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The Boys 5: come mai Ryan è assente dalla scena?

The Boys 5: come mai Ryan è assente dalla scena?

The Boys torna su Prime Video in grande stile, dando il via alla quinta e ultima stagione con un inizio scoppiettante, ricco di scene esplosive e una buona dose di passione. L’inizio fulmineo di The Boys 5 reintroduce efficacemente i protagonisti, eroi e cattivi, riunendo il gruppo dopo un lungo anno di separazione e delineando il nuovo regime della Vought sotto la guida di Homelander. In questo periodo, alcuni personaggi sono cambiati più di altri.

Mettendo insieme gli indizi disponibili, si può dedurre che Ryan sia scappato, ma il trailer della quinta stagione di The Boys ha confermato il ritorno di Cameron Crovetti. Questo solleva interrogativi su dove si nasconda Ryan e cosa lo abbia spinto ad andarsene.

Ryan si nasconde da Homelander all’inizio della quinta stagione di The Boys

Nei primi due episodi di The Boys, Ryan viene menzionato solo una volta, durante una conversazione tra Homelander e Sister Sage proprio all’inizio. Con un tono di orrore al solo pensiero, Homelander si lamenta delle voci secondo cui avrebbe ucciso suo figlio, al che Sister Sage risponde con calma che la copertura della Vought, secondo cui Ryan frequenterebbe una scuola al confine con la Norvegia, sta reggendo, non dando loro alcun motivo di preoccupazione.

Questo scambio lascia solo due possibilità: Homelander tiene Ryan rinchiuso da qualche parte, oppure Ryan è scappato di sua spontanea volontà. Delle due, la seconda sembra di gran lunga la più probabile.

The Boys - Stagione 5The Boys ha ripetutamente mostrato che il livello di potere di Ryan è vicino a quello di Homelander, con il potenziale per diventare persino maggiore. Homelander farebbe fatica a trovare una struttura abbastanza sicura che sia in grado di tenere Ryan prigioniero per un intero anno. Anche se una prigione del genere esistesse, Homelander l’avrebbe distrutta per paura che venisse usata contro di lui.

Inoltre, il secondo episodio di The Boys 5 mostra Homelander così disperato di sfuggire alla solitudine da cercare il perdono di Soldier Boy, il padre che non solo ha cercato di ucciderlo nella terza stagione, ma (cosa ancora peggiore secondo Homelander) lo ha anche umiliato. Se Homelander avesse davvero tenuto Ryan rinchiuso da qualche parte nella quinta stagione di The Boys, è inconcepibile che il leader della Vought non abbia fatto visita al figlio e tentato di ricucire i rapporti prima di ricorrere a Soldier Boy.

Ryan, quindi, deve intenzionalmente tenersi a distanza da Homelander, causando al padre grande imbarazzo dopo che nella quarta stagione Homelander aveva presentato con orgoglio Ryan al mondo come un supereroe in erba, salvo poi vederlo scomparire improvvisamente dalle scene.

Perché Ryan potrebbe essere scappato in The Boys 5

Guardando il finale della quarta stagione di The Boys, non è difficile capire perché Ryan potrebbe aver bisogno di spazio. C’è stata la lite con Homelander a causa dell’affetto che Ryan provava ancora per Billy Butcher. Poi Ryan ha scoperto la verità su ciò che era successo tra Homelander e sua madre. E, infine, Ryan ha ucciso involontariamente Mallory in un impeto d’ira. Un bel bagaglio emotivo da elaborare per chiunque, ma soprattutto per uno con il passato traumatico di Ryan: cresciuto in una città fittizia, ha accidentalmente colpito sua madre con un raggio laser e poi è rimasto coinvolto in conflitto con la figura paterna.

Ryan ricomparirà a un certo punto di The Boys 5, e sarà interessante scoprire a quale schieramento morale apparterrà. Ryan diventerà come suo padre? Cercherà vendetta contro Homelander proprio come Butcher? O Ryan troverà una strada migliore che onori la memoria di sua madre?

L’inverno più duro (The Damned): spiegazione del finale e significato del Draugur nel film horror

Nel panorama dell’horror contemporaneo, L’inverno più duro (The Damned) si distingue per un approccio raro: non punta sullo spavento immediato, ma costruisce un’esperienza lenta, opprimente, in cui il vero terrore emerge dalla mente dei personaggi. Ambientato in un avamposto di pescatori nel XIX secolo, il film diretto da Thordur Palsson utilizza il gelo, l’isolamento e la colpa come strumenti narrativi, trasformando una storia di sopravvivenza in un viaggio psicologico.

Fin dalle prime sequenze, la vicenda di Eva e dei pescatori introduce un conflitto morale preciso: salvare gli altri o salvare sé stessi. È una scelta che segna ogni evento successivo e che trova nel finale una sintesi ambigua e potente. Il dubbio centrale resta uno: il Draugur è reale o è solo una proiezione della coscienza? Ed è proprio in questa ambiguità che il film trova la sua forza.

Cosa succede davvero nel finale de L’inverno più duro: tra sopravvivenza, colpa e un possibile intruso umano

Il finale del film rappresenta il punto di rottura definitiva tra realtà e percezione. Dopo una serie di eventi sempre più inquietanti – la scomparsa del cibo, la morte dei pescatori, le visioni condivise – Eva arriva a credere completamente nell’esistenza del Draugur, una creatura della mitologia nordica che torna tra i vivi per vendetta.

Quando la presenza entra nella sua stanza, Eva reagisce come se si trovasse davanti a un’entità soprannaturale. Si nasconde, si arma, e infine spara. Subito dopo, decide di bruciare la casa, convinta che il fuoco sia l’unico modo per distruggere definitivamente la creatura. È un gesto che sembra liberatorio, quasi catartico: per la prima volta, Eva sente di aver ripreso il controllo.

Ma è qui che il film introduce il suo ribaltamento più importante. Attraverso un flashback, scopriamo che ciò che Eva ha affrontato potrebbe non essere stato un mostro, ma un uomo sopravvissuto al naufragio. Un uomo che aveva perso tutto, che aveva rubato il cibo per sopravvivere e che cercava disperatamente un modo per tornare a casa.

Questa rivelazione cambia completamente la prospettiva: le morti, le paranoie e le violenze non sarebbero causate da una creatura soprannaturale, ma da una catena di errori, paura e senso di colpa. Il Draugur, in questa lettura, non è mai esistito davvero. È stato costruito dalla mente dei personaggi.

Il Draugur come metafora della colpa: cosa significa davvero il mostro nel film

the damned

Il Draugur non è semplicemente un elemento folkloristico inserito per creare tensione: è il cuore simbolico del film. Rappresenta la colpa collettiva dei pescatori, incapaci di aiutare chi stava morendo davanti ai loro occhi. È la materializzazione di una scelta morale sbagliata.

Dopo il naufragio, ogni personaggio porta dentro di sé il peso di quella decisione. Non hanno salvato gli altri per sopravvivere, ma questa sopravvivenza diventa insostenibile. La mente cerca una giustificazione, un nemico esterno, qualcosa su cui proiettare il senso di colpa. E così nasce il Draugur.

Le visioni, le allucinazioni e la paranoia non sono casuali: sono sintomi di un trauma condiviso. Il freddo, la fame e l’isolamento amplificano tutto, ma il vero motore è psicologico. Il film suggerisce che quando la colpa non viene affrontata, si trasforma in qualcosa di incontrollabile, capace di distruggere dall’interno.

Anche la progressiva follia dei pescatori segue questa logica. Prima Helga introduce la superstizione, poi gli altri iniziano a crederci, fino a perdere completamente il contatto con la realtà. Il Draugur diventa così una verità condivisa, anche se forse non è mai esistito.

L’inverno più duro e l’horror psicologico europeo: il contesto autoriale e il senso dell’ambiguità

Il film di Thordur Palsson si inserisce chiaramente nella tradizione dell’horror psicologico europeo, dove il terrore nasce dall’ambiguità e non dalla certezza. Piuttosto che offrire risposte definitive, il regista costruisce un racconto aperto, in cui ogni interpretazione resta valida.

L’uso del paesaggio è fondamentale: il gelo, il mare e la nebbia non sono semplici elementi scenografici, ma riflettono lo stato mentale dei personaggi. L’ambiente diventa ostile, ma anche indistinto, proprio come la realtà percepita dai protagonisti. Non esiste più una linea chiara tra ciò che è reale e ciò che non lo è.

Questa scelta avvicina il film a opere che lavorano sulla stessa tensione tra reale e immaginato, dove il soprannaturale è sempre in bilico. L’ambiguità finale non è un limite, ma una dichiarazione di intenti: il film non vuole dirti cosa è successo, ma farti vivere l’esperienza del dubbio.

In questo senso, L’inverno più duro non è un horror tradizionale, ma un racconto sulla responsabilità morale e sulle conseguenze delle proprie scelte. Il mostro, alla fine, potrebbe essere solo un modo per non guardarsi allo specchio.

Il Draugur era reale oppure no? Le due interpretazioni del finale spiegate

Il film lascia volutamente aperte due interpretazioni principali, entrambe coerenti con gli eventi mostrati.

La prima è quella razionale: il Draugur non esiste. Tutto è il risultato di allucinazioni causate da freddo, fame, isolamento e senso di colpa. L’uomo sopravvissuto al naufragio è reale, e la sua presenza viene fraintesa. In questo caso, il vero orrore è umano, non soprannaturale.

La seconda è quella soprannaturale: il Draugur esiste davvero. L’uomo visto nel finale potrebbe essere solo una manifestazione della creatura, una forma che assume per ingannare i vivi. In questa lettura, il film diventa una storia di punizione, in cui i pescatori vengono perseguitati per la loro scelta.

La forza del finale sta proprio qui: non scegliere. Entrambe le versioni funzionano, ma portano a conclusioni diverse. Se il Draugur non è reale, il film parla di colpa. Se lo è, parla di giustizia.

E forse, la risposta più onesta è che non importa quale sia la verità. Per Eva e per gli altri, il Draugur è stato reale abbastanza da distruggerli.

The Testaments conferma ufficialmente il destino di June alla fine di The Handmaid’s Tale

Le prime puntate di The Testaments confermano ciò che molti spettatori speravano: June Osborne è ancora viva, ed è tutt’altro che fuori dai giochi. Anche se non è più la protagonista assoluta, la sua presenza nei primi episodi della serie Hulu ridefinisce il peso narrativo del personaggio e rafforza il legame diretto con The Handmaid’s Tale.

Attraverso flashback e rivelazioni graduali, The Testaments costruisce una continuità tematica e narrativa che dimostra come la storia di June non sia mai davvero finita, ma si sia semplicemente trasformata.

Un ritorno costruito fin dal finale originale

Il finale di The Handmaid’s Tale aveva lasciato aperte diverse linee narrative cruciali. La liberazione di Boston rappresentava una vittoria simbolica enorme, ma non definitiva. Il nodo centrale – la sorte di Hannah – rimaneva irrisolto, mantenendo viva la motivazione principale di June.

Questo elemento si rivela fondamentale per comprendere il suo ritorno. La serie sequel, tratta dal romanzo di Margaret Atwood, riprende proprio da qui: Hannah, ora conosciuta come Agnes, diventa uno dei fulcri della nuova narrazione. Di conseguenza, l’assenza totale di June sarebbe risultata incoerente. La scelta di inserirla attraverso flashback non è casuale: permette di mantenere il focus sulle nuove protagoniste senza interrompere la continuità emotiva e politica della storia.

June e Daisy: il passaggio di testimone

Uno degli aspetti più interessanti dei primi episodi è il rapporto tra June e Daisy. Nel primo episodio, la vediamo osservare la giovane in un contesto apparentemente quotidiano in Canada. È un momento breve ma significativo, che suggerisce una pianificazione a lungo termine.

Il terzo episodio approfondisce questo legame, rivelando che June recluta direttamente Daisy per la resistenza Mayday. Questo passaggio è cruciale: Daisy non è solo una nuova protagonista, ma diventa l’estensione operativa della lotta di June.

Narrativamente, si tratta di un vero e proprio “passaggio di testimone”. June smette di essere il centro dell’azione per diventare mentore, stratega e figura simbolica della resistenza.

LEGGI ANCHE – The Testaments: guida al cast e ai personaggi della serie

Il ruolo di Mayday e la lotta che continua

La rivelazione che June è ancora attivamente coinvolta in Mayday cambia radicalmente la percezione del mondo della serie. Non siamo di fronte a un conflitto concluso, ma a una guerra che continua su più livelli.

Questo elemento amplia la portata narrativa di The Testaments. Mentre la storia principale segue Agnes e Daisy all’interno di Gilead, esiste un fronte esterno – guidato anche da June – che continua a lavorare per smantellare il regime.

La sua presenza suggerisce che gli eventi della serie madre non sono stati un punto di arrivo, ma solo una fase di un conflitto più lungo e complesso.

Il peso di Hannah/Agnes nella nuova narrazione

Il legame tra June e Hannah (Agnes) resta il cuore emotivo della storia. Anche se le due non condividono ancora la scena direttamente, ogni azione di June continua a essere guidata dal desiderio di salvarla.

Questo crea una tensione narrativa molto forte: lo spettatore sa che le due linee—quella di June e quella di Agnes—sono destinate a convergere. Daisy, inserita strategicamente nella scuola di Gilead, diventa il ponte tra questi due mondi.

Zia Lydia e l’ambiguità del potere

Un altro elemento chiave ereditato da The Handmaid’s Tale è l’arco di Zia Lydia. Il suo ruolo nella nuova serie è centrale, soprattutto come figura educativa all’interno dell’accademia frequentata da Agnes e Daisy.

La sua convinzione di poter riformare Gilead dall’interno introduce un livello di ambiguità morale che arricchisce ulteriormente la narrazione. È davvero possibile cambiare un sistema così radicale dall’interno, o si tratta di un’illusione? La presenza di June, che combatte dall’esterno, crea un contrasto diretto con la posizione di Lydia, rafforzando il tema dello scontro tra strategie diverse di resistenza.

The Handmaid's Tale - JuneUn equilibrio tra continuità e rinnovamento

Uno dei punti di forza di The Testaments è la capacità di bilanciare continuità e rinnovamento. Le nuove protagoniste, Agnes e Daisy, portano prospettive fresche, mentre personaggi come June garantiscono coerenza con l’universo narrativo esistente.

Il risultato è una serie che non vive all’ombra del suo predecessore, ma ne espande il mondo in modo organico. La presenza di June non è fan service, ma una componente strutturale della storia.

Cosa significa davvero il destino di June

Il fatto che June sia viva e attiva ha implicazioni profonde. Significa che la resistenza è ancora organizzata, che Gilead non è invincibile e che esiste ancora speranza. Allo stesso tempo, il suo ruolo più defilato indica un cambiamento: la rivoluzione non dipende più da un singolo individuo, ma da una rete di persone e azioni coordinate. In questo senso, June diventa simbolo più che protagonista. La sua lotta continua attraverso gli altri, in particolare Daisy, suggerendo una visione collettiva della resistenza.

The Testaments utilizza il ritorno di June in modo intelligente e mirato, trasformandola da eroina centrale a figura cardine di un disegno più ampio. La sua connessione con Daisy, il suo ruolo in Mayday e il legame irrisolto con Hannah garantiscono che la sua presenza resti fondamentale. Più che chiudere una storia, la serie dimostra che quella di June è solo entrata in una nuova fase—meno visibile, ma forse ancora più decisiva per il destino di Gilead.

The Testaments: guida al cast e ai personaggi della serie

The Testaments: guida al cast e ai personaggi della serie

Proprio quando pensavate di esservi liberati di Gilead, ecco che arriva il sequel di The Handmaid’s Tale, con nuove donne che lottano con le unghie e con i denti contro i bastardi che le opprimono. La distopia creata da Margaret Atwood e ispirata al mondo reale in tanti modi, si è ampliata con un nuovo cast, nuovi personaggi e persino nuovi termini da imparare. Scoprite chi sono i protagonisti di The Testaments, la serie di Hulu.

The Testaments è ambientata in una scuola per mogli a Gilead, qualche anno dopo il finale di The Handmaid’s Tale. Sebbene queste ragazze non siano immuni da tutti gli orrori della loro società fondamentalista, si trovano in una posizione privilegiata e privilegiata. Ovviamente, sono state anche sottoposte al lavaggio del cervello attraverso un’istruzione molto selettiva. Non vedono ancora tutte le crepe… per ora.

Chase Infiniti interpreta Agnes

Agnes è ciò che a Gilead viene definita una “prugna”. È una studentessa adolescente della scuola preparatoria per mogli di zia Lydia, adottata dal Comandante Mackenzie da bambina. Senza rivelare spoiler, se avete letto il libro di Atwood, o anche solo visto le ultime stagioni di The Handmaid’s Tale, potreste avere un’idea di come Agnes sia entrata a far parte della famiglia Mackenzie.

Chase Infiniti è diventata una star da un giorno all’altro dopo aver recitato in Una Battaglia dopo l’Altra. Ha ricevuto nomination agli Actor Award, ai Golden Globe e ai BAFTA per il suo ruolo di figlia dei rivoluzionari Leonardo DiCaprio e Teyana Taylor. Ha anche recitato nella serie thriller di Apple TV Presumed Innocent ed è stata recentemente scelta per il film di formazione The Julia Set al fianco di Christopher Briney.

The TestamentsLucy Halliday interpreta Daisy

Daisy è una nuova recluta di Gilead e quella che viene chiamata una “Ragazza Perla” nella scuola di Agnes. È cresciuta a Toronto e ha avuto una vita molto diversa rispetto ai suoi coetanei.

The Testaments è uno dei primi ruoli importanti di Halliday. Prima della serie, ha recitato nel dramma storico a tema LGBTQ+ di Georgia Oakley, Blue Jean, e in un cortometraggio.

Ann Dowd nel ruolo di Zia Lydia

Zia Lydia era una delle antagoniste secondarie di The Handmaid’s Tale. Era responsabile dell’educazione e della preparazione di donne devianti in età fertile, destinate a essere violentate ritualmente come ancelle. Ora, ricopre un nuovo ruolo, quello di educare e preparare giovani mogli.

Ann Dowd ha vinto un Emmy nel 2017 per la sua interpretazione di Zia Lydia in The Handmaid’s Tale. È anche nota per The Leftovers, Compliance, Mass, Hereditary, Captain Fantastic, Marley & Me e Garden State.

Mattea Conforti nel ruolo di Becka

Becka è una ragazza popolare e amica di Agnes a scuola. A differenza della maggior parte delle sue compagne di classe, non vuole sposarsi e sogna di fuggire dalle restrizioni di Gilead.

Conforti ha interpretato il ruolo principale in Matilda the Musical a Broadway quando aveva otto anni. Ha anche recitato in Sunday in the Park with George con Jake Gyllenhaal e Annaleigh Ashford e ha interpretato per prima il ruolo della giovane Anna in Frozen a Broadway. (Ha poi ripreso il suo ruolo teatrale e doppiato la giovane Anna in Frozen 2). Tra le sue apparizioni televisive si annoverano NOS4A2 e Power.

Rowan Blanchard interpreta Shunammite

Shunammite è una ragazza popolare come Agnes. Proviene da una buona famiglia, desidera ardentemente trovare marito ed è, in pratica, la versione di Gilead dell’ape regina.

Blanchard ha recitato in Girl Meets World nel ruolo della figlia delle icone degli anni ’90 Cory e Topanga. Ha avuto anche un ruolo ricorrente in The Goldbergs e un ruolo da protagonista in Snowpiercer. Tra i suoi film ricordiamo Crush, A Wrinkle in Time e il film Disney Channel Invisible Sister.

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Isolde Ardies interpreta Huldah

Huldah, come Shunammite, è una ragazza ambiziosa e totalmente immersa nelle tradizioni di Gilead. Prima di The Testaments, Ardies ha interpretato Stacey in Wayward e Viole nella serie per ragazzi Ruby and the Well.

Amy Seimetz interpreta Paula Judd

Paula è la matrigna di Agnes e la nuova moglie del Comandante Mackenzie. La donna che ha cresciuto Agnes a Gilead, Tabitha, è morta prima dell’inizio della serie.

Seimetz è attrice, sceneggiatrice e regista. Tra i suoi film indipendenti si annoverano Sun Don’t Shine e She Dies Tomorrow. Ha interpretato la zia di Undici in Stranger Things e Danette in The Killing. Ha anche scritto, diretto e recitato in diversi episodi di The Girlfriend Experience. Infine, se vi piacciono i film horror, potreste riconoscerla da Alien: Covenant o dalla versione del 2019 di Pet Sematary.

The Testaments Cortesia Disney+

Brad Alexander interpreta Garth

Garth è un giovane tutore nella casa dei Judd, dove vive Agnes. Prima di The Testaments, Alexander ha avuto un ruolo piuttosto importante nella quarta stagione di You, interpretando Edward, uno studente di Joe.

Mabel Li interpreta zia Vidala

Zia Vidala è un’insegnante della scuola che sembra essere la perfetta e severa erede della temibile zia Lydia. Li è un’attrice australiana di televisione e teatro, nota per le sue precedenti apparizioni in Safe Home e New Gold Mountain.

Eva Foote interpreta zia Estee.

Zia Estee è un’altra insegnante apparentemente devota della scuola di Lydia. Tra i precedenti lavori di Foote figurano Murdoch Mysteries e The Miniature Wife.

Ray Gunn: Scarlett Johansson torna alla fantascienza su Netflix e ritrova una star Marvel nelle prime immagini

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Scarlett Johansson torna alla fantascienza con Ray Gunn, nuovo film animato di Netflix diretto dal premio Oscar Brad Bird. Le prime immagini ufficiali hanno svelato anche una reunion interessante: l’attrice condividerà il progetto con Sam Rockwell, già al suo fianco nel MCU. Una notizia rilevante perché segna un nuovo tassello nell’evoluzione dell’animazione adulta e ambiziosa targata Netflix.

Il film è ambientato nella futuristica Metropia e mescola noir anni ’40 e fantascienza, seguendo un caso che coinvolge alieni e omicidi. Johansson darà voce a Venus Nova, mentre Rockwell interpreterà il detective Ray Gunn. I due si erano già incontrati in Iron Man 2 e in Jojo Rabbit, e la loro reunion aggiunge peso a un progetto che punta a distinguersi anche per stile visivo e ambizione narrativa. Bird ha definito il film come un’idea sviluppata per oltre 30 anni, con l’obiettivo di spingere i limiti dell’animazione oltre le aspettative del pubblico.

Ma il vero punto è proprio questo: Ray Gunn non è solo un nuovo titolo sci-fi, ma un tentativo esplicito di ridefinire cosa può essere l’animazione mainstream. Netflix, dopo successi come Pinocchio di Guillermo del Toro, sta investendo sempre più in progetti autoriali, e questo film si inserisce perfettamente in quella strategia.

Ray Gunn unisce noir e sci-fi: il progetto di Brad Bird può cambiare l’animazione su Netflix

Il concept di Ray Gunn è forse l’elemento più interessante: una città futuristica vista con l’estetica del 1939, dove convivono detective hard-boiled e tecnologie aliene. Questa fusione tra generi richiama un immaginario classico, ma lo rielabora in chiave contemporanea, confermando la volontà di Brad Bird di uscire dagli schemi dell’animazione tradizionale.

In questo contesto, la presenza di Scarlett Johansson e Sam Rockwell non è solo un elemento di richiamo, ma parte di un disegno più ampio: portare nell’animazione un livello di interpretazione e carisma tipico del live action. È una strategia che punta a intercettare anche quel pubblico adulto che spesso resta distante dal medium.

Se funzionerà, Ray Gunn potrebbe rappresentare un nuovo standard per i film animati originali in streaming, spingendo ulteriormente Netflix verso un modello produttivo più autoriale e meno legato alle formule classiche. In caso contrario, resterà comunque un esperimento interessante, ma isolato.

Star Trek si ferma davvero: Paramount+ chiude tutte le serie e smantella i set storici

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Per la prima volta in quasi un decennio, il franchise di Star Trek non ha più alcuna serie attiva in produzione. Dopo le cancellazioni e le decisioni produttive degli ultimi mesi, anche gli ultimi due titoli rimasti – Star Trek: Strange New Worlds e Star Trek: Starfleet Academy – sono ufficialmente arrivati alla fine del loro percorso. Un segnale forte, che segna la chiusura di un’era per il franchise su Paramount+.

Secondo quanto riportato da TrekCentral, i set delle due serie sono attualmente in fase di smantellamento: da un lato quelli monumentali di Starfleet Academy, dall’altro gli iconici ambienti della USS Enterprise in Strange New Worlds. Una decisione che va oltre la semplice conclusione delle riprese: distruggere i set significa, di fatto, chiudere ogni possibilità immediata di continuazione o revival produttivo. Anche le speranze legate a possibili spin-off, come un progetto su Kirk, sembrano ormai definitivamente accantonate.

Ma attenzione: questo non significa che Star Trek sparirà subito dagli schermi. Le stagioni già girate verranno comunque distribuite tra il 2026 e il 2027, garantendo ancora nuovi episodi nel breve periodo. Tuttavia, l’assenza totale di nuove produzioni confermate rappresenta un punto di rottura storico per un franchise che, negli ultimi anni, aveva costruito una presenza televisiva continua e stratificata.

La fine di Star Trek su Paramount+ è davvero definitiva o solo una pausa strategica?

Star Trek set

La chiusura contemporanea di tutte le serie non è solo una scelta produttiva, ma riflette un cambiamento più ampio nel modo in cui le piattaforme gestiscono i franchise. Negli ultimi anni, Star Trek era diventato un ecosistema seriale complesso, con più show attivi contemporaneamente, ciascuno rivolto a un pubblico specifico. Oggi, quella strategia sembra essersi esaurita.

Il fatto che i set vengano demoliti – inclusi luoghi simbolici come il ponte della USS Enterprise o l’atrio della Starfleet Academy – suggerisce una volontà di azzeramento, più che una semplice pausa. È una decisione che ha anche un valore simbolico: chiudere fisicamente gli spazi significa chiudere un ciclo creativo.

Allo stesso tempo, però, è difficile immaginare che un brand come Star Trek resti fermo a lungo. Più che una fine definitiva, questa potrebbe essere una fase di transizione, in cui Paramount riorganizza la propria strategia prima di rilanciare il franchise in una nuova forma, forse più selettiva e meno dispersiva.

Per i fan, resta un dato concreto: dopo anni di espansione continua, Star Trek entra in una pausa senza precedenti. E anche se nuove storie arriveranno ancora nei prossimi due anni, l’idea di un universo sempre attivo – almeno per ora – è ufficialmente finita.

Mercoledì 3: la famiglia Addams si espande, Gomez anticipa una reunion piena di nuovi personaggi

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La terza stagione di Mercoledì allargherà ancora di più l’universo della famiglia Addams. A confermarlo è Luis Guzmán, interprete di Gomez, che ha anticipato una vera e propria “family reunion” nei nuovi episodi. Una svolta che conta perché segna un’espansione narrativa importante per una delle serie più viste di sempre su Netflix.

Durante un’intervista a ScreenRant, Guzmán ha parlato di nuovi membri della famiglia e di guest star di alto profilo, sottolineando come il fascino degli Addams continui a funzionare attraverso le generazioni. Tra le novità già confermate spiccano Eva Green nei panni di Ophelia Frump, sorella di Morticia, oltre a nuovi ingressi ancora avvolti nel mistero come Lena Headey, James Lance e Andrew McCarthy. La produzione della stagione è attualmente in corso, con un’uscita prevista non prima del 2027.

Ma dietro l’annuncio c’è qualcosa di più di un semplice ampliamento del cast. Mercoledì sta chiaramente puntando a costruire un universo sempre più corale, spostando il focus da una protagonista iconica a una mitologia familiare più ampia. È un cambio di scala che può rafforzare la serie… oppure rischiare di diluirne l’identità.

La reunion della famiglia Addams cambia il cuore della serie: meno Mercoledì, più universo condiviso

Cortesia di Netflix

Nelle prime stagioni, Mercoledì Addams era il centro assoluto del racconto, con la narrazione costruita attorno al suo sguardo distaccato e al mistero di Nevermore. L’introduzione progressiva dei membri della famiglia, però, ha già iniziato a spostare l’equilibrio, soprattutto con il lato Frump esplorato nella seconda stagione.

Con l’arrivo di nuovi parenti e possibili legami ancora inesplorati – inclusi quelli legati a Gomez – la terza stagione potrebbe trasformarsi in una vera e propria saga familiare. Questo apre a nuove dinamiche narrative, ma anche a un rischio: perdere quella centralità del personaggio che aveva reso la serie un fenomeno globale.

Allo stesso tempo, questa direzione è perfettamente coerente con la storia del franchise Addams, nato come fumetto e reinventato più volte tra cinema e televisione. Espandere la famiglia significa anche tornare alle origini, ma con un approccio seriale moderno, più vicino ai modelli degli universi condivisi contemporanei.

Se gestita con equilibrio, questa “reunion” potrebbe essere il passo decisivo per far evolvere Mercoledì oltre il successo iniziale. In caso contrario, il rischio è quello di trasformare un racconto personale in un ensemble dispersivo.

Tracker 3: Jensen Ackles torna nel finale, reunion decisiva per i fratelli Shaw

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Il finale della terza stagione di Tracker riporterà in scena uno dei personaggi più amati dai fan: Jensen Ackles tornerà nei panni di Russell Shaw per l’episodio conclusivo. La puntata, intitolata “The Best Ones”, vedrà il suo personaggio affiancare ancora una volta il fratello Colter, interpretato da Justin Hartley, in un caso legato a un pericoloso progetto di ricerca. Un ritorno che conta perché riporta al centro della narrazione il legame familiare, uno degli elementi più forti della serie.

Secondo quanto annunciato ufficialmente da CBS, Russell Shaw sarà determinante nella missione finale, dopo essere già apparso nei primi episodi della stagione. Il personaggio aveva avuto un ruolo chiave fin dalla sua introduzione, contribuendo a chiarire il mistero legato alla morte del padre e chiudendo una frattura importante con Colter. Ora, la sua presenza nel finale suggerisce un nuovo capitolo per i due fratelli, proprio mentre la serie continua a espandere la propria mitologia.

Ma la scelta di riportare Russell nel momento più importante della stagione non è casuale. Tracker sta chiaramente investendo sempre di più sulle dinamiche tra personaggi ricorrenti, superando la struttura episodica del “caso della settimana” per costruire archi narrativi più ampi e coinvolgenti. È un segnale di maturità per una serie che, partita come procedurale, sta evolvendo verso un racconto più seriale e stratificato.

Il ritorno di Russell Shaw prepara il futuro della serie dopo il rinnovo per la stagione 4

Tracker - Stagione 2

La reunion tra Colter e Russell arriva in un momento chiave: Tracker è già stata rinnovata per una quarta stagione, e questo finale potrebbe servire da ponte narrativo verso ciò che verrà. Il rapporto tra i due fratelli, inizialmente segnato da sospetti e conflitti, si è progressivamente trasformato in una collaborazione sempre più solida, aprendo la porta a una possibile presenza più stabile di Russell nella serie.

Il contesto narrativo rafforza questa direzione. Dopo aver smantellato “The Process”, il sistema criminale al centro della stagione, i due potrebbero trovarsi ad affrontare minacce ancora più ampie e organizzate. In questo scenario, la figura di Russell non sarebbe più solo un supporto occasionale, ma un elemento chiave nella costruzione di una nuova fase della serie.

Non è un dettaglio secondario che Jensen Ackles sia oggi uno dei volti più riconoscibili della serialità contemporanea, anche grazie al suo ruolo in The Boys. Il suo ritorno rafforza l’appeal di Tracker e suggerisce una strategia precisa: consolidare il successo della serie puntando su dinamiche emotive forti e su personaggi che il pubblico ha già imparato ad amare.

Se il finale manterrà queste promesse, Tracker potrebbe confermarsi non solo come uno dei titoli più visti della TV generalista, ma anche come una delle serie più abili nel reinventare il procedural in chiave moderna.

Metal Gear Solid: il film riparte davvero con due nuovi registi scelti da Sony

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Dopo oltre dieci anni di sviluppo travagliato, il film di Metal Gear Solid torna ufficialmente in carreggiata. Secondo quanto riportato da The Hollywood Reporter, Sony Pictures ha affidato la regia a Zach Lipovsky e Adam B. Stein, segnando un nuovo inizio per uno dei progetti più attesi e problematici degli ultimi anni. La notizia conta perché riaccende concretamente le speranze di vedere finalmente sul grande schermo l’universo creato da Hideo Kojima.

Il film, annunciato da tempo e rimasto bloccato tra cambi di sceneggiatura e silenzi produttivi, era inizialmente legato al regista Jordan Vogt-Roberts, con Oscar Isaac scelto per interpretare Solid Snake. Con l’arrivo dei nuovi registi – già noti per Final Destination Bloodlines – il progetto entra ora in una fase di rilancio, anche se restano aperti nodi cruciali: dalla sceneggiatura ancora incerta fino al coinvolgimento effettivo del cast originale. Parallelamente, il franchise vive un momento positivo grazie al successo del remake Metal Gear Solid Delta: Snake Eater, che ha rafforzato l’interesse globale verso il brand.

La vera questione, però, è capire se questa sarà la volta buona. Il film di Metal Gear Solid è diventato negli anni un simbolo dei progetti “impossibili” di Hollywood, annunciati e mai realizzati. L’ingresso di Lipovsky e Stein indica una volontà produttiva concreta, ma il rischio resta quello di un adattamento che fatichi a trovare una propria identità tra fedeltà al materiale originale e necessità cinematografiche.

Che tipo di film sarà Metal Gear Solid: adattamento fedele o storia originale nell’universo di Kojima?

Oscar Isaac
Oscar Isaac sul red carpet di Venezia 82 – Foto di Luigi De Pompeis © Cinefilos.it

Uno degli interrogativi principali riguarda proprio la direzione narrativa. Non è ancora chiaro se il film adatterà uno dei capitoli della saga – come Snake Eater o l’originale Metal Gear Solid – oppure se sceglierà una storia inedita ambientata nello stesso universo. Una decisione tutt’altro che secondaria, perché il successo del progetto dipenderà dalla capacità di tradurre il linguaggio cinematografico già intrinseco nei giochi di Kojima senza snaturarlo.

Il personaggio di Solid Snake, centrale nella saga, rappresenta un altro punto chiave. Se Oscar Isaac dovesse essere confermato, il film potrebbe mantenere una continuità con le prime fasi di sviluppo; in caso contrario, si aprirebbe un nuovo capitolo anche sul piano del casting, con inevitabili ripercussioni sull’identità del progetto.

In questo contesto, il tempismo non è casuale. Il rilancio del film arriva mentre il franchise è tornato forte sul mercato videoludico, segno che Konami e Sony stanno cercando di capitalizzare su un rinnovato interesse globale. Se ben gestito, il film potrebbe trasformarsi in un ponte tra vecchi fan e nuovo pubblico; se invece fallisse nel tono o nella scrittura, rischierebbe di diventare l’ennesimo adattamento incapace di cogliere la complessità dell’opera originale.

Daredevil: Rinascita 2 riscrive Bullseye nel MCU: da villain a “alleato”? La svolta ha radici nei fumetti

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La seconda stagione di Daredevil: Rinascita introduce una svolta sorprendente per uno dei suoi antagonisti più iconici: Bullseye. Nell’episodio 4, il personaggio interpretato da Wilson Bethel non è più soltanto un killer spietato, ma si percepisce – in modo distorto – come parte dei “buoni”. Una trasformazione che cambia immediatamente gli equilibri della serie e apre nuove direzioni narrative per il MCU televisivo.

Questa evoluzione emerge chiaramente in una sequenza brutale ambientata in un diner, dove Bullseye elimina una squadra della task force anti-vigilanti legata a Kingpin, per poi rassicurare un civile dichiarando di essere “dalla parte giusta”. Un’affermazione che non cancella la sua natura violenta, ma che introduce una nuova ambiguità morale: Dex non smette di essere pericoloso, ma inizia a vedere le sue azioni come una forma di giustizia. Un cambio che riflette un’evoluzione più ampia del personaggio rispetto alle sue precedenti apparizioni.

Il punto interessante, però, non è solo narrativo ma strategico. Il MCU sta chiaramente spostando Bullseye da villain puro a figura liminale, difficile da incasellare. Questo tipo di scrittura non solo arricchisce il personaggio, ma permette di costruire dinamiche più complesse con Daredevil, spingendo la serie verso un territorio più adulto e meno schematico rispetto al classico scontro eroe-antagonista.

Il nuovo Bullseye del MCU richiama Thunderbolts e Dark Avengers dei fumetti Marvel

Daredevil: Rinascita episodio 4

Questa riscrittura non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici nei fumetti Marvel, dove Bullseye ha già attraversato una fase simile. Durante eventi come Civil War e Secret Invasion, il personaggio è stato integrato in squadre come i Thunderbolts e i Dark Avengers, arrivando persino a operare sotto copertura come una versione distorta di Occhio di Falco.

È proprio questo precedente che sembra guidare la direzione della serie: un Bullseye che agisce “per il bene”, ma secondo una logica personale e profondamente disturbata. Nel contesto di Rinascita, questo si traduce in un tentativo di aiutare la resistenza di Daredevil contro il sistema di Fisk, anche se con metodi che lo stesso Matt Murdock non potrebbe mai accettare.

Il risultato è una tensione narrativa molto più interessante. Non si tratta più solo di fermare un nemico, ma di capire se – e fino a che punto – un mostro possa essere utile. È una dinamica che potrebbe aprire la strada a futuri sviluppi nel MCU, inclusa una possibile integrazione del personaggio in team come i Thunderbolts, già al centro delle strategie Marvel.

Se questa direzione verrà confermata nei prossimi episodi, Daredevil: Rinascita potrebbe diventare uno dei progetti più maturi e complessi del MCU, capace di rielaborare i suoi villain non come semplici ostacoli, ma come specchi deformati degli eroi.

Colony: il regista di Train to Busan torna agli zombie, prime immagini del nuovo thriller presentato a Cannes

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Il regista Yeon Sang-ho torna nel genere che lo ha reso celebre con Colony, nuovo thriller horror ambientato durante una conferenza di biotecnologia che degenera in un incubo virale. Il film sarà presentato in anteprima nella sezione Midnight Screening del Festival di Cannes, spazio tradizionalmente dedicato al cinema di genere più audace. La notizia è rilevante perché segna il ritorno dell’autore coreano a un immaginario che ha ridefinito il racconto zombie contemporaneo.

Secondo le prime informazioni diffuse insieme alle immagini ufficiali, Colony costruisce la sua tensione in un ambiente chiuso: una struttura sigillata dove un virus letale si diffonde rapidamente, trasformando i partecipanti e costringendo i sopravvissuti a confrontarsi con una minaccia sempre più incontrollabile. Il cast include Gianna Jun, Koo Kyo-hwan, Ji Chang-wook e Shin Hyun-been, confermando un progetto che punta sia sulla tensione narrativa sia su volti forti del cinema coreano contemporaneo. La fonte è ScreenRant, che ha riportato i dettagli sulla premiere e sulle prime immagini diffuse dal festival.

Quello che emerge, però, non è solo un ritorno al genere, ma un cambio di prospettiva. Se Train to Busan era un racconto dinamico e collettivo, costruito sul movimento e sulla fuga, Colony sembra voler lavorare sull’opposto: la stasi, la chiusura, l’impossibilità di uscire. Questo spostamento suggerisce un’evoluzione nel linguaggio di Yeon Sang-ho, sempre più interessato a esplorare la dimensione psicologica dell’orrore oltre a quella spettacolare.

Perché Colony può ridefinire ancora una volta l’horror “virale” dopo Train to Busan

Il confronto con Train to Busan è inevitabile, ma anche fuorviante se ci si limita alla superficie. Il film del 2016 funzionava perché utilizzava l’epidemia come metafora sociale, raccontando egoismo, classi e sacrificio all’interno di uno spazio in continuo movimento. In Colony, invece, Yeon Sang-ho sembra voler comprimere tutto in un unico luogo, trasformando l’epidemia in un’esperienza quasi claustrofobica, dove il vero conflitto non è solo sopravvivere, ma convivere con la paura.

Questa scelta apre a una direzione narrativa più intima e potenzialmente più disturbante. L’ambientazione chiusa permette di lavorare sui personaggi, sulle dinamiche di gruppo e sulla trasformazione psicologica, elementi già presenti nella filmografia del regista ma qui portati a un livello più radicale. Non è un caso che il film venga presentato nella sezione Midnight di Cannes, sempre più attenta a un horror autoriale che supera i confini del genere.

In questo senso, Colony potrebbe rappresentare un nuovo passaggio per il cinema di Yeon Sang-ho: meno spettacolare ma più inquieto, meno “blockbuster” e più riflessione sul contagio come condizione umana. E se Train to Busan aveva ridefinito lo zombie movie su scala globale, questo nuovo progetto potrebbe spostare ancora una volta il baricentro, questa volta verso un horror più psicologico e contemporaneo.

The Punisher: One Last Kill, il trailer dello speciale con Jon Bernthal

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In vista del debutto su Disney+ sono stati diffusi il trailer e le immagini dell’intenso e attesissimo The Punisher: One Last Kill, uno speciale Marvel Television con Jon Bernthal nel ruolo del vigilante protagonista, alias Frank Castle. Nello speciale, Frank cerca un significato oltre la vendetta, quando una forza inaspettata lo riporta a combattere.

Lo speciale Marvel Television The Punisher: One Last Kill è diretto da Reinaldo Marcus Green su una sceneggiatura co-scritta da Bernthal e Green. In Italia, l’episodio speciale debutterà il 13 maggio in esclusiva su Disney+.

The God of the Woods: Kerry Condon affianca Maya Hawke nella nuova serie Netflix

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Kerry Condon entra nel cast di The God of the Woods, nuova serie drama di Netflix, dove reciterà accanto a Maya Hawke. Il progetto, basato sull’omonimo romanzo bestseller, si configura come un racconto corale e oscuro che intreccia mistero, tensioni sociali e segreti familiari, puntando a diventare uno dei titoli più ambiziosi della piattaforma.

Secondo quanto riportato da Deadline, la serie è sviluppata da Liz Hannah e Liz Moore, che adattano il romanzo della stessa Moore. Ambientata negli Adirondack, la storia ruota attorno alla potente famiglia Van Laar e alla misteriosa scomparsa della giovane Barbara, evento che riapre vecchie ferite e mette in discussione il potere e i privilegi del clan. Condon interpreterà Alice Van Laar, madre segnata da una tragedia passata, mentre Hawke sarà Judy Luptack, investigatrice chiamata a fare luce sul caso.

Al di là del casting di alto profilo, The God of the Woods sembra inserirsi in una tendenza sempre più evidente: quella dei drama “prestige” che uniscono crime e analisi sociale. La dinamica tra una famiglia influente e un’investigatrice outsider richiama modelli narrativi consolidati, ma il focus su temi come abuso di potere, classismo e trauma generazionale suggerisce un approccio più stratificato. In questo senso, la presenza di Kerry Condon — attrice capace di grande intensità emotiva — potrebbe essere centrale per dare profondità al conflitto interno della storia.

Un mystery familiare che intreccia passato e presente tra potere e segreti

La struttura narrativa della serie si basa su un doppio binario temporale, dove passato e presente si riflettono continuamente. La scomparsa di Barbara Van Laar non è un evento isolato, ma si collega a una precedente tragedia familiare, creando un effetto domino che rischia di distruggere l’immagine pubblica della famiglia.

Il personaggio di Judy Luptack, prima donna investigatrice in un ambiente dominato dagli uomini, introduce un ulteriore livello di tensione: non solo deve risolvere il caso, ma anche affermare la propria autorità in un sistema ostile. Questo elemento potrebbe diventare uno dei motori principali della narrazione, affiancando il mistero con una riflessione sulle dinamiche di genere.

Nel complesso, The God of the Woods ha il potenziale per evolversi oltre il semplice thriller investigativo, trasformandosi in un racconto più ampio sulle conseguenze del privilegio e sulle verità che le famiglie potenti cercano di nascondere. Una direzione che, se confermata, potrebbe renderla uno dei drama più rilevanti della prossima stagione televisiva.

Finché morte non ci Separi 2 è la conclusione di una trilogia “segreta”

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Tre film, un’unica visione autoriale: Finché morte non ci Separi, Abigail e Finché morte non ci Separi 2 possono essere letti come una trilogia non ufficiale firmata dal collettivo Radio Silence. Secondo un’analisi emersa online, i tre titoli condividono molto più di quanto sembri, costruendo un percorso tematico coerente che si chiude proprio con il sequel più recente.

L’interpretazione, pubblicata da Screen Rant, evidenzia come i film diretti da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett siano legati da un filo rosso preciso: la critica alla disparità sociale. Nei film di Finché morte non ci Separi, la famiglia Le Domas rappresenta una classe privilegiata pronta a tutto pur di mantenere il proprio status, mentre in Abigail il punto di vista si sposta su personaggi più marginali, come quello interpretato da Melissa Barrera, costretti a scelte estreme per sopravvivere. Anche figure come Grace incarnano questo conflitto, rifiutando di “vendere l’anima” per entrare in un sistema elitario.

abigailQuesta lettura trasforma tre film apparentemente scollegati in un discorso unitario sul potere e sull’identità. Non si tratta solo di horror o di variazioni sul genere — slasher, vampiri, survival — ma di una riflessione più ampia su chi controlla le regole del gioco e su cosa si è disposti a sacrificare per cambiarle. È una chiave interpretativa che arricchisce retroattivamente l’intera trilogia, rendendola più coerente e, soprattutto, più politica.

Dal sangue alla satira: come Radio Silence costruisce un universo tematico condiviso

Oltre ai temi, i tre film condividono anche elementi stilistici ricorrenti che rafforzano l’idea di una trilogia “segreta”. Il più evidente è il finale esplosivo: personaggi che letteralmente deflagrano in una pioggia di sangue, creando un momento tanto scioccante quanto ironico. Una firma visiva che funziona come collante tra le opere, simile a un running gag ma con una forte identità autoriale.

Questo approccio richiama modelli come la trilogia del Cornetto di Edgar Wright, dove elementi ricorrenti legano storie diverse. Nel caso di Radio Silence, però, il tono è più cinico: la violenza diventa metafora di un sistema che implode, mentre i sopravvissuti restano spettatori impotenti, spesso coperti di sangue e increduli.

Guardando al futuro, questa interpretazione potrebbe influenzare anche la percezione di eventuali nuovi progetti del duo. Se davvero esiste una coerenza tematica così marcata, ogni nuovo film potrebbe essere letto come parte di un universo più ampio, dove horror e satira sociale continuano a intrecciarsi.

Rooster con Steve Carell rinnovata per la stagione 2 da HBO

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Rooster con Steve Carell rinnovata per la stagione 2 da HBO

HBO rinnova ufficialmente Rooster (la nuova recensione) per una seconda stagione, confermando il forte impatto della comedy con protagonista Steve Carell. La serie, ambientata in un contesto universitario e costruita attorno a una complessa relazione padre-figlia, si è rapidamente affermata come uno dei titoli più seguiti del network, tanto da ottenere il rinnovo mentre la prima stagione è ancora in corso.

Secondo quanto riportato da Variety, i primi quattro episodi hanno registrato una media di 5,8 milioni di spettatori negli Stati Uniti, rendendo Rooster la comedy esordiente più vista su HBO da oltre un decennio. Creata da Bill Lawrence e Matt Tarses, la serie segue il rapporto tra uno scrittore di successo e sua figlia, interpretata da Charly Clive, una professoressa alle prese con un divorzio complicato e molto esposto mediaticamente. Il cast include anche Danielle Deadwyler e Phil Dunster.

Il rinnovo anticipato riflette non solo i numeri solidi, ma anche la fiducia di HBO nel team creativo. Bill Lawrence, già autore di successi come Ted Lasso e Shrinking, porta qui una formula consolidata: mescolare umorismo e vulnerabilità emotiva. In questo senso, Rooster si inserisce perfettamente nella nuova identità della comedy televisiva, sempre più orientata verso storie intime e relazionali piuttosto che sketch o situazioni puramente comiche.

Il successo di Rooster conferma il ritorno della comedy “emotiva” su HBO

Il rinnovo di Rooster segnala una tendenza chiara nel panorama televisivo: la comedy contemporanea punta sempre più su personaggi imperfetti e dinamiche familiari complesse. Il rapporto tra il personaggio di Carell e sua figlia rappresenta il cuore della serie, ma è anche il punto di partenza per esplorare temi come fallimento, identità e riconciliazione.

La scelta di ambientare la storia in un campus universitario amplia ulteriormente il raggio d’azione, permettendo di intrecciare il privato con il pubblico, il personale con il sociale. In prospettiva, la seconda stagione potrebbe approfondire queste tensioni, soprattutto alla luce degli sviluppi del finale della prima, previsto per maggio.

Con un ensemble solido e una guida creativa esperta, Rooster ha tutte le carte in regola per diventare uno dei pilastri della nuova fase HBO, confermando come il genere comedy possa ancora evolversi senza rinunciare alla propria accessibilità.

Il creatore di Beef “onorato” di essere al lavoro sul reboot degli X-Men

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Il reboot degli X-Men nel Marvel Cinematic Universe prende forma con un nome sempre più interessante: Lee Sung Jin, autore della serie Beef – Lo scontro, ha confermato il suo coinvolgimento nella scrittura del nuovo film. Lo sceneggiatore ha dichiarato di aver accettato senza esitazione, sottolineando quanto il progetto rappresenti un’opportunità unica, soprattutto per un fan storico del mondo mutante.

Secondo quanto riportato da Variety, Lee sta lavorando a una nuova versione dello script insieme a Joanna Calo, sotto la regia di Jake Schreier. Il progetto segna una nuova collaborazione tra i tre dopo Thunderbolts*. Lo stesso Lee ha raccontato il suo legame personale con gli X-Men, citando personaggi come Gambit e Jubilee, a testimonianza di una sensibilità meno scontata rispetto ai protagonisti più iconici.

LEGGI ANCHE: X-Men: Jake Schreier accenna alle differenze del reboot MCU rispetto alla serie originale

Al momento il film è nelle primissime fasi di sviluppo, ma il coinvolgimento di un autore come Lee Sung Jin suggerisce una possibile svolta tonale. Dopo anni di adattamenti spesso centrati sull’azione e sui singoli eroi, i Marvel Studios sembrano voler puntare su una scrittura più autoriale e focalizzata sulle dinamiche umane. Il successo di Beef, basato su conflitti psicologici e relazioni disfunzionali, potrebbe influenzare il modo in cui verranno raccontati i mutanti: meno archetipi e più personaggi complessi.

Il nuovo X-Men del MCU potrebbe puntare su un approccio più intimo e corale

L’ingresso di Lee Sung Jin nel progetto apre a una rilettura degli X-Men più vicina allo spirito originale dei fumetti, dove le storie funzionano soprattutto come metafore sociali e identitarie. La scelta di affiancarlo a Joanna Calo e Jake Schreier indica la volontà di costruire un team creativo coeso, già rodato, capace di lavorare su toni sfumati e relazioni stratificate.

Questo potrebbe tradursi in un film meno focalizzato sullo spettacolo puro e più attento alle tensioni interne al gruppo, alle discriminazioni e ai dilemmi morali che hanno sempre definito i mutanti Marvel. In particolare, l’interesse dichiarato di Lee per personaggi “secondari” come Jubilee suggerisce che il reboot potrebbe dare spazio a figure meno esplorate, ampliando l’universo narrativo oltre i soliti Wolverine o Cyclops.

Se questa direzione verrà confermata, il nuovo X-Men potrebbe rappresentare uno dei progetti più distintivi della prossima fase del MCU: non solo un rilancio di franchise, ma un tentativo di ridefinire il genere superhero attraverso una lente più autoriale e contemporanea.

Bridgerton – Stagione 5: nuovi personaggi e casting mentre la storia di Francesca prende forma

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La quinta stagione di Bridgerton continua a espandere il proprio universo introducendo nuovi personaggi chiave, tra cui Tega Alexander nel ruolo del figlio di Lord Anderson. Il nuovo ciclo narrativo, prodotto da Shonda Rhimes, si concentrerà sulla relazione tra Francesca Bridgerton (interpretata da Hannah Dodd) e Michaela Stirling, segnando un ulteriore cambio di prospettiva nella saga romantica della famiglia più discussa della Regency londinese.

Secondo quanto riportato da Variety, il cast si arricchisce anche di Jacqueline Boatswain nel ruolo di Helen Stirling, madre di Michaela, e Gemma Knight Jones come Lady Elizabeth Ashworth, confidente e guida nella società londinese. Il personaggio di Christopher Anderson, interpretato da Alexander, viene descritto come un seduttore carismatico ma attraversato da profonde insicurezze, destinato a lasciare il segno nella stagione sociale. La stagione, composta da otto episodi, è attualmente in produzione nel Regno Unito e segue il successo della quarta, incentrata su Benedict Bridgerton.

L’introduzione di questi personaggi non è solo un ampliamento del cast, ma un chiaro segnale della direzione narrativa della serie. Il focus su Francesca, figura storicamente più introversa rispetto ai fratelli, suggerisce un racconto più intimo e complesso, in cui il conflitto tra dovere sociale e desiderio personale diventa centrale. La presenza di figure come Helen Stirling e Lady Ashworth indica inoltre un rafforzamento del punto di vista femminile, mentre Christopher Anderson potrebbe incarnare una tentazione o un elemento destabilizzante nel delicato equilibrio emotivo della protagonista.

Francesca e Michaela: una storia d’amore che ridefinisce le regole di Bridgerton

La stagione 5 segna un passaggio cruciale per Bridgerton, portando al centro una relazione che rompe con alcune convenzioni narrative della serie. Dopo la perdita del marito John, Francesca rientra nel “mercato matrimoniale” con un approccio pragmatico, ma il ritorno di Michaela Stirling — cugina del defunto — riapre un conflitto interiore tra ciò che è giusto e ciò che è autentico.

Questo sviluppo si inserisce in una strategia più ampia già anticipata nelle stagioni precedenti, dove il racconto si è progressivamente spostato da dinamiche romantiche più classiche a esplorazioni più contemporanee dell’identità e dei sentimenti. La scelta di adattare in modo più libero i romanzi di Julia Quinn conferma la volontà di Netflix di rendere la serie sempre più inclusiva e tematicamente rilevante.

Con ancora diverse storie da raccontare — tra cui quelle di Eloise, Gregory e Hyacinth — Bridgerton continua così a evolversi, trasformandosi da semplice period drama romantico a racconto corale capace di riflettere sensibilità moderne attraverso il filtro del passato.

Jenna Ortega: quasi rinunciò alla recitazione prima del successo su Netflix

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Jenna Ortega è oggi una delle giovani attrici più influenti di Hollywood, ma per poco non aveva deciso di abbandonare la recitazione prima di ottenere un ruolo chiave in una serie di grande successo su Netflix.

I suoi primi ruoli includevano quello di una giovane Jane nella serie Jane the Virgin e Harley Diaz in Stuck in the Middle di Disney Channel. La sua fama è decollata ulteriormente con l’interpretazione di Mercoledì Addams in Mercoledì tuttavia, prima del suo attuale grande successo, l’attrice ha avuto dei dubbi circa la sua carriera.

Durante un’intervista al podcast Big Bro with Kid Cudi, Ortega ha rivelato che, prima di ottenere la maggior parte di questi successi, aveva seriamente considerato di smettere di recitare. Dopo aver concluso Stuck in the Middle, non era sicura su quale direzione prendere e dubitava della propria capacità di continuare nel settore. Sembrava un momento naturale per fermarsi, soprattutto perché stava entrando al liceo. Tutto cambiò quando venne scelta per la serie You su Netflix, esperienza che le fece capire quanto desiderasse continuare a recitare.

“Quando ero adolescente, avevo appena finito uno show per bambini. Non sapevo cosa avrei fatto. Dovevo dimostrare il mio valore e incontrare nuovi casting director che non mi conoscevano. Sembrava un buon momento per smettere, se mai avessi dovuto farlo. Stavo iniziando il liceo, sembrava la fine di un ciclo… poi ne abbiamo parlato per mesi, io e il mio team, e alla fine ho ottenuto quel ruolo in You. Quando sono arrivata sul set, mi è piaciuto tantissimo, mi sono divertita moltissimo e ho pensato: ‘Sì, non posso assolutamente rinunciare a tutto questo’.”

Una carriera che decolla in fretta

Jenna Ortega nella serie Mercoledì - Stagione 2
Jenna Ortega nella serie Mercoledì – Stagione 2. Cr. Helen Sloan/Netflix © 2025

Dopo la serie Disney, Ortega è apparsa come protagonista nella seconda stagione di You, dove interpreta Ellie Alves, vicina di casa dell’ossessivo serial killer Joe Goldberg (Penn Badgley) e sorella di Delilah Alves (Carmela Zumbado). La serie thriller psicologica, composta da cinque stagioni, è stata ampiamente apprezzata, ottenendo l’89% di recensioni positive dalla critica e il 70% dal pubblico su Rotten Tomatoes. A differenza di molti personaggi uccisi da Joe, Ellie sopravvive, sebbene Ortega non sia più tornata nella serie per via dei suoi numerosi impegni.

Dopo You, Ortega ha prestato la voce a Brooklynn nella serie animata Jurassic World: Camp Cretaceous e ha recitato in La vita dopo – The Fallout, che racconta le conseguenze di una sparatoria scolastica, interpretando la sopravvissuta Vada Cavell. Successivamente sono arrivati Scream, X: A Sexy Horror Story, Mercoledì, Scream 6, Beetlejuice Beetlejuice e Death of a Unicorn, consacrandola come icona emergente nel genere horror. In particolare, Mercoledì l’ha resa un fenomeno di cultura pop, soprattutto grazie alla celebre scena del ballo della prima stagione, diventata virale.

Grazie alla decisione di continuare a recitare, Ortega ha ora numerosi progetti di alto profilo in arrivo. Il suo nuovo film, The Gallerist, è stato presentato al Sundance Film Festival 2026 e uscirà nelle sale nel corso dell’anno. Inoltre, tornerà nei panni di Mercoledì nella stagione 3 di Wednesday, dove la protagonista sarà in viaggio alla ricerca della sua migliore amica Enid Sinclair e verranno svelati nuovi oscuri segreti della famiglia Addams, inclusa la scoperta che zia Ophelia è viva, con Eva Green nel ruolo.

Oltre a Wednesday, Ortega sarà protagonista nel film The Great Beyond, al fianco di Glen Powell, Samuel L. Jackson, Emma Mackey, Sophie Okonedo e Merritt Wever, diretto, scritto e prodotto da J.J. Abrams.

Infine, Ortega sarà protagonista del film distopico di fantascienza Klara and the Sun, tratto dall’omonimo romanzo del 2021 di Kazuo Ishiguro, in cui interpreterà il robot Klara.

Alien: Pianeta Terra – Stagione 2: Peter Dinklage si unisce al cast della serie

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Peter Dinklage, celebre star de Il Trono di Spade, entrerà nel cast della seconda stagione di Alien: Pianeta Terra.

Nella prima stagione, i Lost Boys erano tutti bambini malati terminali, salvati grazie al trasferimento delle loro menti in corpi sintetici. Questo processo inizialmente faceva apparire Kavalier come un eroe, ma col tempo il pubblico ha scoperto le sue vere intenzioni: cercare l’immortalità per sé stesso. Sebbene in superficie non sembri del tutto negativo, Kavalier si rivela essere un personaggio moralmente ambiguo con propositi malvagi.

La notizia della partecipazione di Dinklage è stata riportata per la prima volta da Deadline. I dettagli sul suo personaggio restano segreti, una scelta non sorprendente considerando quanto FX sia stato riservato riguardo alla seconda stagione. Al momento, l’unica informazione certa è che le riprese inizieranno a maggio.

Alien: Pianeta Terra è stato sviluppato da Noah Hawley, creatore di Fargo, che ricopre anche il ruolo di produttore esecutivo. Tra i produttori esecutivi figurano anche Ridley Scott, insieme a David W. Zucker, Clayton Krueger, Emilia Serrano, Bob DeLaurentis, Peter Calloway, Monica Macer, John Campisi e Simon Emanuel.

Il cast

Casca Highbottom di Peter Dinklage
Gentile concessione di © Notorious Pictures

Dinklage, celebre soprattutto per Tyrion Lannister in Il Trono di Spade, ha vinto quattro Emmy per la sua interpretazione nella serie HBO. Inoltre, è stato protagonista della serie Dexter: Resurrection, dove ha interpretato Leon Prater, uno dei più inquietanti antagonisti della serie, noto per organizzare eventi segreti per serial killer e possedere una collezione di oggetti legati a omicidi.

Tra gli altri protagonisti di Alien: Pianeta Terra figurano Timothy Olyphant nel ruolo del sintetico Kirsh, che aiuta Kavalier a gestire i Lost Boys, Babou Ceesay come Morrows, Chief Security Officer della USCSS Maginot della Weyland Yutani, Alex Lawther nel ruolo di Joe Hermit, fratello di Wendy e medico sul campo della corrotta Prodigy Corporation, ed Essie Davis come Dame Sylvia, scienziata presso Prodigy e terapeuta dei Lost Boys.

Joel Kinnaman parla del futuro di Rick Flag Jr. nel DCU dopo Peacemaker – Stagione 2

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Joel Kinnaman ha recentemente chiarito se il suo personaggio del DC Universe, Rick Flag Jr., tornerà nel franchise dopo la stagione 2 di Peacemaker.

L’attore ha fatto il suo debutto nel DC Universe nel ruolo di Rick Flag Jr. nel film Suicide Squad di David Ayer del 2016. Dopo la morte del personaggio nel reboot del 2021 diretto da James Gunn, The Suicide Squad, Rick Flag Jr. è stato riportato in vita sul piccolo schermo tramite flashback in Peacemaker.

In un’intervista con Liam Crowley di ScreenRant, Kinnaman ha confermato che la stagione 2 di Peacemaker rappresenta la sua ultima apparizione nei panni di Rick Flag Jr. “Direi di sì,” ha dichiarato secco, rispondendo alla domanda se il pubblico avesse visto l’ultima apparizione del suo personaggio. Ha definito la versione di Flag vista in Peacemaker come un “Rick dell’universo alternativo, pavido.”

Kinnaman ha anche raccontato di non credere di essere riuscito a mantenere segreta la sua apparizione in Peacemaker, visto che Warner Bros. lo rimproverava spesso per aver rivelato spoiler su Suicide Squad durante le interviste. Ha ammesso:

“Sono molto scarso nel mantenere i segreti. Sempre quando giravo le scene di The Suicide Squad, sentivo che le uniche persone a cui importava dei segreti erano quelle coinvolte direttamente. Perciò mi seguivano con tutte le interviste, perché avrei sempre rivelato qualcosa. Ma ora che non uso quasi più i social, è molto più semplice non fare questi errori.”

L’addio al DCU e i nuovi ruoli

The Suicide Squad - Missione suicida sequel

Dopo le riprese di The Suicide Squad, Kinnaman è rimasto in contatto con James Gunn. Un giorno il regista lo ha chiamato, sapendo che l’attore voleva cimentarsi in un progetto comico, e gli ha chiesto se voleva partecipare a “una piccola cosa divertente che mi piacerebbe che facessi.” Kinnaman non ha esitato a dire di sì.

Gunn aveva sempre immaginato che Flag sarebbe apparso nella seconda stagione di Peacemaker, ma Kinnaman non era al corrente di quel piano. L’attore ha definito Gunn un “genio folle” per la sua capacità di pensare così avanti.

“È un genio folle, quindi è difficile sapere cosa passa per quella mente pazza… James sa che voglio fare più commedie e pensa che io sia divertente, quindi ha voluto scrivere qualcosa che sfruttasse questa mia inclinazione.”

Riflettendo sul suo percorso nel DC Universe, Kinnaman ha ammesso di essere stato “molto poco professionale” durante le riprese di Suicide Squad del 2016. Lui e il resto del cast erano “sempre in festa… sempre ubriachi o fatti. Era un disastro.” Con Gunn alla regia del film del 2021, invece, l’ambiente è stato “molto più professionale.”

Ora Kinnaman ha dato l’addio al DC Universe, con la stagione 2 di Peacemaker che segna la sua ultima apparizione. L’attore ha proseguito con altri progetti, tra cui il film Icefall e le serie TV Imperfect Women e Jo Nesbø’s Detective Hole, disponibili rispettivamente su Apple TV e Netflix.

Kinnaman è anche tra i protagonisti del dramma acclamato dalla critica For All Mankind, che gli è valso una nomination al Saturn Award come Miglior Attore Non Protagonista in Televisione (Streaming). La quinta stagione è attualmente disponibile su Apple TV, con il finale previsto per il 29 maggio.

The Testaments, recensione: ritorno a Gilead con Chase Infiniti

The Testaments, recensione: ritorno a Gilead con Chase Infiniti

Dopo l’enorme successo della trasposizione televisiva di Il racconto dell’ancella (pubblicato da Margaret Atwood nel 1985, in tempi soltanto apparentemente non sospetti), ecco arrivare grazie a Hulu/Disney The Testaments, sequel sempre ispirato all’omonimo romanzo della scrittrice arrivato nelle librerie nel 2019. Anni dopo i tragici fatti narrati nel primo show, adesso ci troviamo a scoprire il mondo distopico e autoritario in cui vivono Agner (Chase Infiniti) e Daisy (Lucy Halliday): la prima è una ragazza devota mentre l’altra è appena arriva a Gilead dal Canada come neofita. Il rapporto di incontro e scontro tra le due avrà conseguenze estreme non solo per esse ma per l’intero apparato dittatoriale di Gilead.

Un’eredità importante da tramandare

Devo immediatamente precisare che prima di visionare gli screener per la stampa di The Testaments non avevo avuto un contatto diretto con l’universo di The Handmaid’s Tale creato dalla Atwood: non ho letto il romanzo né visto la serie televisiva. Dopo aver visionato gli episodi di questo nuovo show, mi sono ripromesso di colmare tale lacuna il più presto possibile, per quanto già sento che si tratterà di un’esperienza non facile da gestire a livello emotivo. Scrivo questo perché ciò che i primi episodi di The Testaments mi hanno lasciato è uno sgomento profondo di fronte alla scoperta di questo universo futuristico che è fin troppo vicino alla realtà del nostro. Se il pilot dello show ce lo presenta in maniera precisa ma evidenziando soltanto a sprazzi la violenza prima di tutti psicologica di cui le giovani ragazze sono vittime (anche quando si mostrano come carnefici), a partire dal secondo invece si esplicita con pienezza l’orrore di una società costruita sulla coercizione, sull’abuso totale e indiscriminato della figura femminile. E in questo caso a provocare il dovuto disagio, se non addirittura dolore, è il fatto che tale processo di castrazione viene applicato ad esseri umani che devono formarsi all’interno di un sistema di regole blasfemo nei confronti della ragione umana.

The Testaments Cortesia Disney+

La seconda puntata di The Testaments possiede almeno un paio di sequenze, le più difficili da gestire a livello puramente emozionale –  che possono essere tranquillamente estrapolate dal contesto distopico ed essere inserite in un qualsiasi narrazione contemporanea. Nell’assistere alle vicende di Agnes e Daisy ci troviamo di fronte a una coming-of-age tra le più tragiche che la produzione seriale ci ha regalato in questi anni, e tutto questo grazie anche a una messa in scena che non esagera mai la potenza drammatica di situazioni e personaggi, anzi in qualche raro caso avrebbe al contrario potuto essere addirittura maggiormente incisiva.

Chase Infiniti si conferma una star

The Testaments è guidata da una Chase Infiniti la quale, dopo l’exploit di Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, conferma un talento cristallino soprattutto quando riesce a trattenere le emozioni del personaggio di Agnes. Dotata di una presenza scenica non convenzionale, l’attrice ci regala una prova altera e insieme toccante, in grado di elevare non soltanto il personaggio ma l’intero livello dell’operazione. Accanto a lei meritano segnalazione anche Mattea Conforti nel ruolo di Becka e Mabel Lì in quello di Aunt Vidala. Aspettiamo invece a giudicare la coprotagonista Lucy Halliday in quanto la figura di Daisy verosimilmente troverà uno sviluppo ulteriore e più sostenuto nel prosieguo delle puntate.

The Testaments Cortesia Disney+

È un momento prezioso – nella sua complessità o forse proprio grazie ad essa – quando un film o una serie riescono a farti sentire/comprendere in profondità quello che un personaggio sta provando. Nel caso di The Testaments, questo conduce inaspettatamente (almeno per chi scrive) a uno stato di profonda tristezza: quello che Agnes e le altre giovani donne che vivono a Gilead devono vivere sulla propria pelle è fin troppo tangibile, anche se filtrato attraverso la lente deformante del racconto di fantascienza. Come scritto, non possiamo per nostra mancanza paragonare questo nuovo show a The Handmaid’s Tale, ma possiamo garantire che anche senza il supporto dell’originale, The Testament raggiunge pienamente l’obiettivo di regalarci un prodotto seriale di qualità. Sia nella forma che nel contenuto, per quanto doloroso possa essere.

Samara Weaving e Kathryn Newton: intervista alle protagoniste di Finché Morte non ci Separi 2

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Samara Weaving e Kathryn Newton raccontano la loro esperienza sul set di Finché morte non ci separi 2, dal 9 aprile in sala distribuito da Walt Disney Studios Motion Pictures Italia. Diretto da Tyler Gillett e Matt Bettinelli-Olpin, il film vede nel cast anche Elijah Wood e Sarah Michelle Gellar.

Guarda il red carpet romano del film con Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton

Finché Morte non ci Separi 2 – la nostra recensione

Poco dopo essere sopravvissuta a un attacco senza esclusione di colpi da parte della famiglia Le Domas, Grace (Samara Weaving) scopre di aver raggiunto il livello successivo di questo gioco da incubo, questa volta con al suo fianco la sorella Faith (Kathryn Newton) con cui non aveva più rapporti. Grace ha una sola possibilità per sopravvivere, per salvare la vita della sorella e rivendicare il Posto D’Onore del Consiglio che controlla il mondo. Quattro famiglie rivali le stanno dando la caccia per il trono, e chi vincerà governerà su tutto.

Samara Weaving (Finché morte non ci separi, Tre manifesti a Ebbing, Missouri) riprende il ruolo di “Grace” nel sequel Finché morte non ci separi 2 dei registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett (Finché morte non ci separi, Scream VI, Abigail e il prossimo capitolo del franchise de La Mummia). Si uniscono alla serie Kathryn Newton (Ant-Man and the Wasp: Quantumania, Abigail, Big Little Lies), Sarah Michelle Gellar (Cruel Intentions – Prima regola non innamorarsi, So cosa hai fatto, Buffy l’Ammazzavampiri), Shawn Hatosy (The Pitt) ed Elijah Wood (The Monkey). Néstor Carbonell (Il cavaliere oscuro), Kevin Durand (Abigail) e David Cronenberg (La mosca) completano il cast. Guy Busick (Abigail, Scream) e R. Christopher Murphy (Castle Rock) tornano a scrivere la sceneggiatura, insieme ai produttori Tripp Vinson (Fountain of Youth, Murder Mystery), James Vanderbilt (Zodiac, Fountain of Youth), Bradley J. Fischer (Transformers) e William Sherak (Abigail, Scream).

Festival di Cannes 2026: svelata la lineup ufficiale del Festival, tutti i film in concorso

Il Festival di Cannes 2026 segna un ritorno deciso al cinema d’autore, con una selezione che privilegia registi affermati e visioni personali rispetto ai grandi titoli hollywoodiani. Tra i nomi più attesi in concorso figurano Asghar Farhadi, Pedro Almodóvar, Hirokazu Kore-eda, insieme a Paweł Pawlikowski, Ira Sachs, László Nemes e Ryūsuke Hamaguchi.

Dopo un’edizione 2025 caratterizzata dalla forte presenza di produzioni hollywoodiane, tra cui titoli come Mission: Impossible, il festival sembra cambiare rotta, puntando su un cinema internazionale e indipendente. A confermare questa linea è il direttore Thierry Frémaux, che ha sottolineato come la selezione rifletta la vitalità globale del cinema, con oltre 2.500 film candidati provenienti da 141 Paesi.

Tra le opere in concorso spicca The Man I Love di Sachs, unica produzione americana selezionata, un musical fantasy ambientato nella New York degli anni ’80 durante la crisi dell’AIDS e interpretato da Rami Malek.

Una selezione internazionale che ridisegna l’identità del festival

La lineup 2026 evidenzia una forte presenza europea e internazionale, con numerosi film in lingua francese, alcuni dei quali diretti da registi stranieri. Tra questi Parallel Tales di Farhadi, Moulin di Nemes e Sudden di Hamaguchi. Spazio anche a una significativa rappresentanza femminile, con cinque registe in concorso, tra cui Léa Mysius e Charline Bourgeois-Tacquet.

Non mancano però le assenze eccellenti. Il film Paper Tiger di James Gray, con un cast composto da Scarlett Johansson, Adam Driver e Miles Teller, non compare nella selezione ufficiale, nonostante le voci che lo davano tra i favoriti. Frémaux ha lasciato intendere che alcuni titoli potrebbero essere aggiunti nelle prossime settimane, alimentando ulteriormente l’attesa.

Il festival si aprirà il 12 maggio con The Electric Kiss di Pierre Salvadori, mentre la giuria sarà presieduta dal regista sudcoreano Park Chan-wook. Tra gli eventi speciali, saranno assegnate Palme d’Oro onorarie a Barbra Streisand e Peter Jackson.

Con una selezione che sembra voler riaffermare il valore del cinema d’autore su scala globale, Cannes 2026 si prepara a diventare uno degli appuntamenti più identitari degli ultimi anni, puntando su opere capaci di raccontare il presente attraverso linguaggi personali e visioni fortemente riconoscibili.

Film d’apertura

“The Electric Kiss” (“La Venus électrique”), Pierre Salvadori

CONCORSO

  • “Minotaur,” Andrey Zvyagintsev
  • “El Ser Querido” (“The Beloved”), Rodrigo Sorogoyen
  • “The Man I Love,” Ira Sachs
  • Fatherland,” Paweł Pawlikowski
  • “Moulin,” Laszlo Nemes
  • “Histoire de la nuit” (“Stories of the Night”), Léa Mysius
  • “Fjord,” Cristian Mungiu
  • “Notre salut,” Emmanuel Marre
  • “Gentle Monster,” Marie Kreutzer
  • “Nagi Notes,” Koji Fukada
  • “Hope,” Na Hong-Jin
  • “Sheep in the Box,” Hirokazu Kore-eda
  • “Garance,” Jeanne Herry
  • “The Unknown,” Arthur Harrari
  • “Sudden,” Ryusuke Hamaguchi
  • “The Dreamed Adventure,” Valeska Grisebach
  • “Coward,” Lukas Dhont
  • “La Bola Negra” (“The Black Ball”), Javier Ambrossi and Javier Calvo
  • “A Woman’s Life,” Charline Bourgeois-Taquet
  • “Parallel Tales,” Asghar Farhadi
  • “Bitter Christmas,” Pedro Almodovar

OUT OF COMPETITION

  • “Her Private Hell,” Nicolas Winding Refn
  • “Diamond,” Andy Garcia
  • “Karma,” Guillaume Canet
  • “L’Objet Du Delit,” Agnes Jaoui
  • “De Gaulle: L’Âge de Fer,” Antonin Baudry

UN CERTAIN REGARD

  • “La más dulce,” Laïla Marrakchi
  • “Club Kid,” Jordan Firstman
  • “Teenage Sex and Death at Camp Miasma,” Jane Schoenbrun
  • “Everytime,” Sandra Wollner
  • “I’ll Be Gone in June,” Katharina Rivilis
  • “Yesterday the Eye Didn’t Sleep,” Rakan Mayasi
  • “The Meltdown,” Manuela Martelli
  • “Soy Tu Animal Materno” (“I Am Always Your Maternal Animal”), Valentina Maurel
  • “Elephants in the Fog,” Abhinash Bikram Shah
  • “Benimana,” Marie-Clementine Dusabejambo
  • “Le Corset,” Louis Clichy
  • “Congo Boy,” Rafiki Fariala
  • “All the Lovers in the Night,” Yukiko Sode

SPECIAL SCREENINGS

  • “John Lennon: The Last Interview,” Steven Soderbergh
  • “Avedon,” Ron Howard
  • “Les Survivants du Che,” Christophe Réveille
  • “Les Matins Merveilleux,” Avril Besson

MIDNIGHT SCREENINGS

  • “Roma Elastica,” Betrand Mandico
  • “Full Phil,” Quentin Dupieux
  • “Colony,” Yeon Sang-ho
  • “Jim Queen,” Nicolas Athane and Marco Nguyen
  • “Sanguine,” Marion Le Coroller

CANNES PREMIERE

  • “Propeller One-Way Night Coach,” John Travolta
  • “The Samurai and the Prisoner,” Kiyoshi Kurosawa
  • “Heimsuchung,” Volker Schlöndorff
  • “The Game,” Juan Cabral and Santiago Franco
  • “The Third Night,” Daniel Auteuil

Big Mistakes: tutto quello che sappiamo sulla nuova serie crime-comedy di Dan Levy

Dopo il clamoroso successo di Schitt’s Creek, Dan Levy torna finalmente con un nuovo progetto destinato a far parlare di sé. La nuova serie, intitolata Big Mistakes, segna un importante passo nella carriera dell’autore canadese, che questa volta si cimenta con una commedia dai toni crime, mantenendo però il suo inconfondibile stile ironico e centrato sulle dinamiche familiari disfunzionali.

Schitt’s Creeks che vedeva protagonisti Dan Levy, Catherine O’Hara, suo padre Eugene Levy e Annie Murphy nei panni di una famiglia ricca ma disfunzionale, costretta a vivere nella pittoresca cittadina rurale di Schitt’s Creek, vinse nove Emmy (e fu candidata 19 volte). Le aspettative ora su Big Mistakes restano quindi alte.

Distribuita da Netflix, la serie rappresenta anche il primo progetto realizzato nell’ambito dell’accordo globale tra Levy e la piattaforma di streaming. Insieme avevano già realizzato il suo primo film, Good Grief, uscito su Netflix all’inizio del 2024. Ecco tutto ciò che sappiamo finora su Big Mistakes.

La trama di Big Mistakes

 Big Mistakes (2026)
Foto di Spencer Pazer/Spencer Pazer/Netflix © 2025 – © 2025 Netflix, Inc.

Secondo la sinossi ufficiale, Big Mistakes segue “Nicky (Levy) e Morgan (Taylor Ortega), due fratelli profondamente incapaci che si trovano in grossi guai quando un furto mal concepito, compiuto per la loro nonna morente, li trascina accidentalmente nel mondo della criminalità organizzata. Ricattati e costretti ad accettare incarichi sempre più pericolosi, continuano goffamente a ‘fallire verso l’alto’, sprofondando sempre di più in un caos che non sono in grado di gestire.”

Le loro personalità contrastanti entrano continuamente in conflitto, mentre la loro mancanza di collaborazione li porta a fallire. Totalmente impreparati ad affrontare qualsiasi situazione, riescono a malapena a tenere insieme le loro vite, mentre il segreto che nascondono minaccia di distruggerli.

Inoltre, il tono della serie mescola la disfunzionalità familiare con la tensione tipica dei crime drama, combinando uno strambo umorismo con situazioni folli ad altissimo rischio. La loro madre, interpretata da Laurie Metcalf, contribuisce ulteriormente al caos con il suo personaggio eccentrico, che vive seguendo regole tutte sue.

Durante un’apparizione a Watch What Happens Live with Andy Cohen, Levy ha risposto a una domanda del pubblico dicendo che il rapporto tra i fratelli è “altrettanto disfunzionale” quanto quello tra David e Alexis in Schitt’s Creek, “in un modo meravigliosamente adorabile”.

“Amo scrivere commedie su famiglie disfunzionali,” ha dichiarato Levy. “Credo sia il bacino più divertente da cui attingere. La sfida era trovare una dinamica disfunzionale che però non fosse la stessa [di Schitt’s Creek]. Un libro diverso, sullo stesso scaffale, diciamo così.”

Il cast di Big Mistakes

 Big Mistakes (2026)
Foto di Spencer Pazer/Spencer Pazer/Netflix © 2025 – © 2025 Netflix, Inc.

Uno degli elementi più interessanti della serie è senza dubbio il cast. Dan Levy non solo ha ideato il progetto, ma interpreta anche uno dei due protagonisti, Nicky. Al suo fianco troviamo Taylor Ortega nel ruolo di Morgan, la sorella con cui condivide questa rocambolesca avventura nel mondo del crimine. A completare il nucleo familiare c’è Laurie Metcalf, che interpreta la madre dei due, Linda.

Il cast include inoltre diversi volti interessanti: Jack Innanen interpreta Max, Boran Kuzum veste i panni di Yusuf e Abby Quinn quelli di Natalie. A questi si aggiunge Elizabeth Perkins, che appare in un ruolo ricorrente come Annette, portando con sé l’esperienza maturata in serie e film di grande successo.

Tra gli altri interpreti figurano Jacob Gutierrez, Joe Barbara, Josh Fadem e Mark Ivanir, ciascuno con ruoli che contribuiranno a costruire l’universo narrativo della serie.

La stagione di Big Mistakes

La prima stagione di Big Mistakes sarà composta da otto episodi. Anche se i dettagli sulla durata di ciascun episodio non sono ancora stati ufficialmente confermati, è probabile che si mantengano in linea con il formato tipico delle serie comedy-drama contemporanee, con episodi di 30-40 minuti.

Poiché si tratta di un’esclusiva di Netflix, Big Mistakes sarà disponibile in streaming esclusivamente sulla piattaforma. Nell’ambito dell’accordo globale di Dan Levy con il servizio, la serie è considerata una produzione originale di punta Netflix, il che significa che sarà disponibile a livello globale al momento dell’uscita.

La serie debutterà in streaming il 9 Aprile 2026.

Il trailer

Netflix ha già rilasciato il trailer ufficiale della serie, offrendo un primo sguardo al tono e allo stile di Big Mistakes. Per quanto la premessa possa sembrare caotica, il trailer lo è ancora di più. Con Dan Levy nei panni di Nicky, un prete queer, e Taylor Ortega nel ruolo della sua eccentrica sorella Morgan, le loro personalità contrastanti garantiscono momenti esilaranti nel tentativo di affrontare situazioni criminali sempre più complesse.

Mentre Laurie Metcalf appare generalmente delusa dalle scelte di vita dei suoi figli, ignara di tutto, i due fratelli continuano a combinare guai anche quando la loro vita è in pericolo. Con tanto umorismo nero e una tensione crescente, i fan apprezzeranno sicuramente il risultato.

In un panorama ricco di crime drama cupi e realistici, Big Mistakes appare come una ventata d’aria fresca, seppur frenetica e imprevedibile. E se la trama dovesse funzionare, potrebbe rivelarsi una delle uscite Netflix più caotiche e coinvolgenti dell’anno.

Superman: James Gunn smentisce i rumor sul casting di Maxima nel sequel DC Man of Tomorrow

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Il casting del nuovo Superman: Man of Tomorrow finisce al centro delle polemiche: dopo le indiscrezioni su provini per il ruolo di Maxima, James Gunn interviene direttamente per smentire tutto.

Secondo alcune fonti, attrici come Adria Arjona, Ella Purnell e Marisa Abela avrebbero sostenuto dei test per il ruolo della potente aliena DC. Tuttavia, Gunn ha risposto duramente sui social, definendo le informazioni “inesatte” e criticando apertamente la qualità del report. Una presa di posizione rara, che evidenzia quanto il progetto sia ancora in una fase delicata.

Il film, sequel del nuovo Superman con David Corenswet, dovrebbe vedere l’Uomo d’Acciaio affrontare una minaccia legata a Brainiac, con la possibile presenza di nuovi personaggi chiave. Ma questa smentita cambia la percezione: il DCU di Gunn sta cercando di controllare con precisione la comunicazione, evitando fughe di notizie premature.

Maxima nel DCU? Tra rumor e strategia, cosa sta davvero costruendo James Gunn

Il caso Maxima è interessante perché rivela il modo in cui DC Studios sta costruendo il suo nuovo universo narrativo. Il personaggio, mai apparso al cinema in live action, rappresenterebbe un’introduzione importante, capace di ampliare il lato cosmico del DCU.

Allo stesso tempo, però, Gunn ha già chiarito più volte di voler evitare inserimenti affrettati di personaggi iconici solo per fan service. La smentita sui casting suggerisce che il film potrebbe seguire una direzione più controllata, concentrandosi su pochi elementi chiave piuttosto che su un’espansione immediata.

Il progetto resta comunque ambizioso: oltre a Superman e Lex Luthor, il film introdurrà nuove connessioni con altri progetti DC, segnando un primo vero passo verso un universo condiviso coerente tra cinema e televisione.

La domanda, quindi, non è tanto se Maxima sarà nel film, ma quando e come verrà introdotta. E la risposta potrebbe arrivare solo nei prossimi mesi, con l’inizio delle riprese e i primi annunci ufficiali sul cast.

The Drama: il regista chiarisce il destino della coppia di Pattinson e Zendaya

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Il finale di The Drama continua a far discutere, e ora il regista Kristoffer Borgli interviene per chiarire cosa potrebbe accadere davvero tra i protagonisti. Il film, con Robert Pattinson e Zendaya, si chiude infatti con un finale volutamente ambiguo che lascia aperto il destino del matrimonio tra Charlie ed Emma.

Dopo una rivelazione scioccante che mette in crisi la relazione — e una serie di eventi che incrinano definitivamente la fiducia tra i due — il film termina con una scena sospesa: i protagonisti si ritrovano in una tavola calda, quasi a “ricominciare” da capo. Un momento che ha diviso il pubblico, tra chi lo interpreta come una speranza e chi come un segnale di rottura definitiva.

Secondo Borgli, però, il senso del finale è meno cinico di quanto sembri. Il regista ha dichiarato di sentirsi “romantico” e fiducioso sul futuro della coppia, pur lasciando volutamente spazio all’interpretazione dello spettatore. Ed è proprio qui che il film trova la sua forza: non dare risposte, ma mettere lo spettatore di fronte ai limiti dell’amore e dell’onestà.

Un amore oltre i limiti? Il vero significato del finale tra perdono e identità

The Drama - A24
The Drama – A24 – Robert Pattinson e Zendaya

Il cuore di The Drama non è tanto il colpo di scena a metà film, quanto le sue conseguenze. La relazione tra Charlie ed Emma viene messa alla prova non solo dai segreti del passato, ma dalla capacità — o incapacità — di accettare l’altro nella sua complessità.

Il finale non offre una soluzione, ma una domanda: esiste davvero un amore incondizionato? La scelta di far “ripartire” i personaggi suggerisce che il matrimonio non è una conclusione, ma un nuovo inizio, costruito su basi completamente diverse rispetto a prima.

In questo senso, il sorriso finale non è necessariamente una garanzia di felicità, ma un gesto fragile, quasi disperato, di chi decide comunque di provarci. È una scelta narrativa coerente con il tono del film, che evita il giudizio morale e si concentra invece sulla dimensione privata delle relazioni.

Il successo del film — con buoni risultati al box office e un’accoglienza positiva — dimostra quanto questo tipo di racconto, sospeso tra romanticismo e inquietudine, riesca a coinvolgere il pubblico. E proprio l’ambiguità del finale potrebbe essere la sua eredità più duratura.

Spider-Man: Brand New Day, Tom Holland conferma reshoot e modifiche alla storia

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Spider-Man: Brand New Day torna al centro dell’attenzione: Tom Holland ha confermato che il film è attualmente in fase di reshoot, con modifiche mirate alla storyline di uno dei villain a pochi mesi dall’uscita prevista per luglio 2026.

In un’intervista a GQ, l’attore ha chiarito che gli interventi non stanno stravolgendo il film, ma servono a rifinire il risultato finale: più umorismo e una rielaborazione di alcune dinamiche legate agli antagonisti. “Il film funziona già così com’è”, ha spiegato Holland, parlando di aggiunte pensate come “la ciliegina sulla torta”.

Il punto, però, è un altro: quando un film Marvel interviene così vicino all’uscita su elementi chiave come i villain, significa che qualcosa nella costruzione narrativa è stato ricalibrato. Non necessariamente un problema, ma un segnale preciso su come il progetto stia cercando il giusto equilibrio tra tono, spettacolo e coerenza interna.

Più villain, più equilibrio: perché Marvel sta ricalibrando la storia di Spider-Man

Spider-Man: Brand New Day
Tom Holland in costume per Spider-Man: Brand New Day

Dai materiali promozionali, Brand New Day si presenta come uno dei capitoli più affollati della saga, con antagonisti come Boomerang, Scorpion e Tarantula, oltre alla presenza della Mano e altri possibili personaggi ancora non confermati.

Questo livello di complessità narrativa è un’arma a doppio taglio. Da un lato amplia il mondo di Spider-Man, dall’altro rischia di frammentare il racconto. I reshoot sembrano quindi intervenire proprio su questo punto: riorganizzare il peso dei villain e rendere più chiara la loro funzione all’interno della storia.

Tra le ipotesi più interessanti c’è quella legata al misterioso elemento di controllo mentale visto nel trailer, che potrebbe introdurre un antagonista più centrale e meno “dispersivo”. Allo stesso tempo, il possibile coinvolgimento di Sadie Sink in un ruolo legato a Jean Grey suggerisce un’apertura sempre più evidente verso il mondo degli X-Men.

Infine, il ritorno dell’umorismo indica un’altra direzione chiara: dopo il tono più oscuro del trailer, Marvel vuole riportare Spider-Man alla sua identità classica, bilanciando dramma e leggerezza.

I reshoot, quindi, non sono un segnale di crisi, ma di aggiustamento. La vera sfida sarà capire se questo equilibrio funzionerà davvero o se il film rischierà di essere troppo carico per reggere tutte le sue ambizioni.

Supergirl riscrive Il Grinta: perché il nuovo film DC trasforma un classico western in un cinecomic

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Uno dei western più iconici della storia del cinema, Il Grinta con John Wayne, sta per tornare in una forma completamente nuova — e inaspettata. Il prossimo Supergirl, infatti, riprenderà direttamente la struttura narrativa del film, trasformando una storia di frontiera in un racconto supereroistico ambientato nello spazio.

Il collegamento non è casuale: il film DC si basa sul fumetto Woman of Tomorrow di Tom King, che è a sua volta una reinterpretazione dichiarata di True Grit. Anche qui troviamo una giovane ragazza in cerca di vendetta, affiancata da una figura disillusa e imperfetta — un ruolo che nel film sarà incarnato da Supergirl, ribaltando completamente il modello originale.

Ma la vera notizia è un’altra: Hollywood non sta più solo adattando storie, sta trasformando i generi. E questo progetto è uno degli esempi più chiari degli ultimi anni.

Perché il western è morto (e vive oggi nei cinecomic come Supergirl)

Supergirl

Il passaggio da Il Grinta a Supergirl non è un caso isolato, ma il segnale di un’evoluzione precisa. Il western, per decenni, è stato il genere dominante del cinema americano: raccontava eroi solitari, territori ostili, giustizia e vendetta. Oggi, quel ruolo è stato completamente assorbito dai cinecomic.

Personaggi come Supergirl incarnano gli stessi archetipi: outsider, moralmente complessi, chiamati a confrontarsi con un mondo violento e senza regole. Cambia l’ambientazione — dal deserto allo spazio — ma non la struttura narrativa.

E infatti Supergirl non è un remake: è una trasposizione mitologica. Il viaggio di Mattie Ross diventa quello di Ruthye, il pistolero alcolizzato diventa una supereroina disillusa, il West diventa l’universo.

Un’operazione rischiosa ma potenzialmente geniale per il futuro del DCU

Questa scelta, però, è anche rischiosa. Trasformare un classico come Il Grinta in un cinecomic può sembrare sacrilego, soprattutto per chi vede nel western un genere intoccabile. Ma è anche l’unico modo per rendere quella storia rilevante oggi.

Il punto è semplice: se True Grit fosse stato scritto nel 2020, probabilmente sarebbe nato già come una storia di supereroi.

Se il film riuscirà a mantenere il peso tematico del materiale originale — vendetta, crescita, perdita — allora Supergirl potrebbe diventare qualcosa di più di un semplice cinecomic: un ponte tra il mito classico americano e il cinema contemporaneo.

Se invece si limiterà alla superficie, rischia di essere percepito come l’ennesima operazione derivativa.

Ma una cosa è certa: questa non è solo una nuova uscita DC. È un test su cosa può diventare il cinema di genere nei prossimi anni.

Troop Beverly Hills avrà un sequel: Cameron Diaz guiderà il ritorno del cult dopo 37 anni

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Dopo oltre tre decenni, il cult comedy Troop Beverly Hills avrà ufficialmente un sequel, con Cameron Diaz protagonista del progetto. Il film è attualmente in sviluppo presso TriStar Pictures, segnando un ulteriore passo nel ritorno dell’attrice dopo il suo ritiro durato quasi dieci anni.

Secondo quanto riportato da Deadline, la regia e la sceneggiatura saranno affidate a Clea DuVall, che torna a collaborare con lo studio dopo Happiest Season. I dettagli sulla trama sono ancora riservati, ma è confermato che si tratterà di un sequel diretto e non di un remake, aprendo quindi a un collegamento con i personaggi e gli eventi del film originale.

La notizia è significativa per due motivi: da un lato, segna il ritorno di un titolo che, pur non essendo stato un successo al botteghino nel 1989, è diventato negli anni un vero cult; dall’altro, conferma la strategia attuale di Hollywood di recuperare proprietà “minori” ma con forte affetto del pubblico, piuttosto che puntare solo su grandi franchise.

Cameron Diaz e il ritorno delle cult comedy: nostalgia o nuova fase per il genere?

Il coinvolgimento di Cameron Diaz è l’elemento chiave del progetto. Dopo il ritorno con Back in Action e diversi nuovi titoli in sviluppo, l’attrice sembra voler costruire una seconda fase della sua carriera, scegliendo progetti che uniscono nostalgia e nuova identità.

Il sequel di Troop Beverly Hills si inserisce perfettamente in questa logica: non un reboot totale, ma una continuazione che potrebbe aggiornare temi e dinamiche del film originale per un pubblico contemporaneo. Resta da capire quale sarà il ruolo di Diaz, che con ogni probabilità interpreterà un nuovo personaggio legato alla storia originale.

Dal punto di vista industriale, il progetto riflette una tendenza chiara: Hollywood sta rivalutando le commedie cult degli anni ’80 e ’90, cercando di trasformarle in nuovi prodotti capaci di intercettare sia il pubblico nostalgico sia le nuove generazioni.

Il rischio, però, è evidente. Senza un’identità forte, questi sequel possono facilmente diventare operazioni di pura nostalgia. Ma se la scrittura riuscirà a rinnovare davvero il materiale originale, Troop Beverly Hills potrebbe trasformarsi da semplice cult recuperato a nuova occasione per rilanciare la commedia mainstream.

Foto di copertina Cameron Diaz alla prima di SHREK FOREVER il 21 aprile 2010. Foto di: Kristin Callahan/Everett Collection via DepositPhotos.com

Anthony Mackie protagonista di Barracuda: nuovo action thriller con la star di Logan Dafne Keen

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Anthony Mackie torna all’action con Barracuda, un nuovo thriller ad alta tensione che lo vedrà affiancato da Dafne Keen, nota per il suo ruolo in Logan. Il film, diretto da Neil Burger, entrerà ufficialmente in produzione nei prossimi giorni.

La storia segue Karl, un ex contrabbandiere dal passato oscuro che si lancia in una missione per salvare una ragazza rapita, dando il via a una fuga violenta e senza tregua attraverso il deserto fino al confine degli Stati Uniti. Il progetto punta su un’impostazione action pura, costruita su inseguimenti, scontri e un ritmo serrato, con Burger che promette un film “senza respiro”.

Ma il punto interessante è proprio la combinazione tra i due protagonisti: Mackie, reduce dal ruolo di Captain America nel Marvel Cinematic Universe, e Keen, che ha già interpretato una figura simile nel dinamico rapporto “mentore-allievo” in Logan. Un’accoppiata che suggerisce una formula narrativa familiare, ma potenzialmente efficace.

Il modello “lone wolf & cub” torna al cinema: perché Barracuda punta su una formula classica ma rischiosa

Dafne Keen
Dafne Keen partecipa all’evento dedicato ai fan di “The Acolyte” al Cinema Callao il 30 maggio 2024 a Madrid, in Spagna. — Foto di [email protected] via DepositPhotos.com

Il cuore di Barracuda è il classico schema “lupo solitario e giovane da proteggere”, una struttura narrativa già vista in molti action e road movie. Un modello che funziona quando riesce a bilanciare azione e sviluppo emotivo, ma che può facilmente risultare prevedibile se non rinnovato.

In questo caso, la presenza di Mackie è determinante: il suo passaggio da supereroe a protagonista di un action più “terreno” rappresenta un tentativo di consolidare una carriera oltre il Marvel Cinematic Universe. Allo stesso tempo, Dafne Keen porta con sé un’eredità importante proprio legata a questo tipo di dinamica, creando un parallelo inevitabile con il suo ruolo accanto a Wolverine.

Anche la regia di Burger sarà sotto osservazione. Dopo risultati altalenanti negli ultimi anni, Barracuda rappresenta per lui l’occasione di tornare a un cinema più diretto e spettacolare, puntando su ritmo e impatto visivo.

Senza una data di uscita ufficiale, il film resta ancora un’incognita. Ma se riuscirà a dare nuova energia a una formula già nota, potrebbe ritagliarsi uno spazio interessante nel panorama action contemporaneo. In caso contrario, rischia di essere l’ennesima variazione su un tema già visto.