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Jenna Ortega protagonista del nuovo film post-apocalittico di Leos Carax: riprese nel 2027

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Jenna Ortega sarà la protagonista di Lily May B, nuovo film post-apocalittico diretto da Leos Carax. Secondo quanto riportato da Deadline, le riprese del progetto inizieranno nella primavera del 2027 e segneranno il settimo lungometraggio del regista francese noto per film come Holy Motors e Annette.

Il film racconterà la storia di un ragazzo e una ragazza alla fine del mondo, entrambi custodi di segreti troppo pesanti da sostenere. I due intraprenderanno un viaggio attraverso città vuote, autostrade deserte e foreste abbandonate a bordo di una motocicletta, cercando di capire chi sono davvero e quale possa essere il loro posto nel mondo. La sinossi ufficiale descrive Lily May B come un racconto sospeso tra atmosfera apocalittica e ricerca identitaria, elementi che sembrano perfettamente in linea con il cinema visionario di Carax.

La notizia conferma anche il momento particolarmente intenso della carriera di Jenna Ortega, ormai diventata uno dei volti più richiesti della nuova Hollywood. Dopo il successo globale della serie Mercoledì, l’attrice sta costruendo una filmografia sempre più trasversale, alternando horror, fantascienza, thriller e cinema d’autore.

Lily May B potrebbe diventare uno dei progetti più ambiziosi della carriera di Jenna Ortega

Jenna Ortega Venezia 81
Foto di Luigi De Pompeis © Cinefilos.it

Oltre alla presenza di Ortega, uno degli aspetti più interessanti del progetto è proprio il coinvolgimento di Leos Carax, autore conosciuto per il suo stile visivo radicale e spesso sperimentale. Il produttore Hugo Sélignac ha definito Lily May B come un film che porterà avanti “la libertà, l’emozione e la forza visiva” tipiche del cinema del regista francese.

Per Jenna Ortega si tratta di un ulteriore passo verso produzioni sempre più autoriali e internazionali. L’attrice sarà infatti protagonista anche dell’adattamento sci-fi Klara and the Sun e del fantasy The Great Beyond prodotto da J.J. Abrams, mentre è attualmente impegnata a Parigi con le riprese della terza stagione di Wednesday.

Al momento non sono stati annunciati altri membri del cast di Lily May B, ma secondo la produzione ulteriori dettagli verranno rivelati nei prossimi mesi. Con la combinazione tra l’immaginario di Carax e la crescente popolarità di Ortega, il progetto si candida già come uno dei titoli più attesi del cinema autoriale internazionale dei prossimi anni.

Superman: James Gunn conferma il ritorno di Supergirl in Man of Tomorrow

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James Gunn ha confermato ufficialmente che la Supergirl interpretata da Milly Alcock tornerà in Superman: Man of Tomorrow, sequel del nuovo Superman previsto per il 2027. Dopo il debutto del personaggio nel film dedicato all’Uomo d’Acciaio, la Kara Zor-El del nuovo DC Universe sarà quindi una presenza centrale anche nel prossimo capitolo cinematografico guidato da DC Studios.

La conferma è arrivata dopo un report di Variety che anticipava il ritorno di Supergirl accanto al Superman di David Corenswet. Gunn è poi intervenuto direttamente su Threads, rivelando che Milly Alcock si trova già sul set del film per girare nuove scene nei panni dell’eroina kryptoniana. Secondo quanto riportato, Man of Tomorrow includerà anche altri personaggi del DCU come John Stewart/Green Lantern interpretato da Aaron Pierre, Hawkgirl di Isabela Merced e Mister Terrific interpretato da Edi Gathegi.

La notizia rafforza ulteriormente il ruolo di Supergirl all’interno del nuovo universo condiviso DC. Già nel finale di Superman, il personaggio era apparso brevemente mostrando un carattere molto diverso rispetto al Clark Kent di Corenswet, più duro e disilluso rispetto alle versioni classiche viste in passato sullo schermo.

Il legame tra Supergirl e Brainiac potrebbe diventare centrale nel futuro del DC Universe

Superman

Prima del ritorno in Man of Tomorrow, Kara sarà protagonista del film solista Supergirl diretto da Craig Gillespie, che esplorerà il passato traumatico del personaggio dopo la distruzione di Krypton. Secondo le anticipazioni, il film racconterà come Kara abbia assistito alla morte delle persone intorno a lei mentre Argo City vagava nello spazio dopo l’esplosione del pianeta.

Il sequel di Superman introdurrà invece Brainiac, interpretato dall’attore tedesco Lars Eidinger, uno dei villain più iconici dell’universo DC. Sebbene la sua presenza non sia stata confermata nel film dedicato a Supergirl, molti fan stanno già ipotizzando un collegamento diretto tra il personaggio e la distruzione di Krypton, elemento spesso centrale nei fumetti dedicati a Brainiac.

James Gunn ha inoltre anticipato che la minaccia rappresentata dal villain sarà così grande da costringere persino Lex Luthor, interpretato da Nicholas Hoult, a collaborare con Superman. In questo scenario, Supergirl potrebbe diventare una figura fondamentale nella battaglia contro Brainiac e nella costruzione futura del DC Universe cinematografico.

Comandante: la vera storia di Salvatore Todaro dietro il film con Pierfrancesco Favino

Il cinema italiano recente ha spesso cercato di recuperare figure dimenticate della nostra storia nazionale, ma pochi film lo fanno con la forza morale e narrativa di Comandante (leggi qui la nostra recensione), diretto da Edoardo De Angelis e interpretato da Pierfrancesco Favino. Presentato come film d’apertura alla Mostra del Cinema di Venezia 2023, il lungometraggio racconta un episodio realmente accaduto durante la Seconda guerra mondiale, trasformando una vicenda militare in una riflessione più ampia sull’umanità, sull’etica e sul senso stesso della guerra. Dietro il racconto cinematografico si nasconde infatti la storia autentica di Salvatore Todaro, ufficiale della Regia Marina divenuto leggendario per una scelta che andava contro ogni logica bellica del tempo.

Ciò che rende Comandante particolarmente interessante è proprio il suo rapporto con la realtà storica. Il film non inventa un eroe simbolico, ma prende spunto da documenti, testimonianze e cronache realmente esistite per ricostruire l’impresa del sommergibile Cappellini e il salvataggio dei naufraghi del mercantile belga Kabalo. Tuttavia, come spesso accade nelle opere cinematografiche, anche qui alcuni elementi vengono condensati, romanzati o enfatizzati per esigenze narrative. Capire quanto il film sia accurato significa allora entrare dentro la figura di Salvatore Todaro, comprendere il contesto storico in cui operava e distinguere ciò che appartiene alla documentazione storica da ciò che invece è stato adattato per il grande schermo.

Chi era davvero Salvatore Todaro e perché la sua storia è diventata leggendaria nella Marina italiana

Comandante

La vera storia raccontata in Comandante inizia molto prima degli eventi mostrati nel film. Salvatore Todaro nacque a Messina il 16 settembre 1908, ma crebbe in Veneto dopo il trasferimento della famiglia, dettaglio che spiega anche la particolare inflessione riprodotta da Pierfrancesco Favino nel film. Entrato giovanissimo all’Accademia Navale di Livorno nel 1923, Todaro mostrò subito qualità fuori dal comune, sia dal punto di vista tecnico sia da quello caratteriale. Dopo i primi anni trascorsi nella Marina, si specializzò nell’osservazione aerea e prese parte a diverse missioni operative.

La sua carriera, però, rischiò di interrompersi bruscamente nel 1933, quando cadde da un idrovolante riportando una gravissima lesione alla colonna vertebrale. Da quel momento fu costretto a indossare un busto metallico per il resto della vita, convivendo con dolori continui e ricorrendo talvolta perfino alla morfina. Nonostante l’infortunio, Todaro rifiutò di abbandonare il servizio attivo e continuò a operare sui sommergibili, costruendo attorno a sé una reputazione quasi mitica. Le testimonianze dell’epoca lo descrivono come un comandante impulsivo ma lucidissimo, profondamente spirituale, convinto che la forza di volontà potesse superare persino i limiti fisici del corpo.

Durante la Guerra civile spagnola operò su diversi battelli italiani, mentre allo scoppio della Seconda guerra mondiale ottenne il comando del sommergibile Comandante Cappellini, una delle unità più avanzate della Regia Marina. È proprio a bordo del Cappellini che Todaro sarebbe entrato definitivamente nella storia, compiendo un gesto destinato a renderlo una figura unica nel panorama bellico europeo del Novecento.

L’affondamento del Kabalo e il salvataggio dei naufraghi che ispirano il cuore di Comandante

Comandante recensione

L’episodio centrale raccontato in Comandante avvenne nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 1940, durante una missione atlantica al largo dell’isola di Madera. Il sommergibile Cappellini, comandato da Salvatore Todaro, intercettò una nave che navigava a luci spente in una zona di guerra. Si trattava del mercantile belga Kabalo, appartenente a un Paese formalmente neutrale ma armato e considerato sospetto dai regolamenti militari dell’epoca. Quando il piroscafo aprì il fuoco contro il sommergibile italiano, Todaro rispose con i cannoni di bordo, colpendo la nave fino ad affondarla.

Fin qui, la vicenda rientrava nella brutalità ordinaria della guerra navale del tempo. Ciò che accadde subito dopo, però, trasformò l’episodio in qualcosa di completamente diverso. Dopo l’affondamento, Todaro vide i superstiti del Kabalo alla deriva in mare aperto. Rendendosi conto che la loro scialuppa non avrebbe mai raggiunto la costa, prese una decisione clamorosa: soccorrerli e trainarli fino alle Azzorre, nonostante questo esponesse il sommergibile italiano a un rischio enorme. Per oltre tre giorni il Cappellini rinunciò di fatto alla propria sicurezza pur di salvare i ventisei naufraghi belgi, arrivando infine a ospitarli a bordo in condizioni di sovraffollamento tali da impedire persino l’immersione del sommergibile.

Durante il viaggio il battello italiano incrociò perfino un convoglio britannico, ma Todaro comunicò apertamente di avere civili e naufraghi a bordo chiedendo una tregua. Sorprendentemente, gli inglesi cessarono il fuoco e permisero al sommergibile di proseguire. Una volta arrivato alle Azzorre, Todaro sbarcò tutti i superstiti sani e salvi. È da questa vicenda reale che nasce la frase attribuita al comandante e diventata simbolica: “Gli altri non hanno, come me, duemila anni di civiltà sulle spalle”.

Come si conclude davvero la storia di Salvatore Todaro dopo gli eventi raccontati nel film

Pierfrancesco Favino in Comandante

La vicenda del Kabalo rappresenta solo una parte della vita di Salvatore Todaro, anche se è quella che più di ogni altra ne ha definito la memoria storica. Dopo il ritorno dalla missione, il comandante italiano venne criticato da parte della Marina per aver messo a rischio il sommergibile e il proprio equipaggio per salvare dei nemici. In piena guerra totale, il gesto appariva a molti incompatibile con la logica militare del tempo. Eppure Todaro non rinnegò mai la propria scelta, convinto che esistesse una differenza sostanziale tra vincere una battaglia e perdere la propria umanità.

Negli anni successivi continuò a combattere nell’Atlantico, distinguendosi per coraggio e capacità tattica, tanto da ottenere numerose decorazioni al valor militare. Successivamente chiese di essere trasferito alla Xa Flottiglia MAS, cercando un tipo di combattimento più diretto e aggressivo. Partecipò così anche alle operazioni nel Mar Nero e durante l’assedio di Sebastopoli, guadagnandosi ulteriori riconoscimenti. La sua storia però si concluse tragicamente nel dicembre del 1942.

Todaro si trovava in Tunisia al comando del motopeschereccio armato Cefalo quando il mezzo venne attaccato da un caccia britannico Spitfire. Colpito da una scheggia durante il mitragliamento, morì a soli trentaquattro anni. Dopo la sua morte gli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Ancora oggi il suo nome continua a essere ricordato nella Marina Militare italiana, tanto che nel 2006 un sottomarino della classe U212A è stato intitolato proprio a Salvatore Todaro.

Quanto è accurato Comandante e quali differenze esistono tra il film e la realtà storica

Comandante Pierfrancesco Favino

Dal punto di vista storico, Comandante è considerato uno dei film italiani recenti più attenti alla ricostruzione del contesto militare della Seconda guerra mondiale. Edoardo De Angelis ha scelto infatti di concentrarsi soprattutto sul lato umano della vicenda, evitando di trasformare Todaro in un eroe retorico o propagandistico. Molti dettagli presenti nel film sono autentici: il grave problema fisico del comandante, il busto ortopedico che era costretto a indossare, la missione del Kabalo, il recupero dei naufraghi e perfino il celebre dialogo sulla “civiltà” italiana.

Anche la rappresentazione della vita claustrofobica all’interno del sommergibile riprende testimonianze storiche e documentazione reale della Regia Marina. Naturalmente alcune modifiche sono state introdotte per esigenze cinematografiche. Il film concentra i tempi della vicenda e semplifica alcune dinamiche strategiche per rendere più fluida la narrazione. Alcuni personaggi secondari vengono fusi o caratterizzati diversamente rispetto alle fonti storiche, mentre i dialoghi più intensi sono inevitabilmente ricostruiti.

Anche il rapporto tra Todaro e il proprio equipaggio viene enfatizzato per accentuare il conflitto morale tra disciplina militare e compassione umana. Tuttavia il cuore della storia resta autentico: il gesto di salvare i naufraghi del Kabalo accadde davvero e fu considerato eccezionale persino dai nemici dell’Italia fascista. È proprio questa fedeltà emotiva alla figura storica che rende Comandante molto più vicino a un dramma umano che a un semplice film bellico.

Perché la storia vera di Salvatore Todaro rende Comandante qualcosa di più di un film di guerra

Ciò che colpisce maggiormente della storia vera dietro Comandante è il modo in cui riesce a mettere in crisi l’idea stessa di guerra. Salvatore Todaro non viene ricordato soltanto come un ufficiale coraggioso, ma come un uomo che scelse di preservare la propria coscienza anche dentro uno dei conflitti più brutali della storia moderna. In un contesto dominato dalla distruzione e dalla disumanizzazione del nemico, Todaro prese una decisione opposta: riconoscere nei naufraghi del Kabalo prima degli esseri umani e solo dopo degli avversari. È questo il motivo per cui la sua vicenda continua ancora oggi a essere raccontata e studiata.

Il film di Edoardo De Angelis riesce a trasformare quell’episodio in qualcosa di universale, parlando non soltanto di guerra ma anche di responsabilità morale, identità nazionale e capacità di restare umani nei momenti estremi. La vera forza di Comandante sta proprio qui: nel ricordare che la storia non è fatta solo di strategie militari e battaglie, ma anche di scelte individuali che riescono a sopravvivere al tempo. In un’epoca in cui il Mediterraneo continua a essere teatro di tragedie e naufragi, la figura di Salvatore Todaro assume persino un significato contemporaneo. Non come eroe perfetto, ma come uomo che, nel mezzo della guerra, decise che salvare vite umane fosse ancora più importante che vincere.

The Idea of You: la vera storia dietro il film con Anne Hathaway

The Idea of You: la vera storia dietro il film con Anne Hathaway

Il successo di The Idea of You (leggi qui la recensione) ha riportato al centro del dibattito uno dei temi più discussi della narrativa romantica contemporanea: le relazioni con una forte differenza d’età, soprattutto quando a viverle è una donna adulta. Diretto da Michael Showalter e interpretato da Anne Hathaway e Nicholas Galitzine, il film distribuito da Prime Video racconta l’incontro tra Solène, una quarantenne divorziata che lavora nel mondo dell’arte, e Hayes Campbell, giovane superstar di una boy band globale.

Una storia sentimentale che mescola desiderio, fama, giudizio mediatico e ricerca di sé, trasformandosi rapidamente in uno dei romance più chiacchierati degli ultimi anni. Fin dalla pubblicazione del romanzo di Robinne Lee nel 2017, però, pubblico e social network hanno iniziato a interrogarsi su un punto preciso: quanto c’è di reale in questa storia?

Le somiglianze tra Hayes e Harry Styles hanno alimentato teorie, discussioni e persino accuse di essere una fan fiction mascherata. In realtà, dietro The Idea of You esiste un percorso molto più complesso e interessante, che riguarda il modo in cui il cinema e la letteratura raccontano il desiderio femminile, la percezione pubblica dell’età e la pressione tossica esercitata dai fandom online. Ed è proprio questo il cuore della vera storia che ha ispirato il film.

LEGGI ANCHE: The Idea of You è appena entrata nella storia delle commedie romantiche

La vera ispirazione di The Idea of You nasce dal romanzo di Robinne Lee e dal fenomeno culturale delle boy band moderne

The Idea of You Anne Hathaway

A differenza di quanto molti spettatori pensano, The Idea of You non è tratto da una storia realmente accaduta, ma nasce dal romanzo bestseller scritto da Robinne Lee, pubblicato nel 2017. L’autrice ha più volte chiarito che il libro non voleva essere il racconto romanzato della vita di Harry Styles, bensì una riflessione sul modo in cui la società guarda alle donne sopra i quarant’anni. Il personaggio di Solène Marchand, gallerista d’arte divorziata e madre single, è stato concepito per rappresentare una femminilità adulta ancora desiderante, vitale e sessualmente libera, lontana dagli stereotipi che spesso relegano le donne mature a ruoli marginali nelle storie romantiche.

L’idea del giovane cantante di una boy band nasce però da un’immagine molto precisa che colpì l’autrice durante una notte passata a guardare video musicali online. Lee raccontò infatti di essere rimasta affascinata dal carisma quasi “irreale” di un giovane artista britannico, capace di unire fascino, vulnerabilità e sicurezza scenica. Quel volto era proprio quello di Harry Styles, allora membro dei One Direction. Da quel momento iniziò a prendere forma Hayes Campbell, protagonista maschile del romanzo e poi del film.

Tuttavia, Lee ha sempre insistito sul fatto che Hayes fosse un collage di ispirazioni differenti: oltre a Harry Styles, ha citato il Principe Harry, il marito, alcuni ex fidanzati e persino Eddie Redmayne. Il risultato finale non voleva quindi essere la copia di una celebrità reale, ma la costruzione di un ideale romantico moderno. Eppure le somiglianze con Styles sono evidenti: Hayes è inglese, fa parte di una boy band composta da cinque ragazzi, ha tatuaggi, un look sofisticato e una nota attrazione per donne più grandi. Elementi che hanno inevitabilmente trasformato il film in un oggetto di discussione virale, soprattutto tra i fan dei One Direction, convinti da anni che dietro il personaggio si nasconda proprio la popstar britannica.

Le teorie su Harry Styles, Olivia Wilde e le relazioni con donne più grandi hanno trasformato il film in un caso mediatico

The Idea of You finale libro

Con l’uscita del libro prima e del film poi, internet ha iniziato a costruire una vera e propria mitologia attorno a The Idea of You. Reddit, TikTok e Twitter hanno alimentato continuamente il paragone tra Hayes Campbell e Harry Styles, soprattutto per via delle relazioni che il cantante ha avuto nel corso degli anni con donne più adulte. Il collegamento più immediato è stato quello con Olivia Wilde, regista e attrice di dieci anni più grande di lui, la cui relazione con Styles era stata seguita ossessivamente dal web e dal fandom dell’artista. Molti spettatori hanno visto in Solène una sorta di trasposizione romanzata della Wilde: una donna indipendente, madre e bersaglio di critiche feroci online per aver frequentato una popstar molto più giovane.

Tuttavia, dal punto di vista cronologico, questa teoria non regge. Il romanzo di Robinne Lee è stato pubblicato nel 2017, mentre la relazione tra Harry Styles e Olivia Wilde è iniziata anni dopo. Questo non ha fermato le speculazioni, anzi. Alcuni fan hanno recuperato persino la vecchia relazione tra il giovanissimo Styles e la conduttrice Caroline Flack, all’epoca molto discussa per la differenza d’età tra i due. Anche in quel caso, il giudizio pubblico e mediatico si rivelò estremamente aggressivo nei confronti della donna, un elemento che ritorna chiaramente sia nel romanzo sia nel film.

In The Idea of You, infatti, Solène diventa bersaglio di odio online, insulti e molestie da parte delle fan della band August Moon, incapaci di accettare la relazione con Hayes. È uno degli aspetti più realistici della storia, perché riflette perfettamente il funzionamento contemporaneo delle fan culture digitali e il modo in cui le donne vengono spesso giudicate con parametri diversi rispetto agli uomini. Non è un caso che Robinne Lee abbia più volte ribadito come il vero centro del racconto non fosse Hayes, ma Solène e il suo diritto di vivere una storia d’amore senza essere definita dalla propria età.

Il finale della storia e il vero significato di The Idea of You parlano più di identità femminile che di romance da fan fiction

The Idea of You

Uno degli aspetti più interessanti di The Idea of You è che, nonostante la forte componente romantica, il racconto non nasce come una semplice fantasia sentimentale. Il film e il romanzo utilizzano la relazione tra Solène e Hayes per affrontare questioni molto più profonde: il modo in cui la società osserva le donne mature, il rapporto con il desiderio, la maternità, il peso dello sguardo pubblico e la paura di diventare invisibili con il passare degli anni. Robinne Lee ha spiegato apertamente che il suo obiettivo era mettere in discussione l’idea secondo cui la sessualità femminile smetterebbe di esistere dopo una certa età.

Per questo motivo Solène non viene raccontata come una donna “salvata” dall’amore di un ragazzo più giovane, ma come una persona che riscopre se stessa attraverso una relazione che rompe gli schemi sociali. Anche il finale della storia, sia nel libro sia nella versione cinematografica, insiste molto su questa dimensione emotiva. Non si tratta soltanto di capire se la coppia riuscirà a stare insieme, ma di osservare come il rapporto cambi profondamente entrambi i personaggi.

Hayes comprende il peso reale della celebrità e dell’ossessione del pubblico, mentre Solène si confronta con la possibilità di desiderare ancora qualcosa per sé, al di là del ruolo di madre o ex moglie. È proprio questa componente emotiva ad aver reso il romanzo un fenomeno durante il lockdown pandemico, quando milioni di lettori cercavano storie capaci di offrire evasione ma anche autenticità emotiva. La stessa Anne Hathaway ha più volte sottolineato come il film non voglia raccontare una fantasia irrealistica, ma piuttosto il bisogno umano di sentirsi vivi e desiderati a qualsiasi età.

Perché The Idea of You continua a far discutere tra cultura pop, fandom e rappresentazione delle donne adulte

The Idea of You film 2024

Il motivo per cui The Idea of You continua a generare discussioni va oltre il semplice gossip legato a Harry Styles. Il film è diventato un caso culturale perché tocca nervi scoperti della contemporaneità: la pressione dei social media, la tossicità di certi fandom, il giudizio sulle donne mature e il diverso trattamento riservato alle relazioni con differenza d’età. Se un uomo famoso frequenta una donna molto più giovane, il racconto mediatico tende spesso a normalizzare la situazione; quando accade il contrario, invece, il rapporto viene trasformato in scandalo o feticcio.

Ed è proprio questa disparità che Robinne Lee voleva esplorare attraverso Solène. Alla fine, quindi, la “vera storia” dietro The Idea of You non riguarda tanto una specifica celebrità quanto un immaginario collettivo costruito attorno alle popstar contemporanee e al modo in cui il pubblico proietta su di loro desideri, fantasie e aspettative.

Hayes Campbell contiene sicuramente tracce di Harry Styles, ma anche di altre icone romantiche moderne. Ridurre tutto a una semplice fan fiction significherebbe ignorare il cuore autentico del racconto: la volontà di mostrare una donna che rifiuta di sentirsi invisibile. Ed è probabilmente questo il motivo per cui il film con Anne Hathaway ha colpito così tanto il pubblico, trasformandosi in qualcosa di più di una semplice commedia romantica.

LEGGI ANCHE: The Idea of You: la spiegazione del finale del film

I tre giorni del Condor: la spiegazione del finale del film

I tre giorni del Condor: la spiegazione del finale del film

Quando si parla di paranoia thriller americani degli anni Settanta, I tre giorni del Condor occupa un posto centrale perché riesce a trasformare una semplice storia di spionaggio in una riflessione inquietante sul potere, sulla manipolazione politica e sull’impossibilità di distinguere la verità dalle strategie dello Stato. Diretto da Sydney Pollack e interpretato da Robert Redford, il film nasce dentro il clima post-Watergate e post-Vietnam, un momento storico in cui il pubblico americano aveva iniziato a guardare con sospetto le proprie istituzioni. Il risultato è un’opera che usa i codici del thriller per raccontare la fragilità dell’individuo davanti a sistemi enormi e invisibili.

Il finale di I tre giorni del Condor resta ancora oggi uno dei più ambigui e potenti del cinema politico americano. Apparentemente Joe Turner riesce a sopravvivere, smascherare il complotto e consegnare la verità al New York Times, ma l’ultima domanda pronunciata dal personaggio di Higgins cambia completamente il senso della conclusione. “Come fai a sapere che la pubblicheranno?” non è soltanto una provocazione rivolta al protagonista: è il cuore ideologico dell’intero film. In quell’istante I tre giorni del Condor suggerisce che il vero potere non consiste nel commettere crimini nell’ombra, ma nel controllare la percezione stessa della realtà.

Sydney Pollack usa il thriller paranoico degli anni Settanta per raccontare un’America che non si fida più di sé stessa

Per comprendere davvero il finale di I tre giorni del Condor bisogna partire dal contesto culturale in cui il film nasce. Gli anni Settanta americani sono attraversati da una crisi profonda della fiducia istituzionale. Lo scandalo Watergate, le rivelazioni sui servizi segreti e il trauma del Vietnam avevano incrinato definitivamente l’immagine eroica del governo americano costruita durante i decenni precedenti. Registi come Alan J. Pakula, Francis Ford Coppola e lo stesso Sydney Pollack iniziarono così a raccontare protagonisti schiacciati da poteri opachi, impossibili da identificare chiaramente.

Joe Turner è uno degli esempi più emblematici di questo nuovo tipo di eroe. Non è un agente operativo addestrato alla violenza, ma un analista che lavora leggendo libri, romanzi e pubblicazioni straniere per individuare possibili segnali nascosti. È significativo che il protagonista venga travolto proprio perché interpreta correttamente un dettaglio apparentemente insignificante. La cultura, l’analisi e l’intelligenza diventano strumenti pericolosi in un sistema che preferisce l’obbedienza silenziosa.

Anche la presenza di Robert Redford è fondamentale. Negli anni Settanta l’attore rappresentava spesso figure idealiste, uomini convinti che la verità potesse ancora avere un valore morale. In film come Tutti gli uomini del presidente o Come eravamo, Redford incarnava personaggi sospesi tra disillusione e speranza. Joe Turner appartiene perfettamente a questa linea: è un uomo intelligente ma ingenuo, convinto che esista ancora una distinzione netta tra giusto e sbagliato.

Il film però distrugge progressivamente questa convinzione. La CIA che emerge nel racconto non è un’organizzazione compatta, ma un sistema frammentato in cui fazioni diverse eliminano persone per proteggere strategie geopolitiche clandestine. Persino gli assassini sembrano muoversi dentro una logica burocratica. Joubert, il killer interpretato da Max von Sydow, uccide con freddezza professionale, senza sadismo né rabbia. È l’incarnazione di un mondo in cui la violenza è diventata amministrazione ordinaria del potere.

Cosa succede nel finale de I tre giorni del Condor e perché Joe Turner capisce di non essere davvero salvo

I tre giorni del Condor libro

Nel finale del film Joe Turner riesce finalmente a collegare tutti gli elementi del complotto. Dopo aver scoperto che la sua sezione della CIA è stata eliminata per aver intercettato informazioni troppo sensibili, Turner rintraccia Leonard Atwood, alto dirigente responsabile delle operazioni mediorientali. Qui emerge la verità centrale del racconto: la CIA stava studiando un piano clandestino per prendere il controllo dei giacimenti petroliferi del Medio Oriente in previsione di future crisi energetiche.

Atwood conferma implicitamente l’accusa di Turner, spiegando che si trattava di una sorta di “piano di emergenza” costruito nell’ombra. Il dettaglio più inquietante è che l’operazione non nasce come follia individuale, ma come ragionamento strategico perfettamente razionale. Per questi uomini il controllo delle risorse energetiche giustifica qualunque azione preventiva, persino l’eliminazione di cittadini americani.

Subito dopo interviene Joubert, che uccide Atwood e trasforma la scena in un suicidio. È un passaggio fondamentale perché dimostra come il sistema elimini continuamente i propri stessi elementi compromessi. Atwood aveva ordinato la morte di Turner, ma a sua volta era diventato un rischio per livelli superiori della struttura. Nessuno è davvero al sicuro dentro questo meccanismo.

Joubert offre allora a Turner un consiglio sorprendente: lasciare il paese e diventare a sua volta un assassino professionista. In pratica gli suggerisce di abbandonare ogni illusione morale e accettare il funzionamento reale del mondo. Turner rifiuta, ma comprende che da quel momento vivrà permanentemente sotto minaccia.

L’ultima scena tra Turner e Higgins a Times Square diventa così il vero climax ideologico del film. Turner rivela di aver consegnato tutte le informazioni al New York Times, convinto che la stampa possa ancora rappresentare uno spazio di verità democratica. Higgins però risponde con calma glaciale, spiegando che quando arriverà una grave crisi petrolifera gli americani accetteranno qualsiasi misura pur di conservare il proprio stile di vita.

Poi arriva la domanda finale: “Come fai a sapere che la pubblicheranno?”. È una battuta devastante perché distrugge l’ultima certezza del protagonista. Turner pensa di aver trovato una via d’uscita rendendo pubblica la verità, ma Higgins gli suggerisce che persino l’informazione potrebbe essere manipolata o silenziata.

Il vero tema del film è la trasformazione della paura collettiva in strumento politico

Robert Redford in I tre giorni del Condor (1975)
© 1975 – Paramount Pictures.

La grande forza di I tre giorni del Condor sta nel fatto che il complotto non viene presentato come il delirio di pochi uomini corrotti, ma come il prodotto logico di una certa idea di sicurezza nazionale. Higgins non appare folle o sadico. Al contrario, parla con lucidità quasi paternalistica. È convinto che gli Stati Uniti dovranno inevitabilmente compiere azioni estreme per mantenere il proprio benessere economico.

Questo rende il film molto più disturbante di un normale thriller cospirativo. Il problema non è la presenza di cattivi nascosti dentro le istituzioni, ma il fatto che il sistema stesso sia disposto a sacrificare principi democratici in nome della stabilità geopolitica. Turner scopre che il vero nemico non è una persona specifica, ma una logica politica che considera la morale un lusso sacrificabile.

Anche la figura di Joubert assume un significato preciso in questo contesto. Il killer europeo osserva Turner quasi con curiosità, come se vedesse in lui un residuo di idealismo ormai anacronistico. Quando gli suggerisce di diventare un assassino, gli sta dicendo che il mondo reale funziona attraverso il compromesso permanente con la violenza.

La paranoia del film nasce proprio da qui. Turner non può più fidarsi della CIA, dei colleghi, delle autorità e forse nemmeno della stampa. Ogni struttura appare vulnerabile alla manipolazione. Persino Kathy, la donna coinvolta suo malgrado nella fuga del protagonista, rappresenta una figura continuamente sospesa tra autenticità e paura. Le relazioni umane diventano fragili perché il sospetto contamina tutto.

L’ultima scena suggerisce che la verità potrebbe non bastare mai contro il potere

I tre giorni del Condor film

Il finale aperto di I tre giorni del Condor continua a essere discusso proprio perché evita qualsiasi rassicurazione. Turner sopravvive, ma non ottiene una vera vittoria. La domanda di Higgins resta sospesa nello spazio urbano di Times Square come una minaccia invisibile.

Il film suggerisce infatti che la verità, da sola, potrebbe non essere sufficiente a cambiare le cose. Anche se il New York Times pubblicasse davvero le informazioni, il pubblico sarebbe disposto a crederci? E soprattutto: quanto conta la verità quando la paura collettiva può giustificare qualsiasi misura estrema?

Questa ambiguità rende il film incredibilmente moderno. I tre giorni del Condor anticipa un mondo in cui informazione, propaganda e sicurezza nazionale si intrecciano continuamente. Higgins comprende che il controllo dell’opinione pubblica è più importante persino delle operazioni clandestine. Se una popolazione ha paura, accetterà facilmente restrizioni, guerre preventive e sorveglianza permanente.

Turner invece continua ostinatamente a credere nella possibilità della trasparenza. È un personaggio tragico proprio perché appartiene ancora a una concezione morale del giornalismo e della democrazia che il film considera ormai fragile.

Cosa significa davvero il finale de I tre giorni del Condor

Robert Redford in I tre giorni del Condor

Il finale di I tre giorni del Condor racconta la fine dell’innocenza politica americana degli anni Settanta. Joe Turner scopre che il vero potere non agisce attraverso grandi dichiarazioni ideologiche, ma attraverso strutture invisibili capaci di manipolare informazioni, eliminare testimoni e ridefinire continuamente il concetto stesso di verità.

La sua scelta di affidarsi alla stampa rappresenta un ultimo gesto di fiducia democratica, ma il film evita accuratamente di confermare che quella scelta funzionerà davvero. L’ultima battuta di Higgins trasforma l’intera conclusione in una domanda aperta sul rapporto tra cittadini, media e istituzioni.

È questo che rende il film così potente ancora oggi. I tre giorni del Condor non parla soltanto di una cospirazione della CIA o di petrolio mediorientale. Parla della facilità con cui la paura può trasformare le democrazie in sistemi disposti a sacrificare libertà e verità in nome della sicurezza. Turner si allontana vivo, ma profondamente isolato. Ha capito troppo, e forse proprio per questo non potrà più tornare alla normalità.

Knife Edge: Per una Stella Michelin rinnovata per la seconda stagione da Apple TV

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Apple TV ha annunciato il rinnovo per una seconda stagione di Knife Edge: Per una Stella Michelin, l’acclamata docuserie candidata ai BAFTA realizzata dal celebre chef, ristoratore, autore e produttore esecutivo Gordon Ramsay e da Studio Ramsay Global, con la conduzione di Jesse Burgess di TopJaw. Con uno sguardo sul competitivo mondo della ristorazione d’eccellenza internazionale e grazie a un accesso esclusivo lungo l’intera stagione annuale della Guida Michelin, Knife Edge: Per una Stella Michelin segue i destini di alcuni dei ristoranti più unici e celebrati del mondo, per scoprire se riusciranno a conquistare, mantenere o perdere la preziosa Stella.

«Oggi più che mai, i ristoranti di tutto il mondo sono sottoposti a un’enorme pressione non solo per puntare alla perfezione, ma anche semplicemente per sopravvivere. Le difficoltà economiche che stanno colpendo il settore fanno sì che la posta in gioco non sia mai stata così alta. Con standard gastronomici in continua evoluzione a livello globale, ‘Knife Edge’ mostra lo stress, la pressione e la resilienza necessari per mantenere i nervi saldi nella corsa verso l’eccellenza: è davvero brutale. Personalmente, continuo a essere immensamente orgoglioso della passione che anima il nostro settore: la determinazione e l’ambizione dei nuovi talenti affamati di successo, delle stelle emergenti e di quegli chef indomabili che continuano a inseguire l’esigente riconoscimento della Michelin», ha dichiarato il produttore esecutivo Gordon Ramsay.

«Knife Edge: Per una Stella Michelin mette in luce le storie incredibili degli chef più talentuosi del mondo nella loro corsa al riconoscimento più prestigioso al mondo, in un contesto in cui il livello richiesto si alza ogni anno e la voglia di emergere non diminuisce mai. Dare spazio alle persone dietro questi ristoranti di livello mondiale aiuta a comprendere e apprezzare cosa significhi sopravvivere in un settore tanto straordinario quanto impegnativo», ha dichiarato il conduttore Jesse Burgess. «Sono molto orgoglioso di far parte di questo progetto e non vediamo l’ora di condividere ancora di più nella seconda stagione su Apple TV».

Knife Edge: Per una Stella Michelin è stata definita una serie “coinvolgente” ed “elettrizzante”, capace di offrire agli spettatori “uno sguardo autentico dietro le cucine più prestigiose del mondo contemporaneo”, in quella che è stata descritta come “una delle esplorazioni più complete della ristorazione stellata Michelin mai realizzate sullo schermo”. “Un ritratto profondamente personale di passione e perseveranza”, la serie racconta cosa significhi “gestire un ristorante di altissimo livello mentre si lavora per ottenere il massimo riconoscimento rappresentato dalla Stella Michelin”, mettendo in evidenza “l’ammirazione per l’abilità, il sacrificio e la dedizione” dei migliori chef del mondo. La prima stagione ha rapidamente ottenuto un un punteggio del 100% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, è stata candidata nella categoria Factual Entertainment ai BAFTA Television Awards 2026 ed è disponibile in streaming su Apple TV.

Lo chef Dave Beran insieme allo staff del PASJOLI in “Knife Edge – Per una stella Michelin”, ora disponibile su Apple TV.

La Stella Michelin è il riconoscimento più prestigioso e difficile da ottenere nel mondo dell’alta cucina, assegnato ai ristoranti che utilizzano i migliori ingredienti cucinati secondo gli standard più elevati possibili. Che si tratti di conquistare la prima Stella, puntare alla seconda o inseguire l’ambitissima terza Stella, ogni chef affronta una sfida profondamente personale. La prima stagione di “Knife Edge: Per una Stella Michelin” ha raccontato alcuni dei ristoranti più affascinanti del mondo, tra cui Aure, che nei Paesi nordici ha ottenuto una Stella Michelin nel minor tempo mai registrato dall’apertura; Coqodaq, ristorante di pollo fritto a New York in corsa per una Stella; Caractère, dove prosegue la nuova sfida della dinastia culinaria della famiglia Roux alla conquista del riconoscimento Michelin, oltre a molti altri esempi.

La nuova stagione di otto episodi accompagnerà gli spettatori nell’emozionante mondo dell’alta cucina, catturando la pressione e l’ambizione che caratterizzano il percorso di ogni chef verso il riconoscimento Michelin. A ogni tappa, gli chef apriranno le porte delle loro cucine dove lavorano instancabilmente per ottenere la loro prima, seconda o addirittura terza stella Michelin.

Knife Edge: Per una Stella Michelin è prodotta per Apple TV da Studio Ramsay Global, società appartenente a Fox Entertainment. I produttori esecutivi sono Gordon Ramsay, Lisa Edwards, Lorraine Charker-Phillips e Jill Greenwood. James Callum è il regista della serie.

Amarga Navidad, recensione: la scrittura è autofinzione nel film di Pedro Almodovar – Cannes 79

Pedro Almodóvar torna al Festival di Cannes con il film Amarga Navidad, già uscito in Spagna e che arriva proprio domani anche nelle sale italiane. Racconto in cui l’autofinzione gioca un ruolo preponderante, che gioca coi limiti e i confini delle ispirazioni narrative e dell’influsso manipolatorio che le nostre vite possono avere su ciò che scriviamo.

Alla ricerca di ispirazione…

Raúl è un cineasta di culto in piena crisi creativa. Quando un dramma colpisce una delle sue più strette collaboratrici, decide di trarne ispirazione per scrivere il suo prossimo film. Poco a poco, immagina Elsa, una regista alle prese con la scrittura, il cui percorso inizia a rispecchiare il suo. I due cineasti diventano così le due facce di uno stesso personaggio, in un gioco di specchi in cui l’impudenza dell’autofiction rivela tanto quanto distrugge. Ma fino a che punto ci si può spingere per raccontare una storia?

Tra personaggi “reali”, sul piano temporale della scrittura, e personaggi “fittizi”, che abitano il copione che Raúl sta scrivendo, Almodóvar intesse un racconto intrigante sia da seguire che nello svolgimento, frizzante quanto basta per tenere alta l’attenzione dello spettatore anche nel reiterarsi di corrispondenze tra ciò che succede e ciò che viene scritto.

Amarga Navidad - Film 2026
©El Deseo – Photo by Iglesias Más

La definizione di processo creativo

Quello di Amarga Navidad è un racconto corale che si interroga sulla matrice dell’ispirazione e sul dualismo dei ruoli che interpretiamo tanto nella vita quanto nella fiction. La scrittura di Raúl, proprio come quella di Almodóvar è energica e piena di verve, nonostante i protagonisti debbano lottare quasi costantemente con lutto e problemi psicologici. Tutto si intreccia e i volti sembrano quasi confondersi, ma è estremamente interessante seguire il processo creativo dello sceneggiatore, i tagli-cuci, gli errori, i ripensamenti.

Amarga Navidad inscena il processo creativo all’insegna dell’autofinzione, con un Almodóvar particolarmente ispirato e divertito a livello di scrittura. Il viaggio potrebbe essere tortuoso, a tratti troppo pedissequo nei tentativi di far combaciare ogni tratto d’esistenza, ma il gioco che ne fuoriesce è altamente intrigante da seguire.

Rental Family – Nelle Vite degli Altri arriva su Disney+

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Rental Family – Nelle Vite degli Altri arriva su Disney+

Il film Searchlight Pictures Rental Family – Nelle Vite degli Altri, una storia commovente sull’empatia e i legami umani, arriverà il 27 maggio in streaming su Disney+. Ambientato nella Tokyo dei giorni nostri, il film vede protagonista il vincitore dell’Academy Award® Brendan Fraser nei panni di un attore americano un tempo promettente, alla ricerca di uno scopo e di un senso di appartenenza in una società in cui si sente sempre più alla deriva. Una chiamata inaspettata lo porta in un’agenzia di “famiglie a noleggio”, dove viene assunto per interpretare ruoli surrogati per persone sconosciute in cerca di un legame.

Man mano che la recitazione si confonde con la realtà, l’esperienza risveglia la sua empatia e compassione, coinvolgendolo profondamente nelle vite dei suoi clienti e portandolo fuori copione ogni volta che il suo cuore prende il sopravvento.

Brendan Fraser e Akira Emoto in Rental Family - Nelle vite degli altri
Brendan Fraser e Akira Emoto in Rental Family – Nelle vite degli altri

Il film Searchlight Pictures Rental Family – Nelle Vite degli Altri, prodotto da HIKARI, ha conquistato sia il pubblico che la critica. Dopo l’anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, ha poi ottenuto numerosi riconoscimenti da parte del pubblico, tra cui quelli di Chicago, Woodstock, Middleburg, Hawaii e Heartland. Il film è stato definito “di risonanza universale” (Clayton Davis, Variety) e “commovente e divertente” (Frank Scheck, The Hollywood Reporter). Ha ottenuto il riconoscimento “Verified Hot” su Rotten Tomatoes® con un punteggio Popcornmeter del 96% e una valutazione “Certified Fresh” dell’88% da parte della critica.

Diretto, co-sceneggiato e prodotto da HIKARI, Rental Family – Nelle Vite degli Altri vede nel cast anche Takehiro Hira, candidato all’Emmy®, Mari Yamamoto, l’esordiente Shannon Mahina Gorman, candidata al CCA Award per la sua interpretazione nel film, e l’iconico attore Akira Emoto. Con una sceneggiatura di HIKARI e Stephen Blahut, il film è prodotto da Eddie Vaisman e Julia Lebedev di Sight Unseen Pictures, nonché da Shin Yamaguchi di Knockonwood.

Rental Family – Nelle Vite degli Altri, il film

Ambientato nella Tokyo dei giorni nostri, il film segue le vicende di un attore americano (Brendan Fraser) che fatica a trovare uno scopo nella vita fino a quando non ottiene un lavoro insolito: lavorare per un’agenzia giapponese di “famiglie a noleggio”, dove interpreta ruoli diversi per persone sconosciute. Man mano che si immerge nel mondo dei suoi clienti, inizia a stringere legami autentici che confondono i confini tra performance e realtà. Affrontando le complessità morali del suo lavoro, ritrova uno scopo e un senso di appartenenza scoprendo la bellezza dei legami umani.

The Boys finale: Eric Kripke conferma che Vought Rising spiegherà il destino di Soldier Boy

Il finale di The Boys ha lasciato una delle sue domande più importanti completamente irrisolta: che fine ha fatto davvero Soldier Boy? Ora il creatore della serie, Eric Kripke, ha confermato ufficialmente che le risposte arriveranno nel nuovo spin-off Vought Rising, destinato a espandere ulteriormente l’universo Prime Video dopo la conclusione della serie principale.

Nel finale della quinta stagione, Homelander viene ucciso da Butcher e dai Boys, mentre Billy tenta di sterminare tutti i Supes usando il virus all’interno della Vought Tower. In mezzo al caos, però, Soldier Boy sparisce improvvisamente dalla narrazione dopo essere stato rimesso in criosonno da Homelander nell’episodio 7. Intervistato da ScreenRant, Kripke ha spiegato che l’assenza del personaggio nel finale è stata una scelta deliberata: “Molte cose avranno senso più avanti”, ha dichiarato, confermando che la storyline di Soldier Boy continuerà direttamente in Vought Rising.

Secondo Kripke, il finale doveva concentrarsi soprattutto sulla chiusura emotiva dei protagonisti storici della serie, lasciando invece alcuni elementi aperti per il futuro del franchise. Ed è proprio questo il punto più interessante: The Boys non si conclude davvero con il suo finale, ma si trasforma apertamente in un universo narrativo espanso, dove gli spin-off diventano essenziali per comprendere la storia principale.

Soldier Boy diventa il ponte tra The Boys e il futuro dell’universo Vought

the boys 5
The Boys 5 – Cortesia Prime Video

Il ruolo di Soldier Boy nella quinta stagione era diventato centrale ben oltre il semplice ritorno nostalgico di Jensen Ackles. È infatti il personaggio che introduce il tema del V-One e della resistenza al virus anti-Supe, elemento narrativo decisivo per tutta la stagione finale. Ma soprattutto rappresenta il collegamento diretto tra il passato oscuro della Vought e il futuro del franchise.

Vought Rising, ambientato negli anni ’50, esplorerà infatti le origini dell’impero Vought e seguirà un giovane Soldier Boy durante gli anni della sua ascesa. Torneranno anche Aya Cash nei panni di Stormfront e Mason Dye come Bombsight, mentre la serie avrà una struttura da mystery thriller costruita attorno a un omicidio.

La scelta di congelare nuovamente Soldier Boy nel presente suggerisce che il personaggio sia ormai diventato una sorta di “arma narrativa” pronta a riemergere quando necessario. Con Stan Edgar di nuovo al comando della Vought nel finale di The Boys, è probabile che il destino di Soldier Boy venga usato per ridefinire completamente gli equilibri futuri dell’universo.

Ma questa decisione racconta anche qualcosa di più ampio sul modello seriale contemporaneo. Come Marvel o Star Wars, anche The Boys sembra aver ormai abbandonato l’idea di una vera conclusione definitiva: ogni finale diventa un passaggio verso il prossimo capitolo. E Soldier Boy, più di ogni altro personaggio, sembra destinato a incarnare questa nuova fase del franchise.

The Testaments rinnovata per una seconda stagione da Hulu

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The Testaments rinnovata per una seconda stagione da Hulu

Hulu ha ufficialmente rinnovato The Testaments per una seconda stagione, consolidando il ritorno nell’universo distopico di The Handmaid’s Tale dopo il forte successo ottenuto dalla serie nelle prime settimane di distribuzione. Il sequel creato da Bruce Miller ha superato i 45 milioni di ore visualizzate globalmente, confermandosi come uno dei titoli streaming più importanti del 2026.

L’annuncio arriva mentre la prima stagione è ancora in corso, con otto episodi già disponibili su Hulu e Disney+. Secondo Deadline, la serie ha registrato una crescita costante settimana dopo settimana: il quarto episodio aveva già segnato un aumento del 20% rispetto al debutto, mentre l’episodio 8 è cresciuto del 76% rispetto alla premiere nel primo giorno di streaming. Basata sul romanzo sequel di Margaret Atwood, la serie segue Agnes e Daisy, due giovani ragazze cresciute dentro e fuori Gilead, mentre vengono trascinate nel sistema educativo e ideologico guidato da Zia Lydia, interpretata ancora da Ann Dowd.

Il rinnovo così rapido dimostra che Hulu non considera The Testaments una semplice eredità di The Handmaid’s Tale, ma un vero nuovo pilastro narrativo del franchise. E il dato più interessante è proprio questo: la serie sembra riuscire a trasformare l’universo di Gilead da racconto di sopravvivenza individuale a saga generazionale, spostando il focus sulle conseguenze culturali e ideologiche del regime.

The Testaments Cortesia Disney+

Agnes, Daisy e Zia Lydia: la nuova generazione di Gilead cambia prospettiva

A differenza di The Handmaid’s Tale, centrata principalmente sul punto di vista di June Osborne, The Testaments amplia il racconto mostrando come il sistema di Gilead abbia iniziato a plasmare un’intera nuova generazione. Agnes, cresciuta dentro il regime, e Daisy, proveniente dall’esterno, incarnano due visioni opposte dello stesso mondo e trasformano la serie in un racconto di formazione politico e religioso.

Il personaggio di Zia Lydia assume inoltre un peso ancora più centrale rispetto alla serie originale. Bruce Miller ha già anticipato che le prossime stagioni esploreranno in profondità la sua origin story, suggerendo che “The Testaments” voglia ridefinire una delle figure più complesse e ambigue dell’intero franchise.

Anche il ritorno di Elisabeth Moss nei panni di June Osborne, seppur in forma limitata, rafforza il collegamento diretto con la serie madre, ma il successo degli ascolti indica che il pubblico sta accettando sempre più l’idea di un universo narrativo autonomo.

The Boys, il verdetto finale è qui! Cosa si dice in rete della conclusione della serie?

Sono arrivate le prime reazioni al finale di stagione di The Boys. L’acclamata serie satirica sui supereroi di Eric Kripke ha trasmesso la sua quinta e ultima stagione su Prime Video, con l’episodio finale ora disponibile. Fin dal debutto della prima stagione nel 2019, lo show si è rivelato un grande successo e ha ricevuto il plauso della critica per le interpretazioni, in particolare quella di Antony Starr nei panni di Homelander.

Dopo una promettente première il mese scorso, la quinta stagione di The Boys ha ricevuto critiche per il ritmo, il tono e la mancanza di combattimenti epici, elementi presenti nelle stagioni precedenti. Tuttavia, le speranze erano alte che il finale potesse offrire una conclusione soddisfacente per la storia e i suoi personaggi, e chiudere il cerchio sulle sorti di Butcher, Homelander, Hughie, MM, Kimiko, Starlight, Ashley, The Deep e molti altri in un’epica puntata di un’ora.

Ora che il finale è uscito, le reazioni online sono iniziate a circolare, e si può dire che le reazioni siano state contrastanti. Alcuni spettatori hanno adorato il finale, mentre altri hanno espresso il loro disappunto e alcuni si sono rivolti a X per offrire un punto di vista più equilibrato.

@captaincupkick ha rivelato di averlo adorato, definendolo “sorprendentemente fantastico” e raccontando di essersi alzato alle 3 del mattino per guardarlo. “È stato… sorprendentemente fantastico? Vorrei che fosse così fin dall’inizio, ma è impressionante quanto sia stato soddisfacente, nonostante la preparazione un po’ confusionaria. Davvero d’impatto e ha fatto un ottimo lavoro nel chiudere definitivamente la storia. Mi mancherà questa serie più di quanto mi aspettassi.” @TateTakes ha espresso un giudizio simile, valutando il finale 8.9/10 e lodando gli ultimi momenti di Homelander e le interpretazioni del cast.

@NeuerJunior2 ha criticato la quinta stagione nel complesso, affermando che l’arco narrativo del V1 avrebbe dovuto svolgersi nell’episodio 4 di The Boys, non nell’episodio 6, e che la sceneggiatura era pessima in generale. “Il fatto che Homelander diventi immortale nell’episodio 6 e poi venga ucciso due episodi dopo è una pessima trovata narrativa, lol. L’arco narrativo del virus V1 avrebbe dovuto essere sviluppato nella quarta stagione, senza implicazioni sul fatto che il virus non potesse funzionare su di esso, e quello avrebbe dovuto essere uno dei colpi di scena. Una stagione finale orribile.”

@Bruhtrdm non si è risparmiato nella sua recensione, affermando che secondo lui ChatGPT avrebbe potuto scrivere un finale migliore e definendo l’intera stagione una perdita di tempo. “Non credo che Chatgpt avrebbe potuto scrivere un finale peggiore per The Boys, una vera e propria schifezza. Tutta la stagione è una perdita di tempo, con tanto di umorismo da ragazzini di Reddit… non si può inventare una cosa del genere, che triste modo di finire.”

@writtenbychamp ha espresso la sua profonda delusione e ha paragonato la conclusione “deludente” ai finali di serie di Game of Thrones e Stranger Things. “È stato un finale di serie davvero deludente. Sono sinceramente infastidito. Sento di aver sprecato il mio tempo. Di sicuro non guarderò nemmeno Vought Rising. Non ho più fiducia in Eric Kripke o nel suo team. Dovrebbero finire in cella con quelli di Game of Thrones e Stranger Things.”

@TRE_MONSTER_ ha commentato che, a suo parere, l’ultima stagione è stata affrettata, ma che il finale era accettabile. “Onestamente, per quanto l’ultima stagione sia sembrata affrettata, penso che il finale sia stato abbastanza soddisfacente. Che viaggio incredibile.”

The Boys 5 - Prime Video
Cortesia Prime Video

Nel frattempo, non sono mancati gli elogi per Starr, la cui interpretazione di Homelander è stata costantemente eccezionale in tutte e cinque le stagioni. @DavidOpie ha affermato che Starr ha avuto “il ruolo della vita”, ribadendo che ha interpretato “uno dei migliori cattivi di sempre alla perfezione”. @Cvious si è detto sbalordito che Starr non abbia ancora vinto un Emmy per la sua “interpretazione epocale” e ha affermato che “merita ogni singolo elogio”.

Le reazioni mostrano l’intero spettro dei sentimenti del pubblico nei confronti del finale di serie, anche se è probabile che cambieranno con il passare dei giorni e con l’aumentare delle visualizzazioni. È innegabile che The Boys abbia attirato molte critiche da parte dei fan durante tutta la stagione, soprattutto per alcune scelte creative, come l’uscita di scena di Soldier Boy, interpretato da Jensen Ackles, prima del finale.

Per molti versi, la natura più intima e raccolta del finale è risultata in contrasto con l’epicità che ha caratterizzato l’intera serie, e questo avrà senza dubbio spiazzato alcuni spettatori. Le reazioni contrastanti hanno caratterizzato la quinta stagione di The Boys sin dalla sua uscita, e non è chiaro se il futuro guarderà al finale con maggiore favore.

Una serie iconica e irriverente come The Boys non avrebbe mai potuto accontentare tutti i fan con il suo finale, a prescindere dalla direzione intrapresa. Sebbene Kripke avesse accennato a un finale più sobrio nelle ultime settimane, molti hanno pensato che ci sarebbero dovuti essere momenti più intensi e spettacolari.

Si ha la sensazione che il finale di serie di The Boys sia arrivato al traguardo in modo un po’ goffo, nonostante abbia concluso la narrazione generale. C’erano alcuni punti problematici, come le discrepanze nel bilanciamento dei poteri, le sequenze di combattimento sottotono e la mancanza di morti importanti, ma le reazioni suggeriscono che alcuni spettatori abbiano ritenuto che il finale abbia raggiunto il suo scopo.

Sebbene le reazioni contrastanti al finale di serie di The Boys non siano così eclatanti come quelle suscitate da Game of Thrones o Stranger Things, c’è la forte sensazione che la serie si sia conclusa in modo più che un botto, un piccolo incidente. Tuttavia, il tempo potrebbe essere clemente con la parodia di supereroi di Kripke, e il pubblico potrebbe ricordarla con più affetto negli anni a venire. Nel frattempo, non è la fine del mondo, dato che la serie prequel Vought Rising dovrebbe uscire l’anno prossimo.

Downton Abbey – Il Gran Finale: il capitolo conclusivo arriva il 24 maggio su Sky e NOW

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L’universo di Downton Abbey si prepara a salutare definitivamente il pubblico con Downton Abbey – Il Gran Finale, il film evento che chiude la storia della famiglia Crawley e della servitù della celebre tenuta inglese. Il film debutterà domenica 24 maggio alle 21:15 su Sky Cinema, in streaming su NOW e sarà disponibile anche on demand, compresa la versione in 4K per i clienti abilitati.

Diretto da Simon Curtis e scritto dal creatore della serie Julian Fellowes, il film riunisce gran parte del cast originale guidato da Hugh Bonneville, Michelle Dockery ed Elizabeth McGovern. Tornano inoltre Laura Carmichael, Jim Carter, Brendan Coyle e Joanne Froggatt per quello che viene presentato come un ultimo capitolo segnato dai cambiamenti sociali degli anni Trenta e dal peso emotivo lasciato dall’assenza di Violet Grantham, l’iconico personaggio interpretato dalla compianta Maggie Smith.

Con questa uscita, Sky celebrerà anche l’intera saga con una programmazione speciale dedicata ai fan storici della serie. Dal 21 al 24 maggio, infatti, su Sky Collection sarà possibile rivedere in maratona tutte le sei stagioni della serie originale, mentre i primi due film della saga saranno disponibili on demand e in streaming su NOW.

Mary Crawley, scandali e nuove generazioni: cosa racconta il finale di Downton Abbey

Ambientato nei primi anni Trenta, Downton Abbey – Il Gran Finale riporta al centro la famiglia Crawley in un momento di forte trasformazione storica e personale. Secondo la sinossi ufficiale, Mary Crawley sarà coinvolta in uno scandalo pubblico mentre la famiglia dovrà affrontare nuove difficoltà economiche che rischiano di compromettere il prestigio sociale della casata.

Parallelamente, anche la servitù di Downton Abbey si troverà davanti a una nuova fase della propria vita, mentre una nuova generazione si prepara a raccogliere il testimone. Il film prosegue così il percorso già sviluppato nella serie e nei precedenti lungometraggi, dove il cambiamento sociale, l’evoluzione del ruolo dell’aristocrazia britannica e il passaggio tra vecchio e nuovo mondo sono sempre stati elementi centrali del racconto.

La presenza dell’assenza di Violet Grantham rappresenterà inoltre uno degli aspetti emotivi più importanti del film. Dopo la scomparsa del personaggio nei precedenti capitoli, questo finale accompagnerà i protagonisti verso una nuova normalità, chiudendo definitivamente una delle saghe televisive britanniche più amate degli ultimi anni.

Cannes 79: i photocall della mattina

Cannes 79: i photocall della mattina

Ecco tutte le immagini dei photocall di questa mattina al Festival di Cannes 2026. A guidare la carrellata di star c’è ovviamente Pedro Almodovar, che ha presentato in Concorso il suo Amarga Navidad, oltre a lui anche Christophe Honore che ha portato sulla croisette Mariage au gout d’orange, poi è arrivato il turno di Le triangle d’or di Hélène Rosselet-Ruiz e Les survivants du che. A chiudere la mattinata la quota hollywoodiana rappresentata da Andy Garcia e dal suo Diamond, presentato Fuori Concorso.

Sacro Moderno: dal 30 maggio su RaiPlay il documentario sui borghi che stanno scomparendo

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Sarà disponibile dal 30 maggio in esclusiva su RaiPlay Sacro Moderno, opera prima del regista abruzzese Lorenzo Pallotta. Il film documentario nasce dall’esigenza di raccontare i piccoli borghi italiani e le tradizioni che rischiano di scomparire, attraverso una storia ambientata nella comunità montana di Intermesoli.

Il progetto segue Simone, giovane erede di memorie e tradizioni del paese, e Filippo, uomo solitario che vive da eremita cercando di ricostruire la propria fede lontano dagli altri. I due protagonisti, legati da silenzi e conflitti interiori, si confrontano con il peso di una comunità sempre più fragile e isolata. Secondo quanto diffuso dalla produzione, Sacro Moderno vuole evocare nello spettatore un senso di oppressione e solitudine, muovendosi tra racconto di formazione e fiaba nera.

La distribuzione su RaiPlay rappresenta un’opportunità importante per un’opera indipendente che punta a valorizzare territori e realtà spesso poco rappresentati nel cinema italiano contemporaneo. Il film si inserisce inoltre in un contesto sempre più attento ai temi dello spopolamento dei borghi e della conservazione delle identità culturali locali.

Il racconto di Simone e Filippo al centro di un film sui borghi italiani che stanno scomparendo

Nel comune montano di Intermesoli sono rimaste poche persone e il film costruisce il proprio racconto attorno alle vite di Simone e Filippo. Simone si fa carico delle responsabilità del paese e delle sue tradizioni, mentre Filippo sceglie una vita isolata, distante dalla comunità. Attraverso i loro percorsi, Sacro Moderno affronta il rapporto tra identità, fede, memoria e appartenenza.

E i figli dopo di loro: la recensione del film di Zoran e Ludovic Boukherma – Venezia 81

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Basato sul romanzo omonimo di Nicolas Mathieu, E i figli dopo di loro (Leurs enfants après eux) è il film di Zoran e Ludovic Boukherma che è stato selezionato per il Concorso della 81° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. Una scelta felice per un film che racconta con una certa grazia uno spaccato di vita che sta scomparendo mentre si compie. Una periferia francese che non esiste più ora e che con decadente vitalità trova la via dello schermo, brillando attraverso il suo splendido protagonista, l’astro in ascesa Paul Kircher.

Cosa racconta E i figli dopo di loro?

E i figli dopo di loro è il racconto di quattro estati che si consumano lente, tra amore, bagni al fiume, feste, furti, cotte e lotte, la crescita di Anthony, a partire dall’agosto del 1992 quando scopre il primo amore e dice per sempre addio all’infanzia. È anche, in misura minore, la crescita di Hacine, il suo provare a affermarsi in un mondo che lo vorrebbe sempre ai margini, sorte che invece lui vorrebbe capovolgere per progredire. Seguiamo i loro personaggi nel 1994, nel 1996 e infine nel 1998, quell’estate dei mondiali in cui la nazionale francese regalò un grande sogno alla nazione intera (a spese dell’Italia, ricordate?). Le cose cambiano, i rapporti si evolvono ma il tempo e la vita impongono scelte e prese di posizione.

Un coming of age in un mondo che sparisce

Leggermente fuori fuoco nella parte iniziale, il coming of age dei fratelli Boukherma fa grande leva sul racconto corale e su come, in mezzo al gruppo di personaggi che popolano le estati di Anthony, tutti prendono una strada piuttosto che un’altra, mentre il protagonista rimane sempre bloccato al centro delle sue incertezze, complice anche una storia familiare in cui la solidità della figura materna è minata dalla fragilità di un padre che ha perso la strada e con il quale fatica a trovare un rapporto.

La musica totalmente non ricercata, i colori vivaci, le soluzioni sceniche quasi banali offrono un quadro quasi rassegnato un mondo che scompare e in cui i giovani sembrano in balia di loro stessi, in maniera sempre più soffocante man mano che passano gli anni. Eppure, nei pensieri di Anthony, resta inalterata la fascinazione per la bella coetanea interpretata da Angélina Woreth, che gli ruba il cuore, e un po’ anche la dignità, fino a quel sudato ballo finale, in cui il ragazzo finalmente fiorisce e il padre, ubriaco, deluso, abbandonato, muore definitivamente, pur fiero di un figlio che non ha mai amato come avrebbe dovuto.

Paul Kircher è la star indiscussa del film

Paul Kircher è effettivamente la stella del film, sia perché è appunto il protagonista, sia perché la sua ascesa come protagonista del grande schermo lo sta portando a dover mettere in scena ruoli sempre più complessi nei quali trova sempre un modo per far vedere il suo carattere di attore in crescita. Di fronte a lui, un gigantesco Gilles Lellouche, nei panni di suo padre, un uomo che ha perso la strada e che si aggrappa all’idea di sé che vorrebbe lasciare al figlio.

Con qualche sequenza emozionante, e un racconto francamente disordinato, E i figli dopo di loro è un interessante coming of age che gode del contrasto tra la vita che va avanti e vuole progredire che si confronta con un modo di vivere destinato invece ad appassire per sempre.

Pedro Almodóvar attacca Trump a Cannes 2026: “L’Europa non deve mai essere sottomessa”

Durante la conferenza stampa di Amarga Navidad al Festival di Cannes 2026, Pedro Almodóvar ha lanciato uno degli interventi politici più forti della manifestazione, dichiarando che “l’Europa non deve mai essere sottomessa a Trump” e denunciando apertamente il clima di paura, censura e pressione politica che, secondo il regista spagnolo, starebbe colpendo il mondo culturale occidentale. Almodóvar si è presentato inoltre con una spilletta “Free Palestine”, trasformando l’evento in una dichiarazione politica esplicita oltre che cinematografica.

Il regista ha risposto a una domanda sulle crescenti preoccupazioni legate alla censura negli Stati Uniti e in Francia, facendo riferimento sia alla situazione americana sotto Donald Trump sia alle recenti polemiche francesi legate a Canal+ e alle accuse di blacklist verso artisti critici nei confronti dell’azienda. “Gli artisti hanno il dovere morale di parlare”, ha dichiarato Almodóvar, sostenendo che “silenzio e paura sono il sintomo di una democrazia che si sta sgretolando”. Le sue parole, riportate da Variety, hanno ricevuto un lungo applauso dalla stampa internazionale presente a Cannes.

L’intervento del regista conferma come Cannes 2026 stia diventando sempre più uno spazio di confronto politico globale oltre che cinematografico. Ma soprattutto mostra un cambiamento importante: autori storici del cinema europeo stanno assumendo un ruolo sempre più esplicito nel dibattito pubblico internazionale, senza separare più nettamente arte, geopolitica e identità culturale.

Amarga Navidad e il ritorno del cinema europeo come opposizione culturale

Le dichiarazioni di Almodóvar arrivano in un momento particolarmente delicato per il rapporto tra industria culturale e politica internazionale. Il regista aveva già criticato pubblicamente gli Oscar 2026 per il loro approccio “apolitico”, lamentando l’assenza di proteste visibili contro la guerra a Gaza o contro Donald Trump durante la cerimonia.

A Cannes, però, il tono è stato ancora più diretto. Almodóvar ha parlato apertamente di “regime totalitario” riferendosi alla situazione politica americana, sostenendo che gli artisti debbano diventare “uno scudo contro questa follia”. È significativo che queste parole arrivino da uno dei cineasti europei più celebrati a livello internazionale, storicamente legato a un cinema profondamente personale ma raramente così frontalmente politico nelle apparizioni pubbliche.

Anche il contesto di Amarga Navidad contribuisce a rafforzare questa dimensione. Il film, accolto da una standing ovation di sei minuti e mezzo a Cannes, rappresenta l’ottava partecipazione del regista in concorso sulla Croisette e arriva in un momento in cui il cinema europeo sembra voler recuperare una funzione apertamente culturale e ideologica.

Kit Harington parla del possibile ritorno di Jon Snow

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Kit Harington parla del possibile ritorno di Jon Snow

C’è stato un periodo in cui sembrava probabile il ritorno di Kit Harington a Westeros con il progetto sequel Snow, dedicato a Jon Snow. L’attore ha ora commentato la possibilità di riprendere il ruolo dopo la cancellazione del progetto da parte di HBO.

La serie Il trono di spade è l’adattamento della saga A Song of Ice and Fire di George R.R. Martin, ma l’ultimo libro, The Winds of Winter, non è ancora stato pubblicato. Con un ulteriore volume previsto, è molto probabile che la conclusione letteraria differisca sensibilmente dall’ottava stagione, che ha diviso il pubblico.

Nel corso degli anni, Il trono di spade si è spesso allontanata dai romanzi originali, eliminando personaggi e trame secondarie. Anche se Martin ha confermato che il finale dei libri non coinciderà necessariamente con quello della serie TV, l’ultima stagione ha comunque lasciato a HBO diverse possibilità per sviluppare nuovi spin-off. Tra questi c’era Snow, una serie incentrata su Jon Snow dopo il suo viaggio oltre la Barriera al termine de Il trono di spade. Il progetto è stato messo in pausa un paio di anni fa, anche se recentemente si è parlato di una possibile ripresa.

Le parole di Kit Harington su un possibile ritorno

Game of Thrones 5
Kit Harington

Durante il Motor City Comic Con, Kit Harington ha spiegato (via SFFGazette.com) di essere ancora disponibile a tornare, pur chiarendo che non esistono piani concreti. “È risaputo che abbiamo provato a realizzare una serie su Jon Snow per un po’, ma non ci siamo riusciti,” ha detto ai fan. “Per me la cosa principale è non tornare e fare un torto al personaggio. Penso che il suo arco si sia concluso bene. Ha seguito il percorso che doveva fare. Quindi, se lo si riprende, deve essere per le ragioni giuste.

Ma sentivo che ci fosse ancora qualcosa da raccontare. E pensavo che l’idea di esplorare qualcosa interamente centrato su di lui sarebbe stata interessante. Perché ne Il trono di spade fai parte di un grande ensemble. Sarebbe stata un’occasione per approfondire un personaggio in modo più focalizzato. Per questo ero interessato. Ma non siamo riusciti a trovare la giusta direzione, quindi abbiamo lasciato perdere, per ora.

Forse arriverà un momento… non è morto, ed è questa la cosa incredibile: potrebbe essere ripreso in futuro. E mi sento anche molto più vecchio e più saggio di quando ho lasciato Il trono di spade… o forse non più saggio, ma comunque diverso,” ha continuato Harington. “Una parte di me potrebbe voler tornare a rivedere il personaggio. Non lo so ancora, ma al momento non c’è nulla in programma.

In precedenza era stato riportato che Harington, insieme a due sceneggiatori della sua serie Gunpowder, avesse proposto una storia più cupa su Snow, in cui il personaggio viveva isolato e segnato da un forte PTSD. Dopo aver allontanato il suo metalupo Ghost, Jon avrebbe vissuto costruendo e distruggendo capanne in un ciclo autodistruttivo. Secondo le indiscrezioni, Harington avrebbe anche voluto una conclusione definitiva con la morte del personaggio, evitando qualsiasi ritorno eroico.

HBO avrebbe considerato la proposta “troppo deprimente”, e avrebbe poi affidato allo sceneggiatore Quoc Dang Tran, già autore di Nettare degli dei, lo sviluppo di un nuovo sequel, questa volta incentrato su Arya Stark in Essos. La realizzazione del progetto però resta incerta.

Il trono di spade continua a essere una delle proprietà più importanti per HBO e il franchise resterà centrale nei prossimi anni. Il prossimo appuntamento è la terza stagione di House of the Dragon, prevista per il 22 giugno in Italia.

Sacha Baron Cohen anticipa il suo ritorno nel MCU nei panni di Mephisto

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Circolavano già da anni rumor sul possibile ingresso di Sacha Baron Cohen nel MCU nei panni di Mephisto, ancora prima che Ironheart entrasse in produzione. Marvel Studios non ha mai confermato ufficialmente il casting, ma il debutto del personaggio nel finale di stagione è comunque stato percepito come un momento di grande impatto.

Nel corso della storia, si scopre che il demone è colui che ha donato a The Hood il suo mantello magico. Dopo che Riri Williams riesce a fermare il suo ex alleato, Mephisto sposta però la sua attenzione proprio su di lei. Successivamente, Riri accetta un accordo di natura faustiana con “il Diavolo”: la resurrezione della sua amica Natalie avviene in cambio della sua anima. Non è del tutto chiaro cosa questo significhi per il futuro da eroina di Ironheart, ma le conseguenze restano aperte.

Da allora le informazioni su Mephisto sono state poche, ma in una recente intervista a Screen Rant, Cohen ha risposto a una domanda su quale dei suoi ruoli potrebbe tornare per primo tra Borat e Mephisto. “Direi Mephisto,” ha dichiarato. “Non credo proprio che Borat tornerà.” Una risposta vaga, ma che ha riacceso le speculazioni sul possibile ritorno del personaggio, con alcune teorie che lo collegano anche a VisionQuest.

Kevin Feige ha in passato dichiarato che esistono piani per il ritorno di Mephisto: “L’entusiasmo con cui se ne è parlato è stato sicuramente molto divertente da vedere. È anche un personaggio che, prima del MCU, sarebbe stato difficile da realizzare. È il diavolo. Come si fa a rappresentare un personaggio del genere? Ma è una figura fondamentale. Ha avuto un ruolo importante nella storia di Thanos nei fumetti. Ora che è qui, il potenziale è evidente.”

La trama e il contesto di Ironheart

Dopo essere stata espulsa dal MIT e privata delle sue tecnologie, la giovane brillante Riri Williams torna a Chicago. Un incontro casuale la coinvolge in un gruppo pericoloso e, quando utilizza un dispositivo di mappatura cerebrale per riparare la sua armatura danneggiata, finisce per riportare in vita un’IA olografica della sua migliore amica.

Riri Williams, interpretata da Dominique Thorne, era già apparsa in Black Panther: Wakanda Forever. La serie è ambientata dopo gli eventi del film e segue il suo ritorno a Chicago, dove decide di costruire una nuova armatura avanzata: “Ambientata dopo Black Panther: Wakanda Forever, la serie mette tecnologia e magia a confronto mentre Riri cerca di affermarsi nel mondo. Il suo talento nella creazione di armature la porta però a entrare in contatto con Parker Robbins, noto come ‘The Hood’ (Anthony Ramos).

Nel cast figurano anche Lyric Ross, Alden Ehrenreich, Regan Aliyah, Manny Montana, Matthew Elam e Anji White. La sceneggiatura è guidata da Chinaka Hodge, con episodi diretti da Sam Bailey e Angela Barnes. Tra i produttori esecutivi ci sono Kevin Feige, Louis D’Esposito, Brad Winderbaum, Zoie Nagelhout, Ryan Coogler, Sev Ohanian e Zinzi Coogler. Le musiche sono firmate da Dara Taylor.

Prodotta da Proximity Media, Ironheart è stata distribuita su Disney+ il 25 giugno 2025. Al momento, i Marvel Studios non ha ancora rinnovato la serie per una seconda stagione e non ci sono conferme ufficiali su un possibile ritorno di Mephisto: non resta che attendere ulteriori sviluppi.

Warcraft, spiegazione del finale: qual è il vero senso della guerra tra umani e orchi

Quando Warcraft uscì nel 2016 sembrava destinato a diventare il nuovo grande franchise fantasy cinematografico. L’universo creato da Blizzard aveva già decenni di lore, personaggi iconici e conflitti epici alle spalle, ma il film di Duncan Jones si trovò davanti a un problema enorme: condensare una mitologia gigantesca in un singolo blockbuster accessibile anche a chi non aveva mai toccato World of Warcraft. È proprio per questo che il finale del film può risultare complesso, soprattutto per chi non conosce gli eventi dei videogiochi.

Eppure, dietro la quantità di nomi, magie e battaglie, il finale di Warcraft racconta una storia sorprendentemente semplice e tragica. Non parla soltanto dell’invasione degli orchi o della lotta contro Gul’dan, ma di due popoli intrappolati in un ciclo di violenza che nessuno sembra davvero in grado di interrompere. Il sacrificio di Re Llane, la corruzione del Fel, il Mak’gora e persino la nascita di Thrall sono tutti elementi che costruiscono un discorso molto preciso sulla guerra, sulla leadership e sulla possibilità — forse impossibile — di convivere.

Perché Re Llane chiede a Garona di ucciderlo e cosa significa davvero quella scena

Il momento più importante del finale arriva quando Re Llane chiede a Garona di ucciderlo davanti agli orchi. Apparentemente è una scelta assurda: Llane si consegna volontariamente alla morte proprio mentre la battaglia è ancora aperta. In realtà, il suo gesto è un atto politico e simbolico molto più grande di quanto sembri.

Llane comprende infatti una verità che quasi nessun altro personaggio riesce ad accettare: gli orchi non sono intrinsecamente malvagi. La corruzione nasce da Gul’dan e dal Fel, non dall’intero popolo orchesco. Per questo il re spera che Garona — sospesa tra due mondi e mai completamente accettata né dagli umani né dagli orchi — possa diventare il ponte necessario per evitare una guerra eterna. Uccidendolo pubblicamente, Garona ottiene prestigio agli occhi degli orchi, che rispettano la forza e il coraggio sopra ogni cosa.

La scena diventa quindi un sacrificio strategico. Llane rinuncia alla propria vita affinché qualcuno possa un giorno guidare gli orchi lontano dalla corruzione di Gul’dan. È un momento che ribalta completamente il classico fantasy alla Tolkien: qui gli orchi non sono mostri assoluti, ma un popolo manipolato, disperato e costretto a combattere per sopravvivere. Duncan Jones trasforma così Warcraft in una riflessione sul colonialismo, sulle migrazioni forzate e sul modo in cui il potere politico sfrutta la paura per alimentare il conflitto.

Warcraft film 2016Il Fel e Gul’dan: perché la vera minaccia del film non sono gli orchi ma la corruzione del potere

Gul’dan è il vero motore tragico di Warcraft perché rappresenta l’idea che il potere assoluto consumi inevitabilmente chi lo utilizza. La magia Fel, alimentata sottraendo vita ad altri esseri viventi, diventa la manifestazione concreta di questo concetto. Ogni volta che Gul’dan usa il Fel, il film mostra un mondo che si svuota: corpi prosciugati, terre corrotte, creature ridotte a semplice carburante.

È importante capire che Gul’dan non sta soltanto cercando di conquistare Azeroth. Il suo vero obiettivo è mantenere il controllo sugli orchi attraverso la paura e la dipendenza dal Fel. Anche il portale tra Draenor e Azeroth funziona simbolicamente in questo modo: è una ferita aperta creata sacrificando vite innocenti. Warcraft suggerisce quindi che ogni impero costruito sulla conquista abbia bisogno di consumare continuamente qualcosa — risorse, popoli o esseri viventi — per sopravvivere.

La corruzione di Medivh rafforza ulteriormente questo tema. Il Guardiano, che dovrebbe proteggere Azeroth, diventa vulnerabile proprio perché convinto di poter controllare una forza più grande di lui. Duncan Jones insiste molto su questa idea: non esiste uso “moderato” del potere oscuro. Il Fel trasforma chiunque lo utilizzi in qualcosa di inevitabilmente distruttivo.

Per questo Gul’dan non è soltanto un villain fantasy tradizionale. È il simbolo di una leadership tossica che trasforma il bisogno di sopravvivenza collettiva in un meccanismo di dominio personale.

Thrall, il Mak’gora e il futuro del franchise: il finale prepara la vera storia di Warcraft

Molti elementi del finale sembrano lasciati in sospeso proprio perché Warcraft era pensato come il primo capitolo di una saga molto più ampia. Il caso più evidente è quello del neonato Go’el, destinato a diventare Thrall, uno dei personaggi più importanti dell’intera storia di Warcraft.

La scena finale del bambino trasportato lungo il fiume richiama volutamente immagini quasi bibliche. Thrall rappresenta infatti la possibilità di spezzare il ciclo di odio tra umani e orchi. Nei videogiochi diventerà il leader della nuova Orda, fondata non sulla conquista ma sull’onore e sulla sopravvivenza. È significativo che il film chiuda proprio su di lui: Duncan Jones suggerisce che la vera speranza per il mondo non risieda nei re o nei maghi, ma nelle nuove generazioni capaci di rifiutare la corruzione del passato.

Anche il Mak’gora assume un valore molto più importante di una semplice tradizione orchesca. Il duello rituale dovrebbe rappresentare un sistema basato sull’onore e sulle regole condivise, ma Gul’dan lo corrompe usando il Fel contro Durotan. Da quel momento il film chiarisce che il problema non è la cultura orchesca, ma il modo in cui il potere manipola persino le tradizioni sacre per mantenersi dominante.

Lothar che sconfigge Blackhand nel Mak’gora finale dimostra invece che l’onore può esistere persino tra fazioni opposte. È uno dei pochi momenti in cui umani e orchi sembrano riconoscersi reciprocamente come guerrieri e non semplicemente come nemici.

Warcraft film 2016Il vero significato del finale di Warcraft: una guerra destinata a non finire mai

Il finale di Warcraft è profondamente pessimista, ed è probabilmente questo l’aspetto che il pubblico generalista colse meno all’epoca dell’uscita. Nonostante i sacrifici di Durotan e Llane, nonostante il coraggio di Garona e la nascita di Thrall, il film suggerisce che la guerra continuerà comunque.

Gli estremisti come Gul’dan rendono impossibile la convivenza perché trasformano ogni paura in propaganda e ogni differenza culturale in un pretesto per dominare. Warcraft mostra così un mondo dove entrambe le fazioni desiderano pace, ma vengono continuamente trascinate verso il conflitto da leader che prosperano grazie alla guerra.

Persino il titolo del film assume allora un significato preciso. “Warcraft” non indica soltanto l’arte della guerra in senso militare, ma un intero sistema costruito attorno al conflitto perpetuo. Gli eroi tentano di interrompere il ciclo, ma ogni gesto di pace produce nuove ferite, nuove vendette e nuove divisioni.

Ed è qui che il film trova la sua dimensione più interessante. Sotto l’estetica fantasy e le grandi battaglie digitali, Warcraft racconta un mondo in cui il vero nemico non è una razza o una specie, ma l’incapacità collettiva di uscire dalla logica della guerra continua.

Warcraft: guida al cast e ai personaggi

Warcraft: guida al cast e ai personaggi

Il film Warcraft del 2016 ha arricchito il suo cast di iconici personaggi del videogioco con un talentuoso mix di attori in carne e ossa e doppiatori. Il film è basato sull’omonimo videogioco di strategia in tempo reale del 1994, in cui gli orchi viaggiano da Draenor ad Azeroth per colonizzare nuovi territori, entrando in conflitto con la specie umana autoctona. Scoppia uno scontro di culture, sebbene il cast di protagonisti del film includa sia umani che orchi, mentre i personaggi di entrambe le fazioni cercano di mantenere la pace. Il finale del film Warcraft vede entrambe le parti compiere azioni drastiche a causa della malvagità del perfido Gul’dan.

Travis Fimmel nel ruolo di Anduin Lothar

Warcraft film 2016Attore: Travis Fimmel è un attore australiano che ha raggiunto la notorietà con la serie Vikings di History Channel, dove ha interpretato il ruolo principale di Ragnar Lothbrok. Warcraft avrebbe potuto essere il suo trampolino di lancio verso il successo cinematografico se fosse stato accolto meglio dal pubblico e dalla critica, ma ha faticato a imporsi nel cinema dopo la fine di Vikings. Ha avuto un ruolo nella serie HBO Max cancellata Raised by Wolves e prossimamente lo vedremo nella serie Max Dune: Prophecy, che potrebbe essere il suo ruolo più importante fino ad ora.

Personaggio: Travis Fimmel interpreta Anduin Lothar, un comandante militare del regno umano di Stormwind. È l’eroe carismatico e leader di Warcraft, molto rispettato dal re e dai suoi uomini.

Paula Patton nel ruolo di Garona

Warcraft film 2016Attrice: Paula Patton è un’attrice americana di Los Angeles che ha debuttato al cinema nella commedia Hitch. Ha avuto una serie di ruoli di successo nel decennio successivo, tra cui Déjà Vu di Tony Scott, Mission: Impossible – Ghost Protocol, 2 Guns e altri. Negli ultimi anni i suoi ruoli sono stati più rari, senza nulla di particolarmente rilevante dopo Warcraft. Da allora ha recitato in vari film e serie TV, tra cui Somewhere Between e Sacrifice, ma nessuno di questi ha avuto successo.

Personaggio: Paula Patton interpreta Garona, una donna mezz’orca che si ritrova coinvolta nel conflitto tra i protagonisti umani e orchi del film.

Ben Foster interpreta Medivh

Warcraft film 2016Attore: Ben Foster è un attore americano di Boston che ha raggiunto la notorietà con ruoli in film come X-Men: Conflitto finale e The Punisher. Ha alle spalle una lunga carriera di ruoli secondari in film e serie TV di successo, da Six Feet Under della HBO ai western 3:10 to Yuma e Hell or High Water. Nel 2022 è apparso in quattro lungometraggi, tra cui Hustle, il film di Adam Sandler per Netflix, e Emancipation, il film di Will Smith per Apple TV+. La sua carriera si è concentrata principalmente sul cinema sin dal suo esordio.

Personaggio: Medivh è il “Guardiano di Azeroth”, un mago mistico di grande potere, ma non si sa molto di lui.

Dominic Cooper nel ruolo di Re Llane Wrynn

Warcraft film 2016Attore: Dominic Cooper è un attore inglese di Londra che ha raggiunto la notorietà nel cinema con il ruolo di Sky in Mamma Mia! del 2008. Da allora ha riscosso successo sia al cinema che in televisione, con un ruolo nel Marvel Cinematic Universe nei panni di Howard Stark, il padre di Tony Stark. Ha interpretato il personaggio in Captain America: Il primo Vendicatore e Agent Carter. È stato il protagonista dell’acclamata serie drammatica di FX Preacher per quattro stagioni ed è apparso in film di successo come Dracula Untold e Mamma Mia! Here We Go Again.

Personaggio: Re Llane Wrynn è il nobile sovrano di Stormwind e del Regno di Azeroth. È cognato di Anduin Lothar tramite la Regina Taria, il che li rende stretti compagni in quanto governanti della loro nazione.

Toby Kebbell nel ruolo di Durotan

Warcraft film 2016Attore: Toby Kebbell è un attore inglese dello Yorkshire, noto per i suoi numerosi ruoli, sia in live-action che come doppiatore, in film di successo. Il suo ruolo più famoso, che ha visto protagonista l’iconico cattivo Koba in L’alba del pianeta delle scimmie, è stato realizzato con la tecnologia del motion capture. Ha anche interpretato il Dottor Destino nel reboot dei Fantastici Quattro del 2015 e ha recitato in altri blockbuster come La furia dei Titani, Prince of Persia: Le sabbie del tempo e War Horse di Steven Spielberg.

Personaggio: Durotan è il capo orco del Clan dei Lupi del Gelo, che aspira a condurre il suo popolo alla pace e alla prosperità su Azeroth. Disprezza i metodi brutali di Gul’dan e si oppone al suo dominio.

Ben Schnetzer nel ruolo di Khadgar

Warcraft film 2016Attore: Ben Schnetzer è un attore americano, noto soprattutto per le sue interpretazioni in Warcraft (2016) e Snowden. Ha interpretato diversi ruoli secondari in film e serie TV, sebbene il suo unico ruolo di rilievo dal 2016 sia stato in “Il problema dei tre corpi” di Netflix, dove ha avuto una parte minore. Ha partecipato a serie come “Y: The Last Man” e “Law & Order”.

Personaggio: Khadgar è un giovane mago che un tempo era stato addestrato per succedere a Medivh come Guardiano di Azeroth.

Daniel Wu nel ruolo di Gul’dan

Warcraft film 2016Attore: Daniel Wu è un attore di Hong Kong noto soprattutto per i suoi ruoli in film e serie TV di arti marziali e wuxia. “Warcraft” è stato uno dei primi ruoli hollywoodiani di Daniel Wu dopo decenni di lavoro nel suo paese natale, sebbene da allora abbia trovato successo in film e serie TV. Il suo lavoro più noto è nella serie TV “Into the Badlands” di AMC, dove ha ricevuto un costante plauso dalla critica. È apparso in film ad alto budget come “Tomb Raider” del 2018 e “Reminiscence” del 2021 e ha avuto un ruolo ricorrente nella quarta stagione di “Westworld” della HBO.

Personaggio: Gul’dan è il malvagio stregone orco a capo dell’Orda. Utilizza una letale magia demoniaca per soddisfare la sua insaziabile sete di potere, causando molti dei conflitti del film.

Cast e personaggi secondari di Warcraft

Warcraft film 2016Robert Kazinsky nel ruolo di Orgrim Doomhammer: Orgrim Doomhammer è il secondo in comando di Durotan ed è interpretato da Robert Kazinsky. L’attore inglese è noto soprattutto per i suoi ruoli in Pacific Rim, Captain Marvel e nella serie HBO True Blood.

Clancy Brown nel ruolo di Blackhand: Blackhand è un orco spregevole manipolato da Gul’dan, e il doppiatore veterano Clancy Brown è la scelta perfetta. Clancy Brown è forse più conosciuto per essere la voce di Mr. Krabs in SpongeBob SquarePants, ma ha anche recitato in una miriade di film e serie TV di successo, tra cui Le ali della libertà, John Wick: Capitolo 4, Lost e molti altri.

Ruth Negga nel ruolo della Regina Taria: La Regina Taria è la moglie di Re Llane e la Regina di Stormwind. È interpretata con eleganza da Ruth Negga, attrice irlandese che ha recitato anche al fianco di Dominic Cooper nella serie FX Preacher. Nel 2016 ha ricevuto una nomination all’Oscar per il suo ruolo nel film Loving.

Anna Galvin nel ruolo di Draka: Draka è la moglie di Durotan, che purtroppo muore all’inizio del film. È interpretata dall’attrice australiana Anna Galvin, che vanta una lunga carriera in ruoli secondari in serie televisive come Smallville e Supernatural.

Mr. & Mrs. Smith – Stagione 2: Francesca Scorsese entra nel cast e Donald Glover è alla regia

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Amazon MGM Studios e New Regency stanno completando il cast della seconda stagione di Mr. & Mrs. Smith, la serie spy di Prime Video. Tra le nuove aggiunte figura Francesca Scorsese, figlia del celebre Martin Scorsese, che interpreterà una delle nuove “Jane Smith”. La produzione è attualmente in corso a Los Angeles, iniziata il mese scorso.

Francesca Scorsese ha fatto parte del cast principale della serie HBO/Sky Atlantic We Are Who We Are (2020), diretta da Luca Guadagnino. Ha poi esordito alla regia con un episodio della docuserie Netflix Stories of a Generation – with Pope Francis (2021). Più recentemente è apparsa nel film indipendente Christmas Eve in Miller’s Point, presentato al Festival di Cannes 2024 ed è nel cast della comedy Netflix Roommates. Sta lavorando anche al cortometraggio Adults Only e a un progetto editoriale con A24. Oltre alla recitazione, è attiva come modella e creator su TikTok.

La trama e il team creativo di Mr. & Mrs. Smith

Donald Glover, co-creatore, produttore esecutivo e protagonista della prima stagione, dirigerà diversi episodi della nuova annata, dopo aver già firmato la regia del finale della stagione inaugurale.

I dettagli sulla trama della stagione 2 restano al momento segreti. Non è chiaro in che misura Glover e Maya Erskine torneranno nei panni di John e Jane Smith, anche se si ipotizza un loro ritorno. La nuova stagione introdurrà però diverse coppie di agenti segreti, tra cui quella interpretata da Mark Eydelshteyn e Talia Ryder. Francesca Scorsese dovrebbe far parte di un altro duo ancora non rivelato.

La serie, come noto, è una reinterpretazione del film del 2005, con l’iconico duo Angelina JolieBrad Pitt, ed è sviluppata da Donald Glover e Francesca Sloane, entrambi co-creatori ed executive producer. Per la seconda stagione, Anna Ouyang Moench è showrunner, sceneggiatrice ed executive producer insieme a Glover. Tra i produttori esecutivi tornano anche Yariv Milchan, Michael Schaefer, Stephen Glover, Anthony Katagas e Fam Udeorji, insieme a Maya Erskine.

La prima stagione di Mr. & Mrs. Smith ha ottenuto 16 nomination agli Emmy nel 2024, portando a casa due premi, quindi le aspettative per la seconda stagione restano alte.

Delphi: annunciato il cast della nuova serie TV dell’universo Creed

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Prime Video ha svelato il cast di Delphi, nuova serie ambientata nell’universo di Creed, sviluppata da Michael B. Jordan tramite la sua casa di produzione Outlier Society. Tra i protagonisti principali troviamo Benji Santiago (The Notebook a Broadway), Juan Castano (Rob Peace), Demián Bichir (Land), André Holland (Love, Brooklyn), Andre Royo (The Punisher: One Last Kill), Sofia Black-D’Elia (Remarkably Bright Creatures) e Victoria Vourkoutiotis (Elsbeth).

Nel cast ricorrente figurano Wood Harris (The Wire), Niles Fitch (Forever), Dasan Frazier (A Different World), Graham Patrick Martin (Catch-22), Brittany Adebumola (M.I.A.), Rene Moran (Cross), Okieriete Onaodowan (Hamilton) e Breanna Yde (School of Rock).

Una nuova storia nel mondo della boxe e un nuovo cast

Creed II incontro finale

La serie è attualmente in fase di produzione a Los Angeles e segue un gruppo di giovani pugili promettenti all’interno di un’accademia d’élite, impegnati a inseguire il sogno di raggiungere il vertice della disciplina. Benji Santiago interpreterà Santi Torres, un talento grezzo cresciuto a East LA che ha sempre vissuto all’ombra del fratello maggiore. Juan Castano sarà Nico Torres, il fratello più grande, pugile dotato ma segnato da difficoltà personali che lo costringono a confrontarsi con i propri conflitti interiori.

Demián Bichir vestirà i panni di Hector Torres, padre dei due ragazzi. Originario del Messico e residente a Los Angeles, gestisce una palestra di boxe a East LA. È un uomo severo ma profondamente legato ai figli, da cui pretende molto pur sostenendoli con determinazione.

André Holland interpreterà Teddy “T-Bone” Parker, allenatore e stratega dell’accademia Delphi. Il suo approccio alla boxe è analitico e quasi scientifico, come se fosse una partita a scacchi, ma dietro la sua freddezza si nasconde una grande sensibilità. Andre Royo sarà Elmer Tatum, un bizzarro esperto di boxe nato nel Bronx, capace di intuire l’esito di un incontro osservando anche i dettagli più improbabili.

Sofia Black-D’Elia interpreterà Bobbi Weiss, una contabile che sogna di diventare allenatrice in una prestigiosa accademia di boxe. Pur non essendo mai salita su un ring, possiede una conoscenza profonda dello sport e un occhio allenato per il talento. Victoria Vourkoutiotis sarà Kai Katsaros, giovane pugile introversa ma molto dotata, che lotta contro insicurezza e ansia mentre cerca di esprimere tutto il suo potenziale.

Wood Harris interpreterà Little Duke, figlio di Tony “Duke” Evers e continuatore della tradizione legata allo storico allenatore di Apollo Creed, oggi impegnato a formare le nuove leve dell’accademia. Nel cast compaiono anche Niles Fitch nel ruolo di Dante, Dasan Frazier come Remy, Graham Patrick Martin come Jackson, Brittany Adebumola come Mina, Rene Moran come Iggy, Okieriete Onaodowan come Freddie e Breanna Yde come Ana.

Delphi è la prima espansione televisiva live-action del franchise cinematografico Creed. La serie è guidata dallo showrunner Marco Ramirez, che figura anche tra i produttori esecutivi insieme a Michael B. Jordan ed Elizabeth Raposo, oltre a Irwin Winkler e altri membri storici del franchise. L’episodio pilota sarà diretto da José Padilha.

Arnold Schwarzenegger conferma che King Conan partirà nel 2027: il ritorno del barbaro dopo 45 anni

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Dopo decenni di tentativi falliti, il ritorno di Arnold Schwarzenegger nei panni di Conan il Barbaro sembra finalmente pronto a diventare realtà. Il nuovo film, intitolato King Conan, entrerà in produzione nel 2027 e riporterà l’attore nel ruolo che contribuì a trasformarlo in un’icona mondiale del cinema fantasy e action degli anni ’80.

La notizia arriva da TheArnoldFans, che ha raccolto le dichiarazioni del produttore Fredrik Malmberg e dello stesso Schwarzenegger. Il progetto sarà scritto e diretto da Christopher McQuarrie, storico collaboratore della saga Mission: Impossible, per 20th Century Studios. Schwarzenegger ha spiegato di aver cercato per oltre dieci anni il modo giusto per realizzare un sequel davvero fedele allo spirito creato da Robert E. Howard e all’estetica di Frank Frazetta, aggiungendo di voler coinvolgere anche John Milius, regista del primo Conan the Barbarian del 1982.

La vera chiave del progetto, però, è il tempo trascorso. Arnold Schwarzenegger ha sottolineato che King Conan funzionerà proprio perché il personaggio è invecchiato: dopo quarant’anni di regno, Conan è stanco, fuori forma rispetto al passato e vulnerabile agli attacchi dei suoi nemici. Una direzione che avvicina il film più a Gli spietati di Clint Eastwood che a un tradizionale fantasy d’avventura.

Un Conan crepuscolare tra mito fantasy e western alla Gli spietati

Secondo Arnold Schwarzenegger, il nuovo film seguirà una struttura narrativa simile a quella di Gli spietati: un vecchio guerriero che aveva lasciato il campo di battaglia viene costretto a tornare in azione un’ultima volta. Ma nel caso di Conan, tutto questo sarà immerso in un mondo fatto di guerre epiche, tradimenti e battaglie leggendarie.

È una scelta particolarmente interessante perché segna una netta evoluzione rispetto al cinema fantasy contemporaneo dominato da reboot giovanili e origin story. King Conan sembra invece voler puntare su una figura eroica consumata dal tempo, trasformando l’età avanzata di Schwarzenegger in un elemento narrativo centrale e non in qualcosa da nascondere.

Il progetto potrebbe inoltre inserirsi nella stessa linea di sequel tardivi come Top Gun: Maverick o Blade Runner 2049, opere che hanno usato il ritorno di icone storiche per riflettere sul peso del passato e sulla fine del mito eroico. Nel caso di Conan, questo approccio appare ancora più naturale: il personaggio creato da Robert E. Howard è sempre stato legato all’idea di sopravvivenza brutale, decadenza e destino.

Dopo oltre quarant’anni dal primo film del 1982, il ritorno di Schwarzenegger potrebbe quindi trasformarsi non soltanto in un’operazione nostalgia, ma nel capitolo conclusivo di una delle figure più iconiche del fantasy cinematografico moderno.

Intervista col vampiro: la Stagione 3 sarà introdotta da uno speciale con contenuti extra

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Sam Reid sta per tornare nei panni di Lestat de Lioncourt nella nuova fase dell’universo tratto dai romanzi di Anne Rice e AMC prepara il pubblico con una nuova serie in arrivo prima del debutto ufficiale di The Vampire Lestat. Dopo due stagioni intitolate Intervista col vampiro la serie cambierà nome per la terza stagione e si concentrerà sull’adattamento del romanzo The Vampire Lestat. Sam Reid riprenderà il ruolo del celebre vampiro, mentre Jacob Anderson tornerà come Louis de Pointe du Lac.

Nell’attesa, AMC ha annunciato anche una produzione parallela chiamata The Vampire Lestat: After Dark, che partirà il 24 maggio con un episodio speciale d’anteprima, anticipando l’uscita della serie principale prevista negli Stati Uniti per il 7 giugno.

Il programma, condotto da Lizzie Bassett, sarà un vero e proprio aftershow dedicato alla serie, con interviste al cast e ai produttori. Tra gli ospiti confermati ci saranno Sam Reid, Jacob Anderson, Assad Zaman, Eric Bogosian, Delainey Hayles, il produttore esecutivo Mark Johnson e lo showrunner Rolin Jones. Gli episodi dureranno circa trenta minuti e offriranno contenuti esclusivi, curiosità dal dietro le quinte e approfondimenti sulla nuova stagione.

AMC punta ancora sugli aftershow

AMC conosce bene il successo degli aftershow grazie a Talking Dead, nato come programma di approfondimento dedicato a The Walking Dead. Per questo motivo, la rete ha deciso di adottare lo stesso formato anche per l’Immortal Universe di Anne Rice, oggi uno dei franchise più importanti del canale.

Secondo Ben Davis, vicepresidente della programmazione scripted di AMC Global Media, After Dark servirà ad ampliare l’esperienza degli spettatori: “Siamo entusiasti di lanciare questo nuovo show companion dedicato a The Vampire Lestat, una serie che ha conquistato una community estremamente appassionata. After Dark offrirà approfondimenti sul lore della serie e contenuti esclusivi dal dietro le quinte con cast e produzione.

Le puntate verranno distribuite ogni settimana su AMC+ e saranno disponibili il giorno seguente anche su piattaforme come Spotify, Apple Podcasts, Amazon Music e YouTube. Alcuni episodi speciali andranno inoltre in onda direttamente su AMC, inclusi l’episodio preview del 31 maggio, la première del 7 giugno e il finale del 19 luglio. Attualmente non è ancora stata annunciata una data d’uscita per l’Italia.

L’universo di Anne Rice

The Vampire Lestat fa parte dell’Immortal Universe creato da AMC attorno alle opere di Anne Rice. Oltre alla serie principale, il franchise comprende anche Le streghe Mayfair di Anne Rice, con Alexandra Daddario nel ruolo di Rowan Fielding, erede di una potente famiglia di streghe. Le streghe Mayfair di Anne Rice ha già concluso le riprese della terza stagione, anche se non è stata ancora annunciata una data d’uscita ufficiale.

C’era anche Talamasca: L’ordine segreto, incentrata sulla misteriosa organizzazione Talamasca e sul personaggio di Guy Anatole, interpretato da Nicholas Denton. La serie è stata cancellata dopo una sola stagione, ma AMC ha confermato che alcuni personaggi e la stessa organizzazione torneranno in futuro in altri progetti dell’universo condiviso.

Il ritorno di Intervista col vampiro arriva circa due anni dopo il finale della seconda stagione di Intervista col vampiro. La serie ha ricevuto un’accoglienza eccellente dalla critica: 98% su Rotten Tomatoes per la prima stagione, 100% per la seconda e una media complessiva del 99%. Con questi risultati, la terza stagione punta a mantenere il livello altissimo raggiunto finora, pur introducendo un tono e una direzione narrativa differenti rispetto al passato.

The Mandalorian and Grogu: dove si colloca nella timeline di Star Wars

La maggior parte delle persone pensa di conoscere Star Wars. Conoscono la Morte Nera. Conoscono Darth Vader. Conoscono il momento in cui Luke Skywalker spegne il computer di puntamento e decide di affidarsi alla Forza. Ma c’è una cosa di cui quasi nessuno parla: la storia non è finita quando la seconda Morte Nera è esplosa sopra Endor. Non è finita quando gli Ewok hanno iniziato a danzare e i fantasmi di Anakin, Yoda e Obi-Wan hanno sorriso tra le fiamme. Quella non era una conclusione. Era una porta lasciata aperta. E anni dopo, attraverso quella porta, entra un uomo con un jet pack e un elmo che non si toglie mai: Din Djarin. Accanto a lui, sospeso nella sua culla volante, con le orecchie verdi che oscillano, c’è la creatura più amata della moderna saga di Star Wars.

Prima di sedervi in sala il 20 maggio 2026 per The Mandalorian and Grogu (leggi qui la nostra recensione), dovete capire esattamente dove si colloca questa storia. Non solo emotivamente, ma anche storicamente. Perché la timeline non è un semplice dettaglio di sfondo: è il vero cuore del racconto. Ci dice che tipo di galassia stanno attraversando Din e Grogu, cosa è già andato perduto, cosa è ancora fragile e cosa sta crescendo lentamente e terrificante nell’oscurità. Quindi percorriamo insieme questa storia, passo dopo passo, dall’inizio della cronologia di Star Wars fino al punto preciso in cui vive questo film.

La misurazione del tempo in una galassia lontana lontana

L’universo di Star Wars non misura il tempo come facciamo noi. Non esistono a.C. o d.C. Ogni anno viene calcolato in base a un singolo evento: la Battaglia di Yavin. È la battaglia alla fine di Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza, quella in cui Luke distrugge la prima Morte Nera e l’Alleanza Ribelle riesce finalmente a respirare dopo anni di guerra. Tutto ciò che avviene prima viene indicato con BBY, Before the Battle of Yavin, “Prima della Battaglia di Yavin”. Tutto ciò che avviene dopo è ABY, After the Battle of Yavin, “Dopo la Battaglia di Yavin”. È come se la galassia avesse azzerato il proprio orologio nel momento in cui la Morte Nera è stata distrutta.

La trilogia prequel, gli Episodi I, II e III, si svolge interamente nell’era BBY. Le Guerre dei Cloni, l’Ordine 66 e la caduta di Anakin Skywalker avvengono tutti prima di quel punto di svolta temporale. La trilogia originale invece attraversa questa linea. Una nuova speranza è ambientato nello 0 ABY. L’Impero colpisce ancora si svolge nel 3 ABY. Il ritorno dello Jedi nel 4 ABY. Ed è proprio questo numero a essere fondamentale: 4 ABY. Ricordatelo.

Star Wars Una Nuova Speranza

Il momento in cui l’Impero morì… o almeno sembrò farlo

Il ritorno dello Jedi è ambientato nel 4 ABY. Darth Vader muore tornando a essere Anakin Skywalker. La seconda Morte Nera esplode. In tutta la galassia, sui pianeti di Bespin, Tatooine, Coruscant e sulla luna di Endor, la gente invade le strade per festeggiare. Ma c’è qualcosa che i film non hanno mai mostrato davvero e che libri, serie e nuovo canone hanno poi approfondito: l’Impero non si è semplicemente spento da un giorno all’altro. Non è svanito come un brutto sogno. L’apparato imperiale era immenso. Comprendeva sistemi stellari, flotte, eserciti, governatori, signori della guerra, ammiragli e comandanti, inclusi i terrificanti Inquisitori sensibili al lato oscuro, e molti di loro non avevano alcuna intenzione di arrendersi solo perché l’Imperatore era morto.

Quello che seguì non fu la pace. Fu una lunga e brutale operazione di pulizia durata anni. La Nuova Repubblica, cioè ciò che divenne l’Alleanza Ribelle dopo Endor, dovette combattere battaglia dopo battaglia per smantellare la macchina imperiale pezzo dopo pezzo. Il momento decisivo arrivò con la Battaglia di Jakku, ambientata nel 5 ABY, un anno dopo Il ritorno dello Jedi. Fu lì che l’Impero si spezzò definitivamente. I resti imperiali firmarono il Concordato Galattico, una resa formale, e ciò che rimaneva dell’Impero si disperse nei territori dell’Orlo Esterno. È questo il mondo in cui nasce Din Djarin: una galassia ancora ferita dal crollo dell’Impero e ancora incapace di capire davvero cosa significhi essere libera.

L’inizio di The Mandalorian: 9 ABY

La prima stagione di The Mandalorian inizia nel 9 ABY, cinque anni dopo la Battaglia di Endor. Cinque anni non sono molti quando si cerca di ricostruire una civiltà da zero. La Nuova Repubblica esiste, ma è giovane e incerta. Ha spostato più volte la propria capitale, nel tentativo di non ripetere l’errore dell’Impero di concentrare tutto il potere in un unico luogo. Ha un senato. Ha ideali. Ha piloti, diplomatici e burocrati. Quello che fatica a controllare è l’Orlo Esterno: regioni selvagge e senza legge lontane dal controllo della Repubblica, dove i resti imperiali operano ancora, dove i sindacati criminali riempiono il vuoto di potere e dove un cacciatore di taglie mandaloriano accetta incarichi per sopravvivere, seguendo un credo così rigido da non mostrare il proprio volto a nessuno da anni.

La galassia della prima stagione ricorda il Far West americano dopo una guerra. Il governo centrale esiste, ma laggiù, nella polvere e nell’oscurità, le regole sono diverse. Din Djarin vive in quel mondo. È bravo in ciò che fa. Poi una taglia cambia tutto. Il bersaglio non è un criminale, ma un bambino: ha cinquant’anni, è poco più grande di un neonato e possiede enormi orecchie verdi e occhi che sembrano custodire qualcosa di antico e impossibile, una sensibilità alla Forza rara persino tra esseri leggendari. Quel bersaglio è Grogu. E da quel momento l’intera storia cambia.

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The Mandalorian 3 Episodio 6

Le stagioni 1-3: un anno che cambia tutto

C’è un dettaglio che sorprende davvero molte persone quando lo scoprono. Secondo il libro ufficiale Star Wars: Timelines, tutte e tre le stagioni di The Mandalorian, compresi i viaggi di Din nell’Orlo Esterno, la ricerca di uno Jedi per Grogu, gli episodi di The Book of Boba Fett in cui Grogu torna da Din e persino la restaurazione di Mandalore nella terza stagione, si svolgono all’incirca nello stesso anno. Siamo ancora nel 9 ABY, forse al limite del 10 ABY.

È una quantità enorme di eventi compressi in pochissimo tempo. In quell’unico anno, Grogu passa dall’essere una risorsa braccata a un figlio adottivo. Din passa dall’essere un uomo solitario che seguiva il credo senza mai metterlo in discussione a qualcuno che infrange quelle regole, affronta le conseguenze, cerca redenzione e ne esce trasformato.

Alla fine della terza stagione, intorno al 9-10 ABY, la situazione della galassia è questa: Mandalore è stata riconquistata. Bo-Katan Kryze ha riportato il suo popolo sul pianeta natale, con Din al suo fianco. Moff Gideon, il signore della guerra imperiale che aveva rappresentato la minaccia principale della serie, è morto. La Darksaber, simbolo della leadership mandaloriana, è andata distrutta. E Din Djarin, dopo essere stato redento dall’Armaiola per essersi tolto l’elmo, ha adottato ufficialmente Grogu come suo erede e ha accettato di lavorare per la Nuova Repubblica. Sembra una conclusione. In realtà è un nuovo inizio.

Il più ampio “Mandoverse”: Ahsoka e l’ombra che cresce a est

Prima di arrivare al film Star Wars: The Mandalorian and Grogu, bisogna sapere cos’altro stava accadendo nel 9 ABY. Perché la timeline di Star Wars in quest’epoca non racconta solo la storia di Din e Grogu: è una rete di storie collegate, e il filo più importante che attraversa tutte è un nome sussurrato nell’ombra: Thrawn.

Il Grand’Ammiraglio Thrawn, la mente militare più pericolosa mai prodotta dall’Impero, era scomparso prima della Battaglia di Endor. Era stato trascinato nello spazio profondo dal navigatore sensibile alla Forza Ezra Bridger. Entrambi erano spariti, e per anni l’Alleanza Ribelle, poi la Nuova Repubblica, aveva creduto che la minaccia fosse finita.

La serie Ahsoka, anch’essa ambientata nel 9 ABY, rivela invece che si sbagliavano. Thrawn è tornato. È riemerso da una galassia lontana e aliena chiamata Peridea, a bordo di uno Star Destroyer guidato da un uomo morto, portando con sé qualcosa di più oscuro e inquietante di quanto la Nuova Repubblica fosse pronta ad affrontare. E Ahsoka Tano, l’ex Jedi che gli dava la caccia da anni, rimane intrappolata in quella galassia remota mentre Thrawn fugge nuovamente verso la galassia conosciuta.

Su tutto il periodo post-Jedi incombe una pressione invisibile. La Nuova Repubblica non ha ancora compreso davvero cosa sia tornato. Sta ancora combattendo signori della guerra sparsi e ripulendo gli ultimi resti imperiali. Non sa che dietro tutto questo, coordinando e pianificando nell’ombra, c’è il solo comandante imperiale che non ha mai combattuto con la forza bruta. Thrawn vince con pazienza, strategia e una visione a lungo termine che impiega anni a manifestarsi. È questa la galassia in cui Din Djarin e Grogu entreranno all’inizio del film.

Ahsoka - Stagione 2

The Mandalorian and Grogu: 12-13 ABY circa

The Mandalorian and Grogu è ambientato dopo la terza stagione, portando avanti la timeline probabilmente fino al 12 o 13 ABY, anche se Lucasfilm non ha ancora confermato l’anno esatto. Ciò che sappiamo è che il film si colloca pienamente nell’era successiva a Il ritorno dello Jedi, molto dopo Endor e Jakku ma molto prima della nascita del Primo Ordine e degli eventi della trilogia sequel.

Questo intervallo temporale è molto più importante di quanto sembri. Star Wars: Il risveglio della Forza è ambientato nel 34 ABY. Questo significa che il film di Din e Grogu si svolge circa vent’anni prima che Ben Solo diventi Kylo Ren. Un’intera generazione. I bambini nati nell’anno in cui Din ha incontrato Grogu sarebbero ormai giovani adulti quando il Primo Ordine inizierà la sua ascesa.

Questa scelta è intelligente e deliberata. Jon Favreau ha spiegato di voler realizzare un film che potesse funzionare anche come punto d’ingresso per nuovi spettatori. Ambientarlo così lontano sia dalla fine della trilogia originale sia dall’inizio della sequel trilogy dà alla storia il tempo di respirare. Non è schiacciata dal passato né obbligata a correre verso il futuro. È un momento tutto suo nella storia della galassia.

L’arco narrativo di Din Djarin: da lupo solitario a padre

La storia di The Mandalorian, dal primo episodio fino a questo film, è uno degli archi narrativi più silenziosamente radicali dell’intero franchise. Nel 9 ABY Din Djarin era un uomo definito esclusivamente dalle regole. Il credo era la sua identità. Non mostrava il volto. Non creava legami. Accettava il lavoro, veniva pagato e andava avanti. Grogu ha distrutto tutto questo, episodio dopo episodio.

Alla fine della terza stagione Din è una persona diversa. Non perché abbia rinnegato la propria identità, ma perché l’ha ridefinita. È ancora un mandaloriano. Ma è anche un padre. Ed è diventato, quasi controvoglia, un agente della Nuova Repubblica.

Il film, ambientato anni dopo, porta questa evoluzione al passo successivo. Chi è Din Djarin ora che possiede tutto ciò che una volta sosteneva di non volere? Ha uno scopo. Ha un figlio. Ha trovato un posto a cui appartenere. E adesso la Nuova Repubblica gli chiede di usare tutto ciò che è — cacciatore di taglie, mandaloriano e padre — per il bene di una galassia più fragile di quanto sembri.

The Mandalorian and Grogu Din Djarin

Cosa rappresenta quest’epoca per l’universo di Star Wars

Questo periodo della timeline è probabilmente il più importante di tutta la saga moderna di Star Wars. La trilogia originale si conclude nel 4 ABY. La sequel trilogy salta direttamente al 34 ABY. In quei trent’anni, la galassia cambia completamente: la guerra civile galattica termina, nasce una nuova generazione, la Nuova Repubblica prova a costruire qualcosa di migliore e, lentamente, vengono piantati i semi del Primo Ordine.

The Mandalorian and Grogu vive esattamente in questo vuoto narrativo. Mostra la galassia negli anni intermedi. Non la gloria della vittoria ribelle. Non l’orrore dell’ascesa del Primo Ordine. Ma il mezzo: complicato, fragile, pieno di speranza e di pericoli. È lì che nascono le storie migliori. Negli anni in cui le persone cercano ancora di capire cosa sia giusto fare, mentre il futuro resta incerto.

Il ponte tra due mondi

L’era post-Jedi di Star Wars, quella che parte dal 9 ABY e in cui si colloca questo film, è un ponte. Da una parte c’è tutto ciò per cui ha combattuto la trilogia originale. Dall’altra tutto ciò che la trilogia sequel finirà per rimpiangere. E proprio in mezzo, attraversando quel ponte con l’armatura di Beskar e proteggendo un bambino forse più sensibile alla Forza di chiunque altro nella galassia, c’è Din Djarin. Non sa di essere un ponte tra due epoche. Sa soltanto di avere un lavoro da fare e un bambino da proteggere.

Ed è questo che rende la storia così potente. La timeline non sembra una lezione di storia quando la si guarda attraverso gli occhi di Din e Grogu. Sembra il presente. Sembra la storia di due persone che cercano di fare la cosa giusta in un mondo incerto, improvvisando passo dopo passo. La galassia è già sopravvissuta all’Impero una volta. Ora sta per scoprire se abbia davvero imparato qualcosa da quell’esperienza.

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Jack Ryan: Ghost War, recensione del film con John Krasinski

Jack Ryan: Ghost War, recensione del film con John Krasinski

Nello stesso giorno in cui The Mandalorian and Grogu arriva al cinema, portando i protagonisti della serie The Mandalorian sul grande schermo con un lungometraggio, anche la serie Jack Ryan compie il grande salto, non verso lo schermo cinematografico ma verso il lungometraggio. La sua casa rimane sempre Prime Video, che dopo aver accolto le quattro stagioni della serie tratta dai romanzi di Tom Clancy, da dunque ora il benvenuto a Jack Ryan: Ghost War.

Nuovamente interpretato da John Krasinski, qui anche sceneggiatore insieme a Aaron Rabin (mentre la regia è affidata ad Andrew Bernstein), il film si configura a tutti gli effetti come un sequel di quanto avvenuto nella serie, funzionando però a suo modo anche come film a sé stante, permettendo così anche a nuovi spettatori di potersi avvicinare alle gesta del personaggio. Proprio come avviene per The Mandalorian and Grogu, tuttavia, anche questo film dimostra di avere poco da aggiungere al suo universo narrativo, intrattenendo sì, ma lasciando anche la sensazione di un’opera poco ambiziosa.

La trama di Jack Ryan: Ghost War

Jack Ryan (John Krasinski), allontanatosi dalla vita spericolata condotta come agente della CIA, viene di nuovo ingaggiato dal vicedirettore James Greer (Wendell Pierce) per una nuova missione, sospesa tra Londra e Dubai. Dopo anni, un’unità di operazioni segrete ormai rinnegata – nata post 11 Settembre – punta infatti a generare il caos, con il pretesto di portare ordine e controllo in un contesto globale sempre più indecifrabile. Per stanarla e neutralizzarla, Jack torna dunque a far squadra con l’agente Mike November (Michael Kelly), trovando aiuto anche nell’agente dell’MI6 Emma Marlow (Sienna Miller).

Tom Clancy's Jack Ryan Ghost War
Jack Ryan: Ghost War – Amazon MGM Studios

Un proseguimento poco ambizioso della serie Jack Ryan

È una storia già sentita, da quando c’è stato l’attacco dell’11 Settembre 2001, individuare il nemico è diventato molto meno semplice del previsto. Il mondo sempre più globalizzato è divenuto teatro di una diffidenza e un’incertezza che rendono difficile se non impossibile fidarsi di chi abbiamo accanto. Una difficoltà nel distinguere tra buoni e cattivi che il cinema ha indagato a lungo e approfonditamente, mostrandoci quanto oggi quel confine tra bene e male venga più volte calpestato e oltraggiato. Molto spesso, infatti, chi professa di operare per il bene e la sicurezza mondiale, lo fa compiendo atti di puro terrorismo.

È ciò che avviene anche in Jack Ryan: Ghost War, dove gli antagonisti di turno portano avanti proprio questo credo. Il film si costruisce così intorno all’intento di Ryan e della sua squadra di sventare i loro loschi piani. Ma questa è una descrizione sin troppo semplificata di ciò che la storia del film propone, che risulta infatti fin troppo intricata e macchinosa, con risvolti di trama, rivelazioni e soluzioni che necessitano in più di un caso di un sostegno delle parole per essere effettivamente compresi. Allo stesso tempo, la vicenda proposta da Krasinski e Rabin, sembra non possedere quell’ambizione in più che si richiede ad un film-seguito di un serie televisiva.

Sebbene la pellicola vanti l’estetica di un solido thriller di spionaggio, difetta infatti purtroppo della necessaria profondità. Il film tenta di sollevare questioni complesse, come le dinamiche dell’intelligence post-11 settembre, l’uso della tortura e le strategie governative, ma senza mai offrire spunti inediti o particolarmente brillanti. Al contrario, sceglie di affidarsi fin troppo ai cliché più abusati sulla minaccia terroristica, tradendo la cautela e la cura che solitamente contraddistinguono il franchise di Jack Ryan.

Jack Ryan: Ghost War
Jack Ryan: Ghost War – Amazon MGM Studios

Buona azione ma scrittura superficiale

Ciò non significa che il seguito della popolarissima serie durata quattro stagioni sia totalmente privo di interesse. Krasinski continua a essere carismatico e autorevole nel ruolo di Ryan e diverse sono le sequenze degne di nota. In particolare, è da menzionare l’inseguimento d’auto che si svolge a metà film, costruita con grande attenzione al ritmo e ai particolari, alternando i punti di vista senza mai perdere il focus dell’azione. O ancora l’adrenalinica sparatoria a Dubai, che ci ricorda perché questa saga abbia avuto una vita così lunga. La stessa location di Dubai offre dei richiami piuttosto forti all’attualità,

Tuttavia, l’azione riesce a sostenere il film solo fino a un certo punto, quando la sceneggiatura risulta così incerta. Pur disponendo degli elementi giusti (una regia capace di esaltare l’azione e un cast capace di sorreggere il progetto), Jack Ryan: Ghost War non riesce infattia trasformarsi in una prosecuzione di spessore. Nonostante il ritmo sia fluido e incalzante, la narrazione appare stranamente priva di sostanza proprio dove dovrebbe avere un maggiore impatto emotivo, considerando quando questo film voglia in particolar modo approfondire il lato più umano, fallibile e introspettivo del personaggio protagonista.

Lo stesso voler raccontare la fragilità della sicurezza internazionale risulta riuscito sino ad un certo punto, nonostante sia un tema particolarmente all’ordine del giorno. Per un franchise che ha sempre fatto del dilemma morale e dei segreti celati i suoi punti di forza, questo ritorno sul piccolo schermo dopo tre anni somiglia così meno a un evento di grande portata e più a uno zoppicante film per la televisione, impreziosito soltanto da qualche stunt e inseguimento ben riuscito. Intrattiene, certo, ma senza rendere il giusto onore al personaggio e alla serie che lo ha visto protagonista.

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The Mandalorian and Grogu ha una scena post-credits?

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The Mandalorian and Grogu ha una scena post-credits?

Con l’uscita di The Mandalorian and Grogu (leggi qui la nostra recensione) oggi al cinema, molti fan di Star Wars si aspettavano una sorpresa finale in stile Marvel capace di anticipare i prossimi capitoli della saga. Invece il nuovo film diretto da Jon Favreau non contiene alcuna scena post-credit. Una scelta precisa, confermata dalle prime reazioni e destinata a far discutere, soprattutto considerando quanto il franchise Disney abbia ormai abituato il pubblico a teaser e collegamenti narrativi continui.

La decisione assume un peso particolare perché arriva in un momento delicato per l’universo di Star Wars. Favreau aveva già spiegato in passato di aver scritto una quarta stagione di The Mandalorian pensata per intrecciarsi direttamente con il ritorno del Grande Ammiraglio Thrawn in Ahsoka. Quando Lucasfilm ha deciso di trasformare il progetto in un lungometraggio cinematografico, però, il regista ha scelto di ripartire da zero, costruendo una storia autonoma più vicina allo spirito delle prime due stagioni della serie Disney+. Nessun cliffhanger finale, dunque, e nessun collegamento esplicito ai prossimi film o alla seconda stagione di Ahsoka.

Questa assenza racconta molto della strategia attuale di Lucasfilm. Dopo anni in cui franchise come il MCU hanno trasformato le scene post-credit in strumenti essenziali di fidelizzazione, The Mandalorian and Grogu sembra voler riaffermare un’idea più classica di blockbuster: un’avventura con un inizio e una conclusione autonoma. È anche un modo per testare il reale peso cinematografico di Din Djarin e Grogu senza dipendere da continue anticipazioni sul futuro della saga. Disney, infatti, osserverà attentamente gli incassi del weekend prima di dare il via libera a eventuali sequel o spin-off.

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Din Djarin e Grogu tornano al centro della galassia dopo gli eventi di Ahsoka

Nonostante l’assenza di teaser finali, il film potrebbe comunque avere un ruolo fondamentale nella nuova direzione narrativa di Star Wars. La trama riprende infatti il contesto lasciato in sospeso dalle serie Disney+: l’Impero è caduto, ma i signori della guerra imperiali continuano a operare nell’ombra mentre la Nuova Repubblica fatica a mantenere il controllo della galassia.

In questo scenario Din Djarin, interpretato ancora una volta da Pedro Pascal, torna a essere un cacciatore di taglie al servizio della fragile stabilità galattica, affiancato dal giovane Grogu. È proprio questo ritorno alle origini — missioni isolate, frontiera spaziale e tono western — che sembra rappresentare il cuore del film. Favreau pare voler recuperare l’identità narrativa che aveva reso The Mandalorian un fenomeno globale prima che il franchise iniziasse a espandersi in direzioni sempre più interconnesse.

Resta però inevitabile il legame con quanto costruito in Ahsoka e con il ritorno di Thrawn. Molti fan ipotizzano che il film possa contenere riferimenti più sottili al conflitto imminente, senza arrivare a esplicitarlo attraverso una scena aggiuntiva. Del resto, Dave Filoni continua a supervisionare la costruzione del cosiddetto “Mandoverse”, destinato prima o poi a convergere in un grande evento cinematografico.

A rafforzare l’idea di un futuro ancora aperto ci ha pensato anche Sigourney Weaver, entrata nel cast del film. Parlando con GamesRadar+, l’attrice ha ammesso che il team spera già in nuove avventure: “Nel mondo ideale mi piacerebbe fare un altro The Mandalorian and Grogu, perché lavorare con Jon Favreau è stato divertentissimo. Amo questo universo e mi piace molto il mio personaggio. Segretamente speriamo tutti che questo film possa portarne a un altro, magari spingendoci ancora più lontano nell’Orlo Esterno”.

Al momento Lucasfilm non ha annunciato alcun sequel ufficiale, ma il fatto che il film eviti di chiudere con un teaser aggressivo potrebbe indicare una volontà precisa: lasciare che siano il pubblico e il box office a decidere il destino cinematografico di Din Djarin e Grogu.

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The Boys – Stagione 5: le 11 domande più importanti a cui il finale deve rispondere

Con l’episodio in uscita oggi su Prime Video, la quinta ed ultima stagione di The Boys è giunta al suo gran finale, ma proprio quest’ultima puntata ha moltissime domande a cui rispondere e diverse trame irrisolte da chiudere prima dei titoli di coda. Con l’ultimo episodio che dovrebbe durare poco più di 60 minuti, la narrazione dovrà essere estremamente concentrata per riuscire a coprire tutto. Lo scontro finale tra Homelander e i The Boys sembra inevitabile, ma la serie dovrà anche rivelare il destino di ogni personaggio sopravvissuto e affrontare le conseguenze del controllo del mondo da parte di Homelander.

Oltre a questo, la quinta stagione di The Boys introduce diverse possibilità per fermare il super di Antony Starr. Una di queste finirà probabilmente per prevalere, ma la serie dovrà dare una conclusione soddisfacente a tutte queste sottotrame. È un compito enorme, e resta da vedere se lo show di supereroi targato Prime Video riuscirà davvero a portarlo a termine.

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Kimiko può davvero annullare i poteri degli altri super?

The Boys

Nel settimo episodio della quinta stagione, Frenchie, Kimiko e Sister Sage collaborano per ricreare l’esperimento che aveva conferito a Soldier Boy le sue esplosioni radioattive. Il loro obiettivo è dare a Kimiko lo stesso potere, sperando che possa usarlo contro Homelander, nonostante il composto V1 nel suo sangue. Prima della sua morte, Frenchie dice a Homelander che l’esperimento ha funzionato. Tuttavia, anche se Kimiko sopravvive ai livelli estremi di radiazione, non vediamo realmente quali effetti abbia avuto su di lei. Il finale dovrà quindi mostrarci se sia davvero capace di replicare l’attacco più devastante di Soldier Boy. Se fosse così, potrebbe diventare l’arma decisiva contro Homelander.

Che ruolo avranno i personaggi di Gen V nel finale?

Gen V - Stagione 2 finale

Kimiko sembra destinata a svolgere un ruolo fondamentale nello scontro finale, ma c’è un altro personaggio potenzialmente in grado di fermare Homelander: Marie Moreau di Gen V. La quinta stagione tiene i personaggi dello spin-off quasi completamente fuori scena fino al penultimo episodio, e anche lì Marie e Jordan compaiono solo brevemente. Per questo non è ancora chiaro quanto saranno importanti nel finale. Il controllo del sangue di Marie potrebbe rappresentare un altro modo per privare Homelander del V1, anche se dopo una così lunga assenza potrebbe risultare poco soddisfacente. Inoltre, un commento di Starlight sulle difficoltà nel controllare i propri poteri lascia dubbi sulla reale fattibilità del piano.

Sister Sage ha davvero un piano più grande?

Sister Sage

L’arco narrativo di Sister Sage nella quinta stagione ha diviso parecchio il fandom di The Boys. A inizio stagione dice ad Ashley che il suo piano è semplicemente lasciare che il mondo finisca mentre lei legge tranquilla in un bunker. Una motivazione piuttosto deludente per un personaggio presentato come un genio manipolatore. In seguito, Sage aiuta persino i The Boys nel sesto episodio, salvo poi commettere l’errore di fidarsi di Soldier Boy per impedire che Homelander ottenga il V1. Considerando quanto sia stata costruita come una stratega impeccabile, esiste ancora la possibilità che stia giocando una partita molto più lunga e complessa.

Abisso verrà divorato dagli squali, ucciso da Starlight o punito restando vivo?

the boys Deep

Dopo quasi cinque stagioni complete, i fan aspettano ancora la caduta definitiva di The Deep. Il finale potrebbe finalmente rivelare il destino del personaggio interpretato da Chace Crawford, e ci sono diversi modi soddisfacenti per concludere la sua storia. Il settimo episodio sembra già un addio: perde il suo ruolo, il suo potere e persino il legame con il mare, venendo inoltre smascherato come codardo. Tuttavia, il trailer dell’episodio finale conferma il suo ritorno e lascia intendere un ultimo confronto con Starlight. Sarebbe appropriato se fosse proprio Annie a eliminarlo, anche se molti spettatori non disdegnerebbero una morte ancora più ironica… magari divorato dagli squali.

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Da che parte starà Ryan nello scontro finale?

Nella quinta stagione, Ryan si ritrova sia davanti a Homelander sia davanti a Butcher, ma nessuno dei due rapporti finisce positivamente. Homelander lo picchia brutalmente nel terzo episodio, mentre Butcher, pur curandone le ferite, ignora completamente il suo stato emotivo, pensando solo alla vendetta. Ryan quindi non ha reali motivi per schierarsi con uno dei due. Potrebbe comunque prendere posizione nello scontro finale, ma il trailer lo mostra accanto a Homelander, e questo non promette nulla di buono. In alternativa, potrebbe semplicemente restare fuori dal conflitto.

Homelander verrà sconfitto? E come?

Homelander The Boys 5

La domanda principale del finale riguarda inevitabilmente Homelander. È difficile immaginare che la risposta finale non sia la sua sconfitta, anche se una vittoria del personaggio aprirebbe scenari molto cupi e lascerebbe inevitabilmente spazio a una sesta stagione. La vera domanda è quindi come verrà abbattuto, considerando che ora è più potente che mai. Le esplosioni radioattive di Kimiko, il controllo del sangue di Marie, Ryan e il virus anti-super di Butcher rappresentano tutte possibili armi contro di lui. Probabilmente servirà una combinazione di tutti questi elementi per fermarlo definitivamente.

Butcher scatenerà il virus anti-super?

Karl Urban The Boys 5

Il virus dei super è una delle sottotrame più importanti della quinta stagione e avrà sicuramente un ruolo decisivo nel finale. Il trailer dell’episodio conclusivo suggerisce addirittura che Butcher possa trasformarsi nel vero antagonista finale della serie. Nonostante alcuni momenti più umani mostrati nel quinto episodio, il personaggio sembra ancora deciso a eliminare ogni super dal pianeta. “Dobbiamo mettere fine all’idea stessa dei super”, afferma nel trailer. Tutto lascia intendere che tenterà davvero di diffondere il virus, e il successo del suo piano dipenderà dalle azioni degli altri membri dei The Boys.

Il nome di Starlight verrà finalmente riabilitato?

The Boys 5 episodio 4

L’opposizione di Starlight a Homelander l’ha trasformata nel nemico pubblico numero uno per i suoi sostenitori. La propaganda di Vought la dipinge come una terrorista folle, e gran parte dell’opinione pubblica sembra crederci. Tuttavia, il finale potrebbe finalmente mostrare la verità. Nel settimo episodio Starlight salva alcune persone condannate per eresia, dimostrando pubblicamente chi sia davvero. Se riuscirà a compiere un gesto ancora più grande nel finale, potrebbe finalmente ripulire il proprio nome e smascherare definitivamente Homelander e Vought.

Che ne sarà del governo americano se Homelander cadrà?

The Boys 5 - Ashley

Alla fine della quarta stagione Homelander prende di fatto il controllo del governo degli Stati Uniti, pur lasciando formalmente il potere al presidente Steven Calhoun. Nel penultimo episodio della quinta stagione questa facciata inizia però a crollare. Se Homelander verrà sconfitto, l’intero sistema politico americano dovrà essere ricostruito. È possibile che l’ex candidato Robert A. Singer venga scagionato e torni per sistemare il caos lasciato dal regime di Homelander.

Quanti membri dei The Boys sopravvivranno?

The Boys 5 - Prime Video
Cortesia Prime Video

The Boys non ha mai avuto paura di uccidere i propri personaggi, quindi il finale potrebbe essere particolarmente sanguinoso. Il trailer lascia intuire che più di un protagonista potrebbe morire. Se Butcher scatenerà davvero il virus anti-super, difficilmente tutto il gruppo riuscirà a salvarsi. Alcuni potrebbero cadere nello scontro con Homelander, altri potrebbero morire proprio tentando di fermare Butcher. È probabile che il finale metta in scena profonde divisioni interne al gruppo, avvicinandosi al bagno di sangue visto nei fumetti originali.

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Anche se Homelander cadrà, qualcosa di peggiore prenderà il suo posto?

the boys 5
The Boys 5 – Cortesia Prime Video

Uno dei momenti più inquietanti della quinta stagione è il dialogo tra Stan Edgar e M.M., in cui Edgar sostiene che Vought sopravviverà ai super e che l’avidità corporativa troverà sempre un nuovo modo per manipolare il mondo. Il finale dovrà quindi stabilire se abbia ragione. Anche se Homelander e Butcher dovessero essere sconfitti, è probabile che Vought continui a esistere. Forse Edgar tornerà persino al comando dell’azienda, oppure emergerà una nuova figura simbolo, come Ryan o Marie. In ogni caso, la serie sembra voler suggerire che il vero problema non siano solo i super, ma il sistema stesso che li ha creati.

Rick & Morty avrà un film: Dan Harmon conferma il progetto

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Rick & Morty avrà un film: Dan Harmon conferma il progetto

Il multiverso di Rick & Morty si prepara a espandersi ancora. A pochi giorni dal debutto della stagione 9 su Adult Swim, il co-creatore Dan Harmon ha confermato ufficialmente che un film animato tratto dalla serie è in sviluppo, mettendo fine a mesi di indiscrezioni e rumor circolati online. La notizia conta perché segna il primo vero salto cinematografico del franchise nato nel 2013, ormai diventato uno dei titoli più influenti dell’animazione adulta contemporanea.

A rivelarlo è stato lo stesso Harmon in un’intervista a CinemaBlend, dove ha spiegato che alla regia del film ci sarà Jacob Hair, supervisore creativo della stagione 9 e veterano della serie sin dalla quarta stagione. Harmon non ha lasciato spazio a dubbi sul peso della scelta: “Jacob Hair è il regista. Non abbiamo nemmeno preso in considerazione altri nomi. È diventato una colonna portante dello show”. Anche lo showrunner Scott Marder ha sottolineato quanto Hair abbia influenzato l’evoluzione recente della serie, dichiarando che gran parte dell’identità della stagione 9 deriva proprio dal suo lavoro dietro le quinte.

La conferma del film arriva in un momento delicato per il franchise. Dopo l’uscita di scena di Justin Roiland, la serie aveva bisogno di dimostrare di poter continuare a evolversi senza perdere identità. Il progetto cinematografico sembra essere la risposta definitiva di Adult Swim, con il tentativo di consolidare Rick & Morty come universo narrativo stabile e trasversale, capace di sopravvivere anche fuori dalla serialità televisiva.

Un film che potrebbe ridefinire il futuro del multiverso di Rick e Morty

Per ora i dettagli sulla trama restano segreti, ma la scelta di affidare il film a Jacob Hair suggerisce una continuità molto precisa con le ultime stagioni della serie. Hair ha diretto diversi episodi particolarmente ambiziosi sul piano visivo e narrativo, contribuendo a spingere Rick & Morty verso una dimensione più emotiva e meno episodica rispetto agli inizi.

Questo potrebbe significare che il film non sarà soltanto una lunga avventura standalone nello stile del film de I Simpsons, ma un tassello importante nella mitologia del franchise. Del resto, le ultime stagioni hanno iniziato a costruire una narrativa più orizzontale: il trauma legato a Rick Prime, il rapporto sempre più complesso tra Rick e Morty, la crescita di Summer e Beth, e persino il ruolo del Presidente Curtis interpretato da Keith David stanno progressivamente trasformando la serie in qualcosa di più coeso rispetto al caos anarchico delle origini.

Harmon, parlando del regista scelto, ha paragonato Hair a un artista senza limiti creativi: “È la versione registica di Donald Glover: non abbiamo ancora trovato qualcosa che non sappia fare”. Un’affermazione che lascia intuire quanto Adult Swim consideri questo progetto centrale per il futuro del brand.

Resta però da capire quale sarà la distribuzione del film. Al momento non è chiaro se arriverà al cinema oppure direttamente su HBO Max. L’incertezza è legata anche ai movimenti industriali che coinvolgono Warner Bros. Discovery e Skydance, fattore che potrebbe influenzare il destino produttivo dell’opera nei prossimi mesi.

Nel frattempo, Rick & Morty continua a espandersi in ogni direzione: spin-off anime, cortometraggi, videogiochi e nuove serie derivate fanno ormai parte di un ecosistema narrativo sempre più ampio. Il film rappresenta quindi il passo successivo naturale per una proprietà che, negli ultimi dieci anni, è diventata uno dei simboli più riconoscibili dell’animazione contemporanea.