Outer Banks 4 – parte 2 ha
debuttato un nuovo trailer che si concentra sui Pogues e sul loro
viaggio a Morroco alla ricerca di un tesoro. Divisa in due metà,
ciascuna composta da cinque episodi, la quarta puntata del popolare
teen drama ha visto i Pogues alla ricerca del tesoro
di Barbanera. Questa ricerca ha anche portato a delle
importanti rivelazioni, con JJ che ha appreso una rivelazione
scioccante nel finale
di Outer Banks, stagione 4, parte 1.
Netflix ha ora rilasciato il trailer
della quarta stagione di Outer Banks, parte 2,
mentre i restanti cinque episodi verranno rilasciati
il 7 novembre. L’anteprima di due minuti mostra JJ, John B
(Chase Stokes), Sarah (Madelyn Cline), Kiara (Madison Bailey), JJ
(Rudy Pankow), Pope (Jonathan Daviss), Cleo (Carlacia Grant) e Rafe
(Drew Starkey) in partenza per una nuova avventura. Ma come spesso
accade ai Pogues, tensioni e pericoli complicano la
loro ricerca del tesoro in Morroco. Guardate
il trailer qui sotto:
Cosa rivela il trailer della
quarta stagione di The Outer Banks
Gli sviluppi della storia
sembravano promettenti nella prima metà della quarta stagione
di Outer Banks. I Pogues avevano avviato una nuova
attività, Poguelandia, ma la faida con i Kooks metteva a rischio
questo senso di tranquillità. L’ultimo trailer conferma che le cose
non stanno migliorando, con una riunione cittadina che si conclude
con finestre distrutte. A causare il caos è JJ, che probabilmente è
stato colpito dalla rivelazione della vera identità
del suo padre biologico.
Mentre le loro fortune cambiano
ancora una volta, i Pogues non hanno soldi e si ritrovano nel
mirino dei killer. Cercano la Corona Blu, che si trova
in Morroco, e il trailer presenta diverse scene in cui i
personaggi sfidano il caldo per raggiungere il proverbiale
oro. Anche Rafe è coinvolto, offrendosi di portare i
Pogues in Nord Africa in cambio di un compenso. Ma
nonostante alcuni scontri e pugni tra Rafe e JJ, la caccia al
tesoro continua e i personaggi di Outer Banks si
dirigono verso una nuova località.
Il verdetto sul nuovo trailer
della quarta stagione di Outer Banks
La quinta stagione
di Outer Banks non è stata
confermata. Tuttavia, in un’intervista con Tudum di
Netflix, il co-creatore Josh Pate ha confermato i
piani per altre stagioni. Pate ha detto in parte: “Pensiamo
alle prime tre [stagioni] come a una trilogia e poi stiamo
ricominciando ora con [un’altra sorta di] trilogia”. Questo
indicherebbe la speranza non solo di una quinta stagione, ma anche
potenzialmente di una sesta. Il trailer è un segnale incoraggiante,
che mostra un’acuta comprensione di ciò che rende il dramma della
caccia al tesoro così popolare tra il suo pubblico.
Laurent
Geslin è un fotografo
naturalista di fama mondiale che per nove anni ha
monitorato immergendosi nella natura, le linci
euroasiatiche. La lince, per chi non lo sa, è
un predatore fondamentale
per l’ecosistema forestale, poiché la sua
presenza aiuta a mantenere l’equilibrio naturale, minacciata sempre
di più da fattori come i cambiamenti climatici e l’attività umana.
Il documentarista alla fine ha realizzato un film
intitolato Le linci selvagge che è stato
presentato in anteprima durante il Locarno
Film Festival 2021.
Cosa racconta Le linci
selvagge
Nel corso del 19° secolo,
la lince euroasiatica è stata sterminata
ed è scomparsa dall’Europa occidentale. Cinquant’anni fa, il
predatore però è stato reintrodotto nelle montagne della Svizzera.
La lince è un animale fiero, bellissimo,
con indole schiva, solitario, ma nonostante la protezione garantita
a livello nazionale ed europeo, la specie resta comunque a rischio.
Le sue peculiarità fisiche sono i ciuffi di peli sulle
punte delle orecchie e
il manto che assume varie gradazioni di
colore a seconda del territorio di appartenenza. Il pelo delle
linci per esempio è più chiaro nei paesi del nord e diventa più
scuro man mano che si procede verso sud. Anche se è un felino usa
il mimetismo per difendersi dai pericoli
dell’ambiente circostante, ma anche per ingannare le sue prede,
come caprioli o camosci.
Questo fiero predatore, conosciuto
anche con il nome
di gattopardo o lupo del
Cerviere, ha un comportamento che ricorda un po’ quello di
altri animali notturni delle foreste
europee, preferendo prevalentemente uscire nelle ore serali e
dedicarsi alla vita sociale solo durante il periodo degli
accoppiamenti. Il fotografo francese ha seguito, per un lungo
periodo, il ciclo della vita di una famiglia di linci
euroasiatiche, documentando gli eventi cruciali come la
nascita dei cuccioli, l’apprendimento della caccia e la difesa del
territorio ma anche quella dagli uomini. Questo documentario,
girato tra le montagne della Giura e commentato da Geslin stesso,
si apre a fine Inverno dove due linci che si incontrano per
riprodursi.
Il film inizia durante la stagione
degli amori, quando il maschio della specie “canta” per attirare la
femmina, che risponde ad essa. Proseguendo passano alcuni mesi e
arriva la Primavera con il risveglio degli
animali dal letargo, la rinascita con i
suoi primi germogli sulle piante e
l’apparizione della lince femmina in dolce attesa alla ricerca di
una tana per partorire. Passa un’altra stagione e si rivede la
lince madre con ben tre piccoli gattini, ovviamente questo è
un docufilm con animali selvaggi in cui è facile trovare la morte
quando sei un cucciolo. Purtroppo durante il racconto due membri
della famiglia delle linci vanno incontro a un triste destino. Uno
dei tre cuccioli viene ucciso da un bracconiere e l’altro a sette
mesi muore investito da una macchina. Il documentario si conclude
con la femmina piccola cresciuta, l’unica sopravvissuta, pronta per
trovare un compagno e continuare la specie.
Un film che contribuisce alla
ricerca
Guardando quest’opera
prima di Laurent
Geslin si nota fin da subito che chi c’è dietro
la telecamera è una persona esperta e appassionata di questo
straordinario animale. Uno degli aspetti che meglio lo mostra è
quando c’è proprio l’impressione, che la lince stia guardando
dritto nell’obiettivo e questo è merito del regista che ormai li
conosce bene questi straordinari predatori europei. Il regista
comunque non si concentra solo sulla lince ma mostra anche tutti
gli altri animali che in qualche modo diventeranno, forse,
possibili prede o semplicemente abitano nello stesso habitat
naturale.
Le linci
selvagge si racchiude benissimo nel genere dei
documentari dedicati alla natura incontaminata e
alla difficile convivenza tra esseri
umani e animali selvaggi. Per concludere questo docufilm è tutt’ora
il primo dedicato interamente alle linci, ci sono quelli sui leoni,
ghepardi, giaguari e altri grandi felini, ma niente
sui gattopardi.
Dopo la presentazione al
Giffoni Film Festival e alla Festa di Roma, nell’ambito di Alice
nella Città, Il
ragazzo dai pantaloni rosa è pronto per arrivare in
sala, dal 7 novembre con Eagle Pictures, preceduto da
una serie di proiezioni per le scuole che mirano a diffondere nella
maniera più accurata e “educativa” possibile il messaggio del
film.
Ma di cosa
parla Il ragazzo dai pantaloni rosa e come mai
viene proiettato per le scuole?
Il film racconta la drammatica storia vera di
Andrea Spezzacatena, l’adolescente che decise di togliersi la
vita perché vittima di bullismo a scuola. Fu il primo caso del
genere in Italia che portò al suicidio di un
minorenne: per questo è importante che il film arrivi a quante
più persone possibile, giovani ma non solo, poiché la testimonianza
e la rappresentazione di una storia così ingiusta possano diventare
strumenti di sensibilizzazione, affinché non ci siano più ragazzi
che vengano trattati come è stato trattato Andrea. Soprattutto
affinché chi si trova nella situazione di Andrea non si
senta più così tanto solo da non avere intorno persone
a cui chiedere aiuto.
La storia vera
Il film, diretto
da Margherita Ferri, racconta di Andrea, l’adolescente
vittima di bullismo. Basato sul libro Andrea, Oltre il
Pantalone Rosa, edito da Graus e scritto dalla mamma del
ragazzo, Teresa, il film ci accompagna nella vita di un
ragazzino sensibile, con una madre e un padre presenti e attenti,
che tuttavia non sono riusciti a proteggere il figlio dal dolore e
dalla paura. Per questo, adesso Teresa ha dedicato la sua vita a
raccontare la storia del figlio, per aiutare altri ragazzi e i loro
genitori a non sentirsi soli.
Cosa significano i
“pantaloni rosa”?
Secondo le storia
raccontata prima nel libro e poi nel film, un giorno Andrea si
presentò a scuola con dei pantaloni stinti, erano rossi, ma un
lavaggio sbagliato li aveva fatti diventare rosa. Questa scelta di
indossare comunque i pantaloni per andare a scuola aveva generato
grande ilarità e commenti pungenti da parte dei compagni che
arrivarono addirittura a creare una pagina Facebook con quello che
è ora il titolo del film. Solo dopo la tragica fine del figlio, che
aveva condiviso con lei la password del suo account, Teresa scoprì
l’esistenza della pagina diffamatoria, identificata poi come il
primo scalino di una parabola discendente di dolore e solitudine
che Andrea cominciò a percorrere in solitudine, fino a quel tragico
20 novembre 2012, quando si tolse la vita, poco dopo il suo
quindicesimo compleanno.
Chi era Andrea
Spezzacatena?
Un ragazzo
apparentemente solare, Andrea aveva ottimi voti a scuola e un bel
rapporto coi genitori. Quando fu trovato senza vita, la famiglia e
la comunità rimasero doppiamente sconvolti, non solo per
l’irrimediabilità del gesto, ma anche perché arrivava da un ragazzo
che apparentemente sembrava molto sereno. Un mistero, insomma, che
trovò una spiegazione solo quando sua madre, dopo la sua morte,
entrò nel suo profilo Facebook e ricostruì l’inferno che suo figlio stava passando tra atti di
bullismo e cyberbullismo, a scuola.
Il film Il
ragazzo dai pantaloni rosa
Il film, narrato in
prima persona dalla voce di Andrea dall’aldilà, ci racconta come il ragazzo sia arrivato a
pensare di non avere altra via d’uscita e
rappresenta un potente monito sulla pericolosità di parole e di
gesti che possono sembrare scherzi innocui, addirittura simpatici,
da parte di chi li perpetra con leggerezza.
Nel cast del film
troviamo Claudia
Pandolfi nei panni di Teresa Manes, la mamma di
Andrea, e Corrado Fortuna che invece interpreta il
papà del ragazzo. Il protagonista che dà il volto ad
Andrea è il giovane Samuele
Carrino, mentre Andrea Arru, volto
amatissimo dal pubblico giovane, è Christian, il bullo
della scuola. Reduce dal successo di Inside Out
2, in cui presta la voce alla protagonista, Sara
Ciocca completa il cast nei panni di Sara, la migliore
amica di Andrea.
Arisa per
la colonna sonora
A impreziosire di
emozione e significato Il ragazzo dai pantaloni
rosa c’è “Canta
Ancora”, canzone
inedita che Arisa scrisse per sua madre e che
nel film diventa una lettera che Andrea dedica a Teresa. Il brano,
che si può ascoltare già nel trailer e accompagna l’uscita del
film, fa parte della colonna sonora ufficiale. Diretto dalla
regista Margherita Ferri (Zen – Sul ghiaccio
sottile prodotto da Biennale College, Bang Bang Baby) e prodotto da
Eagle Pictures e Weekend Films con la sceneggiatura
di Roberto Proia, Il ragazzo dai pantaloni
rosa uscirà il 7 novembre distribuito da Eagle Pictures.
La serie NetflixThe
Diplomatsembra realistica poiché segue
alcune trame politiche familiari, sollevando interrogativi su
quanto della serie sia basato su fatti reali. The
Diplomat vede Keri Russell nei panni di Kate Wyler,
la nuova ambasciatrice nel Regno Unito che sta affrontando un
matrimonio infelice con suo marito, Hal Wyler, interpretato da
Rufus Sewell. La serie esplora le difficoltà di
mantenere le relazioni, sia romantiche, come il matrimonio di Kate,
sia quelle tra due paesi. Mette in luce alcuni temi molto reali tra
i paesi nel mondo reale, rendendola autentica.
Durante le prime due stagioni di
The Diplomat, Kate si adatta alla sua nuova posizione e
all’attenzione dei riflettori, mentre viene trascinata in una
cospirazione internazionale. In quanto donna in una posizione di
potere, Kate deve sopportare molto sessismo, che è una delle parti
più realistiche della serie, dato che è molto diffuso nella
società. Con gli elementi molto realistici che The Diplomat
presenta e le sue trame che sembrano fin troppo familiari, ha
sollevato molte domande sulla sua veridicità.
The Diplomat di Netflix non è
basato su una storia vera
La storia immaginaria è nata da
conversazioni con diplomatici reali
Sebbene The Diplomat possa
sembrare reale, soprattutto grazie alla recitazione convincente di
Russell, non è basato su una storia vera. La serie Netflix è invece
il racconto romanzato di una donna in politica e di come affronta
il suo nuovo potere. Tuttavia, la serie prende molta ispirazione da
eventi reali. La creatrice di The Diplomat, Debora Cahn,
ha tratto ispirazione per la serie Netflix dopo aver incontrato
alcuni ambasciatori statunitensi mentre scriveva per la serie
Homeland.
Sebbene Cahn si sia ispirata a
persone reali per creare la serie, i personaggi principali di
The Diplomat, Kate e Hal, non sono basati su persone reali.
Cahn voleva creare una coppia che lavorasse insieme per mostrare
come un lavoro così intenso possa influenzare una relazione. Anche
se Russell e Sewell rendono i loro personaggi e la loro relazione
così credibili, è facile capire perché ci siano state domande sulla
loro natura fittizia.
The Diplomat include comunque
riferimenti a eventi politici reali
La serie mantiene il realismo
attraverso riferimenti di attualità
Sebbene la serie sia di fantasia,
include molti riferimenti alla vita reale. Uno in particolare si
verifica durante la
stagione 1, episodio 2 di The Diplomat, quando la serie
fa riferimento all’uccisione di Qasem Soleimani. Soleimani era
un ufficiale militare iraniano assassinato nel 2020 da un attacco
con droni degli Stati Uniti, poiché si riteneva che avesse
intenzione di attaccare gli Stati Uniti. La serie ha anche
fatto riferimento a eventi più recenti come la guerra tra Russia e
Ucraina.
Questi riferimenti sono legati a
The Diplomat per rendere la serie più reale e credibile.
L’inclusione di riferimenti alla vita reale confonde i confini tra
realtà e finzione, coinvolgendo ulteriormente il pubblico nella
storia.
Quanto è accurato The Diplomat
rispetto al mondo reale?
I veri ambasciatori hanno
sottolineato l’approccio esagerato di The Diplomat
Dato che The Diplomat
esplora un mondo unico che non si vede spesso in altre serie,
sorgono domande su quanto la serie sia fedele alla realtà. Come
spesso accade con le serie di finzione, The Diplomat sembra
distorcere la verità su come sono realmente le cose per rendere più
drammatica la storia. The Guardian ha intervistato diversi ambasciatori e
diplomatici reali per conoscere la loro opinione sulla serie e
sulla sua accuratezza.
In molti casi, coloro che sono
stati interrogati sulla rappresentazione del loro mondo in The
Diplomat hanno ammesso che la serie thriller politico non è
molto accurata. Un diplomatico britannico anonimo ha ammesso di
aver trovato la rappresentazione della serie
dell’interazione di Kate con i leader britanniciin
gran parte fittizia, condividendo:
“Non direi che sia stato fatto un grande sforzo per
comprendere o riflettere il protocollo: il modo in cui il ministero
degli Esteri interagisce con il numero 10 e il modo in cui
interagisce con le ambasciate. Hanno giocato in modo piuttosto
veloce e approssimativo con queste relazioni”.
Altre persone hanno sottolineato
alcuni aspetti divertenti di The Diplomat rispetto al mondo reale,
come la diplomatica americana Jenna Ben-Yehuda, che ha suggerito
che i personaggi della serie sono molto più attraenti delle persone
reali che svolgono questa professione. Tuttavia, alcuni hanno
affrontato le inesattezze della serie in modo più serio. Brett
Bruen, direttore del coinvolgimento globale per la Casa Bianca di
Obama, era costernato nel vedere che la serie abbracciava
l’angolo dello spionaggio invece di ritrarre il mondo reale dei
diplomatici:
“Ciò che è stato
particolarmente deludente è che questo continua una lunga
tradizione di serie che mettono l’accento sulla politica estera nel
titolo, per poi deviare completamente verso qualcosa che non ha
nulla o poco a che fare con la diplomazia reale”.
Tuttavia, ci sono ancora dettagli
in The Diplomat che hanno impressionato altri. In molti dei
set della serie, i mobili sono realizzati dal marchio americano
Drexel, noto per arredare le case dei diplomatici americani
all’estero. Nel complesso, chi è alla ricerca di un’esplorazione
dettagliata di cosa significhi realmente essere un diplomatico
dovrebbe cercare altri media, poiché The Diplomat si limita
a basarsi su un’ambientazione reale per raccontare la propria
storia.
The
Walking Dead: Daryl Dixon – stagione 2 è stata ricca
di momenti emozionanti e di colpi di scena, con la conclusione
della storia che ha coronato alla perfezione il viaggio di Daryl e
Carol. Mentre Daryl ha cercato di tornare a casa dalla Francia sin
dal primo episodio dello spin-off, il finale della prima stagione
di Daryl Dixon ha fatto sorgere dei dubbi nella mente del
protagonista sul suo vero posto nel mondo. Nonostante ciò, nella
seconda stagione era ancora intenzionato a tornare negli Stati
Uniti e l’arrivo di Carol non ha fatto altro che rafforzare questo
obiettivo. Con la coppia riunita, gli ultimi episodi si sono
concentrati sulla protezione di Laurent e sulla ricerca di un modo
per tornare al Commonwealth.
Fortunatamente, l’aereo di Ash è
rimasto intatto fino al finale della seconda stagione di Daryl
Dixon, ma dato che poteva ospitare solo tre persone, qualcuno
doveva restare indietro. Sebbene il gruppo alla fine abbia deciso
che Daryl sarebbe rimasto in Francia, Carol ha deciso di unirsi a
lui, permettendo ad Ash e Laurent di fuggire incolumi. Di
conseguenza, Daryl e Carol hanno iniziato a pianificare insieme il
loro viaggio di ritorno a casa, con l’aiuto di alcuni dei loro
alleati francesi. Con un piano in atto, i protagonisti hanno
concluso la stagione intraprendendo il loro viaggio fuori dalla
Francia, ma sorprendentemente la loro destinazione era diversa
da quella che il pubblico si sarebbe potuto aspettare.
Daryl e Carol stanno andando in
Inghilterra durante i momenti finali della seconda stagione, non in
Spagna
I protagonisti hanno scoperto
che il Regno Unito è la loro migliore possibilità per tornare in
America
Senza l’aereo di Ash, Daryl e Carol
non avevano una rotta diretta per l’America, il che significava che
dovevano attraversare un altro paese. Tuttavia, nonostante la
location confermata della terza stagione, i protagonisti si sono
diretti in Inghilterra, non in Spagna. Dopo aver combattuto con
successo contro la coalizione di L’Union e Pouvoir, Daryl e Carol
guardano Laurent e Ash volare verso gli Stati Uniti, ponendo fine
al conflitto in Francia. I personaggi principali procedono quindi
verso l’Inghilterra durante il finale della seconda stagione nel
tentativo di tornare a casa, nonostante la terza stagione di Daryl
Dixon si svolga in Spagna.
Il loro viaggio inizia recandosi in
una località rurale con Fallou, Codron e Akila dopo aver sconfitto
i cattivi principali, dove si preparano per il viaggio. Con l’aiuto
di una coppia scozzese amica di Fallou, raggiungono un tunnel che
collega l’Inghilterra e la Francia, poiché la coppia rivela che il
Regno Unito ha affrontato l’apocalisse relativamente bene. Akila
aveva già confermato che sarebbe rimasta indietro, ma Fallou decide
di unirsi a lei dopo aver sviluppato dei sentimenti romantici,
costringendo il resto del gruppo a salutarsi e a iniziare la loro
camminata di nove ore sotto la Manica.
Sapendo che l’Inghilterra è la loro
migliore possibilità di tornare in America, il gruppo si addentra
nel tunnel prima di scoprire un posto di blocco pieno di cadaveri.
Nonostante i sospetti su ciò che è successo, continuano ad
avanzare, ma iniziano ad avere allucinazioni, causando il caos
all’interno del tunnel. Carol si allontana da sola dopo aver visto
la figlia defunta, che insegue. Nel frattempo, Codron viene
attaccato da uno zombie che crede essere suo fratello, il che
spinge Daryl a intervenire e uccidere il vagante, provocando l’ex
antagonista a rivoltarglisi contro.
Durante il combattimento, Codron
riesce a sopraffare Daryl e lo pugnala, ma ha di nuovo
un’allucinazione in cui vede suo fratello, che lo spinge a correre
via per cercarlo. Mentre Daryl torna al posto di blocco per
prendere le maschere antigas, Daryl Dixon stagione 2 continua il
suo strano colpo di scena con la coppia scozzese che tende
un’imboscata al protagonista per prendere l’equipaggiamento per sé.
Con Daryl ferito a terra, ha un’allucinazione di Isabelle e di un
soldato, che gli danno la motivazione sufficiente per alzarsi e
uccidere i traditori prima di recuperare le due maschere
rimanenti.
Carol riesce a superare il dolore
lasciando andare sua figlia e torna presto per incontrare Daryl,
dove entrambi indossano le maschere antigas e iniziano a dirigersi
verso l’Inghilterra. Mentre la coppia scozzese viene uccisa, Codron
rimane vivo alla fine della seconda stagione, ma i momenti finali
mostrano solo Carol e Daryl da soli mentre continuano il loro
viaggio attraverso il tunnel.
Perché il gruppo di Daryl ha
perso il controllo alla fine della seconda stagione
Considerando che l’intero gruppo
inizia a comportarsi in modo strano, è chiaro che il tunnel ha
causato loro allucinazioni e perdita di controllo, ma il motivo
esatto è intrigante. Quando il gruppo si imbatte nei cadaveri,
presume che le guardie siano impazzite e si siano rivoltate l’una
contro l’altra a causa del guano all’interno del tunnel. Secondo
Fiona, il guano può causare allucinazioni e paranoia, ma questo non
è stato sufficiente per impedire al gruppo di proseguire il
viaggio. Sfortunatamente, senza maschere antigas, la stessa cosa
accade a loro, con ognuno che ha le proprie visioni che alla fine
scatenano la violenza.
Sebbene la scienza non confermi che
il guano abbia questo effetto, è possibile che siano entrati in
gioco anche altri fattori. Le nuove varianti luminose di Daryl
Dixon compaiono anche durante la scena, ma a parte il fatto di
essere bioluminescenti, i loro veri poteri sono sconosciuti.
Pertanto, è possibile che la luce che emanano possa causare
allucinazioni, o che gli zombie combinati con il guano abbiano
qualche tipo di effetto che gli scienziati ovviamente non hanno
ancora scoperto nell’universo di The Walking Dead.
Indipendentemente dal fatto che si
trattasse solo di guano, delle nuove varianti o di qualcos’altro,
il tunnel ha chiaramente avuto un qualche tipo di impatto sulla
psiche dei personaggi, che li ha portati a vedere cose che non
erano reali. Mentre Daryl e Carol riescono a riprendersi e
hanno la protezione delle maschere antigas, Codron rimane
vulnerabile agli effetti nel finale della seconda stagione,
rendendo il suo destino ancora più interessante.
Cosa è successo a Codron alla
fine della seconda stagione di Daryl Dixon?
Codron è andato alla ricerca del
fratello defunto mentre era in preda alle allucinazioni
Dopo aver vissuto un incredibile
percorso di redenzione durante la seconda stagione di Daryl
Dixon, lo status di Codron alla fine del finale rimane poco
chiaro. Dopo aver svolto un ruolo fondamentale nel portare Laurent
in salvo nell’episodio 5 e averlo aiutato a fuggire durante
l’episodio 6, Codron decide di unirsi al viaggio verso
l’Inghilterra, rimanendo un alleato prezioso fino alle
allucinazioni. La sua conversazione con Daryl a metà del finale
riapre il dolore per la perdita del fratello, quando scopre che
Daryl non era responsabile della morte di Michel. Di conseguenza,
Codron continua a piangere la morte del fratello, motivo per cui ha
delle allucinazioni su di lui durante i momenti finali
dell’episodio.
Nonostante abbia pugnalato
Daryl, Codron non sembra essere tornato alle sue vie malvagie, ma
sta invece agendo in modo insolito a causa delle visioni che gli
causano allucinazioni.
Nonostante abbia pugnalato Daryl,
Codron non sembra essere tornato alle sue vie malvagie, ma sta
invece agendo in modo insolito a causa delle visioni che gli
causano allucinazioni. L’ultima volta che lo vediamo è quando
lascia Daryl per andare a cercare suo fratello, lasciandolo
incredibilmente vulnerabile e con un destino sconosciuto. Anche se
la sua attuale situazione potrebbe renderlo una facile preda per
gli zombie rimasti nel tunnel, Codron apparirà, si spera, nella terza stagione di Daryl
Dixon, dato che è ancora vivo e potrebbe essere salvato
dai protagonisti.
Perché Fallou ha deciso di
rimanere in Francia
Sylvie e Isabelle’s Walking
Dead deaths significano che Fallou è senza dubbio l’alleato
francese più fidato rimasto a Daryl, ma sfortunatamente decide di
non unirsi al gruppo nel loro viaggio verso l’Inghilterra.
Nonostante inizialmente avesse intenzione di andare con loro,
Fallou esita quando i sopravvissuti si avvicinano al tunnel e
cambia idea, scegliendo invece di rimanere in Francia.
Il motivo di questa decisione
dell’ultimo minuto è che durante il breve periodo trascorso insieme
ha sviluppato dei sentimenti per Akila e finalmente ha trovato
qualcosa per cui vale la pena restare, sapendo anche che Daryl è
abbastanza forte da raggiungere l’Inghilterra senza di lui.
Emigrato dal Camerun, Fallou non
aveva famiglia in Francia quando è scoppiata l’epidemia e il
tradimento dell’Unione ha distrutto anni di fiducia.
Sebbene avesse ancora alcuni
alleati nel paese, unirsi a Daryl nella sua avventura in
Inghilterra sembrava una buona idea, e forse aveva anche pensato di
seguire i protagonisti in America, a seconda del mezzo di trasporto
che avrebbero usato. Tuttavia, il suo legame immediato con Akila si
è rapidamente trasformato in amore e, con la sua amata rimasta in
Francia per cercare sua sorella, Fallou ha trovato ancora una volta
un motivo per cercare di costruirsi una vita in Francia.
Purtroppo, la sua decisione
significa che è incredibilmente improbabile che appaia nella terza
stagione di Daryl Dixon, ma almeno gli garantisce un lieto
fine. Avendo fatto parte del viaggio francese di Daryl sin dal
primo episodio, Fallou merita senza dubbio una conclusione
soddisfacente per la sua storia, e stabilirsi con qualcuno che ama
sembra il finale perfetto.
Cosa è successo ai cattivi di
Daryl Dixon?
Daryl Dixon ha sconfitto i
suoi principali antagonisti prima del finale, ma Pouvoir e L’Union
erano ancora determinati a impedire a Laurent di lasciare la
Francia. La morte di Genet in Walking Dead nell’episodio 4 ha fatto
sì che Sabine prendesse il controllo di Pouvoir e accettasse di
formare un’alleanza con L’Union. Tuttavia, anche Losang è stato
ucciso nell’episodio 5, lasciando Jacinta a capo del gruppo
religioso, con entrambe le fazioni ormai indebolite. Nonostante
ciò, hanno continuato la loro missione per catturare Laurent
durante la conclusione della seconda stagione e hanno reclutato
l’aiuto di Anna Valery per trovare il ragazzo.
Valery conduce il gruppo malvagio
all’ippodromo, ma li tradisce attirando gli antagonisti in
un’imboscata di zombie, causando molte vittime tra i gruppi
malvagi.
Durante la confusione, Jacinta
viene morsa da un vagante, ma rimane in vita abbastanza a lungo da
guidare i suoi soldati verso la posizione dell’aereo. Arrivano in
tempo per iniziare una sparatoria con i protagonisti, ma la
distrazione di Valery e il fatto che Carol e Daryl siano rimasti
indietro sono sufficienti per permettere a Laurent e Ash di
fuggire, distruggendo così i sogni dell’Unione.
Dopo essere stata morsa e sapendo
che la sua unica possibilità di guarigione è ormai perduta, Jacinta
punta una pistola contro se stessa, prima che la telecamera passi a
Daryl e Carol mentre parte un colpo. Il suicidio di Jacinta
rappresenta anche la fine della missione dell’Unione, ma il Pouvoir
rimane intatto. La fazione ha ancora il controllo della Francia e,
sebbene possa essere significativamente più debole senza l’Unione
al suo fianco, ha anche pochissima opposizione, con Daryl, Carol e
Codron che hanno lasciato il paese, suggerendo che siano stati
segretamente i grandi vincitori del finale della seconda
stagione.
Perché Valery decide di non
tradire Daryl e Laurent
Forse una delle sorprese più grandi
della conclusione della seconda stagione è stata la decisione di
Valery di non tradire Daryl e Laurent. Il tempo trascorso da Valery
nello spin-off ha reso difficile capire quanto fosse affidabile, ma
alla fine ha aiutato Daryl più volte e il finale non ha fatto
eccezione. Nonostante abbia portato i cattivi all’ippodromo, Valery
li conduce in una trappola pur sapendo che questo mette a rischio
la sua vita. Dopo aver ridotto il numero degli antagonisti,
Valery cerca di fuggire dal garage pieno di vaganti, ma viene
chiusa dentro da Jacinta e uccisa.
Il motivo per cui ha tradito i
cattivi diventa chiaro quando un flashback la mostra mentre dice a
Laurent che spera che lui riesca a tornare a casa. La loro
conversazione della prima stagione viene riprodotta poco prima che
Valery porti i cattivi nella direzione sbagliata, in cui Valery
mostra simpatia per Laurent riguardo alla sua situazione
attuale.
Valery ha sempre avuto un debole
per il ragazzo, il che di solito l’ha portata a fare la cosa
giusta, e anche se inizialmente aveva intenzione di vendere i
protagonisti in cambio dell’aereo e del suo pilota, credeva che
Laurent meritasse una possibilità di libertà, da qui il suo
sacrificio.
Perché Daryl vede un soldato e
cosa significa davvero
Durante la sequenza
dell’allucinazione, Daryl vede un soldato che a prima vista può
sembrare fuori luogo e quasi casuale. Tuttavia, la misteriosa
figura del finale è in realtà collegata alla prima stagione e
dovrebbe rappresentare il nonno di Daryl. Gran parte della storia
dello spin-off di Daryl Dixon ha rispecchiato quella di suo nonno e
della Seconda Guerra Mondiale, poiché il protagonista, che
lentamente accetta il suo ruolo nella lotta contro Pouvoir, sembra
assomigliare al suo parente che si unì alla lotta in Francia
durante la guerra. Tuttavia, la sua visione del soldato è un monito
a non ripetere la storia, poiché suo nonno è morto combattendo in
Francia.
Prima di avere l’allucinazione
della figura dell’esercito, Daryl ha delle visioni di Isabelle, che
lo incoraggia a continuare. Lei gli dice “Non morirai qui” e
quando appare il soldato, continua dicendo “Non come lui”,
dimostrando che questa scena ha lo scopo di motivare Daryl a
continuare il suo viaggio. Il coinvolgimento di Isabelle è
ovviamente un modo per Daryl di vedere qualcuno che ama in modo da
poter continuare a combattere, ma la visione di suo nonno è un
promemoria di quale potrebbe essere il destino di Daryl se si
arrendesse, il che significa che era il simbolo perfetto per il
protagonista per continuare a spingersi verso l’Inghilterra, a
qualsiasi costo.
La visione di Sophia da parte
di Carol e cosa rappresenta per la sua storia in The Walking
Dead
Le allucinazioni di Carol sembrano
ancora più personali per il suo percorso, dato che la sua storia
nella seconda stagione è stata tutta incentrata sul superamento
della perdita di Sophia. Dopo aver mentito sulla morte di Sophia
durante la premiere della seconda stagione di Daryl Dixon,
il trauma per il destino di sua figlia ha continuato a perseguitare
Carol per tutta la stagione. Ha avuto visioni di Sophia negli
episodi precedenti, rendendo le allucinazioni ancora più intense e
costringendola finalmente ad affrontare il suo dolore. Nonostante
volesse andare con sua figlia, Carol alla fine l’ha lasciata
andare, suggerendo che la sua storia nella seconda stagione era
giunta a una conclusione naturale.
The Walking Dead: Daryl
Dixon stagione 3 è attualmente in fase di riprese, ma non è
stata rivelata alcuna data di uscita.
Sebbene il suo obiettivo principale
fosse quello di riportare Daryl a casa, la sua battaglia personale
consisteva nel lasciar andare Sophia, cosa che il finale le ha
finalmente aiutato a realizzare. Anche se non c’è alcuna garanzia
che non continuerà a pensare a sua figlia durante la terza stagione
e oltre, il finale di Daryl Dixon è stato il culmine
di questa affascinante trama. Affrontare la visione di sua
figlia, abbracciarla e guardarla allontanarsi dimostra che Carol ha
finalmente superato oltre un decennio di traumi repressi e può
concentrarsi sul viaggio di ritorno a casa nella terza
stagione.
L’ossessione per un lavoro
frustrante e insoddisfacente, la pressione familiare, il desiderio
di trascorrere più tempo con la figlia senza riuscirci davvero,
l’incomprensione della moglie: sono difficoltà in cui chiunque
potrebbe riconoscersi. Ma quando la già frenetica quotidianità
dell’avvocato Diemel si scontra con le
richieste assurde di clienti mafiosi dal temperamento esplosivo,
cosa si può fare per ritrovare un po’ di pace interiore? Creata e
scritta da Doron
Wisotzky, Inspira, espira,
uccidi (titolo internazionale Murder
Mindfully, Achtsam Morden in
originale tedesco) è una serie thriller tedesca,
ironica e ricca di humor nero, tratta dall’omonimo romanzo
del 2018 di Karsten Dusse.
Composta da 8 episodi di circa 30 minuti ciascuno, la serie segue
l’inatteso percorso interiore di
Björn Diemel,
interpretato dall’ironico Tom Schilling,
che scopre nella mindfulness gli strumenti per rimettere ordine
nella sua vita… anche se questo comporta eliminare qualche ostacolo
di troppo.
Inspira, espira,
uccidi è disponibile dal 31 ottobre su Netflix.
La trama di Inspira,
espira, uccidi
Quando è sul punto di perdere la sua
famiglia, l’affermato e amorale avvocato Björn Diemel decide di
accontentare la moglie e partecipare a un seminario sulla
mindfulness. Grazie alle tecniche apprese, Diemel inizia a
ritrovare un equilibrio tra vita privata e
lavoro, creando piccole “isole temporali” da dedicare
alla figlia Emily e affrontando ogni ostacolo stressante con un
respiro profondo. Tutto sembra finalmente ritrovare il suo posto,
finché non decide di applicare la mindfulness anche con il suo
cliente più problematico: il folle e violento boss
mafioso Dragan Sergowicz (interpretato
da Sascha Geršak).
Così, l’avvocato si ritrova
invischiato in un guaio ben più grande, con la polizia e un’intera
banda criminale alle calcagna. Eppure, nonostante l’assurda e
pericolosa situazione, Björn riesce a mantenere il sangue freddo,
trasformando la sua vita in modo radicale. Se ora eliminare qualche
“ostacolo” è diventato necessario per risolvere i suoi problemi,
lui sa che è solo una naturale conseguenza della sua
nuova e sana consapevolezza.
La terapia può salvarti…
fino a prova contraria
Omicidi a sangue freddo, malviventi
maldestri e poliziotti corrotti. Inspira, espira,
uccidi è una dark
comedy che, pur vestendo i toni leggeri di una farsa,
riesce a toccare corde profonde dello stato emotivo degli adulti di
oggi. L’estrema frustrazione, l’ansia soffocante e la rabbia
latente del protagonista, l’avvocato Björn Diemel, sono sentimenti
che rispecchiano le inquietudini di un’intera
generazione, stanca e insoddisfatta. Di fronte a un mondo
caotico e terribilmente immutabile, ciò che rimane da fare è
modificare il nostro atteggiamento verso i problemi, tentando di
adattarci anziché combattere.
E così cerchiamo soluzioni: paghiamo
uno psicoterapeuta nella speranza che ci indichi la via, ci
iscriviamo a corsi di yoga, proviamo la terapia occupazionale o ci
rivolgiamo a chi può ipnotizzarci per liberarci dai pensieri
ossessivi. Oppure, come fa Diemel, ci affidiamo alla mindfulness.
Ed è proprio questo approccio, per quanto singolare, a cambiare la
sua vita: tra un’inspirazione e un’espirazione, Diemel
si ritrova a commettere un omicidio e a scatenare una
guerra tra bande. Eppure, grazie alla sua nuova filosofia, la sua
esistenza sembra davvero migliorare… o, almeno, così crede.
Trovare pace nel proprio
caos
Non sono solo le emozioni comuni a
rendere coinvolgente la surreale avventura criminale del
protagonista. Oltre ai sentimenti
condivisibili, Inspira, espira, uccidi cattura il
pubblico grazie a un’intelligente regia, che riesce a
sopperire a una sceneggiatura a tratti ripetitiva e prevedibile.
Inoltre, uno dei punti di forza della serie è il modo in
cui Björn Diemel rompe la quarta parete,
rivolgendosi direttamente in camera e creando un rapporto intimo e
quasi complice con lo spettatore.
In questi intermezzi, il tempo
sembra sospendersi: il mondo intorno a Diemel si ferma per qualche
secondo, dandogli modo di raccontare o spiegare ciò
che lo spettatore ha bisogno di sapere per
comprendere — o addirittura giustificare — i suoi
inganni, le sue manipolazioni e il sangue che si ritrova
inevitabilmente sulle mani. Questi momenti non solo svelano i
ragionamenti contorti del protagonista, ma anche il tentativo di
razionalizzare il caos e gli eccessi della sua vita, trascinando lo
spettatore in un vortice emotivo in cui persino le azioni più
spietate appaiono, per un attimo, stranamente comprensibili.
Tutto è bene quel che… non
finisce bene
Non è comune vedere produzioni
tedesche comparire nell’iconica Top 10 di Netflix. Eppure, Inspira, espira,
uccidi è riuscita in un’impresa sorprendente: in soli
due giorni ha scalato rapidamente la classifica, avvicinandosi alla
vetta e puntando a raggiungere il podio, attualmente dominato
da La legge di Lidia Poet.
La serie ideata da Doron Wisotzky si distingue per il
suo sarcasmo pungente, il tono semplice e diretto, una
leggera irriverenza e una spiazzante sincerità. Nonostante
le situazioni paradossali e la narrazione a tratti prevedibile,
l’atipico e goffo avvocato Björn Diemel riesce a intrattenere e a
coinvolgere il pubblico con la sua comicità disarmante.
La serie miscela perfettamente dark
comedy e momenti di introspezione, che spingono lo spettatore a
riflettere sulle follie quotidiane dell’era moderna, in cui ci si
sente sempre più soli e incompresi. Tom Schilling nei panni di
Diemel diverte e convince, anche quando le sue decisioni sfociano
nell’assurdo, lasciandoci sospesi tra il sorriso e la
perplessità. Ora, però, resta l’immancabile interrogativo:
Netflix saprà resistere alla tentazione di sfornare una seconda
stagione, rischiando di trasformare una storia già completa e
autoironica in un brodo troppo allungato per risultare
appetibile?
Uscito nel 2000, Il gladiatoredi Ridley Scott è un film epico sulla vendetta,
la perdita e la giustizia dal punto di vista di Maximus Decimus
Meridius, interpretato da Russell Crowe. Sia il personaggio che la storia
hanno una profondità tale da far chiedere a molti se
Massimo Decimo Meridio fosse una persona reale e
quali figure dell’antica Roma lo abbiano ispirato. Il film racconta
la storia di Massimo, un generale romano diventato gladiatore che
cerca di vendicare la morte della sua famiglia, uccisa dal malvagio
figlio dell’imperatore Commodo (interpretato da Joaquin Phoenix). Sebbene Il Gladiatore
presenti personaggi storici reali, Massimo Decimo
Meridionon era una persona reale.
Ambientato nel 180 d.C., Il
gladiatore mette in mostra una grande profondità storica. Il
film mostra il mondo dei gladiatori, i giochi politici e le
campagne militari che erano comuni a quel tempo. I personaggi
storici chiave di Il gladiatore includono
l’imperatore romano Marco Aurelio, suo figlio Commodo e sua figlia
Lucilla. Il personaggio principale, Massimo, non è reale. La
creazione di questo personaggio è invece influenzata da diversi
personaggi dell’antica Roma. Il personaggio di Massimo in
Gladiator è basato principalmente sui generali romani, sui
gladiatori stessi e sulla vita che conducevano.
Il gladiatore è disponibile
in streaming su Paramount+.
Massimo Decimo
Meridio non è reale, ma è frutto di molte
influenze
Diversi personaggi reali hanno
influenzato Maximus, così come le storie dei gladiatori dell’antica
Roma
Una delle maggiori influenze per
Maximus Decimus Meridius è stato il generale romano Marco Nonio
Macrino. Marco era un generale, statista e consigliere durante
il regno di Marco Aurelio, proprio come Massimo era generale e
consigliere di Marco Aurelio nel film. Inoltre, sia Massimo che
Marco erano ammirati e benvoluti dall’imperatore. Un’altra
influenza è Avidio Cassio, un generale romano che acquisì
importanza sotto Marco Aurelio e che a un certo punto si
autoproclamò imperatore dopo aver ricevuto notizie, sebbene false,
della morte di Aurelio.
Russell Crowe ha vinto l’Oscar come
miglior attore per la sua interpretazione di Massimo Decimo Meridio
in Il gladiatore.
Una terza influenza, anche se
minore, è il lottatore Narciso, che fu il vero assassino di
Commodo dopo che questi divenne imperatore. Per inciso, nella prima
bozza de Il gladiatore, Massimo doveva originariamente
chiamarsi Narciso. Naturalmente, Massimo è stato ispirato anche dal
grande guerriero Spartaco. Sia Massimo che Spartaco erano schiavi
che divennero famosi gladiatori ed entrambi pianificarono una
rivolta contro lo Stato romano, cercando di rovesciare la
corruzione. Il personaggio di Massimo è influenzato anche dalla
vita dei gladiatori. Come Massimo, la maggior parte dei gladiatori
erano schiavi e prigionieri di guerra o avevano un passato
criminale.
I gladiatori erano classificati in
vari gruppi a seconda del tipo di arma che usavano e dell’armatura
che indossavano. Tra i più noti vi sono i Sanniti (singolare:
Sannita), che erano i più pesantemente corazzati e impugnavano le
classiche spade corte gladius, i Murmillones (singolare: Myrmillo),
o “uomini pesce”, che avevano armature e stili simili, i traci
(singolare: traex), che brandivano pugnali ricurvi simili a
scimitarre chiamati sica, e i retiarii (singolare: retiarius), che
usavano una grande rete e un tridente come armi (tratto da The
Colosseum).
Le caratteristiche che hanno
dato vita a Maximus in Il gladiatore sono anche un simbolo di
giustizia e rettitudine…
Dal design dell’armatura di Massimo
al piccolo scudo rotondo e alla spada corta che portava, si può
dedurre che Massimo fosse un gladiatore hoplomaco. Era anche comune
vedere diversi tipi di gladiatori accoppiati o messi uno contro
l’altro, come si vede quando Massimo combatte contro gli
essedarius, gladiatori che cavalcavano carri. Come mostrato nel
primo combattimento di Massimo Decimus Meridius come gladiatore,
alcuni scontri servivano a rievocare battaglie famose in cui
l’esercito romano era uscito vittorioso. Altri combattenti
nell’arena erano i Bestiarii, che combattevano contro animali
selvatici, ad esempio leoni e tigri.
Sebbene sia un personaggio di
fantasia, è chiaro che Maximus Decimus Meridius in Il
gladiatoreè fortemente ispirato a diversi personaggi
storici romani e a fatti storici sulla vita dei gladiatori
nell’antichità. Grazie a queste influenze, gli spettatori
possono farsi un’idea di come fosse la vita di una persona
nell’antica Roma. Inoltre, le caratteristiche che hanno dato vita a
Maximus in Il gladiatore fungono anche da simbolo di
giustizia e rettitudine in un contesto di corruzione.
Il protagonista de Il Gladiatore
2 è reale?
Paul Mescal interpreta Lucius
nel tanto atteso sequel del Gladiatore
A oltre vent’anni dall’uscita nelle
sale e dal successo agli Oscar de Il Gladiatore, sta per
arrivare il sequel dell’epico film storico. Anche se può sembrare
strano vedere un film che è il sequel di una storia in cui sia
l’eroe che il cattivo muoiono, il film sta prendendo una direzione
interessante. L’eroe di questo film è il nipote di Commodo, che ha
visto suo zio ucciso da Massimo nel primo film. Tuttavia, nel film,
suo nipote Lucio (Paul
Mescal) ha preso ispirazione da Massimo Decimo Meridio
piuttosto che da suo padre. Sapeva che ciò che Massimo aveva fatto
come gladiatore era giusto.
Infatti, Lucius Verus II
in Il
Gladiator 2 è basato su un personaggio storico reale, ma la
sua storia cambierà drasticamente nel film. Lucius morì giovane
nella vita reale e morì prima ancora che Commodo diventasse
imperatore. Se Lucius fosse vissuto, avrebbe potuto diventare
imperatore, ma invece fu Septimus Severus a diventare imperatore.
Tuttavia, non è ancora chiaro se Severus sia imperatore in Il
Gladiatore 2. Proprio come Il
Gladiatore ha cambiato i fatti storici, come Massimo
Decimus Meridius e le sue ispirazioni, anche il secondo film
probabilmente farà lo stesso.
Avete presente quando si dice che
il rock ‘n’ roll è roba del diavolo? Beh, Osgood
Perkins ha realizzato un film horror proprio per
loro. Longlegs combina
l’orrore e la grande musica come pochi altri del
genere, con la band glam rock T. Rex che gioca un
ruolo particolarmente importante. Il film si apre con i
versi della loro classica canzone “Get It On (Bang a Gong)”, ma i
riferimenti all’iconico gruppo di Marc
Bolan vanno ben oltre. In effetti, in un modo
strano, sembra che i T. Rex abbiano seguito il regista
Perkins durante la maggior parte della lavorazione
diLonglegs, rendendo il
collegamento tra il film e la band inequivocabile.
Longlegs contiene tre brani dei
T.Rex
Il primo accenno ai T. Rex
in Longlegs arriva proprio all’inizio del film,
quando i versi del loro inno “Get It On (Bang a
Gong)” vengono mostrati su uno sfondo rosso acceso: “Beh,
sei magra e sei debole / Hai i denti dell’idra su di te / Sei
sporca, dolce e sei la mia ragazza”. Questa canzone viene suonata
anche all’inizio dei titoli di coda e
il testo dà il tono all’intero film in modo
strano, visto il suono glamour dei T. Rex e la cupezza del
film.
Il testo di “Get It On” fa anche
rima con il passo del Libro dell’Apocalisse che fa parte
del puzzle che Lee Harker (Maika
Monroe) deve risolvere: “E stetti sulla sabbia del
mare e vidi una bestia sorgere dal mare, con sette teste e dieci
corna, e sulle sue corna dieci corone, e sulle sue teste il nome di
bestemmia”. La bestia menzionata è l’Anticristo
stesso, e la canzone di T. Rex cita anche un mostro,
l’idra. Nella canzone, l’idra ha i suoi denti sulla
ragazza del cantante, riflettendo l’ossessione di Longlegs
(Nicolas Cage) per Harker. Il
secondo brano dei T. Rex è “Jewel”,
che viene eseguito subito dopo il titolo del film. Il testo parla
di una donna idealizzata che sembra quasi una figura
mitica e che ha “elfi sotto di sé”, il che potrebbe
essere visto come un cenno alla trama soprannaturale del film.
Infine, “Planet
Queen” suona nell’auto di Longlegs mentre si reca al
negozio per comprare gli attrezzi per la semina. Il testo parla
di una ragazza rapita da un’entità aliena e il verso
“dammi tua figlia” viene ripetuto continuamente, un chiaro
riferimento all’accordo di Longlegs con la madre di Harker, Ruth
(Alicia Witt).
T.Anche il T. Rex
ha contribuito allo sviluppo di “Longlegs”.
In un’intervista con Rolling
Stone, Osgood Perkins ha raccontato come i T. Rex siano
entrati nel suo radar dopo aver visto la serie di documentari
di Apple
TV1971:The
Year That Music Changed Everything mentre
sviluppava Longlegs. “Non mi è sembrato subito un
abbinamento perfetto. Ma questo è il tipo di strano disallineamento
che lo ha reso ancora più attraente per me”. La strana
sinergia tra la band e il film alla fine gli è apparsa più
chiara: “È diventata questa strana cosa sinergica a cui mi
sono ispirato. Era la miscela perfetta di poesia biblica e
demoniaca e di glam rock”. Per coincidenza, anche Nicolas Cage era
appassionato di T. Rex in quello stesso momento della sua vita. Suo
figlio maggiore stava imparando a suonare la chitarra e Cage gli
suonò l’assolo di “Cosmic
Dancer”, il tutto mentre l’attore si stava preparando per
il suo ruolo in Longlegs. “Stava ascoltando
le stesse cose che ascoltavo io”, dice Perkins, che si è
sentito ‘come un’ulteriore prova da parte dell’universo’ che i T.
Rex dovevano essere presenti in modo massiccio nel suo film.
Osgood Perkins usa altri
riferimenti al rock ‘n’ roll in ‘Longlegs’
Oltre alle gocce d’ago,
l’iconografia del rock ‘n’ roll è presente
in Longlegs. Nella camera da letto di Longlegs, ad
esempio, sono appesi uno accanto all’altro i poster di Marc Bolan,
leader dei T. Rex, e di Lou
Reed. L’aspetto
androgino e la silhouettedel killersi
ispirano molto a queste icone del rock. Osgood
Perkins ha anche sottolineato come il trucco
bianco del viso di Longlegs sia stato ispirato
da Bob Dylan, che indossava un trucco
simile durante il suo tour Rolling Thunder Revue e il suo film
iconico, Renaldo e Clara. Inoltre,
forse non è stato spiegato nel film, ma Perkins ha anche ideato
una storia
del personaggio di Longlegs. L’assassino
è un ex glam rocker, anche se non di successo, da cui
deriva il suo aspetto, la rabbia e la frustrazione che lo hanno
reso il contenitore perfetto per il suo “amico del
piano di sotto”. Il primo degli omicidi di Longlegs è avvenuto nel
1974, un periodo in cui i T. Rex erano piuttosto popolari, quindi
la cronologia funziona, dando all’assassino tutto il tempo
necessario per escogitare il suo piano e metterlo in atto.
Il finale della seconda stagione di
The
Diplomat rivela chi c’era dietro l’attacco alla HMS
Courageous. Keri Russell è la protagonista del cast
della seconda stagione di The
Diplomat insieme a Rufus Sewell nel ruolo
di suo marito Hal, David Gyasi nel ruolo del
ministro degli Esteri Austin Dennison, Ali Ahn nel
ruolo dell’agente della CIA Eidra Park e Rory
Kinnear nel ruolo del primo ministro Nicol Trowbridge. La
seconda stagione di The Diplomat riprende dopo gli eventi del
finale della
prima stagione di The Diplomat, rivelando che Hal e
Stuart, interpretato da Ato Essandoh, sono sopravvissuti, ma che
Ronnie, interpretato da Jess Chanliau, è rimasto ucciso
nell’esplosione insieme al membro del Parlamento Merritt Grove. Nel
corso della seconda stagione di The Diplomat, sia
Kate che Hal si avvicinano alla verità su Roman Lenkov e sui
funzionari governativi dietro l’operazione sotto falsa
bandiera.
Il colpo di scena più scioccante
nel finale della seconda stagione di The Diplomat è che dietro
l’attacco alla HMS Courageous c’era il vicepresidente degli Stati
Uniti Grace Penn. Hal scopre inizialmente questa informazione da
Margaret Roylin, anch’essa coinvolta nell’elaborata operazione
sotto falsa bandiera. È stata Roylin, insieme ai membri del
Parlamento britannico Merritt Grove e Lenny Stendig, ad assumere il
mercenario russo Roman Lenkov per attaccare la HMS Courageous.
L’attacco aveva lo scopo di infliggere danni minori e non
avrebbe dovuto causare vittime britanniche. A causa di problemi
di approvvigionamento, il Lenkov Group ha utilizzato esplosivi più
potenti sotto forma di missili sottomarini.
Netflix ha già confermato la terza stagione di The
Diplomat.
Il presidente Rayburn è morto,
Grace Penn è ora presidente
Il presidente è morto dopo aver
saputo la verità sul vicepresidente.
Kate scopre il piano del
vicepresidente alla fine della seconda stagione di The
Diplomat. Lei e Hal non riescono a tacere sapendo che Penn ha
aggirato il presidente per autorizzare l’attacco alla HMS
Courageous. Hal dice che parlerà con il Segretario di Stato Miguel
Ganon, con cui ha un rapporto difficile e che occupa la posizione
di Gabinetto che Hal desidera segretamente. Invece, Hal parla
direttamente con il presidente Rayburn tramite una linea sicura
all’Ambasciata di Londra, raccontandogli la verità sul
vicepresidente, Margaret Roylin e Roman Lenkov. Questo sconvolge il
presidente Rayburn, che era noto per avere problemi cardiaci, al
punto da ucciderlo.CorrelatiChi ha fatto esplodere l’autobomba e
ucciso Merritt Grove in The DiplomatI nuovissimi episodi della
seconda stagione di The Diplomat rispondono finalmente alla domanda
su chi abbia piazzato l’autobomba che ha ucciso Merritt Grove
nell’esplosivo finale della prima stagione.Di Greg MacArthur31
ottobre 2024
Kate decide finalmente che vuole
diventare vicepresidente entro la fine della seconda stagione di
The Diplomat, solo per rendersi conto che il posto che pensava
sarebbe rimasto vacante potrebbe non essere più disponibile. A
causa della morte improvvisa del presidente Rayburn, il
vicepresidente Penn è diventato il presidente Penn, motivo per cui
alla fine dell’episodio si vedono decine di membri dei servizi
segreti correre verso di lei. Le ultime parole di Penn a Kate come
vicepresidente sono di tenere nascosta la verità per il bene di
entrambi. Penn usa un tono molto severo con Kate, rivelando un lato
di sé che non avevamo ancora visto.
Katherine Wyler diventerà
vicepresidente?
Il posto è ora vacante dopo la
morte del presidente Rayburn
Secondo la sezione 2 del 25°
emendamento, il presidente deve nominare qualcuno come
vicepresidente se la carica è vacante, cosa che ora si verifica a
causa della morte del presidente Rayburn. C’è una reale possibilità
che la neoeletta presidente Penn nomini Wyler sua vice, poiché
sarebbe meglio avere la nemica vicina, soprattutto quando è incline
a diventare una whistleblower. Oltre al vantaggio strategico di
nominare Kate sua vice, Penn stava iniziando ad apprezzare Kate
prima di sospettare che avrebbe svelato la sua copertura sull’HMS
Courageous. Con la notizia della morte del presidente, tuttavia,
la questione dell’HMS Courageous può essere facilmente
insabbiata.
Chi è stato responsabile
dell’attacco all’HMS Courageous
Il vicepresidente Grace Penn ha
ordinato l’attacco per ostacolare l’indipendenza della
Scozia
È stato un membro del Parlamento di
estrema destra di nome Lenny Stendig a piazzare la bomba nell’auto
di Merritt Grove. Stendig aveva intenzione di eliminare solo il suo
collega parlamentare Grove, e non Ronnie o qualsiasi altro membro
del personale diplomatico americano, al fine di zittire Grove una
volta per tutte. Margaret Roylin e Stendig temevano che Grove
avrebbe raccontato a Hal e agli americani tutto del loro complotto
contro Roman Lenkov, che prevedeva principalmente che Roylin
tirasse le fila alle spalle del primo ministro Trowbridge. Alla
fine, è stata la vicepresidente Grace Penn a orchestrare
l’operazione sotto falsa bandiera per ostacolare l’indipendenza
della Scozia.
Nicol Trowbridge è innocente,
non ha assunto Roman Lenkov
Il primo ministro Trowbridge è
stato il principale sospettato dietro Lenkov e l’attacco alla HMS
Copuragoues per gran parte della seconda stagione di The
Diplomat. Kate e il ministro degli Esteri Austin Dennison
sospettavano che Trowbirdge avesse segretamente assunto Lenkov per
ottenere vantaggi politici. In realtà, Roylin ha chiesto a Grove
e Stendig di assumere Lenkov su richiesta di Grace Penn. Roylin
vedeva il vantaggio per la reputazione politica del primo ministro
Trowbirdge, mentre Penn era preoccupata di garantire la longevità
della base nucleare di Creagan, in Scozia.
L’attacco alla HMS Courageous
era finalizzato a impedire l’indipendenza della Scozia
Sia Roylin che Penn avevano
interessi nazionalistici nell’operazione sotto falsa
bandiera
Come Roylin ha osservato nella
prima stagione di The Diplomat e Penn ha descritto a Kate
nella seconda stagione, l’attacco alla HMS Courageous era
finalizzato a unificare il Regno Unito e impedire alla Scozia di
approvare un referendum per l’indipendenza. Roylin e Penn avevano
motivi diversi per orchestrare l’operazione sotto falsa bandiera,
ma entrambi erano di fondamentale importanza per le rispettive
nazioni e governi. Per Roylin, l’unificazione della Scozia con
l’Inghilterra contro un nemico comune come la Russia o l’Iran
avrebbe riparato la reputazione del Primo Ministro. Per Penn,
contrastare l’indipendenza della Scozia era un passo fondamentale
per garantire la protezione dagli attacchi dei sottomarini
nucleari russi alla costa orientale degli Stati Uniti.
Grace Penn, Creagan e i
sottomarini nucleari russi spiegati
Il vicepresidente Penn voleva
assicurarsi che la base nucleare di Creagan in Scozia non potesse
essere chiusa a causa della minaccia dell’indipendenza scozzese. La
base nucleare di Creagan è l’ultimo punto geografico che gli Stati
Uniti potrebbero utilizzare per rilevare una minaccia nucleare in
arrivo da un sottomarino russo nella regione artica. Senza la base
nucleare di Creagon, gli Stati Uniti diventerebbero molto più
vulnerabili a una minaccia nucleare proveniente dai sottomarini
russi. Di conseguenza, il vicepresidente Peen ha organizzato un
evento che avrebbe unificato la Scozia e l’Inghilterra per
eliminare la minaccia che la Scozia diventasse una nazione
indipendente e chiudesse la base.
The Diplomat Stagione 3 Trama:
cosa sappiamo finora
Il presidente Penn presterà
giuramento alla Casa Bianca
Ora che Penn sarà il presidente
degli Stati Uniti all’inizio della terza stagione di The
Diplomat, potrebbe puntare a porre fine alla carriera di Kate e
a zittirla, come lei e Roylin hanno fatto con Merritt Grove.
Sarebbe sicuramente pericoloso per Kate continuare a rivelare la
verità sull’HMS Courageous, soprattutto perché la morte del
presidente Rayburn sarà una notizia molto più importante delle
informazioni geopolitiche trapelate. Kate finirebbe per tradire il
proprio Paese rivelando la verità, cosa che Hal probabilmente le
sconsiglierebbe di fare.
Kate lavorerà probabilmente a
stretto contatto con il presidente Penn nella terza stagione di
The Diplomat in qualità di vicepresidente. Dovrà imparare a
convivere con la dura realtà del suo nuovo ruolo, che nella seconda
stagione è stato per lei un brusco risveglio, e comprendere la
difficile decisione che Penn ha dovuto prendere, una decisione che
Kate ha confermato che avrebbe preso lei stessa.
Il rapporto di Kate con Dennison
sarà probabilmente teso, soprattutto se la verità dovesse venire
alla luce per lui o per il primo ministro Trowbridge, il che
sarebbe disastroso. La creatrice di The Diplomat, Debora Cahn, ha
dichiarato a Netflix’s Tudum: “La terza stagione ribalta la
situazione. Nella terza stagione, Kate vive l’incubo particolare di
ottenere ciò che desidera”. Ciò implica che Kate finisce per
diventare vicepresidente nella terza stagione.
Diretto dalla regista
tedesca Nora Fingscheidt, The
Outrun è un dramma che esplora i temi dell’alcolismo
e della guarigione, attraverso il percorso di Rona, una giovane
donna scozzese interpretata da Saoirse
Ronan. Basato sul memoir del 2017
di Amy Liptrot, il film segue la protagonista
mentre tenta di ricostruirsi, recuperando una vita spezzata
dall’alcol e dall’isolamento, affrontando un percorso intimo,
riflessivo e psicologicamente complesso.
The Outrun ci presenta una Rona a
pezzi
Quando il pubblico incontra Rona,
la protagonista è già ridotta a brandelli. Nora
Fingscheidt ci mostra una giovane donna frammentata,
che cerca di fuggire da sé stessa e dal caos interiore con cui è
costretta a convivere. La scelta di ambientare buona parte del film
nelle desolate isole Orcadi, un arcipelago remoto e
austero nel nord della Scozia, è una metafora potente
dello stato d’animo della protagonista. Le rocce scure, le onde
sferzanti, e il paesaggio brullo diventano il riflesso della
solitudine e della desolazione di Rona, rendendo l’ambiente stesso
un personaggio che amplifica il senso di isolamento della
protagonista. Le Orcadi diventano così luogo eletto per un atto di
auto-riflessione e per un tentativo di rinascita, un luogo che
invita al silenzio e alla contemplazione, ma che può anche mettere
chi vi abita di fronte ai propri demoni.
Una
straordinaria Saoirse Ronan
Rona è interpretata in modo
straordinario da Saoirse Ronan, che si
immerge nel personaggio con una dedizione impeccabile. La sua Rona
è una donna tormentata, persa tra un passato caotico e un presente
instabile, in lotta costante per la propria sanità mentale e
fisica. Ma anche una donna dotata di grande sensibilità e
desiderosa di ricostruirsi. La performance di Ronan è autentica, e
si muove nel tempo mostrando i vari stadi di disfacimento di Rona,
anche grazie a un montaggio illuminato e all’espediente scenico dei
colore dei capelli. Questo infatti sembra mutare a seconda dello
stato emotivo della protagonista, per indicare i diversi momenti
del suo percorso di vita: le tonalità blu e acquatiche
rappresentano i periodi di autodistruzione, mentre un biondo
naturale indica una ricerca di stabilità e un rosso brillante
appare nel finale, nel suo tentativo di abbracciare la natura e la
solitudine delle Orcadi.
La dipendenza cliché narrativo sul
quale è facile scivolare
Come molti film che trattano temi
di dipendenza, The Outrun rischia
talvolta di cadere nella ripetizione, come purtroppo è la vita di
chi cerca di fuggire da questo tipo di mostri. Fingscheidt riesce a
distinguersi grazie a uno stile visivo evocativo, che usa immagini
suggestive, e punta tutto sull’immersione della protagonista nella
natura incontaminata e selvaggia che la circonda. Le Orcadi
rappresentano un rifugio, un santuario per la protagonista, che in
cerca di isolamento, qui tenta di ricostruire sé stessa e trovare
un equilibrio. La natura diviene culla di rinascita e simbolo di
un’umanità perduta, che cerca di riallacciare le sue origini a
quelle mitologiche di quei posti. In più di un’occasione fanno
capolino le storie delle selkie, creature mitologiche metà foca e
metà donna che incarnano l’idea di trasformazione e rinascita.
Il film lascia anche molto spazio
alla rappresentazione dell’ambiente in cui Rona è cresciuta, non
tanto per andare a ricercare il germe della sua debolezza, quanto
per costruire intorno alla ragazza una rete di rapporti che in
qualche modo ne hanno condizionato le scelte di vita.
The Outrun è
un’opera intensa che si fonda totalmente sulla performance
di Saoirse
Ronan che con questa pellicola colleziona un
altro ruolo spettacolare. delle interpretazioni e per la cura
estetica della regia. Fingscheidt riesce a evitare la retorica,
esplora la solitudine e la vulnerabilità di Rona senza pietismo,
con uno sguardo empatico e onesto. Il film è un ritratto femminile
di autodeterminazione, un racconto di sofferenza e di riscoperta di
sé, in cui Saoirse Ronan brilla come
protagonista in un ruolo che esalta la sua capacità di incarnare
fragilità e forza di una donna in cerca di redenzione.
Esordio al lungometraggio per il
cinema del regista irlandese Christopher
Andrews, Bring Them Down, è stato
presentato alla diciannovesima Festa del Cinema di Roma, e ci
porta nel cuore dell’Irlanda rurale, dove il
ritmo lento della vita agricola si contrappone nettamente alle
passioni violente e ai conflitti tra personaggi. Nel cast, troviamo
i talentuosi Christopher
Abbott e Barry
Keoghan.
La sequenza di apertura
di Bring Them Down
La sequenza d’apertura segna subito
la cifra stilistica e tematica del film: all’interno di
un’automobile, si assiste a un momento di crisi familiare che
culmina in un atto di violenza drammatico e privo di redenzione. Il
giovane Michael, sconvolto dalla confessione della madre che
intende abbandonare la famiglia a causa del marito, reagisce
schiantando l’auto volontariamente. Andrews costruisce un crescendo
di tensione emotiva senza mai mostrare il protagonista
direttamente, ma filtrando la scena attraverso il suo punto di
vista e quello dei familiari. Questa scelta iniziale non solo
introduce la brutalità che pervade la storia, ma sottolinea il tema
della privazione e della solitudine che perseguiterà Michael per
tutta la vita.
Vent’anni dopo, ritroviamo Michael
(interpretato da Christopher Abbott) che
gestisce, quasi in solitudine, la fattoria di famiglia. L’azione
scorre lentamente, ma l’arrivo di Jack (Barry Keoghan), figlio dell’ex
fidanzata di Michael, scatena un nuovo ciclo di violenza e
vendetta. Il furto di due montoni, mutilati per rivalità tra
famiglie, diventa il punto di rottura, portando Michael a reagire
in modo feroce per proteggere ciò che resta della sua eredità e
della propria identità. La narrazione è fortemente influenzata dal
senso di desolazione, arricchita da paesaggi mozzafiato e grigi
della campagna irlandese. Andrews riesce a rendere tangibile la
sensazione di isolamento e claustrofobia attraverso un gioco di
inquadrature che esaltano l’inospitale bellezza della natura e la
sua indifferenza.
Un andamento temporale simile a
Rashomon
Una delle caratteristiche
distintive di Bring Them Down è il suo
impianto narrativo, che rispecchia uno stile in cui la storia viene
rivelata secondo più punti di vista. Il regista sfrutta questo
schema, che strizza l’occhio a Rashomon, per
raccontare gli eventi da diverse prospettive, soprattutto quelle di
Michael e Jack. Questa scelta mette in luce il dualismo tra vittima
e carnefice, ma al contempo pone interrogativi sull’ambiguità
morale dei protagonisti. In questa dimensione sospesa, dove non
esiste una netta distinzione tra bene e male, emerge un’umanità
esasperata dalla fatica di una vita che non concede tregua né vie
di fuga.
Se da un lato la messa in scena
della natura selvaggia contribuisce a
creare una forte atmosfera, dall’altro il ritmo del film è
insolito. Andrews sceglie di dilatare i tempi narrativi, con una
tensione che si accumula senza mai
esplodere in un climax risolutivo.
Christopher
Abbott e Barry
Keoghan sono i protagonisti
Per quanto riguarda le
interpretazioni, Christopher
Abbott offre una performance intensa e sfaccettata,
incarnando un uomo che sembra aver perso tutto, a partire dalla sua
stessa umanità. La sua frustrazione e il dolore sono palpabili e
danno profondità a un personaggio tormentato e incapace di
emanciparsi da un passato distruttivo. Barry
Keoghan, nel ruolo di Jack, rappresenta il contrasto tra
giovinezza e violenza, contribuendo a definire il microcosmo rurale
di Andrews come un universo privo di speranza e pieno di rancore.
Il suo personaggio agisce con una brutalità che appare insensata e
impulsiva, riflettendo l’ambiente soffocante in cui è
cresciuto.
Bring Them
Down è un thriller atipico e impegnativo, che esplora
le ombre più profonde dell’animo umano attraverso un
racconto di vendetta e solitudine. Andrews dimostra una
grande abilità nel dipingere un mondo senza pietà, anche se il film
sembra, alla fine, più interessato a mostrare la ferocia della
natura che a offrire una vera redenzione ai suoi protagonisti.
Tra i più abili registi italiani vi
è senza ombra di dubbio Gabriele Muccino, profondo
conoscitore del mezzo cinematografico che negli anni ha portato al
cinema la storia di un’Italia, e di italiani, in piena
trasformazione. Con le sue storie corali e ricche di passioni, il
regista ha conquistato critica e pubblico, riuscendo anche a
compiere il salto in quel di Hollywood, dove ha avuto modo di
realizzare più di un film.
Ecco 10 cose che non sai su
Gabriele Muccino.
I film di Gabriele Muccino
1. Ha scritto e diretto
lungometraggi in Italia e negli Stati Uniti. Muccino
debutta alla regia nel 1998 con il film Ecco fatto,
ottenendo maggior popolarità con l’opera seconda Come te
nessuno mai (1999). Il successo arriva con il film
L’ultimo bacio (2001). Dirige poi Ricordati di me
(2003), mentre con La ricerca della
felicità compie il suo esordio statunitense, collaborando
con l’attore Will
Smith, che dirige nuovamente in
Sette anime (2008). Torna poi in Italia per realizzare
Baciami ancora (2010), sequel del suo celebre film. Negli
Stati Uniti realizza poi altri due film Quello che so
sull’amore (2012) e Padri e
figlie (2015). Con L’estate
addosso (2016) torna in Italia, ottenendo poi un altro
grande successo con A casa tutti
bene (2018), di cui poi realizza anche la
serie. Nel 2020 realizza Gli
anni più belli, dove dirige alcuni tra i suoi attori
feticcio, come Pierfrancesco
Favino e ClaudioSantamaria, in aggiunta a Kim Rossi
Stuart e MicaelaRamazzotti.
2. Per i suoi film ha
ottenuto importanti riconoscimenti. Nel corso degli anni
Muccino si è affermato come un regista particolarmente apprezzato
dalla critica, che ne ha in più occasioni premiato l’opera
artistica. Con L’ultimo bacio, infatti, ha vinto il David
di Donatello come miglior regista, mentre nel 2008 riceve un David
speciale per i suoi successi negli Stati Uniti come autore e come
regista. Nel 2019, infine, vince la prima edizione del David dello
spettatore con il film A casa tutti
bene, premio assegnato ai più grandi successi della
stagione.
Una scena di Fino alla fine
Fino alla fine, l’ultimo film di
Gabriele Muccino
3. Ha girato lo stesso film
due volte. Nel 2024 Muccino torna al cinema con Fino alla
fine (qui
la recensione), il suo nuovo film incentrato su una ragazza
americana che vive una pericolosa avventura di una notte insieme a
quattro ragazzi palermitani.
Come raccontato da Muccino, il film è stato girato due volte:
una prima volta interamente in lingua inglese, per il mercato
internazionale; e una seconda volta con l’alternanza di lingua
inglese, italiano e dialetto siciliano, cosa che ha fatto esaltare
le difficoltà di comunicazione tra i protagonisti.
Il figlio di Gabriele Muccino,
Ilan, fa parte del cast di Amici 2024
4. Suo figlio è un
cantante. Ilan, figlio del celebre regista
Gabriele Muccino, è uno dei talenti scelti per la
ventiquattresima edizione di Amici di Maria De Filippi. Ha
infatti presentato il suo inedito Inverno proprio durante
la sua prima esibizione ad Amici, dove grazie alle sue capacità
interpretative e al suo talento autoriale viene scelto come allievo
da Rudy Zerbi.
La vita privata di Gabriele
Muccino
5. Si è sposato più
volte. Muccino è stato sposato una prima volta dal 2002 al
2006 con Elena Majoni, mentre dal 2012 è sposato
con Angelica Russo. Per entrambi i matrimoni,
Muccino ha mantenuto particolare riserbo, evitando di condividere
dettagli privati sui social o con i media.
6. Ha tre figli.
Il regista ha avuto un primo figlio, Silvio
Leonardo, nato nel 2000 da una relazione avuta con
Eugenia F. Di Napoli. Nel 2003, durante il
matrimonio con Elena Majoni, nasce il secondo
figlio, chiamato Ilan. La prima figlia femmina
nasce invece nel 2009, avuta con l’attuale moglie Angelica
Russo.
Gabriele Muccino e suo fratello
Silvio Muccino
7. Suo fratello è un noto
attore. Muccino ha un fratello minore, Silvio, divenuto
negli anni un noto attore. Questi esordisce al cinema proprio come
protagonista del film Come te nessuno mai, per poi
collaborare nuovamente con il fratello per i film L’ultimo
bacio e Ricordati di me.
8. Da anni non si parla con
il fratello. Come noto, il rapporto tra Gabriele e Silvio
non è dei migliori. Quest’ultimo accusò pubblicamente il fratello
maggiore di essere una persona violenta e da lì ebbe inizio una
lunga battaglia legale che ha contribuito ad allontanare i due. Ad
oggi il legame sembra irrecuperabile e Silvio Muccino ha di molto
ridotto i suoi lavori come attore.
Gabriele Muccino è su
Instagram
9. Ha un account
personale. Il regista è presente sul social network
Instagram con un proprio profilo, seguito da 326 mila persone.
All’interno di questo Muccino è solito condividere immagini e video
promozionali dei suoi progetti cinematografici, ma non mancano
anche affascinanti dietro le quinte estratti dalle riprese dei suoi
film.
L’età e l’altezza di Gabriele
Muccino
10. Gabriele Muccino è nato
aRoma, in Italia, il 20 maggio 1967. Il
regista è alto complessivamente 182 centimetri.
Dal ricatto ai danni di Kimmie alla
nascente storia d’amore che Mallory nega, ci sono molte rivelazioni
sconvolgenti nel finale della prima stagione di Beauty
in Black. Beauty in Black è l’ultimo progetto
che Tyler Perry ha realizzato nell’ambito del suo
accordo pluriennale con Netflix. Il cast di Beauty in Black è guidato
da Crystle Stewart e Taylor Polidore Williams, che interpretano due
donne molto diverse tra loro, le cui vite molto diverse si
scontrano in modi inaspettati. La prima stagione è stata pubblicata
su Netflix il 24 ottobre e consiste in otto episodi della durata di
un’ora (altri otto sono in arrivo nella primavera del 2025).
La serie ruota attorno a Kimmie,
che sta lottando per sopravvivere dopo essere stata cacciata di
casa dalla madre, e Mallory, che gestisce con successo la sua
attività di cura dei capelli. Kimmie vuole disperatamente fuggire
dal mondo squallido dello strip club in cui lavora, mentre l’impero
di Mallory è minacciato da segreti di famiglia e da un fastidioso
avvocato. Queste trame parallele portano a una serie di colpi di
scena scioccanti nel finale: stagione 1, episodio 8, “Killing
Karma”.
Perché Horace lascia davvero
andare Kimmie e Angel
Quando ha saputo del giudice
corrotto, ha capito di avere problemi più grandi
Il finale della prima stagione di
Beauty in Black ha un inizio esplosivo, con una banda di
uomini armati e mascherati che prendono in ostaggio Kimmie e Angel
mentre tentano di rapinare la cassaforte di Horace. Horace estrae
una pistola e uccide tutti i ladri prima che possano scappare.
Inizialmente sospetta che Kimmie sia dietro la rapina, ma Angel si
prende la colpa. Mentre Horace li pressa per sapere la verità, i
due rivelano che avevano pianificato di rapinarlo per ottenere
abbastanza soldi per fuggire dal club e iniziare una nuova
vita.
Beauty in Black riunisce
Tyler Perry con diversi suoi ex collaboratori, tra cui Crystle
Stewart e Debbi Morgan.
Quando Kimmie spiega che Jules è il
loro protettore e che ha usato un giudice corrotto sul suo libro
paga per far cadere le accuse penali a loro carico, Horace decide
di lasciarli andare. Horace dice loro di andarsene e di non dire a
nessuno che l’hanno incontrato. Quando hanno menzionato il giudice,
ha capito che aveva problemi ben più gravi di cui preoccuparsi. Più
tardi menziona Harold Wiscollins, un giudice che lui e suo fratello
conoscevano, e chiede a Jules se Harold è ancora in carica e se è
ancora in contatto con lui. Jules risponde di no, ma Horace non si
fida di lui.
I sentimenti di Mallory per
Calvin e le sue esitazioni nella loro storia d’amore
spiegati
Durante tutta la prima stagione di
Beauty in Black, Mallory ha una relazione con il suo autista
Calvin. Ma quando lui le confessa di essere innamorato di lei,
Mallory è riluttante ad affrontare i suoi sentimenti romantici
e lo caccia di casa. L’esitazione di Mallory a impegnarsi
seriamente con Calvin si ricollega al tema generale della serie, il
classismo. Lei è un’elitista che non vuole prendere sul serio la
sua relazione con Calvin perché lui è un autista. Quando la
serie tornerà nella primavera del 2025, Mallory potrebbe finalmente
affrontare i suoi sentimenti per Calvin e iniziare una relazione
seria con lui.
Chi ha cercato di rapinare
Horace?
Dopo che Horace ha ucciso i suoi
aspiranti rapinatori, Jules scende per ripulire la scena del
crimine, come Winston Wolf in Pulp Fiction. Jules scopre che uno dei ladri ha nel
portafoglio un biglietto da visita di una società di
casseforti, la stessa che ha installato la cassaforte. Jules
conclude che i tizi che hanno consegnato la cassaforte sono tornati
per rubarla. Tuttavia, Jules non mostra mai il biglietto da
visita a Horace, quindi potrebbe essersi inventato tutto per
coprire il proprio ruolo nella rapina pianificata.
Perché Mallory e Roy offrono
entrambi un lavoro a Lena
Lena è un avvocato le cui
scoperte sull’impero dei prodotti per capelli di Mallory potrebbero
mettere nei guai la famiglia Bellarie e mandare in rovina
l’azienda. Nel finale della prima stagione, Roy incontra Lena in un
ristorante e le offre un lavoro nel reparto legale. Poi Mallory li
affronta, tira fuori una sedia, usa le sue conoscenze per
costringere Roy a lasciare l’edificio e fa a Lena la stessa
offerta. Quando Lena le dice che Roy le ha appena offerto la stessa
posizione, Mallory sembra sinceramente impressionata dal fatto che
suo cognato, solitamente ottuso, abbia escogitato lo stesso piano
diabolico di lei.
Entrambi stanno cercando di
comprarla, sperando che se le danno un lavoro in azienda, lei
smetterà di cercare di distruggerla. Ma Lena insiste che non può
essere comprata e che “non si tratta di soldi”. Mallory ride
e non crede che sia possibile. Questo è uno dei temi centrali della
serie: i ricchi pensano che tutti i loro problemi possano essere
risolti con il denaro, ma non è così quando hanno a che fare con
qualcuno integro.
Chi ha distrutto l’auto di
Charles?
Il penultimo episodio della prima
stagione di Beauty in Black si è concluso con la distruzione
dell’auto sportiva gialla di Charles. Verso la fine del finale,
Mallory è scioccata nel trovare l’auto di Charles in fiamme sulla
strada privata, con la polizia che indaga su un possibile attacco.
Nell’ultimo episodio, l’auto di Charles è stata colpita sul lato
della strada e fatta esplodere da un gruppo di uomini armati e
mascherati. Questi aggressori mascherati sembravano lo stesso
gruppo che ha cercato di rapinare Horace, apparentemente assoldato
da Jules, quindi tutto potrebbe ricondurre a Jules.
Perché Body ha rapito
Sylvia
Nella scioccante scena finale della
prima stagione di Beauty in Black, Kimmie e Angel vengono
affrontate da Body. Dopo aver frainteso completamente gli eventi
recenti, Body pensa che Kimmie stia cercando di usurpare il suo
posto nel club. Body rivela di aver fatto rapire Sylvia, la sorella
adolescente di Kimmie, che userà per ricattare Kimmie affinché si
tolga di mezzo e faccia tutto ciò che vuole. Tuttavia, il piano
fallisce perché Kimmie attacca Body e inizia a picchiarla.
Questo conclude la stagione
con un finale mozzafiato e solleva una serie di domande. Body è
morta? Jules darà la caccia a Kimmie? Sylvia starà
bene?
Quando Body le punta un coltello e
minaccia di chiamare Jules per ucciderla, Kimmie sale in macchina e
investe Body. La stagione si conclude con un finale mozzafiato che
lascia con un sacco di domande. Body è morta? Jules darà la caccia
a Kimmie? Sylvia starà bene? Una cosa è chiara: Kimmie non
accetterà questo ricatto. Farà tutto il necessario, anche
investire chiunque con la sua auto, per riavere sua sorella.
Il vero significato della
bellezza nel finale della prima stagione di Beauty in
Black
Il finale della prima stagione di
Beauty in Black è il culmine dei temi alla Saltburn sulla classe sociale trattati nella serie.
Tutto ruota attorno ai ricchi che cercano di esercitare il loro
potere sui poveri. Sia Mallory che Roy pensano che Lena possa
essere comprata, perché è una “fottuta povera”, ma Lena ha
un’integrità inaspettata. Il finale contrappone la disperazione
delle persone in difficoltà finanziaria alla disperazione dei
ricchi. I personaggi in difficoltà finanziaria, come Kimmie e
Angel, sono disposti a tutto pur di racimolare abbastanza soldi per
sopravvivere, mentre i personaggi ricchi, come Mallory, sono
disposti a tutto pur di mantenere la loro ricchezza.
La cultura degli Easter Eggs
sta iniziando a influenzare il cinema d’autore, a
quanto pare. Neon ha condiviso un super-taglio che raccoglie tutte
le scene di Longlegs in
cui il regista Osgood Perkins ha
inserito il vero Diavolo. Si tratta di un vero e proprio demone
cornuto, che si nasconde dietro i personaggi nelle scene più
inquietanti del thriller-horror, quelle in cui ci si aspetta di
scrutare lo sfondo alla ricerca di qualsiasi movimento improvviso.
Come si è scoperto, Perkins stava in realtà dirigendo la vostra
attenzione verso un orrore più profondo di quello a cui stavate
assistendo in primo piano.
Ispirato a Il
silenzio degli
innocenti di Jonathan
Demme e
a Cure di Kiyoshi
Kurosawa, almeno sulla
carta, Longlegs segue un’agente
dell’FBI alle prime armi che dà la caccia a un famigerato serial
killer sfuggito alla cattura per decenni. Ciò che la maggior parte
del pubblico probabilmente non aveva previsto è la sicurezza con
cui il film si sarebbe trasformato in un horror soprannaturale. Non
solo il protagonista ha poteri psichici, ci viene detto, ma si
suppone che il serial killer stia eseguendo gli ordini del Diavolo
e non uccida solo per il brivido. Potrebbe facilmente trattarsi di
una metafora, ma con questi nuovi Easter Eggs, sembra che Perkins
non stesse scherzando.
Il super-taglio esorta gli
spettatori a “guardare meglio”, in quanto ci vengono mostrati
filmati di personaggi che si fanno innocentemente i
fatti loro mentre il Diavolo è in agguato dietro di loro.
Mentre alcune di queste apparizioni si notano facilmente, altre
sono impercettibili. Per esempio, c’è un’inquadratura in cui la
protagonista – Lee Harker, interpretata da Maika
Monroe – esce dall’inquadratura e per una frazione
di secondo si vede la sagoma di una creatura cornuta sullo sfondo.
Un’altra scena mostra una giovane Lee seduta sul suo letto, con il
diavolo che incombe su di lei.
Quanti cammei del diavolo
inLonglegs hai notato?
La nota di Neon recita: “Guardate
bene e a lungo. Lo sceneggiatore e regista Osgood Perkins ha
nascosto più di 15 apparizioni del diavolo in Longlegs. Le avete
individuate tutte?”. È un modo ingegnoso per
convincere il pubblico che ha già visto il film a tornare per un
secondo giro. Il marketing di Neon
per Longlegs ha raggiunto l’apice
con il
video in cui il battito cardiaco della Monroe è salito
alle stelle quando abbia visto per la prima
volta Nicolas
Cage nei panni del killer protagonista.
Longlegsha
ottenuto ottime recensioni, con la critica che ha lodato
la padronanza dell’atmosfera di Perkins e l’inquietante
interpretazione di Cage. Il film ha attualmente un indice di
gradimento dell’86% sull’aggregatore di recensioni Rotten
Tomatoes e la nostra Agnese Albertini lo
descrive come “tenebrosamente elegante, semina
inquietudine inquadratura dopo inquadratura”.
In soli 10 giorni di uscita, il
film ha superato la soglia dei 50 milioni di
dollari al botteghino globale e ha battuto film
come Parasite
per diventare il maggior incasso nazionale di Neon.
La
seconda stagione di La legge di Lidia Poët è
pronta ad arrivare su Netflix dal 30 ottobre e avanzando nella narrazione,
offre la possibilità di godere di un personaggio più adulto, così
come risulta più coeso il secondo ciclo rispetto al primo, meno
maturo e a tratti forzato. Abbandonate alcune delle esagerazioni
stilistiche e narrative iniziali, la serie si avventura in un
racconto che riesce a trovare un equilibrio tra il dramma storico,
il giallo investigativo e la riflessione sociale, sempre attuale. E
lo fa con un tono naturale e credibile, che dà più sostanza e
qualità alla trama e ai personaggi.
La trama di La legge di Lidia Poët
Stagione 2
La storia si riapre con Lidia
(Matilda
De Angelis), trasferitasi con il fratello avvocato
Enrico (Pier Luigi Pasino) e la sua famiglia in
una nuova abitazione, a seguito della vendita della casa di
famiglia da parte di Jacopo (Eduardo
Scarpetta). Questo cambiamento non è solo fisico e
logistico, ma anche simbolico: rappresenta l’inizio di una nuova
fase nella vita di Lidia, una donna sempre più determinata a
sfidare le ingiustizie di genere in una società che non riconosce
né rispetta i diritti delle donne. Sebbene radiata dall’albo, Lidia
continua a collaborare con Enrico in numerosi casi, e la sua lotta
per l’uguaglianza dei diritti si intensifica, alimentata
dall’interesse per il movimento delle suffragette.
La seconda stagione di La
legge di Lidia Poët riesce a migliorare un aspetto che
nella prima aveva fatto fatica a decollare: pur replicandone la
struttura di episodi autoconclusivi legati tra loro da una trama
orizzontale, questa volta lo svolgimento dei fatti che costruiscono
il racconto che percorre tutta la stagione sono molto più ordinati
e chiari rispetto al primo ciclo, con il risultato che la serie
risulta più avvincente. Il misterioso suicidio di un amico di Lidia
e Jacopo diventa il fil rouge della stagione, diventando a tutti
gli effetti non solo il principale veicolo di tensione, ma anche un
modo per raccontare l’evoluzione dei personaggi stessi, data la
natura intima del rapporto dei protagonisti con la vittima.
Ritmo e dinamiche di
personaggi
Questa maggiore coesione del
racconto orizzontale, che si inframezza con naturalezza nei singoli
casi che di episodio in episodio vengono sottoposti alla brillante
mente di Lidia influenza in maniera evidente il ritmo della
narrazione. Si mette da parte quindi l’esigenza di stupire a tutti
i costi che sembrava avere la prima stagione, in favore di un gusto
per il racconto molto più fluido e avvincente. Dal primo episodio
gli elementi in gioco sono tanti e tutti contribuiscono a costruire
un quadro ricco e stratificato: Lidia e Jacopo costretti a lavorare
insieme, il rancore della famiglia, un omicidio che avvicina i
protagonisti. La complessità relazionali della prima stagione si
stratificano e Lidia comincia a capire davvero qual è il prezzo
della libertà di cui necessita per portare avanti la sua battaglia.
È chiaro poi che, conoscendo già gli attori in gioco, la serie non
deve perdersi in convenevoli per presentarli al pubblico e li
lancia immediatamente nell’azione.
Matilda De Angelis è
magnetica
Matilda De Angelis conferma la sua
versatilità.
Se poche settimane fa l’abbiamo vista fare la James Bond su
Prime Video, adesso la piattaforma della N rossa ce la
restituisce in corsetti e cappellini, ma quello che non cambia è il
suo magnetismo. Oltre al fattore estetico, innegabilmente dalla sua
perte, De Angelis riesce a infondere una naturale ironia al suo
personaggio, il che ne smussa gli spigoli, rendendo anche quelli
gradevoli. Lidia Poët è irresistibile. La sua voce roca e il suo
atteggiamento anticonformista la fanno camminare in equilibrio tra
passato e presente, tra la contemporaneità e la modernità, sempre
credibile e in parte.
Chiaramente non è sola! Con lei
tornano
Eduardo Scarpetta e Pier Luigi Pasino
contraltari perfetti alla sua energia. New entry della serie è
Gianmarco Saurino come il procuratore del Re
Fourneau, un uomo giusto e aperto, che nonostante il ruolo
istituzionale riconosce il valore di Lidia. A questo personaggio
viene affidato non solo il compito di aggiungere un ulteriore punto
di vista alla storia e su Lidia stessa, ma rappresenta anche una
possibile apertura verso un mondo in cui le qualità delle persone
vengono riconosciute indipendentemente dal genere. Un personaggio
forse troppo moderno per l’epoca, ma che parla benissimo a noi
oggi.
La serie continua a parlare alla
nostra società
E a proposito di “epoca”, la serie
riesce a trattare temi profondamente rilevanti, come
l’emancipazione femminile e il diritto di voto per le donne, senza
scadere in toni didascalici. Lidia non combatte solo per il
riconoscimento professionale che ormai sembra inarrivabile (l’Albo
degli Avvocati sembra allontanarsi per sempre), ma per il
cambiamento di un’intera società che guarda con sospetto
l’evoluzione della donna. Attraverso diversi personaggi, La
legge di Lidia Poët offre una riflessione sull’importanza
di avere il coraggio di sfidare le convenzioni sociali ma anche il
proprio ruolo e i propri limiti: da Enrico, a Lidia, passando per
Marianna e Teresa, ogni personaggio trova il modo di oltrepassare i
limiti del loro ruolo per costruire un pezzetto di modernità.
Un’eroina affascinante
Ogni episodi di La legge di
Lidia Poët racconta un caso particolare e per ogni
situazione le circostanze sono ricche e diverse, avvincenti, oscure
ma senza mai mettere completamente da parte quello spirito ironico
che anima la protagonista.
Certo è che la serie non può dirsi
un manuale di storia, ma per fortuna la fiction ci consente di
chiudere un occhio su queste incongruenze, un favore di un
intrattenimento genuino che prova anche a parlare alla testa dello
spettatore. Lidia Poët non
è solo un’avvocata che combatte contro le ingiustizie, ma diventa
anche figura simbolica, rappresenta la determinazione e il coraggio
di tutte le donne che hanno lottato per l’uguaglianza e che ancora
lo fanno.
Final Girl, letteralmente “L’ultima
ragazza”. Questo termine, coniato da Carol J.
Glover nel suo libro del 1992 Men, Women,
and Chainsaws:Gender in the Modern Horror
Film, si riferisce al tropo, visto
prevalentemente nei film slasher, che vede l’eroe e colei che
sconfigge il cattivo come una ragazza timida, intelligente e buona
a cui viene risparmiata la vita perché non fa sesso e non si droga
come i suoi amici.
La ragazza finale è
stata vista ovunque alla fine degli anni ’70 e per tutti
gli anni ’80, prima di essere risuscitata nella seconda
metà degli anni ’90. Le tre più popolari sono
probabilmente Jamie
Lee Curtis nel ruolo di Laurie Strode
in Halloween del
1978, Heather Langenkamp nel ruolo di
Nancy Thompson in A
Nightmare on Elm Street del 1984
e Neve
Campbell nel ruolo di Sidney Prescott
in Scream del
1996. Il tropo dell’ultima ragazza ha dominato talmente tanto i
film horror degli anni ’80 che alla fine del decennio il pubblico
si era stufato di questa formula banale. Scream è
riuscito a riportarlo in auge solo grazie al suo approccio
metaforico che cercava di esaminare i tropi di questo tipo di
film.
So cosa hai fatto
l’estate scorsa e Urban
Legend,
ma si è rapidamente esaurita. Per un po’ di tempo, l’horror è
diventato di nuovo stantio e, quando è tornato, è stato per film
pieni di sangue come Saw o
film di possessione e case infestate come Insidious o The
Conjuring.
Poi, nel 2014, è arrivata Maika
Monroe e
l’attrice è diventata una ragazza definitiva per le generazioni
Millennial e Gen Z, con una grande differenza rispetto alla maggior
parte dei film precedenti. 10 anni dopo, la Monroe è ancora una
delle migliori final girl di Hollywood. Se volete una prova di ciò,
non guardate oltre il successo horror di
quest’estate, Longlegs.
The Guest ha mostrato per la
prima volta come potrebbe essere una nuova final
girl
Prima è
arrivato The Guest. Si tratta
di un thriller, ma con molti elementi horror, diretto
da Adam Wingard, reduce dal successo a
sorpresa di You’re
Next nel 2011. Il film, interpretato
da Dan
Stevens, che stava vivendo un momento di gloria grazie
al suo ruolo da star in Downton Abbey, racconta la storia
di un veterano dell’esercito della guerra in Afghanistan, David
Collins, che si presenta a casa della famiglia di un soldato
ucciso, sostenendo di essere suo amico. La madre e il padre del
soldato caduto accolgono David, ma quando le persone iniziano a
morire, la figlia Anna (Monroe) crede che David sia il
responsabile.
Si capisce, attraverso le battute
familiari, che Anna è destinata a diventare una final girl, ma non
è una ragazza tradizionale. Ha un fidanzato che nasconde ai
genitori, va alle feste e si droga. È un personaggio basato su come
sono molti adolescenti reali, non solo attualmente, ma anche
decenni fa. L’unica differenza è che decenni fa Hollywood pensava
che i suoi eroi, soprattutto quelli femminili, dovessero essere
innocenti. Il pubblico di oggi desidera vere ragazze definitive,
con tutti i loro difetti.
Ciò che rende The
Guest particolarmente inquietante è che, mentre nel
momento culminante i genitori di Anna sono morti e lei sta lottando
per la sua vita, David è tranquillo e fa battute. Anna spara a
David, ma in pura tradizione slasher, lui scappa e lo si vede
allontanarsi nell’ultima inquadratura. Se da un lato è la comicità
eccentrica che ha aiutato The Guest a
distinguersi da film simili, dall’altro ha fatto sì che la Monroe
venisse vista come una potenziale nuova scream queen.
It Follows ha cambiato il modo
in cui guardiamo i personaggi femminili nei film horror
Più tardi, nel 2014, la Monroe è
stata la protagonista dell‘innovativo It
Follows, scritto e diretto
da David Robert Mitchell. Come The
Guest, It Follows è in parte uno slasher
simile a Halloween, ma con una dose di qualcosa di
più simile a A Nightmare on Elm
Street, pur essendo completamente originale. La
trama segue un gruppo di amici adolescenti sulle tracce di una
forza invisibile che si trasmette attraverso il sesso. C’è un punto
di vista intelligente sul fatto che il sesso può uccidere. Nei film
slasher tradizionali, era un tropo che portava all’uccisione, ma
qui sarà letteralmente la ragione della vostra morte.
Monroe interpreta Jay, che non è il
tipico stereotipo di ragazza del college. Vive a Detroit, suo padre
è morto, sua madre è un’alcolizzata (questo aspetto è accennato
piuttosto che giocato in modo melodrammatico) e Jay frequenta un
community college. Anche se si può vedere che lei lotta
tranquillamente, questa lotta non rappresenta il suo personaggio. È
ancora una persona, a cui piacciono i ragazzi, si eccita agli
appuntamenti e fa persino sesso sul sedile posteriore di un’auto al
primo appuntamento. Non vedreste mai Laurie Strode fare una cosa
del genere. Questo è ciò che rende Jay così reale e relazionabile,
perché non è un personaggio stereotipato. È una giovane donna che
non rientra in nessun archetipo idealizzato di ciò che una giovane
donna dovrebbe essere.
Dopo aver fatto sesso con il suo
nuovo ragazzo, Hugh (Jake Weary), lui le rivela di
averle trasmesso un’entità sessualmente trasmissibile che la
ucciderà se non la trasmetterà a qualcun altro attraverso il sesso.
Si tratta di un caso estremamente raro di un film horror che ci
dice che il sesso può salvarci – ma si richiama comunque a vecchie
storie dell’orrore, poiché il sesso è il modo in cui Jay si mette
in pericolo in primo luogo.
It Follows ritrae la
complessità del sesso in tutte le sue forme, presentandolo come una
sorta di punizione e come una grazia salvifica. Anche Jay, o una
qualsiasi delle donne della storia, non sono soggetti
esclusivamente a questo: ogni personaggio rischia di essere preso
di mira dall’entità, basta che faccia sesso. Jay fa sesso con più
personaggi nel film (anche se alcuni sono suggeriti fuori dallo
schermo) e questo non definisce la sua persona. It
Follows, e Maika Monroe sovvertono le aspettative della
brava ragazza finale, che di solito veniva definita in base alla
sua verginità o meno.
Sono le sottigliezze che
rendono Maika Monroe la perfetta final girl Gen Z
Mentre il film è stato lodato per
la sua premessa intelligente, per l’emozionante colonna sonora
di sintetizzatori e per le domande che crea nel corso del
film, la Monroe ha ricevuto alcune critiche da parte di coloro che
ritenevano che non fosse abbastanza emotiva. Per essere una final
girl, non ha urlato abbastanza, non si è fatta prendere dal panico.
Non ha sorriso e riso costantemente nelle scene iniziali come
avrebbe fatto qualche scrittore maschio degli anni Ottanta.
Al contrario, nel primo atto c’è
una tranquillità in lei che possiamo percepire senza che ci venga
spiegata o esagerata. Borbotta. Sembra stanca. È una ragazzina che
cerca di sopravvivere alla vita. Questo non significa che quando
accadono momenti terribili, il suo personaggio non reagisca. Lo fa
di sicuro. Non avremmo paura del mostro invisibile se lei non lo
fosse. Piange, urla, si fa prendere dal panico e corre per
salvarsi, ma senza esagerare e quando lo fa, lo fa con una certa
stanchezza, come se avesse già abbastanza da fare nella sua vita, e
ora deve anche affrontare un demone sessuale che la perseguita.
La stanchezza e la sensazione di
essere sopraffatti che vivono le generazioni di oggi sono avvertite
anche da Jay e dai suoi amici. Non c’è una grande ed eroica ultima
battaglia in cui una forte Jay distrugge il cattivo. Al contrario,
non sanno cosa fare. Sono solo adolescenti. Il piano migliore che
riescono a escogitare è quello di attirare l’entità in una piscina,
farle seguire una Jay spaventata nell’acqua, poi lanciarle addosso
tostapane e asciugacapelli collegati, sperando che rimanga
fulminata. È un piano sciocco, ma realistico, perché cosa fareste
voi se foste al loro posto?
Villains ha preso il tropo
della final girl e l’ha stravolto
Cinque anni dopo, Monroe sarebbe
diventata un’altra final girl atipica
in Villains, iniziando
proprio come tale, il cattivo. Insieme a Bill
Skarsgård, i due attori interpretano una giovane
coppia di nome Mickey e Jules che ha appena rapinato una stazione
di servizio. Fuggono in quella che pensano essere una casa
abbandonata, ma nel seminterrato trovano una bambina legata.
Vogliono salvarla, ma poi arrivano i proprietari della casa
(Jeffrey Donovan e Kyra
Sedgwick) e Mickey e Jules devono lottare non solo per la
vita della bambina, ma anche per la loro.
È un’impresa rara trasformare un
cattivo in un eroe nel corso dello stesso film, ma qui funziona,
grazie alla presenza e all’abilità recitativa della Monroe. C’è una
fragilità nei suoi lineamenti che ci fa fare il tifo per lei, a
prescindere dal personaggio iniziale. Se il tropo della final girl
deve essere portato avanti con successo nell’era della Gen
Z, la strada da percorrere è quella di un’eroina stratificata e
realistica, che rifiuta gli ideali della “brava ragazza”;
e Maika Monroe ha già dimostrato come
farlo.
Longlegs dimostra che Maika
Monroe è qui per restare
Nel 2022, Maika Monroe ha recitato
in Watcher della
scrittrice e regista Chloe Okuno.
Sebbene si tratti di un film minore che ha fatto il giro del mondo
in streaming piuttosto che al cinema, è un film che richiede di
essere visto. In Watcher la Monroe interpreta
Julia, un’americana che vive a Bucarest, dove il marito Francis
(Karl Glusman) si è trasferito per lavoro.
Julia non conosce nessuno e non
parla la stessa lingua di tutti gli altri, e non possiamo fare a
meno di provare pena per lei. Non è solo la trama a suscitare
questa emozione, ma anche lo sguardo di Julia. Maika Monroe sembra
sempre avere questa capacità naturale di trasmettere una profonda
tristezza sul suo volto. Sarà anche una giovane donna bellissima,
ma c’è anche qualcosa di imbarazzante in lei, come se non si
sentisse a proprio agio nella sua pelle.
Questo la rende un’attrice ideale
per interpretare un personaggio vulnerabile, come Julia è
sicuramente in Watcher, dove è perseguitata da un
uomo inquietante dall’altra parte della strada di nome Daniel
(Burn Gorman), che potrebbe essere un serial
killer. Watcher è volutamente frustrante, perché
nessuno crede a Julia che qualcuno le stia dando la caccia. Viene
costantemente trattata come una donna stressata e paranoica da
tutti i suoi conoscenti, compreso il suo stesso coniuge.
Questo la rende un bersaglio debole
per Daniel, che può gettare benzina sulle sue accuse e allo stesso
tempo pedinarla all’aperto. In una scena, arriva persino a portare
con sé una borsa con dentro una testa umana decapitata,
perché chi crederà a questa giovane donna americana isterica? Julia
combatte per la sua vita da sola, ma non importa se vince o
perde la battaglia contro il suo aggressore maschio, una parte
di lei è già stata sconfitta per sempre dal fatto di non essere
veramente vista. Julia è davvero la ragazza finale, tutta sola.
Watcher è un film più
tranquillo, fino al suo finale strampalato, ma non si può dire lo
stesso di Longlegs. L’incubo creato
da Osgood Perkins è diventato un
fenomeno già prima della sua uscita, grazie alla brillante campagna
di marketing che ha coinvolto Nicolas
Cage nei panni del protagonista, un serial killer
selvaggio e scatenato. Queste aspettative mettono sotto
pressione la Monroe, che è la vera star
di Longlegs perché Cage è presente solo in una
manciata di scene. A lei spetta il compito di portare avanti la
narrazione, che sarebbe potuta crollare con un’attrice meno
brava.
La Monroe interpreta Lee Harker,
un’agente dell’FBI a caccia dello squilibrato serial killer
“Longlegs”, ma questo non è un clone de Il
silenzio degli innocenti e la Monroe non
cerca di replicare la Clarice Starling di Jodie
Foster. Entrambe possono essere donne forti e
indipendenti con un trauma passato, ma la Monroe lo interpreta in
modo diverso. In quasi tutte le scene, Harker si mostra sicura di
sé e coraggiosa, ma allo stesso tempo sembra distrutta e
spaventata.
Non parla molto, e quando lo fa la
sua voce è spenta dal dolore che porta con sé, e l’espressione del
suo viso cambia raramente. Dietro i suoi occhi si cela un
mistero, intrigante quanto chi sia Longlegs e come
uccida. Questo la rende la migliore controparte possibile: un
assassino che esteriorizza la sua follia in modo spaventoso, che si
scontra con una donna che interiorizza le sue forze e debolezze,
portando a uno scontro terrificante nella loro unica scena
insieme.
Per decenni, il tropo della final
girl ha avuto le sue regole su come l’eroina avrebbe dovuto
comportarsi. Maika Monroe, con la sua giovinezza, il suo
bell’aspetto e i suoi capelli spesso biondi, potrebbe sembrare una
final girl stereotipata, ma non lo è mai stata. I suoi personaggi
hanno molto di più che essere delle semplici vergini intelligenti,
santarelline e timide che non sono capaci di nulla finché non
vengono spinte al limite. La Monroe interpreta ragazze finali che
sono state spinte al limite molto prima di conoscerle. C’è una
tristezza in loro, e un potere che aspetta di essere scatenato
sulla povera entità o sul selvaggio serial killer che commette
l’errore di inseguirla.
Nella terza stagione della serie
Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer di
Netflix,
Mickey Haller (Manuel Garcia-Rulfo) si trova ad affrontare
uno dei casi più difficili della sua carriera, sia dal punto
di vista professionale che personale, quando accetta di difendere
Julian La Cosse (Devon Graye), un tecnico accusato
dell’omicidio di Gloria Dayton (Fiona Rene), un personaggio
già apparso nella serie. Per Mickey, Gloria Dayton era una
prostituta che si faceva chiamare Glory Days e che lo aveva
aiutato in un caso precedente fornendogli informazioni sul boss
del cartello Hector Moya (Arturo Del Puerto).
Sfruttando le sue competenze
tecnologiche, Julian aiutava Glory a trovare clienti e a fissare
appuntamenti in modo sicuro. Sapendo che il suo legame con Glory
potrebbe aver causato la sua morte per mano del cartello, Mickey
accetta il difficile compito di scoprire l’identità dell’assassino
di Gloria, che si rivelerà il modo migliore per scagionare Julian.
Nonostante i suoi migliori sforzi, alla fine della terza stagione
Mickey si ritrova in una situazione più precaria che mai, grazie al
colpo di scena finale che coinvolge il Lincoln Lawyer.
Mickey Haller scopre un nuovo
segreto su un vecchio amico
Mickey capisce subito che Gloria
non aveva intenzione di tornare alle Hawaii dopo il loro ultimo
incontro. Invece, Gloria era già coinvolta con il cartello. Le
indagini di Mickey sulle attività di Gloria hanno portato alla
rivelazione che Gloria era già stata incaricata dall’agente della
Drug Enforcement Administration (DEA) James DeMarco (Michael
Irby) di divulgare informazioni su Hector Moya. Quindi, non è
stata l’insistenza di Mickey a mettere Gloria nei guai, perché era
già sotto il controllo di DeMarco. L’indagine di Mickey si complica
quando l’investigatore dell’ufficio del procuratore distrettuale si
rivela essere Neil Bishop (Holt McCallany), che aveva già
incrociato Mickey in precedenza quando questi aveva sfruttato una
scappatoia legale per far uscire di prigione un criminale
nonostante fosse consapevole della sua colpevolezza. Le riprese
delle telecamere di sicurezza dell’hotel dove Gloria avrebbe dovuto
incontrare uno dei suoi clienti il giorno della sua morte rivelano
che Gloria era stata seguita dal detective Bishop. La possibilità
di un forte legame tra il detective Bishop e l’agente DeMarco
diventa il punto di svolta nel mistero che circonda la morte di
Gloria Dayton in Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyer – Stagione 3. Prima del finale, Mickey
capisce che è l’agente DeMarco il responsabile della morte di
Gloria e non Hector Moya, che è stato ingiustamente incarcerato
dopo che l’agente DeMarco ha aiutato a fabbricare prove contro di
lui.
Il finale della terza stagione di
Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyerrivela il retroscena della
relazione di lunga data tra il detective Bishop e l’agente DeMarco.
Dieci anni fa, l’agente DeMarco si era rivolto al detective
Bishop in relazione a un duplice omicidio, legato a uccisioni
di cartelli, al lago Balboa. Nel tentativo di impedire al detective
Bishop di proseguire le indagini sul caso, l’agente DeMarco aveva
offerto una grossa somma di denaro a Bishop, che aveva bisogno di
un incentivo considerando il suo imminente divorzio. Sapendo che
solo la testimonianza di Bishop avrebbe potuto smascherare il
coinvolgimento di DeMarco nella morte di Gloria, Mickey mostra al
detective Bishop il video che riprende lui e l’agente DeMarco
mentre piazzano della droga nella casa di un testimone. Anche se il
detective Bishop sembra non essere a conoscenza delle azioni
dell’agente DeMarco all’interno della casa, è chiaro che le prove
sono sufficienti per incastrarlo. In cambio della non divulgazione
del video al pubblico, Mickey chiede al detective Bishop di
testimoniare per smascherare il ruolo diretto dell’agente DeMarco
nel brutale omicidio di Gloria Dayton.
Il detective Bishop apre un
vaso di Pandora nell’ultima udienza della terza stagione
Una volta salito sul banco dei
testimoni, il detective Bishop inizia a rivelare i dettagli degli
eventi che hanno portato alla morte di Gloria. Viene rivelato che
era stato incaricato dall’agente DeMarco di occuparsi del caso
della morte di Gloria. L’agente DeMarco ricattava il detective
Bishop affinché facesse il lavoro sporco per lui da quando il
detective Bishop aveva accettato i soldi per insabbiare gli omicidi
legati al cartello dieci anni prima.
Su ordine dell’agente DeMarco, il
detective Bishop ha fissato un appuntamento con Gloria usando il
nome di un ospite reale. Ha poi seguito Gloria fino a casa sua,
dove ha chiamato l’agente DeMarco per comunicargli la posizione.
Prima che l’agente DeMarco arrivasse, Julian ha fatto visita a
Gloria e se n’è andato 15 minuti dopo. Al suo arrivo, l’agente
DeMarco ha chiesto al detective Bishop di andarsene ed è entrato
nell’edificio di Gloria da un lato per evitare la telecamera di
sicurezza all’ingresso. Secondo la testimonianza del detective
Bishop, quando ha chiesto all’agente DeMarco della morte di Gloria,
questi gli ha detto che Gloria era morta prima del suo arrivo e che
aveva dato fuoco all’appartamento per distruggere qualsiasi prova
che potesse collegarla a lui. Tuttavia, a questo punto, è chiaro
che tutti sanno che l’agente DeMarco è il responsabile della morte
di Gloria.
La confessione del detective Bishop
lascia tutti in aula sbalorditi, compresi il procuratore Bill
Forsythe (John Pirruccello) e il giudice Regina Turner
(Merrin Dungey). Con i suoi segreti ora alla mercé della
legge e dell’opinione pubblica, il detective Bishop estrae la
sua seconda arma nascosta e si spara in mezzo all’aula. Più
tardi, l’amore di Mickey nella terza stagione, Andrea Freeman
(Yaya DaCosta), suggerisce a Mickey che non è stata colpa sua
se il detective Bishop si è suicidato. I legami tra la polizia di
Los Angeles e i federali sono così profondi che l’uno non può
esistere senza l’altro. Mickey incontra poi Julian e il suo ragazzo
David (Wole Parks) per dare loro la notizia che il
processo è stato archiviato e Julian è ora libero. D’altra
parte, Andrea informa il suo capo, il nuovo procuratore
distrettuale Adam Suarez (Philip Anthony-Rodriguez), che ha
finito di svolgere il compito di calendario come punizione per
l’errore commesso in precedenza con Deborah Glass (Rebekah
Kennedy). Chiede di essere assegnata al caso Scott Glass o di
essere licenziata.
Cosa è successo all’agente
DeMarco alla fine della terza stagione?
Con Mickey che aiuta Julian a
ottenere la giustizia che merita, Avvocato di difesa –
The Lincoln Lawyerinizia a concentrarsi
sugli eventi che alla fine ne plasmeranno il futuro. Per fortuna di
Mickey, sua figlia Hayley (Krista Warner) perdona Mickey per le
sue azioni passate dopo che lui ha aiutato a salvare Julian.
Malconcio dagli eventi recenti, Mickey decide di non mollare,
considerando che ora si rende conto del bene che può fare
attraverso la sua professione se aiuta le persone giuste.
Durante tutta la stagione, Mickey
ha allucinazioni e combatte una battaglia emotiva interiore. Alla
fine della terza stagione, Mickey si rende conto che diventare un
avvocato di successo a Los Angeles ha un prezzo molto alto, che
deve essere pagato con la sua coscienza.
Alla fine della terza stagione di
Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer, Mickey ottiene
un’altra vittoria per sé e per Julian negoziando un ingente
risarcimento con l’ufficio del procuratore distrettuale. Con
l’aiuto del suo investigatore Cisco (Angus Sampson), Mickey
dimostra che l’agente DeMarco lavorava segretamente per il cartello
di Juárez, mentre si occupava solo dei casi contro il cartello
rivale di Tijuana. Dopo essere stato visto l’ultima volta nella
sequenza dell’inseguimento in cui Cisco seguiva l’agente DeMarco,
la sua prossima apparizione si rivela piuttosto macabra, poiché
Hector Moya invia a Mickey una fotografia del cadavere
dell’agente DeMarco appeso con un serpente a sonagli intorno.
Con la copertura dell’agente DeMarco smascherata, era solo questione di tempo prima che Hector Moya,
ora rilasciato, tornasse da lui per vendicarsi di tutto il male che
l’agente DeMarco gli aveva causato. Hector assicura anche a Mickey
che può rilassarsi tranquillamente senza preoccuparsi del cartello
di Juárez per cui lavorava l’agente DeMarco.
Il colpo di scena finale della
terza stagione prepara la quarta stagione di Avvocato di difesa
– The Lincoln Lawyer
Verso la fine dell’ultima stagione
di Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer, sembra che
Mickey sia pronto a proseguire sulla via del bene, considerando che
gli errori del passato sono stati riparati. Con il peso del passato
alle spalle, Mickey sembra finalmente godersi una meritata tregua,
finché un agente di polizia non ferma la sua auto. A quanto pare,
la targa mancante, che secondo Mickey potrebbe essere stata rubata,
deve aver attirato l’attenzione dell’agente. Tuttavia, le cose
prendono una piega molto più seria nella stagione 4, quando l’agente di polizia fa notare a
Mickey il sangue che gocciola dal bagagliaio della sua auto.
Nonostante i tentativi di Mickey di evitare una perquisizione,
l’agente apre il bagagliaio e scopre il corpo senza vita di Sam
Scales (Christopher Thornton), un personaggio ricorrente e
un truffatore che in origine era il cliente di Jerry Vincent
(Paul Urcioli).
Con questo colpo di scena finale,
Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyersi prepara
alla quarta stagione che sarà incentrata su “The Law of
Innocence” di Michael Connelly nella serie di libri Lincoln
Lawyer. È chiaro che qualcuno sta cercando di incastrare Mickey
Haller, il che sembra naturale considerando quanti nemici si sono
attirati le azioni di Mickey. In una potenziale quarta stagione,
Mickey dovrà difendersi contro ogni previsione, considerando che è
riuscito a far arrabbiare alcune persone davvero pericolose, tra
cui cartelli della droga, con le sue azioni nella terza
stagione.
Longlegs sta
per uscire finalmente in Italia, dopo aver incassato oltre 100
milioni di dollari al botteghino mondiale (il miglior
risultato di sempre per il distributore Neon). Il film horror,
di elegante fattura, vede protagonista Maika
Monroe nel ruolo di una giovane agente
dell’FBI a caccia del serial killer ossessionato dai codici cifrati
interpretato da Nicolas
Cage. Se avete visto il film, sapete che
l‘interpretazione di Cage è profondamente
inquietante. Dalla voce acuta alle labbra gonfie, fino al
trucco bianco, il personaggio di Longlegs è assolutamente
terrificante. Fin dalla prima del film, gli spettatori si sono
chiesti cosa ci fosse esattamente dietro le scelte recitative di
Cage. Come ha fatto Cage a creare un personaggio così strano? La
risposta è inaspettata come il colpo di scena finale del film.
La risposta scioccante è stata
rivelata durante la prima del film a Hollywood. In un’intervista
sul red carpet per Extra (poi
pubblicata da Forbes),
a Cage è stato chiesto di spiegare il suo approccio al personaggio,
e la sua risposta ha sollevato qualche
sopracciglio. Cage ha effettivamente basato
l’interpretazione sulla sua defunta madre, Joy Vogelsang,
prestando i suoi modi e la sua voce all’antagonista androgino del
film. Secondo le parole di Cage:
“Quando stavo leggendo questo
personaggio, è diventato una sorta di mia madre. Ho sentito la sua
voce – non era satanica – ma ne ha passate tante“, ha spiegato a
Extra, ‘ho sentito la sua voce e il modo in cui si muoveva e
all’improvviso ho pensato: ’Sai, potrei metterlo in questo
personaggio”. È un’ispirazione che devo a lei. Se sono bravo nel
film, lo devo a mia madre”.
Anche Nicolas Cage ha preso in
prestito da un classico film italiano la sua interpretazione di
“Longlegs”
Dopo aver deciso quale sarebbe
stata la voce e i modi di fare di Longlegs, Cage ha cercato
l’ispirazione visiva per il personaggio. Ha scelto Giulietta
degli spiriti (1965), il
classico di Federico Fellini incentrato
su una donna offesa che trova la forza di lasciare il marito
traditore. Il film, noto per i suoi forti temi di misticismo, è
stato scelto da Cage quando si è ispirato a un personaggio in
particolare, un profeta donna dall’aspetto unico. Ha spiegato
a Hollywood
Reporter:
“Trovare questo personaggio
molto androgino, con un look da lui e da lei, un look glam rock,
era importante per me, in modo che non mi assomigliasse affatto e
che trovassi liberatorio, che potessi parlare in questo modo,
muovermi in questo modo e parlare di queste cose molto oscure.
Volevo che il personaggio fosse un androgino quasi profeta, come
nel film di Fellini Giulietta degli Spiriti”.
Il cattivo secondario di
Longlegs è stato ispirato dalla madre di Osgood Perkins
Per pura coincidenza, Cage non è
stato l’unico membro della produzione a inserire sua madre nella
narrazione. Il regista Oz
Perkins (figlio del leggendario attore
di PsychoAnthony
Perkins) ha basato il cattivo secondario del
film, Ruth Harker, sulla propria madre. Nel film, la
modesta Ruth è costretta a mantenere segreta l’identità di Longlegs
– un parallelo profondamente personale con la madre di Perkins, che
ha mantenuto
il segreto sulla sessualità del marito per decenni.
“Mio padre era un attore che
aveva una sorta di vita privata che non era accettabile nel
mainstream, sia che lo si voglia chiamare gay o bisessuale”,
ha spiegato Perkins a People,
‘Tua madre può proteggerti da una verità che lei ritiene
sgradevole, e poi tu costruisci un film folle intorno a
questo’. Quando gli è stato chiesto se prova risentimento nei
confronti della madre per avergli tenuto nascosto il segreto del
padre da bambino, Perkins ha risposto: “Neanche un po‘”.
Ha poi aggiunto: “Nessuno lo fa bene. E mia madre è stata
davvero fantastica… È quello che è, ed è quello che ti è stato
dato, e cerchi di ricavarne qualcosa”.
Presentata in anteprima nel ricco
programma della Festa di Roma 2024 con i primi due
episodi proiettati alla presenza di cast e pubblico,
L’Amica Geniale, tetralogia di Elena Ferrante,
arriva alla sua quarta stagione che traspone per la tv il quarto e,
appunto, ultimo libro della saga,
Storia della bambina perduta.
Dove eravamo rimasti?
Avevamo lasciato le due donne
distanti, entrambe alle prese con una nuova vita: Lila con Enzo, il
piccolo Gennarino, e un obbiettivo preciso, quello di aprire
un’azienda con le sue sole forze, di diventare finalmente il capo
di se stessa; Lenù con Nino, quando si accorge che l’amore di tutta
una vita è finalmente alla sua portata e non ci pensa troppo prima
di lasciare marito e figlie e volare via con lui. La terza stagione
dell’amica geniale era finita proprio lì, sul quel volo verso la
libertà e una vita di peccato accanto a Nino (Fabrizio
Gifuni), con l’immagine di quel riflesso che aveva
finalmente svelato al mondo che l’ultima trasformazione di Elena
Greco sarebbe stata affidata a Alba Rohrwacher che, a dire la verità, ne era
sempre stata la voce, lenta e calda, che ha accompagnato gli
spettatori nel fuori campo delle tre stagioni precedenti.
La separazione e
Dispersione sono i capitoli 25 e 26 di questo
lungo romanzo di formazione, le prime due puntate della quarta e
ultima stagione de L’Amica Geniale, che andrà in
onda dall’11 novembre su RaiUno per 5 serata, fino al 9 dicembre. E
appunto di separazione parla il primo episodio, in cui seguiamo
principalmente Elena alle prese con la sua nuova vita, mentre si è
lasciata alle spalle il matrimonio con Pietro e, temporaneamente,
persino le figlie Dede e Elsa, affidate alle cure della suocera.
Per loro è necessario un ambiente regolare e rassicurante, con
regole e rituali, cosa che lei, nella sua vita da amante di Nino
Sarratore, non può garantire alle figlie.
Elena è l’eroina tragica di un
racconto drammatico, una donna che negli anni Settanta lascia
marito e figlie perché “vuole bene a un altro”. Quella
consapevolezza la travolge quando lo dice a alta voce a sua madre,
intervenuta per cercare di farla riappacificare con Pietro, che in
questo scenario viene dipinto forse come troppo mite e
accondiscendente, se pure naturalmente contrariato. Lenù è divisa
in due, tra senso del dovere di madre e ambizione professionale che
può coltivare a pieno solo nella libertà accanto a Nino, il quale è
per lei sogno e passione, ma anche dubbio e dolore.
L’Amica Geniale: storia
di madri, di corpi, di lotta
La Elena di Alba Rohrwacher smette di subire le decisioni
degli altri, ma questa risoluzione ha un prezzo, e lo vediamo nella
fatica che fa il personaggio a tenere tutto insieme, non volendo
rinunciare né all’amore per Nino né a quello per le figlie, che
pian piano sembra ridestarsi più forte di quanto non sia mai stato.
Dopotutto L’Amica Geniale è sempre stata una storia di donne, di
amiche, certo, ma anche di madri, di corpi, di consapevolezza,
rinuncia e lotta.
La lotta è molto presente nella
serie, che sia personale o di classe, come per le altre stagioni,
anche in questo caso L’Amica Geniale si fa
megafono per la situazione storica del Paese e non risparmia nessun
dettagli di quell’epoca turbolenta: i morti, la violenza, il
rapimento Moro. Lo sfondo della vicenda di Elena e Lila è
estremamente vivido e invadente e per questo, anche se la regista
Laura Bispuri si concentra sui volti, le mani e le
persone, sul suo nuovo cast, tra cui Stefano Dionisi, Lino
Musella, Edoardo Pesce, la Storia viene sempre fuori e si
fa sentire.
Dispersione invece racconta
principalmente la diaspora di Elena che lascia le sue certezze,
ancora una volta e scappa a Milano da Maria Rosa, sorella di Pietro
e sua grande amica, che la accoglie con le ragazze e le offre un
posto sicuro. Non abbastanza da sfuggire però a Lila. L’amica che è
rimasta al rione ed è diventata una imprenditrice invischiata con
la camorra, la cerca di continuo per metterla in guardia da Nino.
Anche lei è caduta nel suo inganno, ma questa volta ci sono di
mezzo figli, matrimoni e soprattutto una moglie che l’uomo non
accenna a lasciare. Il racconto si deve spostare a Napoli, nel
rione, per poter finalmente dare corpo alla presenza ingombrante di
Lila, che nel frattempo ha acquisito il volto di Irene Maiorino,
nata per questo ruolo e per succedere a Gaia Girace. La somiglianza
tra le due è davvero impressionante e il passaggio di testimone
appare naturale, anche grazie alla capacità interpretativa di
Maiornio che raccoglie la sua eredita e la sviluppa a modo suo.
La forza e la durezza di Lila non
bastano a Elena per allontanare Nino. La donna accetterà di essere
una compagna parallela, una moglie part-time, pur di stare con lui,
e questa sua decisione, certamente non facile ma urgente, la
riporterà a Napoli, vicino al rione, a sua madre, a quella miseria
e quella ignoranza dalla quale pensava di essere scappata. Elena è
di nuovo “a casa” e la prossimità con Lila tornerà a essere
necessaria e ingombrante. Farà i conti con il suo passato e forse
troverà la forza di essere indulgente verso quei luoghi e quella
miseria che non conoscono altro che se stessi.
Arriva alla 19°
Festa di Roma con in mano già la Palma
d’oro dell’ultimo Festival di
CannesAnora, la commedia
di Sean
Baker che riscrive le regole del romance e porta
nella contemporaneità la fiaba di quella “gran culo di
Cenerentola” che nel 1990 aveva il sorriso e le gambe
lunghissime di Julia
Roberts e che nel 2024 ha invece il corpo minuto
e sensuale di Mikey Madison, stripper e
prostituta newyorkese che cerca la fortuna tra una lap dance e un
privé.
La storia di Anora, Cenerentola
moderna
La vita di Ani (come le piace farsi
chiamare) procede in maniera abbastanza regolare, tra vita notturna
nello strip-club di Manhattan, e giornate passate a dormire e a
recuperare energie. Una sera al locale dove lavora, data la sua
capacità di parlare russo per via delle sue origini (la nonna era
un’immigrata uzbeka), le viene affidato un cliente molto ricco: il
suo coetaneo Ivan, detto “Vanja”, viziatissimo rampollo di un
oligarca russo, che, attratto dalla ragazza, le offre 15 000
dollari per essere la sua fidanzata per una settimana. I due
trascorrono dei giorni folli, divertendosi come non mai, guidati
dal brio di Ani e dai soldi di Vanja, dediti solo a soddisfare le
proprie voglie, di ogni tipo.
Fino a che a Las Vegas i due
decidono di sposarsi: in questo modo lui non sarà costretto a
rientrare in Russia dai genitori preoccupati, e lei avrà finalmente
una vita agiata e serena, che le permetterà di lasciare il suo
lavoro. Sembrerebbe proprio la fiaba di Pretty
Woman citata sopra, se non fosse che siamo nel
2024 in un film di Sean Baker, e quindi
qualcosa va storto e per Ani e Vanja arriva il momento di pagare il
conto di quella settimana di baldoria e di quel matrimonio
avventato.
Dopo lo splendido Red
Rocket, Sean Baker torna a
raccontare uno degli aspetti del mondo della prostituzione
attraverso la vita e l’indole di Anora, una
giovane donna consapevole e presente a se stessa, che conosce la
vita ma che si concede un piccolo spazio per sognare, nel momento
in cui la sua storia personale sembra prendere una piega
vantaggiosa. È pratica e diretta, capace di contrattare il prezzo
del suo corpo e del suo tempo, vende se stessa con sfrontatezza e
si batte per quello che ritiene suo. Una furia, una forza della
natura, un involucro indistruttibile che nasconde un corpo morbido
di tenerezza e fragilità e che per tutto il film cercherà di tenere
nascosto.
“Quella gran culo di
Cenerentola” non va più di moda
La commedia di Baker rivede il
classico romantico con Julia
Roberts e Richard
Gere, sostituendo ai due affascinanti e intramontabili
miti di Hollywood due ragazzini dal fascino contemporaneo e
sbarazzino che non saranno certo fatti l’uno per l’altra ma che
sono altrettanto indimenticabili. E intanto il regista continua il
suo racconto fiabesco di un’umanità ai margini che cerca il suo
posto in Paradiso: una gita a Disneyland, un ritorno glorioso nel
mondo del cinema per adulti, una vita ricca e agiata che escluda
una volta per tutte la precarietà di doversi vendere per soldi.
Sia
chiaro, Anora non è mai vittima delle
sue scelte di vita. Come accennato sopra, il suo modo di affrontare
il suo lavoro è consapevole e divertito, approccio raccontato con
riuscitissime sequenze in cui la giovane donna si confronta con una
sua collega prendendosi gioco dei clienti, delle loro perversioni,
dei loro versi di piacere, del loro sentirsi forti e virili quando
sono costantemente loro stessi vittime del loro lombi,
posizionando Anora (e le sue colleghe)
in una posizione di assoluto potere. È proprio questa
consapevolezza che rende la protagonista tanto irresistibile,
nonostante la sua talvolta irritante sicurezza.
Jurji e Anora: travolti da un
insolito destino
Sean
Baker gioca con i suoi personaggi e con il genere,
realizzando sequenze mozzafiato e regalando al pubblico personaggi
indimenticabili, su tutti l’Igor di Jurij
Borisov, che resta travolto dall’energia
di Anora e crea da subito con lei
un’alchimia isterica e violenta e allo stesso tempo tenera e
accogliente. Igor rappresenta ciò
che Anora non ha mai conosciuto e per
questo non capisce mai fino in fondo, mai fino quell’ultima
straziante scena che conclude la notte folle attraverso la quale è
stato trascinato lo spettatore.
Se dal punto di vista formale e
narrativo Anora di Sean
Baker è nient’altro che una commedia convincente
(anche se forse troppo dilatata nella seconda parte), con questo
film il regista americano compie un passo in avanti verso
l’immortalità della sua filmografia, riuscendo a tratteggiare dei
personaggi indimenticabili con una precisione emotiva disarmante e
tutta la bellezza delle scoperte lente e preziose: Ani si dischiude
nella sua essenza di fronte allo spettatore, e pian piano, mentre
il film avanza, si mette a nudo completamente, nell’intimo, facendo
sentire nudo, vulnerabile e esposto anche chi la guarda e,
inevitabilmente, alla fine, si innamora.
Ci
sono atti di umanità a cui non ci si può – o non ci si dovrebbe –
sottrare. Anche quando compierli può compromettere la propria
posizione, come ci si potrebbe guardare poi allo specchio o sedersi
tra i propri cari facendo finta di nulla? Il protagonista diPiccole cose come queste,
film diretto dal regista belgaTim Mielantse scritto dall’autore
irlandeseEnda Walsh(sceneggiatore diHunger),
di certo non può, e non vuole. È così che il ritorno sul grande
schermo diCillian Murphydopo
l’Oscar vinto perOppenheimeravviene in nome della fermezza d’animo,
dell’umanità e del fare ciò che è giusto.
L’occasione è una storia basata sul
romanzoPiccole cose da
nulla(2021) diClaire Keegan, in cui si
racconta dello scandalo irlandese legato alleCase
Magdalene, istituti femminili
religiosi per donne ritenute immorali, dove queste ultime venivano
sfruttate e maltrattate. Film d’apertura alFestival di Berlino 2024(doveEmily
Watsonha vinto
l’Orso d’argento per la migliore interpretazione da non
protagonista),Piccole cose come questesi
costruisce dunque sui silenzi e gli sguardi di un’intera comunità,
attraversando toni sommessi e la rigidità data dall’atmosfera
invernale, che non può però raffreddare il cuore del
protagonista.
Il
film ci porta nell’Irlanda del 1985.Bill Furlog(Cillian
Murphy) è un uomo
silenzioso, dall’animo semplice, che ha dedicato la vita al lavoro
(commercia e distribuisce legna e carbone), alla moglieEileen(Eileen
Walsh) e alle loro cinque
figlie. Nei giorni che precedono il Natale, quando Bill entra nel
cortile del convento locale, diretto daSuor Mary(Emily
Watson), per consegnare del
carbone, fa però un incontro che riporta a galla ricordi sepolti
nella sua memoria. Non può ignorarli anche perché lo portano a
scoprire segreti e verità che lo sconvolgeranno. Sarà il momento
per Bill di decidere se voltarsi dall’altra parte o ascoltare il
proprio cuore e sfidare il silenzio di un’intera
comunità.
Il conflitto di un uomo
Ha
il sapore di un racconto diCharles Dickens(Canto di Natale, Oliver
Twist) il film diTim Mielants. Non a caso
l’autore britannico, celebre in particolare per i suoi romanzi
sociali in cui denuncia i mali della società inglese ottocentesca,
viene citato in più occasioni all’interno diPiccole cose
come queste. Il motivo è la
somiglianza tra ciò che entrambi vogliono restituire al proprio
pubblico, con racconti che mirano non solo ad evidenziare certi
orrori avvenuti nell’indifferenza generale, ma anche la necessità
di compiere le giuste scelte quando ci si presenta il momento di
farlo.
Con
questo obiettivo, il film procede sommessamente tra grandi silenzi
e una certa compostezza formale che sembra essere specchio delle
emozioni soffocate del protagonista. Un’ora e mezza di racconto
particolarmente densa, in cui tutto ciò che avviene accade dentro
il cuore e la mente di Bill, conCillian Murphychiamato
dunque a restituire tutto ciò attraverso i suoi sguardi dolenti.
Compito in cui l’attore è notoriamente un maestro, trasmettendo un
senso di disagio crescente e che si svela a poco a poco con
l’esplorazione del suo passato attraverso dei flashback.
Ma
quello strano non è Bill, bensì chi – per un motivo o per un altro
– gli suggerisce di rimanere in silenzio, di volgere altrove lo
sguardo, di convincersi delle menzogne che gli vengono offerte. Per
tutto il film il protagonista è dunque continuamente scisso
tra la tentazione di ascoltare questi consigli e l’ignorarli per
fare ciò che sente moralmente giusto. Non è però il periodo
natalizio a fare di Bill un uomo più buono, cresciuto sin da
piccolo con la consapevolezza che aiutare chi è in difficoltà –
come a suo tempo lo fu sua madre – è l’unico modo per far guarire
un mondo malato.
Cose che non si possono
ignorare
Non
bisogna dunque aspettarsi particolari colpi di scena né tantomeno
improvvisi cambiamenti di registro.Piccole cose come
questetrova la sua forza
proprio nella delicatezza con cui propone il proprio racconto,
quasi come ci venisse sussurrato. Certo, c’è un evidente prima e
dopo rispetto alla sequenza in cui Bill ha finalmente l’occasione
di entrare nel convento di Suor Mary. Un momento del film che vira
verso un registro da horror, con gli spazi scuri e angusti, oltre
ai volti minacciosi delle suore (su cui spicca una
mefistofelicaEmily Watson). Ma è proprio in seguito a questo momento che
i dubbi di Bill iniziano a sciogliersi.
Dopo aver visto l’orrore, ogni sospetto lascia
il posto alla terrificante certezza, che gli impedisce di sedersi a
tavola con le sue figlie sapendo di ciò che ragazze come loro
subiscono. A questo punto lo spettatore giunge al massimo del
coinvolgimento possibile, desideroso di scoprire quale scelta
compirà il protagonista, poiché se da un lato scegliere fare la
cosa giusta sembra scontato, dall’altra i motivi per non farla
sarebbero molti e tutti apparentemente validi. Di certo, è anche
nel portare lo spettatore a domandarsi cosa avrebbe fatto al posto
di Bill che il film si dimostra riuscito nei suoi
intenti.
Sono le piccole cose come queste a
fare la differenza
Piccole cose come
queste, come anticipato, ci
narra una storia vera, ma andando oltre di essa risulta difficile
non attualizzare il conflitto di Bill all’oggi, ad una società che,
davanti a terribili guerre, si divide in chi volge lo sguardo
altrove e in chi invece tende una mano al prossimo. Sono le piccole
cose come queste del titolo a fare la differenza, molto più di
quelle “grandi”. Azioni e gesti quotidiani che infondono speranza e
salvano l’umanità, come specie e come natura. Il film ce lo ricorda
con grande eleganza, regalandoci un protagonista tutt’altro che
perfetto, ma che proprio per questo può essere di grande
esempio.
Venom: The Last Dance è
al cinema. Il film, che segna un nuovo capitolo all’interno
dell’universo
di Spider-Man targato Sony
arriva infatti in tutte le sale italiane a partire da oggi, 24
ottobre.
Questo terzo e conclusivo tassello della trilogia dedicata al
simbionte alieno più famoso dei fumetti, che arriva sul grande
schermo a seguito dei successi di pubblicoVenom del
2018 e Venom: La furia di
Carnage del
2021, rappresenta appunto anche il quinto tassello
del Sony’s
Spider-Man Universe.
Nonché l’esordio in cabina di regia della sceneggiatrice e
produttrice dei film precedenti Kelly
Marcel,
scelta in questo caso per reggere il timone della nuova avventura
della saga.
Accanto a Tom
Hardy, che torna nei panni del tormentato giornalista
Eddie Brock nuovamente alle prese con il suo alter ego alieno,
troviamo un cast stellare che include volti noti
come Peggy Lu e new entry del calibro
di Juno
Temple – già conosciuta per produzioni
quali Fargo e Ted
Lasso – e Chiwetel
Ejiofor, quest’ultimo ben noto agli appassionati
del Marvel Cinematic
Universe per la sua partecipazione
a Doctor
Strange. Per un film che, caratterizzato dalla
consueta oscurità umoristica tipica del franchise, arriva dunque al
cinema per scrivere i titoli di coda di un progetto lungo 6 anni.
Progetto che – va sottolineato – è indubbiamente riuscito a
fidelizzare il proprio pubblico di riferimento, raccogliendo però
scarsi consensi critici.
La trama di Venom: The Last
Dance
Venom: The Last Dance
Eddie Brock e Venom, ormai un duo
indissolubile, si trovano a dover affrontare la minaccia più grande
che abbiano mai incontrato: Knull, il dio dei simbionti. Il
malvagio essere, prigioniero in un’altra dimensione, ha inviato un
esercito di creature oscure sulla Terra con l’obiettivo di
recuperare la chiave che lo libererà dalla sua prigione: il Codex.
Un antico artefatto che si cela proprio dentro al corpo di
Eddie.
Per proteggere l’umanità e se
stessi, i due protagonisti sono dunque costretti alla fuga. E nel
corso del loro peregrinare, che li porterà dritti dritti a Las
Vegas in compagnia di una bizzarra famiglia dalle ossessioni
aliene, dovranno fare i conti con le ingerenze di soldati e
scienziati. Nei pressi dell’area 51, ormai in fase di
smantellamento, si nasconde infatti una base militare e scientifica
sotterranea che da tempo studia i segreti dei simbionti. Ed è qui,
o meglio qualche metro più in superficie, che si consumerà la prima
grande battaglia per il destino di Venom e della razza umana.
Venom: The Last Dance vs cinecomic
fatigue
Sta diventando sempre più
complicato ragionare su opere quali Venom: The Last
Dance. Non tanto per questioni legate allo spessore
qualitativo del film – senz’altro lontano dalle preferenze dei
palati cinefili più fini, ma a ben vedere altrettanto distante dal
desiderio di soddisfare i gusti di un certo tipo di pubblico.
Quanto per il processo di sconfortante e di fatto interminabile
omologazione di cui quest’ultimo capitolo, di fatto, rappresenta
solo la nuova, deprimente, declinazione.
L’ormai sempre più frequente
rischio di ripetitività che corre qualsiasi tentativo di rendere
conto di un testo-film di questo tipo, infatti, ha radici profonde.
Che di certo non affondano nel ben poco fertile terriccio
predisposto dalla novella regista Kelly
Marcel. Ma che in Venom: The Last
Dance, in ogni caso, trovano l’ennesima conferma di una
maniera di modellare la materia cinematografica che “in
casa Marvel”, si tratti
dell’uno o dell’altro universo, ha intrapreso una parabola
discendente che il SSU sta perfino
contribuendo ad aggravare.
Venom: The Last Dance non lascia
spazio alla discussione
Sforzandoci dunque di tralasciare
qualsiasi disamina di natura tecnico-registica – dal momento che,
specie su questo fronte, il film
di Marcel lascia davvero poco alla
discussione (tanto per scarsità di idee, quanto per un senso di
generale “mestieranza” i cui dettami sembrano provenire dall’alto e
lasciare dunque pochissimo margine a velleità autoriali di
qualsiasi tipo) – è forse più utile osservare Venom:
The Last Dance nei termini di manifesto dello stato di
generale confusione e bulimia produttiva di un certo tipo di
distribuzioni.
Perché se è forse innegabile che,
rispetto ai predecessori, questo terzo capitolo prova anche solo
vagamente a delineare i contorni di una più concreta struttura
narrativa e dare quindi un senso di continuità alle diverse
“situazioni” che si avvicendano lungo l’arco dei 97 minuti di
durata (mid-credit esclusa), è altrettanto vero che la creatura
di Marcel, a dirla tutta fedele alla natura
parassitaria dell’alieno di cui ci canta le gesta, tenta in ogni
modo (ma con scarsi risultati) di legarsi a toni e immaginari
cinematografici vari che possano conferirle una maggiore
solidità.
In bilico tra cinecomic standard,
road-movie, commedia esuberante e
action-sci-fi, Venom: The Last
Dance prova insomma a cambiare pelle in più di
un’occasione. Cercando perfino, nelle battute finali, di dare una
brusca sterzata emotiva attraverso un montaggio in stile videoclip
che poco ha però a che fare con quanto mostrato a schermo fino a
quel momento. Quasi un tentativo, per certi versi disperato, di
congedare una versione del protagonista (o dei protagonisti) che
però difficilmente rimarrà negli annali.
Taylor Polidore Williams e
Crystle Stewart sono le protagoniste della nuova soap
opera di Tyler Perry Beauty
in Black su Netflix, nei panni di due donne molto
diverse le cui vite si intrecciano in modo inaspettato. Perry ha
prodotto la serie nell’ambito della sua collaborazione creativa con
Netflix. In base al loro accordo pluriennale, Perry è incaricato di
scrivere, dirigere e produrre film e serie TV, e Beauty in
Black è l’ultimo progetto nato da questa collaborazione. La
prima parte della nuova serie sarà disponibile su Netflix il 24
ottobre e sarà composta da 16 episodi della durata di un’ora.
Ambientata ad Atlanta, Beauty in
Black ruota attorno a due donne con percorsi di vita molto
diversi. Una di loro, Kimmie, sta lottando per sopravvivere dopo
essere stata cacciata di casa dalla madre, mentre l’altra, Mallory,
gestisce con successo un’attività in proprio. In poco tempo, le due
donne finiscono per essere coinvolte nelle vite l’una dell’altra.
Polidore Williams e Stewart sono le protagoniste dell’ultimo
progetto Netflix di Perry, nei ruoli principali di Kimmie e
Mallory, ma sono affiancate da un cast di attori di grande talento,
tra cui Ricco Ross, Debbi Morgan e Richard Lawson.
Taylor Polidore Williams nel
ruolo di Kimmie
Attrice: Taylor Polidore
Williams è nata a Houston, in Texas, e ha ottenuto il suo primo
ruolo importante interpretando la cacciatrice di taglie Dallas Ali
nella serie crime drama della FX Snowfall. Ha anche
interpretato Lisa nella serie di supereroi della CW Black
Lightning, ha doppiato Clara nel cartone animato della
Nickelodeon It’s Pony e ha interpretato il ruolo principale
di Camille nella serie drammatica soprannaturale della Allblk
Wicked City. Ha già lavorato con Perry quando ha
interpretato il ruolo secondario di Rona nel suo thriller
drammatico Divorce in the Black.
Personaggio: Polidore
Williams recita in Beauty in Black in uno dei ruoli
principali, quello di Kimmie. Kimmie sta lottando per sbarcare il
lunario dopo essere stata cacciata di casa dalla madre autoritaria.
Finisce per trovare lavoro come ballerina esotica e cade nel mondo squallido di un
famoso strip club di Magic City. Sebbene la storia sia pura
finzione, Perry è stato influenzato da storie di vita reale
ambientate in strip club di tutto il mondo.
Crystle Stewart nel ruolo di
Mallory
Attrice: Crystle Stewart è
nata a Houston, in Texas, e ha debuttato con il ruolo
dell’agente immobiliare Leslie Morris nella serie drammatica della
OWN/TBS For Better or Worse, anch’essa creata da Perry.
Ha interpretato Frankie nel cast principale della serie TLC di
Perry Too Close to Home e ha recitato al fianco di Taraji P.
Henson nel thriller psicologico Acrimony, scritto, prodotto
e diretto da Perry. Prima della carriera di attrice, Stewart ha
vinto il titolo di Miss USA 2008 e ha rappresentato gli Stati Uniti
a Miss Universo 2008, dove è entrata nella top 10.
Personaggio: Stewart
interpreta Mallory, l’altra protagonista di Beauty in Black
al fianco di Polidore Williams. Mentre Kimmie è a corto di soldi e
fatica ad arrivare a fine mese, Mallory gestisce con successo la
sua attività di cura dei capelli. Le due donne, con stili di vita
molto diversi, sono messe a confronto e costituiscono la trama
drammatica della serie. Mallory ha molto successo all’apparenza, ma
ha difficoltà a tenere unita la sua ricca famiglia. Alla fine, con
il proseguire della serie, le vite di Kimmie e Mallory si scontrano
in modi inaspettati.
Ricco Ross nel ruolo di
Horace
Attore: Ricco Ross è nato a
Chicago, Illinois, e ha raggiunto il successo con il ruolo del
soldato Frost nelfilm d’azione di fantascienza Aliens di James Cameron. Ross ha interpretato altri ruoli
minori in film come Fierce Creatures, dove interpreta un
giornalista televisivo, Mission: Impossible, dove interpreta una
guardia di sicurezza, e Death Wish 3, dove interpreta un cubano.
Tra i precedenti ruoli televisivi di Ross figurano il pastore R.J.
Gilfield nella serie drammatica P-Valley, Greg Dacosta nel cast
principale della serie televisiva britannica Westbeach e il ruolo
ricorrente di Liftman Coneybear nella terza stagione della serie
drammatica Jeeves and Wooster.
Personaggio: Ross interpreta
un ruolo secondario fondamentale nel cast di Beauty in Black
nei panni di Horace. Horace facilita il primo grande punto di
svolta nell’arco narrativo del personaggio di Kimmie. È un cliente
abituale dello strip club dove lei lavora. Quando lei incrocia la
sua strada, lui finisce per cambiarle la vita.
Debbi Morgan nel ruolo di
Olivia
Attrice: Debbi Morgan è nata
a Dunn, nel North Carolina, e ha raggiunto il successo con il
ruolo di Angie Baxter-Hubbard nella soap opera di lunga durata
della ABC All My Children. Morgan è stata la prima
afroamericana a vincere il Daytime Emmy Award come migliore attrice
non protagonista in una serie drammatica per il ruolo di Angie nel
1989. Morgan ha anche interpretato la Veggente nelle stagioni 4 e 5
di Charmed, Mozelle Batiste-Delacroix in Eve’s Bayou
(che le è valso un Independent Spirit Award) ed Estelle Green nella
serie crime drama di Starz Power e nel suo spin-off,
Power Book II: Ghost.
Personaggio: In Beauty in
Black, Morgan interpreta Olivia. Olivia è una delle
protagoniste femminili al fianco di Kimmie e Mallory. Morgan
collabora spesso con Perry, avendo già recitato in Divorce in the
Black e American Gangster Presents: Big 50 – The Delrhonda Hood
Story.
Richard Lawson nel ruolo di
Norman
Attore: Richard Lawson è
nato a Loma Linda, in California, e ha debuttato con il ruolo di
Willis Daniels nel sequel horror blaxploitation Scream Blacula
Scream. Lawson è noto soprattutto per aver interpretato Ryan nel
film horror Poltergeist e il dottor Ben Taylor nella
miniserie della NBC V. Ha anche recitato in ruoli secondari
importanti in film come Coming Home, Streets of Fire,
How Stella Got Her Groove Back e Guess Who.
Personaggio: Lawson
interpreta Norman in Beauty in Black. Norman è un
personaggio secondario importante nell’ensemble. Lawson è uno degli
attori più esperti del cast.
Beauty In Black Cast secondario
e personaggi
Amber Reign Smith nel ruolo di
Rain: Amber Reign Smith appare nel cast di Beauty in
Black nel ruolo di Rain. Smith ha precedentemente interpretato
Queenie in Outlaw Posse, Roma in Wu-Tang: An American
Saga, Bebe Thompson in Rap Sh!t e Kiara in The Other
Black Girl.
Steven G. Norfleet nel ruolo di
Charles: Charles è interpretato da Steven G. Norfleet. Norfleet
è noto soprattutto per aver interpretato Paul de Pointe du Lac in
Intervista col vampiro, O.B. Williams nella miniserie HBO
Watchmen e Cecil Franklin in Genius.
Julian Horton nel ruolo di
Roy: Roy è interpretato da Julian Horton. Horton ha
precedentemente interpretato Orlando Bishop in National
Champions e Jayce nel film TV Ruined.
Terrell Carter nel ruolo di
Varney: Terrell Carter appare in Beauty in Black
nel ruolo di Varney. Carter ha già lavorato con Perry quando ha
interpretato il reverendo Carter nel film di Madea Diary of a
Mad Black Woman. Ha anche interpretato Kevin Campbell nella
versione televisiva di Shooter.
Presentato al Festival di Cannes 2024 è arrivato
nelle nostre sale il 24 ottobre, Parthenope, il
nuovo film di Paolo Sorrentino è stato un
evento accolto con più entusiasmo all’estero che in patria, visto
che non è raro che nessuno è profeta in patria, anche ai livelli
altissimi raggiunti dal cinema di Sorrentino.
Il regista partenopeo di adozione
romana evoca un lirismo frammentato, per alcuni ridondante e
autoreferenziale, ma ha anche un’anima punk che gli impedisce di
essere incasellato in un sistema. Non si fa scrupoli a fare suo
qualsiasi argomento. E poi, è un uomo dotato di una sensibilità
superiore a quella comune, che nota e intuisce frequenze emotive e
sfumature di significato accessibili a pochi. Una visione fatta di
tante domande e pochissime risposte, perché Sorrentino è un uomo
votato al dubbio, proprio come i suoi film. Ed è forse per questo
che la frenetica ricerca di “senso” al termine della visione di
Parthenope lascia spesso interrogativi ancora
aperti e un sapore amaro in bocca.
Il film con protagonista
Celeste della Porta si distingue, a livello
formale, per la sua netta divisione in due macro sezioni, la prima
prettamente narrativa, che segue la giovinezza di questa fanciulla
inafferrabile. La seconda, decisamente più interessante e
enigmatica, che abbraccia a piene mani la metafora di una
donna/città che si fa attraversare da tutte le sue anime.
Parthenope nasce in mare e cresce sulla costa, alimentata dal
bello, la cultura, i giochi d’infanzia con suo fratello e il suo
migliore amico, in questa specie di triangolo incestuoso in cui
nessuno davvero si immerge.
Il vero significato di
Parthenope
Ma dopo il traumatico avvenimento
centrale, Parthenope diventa Napoli, che senza
essere mai catturata nella sua essenza si fa toccare da ognuno dei
suoi “luoghi comuni”. La fanciulla entra in contatto quindi con le
anime della città, in quelli che sembrano episodi slegati,
indipendenti l’uno dall’altro, ma tutti che fanno riferimento alla
ricchezza e alla molteplicità di Napoli. Nel realizzare il suo
Roma, in continuo accostamento (forse solo degli altri) a Fellini,
Sorrentino scompone la sua città: la fede, la ricchezza, la mala
vita, la cultura, l’accademia, lo sport, la vita e la morte, la
musica e l’arte. Ogni “episodio” che vede protagonista il
personaggio di Celeste della Porta vede
rappresentata una delle caratteristiche della città. Una grande
metafora della ricchezza composita e inafferrabile della splendida
ninfa nata dal mare.
Parthenope di Paolo Sorrentino – Foto Credit Hollywood Authentic/
Greg Williams
La spiegazione del finale di
Parthenope
Nel finale del film, Sorrentino
torna alla narrazione classica, attraverso il personaggio di
Stefania Sandrelli, una Parthenope non più
giovane, ma saggia e risolta, che una volta raggiunta la pensione
torna a Napoli e si pacifica con lei. La giovinezza, l’età verde in
cui tutto è possibile, è passata ma guardando la città intorno a
sé, la donna si rende conto che esiste una eredità in essa, proprio
per il fatto che l’ha attraversata così in profondità, l’ha
indossata come la preziosissima mitra che porta con regalità in una
delle sequenze più discusse del film, e con fierezza è diventata
una sola cosa con Napoli.
Come detto in apertura, Paolo
Sorrentino non è un uomo di risposte, ma di domande, e sebbene le
spiegazioni siano sempre appaganti, il dubbio e l’interpretazione
delle sue opere rimarrà sempre uno degli aspetti più interessanti
della sua produzione.
“L’ingegneria dei videogiochi
mette in campo una vera e propria creazione di un mondo, oggi,
molto più che un film. L’estetica di un gioco per me è una delle
forme espressive più interessanti in
circolazione”.Con
queste parole il regista Harmony
Korine presentava il suo film AGGRO
DR1FT al Festival di
Venezia nel 2023. Un esperimento, il suo, che
contribuiva alla spinta verso un superamento del cinema così come
lo conosciamo verso una maggiore ibridazione con l’arte, l’estetica
e le regole dei videogiochi. Poco più di un anno dopo, ecco
arrivare Grand Theft Hamlet, un documentario
realizzato interamente all’interno di un videogioco e basato su uno
spettacolo teatrale, anch’esso avvenuto nel medesimo ambiente
virtuale.
Si tratta dell’esperimento
realizzato da Pynny
Grylls e Sam Crane, con la
partecipazione dell’attore Mark Oosterveen,
che si configura come nuova clamorosa dimostrazione di quanto
profetizzato da Korine. Già da tempo, in realtà, il cinema ha
ripreso a piene mani certe dinamiche dei videogiochi per includerle
all’interno delle proprie convenzioni. Film come Source
Code o Edge
of Tomorrow ne sono un esempio. Ma
con Grand Theft Hamlet si giunge a
qualcosa di completamente nuovo, un post-cinema che apre ad una
serie di scenari particolarmente entusiasmanti e ad una serie di
riflessioni su quella che di qui a pochi anni potrebbe diventare
una realtà molto più diffusa.
La trama di Grand
Theft Hamlet
Gennaio 2021. Il Regno Unito è al
suo terzo lockdown. Per gli attori
teatrali Mark e Sam,
il futuro appare desolante. Il primo – single e senza figli – è
sempre più isolato socialmente, mentre Sam è in preda al panico per
il mantenimento della sua giovane famiglia. Insieme, trascorrono le
loro giornate nel mondo digitale online di Grand Theft
Auto e quando si imbattono in un teatro, hanno
improvvisamente l’idea di mettere in scena una produzione completa
di Amleto all’interno del
gioco. Grand Theft Hamlet racconta
dunque la loro ridicola, esilarante e commovente avventura, mentre
combattono contro violenti truffatori e scoprono sorprendenti
verità sulla vita, sull’amicizia e sul potere duraturo di
Shakespeare.
Fuga dal mondo reale
Ci si potrebbero scrivere pagine e
pagine su un film (anche se chiamarlo tale è riduttivo)
come Grand Theft Hamlet, per cui cerchiamo di
andare con ordine. Partiamo con il dire che – come avranno intuito
gli appassionati – il videogioco all’interno del quale si svolge il
racconto proposto da Grylls, Crane e Oosterveen
è GTA, ovvero Grand Theft
Auto, una serie di videogiochi action-adventure open
world, tra le più famose di tutti i tempi, in cui il giocatore
controlla un fuorilegge e la sua ascesa nella criminalità
organizzata, portando a termine specifiche missioni o anche
semplicemente dandosi alla pazza gioia girovagando per la città.
Pazza gioia che, normalmente, prevede l’infrangere ogni regola
possibile.
Di questo videogioco esiste anche una versione online, dove singoli
utenti possono dunque incontrarsi, interagire – e soprattutto
uccidersi brutalmente a vicenda – in un mondo virtuale in cui tutto
è concesso, compreso l’allestire uno spettacolo teatrale, come
dimostrato dagli autori di Grand Theft
Hamlet. La volontà di Crane e Oosterveen, nata
dall’esigenza di contrastare la depressione data dal periodo del
Covid-19 nasce dunque come una vera e propria evasione dalla
realtà, ritrovando in GTA Online il luogo ideale dove poter fare
tutto ciò che in quel preciso momento storico non era possibile
fare nella realtà.
Si sviluppano già da qui una serie
di riflessioni sui mondi virtuali oggi disponibili, in cui è
possibile entrare con degli avatar (impossibile non pensare, su questo tema,
all’esemplare Avatar di James
Cameron). Nel momento in cui il mondo reale diventa un
luogo sempre più ostile, tra guerre, malattie e preoccupanti
scenari politici, ecco allora che le realtà virtuali diventano dei
luoghi utopici in cui poter trovare riparo, lasciandosi alle spalle
ogni preoccupazione. Certo, si tratta a suo modo di una fuga,
quando sarebbe più costruttivo cercare di risolvere le
problematiche del mondo, ma difficile non comprendere le ragioni
che portano a sceglierla, specialmente dinanzi ad una situazione
come quella del lockdown che non offre alternative.
Benvenuti nell’epoca del
post-cinema
Andando nel merito del film, però,
la prima cosa che colpisce è come sia stata riposta grande
attenzione nel replicare la grammatica cinematografica, con tutta
l’ampia gamma di inquadrature possibili, dai totali ai primi piani.
Regole che da tempo il mondo dei videogiochi ha ereditato,
rielaborandole e riproponendole però a modo proprio. L’effetto è
straniante, ma anche fortemente affascinante, in quanto ci porta a
vivere un vero e proprio cortocircuito sulla natura di ciò che
stiamo guardando. Non è live action, non è animazione, è il frutto
di un progresso tecnologico che promette di rivoluzionare
completamente l’arte del fare cinema.
Data la grande definizione e cura
dei dettagli che i videogiochi di oggi riescono a proporre, non è
impensabile l’idea che sempre più produzioni cinematografiche
possano affidarsi a queste possibilità virtuali per realizzare le
proprie storie, potenzialmente abbattendo enormemente i normali
costi che oggi si hanno. Divertente, a tal proposito, il dettaglio
dell’avatar di Pynny Grylls che, in
quanto regista del documentario, è presente in scena intenta a
svolgere le riprese (ovviamente finte) con uno smartphone.
Chiariamoci, il cinema per come lo conosciamo oggi, fatto di attori
in carne ed ossa e set tangibili, non sarà mai del tutto
sostituito, ma di certo è evidente che siamo sulla via di una
progressiva co-esistenza di queste realtà.
Grand Theft
Hamlet lo dimostra ampiamente, proponendoci un gioco
al quale si partecipa volentieri, tranquillizzati da ciò che in
esso ci è familiare e ammaliati dalle sue evidenti particolarità.
Un contrasto perfettamente rappresentato anche dalla volontà di
mettere in scena un testo classico per eccellenza come
l’Amleto di William
Shakespeare all’interno di un contesto ultra
contemporaneo. Tutti elementi che rendono il film semplicemente
imperrdibile, per alcuni probabilmente respingente, ma di certo
inevitabile dimostrazione delle possibilità del cinema del futuro
(o meglio, del presente).
Un film che si interroga anche
sull’elemento umano
Grand Theft
Hamlet è dunque prima di tutto un’esperienza visiva,
certo, ma nel corso c’è anche spazio in più occasioni per una
riuscita comicità – specialmente per via della frequente violenza
gratuita a cui gli utenti non sanno resistere -, e si ha occasione
di scoprirsi partecipi delle preoccupazioni di Sam e Mark per il
futuro. Preoccupazioni di carattere umano, che l’atto di
estraniarsi nel gioco non riesce a far dimenticare del tutto. Da
questo punto di vista, il film è allora anche un indicatore di dove
l’umanità stia andando, di come si tenda a perdere di vista
l’importanza di un reale rapporto e dunque la necessità di
preservarlo. Perfetto esempio, a riguardo, è la scelta di Pynny e
Sam di uscire dal gioco che stanno svolgendo in stanze diverse
della stessa casa e incontrarsi per davvero.
Di certo, in conclusione, torna
profetica un’altra affermazione di Harmony
Korine – stavolta
nel presentare Baby Invasion, un film
girato come uno sparatutto in prima persona: “Il motivo
per cui stiamo iniziando a vedere Hollywood crollare dal punto di
vista creativo è perché […] sono così chiusi nelle convenzioni, e
tutti quei ragazzi che sono così creativi ora troveranno altri
percorsi e andranno in altri posti perché i film non sono più la
forma d’arte dominante”. Da persona follemente lucida
quale si è dimostrato, ha probabilmente ragione. È all’arte del
videogioco e alle sue infinite possibilità che dobbiamo guardare
per capire come potrebbe essere il cinema di
domani. Grand Theft Hamlet ne è un
validissimo esempio.
Nel caos di film, serie e prodotti
audiovisivi che ogni giorno affollano i nostri schermi, è facile
rimanere storditi e finire con il sentirsi anestetizzanti nei
confronti di certe narrazioni o immagini. Ecco perché l’arrivo di
un film come Flow – Un mondo dasalvare è da salutare
con grande entusiasmo, in quanto riporta gli spettatori alla
riscoperta di una dimensione artistica in cui è ancora possibile
provare sincero stupore. Una dimensione che si basa sugli elementi
primari a partire dai quali fare di necessità virtù e realizzare
così un’opera capace di parlare a tutti in modo sincero e
diretto.
Gints Zilbalodis, regista lettone già distintosi nel
campo dell’animazione grazie a diversi cortometraggi e ad
Away, suo film d’esordio, ci consegna con questa sua opera
seconda un film magnifico per numerevoli ragioni, che andremo qui
di seguito ad esplorare proprio come i protagonisti di Flow – Un
mondo da salvare esplorano gli ambienti con cui entrano in
contatto. Dopo essere stato presentato con successo nella sezione
Un Certain Regard del Festival di Cannese aver vinto
l’Oscar come Miglior film d’animazione, questo si conferma
un’esperienza da non perdere, di quelle che ormai al cinema capita
di fare poche volte.
La trama di Flow – Un mondo da
salvare
Il mondo sembra volgere alla
termine, brulicante di tracce della presenza umana ma completamente
privo degli umani stessi. Protagonista del racconto è infatti un
gatto, animale solitario che si ritroverà suo malgrado a vivere la
più imprevedibile delle avventure. Un’alluvione senza precedenti
sommerge infatti il mondo, costringendo il felino a trovare riparo
in una barca su cui si trovano però anche altre specie animali.
Nonostante le loro differenze, si troveranno a dover fare squadra,
navigando attraverso mistici paesaggi sommersi e affrontando le
sfide proposte da questo nuovo mondo.
Una scena dal film Flow – Un mondo da salvare
Una fiaba per riscoprirsi parte
del mondo
Flow, il flusso, quello
dell’alluvione che sommerge le terre ma anche quello che scorrendo
ci porta a vivere l’avventura a cui siamo destinati. Partendo da
questo principio, tutto il film è un continuo movimento
(mozzafiato) – della macchina da presa, delle correnti d’acqua, dei
personaggi, della barca su cui hanno trovato riparo – che porta ad
attraversare non solo ambienti diversi ma anche differenti stati
d’animo. Li viviamo a partire dall’esperienza che ne fanno gli
adorabili protagonisti – un gatto, un cane, un lemure, un capibara
e un uccello – e potendo così osservare il modo in cui il viaggio
li cambia.
Zilbalodis ha infatti concepito il
film come un vero e proprio road movie, un’avventura dal
grande fascino visivo – merito di un’animazione “grezza” e onirica,
che trova proprio in queste sue particolarità il proprio valore –
che partendo da premesse narrativi semplici (ma mai
semplicistiche!) sprigiona davanti ai nostri occhi una serie di
tematiche che vanno dalla natura alla sua salvaguardia e fino
all’importanza del fare squadra dinanzi alle avversità, superando
ogni possibile e sciocca differenza. Perché pur non essendo
minimamente antropomorfizzati, gli animali protagonisti non possono
non ricordarci delle precise qualità umane, dall’isolamento
all’avidità.
Una fiaba, dunque, che – come tutte
le fiabe – parla di noi e della nostra contemporaneità. Lo fa però
in modo assolutamente privo di moralismi, adoperando un’innocenza a
cui non si può rimanere estranei e attraverso una serie di idee e
precise scelte di messa in scena particolarmente convincenti. Una
fiaba capace di divertire, commuovere e anche incutere timore,
grazie anche alle musiche dello stesso Zilbalodis e di
RihardsZalupe, che forniscono un accompagnamento
sonoro estremamente suggestivo, perfettamente combinato con le
tante sonorità naturali che animano il film.
Una scena dal film Flow – Un mondo da salvare
Il linguaggio delle
emozioni
Non ha bisogno di dialoghi
Zilbalodis, così come non ne ha avuto bisogno per il suo primo
lungometraggio, Away. Portando avanti un’attenta ricerca
sull’immagine, il regista e il suo team riescono brillantemente
nell’obiettivo di realizzare un film che, affidandosi unicamente
alle immagini e ai suoni, riesce a comunicare con grande forza i
propri messaggi e le proprie emozioni senza il bisogno di alcun
orpello in più. Motivando il suo totale rifiuto del parlato nelle
proprie opere, il regista ha spiegato che di un film ciò che
ricorda meglio sono le scene silenziose che si fondano
sull’eloquenza delle immagini.
Ed è così anche per Flow – Un
mondo da salvare, che offre una serie di quadri di
straordinaria bellezza, capaci di rimanere impressi nella mente per
i loro colori e tutti gli altri elementi che li compongono, che
siano la foresta selvaggia, le architetture umane o gli espressivi
occhi dei protagonisti. Non si avverte dunque mai la mancanza di un
dialogo, di una voce umana, non solo perché Flow – Un mondo da
salvare è già così meravigliosamente ricco a livello sonoro, ma
anche perché da un certo punto in poi ci sembra di poter davvero
comprendere i versi degli animali e ciò che vogliono dire.
Soprattutto, però, assistiamo alla
loro evoluzione nel modo più corretto: osservandola attivamente.
Del gatto protagonista, ad esempio, non viene mai detto a parole
“ricerca la solitudine, imparerà ad amare il gruppo”, ma assistiamo
a questo cambiamento giungendo noi stessi a questa conclusione,
vedendolo passare dal suo solitario specchiarsi nell’acqua al farlo
in compagnia dei suoi nuovi amici. Questo vale in realtà per ogni
valore che il film vuole trasmetterci, riuscendo a farlo proprio
perché trova il modo di comunicarlo in modo universale, parlando il
linguaggio delle emozioni anziché quello delle parole.
Flow – Un mondo da salvare è una
carezza al cuore
Flow – Un mondo da salvare è
allora davvero un film che merita di non passare inosservato, di
non finire schiacciato dalla mole di titoli che ogni giorno si
accalcano in sala o sulle piattaforme venendo divorati e ben presto
dimenticati. Zilbalodis ci consegna un’opera speciale, tra le più
importanti di quest’anno cinematografico, che chiede allo
spettatore di non forzarsi nella ricerca di determinati significati
ma di abbandonarsi al flusso dell’esperienza proposta. Un’opera che
nel suo “tornare alle origini” di un’arte rispolvera un senso della
meraviglia troppo spesso perduto, qui ritrovato e proposto come la
più gentile delle carezze al cuore.
Virgin
River ha ottenuto un rinnovo record. La serie romantica
di Netflix, che ha debuttato nel 2019, è basata sulla
serie di romanzi omonima di Robyn Carr e segue le vite degli
abitanti di una piccola città nel nord della California. Il cast
principale della serie, che è già pronto a continuare con la
prossima Virgin River – stagione 6, include Alexandra
Breckenridge, Martin Henderson, Colin Lawrence, Annette O’Toole,
Tim Matheson e Ben Hollingsworth.
Secondo Deadline, Netflix ha ufficialmente rinnovato
Virgin River per una settima stagione di 10 episodi. La
notizia arriva quasi due mesi prima della premiere della sesta
stagione. Questo rinnovo farà sì che la serie batta il record della
piattaforma di streaming per la serie drammatica in lingua inglese
più longeva, eguagliando le sette stagioni della commedia Grace
and Frankie e della serie drammatica Orange is the New
Black.
L’unica altra serie ad aver avuto
più stagioni è il teen drama spagnolo Elite, che si è concluso a
luglio dopo otto stagioni. Virgin River è ora anche la serie
originale più longeva di Netflix.
Cosa significa il rinnovo di
Virgin River per Netflix
Le serie future potrebbero
avere una possibilità
Una cosa per cui Netflix è
diventata famosa è la chiusura delle sue serie dopo poche stagioni.
Già nel 2019, THR riportava che molte delle serie della piattaforma,
anche quelle con un forte seguito, venivano cancellate alla
terza o quarta stagione per una serie di motivi finanziari, tra
cui evitare di rinegoziare i contratti dei talenti e non pagare
compensi più alti a chi lavora davanti e dietro la telecamera.
Questo potrebbe anche essere il motivo che ha portato alla
creazione di spin-off di serie cancellate o in fase di conclusione,
tra cui lo spin-off di Big Mouth, Human Resources, e
il prequel di Money Heist, Berlin.
Alcune delle serie popolari
della piattaforma sono riuscite a raggiungere una longevità contro
ogni previsione.
Il fatto che sia in fase di
sviluppo uno spin-off prequel, incentrato sui genitori di Mel
(Breckenridge), avrebbe potuto segnare la fine della serie
drammatica. Tuttavia, l’annuncio che il cast di Virgin River
si riunirà ancora una volta per una settima stagione continua a
sottolineare il fatto che alcune delle serie popolari dello
streamer sono in grado di raggiungere una longevità contro ogni
previsione.
Dopo l’anteprima
internazionale al Festival
di Cannes 2024, arriva in
sala Parthenope, l’ultimo inafferrabile e
affascinante lavoro di Paolo
Sorrentino, che dopo E’
stata la mano di Dio, rimane nella sua città per
raccontarla da un punto di vista diverso. Nel film precedente, il
regista aveva inquadrato la Napoli della sua infanzia, della sua
adolescenza, intorno a un racconto molto personale e intimo, qui
invece Sorrentino tenta la strada dell’allegoria in
cui Parthenope è Napoli e Napoli è
Parthenope, una donna splendida e inafferrabile e
inconoscibile che si muove trai piani dell’esistenza.
Il film è il racconto
della vita di questa donna dal nome rivelatore, nasce nel mare,
forse dal mare, ai piedi del Vesuvio e come la città che la vede
nascere ha molte facce, molti mondi e desideri. Dalla sua nascita,
nel 1950, ai giorni nostri, la donna cresce e progredisce,
attraversando l’esistenza e i suoi misteri.
Parthenope è nettamente
diviso tra storia e metafora
In una durata importante
ma doverosa (e mai
fastidiosa), Sorrentino dipana un doppio
racconto, scandito da un evento tragico e trasformante e che divide
a tutti gli effetti il film in un primo e un secondo
tempo, in cui la prima parte è un classico
racconto di formazione che cede il passo, nella
seconda metà, a una storia frammentata, metaforica, più evocativa e
poetica, senza dubbio più interessante ma anche meno
comprensibile.
Un film che si trasforma
da racconto di formazione in viaggio, strutturato in tappe nelle
quali Parthenope incontra tanti aspetti dell’umanità. Fa i conti
con la fede, quella popolare e quella politica, con la blasfemia,
con la cultura accademica, con il mondo dell’arte e della
recitazione, con la mafia addirittura, con il calcio, con
l’antropologia. Sospesa, come l’interpretazione della
splendida Celeste della Porta, non si fa
conoscere né attraversare da nessuno, preferisce la risposta a
effetto, la frase fatta e indimenticabile piuttosto che la verità,
ma da tutti assorbe conoscenza e sapere, esperienza, e accumula
così storia, proprio come Napoli, dai mille colori e sapori e mai
comprensibile appieno.
“A tien’ na cos’ a
racconta’?”
Paolo
Sorrentino sembra dimenticare è il fine ultimo del
racconto. In E’
stata la mano di Dio, Antonio
Capuano diceva: “A tien’ na cos’ a
racconta’?”, ovvero “Hai qualcosa da raccontare?” a un
titubante Fabietto. Ebbene questo sembra
proprio quello che manca a Sorrentino, in questo film, ovvero “la
cosa” da raccontare. E questo problema si avverte principalmente
nell’andamento ondivago del film, soprattutto nella seconda parte,
meno coesa da un punto di vista narrativo.
Un altro aspetto critico
ma interessante di Parthenope è il
linguaggio. Sorrentino si ostina a presentare dei personaggi che
parlano tutti alla stessa maniera, assertivi e vuoti, per frasi a
effetto. Tutti declamano le loro battute in una costante ricerca
del tono e della costruzione spettacolare della frase. Se da un
punto di vista del fruitore questa caratteristica del film può
diventare ridondante, potrebbe anche essere il tentativo di voler
raccontare un mondo in cui la teatralità di ciò che si
dice è sempre più importante di quello che viene detto. In
questo modo si sfugge alla noia, alla verità, alla riflessione
interiore che tanto spaventa, come si vede in rare eccezioni, come
l’attrice di Luisa
Ranieri o il professore di Antropologia
di Silvio
Orlando. Parthenope è
maestra di questo linguaggio spettacolarizzante, ricercando sempre
l’uscita geniale, il colpo di teatro, rispetto alla risposta, al
contenuto.
La spettacolarizzazione del
linguaggio come imitazione della napoletanità
In realtà questo modo
così distraente di esprimersi potrebbe anche essere un omaggio
di Paolo Sorrentino che prova a mettere
in scena in maniera alta e colta l’essenza della “napoletanità”,
nel suo film più “territoriale” (fino a questo momento): fare della
frase a effetto un modus per affrontare le
situazioni, per fingere consapevolmente che i problemi non
esistano.
Parthenope non è certo il film più compiuto
di Paolo Sorrentino, il quale però allo
stesso tempo fa un passo in avanti nella costruzione della sua
mitologia cinematografica. Ha raccontato la decadenza, della
Capitale, della politica, della società, e ha raccontato una
Napoli, location intima della sua infanzia e adolescenza, adesso
racconta la Napoli donna/città, un’operazione simile a quella che
Fellini aveva fatto con il suo Roma. Al tempo
la decisione di immortalare nella memoria collettiva
anche Parthenope, così come ha fatto per uno
dei capolavori di Fellini.
I thriller polizieschi, se ben
fatti, lasciano sempre allo spettatore qualcosa su cui riflettere.
Solitamente incentrati sulle vicende tra poliziotti buoni e
cattivi, questo genere è noto per affrontare questioni filosofiche
elevate quali l’onestà e la giustizia contrapposte alla
sopravvivenza e alla sicurezza, che continuano a ronzare nella
mente anche dopo la fine del film. L’ultimo film dello
sceneggiatore e regista Andrea Di Stefano,
L’ultima notte di Amore, dimostra che il regista
sa come realizzare un thriller poliziesco per spettatori attenti,
senza tralasciare gli elementi emozionanti tipici del genere.
L’ultima notte di
Amore racconta la storia di Franco Amore
(Pierfrancesco
Favino), un poliziotto onesto che, a pochi giorni
dalla pensione, decide con esitazione di lavorare come guardia del
corpo per un uomo d’affari cinese. Il suo ultimo giorno di lavoro,
la sua carriera immacolata viene messa a repentaglio quando un
incarico va terribilmente storto.
Cosa succede in
L’ultima notte di Amore?
Sono successe molte cose
nell’ultimo giorno di lavoro di Franco Amore come agente di
polizia. Solo dieci giorni prima aveva salvato la vita a un uomo
d’affari cinese, Zhang Zhu, che sarebbe morto per un arresto
cardiaco se Franco non fosse arrivato appena in tempo per
rianimarlo. Cosimo, cognato di Franco, era in affari con Zhu e
pensò che sarebbe stata una buona idea presentargli Franco e
chiedergli di fornire un servizio di sicurezza per Zhu.
Franco, che aveva 35 anni di
esperienza nelle forze dell’ordine, era il candidato ideale per
quel tipo di lavoro. Non aveva l’aspetto minaccioso o duro degli
altri agenti, cosa piuttosto insolita considerando che aveva
dedicato tutta la sua vita a un lavoro così faticoso. Sua moglie,
che ama profondamente, sembra essere la ragione di questo suo
atteggiamento. Viviana, allegra e di buon carattere, ha sempre
mantenuto viva la casa con la sua presenza. Non era il tipo di
donna che lo avrebbe lasciato solo mentre lui era via per risolvere
tutti i suoi problemi. Questo a volte irritava Franco, ma il più
delle volte avere Viviana come compagna era di grande aiuto. Franco
aveva anche una figlia dal precedente matrimonio che studiava
all’estero. Presto Franco sarebbe andato in pensione e avrebbe
avuto abbastanza tempo da dedicare anche a lei. Questa doveva
essere la sua intenzione, ma il destino aveva altri piani.
Aveva salvato la vita a Zhu, lo
aveva incontrato mentre era di guardia a Cosimo e aveva accettato
di fornire a Zhu lo stesso tipo di servizio che aveva fornito a
Cosimo. Aveva però detto al genero di Zhu che aveva delle
condizioni che, se non fossero state rispettate, gli avrebbero
impedito di fornire il servizio. Gli uomini di Zhu non avrebbero
trasportato armi o stupefacenti sotto la sua sorveglianza.
L’accordo era stato stipulato con chiarezza da entrambe le parti.
Franco era un po’ preoccupato nel vedere alcuni criminali cinesi in
cella, ma i soldi extra significavano che non avrebbe dovuto
preoccuparsi di sopravvivere solo con la sua misera pensione. Un
incarico arrivò proprio il giorno prima del suo pensionamento.
Voleva rimandarlo, ma la somma ingente lo spinse ad accettare il
lavoro. Franco non avrebbe mai dovuto accettare il lavoro, ma se ne
rese conto troppo tardi, causando la morte del suo partner,
Dino.
Come è morto Dino?
Pochi giorni prima del
pensionamento, Franco parlò a Dino del lavoro. Il denaro sarebbe
stato diviso e a Dino non dispiaceva accompagnare Franco. Anche
Dino aveva un figlio piccolo e il lavoro non doveva essere
pericoloso, o almeno così pensava. Considerando tutti questi
fattori, Dino accettò. Il giorno prima del pensionamento di Franco,
che era anche il suo compleanno, lui e Dino erano pronti a
trasportare una coppia cinese a Zhu. Trasportavano qualcosa di
grande valore in una valigetta, ma a Franco non importava. Il suo
obiettivo era portare a termine il lavoro e andarsene con i
soldi.
L’atmosfera si fece un po’ tesa
quando il veicolo ebbe improvvisamente una gomma a terra. La coppia
cinese si agitò e sia Franco che Dino fecero fatica a mantenerli
calmi. Una macchina della polizia iniziò a seguire Franco, che fu
costretto a fermarsi. Pensava di poter gestire la situazione, ma i
due agenti dei Carabinieri che lo seguivano non gli diedero ascolto
e non si curarono del fatto che fosse un poliziotto locale. La loro
insistenza lo ha fatto dubitare delle loro intenzioni, ma prima che
potesse decidere cosa fare, il cinese ha sparato a uno degli
agenti. Tutto è andato a rotoli e tutti tranne Franco sono morti.
Franco ha dato un’occhiata alla valigetta e ha trovato una scorta
di diamanti. L’ha gettata su un ponte abbandonato e è scappato.
Perché Franco non si
arrende?
Viviana, che aveva organizzato una
festa a sorpresa per Franco, riceve la notizia quando Franco la
chiama per chiederle di portargli dei vestiti puliti. Franco le
racconta che il lavoro è andato male e che Dino è stato ucciso.
Voleva andare alla polizia e raccontare tutto del suo legame con
Zhang Zhu, ma Viviana lo ha fermato. Secondo lei, potevano scappare
e ricominciare una nuova vita altrove. Tutta la sua carriera
sarebbe stata rovinata se qualcuno avesse saputo del suo
coinvolgimento negli omicidi. Ha cambiato idea e ha deciso di non
costituirsi non per le fantasie di Viviana, ma perché aveva ancora
la sensazione di poter risolvere il caso e scoprire chi c’era
dietro il lavoro mal fatto.
Franco arrivò sulla scena del
crimine dopo essersi presentato alla sua festa di compleanno,
assicurandosi così un alibi. Lì vide che qualcuno aveva piazzato la
pistola del cinese sul corpo di Dino, facendo sembrare che fosse
stato lui a uccidere l’agente dei Carabinieri. Prima di morire,
l’altro agente dei Carabinieri aveva composto un numero per
chiamare i rinforzi. Franco aveva fotografato i tabulati delle
chiamate prima di lasciare la scena del crimine, quindi sapeva che
l’ultimo numero chiamato doveva essere quello del poliziotto che
era arrivato sul posto e aveva piazzato la pistola su Dino. Ha
composto il numero e ha scoperto che l’uomo era un altro agente dei
Carabinieri che lo aveva visto scappare dalla scena del crimine.
Rivelare il suo nome ai superiori avrebbe potuto significare finire
in prigione. Franco rimane in silenzio sulla questione fino a
quando non gli viene in mente una domanda: chi ha detto a questi
poliziotti corrotti dei diamanti?
Spiegazione del finale di
L’ultima notte di Amore: Franco è
morto?
Dopo aver aiutato Viviana a trovare
i diamanti, le disse di prendere Ernesto, il figlio di Dino, e di
andare al villaggio di Dino fino al suo arrivo. Aveva finalmente
capito chi c’era dietro la rapina. Prima di morire, l’agente dei
Carabinieri aveva mostrato grande sorpresa e delusione perché le
era stato detto che Franco non aveva sparato, sottintendendo che
non si aspettava che lui avrebbe lasciato che il lavoro diventasse
violento. Franco aveva sentito lo stesso identico commento da
Cosimo, e solo lui sapeva che Franco avrebbe partecipato al lavoro.
Franco capì quindi che era stato Cosimo a manipolarlo per farlo
lavorare per Zhu, proprio perché pensava che avrebbe lasciato che i
diamanti venissero portati via.
Franco va direttamente da Cosimo,
lo cattura e lo porta da Zhu per rivelargli tutti i segreti. È qui
che Cosimo rivela che è stato il genero di Zhu a ideare l’intero
piano e che lui era solo un intermediario, che forniva gli agenti
corrotti della Carabinieri con l’aiuto di suo cugino Tito. Franco
non era ancora fuori dai guai. Zhu aveva perso i diamanti, che ora
erano in possesso di Viviana. Quando gli viene chiesto di
restituirli, Franco rifiuta come punizione per aver infranto
l’accordo di non permettere a uomini armati di entrare nella sua
proprietà. Se il cinese non avesse avuto la pistola, non avrebbe
potuto sparare per primo, causando la morte di cinque persone. I
diamanti servono anche a Ernesto per sopravvivere. Se l’inchiesta
avesse scoperto il suo coinvolgimento nella scena del crimine,
Franco avrebbe perso la pensione e Viviana e sua figlia sarebbero
rimaste senza mezzi di sussistenza. Spiegando questo motivo per non
restituire i diamanti, Franco lascia l’edificio e conclude i suoi
35 anni di servizio, annunciando il suo pensionamento. Si vede un
uomo uscire dall’edificio, forse per sparare a Franco.
Si può presumere che Franco sia
morto. L’uomo era probabilmente una delle guardie di Zhu inviata
per uccidere Franco per la sua audacia nel non restituire i
diamanti. Ma l’ultimo giorno gli aveva aperto gli occhi su un mondo
completamente diverso. Suo cognato lo aveva tradito ed era furioso.
L’intera personalità di Franco ha subito un grave cambiamento negli
ultimi giorni. Era considerato un poliziotto onesto ma debole, che
aveva paura di sparare, ma era cambiato molto nelle ultime ore. La
sua indecisione aveva causato la morte del suo amico Dino e forse
non sarebbe mai più stato così indeciso. Quindi, è molto probabile
che quando Franco ha visto l’uomo arrivare da lontano, questa nuova
versione di sé stesso gli abbia sparato per primo, assicurandosi di
poter rivedere la sua famiglia. Ma poi, come suggerisce il titolo
del film, quella era la sua “ultima notte”, il che fa pensare che
sia morto. Oppure potrebbe significare che era semplicemente il suo
ultimo giorno da poliziotto onesto e rispettoso della legge e che
da quel momento in poi anche lui avrebbe sparato per primo quando
si fosse trovato di fronte a un criminale.
Nell’immediato dopoguerra, il
Partito Comunista Italiano avviò un’iniziativa sociale per
sostenere le famiglie del Sud, duramente colpite dal conflitto.
Erano chiamati i “treni della felicità”, convogli
che partivano dalle città devastate del Meridione verso il Nord. I
vagoni erano pieni di bambini, accolti temporaneamente da famiglie
più agiate che potevano garantire loro cibo e vestiti, in un
tentativo di contrastare la povertà e il degrado. Dopo un periodo,
infatti, avrebbero fatto ritorno dai loro cari.
Da questa vicenda, che è parte
della nostra Storia, Viola Ardone trae ispirazione per il suo
romanzo del 2019, Il treno dei
bambini. Qualche anno
dopo, Cristina Comencini ne presenta l’adattamento
cinematografico alla 19esima edizione
della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public. La
regista firma la sceneggiatura insieme a Furio Andreotti, Camille
Dugay e Giulia Calenda, affidando i ruoli principali a un cast di
grandi volti italiani: Stefano
Accorsi nel ruolo di Amerigo da
adulto, Serena
Rossi, Barbara
Ronchi e il giovane e
promettente Christian Cervone. La pellicola,
prodotta da Palomar, arriverà su Netflix il
4 dicembre.
Il treno dei bambini, la
trama
Amerigo Speranza è un
violoncellista famoso. Prima di uno spettacolo a teatro, viene
raggiunto da una telefonata nella quale sua madre gli dice che sua
madre è morta. Ma come è possibile? Nella scena seguente è il 1946.
Amerigo è un bambino povero, che vive scalzo per le strade di
Napoli contando le scarpe della gente. Scorrazza insieme al suo
amico Tommasino e a volte fa dei lavoretti per portare qualche
soldo a casa, dalla madre Antonietta, che cerca di crescerlo come
meglio può. Finché non inizia a girar voce che il PCI sta
organizzando dei treni per portare i bambini da famiglie più
abbienti che se ne possano prendere cura per un periodo. Molte
donne del quartiere cominciano a inveire contro l’iniziativa,
spaventando tutti: dicono che li spediranno dai russi che li
getteranno nel fuoco. La verità, però, è molto più dolce di quella
descritta dalle signore e nasconde un atto di puro amore verso un
Paese in ginocchio, che ha bisogno di ritrovare l’equilibrio
partendo proprio dai bambini, gli uomini del domani. Seppur
contrario alla partenza, una volta arrivato a Modena, Amerigo verrà
accolto da Derna, che con i bambini proprio non ci sa fare. Amerigo
le fa però riscoprire il suo lato materno, e una volta connessi,
per i due sarà difficile separarsi.
Cosa definisce una madre?
Guardando Il treno dei
bambini, è impossibile non pensare a ciò che sta succedendo
nel mondo. I bambini che un tempo cercavano la felicità e la
sicurezza sono gli stessi che oggi fuggono dalle guerre in Ucraina,
Israele e Palestina. Passato e presente si intrecciano, dialogando
tra loro e portandoci a continue riflessioni. Il film di Comencini
si radica nel dopoguerra, che funge da scenario – ricordandoci però
che la nostra realtà non è così lontana da quella di allora –
per raccontare la storia di due madri. Chi è
una madre? Cosa la rende tale? Sono domande che trovano risposta
nelle figure di Derna e Antonietta, due donne agli antipodi per
carattere e mentalità, ma profondamente simili quando si tratta di
amare.
In un periodo in cui il concetto di
maternità e il suo significato sono sempre più messi in discussione
– basta pensare alle recenti leggi italiane – il film lancia un
messaggio chiaro: madre è chi ama, indipendentemente
dal legame biologico. Madre è colei che vede in un bambino
un figlio, un legame che va oltre il sangue. E non esiste
necessariamente una sola madre. Per Amerigo, entrambe lo sono,
perché entrambe hanno costruito la sua vita, tassello dopo
tassello, donandogli qualcosa di indimenticabile. Nel caso di
Antonietta si tratta della musica, da cui imparerà ad avere
l’orecchio per suonare il violino. Nel caso di Derna è la
conoscenza e la possibilità di sognare.
Ronchi e Rossi: due interpreti
d’eccezione
L’idea di fondo è potente, così
come la storia che si porta sullo schermo. Barbara Ronchi e Serena
Rossi dipingono il ritratto di due donne forti e
vulnerabili allo stesso tempo, restituendoci la loro
determinazione. Sono attrici mature, capaci di
comporre le giuste espressioni sul volto per farci cogliere ogni
sfumatura emotiva. Visivamente, la fotografia di Italo
Petriccione rende bene le due facce del dopoguerra: da un lato la
povertà e i colori spenti delle città devastate come la Napoli
bombardata, dall’altro le tonalità più calde che avvolgono la
tranquillità di Modena.
Comencini si concede spesso a scene
di forte sentimentalismo, mirate a far scendere lacrime facili.
Anche se a tratti questo può risultare eccessivo, il film riesce a
raccontare una storia di vera bellezza, dove l’Italia, divisa ma
mai arresa, ha trovato la forza di rialzarsi. E lo ha fatto grazie
a molte donne come Antonietta e Derna, tanto diverse quanto unite,
che hanno saputo collaborare per costruire il Paese che conosciamo
oggi.