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La fuga, di Sandra Vannucchi, dal 7 marzo

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La fuga, di Sandra Vannucchi, dal 7 marzo

La fuga, opera prima della regista Sandra Vannucchi, candidata all’Efa Young Audience Award 2018, arriva nelle sale dal 7 marzo distribuito da Lo Scrittoio.

Film indipendente, low budget, girato tra la Toscana e Roma, “La fuga” vede come protagonisti due attori noti al grande pubblico: Donatella Finocchiaro – fresca di Premio FICE 2018 per le sue numerose e significative interpretazioni in film d’essai – e Filippo Nigro, che interpretano i genitori della giovane protagonista, l’undicenne Lisa Ruth Andreozzi.

La pellicola sarà presentata in anteprima al Sudestival in Puglia il prossimo 1 marzo.

Il film racconta di Silvia, una bambina di undici anni curiosa e vivace, che vive una situazione familiare complessa, segnata dalla depressione cronica della madre e dalle continue incomprensioni e difficoltà di comunicazione con il padre. La malattia della madre rende estremamente fragili gli equilibri nei rapporti tra genitori e figli. Sogni e aspirazioni di questi ultimi, anche molto semplici, restano inascoltati in una quotidianità in cui ciascuno appare concentrato principalmente su se stesso e i propri problemi. Silvia ha il grande desiderio di visitare Roma, ma in famiglia resta sempre inascoltata; capendo che nessuno le permetterà di realizzare il suo sogno decide di scappare, determinata a visitare la città per conto proprio. Durante il viaggio in treno incontra una ragazza rom, Emina, con cui instaura subito un forte legame di amicizia. La fuga di Silvia si rivelerà così capace di innescare un processo di crescita e di trasformazione in Silvia stessa e in tutti coloro che la circondano.

L’opera – ha spiegato la regista – è ispirata da una storia vera; si basa infatti, in parte, sulla mia esperienza personale. Il mio intento era quello di esplorare il modo in cui una bambina interagisce e tenta di rapportarsi con la profonda sofferenza di una persona amata. Volevo mostrare le emozioni, le reazioni psicologiche e la vita immaginaria di una bambina che soffre per quel muro al quale ci si trova di fronte quando una madre soffre di depressione cronica, ma al contempo una storia che lasciasse trapelare la speranza di un futuro migliore e l’amicizia che può nascere tra due ragazzine di culture diverse che si incontrano.

La fuga di Martha: recensione del film con Elisabeth Olsen

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La fuga di Martha: recensione del film con Elisabeth Olsen

Quando un titolo è fondamentale. Quando quattro parole messe all’inizio del film ne alterano la lettura e la comprensione. E’ il caso de La fuga di Martha, film incredibile diretto da Sean Durkin, premiato per la regia al Sundance, e causa della scoperta della strepitosa Elizabeth Olsen, la sorella talentuosa delle più famose gemelle.

Il titolo a cui si accennava all’inizio è quello originale del film, Martha Marcy May Marlene, ovvero tre nomi, tre identità di una ragazza che, straziata dalla vita, soffre di manie di persecuzione ai limiti della schizofrenia a causa di una convivenza di due anni in una setta religiosa, in cui era sottoposta alle attenzioni non del tutto gradite di Patrick, il leader del gruppo, interpretato da un sempre straordinario John Hawkes.

La sua vera identità, quella anagrafica è Martha, una ragazza orfana che ha vissuto l’infanzia con la zia e con una sorella apprensiva, Lucy; Marcy May è il nome che le da Patrick nella comunità, un nome che a detta sua le si addice, ma che la farà staccare dalla realtà e la convincerà che quello che dice il suo mentore è giusto e puro; Marlene è la ragazza senza identità, una specie di nome in codice che le ragazze della comunità si danno quando rispondono al telefono della casa comune, un nome che le accomuna e che allo stesso tempo le accomuna e le estranea da se stesse, che le rende uguali tra loro. Martha riesce a trovare la forza di scappare, a ritrovare la sorella e ad iniziare con lei un percorso di cura per la propria mente e la propria anima, ma non prima di aver provato quanto la vita in quella specie di comunità l’abbia traviata dalla normalità.

Elizabeth Olsen regge da sé tutto il film La fuga di Martha dando straordinaria prova della sua duttilità espressiva, che probabilmente in originale è accompagnata da toni di voce differenti per ogni momento. La regia è discreta, narrativa, ma allo stesso tempo molto incentrata su di lei, la ragazza persa, quasi interrotta, che nel bel mezzo della sua formazione da adulta, ha trovato una compagnia che l’ha staccata da sé; tutt’altro lavoro vogliono fare con lei la sorella Lucy (Sarah Paulson) e suo cognato (Hugh Dancy) che invece sono ben piantati nella realtà quotidiana e vogliono che lei pensi al futuro. Niente di più assurdo per una giovane donna spezzata dall’interno, deviata da se stessa.

La fuga di Martha è un film che va digerito, assorbito e compreso, un film di non semplice lettura che lascia aperti molti interrogativi sulla società, sul ruolo della famiglia e sulla capacità del singolo di prendere decisioni, ma resta prima di tutto il racconto di una vita e di una individualità perduta.

La fuga di Martha al cinema: protagonista una grande Elizabeth Olsen

Martha fugge all’alba dalla casa dove ha vissuto per anni insieme ai membri di una setta religiosa guidata dal carismatico Patrick; la giovane trova ospitalità presso la sorella maggiore Lucy e il cognato Ted, nel Connecticut. Profondamente segnata dall’esperienza nella setta, Martha fatica a tornare alla normalità; è paranoicamente ossessionata dal ricordo di Patrick e degli altri adepti, dall’idea che possano osservarla e mettersi sulle sue tracce.

Questa è la storia de La fuga di Martha (Martha Marcy May Marlene), film scritto e diretto da Sean Durkin che approderà nelle sale italiane il 25 maggio. Si tratta del lungometraggio d’esordio per Durkin, che al primo colpo ha fatto centro; La fuga di Martha , presentato al Sundance 2011, ha infatti fruttato al giovane regista il premio per la miglior regia. Nel maggio dello stesso anno, ha trovato spazio nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes. Dopo esser stato presentato in diverse altre rassegne, La fuga di Martha ha cominciato timidamente a far ingresso nelle sale, partendo il 21 ottobre 2011 con una distribuzione limitata negli Stati Uniti.

La protagonista è interpretata da Elizabeth Olsen, classe ’89, sorella minore delle note gemelle Mary – Kate e Ashley; La fuga di Martha ne sancisce il debutto sul grande schermo. Nel 2012, la 23enne californiana sarà nelle sale con altri due film: Red Lights di Rodrigo Cortés, al fianco di Robert De Niro, e Liberal Arts di e con Josh Radnor. La giovane attrice è attualmente coinvolta in tre progetti, che dovrebbero uscire nel 2013: Very Good Girls di Naomi Foner, Kill Your Darlings di John Krokidas e Therese Raquin di Charlie Stratton.

Nei panni di Patrick, leader della comunità da cui Martha scappa, c’è il veterano del piccolo e grande schermo John Hawkes; qualche tempo fa è giunta la gustosa notizia del suo coinvolgimento in Switch (regia di Daniel Schechter), prequel del tarantiniano Jackie Brown, dove Hawkes sarà chiamato a interpretare il giovane Luis Gara, che nel film del ’97 aveva l’irresistibile maschera di De Niro.

La parte della sorella di Martha, Lucy, è affidata a Sarah Paulson (Capodanno a New York); quella del marito di lei, Ted, a Hugh Dancy, il fascinoso caporedattore di I Love Shopping. Completano il cast Christopher Abbott, Brady Corbet, Maria Dizzia, Julia Garner, Louisa Krause, Adam Thompson, Allen McCullough, Lauren Molina, Gregg Burton, Diana Masi, Tobias Segal e Michael Chmiel.

La fuga di Martha è stato girato nello stato di New York e nel Wisconsin dal 24 maggio al 3 luglio 2010; prodotto da BorderLine Films e FilmHaven Entertainment, è stato realizzato con un budget inferiore al milione di dollari (!) e ha fin ora incassato circa 3,5 milioni di dollari (quasi 3 milioni negli States). Soltanto in Italia, ultima tappa de La fuga di Martha , il titolo è stato cambiato; dall’originale Martha Marcy May Marlene, indicante i vari nomi della protagonista – Martha è il vero nome, Marcy May e Marlene sono appellativi ai quali risponde nella setta – è stato mutato, appunto, in La fuga di Martha, in linea con il fastidioso costume della distribuzione tricolore, sempre teso a semplificare, sottostimando l’importanza dei titoli e, al contempo, le capacità di lettura dello spettatore.

La Fuga di Logan: un nuovo sceneggiatore per il remake

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La Fuga di Logan: un nuovo sceneggiatore per il remake

Arriva da Deadline la notizia che Ryan Condal, co-creatore e showrunner della serie Colony targata USA Network, è stato incaricato di scrivere la sceneggiatura del remake de La Fuga di Logan, film di fantascienza del 1976 diretto da Michael Anderson, tratto dal romanzo omonimo di William F. Nolan e George Clayton Johnson.

Condal andrà così a sostituire il ben più noto Simon Kinberg, produttore degli ultimi film della saga di X-Men, di Fantastic 4, Deadpool, sceneggiatore e produttore di uno spinoff di Star Wars e produttore esecutivo della serie Star Wars: Rebels.

Kinberg figurerà esclusivamente come produttore insieme a Joel Silver (Matrix, Sherlock Holmes) e Greg Berlanti (Arrow, Lanterna Verde).

La Fuga di Logan

La Fuga di Logan è considerato un film di culto, con la sua miscela di sociologia, fantascienza ed allegoria ad ampio raggio che ha ispirato una serie televisiva omonima negli anni 1977-1978 e altre opere derivate nei media.

Di seguito la sinossi del film originale:

In una avveniristica città sotterranea, dopo che un disastro ecologico ha distrutto le città del mondo, vivono felici e tranquilli dei giovani d’ambo i sessi. Infatti, il computer che dirige minutamente la loro vita, ne decreta la nascita in provetta e anche la fine a 30 anni. Nel giorno solenne del “rinnovamento” coloro che hanno raggiunta l’età fatidica credono di venire rigenerati nel corso della fastosa cerimonia; ma, in realtà, vengono soppressi. Non tutti sopportano la situazione e tentano la fuga, incappando o nell’eliminazione per opera dei Sorveglianti o nell’ibernazione effettuata da Box, uno strano robot che agisce fuori dei confini. Logan, un sorvegliante, sospetta la realtà; si accorda con Jessica, bellissima ragazza che sta in contatto con i dissidenti; e con la stessa, eludendo gli inseguimenti di Francis, raggiunge i muffiti resti di Washington ove il Vecchio – unico superstite tra le rovine – dimostra la possibilità di una vita dal corso regolare. Forti di questa scoperta, Logan e Jessica tornano nella città; distruggono il computer e conducono la giovane e illusa popolazione nel vecchio mondo.

Fonte: Deadline

La fuga di Logan: trovato lo sceneggiatore per il remake?

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La fuga di Logan: trovato lo sceneggiatore per il remake?

Sono ormai anni che si parla di un remake di La fuga di Logan – cult del 1976 – e solo qualche settimana fa era arrivata la notizia che il geniale creatore della serie videoludica Bioshock, Ken Levine, aveva abbandonato il progetto, e la produzione era quindi in cerca di uno sceneggiatore che potesse scrivere il film con una protagonista femminile e sembra che ora l’abbiano trovato.

Simon Kinberg, produttore degli ultimi film della saga di X-Men, di Fantastic 4, Deadpool, e sceneggiatore e produttore di uno spinoff di Star Wars e produttore esecutivo della serie Star Wars: Rebels, è stato incaricato di scrivere trattamento e storia del film assieme a Joel Silver. Tuttavia però la sceneggiatura vera e propria verrà affidata a qualcun altro di cui non si conosce ancora l’identità e chissà se il film manterrà la protagonista femminile o si opterà per un nuovo cambio di rotta. Non ci resta che aspettare ulteriori dettagli in merito.

Fonte: The Hollywood Reporter

La fuga dell’assassino: la spiegazione del finale del film

La fuga dell’assassino: la spiegazione del finale del film

C’è un particolare sottogenere del thriller che dialoga fortemente con la fantascienza, proponendo una serie di scenari e possibilità tanto affascinanti quanto pericolose. Film come Minority Report, In Time, Source Code o il recente Hanno clonato Tyrone sono solo alcuni esempi a riguardo. Accanto ad essi si può citare anche La fuga dell’assassino, film del 2017 diretto da Obin Olson e Amariah Olson incentrato in particolare sul tema della clonazione e sull’uso che si potrebbe fare di questa tecnologia.

Il titolo originale del film è in realtà The Shadow Effect, ovvero “Effetto Ombra”. Si riferisce a una peculiarità del nostro cervello, il quale non è apparentemente in grado di conservare ogni dettaglio di ciò che si è visto, sentito o risentito. Pertanto, sceglie – generalmente in modo inconsapevolmente – gli elementi che ritiene più importanti, basandosi sulla nostra storia personale. Questa scelta cambia la forma dei ricordi passando da uno stato tridimensionale a uno stato bidimensionale. È in questa forma d’ombra che i nostri ricordi si conservano per mesi, anni, persino per tutta la vita.

Per gli appassionati di questo genere, si tratta dunque di un titolo da non perdere, capace di regalare affascinanti colpi di scena e riflessioni sull’identità umana. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a La fuga dell’assassino. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alla spiegazione del finale. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La fuga dell'assassino Jonathan Rhys Meyers

La trama e il cast di La fuga dell’assassino

Protagonista del film è Gabriel Howarth, un giovane la cui vita è stata sconvolta dopo la morte dei suoi genitori. Ora gestisce la loro tavola calda e lotta con incubi ricorrenti che sembrano fin troppo reali. Alla disperata ricerca di risposte, Gabriel chiede aiuto al dottor Reese, che mostra subito un grande interesse per il caso di Gabriel, soprattutto quando gli incubi dell’uomo prendono una piega ancora più preoccupante. Gabriel inizia infatti ad avere visioni di omicidi politici che rispecchiano eventi del mondo reale e si convince che i suoi sogni non sono mere fantasie ma che possano nascondere un misterioso complotto.

Un completto che ben presto inizia però ad avere connotati concreti. Con l’aiuto del dottor Reese, Gabriel dovrà quindi intraprende una corsa contro il tempo per salvare non solo se stesso ma anche sua moglie Brinn dalle conseguenze di un programma governativo sperimentale. Mentre la vita di Gabriel è in bilico, il dottor Reese sembra possedere la chiave per svelare la verità dietro i suoi incubi. Insieme, devono scoprire il sinistro complotto e smascherare i responsabili prima che sia troppo tardi.

Ad interpretare Gabriel Howarth vi è l’attore Cam Gigandet, noto per aver interpretato James nella saga di Twilight. Nel ruolo del dottor Reese, invece, vi è il più noto Jonathan Rhys Meyers, attore celebre per il film Match Point e per la serie I Tudors, dove interpreta Enrico VIII. Completano il cast gli attori Brit Shaw nel ruolo di Brinn Howarth, Michael Biehn – il Kyle Reese di Terminator – in quello dello sceriffo Dodge e Michael Aaron Milligan in quello di Jesse.

La fuga dell'assassino cast

La spiegazione del finale

Verso il finale di La fuga dell’assassino, Gabriel smette di prendere il farmaco che gli veniva dato e quando sente la musica che lo ipnotizzava resta ora cosciente. L’uomo che gli assegna le missioni gli indica il posto dove recarsi, ma qui il vigile Gabriel sorprende gli uomini dello sceriffo Dodge, che l’hanno trovato, e li abbatte. Inizia così un inseguimento, dopo il quale torna a casa e capisce che Brinn è coinvolta in ciò che gli sta accadendo. Lei non è realmente sua moglie, ma si è comunque innamorata di lui. In quel momento appare però Dodge, che lo uccide. Gabriel, però, si risveglia in ospedale.

Qui uccide il medico e una guardia, per poi affrontare finalmente Meyers. Si scopre così che la moglie di quest’ultimo è morta e lui ha deciso di costruire un programma per creare dei cloni umani. Gabriel capisce così di essere un clone di un soldato delle Forze Speciali deceduto. Egli è dunque nato per uccidere sotto comando, ma recupera sempre i ricordi dei cloni che lo hanno preceduto. A quel punto arriva Dodge con alcuni suoi uomini. Meyers scappa ma Gabriel viene ferito. Brinn arriva per aiutarlo, e i due uccidono gli uomini di Dodge.

Gabriel, però, sta per morire, ma Brinn riesce a far emergere un nuovo corpo. Mentre Gabriel muore, il nuovo Gabriel si risveglia. Dodge usa poi la musica per controllarlo, ma quest’ultimo prende il controllo e lo uccide. Il posto dove si trovano sta però per esplodere e rapidamente Gabriel fa entrare Brinn in un ascensore e si sacrifica per permetterle di salvarsi. In seguito, Meyers si incontra con l’Uomo per discutere la chiusura del progetto, ma qualche giorno dopo, Gabriel si sveglia di nuovo con la musica in un appartamento, lasciando intendere che il progetto su di lui è ancora attivo.

Il trailer di La fuga dell’assassino e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di La fuga dell’assassino grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Apple TV e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di martedì 3 settembre alle ore 21:00 sul canale 20 Mediaset.

La Frode: recensione del film con Richard Gere

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La Frode: recensione del film con Richard Gere

In La Frode il ricchissimo e potentissimo Robert Miller (Richard Gere) ha appena compiuto 60 anni. I suoi affari vanno a gonfie vele, la sua famiglia gli vuole bene, sua moglie (Susan Sarandon) lo asseconda e la sua amante (Laetitia Casta) è perdutamente innamorata di lui. Un solo neo nella sua vita: la consapevolezza di dover vendere il suo impero finanziario ad una banca prima che vengano allo scoperto le frodi da lui perpetrate per anni.

L’accordo con i compratori, però, si procrastina inaspettatamente e Mister Miller in questo lasso di tempo commette un tragico errore che rischia di corrompere il suo piano, provoca la morte della sua amante Julie in un incidente d’auto e fugge via. La NYPD non ci mette molto a collegare Miller all’incidente ma, in mancanza di prove, si affida all’agente Michael Bryer (Tim Roth) che prova in tutti i modi ad incastrare Miller e non esita a mettere sotto torchio Jimmy (Nate Parker), il ragazzo che lo ha aiutato a fuggire. Tra bugie, promesse, trattative e inganni il protagonista fa di tutto per non mandare in fumo i suoi progetti, ma il conto da pagare sarà molto alto anche per lui.

La Frode, il film

La Frode, debutto alla regia dello scrittore Nicholas Jarecki, è un thriller ben calibrato che, sotto ogni aspetto, può considerarsi decisamente riuscito. I tempi sono calcolati in modo che la tensione non venga mai meno, la sceneggiatura, firmata dal regista stesso, è in grado di dare sufficiente spessore alle trame secondarie senza allontanarsi troppo dalla storia principale e i personaggi sono studiati in modo da essere ad un tempo sfaccettati e immediatamente riconoscibili.

Richard Gere interpreta un ruolo che sembra essere scritto apposta per lui e porta avanti con la sua recitazione l’intero film. É infatti solo il suo Robert Miller a tessere le fila del racconto: gli altri personaggi girano intorno alla sua figura come marionette e sono visti esclusivamente dai suoi occhi diventando, di volta in volta, utili, fastidiosi, scomodi, ma mai essenziali.

La forza del film di Jarecki, quindi, risiede nella scommessa, vinta, di rappresentare un uomo talmente potente che, accecato dalla grandezza, ignora ogni etica e ogni morale, si nasconde dietro la giustificazione di garantire uno status alla sua famiglia per dimenticarsi di loro come esseri umani e crede che il denaro possa acquistare qualsiasi cosa.

Il resto del cast, da Susan Sarandon a Tim Roth, con una scivolata di stile sulla scelta di Laetitia Casta, dimostra di essere all’altezza del protagonista ed è assolutamente in grado di rendere La Frode un film godibile e non così leggero come potrebbe sembrare. Nelle sale italiane dal 14 marzo.

La French: trailer VM14 e poster Usa con Jean Dujardin

È stato pubblicato online il trailer vietato ai minori di La French, film con Jean Dujardin e Gilles Lellouche ambientato nella Marsiglia degli anni settanta, che uscirà negli Stati Uniti col titolo The Connection.

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Vi proponiamo anche, qui accanto, il nuovo poster del film nella versione americana, quindi col titolo The Connection. La French è il nuovo film di Cédric Jimenez che contrappone Jean Dujardin e Gilles Lellouche in un polar tratto dalla storia vera del giudice Michel, assassinato nel 1981.

Ambientato negli anni settanta a Marsiglia, La French vede il premio Oscar Jean Dujardin nei panni del magistrato Pierre Michel che dà la caccia all’organizzazione mafiosa French Connection e al criminale Gaetano Zampa, interpretato daGilles Lellouche (Piccole bugie tra amici). La French sarà presentato tra pochi giorni al Toronto Film Festival e uscirà in Francia il 3 dicembre. Nel cast del film anche Benoît Magimel e Mélanie Doutey.

Fonte: Comingsoon.net

La French trailer del film con Jean Dujardin

La French trailer del film con Jean Dujardin

La French

Guarda il primo trailer di La French, il polar con Jean Dujardin e Gilles Lellouche ambientato nella Marsiglia degli anni settanta.

La French con Jean Dujardin: acquisiti i diritti in USA e UK

La French con Jean Dujardin: acquisiti i diritti in USA e UK

Cannes. Drafthouse Films ha acquisito i diritti di distribuzione negli Stati Uniti del crime thriller francese La French di Cedric Jimenez, tra i cui interpretati spicca il premio Oscar Jean Dujardin (The Artist).

La French, prodotto dalla Legende Films di Alain Goldman, propone Dujardin nella veste del magistrato Pierre Michel contrapposto a Gilles Lellouche (Gli Infedeli) nel ruolo del boss mafioso Gaetano Zempa.

“Uno dei nostri obiettivi è quello di ottenere un pubblico giovane ed entusiasta per i film in lingua straniera”, afferma Tim League,  fondatore e CEO di Drafthouse Films. “Abbiamo setacciato il mercato e ‘divorato’ le selezioni ufficiali. Nulla ci emoziona più di La French“.

Cecile Gaget, capo della Gaumont International, che ha negoziato l’accordo ha dichiarato: “Vogliamo lanciare La French, un film che consideriamo una pietra miliare nel cinema di genere francese, con un partner ‘director-friendly’ che capisce quanto è bello questo film . Pensiamo che Drafthouse Films rappresenti un’unione perfetta”.

La French uscirà in alcuni cinema in 35 millimetri insieme ad una collezione di trailer 35 mm vintage di film gialli classici curata da Cedric Jimenez, ma sarà disponibile anche in formato digitale in DCP.

Drafthouse Films prevede anche un’edizione limitata in versione VHS del film, oltre al tradizionale DVD, Blu Ray e formati digitali.

A Cannes sono stati anche prevenduti i diritti del film per il Regno Unito.

Fonte: Variety

La fredda luce del giorno: le foto ufficiali del film con Bruce Willis e Henry Cavill

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Il re dell’action hollywoodiano, il futuro uomo d’acciaio (Man of Steel) e la fu Ellen Ripley insieme in un solo film. Sappiamo già cosa aspettarci? Ma andiamo con ordine:

La fredda luce del giorno: la spiegazione del finale del film con Henry Cavill

Il thriller è innegabilmente uno dei generi più amati e popolari del cinema mondiale. Le intricate vicende che si costruiscono all’interno di questi film sono in grado di tenere con il fiato sospeso fino all’ultimo, e i complessi personaggi inseriti in problematiche enormi sono quanto mai comprensibili e coinvolgenti. Su tali caratteristiche si basa anche La fredda luce del giorno, diretto nel 2012 da Mabrouk El Mechiri, qui al suo primo grande film con un cast stellare.

Vengono qui rielaborati una serie di scenari classici del thriller, con una ricerca di indizi che condurrà soltanto all’ultimo ad avere un quadro completo della situazione. Fino a quel momento, si assisterà a dinamiche sequenze d’azione e anche a momenti più intimi e famigliari, che portano nel film una vasta gamma di sentimenti ed emozioni. Questi consentono così di generare una certa apprensione per le vicissitudini del protagonista.

Pur essendo passato in sordina, grazie anche alla presenza dei suoi noti attori, il titolo è stato piano piano riscoperto, entusiasmando i fan del genere. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune curiosità relative a La fredda luce del giorno. Proseguendo qui nella lettura sarà possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alla spiegazione del finale. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

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Henry Cavill in La fredda luce del giorno. Foto di Diego Lopez Calvin – © 2010 Summit Entertainment, LLC. All Rights Reserved.

La trama di La fredda luce del giorno

Protagonista del film è Will Shaw, un giovane analista finanziario di San Francisco. Sebbene la sua società stia rischiando il fallimento, l’uomo decide di andare a trovare la sua famiglia in Spagna per trascorrere insieme qualche giorno a bordo di una barca sulla Costa Brava. Ciò gli permetterà di allontanarsi momentaneamente dai problemi incombenti sul suo lavoro e sul suo futuro. Giunto sul luogo, Will viene accolto con grande entusiasmo dai genitori Martin e Laurie Shaw.

Tuttavia, anche quell’idilliaco momento è destinato ad infrangersi ben presto. Ritornato da una lunga nuotata, Will si accorge di uno scenario particolarmente preoccupante sulla barca dei suoi genitori. I due sono scomparsi e tutto è stato messo completamente sottosopra, segno che qualcuno è stato lì in cerca di qualcosa forse poi non trovata. Istintivamente, Will si rivolge alle autorità, scoprendo però suo malgrado di trovarsi coinvolto in una faccenda molto più complessa e grande di lui.

Il cast del film

Ad interpretare il protagonista Will Shaw vi è l’attore Henry Cavill, qui al suo ultimo ruolo prima di assumere i panni di Superman in L’uomo d’acciaio. Al momento di recitare in La fredda luce del giorno, l’attore era reduce però dal film Immortals, dove interpretava il guerriero Teseo e per il quale aveva assunto un fisico possente e particolarmente muscoloso. Al fine di poter assumere il suo ruolo in questo thriller, però, si è dovuto sottoporre ad una ferrea dieta al fine di perdere quel fisico.

Ad interpretare sua madre Laurie, invece, si ritrova l’attrice Caroline Goodall, recentemente vista in Hunter Killer – Caccia negli abissi. Suo padre Martin è invece l’attore Bruce Willis. Affascinato dalla sceneggiatura e dalla misteriosità del suo personaggi, questi accettò di partecipare al film. A causa di numerosi altri impegni, però, l’attore dovette girare tutte le sue scene nel minor tempo possibile. Pur essendo indicato come uno dei protagonisti, compare nel film per meno di mezz’ora.

Rafi Gavorn ed Emma Hamilton interpretano Josh Shaw, fratello di Will, e la sua fidanzata Dara Collins. La candidata all’Oscar Sigourney Weaver, attrice celebre per la saga di Alien, interpreta la controversa agente della CIA Jean Carrack. Infine, Veronica Echegui è Lucia Caldera, figlia di un amico di Martin, la quale aiuterà Will nella sua ricerca della verità. Joseph Mawle è, infine, il killer Gorman.

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Sigourney Weaver e Bruce Willis in La fredda luce del giorno. Foto di Diego Lopez Calvin – © 2010 Summit Entertainment, LLC. All Rights Reserved.

La spiegazione del finale del film

Nel finale de La fredda luce del giorno, Will si ritrova quindi al centro di una spirale di tradimenti e rivelazioni mentre cerca disperatamente di salvare la propria vita e quella della sua famiglia. Dopo una lunga fuga e una serie di scoperte shock — tra cui il fatto che suo padre Martin era in realtà un agente della CIA coinvolto in un traffico internazionale di informazioni — Will affronta l’ultimo scontro con i veri antagonisti: Carrack), agente corrotta dell’intelligence americana, e i suoi complici. In un crescendo di tensione, Will riesce infine a scappare con la valigetta contenente informazioni segrete e a smascherare i nemici, ma non prima che l’intera esperienza lo cambi radicalmente.

La conclusione del film avviene a Madrid, con Will che, grazie anche all’aiuto di Lucia, riesce a ingannare Carrack e a mettere in moto una catena di eventi che porta alla sua morte. Il giovane protagonista, inizialmente del tutto ignaro delle dinamiche geopolitiche e delle implicazioni del lavoro del padre, diventa suo malgrado parte integrante di questo mondo oscuro. Quando la CIA lo contatta nel finale per offrirgli un ruolo nella loro organizzazione. Il finale non è però del tutto chiuso, in quanto non sappiamo se Will accetterà o meno.

Tematicamente, il finale di La fredda luce del giorno mette dunque in luce i rischi dell’inganno istituzionale e il prezzo della segretezza. Il film riflette sul tema dell’identità e della fiducia, mostrandoci un protagonista costretto a ridefinirsi alla luce della verità. Il titolo stesso assume un significato emblematico: nella “fredda luce del giorno”, ovvero al di fuori delle ombre dell’inganno, la verità è spietata, ma necessaria per affrontare il mondo con consapevolezza.

Il trailer di La fredda luce del giorno e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. La fredda luce del giorno è infatti disponibile nel catalogo di Google Play, Apple iTunes e Prime Video. Per vederlo, basterà sottoscrivere un abbonamento generale alla piattaforma in questione o noleggiare il singolo film. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. In alternativa, il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di giovedì 29 maggio alle ore 21:20 sul canale Italia 1.

La fredda luce del giorno – Trailer Italiano

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Dal 18 maggio 2012 al Cinema – Con: Henry Cavill (Immortals, Superman: Man of Steel) Bruce Willis, Sigourney Weaver. Will Shaw (Henry Cavill), affarista di Wall Street, accompagna la famiglia in vacanza in Spagna.

La Fox posticipa in Italia Independence Day e Miss Peregrine

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La Fox posticipa in Italia Independence Day e Miss Peregrine

20th Century FoxLa 20th Century Fox Italia ha posticipato di diversi mesi l’uscita di due titolo alquanto importanti presenti nel listino del 2016.

Si tratta di Independence Day Rigenerazione e La Casa per Bambini Speciali di Miss Peregrine.

Il sequel del classico di fantascienza diretto da Roland Emmerich, previsto negli Stati Uniti per giuno, orriverà da noi solo l’8 settembre. Per quanto riguarda il nuovo film diretto da Tim Burton con protagonista Eva Green che era previsto per settembre, arriverà invece al cinema solo a Natale.

Fonte: BT

La Fox è Red Sonia?

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Nonostante fino a pochi mesi fa Rose McGowan avesse confermato di essere ancora legata al ruolo di Red Sonja,

La Fox abbandona il make-up

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La Fox abbandona il make-up

Via trucco e parrucco: la Fox abbandona le lunghissime sedute di make-up per attori e interpreti, e molti nostalgici piangeranno.

La Fox 2000 per Incarceron

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La Fox 2000 è riuscita ad avere i diritti di Incarceron, primo volume della trilogia fantasy di Catherine Fisher, che quindi sbarcherà presto al cinema.

Il romanzo dell’autrice inglese è uscito nel 2007 nel Regno Unito, diventando subito un piccolo cult per gli appassionati del genere. Il romanzo, rivolto a un pubblico tardo-adolescenziale, è uscito da poco anche negli Stati Uniti, e ha suscitato l’interesse di vari studios cinematografici.

Ora la Fox spera di avviare una saga che possa prendere il posto del franchise di Harry Potter, ormai avviato verso la sua naturale conclusione.

Nel frattempo è uscito anche il secondo volume della saga, Sapphique. I romanzi non sono ancora stati pubblicati in lingua italiana.

Di seguito la trama e il booktrailer:

Incarceron è una prigione così vasta che contiene non solo celle, ma anche foreste di metallo, città abbandonate e grandi terre selvagge. Finn, un prigioniero diciassettenne, non ha ricordi della sua infanzia, ma è sicuro di essere nato fuori da Incarceron. Ma sono in pochi a credere all’esistenza di un Fuori, quindi la fuga sembra impossibile. E poi Finn trova una chiave di cristallo che gli permette di comunicare con una ragazza di nome Claudia, che afferma di vivere Fuori: è la figlia del Guardiano di Incarceron, dice, ed è condannata a un matrimonio combinato. Finn è deciso a evadere dalla prigione, e Claudia crede di poterlo aiutare. Ma non sanno che Incarceron nasconde molti segreti, e che per fuggire servirà tutto il loro coraggio; e che la fuga costerà più di quanto possano immaginare. Perché Incarceron è vivo.

Immaginate una prigione vivente, così vasta da contenere corridoi e foreste, città e mari. Immaginate un prigioniero senza ricordi, certo di provenire da Fuori, anche se la prigione è sigillata da secoli e soltanto un uomo – per metà vero e per metà leggenda – è mai evaso. Immaginate una ragazza in un grande maniero, in una società che ha proibito il tempo, imprigionando tutti in un mondo seicentesco ma controllato dai computer; condannata a un matrimonio che non vuole, coinvolta in una congiura assassina che teme e desidera allo stesso tempo. Uno dei due è dentro, l’altra è fuori. Ma entrambi in catene. Immaginate una guerra che ha scavato la Luna, sette anelli a forma di teschio che contengono anime, una nave volante e una muraglia ai confini del mondo. Immaginate l’impensabile. Immaginate Incarceron.

La Fortuna è in un altro biscotto: clip dal film – Il redentore di Valdivia

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La Fortuna è in un altro biscotto è un’inedita dark comedy girata in Liguria, attraversando la costa di ponente e quella di levante e toccando numerosi comuni tra cui Santa Margherita Ligure, Rapallo, Vado Ligure, Savona, Genova, Imperia e molte altre province. La Fortuna è in un altro biscotto, opera prima del regista ligure Marco Placanica, esce al cinema il 5 ottobre distribuito da Ahora! Film.

La Fortuna è in un altro biscotto, la trama

Sullo sfondo degli affari che muovono una provincia portuale, Leo, un giovane orfano, prova a mantenere in vita l’attività̀ ereditata dal padre, malgrado la persecuzione di uno strozzino: Tonino Paffone, proprietario di un mediocre ristorante asiatico e aspirante intermediario nell’import-export per conto della malavita cinese. Leo è disposto a tutto pur di non perdere l’attività̀ di famiglia, persino rubare. La vittima prescelta per il furto è Manfredo Collini, facoltosissimo imprenditore, collezionista d’arte e aspirante sindaco nella lista “Famiglia Unita”. Ma il destino vuole che Federico, il figlio di Collini, e Virginia, la figlia di Tonino, abbiano una relazione.

La forma dell’acqua: trama, cast e premi del film di Guillermo Del Toro

Acclamato come uno dei più poetici e suggestivi film del regista messicano Guillermo Del Toro, La forma dell’acqua (qui la recensione) ha conquistato pubblico e critica sin dalla sua anteprima alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ad affascinare, in particolare, è il modo in cui utilizzando la favola il regista riesca a raccontare tematiche oggi più attuali che mai, ponendo al centro di tutto la diversità e le sue varie forme. Del Toro ha sempre utilizzato la favola per raccontare il mondo reale, come si può osservare anche in Il labirinto del fauno, e propone qui nuove riflessioni dal carattere universale.

L’idea per il film nasce da una serie di conversazioni avute dal regista con lo scrittore Daniel Kraus nel 2011. Durante queste, Del Toro espresse il suo desiderio di dar vita ad una propria personale reinterpretazione del classico del 1954 Il mostro della laguna nera. Rimasto affascinato sin da giovanissimo da questo film, il regista aspirava infatti a realizzare una storia in cui il mostro alla fine ottiene l’amore della donna umana. Il progetto venne proposto alla Universal, che però trovò ridicola la cosa e rifiutò. A dimostrarsi interessata fu invece la Fox Searchlight Pictures, che produsse infine il film.

Del Toro diede così sfogo alla sua creatività, realizzando un’opera estremamente personale, all’interno della quale si possono ritrovare tutte le sue passioni culturali e cinematografiche. Arricchito da un cast di grandi star hollywoodiane, il film si affermò come uno dei più premiati e apprezzati del 2017. Con un budget di 19,5 milioni, il guadagno complessivo a livello mondiale fu di oltre 194 milioni di dollari, cosa che lo portò ad essere uno dei film più redditizi dell’anno. Ad oggi è indicata come una delle opere più importanti del regista messicano, che si è potuto consacrare agli occhi di un pubblico più ampio.

La forma dell’acqua: la trama del film

La vicenda si svolge a Baltimora, nel 1962, in piena Guerra Fredda e con la televisione che sempre più sostituisce il cinema come forma d’intrattenimento. In questo cupo contesto si muove Eliza Esposito, giovane donna affetta da mutismo che lavora come addetta alle pulizie in un misterioso laboratorio governativo. Qui, insieme all’amica e collega afroamericana Zelda finisce per imbattersi nelle sperimentazioni su una creatura anfibia ma dall’aspetto umanoide ritrovata in un villaggio amazzonico. Affascinata dalla creatura, Eliza non sopporta di vederla soffrire per via dei soprusi degli scienziati e dello spietato colonnello Strickland. Per salvarla, deciderà così di progettarne la fuga, nascondendola poi nella sua abitazione.

Accortosi con orrore della scomparsa di quello che viene considerato un vero e proprio mostro, Strickland inizia un’irrefrenabile indagine per risalire ai rapitori. Il suo maggior sospetto ricade sul goffo dottor Robert Hoffstetler, convinto che egli sia in realtà una spia russa. Nel frattempo, Eliza tenta di evitare che la creatura possa essere vista, e insieme al suo vicino Giles fa di tutto per tenerla nascosta anche mentre lei si reca a lavoro. Mantenere il segreto sarà però per lei difficile, e non passerà molto prima che Strickland punti su di lei i suoi sospetti. Fortunatamente, la silenziosa protagonista potrà contare su una serie di insospettabili alleati, e dato l’amore che inizia a nutrire per la creatura, farà di tutto pur di salvarla e liberarla.

La forma dell'acqua cast

La forma dell’acqua: il cast del film

Al momento di comporre il cast del film, Del Toro non aveva dubbi riguardo a chi affidare il ruolo della protagonista. Dopo averla vista nel film Happy-Go-Lucky, egli desiderava da tempo lavorare con l’attrice Sally Hawkins. Questa, dopo che il progetto le venne illustrato, accettò entusiasta la parte, attratta dai temi e dal personaggio. Per prepararsi al ruolo della muta Eliza, l’attrice dovette far ricorso a tutte le proprie capacità espressive per riuscire a comunicare i suoi stati d’animo. Del Toro, inoltre, le assegnò da vedere numerosi film muti di comici come Charlie Chaplin, Buster Keaton, Harold Lloyd e Stan Laurel. Studiando questi, come anche il linguaggio dei segni, l’attrice poté trovare l’approccio giusto al personaggio.

Per dar vita alla Creatura, invece, il regista si affidò nuovamente all’attore Doug Jones. Questi si era infatti distinto per aver dato vita a tutte le principali creature comparse nei film di Del Toro, da Hellboy fino a Crimson Peak. Jones si sottopose anche in questo caso a diverse ore di trucco, e lavorò a lungo per dar vita a movenze inedite per il personaggio. Il ruolo del tenero Giles era inizialmente stato offerto all’attore Ian McKellen, ma per via di suoi altri impegni a ricoprire la parte fu poi Richard Jenkins. Il ruolo della vivace Zelda è invece ricoperto dalla premio Oscar Octavia Spencer, mentre quello del dottor Hoffstetler da Michael Stuhlbarg. Michael Shannon dà invece volto a Strickland. L’attore rimase particolarmente affascinato dal personaggio dopo che Del Toro gli spiegò che questi, nel cinema degli anni ’50, sarebbe stato l’eroe e non il villain.

La forma dell’acqua: i premi, il libro, il trailer e dove vedere in streaming e in TV il film

Come anticipato, il film si affermò come uno dei più premiati della sua stagione. Il primo grande riconoscimento arrivò proprio durante la Mostra di Venezia, dove si aggiudicò il premio più importante, il Leone d’Oro. In seguito, La forma dell’acqua ottenne 2 Golden Globe su 7 nomination, 3 Bafta Awards su 12 nomination, e una lunga serie di altri premi più o meno prestigiosi. I maggiori onori arrivarono però in occasione dei Premi Oscar. Qui il film ottenne 12 nomination, vincendo poi in quattro categorie. Queste sono miglior colonna sonora, miglior scenografia, miglior regista e miglior film. Ciò permise al titolo di affermarsi come il vero vincitore della stagione.

Come avvenuto anche per alcune sue opere precedenti, parallelamente all’uscita del film Del Toro pubblicò anche il libro tratto da questo. Scritto in collaborazione con il già citato Kraus, questo riporta la storia raccontata nel lungometraggio, qui però approfondita di dettagli ed eventi. Il libro permette infatti di esplorare ulteriormente la storia ideata da Del Toro, entrando ancor di più a contatto con i personaggi e i loro pensieri più intimi. Molto di quanto non è stato possibile narrare nel film si può infatti ritrovare qui, con il risultato di poter avere tra le mani una vera e propria espansione del fiabesco mondo pensato dal regista.

Per gli appassionati del film, o per chi desidera vederlo per la prima volta, sarà possibile fruirne grazie alla sua presenza nel catalogo di alcune delle principali piattaforme streaming oggi disponibili. La forma dell’acqua è infatti presente su Rakuten TV, Chili Cinema, Google Play, Infinity, Tim Vision e Amazon Prime Video. In base alla piattaforma scelta, sarà possibile noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale al catalogo. In questo modo sarà poi possibile fruire del titolo in tutta comodità e al meglio della qualità video. Il film verrà inoltre trasmesso in televisione mercoledì 9 novembre alle ore 21:10 sul canale Rai Movie.

Fonte: IMDb

La forma del Water: Guillermo, Guillermino e Zucchero

La forma del Water: Guillermo, Guillermino e Zucchero

Ragazzi, sono veramente esausto. È stata un’edizione intensa e interessante ma in fondo sono contento che sia arrivata finalmente l’ora di tornare a casa e riposare il mio stanco membro. Ma sento una vocina. Forse è il Demonio di padre Amorth e Friedkin, che occasionalmente ha deciso di possedere un poro cristo di giornalista invece che la solita architetta ciociara. ‘Ang, per mille forconi! Ma che cazzo dici? Stai solo al secondo giorno’. ‘Ma porco di quel… (inserire bestemmie a scelta, possibilmente in ciociaro. Perché sì, la ‘lingua sconosciuta’ che parlava la tizia, ve lo assicuro, era ciociaro stretto. Non aramaico, non antico accadico. Ciociaro). E probabilmente sempre dal Demonio di cui sopra dipende l’incontrovertibile tendenza del mio pass a girarsi sempre dal lato sbagliato, quello bianco, provocando la diffidenza degli addetti alla sicurezza per cui ‘pass fasullo + barba lunga + borsa carica di Toradol equivale a ‘pericoloso terrorista’, se me portano ar gabbio portatemi le arance, o almeno una bottiglia di Fiuggi, che devo bere). Ieri sera – crepi l’avarizia – festicciola. Ho tenuto a bada Fankulius (il demone sumero dell’asocialità festivaliera) per ben 30 minuti. Un record, ma capitemi, andavo a mohito analcolico.

Torno mentre Vì e i capi supremi di Cinefilos Chiara Guida e Francesco Madeo arrivano, tutti belli ed eleganti tranne me, come cantava Vendittius, il demone iraniano della vecchiaia. Li aspetto sulla panchina e li saluto al volo evitando di cedere alle lusinghe di Tornaindietroevieniallafestaconnoius, il demone armeno della dissennatezza. Così almeno oggi sono in grado di presentarmi alla proiezione di The Shape of Water di Del Toro in discreta Shape pure io, che ci tengo. Il film è bellissimo, pochi cazzi, ed è una di quelle storie che se la davi in mano a uno che vuole spiegare le cazzate insite nel cinema di sogno e fantasia, tipo Christopher Nolan, veniva fuori un disastro. In mano a Del Toro pure la storia di una povera disgraziata, cessa e muta, che si innamora del Mostro della Laguna Nera scorre liscia e prende un riflesso meraviglioso. Questo è veramente in grado di dare la forma all’acqua, ma pure all’aria e pure ai rutti se ci prova, ne sono convinto, e visto il tema dire che in questa Laguna è Del Toro il mostro – ovviamente di bravura – non è solo l’abituale cazzata giornaliera dovuta all’abbacinamento da Festival. Risate grasse almeno quanto lui.

Per il resto c’è per me il ritorno di un mostro assai più spaventoso – altro che demoni mediorientali e uomini pesce dal cuore d’oro – ovvero la tumulazione alla Settimana Orizzontale degli Autori, triste reminiscenza dello scorso anno. Che significa tipo diciotto interviste one-to-one di fila a gente diversamente famosa, che poi per carità, è anche caruccia e intellettualmente stimolante, ma mi chiedono costantemente autografi e selfie e quindi mi stressa. Come del resto mi stressa pure stare un’ora sotto il sole per farmi un selfie con Del Toro, ma anche se ora puzzo peggio di una capra l’ho fatto, e ne vado orgoglioso. Mica solo per lui, per quanto lo stimi, ma anche e soprattutto per poter sparare la cazzata ‘Guillermo e Guillermino’ (per i non avvezzi: Guglielmino è il mio cognome, per gli amici Ang) che in effetti sta furoreggiando su facebook. Lui ci sta alla grande e si presta a grandi pacche sulle spalle e capisce: ‘El pequeno Guillermo’.

Ang

Certo che sto film di Del Toro è una bella paraculata verso il genere femminile. Donne: chi di voi nella sua vita non si è mai innamorata del genere mostro che magna proteine, non parla e quando se fa la doccia schizza tutto? Certo, non vi nascondo che vederlo nella versione Barbie, cioè privo degli attributi, mi ha fatto un po’ vacillare. Ma vuoi mettere, quando scopri che ha l’optional ‘pigia il tasto, apri la botola e srotola?’ Dovremmo rinunciare a fa quelle elegantissime battute da signorine perbene ‘hai un coniglio nella tasca o sei solo contento di vedermi?’, ma i vantaggi estetici sono tanti. Comunque il film – anche per me – è bellissimo, e mi ha fatto dimenticare un po’ di brutture di ieri sera, tipo che anche ai Leoni lo Spritz non è accompagnato dalle solite chips, ma te fanno ubriaca’ a stomaco vuoto e strisciare dopo in sala. In più non sono riuscita a vedere il film che sicuramente vincerà (First Reformed) perché, nonostante la nostra super puntualità, la sala era piena.

E non lo dico per i commenti post sala di illustri colleghi, che come al solito sono sempre cauti e morigerati (Capolavoro! Leone subito! Premi supplementari! Borghi! Marinelli! – così, a cazzo – Sai com’è siamo al secondo giorno di festival e di La La Land ce ne è uno solo, forse anche ma menomale), ma perché non l’hanno visto nemmeno Ang e Chiara, e se c’è una cosa che i festival ci insegnano, a parte che se sei con la Carducci, trovi sempre un pasto caldo, è che loro storicamente non vedono mai la pellicola premiata. Ad ogni modo prima di andare al fantastico party, abbiamo ripiegato su un altro film della sezione Orizzonti, pur di non saltare una proiezione. Il film in questione è Espèces menacées, in una sala casinò fredda come le vetrine de sushi dei supermercati. Per onestà mi duole dire che abbiamo googlato il titolo, un po’ perché il francese lo parlo e sto titolo me suonava malissimo (tipo trappola esorcistica dello scorso anno) un po’ perché non volevamo roba da presa a male. Primo risultato: un panda. Annamo bene. Con tutto il rispetto per questo delizioso animaletto, l’idea di passare due ore in una cella frigorifera a guardare un documentario su come i panda falliscono nel riprodursi era veramente troppo da sopportare. Poi abbiamo deciso di aggiungere ‘film’+‘venezia’, e abbiamo scoperto invece una pellicola interessante, se non fosse per quei fastidiosi personaggi che dopo un po’ te facevano venì voglia di pigliare a capocciate lo schermo. D’altronde come rimanere inerme davanti a un padre che vede la figlia gonfiata come na zampogna dal marito stronzo e strafottente e non fa una mazza di concreto se non nel finale, e pure sul finale riesce a farsi odiare? Ma questo è un blog cazzone, e le tematiche serie le lasciamo agli altri sennò ci arrabbiamo, qua invece (sempre se la mia vicina di casa ce lo permette, vedi post precedente) ce piace ride. In chiusura vi segnalo che ieri mentre facevo pipì nei cessi dell’Excelsior, che mi ha insegnato Ang, essere terra franca dai germi dove ancora vige questa regola civilissima del classismo e riesco a non prendermi tipo la malaria, ho incrociato Zucchero. Il perché ce lo chiediamo tutti, sarebbe interessante se Nolan ci sviluppasse attorno un soggetto. Forse è un gran cinefilo, anche se fonti certe l’hanno sentito mentre rilasciava la seguente dichiarazione ‘soccia quanta figa’. Premi supplementari e collaterali anche per lui. Noi invece ci vediamo domani.

La Foresta di Ghiaccio: recensione del film di Claudio Noce

La Foresta di Ghiaccio è il secondo lungometraggio del regista Claudio Noce dopo il successo internazionale di Good Morning Aman, presentato in molti festival internazionali.

Nella nuova pellicola La Foresta di Ghiaccio, per raccontare una storia dalle sfumature noir sceglie il contrasto accecante della candida neve trentina, narrando la storia di un piccolo paese alpino la cui quiete viene turbata, all’improvviso, dall’arrivo di una tempesta e da un mistero inquietante che aleggia nell’aria; ad accorgersene subito è Pietro Fanin, un giovane tecnico specializzato che viene chiamato per riparare un guasto nella centrale elettrica locale ad alta quota: nel frattempo, qualcuno scompare. E un cadavere, di una giocane donna africana, viene ritrovato al confine con la Slovenia. Così, i misteri locali si mescolano con le vite di Pietro, di Lana- poliziotta slovena inviata ad indagare sotto copertura, che si presenta come una zoologa- degli operai della centrale ma soprattutto dei due fratelli Pietro e Secondo, stesso padre ma madri diverse, diversi e affini perché entrambi sembrano essere a conoscenza di torbidi segreti che non possono- e non vogliono- rivelare per non turbare la tranquilla quiete del paese.

La Foresta di Ghiaccio, il film

La diegesi del film segue il classico iter tipico del racconto- o della sceneggiatura- noir, giocando sulle ambiguità, i “non detti”, i chiaroscuri che dipingono i personaggi, pronti a muoversi sulla scena sempre alla costante ricerca di qualcosa: uno scopo, un ideale, una vendetta. I protagonisti de La Foresta di Ghiaccio non sono immuni a questa logica, mostrando tutti quanti un carattere schivo, ambiguo, sospettoso come il paesaggio innevato che fa da sfondo alle loro vicende umane. Il chiaroscuro sembra essere l’elemento costante- e caratterizzante- di questa pellicola: il bianco e il nero dominano la fotografia e gli esterni, quasi tutti girati di notte o nelle limpide giornate dopo il bianco della neve risplende accecante; il binomio tra i due colori contraddistingue la morale di tutti i personaggi, sospesi tra dannazione e redenzione, peccato e pentimento, vita e morte; bicolore sono le azioni e gli intenti che muovono Pietro, Lana, Lorenzo, Secondo, Dario e gli altri sulla scena, trasformando la trama in un intricato gioco di specchi dove niente è come sembra.

Nonostante questi apprezzabili intenti, il film dilata la narrazione rendendo il ritmo scarsamente incalzante- in fondo, stiamo parlando di un thriller/noir creando un ibrido che troppo spesso perde di vista i classici colpi di scena o la tensione narrativa utile a far proseguire l’andamento della macchina di celluloide; Noce troppo spesso si abbandona a delle trovate visive  liriche che appesantiscono il film e non trovano posto nell’economia asciutta del prodotto audiovisivo.

Brillano gli attori che sembrano avere le facce giuste al posto giusto: Adriano Giannini languido cowboy di montagna, Ksenia Rappoport coriacea e testarda come l’impervio paesaggio trentino ed un imponente Emir Kusturica, qui in veste d’attore, aggressivo e taciturno come un lupo delle montagne.

 

La foresta dei sogni: recensione del film con Matthew McConaughey

Ad Aokigahara, in Giappone, esiste un luogo fuori dal tempo conosciuto in ogni angolo del Pianeta. Una foresta ormai famosa e decisamente macabra che accoglie chi ha deciso di mettere fine alla propria vita; è facile infatti – addentrandosi fra la vegetazione – trovare costantemente cadaveri fra gli arbusti, tende abbandonate, scheletri con ancora i vestiti addosso. Ovviamente anche messaggi di addio, fotografie, pupazzi e diari. La cosiddetta Foresta dei Suicidi (nel film La foresta dei sogni) è diventato un caso persino per il Governo locale, che ha fatto installare telecamere per controllare gli accessi, torrette di guardia, ha creato squadre di soccorso che operano senza sosta, ha piazzato cartelli che recitano “Non si è mai soli in vita, pensate ai vostri cari, affrontate le difficoltà insieme agli altri. Tornate a casa” e altre frasi di sorta, nella speranza di salvare qualche anima in pena.

Per saperne di più, e prepararsi alla visione di La foresta dei sogni, esiste su internet un piccolo interessante documentario che racconta perfettamente il mood del posto. Un luogo sterminato, incontaminato e selvaggio che Gus Van Sant sfrutta per raccontare l’animo travagliato di Arthur, un cittadino americano deciso a morire poiché divorato dal senso di colpa. Colpa per un matrimonio gestito male, per il suo profondo egoismo, per la perdita di ogni ragione di vita. Aiutato dalla fotografia potente di Kasper Tuxen, il regista americano monta in modo alternato gli ultimi anni del suo personaggio in Massachussetts e la lotta per la sopravvivenza nella natura violenta, poiché qualcosa o qualcuno riesce a fermare la mano determinata di Arthur.

Le atmosfere estremamente suggestive e profondamente radicate nella cultura spirituale giapponese, che considera la foresta di Aokigahara come un purgatorio nel quale le anime sostano per accedere a qualcosa di superiore, avrebbero tutte le carte in regola per un film pregno di significato e simbolismo. Peccato però che qualcosa, nella scrittura, non abbia funzionato: si assiste a una messa in scena patetica e lacrimosa, appesantita da una miriade di clichés che creano fastidio e imbarazzo.

Il premio Oscar Matthew McConaughey è anche bravo a gestire il suo personaggio durante la prima fase, ma poi anch’esso crolla sotto i colpi sferzanti del ridicolo, andando verso un finale catastrofico e scontato degno della peggiore televisione del pomeriggio. Non lo aiutano una Naomi Watts sterile e un Ken Watanabe ingessato, privo di sfumature. Tutti elementi che il Festival di Cannes 2015, dove La foresta dei sogni è stato presentato in Concorso, non ha perdonato e ha sommerso la proiezione della stampa internazionale di fischi pesanti come macigni. Anche gli ottimi propositi del sottotesto, che mirano a dare una speranza a chi sta affrontando l’elaborazione di un lutto, passano purtroppo in secondo piano, se non in terzo. Adieu monsieur Van Sant.

 

La folle vita, recensione del film di Raphaël Balboni e Ann Sirot

Arriva nelle sale italiane La folle vita – titolo originale La vie démente – primo lungometraggio dei registi belgi Ann Sirot e Raphaël Balboni, che ne firmano anche la sceneggiatura. Il lavoro risale al 2020. Il duo belga si è fatto notare quest’anno al Festival di Cannes, dove ha presentato alla Settimana della Critica il suo secondo film, del 2023, La sindrome degli amori passati, che ha ricevuto una buona accoglienza. La folle vita è un dramma, ma ha anche caratteri di commedia. Si affronta il tema della malattia e i registi si chiedono se e come eventualmente sia possibile conciliarla con lo scorrere della vita dei familiari della persona malata, che, nonostante il dolore e le difficoltà, continua.

La trama de La folle vita

Alex, Jean Le Peltier, e Noémi, Lucie Debay, sono una coppia di trentenni con un legame stabile. Stanno pensando di avere un bambino. Proprio in questo delicato momento della loro vita di coppia, la madre di Alex, la gallerista Suzanne, Jo Deseure, comincia ad avere strani comportamenti. Ha delle amnesie e fa spese sconsiderate. In seguito a una visita medica, le viene diagnosticata una forma di demenza. Da quel momento, le energie di Alex si concentrano sul problema di salute della madre. Così, mentre Suzanne con il procedere della malattia, diventa sempre più difficile da gestire, il rapporto tra Alex e Noémi rischia di andare il crisi e con esso il loro progetto di famiglia.

Una prospettiva insolita per un film sulla malattia

E’ giusto sacrificare sé stessi e la propria vita per qualcun altro, fosse anche la persona a cui teniamo di più al mondo? Sembra essere questa la domanda che si pongono Balboni e Sirot. La folle vita si muove infatti su un doppio binario. Da una parte, affronta il tema della malattia, in particolare delle malattie degenerative del sistema nervoso, mostrandone la progressione e le difficoltà cui vanno incontro sia l’ammalato che i familiari. Lo fa però senza pietismo, non c’è il ricatto del dolore verso lo spettatore e, cosa rara nelle pellicole che trattano questi temi, la malattia non fagocita tutto il film, non è l’unico argomento. Il punto di vista del malato non è esclusivo. Il film, infatti, non ha falsi moralismi e accende i riflettori sulle vite di coloro che sono vicino al malato, che cercano di aiutarlo e supportarlo per quanto possibile, ma si trovano anche a gestire e possibilmente far procedere ed evolvere, la loro stessa vita. Si tratta qui di due giovani, che hanno tutta la vita davanti e tutto il diritto di viverla a pieno. Una prospettiva dunque originale, insolita.

Il tono de La folle vita tra leggerezza e ironia

Altro elemento più che apprezzabile ne La folle vita, è il suo tono leggero e ironico, reso anche grazie a una solida sceneggiatura, opera degli stessi registi. Questo tipo di approccio riguarda innanzitutto la malattia stessa e il personaggio di Suzanne, eccentrico per natura. La protagonista, Jo Deseure, la interpreta in modo superbo, rendendo la malattia una specie di opera d’arte in progress. L’attrice belga, attiva prevalentemente in teatro, ha ricevuto il Premio Magritte 2022 per questa interpretazione. Tuttavia, questo approccio ironico e disincantato investe anche il rapporto di coppia di Alex e Noémie, in tutti i suoi aspetti. Ciò rende il film molto godibile e accattivante, nonostante un tema non facile e solitamente percepito come molto impegnativo dal pubblico. Qui, si riesce ad affrontarlo senza pesantezza.

La folle vita, Jo Deseure e Jean Le Peltier seduti a una scrivania.

L’estetica del film

La folle vita è ambientata nel mondo dell’arte e l’occhio avvezzo alla bellezza artistica dei due registi è evidente. Il loro gusto estetico è raffinato e brillante. Molto calzante è la similitudine che il film contiene. Come l’opera d’arte che affascina tanto Suzanne, lei stessa si disfa piano piano, si disunisce, ma senza che questo pesi sullo spettatore come una tragedia. Divertente anche l’idea dei tessuti, che nella stanza di Alex e Noémie hanno tutti la stessa fantasia, dai parati all’abbigliamento dei protagonisti, come si vede anche nella locandina del film. A questo proposito, ricordiamo che i costumi sono di Frédéric Denis e la fotografia è curata da Jorge Piquer Rodríguez.

Un ottimo cast ne La folle vita

Le interpretazioni ne La folle vita, al di là di quella della protagonista, di cui si è parlato, sono tutte molto efficaci. Jean Le Peltier, attore e regista che aveva già lavorato con Sirot e Balboni nel corto Avec Thelma nel 2017, apparso poi in Mon légionnaire di di Rachel Lang, veste i panni di Alex in modo convincente, destreggiandosi tra le preoccupazioni e le premure di figlio e il ruolo di compagno. Mentre a Lucie Debay – Le nostre battaglie, Mon Légionnaire – spetta il compito di interpretare il personaggio più “scomodo”. Una donna, Noémie, accogliente e vicina alla madre del suo compagno, ma che al tempo stesso non è disposta a rinunciare al suo desiderio di essere madre. Una figura forte e dolce al tempo stesso, oltre che pragmatica, che l’attrice fa sua in modo originale. Infine, va menzionato Gilles Remiche, nel ruolo di Kevin, che viene assunto per assistere Suzanne nella quotidianità. Premio Magritte 2022 come miglior attore non protagonista, Remiche era un attore di talento, purtroppo scomparso nello stesso anno.

Accettazione e libertà

La folle vita è un film ironico e brioso, anche se drammatico, sull’accettazione della malattia. E’, però, anche fieramente contrario all’annullamento di sé in favore del malato. Lo si può interpretare poi, come un inno alla libertà, se si considera questa nuova fase della vita di Suzanne come la prosecuzione naturale della sua eccentrica esistenza. Una fase in cui, paradossalmente, proprio grazie alla malattia, è libera di esprimersi senza più filtri o freni. Infine, i registi invitano lo spettatore a considerare la malattia come qualcosa di naturale, da accettare. Non per questo, semplificando la situazione. Anzi, si apprezza il pragmatico realismo con cui affrontano il tema, senza vittimismo. Uno sguardo interessante quello dei registi belgi Ann Sirot e Raphael Balboni, che mostrano così il loro talento. Si spera sia possibile apprezzare presto loro nuove pellicole, come la più recente, La sindrome degli amori passati. Intanto, La folle vita è dal 29 giugno al cinema, distribuito da Wanted.

La finestra sul cortile: il film sulla visione spettatoriale di Alfred Hitchcock ha 70 anni

Il cinema è fatto di sguardi. Occhi che si posano su immagini impresse su un telaio bianco, le cui forme e colori disegnano un mondo con una lingua tutta propria, in cui perdersi è inevitabile, e a volte persino necessario. Perché la settima arte è la dimensione fittizia perfetta per evadere da una realtà in cui sentirsi scomodi o ingombranti non è evento raro. Allora si cerca altrove, in uno spazio fatto di luci e ombre, dove il solo guardare diventa piacere viscerale, desiderio, bramosia, anche ossessione. Essere spettatori delle vite altrui e trarne godimento è un’esperienza che si può vivere con l’arte cinematografica, lì dove il pubblico diventa voyeur eccitato, e si abbandona dentro la cornice di un’inquadratura in cui ci si appropria di personaggi, luoghi e situazioni. Un concetto che dagli albori del cinema ha visto la sua massima rappresentazione in La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, film-manuale in technicolor datato 1954 che quest’anno compie settant’anni, e che non sembra invecchiato di un giorno.

La finestra sul cortile, la “regia pura”

Un lungometraggio fondato su un concetto di regia puro, un vero e proprio manuale per i filmmaker. Un thriller costruito ad hoc, come lo sono in fondo anche gli altri della filmografia del maestro del brivido, in cui le architetture scenografiche, esaltate dal gioco visivo di inquadrature studiate, esprimono chiaramente quale sia il significato del cinema stesso, esaltandolo, e come noi dall’altra parte ne assorbiamo l’essenza. Un inno, perciò, a ciò che è il linguaggio filmico, ma in particolare a chi ne fruisce, diventandone a sua volta protagonista.

Pur essendo una storia di detection, La finestra sul cortile si impianta su una trama lineare visivamente stratificata: Jeff, interpretato da un meraviglioso James Stewart (che aveva già lavorato con Hitchcock in Nodo alla gola), è un fotoreporter costretto su una sedia a rotelle a causa di un infortunio, che passa le sue giornate a guardare il vicinato dalla finestra, entrando nelle quotidianità degli inquilini dei palazzi di fronte. Man mano che il suo sguardo penetra nelle abitazioni, invadendo la loro privacy, Jeff inizia a familiarizzare con la loro routine, fino a quando un giorno non ipotizza l’assassinio della signora Thorwald, perpetrato dal marito. Convinto di quanto crede di aver visto, Jeff inizia a indagare con il solo uso dello sguardo, finché la sua fidanzata, Lisa, un’incredibile e elegantissima Grace Kelly, non decide di aiutarlo.

Jeff: spettatore e regista

Truffaut aveva spiegato bene, in un’intervista, la natura di La finestra sul cortile: “In questo film abbiamo un uomo immobile che guarda fuori, poi ciò che vede e poi la sua reazione. Ciò rappresenta la più pura idea cinematografica”. Dove per idea cinematografica si intende quel meccanismo proprio del cinema per cui osservazione e reazione sono strettamente legate. È il cosiddetto Effetto Kuleshov, per il quale ogni inquadratura acquisisce di senso grazie a quella che la segue e la precede. Un principio su cui si fonda il film di Hitchock, per dimostrare quanto siano potenti non solo gli strumenti del cinema, ma anche la visione spettatoriale che ne deriva. Con Jeff, il cineasta fa un’esericizio di tecnica – magistrale – per raccontarci due figure chiave della settima arte: il regista con la sua macchina da presa, e il pubblico.

Per quanto riguarda il regista, attraverso una meticolosa scelta di inquadrature, sembra che il fotoreporter operi allo stesso modo di un cineasta: modella la sua storia in base a ciò che capta al di là della sua finestra, dunque sceglie cosa osservare, e soprattutto chi, a quale porzione di spazio dare rilievo e cosa far essere importante e incisivo. Taglia, cuce, seleziona delle immagini per dare forma a un racconto che nel frattempo si concretizza. Allo stesso tempo, però, nella sua immobilità, Jeff diventa lo spettatore, che esaminando l’altro si immedesima, ipotizza e si fa coinvolgere a tal punto da farsi delle idee, senza però poter agire. Proprio come chi è in sala, seduto sulla poltrona, che subisce gli eventi senza poter intervenire. Un’analogia che si riscontra anche nella funzione dello sguardo, l’unica che il protagonista può esercitare: fra Jeff e ciò che accade c’è una distanza che non si può colmare o accorciare, e così per lo spettatore. Nessuno dei due può influenzare ciò che avviene, non può intervenire. Hitchcock usa lo spazio scenico per restituire questo concetto, avvalendosi di soli due ambienti: quello esterno, che è primario, focalizzato sui palazzi che si vedono dalla postazione del protagonista, dove si svolge l’omicidio e si costruisce il tono thriller, e quello interno, la casa in cui Jeff è bloccato, il controcampo del primo ambiente.

Per ognuno di essi riserva un tipo di inquadratura, scegliendo le soggettive – la ripresa favorita e primaria del film – quando Jeff è nell’atto dell’osservare, con zoom e raccordi sull’asse nel momento in cui ricorre alla macchina fotografica e imposta alcuni teleobiettivi. È in quell’istante che noi spettatori siamo Jeff a tutti gli effetti. Diventiamo una sola cosa con il protagonista perché ci riconosciamo: guardiamo come lui guarda, ragioniamo come lui ragiona. Maciniamo pensieri, giusti o sbagliati che siano, e abbiamo un’opinione come Jeff. Il culmine di tale processo è quando l’assassino – Thorwald – si rende conto di essere guardato e guarda a sua volta, ma direttamente in camera. I suoi occhi incrociano quelli di Jeff, ma sembrano volgersi verso noi spettatori, che nel frattempo ci siamo identificati con lui – l’obbiettivo primario di Hitchcock – e veniamo trascinati totalmente nella narrazione. Ci sentiamo in trappola, colti alla sprovvista e spaventati. Ecco che qui Hitchcock ci mostra la prima grande abilità del cinema: inghiottirci in un racconto fittizio in cui però il processo di elaborazione, percezione e sentimenti sono tutto, fuorché fasulli.

La finestra sul cortile film

Il cinema come evasione dalla realtà

Nella costruzione del suo discorso narrativo e del suo protagonista Jeff, Hitchcock tiene a sottolineare il valore del cinema come sfera dentro la quale entrare per alienarsi dalla realtà vissuta, se la condizione in cui si è non è confortevole. Il cinema, i film, sono l’opportunità da una parte per estraniarsi, dall’altra per riflettere su se stessi mentre guardiamo l’altro, che può anche diventare il nostro doppio. Come se fosse in una sala cinematografica, in cui la finestra diventa lo schermo dove si svolge lo spettacolo, Jeff si stacca dalla sua realtà domestica, nella quale sente il peso della responsabilità che ha nei confronti della sua amata Lisa, per proiettare la sua attenzione sui condomini che gli si palesano di fronte. La ragazza, molto più giovane di lui, nel fargli visita ogni giorno, sfrutta l’occasione per ricordare a Jeff del loro matrimonio, e di quanto sia necessario iniziare i preparativi per le nozze. Il fotoreporter però non è disposto a legarsi ufficialmente a lei poiché reputa i loro stili di vita incompatibili, e vorrebbe che la loro relazione rimanesse così per timore che, una volta sposati, si distrugga un equilibrio che crede intoccabile.

Per evadere da quello che è il suo contesto quotidiano, Jeff direziona il suo impegno mentale sulle coppie degli appartamenti di fronte a sé, proiettando sugli altri i suoi timori per la sua relazione e trovando, specie i coniugi Thorwald, la conferma alle sue paure, rispetto alle varie sfumature – anche negative – che può avere un rapporto d’amore, e a come si può trasformare in un rapporto tanto conflittuale che può portare all’omicidio. Lo spettatore, similmente, opera allo stesso modo. Nel racconto che si modella sullo schermo, Jeff trova una via di fuga che lo distoglie dalle sue dinamiche personali, ma anche uno spunto che lo spinge a riflettere ancora di più su quello che lo affligge. Come se, rintracciando delle affinità con quelle persone, vedesse una rappresentazione di sé e di un suo possibile futuro. È qui, dunque, che Hitchcock dimostra quanto la macchina del cinema ha una doppia funzione e svolge due compiti che si intrecciano l’uno all’altro, facendoci capire quanto, pur non accorgendocene in maniera conscia, la materia narrativa, ma soprattutto le immagini filmiche, possano influenzare il nostro privato e essere rivelatrici. Rendendoci, di conseguenza, parte integrante della storia.

Il piacere del guardare

La tematica più centrale messa in campo da Hitchcock in La finestra sul cortile, che si lega a doppio filo al concetto di spettatore, è il piacere del guardare, il voyeurismo, su cui il maestro del brivido fa una disamina quasi filosofica. Se il cinema è evasione e universo parallelo attraverso cui ragionare su alcuni aspetti della propria vita (come abbiamo detto poc’anzi), è anche dimostrazione di quanto l’essere umano sia attratto dalle esistenze altrui e provi assoluto godimento nel guardarle. Jeff è, infatti, rapito da ciò che può vedere dalla finestra del suo appartamento, pezzi di vita quotidiana che gli si dipanano davanti agli occhi e di cui non riesce a fare a meno. Il fotoreporter rappresenta un’altra caratteristica dello spettatore al cinema, interessato ai personaggi che si muovono sullo schermo, desideroso di fare ingresso – pur tacitamente – nel loro intimo quotidiano e così interpretarlo. È un’attrazione la sua, una pulsione viva, un potere che solo lui possiede, lo stesso che accomuna il protagonista hitchcockniano al pubblico in sala, e a cui non riesce a sottrarsi, tanto che Stella – l’infermiera che si prende cura di Jeff – a un certo punto gli dirà “siamo diventati una razza di guardoni”, dichiarando la sua, ma anche la nostra, posizione voyeuristica (e spettatoriale).

Ecco perché quando nel film Lisa si intrufola nella casa di Thorwald, diventando oggetto di visione e soggetto attivo della diegesi, cresce in Jeff l’interesse per lei che prima, quando gli era accanto, non provava. La ragazza è entrata di diritto nella narrazione, è protagonista del racconto da lui “fruito”, e riesce a guadagnarsi la sua attenzione totale, fino a che il suo gesto da eroina non distenderà il loro rapporto (Jeff si renderà conto di quanto tiene a lei) e risolverà, in ultimo, la crisi.

La finestra sul cortile è dunque un manifesto sul cinema e lo spettatore e, come scrive Paolo Bertetto in L’interpretazione dei film, è “un processo che insieme esibisce e analizza non solo l’orizzonte tecnico del cinema, ma anche quello comunicativo, e che progressivamente ci fa vedere come funziona la macchina cinema, come si realizza il rapporto spettatoriale, come si costruisce la visione filmica, come si sviluppa la narrazione e la messa in scena cinematografica.” In definitiva, uno dei capolavori indiscussi del cinema, da vedere, studiare, ricordare in eterno.

La fine è il mio inizio: recensione del film con Bruno Ganz

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La fine è il mio inizio: recensione del film con Bruno Ganz

Alla fine della sua vita piena di avvenimenti, Tiziano Terzani, avventuriero, scrittore e giornalista si ritira a vita privata aspettando la morte che ha accettato e convocando a sé Folco, suo figlio, per affidargli i suoi ricordi, i suoi pensieri, le sue più intime riflessioni sulla vita, sua e quella del mondo. La fine è il mio inizio assume così le sembianze di una autobiografia ragionata, dove il protagonista e allo stesso tempo autore Terzani si lascia andare al racconto, alla confessione e alla digressione. La fine è il mio inizio diretto con diligenza da Jo Baier si presente, dal punto di vista tecnico, un buon compito, classico nella scelta del linguaggio e molto luminoso per quello che riguarda le scelte fotografiche della direttrice della fotografia Judith Kaufman, che sceglie di abbacinare lo spettatore con dei netti controluce che stagliano contro lo sfondo le figure di Folco e Tiziano, insieme nell’ultimo grande viaggio del secondo.

Tutto il film La fine è il mio inizio poggia sulle spalle del suo splendido protagonista: Bruno Ganz, truccato e vestito come l’ultimo Terzani impersona con grande delicatezza ed energia questo personaggio così carismatico e affascinante del panorama culturale mondiale, non solo italiano. I suoi lunghi monologhi, pericolosissimi se non interpretati con bravura, diventano lunghe dissertazioni sulla vita e la morte, sull’uomo e la sua furia distruttiva, sugli sbagli dell’umanità ma anche sulla semplice considerazione che solo la rivoluzione interiore può cambiare davvero le cose.

“L’uomo è la creatura più distruttiva che esista sulla Terra” queste parole sono pronunciate dal padre al figlio in una sorta di passaggio di consegna, di rito iniziatico e di sereno congedo da una vita piena. La fine è il mio inizio incontra i suoi limiti nella struttura dialogica inevitabilmente statica, ma riesce lo stesso a rappresentare il movimento di un’anima verso quell’ignoto e comunissimo viaggio che è la morte, che terrorizza tutti ma che tutti prima o poi compiamo. Incommensurabilmente e serenamente triste questo film è un oggetto particolare, delicato, che potrebbe annoiare ma che ha una sua forza espressiva nei contenuti e nelle emozioni che lascia davvero potente. Lo spettatore si lascia ammaestrare e arricchire dal racconto e cullato sulle splendide note di Ludovico Einaudi, realizzatore della colonna sonora, si abbandona alla commozione, al lento sgocciolare via della vita da un corpo che ha terminato il suo ciclo sulla terra.

La fine è il mio inizio: il cast presenta il film

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“In ogni professione si trova la propria strada, mio padre faceva il giornalista come se fosse stato un pellegrino pagato per soddisfare la sua curiosità”. Con questa bella immagine del padre Tiziano, Folco Terzani accoglie i giornalisti alla conferenza stampa di La fine è il mio inizio, film che racconta gli ultimi mesi del grande giornalista e scrittore fiorentino.

La fine di Oak Street: il teaser trailer del nuovo film di David Robert Mitchell con Anne Hathaway ed Ewan McGregor

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È stato diffuso il teaser trailer ufficiale di La fine di Oak Street, il nuovo atteso film diretto da David Robert Mitchell e prodotto da J. J. Abrams. Il progetto, distribuito da Warner Bros. Pictures, arriverà nelle sale italiane a partire dal 12 agosto 2026.

Il film vede protagonisti Anne Hathaway e Ewan McGregor, affiancati da Maisy Stella e Christian Convery, in un racconto che mescola suggestioni fantascientifiche e tensione familiare. Con questo nuovo progetto, Mitchell torna a esplorare territori inquieti e misteriosi, dopo il successo di opere come It Follows.

Un evento cosmico trasforma la realtà: la trama e le atmosfere del film

Al centro della storia c’è un evento cosmico inspiegabile che strappa Oak Street dalla sua quotidianità suburbana, trasportando l’intero quartiere in un luogo sconosciuto e ostile. In questo scenario destabilizzante, la famiglia Platt si ritrova a dover affrontare una realtà completamente alterata, dove ogni punto di riferimento sembra svanito.

La sopravvivenza diventa così una questione non solo fisica, ma anche emotiva: restare uniti è l’unico modo per orientarsi in un ambiente che sfida le leggi conosciute e mette a dura prova i legami familiari. Il teaser suggerisce un’atmosfera sospesa tra fantascienza e dramma umano, con un forte accento sull’alienazione e sulla perdita di controllo.

Dietro la macchina da presa, Mitchell si avvale di collaboratori di primo piano come il direttore della fotografia Michael Gioulakis, la scenografa Maya Shimoguchi, il montatore John Axelrad e il compositore Michael Giacchino, elementi che fanno intuire una forte cura visiva e sonora.

Prodotto da Bad Robot e Jackson Pictures, La fine di Oak Street si presenta come uno dei titoli più intriganti dell’estate 2026, capace di unire spettacolo e riflessione esistenziale.

La fine di Oak Street: Anne Hathaway ed Ewan McGregor nel teaser trailer del nuovo film di David Robert Mitchell

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Warner Bros. Pictures ha diffuso il primo teaser trailer di La fine di Oak Street, il nuovo film scritto e diretto da David Robert Mitchell, autore di It Follows e Under the Silver Lake. Il progetto vede protagonisti Anne Hathaway ed Ewan McGregor, affiancati da Maisy Stella e Christian Convery, ed è prodotto da J.J. Abrams insieme a Hannah Minghella, Jon Cohen, David Robert Mitchell, Matt Jackson e Tommy Harper.

Le prime immagini anticipano un racconto di fantascienza dal forte impianto misterioso, costruito attorno a un evento inspiegabile che sconvolge la vita di un’intera comunità. Il film arriverà nelle sale italiane il 12 agosto 2026 distribuito da Warner Bros. Pictures.

La storia segue la famiglia Platt quando un misterioso evento cosmico strappa Oak Street dalla periferia e trasporta l’intero quartiere in un luogo sconosciuto. In un ambiente improvvisamente diventato irriconoscibile, la sopravvivenza dipenderà dalla capacità della famiglia di restare unita e trovare un modo per orientarsi in una realtà che sembra sfidare ogni logica.

Il teaser trailer mostra le prime immagini del nuovo mistero fantascientifico di David Robert Mitchell

Pur mantenendo segreta gran parte della trama, il teaser trailer punta soprattutto sull’atmosfera e sul senso di inquietudine che caratterizzeranno il film. Le immagini suggeriscono una storia in cui l’elemento fantascientifico si intreccia con il dramma familiare, uno dei temi centrali del racconto.

Dietro la macchina da presa Mitchell può contare su una squadra creativa di alto livello composta dal direttore della fotografia Michael Gioulakis, dalla scenografa Maya Shimoguchi, dal montatore John Axelrad e dal compositore Michael Giacchino, autore di alcune delle colonne sonore più celebri del cinema contemporaneo. I costumi sono invece firmati da Erin Benach.

Prodotto da Bad Robot e Jackson Pictures, La fine di Oak Street rappresenta uno dei progetti più attesi della prossima stagione cinematografica e segna il ritorno alla regia di David Robert Mitchell dopo Under the Silver Lake. Il teaser lascia intravedere un’opera che potrebbe unire il fascino della fantascienza speculativa a una riflessione più intima sui legami familiari e sulla capacità di affrontare l’ignoto.

Il film sarà distribuito nelle sale italiane da Warner Bros. Pictures a partire dal 12 agosto 2026.

La Fine del Mondo: recensione del film di Edgar Wright

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La Fine del Mondo: recensione del film di Edgar Wright

Comico, brillante, demenziale, emozionante, straordinario, è tutto questo La Fine del Mondo, il nuovo film di Edgar Wright colpisce al cuore lo spettatore e lo accompagna con la pancia dolente dal riso fino alla Fine del Mondo. A 20 anni dal loro ultimo incontro, cinque amici si riuniscono, e cercano di compiere l’opera che hanno lasciata incompiuta durante l’adolescenza: completare il miglio dorato, ovvero il percorso di 12 pub che porta fino al The World’s End (La Fine del Mondo), storico locale dove nessuno di loro è mai arrivato prima.

Edgar Wright conclude, con The World’s End (da noi La Fine del Mondo), la sua strabiliante trilogia del Cornetto. Cominciata con L’Alba dei Morti Dementi e proseguita con Hot Fuzz, questa straordinaria trilogia, come bene sanno i fan accaniti di Wright, ha come obbiettivo quello di dissacrare tutto ciò che di serio, spaventoso, disgustoso e catastrofico va di moda al cinema e così, dopo essere passati per i fertili territori dello zombie movie e dell’action adrenalinico tutto al maschile, il buon Edgar cavalca la moda del momento e si dedica, come da titolo, ad un film catastrofico concentrato su eventi straordinari che porteranno inevitabilmente alla fine del mondo.

La Fine del Mondo recensione

In questo contesto straordinario, Edgar Wright cala ancora una volta i suoi personaggi ordinari, e in questo caso, accanto a Simon Pegg e Nick Frost, fedeli compagni di viaggio del regista, ci sono altri volti noti del cinema inglese: Martin Freeman, Eddie Marsan e Paddy Considine. Questo simpatico quintetto è completato della dolce Rosamund Pike, dall’affascinante Pierce Brosnan e David Bradley, colui che dalla scorsa stagione televisiva della HBO è divento l’uomo più odiato del piccolo schermo.  I magnifici cinque sono i compagni di viaggio con cui affrontiamo quest’avventura che fin troppo presto comincia a sfuggire loro di mano. Come negli altri capitoli, anche qui nella sceneggiatura c’è lo zampino di Pegg che si fa aiutare da Frost, realizzando, ancora una volta, uno script vivace, esilarante non privo di momenti di riflessione, che in questo film piuttosto che in quelli precedenti a volte prendono il sopravvento, rischiando di far apparire verbosa la storia.

Fondamentale è la componente fisica e action del film. I cinque protagonisti si vedono sempre coinvolti in “incontri” fisici che li mettono alla prova e li vedono, sorprendentemente, all’altezza delle più complesse acrobazie e delle più violente scazzottate. Edgar Wright mostra un talento registico di spessore, riuscendoci a raccontare sia la bevuta al bar che la zuffa più confusa con un ritmo che si adegua agli eventi e li narra sempre con grande ordine e coinvolgimento da parte del pubblico. La Fine del Mondo è il coronamento perfetto dell’idea di cinema di Wright: esilarante, dissacrante, demenziale e assolutamente epico.

La fine del mondo: i 12 pub del film in un video promozionale

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La fine del mondo: i 12 pub del film in un video promozionale

La fine del mondo-trailer-italianoCinque amici si ritrovano dopo 20 anni per compiere il leggendario “giro dei 12 pub di Newton Heaven”. La cittadina inglese ha un percorso di un miglio costellato dai 12 pub, che i nostri protagonisti dovranno visitare per completare il loro giro. Peccato che man mano che prosegue il loro giro cominceranno ad accadere intorno a loro cose sempre più strane, legate in qualche modo al nome stesso del pub. Se l’ultimo pub si chiama La fine del Mondo, cosa mai potrà succedere alla fine del viaggio?

Ecco uno speciale video virale che ci mostra la presentazione della cittadina e del “miglio d’oro” costellato dalle 12 destinazioni dei protagonisti:

 

Di seguito ecco l’insegna del primo pub in cui faranno tappa i nostri:

the first post

Prossimo film di Edgar Wright, La fine del Mondo vede protagonista la coppia comica alle prese con il terzo capitolo della “trilogia del cornetto” pensata, scritta e diretta da Wright stesso che ne ha fatto uno dei cicli di film comico demenziali meglio riusciti degli ultimi anni. Nel film, accanto a Pegg e Frost ci sono anche , , e