziotti,
Nicky ha deciso di mentire e dire che era stato a casa tutta la
notte, facendo sembrare che Hector avesse attaccato i poliziotti
senza essere stato provocato. Ciò porta Matt a infrangere una
regola. Dopo aver inizialmente convinto il giudice a bloccare la
rivelazione che Hector era Tigre Bianca, Matt lascia trapelare la
verità.
Matt prende la maschera di
Tigre Bianca di Hector e la solleva perché tutti la
vedano. Questo elemento rappresenta la svolta del caso.
Matt e Kirsten ottengono diversi testimoni che sono stati salvati
da Tigre Bianca per testimoniare su come l’eroe li ha aiutati.
Procedono a leggere un rapporto della polizia su come Tigre Bianca
ha salvato la vita di un poliziotto e lo ha aiutato ad arrestare un
sospettato, eliminando la narrazione che fosse contro i poliziotti.
Alla fine, Hector Ayala viene dichiarato “Non colpevole”.
L’identità esatta di Adam rimane
ancora un mistero
La tensione tra Vanessa e Wilson
Fisk continua
I
primi due episodi di Daredevil:
Rinascita hanno mostrato che Wilson e Vanessa Fisk
hanno problemi coniugali. Hanno iniziato ad
andare in terapia di coppia con nientemeno che Heather Glenn, la
nuova fidanzata di Matt Murdock. Uno dei fattori cruciali nei loro
problemi sembra essere Adam. Il personaggio misterioso ha finora è
stato menzionato solo nella serie MCU, mai visto. Tuttavia, in
base al contesto della conversazione della coppia su di lui,
sembrano esserci un paio di possibili spiegazioni su chi sia Adam.
La prima è che Vanessa ha tradito Wilson mentre lui era via.
La loro prima conversazione su Adam
è iniziata con Wilson che ha detto a Vanessa che sapeva di lui, con
lei che chiedeva al marito di non uccidere Adam. Il ruolo del
personaggio misterioso potrebbe anche non essere di natura
romantica, derivante dal modo in cui Vanessa ha sostituito Kingpin
come capo del suo impero criminale mentre si stava riprendendo da
uno sparo in faccia. Nell’episodio 3, Vanessa è
arrabbiata perché Fisk non le permette di tornare a guidare le
cinque famiglie, che ora stanno creando caos in sua assenza.
Vanessa sente di essere punita da Wilson, quindi la situazione di
Adam dovrebbe degenerare.
Chi ha ucciso Tigre Bianca?
L’MCU potrebbe aver appena
reintrodotto un importante antieroe
L’episodio 3 di Daredevil:
Rinascita, come il primo episodio della serie, include
anche una morte importante. Dopo Matt ha vinto in tribunale,
scagionando Hector da tutte le accuse e persino celebrando il
funzionamento del sistema legale, Tigre Bianca viene
ucciso. Matt ha detto a Hector che se avessero vinto, non
sarebbe mai più potuto scendere in piazza nei panni del vigilante.
Hector ha sostenuto di avere il potere di aiutare le persone,
quindi era quello che doveva fare, e essere Tigre Bianca era
ciò che era. Dopo che però ricominciato a pattugliare,
un uomo che indossa una maglia con il teschio del Punitore gli
spara.
Frank Castle di Jon
Bernthal è stato confermato da tempo per la
serie. Il misterioso personaggio visto alla fine dell’episodio usa
un giubbotto simile a quello che il Punitore aveva nelle sue
apparizioni in The Defenders Saga. Questi segnali,
oltre al fatto che Frank non ha paura di sporcarsi di sangue e
persino di sparare agli eroi, suggeriscono che potrebbe essere lui
dietro l’atto. Tuttavia, Daredevil:
Rinascita ha presentato un paio di poliziotti
corrotti con tatuaggi che mostrano una versione leggermente diversa
del logo del teschio del Punitore. Dal momento che Tigre Bianca ha
vinto un processo per omicidio sulla morte di un poliziotto, forse
Frank non c’entra.
Il commovente sound design dei
titoli di coda
Un modo straziante per concludere
l’episodio
I fan della Marvel si sono
abituati alle scene post-credits sia nei film che nelle serie TV.
Mentre Daredevil: Rinascita Episodio
3 non ha una scena del genere, il team dietro la
serie MCU ha escogitato un modo straziante per concludere
l’episodio. Mentre scorrono i titoli di coda, si possono sentire i
suoni delle rane e dell’oceano. Si tratta di un richiamo alla
conversazione che Matt e Hector hanno all’inizio dell’episodio.
Quando descrive il suo posto preferito al mondo, Hector menziona
l’oceano e i suoni delle rane che cantano che gli portano pace.
Aveva paura di non avere mai più la
possibilità di tornare alla spiaggia portoricana che amava
visitare. Matt glielo promise e gli diede persino i mezzi per farlo
vincendo la causa e liberando Hector. Tuttavia, dopo che Tigre
Bianca viene assassinato a sangue freddo da un misterioso
personaggio che indossa il simbolo del Punitore, Hector non avrà
mai più la possibilità di tornare alla sua amata spiaggia. I suoni
delle rane che cantano e delle onde che si infrangono iniziano
proprio mentre scorrono i titoli di coda dopo la morte di Hector.
Un finale straziante.
Mare
Fuori 5 deve gestire un
finale di stagione della stagione precedente che ha
lasciato tutti con il fiato sospeso, ancora più di quello
sparo nel buio che aveva chiuso invece il terzo
ciclo. Rosa
Ricci lascia Carmine Di
Salvo all’altare, il matrimonio tra le due grandi
famiglie come promessa di pace non si celebra,
mentre Edoardo Conte trova la sua morte
per mano sconosciuta sul fondo della cripta dei Ricci, tra la bara
di Ciro e quella di Don
Salvatore, che proprio lui aveva a sua volta ucciso.
“Voglio che tu sappia che sei
l’unico che sia riuscito a vedere la luce in me. Sei puro, sei luce
ed esplodi come un vulcano ogni volta che ami. Per salvarti ti sei
aggrappato alla cosa più bella che esista: l’amore. E io non
sono quella cosa bianca limpida che pensavi tu. Io sono rossa
e nera, sono passione e vendetta.Mi hai insegnato
che l’amore salva e io ti ho salvato dall’unica cosa che ti poteva
uccidere: da me.” Con queste parole di addio, Rosa giustifica
il suo addio all’amore e a una vita normale, quella che è quasi una
poesia liquida in apertura la scelta di Rosa. E Carmine diventa un
ricordo… per ora.
La giovane vuole ora prendere le
redini del regno criminale ereditato dal padre e si rende subito
conto che Carmela, moglie e vedova di Edoardo, è l’unica alleata
che le resta. Entrambe hanno fatto qualcosa per ferire l’altra, ma
perdonarsi e fare squadra sembra l’unico modo per sopravvivere
contro Donna Wanda Di Salvo.
Il loro scopo è ovviamente
riprendere possesso delle piazze di spaccio, ma anche scoprire chi
ha ucciso Edoardo. Come spesso accade nella serie, la risposta
arriva dall’interno dell’IPM, dove nuovi sconvolgimenti sono pronti
ad avvenire per portare scompiglio nel delicato equilibrio
all’interno della struttura. Simone (Alfonso
Capuozzo) e Tommaso (Manuele Velo) di
Napoli, e Samuele (Francesco Alessandro Luciani) e
Federico (Francesco Di Tullio), di Milano,
arrivano a turbare le sorti dei protagonisti, in particolare i due
ragazzi del nord, che si rivelano spregiudicati e
violenti. Completano il cast Elisa
Tonelli e Rebecca Mogavero,
rispettivamente nei ruoli di Sonia e Marta, che nella prima parte
della serie non hanno ancora avuto un ruolo importante ma che, lo
immaginiamo, verranno raccontate meglio nella seconda parte.
Volti vecchi e nuovi
Il mondo esterno all’IPM porta nel
flusso del racconto di Mare Fuori 5 anche Assunta, madre di Rosa e
Ciro, creduta morta perché così aveva dichiarato Don Salvatore, e
che il pubblico sa essere viva, vegeta e libera dalla quarta
stagione, dove si scopre che è stata aiutata da Ciro a rimettersi
in sesto dopo che il marito l’aveva fatta rinchiudere in un
ospedale psichiatrico. La donna vorrebbe riallacciare i rapporti
con la figlia, visto che era presente al suo non-matrimonio? Lo
scopriremo…
Tornano ovviamente tutti i volti
noti e amati della serie: Pino, Cardiotrap, Mimmo, Cucciolo e
Micciarella, Milos, Dobermann, Silvia, Alina, ma anche gli adulti
Massimo, Sofia, Beppe con le loro storie, i loro drammi e le loro
aspirazioni.
Messo da parte il grande dramma
romantico di Rosa e Carmine, Mare Fuori 5 torna a raccontare storie
di violenza, soldi, vendetta e difficoltà, riportando la serie alle
sue origini, e relegando ai margini del racconto l’aspetto
soapoperistico che tanto aveva fatto innamorare il pubblico. Ogni
personaggio è chiamato verso la salvezza, ma questa non arriverà
per tutti, come si scopre man mano che gli episodi vanno avanti. Il
ritorno alle origini con la centralità di determinati temi però non
corrisponde alla replica di quello che era il tono delle prime
stagioni, in cui c’era una forte aspirazione alla speranza e al
cambiamento per i giovani protagonisti. Quel mare
fuori era davvero una metafora radicata anche nel modo di
raccontare le aspirazioni di ciascuno.
Mare Fuori 5 la
speranza è bandita
In Mare Fuori
5 la speranza è bandita. Rosa, emblema
“romantica” della quarta stagione, diventa qui un oscuro angelo di
vendetta, sopraffatta dai compiti oscuri che ha scelto di
ereditare. Ludovico Di Martino, che prende il posto
di Ivan Silvestrini alla direzione degli episodi,
cambia ancora una volta le carte in tavola e preferisce una regia
presente, invasiva, drammatica, quasi solenne, così come sono
solenni le minacce, le frasi stentoree e le parole dei
protagonisti. Il risultato è un tono artefatto che in qualche modo
strano trova comunque la sua armonia, perché più che empatia genera
distacco dalle disavventure che guardiamo sullo schermo.
Non sappiamo dove ci porterà la
seconda parte di stagione di Mare Fuori
5, ma senza dubbio si tratta di un cammino oscuro, in
cui il confine tra bene e male verrà oltrepassato e confuso più
volte.
Il regista e sceneggiatore
singaporeano
Anthony Chen torna
con The
Breaking Ice,
presentato a Cannes 76, un’opera intensa e poetica
che esplora il senso di smarrimento, solitudine e desiderio di
evasione di tre giovani in una gelida città cinese al confine con
la Corea del Nord. Il film si distingue per la sua atmosfera
malinconica e contemplativa, in cui la neve e il ghiaccio diventano
elementi simbolici di uno stato emotivo sospeso tra l’immobilità e
il cambiamento.
The Breaking Ice è un
racconto di anime perdute
La pellicola si apre con un’immagine evocativa:
uomini intenti a tagliare blocchi di ghiaccio, una rappresentazione
visiva del titolo stesso. Subito dopo incontriamo Li Haofeng
(Haoran Liu), un giovane che partecipa con distacco al ricevimento
di nozze di un collega coreano. La sua alienazione si manifesta
nella solitudine con cui mastica il ghiaccio del suo drink,
rompendolo sotto i denti, di nuovo si evoca il titolo e si racconta
una difficoltà a inserirsi dentro un contesto vitale, come può
essere un matrimonio. La sua esistenza si intreccia presto con
quella di Nana (Dongyu Zhou), una guida turistica
che accompagna visitatori alla scoperta della comunità coreana
della regione, e Han Xiao (ChuxiaoQu), cuoco di un
ristorante coreano che nutre sentimenti irrisolti per Nana.
Un incontro casuale e una notte di alcol e confidenze fanno nascere
tra i tre una connessione insolita e temporanea, trasformandoli in
una sorta di famiglia improvvisata. Il loro legame si cementa
attraverso momenti di fuga dalla realtà: balli sfrenati, escursioni
pericolose, sfide insensate e un viaggio fino al remoto e innevato
sentiero che porta al Lago del Paradiso. Questo cammino non è solo
fisico, ma anche metaforico: ciascuno di loro è alla ricerca di una
via di fuga dalla propria esistenza stagnante e
irrisolta.
Un film d’atmosfera
Chen si affida a un racconto fatto di frammenti, momenti sospesi e
silenzi che parlano più delle parole, realizzando una composizione
visiva che evoca più che raccontare, ricordando il cinema della
Nouvelle Vague francese, con riferimenti espliciti a “Bande à part”
e “Jules e Jim”. Le immagini costruite dal regista sono
costantemente costruite per rimandare a un altro significato oltre
a quello che mostrano: una gabbia di animali in uno zoo riflette la
prigionia interiore dei protagonisti, mentre un orologio costoso
che smette di funzionare sottolinea l’inesorabile scorrere del
tempo in qualsiasi condizione socio economica si possa vivere. Quel
ghiaccio che Li Haofeng mastica all’inizio del film diventa di
nuovo un riferimento al titolo ma questa volta viene condiviso
dagli altri, acquista una ulteriore simbologia: connessione e
vulnerabilità.
Tre protagonisti magnetici
A dare forma a questo cinema di suggestioni, intervengono i tre
protagonisti: Dongyu
Zhou dona
a Nana un’intensità struggente, un personaggio che cerca di
soffocare il dolore tra alcool e sesso privo di
intimità. Haoran
Liu interpreta
Haofeng con una delicatezza toccante, incarnando il disagio di chi
si sente fuori posto ovunque vada. Chuxiao
Qu,
nel ruolo di Han Xiao, trasmette una mascolinità ruvida ma ferita,
mostrando il conflitto tra il desiderio di fuggire e l’incapacità
di farlo. Tre voci che si uniscono in un coro di disagio e
inadeguatezza, specchio di una generazione Z che chiede aiuto ma
non sa a chi rivolgersi.
Chen dimostra ancora una volta la sua capacità di catturare i
dettagli più sottili e significativi, come nel modo in cui
posiziona i personaggi in un’ambientazione che ricorda il quadrante
di un orologio, suggerendo ancora una volta l’inesorabile avanzare
del tempo. Uno sforzo di composizione che viene accentuato dalla
fotografia, con le sue tonalità fredde e una composizione
meticolosa, che enfatizza il senso di isolamento.
The Breaking Ice ha
un grande fascino visivo ma soprattutto emotivo, capace di
trasmettere con estrema sensibilità la condizione di giovani che si
sentono intrappolati nelle loro vite. Il film non manca di
incongruenze, ma rimane un’opera di grande valore artistico. Il
finale suggerisce poi una circolarità alla narrazione che sembra
voler indicare che il senso di inadeguatezza e incertezza verso la
strada da prendere non si supera, ma si impara a dare valore alla
ricerca del cammino, non più alla destinazione del
viaggio.
The Breaking
Ice è un’opera che cattura con delicatezza la
vulnerabilità dei suoi personaggi, immergendoli in un paesaggio
invernale che riflette le loro anime alla deriva. Con una regia
evocativa, Anthony Chen conferma la sua capacità di
raccontare storie intime e profonde, regalandoci un film che lascia
il segno con la sua bellezza visiva e il suo toccante ritratto di
giovani alla ricerca di un senso di appartenenza.
Ora ci sono più serie TV
di Star
Warsche mai. La Disney ha
trasformato Star
Wars in un innovativo franchise transmediale di libri,
fumetti, videogiochi e una straordinaria gamma di serie
TV Disney+. The
Mandalorian è stato essenzialmente il programma di
punta di Disney+, uscito come
titolo di lancio del servizio di streaming nel 2019.
Gli show televisivi sono ambientati
in diversi momenti della linea
temporale di Star Wars. Il libro di Boba
Fett e Ahsoka sono
spin-off di The Mandalorian,
ambientati circa cinque anni dopo Il ritorno dello
Jedi. Obi-Wan
Kenobi e Andor sono
ambientati entrambi durante i tempi bui dell’Impero Galattico, così
come la serie animata Star
Wars: The Bad Batch, uno spin-off di Star Wars: The
Clone Wars. Ora sono in arrivo ancora più serie TV
di Star Wars, insieme alle nuove stagioni delle puntate
già esistenti nella libreria TV della Disney.
Andor – Stagione 2
L’attesissimo sequel di Andor
uscirà nel 2025.
Data di uscita – 22
aprile 2025
Cast della serie tv
– Diego Luna (Cassian Andor), Stellan Skarsgård (Luthen Rael), Genevieve
O’Reilly (Mon Mothma), Forest Whitaker (Saw Gerrera), Faye Marsay
(Vel), Varada Sethu (Cinta), Adria Arjona (Biix Caleen), Joplin
Sibtain (Brasso), Kyle Soller (Syril Karn), Denise Gough (Dedra
Meero), Andy
Serkis (Kino Loy)
Dopo una prima stagione acclamata
dalla critica, la stagione
2di
Andor completerà la storia di Cassian Andor,
interpretato da Diego Luna. Il creatore Tony Gilroy ha già spiegato
la struttura della stagione 2 di Andor, con ogni tre
dei 12 episodi totali che segnano un anno della vita di Cassian che
porta agli eventi di Rogue One: A Star Wars
Story. La stagione 2 di Andor doveva
originariamente uscire nell’agosto 2024, ma da allora è stata
rimandata al 22 aprile 2025.
La seconda stagione di
Andor vedrà il ritorno di personaggi di Rogue One, tra cui K-2SO e
il direttore Orson Krennic, e continuerà a colmare il divario tra
la prima stagione di Andor e il film d’esordio di
Cassian. Si prevede inoltre che mostrerà eventi chiave come il
massacro di Ghorman, il catalizzatore della caduta in disgrazia di
Mon Mothma nel Senato Imperiale. Dato il successo della prima
stagione di Andor, non c’è dubbio che la seconda
stagione sarà almeno all’altezza delle aspettative.
Star Wars Visions – Stagione
3
Torna lo show in stile “What
If?” acclamato dalla critica
Data di uscita: 2025
Lucasfilm ha recentemente
confermato che la terza stagione di Star Wars
Visions uscirà nel 2025. Il popolare show antologico esce
spesso nel giorno di Star Wars, il che significa che molti si
aspettano che uscirà il 4 maggio, anche se non è ancora
confermato. Visions è uno show straordinario che
offre alle migliori case di animazione la possibilità di
reinterpretare Star Wars, e la terza stagione presenta
alcuni graditi ritorni.
Ahsoka – Stagione 2
Una seconda stagione di Ahsoka
è ufficialmente in arrivo.
Lucasfilm ha confermato che
la seconda
stagione di Ahsoka è in lavorazione.
Alla fine
della prima stagione di Ahsoka, Ahsoka Tano,
interpretata da Rosario Dawson, e Sabine Wren, interpretata da
Natasha Liu Bordizzo, sono rimaste bloccate sul lontano pianeta
Peridea, mentre il Gran Ammiraglio Thrawn, interpretato da Lars
Mikkelsen, è tornato nella galassia principale di Star
Wars. Non si sa se tornerà l’intero cast, dato che non ci sono
ancora informazioni sul fatto che la prossima stagione sarà
ambientata interamente nella galassia Peridea. Secondo quanto
riferito, la produzione inizierà nell’estate del 2025, con un
potenziale rilascio dello show nel 2026.
Andor raggiunge
un climax esplosivo, con Cassian Andor che
si unisce all’Alleanza Ribelle sulla scia di una rivolta su Ferrix.
L’ultima serie Disney+ della
Lucasfilm, Andor, ha adottato un insolito approccio narrativo
lento. La maggior parte degli show televisivi di Star
Wars si è concentrata sugli Easter egg e sul
fan-service, ma Andor è diversa; è fondamentalmente
un’opera sui personaggi. È anche profondamente politicamente
impegnata, estendendo le metafore di George Lucas sulla lotta
contro il fascismo al XXI secolo.
Il finale della prima stagione
di Andor ha dovuto affrontare un compito arduo.
Tutti i diversi personaggi avevano i loro archi narrativi e le loro
sottotrame e in qualche modo il finale doveva bilanciarli. Il suo
successo è una testimonianza dell’abilità dello showrunner Tony
Gilroy, con il funerale di Maarva Andor che ha attirato la maggior
parte dei personaggi chiave su Ferrix in modo che le loro storie
potessero legarsi efficacemente.
Negli ultimi episodi si è
accumulata una sensazione di pressione contro l’Impero, che alla
fine esplode nell’episodio 12 di Andor.
La spiegazione della ribellione
su Ferrix nel finale della prima stagione di Andor
Ferrix è cambiata molto nel corso
della prima stagione di Andor. Il pianeta è stato
presentato agli spettatori come parte della zona corporativa della
galassia, un settore che godeva di un certo grado di indipendenza
dall’Impero. Un singolo incidente ha tuttavia portato
all’occupazione imperiale e l’Impero è diventato sempre più
repressivo. Dal punto di vista strutturale, il finale della prima
stagione di Andor sembra dare peso alle parole di
Leia nel primo film di Star
Wars. “Più stringi la presa”, disse a Tarkin,
“più sistemi stellari ti scivoleranno tra le dita”. Le
campane di Ferrix iniziano a suonare, chiamando i cittadini al
funerale di Maarva Andor prima dell’orario concordato con l’Impero,
un sottile atto di ribellione che si intensifica rapidamente a
causa dell’ultimo messaggio di Maarva. Sapeva di stare morendo e ha
lanciato un ultimo appello alle armi tramite ologramma.
Non si tratta di una rivolta
organizzata, coordinata dall’Alleanza Ribelle di Star
Wars. Piuttosto, è un evento spontaneo, che degenera
rapidamente quando Wilmon, il cui padre è stato torturato
dall’Ufficio di Sicurezza Imperiale, lancia una bomba contro
l’Impero. La rivolta sarà un duro colpo per la carriera della
supervisore dell’Ufficio di Sicurezza Imperiale Dedra Meero, perché
stava supervisionando personalmente il funerale nella speranza di
catturare Cassian Andor. Anche se la ribellione su Ferrix viene
rapidamente schiacciata, lascerà un’eredità duratura.
Perché Andor stava per lasciare
che Luthen lo uccidesse
Dedra Meero non ha mai capito la
sua preda. Pensava che Cassian sarebbe stato al funerale, ma lui
sapeva che la sua madre adottiva avrebbe preferito che lui usasse
questo come copertura per salvare la loro amica Bix Caleen. Dopo
aver condotto con successo
Dedra Meero non ha mai capito la
sua preda. Pensava che Cassian sarebbe stato al funerale, ma lui
sapeva che la sua madre adottiva avrebbe preferito che lui usasse
questo come copertura per salvare la loro amica Bix Caleen. Dopo
aver condotto con successo
Dedra Meero non ha mai capito la
sua preda. Pensava che Cassian sarebbe stato al funerale, ma lui
sapeva che sua madre adottiva avrebbe preferito che lui usasse
questo come copertura per salvare la loro amica Bix Caleen. Dopo
aver condotto un’evasione di successo e aver portato Bix fuori dal
mondo, Andor cerca l’enigmatico leader ribelle Luthen. Ormai
Cassian capisce di rappresentare una minaccia per l’operazione di
Luthen e preferirebbe essere ucciso piuttosto che compromettere la
nascente Alleanza Ribelle. Cassian ha finalmente capito la
necessità di ribellarsi all’Impero, incoraggiato dall’ultimo
messaggio di Maarva e dal Manifesto Ribelle che gli è stato dato da
Karis Nemik all’inizio della prima stagione di Andor.
Offre a Luthen una semplice scelta: ucciderlo o reclutarlo.
Cosa succederà ora a Cassian e
Luthen?
La decisione di Luthen, ovviamente,
non è mai stata messa in dubbio. Cassian Andor si unirà
all’Alleanza Ribelle e la stagione
2 di Andor racconterà la sua storia mentre
continua a lavorare attivamente contro l’Impero. Ora è sulla strada
che lo porterà a Scarif, dove darà la vita per la Ribellione,
rubando i piani della Morte Nera e permettendo loro di scoprire il
punto debole della Morte Nera: la porta di scarico termico che
potrebbe essere usata per distruggere l’intera stazione di
battaglia. Il destino di Luthen è più misterioso, dato che non è
stato visto in Rogue One: A Star Wars
Story; questo probabilmente significa che Cassian
sopravviverà al suo capo, con Luthen scoperto dall’Impero e
ucciso.
Spiegazione dei colpi di scena
della famiglia di Mon Mothma
Nel frattempo, su Coruscant, Mon
Mothma continua a navigare in acque pericolose. Consapevole che il
suo autista è una spia dell’ISB, inscena una discussione con il
marito sulla sua abitudine al gioco d’azzardo, un modo ingegnoso
per coprire eventuali buchi nelle loro finanze. Questo non sarà
sufficiente, però, e così pagherà un prezzo molto personale per il
sostegno alla ribellione. Cede al losco finanziere Davo Sculdun,
che era disposto a sostenerla solo se avesse presentato suo figlio
a sua figlia, Leida, in un patto matrimoniale in
stile Game
of Thrones. Mon Mothma sta sacrificando la propria famiglia
per l’Alleanza Ribelle, ed è significativo che né il marito né la
figlia sembrino essere stati al suo fianco durante la guerra civile
galattica.
Cosa succede a Dedra e Syril
nel finale della prima stagione di Andor?
Anche la vita di Dedra Meero prende
una piega inaspettata, con il supervisore dell’ISB coinvolto nei
disordini su Ferrix. Viene salvata da Syril Karn e sembra
sinceramente grata in un raro momento di emozione. Molti spettatori
speravano in una storia d’amore contorta tra Dedra e Syril, e
potrebbero davvero vedere esaudito il loro desiderio. Come minimo,
la seconda stagione di Andor mostrerà sicuramente
il loro rapporto svilupparsi in qualche modo.
La scena post-credits di Andor
conferma che i prigionieri stavano costruendo la Morte
Nera
La scena post-credits dell’episodio
12 di Andor conferma una teoria popolare dei fan
secondo cui i prigionieri su Narkina 5 stavano lavorando
inconsapevolmente al progetto della Morte Nera. La costruzione
della prima Morte
Nera sarebbe probabilmente più avanzata (le prime parti
del disco sono già in posizione nelle scene finali di Star
Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith), quindi molto
probabilmente si tratta della seconda Morte Nera. Le ombre delle
Morte Nere incombono sul futuro della galassia e, di fatto, sulla
vita di Andor.
Ma le parole di Karis Nemik
preannunciano la sconfitta dell’Impero. “Il bisogno imperiale di
controllo è così disperato perché è così innaturale”,
rifletteva. “Una sola cosa romperà l’assedio. Ricordatelo.
Provateci”. Quella “sola cosa” sarebbe stata la
distruzione della Morte Nera, con Luke Skywalker che sparò quello
che è stato chiamato “il colpo udito in tutta la galassia”.
Lungi dal garantire il futuro dell’Impero, la Morte Nera ne avrebbe
assicurato la caduta; dimostrò che l’Impero era colpevole di aver
esagerato e convinse la gente che Palpatine poteva essere
sconfitto.
Il finale della prima stagione
costruisce le basi per la trama di Andor – Stagione 2
La fine della stagione 1
di Andor prepara la ribellione personale di
Cassian Andor nella stagione 2. Questa prima stagione è stata
essenzialmente il passaggio del testimone, con Maarva che
incoraggia il figlio adottivo a essere finalmente tutto ciò che lei
credeva potesse essere. Gilroy continuerà il suo approccio
segmentato alla narrazione, utilizzando blocchi di tre episodi per
tracciare i prossimi quattro anni della vita di Andor. Andor sarà
un importante agente segreto dell’Alleanza Ribelle e userà le sue
abilità contro l’Impero, ma non sarà solo; Gilroy ha promesso che
molti dei personaggi sopravvissuti della prima stagione torneranno,
speriamo anche Bix. È ragionevole presumere
che Andor finirà poco prima dell’inizio
di Rogue One: A Star Wars
Story, in cui Cassian scopre l’esistenza della Morte
Nera.
Il vero significato del finale
di Andor e come cambia la ribellione
La fine della prima stagione
di Andor è un affascinante sguardo alla natura
della ribellione. La storia della ribellione di
Andor sembra una continuazione dei temi politici di George
Lucas, ora collocati nel contesto del XXI secolo. Secondo l’attrice
Fiona Shaw (che interpreta Maarva Andor, la madre adottiva di
Andor), Andor è “una grande, scurrile
[interpretazione] del mondo trumpiano”. Come ha spiegato in
un’intervista a Empire Magazine, “Il nostro
mondo sta esplodendo in diversi luoghi in questo momento, i diritti
delle persone stanno scomparendo e Andor lo riflette. [Nello show]
l’Impero sta prendendo il sopravvento e sembra che la stessa cosa
stia accadendo anche nella realtà”.
La natura strisciante del fascismo,
sia in Guerre Stellari che nel mondo reale, è
perfettamente dimostrata dall’uso ponderato di
Andor delle truppe d’assalto. Le truppe d’assalto sono del
tutto assenti nei primi episodi, con gli abitanti della galassia
ancora in grado di ignorare l’oscurità che oscura le loro vite. Ma
il finale della prima stagione di Andor vede le
strade di Ferrix piene di truppe d’assalto, che aprono il fuoco sui
civili mentre sopprimono brutalmente una rivolta. Il fascismo si
nasconde mentre acquisisce forza, agendo con forza quando è
finalmente pronto. Ma la fine della prima stagione di Andor
è ottimista anche di fronte a un tale male, perché anche
al regime più potente si può resistere. Come predisse Karis Nemik,
“Una sola cosa romperà l’assedio”.
Il finale della seconda stagione di
Yellowjacketsha portato la storia in una direzione inaspettata,
aprendo la strada a una terza stagione ricca di suspense. La
seconda stagione di Yellowjackets è stata piena di sorprese
e rivelazioni scioccanti, fornendo risposte a misteri di lunga data
come il significato del biglietto di Travis a Natalie, l’idea che
la natura selvaggia sia un’entità influente e molto altro ancora.
Il finale è iniziato con l’ipotesi che uno degli adulti
sopravvissuti dovesse morire per soddisfare il crescente bisogno
della natura selvaggia nella
linea temporale del 2021. Tuttavia, le cose non sono andate
necessariamente secondo i piani.
In questo contesto, si sono svolti
altri intrecci ad alto rischio che hanno portato a conclusioni
soddisfacenti. La polizia ha dato la caccia all’adulta Shauna per
l’omicidio di Adam Martin per gran parte della stagione, è stato
spiegato cosa stava realmente tramando Walter Tattersall, il
“fidanzato” di Misty, e il rituale ufficiale di cannibalismo
sacrificale descritto nella linea temporale del 1996 è stato
finalmente svelato nella sua interezza. Tutto questo è confluito
nell’episodio 9 della seconda stagione di Yellowjackets, che
ha visto trionfi e delusioni in egual misura per i sopravvissuti
adulti rimasti. Dopo la fine della seconda stagione di
Yellowjackets, solo una cosa è certa: la natura selvaggia
non ha finito il suo lavoro, né nel passato né nel presente.
Perché Travis ha mangiato il
cuore di Javi
Quando le ragazze sono tornate con
il corpo di Javi dopo che era annegato nell’episodio 8 della
seconda stagione di Yellowjackets, nessuno era più sconvolto
di Travis. Natalie aveva sicuramente il proprio senso di colpa da
placare dopo averlo lasciato morire, ma Travis era davvero quello
che aveva sofferto di più per la perdita. Ha cercato di spiegare
la portata della distruzione che stavano causando a Van, il quale,
a sua volta, lo ha convinto che la morte di suo fratello era un
sacrificio per salvare i sopravvissuti e che avrebbe dovuto onorare
il sacrificio e la morte di Javi. Travis ha quindi preso a
cuore questa conversazione e si è unito al cannibalismo del resto
del gruppo.
Shauna ha offerto a Travis il cuore
di suo fratello da mangiare per primo, quasi come un segnale al
resto del gruppo che se Travis era d’accordo a consumare Javi,
allora anche gli altri avrebbero dovuto farlo. Travis ha
mangiato il cuore di Javi per dimostrare la sua lealtà al gruppo e
onorare il sacrificio di suo fratello. Quel momento ha
dimostrato che Travis era completamente caduto nella sua
convinzione che la natura selvaggia fosse un’entità e che questi
sacrifici fossero necessari e vantaggiosi per la loro
sopravvivenza. Ha visto Javi come un martire piuttosto che come una
tragica vittima e ha giustificato il fatto di aver mangiato suo
fratello gettandosi in questa convinzione.
Come Natalie è diventata la
regina delle corna
Uno dei colpi di scena più grandi
del finale della seconda stagione di Yellowjackets è stato
che Natalie era la vera regina delle corna, non Lottie. Sembrava
che tutta la serie suggerisse e preparasse Lottie come regina delle
corna, ma quando sarebbe stata rivelata per la prima volta nel suo
abito ufficiale, non sarebbe stato poi così sorprendente. Tuttavia,
nella seconda stagione di Yellowjackets, Lottie ha deciso di
dimettersi e cedere la leadership a Natalie, lasciando Shauna un
po’ gelosa. Guardando indietro, le insicurezze di Lottie come
leader erano cresciute, come dimostrato dalla sua visione al centro
commerciale in precedenza, ma nessuno si aspettava che passasse la
mano.
Lottie ha scelto Natalie perché
credeva che Nat fosse sempre stata la “preferita” della natura
selvaggia. Ha citato il fatto che il gruppo aveva cercato di
ucciderla quando aveva pescato la Regina di Cuori, ma la natura
selvaggia non glielo aveva permesso. C’erano segni che indicavano
che la natura selvaggia favoriva Natalie, come il fatto che fosse
la cacciatrice principale. Sebbene Lottie fosse stata la prima a
comunicare con la wilderness, tutti i sopravvissuti avevano
imparato a farlo, quindi non avevano più bisogno della sua guida. È
possibile che il fatto che Natalie non fosse così influenzata dal
pensiero di gruppo la rendesse una leader più naturale di una
seguace, il che potrebbe essere un altro motivo per cui Lottie le
ha dato la precedenza.
Il piano di Walter per porre
fine alle indagini su Adam Martin
Walter ha ideato un piano elaborato
per salvare Misty e i suoi amici dall’essere scoperti dalla
polizia, che prevedeva la corruzione della polizia. Dopo averlo
ucciso con il fenobarbital, Walter è riuscito a collegare una
grande quantità di documenti bancari e telefonici relativi ad Adam
a Kevyn Tan. Ha poi sparato a Kevyn con la pistola di Saracusa e
gli ha proposto di aiutarlo a incastrare Kevyn per gli omicidi di
Adam eJessica Roberts, utilizzando una storia
secondo cui Saracusa aveva “scoperto” una massiccia corruzione
nella polizia e aveva quasi perso la vita per questo. Ha poi
aggiunto che tutte queste informazioni potevano essere ricondotte a
Saracusa se non avesse accettato.
Il piano di Walter aveva diverse
funzioni importanti in Yellowjackets. In primo luogo,
dimostrava la sua fedeltà a Misty, cosa discutibile per gran parte
della stagione, soprattutto quando lui la paragonava a Sherlock e
se stesso a Moriarty. In secondo luogo, dimostrava che Walter
stesso non era al di sopra dell’omicidio e probabilmente
condivideva le tendenze psicopatiche della sua “ragazza”.
Infine, dimostrava le abilità di
Walter come hacker e detective dilettante. Essere in grado di
manomettere le prove in modo tale da incastrare qualcuno che non
c’entrava nulla era davvero impressionante.
Il gruppo avrebbe davvero
ucciso Shauna nella nuova caccia?
Shauna ha avuto la sfortuna di
scegliere la Regina di Cuori nella linea temporale del 2021, ed è
possibile che il gruppo stesse preparando la sua uccisione. Durante
le scene culminanti del rituale rivissuto dagli adulti e
l’inseguimento con le maschere che ne è seguito nel finale della
seconda stagione di Yellowjackets, il tono oscillava tra il
gruppo che vedeva la realtà e il gruppo che cadeva preda della
natura selvaggia. Sebbene inizialmente fossero d’accordo sul fatto
che Lottie volesse soddisfare la natura selvaggia fosse una cattiva
idea, le cose si sono complicate quando Van ha convinto Taissa a
chiamare la squadra di crisi che avrebbe dovuto interrompere il
rituale e portare Lottie al sicuro.
Lo sguardo affamato dell’adulta Van
durante l’inseguimento era particolarmente terrificante, e il fatto
che abbia chiamato le autorità ha sicuramente dipinto le sue
intenzioni in una luce negativa. Lottie era pronta a sacrificare
Shauna, completamente assorbita dal compito di nutrire la natura
selvaggia. Misty, Natalie e Taissa, invece, sembravano le più
combattute. Se Lottie avesse raggiunto Shauna per prima, sarebbe
sicuramente morta, e lo stesso avrebbe potuto accadere a Van, visto
quanto sembrava presa durante l’inseguimento.
Il sacrificio e la morte di
Natalie spiegati
Sfortunatamente, la natura
selvaggia ha mietuto un’altra vittima tra gli adulti sopravvissuti,
e si è trattato di Natalie. Il momento scioccante ha visto Misty
cercare di pugnalare Lisa con una siringa, ma Natalie si è
sacrificata e si è gettata davanti a lei. Il sacrificio di Natalie
e la reazione straziante di Misty all’aver ucciso (di nuovo) la sua
“migliore amica” hanno fatto riferimento a diversi momenti chiave
di Yellowjackets. Natalie si è sacrificata perché il senso
di colpa più grande che portava con sé dal suo periodo nella natura
selvaggia era quello di essersi fatta da parte e aver lasciato
morire Javi. Se si fosse sacrificata nella stagione 2, episodio 8
di Yellowjackets, non sarebbe mai diventata la prima Antler
Queen.
Natalie probabilmente provava
molto più senso di colpa di quanto Yellowjackets lasciasse
inizialmente intendere per essere stata l’Antler Queen e aver dato
il via agli eventi del resto della serie. La rivelazione del
suo status elevato nel 1996 e il senso di colpa che ne è seguito
hanno anche contribuito a spiegare le sue difficoltà nella vita
adulta e il suo successivo tentativo di suicidio. Pertanto, quando
ha visto l’opportunità di salvare qualcuno che era stato buono con
lei, ha pagato per i suoi peccati passati sacrificandosi per loro.
Anche la reazione di Misty ha dimostrato la sua devozione verso
Natalie. È possibile che fosse stata così affascinata e
ossessionata da lei per tutto questo tempo perché Natalie era la
sua leader.
Dove Taissa e Van hanno mandato
Lottie adulta (verrà mandata via?)
Lottie è stata mandata in una
struttura di salute mentale conosciuta come Whitmore alla fine
della seconda stagione di Yellowjackets a causa della sua
convinzione irrefrenabile che l’entità della natura selvaggia fosse
tornata e volesse uno dei sopravvissuti. Il resto dei sopravvissuti
adulti non ha preso troppo bene il piano di Lottie con il
fenobarbital ed era comprensibilmente preoccupato per la sua salute
mentale quando ha voluto ripetere il rituale cannibalistico
sacrificale di Yellowjackets. Lottie ha orchestrato la
caccia, che ha portato i sopravvissuti a chiamare una squadra di
crisi per portarla via, ma era ormai troppo tardi. Lottie
trascorrerà molto probabilmente la terza stagione di
Yellowjackets in un istituto psichiatrico.
Taissa ha promesso che lei e il
resto dei sopravvissuti avrebbero fatto visita a Lottie al
Whitmore. Tuttavia, Lottie è rimasta convinta che il sacrificio di
Natalie abbia nutrito la natura selvaggia e che tutti ne vedranno i
risultati positivi. L’episodio 9 della seconda stagione di
Yellowjackets ha chiarito che i sopravvissuti, Van in
particolare, si sentono in colpa per il deterioramento dello stato
mentale di Lottie. I flashback alla linea temporale del 1996,
comprese le coerciioni di Misty, la storia di Van sulla natura
selvaggia e il fatto che Lottie non abbia mai voluto che il rituale
fosse istituito, indicano che le ragazze hanno contribuito a
rendere possibile la psicosi di Lottie e il suo crollo finale da
adulta.
Perché il coach Ben ha dato
fuoco alla capanna dei sopravvissuti
Gli ultimi momenti della seconda
stagione di Yellowjackets hanno visto le ragazze fuggire
mentre la loro casa nella natura selvaggia bruciava completamente,
e solo una persona non era con loro: Ben. Ben ha dato fuoco alla
capanna perché era terrorizzato da ciò che era diventata la squadra
e le vedeva come mostri privati della loro umanità. La sanità
mentale del coach Ben era andata scemendo come quella del resto del
gruppo. Tuttavia, aveva chiarito fin dall’inizio che non avrebbe
oltrepassato il limite del cannibalismo e vedeva in Natalie
un’anima gemella. Purtroppo, Natalie ha respinto i suoi tentativi
di nascondersi con lui nella grotta di Javi per il resto
dell’inverno.
Dopo aver assistito alla dissezione
del cadavere di Javi, aver capito che l’unica persona con cui aveva
trovato un’affinità era passata al lato oscuro, aver rivissuto in
visioni tormentate la vita che avrebbe potuto avere e aver visto
che la squadra ora si stava sacrificando a vicenda, Ben ne aveva
finalmente avuto abbastanza. Credeva che la squadra fosse ormai
troppo lontana per ragionare e fermare lo spargimento di sangue, e
che fosse diventata una setta cannibale in grado di compiere atti
di estrema violenza. Per la sua sicurezza, ha deciso di
bruciare la capanna per impedire che la follia continuasse e
presumibilmente si nasconde nella caverna di Javi.
Il vero significato del finale
della seconda stagione di Yellowjackets
Yellowjackets, stagione 2,
episodio 9, è intriso di un significato molto più profondo rispetto
alle paure in superficie, sebbene sia anche uno show horror
efficace nella sua semplicità. Il finale della seconda
stagione di Yellowjackets è stato una sorta di punto
di svolta per i personaggi, poiché non solo ha risposto alle
domande, ma ha anche sollevato ulteriori misteri per il futuro. Ma
soprattutto, il finale ha dimostrato che c’è qualcosa di speciale
nei giovani sopravvissuti, qualcosa che continua a perseguitarli
nel presente. Se Yellowjackets ha rivelato qualcosa di sé, è
che quasi nulla è come sembra.
Come il finale della seconda
stagione di Yellowjackets prepara la terza
Il finale della seconda
stagione di Yellowjackets ha preparato il terreno per numerosi
filoni narrativi per la terza stagione e una serie di nuovi
misteri. Innanzitutto, i sopravvissuti adulti dovranno
affrontare le conseguenze del sacrificio e della morte di Natalie.
Misty sembrava inconsolabile per il suo ruolo nella vicenda e,
anche se la terza stagione dovrebbe vederla coinvolta in una
relazione romantica con Walter, dovrà lottare con qualcosa che non
ha mai provato prima: il senso di colpa. La terza stagione vedrà
anche Natalie nel passato come nuova leader del gruppo e la sua
discesa verso il diventare la Yellowjackets‘ Antler Queen. Il finale ha lasciato
intendere che Shauna è gelosa del fatto che Natalie sia diventata
la leader, quindi questo sicuramente entrerà in gioco.
La setta di Lottie adulta
molto probabilmente verrà sciolta ora che lei è in un istituto
psichiatrico, e probabilmente riceverà la visita di Taissa, affetta
da sonnambulismo.
Il culto dell’adulta Lottie verrà
probabilmente sciolto ora che lei è in un istituto psichiatrico, e
probabilmente riceverà la visita di Taissa, affetta da
sonnambulismo. La terza stagione di Yellowjackets potrebbe
finalmente vedere un po’ di pace nella famiglia Sadecki, dato che
l’indagine su Adam Martin è stata portata a termine da Walter.
Tuttavia, le cose si surriscalderanno notevolmente nel 1996 con
l’incendio della baita. I sopravvissuti adolescenti potrebbero
scoprire che è stato Ben ad accendere il fiammifero, dato che è
l’unico a non essere presente, ma dovranno comunque trovare una
nuova casa. Speriamo che non trovino Ben nascosto nel rifugio di
Javi, così potrà sopravvivere un altro giorno in
Yellowjackets.
Come è stato accolto il finale
della seconda stagione di Yellowjackets
Nel complesso, il finale della
seconda stagione di Yellowjackets è stato accolto bene. Il
nono e ultimo episodio della seconda stagione di
Yellowjackets, “Storytelling”, ha attualmente un punteggio
di 7,1/10 su IMDb e un punteggio
Tomatometer del 70% su Rotten
Tomatoes. Tuttavia, il finale della prima stagione
ha ottenuto un punteggio di 8,2/10 su IMDb (anche se non ha
una valutazione individuale su Tomatometer) e, in generale, il
finale della prima stagione di Yellowjackets è considerato
superiore. Tuttavia, questo non significa che il finale
della seconda stagione di Yellowjackets sia stato brutto,
ma semplicemente che la seconda stagione della serie non ha avuto
lo stesso impatto della prima.
Questo è stato sottolineato da
molti critici nelle loro recensioni, e i paragoni tra il finale
della seconda stagione di Yellowjackets e quello della prima
si estendono al resto degli episodi in generale. È opinione della
maggior parte degli spettatori e dei critici che la prima stagione
di Yellowjackets sia stata più coerente. Tuttavia, ci
sono stati molti momenti degni di nota nella seconda stagione,
specialmente durante il finale, che hanno più che eguagliato il
primo capitolo della storia, e questi sono stati sottolineati in
molte recensioni. Ad esempio, Esther Zuckerman del New York Times scrive:
La seconda stagione di “Yellowjackets” è stata discontinua,
cosa non insolita per una serie di successo che cerca di trovare il
proprio equilibrio dopo un primo giro sensazionale. Ma ci sono
stati frequenti momenti di trascendenza. L’addio alla Natalie
adulta è stato uno di questi. È stato tragico e in qualche modo
catartico e sarà difficile da dimenticare man mano che la serie
andrà avanti.
Tuttavia, mentre molti critici
non sono riusciti a superare l’incoerenza della seconda stagione
rispetto alla prima, altri hanno avuto solo parole di elogio per
“Storytelling”. In particolare, sono stati elogiati il modo abile
con cui il finale della seconda stagione di Yellowjackets ha
sovvertito le aspettative degli spettatori e riposizionato molte
delle “verità” su cui i fan avevano fatto affidamento fino
all’arrivo dell’episodio 9 del secondo capitolo. A riassumere
incredibilmente bene questa prospettiva è Hattie Lindert diAV
Club, che scrive:
Una lezione magistrale sia nel sovvertire la propria etica
che nel coltivare i semi di una nuova stagione, il finale della
seconda stagione di Yellowjackets prende le rivelazioni limitate
che la stagione ha costruito e le ricontestualizza ancora una
volta, ricordando ai sopravvissuti (e di conseguenza al pubblico)
che la verità della loro esperienza – ciò che era reale e ciò che
non lo era, e ciò che è rimasto reale nel tempo – è malleabile
quanto la loro bussola morale. Ciò che è sempre stato più
importante, sia nel proteggersi dalla polizia da adulti che nel
giustificare le loro azioni da bambini, è la storia che hanno
scelto di raccontare, una storia di selvaggio che hanno scolpito
con sangue, sudore, lacrime e merda.
Quindi, il finale della seconda
stagione di Yellowjackets è stato all’altezza di quello della
prima? Probabilmente no. Tuttavia, è stato comunque un finale
incredibilmente solido per la serie, e ha funzionato più che bene
per creare l’hype e lo slancio necessari per l’attesissima
terza stagione di Yellowjackets.
Le donne al balcone –
The Balconettes di Noémie
Merlant non è solo un film, è un affascinante viaggio
attraverso un racconto femminista stratificato e punk, che sa
essere tanto divertente quanto provocatorio. Presentato
a Cannes
77 con il titolo originale Les
Femmes au Balcon, questo film esplora la vita di tre
donne – Nicole, Ruby ed Elisa – legate da una profonda amicizia e
da un’intensa ribellione contro i dogmi della società patriarcale,
il tutto ambientato in un appartamento e un balcone condiviso nel
caldo di Marsiglia.
La dichiarazione di intenti di
Le donne al balcone – The
Balconettes
Fin dall’inizio, Merlant ci
introduce in un’atmosfera sospesa e surreale, grazie a un piano
sequenza che spazia tra due palazzi. La macchina da presa sembra
fluttuare, stabilendo una distanza tra il pubblico e la storia,
come se fossimo anche noi osservatori dietro una finestra,
abbracciando così il più classico dei contesti voyeuristi e
impiantandoci sopra il suo racconto. In questo primo momento
vediamo una donna, riversa a terra e coperta di lividi, incalzata
da un marito che la accusa di essere “esageratamente drammatica.”
La scena, che mescola dramma e sarcasmo, offre una chiave di
lettura per comprendere la portata del film: un’opera che sfida le
convenzioni, trascendendo i generi e mescolando commedia, thriller,
e un femminismo mai didascalico. Questa scena
fondamentale, un cortometraggio dentro al film: una specie
di riassunto di quello che la storia vuole significare e di quello
che racconterà.
Al centro della storia ci sono
Nicole
(Sanda Codreanu), Ruby (Souheila
Yacoub) ed Elisa (Noémie Merlant).
Ognuna di queste donne ha una storia unica: Nicole è una scrittrice
che prova a tratte ispirazione dalla vita delle sue amiche, sempre
più divertente e sfrenata della sua; Ruby è una cam girl fiera
della propria sessualità, esibizionista almeno quanto Nicole è
pudica; Elise invece è un’attrice che cerca di sfuggire da un
innamorato opprimente, sembra svampita, ma trova il suo ancoraggio
alla realtà grazie alle sue coinquiline. Insieme, condividono
momenti di complicità e confidenze, esplorando una libertà
autentica e quasi sfacciata, che include un’esposizione del corpo
sincera, svincolata da giudizi.
Merlant dimostra una grande
padronanza del mezzo cinematografico, mostrando una disinvoltura
sorprendente per una regista al suo secondo lungometraggio. La
narrazione sembra muoversi disordinata, riflettendo però un caos
ben calibrato che rispecchia la vitalità e la libertà delle tre
protagoniste. E infatti nulla è lasciato al caso: la scrittura
coadiuvata da Céline Sciamma e il
montaggio di Julien
Lacheray conferiscono alla trama una coerenza interna
che esplode solo alla fine, lasciando lo spettatore in una sorta di
estasi visiva e narrativa.
Una delle grandi trovate
di Le donne al balcone – The Balconettes è
il modo in cui affronta la questione della mascolinità tossica
senza mai scivolare nella retorica. L’aitante vicino di casa
(interpretato da Lucas Bravo), ad esempio,
inizialmente oggetto dei sogni di Nicole, si rivela poi un
predatore mascherato da principe azzurro. La svolta narrativa è
feroce e geniale: un incontro apparentemente innocente si trasforma
in una lotta disperata, e le tre protagoniste devono difendersi
dalla violenza inaspettata, optando per un’autodifesa radicale e
liberatoria. La loro “vendetta” non è solo una reazione istintiva,
ma anche un simbolo di una ribellione.
La mescolanza di generi
La commistione di generi è una
caratteristica distintiva di questo film: da commedia grottesca e
horror leggero si passa a un thriller crudo e spietato, fino a un
gore che strizza l’occhio a Tarantino, pur rimanendo sempre vitale
e libero, come il primo cinema di Almodovar. Merlant evira il corpo
maschio della storia per affermare la femminilità come unica forza
vitale, e nonostante questo è sempre ironica e leggera, non perde
mai di vista il fuoco del suo racconto. Questo rende Le
donne al balcone – The Balconettes un’esperienza
visivamente affascinante e emotivamente coinvolgente. La violenza
viene messa in scena in modo iperbolico, ma il vero nucleo del film
è la ferita invisibile che la violenza infligge all’animo
femminile.
La fiera esposizione del corpo
femminile
Merlant si dimostra non solo una
regista di talento, ma una narratrice coraggiosa, pronta a
infrangere le convenzioni e a esplorare i confini della
rappresentazione cinematografica del femminile. In questo film, i
corpi delle protagoniste non sono mai oggetto di sguardi
esterni/giudicanti; sono corpi che si espongono con fierezza,
rivendicando il diritto di esistere senza
compromessi. Le donne al balcone – The
Balconettes non è solo un film che parla di
emancipazione femminile: è un atto di insurrezione, un’opera che si
rivolge allo spettatore con uno spirito di sorellanza
feroce e libera.
Il 13 marzo arriva nelle sale
Lee Miller, il
film dedicato
alla straordinaria fotografa americana interpretata
da Kate
Winslet,
qui anche in veste di produttrice. Per la sua performance intensa e
coinvolgente, l’attrice ha ottenuto una
candidatura ai Golden Globes come
Miglior Attrice drammatica (il premio è andato poi
a Fernanda Torres).
Diretto da Ellen
Kuras,
alla sua prima regia cinematografica dopo una lunga carriera come
direttrice della fotografia, il film trae ispirazione
dall’opera Le
molte vite di Lee Miller di Antony
Penrose,
figlio della fotografa e del surrealista Roland
Penrose.
Il film ripercorre la vita di Miller, una donna che ha rifiutato
ogni etichetta: da modella di successo a fotografa d’avanguardia,
fino a diventare corrispondente di guerra per
Vogue durante
la Seconda Guerra Mondiale. Unica fotografa donna a documentare la
liberazione dei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald, ha
lasciato un segno indelebile nella storia con le sue immagini di
straordinaria potenza. Intorno a Winslet, ruota un cast di supporto
che vanta nomi del calibro di Alexander
Skarsgård, Marion
Cotillard, Andrea
Riseborough, Josh
O’Connor, Noémie Merlant ma
anche Andy
Samberg
alla sua prima performance drammatica (molto riuscita).
La trama di Lee
Miller
La narrazione inizia nel 1977 con
un’intervista tra Lee e un giovane giornalista (Josh
O’Connor), che desidera conoscere la verità dietro le sue
fotografie. O almeno è quello che sembra all’inizio del film.
Questo espediente narrativo introduce la lunga retrospettiva sulla
vita della Miller, dal suo lavoro come modella e artista
surrealista fino alla sua esperienza sul fronte di guerra.
Tuttavia, il film fatica a mantenere un equilibrio tra il ritratto
intimo della protagonista e la sua carriera professionale,
risultando a tratti distaccato. Il finale si apre all’emozionante
rivelazione della vera identità di quel giornalista, offrendo
un interessante omaggio a quello che è veramente successo dopo la
morte di Lee, tuttavia è troppo tardi per sentire anche il pur
minimo gancio emotivo con i protagonisti.
Kate Winslet regala una delle sue
interpretazioni più intense, riuscendo a restituire la
determinazione e il coraggio di Miller. Tuttavia, la sceneggiatura
non offre un ritratto completamente sfaccettato del personaggio e
il film si concentra più sul suo lavoro come fotografa di guerra,
lasciando in secondo piano la sua vita personale e le sue
fragilità. Le relazioni con il partner Roland Penrose (Alexander Skarsgård), l’amicizia con
David Scherman (Andy Samberg) e il rapporto con la
direttrice di Vogue Audrey Withers (Andrea
Riseborough) vengono accennate senza un vero approfondimento,
facendo sì che molti personaggi appaiano come semplici comparse o
sponde su cui Lee rimbalza.
Regia realistica e
fotografia desaturata
Dal punto di vista
registico, Kuras adotta un approccio visivo potente, sfruttando il
contrasto cromatico tra il mondo vibrante e saturo del pre-guerra e
le tonalità spente e cupe del periodo bellico. La scelta di
integrare le fotografie reali di Miller nel film conferisce
autenticità alla narrazione, restituendo con forza il peso delle
immagini chela donna ha catturato e consegnato alla Storia.
Uno degli aspetti più
riusciti del film è la capacità di mostrare la Miller come una
testimone della storia, capace di cogliere dettagli che i suoi
colleghi uomini spesso trascuravano. La sua sensibilità nel
ritrarre la sofferenza e l’umanità dietro il conflitto è un
elemento centrale del film, ben interpretato da Winslet. Tuttavia,
il film manca di quel pathos che avrebbe potuto renderlo
memorabile, risultando a tratti troppo schematico, un biopic che
non sfrutta le potenzialità del materiale originale.
Un biopic innocuo anche
se visivamente affascinante
Nel
complesso, Lee Miller è un’opera visivamente
affascinante e impreziosita da una grande interpretazione
di Kate
Winslet, ma che non riesce a scavare a fondo nella
complessità della sua protagonista risultando quindi innocuo. Il
film si limita a raccontare la sua carriera senza esplorare appieno
le sue contraddizioni e le sue battaglie interiori, rendendo il
racconto più informativo che emozionale.
“Se vogliamo che tutto rimanga
com’è, bisogna che tutto cambi”, diceva il Tancredi
di Alain Delon ne Il
Gattopardo di Luchino
Visconti. Era il 1963, un periodo florido per il cinema
italiano, e il film del regista fu presto definito il capolavoro di
un kolossal che voleva raccontare la decadenza e la progressione.
Qui, Tancredi, nella villa Salina, pronuncia una frase che diventa
simbolo e rappresentazione di ciò che è il nucleo del romanzo di
Lampedusa.
Nella nuova
serie Netflix (qui
la nostra recensione),
prodotta da Fabrizio Donvito, Daniel Campos Pavoncelli, Marco
Cohen, Benedetto Habib e Alessandro Mascheroni per Indiana
Production, e da Will Gould e Frith Tiplady per Moonage Pictures,
il Tancredi di Saul Nanni pronuncia le
stesse parole allo “zione”, ma mentre è a cavallo, con una Sicilia
baciata da un caldo sole che si staglia all’orizzonte. E qualcosa,
in fondo, nella mini-serie è cambiato rispetto alla sua versione
filmica.
Se infatti Il
Gattopardo di Visconti è risultato essere uno degli
adattamenti più fedeli della sua carriera da regista, quello
diretto da Tom Shankland, affiancato da Giuseppe Capotondi e Laura
Luchetti, ha uno sguardo molto più moderno,
dando il fianco a quelli che sono, ad oggi, i temi più sentiti dal
pubblico, accogliendo così un nuovo punto di vista.
Tra la Concetta di Benedetta
Porcaroli e quella di Lucilla Morlacchi
Poche battute, poche scene, pochi
sguardi. Visconti non si sofferma mai realmente sulla figlia del
Principe di Salina. Un personaggio marginale, che si muove quasi
inosservato, se non per quei pochi dialoghi e atteggiamenti — come
la cena a Donnafugata — in cui cerca di guadagnarsi una posizione.
La Concetta del 1963 non è essenziale, perché la storia vira verso
altre acque, quelle più storiche e politiche, e gli occhi e i
pensieri sono quelli di Don Fabrizio.
Ben diversa è la Concetta del 2025,
che si appropria molto più spesso dello
schermo, emergendo. La sua vuole dirla a tutti i costi,
non importa se con un comportamento deciso — come tornare in
convento — o con dure parole nei confronti del padre. La Concetta
di Benedetta
Porcaroli diventa uno dei perni centrali de Il
Gattopardo. Con lei c’è tutto quello che ci è caro
oggi: l’emancipazione, il bisogno di
lasciarsi andare ai piaceri del corpo, la necessità di vivere di
luce propria e non all’ombra di un uomo e, soprattutto, affermarsi.
Facendo così diventare la storia uno strumento che parla in presa
diretta con le generazioni di oggi, dichiarando apertamente il suo
stile fresco e la sua capacità di intercettare lo spirito dei
tempi.
Don Fabrizio Corbera: due facce
della stessa medaglia
La decadenza della classe
aristocratica e l’immobilismo nel tentativo di mantenere il proprio
potere, sono invece incarnati dal Principe di Salina, che nel film
e nella serie TV assorbono le trasformazioni della Sicilia e
dell’Italia in modi differenti. Burt
Lancaster non era la prima scelta di Visconti. A
puntare il dito sul divo di Hollywood è Goffredo Lombardo,
fondatore della Titanus, sotto il giudizio poco favorevole del
regista. Lancaster, però, dà al protagonista un
carattere molto energico, con una verve e un fuoco dentro
tipici di un siciliano, che funzionano nell’ottica di avere la
politica e la Storia al centro della narrazione. In più, a dare
ancora più forza a Don Fabrizio è il doppiaggio italiano —
soluzione necessaria essendo Lancaster di lingua inglese, ma anche
logica, dovendo rappresentare un uomo vissuto in quella terra da
sempre.
La sua controparte seriale,
interpretata da Kim
Rossi Stuart, poteva invece contare su uno sforzo
linguistico proprio. Pur non avendo acquisito una vera e propria
cadenza siciliana, in questo caso risulta meno evidente. Questo
perché il Principe dell’attore romano è un Principe molto più
misurato e solenne. Preda di un dualismo che oscilla tra l’amore e
la rigidità, e che scaturisce da una fiamma meno intensa, Kim Rossi
Stuart ha offerto al pubblico una versione diversa del
protagonista. Qui sono l’equilibrio e la compostezza a
prevalere, conferendo a Don Fabrizio una regalità un po’
più accentuata.
Dal margine alla centralità:
Tancredi e Angelica
Un discorso simile si può applicare
alla coppia Tancredi e Angelica. La bellezza e il carisma
di Claudia Cardinale e Alain
Delon sono impareggiabili. Ma è
pur vero che rispetto a Saul
Nanni e Deva Cassel hanno
molto meno spazio per emergere. Nel nuovo Il
Gattopardo c’è più modo di esplorare quelle che sono le
loro passioni, ma anche le loro ambizioni. E sono proprio i nuovi
Tancredi e Angelica a essere portatori di un altro tema cardine: il
sacrificio in nome del successo sociale e politico.
Impossibile fare confronti, è
chiaro, perché bisogna ammettere che gli attori di Visconti hanno
il fascino e la bravura necessari per i ruoli affidatigli, ma va
apprezzato l’impegno dei giovani della serie Netflix, che hanno dovuto comunque superare più di
una barriera nel confronto continuo con loro. Qui diventa chiaro il
rapporto fra i due, non condito solo di amore e sfarzo, ma anche di
compromessi, di bocche chiuse e sguardi bassi. Di verità nascoste e
indicibili, impregnate solo del desiderio di arrivare lontano, a
qualsiasi costo, e non importa con quali strumenti.
Colonna sonora e costumi
Sul lato puramente
tecnico-artistico, invece, c’è un filo diretto fra Il
Gattopardo del 1963 e quello del 2025. A realizzare tutti
i costumi del film di Visconti c’è Piero
Tosi (candidato l’anno successivo agli Oscar nella
categoria Miglior costumi), uno dei più grandi costumisti del
cinema italiano, che per la sua produzione studiò minuziosamente e
nel dettaglio la moda dell’Ottocento, utilizzando tessuti d’epoca
per dare alla pellicola la maggiore autenticità possibile.
La Sartoria
Tirelli fu quella che si impegnò a realizzare la maggior
parte dei costumi di scena al fianco di Tosi, e per la serie
Netflix torna a dare il suo contributo insieme alla sartoria
Costumi d’Arte. Sia per le figurazioni che per i protagonisti, ogni
costume di scena è stato curato da Edoardo Russo e Carlo Poggioli,
entrambi ispirandosi a ciò che ritengono il grande maestro:
Tosi.
La Titanus, Netflix e il tax
credit
Ma la differenza più rilevante che
c’è fra Il Gattopardo del ‘63 e la mini-serie,
sta nella sua produzione. La realizzazione del film di Visconti,
infatti, provocò un’enorme crisi alla Titanus, la casa di
produzione e distribuzione cinematografica che deteneva i diritti
di Lampedusa. Quel che gravò sulla Titanus furono gli
elevati costi, dal cast internazionale agli attori
teatrali scelti, fino alle scenografie elaborate e ai costumi
storici. Non dimentichiamo che Visconti, così attento a ogni minimo
dettaglio e perfezione nella scena, si faceva mandare ogni giorno
fiori freschi da Sanremo per abbellire i suoi set. Il problema
principale fu che, nonostante la vittoria della Palma d’Oro a
Cannes e il David di Donatello assegnato a Lombardo, la Titanus non
riuscì a coprire i costi sostenuti, con il risultato di dover fare
un passo indietro nell’industria per alcuni anni.
Per Il Gattopardo di Netflix,
invece, le cose sono andate diversamente. Netflix ha
investito più di 40 milioni per permettere al
progetto di vedere la luce, ma l’aiuto sostanzioso è arrivato dal
tax credit, come ha voluto sottolineare Eleonora
Andreatta — Vice Presidente per i contenuti italiani
di Netflix — al Teatro dell’Opera di Roma, dove il 3 marzo si è
tenuta la premiere della mini-serie con il cast, ringraziando per
di più il Ministro della Cultura, presente in platea.