Le
prime reazioni a Michael, il
biopic dedicato a Michael
Jackson, iniziano a emergere e
restituiscono un quadro complesso ma estremamente interessante. Il
film, diretto da Antoine
Fuqua e interpretato da Jaafar Jackson,
nipote dell’artista, è già al centro di discussioni accese tra chi
lo definisce un’opera potente e chi ne sottolinea alcune criticità
narrative.
Le
reazioni iniziali parlano di una performance molto convincente da
parte di Jaafar Jackson, capace di restituire non solo la fisicità
ma anche l’energia scenica di Michael Jackson. Allo stesso tempo,
però, emergono dubbi sul modo in cui il film affronta gli aspetti
più controversi della vita dell’artista, suggerendo che la
narrazione possa essere sbilanciata verso una rappresentazione più
celebrativa che problematica.
Ed è proprio qui che la notizia diventa davvero rilevante: Michael
non è solo un biopic musicale, ma un terreno delicatissimo dal
punto di vista culturale. Raccontare una figura così iconica
significa inevitabilmente prendere posizione, e le prime reazioni
fanno intuire che il film potrebbe dividere il pubblico tra chi
cerca un omaggio e chi invece pretende un ritratto più critico e
completo.
Il biopic Michael tra
celebrazione e controversie: cosa racconta davvero e cosa sceglie
di evitare
Il nodo centrale del film riguarda l’equilibrio tra mito e realtà.
Michael Jackson resta
una delle figure più influenti della storia della musica, ma anche
una delle più controverse. Un biopic su di lui non può limitarsi
alla dimensione artistica senza confrontarsi con il peso mediatico
e giudiziario che ha segnato la sua vita.
Le prime impressioni suggeriscono che Antoine Fuqua abbia
scelto una direzione fortemente emotiva e spettacolare, puntando su
sequenze musicali e ricostruzioni iconiche della carriera. Questo
approccio potrebbe funzionare sul piano cinematografico, ma rischia
di lasciare in secondo piano le zone d’ombra, creando una
narrazione parziale.
In questo senso, il film si inserisce in una tendenza recente dei
biopic musicali, sempre più orientati verso l’esperienza immersiva
e meno verso l’analisi critica. La vera sfida per Michael sarà
quindi quella di trovare un equilibrio credibile: se riuscirà a far
convivere spettacolo e complessità, potrà diventare un punto di
riferimento del genere; in caso contrario, rischia di essere
ricordato più per ciò che non racconta che per quello che
mostra.
Il
reboot di X-Files torna al
centro dell’attenzione dopo le nuove dichiarazioni di David Duchovny, che
ha lasciato aperta la possibilità di riprendere il ruolo
iconico di Fox Mulder nel progetto sviluppato da
Ryan Coogler. Una
notizia che riaccende immediatamente l’interesse dei fan, perché
lega il futuro della serie a una figura storica, pur all’interno di
una visione dichiaratamente nuova.
Duchovny non è stato ancora coinvolto ufficialmente nel reboot, ma
ha espresso disponibilità a partecipare, sottolineando però che
molto dipenderà dall’approccio creativo scelto da Coogler. Il
regista, noto per Black Panther e
Creed,
ha già anticipato che il progetto punterà a essere “più spaventoso”
e contemporaneo, con un possibile rinnovamento del cast e delle
dinamiche narrative.
Questa apertura, tuttavia, racconta qualcosa di più profondo: il
reboot di X-Files non sarà una semplice operazione
nostalgia. Il coinvolgimento (anche parziale) di Duchovny potrebbe
funzionare come ponte tra passato e futuro, ma il vero nodo è
capire quanto spazio verrà dato ai nuovi personaggi. Il rischio,
per Coogler, è quello di restare intrappolato tra fan service e
necessità di reinventare un immaginario che oggi deve confrontarsi
con un pubblico molto diverso da quello degli anni ’90.
Il reboot di X-Files tra eredità
di Mulder e Scully e una nuova direzione più horror e
contemporanea
Il punto centrale del progetto è proprio questo equilibrio
delicato. Fox Mulder e
Dana Scully non sono
solo protagonisti, ma simboli di un’epoca televisiva costruita su
mistero, paranoia e sfiducia nelle istituzioni. Riprenderli
significherebbe inevitabilmente confrontarsi con quell’eredità.
Coogler sembra invece orientato verso un aggiornamento più
radicale, puntando su tematiche contemporanee e su un tono più
esplicitamente horror. Questo potrebbe tradursi in una serie meno
procedurale e più serializzata, dove il mistero non è più solo “là
fuori”, ma intrecciato a paure moderne: tecnologia, sorveglianza,
disinformazione.
In questo scenario, l’eventuale ritorno di Duchovny assumerebbe un
valore quasi simbolico, come passaggio di testimone piuttosto che
come reale centralità narrativa. Una scelta che, se gestita bene,
potrebbe evitare l’effetto revival sterile e trasformare X-Files in
qualcosa di realmente nuovo, capace di parlare a una generazione
che non ha vissuto il fenomeno originale.
FOTO DI COPERTINA: David Duchovny
arriva alla première di Los Angeles di “You People”. Foto di Image
Press Agency via DepositPhotos.com
La serie vede protagonisti
Ann Dowd,
Chase Infiniti, Lucy Halliday,
Mabel Li, AmySeimetz, Brad Alexander,
Rowan Blanchard, Mattea Conforti, Zarrin Darnell-Martin, Eva Foote,
Isolde Ardies, Shechinah Mpumlwana, Birva Pandya e
Kira Guloien.
The Testaments è stata
creata dallo showrunner ed executive producer Bruce Miller e vede
come executive producer anche Warren Littlefield, Elisabeth Moss, Steve Stark, Shana Stein, Maya
Goldsmith, John Weber, Sheila Hockin, Daniel Wilson, Fran Sears,
oltre a Mike Barker, che dirigerà anche i primi tre
episodi. La serie è prodotta da MGM Television.
Carismatico,
affascinante, pieno di sé quanto incapace di mettere ordine nel
caos che è la sua vita privata… e anche campione d’ascolti: a una
settimana dal finale di stagione del primo legal drama Sky
Original, l’AVVOCATO LIGAS interpretato da
Luca Argentero conferma il suo successo con
risultati, su Sky e NOW, da record.
Il dato
nei sette giorni arriva a 1 milione di spettatori
medi (992.000) e il completion
rate (l’indice che misura la percentuale di utenti
che hanno completato la visione di tutti gli episodi) è da
record al 97%, a dimostrazione dell’apprezzamento e della
fedeltà crescente del pubblico, dall’inizio fino alla fine della
stagione, nei confronti dell’avvocato tutto fascino e sfrontatezza
la cui storia prende le mosse da “Un caso complicato per
l’avvocato Ligas. Perdenti” di Gianluca Ferraris (in libreria
con Corbaccio). Ottima anche la permanenza, al
67%.
Inoltre, il
primo episodio della serie, a 28 giorni dalla
messa in onda, continua a cumulare ascolti arrivando addirittura
a1 milione e mezzo di spettatori medi (1 milione
479mila), dato che fa del titolo la terza nuova serie Sky Original
più vista dal 2021. Da notare il +41%,di
crescita tra gli ascolti nei 7 e nei 28 giorni, a
dimostrazione di un crescenteengagement generato dalla
serie tra il pubblico, testimoniato pure dall’andamento sui
social con ben 361mila interazioni e addirittura
13.5 milioni di video views.
Lorenzo Ligas è
la rockstar del Tribunale di Milano. Un avvocato penalista dal
talento indiscusso e con una vita privata… turbolenta. Tratta dal
la serie in sei episodi è prodotta da Sky Studios e Fabula Pictures
ed è diretta da Fabio Paladini. Alla scrittura Federico Baccomo,
Jean Ludwigg, Leonardo Valenti, Matteo Bozzi, Camilla Buizza e
Francesco Tosco.
Nel cast, insieme
ad Argentero, Marina Occhionero nei panni di Marta
Carati, determinata praticante di Ligas, eBarbara
Chichiarelli in quelli del pubblico ministero “rivale” di
Ligas in tribunale, Annamaria Pastori. E ancora Gaia
Messerklinger e Flavio Furno a
interpretare, rispettivamente, l’ex moglie di Ligas, Patrizia, e
Paolo, migliore amico di Ligas.
AVVOCATO LIGAS | In esclusiva su Sky e in streaming solo
su NOW
Il
film Codice 999 (leggi qui la recensione),
diretto da John
Hillcoat, si presenta fin dalle prime
sequenze come un crime urbano teso e stratificato, ambientato in
una Atlanta corrotta e senza via d’uscita. La narrazione segue una
banda criminale composta da ex militari e poliziotti corrotti,
incastrati in un sistema che li divora progressivamente, fino a
trasformare ogni scelta in una questione di sopravvivenza. Ma è nel
suo finale che il film rivela pienamente la propria natura: non un
semplice thriller, ma una riflessione cupa sull’impossibilità di
uscire da un sistema marcio.
L’apparente struttura da heist movie lascia progressivamente spazio
a una spirale di tradimenti, ricatti e violenza inevitabile. Il
dispositivo del “Triple 9” – il codice per segnalare un agente
ferito, usato per distrarre la polizia – diventa il simbolo di un
mondo in cui anche le istituzioni vengono piegate a logiche
criminali. In questo contesto, il finale non è solo una chiusura
narrativa, ma una dichiarazione di intenti: nessuno può salvarsi
davvero, e ogni tentativo di redenzione è destinato a fallire.
Il finale di Codice
999: cosa succede davvero e perché tutto crolla
La sequenza conclusiva di Codice 999 mette in
scena il completo collasso del piano criminale e delle relazioni
tra i personaggi. Il momento chiave si verifica durante
l’operazione “Triple 9”, quando Marcus Belmont
(Anthony Mackie)
tenta di orchestrare l’omicidio del suo partner Chris Allen (Casey
Affleck) per distrarre la polizia.
Tuttavia, il piano si incrina: il giovane agente sopravvive
all’agguato, mentre Gabe Welch (Aaron
Paul) viene ucciso e Marcus stesso resta
gravemente ferito.
Questo fallimento segna il punto di non ritorno. Parallelamente,
Michael Atwood
(Chiwetel
Ejiofor) porta a termine la rapina, recuperando i dati
richiesti dalla mafia russa guidata da Irina Vlaslov (Kate
Winslet). Ma anche qui, la dinamica del
tradimento è inevitabile: Irina non mantiene la promessa di
restituirgli il figlio, rivelando che il legame familiare è solo un
ulteriore strumento di controllo.
La reazione di Michael è tanto disperata quanto calcolata: attiva
una bomba nascosta nel regalo destinato al figlio, uccidendo Irina.
È un gesto che sembra voler ristabilire un equilibrio, ma in realtà
non è altro che l’ennesima manifestazione della logica distruttiva
che governa il film. Subito dopo, Michael viene a sua volta tradito
e ucciso da Franco Rodriguez, che
fugge con il denaro.
L’epilogo si sposta quindi su Chris, che scopre gradualmente la
verità grazie a un indizio lasciato involontariamente. Quando
capisce che Franco è coinvolto, si prepara allo scontro finale. Ma
è Jeffrey Allen (Woody
Harrelson) – zio di Chris e detective –
a chiudere il cerchio: nascosto nell’auto di Franco, lo affronta in
un duello a fuoco che porta alla morte di Franco e al ferimento
grave dello stesso Jeffrey. L’ultima immagine, con Jeffrey che fuma
una sigaretta mentre attende un destino incerto, sospende la
narrazione in una dimensione amara e irrisolta.
Un mondo senza morale: cosa
significa davvero il finale di Codice 999
Il finale di Codice 999 non offre catarsi né
giustizia. Ogni personaggio è intrappolato in una rete di
compromessi morali da cui non può uscire. Il sistema –
rappresentato dalla polizia, dalla criminalità organizzata e dalle
relazioni familiari – è talmente corrotto da rendere impossibile
distinguere tra bene e male. Anche Chris, l’unico apparentemente
integro, riesce a sopravvivere solo adattandosi a questa realtà,
non cambiandola.
Il concetto di “Triple 9” assume qui un valore simbolico preciso: è
l’atto estremo di sacrificare un individuo per permettere al
sistema di continuare a funzionare. Non è un’anomalia, ma una
procedura. Questo ribalta completamente la prospettiva dello
spettatore: ciò che dovrebbe essere eccezionale diventa routine, e
la violenza istituzionale si normalizza.
La morte a catena dei personaggi principali evidenzia un’altra idea
centrale: il tradimento non è un evento, ma una condizione
permanente. Nessuna alleanza è stabile, nessun legame è autentico.
Anche i rapporti familiari – come quello tra Michael e Irina –
vengono ridotti a strumenti di manipolazione. Il risultato è un
universo narrativo in cui l’unico esito possibile è
l’autodistruzione.
Il contesto di John Hillcoat:
violenza, fatalismo e discesa nell’abisso
Il film si inserisce perfettamente nella poetica di
John
Hillcoat, autore da sempre interessato a
racconti segnati da violenza e fatalismo. Già in opere come il
distopico The Road e il western
Lawless, Hillcoat
esplora mondi in cui la sopravvivenza passa attraverso compromessi
morali estremi. Codice 999 trasporta questa
visione nel contesto urbano contemporaneo, sostituendo il deserto o
la frontiera con la città come spazio di degrado etico.
Atlanta diventa così un vero e proprio personaggio: un ambiente
opprimente, attraversato da tensioni razziali, economiche e
istituzionali. Il film dialoga apertamente con il genere crime
americano, ma ne sovverte le aspettative. Non c’è l’eroe che
ristabilisce l’ordine, né un sistema che alla fine si ricompone. Al
contrario, ogni tentativo di riportare equilibrio genera ulteriore
caos.
Anche la struttura narrativa riflette questo approccio:
frammentata, corale, priva di un vero centro morale. Lo spettatore
è costretto a navigare tra punti di vista diversi, senza mai
trovare un ancoraggio stabile. Questo rafforza la sensazione di
disorientamento e contribuisce a rendere il finale ancora più
destabilizzante.
Chi sopravvive davvero in
Codice 999?
Se si osserva il finale da una prospettiva più ampia, emerge una
domanda cruciale: chi vince davvero in Codice 999?
Apparentemente, Chris è l’unico a uscire vivo e con una parvenza di
integrità. Ma questa sopravvivenza è ambigua. Ha visto il sistema
dall’interno, ne ha compreso le regole, e difficilmente potrà
restarne immune.
Il destino di Jeffrey, lasciato sospeso, rafforza questa ambiguità.
La sua figura rappresenta una generazione che ha combattuto il
crimine senza riuscire a sradicarlo. Il gesto finale – fumare
mentre attende i soccorsi – non è eroico, ma rassegnato. È la
consapevolezza che, anche eliminando i singoli colpevoli, il
sistema continuerà a produrne altri.
In questo senso, il vero protagonista del film non è nessun
personaggio, ma il meccanismo stesso della corruzione. Un sistema
che si autoalimenta, che ingloba anche chi cerca di opporvisi e che
non lascia spazio a redenzione. Il finale, quindi, non chiude la
storia: la lascia aperta, suggerendo che tutto continuerà
esattamente allo stesso modo.
Devil’s Knot – Fino a prova contraria (leggi
qui la recensione), diretto da Atom Egoyan,
è uno di quei film che si collocano in una zona ambigua tra
ricostruzione giudiziaria e riflessione morale, evitando
deliberatamente di offrire risposte definitive.
Basato sul celebre caso dei West Memphis Three, il film mette
in scena una vicenda reale in cui tre adolescenti vengono accusati
dell’omicidio brutale di tre bambini, in un contesto segnato da
isteria collettiva e paranoia sociale. Fin dalle prime sequenze,
l’opera costruisce un clima opprimente, dove il bisogno di trovare
un colpevole supera la necessità di cercare la verità.
Ciò che rende Devil’s Knot – Fino a prova
contraria particolarmente disturbante è la sua
struttura narrativa: invece di seguire un’indagine lineare, il film
accumula contraddizioni, omissioni e sospetti, lasciando lo
spettatore in uno stato di costante incertezza. Il finale,
coerentemente con questa impostazione, non chiude il racconto ma lo
apre, trasformandolo in una riflessione più ampia sulla giustizia,
sulla percezione pubblica e sulla fragilità delle istituzioni. È
proprio in questa sospensione che si annida il significato più
profondo del film.
La spiegazione del finale di
Devil’s Knot – Fino a prova contraria: una verità
che emerge troppo tardi e resta incompleta
Nel finale di Devil’s Knot – Fino a prova
contraria, la vicenda giudiziaria sembra giungere a una
conclusione formale: Damien Echols viene
condannato a morte, mentre Jason Baldwin e
Jessie Misskelley
ricevono l’ergastolo. La macchina della giustizia si è mossa
rapidamente, sostenuta da confessioni fragili e prove
inconsistenti, ma sufficienti per placare l’opinione pubblica. A
livello narrativo, tuttavia, è proprio dopo il processo che il film
cambia prospettiva e inizia a insinuare il dubbio più radicale.
Il detective privato Ron Lax (Colin
Firth) continua a indagare e incontra
Pamela Hobbs (Reese
Witherspoon), madre di una delle
vittime. È qui che emerge uno degli elementi più inquietanti: il
coltello appartenuto al figlio, ritrovato in possesso del patrigno
Terry Hobbs, un
dettaglio che non era mai stato considerato durante le indagini
ufficiali. Questo oggetto diventa una crepa nella versione
ufficiale dei fatti, suggerendo che la verità potrebbe essere molto
diversa da quella sancita dal tribunale.
Il film non offre una rivelazione esplicita, ma costruisce una
tensione crescente attraverso indizi e omissioni. Il racconto si
chiude senza un vero colpevole identificato, lasciando emergere una
sensazione di ingiustizia irrisolta. I titoli di coda amplificano
ulteriormente questo effetto: le testimonianze chiave vengono
ritrattate, nuove prove emergono anni dopo, e la figura del
misterioso uomo insanguinato visto la sera degli omicidi resta
senza identità. La verità, dunque, non è stata trovata; è stata
semplicemente sostituita da una versione conveniente.
Il significato del finale:
isteria collettiva, bisogno di colpevoli e fallimento della
giustizia
Il cuore tematico di Devil’s Knot – Fino a prova
contraria risiede nella sua rappresentazione di una
comunità che, di fronte all’orrore, sceglie la via più semplice:
costruire un nemico riconoscibile. I tre ragazzi accusati incarnano
perfettamente questa funzione. Sono outsider, appassionati di heavy
metal, distanti dai codici sociali dominanti. In un contesto
segnato dalla paura del satanismo, diventano il bersaglio
ideale.
Il finale mostra come questa dinamica non sia un errore isolato, ma
un meccanismo sistemico. La confessione di Jessie Misskelley,
ottenuta dopo ore di interrogatorio senza assistenza legale, è un
esempio emblematico di come la verità possa essere manipolata per
adattarsi a una narrazione già decisa. Il fatto che le sue
dichiarazioni siano piene di incongruenze non impedisce alla
macchina giudiziaria di utilizzarle: ciò che conta non è la
coerenza, ma l’utilità.
La figura di Pamela Hobbs introduce un ulteriore livello di
complessità. La sua progressiva presa di coscienza rappresenta il
percorso dello spettatore: da una fiducia iniziale nel sistema a
una crescente consapevolezza della sua fallibilità. Il dubbio che
si insinua su Terry Hobbs non viene mai risolto, e proprio per
questo assume un valore simbolico. Non si tratta tanto di stabilire
se sia lui il colpevole, quanto di riconoscere che la verità è
stata ignorata.
Il finale, quindi, non riguarda la scoperta di chi ha commesso il
crimine, ma il modo in cui una società decide chi deve pagare. È
una riflessione sulla giustizia come costruzione narrativa, più che
come ricerca oggettiva dei fatti.
Atom Egoyan e il
racconto dell’ambiguità: tra memoria, verità e
rappresentazione
Il film si inserisce coerentemente nella filmografia di
Atom Egoyan,
autore che ha spesso esplorato il rapporto tra memoria, verità e
rappresentazione. Opere come Il dolce domani
mostrano già un interesse per le comunità ferite e per le
narrazioni che emergono dopo un trauma collettivo. In
Devil’s Knot – Fino a prova contraria, questo
approccio si traduce in una messa in scena che evita il
sensazionalismo e privilegia l’ambiguità.
Egoyan non costruisce un thriller tradizionale, ma un dispositivo
narrativo che mette in discussione il concetto stesso di verità. Le
informazioni vengono distribuite in modo frammentario, spesso
contraddittorio, costringendo lo spettatore a confrontarsi con
l’incertezza. Questo è particolarmente evidente nel finale, dove
l’assenza di una soluzione non è un limite, ma una scelta
precisa.
Il film dialoga anche con il genere del legal drama, ma ne sovverte
le aspettative. Non c’è un momento di rivelazione che ribalta il
processo, né un avvocato che salva gli innocenti all’ultimo minuto.
Al contrario, la giustizia appare come un sistema imperfetto,
influenzato da pressioni sociali, pregiudizi e errori umani. In
questo senso, Devil’s Knot – Fino a prova
contraria si avvicina più a un’indagine morale che a
un racconto giudiziario.
Le implicazioni reali: il caso
dei West Memphis Three e una verità ancora aperta
Le implicazioni del finale si estendono ben oltre la narrazione
cinematografica. Il caso dei West Memphis Three è ancora oggi
oggetto di dibattito, e il film riflette questa condizione di
incertezza. Le informazioni fornite nei titoli di coda – dalle
ritrattazioni delle testimonianze alle prove del DNA emerse anni
dopo – suggeriscono che la verità ufficiale sia profondamente
incompleta.
La figura di Terry Hobbs, collegata a una prova genetica mai
analizzata all’epoca dei fatti, rappresenta una pista che avrebbe
potuto cambiare radicalmente il corso del processo. Il fatto che
queste prove siano emerse solo molti anni dopo evidenzia le lacune
dell’indagine iniziale. Allo stesso tempo, la liberazione dei tre
condannati nel 2011, attraverso un accordo che li mantiene
formalmente colpevoli, aggiunge un ulteriore paradosso: la
giustizia riconosce implicitamente l’errore, senza correggerlo
completamente.
Il film, in questo senso, non offre risposte ma solleva domande.
Chi è davvero responsabile? Quanto pesa il contesto sociale nella
costruzione della colpa? E soprattutto: è possibile, una volta
stabilita una verità ufficiale, tornare indietro?
L’immagine finale, sospesa tra dubbio e consapevolezza, lascia lo
spettatore con una sensazione persistente di incompiutezza. È una
scelta coerente con il tema centrale del film: la verità, quando
viene sacrificata per placare la paura, diventa irraggiungibile. E
ciò che resta non è giustizia, ma una narrazione fragile, destinata
a essere messa in discussione.
Il crime thriller in stile Quei
bravi ragazzi con Chris Hemsworth, Kockroach,
continua a prendere forma grazie a nuovi aggiornamenti sul cast e
sulla produzione. Il film è diretto da Matt Ross
(Captain Fantastic) e scritto da Jonathan
Ames (You Were Never Really Here), ed è
basato sul romanzo di William Lashner.
Rachel Sennott è
l’ultima attrice ad unirsi al cast accanto a Chris Hemsworth. Le riprese inizieranno la
prossima settimana in Australia, paese natale dell’attore. Il suo
ruolo non è ancora stato rivelato, ma secondo
Deadline sarà una “parte secondaria importante”. Sennott è
attualmente impegnata anche nella seconda stagione di I Love
LA per HBO, ma la sua partecipazione al film non dovrebbe
interferire a lungo con la serie. L’attrice ha recitato anche in
film come Shiva Baby (2020), Bodies Bodies Bodies
(2022), Bottoms (2023), Saturday
Night (2024) e The Moment (2026).
Un cast stellare e una produzione
in evoluzione
Il progetto ha attraversato diverse
fasi di sviluppo, con cambi di cast importanti: inizialmente erano
stati coinvolti Channing Tatum e Oscar Isaac, poi usciti per problemi di
agenda, prima che Hemsworth venisse confermato come protagonista.
Nel cast figurano anche Taron Egerton, Zazie Beetz e Alec
Baldwin, a cui si aggiunge ora Rachel Sennott.
La storia di Kockroach segue un
misterioso sconosciuto che si muove nella criminalità di New York e
si trasforma in un potente boss della malavita. Il romanzo
originale, pubblicato nel 2007 con lo pseudonimo Tyler Knox, è una
reinterpretazione moderna de La metamorfosi di Franz
Kafka, in cui un uomo si risveglia trasformato in uno
scarafaggio, suggerendo anche nel film possibili elementi surreali
o soprannaturali.
È stato rilasciato il primo trailer
di Mutiny,
il nuovo action thriller con protagonista Jason Statham, che arriverà nei cinema
il 21 agosto 2026. Il film segna l’ennesimo
ritorno dell’attore al genere action dopo titoli come Fast
X,
Shark 2: L’abisso, I mercenari e The
Beekeeper.
Statham interpreta Cole
Reed, un ex membro delle Forze Speciali ed ex poliziotto,
determinato a scoprire la verità dopo essere stato incastrato per
omicidio. Il trailer lascia intravedere una cospirazione
internazionale che il protagonista dovrà affrontare mentre cerca di
dare la caccia al vero colpevole.
Un viaggio tra vendetta e
sopravvivenza in mare aperto
Il trailer di Mutiny si apre con
Cole che tenta di salvare donne e bambini rinchiusi in un container
su una nave in mezzo al mare, ma viene scoperto e costretto a
combattere. Successivamente incontra il personaggio interpretato da
Annabelle Wallis, che gli chiede: «Chi diavolo
sei?» Cole però non è interessato alle formalità e risponde che la
priorità è mettere in salvo le persone. Poco dopo si rende conto
che il tempo sta per scadere, mentre un’altra nave si avvicina.
La situazione peggiora rapidamente
quando viene dato l’ordine di eliminarlo. Cole si ritrova così
intrappolato all’interno della nave, dove affronta diversi nemici
armati in una serie di combattimenti intensi.
Successivamente, davanti a un uomo
che gli chiede cosa voglia, Cole risponde con una sola parola:
“vendetta”. Il trailer mostra quindi inseguimenti,
sparatorie e scene d’azione ad alta tensione, fino alla sequenza
finale in cui il protagonista scala il fianco della nave
mentre i militari rispondono a una chiamata d’emergenza che segnala
un “attacco”.
Nel cast, insieme a Statham, ci
sono Annabelle Wallis, Jason
Wong, Roland Møller e Adrian
Lester. L’attore è anche produttore del film insieme a
Marc Butan.
La regia è firmata da
Jean-François Richet, già noto per Assault on
Precinct 13, Blood Father e
Plane. La sceneggiatura è scritta da J.P.
Davis e Lindsay Michel. Le riprese si
sono svolte nel Regno Unito e a Malta alla fine del 2024.
Sebastian Stan ha sorpreso i fan con
un look completamente diverso nella prima immagine
ufficiale del film Fjord. L’attore ha infatti
abbandonato i suoi iconici capelli lunghi da Soldato d’Inverno per
il nuovo ruolo nel dramma diretto da Cristian Mungiu.
Nel film, Stan recita accanto a
Renate Reinsve nei panni di una coppia europea,
Mihai e Lisbet Gheorghiu. La storia segue i due mentre si
trasferiscono in un remoto villaggio della Norvegia, dove stringono
amicizia con la famiglia Halberg. Tuttavia, la situazione prende
una piega inquietante quando i figli dei Gheorghiu vengono
sospettati di comportamenti anomali, finendo al centro
dell’attenzione dell’intera comunità.
Sebastian Stan: un attore
camaleontico
Cortesia di account Instagram Snowglobe
La casa di produzione Snowglobe ha diffuso
la prima immagine ufficiale del film, che mostra
Stan e Reinsve insieme ai loro quattro figli sullo sfondo delle
montagne norvegesi. Colpisce in particolare il nuovo aspetto
dell’attore nei panni del capofamiglia, un personaggio di origine
rumena come lo stesso Stan.
Inoltre, lo studio ha confermato
che il film è stato selezionato per la competizione principale del
prossimo Festival di Cannes, che si terrà a maggio 2026. La
pellicola è scritta e diretta da Cristian Mungiu, vincitore della
Palma d’Oro nel 2007 per 4 mesi, 3 settimane, 2
giorni.
Fjord rappresenta un’altra
importante trasformazione fisica per Sebastian Stan, noto per la sua
capacità di calarsi completamente nei ruoli. Di
recente, infatti, ha interpretato Donald J. Trump nel film
The Apprentice – Alle origini di Trump (2024), per il quale ha
aumentato di circa 15 chili e adottato il celebre
look biondo, ottenendo anche una nomination all’Oscar come miglior
attore nel 2025. Tra le sue trasformazioni più note figurano anche
Tommy Lee in Pam & Tommy, con piercing e tatuaggi, e Jeff
Gillooly in Tonya, con
il caratteristico look con i baffi.
Il suo ruolo più iconico resta
quello del Soldato d’Inverno nel Marvel Cinematic Universe,
che lo ha reso una star globale. Stan tornerà presto nel
personaggio in Avengers:
Doomsday, in uscita il 18 dicembre 2026.
L’attore è oggi uno dei più
richiesti di Hollywood e si prepara anche a entrare nell’universo
DC con The Batman:
Parte 2, dove potrebbe interpretare Harvey Dent/Two-Face, anche
se il ruolo non è ancora stato confermato ufficialmente. Le riprese
dovrebbero iniziare durante l’estate.
Nel frattempo, Stan è atteso a
Cannes il prossimo maggio per la promozione di Fjord. Il film non
ha ancora una data di uscita ufficiale, ma è previsto per
il 2026, con distribuzione negli Stati Uniti affidata a
Neon.
Michael J. Fox è fortunatamente ancora vivo,
nonostante nelle ultime ore si siano diffuse false notizie sulla
sua morte. L’equivoco è nato quando la CNN ha
trasmesso per errore un servizio intitolato “Ricordando la vita
dell’attore Michael J. Fox”, provocando tristezza e panico tra
molti spettatori.
Fox, celebre per i suoi ruoli in
Ritorno al futuro e Casa
Keaton, è da anni anche una figura centrale nella
sensibilizzazione sul morbo di Parkinson,
diagnosticatogli a 29 anni nel 1991. Attraverso la sua fondazione, la Michael J. Fox Foundation, ha
contribuito a raccogliere oltre 2 miliardi di dollari per
la ricerca.
La reazione ironica di Fox dopo la
falsa notizia
Dopo la diffusione della notizia
errata, l’attore ha deciso di intervenire personalmente per
rassicurare i fan. In un post pubblicato su Threads, ha confermato
di essere vivo e ha reagito con ironia alla
situazione, scherzando sulle possibili reazioni a una
notizia del genere:
“Come reagisci quando accendi
la TV e la CNN annuncia la tua morte? Tu… A) cambi canale e guardi
MNSBC, o come si chiamano adesso B) ti versi acqua bollente in
grembo, se ti fa male sei a posto C) chiami tua moglie, sperando
che sia preoccupata ma rassicurata D) ti rilassi, lo fanno una
volta all’anno E) ti chiedi “ma che cavolo?” Pensavo che il mondo
stesse finendo, ma a quanto pare riguarda solo me e sto bene. Con
affetto, Mike.”
Secondo People, il servizio
raccontava la carriera e la vita personale di Michael J. Fox,
inclusa la diagnosi di Parkinson e il suo impegno nella ricerca
sulle cellule staminali. Inoltre, ricordava che nel 2022 l’Academy
of Motion Picture Arts and Sciences gli ha conferito il
Jean Hersholt Humanitarian Award per il suo
impegno e contributo alla causa.
Nel frattempo, un portavoce della
CNN ha chiarito che il servizio è stato pubblicato per errore e
successivamente rimosso da tutte le piattaforme. L’emittente ha
inoltre presentato le proprie scuse ufficiali
all’attore e alla sua famiglia per quanto accaduto.
L’incidente è avvenuto poco dopo la
partecipazione di Fox al PaleyFest, dove era presente per parlare
della terza stagione della serie Shrinking, in cui recita accanto a Harrison Ford. Il creatore dello show ha anche
espresso il desiderio di rivederlo in una possibile quarta
stagione, ricevendo una risposta positiva dall’attore.
In precedenza, Michael J. Fox aveva
raccontato nel suo memoir No Time Like the Future di
essersi allontanato dalla recitazione perché il Parkinson rendeva
più difficile lavorare sul set. Tuttavia, è tornato a recitare
accettando il ruolo di Gerry in Shrinking,
segnando il suo ritorno sullo schermo per la prima volta dal
2020.
Steven Spielberg ha recentemente spiegato
perché, almeno per ora, non ha intenzione di dirigere un film
horror, nonostante sia un’idea che lo ha sempre affascinato. A
influenzare questa decisione è stato Weapons,
il film horror del 2025 diretto da Zach Cregger, che lo ha colpito profondamente
come spettatore.
Il film racconta la misteriosa
scomparsa di 17 bambini in una piccola città della Florida, tutti
spariti esattamente alle 2:17 del mattino. L’evento genera panico e
paranoia tra gli abitanti, mentre i sospetti ricadono rapidamente
su Justine, l’insegnante dei ragazzi scomparsi, interpretata da
Julia Garner.
Un film così efficace da
“bloccare” l’ispirazione
Cary Christopher in Weapons
Steven Spielberg è noto per aver
diretto film di successo che spaziano da opere per famiglie a
intensi thriller di fantascienza. In una recente intervista a
Empire, ha spiegato che, pur avendo considerato l’idea di
dirigere un vero e proprio film horror, al momento non ha
intenzione di farlo. Nonostante il suo interesse per il genere, ha
affermato che progetti recenti, tra cui proprio Weapons, hanno già
offerto il tipo di paura e intensità che lui stesso vorrebbe
ottenere. Ha dichiarato:
“Non ho ancora diretto un film
horror, e ho sempre voluto farlo, e forse un giorno lo farò. Ma
sono già usciti alcuni grandi film horror che soddisfano quel
desiderio. Quando vedo un grande film horror come Weapons, non
sento il bisogno di fare qualcosa di simile. Vedo Weapons e non mi
viene voglia di realizzare un film altrettanto spaventoso o
addirittura più spaventoso. Mi soddisfa così completamente che
blocca il mio desiderio di fare, un giorno, un film davvero,
davvero terrificante.”
Weapons si è
rivelato un enorme successo sia commerciale sia di critica,
incassando circa 270 milioni di dollari nel mondo
e ottenendo numerosi riconoscimenti durante la stagione dei premi,
inclusi i Golden Globe e gli Oscar. Tra le vittorie più importanti,
Amy Madigan ha conquistato l’Oscar
come miglior attrice non protagonista.
Oltre ai risultati al botteghino,
il film ha rafforzato la reputazione di Zach Cregger come uno dei
nuovi nomi più importanti nel panorama horror. Dopo il successo di
Weapons, pubblico e stampa hanno iniziato a chiedersi quale sarà il
suo prossimo progetto, vedendolo come un regista capace di dare
nuova vita al genere. La narrazione del film, l’atmosfera
inquietante e il finale emotivo lo hanno reso unico rispetto ai
suoi concorrenti.
La reazione di Spielberg dimostra
come anche i registi più affermati possano essere influenzati dal
lavoro dei colleghi. È un raro esempio di opera che non solo
intrattiene il pubblico, ma influenza direttamente anche
l’industria.
Dopo la sua apparizione in
Super Mario Galaxy – Il film, Luis
Guzmán ha parlato del possibile futuro di
Wart all’interno del franchise. Il personaggio,
storico villain della saga, ha finalmente fatto il suo debutto
cinematografico, attirando l’attenzione sia dei fan sia della
critica.
La carriera di Guzmán include film
celebri come Carlito’s Way, Ubriaco d’amore, fino
ad arrivare al suo recente ruolo nel sequel di
Super Mario Bros, dove interpreta appunto Wart, l’antagonista
che tenta di conquistare il mondo dei sogni di Subcon.
Il futuro di Wart: il “cattivo dal
cuore buono”
In un’intervista a ScreenRant,
Guzmán ha parlato del ritorno di Wart e ha anticipato il futuro del
personaggio nel franchise. Alla domanda sul suo ruolo, l’attore ha
fatto riferimento all’incoraggiamento dei suoi figli a “fare il
cattivo”. Ecco cosa ha dichiarato:
“Amico, è davvero un’ottima
domanda. Mi piacerebbe che continuasse a essere un cattivo — è così
che i miei piccoli lo chiamano quando parlano con me: “Fai il
cattivo, papà, fai il cattivo.” E un cattivo con un buon cuore, in
realtà. Continuare a far parte dell’universo di Super Mario Galaxy…
Ascolta, nella storia di Super Mario, Wart è un personaggio che le
persone aspettavano da tempo. E il fatto che compaia — da quello
che so — ha entusiasmato tutti.”
Wart è un classico
villain di Super Mario che ha debuttato originariamente
come antagonista principale nel gioco giapponese del 1987 Yume
Kōjō: Doki Doki Panic, poi rielaborato per il pubblico
occidentale in Super Mario Bros. 2. Il suo ritorno sul grande
schermo rappresenta molto più di un semplice cameo. Nel film,
infatti, gestisce un casinò nella Gateway Galaxy e, pur non essendo
il principale antagonista come
Bowser e Bowser Jr., svolge un ruolo importante aiutando Peach
e Toad con informazioni cruciali.
Il film propone una visione più
sfumata dei villain, mostrando sia Wart sia Bowser alle prese con
conflitti interiori. In particolare, l’idea di un “cattivo
con un buon cuore” riflette l’evoluzione dei personaggi
nell’universo di Mario, dove anche gli antagonisti possono avere
profondità emotiva.
L’inclusione di Wart nel film
riflette anche la volontà di Nintendo di espandersi oltre Bowser
come antagonista classico, recuperando elementi meno utilizzati del
franchise. Wart rappresenta un ritorno alle origini dell’universo
di Mario e suggerisce che, se un personaggio del passato può avere
un impatto così forte nei film attuali, le possibilità per nuovi
villain, galassie e personaggi sono molte.
Nel corso della sua carriera,
Guzmán ha interpretato personaggi che riflettono sia il tono dei
film sia l’idea di un cattivo con un buon cuore. Ha interpretato il
proprietario di un club Maurice Rodriguez in Boogie Nights
– L’altra Hollywood, un alleato di Pablo Escobar — José
Gonzalo Rodríguez Gacha — in Narcos e, più recentemente, Gomez Addams in
Mercoledì.
Sebbene il futuro di Wart nel
franchise resti incerto, i commenti di Guzmán e l’entusiasmo dei
fan per la sua presenza in Super Mario Galaxy – Il Film fanno ben sperare in un
suo ritorno.
Plaion Pictures e Midnight
Factory sono liete di annunciare cheKill
Bill: The Whole Bloody Affair,
acquisito da Lionsgate, arriveràal cinema dal
28 maggio al 3 giugno, in un evento speciale di 7
giorni, come svela il poster ufficiale. Per la prima
volta, il capolavoro di Quentin Tarantino sarà proposto nelle sale
italiane come un unico film di 281 minuti, superando la divisione
in Volume 1 (2003) e Volume 2 (2004): una scelta
che restituisce al pubblico l’idea originaria del regista, che
aveva concepito Kill Bill come un’opera unica prima della
separazione per esigenze distributive.
A oltre vent’anni dall’uscita, il
pubblico italiano potrà così vedere il quarto film di Tarantino
nella forma più completa e fedele alla sua visione. Proprio la
locandina italiana ricorda cosa rende imperdibile questa versione
del cult immortale, finalmente nei cinema senza tagli, con scene
mai viste e in un’unica opera. Il montaggio di Kill
Bill: The Whole Bloody Affair elimina infatti il
cliffhanger finale del primo capitolo e il riassunto iniziale del
secondo, introducendo novità significative come il celebre scontro
con gli 88 folli presentato per la prima volta interamente a colori
e sequenze totalmente inedite che arrivano in Italia in versione
originale sottotitolata. Fra queste, 7 minuti e mezzo inediti
dell’iconico flashback in stile anime, prodotto dal leggendario
studio Production I.G., che esplora il tormentato passato di O-Ren
Ishii (Lucy Liu). A coronare questa edizione definitiva, inoltre,
la presenza di The Lost Chapter: Yuki’s Revenge, un
vero e proprio cortometraggio nato da un’idea di Tarantino rimasta
per anni nel cassetto e ora portato alla luce grazie al noto motore
grafico Unreal Engine, con la sorella della letale Gogo Yubari in
cerca di vendetta.
In Kill Bill: The Whole
Bloody Affair,Uma
Thurman interpreta La Sposa, creduta morta dal suo ex mentore e
amante Bill, che le tende un’imboscata durante le prove del suo
matrimonio, sparandole in testa e privandola del bambino che
portava in grembo. Per ottenere la sua vendetta, la donna si mette
sulle tracce dei quattro componenti rimasti della Deadly Viper
Assassination Squad prima della resa dei conti finale con Bill.
Sono proprio La Sposa e la sua arma prediletta, la micidiale katana
forgiata da Hattori Hanzo, ad essere al centro del poster
italiano: un’immagine iconica che restituisce immediatamente tutta
la potenza visiva, l’estetica inconfondibile e lo spirito che
attraversano l’intero film.
Kill
Bill:The Whole Bloody
Affair non è soltanto una versione estesa, ma la
possibilità di riscoprire Kill Bill come un’unica grande
opera sulla vendetta, fra le migliori mai girate: uno spettacolo
continuo in cui Tarantino fonde cinema di arti marziali, chambara
giapponese ed exploitation in un linguaggio personale, visivamente
esplosivo e profondamente cinefilo, costruito attraverso rimandi e
reinvenzioni della storia del cinema. La visione integrale
valorizza così la struttura ritmica e narrativa del film,
permettendo di cogliere appieno l’evoluzione della Sposa e
restituendo tutta la forza di una saga epica contemporanea.
Un evento davvero unico e irripetibile che consentirà alle
nuove generazioni e ai “vecchi” fan di Kill Bill di vivere sul
grande schermo tutti insieme e tutto d’un fiato l’affresco di
sangue dipinto da Tarantino esattamente come lo aveva sempre
desiderato.
Kill Bill: The Whole
Bloody Affairarriverà al cinema per una
settimanadal 28 maggio al 3 giugnoconPlaion PictureseMidnight Factory.
Il grande giorno è
arrivato: il due volte campione unificato dei pesi massimi
Tyson Fury (34-2-1, 24 KO) torna sul ring dopo il
ritiro per affrontare il devastante Arslanbek
Makhmudov (21-2, 19 KO). L’appuntamento è per domani,
sabato 11 aprile dalle ore 20 italiane, live solo su Netflix, senza costi aggiuntivi. La telecronaca sarà
affidata alle voci di Niccolò Pavesi e Alessandro Duran.
Presentato da Sua
Eccellenza Turki Alalshikh e da The Ring, questo evento storico,
che si terrà al Tottenham Hotspur Stadium di Londra, sarà il primo
incontro di Fury sul suolo britannico dopo quasi quattro anni e
segnerà la prima diretta streaming di Netflix dal Regno Unito.
Il co-main event sarà il
match tra il welter britannico Conor “The Destroyer” Benn (24-1, 14
KO) e Regis “Rougarou” Prograis (30-3, 24 KO).
Netflix sta attualmente
producendo insieme a Tyson Fury la docuserie di successo At Home
With the Furys, la cui seconda stagione è prevista per questa
primavera. Parallelamente alla serie, Netflix sta anche producendo
Fury (titolo provvisorio), il documentario che racconta la vita
cruda e senza filtri di una delle figure più affascinanti dello
sport e della cultura britannica.
Sua Eccellenza Turki
Alalshikh ha dichiarato: “Siamo felici che Tyson abbia deciso di
tornare sul ring per quello che dovrebbe essere un emozionante
scontro tra pesi massimi contro Makhmudov”.
Gabe Spitzer,
vicepresidente dello sport di Netflix, ha dichiarato: “Da tempo
ammiro Tyson Fury come uno dei pugili più resilienti e affascinanti
della sua generazione. La sua carriera è stata caratterizzata dal
superamento delle difficoltà e ogni suo incontro è caratterizzato
da un’energia innegabile. Siamo incredibilmente entusiasti di
vederlo di nuovo sul ring per questo grande ritorno a casa e siamo
felici di offrire ai nostri abbonati un posto in prima fila per
assistere al prossimo capitolo della sua leggenda”.
Tyson Fury ha dichiarato:
“Sono entusiasta di tornare. Il mio cuore è sempre stato e sempre
sarà nella boxe. Qualcuno vada a dire al re che l’asso è
tornato!”.
Arslanbek Makhmudov ha
dichiarato: “Sono entusiasta di questa opportunità. Vengo per dare
battaglia sul ring. Tyson Fury è stato un grande campione. Sarò
pronto più che mai a conquistare una vittoria schiacciante”.
The Ring
Dalla sua acquisizione da
parte di Sua Eccellenza Turki Alalshikh nel novembre 2024, The Ring
è entrata in una nuova era, rafforzando il suo status di voce più
leggendaria e autorevole nel mondo della boxe. La rivista ha dato
risalto a molti dei più grandi incontri e dei momenti più iconici
di questo sport, tra cui il match più chiacchierato della boxe
britannica tra Chris Eubank Jr. e Conor Benn, nonché lo scontro
decisivo tra Canelo Alvarez e Terence Crawford a Las Vegas, spesso
descritto come “l’incontro del secolo”. The Ring offre una
copertura globale con un accesso senza pari alle stelle più
importanti della boxe a livello mondiale. Forte della sua ricca
tradizione, la rivista continua a documentare questo sport ai
massimi livelli, plasmando il presente e preservando l’eredità
della boxe.
Come nelle stagioni precedenti,
The Boys 5 introduce diversi nuovi
supereroi, ognuno con i propri poteri e abilità. Il cast di
The
Boys si è sempre concentrato su due fazioni:
il gruppo protagonista, che cerca di sconfiggere i supereroi, o
Supe, e l’oggetto stesso della loro ribellione.
The Boys 5 è probabilmente quella con la
maggiore enfasi sui supereroi; Homelander è, di fatto, il
Presidente degli Stati Uniti, con una squadra d’élite di supereroi,
tra menti brillanti, politici e scagnozzi, che gli garantiscono il
potere. Dall’altra parte, le cose sono cambiate: Billy
Butcher è ora un supereroe a tutti gli effetti, insieme a Kimiko e
Starlight, quest’ultima l’antitesi pubblica di
Homelander.
Nonostante l’abbondanza di
personaggi con superpoteri che da tempo dominano
The
Boys, la quinta stagione introduce ancora più
nuovi supereroi, ognuno con la propria storia,
abilità e set di poteri.
Oh-Father
Oh-Father è
uno dei principali supereroi introdotti in The Boys
5, in quanto nuovo marito di Ashley e, di
conseguenza, portavoce religioso del regime di Homelander.
Oh-Father ha sposato Ashley perché rappresentava un modo efficace
per migliorare l’immagine pubblica di coloro che gestiscono la
Vought e, grazie al fatto che Ashley è la vicepresidente e
Homelander la controlla, anche degli Stati Uniti nel loro
complesso.
Uno dei modi in cui Homelander e
Ashley stanno cercando di ottenere consensi è attraverso la
comunità cristiana, una strategia già dimostrata in passato da un
altro supereroe, Firecracker. Oh-Father usa i suoi poteri a questo
scopo. Il principale tra questi è una voce sonica in grado di
influenzare le persone, come si vede durante il finto funerale di
A-Train nel secondo episodio della quinta stagione di The Boys.
A parte questo, si sa poco altro di
Oh-Father o di altre sue abilità. Senza dubbio, però, il resto
della quinta stagione farà luce su questo aspetto.
Ashley
Sebbene Ashley sia un
personaggio fondamentale per The Boys fin
dalla prima stagione, la quinta è la prima a vederla come una vera
e propria supereroina. Nel
finale della quarta stagione di The
Boys, Ashley si iniettava il Composto
V, ma la serie non ha mai rivelato come questo l’abbia
trasformata. Nella quinta stagione di The Boys, Ashley è ora la
Vicepresidente e possiede la preziosa capacità di leggere nel
pensiero.
Ashley fa alcuni accenni a questa
sua abilità, come il suo commento sul sapere cosa pensa un
giornalista o la sua intervista con il suo nuovo marito, Oh-Father.
Anche se questo avrebbe potuto essere l’ultimo episodio della
quinta stagione di The Boys, il secondo episodio rivela un
inquietante effetto collaterale dell’iniezione del Composto V.
L’unico indizio sui poteri di
Ashley nelle prime stagioni della serie era la perdita dei suoi
capelli, un problema che sembra essere risolto nella quinta
stagione di The Boys. Il motivo viene rivelato: Ashley indossa una
parrucca, e la ragione più profonda è ancora più strana. Dopo
essersi iniettata una sostanza, Ashley ha sviluppato una seconda
testa, o volto, sulla nuca.
Come Voldemort in Harry
Potter e la Pietra Filosofale, Ashley ha un essere
vivente e parlante sulla nuca. Potrebbe essere che questo le
permetta di leggere la mente, dato che ora ne ha due. Al momento,
però, si tratta solo di speculazioni. Cosa sia esattamente il
secondo volto di Ashley, a cosa serva o dove andrà a parare la
trama resta da vedere, ma ovviamente la rende uno dei nuovi, strani
supereroi della quinta stagione di The Boys.
Sheline
Una nuova squadra di
supereroi, già accennata in precedenza ma introdotta nei primi due
episodi della quinta stagione di The Boys, è Teenage Kix. Uno dei
membri più importanti del team è Sheline, una parodia della
famosa supereroina Catwoman. Le caratteristiche principali
di Sheline sono quelle che ci si aspetterebbe da questo tipo di
parodia, dato che possiede una serie di abilità feline.
Sheline ha sensi e riflessi
potenziati, oltre ad artigli abbastanza forti da ferire una
supereroina potente come Kimiko. Per scherzo, Sheline ha anche
sputato una palla di pelo durante questo combattimento, il che
implica che abbia una fisiologia felina. A parte questo, poco è
stato mostrato delle abilità di Sheline, lasciando aperta la
possibilità di vederla più spesso nei futuri episodi della quinta
stagione di The Boys.
Jetstreak
Jetstreak è un altro
membro dei Teenage Kix apparso negli episodi 1 e 2 della quinta
stagione di The Boys. Jetstreak sembra
essere il leader dei Teenage Kix, ma i suoi poteri sono piuttosto
stereotipati rispetto a quelli di un supereroe. Non possiede
abilità che lo definiscano come tale, come i raggi laser di
Homelander o il potere di The Deep sull’acqua e sugli animali
acquatici.
Gli unici poteri che Jetstreak ha
dimostrato di possedere sono il volo e una forza sovrumana. Anche
la sua resistenza è superiore a quella della maggior parte dei
supereroi, ma significativamente inferiore a quella di Soldier Boy,
dato che quest’ultimo non è stato ucciso dal Super Virus che ha
invece ucciso Jetstreak in pochi secondi.
Rock Hard
Rock Hard è un
personaggio chiave nell’episodio 2 di The Boys 5. È un altro membro
dei Teenage Kix e un supereroe molto potente, noto per la sua pelle
invulnerabile e dura come la roccia e per la sua immensa forza.
Essendo un supereroe così potente, Butcher desidera testare il
SuperVirus su Rock Hard per vedere se sarà abbastanza potente da
sconfiggere Homelander.
I poteri di Rock Hard sono legati
alla sua pelle simile alla roccia, sebbene possieda anche diverse
abilità secondarie. Una di queste, tipica dell’umorismo dei The
Boys, gli permette di creare lava eiaculando, per poi solidificarla
e rendere la sua fortezza di roccia ancora più grande. Rock Hard è
anche in grado di trattenere il respiro per periodi incredibilmente
lunghi, grazie alla particolare conformazione del suo corpo,
diversa da quella di un normale essere umano.
Countess Crow
Countess Crow è l’ultimo
membro dei Teenage Kix introdotto nella quinta stagione di The
Boys. La vediamo mentre filma un tutorial di trucco nella sua
stanza prima di attaccare Mother’s Milk usando un corvo. A quanto
pare, il potere principale di Countess Crow come supereroina è la
capacità di comunicare e manipolare i corvi.
Nonostante questo potere non venga
utilizzato in modo significativo nell’episodio 2, Countess Crow ha
un ruolo importante nella storia. Si dimostra la più moralmente
retta dei Teenage Kix, spiegando di fare ciò che la Vought le
ordina, ma di desiderare un ritorno a una vita normale. Questo
porta MM a risparmiarla, permettendole di fuggire sana e salva, il
che potrebbe preparare il terreno per un suo ritorno nel corso
della quinta stagione.
Worm
L’ultimo nuovo supereroe
introdotto negli episodi 1 e 2 della quinta stagione di The Boys è
Worm. Worm è un collaboratore di Billy Butcher ed è stato
ingaggiato da quest’ultimo per scavare un tunnel nel complesso
della Vought dove erano rinchiusi MM, Frenchie e Hughie. Tuttavia,
invece di usare le mani o altri strumenti da scavo, Worm ha usato i
suoi poteri da supereroe, che sono abbastanza autoesplicativi,
grazie al suo nome.
Worm mangia terra, che viene
sparata attraverso l’ano. Questo dà a The Boys un altro supereroe
tipicamente in stile con la serie, questa volta una parodia di una
creatura reale. Non è chiaro quali poteri, oltre a questo, Worm
possieda, ma le sue brevi scene sono sicuramente memorabili.
A quattro anni di
distanza dalla seconda, acclamatissima stagione, si riaccendono i
riflettori su inquietudini, eccessi e fragilità di una generazione:
torna con i nuovi episodi EUPHORIA,
il cult HBO creato, diretto e prodotto da Sam Levinson con
protagonista la vincitrice del premio Emmy® Zendaya. La terza stagione debutta in
contemporanea assoluta con gli Stati Uniti dal 13 aprile su
Sky e in streaming su NOW.
Realizzata in
collaborazione con A24, la terza stagione della serie, diventata un
vero e proprio fenomeno della cultura pop — le prime due stagioni
hanno collezionato ben 25 nomination agli Emmy®, conquistando nove
vittorie — si compone di otto episodi, in onda uno a settimana,
ogni lunedì, su Sky Atlantic.
Logline:
un gruppo di amici d’infanzia si confronta con il valore della
fede, la possibilità di redenzione e il problema del male.
Cast principale
della terza stagione: la vincitrice dell’Emmy® Zendaya, Hunter Schafer, Eric
Dane, il candidato al Golden Globe® Jacob Elordi, la candidata agli Emmy®
Sydney Sweeney, Alexa Demie,
Maude Apatow, la candidata agli Emmy® Martha
Kelly, Chloe Cherry, Adewale Akinnuoye-Agbaje e Toby Wallace.
Guest star che
tornano nei nuovi episodi: il vincitore dell’Emmy® Colman Domingo, il candidato ai GRAMMY®
Dominic Fike, Nika King, Alanna Ubach, Sophia Rose Wilson, Melvin
“Bonez” Estes, Daeg Faerch, Paula Marshall, Zak Steiner e Marsha
Gambles.
Tra le nuove
guest star della
Stagione 3: la vincitrice dell’Emmy®
Sharon Stone, la vincitrice di un GRAMMY®
ROSALÍA, Danielle Deadwyler, Marshawn Lynch, Anna
Van Patten, il candidato agli Emmy® Asante Blackk, Bella Podaras,
Bill Bodner, Cailyn Rice, Christopher Ammanuel, Christopher Grove,
Colleen Camp, Darrell Britt-Gibson, Eli Roth, Gideon Adlon, Hemky
Madera, Homer Gere, Jack Topalian, James Landry Hébert, Jeff
Wahlberg, Jessica Blair Herman, Justin Sintic, il candidato agli
Emmy® Kadeem Hardison, Kwame Patterson, Madison Thompson, Matthew
Willig, Meredith Mickelson, la candidata agli Emmy® Natasha Lyonne,
Priscilla Delgado, Rebecca Pidgeon, Sam Trammell, Smilez, Trisha
Paytas, Tyler Lawrence Gray e Vinnie Hacker.
Credits della
terza stagione: creata, scritta, diretta e e prodotta come
produttore esecutivo da Sam Levinson. I produttori esecutivi sono:
Sam Levinson, Ashley Levinson, Sara E. White, Kevin Turen, Ravi
Nandan, Drake, Adel “Future” Nur, Ron Leshem, Daphna Levin, Hadas
Mozes Lichtenstein, Mirit Toovi, Tmira Yardeni, Yoram Mokady e Gary
Lennon. EUPHORIA è basata sull’omonima serie israeliana
creata da Ron Leshem e Daphna Levin.
EUPHORIA | La terza stagione dal 13 aprile su Sky e in
streaming su NOW
Not Suitable for
Work, la nuova serie comedy originale creata
da Mindy
Kaling, debutterà il 2 giugno in esclusiva su Disney+ in Italia e a livello
internazionale, e su Hulu negli Stati Uniti, con tre episodi
disponibili al lancio. La serie proseguirà con due episodi ogni
settimana e si concluderà con il finale il 23. Sono disponibili le
prime immagini.
Dalla creatrice di serie comedy di
successo Mindy Kaling, Not Suitable for Work segue cinque
ventenni ossessionati dal lavoro che puntano al successo
professionale e, tempo permettendo, anche alla felicità personale,
nel quartiere più glamour di Manhattan, Murray Hill.
1 di 6
Cortesia Disney
Italia
Cortesia Disney
Italia
Cortesia Disney
Italia
Cortesia Disney
Italia
Cortesia Disney
Italia
Cortesia Disney
Italia
Kaling ha creato Not Suitable
for Work ed è executive producer con lo showrunner Charlie
Grandy (The Sex Lives of College Girls,
The Mindy Project) e con Howard Klein di 3
Arts Entertainment. La serie è prodotta da Kaling International in
associazione con Warner Bros. Television, con cui sia Kaling che
Grandy hanno degli accordi generali.
Il cast di Not Suitable for
Work
La serie è interpretata da
Ella Hunt, Avantika, Will Angus, Jack Martin, Nicholas
Duvernay, Jay Ellis. Victor Garber, Greg Germann, Judy Gold, Ego
Nwodim, Harry Richardson, Constance Wu, Laura Bell Bundy, May Hong,
Bhavesh Patel, Emilia Suárez e Michael Benjamin
Washington sono guest star ricorrenti.
Con The Boys 5 (leggi la nostra recensione) ormai
entrata nel vivo, è evidente che la serie abbia scelto di
allontanarsi definitivamente dal materiale originale di
Garth Ennis. Se nelle prime stagioni l’adattamento giocava
su un equilibrio tra fedeltà e reinvenzione, ora la narrazione
sembra voler dichiarare apertamente la propria autonomia, rendendo
ogni sviluppo totalmente imprevedibile.
L’introduzione dei Teenage
Kix nella stagione finale è emblematica di questa
strategia: un riferimento diretto ai fumetti che però viene
completamente riscritto nella funzione narrativa. Non si tratta
solo di un cameo o di un easter egg per i fan, ma di un dispositivo
preciso per ridefinire i rapporti di forza, la moralità dei
protagonisti e, soprattutto, il tono sempre più nichilista dello
scontro finale.
Perché lo scontro con Teenage Kix
non è un omaggio ma una riscrittura narrativa strategica
Nel fumetto originale, i
Teenage Kix rappresentavano il primo vero banco di prova
per i Boys: uno scontro diretto, brutale, quasi caotico,
che sanciva l’ingresso del gruppo in un conflitto aperto con i
super. Era una dichiarazione di intenti – i Boys erano tornati, e
lo dimostravano con la violenza.
Nella serie, invece, tutto viene
ribaltato. I Teenage Kix non sono più un simbolo, ma uno strumento.
Il gruppo non viene affrontato per affermare un’identità, bensì per
testare un’arma: il virus anti-Supe. Questo sposta completamente il
senso della scena. Non siamo più davanti a una sfida ideologica, ma
a un’operazione quasi clinica, fredda, calcolata.
Il modo in cui Hughie Campbell e
gli altri agiscono è rivelatore: evitano lo scontro diretto,
isolano un bersaglio, improvvisano quando le cose sfuggono di mano.
La violenza non è più spettacolare, ma funzionale.
Anche l’azione di Kimiko o l’intervento di Soldier Boy non
costruiscono eroismo, ma sottolineano il caos e la fragilità della
situazione.
Il risultato è una sequenza che,
pur essendo meno iconica rispetto ai fumetti, è molto più coerente
con il tono della serie: sporca, disorganica, dominata dall’urgenza
più che dalla strategia.
Il vero significato dello
scontro: la moralità dei Boys è ormai definitivamente
compromessa
Se c’è un elemento che emerge con
forza da questo confronto, è il punto di non ritorno morale
raggiunto dai protagonisti. I Boys non stanno più combattendo per
“fare giustizia”: stanno sperimentando, sacrificando e uccidendo
per sopravvivere.
Il virus diventa qui il simbolo
centrale. Non è solo un’arma, ma una scorciatoia etica. Dove prima
servivano infiltrazione, ricatto e manipolazione, ora basta
infettare e aspettare. È un cambio di paradigma radicale, che
trasforma i protagonisti in qualcosa di molto simile ai nemici che
combattono.
La scelta di Mother’s
Milk di risparmiare un membro dei Teenage Kix è uno dei
pochi segnali di umanità rimasti, ma appare quasi fuori tempo
massimo. Il contesto è ormai quello di una guerra totale, in cui
ogni esitazione rischia di essere fatale.
E questo è il punto: la
serie non sta più costruendo eroi imperfetti, ma esseri umani che
si stanno progressivamente adattando a un sistema
disumano. In questo senso, lo scontro con Teenage Kix non
serve a mostrare la forza dei Boys, ma la loro trasformazione.
Come questa deviazione dai fumetti
conferma l’identità autoriale di The Boys
Il confronto con il fumetto
evidenzia quanto The
Boys sia ormai un’opera autonoma. Dove Garth
Ennis puntava su shock, satira e violenza estrema per decostruire
il mito dei supereroi, la serie televisiva ha evoluto questo
approccio in una riflessione più ampia sul potere e sulla sua
normalizzazione.
I Teenage Kix nei fumetti erano
volutamente grotteschi, caricaturali, quasi usa-e-getta. Nella
serie, invece, diventano un ingranaggio del sistema Vought: più
corporate, più controllati, meno anarchici. Questo dettaglio non è
secondario, perché riflette uno dei temi centrali dell’adattamento
— la trasformazione del supereroe in prodotto.
Anche la presenza di Homelander
come minaccia sistemica cambia completamente il contesto. Nei
fumetti, il conflitto era diffuso e frammentato; nella serie, tutto
converge verso una figura dominante, quasi totalitaria. Di
conseguenza, ogni subplot — incluso quello dei Teenage Kix — deve
servire a costruire lo scontro finale.
Il test del virus anticipa
il vero finale: non è una battaglia, è una caccia
Il vero scopo narrativo dello
scontro con Teenage Kix è chiarissimo: dimostrare che il virus
funziona. Questo singolo elemento ridefinisce completamente le
aspettative sul finale di stagione. Non ci sarà necessariamente uno
scontro frontale tra i Boys e Homelander. Al contrario, tutto
lascia pensare a una costruzione più subdola: una trappola,
un’infezione, un’eliminazione strategica. La guerra diventa
caccia.
Allo stesso tempo, però, la scena
evidenzia un problema cruciale: i Boys sono ancora estremamente
vulnerabili. Senza figure come Starlight o Kimiko, il gruppo
sarebbe stato annientato. Questo squilibrio suggerisce che il piano
contro Homelander sarà tutt’altro che lineare.
Infine, il fatto che Soldier Boy
sopravviva introduce una variabile imprevedibile. Se il virus non è
infallibile, allora anche il piano finale potrebbe fallire. E in
una serie che ha sempre sovvertito le aspettative, questa
incertezza è forse l’elemento più significativo.
Il
finale della terza stagione di The Cleaning
Lady rappresenta uno dei momenti più
decisivi dell’intera serie, non tanto per gli eventi in sé, quanto
per il cambiamento definitivo del personaggio di Thony. Dopo tre
stagioni passate a sopravvivere in un sistema che la costringeva ai
margini, la protagonista arriva a un punto in cui non può più
restare neutrale.
A
rendere questo finale ancora più interessante è il fatto che la
stessa Elodie Yung, in
un’intervista a Deadline, ha chiarito come questa stagione segni un
passaggio preciso: Thony smette di essere solo una madre che
reagisce e diventa una donna che prende decisioni attive, anche
quando queste comportano conseguenze morali pesanti. Ed è proprio
questa consapevolezza a ridefinire completamente la serie.
Cosa succede nel finale di The
Cleaning Lady 3: la scelta di Thony segna un punto di non
ritorno
Nel finale della terza stagione, tutte le linee narrative
convergono verso una tensione inevitabile: Thony deve decidere chi
essere davvero. Dopo aver passato l’intera stagione cercando di
proteggere suo figlio e mantenere una parvenza di moralità, si
trova davanti a una scelta che non ammette compromessi.
Il rapporto con il mondo criminale, che inizialmente era una
necessità temporanea, si è ormai radicato nella sua vita. Le
dinamiche con la famiglia, le pressioni esterne e le perdite
accumulate la spingono verso una consapevolezza nuova: non esiste
più una via d’uscita pulita. Ogni tentativo di tornare indietro si
rivela illusorio.
Il finale mette in scena questo passaggio attraverso una decisione
chiave – non tanto per l’azione in sé, quanto per ciò che
rappresenta. Thony smette di reagire agli eventi e inizia a
guidarli. È una trasformazione silenziosa ma potentissima: da
sopravvissuta a giocatrice attiva nel sistema criminale.
Il vero significato del finale:
da madre disperata a figura moralmente ambigua
Il cuore del finale non è l’azione, ma il significato simbolico
della scelta di Thony. Per tre stagioni, la serie ha costruito il
suo personaggio attorno a un principio chiaro: tutto ciò che fa è
per salvare suo figlio. Questo le ha permesso di giustificare anche
le azioni più discutibili.
Ma nel finale della terza stagione questa giustificazione inizia a
incrinarsi. La linea tra necessità e scelta personale si fa sempre
più sottile. Thony non è più costretta: sceglie. Ed è proprio
questa libertà che rende la sua trasformazione più inquietante.
La serie suggerisce che il vero cambiamento non avviene quando si
entra nel mondo criminale, ma quando si smette di considerarlo
temporaneo. Thony accetta, forse per la prima volta, che quella
realtà fa ormai parte della sua identità.
Il titolo stesso della serie assume un nuovo significato:
“cleaning” non riguarda più solo il lavoro fisico, ma un tentativo
continuo – e fallimentare – di ripulire la propria coscienza.
Come il finale della stagione 3
cambia la serie: identità, potere e perdita di controllo
Dal punto di vista narrativo, il finale rappresenta una vera
rifondazione della serie. Se le prime stagioni erano costruite su
un conflitto esterno – sistema contro individuo – ora il conflitto
diventa interno: chi è davvero Thony?
Questo cambio di prospettiva sposta il tono della serie verso un
territorio più oscuro. Non si tratta più solo di sopravvivere, ma
di esercitare potere. E il potere, nella logica della serie, ha
sempre un prezzo.
Anche le relazioni vengono ridefinite. I legami familiari, che
erano il motore emotivo della storia, diventano sempre più fragili,
messi alla prova dalle scelte della protagonista. Il rischio non è
più solo fisico, ma morale: perdere sé stessa.
In questo senso, The Cleaning
Lady si avvicina sempre di più a un crime drama classico, dove
il protagonista evolve in una figura ambigua, difficile da
giustificare completamente.
Cosa aspettarsi dalla stagione 4:
conseguenze, escalation e possibile caduta
Il finale della terza stagione apre scenari molto chiari per il
futuro della serie in una
quarta stagione. La trasformazione di Thony non può restare
senza conseguenze. Anzi, è probabile che la quarta stagione esplori
proprio il prezzo di questa evoluzione.
Se finora il conflitto era evitare di essere inghiottita dal
sistema, ora sarà gestirlo. E questo implica nuove dinamiche di
potere, nuovi nemici e soprattutto nuove responsabilità. Thony non
potrà più nascondersi dietro la necessità.
La domanda centrale diventa quindi: fino a che punto è disposta a
spingersi? E soprattutto, cosa resterà della persona che era
all’inizio?
Il rischio, sempre più concreto, è che il percorso della
protagonista segua quello tipico delle grandi narrazioni crime:
un’ascesa inevitabile, ma destinata a una caduta altrettanto
inevitabile.
Nell’episodio di apertura di
The
Boys 5,
A-Train intraprende un’ultima corsa di redenzione
prima che la sua storia si concluda con una nota agrodolce. Il suo
ultimo confronto con Homelander e la grazia con cui si comporta da
supereroe ricordano quasi una celebre frase di Tony
Stark:
“SE NON SEI NIENTE SENZA QUESTo costume, ALLORA NON DOVRESTI
AVERLA.”
Il Tony Stark di Robert Downey Jr. pronuncia questa
frase a Peter Parker in Spider-Man:
Homecoming. È un momento di amore severo tra i due
personaggi, in cui Stark ricorda a Parker che l’eroismo deriva
dalla persona che indossa la tuta, non dalla tecnologia o dai
poteri. Prima di essere ucciso da Homelander,
A-Train gli dice qualcosa di simile:
“SEI SOLO UNA CAZZO DI COPERTURA VUOTA. TOGLI QUESTI POTERI E
COSA RIMANI, EH?”
Affrontando finalmente Homelander e
dimostrando di non avere paura nemmeno quando il supereroe con il
mantello rosso minaccia di ucciderlo, A-Train incarna
perfettamente la filosofia da supereroe di Iron Man.
A-Train incarna alla perfezione
l’iconica filosofia da supereroe di Tony Stark nel suo arco
narrativo finale
La storia di
A-Train in The
Boys inizia con l’omicidio brutale di Robin,
la ragazza di Hughie. Mentre corre a tutta velocità, perde
il controllo del proprio corpo e la travolge. Invece di vergognarsi
di ciò che ha fatto, A-Train fugge via dal luogo
dell’incidente, dimostrando che, nonostante indossasse il suo
costume da supereroe, non gli importava molto di onorare ciò che
esso rappresentava.
Con il progredire della serie,
tuttavia, A-Train abbandona gradualmente il costume e
abbraccia la sua vera identità. Più aiuta i “buoni” e
intraprende il cammino della redenzione, più si allontana dalla sua
superficiale identità da supereroe. Molti personaggi si rivolsero a
lui con il suo vero nome nel primo episodio della quinta stagione
di The Boys.
Nel suo arco narrativo finale in
The Boys, A-Train indossa i suoi iconici occhiali
da velocista, l’unico residuo del suo costume da supereroe, e salva
la situazione. Quando Homelander inizia a inseguirlo, A-Train si
getta a terra con altruismo per evitare di investire una donna
innocente. Durante questa scena, anche i suoi occhiali
cadono a terra, a sottolineare come gli sia stato portato via anche
l’ultimo pezzo del suo costume da supereroe.
Nonostante ciò, A-Train non si
piega a Homelander e ride di lui. Sembra ben consapevole di come
Homelander potrebbe ucciderlo in pochi secondi. Tuttavia, si rende
conto di essere già uscito vittorioso come eroe, dimostrando che
anche se gli viene tolto tutto, la sua umanità e la sua volontà di
fare la cosa giusta non possono essere cancellate. In questa
sequenza, incarna alla perfezione una citazione iconica di Iron
Man:
“Puoi portarmi via la casa, tutti i miei trucchi e i miei
giocattoli, ma una cosa non puoi portarmela via: io sono Iron
Man.”
Nella scena finale del primo
episodio, The Boys 5 crea un netto contrasto tra
Homelander e A-Train. Homelander indossa la sua armatura fino al
collo, mentre A-Train è spogliato di tutto ciò che dovrebbe farlo
sembrare un supereroe. Eppure, ironicamente, ciò che fa A-Train è
molto più eroico di quanto Homelander abbia mai fatto, dimostrando
che, come Tony Stark, non è morto da celebrità o da simbolo
superficiale, ma da vero eroe.
La morte di A-Train è
tragica, ma la fine della sua storia non avrebbe potuto essere più
perfetta
La storia di
A-Train è iniziata con l’uccisione di una donna innocente
a causa della sua incapacità di controllare i suoi poteri. Durante
la sua ultima missione, rischia di commettere di nuovo lo stesso
errore, ma alla fine si redime gettandosi nella mischia per salvare
la vita di qualcuno. La sua storia mette in luce come, come ogni
essere umano, anche un supereroe potentissimo sia destinato a
commettere errori.
Tuttavia, ciò che lo rende
veramente un eroe è il modo in cui ammette i suoi errori e cerca di
rimediare, invece di nasconderli come Homelander. Mentre Homelander
rimane ossessionato dal raggiungere uno status quasi divino tra gli
umani e spera di ottenere più seguaci, A-Train muore da vero eroe,
dimostrando la sua volontà di compiere il giusto sacrificio.
Redimere un personaggio
come A-Train, che ha ucciso qualcuno nella sua scena
iniziale, non doveva essere un’impresa facile. Tuttavia, gli
sceneggiatori di The Boys hanno fatto un lavoro brillante nel
chiudere il cerchio della sua storia, regalandogli la conclusione
agrodolce ma redentrice che meritava.
Diretta da Jason Kim, la serie
NetflixI Seguaci, conosciuta anche
come “Sanyanggaedeul”, torna con la sua seconda stagione,
allontanandosi dal mondo degli usurai per concentrarsi sulla vera
passione di Kim Geon-woo: la boxe. Geon-woo, ormai un affermato
artista marziale, vive la vita dei suoi sogni insieme al suo
migliore amico e allenatore, Woo-jin, fino all’arrivo di
Baek-jeong. Jeong, a sua volta un pugile formidabile, sfida
Geon-woo a un combattimento senza regole, ma con in palio una somma
di denaro ben maggiore. Quando le cose non vanno come previsto,
Baek-jeong perde il controllo, scatenando ogni suo trucco per
costringere Geon-woo alla resa. Tuttavia, Geon-woo non è il tipo da
cedere, soprattutto quando la vita dei suoi cari è in pericolo. Il
finale di questa serie thriller coreana vede questi due titani del
combattimento affrontarsi, con un solo vincitore. ATTENZIONE:
SPOILER.
Cosa succede in I
Seguaci – Stagione 2
La seconda stagione di
I Seguaci inizia con Geon-woo che raggiunge
l’apice della sua carriera, grazie a un incontro per il titolo
contro un pugile uzbeko di nome Adik, coronato da tutto
l’allenamento svolto. Sebbene Adik sembri conoscere il trucco di
Geon-woo, quest’ultimo lo sorprende con una tecnica inedita,
aggiudicandosi la vittoria. Dietro le quinte, tuttavia, la
sconfitta di Adik sembra aver fatto infuriare alcuni potenti
gangster, che lo portano in un torneo di pugilato clandestino noto
come IKFC, o Iron Knuckle Fight Club. Lì, Adik affronta un
misterioso pugile di nome Baek-jeong, che lo sconfigge senza
battere ciglio. L’incontro, trasmesso illegalmente, genera miliardi
di dollari, ma si conclude anche con la morte di Adik. Desideroso
di guadagnare di più e di affrontare un avversario più temibile,
Baek-jeong mette gli occhi su Geon-woo.
La vita di Geon-woo sembra andare
per il meglio: grazie ai suoi guadagni, ora possiede una casa
lussuosa e l’ospedale di Min-beom è in piena costruzione. Tuttavia,
tutto cambia quando una notte Baek-jeong si presenta a casa sua,
pretendendo la sua partecipazione e offrendogli miliardi di won in
cambio. Al rifiuto di Geon-woo, Baek-jeong passa immediatamente
all’offensiva e mette in atto un piano per rapire la madre di
Geon-woo e smascherare la sua avversaria. Quella notte, gli
aggressori fanno irruzione in casa, ma Geon-woo e Woo-jin riescono
a sconfiggerli appena in tempo. Con una guerra totale ormai
inevitabile, Geon-woo non ha altra scelta che chiedere aiuto ai
suoi amici, il che riporta in scena il sergente maggiore dei
Marines Kwang-moo e l’ispettore Min Kang. Dopo aver trasferito la
famiglia in un hotel sicuro, la squadra inizia una lunga indagine
per scoprire chi siano questi criminali e si rende conto che
operano nell’ambito di un’organizzazione criminale
internazionale.
Mentre Kwang-moo e Woo-jin cercano
di indagare per conto proprio, Baek-jeong invia un’intera squadra
di criminali per rapirli, ma Geon-woo interviene all’ultimo minuto
e li neutralizza da solo. Questo però ha un prezzo: Kwang-moo
subisce gravi colpi alla testa, mentre la mano sinistra di Woo-jin
viene gravemente ferita. Gli attacchi si estendono anche a
Min-beom, a cui viene somministrato un veleno quasi letale che gli
provoca allucinazioni. Infine, la banda di Baek-jeong tortura una
delle guardie del corpo dell’hotel per estorcere informazioni sulla
famiglia di Geon-woo. Anche quando la polizia riesce ad arrestare
Baek-jeong e uno dei suoi compagni, Yun Tae-Geom, si rivolta contro
di lui, la situazione non rimane tranquilla a lungo. Un gruppo di
sicari aiuta Baek-jeong a fuggire, dopodiché incarica la sua
squadra di rapire la madre di Geon-woo. A questo punto, rimane un
solo modo per riportare le cose alla normalità, e Geon-woo decide
finalmente di salire sul ring con Baek-jeong.
Finale della seconda stagione di
I Seguaci: chi vince tra Kim Geon-woo e
Baek-jeong?
La seconda stagione di
I Seguaci si conclude con Geon-woo che
sconfigge Baek-jeong e libera sua madre, consolidando la sua
posizione come il miglior artista marziale della serie. Mentre
Baek-jeong annienta i suoi avversari con i suoi caratteristici
tirapugni, Geon-woo si rifiuta di indossarli in entrambi gli
scontri. La differenza, questa volta, sta nella sua tecnica, ora
studiata appositamente per trasformare i punti di forza di
Baek-jeong nei suoi punti deboli. Dopo aver incontrato l’ex
allenatore di Baek-jeong, Geon-woo e Woo-jin scoprono che ciò che
rende unico questo combattente ambidestro non è la potenza dei suoi
pugni, ma la sua capacità di cambiare ritmo. È un’imprevedibilità
non dissimile da quella di Geon-woo, e ben presto si rende conto
che l’unico modo per battere Baek-jeong è colpire nel preciso
istante in cui è sicuro di mettere a segno il colpo decisivo.
Per molti versi, il primo
combattimento di Geon-woo nella stagione contro Adik è un
precursore narrativo di come affronterà Baek-jeong, poiché in
entrambi i casi i momenti culminanti si sovrappongono. Ormai tutti
nel mondo delle arti marziali conoscono il letale destro di
Geon-woo, ma proprio quando Adik cerca di anticiparlo e
contrattaccare, Geon-woo lo sorprende con un colpo al fegato. Nel
combattimento finale, questa sequenza è quasi invertita, poiché è
Baek-jeong a ricorrere ai suoi attacchi da mancino, sicuri ma
prevedibili. Grazie a Woo-jin, Geon-woo conosce la boxe mancina a
menadito, ed è per questo che riesce a sorprendere Baek-jeong
colpendolo direttamente sulle nocche, fratturandogli il braccio. Il
colpo alle nocche è importante anche a livello simbolico, poiché è
proprio grazie a questa specifica tecnica che Baek-jeong ha
sconfitto diversi avversari in passato.
Una volta che Baek-jeong cade in
ginocchio, Geon-woo sferra il colpo di grazia e vince l’incontro
senza opporre resistenza. Allo stesso tempo, però, la polizia porta
a termine una missione parallela: il salvataggio della madre di
Geon-woo, Yoon So-yeon. Sorprendentemente, Du-yeong ricompare,
trovando finalmente il coraggio di affrontare Geon-woo per la prima
volta dalla morte di Choi. Con lui tra le fila, la squadra ha la
potenza di fuoco necessaria per sconfiggere la banda dell’IKFC e,
mentre lo scontro tra Geon-woo e Baek-jeong infuria, Du-yeong mette
fuori combattimento silenziosamente diversi teppisti. Nonostante un
colpo grave subito alla fine, sopravvive. Nel frattempo, Woon-jeong
uccide Man-bae e salva So-yeon. Questa conclusione ha anche un
risvolto poetico, poiché all’inizio della storia Woo-jin definisce
Woon-jeong parte del trio “Woo”, e questa vittoria non fa che
suggellare l’accordo.
Perché Baek-jeong è stato
risparmiato? Chi è Paichit Chaichana?
Mentre gli agenti dei servizi
segreti Choi Shin-hyeong e Seul-gi ricevono da Min-beom l’incarico
di uccidere Baek-jeong e i suoi complici, gli ultimi istanti
dell’episodio rivelano che è in atto un piano completamente
diverso. Invece di eliminare Baek-jeong, Choi ne simula la morte e
lo trasforma in un informatore per una missione ben più ampia.
Sebbene la foto inviata a Min-beom mostri chiaramente un proiettile
conficcato nella testa di Baek-jeong, scopriamo che si tratta solo
di trucco e che il vero Baek-jeong è al sicuro, ma completamente
sotto il controllo del NIS. Dopo averlo tenuto sotto tiro,
ottengono il nome del suo referente in Thailandia, che aveva
preparato una via di fuga sicura per il gruppo. Quest’uomo, noto
come Paichit Chaichana, si rivela essere uno dei terroristi più
ricercati dal NIS e, con Min-beom sotto il loro controllo, hanno
una concreta possibilità di catturarlo.
L’aspetto forse più sconvolgente di
questa scena non è il colpo di scena in sé, ma la facilità con cui
Shin-hyeong riesce a prendere il controllo della situazione. In una
serie incentrata sulle risse, l’intervento della polizia raramente
va oltre l’uso del taser, ma quando si tratta di armi da fuoco,
persino combattenti esperti come Baek-jeong si ritrovano impotenti.
In un attimo, l’NIS lo trasforma in uno dei suoi informatori, o
“segugi”, incaricato di infiltrarsi nella rete criminale in
Thailandia per eliminare Paichit. Quest’ultimo sembra essere a capo
di una più ampia rete di traffico di droga e, sebbene ciò non
sembri in contraddizione con la trama di Geon-woo, è del tutto
possibile che Paichit rappresenti la prossima minaccia per il
nostro prodigio della boxe.
Il fatto che Baek-jeong alla fine
sopravviva a tutta questa vicenda rappresenta forse lo scenario
peggiore per Geon-woo e la sua famiglia. Sebbene Baek-jeong sia al
momento sotto il controllo dell’NIS, è improbabile che la sua sete
di vendetta si plachi presto. Come abbiamo visto nel caso di In
Beom, “Bloodbounds” non si fa scrupoli a riportare in scena
antagonisti precedenti, ed è del tutto possibile che Choi
Shin-hyeong stia giocando una partita a scacchi che va ben oltre il
controllo persino di Min-beom. Sebbene Choi invii tutto il denaro
di Baek-jeong a Min-beom, non mantiene esattamente la sua parte
dell’accordo, il che significa che potrebbe altrettanto facilmente
nascondere una cospirazione ben più ampia. A tal proposito, la
scena finale di Geon-woo, in cui esprime il timore del ritorno di
Baek-jeong, potrebbe essere un presagio inquietante di ciò che
accadrà.
Chi è l’uomo all’obitorio?
Nella scena post-credits del finale
della seconda stagione di I Seguaci,
vediamo un misterioso soldato entrare nell’obitorio dove è
custodito il corpo di Yun Tae-Geom. Sebbene non venga scambiata una
sola parola in tutta la scena, è chiaro che la vista lascia il
soldato scosso e furioso. Pertanto, è del tutto possibile che si
tratti di una trama incentrata sulla vendetta. Sappiamo che
Tae-Geom proviene da una famiglia con forti legami con l’ambiente
militare, e non sorprende che possa avere ancora amici all’interno
del sistema. Ciò che è più insolito in questa introduzione è che
non sappiamo chi sia il bersaglio della rabbia di quest’uomo. È
possibile che il resto della squadra creda ancora che Baek-jeong
sia fuggito di sua spontanea volontà e che possa tornare in
qualsiasi momento. Ciò che questo soldato non sa, tuttavia, è che
per sconfiggere Baek-jeong, potrebbe dover affrontare direttamente
il Servizio di Intelligence Nazionale (NIS).
Dato che l’uomo è abbastanza abile
da rintracciare il corpo di Tae-Geom, è probabile che il suo
prossimo obiettivo sia quello di trovare la famiglia dell’ex
soldato. Ciò significa che uno scontro tra lui e Geon-woo è
pressoché imminente, ma non è detto che debba finire male. Da
quanto sappiamo, la madre e la figlia di Tae-Geom vivono con la
famiglia di Geon-woo, che ha stretto un legame piuttosto
particolare. Questo significa che il soldato potrebbe allearsi con
il nostro duo di pugili per scoprire cosa stia realmente tramando
Baek-jeong. È un dato di fatto che Man-bae abbia ancora diverse
pedine all’interno delle istituzioni coreane, compreso l’esercito,
e questa potrebbe essere l’unica occasione per il soldato di
eliminarle prima che il sistema collassi. L’ultima scena che
vediamo di Geon-woo e Woo-jin, tuttavia, non è un momento di
preparazione come nella scorsa stagione, ma un momento molto più
umano di due amici che cercano di condividere i rispettivi
fardelli.
The
Boys torna su Prime Video in grande stile,
dando il via alla quinta e ultima stagione con un inizio
scoppiettante, ricco di scene esplosive e una buona dose di
passione. L’inizio fulmineo di The
Boys 5 reintroduce efficacemente i protagonisti,
eroi e cattivi, riunendo il gruppo dopo un lungo anno di
separazione e delineando il nuovo regime della Vought sotto la
guida di Homelander. In questo periodo, alcuni
personaggi sono cambiati più di altri.
Mettendo insieme gli indizi
disponibili, si può dedurre cheRyan sia
scappato, ma il trailer della quinta stagione di
The Boys ha confermato il ritorno di
Cameron Crovetti. Questo solleva interrogativi su
dove si nasconda Ryan e cosa lo abbia spinto ad andarsene.
Ryan si nasconde da
Homelander all’inizio della quinta stagione di
The Boys
Nei primi due episodi di
The Boys, Ryan viene menzionato solo una volta,
durante una conversazione tra Homelander e Sister Sage proprio
all’inizio. Con un tono di orrore al solo pensiero, Homelander si
lamenta delle voci secondo cui avrebbe ucciso suo figlio, al che
Sister Sage risponde con calma che la copertura della Vought,
secondo cui Ryan frequenterebbe una scuola al confine con la
Norvegia, sta reggendo, non dando loro alcun motivo di
preoccupazione.
Questo scambio lascia solo due
possibilità: Homelander tiene Ryan rinchiuso da qualche
parte, oppure Ryan è scappato di sua spontanea volontà.
Delle due, la seconda sembra di gran lunga la più probabile.
The Boys ha
ripetutamente mostrato che il livello di potere di Ryan è vicino a
quello di Homelander, con il potenziale per diventare persino
maggiore. Homelander farebbe fatica a trovare una struttura
abbastanza sicura che sia in grado di tenere Ryan prigioniero per
un intero anno. Anche se una prigione del genere esistesse,
Homelander l’avrebbe distrutta per paura che venisse usata contro
di lui.
Inoltre, il secondo episodio di
The Boys 5 mostra Homelander così
disperato di sfuggire alla solitudine da cercare il perdono di
Soldier Boy, il padre che non solo ha cercato di ucciderlo nella
terza stagione, ma (cosa ancora peggiore secondo Homelander) lo ha
anche umiliato. Se Homelander avesse davvero tenuto Ryan rinchiuso
da qualche parte nella quinta stagione di The
Boys, è inconcepibile che il leader della Vought non
abbia fatto visita al figlio e tentato di ricucire i rapporti prima
di ricorrere a Soldier Boy.
Ryan, quindi, deve intenzionalmente
tenersi a distanza da Homelander, causando al padre grande
imbarazzo dopo che nella quarta stagione Homelander aveva
presentato con orgoglio Ryan al mondo come un supereroe in erba,
salvo poi vederlo scomparire improvvisamente dalle scene.
Perché Ryan potrebbe essere
scappato in The Boys 5
Guardando il finale della quarta
stagione di The Boys, non è difficile capire
perché Ryan potrebbe aver bisogno di spazio. C’è stata la lite con
Homelander a causa dell’affetto che Ryan provava ancora per Billy
Butcher. Poi Ryan ha scoperto la verità su ciò che era successo tra
Homelander e sua madre. E, infine, Ryan ha ucciso involontariamente
Mallory in un impeto d’ira. Un bel bagaglio emotivo da elaborare
per chiunque, ma soprattutto per uno con il passato traumatico di
Ryan: cresciuto in una città fittizia, ha accidentalmente colpito
sua madre con un raggio laser e poi è rimasto coinvolto in
conflitto con la figura paterna.
Ryan ricomparirà a un certo
punto di The Boys 5, e sarà interessante scoprire a quale
schieramento morale apparterrà. Ryan diventerà come suo padre?
Cercherà vendetta contro Homelander proprio come Butcher? O Ryan
troverà una strada migliore che onori la memoria di sua madre?
Nel
panorama dell’horror contemporaneo, L’inverno più duro (The
Damned) si distingue per un approccio raro: non punta
sullo spavento immediato, ma costruisce un’esperienza lenta,
opprimente, in cui il vero terrore emerge dalla mente dei
personaggi. Ambientato in un avamposto di pescatori nel XIX secolo,
il film diretto da Thordur
Palsson utilizza il gelo, l’isolamento e la
colpa come strumenti narrativi, trasformando una storia di
sopravvivenza in un viaggio psicologico.
Fin dalle prime sequenze, la vicenda di Eva e dei pescatori
introduce un conflitto morale preciso: salvare gli altri o salvare
sé stessi. È una scelta che segna ogni evento successivo e che
trova nel finale una sintesi ambigua e potente. Il dubbio centrale
resta uno: il Draugur è reale o è solo una proiezione della
coscienza? Ed è proprio in questa ambiguità che il film trova la
sua forza.
Cosa succede davvero nel finale
de L’inverno più duro: tra sopravvivenza, colpa e un possibile
intruso umano
Il finale del film rappresenta il punto di rottura definitiva tra
realtà e percezione. Dopo una serie di eventi sempre più
inquietanti – la scomparsa del cibo, la morte dei pescatori, le
visioni condivise – Eva arriva a credere completamente
nell’esistenza del Draugur, una creatura della mitologia nordica
che torna tra i vivi per vendetta.
Quando la presenza entra nella sua stanza, Eva reagisce come se si
trovasse davanti a un’entità soprannaturale. Si nasconde, si arma,
e infine spara. Subito dopo, decide di bruciare la casa, convinta
che il fuoco sia l’unico modo per distruggere definitivamente la
creatura. È un gesto che sembra liberatorio, quasi catartico: per
la prima volta, Eva sente di aver ripreso il controllo.
Ma è qui che il film introduce il suo ribaltamento più importante.
Attraverso un flashback, scopriamo che ciò che Eva ha affrontato
potrebbe non essere stato un mostro, ma un uomo sopravvissuto al
naufragio. Un uomo che aveva perso tutto, che aveva rubato il cibo
per sopravvivere e che cercava disperatamente un modo per tornare a
casa.
Questa rivelazione cambia completamente la prospettiva: le morti,
le paranoie e le violenze non sarebbero causate da una creatura
soprannaturale, ma da una catena di errori, paura e senso di colpa.
Il Draugur, in questa lettura, non è mai esistito davvero. È stato
costruito dalla mente dei personaggi.
Il Draugur come metafora della
colpa: cosa significa davvero il mostro nel film
Il Draugur non è semplicemente un elemento folkloristico inserito
per creare tensione: è il cuore simbolico del film. Rappresenta la
colpa collettiva dei pescatori, incapaci di aiutare chi stava
morendo davanti ai loro occhi. È la materializzazione di una scelta
morale sbagliata.
Dopo il naufragio, ogni personaggio porta dentro di sé il peso di
quella decisione. Non hanno salvato gli altri per sopravvivere, ma
questa sopravvivenza diventa insostenibile. La mente cerca una
giustificazione, un nemico esterno, qualcosa su cui proiettare il
senso di colpa. E così nasce il Draugur.
Le visioni, le allucinazioni e la paranoia non sono casuali: sono
sintomi di un trauma condiviso. Il freddo, la fame e l’isolamento
amplificano tutto, ma il vero motore è psicologico. Il film
suggerisce che quando la colpa non viene affrontata, si trasforma
in qualcosa di incontrollabile, capace di distruggere
dall’interno.
Anche la progressiva follia dei pescatori segue questa logica.
Prima Helga introduce la superstizione, poi gli altri iniziano a
crederci, fino a perdere completamente il contatto con la realtà.
Il Draugur diventa così una verità condivisa, anche se forse non è
mai esistito.
L’inverno più duro e l’horror
psicologico europeo: il contesto autoriale e il senso
dell’ambiguità
Il film di Thordur Palsson si
inserisce chiaramente nella tradizione dell’horror psicologico
europeo, dove il terrore nasce dall’ambiguità e non dalla certezza.
Piuttosto che offrire risposte definitive, il regista costruisce un
racconto aperto, in cui ogni interpretazione resta valida.
L’uso del paesaggio è fondamentale: il gelo, il mare e la nebbia
non sono semplici elementi scenografici, ma riflettono lo stato
mentale dei personaggi. L’ambiente diventa ostile, ma anche
indistinto, proprio come la realtà percepita dai protagonisti. Non
esiste più una linea chiara tra ciò che è reale e ciò che non lo
è.
Questa scelta avvicina il film a opere che lavorano sulla stessa
tensione tra reale e immaginato, dove il soprannaturale è sempre in
bilico. L’ambiguità finale non è un limite, ma una dichiarazione di
intenti: il film non vuole dirti cosa è successo, ma farti vivere
l’esperienza del dubbio.
In questo senso, L’inverno
più duro non è un horror tradizionale, ma un racconto sulla
responsabilità morale e sulle conseguenze delle proprie scelte. Il
mostro, alla fine, potrebbe essere solo un modo per non guardarsi
allo specchio.
Il Draugur era reale oppure no?
Le due interpretazioni del finale spiegate
Il film lascia volutamente aperte due interpretazioni principali,
entrambe coerenti con gli eventi mostrati.
La prima è quella razionale: il Draugur non esiste. Tutto è il
risultato di allucinazioni causate da freddo, fame, isolamento e
senso di colpa. L’uomo sopravvissuto al naufragio è reale, e la sua
presenza viene fraintesa. In questo caso, il vero orrore è umano,
non soprannaturale.
La seconda è quella soprannaturale: il Draugur esiste davvero.
L’uomo visto nel finale potrebbe essere solo una manifestazione
della creatura, una forma che assume per ingannare i vivi. In
questa lettura, il film diventa una storia di punizione, in cui i
pescatori vengono perseguitati per la loro scelta.
La forza del finale sta proprio qui: non scegliere. Entrambe le
versioni funzionano, ma portano a conclusioni diverse. Se il
Draugur non è reale, il film parla di colpa. Se lo è, parla di
giustizia.
E
forse, la risposta più onesta è che non importa quale sia la
verità. Per Eva e per gli altri, il Draugur è stato reale
abbastanza da distruggerli.
Le prime puntate di The
Testaments confermano ciò che molti
spettatori speravano: June Osborne è ancora viva, ed è tutt’altro
che fuori dai giochi. Anche se non è più la protagonista assoluta,
la sua presenza nei primi episodi della serie Hulu ridefinisce il
peso narrativo del personaggio e rafforza il legame diretto con
The Handmaid’s Tale.
Attraverso flashback e rivelazioni
graduali, The
Testaments costruisce una continuità
tematica e narrativa che dimostra come la storia di June non sia
mai davvero finita, ma si sia semplicemente trasformata.
Un ritorno costruito fin dal
finale originale
Il finale di The
Handmaid’s Tale aveva lasciato aperte diverse linee
narrative cruciali. La liberazione di Boston rappresentava una
vittoria simbolica enorme, ma non definitiva. Il nodo centrale – la
sorte di Hannah – rimaneva irrisolto, mantenendo viva la
motivazione principale di June.
Questo elemento si rivela
fondamentale per comprendere il suo ritorno. La serie sequel,
tratta dal romanzo di Margaret Atwood, riprende
proprio da qui: Hannah, ora conosciuta come Agnes, diventa uno dei
fulcri della nuova narrazione. Di conseguenza, l’assenza totale di
June sarebbe risultata incoerente. La scelta di inserirla
attraverso flashback non è casuale: permette di mantenere il focus
sulle nuove protagoniste senza interrompere la continuità emotiva e
politica della storia.
June e Daisy: il passaggio di
testimone
Uno degli aspetti più interessanti
dei primi episodi è il rapporto tra June e Daisy. Nel primo
episodio, la vediamo osservare la giovane in un contesto
apparentemente quotidiano in Canada. È un momento breve ma
significativo, che suggerisce una pianificazione a lungo
termine.
Il terzo episodio approfondisce
questo legame, rivelando che June recluta direttamente Daisy per la
resistenza Mayday. Questo passaggio è cruciale:
Daisy non è solo una nuova protagonista, ma diventa l’estensione
operativa della lotta di June.
Narrativamente, si tratta di un
vero e proprio “passaggio di testimone”. June smette di
essere il centro dell’azione per diventare mentore, stratega e
figura simbolica della resistenza.
La rivelazione che June è ancora
attivamente coinvolta in Mayday cambia radicalmente la percezione
del mondo della serie. Non siamo di fronte a un conflitto concluso,
ma a una guerra che continua su più livelli.
Questo elemento amplia la portata
narrativa di The Testaments. Mentre la
storia principale segue Agnes e Daisy all’interno di Gilead, esiste
un fronte esterno – guidato anche da June – che continua a lavorare
per smantellare il regime.
La sua presenza suggerisce che gli
eventi della serie madre non sono stati un punto di arrivo, ma solo
una fase di un conflitto più lungo e complesso.
Il peso di Hannah/Agnes nella
nuova narrazione
Il legame tra June e Hannah (Agnes)
resta il cuore emotivo della storia. Anche se le due non
condividono ancora la scena direttamente, ogni azione di June
continua a essere guidata dal desiderio di salvarla.
Questo crea una tensione narrativa
molto forte: lo spettatore sa che le due linee—quella di June e
quella di Agnes—sono destinate a convergere. Daisy, inserita
strategicamente nella scuola di Gilead, diventa il ponte tra questi
due mondi.
Zia Lydia e l’ambiguità del
potere
Un altro elemento chiave ereditato
da The Handmaid’s Tale è l’arco di Zia
Lydia. Il suo ruolo nella nuova serie è centrale, soprattutto come
figura educativa all’interno dell’accademia frequentata da Agnes e
Daisy.
La sua convinzione di poter
riformare Gilead dall’interno introduce un livello di ambiguità
morale che arricchisce ulteriormente la narrazione. È davvero
possibile cambiare un sistema così radicale dall’interno, o si
tratta di un’illusione? La presenza di June, che combatte
dall’esterno, crea un contrasto diretto con la posizione di Lydia,
rafforzando il tema dello scontro tra strategie diverse di
resistenza.
Un equilibrio tra
continuità e rinnovamento
Uno dei punti di forza di
The Testaments è la capacità di
bilanciare continuità e rinnovamento. Le nuove protagoniste, Agnes
e Daisy, portano prospettive fresche, mentre personaggi come June
garantiscono coerenza con l’universo narrativo esistente.
Il risultato è una serie che non
vive all’ombra del suo predecessore, ma ne espande il mondo in modo
organico. La presenza di June non è fan service, ma una componente
strutturale della storia.
Cosa significa davvero il destino
di June
Il fatto che June sia viva
e attiva ha implicazioni profonde. Significa che la
resistenza è ancora organizzata, che Gilead non è invincibile e che
esiste ancora speranza. Allo stesso tempo, il suo ruolo più
defilato indica un cambiamento: la rivoluzione non dipende più da
un singolo individuo, ma da una rete di persone e azioni
coordinate. In questo senso, June diventa simbolo più che
protagonista. La sua lotta continua attraverso gli altri, in
particolare Daisy, suggerendo una visione collettiva della
resistenza.
The
Testaments utilizza il ritorno di June in modo
intelligente e mirato, trasformandola da eroina centrale a figura
cardine di un disegno più ampio. La sua connessione con Daisy, il
suo ruolo in Mayday e il legame irrisolto con Hannah garantiscono
che la sua presenza resti fondamentale. Più che chiudere una
storia, la serie dimostra che quella di June è solo entrata in una
nuova fase—meno visibile, ma forse ancora più decisiva per il
destino di Gilead.
Proprio quando pensavate di esservi
liberati di Gilead, ecco che arriva il sequel di The Handmaid’s Tale, con nuove
donne che lottano con le unghie e con i denti contro i bastardi che
le opprimono. La distopia creata da Margaret
Atwood e ispirata al mondo reale in tanti modi, si è
ampliata con un nuovo cast, nuovi personaggi e persino nuovi
termini da imparare. Scoprite chi sono i protagonisti di
The Testaments, la serie di Hulu.
The
Testaments è ambientata in una scuola per mogli a
Gilead, qualche anno dopo il finale di The Handmaid’s
Tale. Sebbene queste ragazze non siano immuni da
tutti gli orrori della loro società fondamentalista, si trovano in
una posizione privilegiata e privilegiata. Ovviamente, sono state
anche sottoposte al lavaggio del cervello attraverso un’istruzione
molto selettiva. Non vedono ancora tutte le crepe… per ora.
Chase Infiniti interpreta
Agnes
Agnes è ciò che a Gilead viene
definita una “prugna”. È una studentessa adolescente della scuola
preparatoria per mogli di zia Lydia, adottata dal Comandante
Mackenzie da bambina. Senza rivelare spoiler, se avete letto il
libro di Atwood, o anche solo visto le ultime stagioni di
The Handmaid’s Tale, potreste avere un’idea di
come Agnes sia entrata a far parte della famiglia Mackenzie.
Chase Infiniti è
diventata una star da un giorno all’altro dopo aver recitato in
Una
Battaglia dopo l’Altra. Ha ricevuto nomination
agli Actor Award, ai Golden Globe e ai BAFTA per il suo ruolo di
figlia dei rivoluzionari Leonardo DiCaprio e Teyana
Taylor. Ha anche recitato nella serie thriller di Apple
TVPresumed Innocent ed è stata
recentemente scelta per il film di formazione The Julia
Set al fianco di Christopher
Briney.
Lucy Halliday interpreta
Daisy
Daisy è una nuova recluta di Gilead
e quella che viene chiamata una “Ragazza Perla” nella scuola di
Agnes. È cresciuta a Toronto e ha avuto una vita molto diversa
rispetto ai suoi coetanei.
The
Testaments è uno dei primi ruoli importanti di
Halliday. Prima della serie, ha recitato nel dramma storico a tema
LGBTQ+ di Georgia Oakley, Blue Jean, e in un
cortometraggio.
Ann Dowd nel ruolo di Zia
Lydia
Zia Lydia era una delle antagoniste
secondarie di
The Handmaid’s Tale. Era responsabile
dell’educazione e della preparazione di donne devianti in età
fertile, destinate a essere violentate ritualmente come ancelle.
Ora, ricopre un nuovo ruolo, quello di educare e preparare giovani
mogli.
Ann Dowd ha vinto
un Emmy nel 2017 per la sua interpretazione di Zia Lydia in
The Handmaid’s Tale. È anche nota per
The Leftovers, Compliance, Mass, Hereditary, Captain Fantastic, Marley &
Me e Garden State.
Mattea Conforti nel ruolo di
Becka
Becka è una ragazza popolare e
amica di Agnes a scuola. A differenza della maggior parte delle sue
compagne di classe, non vuole sposarsi e sogna di fuggire dalle
restrizioni di Gilead.
Conforti ha interpretato il ruolo
principale in Matilda the Musical a Broadway quando aveva
otto anni. Ha anche recitato in Sunday in the Park with
George con Jake Gyllenhaal e Annaleigh
Ashford e ha interpretato per prima il ruolo della giovane
Anna in Frozen a Broadway. (Ha poi ripreso il suo ruolo
teatrale e doppiato la giovane Anna in Frozen 2).
Tra le sue apparizioni televisive si annoverano NOS4A2 e Power.
Rowan Blanchard interpreta
Shunammite
Shunammite è una ragazza popolare
come Agnes. Proviene da una buona famiglia, desidera ardentemente
trovare marito ed è, in pratica, la versione di Gilead dell’ape
regina.
Blanchard ha recitato in
Girl Meets World nel ruolo della figlia delle
icone degli anni ’90 Cory e Topanga. Ha avuto anche un ruolo
ricorrente in The Goldbergs e un ruolo da
protagonista in Snowpiercer. Tra i suoi film
ricordiamo Crush, A Wrinkle in Time e il film
Disney Channel Invisible Sister.
Huldah, come Shunammite, è una
ragazza ambiziosa e totalmente immersa nelle tradizioni di Gilead.
Prima di The Testaments, Ardies ha interpretato
Stacey in Wayward e Viole nella serie per ragazzi
Ruby and the Well.
Amy Seimetz interpreta Paula
Judd
Paula è la matrigna di Agnes e la
nuova moglie del Comandante Mackenzie. La donna che ha cresciuto
Agnes a Gilead, Tabitha, è morta prima dell’inizio della serie.
Seimetz è attrice, sceneggiatrice e regista. Tra i suoi film
indipendenti si annoverano Sun Don’t Shine e
She Dies Tomorrow. Ha interpretato la zia di
Undici in Stranger Things e Danette in
The Killing. Ha anche scritto, diretto e
recitato in diversi episodi di The Girlfriend
Experience. Infine, se vi piacciono i film horror,
potreste riconoscerla da Alien:
Covenant o dalla versione del 2019 di Pet
Sematary.
Garth è un giovane tutore nella
casa dei Judd, dove vive Agnes. Prima di The
Testaments, Alexander ha avuto un ruolo piuttosto
importante nella quarta stagione di You,
interpretando Edward, uno studente di Joe.
Mabel Li interpreta zia
Vidala
Zia Vidala è un’insegnante della
scuola che sembra essere la perfetta e severa erede della temibile
zia Lydia. Li è un’attrice australiana di televisione e teatro,
nota per le sue precedenti apparizioni in Safe
Home e New Gold Mountain.
Eva Foote interpreta zia
Estee.
Zia Estee è un’altra insegnante
apparentemente devota della scuola di Lydia. Tra i precedenti
lavori di Foote figurano Murdoch Mysteries e
The Miniature Wife.
Scarlett Johansson
torna alla fantascienza con Ray Gunn, nuovo film animato di
Netflix diretto dal premio Oscar
Brad Bird.
Le prime immagini ufficiali hanno svelato anche una reunion
interessante: l’attrice condividerà il progetto con
Sam
Rockwell, già al suo fianco nel MCU. Una notizia rilevante perché
segna un nuovo tassello nell’evoluzione dell’animazione adulta e
ambiziosa targata Netflix.
Il
film è ambientato nella futuristica Metropia e mescola noir anni
’40 e fantascienza, seguendo un caso che coinvolge alieni e
omicidi. Johansson darà voce a Venus Nova, mentre Rockwell
interpreterà il detective Ray Gunn. I due si erano già incontrati
in Iron Man 2 e in
Jojo Rabbit, e la loro
reunion aggiunge peso a un progetto che punta a distinguersi anche
per stile visivo e ambizione narrativa. Bird ha definito il film
come un’idea sviluppata per oltre 30 anni, con l’obiettivo di
spingere i limiti dell’animazione oltre le aspettative del
pubblico.
Ma il vero punto è proprio questo: Ray Gunn non è solo un nuovo titolo sci-fi, ma un
tentativo esplicito di ridefinire cosa può essere l’animazione
mainstream. Netflix, dopo successi come Pinocchio di Guillermo
del Toro, sta investendo sempre più in progetti autoriali, e
questo film si inserisce perfettamente in quella strategia.
Ray Gunn unisce
noir e sci-fi: il progetto di Brad Bird può cambiare l’animazione
su Netflix
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Il concept di Ray Gunn è
forse l’elemento più interessante: una città futuristica vista con
l’estetica del 1939, dove convivono detective hard-boiled e
tecnologie aliene. Questa fusione tra generi richiama un
immaginario classico, ma lo rielabora in chiave contemporanea,
confermando la volontà di Brad Bird di uscire dagli schemi
dell’animazione tradizionale.
In questo contesto, la presenza di Scarlett Johansson e
Sam Rockwell non è
solo un elemento di richiamo, ma parte di un disegno più ampio:
portare nell’animazione un livello di interpretazione e carisma
tipico del live action. È una strategia che punta a intercettare
anche quel pubblico adulto che spesso resta distante dal
medium.
Se funzionerà, Ray Gunn
potrebbe rappresentare un nuovo standard per i film animati
originali in streaming, spingendo ulteriormente Netflix verso un
modello produttivo più autoriale e meno legato alle formule
classiche. In caso contrario, resterà comunque un esperimento
interessante, ma isolato.
Per
la prima volta in quasi un decennio, il franchise di
Star Trek
non ha più alcuna serie attiva in produzione. Dopo le cancellazioni
e le decisioni produttive degli ultimi mesi, anche gli ultimi due
titoli rimasti – Star Trek: Strange New
Worlds e Star Trek: Starfleet
Academy – sono ufficialmente arrivati alla
fine del loro percorso. Un segnale forte, che segna la chiusura di
un’era per il franchise su Paramount+.
Secondo quanto riportato da TrekCentral, i set delle due serie sono
attualmente in fase di smantellamento: da un lato quelli
monumentali di Starfleet
Academy, dall’altro gli iconici ambienti della USS Enterprise
in Strange New Worlds. Una
decisione che va oltre la semplice conclusione delle riprese:
distruggere i set significa, di fatto, chiudere ogni possibilità
immediata di continuazione o revival produttivo. Anche le speranze
legate a possibili spin-off, come un progetto su Kirk, sembrano
ormai definitivamente accantonate.
Ma attenzione: questo non significa che Star Trek sparirà subito dagli schermi. Le
stagioni già girate verranno comunque distribuite tra il 2026 e il
2027, garantendo ancora nuovi episodi nel breve periodo. Tuttavia,
l’assenza totale di nuove produzioni confermate rappresenta un
punto di rottura storico per un franchise che, negli ultimi anni,
aveva costruito una presenza televisiva continua e
stratificata.
La fine di Star
Trek su Paramount+ è davvero definitiva o solo una pausa
strategica?
La chiusura contemporanea di tutte le serie non è solo una scelta
produttiva, ma riflette un cambiamento più ampio nel modo in cui le
piattaforme gestiscono i franchise. Negli ultimi anni,
Star Trek era diventato
un ecosistema seriale complesso, con più show attivi
contemporaneamente, ciascuno rivolto a un pubblico specifico. Oggi,
quella strategia sembra essersi esaurita.
Il fatto che i set vengano demoliti – inclusi luoghi simbolici come
il ponte della USS Enterprise o l’atrio della Starfleet Academy –
suggerisce una volontà di azzeramento, più che una semplice pausa.
È una decisione che ha anche un valore simbolico: chiudere
fisicamente gli spazi significa chiudere un ciclo creativo.
Allo stesso tempo, però, è difficile immaginare che un brand come
Star Trek resti fermo
a lungo. Più che una fine definitiva, questa potrebbe essere una
fase di transizione, in cui Paramount riorganizza la propria
strategia prima di rilanciare il franchise in una nuova forma,
forse più selettiva e meno dispersiva.
Per i fan, resta un dato concreto: dopo anni di espansione
continua, Star Trek
entra in una pausa senza precedenti. E anche se nuove storie
arriveranno ancora nei prossimi due anni, l’idea di un universo
sempre attivo – almeno per ora – è ufficialmente finita.
La
terza stagione di Mercoledì allargherà ancora
di più l’universo della famiglia Addams. A confermarlo è
Luis Guzmán,
interprete di Gomez, che ha anticipato una vera e propria “family
reunion” nei nuovi episodi. Una svolta che conta perché segna
un’espansione narrativa importante per una delle serie più viste di
sempre su Netflix.
Durante un’intervista a ScreenRant, Guzmán ha parlato di nuovi
membri della famiglia e di guest star di alto profilo,
sottolineando come il fascino degli Addams continui a funzionare
attraverso le generazioni. Tra le novità già confermate spiccano
Eva
Green nei panni di Ophelia Frump,
sorella di Morticia, oltre a nuovi ingressi ancora avvolti nel
mistero come Lena
Headey, James Lance e
Andrew
McCarthy. La produzione della stagione è
attualmente in corso, con un’uscita prevista non prima del
2027.
Ma dietro l’annuncio c’è qualcosa di più di un semplice ampliamento
del cast. Mercoledì sta
chiaramente puntando a costruire un universo sempre più corale,
spostando il focus da una protagonista iconica a una mitologia
familiare più ampia. È un cambio di scala che può rafforzare la
serie… oppure rischiare di diluirne l’identità.
La reunion della
famiglia Addams cambia il cuore della serie: meno Mercoledì, più
universo condiviso
Cortesia di Netflix
Nelle
prime stagioni, Mercoledì Addams
era il centro assoluto del racconto, con la narrazione costruita
attorno al suo sguardo distaccato e al mistero di Nevermore.
L’introduzione progressiva dei membri della famiglia, però, ha già
iniziato a spostare l’equilibrio, soprattutto con il lato Frump
esplorato nella seconda stagione.
Con l’arrivo di nuovi parenti e possibili legami ancora inesplorati
– inclusi quelli legati a Gomez – la terza stagione potrebbe
trasformarsi in una vera e propria saga familiare. Questo apre a
nuove dinamiche narrative, ma anche a un rischio: perdere quella
centralità del personaggio che aveva reso la serie un fenomeno
globale.
Allo stesso tempo, questa
direzione è perfettamente coerente con la storia del franchise
Addams, nato come fumetto e reinventato più volte tra cinema e
televisione. Espandere la famiglia significa anche tornare alle
origini, ma con un approccio seriale moderno, più vicino ai modelli
degli universi condivisi contemporanei.
Se gestita con equilibrio,
questa “reunion” potrebbe essere il passo decisivo per far evolvere
Mercoledì oltre il
successo iniziale. In caso contrario, il rischio è quello di
trasformare un racconto personale in un ensemble dispersivo.
Il
finale della
terza stagione di Tracker
riporterà in scena uno dei personaggi più amati dai fan:
Jensen Ackles tornerà nei panni
di Russell Shaw per l’episodio conclusivo. La puntata, intitolata
“The Best Ones”, vedrà il
suo personaggio affiancare ancora una volta il fratello Colter,
interpretato da Justin Hartley, in un
caso legato a un pericoloso progetto di ricerca. Un ritorno che
conta perché riporta al centro della narrazione il legame
familiare, uno degli elementi più forti della serie.
Secondo quanto annunciato ufficialmente da CBS, Russell Shaw sarà
determinante nella missione finale, dopo essere già apparso nei
primi episodi della stagione. Il personaggio aveva avuto un ruolo
chiave fin dalla sua introduzione, contribuendo a chiarire il
mistero legato alla morte del padre e chiudendo una frattura
importante con Colter. Ora, la sua presenza nel finale suggerisce
un nuovo capitolo per i due fratelli, proprio mentre la serie
continua a espandere la propria mitologia.
Ma la scelta di riportare Russell nel momento più importante della
stagione non è casuale. Tracker sta chiaramente investendo sempre di più sulle
dinamiche tra personaggi ricorrenti, superando la struttura
episodica del “caso della settimana” per costruire archi narrativi
più ampi e coinvolgenti. È un segnale di maturità per una serie
che, partita come procedurale, sta evolvendo verso un racconto più
seriale e stratificato.
Il ritorno di
Russell Shaw prepara il futuro della serie dopo il rinnovo per la
stagione 4
La reunion tra Colter e Russell arriva in un momento chiave:
Tracker è già stata
rinnovata per una quarta stagione, e questo finale potrebbe servire
da ponte narrativo verso ciò che verrà. Il rapporto tra i due
fratelli, inizialmente segnato da sospetti e conflitti, si è
progressivamente trasformato in una collaborazione sempre più
solida, aprendo la porta a una possibile presenza più stabile di
Russell nella serie.
Il contesto narrativo rafforza questa direzione. Dopo aver
smantellato “The Process”, il sistema criminale al centro della
stagione, i due potrebbero trovarsi ad affrontare minacce ancora
più ampie e organizzate. In questo scenario, la figura di Russell
non sarebbe più solo un supporto occasionale, ma un elemento chiave
nella costruzione di una nuova fase della serie.
Non è un dettaglio secondario che Jensen Ackles sia
oggi uno dei volti più riconoscibili della serialità contemporanea,
anche grazie al suo ruolo in The
Boys. Il suo ritorno rafforza l’appeal di
Tracker e suggerisce una
strategia precisa: consolidare il successo della serie puntando su
dinamiche emotive forti e su personaggi che il pubblico ha già
imparato ad amare.
Se il finale manterrà queste promesse, Tracker potrebbe confermarsi non solo come uno
dei titoli più visti della TV generalista, ma anche come una delle
serie più abili nel reinventare il procedural in chiave
moderna.
Dopo
oltre dieci anni di sviluppo travagliato, il
film di Metal Gear
Solid torna ufficialmente in
carreggiata. Secondo quanto riportato da The Hollywood
Reporter, Sony Pictures ha
affidato la regia a Zach Lipovsky e Adam B. Stein,
segnando un nuovo inizio per uno dei progetti più attesi e
problematici degli ultimi anni. La notizia conta perché riaccende
concretamente le speranze di vedere finalmente sul grande schermo
l’universo creato da Hideo Kojima.
Il
film, annunciato da tempo e rimasto bloccato tra cambi di
sceneggiatura e silenzi produttivi, era inizialmente legato al
regista Jordan Vogt-Roberts,
con Oscar Isaac scelto per
interpretare Solid Snake. Con l’arrivo dei nuovi registi – già noti
per Final Destination
Bloodlines – il progetto entra ora in una fase di
rilancio, anche se restano aperti nodi cruciali: dalla
sceneggiatura ancora incerta fino al coinvolgimento effettivo del
cast originale. Parallelamente, il franchise vive un momento
positivo grazie al successo del remake Metal Gear Solid Delta: Snake
Eater, che ha rafforzato l’interesse globale verso il
brand.
La vera questione, però, è capire se questa sarà la volta buona. Il
film di Metal Gear Solid
è diventato negli anni un simbolo dei progetti “impossibili” di
Hollywood, annunciati e mai realizzati. L’ingresso di Lipovsky e
Stein indica una volontà produttiva concreta, ma il rischio resta
quello di un adattamento che fatichi a trovare una propria identità
tra fedeltà al materiale originale e necessità
cinematografiche.
Che tipo di film
sarà Metal Gear Solid: adattamento fedele o storia originale
nell’universo di Kojima?
Uno degli interrogativi principali riguarda proprio la direzione
narrativa. Non è ancora chiaro se il film adatterà uno dei capitoli
della saga – come Snake
Eater o l’originale Metal Gear Solid – oppure se sceglierà una storia
inedita ambientata nello stesso universo. Una decisione tutt’altro
che secondaria, perché il successo del progetto dipenderà dalla
capacità di tradurre il linguaggio cinematografico già intrinseco
nei giochi di Kojima senza snaturarlo.
Il personaggio di Solid Snake, centrale nella saga, rappresenta un
altro punto chiave. Se Oscar Isaac dovesse
essere confermato, il film potrebbe mantenere una continuità con le
prime fasi di sviluppo; in caso contrario, si aprirebbe un nuovo
capitolo anche sul piano del casting, con inevitabili ripercussioni
sull’identità del progetto.
In questo contesto, il tempismo non è casuale. Il rilancio del film
arriva mentre il franchise è tornato forte sul mercato videoludico,
segno che Konami e Sony stanno
cercando di capitalizzare su un rinnovato interesse globale. Se ben
gestito, il film potrebbe trasformarsi in un ponte tra vecchi fan e
nuovo pubblico; se invece fallisse nel tono o nella scrittura,
rischierebbe di diventare l’ennesimo adattamento incapace di
cogliere la complessità dell’opera originale.