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In the Grey: trailer del nuovo film di Guy Ritchie con Jake Gyllenhaal e Henry Cavill

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Leone Group diffonde il trailer ufficiale italiano di In the Grey, nuovo film di  Guy Ritchie con Henry Cavill e Jake Gyllenhaal, Eiza González, Kristofer Hivju, Fisher Stevens, Rosamund Pike e Carlos Bardem. Distribuito da 01 Distribution, il film arriva nelle sale italiane dal 14 maggio.

Guy Ritchie torna al cinema con In The Grey, un action thriller adrenalinico e imprevedibile che riflette il suo stile inconfondibile: ritmo serrato, dialoghi affilati, personaggi complessi e moralmente ambigui, e sequenze d’azione di grande impatto visivo. Protagonisti un cast d’eccezione guidato da Jake Gyllenhaal, Henry Cavill e Eiza González.

In the grey - foto filmLa trama di In the Grey

Al centro della storia, una squadra segreta di agenti speciali capaci di muoversi abilmente nella “zona grigia” tra potere, denaro e violenza, per recuperare una fortuna da un miliardo di dollari. Ma quando il piano devia improvvisamente dal percorso previsto, la missione si trasforma in una corsa senza regole, dove ogni alleanza è fragile e ogni scelta può essere fatale.

In the Grey, spiegazione del finale: cosa succede durante la fuga sull’isola

Guy Ritchie è noto soprattutto per i suoi thriller d’azione eleganti e raffinati, e il suo ultimo film, In the Grey, non fa eccezione. Interpretato da tre dei suoi collaboratori abituali, Eiza González, Henry Cavill e Jake Gyllenhaal, In the Grey segue le vicende di tre agenti d’élite che si occupano di spionaggio industriale, sabotaggio e manipolazione legale per recuperare milioni, se non miliardi, di beni per i loro clienti. Dato che i loro clienti sono quasi esclusivamente miliardari che hanno accumulato la loro fortuna con metodi illeciti (ma può un miliardario essere davvero “innocente”?), sono disposti a operare nelle zone grigie della morale e della legge per raggiungere i loro obiettivi.

Rachel Wild, interpretata da González, è la mente del gruppo, che travolge i suoi nemici con una raffica di azioni legali e manipolazioni aziendali dietro le quinte per conto dei suoi clienti. Sid, interpretato da Henry Cavill, e Bronco, interpretato da Jake Gyllenhaal, sono i suoi compagni di squadra, taciturni ma letali, entrambi incrollabilmente fedeli a lei da quando li ha salvati dalla prigione anni prima. In the Grey racconta una missione ad alto rischio per il trio e il loro team di specialisti altamente qualificati, impegnati a recuperare un debito miliardario dal cinico tiranno Manny Salazar (Carlos Bardem) per conto della ricchissima società di gestione patrimoniale newyorkese Spencer Goldstein, rappresentata nell’azione dal contabile forense Bobby Sheen, interpretato da Rosamund Pike.

Rachel, Sid e Bronco mettono alle strette Salazar per ripagare il suo debito, soffocando le sue attività, congelando i suoi beni e sabotando i suoi progetti internazionali. La situazione culmina in un incontro sull’isola di Salazar con l’uomo in persona. Mentre Rachel ottiene da lui la promessa di ripagare Spencer Goldstein in cambio della restituzione di alcuni dei suoi beni personali, Salazar la rapisce dopo che Spencer Goldstein si rifiuta di rispettare la loro parte dell’accordo. Questo costringe Sid e Bronco a intraprendere un’audace missione di salvataggio per portare Rachel in salvo dall’isola, che culminerà in un finale esplosivo.

Rachel sopravvive alla fuga dall’isola e smaschera Spencer Goldstein

Jake Gyllenhaal, Eiza González e Henry Cavill in In the Grey
Cortesia 01 Distribution/Black Bear Pictures

Sebbene ci siano stati momenti di azione prima del finale, il tipico talento di Guy Ritchie per sparatorie e inseguimenti adrenalinici emerge con forza nella fuga finale dall’isola di Salazar. Sid, Bronco e la loro squadra (non tutti sopravvivono alla carneficina) si fanno strada tra il piccolo esercito di Salazar usando un mix avvincente di fucili ad alta potenza, funi, esplosivi e trappole, culminando con l’estrazione di Rachel. Sid e Bronco, tuttavia, hanno ancora un ultimo obiettivo sull’isola: far visita a Salazar in persona e portarlo via (contro la sua volontà).

Dopo un breve salto temporale, scopriamo che Sid e Bronco hanno consegnato Salazar a Miami in un container, con l’esplicito scopo di convincerlo a testimoniare contro il datore di lavoro originale di Rachel, il magnate di Wall Street Spencer Goldstein. Poiché il suo contatto lì, Bobby, l’aveva assunta per recuperare il miliardo di dollari che avevano prestato a Salazar per scopi loschi, salvo poi venire meno all’accordo con Salazar e rifiutarsi di pagare a Rachel il compenso pattuito, la priorità di Rachel diventa smascherare Spencer Goldstein. Il film si conclude con Rachel che rivela di aver svelato al pubblico gli affari loschi di Spencer Goldstein, e con il capo di Bobby che la chiama, presumibilmente per licenziarla o peggio.

Perché il finale di In the Grey risulta così stridente

Henry Cavill in In the Grey
Cortesia 01 Distribution/Black Bear Pictures

Ritchie non rinuncia all’azione, elemento pressoché garantito in ogni suo film, ma una volta giunto alla conclusione, il finale delude. Rachel riesce a fuggire, Sid e Bronco catturano Salazar, Rachel ha il suo colloquio con Bobby da Spencer Goldstein e poi il film si conclude bruscamente. Spettatori e critici hanno commentato che il finale è stridente, quasi come se mancasse una scena, come se qualcosa di “più importante” dovesse accadere.

Parte della colpa è da attribuire alla sequenza d’azione che la precede. Nonostante le numerose sparatorie e la morte di alcuni personaggi secondari e poco sviluppati, nessuno dei tre protagonisti sembra mai in reale pericolo. La violenza è intensa, ma la calma imperturbabile dei tre eroi per tutta la durata del film attenua la percezione del pericolo. Sono sempre tre passi avanti ai nemici e non si percepisce mai una situazione di svantaggio, tanto meno la minaccia alla propria vita. Quando l’inseguimento finisce e tutto ciò che accade è una conversazione a quattr’occhi in una sala riunioni con pareti di mogano, la sensazione è deludente e, francamente, stonata.

In the Grey lascia spazio a un sequel?

Jake Gyllenhaal e Henry Cavill in In the Grey
Cortesia 01 Distribution/Black Bear Pictures

Con tutti e tre gli eroi sopravvissuti agli eventi di “In the Grey”, la porta è certamente aperta per un sequel. Anche la natura del loro lavoro si presta a un seguito, poiché in teoria sarebbe facile inserirli in un’altra avventura ad alto rischio, questa volta in luoghi esotici diversi e contro un nuovo nemico ultra-ricco. Il personaggio di Eiza González è ben lontano dalla tipica eroina d’azione, poiché il suo potere deriva dalla manipolazione aziendale e legale piuttosto che da bombe e proiettili, e il contrasto con i quasi troppo cool Sid e Bronco funziona molto bene nel tenere il pubblico coinvolto.

In the Grey, recensione: il grigio come metafora morale

In the Grey, recensione: il grigio come metafora morale

Non è tutto bianco o nero. Tra i due estremi esiste una vasta zona d’ombra, fatta di compromessi, ambiguità morali e decisioni prese sul filo del rasoio. Ed è proprio in questo territorio incerto che prende forma In the Grey, il nuovo action thriller diretto da Guy Ritchie. Dopo Il Ministero della Guerra Sporca e The Convenant, Ritchie è pronto a tornare sul grande schermo con un film che mescola suspense, azione e lucido calcolo, in un mix esplosivo che riesce a mozzare il fiato, e non solo per la bellezza dei protagonisti. 

Ad accompagnare l’azione c’è un cast di grande richiamo guidato da Henry Cavill, Jake Gyllenhaal e Eiza González, affiancati da Rosamund Pike e Kristofer Hivju. Con il suo ritmo serrato e una messa in scena elegante ma brutale, Ritchie sembra voler riportare al centro un certo tipo di cinema d’azione: elegante, cinico e pieno di personalità. In the Grey si muove infatti tra operazioni sotto copertura, giochi di potere e missioni ad altissimo rischio, costruendo un racconto non privo di colpi di scena.

Prodotto da Black Bear Pictures e Toff Guy, In The Gray arriva al cinema dal 14 maggio, portando con sé una storia che si snoda lungo il confine tra legalità e criminalità, arricchita da una buona dose di carisma e un tocco di immancabile ironia.

L’estetica del caos

In the grey - foto film

In The Grey si apre con un forte impatto sensoriale: a guidare le immagini, che soprattutto nella prima parte del film giocano su un netto contrasto tra colori chiari e scuri, è la voce narrante di Rachel Wild (Gonzalez). Con un tono misurato e controllato, accompagna lo spettatore in una storia che lascia già intravedere proiettili, esplosioni e caos. Rachel riceve l’incarico di recuperare 1 miliardo di dollari sottratto da Salazar (Carlos Bardem), un boss della malavita: il denaro appartiene a un facoltoso cliente che desidera riavere indietro i propri soldi e che, per questo motivo, si è affidato a un’agenzia specializzata dove lavora la superiore di Rachel, una manager patrimoniale di Manhattan interpretata da Rosamund Pike.

Nonostante un precedente incaricato abbia già perso la vita nel tentativo di portare a termine la missione, Rachel è convinta di poter riuscire là dove gli altri hanno fallito, forte del supporto della sua squadra operativa, capitanata da Bronco (Jake Gyllenhaal) e Sidney (Henry Cavill).

Prende così forma la prima fase del piano, pensata per bloccare i capitali di Salazar e metterlo progressivamente alle strette. La voce narrante di Rachel resta una presenza costante e si intreccia con una serie di espedienti grafici che illustrano mappe, strategie e passaggi dell’operazione: annotazioni sovrapposte alle immagini, schemi e liste che scompongono il piano nei minimi dettagli. Guy Ritchie costruisce così una narrazione estremamente esplicativa, quasi ossessionata dal bisogno di mostrare e chiarire ogni movimento dei personaggi, con una precisione vicina a quella di un manuale operativo.

Il risultato è una pellicola che mantiene costantemente un ritmo sostenuto, sorretta da dialoghi asciutti e taglienti che dicono solo lo stretto necessario. Eppure, dietro questa efficienza narrativa, In The Grey finisce per assomigliare più alla cartolina elegante di un film d’azione che a un’opera davvero immersiva: tutto è calibrato, levigato, impeccabilmente confezionato, ma raramente dà la sensazione di affondare davvero nel caos e nella brutalità che mette in scena. Anche nei momenti più tesi, il film preferisce preservare il proprio stile raffinato piuttosto che sporcarsi veramente le mani.

Il volto del potere femminile

In the Grey - Eiza Gonzalez

Seguendo la scia di figure iconiche come Miranda Priestly in Il Diavolo veste Prada o Debbie Ocean in Ocean’s 8, Eiza González interpreta in In The Grey una donna di potere che non sembra intenzionata a fermarsi davanti a nulla. L’attrice messicana, ormai spesso associata a personaggi dalla forte aura da femme fatale, basti pensare a Darling in Baby Driver o a Madam M in Fast & Furious Presents: Hobbs & Shaw, trova qui un ruolo che le permette di spingersi ancora oltre quell’immaginario. Rachel Wild non seduce attraverso l’eccesso o la spettacolarizzazione della propria presenza, ma tramite il controllo assoluto che esercita su ogni situazione.

Rachel è una stratega, una donna che costruisce il proprio successo sull’intelligenza, sull’arguzia e sulla capacità di anticipare le mosse degli avversari senza mai perdere la calma o alzare la voce. Ogni gesto sembra studiato nei minimi dettagli, ogni parola pronunciata con la precisione di chi sa di avere sempre il controllo della stanza. Guy Ritchie la trasforma quasi in un’estensione dell’estetica stessa del film: impeccabile, fredda, elegantissima. Tra completi sartoriali, palette neutre e una piega che non concede spazio nemmeno a un capello fuori posto, Eiza González restituisce una performance costruita tutta sulla presenza scenica, fatta di sguardi, postura e silenzi più che di grandi esplosioni emotive.

Il pericolo, per Rachel, non è un ostacolo ma una componente naturale del quotidiano. Anzi, il film lascia intuire che il rischio e l’adrenalina siano il vero motore delle sue azioni, molto più del semplice desiderio di ricchezza. Ciò che sembra spingerla davvero è la necessità costante di dimostrare a se stessa, e a chi la circonda, di essere sempre la persona più intelligente nella stanza.

Anche Rosamund Pike, seppur in un ruolo più marginale, interpreta un’altra figura femminile di potere: una manager cinica, spietata e completamente orientata al risultato. A differenza di Rachel, però, il suo modo di gestire gli affari è molto più pragmatico, quasi volutamente “maschile” nella rigidità con cui affronta ogni situazione. Non le interessa creare legami o conquistare la fiducia di chi lavora per lei; ciò che conta è soltanto ottenere ciò che vuole. Rachel, al contrario, ha creato nel tempo un legame con i suoi collaboratori. Bronco e Sidney non rimangono al suo fianco soltanto per dovere professionale, ma perché nutrono nei suoi confronti una forma di rispetto e fiducia autentica: tutto il suo team è disposto a rischiare la vita pur di non abbandonarla, persino dopo che è stata catturata da Salazar.

Il duo che il film non racconta fino in fondo

In the Grey, Gyllenhaal-cavill

Per la prima volta sullo schermo compare l’accoppiata Cavill–Gyllenhaal, nei panni di due uomini segnati da un passato turbolento, oggi trasformati in professionisti del rischio al servizio di delicate operazioni di recupero crediti. Henry Cavill interpreta Sidney, il più controllato ed elegante del duo, una presenza composta e gentile, mentre Jake Gyllenhaal dà vita a Bronco, versione più ruvida e istintiva, costruita su un registro asciutto e sarcastico che gli permette di caricarsi sulle spalle gran parte delle battute più ironiche del film.

Gyllenhaal, con la consueta sicurezza da interprete navigato, riesce a dare al personaggio una certa stratificazione, lasciando emergere sfumature che suggerirebbero un passato più complesso di quanto il film si premuri di raccontare. Ed è proprio qui che la scrittura di Guy Ritchie mostra i suoi limiti: il regista introduce infatti diverse sottotrame e accenni di backstory che rimangono però sospesi, mai davvero sviluppati o portati a compimento, lasciando allo spettatore una sensazione di incompiutezza narrativa.

Sappiamo, ad esempio, che Bronco e Sidney sono stati “salvati” da una prigione grazie all’intervento di Rachel e che da quel momento le sono diventati fedeli collaboratori. Tuttavia, il passaggio da quel salvataggio a una dedizione così assoluta e quasi incondizionata resta appena abbozzato, privo di un reale approfondimento. Allo stesso modo, il film lascia nell’ambiguità anche la natura del rapporto tra Rachel e Sidney: alcuni dettagli, come il regalo di un orologio dotato di chip di localizzazione, pensato per permettergli di rintracciarla in qualsiasi momento, sembrano suggerire una connessione più personale, forse persino intima, ma senza mai chiarirla davvero.

Ritchie finisce così per aprire numerose porte senza mai attraversarne nessuna, come se lasciasse intenzionalmente sospese alcune linee di trama. Questa scelta dà l’impressione di un racconto frammentario, quasi frettoloso, che rinuncia a esplorare le proprie stesse premesse. Eppure, proprio questa ambiguità lascia intravedere anche una possibile direzione futura: il terreno sembra preparato per un sequel, o addirittura per uno spin-off dedicato alla coppia Bronco–Sidney, forte anche della buona chimica costruita dai due attori sullo schermo.

In the Grey si muove proprio come il suo titolo promette: tra luci e ombre, tra eleganza e brutalità trattenuta, tra ciò che viene mostrato e ciò che resta fuori campo. Guy Ritchie orchestra il suo cinema con sicurezza formale, costruendo un universo lucido e controllato. Eppure, è proprio in questa perfezione levigata che il film rischia di smarrire la sua forza più autentica: quella di un racconto che avrebbe potuto osare di più, sporcare di più. Il grigio come metafora morale resta un’idea affascinante sulla carta, ma il film sembra fermarsi proprio sulla soglia di quella complessità, preferendo la superficie elegante alla profondità delle sue stesse ambiguità.

In The Fire: una clip esclusiva dal film con Amber Heard

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In The Fire: una clip esclusiva dal film con Amber Heard

Ecco una clip esclusiva di In The Fire, il thriller supernatural in costume che segna il ritorno al cinema di Amber Heard. Il film è distribuito da RS Productions in collaborazione con Mirari Vos a partire dal 14 settembre.

Dopo la calorosa accoglienza del pubblico al Taormina Film Fest lo scorso giugno, dove è stato presentato in anteprima mondiale alla presenza del regista e del cast, arriva finalmente nelle sale l’opera cinematografica che segna il ritorno sul grande schermo della attrice che si è lasciata finalmente tutta la storia con l’ex marito alle spalle. Il film è diretto da Conor Allyn e nel cast vede anche attori italiani (è una produzione anche italiana)

Nel film Amber Heard è Grace, una psichiatra americana chiamata a risolvere il caso di un bambino disturbato e forse posseduto sul finire del 1800 in Colombia quando la psicanalisi non era ancora considerata una scienza – specie se praticata da una donna – ma tutti preferivano credere nella superstizione e nel maligno.  Durante il viaggio la donna verrà messa alla prova non solo come medico ma anche come persona, e nella lotta tra scienza e fede dovrà trovare il modo per salvare il bambino e la sua famiglia, ma anche sè stessa.

In The Fire: trailer del film con Amber Heard

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In The Fire: trailer del film con Amber Heard

RS Productions in collaborazione con Mirari Vos annuncia l’uscita nei cinema italiani dal prossimo 14 settembre di In The Fire, svelandone il trailer ufficiali.  In The Fire è un thriller supernatural in costume prodotto da Iervolino & Lady Bacardi Entertainment in collaborazione con Paradox Studios e Angel Oak Films, diretto da Conor Allyn e con Amber Heard, Eduardo Noriega, Lorenzo McGovern Zaini e Luca Calvani.

Dopo la calorosa accoglienza del pubblico al Taormina Film Fest lo scorso giugno, dove è stato presentato in anteprima mondiale alla presenza del regista e del cast, arriva finalmente nelle sale l’opera cinematografica che segna il ritorno sul grande schermo di Amber Heard.

Nel film Amber Heard è Grace, una psichiatra americana chiamata a risolvere il caso di un bambino disturbato e forse posseduto sul finire del 1800 in Colombia quando la psicanalisi non era ancora considerata una scienza – specie se praticata da una donna – ma tutti preferivano credere nella superstizione e nel maligno.  Durante il viaggio la donna verrà messa alla prova non solo come medico ma anche come persona, e nella lotta tra scienza e fede dovrà trovare il modo per salvare il bambino e la sua famiglia, ma anche sè stessa.

La trama di In The Fire

Una psichiatra americana vedova e senza figli (Heard) viene chiamata in una ricca fattoria in Colombia, a risolvere il caso di un bambino disturbato (McGovern Zaini). A contattarla era stata la madre del piccolo preoccupata anche dalle sempre più insistenti accuse da parte del prete locale e dai contadini – tormentati da misteriosi eventi avversi – che il piccolo fosse il diavolo. Quando la dottoressa arriva scopre che la madre del ragazzino è morta e che il padre stesso (Noriega) ha iniziato a credere alla possibile possessione del bambino. Mentre la donna tenta una psicoanalisi del giovanissimo paziente, gli eventi nefasti si intensificano e la sua “cura” diventa una corsa per salvare il piccolo dalla furia dei concittadini… e forse anche da sé stesso, quando ella stessa inizia a temere che quel che sta succedendo nella “hacienda” abbia a che fare con qualcosa di orribile e soprannaturale.

IN THE FIRE di Conor Allyn, sarà nei cinema italiani il prossimo 14 settembre, distribuito da RS Productions in collaborazione con Mirari Vos.

In the fabulous underground, in arrivo su Rakuten Tv e Amazon Prime Video

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È in uscita gratuita a dicembre su Rakuten Tv, Amazon Prime Video e per gli abbonati del canale Rarovideo l’opera In the fabulous underground”.

Il film dei registi Mauro John Capece (Reverse, La Scultura e La Danza Nera) e Claudio Romano (Ananke) è stato scritto dalla docente Betty L’Innocente e si è avvalso della collaborazione di Marco Fioramanti, noto artista italiano e intimo amico di Anton Perich.

Il documentario racconta la vita straordinaria di Anton Perich, artista, fotografo, pittore e regista underground, attivo a New York a partire dagli anni ’70.

Perich si trasferì dalla Parigi dei Letteristi a New York dove iniziò a collaborare insieme ad Andy Warhol come fotografo per la rivista Interview Magazine. Assiduo frequentatore del Max’s Kansas City e dello Studio 54 ha immortalato nei suoi scatti la “beat generation”, la “punk generation” e la “Warhol generation”. Nel 1978 inventò la Painting Machine, ovvero la prima macchina al mondo in grado di dipingere; oggi è valutata come il primo prototipo di stampante a getto d’inchiostro e plotter. Anton Perich, considerato un pioniere dell’arte digitale, fondò nel 1978 NIGHT, lo spazio galleria interattivo per le sue opere fotografiche. Oggi le sue fotografie sono esposte in tutte in mondo.

“In the Fabulous Underground”, girato tra gli Stati Uniti e la Croazia, è un importante documento sulla nightlife della Factory di Warhol.

Il documentario è un viaggio tra il passato e il presente, tra Mikulići, città natale dell’artista, e New York, sua città d’adozione. Per raccontare il fermento di quegli anni l’opera si affida alle testimonianze di artisti quali Taylor Mead (scrittore e attore in numerose pellicole di Andy Warhol), Susan Blond (attualmente produttrice discografica, al tempo nota per essere stata la prima donna andata in onda senza veli sulla TV americana, proprio in un film di Perich) e Victor Bockris (biografo di Andy Warhol, Lou Reed, Patti Smith).

A rendere unico “In the Fabulous Underground” sono i filmati inediti girati fra lo Studio 54 e il Max’s Kansas City che mostrano personaggi del calibro di Salvador Dalì, Muhammad Alì, Taylor Mead e lo stesso Andy Warhol.

In the Clearing, la recensione della serie con Teresa Palmer

In the Clearing, la recensione della serie con Teresa Palmer

La serie australiana in otto puntate In the Clearing, prodotta da Disney+ e andata in streaming su Hulu negli Stati Uniti, è ispirata dalle vicende reali legate alla setta chiamata The Family, formatasi nella metà degli anni ‘60 con a capo il leader carismatico Anne Hamilton-Byrne. Alla base dello show troviamo il libro In the Clearing, pubblicato da J.P. Pomare nel 2019, versione drammatizzata degli eventi che condussero alla dispersione della setta da parte della polizia australiana nel 1987.

Protagonista di In the Clearing è Freya Heywood (Teresa Palmer), la quale in seguito alla temporanea scomparsa del figlio Billy si trova costretta a rivivere gli orrori della gioventù legati al culto comandato da Adrienne Beaufort (Miranda Otto) con il sostegno del dottor Bryce Latham (Guy Pearce). Il pilot dello show intitolato The Season of Unfoldment – scritto da Matt Cameron e diretto da Jeffrey Walker – risulta sicuramente l’episodio migliore della produzione, pur evidenziando già in maniera sostanziale una serie di problemi e limiti che minano col passare delle puntate l’intera operazione.

In the Clearing, una serie limitata da una narrazione singhiozzante

La volontà evidente di non “spiegare” fin dall’inizio le coordinate della vicenda, i ruoli e le relazioni tra i personaggi principali produce infatti un effetto altalenante: se da una parte infatti chi guarda The Season of Unfoldment viene costretto continuamente a chiedersi cosa stia realmente succedendo, dall’altra diventa impossibile non notare quanto la narrazione si faccia immediatamente confusa, spezzata, quasi costretta di lasciare alla messa in scena il compito di evocare situazioni e atmosfere del thriller psicologico.

E questo meccanismo quasi inceppato col passare delle puntate si fa sempre più evidente, minando le fondamenta stesse dello show. In molti momenti, forse addirittura troppi, In the Clearing sembra ricalcare le orme di un’altra miniserie con un’ambientazione simile e una storia che abbracciava ugualmente il thriller psicologico, ovvero quella Top of the Kale diretta da Jane Campion, che vedeva protagonista una notevole Elisabeth Moss. In questo caso ci troviamo però di fronte a un tentativo macchinoso e probabilmente mal organizzato, il quale disperde tutti o quasi i possibili spunti di interesse a causa principalmente della sua narrazione singhiozzante.

In-the-clearing-recensione

Deboli prove d’attori

In un tale guazzabuglio anche i tre attori protagonisti non offrono certamente il meglio delle loro capacità: se comunque Guy Pearce riesce a risultare almeno credibile in virtù di una prova maggiormente soffusa, lo “scontro” di personalità e psicologie tra Miranda Otto si risolve in qualcosa di piuttosto deludente. L’attrice amata nella trilogia de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson si affida eccessivamente al trucco e ai costumi per sorreggere un personaggio molto meno ambiguo e ambiguamente affascinante di quanto in realtà dovrebbe risultare.

La Palmer invece dimostra chiaramente di non riuscire a dotare la figura di Freya della necessaria bidimensionalità per diventare una vittima credibile che decide di affrontare i propri demoni personali. E se le due figure principali e antagoniste non destano realmente interesse presso il pubblico neppure con lo scorrere delle puntate, come può l’intero prodotto risollevarsi dalla falsa partenza? E infatti In the Clearing non ci riesce, sbandando continuamente alla ricerca di fascinazioni estetiche non supportate da una storia che renda il tutto avvincente per gli spettatori. Molte immagini sono belle da vedere, paesaggi e ambientazioni indubbiamente dotati di un fascino selvaggio, quasi ancestrale. Ma In the Clearing possiede davvero poco più di questo…

In The Clearing con Teresa Palmer dal 24 maggio su Disney+

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In The Clearing con Teresa Palmer dal 24 maggio su Disney+

Dopo avervi segnalato il trailer, oggi apprendiamo che Disney+ ha annunciato che la sua prima serie originale australiana, In The Clearing, debutterà il 24 maggio sulla piattaforma streaming. Gli episodi successivi verranno rilasciati a cadenza settimanale. In The Clearing è una serie thriller psicologica composta da otto episodi e basata sul best-seller poliziesco “In The Clearing” dell’autore J.P. Pomare, ispirata all’oscurità dei culti realmente esistenti in Australia e nel mondo.

Girato nello stato del Victoria, in Australia, In The Clearing è un thriller drammatico e psicologico che segue gli incubi di una setta e di una donna costretta ad affrontare i demoni del suo passato per fermare il rapimento e la coercizione di bambini innocenti nel futuro. La serie scava sotto la pelle e dentro la mente, confondendo i confini tra passato e presente, realtà e incubo in modo tormentato.

Teresa Palmer (A Discovery of Witches – Il manoscritto delle streghe), Miranda Otto (Unusual Suspects, Homeland – Caccia alla spia) e Guy Pearce (Jack Irish, Mare of Easttown) guidano una schiera stellare di attori australiani, tra cui Hazem Shammas (Safe Harbour), Mark Coles-Smith (Mystery Road), Kate Mulvany (The Twelve) e anche la star emergente Julia Savage (Blaze, Mr. Inbetween).

In The Clearing è diretta da Jeffrey Walker (Young Rock, Lambs of God) e Gracie Otto (Seriously Red, Bump, Deadloch). La serie è creata e scritta da Elise McCredie (Stateless) e Matt Cameron (Jack Irish), con il co-sceneggiatore Osamah Sami (Il matrimonio di Ali). La serie è prodotta per Disney+ da Jude Troy di Wooden Horse (The Other Guy 1 & 2), mentre Richard Finlayson di Wooden Horse ed Elizabeth Bradley di Egeria sono i produttori esecutivi insieme a Jeffery Walker, Jude Troy, Elise McCredie e Matt Cameron.

Un efficace sistema di parental control assicura che Disney+ rimanga un’esperienza di visione adatta a tutti i membri della famiglia. Oltre al “Profilo Bambini” già presente sulla piattaforma, gli abbonati possono impostare dei limiti di accesso ai contenuti per un pubblico più adulto e creare profili con accesso tramite PIN, per garantire massima tranquillità ai genitori.

In the Box: l’horror italiano in concorso al NoirFest 2014

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In the Box: l’horror italiano in concorso al NoirFest 2014

In the BoxSarà presentato in concorso al 24. Courmayeur Noir in Festival, In the Box, il film di Giacomo Lesina con Antonia Liskova in concorso al 24. Courmayeur Noir in Festival.

Una giovane donna si risveglia dentro le quattro mura di un garage. Mura all’apparenza inoffensive come la maggior parte dei luoghi di una grande metropoli. Ma che ora la separano da tutto e da tutti. All’interno del piccolo spazio, un’automobile esala anidride carbonica; un gas che ogni giorno senza saperlo respira quando esce per strada. Un gas che sembra così innocuo, ma che lì dentro diventerà micidiale. Ad averla chiusa nel garage è uno sconosciuto che sa ogni cosa di lei, del suo passato. E soprattutto di ciò che ha di più importante al mondo: la figlia piccola che l’aspetta a casa. Non le rivela il motivo per cui l’ha imprigionata. Solo il tempo a disposizione per salvarsi.

Distribuito da Istituto Luce-Cinecittà, una nuova incursione del cinema italiano nel film di genere. Unità di luogo e tempo, per un thriller dall’azione compatta; teso, claustrofobico, con una protagonista sorprendente.

In the Box al Courmayeur Noir in Festival

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In the Box al Courmayeur Noir in Festival

Courmayeur-Noir in Festival 2È per Venerdì 12 la prima mondiale dell’unico film italiano in concorso al 24. Noir in Festival di Courmayeur: IN THE BOX, l’opera prima di Giacomo Lesina, prodotta da Michelangelo Film e distribuita da Istituto Luce-Cinecittà. Protagonista, Antonia Liskova

Una nuova incursione del cinema italiano nel film di genere.
Unità di luogo e tempo, per un thriller dall’azione compatta; teso, claustrofobico, con una protagonista sorprendente.

IL FILM
Una giovane donna si risveglia dentro le quattro mura di un garage. Mura all’apparenza inoffensive come la maggior parte dei luoghi di una grande metropoli. Ma che ora la separano da tutto e da tutti. All’interno del piccolo spazio, un’automobile esala anidride carbonica; un gas che ogni giorno senza saperlo respira quando esce per strada. Un gas che sembra così innocuo, ma che lì dentro diventerà micidiale. Ad averla chiusa nel garage è uno sconosciuto che sa ogni cosa di lei, del suo passato. E soprattutto di ciò che ha di più importante al mondo: la figlia piccola che l’aspetta a casa. Non le rivela il motivo per cui l’ha imprigionata. Solo il tempo a disposizione per salvarsi.

Quanto siamo liberi? È una domanda che ci si pone spesso, ma a cui difficilmente riusciamo a dare risposta. Perché la maggior parte di noi conduce una vita tranquilla, fatta di una routine che ci protegge, tiene a bada le nostre paure. E se la nostra esistenza, all’improvviso, sfuggisse al nostro controllo e finisse nelle mani di un altro? [Dalle note di regia di Giacomo Lesina]

In the Blood: la spiegazione del finale del film

In the Blood: la spiegazione del finale del film

Con In the Blood, il regista John Stockwell costruisce un action thriller che utilizza gli elementi più classici del cinema di vendetta per raccontare una storia molto più cupa sulla sopravvivenza e sull’impossibilità di sfuggire al proprio passato. Presentato inizialmente come il racconto di una luna di miele trasformata in incubo, il film con Gina Carano evolve rapidamente in una discesa violenta dentro un sistema corrotto dove polizia, criminalità e potere economico collaborano per cancellare le vite considerate sacrificabili. Il finale di In the Blood chiarisce che Ava non sta soltanto cercando il marito scomparso: sta combattendo contro un mondo che continua a trasformare il dolore umano in merce.

La struttura narrativa del film gioca continuamente sul contrasto tra l’apparenza paradisiaca dell’isola caraibica e la brutalità che si nasconde dietro quel paesaggio turistico. Ava arriva lì come una donna che prova a lasciarsi alle spalle un passato traumatico fatto di droga, violenza e morte. Però la sparizione di Derek riattiva immediatamente gli istinti che aveva tentato di reprimere. È proprio questa la chiave del finale: il film suggerisce che Ava non possa davvero diventare una persona diversa, perché la violenza è stata il linguaggio attraverso cui ha imparato a sopravvivere fin dall’infanzia. Quando la verità emerge, In the Blood smette di essere un semplice thriller d’azione e diventa il ritratto di una donna costretta a tornare il mostro che aveva cercato di seppellire.

Come In the Blood trasforma il classico revenge thriller in una storia sulla sopravvivenza e sull’identità

Nel panorama del cinema action degli anni Duemila, In the Blood si inserisce dentro una tradizione precisa: quella del thriller costruito attorno a un protagonista apparentemente normale che rivela progressivamente capacità estreme di combattimento e sopravvivenza. Però il film di John Stockwell prova a distinguersi da molti prodotti simili attraverso il personaggio di Ava, interpretata da Gina Carano con una fisicità che diventa parte integrante della narrazione. Ava non è una semplice eroina invincibile. Ogni gesto violento che compie sembra riaprire vecchie ferite emotive che il matrimonio con Derek aveva temporaneamente anestetizzato.

Il prologo ambientato nel 2002 è fondamentale proprio per questo motivo. La scena in cui la giovane Ava assiste all’omicidio del padre e reagisce uccidendo gli aggressori definisce immediatamente il personaggio. La violenza entra nella sua vita prima ancora dell’età adulta e diventa un istinto automatico, quasi biologico. Dodici anni dopo, Ava tenta disperatamente di vivere una vita diversa grazie alla relazione con Derek e al percorso nei Narcotici Anonimi, ma il film suggerisce continuamente che quella stabilità sia fragile.

Quando Derek sparisce dopo l’incidente sulla zip-line, Ava comprende rapidamente che le autorità locali stanno mentendo. Da quel momento il film cambia tono e assume i contorni di una caccia personale. La progressiva escalation di brutalità non serve soltanto a creare tensione action, ma a mostrare il ritorno della vecchia Ava. Ogni volta che viene tradita o ostacolata, la protagonista abbandona un altro frammento della propria identità “normale” e torna alla mentalità spietata costruita durante un’esistenza segnata dal trauma.

Gina Carano nel film In the Blood

Cosa succede davvero nel finale di In the Blood e perché Derek era ancora vivo

Il finale del film ribalta completamente l’idea che Derek fosse morto a causa dell’incidente. Dopo aver scoperto la rete di corruzione che coinvolge il capo della polizia Garza e il dottor Elbar, Ava arriva alla verità: Derek è stato trasformato in un donatore forzato per il criminale Silvio Lugo, malato di mieloma multiplo e disposto a tutto pur di prolungare la propria vita. Questa rivelazione cambia radicalmente il significato della sparizione di Derek. Non si tratta di un semplice insabbiamento medico, ma di un sistema criminale che utilizza i corpi umani come risorse da sfruttare.

La scena in cui Ava scopre Derek vivo attraverso le telecamere di sorveglianza è centrale perché interrompe il percorso emotivo della protagonista. Fino a quel momento Ava stava lentamente accettando il lutto. Aveva già attraversato il dolore, la rabbia e il desiderio di vendetta. Sapere che Derek è ancora vivo trasforma improvvisamente quella vendetta in una missione di salvataggio disperata.

L’ultima parte del film accelera i ritmi action, ma mantiene coerente il discorso tematico. Ava penetra nell’ospedale fingendosi infermiera, elimina sistematicamente gli uomini di Lugo e riesce a liberare Derek. È significativo che il film scelga di ambientare il climax dentro una struttura medica. L’ospedale, luogo teoricamente associato alla cura, diventa uno spazio di tortura e sfruttamento. Il corpo umano perde valore morale e viene trattato come materiale biologico utile soltanto ai ricchi e ai potenti.

Lo scontro finale con Lugo conferma questa logica. Lugo non viene presentato come un folle incontrollato, ma come un uomo convinto che il proprio denaro gli garantisca il diritto di appropriarsi della vita altrui. Ava lo combatte quasi come se stesse affrontando la materializzazione di tutto il sistema corrotto dell’isola. Quando Big Biz arriva e taglia la gola di Lugo, il film suggerisce che persino il mondo criminale riconosca l’eccesso mostruoso rappresentato dal personaggio.

Gina Carano e Luis Guzman in In the Blood

Il trauma di Ava e il ritorno inevitabile della violenza sono il vero tema del film

Il cuore di In the Blood non riguarda soltanto il salvataggio di Derek, ma il rapporto di Ava con la propria natura violenta. Il film costruisce continuamente un contrasto tra il desiderio della protagonista di vivere una vita normale e la facilità con cui ritorna a usare la brutalità come strumento principale di comunicazione e sopravvivenza.

Ogni combattimento nel film ha una dimensione quasi psicologica. Ava non combatte mai come un’eroina spettacolare tipica del cinema action più leggero. Le sue azioni sono rabbiose, istintive, spesso disperate. Questo approccio rende il personaggio più vicino a figure del revenge movie anni Settanta e Ottanta, dove la violenza lasciava sempre segni emotivi profondi.

Anche il rapporto con Derek assume un significato particolare alla luce del finale. Derek rappresenta l’idea di una possibile redenzione. È l’uomo che ha conosciuto Ava durante il recupero dalla dipendenza, il simbolo di una vita costruita sulla guarigione e sulla stabilità. Quando Derek viene rapito e trasformato in una vittima sacrificale, il film sembra suggerire che il mondo non permetta davvero ad Ava di sfuggire al proprio passato.

La corruzione delle autorità locali rafforza ulteriormente questo discorso. Garza, inizialmente presentato come un antagonista diretto, si rivela in realtà un uomo schiacciato dai debiti morali verso Elbar. Persino il suo suicidio finale appare come l’atto di qualcuno che comprende troppo tardi di avere contribuito a qualcosa di irreparabile. In In the Blood, quasi tutti i personaggi sono intrappolati dentro compromessi che li hanno gradualmente disumanizzati.

Perché il finale lascia Ava viva ma profondamente cambiata dopo tutta la violenza vissuta

A differenza di molti revenge thriller, In the Blood non chiude con una vera sensazione di trionfo. Ava e Derek riescono a lasciare l’isola vivi, ma il film evita accuratamente di suggerire che tutto possa tornare come prima. L’esperienza vissuta ha riportato Ava esattamente nel luogo psicologico da cui cercava di fuggire.

Questo elemento è importante perché il film non costruisce la violenza come emancipazione eroica. Ava sopravvive grazie alle capacità sviluppate durante una vita traumatica, però ogni atto violento la allontana ulteriormente dall’idea di normalità che aveva tentato di costruire insieme a Derek. Anche il ritorno del marito non cancella ciò che è successo. Derek ha visto il lato più oscuro dell’isola e, soprattutto, ha visto chi Ava è costretta a diventare per salvarlo.

L’intervento finale di Big Biz contiene inoltre una lettura interessante del sistema criminale mostrato nel film. Big Biz decide di eliminare Lugo e lasciare andare Ava e Derek perché comprende che la situazione è sfuggita a qualsiasi equilibrio. La violenza esercitata da Lugo era diventata troppo estrema persino per il contesto criminale locale. È un dettaglio che rafforza l’idea di un mondo completamente corrotto, dove esistono soltanto diversi livelli di brutalità.

Gina Carano in In the Blood

Cosa significa davvero il finale di In the Blood

Il finale di In the Blood racconta l’impossibilità di separare completamente il passato dal presente. Ava desiderava diventare una persona diversa, costruire una vita stabile e lasciarsi alle spalle la violenza che aveva definito la sua infanzia e la sua adolescenza. Però la sparizione di Derek dimostra quanto quella trasformazione fosse fragile.

La sopravvivenza finale della coppia non rappresenta una vittoria pulita o liberatoria. Ava salva Derek soltanto accettando di tornare la persona che aveva cercato di smettere di essere. Il film suggerisce che alcune ferite non scompaiano mai davvero e che, in determinate situazioni, gli esseri umani ritornino inevitabilmente ai meccanismi di sopravvivenza appresi durante il trauma.

È proprio questa ambiguità a rendere il finale più interessante di quanto sembri a prima vista. In the Blood utilizza il linguaggio semplice dell’action thriller per riflettere su identità, dolore e memoria. Ava riesce a lasciare l’isola insieme a Derek, ma il film lascia la sensazione che la vera prigione non fosse quel luogo corrotto. Era la violenza che Ava portava già dentro di sé fin dall’inizio.

In solitario: recensione del film con François Cluzet

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In solitario: recensione del film con François Cluzet

In In solitario Yann Kermandec (François Cluzet) sostituisce all’ultimo momento l’amico Drevil  (Guillaume Canet) nella competizione di vela più importante al mondo. Nonostante l’età e la grande esperienza, questa è la prima vera chance per dimostrare le sue capacità, navigando “in solitario” da un capo all’altro del globo.  Dopo una sosta obbligata alle Canarie però, Kermandec si accorge di non essere più solo: un giovane clandestino, Mano Ixa (Samy Seghir) è salito a bordo. Se la giuria dovesse accorgersene, la squalifica sarebbe immediata.

Queste le premesse di In Solitario, film d’esordio del direttore della fotografia Christophe Offenstein. Sullo sfondo di un viaggio in cui l’uomo affronta da solo l’ostilità della natura, va in scena l’incontro di due vite distanti e l’evolversi del loro rapporto. Per non sfociare nel classico “drammone”,  Offenstein sceglie una regia asciutta, limitando il coinvolgimento emotivo del pubblico con uno stile da “cronaca sportiva”. Ciò è accentuato dalla fotografia piuttosto asettica; nelle sequenze in barca si predilige l’uso di inquadrature ampie e sintetiche, unite da un montaggio essenziale. Perfino la colonna sonora, costruita su un singolo tema ricorrente, è puramente decorativa, non enfatizzando le (poche) sequenze di pathos narrativo.

Il regista dosa adeguatamente i pochi ingredienti a sua disposizione, riuscendo ad ottenere un film che dissimula efficacemente un soggetto così scarno. Ne deriva una scansione ritmica e meccanica degli eventi e, soprattutto, una cronica mancanza di tensione: secondo alcuni il viaggio di Kermandec è metafora della vita, che non si può affrontare “in solitario”, ma solo confrontandosi con gli altri. In realtà Yann non si confronta con nessuno, risolvendo da solo ogni problema, tecnico o di rapporti umani, al grido di “questa è la mia gara!”. Vince praticamente sempre, e anche quando perde, tutti applaudono. Vanificata così ogni possibilità di sviluppi originali, la trama finisce per concludersi nel modo più scontato possibile.

In Solitario vorrebbe coniugare le chiavi del successo di due film dell’anno scorso, il setting estremamente evocativo di Vita Di Pi (di Ang Lee) e l’originale storia di Quasi Amici, con cui il film di Offenstein condivide produttori e attore protagonista. Purtroppo però, anche per via delle già citate scelte registiche, il film non riesce ad eguagliare né la complessità d’intreccio della pellicola di Lee, né la profondità emotiva e la leggerezza dei toni di Quasi Amici.

Il regista, proprio come il protagonista, si mette dunque in gioco senza rischiare nulla; malgrado la bravura degli attori (spicca la recitazione rabbiosa e diretta di Cluzet) il film risulta privo di mordente, non riuscendo ad emozionare come ci si aspetterebbe.

di Cristiano Bacci 

In silenzio: recensione della miniserie con Arón Piper

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In silenzio: recensione della miniserie con Arón Piper

Se state cercando su Netflix una serie che per tutta la sua durata vi lasci con il fiato sospeso In silenzio è la scelta giusta. Questa nuova miniserie è incentrata sul personaggio di Sergio Cisar interpretato da Aròn Piper, diventato famoso con il ruolo di Ander Muñoz fin dalla prima stagione del teendrama Élite. Nel numeroso cast di questo thriller psicologico, diviso in sei parti, però c’è anche un altro talento del liceo Las Encinas, infatti spicca il nome anche di Manu Rìos, visto proprio in questi giorni sul red carpet del Festival di Cannes per Strange Way of Life il cortometraggio di Pedro Almodóvar.

La trama di In silenzio

In silenzio comunque non è la solita serie spagnola ma un racconto cupo, sobrio e ipnotico dove si studia la personalità di un ragazzo che è stato accusato di aver ucciso entrambi i genitori. La serie parte proprio da questo avvenimento dove vengono mostrati il cadavere di una donna e poi di un uomo che sono precipitati dal balcone dell’ultimo piano di una palazzina di un quartiere benestante di una contemporanea città spagnola che non viene mai rivelata ma che sembra Bilbao. Subito viene indagato e arrestato Sergio il figlio adolescente che non farà resistenza e mai collaborerà con la giustizia. Negli anni successivi, passati in detenzione nel carcere minorile, il ragazzo si chiude in un mutismo e mai rivelerà le motivazioni del crimine e se veramente è stato lui a commettere il duplice omicidio.

Dopo sei anni, grazie anche alla sua buona condotta Sergio, soprannominato da tutti come “L’assassino del balcone”, esce dalla prigione e torna a vivere nella casa, quella dell’omicidio, ora sua essendo l’unico erede. Oltre a indossare alla caviglia un’apparecchio elettronico, che segna ogni suo postamento, il ragazzo non sa che è anche sorvegliato 24 ore su 24, con delle telecamere e dei microfoni nascosti nell’appartamento, da una psichiatra di nome Ana (Almudena Amor) e dal suo team di investigatori, che desiderano studiare se sia un pericolo per la società. L’operazione segreta nel frattempo essa stessa è supervisionata dal vicecommissario Cabrera (Aitor Luna), che come si svela fin dall’inizio, è corrotto ed è stato mandato a sabotarla.

In silenzio recensione serie tv netflix
Cr. LANDER LARRAÑAGA/NETFLIX © 2022

Il taciturno giovane intanto non passa le sue giornate sdraiato sul divano e recluso nella casa del mistero, anzi viene inserito in un programma di recupero, affidato a un pastore evangelico, molto ambiguo, che lo fa lavorare in una serra. Il primo episodio si chiude con la presentazione di Marta (Cristina Kovani) un’addetta alle vendite di un negozio in centro città ma cosa più importante è una delle tante ammiratrici di Sergio. La dottoressa Ana non perderà tempo e chiederà aiuto alla ragazza che accetterà la missione anche rischiando la sua relazione con il suo fidanzato Eneko (Manu Rìos) che gestiste un’agenzia immobilare.

Gli ulteriori cinque episodi, senza svelare troppo la trama piena di colpi di scena, evidenziano varie dinamiche come quella dell’abuso emotivo, la manipolazione, l’isolamento e il disprezzo di sé che prova il protagonista su se stesso. Sergio già dal primo incontro con Marta si apre e racconta che l’unica ragione della sua vita è ritrovare la sorella minore Noa, data in adozione dopo la morte dei facoltosi genitori. La qualità della trama non annoia mai, anzi ti fa desiderare sempre di più capire chi è veramente Sergio, del perchè Ana è ossessionata dal suo paziente e perchè sembra che i due protagonisti, di questo perverso gioco tra schermi e videoregistrazioni, hanno sempre di più cose in comune. Alla fine Noa si rivelerà come la soluzione all’intricato caso che finisce con un vero e proprio salto nel buio del ragazzo e della sua psichiatra che finalmente si incontreranno di persona. 

Non la solita miniserie spagnola

In silenzio è un prodotto seriale con un cast eccellente che per chi ha familiarità con le varie produzioni spagnole di Netflix riconoscerà volti noti e non parlo solo i due giovani attori di Élite. Quelli che spiccano di più, anche merito dei ruoli con più sfumature, sono quello del silenzioso Sergio e di Ana. L’attrice Almudena Amor è impeccabile nel mostrare la sua vera natura della psichiatra, quella ancora più malata del ragazzo che vuole capire e curare.

Per concludere anche se la miniserie è piuttosto cupa fin dall’inizio, viene mostrata sia la corruzione nella polizia che nella setta religiosa, c’è qualche speranza per i personaggi man mano che lo spettacolo procede e lo vediamo con il personaggio di Marta o di Greta (Aria Bedmar) l’unica donna, oltre alla psichiatra che fa parte del team degli investigatori. In silenzio è una miniserie che si svela lentamente, capitolo per capitolo, un’esperienza visiva così eccezionale anche merito della regia uniforme dei registi Gabe Ibáñezna, Esteban Crespo e Aitor Gabilondo.

In ricordo di Audrey Hepburn: i migliori film dell’attrice

In ricordo di Audrey Hepburn: i migliori film dell’attrice

Nell’immaginario collettivo, Audrey Hepburn non è stata solamente una eclettica protagonista nel panorama cinematografico internazionale, ma anche una grande icona di stile, riuscita a influenzare intere generazioni. La sua bravura, accompagnata da un magnetico charme, l’ha consacrata come diva di Hollywood fra gli anni Cinquanta e Sessanta, riflettendo attraverso le sue pellicole anche la sua spiccata personalità.

In ricordo di Audrey Hepburn, a 30 anni dalla sua morte, ripercorriamo i suoi migliori film, lungometraggi che hanno contribuito a renderla immortale.

Sabrina

La pellicola del 1954, diretta da Billy Wilder, segue la storia di Sabrina, a cui Audrey Hepburn dà il volto, figlia dell’autista di una famiglia ricca che, dopo essere stata per due anni a Parigi, torna a casa completamente cambiata. La sua versione più chic ed elegante fa innamorare uno dei due rampolli della dinastia, Linus, seppur lei sia invaghita dell’altro, David. In questo film la Hepburn fu affiancata da due attori importanti nel panorama di Hollywood, Humphrey Bogart e William Holden, con il quale ultimo ebbe una relazione nel periodo della sua produzione.

Fra l’altro, una delle curiosità più interessanti di Sabrina, è che la produzione e Billy Winder stesso, chiesero all’attrice di acquistare lei stessa nelle boutique parigine alcuni capi d’abbigliamento che poi avrebbero utilizzato sul set. Per la sua interpretazione la Hepburn ebbe una nomination agli Oscar come miglior attrice mentre la costumista Edith Head lo vinse per i migliori costumi.

Cenerentola a Parigi

In questa pellicola diretta da Stanley Donen, e uscita nel 1957, Audrey Hepburn interpreta Jo Stockton, una libraia dalla bellezza irresistibile che strega un fotografo di moda di New York, Dick Avery, interpretato da Fred Astaire. Avery crede che Jo possa essere il nuovo volto della rivista di moda Quality e così cerca di convincerla assieme alla direttrice Maggie.

Il guardaroba della Hepburn, che nel film finisce per essere una modella, è tutto firmato da Givenchy. Cenerentola a Parigi fu il primo musical della diva, si ricordino poi le famose canzoni How Long Has This Been Going On?, brano che cantò da solista, e S’Wonderful, in duetto con Astaire.

My Fair Lady

Un altro musical per l’incantevole Audrey Hepburn, che in questa pellicola interpreta una ragazza della classe operaia, la quale ben presto si trasforma in una donna presentabile per l’alta società. A insegnarle usi e modi corretti il professore Henry Higgins, un uomo arrogante e presuntuoso. Il film, del 1964, ebbe in cabina di regia George Cukor, cineasta molto famoso che diresse anche Judy Garland nella pellicola cult È nata una stella.

My Fair Lady è considerato, per quegli anni, il lungometraggio su cui Hollywood investì di più, ben 17 milioni di dollari, ma che ebbe d’altra parte un grande successo al botteghino, incassandone 72 milioni. Inoltre la Hepburn ebbe una nomination ai Golden Globe come migliore attrice in un film commedia o musicale.

Colazione da Tiffany

Un titolo che non ha bisogno di commenti. Colazione da Tiffany è uno dei film cult per eccellenza, prodotto nel 1961 con la regia di Black Edwards. La Holly Golightly di Audrey Hepburn non solo è stata consacrata come perfetta icona di una femminilità sopraffine, ma è anche diventata un reale modello di stile da seguire. Seppur il personaggio caratterizzato dall’attrice si discosti da quello rappresentato nell’omonimo romanzo di Truman Capote, la sua indole a tratti sognatrice, svampita e al tempo stesso elegante e avvenente l’ha resa una delle migliori protagoniste nate da mamma Hollywood.

La trama segue per l’appunto la vita di Holly, una mondana newyorkese con l’obiettivo di trovare un uomo ricco da sposarsi e poter così vivere da mantenuta. Nel suo stesso palazzo incontra poi uno scrittore in piena crisi, interpretato da George Peppard, del quale si innamora follemente. Quando tutt’ora pensiamo alla pellicola, sono due gli elementi che tornano alla mente; il primo è l’immagine della Hepburn che consuma la sua colazione dinanzi al negozio di Tiffany; il secondo è la sequenza memorabile al balcone, quando Holly intona Moon River suonando una chitarra e ascoltata dal suo Paul.

Vacanze romane

Diretta da William Wyler del 1953, Vacanze romane è la pellicola che porta Audrey Hepburn sotto le luci della ribalta, decretandone la sua fama. Qui l’attrice si aggiudica il suo primo ruolo da protagonista in una storia ambientata in un’Italia la cui Roma edulcorata e soleggiata fanno da magico sfondo. La storia tesse infatti la sua tela attorno alla principessa Ann la quale, stanca del suo calendario pieno di incontri e appuntamenti, decide di scappare nella Capitale per avere un momento di libertà. Lì incontra il giornalista americano Joe Bradley, interpretato da Gregory Peck, con cui vive un’indimenticabile avventura.

Nel panorama hollywoodiano – e non solo – Vacanze romane è diventato un classico del cinema, e può farsi vanto della scena iconica dei due protagonisti in sella ad una Vespa Piaggio, diventata famosa grazie al film, mentre attraversano Roma, da Via del Corso a Piazza del Popolo. Inoltre, la Hepburn si aggiudicò un Oscar come migliore attrice e un Golden Globe.

In programma un film su Mago Merlino

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In programma un film su Mago Merlino

Merlino

La Working Title  vuole produrre un film su Mago Merlino. C’è infatti in programma di sviluppare un soggetto che ha come protagonista la mitica figura del mago che tutti o quasi ricorderanno come il simpatico vecchietto del più classico dei film Disney La Spada nella Roccia.

In prima tv su Sky Cinema dal 24 ottobre Sonic 2 – Il Film

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In prima tv su Sky Cinema dal 24 ottobre Sonic 2 – Il Film

Debutterà Lunedì 24 ottobre alle 21.15 su Sky Cinema Uno, in streaming su NOW e disponibile on demand Sonic 2 – Il Film. Il riccio blu più amato al mondo torna con una nuova avventura un film di Jeff Fowler con James Marsden e Jim Carrey e le voci di Idris Elba e Ben Schwartz.

Dopo il grande successo al botteghino, il riccio più veloce del mondo arriva in prima tv su Sky con Sonic 2 – Il Film, lunedì 24 ottobre alle 21.15 su Sky Cinema Uno, in streaming su NOW e disponibile on demand.

Il secondo capitolo cinematografico della storia basata sul videogioco dal successo planetario targato SEGA vede di nuovo alla regia Jeff Fowler. E tornano nel cast James Marsden, Tika Sumpter, Natasha Rothwell, e Jim Carrey, ancora nei panni del malvagio Eggman. Con loro anche la new entry Shemar Moore. Ad impreziosire questa avventura animata anche le voci di Ben Schwartz per Sonic, Idris Elba per Knuckles e Colleen O’Shaughnessey per Tails. La sceneggiatura è di Pat Casey, Josh Miller e John Whittington.

La trama del film

Il riccio blu più amato del mondo è tornato per una nuova e spettacolare avventura. Dopo essersi stabilito a Green Hills, Sonic non vede l’ora di dimostrare che ha tutto ciò che serve per essere un vero eroe.

La nuova sfida non si fa attendere: il Dr. Robotnik è tornato con un nuovo alleato, Knuckles, che lo aiuterà nella ricerca di uno smeraldo che ha il potere di distruggere la civiltà. Con il suo nuovo compagno d’avventura Tails, Sonic intraprende un viaggio in giro per il mondo per trovare lo smeraldo prima che cada nelle mani sbagliate.

SONIC 2 – IL FILM, lunedì 24 ottobre alle 21.15 su Sky Cinema Uno, in streaming su NOW e disponibile on demand. 

In Ordine di Sparizione: recensione del film

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In Ordine di Sparizione: recensione del film

In concorso all’ultimo festival di Berlino, In Ordine di Sparizione è una divertente black comedy tipicamente tarantiniana nei dialoghi e nelle immagini, a cui però non si possono negare le influenze dei Coen (spesso ci sembra di essere dalle parti di Minneapolis e Fargo, e alcuni personaggi sembrano scritti dai fratelli) e un pizzico di Takeshi Kitano durante le numerose esplosioni di violenza.

In In Ordine di Sparizione, in una remota zona della Norvegia, il cittadino modello Nils tiene pulite le strade attraverso una piccola impresa di spazzaneve. La sua vita è piuttosto tranquilla e agiata finché un giorno non si trova faccia a faccia con la tragedia della morte del figlio, che, secondo diagnosi, sarebbe morto per overdose. Nils però conosce bene il figlio e sa che non può essere morto per droga e così attraverso alcune indagini riesce a risalire al responsabile dell’omicidio.

In Ordine di Sparizione, il film

Il regista Hans Peter Moland e l’autore della sceneggiatura Kim Fupz Aakeson sfruttano i maestosi paesaggi scandinavi per sviluppare un plot abbastanza classico a cui non mancano alcune particolarità, alternando i toni drammatici e divertenti con grande naturalezza (memorabile ad esempio lo scambio tra due gangster sul welfare) e costruendo personaggi efficacissimi.

Tra le peculiarità prima citate, sicuramente la più riuscita (e la più simbolica) è lo stacco su schermata nera dopo ogni uccisione, con il nome del morto e la croce diversa a seconda della religione, in questo modo Moland non vuole solo ricordare l’ordine di sparizione ma è sintomatico dell’importanza che il regista desidera attribuire alla morte e al modo in cui spesso viene trattata, marcando un segno nella memoria dello spettatore, abituato dal film americano medio a non accorgersi quasi delle vittime lungo la narrazione.

Ma il vero motore del film sono i tre protagonisti; “il conte” Pål Sverre Hagen è molto bravo nel rappresentare la sua eccentricità attraverso il sorriso pazzoide che lo contraddistingue per tutta la durata, gioca invece più sulla sottrazione Bruno Ganz per un personaggio agli antipodi del conte e che quindi richiedeva uno sforzo al contrario nell’interpretazione.

Il migliore tra questi però risulta Stellan Skarsgard, simile nei compiti all’interpretazione di Ganz, l’attore svedese riesce a essere spesso impenetrabile ma incredibilmente efficace nel rendere le emozioni contrastanti che tormentano il suo personaggio, dal disagio che prova con la moglie dopo la scomparsa del figlio, all’imbarazzo mostrato con un ragazzino incolpevole ma vittima degli eventi, fino alla spietata ossessione che lo muove ad uccidere uno a uno i membri della mafia norvegese.

Così grazie a un sapiente uso dei generi, dei suoi massimi esponenti e ad alcune trovate originali, Moland costruisce un film divertente e avvincente che troverà certamente un pubblico appassionato tra i vecchi e nuovi cinefili.

In nome del cielo: recensione della serie con Andrew Garfield

In nome del cielo: recensione della serie con Andrew Garfield

Il 24 luglio 1984 Brenda Lafferty e la sua bambina di quindici mesi Erica vennero brutalmente assassinate nella loro abitazione. Quasi vent’anni dopo lo scrittore Jon Krakauer scrisse il libro-inchiesta che raccontava come si fosse arrivati a quel crimine orrendo, scavando nella storia della religione mormone e analizzando anche sue derive maggiormente fondamentaliste. In nome del cielo: è la miniserie in sette puntate che si basa sul testo omonimo drammatizzandone gli eventi, ovvero raccontando le indagini che portarono alla cattura degli assassini.  

Cosa succede in In nome del cielo?

Creato dal premio Oscar Dustin Lance Black (Milk), lo show fin dal pilot riesce a creare un puzzle narrativo e visivo di potenza drammatica non comune, neppure per il prodotto seriale televisivo. La grande forza di questo adattamento televisivo sta nel rispettare pienamente lo spirito e l’intento primo del romanzo smentendone al tempo stesso la natura di non-fiction al fine di creare la struttura più adatta per lo show. Mettendo al centro della storia i due detective incaricati di risolvere il caso di duplice omicidio, Black innesca immediatamente il classico meccanismo della detection, salvo poi adoperarlo anche, anzi forse soprattutto, per esporre dall’interno l’universo chiuso e soffocante di una cultura religiosa la cui rigidità sfiora fin troppo spesso il radicalismo. Il vero e proprio colpo di genio del creator sta nell’inserire uno dei due poliziotti, Jeb Pyre (Andrew Garfield) fortemente dentro il contesto culturale, sociale e religioso dentro cui deve indagare: all’opposto si trova invece il collega Bill Taba (Gil Birmingham) che essendo un nativo americano riesce a lavorare col giusto distacco emotivo e psicologico. In questo modo le indagini si trasformano non soltanto in un confronto sottile ma vibrante tra due persone che vivono in maniera diversa il rispettivo credo religioso, ma pian piano lo sviluppo del caso diventa per lo stesso Pyre un percorso a tappe all’interno della propria coscienza, viaggio moralmente lancinante che lo porta a mettere in discussione i fondamenti di quelle stesse convinzioni su cui ha basato la vita, sua e della sua famiglia.

L’architettura narrativa di Under the Banner of Heaven viene inoltre costruita come un poderoso mosaico che adopera svariati flashback per dipanare i fatti accaduti, spingendosi a ricostruire anche i momenti salienti che nel XVIII secolo hanno portato alla fondazione e allo sviluppo della religione mormone. In questo modo Black e la sua miniserie riescono a gettare uno sguardo indagatore di notevole lucidità sulle radici di una religione controversa, esplorando con ferocia estetica e drammaturgica il fatto che il fondamentalismo sia un qualcosa di presente, se non addirittura radicato, anche dentro i confini americani. 

Last but not least

Last but not least, In nome del cielo (Under the Banner of Heaven) ideato e sviluppato con tale lucidità non poteva che diventare veicolo perfetto perché il cast di attori riuscisse a dare il meglio nei rispettivi ruoli. Se a supporto vanno elogiate le prove di Sam Worthington, Kieran Culkin, Wyatt Russell e Daisy Edgar-Jones, l’applauso più sonoro deve necessariamente andare ai due interpreti principali: dopo essersi fatto notare nelle produzioni di Taylor Sheridan, in particolar modo I segreti di Wind River e la serie Yellowstone, Gil Birmingham costruisce un detective Taba tutto d’un pezzo, che affronta l’ostracismo razzista del tessuto sociale in cui lavora con un orgoglio sopito e una determinazione ferrea. La prova di Birmingham non va mai sopra le righe, pur esplicitando pienamente la forza morale  e mentale del poliziotto. Grazie a un gioco di specchi ammirevole invece Andrew Garfield lavora sulle crepe di Jeb Pyre, sul progressivo sgretolamento della sua umanità. Perfetto il lavoro sulla mimica trattenuta del personaggio, sul suo linguaggio fisico che man mano mostra il peso del dubbio prima, e della raggiunta consapevolezza in seguito. Garfield recita con passione e attenzione minuziosa dei particolari, arrivando a creare una figura in chiaroscuro destinata a rimanere impressa.

In nome del cielo è la miglior miniserie thriller/poliziesca da anni a questa parte, capace di adoperare il genere per puntare lo sguardo indagatore (ma mai preconcetto) su un microcosmo produttivo e in espansione, il quale rappresenta per molti versi un significativo “angolo buio” nella società americana. Nel farlo, questa serie propone uno spettacolo di profondità e potenza emotiva che metteranno a dura prova la coscienza dello spettatore, possiamo garantirvelo. Come possiamo assicurarvi che ne vale assolutamente la pena. In Italia la serie debutterà 27 luglio sulla piattaforma streaming Disney+, all’interno di Star.

In memoriam: il video con tutte le morti seriali di questo 2014 [Spoiler]

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Il noto sito americano EW ha pubblicato il video In memoriam, un contributo che omaggia tutte le morti avvenute negli show di successo nell’anno che sta per chiuders, il 2014.

Tra gli show presenti: Game of Thrones, The Walkin Dead, True Blood, The Good Wife, Reign, Mad Men, Sons of Anarchy e molti altri.

GUARDA IL VIDEO QUI

In Memoriam: Corey Monteith un anno dopo

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L’anno scorso veniva trovato morto al Fairmont Pacific Hotel Corey Monteith, giovane attore di grande talento e, a detta di chiunque l’avesse conosciuto, di grande cuore. Aveva solo 31 anni ed era la stella della serie di successo Glee.

Era amato dai suoi colleghi, dai suoi fan e da tutti quelli che lo avevano conosciuto, e soprattutto da Lea Michele, sua compagna e co-star in Glee. Ecco un piccolo tributo fotografico ad una stella che si è spenta troppo presto.(Clicca sulla foto per vedere le immagini)corey monteithhttp://youtu.be/7vN2mkeCjlw

In Memoriam, Oscar 2024: Angus Cloud, Lance Reddick e Norman Lear omessi dal segmento principale

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Il segmento In Memoriam degli Academy Awards (Oscar) è sempre uno dei momenti più emozionanti dello spettacolo. Quest’anno non ha fatto eccezione, poiché la 96esima edizione degli Oscar celebra gli artisti, i registi e i talenti artigiani morti l’anno scorso. Il segmento In Memoriam è iniziato con il ricordo di Alexei Navalny, il prigioniero politico morto il 16 febbraio e protagonista del documentario vincitore dello scorso anno “Navalny”.

Il contributo è stato trasmesso con una performance dal vivo del nostro Andrea Boccelli e suo figlio, Matteo, cantavano “Time to Say Goodbye“. Ogni anno, l’Accademia esclude alcuni nomi amati dal montaggio, provocando la rabbia di alcuni spettatori. Sebbene sul sito Oscars.org sia presentato un elenco molto più lungo, l’indignazione per chi appare sullo schermo fa parte della tradizione di guardare gli Oscar.

Quest’anno diversi amati artisti e registi non hanno partecipato al segmento principale, tra cui Treat Williams, Angus Cloud, Lance Reddick, Norman Lear, Burt Young, Lance Reddick, Ron Cephas Jones, Suzanne Somers e Terence Davies. Ad eccezione di Cloud, i loro nomi sono stati mostrati in una breve diapositiva collettiva alla fine del segmento.

Tra i talenti riconosciuti durante il segmento c’erano gli attori Ryan O’Neal, Tom Wilkinson, Jane Birkin, Richard Roundtree, Glenda Jackson e Carl Weathers. Sono stati ricordati anche i registi William Friedkin e Norman Jewison.Sebbene fossero conosciuti più per la loro carriera televisiva, sullo schermo sono stati inclusi anche star del piccolo schermo come Matthew Perry e Andre Braugher. Erano inclusi anche Tina Turner, Robbie Robertson e Ryuichi Sakamoto. Nel 2023, Anne Heche e Charlbi Dean erano tra le persone che non venivano menzionate sullo schermo. Di seguito l’esibizione: 

In linea con l’assassino: la spiegazione del finale del film

In linea con l’assassino: la spiegazione del finale del film

Il film In linea con l’assassino del 2002, diretto da Joel Schumacher, si inserisce nella filmografia di un regista noto per titoli come Un giorno di ordinaria follia e Il momento di uccidere, mostrando la sua capacità di alternare thriller psicologici a opere più spettacolari. Interpretato da Colin Farrell, il film mescola suspense e azione con un approccio tecnico molto preciso, concentrandosi sul ritmo serrato di una vicenda che si svolge quasi interamente in tempo reale, aumentando la tensione e l’immedesimazione dello spettatore.

Il film si distingue per la volontà di mantenere il racconto quanto più possibile limitato allo spazio della cabina telefonica dove si trova suo malgrado il protagonista, contribuendo così ad un forte senso di claustrofobia. Il film si svolge poi in un finto tempo reale, con Schumacher che ha costruito ogni sequenza in modo si accentuasse l’urgenza delle scelte del protagonista. L’azione si intreccia con elementi di thriller psicologico, in cui ogni movimento e ogni decisione possono determinare la sopravvivenza o la morte dei personaggi coinvolti.

La sceneggiatura e la messa in scena sono chiaramente influenzate da Alfred Hitchcock, con richiami alla tensione costruita attraverso il punto di vista soggettivo e la suspense crescente. Il film esplora inoltre temi come la responsabilità, la vulnerabilità urbana e il senso di impotenza davanti a forze criminali che agiscono con precisione spietata. Nel resto dell’articolo verrà proposto un approfondimento sul finale, spiegando come si risolve la vicenda e quali conseguenze emotive e narrative assume la conclusione della storia.

Forrest Whitaker e Colin Farrell in In linea con l'assassino
Forrest Whitaker e Colin Farrell in In linea con l’assassino

La trama di In linea con l’assassino

Il film segue le vicende di Stuart “Stu” Shepard (Colin Farrell), un piccolo manager che vuole sembrare importante agli occhi degli altri, costruendo la sua vita su un castello di menzogne. Tutti i giorni si reca alla stessa cabina telefonica per chiamare Pam (Katie Holmes), una ragazza di provincia che si è trasferita in città per cercare di sfondare come attrice. L’uomo, che è sposato con Kelly (Radha Mitchell), le ha promesso grandi cose per il loro futuro, ma in realtà la vuole solamente come sua amante. Un giorno, al termine della consueta telefonata, Stu sta per andarsene ma si ferma perché il telefono comincia a squillare improvvisamente.

Mosso da curiosità risponde e dall’altra parte un uomo (Kiefer Sutherland) gli intima di non riagganciare il telefono altrimenti lo ucciderà: lo squilibrato è infatti appostato in una delle finestre sovrastanti e ha un fucile puntato proprio sulla sua cabina. Mentre parlano al telefono, lo sconosciuto gli fa capire di sapere molte cose su di lui, anche l’imminente tradimento, spingendolo a dire la verità a entrambe le donne. Nel giro di pochissimo, Stu si ritroverà così al centro di un perverso gioco, che lo porterà ad essere anche accusato di omicidio. Per capire come salvarsi, dovrà scoprire le reali intenzioni del suo “sequestratore”.

La spiegazione del finale del film

Nel terzo atto di In linea con l’assassino, la tensione esplode all’interno della cabina telefonica di Times Square. Stuart Shepard è costretto a confrontarsi con la verità riguardo alla sua relazione con Pamela, mentre il chiamante lo minaccia di morte se non confesserà. Quando Leon, un protettore improvvisato, lo aggredisce davanti alle prostitute, Stuart, confuso e spaventato, chiede involontariamente al chiamante di intervenire, che elimina Leon con un colpo preciso. La folla circostante lo accusa immediatamente, e la polizia, guidata dal capitano Ramey, circonda la zona senza che Stuart riveli il pericolo che lo minaccia realmente.

La pressione cresce ulteriormente quando Kelly e Pamela arrivano sul luogo. Il chiamante ordina a Stuart di rivelare la verità a Kelly, e lui finalmente ammette la sua infedeltà. Inoltre, viene costretto a scegliere quale delle due donne sopravviverà, mentre continua a confessare la sua vita ingannevole davanti alla folla. Stuart usa il cellulare per far ascoltare a Kelly la conversazione e permettere alla polizia di coordinarsi, guadagnando tempo prezioso. La sua confessione pubblica e il coinvolgimento diretto con la pistola sul tetto della cabina mettono in atto il piano per fermare il chiamante.

Quando Stuart afferra la pistola e lascia la cabina, la polizia interviene sparando proiettili di gomma per immobilizzarlo. La squadra SWAT irrompe nell’edificio dove il chiamante è tracciato e trova un corpo privo di vita, creduto di Stuart. Il colpo di scena rivela che si tratta del pizza delivery man, mentre Stuart viene soccorso e riceve le cure mediche necessarie. Nel frattempo, la vera identità del chiamante resta ignota; appare brevemente avvertendo Stuart che, se non manterrà l’onestà, tornerà. Il film si chiude con Stuart e Kelly riconciliati, mentre il telefono squilla ancora, suggerendo che il gioco morale continua.

Katie Holmes in In linea con l'assassino
Katie Holmes in In linea con l’assassino

Il finale porta a compimento l’arco di redenzione di Stuart, mostrando che solo affrontando le proprie menzogne può sperare di salvarsi. Le sue confessioni pubbliche e coraggiose dimostrano una crescita morale, mentre l’azione fisica e il rischio reale enfatizzano la concretezza delle conseguenze. La gestione delle minacce del chiamante evidenzia come l’onestà e la responsabilità possano prevalere anche in situazioni estreme. L’equilibrio tra suspense, azione e morale rafforza l’impatto del finale, dando una conclusione coerente alla tensione accumulata durante il terzo atto.

Dal punto di vista tematico, la conclusione sottolinea l’importanza della verità, della responsabilità e della presa di coscienza personale. La suspense crescente e le minacce di morte rappresentano metafore delle conseguenze delle menzogne e della manipolazione. Affrontando le proprie colpe, Stuart non solo salva se stesso, ma ristabilisce l’equilibrio nel suo rapporto con Kelly. Il chiamante, con la sua presenza enigmatica, simboleggia la pressione morale costante che obbliga l’individuo a riconsiderare le proprie scelte e a riflettere sulle conseguenze dei propri comportamenti.

Il film lascia un messaggio chiaro sul valore della sincerità, della responsabilità e della crescita personale. Stuart impara che affrontare le proprie azioni e confessare le verità nascoste è necessario per ristabilire fiducia e armonia nella propria vita. La riconciliazione con Kelly evidenzia come la maturazione morale e il coraggio di cambiare possano riparare rapporti danneggiati. Il richiamo finale del chiamante e il telefono che squilla nuovamente ricordano allo spettatore che la vigilanza etica è un percorso continuo, e che la vera integrità richiede impegno costante.

In libreria George Harrison secondo Martin Scorsese

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Uscirà il prossimo 11 luglio in libreria George Harrison: Living In The Material World, documentario dedicato da Martin Scorsese alla vita e le opere del ‘quiet Beatle’. L’iniziativa, a cura di Feltrinelli Real Cinema e Good Films, sarà costituita da un doppio dvd e da un libro, il tutto al prezzo di 19,90 euro. Il documentario su Harrison  ha proseguito la fortunata serie di progetti dedicati da Scorsese alla storia della popular music: in precedenza, alla monumentale opera in sette capitoli dedicata al blues erano seguiti No Direction Home: Bob Dylan e il rollingstoniano Shine a light. Il documentario segue la vicenda di Harrison, ovviamente partendo dall’esperienza coi Beatles, ma seguendo anche la sua carriera solista, spesso all’insegna dell’impegno (ricordiamo ad esempio  l’organizzazione del Concerto per il Bangladesh del 1971, che fu una sorta di prototipo per tutti gli eventi successivi di questo tipo, a partire dal Live Aid) e il parallelo cammino spirituale, cominciato proprio assieme agli altri ‘scarafaggi’ e in seguito mai interrotto, che lo portò a convertirsi all’Induismo: alla sua morte, nel 2001, le sue ceneri furono sparse nel Gange. Scorsese ricostruisce questa eccezionale vicenda umana e artistica attraverso filmati di repertorio e interviste con coloro che l’hanno condivisa: la vedova Olivia, che è anche produttrice del film, il figlio Dhani,  Paul McCartney e Ringo Starr, Eric Clapton, Ravi Shankar, Terry Gilliam, Jane Birkin, Yoko Ono. Il tutto racchiuso in quattro ore di musica e cinema. Il cofanetto proporrà il dvd in doppia versione: italiana e originale con i sottotioli, accompagnato da vari extra e il libro All things must pass, firmato da Federico Pontiggia.

In libreria Antropocinema, di Andrea Guglielmino

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In libreria Antropocinema, di Andrea Guglielmino

È in uscita per Golem Libri Antropocinema. La saga dell’uomo attraverso i film di genere, il nuovo saggio di Andrea Guglielmino (scrittore, giornalista e illustratore, già autore di Cannibali a confronto – L’uomo è ciò che mangia, Memori 2007). Il testo, corredato dalla prefazione di Gianni Canova (tra i maggiori giornalisti del settore cinematografico, critico per Sky Cinema e docente di Storia del Cinema e Filologia presso la Libera Università IULM di Milano) e da una copertina di Stefano Caselli (autore di punta dell’americana Marvel Comics e disegnatore, tra gli altri, di Avengers e Spider-Man), propone un originale accostamento tra antropologia, ovvero lo studio dell’uomo come produttore di cultura, e il cinema, in particolare il cinema d’intrattenimento o, come si suol dire, “di genere”.Antropocinema

Seguendo un’ideale linea evolutiva che prende avvio dai dinosauri di Jurassic Park e, percorrendo in successione varie “tappe” che vanno da King Kong al Pianeta delle scimmie, da Conan il barbaro a Sherlock Holmes, giunge fino agli scenari futuribili della saga di Star Wars, Guglielmino passa in rassegna (muovendosi con disinvoltura nel mare magnum del franchise, tra sequel, remake e adattamenti letterari, fumettistici e videoludici) le numerosissime declinazioni che tali opere assumono all’interno della cosiddetta “cultura di massa” e che, come altrettante “varianti” del mito, riescono, se ben lette, a dirci qualcosa su di noi, fruitori e, da un certo punto di vista, creatori dei nostri stessi “miti”. L’uomo, si potrebbe dire, è ciò che guarda…

Il libro, che uscirà il giorno 4 maggio (lo Star Wars Day, come tutti i fan ben sapranno…) e che sarà presentato in anteprima a Latina Comics (www.latinacomics.it) venerdì 8 maggio alle 12.00, può essere richiesto direttamente all’editore, inviando la richiesta all’indirizzo [email protected], acquistato su tutti i principali siti di vendita libraria on-line (Amazon, IBS, Libreriauniversitaria, Webster, ecc.) oppure ordinato in libreria.

In lavorazione un universo cinematografico e tv dedicato a Bigfoot Monster Truck

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Pure Imagination Studios e Prime Universe Films hanno acquisito i diritti esclusivi del marchio di monster truck Bigfoot, con l’obiettivo di costruire un universo cinematografico e televisivo attorno ad esso. Il lancio multipiattaforma includerà un film live-action, contenuti animati, videogiochi e prodotti di consumo pensati per presentare Bigfoot a una nuova generazione.

Progettato dal pioniere dei monster truck Bob Chandler e dalla sua Bigfoot 4X4, Inc., Bigfoot è ampiamente riconosciuto come il primo monster truck al mondo. Chandler lo creò oltre 50 anni fa e nei decenni successivi lo ha visto diventare un simbolo di potenza, innovazione e ingegnosità americana, conquistando oltre 50 campionati mondiali, stabilendo decine di record mondiali e catturando l’attenzione di milioni di persone attraverso eventi dal vivo, merchandising e media.

Il film live-action su Bigfoot esplorerà la vera storia di Chandler e le origini del fenomeno dei monster truck, mescolando l’atmosfera americana degli anni ’80, l’eroismo dei perdenti e l’azione adrenalinica per raccontare una grande, divertente storia familiare, audace come il Bigfoot stesso. Tra le produzioni animate, ci sarà una serie animata in 3D, rivolta ai bambini dai 5 ai 9 anni. La serie è ambientata al Chandler Ranch, dove Bigfoot e i suoi amici affrontano avventure di corse e lezioni di vita. Oltre a nuovi videogiochi e contenuti digitali, Pure Imagination e Prime Universe presenteranno anche nuovi prodotti di consumo dedicati a Bigfoot, tra cui giocattoli, abbigliamento, oggetti da collezione e prodotti lifestyle.

In una dichiarazione a Deadline, il fondatore di Pure Imagination, Joshua Wexler, ha dichiarato: “BIGFOOT è più di un monster truck: è un simbolo di determinazione, inventiva e divertimento. Siamo orgogliosi di collaborare con i Chandler per lanciare una nuova era che ruggisce su schermi, console e scaffali dei negozi”.

Adrian Askarieh, fondatore di Prime Universe Films, ha dichiarato: “Questo è un progetto da sogno che dura da una vita. Il nostro obiettivo è onorare l’eredità rivoluzionaria di Bob Chandler e portare BIGFOOT a un pubblico globale completamente nuovo”.

“Quando ho costruito il primo camion BIGFOOT nel mio garage 50 anni fa, non avevo idea che si sarebbe trasformato in qualcosa di così grande, letteralmente e figurativamente”, ha detto Chandler. “Vedere cosa ha in mente Pure Imagination è allo stesso tempo commovente ed emozionante. È incredibile pensare che BIGFOOT continuerà a ispirare bambini, famiglie e fan di tutto il mondo con lo stesso senso di divertimento e meraviglia che ha dato inizio a tutto”.

In Her Shoes – Se fossi lei: recensione del film con Cameron Diaz

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Due sorelle, vite completamente diverse e una nonna di cui nemmeno si conosceva l’esistenza a tenerle insieme: In Her Shoes – Se fossi lei, film del premio Oscar Curtis Hanson, racconta proprio di questo complicato legame. Tra questioni di famiglia e rapporti interpersonali, con una trama che appassiona ma sembra comunque non convincere, il film è la classica commedia basata su alcune delle diatribe che potremmo definire decisamente di tutti i giorni. Fratelli e sorelle, i problemi tra consanguinei e l’amore.

In In Her Shoes – Se fossi lei Maggie (Cameron Diaz) e Rose (Toni Collette) sono due sorelle che hanno vissuto un’infanzia turbolenta. Con una madre morta suicida per problemi di mente e un padre troppo preso dalla suddetta perdita, crescono con stili di vita differenti. Maggie è la bionda superficiale tutta festini e narcisismo, Rose invece l’avvocato severo e giudizioso: sono numerosi gli scontri fra le due nel corso del film, fino a incappare nella goccia che fa traboccare il vaso. Maggie va a letto con il fidanzato di Rose, che la ripudia, costringendola a scappare dalla nonna, Ella (Shirley MacLaine), abbandonando il proprio tetto. Maggie inizia una nuova vita, stanca di essere sempre nella posizione della “sgualdrina inadatta”, trova un’occupazione e comincia a maturare. Nel frattempo Rose incontra il suo nuovo fidanzato, ben lontana da Maggie e dai suoi atteggiamenti. Arriva alla soglia del matrimonio e solo grazie all’intervento proprio della nonna, che ricopre il ruolo di pacificatrice, potrà provare a ricucire il rapporto con la sorella.

In Her Shoes – Se fossi lei, il film

La pellicola, tratta dal secondo romanzo di Jennifer Weiner, A letto con Maggie, non ha riscosso un grande successo: sebbene Hanson mantenga un tono classico nella direzione, il tutto sembra abbastanza scontato e scialbo, senza né arte né parte. Cameron Diaz non è particolarmente ispirata nella recitazione, parla poco il suo ruolo si concentra prevalentemente sulla sua fisicità che la rende più un oggetto che un soggetto per tre quarti di film. Questa carenza è però compensata da una più sostanziosa Toni Collette. È invece il ruolo di Shirley MacLaine a tenere alta la qualità, nel ruolo della nonna, con una interpretazione magistrale. Un classico tutto al femminile, che alterna bene momenti goliardici e scene più serie che dovrebbero far riflettere, non riuscendo del tutto in questo scopo.

Da non sottovalutare la durata: il film si svolge in un arco di poco più di 2 ore, e questo incide molto sull’attenzione. Alcune scene risultano superflue, altre invece che potrebbero essere fondamentali rischiano di non essere seguite con la giusta attenzione, proprio per via dell’inerzia alla quale è soggetto lo spettatore sottoposto alla visione di un film molto lungo dall’aspetto generale un po’ troppo scontato.

In guerra: trama, cast e curiosità sul film con Vincent Lindon

In guerra: trama, cast e curiosità sul film con Vincent Lindon

Presentato in concorso al Festival di Cannes del 2018, il film In guerra (traduzione letterale del francese En guerre) è il nuovo film diretto da Stéphane Brizé con il suo attore feticcio Vincent Lindon. I due avevano infatti già lavorato insieme per Mademoiselle Chambon, Quelques heures de printemps e La legge del mercato, per il quale l’attore ha vinto il premio come miglior interpretazione maschile proprio in quel di Cannes. Con questo loro nuovo progetto i due tornano a raccontare gli ultimi, in questo caso i lavoratori delle fabbriche lasciati in disparte nel bel mezzo di un mondo afflitto da una nuova crisi economica.

L’idea per il film prende spunto dall’immagine di due dirigenti di Air France, aggrediti dagli impiegati fino a strappargli la camicia. Tale gesto e tale disperazione raccontano infatti meglio di ogni altra cosa la paura di chi ha lavorato con dedizione e si vede ora negare il futuro. Il regista è andato alla ricerca dell’immagine mancante, di ciò che la televisione non mostrava e che invece aveva portato a quella disperazione. Scritta dallo stesso Brizé insieme ad Olivier Gorce, la sceneggiatura del film è stata curata sin nel dettaglio, ricercando un realismo privo di ogni possibile retorica.

Si tratta dunque di un’opera assai simile a Due giorni, una notte, intrepretato da Marion Cotillard, o gli ultimi film di Ken Loach come Io, Daniel Blake e Sorry We Missed YouCrudo e realistico, In guerra è la ricerca quanto più oggettiva possibile di dinamiche e situazioni poco trattate al cinema. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

In guerra: la trama del film

In guerra è la storia di rivendicazioni sociali e lotte operaie ambientata in Francia. Nella fabbrica Perrin, specializzata in apparecchiature automobilistiche, parte dell’azienda tedesca Schafer, lavorano 1100 operai. In crisi come molti comparti industriali, l’azienda fa firmare un accordo ai dirigenti e ai suoi lavoratori chiedendo uno sforzo salariale, una riduzione del loro stipendio in cambio della certezza del lavoro per i successivi 5 anni. Nonostante tale promessa, nel giro di due anni l’azienda decide ugualmente di chiudere e cessare le proprie attività, rendendo di fatto disoccupati oltre mille lavoratori e con loro le rispettive famiglie. Gli operai, però, non sono intenzionati a cedere e guidati dal portavoce sindacale Erica Laurent faranno di tutto per difendere i loro diritti.

In guerra cast

In guerra: il cast del film

Come anticipato, nel ruolo del protagonista vi è l’attore Vincent Lindon, tra i più apprezzati del cinema francese. Questi veste i panni del combattivo operaio Eric Laurent, che guiderà i propri colleghi in una vera e propria guerra per ottenere il rispetto dei loro diritti. L’attore, molto riservato, ha raccontato di non sapere con precisione quale sia il suo metodo, ma di essersi avvicinato al ruolo con molta umiltà. In generale, egli ha però cercato di avvicinarsi quanto più possibile alla realtà della persona da interpretare, mettendosi nei suoi panni per alcuni mesi, usando gesti e movimenti visti utilizzare alla gente incontrata per strada. Egli ha inoltre dichiarato di aver avuto grande possibilità di sperimentare sul set.

Il regista ha infatti consentito a tutti di esternare emozioni sincere, senza dire a nessuno cosa il rispettivo personaggio dovesse provare. Ciò ha dato a Lindon e a tutti gli altri grande possibilità di sperimentare. Ancora una volta, inoltre, Brizé si è rivolto, fatta eccezione per Lindon, ad un cast di non professionisti. Egli ha infatti provinato oltre 600 persone per cercare le più idonee e spontanee. Utilizzando attori non professionisti, egli ha avuto modo di ottenere grande sincerità nelle interpretazioni, che risultano così estremamente vicine, quasi con stile documentaristico, a ciò che i veri operai sono.

In guerra: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. In guerra è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Google Play e Apple iTunes. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui guardare il titolo. Il film è inoltre presente, in prima visione TV, nel palinsesto televisivo di venerdì 30 aprile alle ore 21:20 sul canale Rai 3.

https://www.youtube.com/watch?v=epCrwixInLo

Fonte: IMDb

IIn

In guerra per amore: recensione del film di e con Pierfrancesco Diliberto

Dopo il successo del suo esordio La mafia uccide solo d’estate, Pierfrancesco DilibertoPif”, presenta il suo secondo lungometraggio, In guerra per amore, in anteprima nazionale mercoledì 12 ottobre, come preapertura della Festa del Cinema di Roma 2016, e in sala dal 27 ottobre.

In In guerra per amore Arturo (Pif) è un giovane siciliano nella New York del ‘43. Lui e Flora (Miriam Leone) si amano, ma quando lo zio di lei la promette in sposa al figlio di un boss locale, la ragazza non può opporsi. L’unica speranza per i due innamorati è che Arturo vada in Sicilia a chiedere al padre dell’amata il consenso al suo matrimonio con la figlia. Senza un soldo, Arturo decide di arruolarsi nell’esercito americano, che prepara in quei giorni lo sbarco sull’isola, per poter raggiungere il  paesino siciliano dove vive il padre di Flora.

Il regista palermitano sceglie un sentiero consolidato, deludendo forse chi si aspettava una maggiore originalità o un più deciso passo in avanti: l’impianto dell’opera, i due personaggi  principali e l’idea di fondo restano gli stessi, ma non è detto che sia un male. Si coniugano storia personale e Storia nazionale, intrecciate a quella della mafia, colta in un’altra fase cruciale.

In guerra per amore è infatti una sorta di prequel dell’esordio: dopo gli omicidi e le stragi mafiose degli anni ’80 e ’90, qui ritroviamo Arturo e Flora durante la Seconda Guerra Mondiale, quando Cosa Nostra fornì un aiuto fondamentale agli Usa nel controllo di un territorio a loro sconosciuto, in occasione dello sbarco alleato sulle coste siciliane. Aiuto in cambio del quale ottenne mano libera e possibilità d’espansione uniche. Aiuto testimoniato da alcuni documenti, base storica del film, tra cui il rapporto del capitano Scotten (nel film Philip Catelli, Andrea Di Stefano) che evidenziava i rischi e le possibili gravi conseguenze per la Sicilia e l’Italia di un patto tra Usa e mafia.

In guerra per amoreIl sogno d’amore di Arturo, antieroe timido e impacciato, s’intreccia con la Storia. Coinvolgono l’incedere leggero e a tratti surreale del lavoro, un protagonista stralunato e quasi inconsapevole di quanto accade attorno – Forrest Gump è un chiaro riferimento – ma che nel corso del film acquisirà consapevolezza, soprattutto grazie alla sincera amicizia con Catelli. Efficace però anche il racconto della guerra nei suoi aspetti più drammatici – la fame, i bombardamenti, la morte, le speranze frustrate. Con leggerezza, ma non senza far riflettere, si racconta la mafia, la tracotanza dei boss, la spregiudicatezza alleata che se ne servì. Ad animare il film sono anche le caratterizzazioni, specie quelle, spesso tragicomiche, degli isolani – Teresa (Stella Egitto), Saro e Mimmo (Sergio Vespertino e Maurizio Bologna), Don Calò (Maurizio Marchetti), Annina (Aurora Quattrocchi). Assieme alla suggestiva ambientazione ad Erice – nel film un paesino di fantasia – completano un lavoro godibile, che rende plausibile e non fa pensare troppo anche un’operazione scivolosa come cercare di bissare il successo dell’esordio sfruttando la stessa formula.

Per un lavoro più impegnativo del precedente, il regista – sceneggiatore con Michele Astori e Marco Martani – sceglie soluzioni semplici e alla propria portata, come una New York ricostruita nel parco di divertimenti Cinecittà World. Ci si poteva aspettare di più, ma Diliberto conferma lo stile personale e il buon talento visivo per un risultato comunque apprezzabile.

In Guerra per Amore: nuove scene dal film di Pif

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In Guerra per Amore: nuove scene dal film di Pif

O1 Distribution ha pubblicato online nuove scene da  In guerra per amore, il nuovo film da regista di Pif (Pierfrancesco Diliberto), che torna sul grande schermo dopo il travolgente successo de La mafia uccide solo d’estate.

Di seguito la trama del film: 1943. Mentre il mondo è nel pieno della seconda guerra mondiale, Arturo vive la sua travagliata storia d’amore con Flora. I due si amano, ma lei è la promessa sposa del figlio di un importante boss di New-York. Per poterla sposare, il nostro protagonista deve ottenere il sì del padre della sua amata che vive in un paesino siciliano. Arturo, che è un giovane squattrinato, ha un solo modo per raggiungere l’isola: arruolarsi nell’esercito americano che sta preparando lo sbarco in Sicilia, l’evento che cambierà per sempre la storia della Sicilia, dell’Italia e della Mafia.

In guerra per amore sarà presentato in preapertura il 12 ottobre alla Festa del Cinema di Roma 2016 è uscito nei cinema lo scorso giovedì 27 ottobre.

Protagonisti del film, al fianco di Pif che è anche il regista, ci sono Miriam Leone, Andrea Di Stefano e Stella Egitto.

Fonte: 01 Distribution

In guerra per amore di PIF su Tim Vision

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In guerra per amore di PIF su Tim Vision

In guerra per amore, il film vincitore del David giovani 2017, diretto ed interpretato da Pif, con Miriam Leone (1993, Non uccidere, Fai bei sogni) arriva in prima visione assoluta su TIMVISION mercoledì 27 settembre, a meno di un anno dall’uscita nelle sale cinematografiche.

New York, 1943, la Seconda Guerra Mondiale imperversa in tutto il mondo, mentre Arturo Giammaresi, palermitano emigrato negli USA per vivere il sogno americano, prova a coronare la sua difficile storia d’amore con Flora Guarneri, la nipote del proprietario del ristorante in cui lavora come cameriere. I due sono follemente innamorati, ma Flora è stata promessa sposa al figlio del braccio destro di Lucky Luciano. Arturo combatterà per poter vivere il suo sogno d’amore con Flora e per avere l’approvazione del padre di lei, abitante di un piccolo paesino siciliano. Senza un soldo in tasca, Arturo deciderà di seguire l’unica strada possibile per tornare in patria, arruolandosi nell’esercito americano, intento nella preparazione dello sbarco in Sicilia.

Pif – pseudonimo di Pierfrancesco Diliberto – ex “iena” e mente de “Il Testimone”, torna a vestire i panni del regista dopo “La mafia uccide solo d’estate, il pluripremiato film del 2013 (2 David, 2 Nastri d’argento, 1 Globo d’oro, 1 Ciak d’oro), che gli valse il David di Donatello e il Nastro d’Argento per la categoria “Miglior regista esordiente”. A tal riguardo, è interessante sottolineare come i nomi dei protagonisti di entrambi i film siano gli stessi: Arturo Giammaresi e Flora Guarneri.

Fanno parte del cast anche Andrea di Stefano, già apprezzato per i ruoli in Il fantasma dell’opera”, “Vita di Pi”, “Almost Blue” e per aver diretto Benicio del Toro e Josh Hutcherson in “Escobar”, Vincent Riotta (Inferno), Domenico Centamore (I cento passi, La meglio gioventù, Il divo), Orazio Stracuzzi, Maurizio Marchetti e Stella Egitto.

Il film rientra nell’accordo strategico con RAI che ha già portato in prima visione su TIMVISION titoli come “Veloce come il vento” di Matteo Rovere e “La pazza gioia” di Paolo Virzì, confermando l’attenzione di TIMVISION verso il cinema italiano.