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La stirpe del male: trama, cast e curiosità sul film horror

La stirpe del male: trama, cast e curiosità sul film horror

Quello del falso documentario è un sottogenere particolarmente popolare all’interno del cinema horror. Questo permette infatti di conferire alla storia raccontata l’idea che ciò che si vede si avvenuto realmente, che sia un documento veritiero intorno a determinati eventi. E quando ad essere realistico è l’orrore, questo fa naturalmente ancor più paura. Titoli come Rec o l’iconico The Blair Witch Project sono esempi perfetti di tale filone, in cui si colloca anche il recente La stirpe del male (qui la recensione). Questo è stato diretto nel 2014 dai registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, che avrebbero poi nuovamente collaborato anche per il loro successivo horror, Finché morte non ci separi.

Oltre all’essere realizzato come falso documentario, La stirpe del male utilizza anche l’artificio narrativo del found footage, ovvero del “video ritrovato”. I protagonisti sono infatti soliti riprendere tutto ciò che avviene con la loro videocamera a mano, la cui registrazione sarebbe poi idealmente ritrovata soltanto in seguito e diffusa come film. Si tratta dunque di un espediente che mira a rendere ancor più spaventoso ciò che si sta guardando, rimuovendo quanto più possibile l’esplicitazione della finzione cinematografica. Se anche l’orrore può appropriarsi del reale, diventa sempre più labile il confine tra ciò che è vero e ciò che non lo è, e questo è davvero spaventoso.

Allo stesso tempo, i due registi hanno scelto di infrangere molte delle regole del found footage, poiché il vero focus del film si ritrova nel deteriorarsi della relazione tra i due protagonisti, nel loro essere costretti a guardarsi e amarsi anche attraverso il deterioramento fisico e psicologico. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La stirpe del male: la trama del film

La storia del film ha per protagonisti Samantha e Zach McCall, coppia di neo sposi. I due, pronti a partire per la loro luna di miele, decidono di riprendere il tutto attraverso una videocamera a mano, con l’intento di realizzare un piccolo documentario personale di quel viaggio speciale ricco d’amore. Recatisi nella Repubblica Dominicana, dove si stanno celebrando le festività del Carnevale, gli sposi si imbattono su una veggente che fa loro delle dichiarazioni particolarmente inquietanti sul futuro di Samantha. Turbati dalla cosa, i due decidono di rivolgersi ad alcuni sciamani del luogo per saperne di più. La loro decisione, però, si rivelerà profondamente sbagliata.

Dopo essere stati condotti in uno strano e angusto locale, con indecifrabili simboli sulle pareti, Zach e Samantha si ritrovano drogati e storditi. Si risveglieranno però nella loro camera da letto, senza alcuna memoria di ciò che è successo loro. A sostituire tale preoccupazione vi è però la scoperta da parte della donna di essere incinta. La notizia si sparge in fretta tra amici e parenti e tutti sembrano entusiasti per la dolce attesa. Questa, però, si rivelerà meno piacevole del previsto. Nel momento in cui il bambino inizia a crescere nella sua pancia, Samantha sviluppa una serie di strani comportamenti, che lasciano intravedere l’arrivo di qualcosa di mostruoso.

La stirpe del male cast

La stirpe del male: il cast del film

Per conferire ulteriore sensazione di realtà a quanto si mostrava nel film, i due registi hanno scelto di ricorre ad una serie di attori poco noti. La presenza di celebrità, infatti, avrebbe finito con il distogliere l’attenzione degli spettatori. Allo stesso tempo, era importante avere attori che potessero passare come personalità qualunque, permettendo così una maggior identificazione in loro. Per questi motivi, per il ruolo di Samantha McCall è stata scelta l’attrice Allison Miller, ritrovabile in serie come Kings, Terra Nova, Tredici e A Million Little Things. Nei panni di suo marito Zach McCall, invece, vi è Zach Gilford, principalmente conosciuto per essere stato uno dei protagonisti della serie Friday Night Lights.

Accanto a loro, si ritrovano alcuni attori noti principalmente per ruoli televisivi. Anche se la loro presenza nel film è ridotta, vantano comunque diversi momenti memorabili. Il primo tra questi è l’attore Sam Anderson nei panni di Padre Thomas. Questi è principalmente noto per aver interpretato il medico Jack Kayson in E.R. – Medici in prima linea e Bernard Nadler in Lost. Madison Wolfe, vista in True Detective e nel film horror The Conjuring 2, interpreta qui Brittany, mentre Aimee Carrero è Emily. Michael Papajohn, noto per aver interpretato Dennis Carradine nella trilogia di Spider-Man, è invece l’ufficiale di polizia. Robert Belushi, figlio dell’attore James, interpreta infine il personaggio di Mason.

La stirpe del male: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. La stirpe del male è infatti disponibile nel catalogo di Rakuten TV, Google Play, Tim Vision e Amazon Prime Video. Per vederlo, basterà sottoscrivere un abbonamento generale alla piattaforma in questione o noleggiare il singolo film. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà a disposizione soltanto un dato periodo temporale entro cui vedere il titolo. In alternativa, il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 3 agosto alle ore 21:20 sul canale Rai 4.

Fonte: IMDb

 

La stirpe del male: recensione del film

La stirpe del male: recensione del film

In La stirpe del male Zac e Samantha sono due novelli sposini che decidono di regalarsi un viaggio di nozze nella Repubblica Domenicana, documentando ogni istante della con l’ausilio di una videocamera. La coppia viene improvvisamente catapultata in un misterioso party, del quale al mattino non rammentano nulla, ma tornati a casa scoprono inaspettatamente che Samantha, malgrado le precauzioni, e’ rimasta incinta. Zac pero’ trova uno strano cambiamento nella moglie, che oltre ad improvvisi sbalzi d’umore sembra modificare totalmente le proprie abitudini. Pensando inizialmente che si tratti dello stress dovuto alla gravidanza, Zac ben presto si rende conto che qualcosa di terribile e demoniaco sembra aver sconvolto la loro esistenza.

L’inflazione di genere sembra essere diventato una moda tipica di un cinema recente ormai stanco e dedito soprattuto alla pratica della “minestra riscaldata” che nei generi viscerali come l’horror pare aver trovato terreno fertile. Se poi a questo agiungiamo l’ormai abusato tema demoniaco e la pratica casereccia del found footage, La stirpe del male è l’ennesima pellicola che, muovendo dai capisaldi del genere come L’esorcista e Omen, crede erroneamente di avere qualcosa di originale da aggiungere a un piatto ormai freddo ed insipido. La coppia di esordienti Tyler Gillet e Matt Bettinelli-Olpin, gia’ avvezzi al mokumentary con l’opera collettiva V/H/S, decidono di partire da una vera amalgama metacinematografica debitrice dell’immenso Rosmary’s Baby, muovendosi su un terreno narrativo accidentato che attinge a piene mani ai topoi del genere, compresi alcuni ammiccamenti ai più recenti esperimenti de L’ultimo esorcismo. Una trama tutto sommato solida, lineare e prevedibile, senza particolare dispendio di energie creative, come si nota fin dall’accademica prima mezzora, dedicata a narrare le tenerezze di coppia che dovrebbero preludere alla catastrofe che tarda ad arrivare.

Interessante e ben studiata la modalità stilistica che abbandona il reportage in piano sequenza in favore di riprese da diversi dispositivi, replicando un montaggio cinematografico canonico (già sperimentato abilmente in Chronicle). A fare da contrappunto alla sterilita’ del plot, al quale va comunque riconoscuta una sufficente progressione nell’arco di suspance, vi e’ la piu’ che credibile prova attoriale della coppia Allison Miller (giovane veterana della tv gia’ vista in The Last Vampire ) e Zach Gilford (reduce dal recente The Purge), capacissimi di reggere ad una genuina a crescente tensione, fino alla cruenta scena finale del parto demoniaco degna di Brood di Cronemberg. Un uso parco e mai invasivo degli effetti speciali, di fatto credibili ma comunque incapaci di nobilitare una pellicola che insiste troppo sul fattore psico-sentimentale e troppo poco su una sana dose di gore, forse temendo di essere troppo originale e rinunciando ad essere quantomeno onesta con se stessa.

La stirpe del male ecco una clip del film

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la-stirpe-del-maleShockTillYouDrop.com ci da la possibilità di dare uno sguardo al prossimo film horror a tema satanico Devil’s Due, che da noi in Italia uscirà l’8 maggio 2014 con il titolo de La stirpe del male. Nel film ci sono Allison Miller e Zach Gilford.

Nel film, dopo una misteriosa notte della quale non ricordano nulla durante la luna di miele, due sposini si trovano a farei conti con una gravidanza inaspettata, così presto subito dopo le nozze. Accolta la notiza con sorpresa ma con gioia cominciano a registrare per il futuro tutti i cambiamenti che la futura mamma subirà fino a quando il bambino non nascerà. Tuttavia, il marito si accorge ben presto che questi cambiamenti, nel corpo e nello spirito della moglie, vanno al di là delle normali reazioni alla gravianza, e nascondono qualcosa di molto più sinistro.Ecco la clip di seguito:

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Fonte: CS

La stella di Andra e Tati commuove il Cartoons on the Bay

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La stella di Andra e Tati commuove il Cartoons on the Bay

Ha suscitato profonda commozione la proiezione in anteprima di La stella di Andra e Tati, film d’animazione prodotto da Rai Ragazzi assieme al Miur e a Larcadarte e diretto da Rosalba Vitellaro. Il prodotto, primo del genere in Europa a trattare il tema delicato della Shoah, è stato presentato nell’ambito del Cartoons on the Bay, proiettato al cinema Ambrosio di Torino alla presenza di bambini, ma anche di Andra e Tati Bucci, protagonista reali del film.

La storia è quella delle due donne, all’epoca bambine, sopravvissute allo sterminio di Auschwitz: “Non ci aspettavamo tutto questo, davvero e non abbiamo provato questa commozione mai, nemmeno il giorno che siamo rientrate nel campo” (fonte ANSA).

Il tema del film si sposa perfettamente con l’apertura della ventiduesima edizione del festival del crossmediale e dell’animazione televisiva promosso da Rai e organizzato da Rai Com a Torino. Cartoons on the Bay si è infatti aperto con l’inaugurazione della mostra 1938-2018. Ottant’anni dalle leggi razziali in Italia’ e prosegue a reiterare il tema delicato. Ancora più importante è che l’ente pubblico si sia speso, con questo film d’animazione, a raccontare la Storia ai giovani, in maniera diretta e non troppo edulcorata, anche se rasserenante nel finale, un’intenzione che vedrà la luce a ottobre, quando il film andrà in onda su Rai Gulp.

Andra e Tati Bucci sono state trai 50 bambini su 200 che si sono salvati dal lager e che hanno ritrovato i propri genitori.

La statua di Iron Man scambiata per un uomo in pericolo!

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La statua di Iron Man scambiata per un uomo in pericolo!

C’è ancora qualcuno che non riconosce Iron Man? A Manchester sì! Vedendo la statua del supereroe dalla finestra di un appartamento, i vicini hanno pensato che si trattasse di una persona appesa per il collo. Nel panico, hanno chiamato la polizia che, irrompendo in piena notte nella casa del proprietario della statua, ha trovato una sorpresa. La possibile emergenza si è presto trasformata in aneddoto.

Come riportato dal Manchester Evening News, un equipaggio di 10 poliziotti e paramedici è stato chiamato alla West Tower di Deansgate Square a Manchester da vicini preoccupati. Temevano di aver visto una persona appesa alla finestra. Le forze dell’ordine hanno svegliato il proprietario della casa nel cuore della notte. Una volta entrate hanno scoperto che alla finestra c’era Iron Man, non una persona.

Pagata 14.000 sterline e a grandezza naturale, la statua del supereroe era stata messa bene in mostra di fronte ad una vetrata. L’immobile Iron Man, con la sua postura rigida e nella penombra aveva fatto pensare ai vicini i peggiori scenari. Dopo che la polizia ha scattato alcuni selfie con la statua illuminata, ha consigliato al proprietario di spostarla per evitare future chiamate allarmanti. Purtroppo però, l’installazione, costruita su misura, era troppo pesante per essere mossa.

Iron Man tra cosplay e statue

Interpretato per più di un decennio da Robert Downey Jr., il personaggio Marvel ha conosciuto un forte aumento di popolarità da quando è partito il MCU con Iron Man del 2008. Successivamente l’Iron Man del miliardario playboy Tony Stark si è rapidamente guadagnato il suo posto nel cuore del pubblico in tutto il mondo.

Il personaggio di Iron Man ha ispirato molti fan a ricreare le armature dell’eroe nella vita reale, dal cosplay di corazze mandaloriane a quello completo delle tute del film. Non mancano le statue in onore anche di altri eroi Marvel: una statua di bronzo che celebra il 75º anniversario di Capitan America, inaugurata al Comic-Con di San Diego nel 2016, si trova ora nel Prospect Park di Brooklyn a New York.

La star di X-Men ’97 Ross Marquand parla delle possibilità di un Avengers vs. X-Men

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X-Men ’97 è stato caratterizzato da una manciata di camei memorabili di alcuni personaggi Marvel di alto profilo, tra cui Spider-Man e Capitan America. Quest’ultimo è noto soprattutto per aver guidato i Vendicatori, e con tutto quello che stanno passando i mutanti di questo mondo – tra cui Magneto che sembra aver dichiarato guerra all’umanità – potrebbe essere all’orizzonte uno scontro tra loro e gli X-Men?

Parlando con ComicBook.com, il doppiatore del Professor X, Ross Marquand, ha condiviso la sua convinzione che ci sia “una reale possibilità” che le due squadre si scontrino in un adattamento animato di Avengers vs. X-Men. “Avete visto cosa è successo nell’ultimo episodio [con] Rogue e Capitan America”, ha esordito Marquand. “C’è una reale possibilità che questo accada. Lui non può volare. Il Capitano non può volare. L’ha lanciato sul fianco di una montagna innevata”.

Sono sicuro che è conficcato lì dentro a 15 metri di profondità. Non troverà quello scudo“, scherza l’attore. “Non è come il Mjolnir che si può tirare indietro, è incastrato in quella cosa. Sarà incazzato con Rogue per un po’”. Sarebbe indubbiamente epico vedere gli X-Men e i Vendicatori darsi battaglia in X-Men ’97, soprattutto perché ci sono accenni al fatto che i mutanti si radicalizzeranno in seguito all’attacco a Genosha (il che seguirebbe in qualche modo i fumetti).

Sebbene Marquand sia ottimista sulla possibilità che ciò accada, per il momento è solo felice di essere coinvolto nel revival di X-Men: The Animated Series. “Lo dico sempre al mio manager… se questa fosse l’ultima cosa che faccio nella mia carriera, morirei felice. Lo farei davvero”. Non resta dunque che attendere per scoprire se questo scontro si concretizzerà davvero, portando così i due celebri gruppi di supereroi ad incrociare le armi.

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Cosa c’è da sapere su X-Men ’97?

La nuovissima serie X-Men ’97, composta da 10 episodi, è arrivata in streaming a partire dal 20 marzo. La serie rivisita l’epoca iconica degli anni ‘90, con il gruppo di mutanti che usa i propri poteri straordinari per proteggere un mondo che li odia e li teme, vengono messi alla prova come mai prima d’ora, costretti ad affrontare un nuovo futuro pericoloso e inaspettato.

Il cast delle voci nella versione originale include Ray Chase (Ciclope), Jennifer Hale (Jean Grey), Alison Sealy-Smith (Tempesta), Cal Dodd (Wolverine), JP Karliak nel ruolo di Morph, Lenore Zann nel ruolo di Rogue, George Buza nel ruolo di Bestia, AJ LoCascio (Gambit), Holly Chou (Jubilee), Isaac Robinson-Smith (Alfiere), Matthew Waterson (Magneto) e Adrian Hough (Nightcrawler).

La star di The Pitt rivela come un momento della seconda stagione cambierà tutto

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Nella seconda stagione di The Pitt, il percorso di Samira Mohan prende una direzione completamente inattesa. Il personaggio interpretato da Supriya Ganesh, specializzanda senior dell’ospedale, aveva pianificato ogni dettaglio del proprio futuro professionale e personale, ma un singolo evento è destinato a mettere in crisi tutte le sue certezze.

Nel primo episodio della nuova stagione, Samira racconta alla dottoressa Cassie McKay, interpretata da Fiona Dourif, di aver accettato un incarico in un ospedale del New Jersey per restare vicina alla madre dopo la fine della specializzazione. Un progetto che sembrava solido e definitivo, ma che inizia rapidamente a sgretolarsi.

Il piano di Samira va in frantumi

Nel corso della stagione 2, Samira scopre infatti che sua madre sta per sposarsi con un uomo conosciuto da meno di un anno, ha deciso di vendere la casa e si prepara a partire per un lungo viaggio in crociera intorno al mondo. Una rivelazione che cambia radicalmente l’equilibrio emotivo della giovane dottoressa e mette in discussione il senso stesso delle scelte fatte finora.

In un’intervista rilasciata a TVLine, Supriya Ganesh ha spiegato come Samira abbia sempre vissuto seguendo un “piano maestro”, convinta che il ritorno in New Jersey fosse il tassello finale di un percorso già scritto. Quando questo progetto crolla, il personaggio si ritrova improvvisamente senza una direzione chiara.

Una crisi di identità profonda

Secondo l’attrice, Samira arriva a percepire una vera e propria perdita di senso e di scopo. Gran parte della sua identità si è costruita attorno al ruolo di figlia responsabile, soprattutto dopo la morte del padre. Ora che la madre sembra non aver più bisogno di lei, Samira è costretta a fare i conti con il vuoto lasciato da una vita interamente dedicata al lavoro e alla famiglia.

È una crisi particolarmente destabilizzante per un personaggio da sempre metodico e controllato, che non aveva mai previsto un piano alternativo. La mancanza di radici, di relazioni sentimentali e di amicizie al di fuori dell’ospedale diventa improvvisamente evidente.

Un percorso di crescita ancora tutto da scrivere

Ganesh sottolinea come, nel prosieguo della stagione, Samira sia costretta a riconoscere quanto la sua dedizione assoluta alla carriera abbia sacrificato ogni altro aspetto della sua vita. Tuttavia, l’attrice si dice fiduciosa che questa fase di smarrimento possa trasformarsi in un’opportunità di crescita, portando il personaggio a ridefinire sé stessa al di là del camice.

I nuovi episodi di The Pitt vengono distribuiti **ogni giovedì su HBO Max****, consolidando la serie come uno dei medical drama più attenti alla dimensione psicologica dei suoi protagonisti.

La star di Stranger Things rivela quale personaggio Marvel vorrebbe interpretare dopo anni di fancasting

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Dopo anni di ipotesi e fancasting da parte dei fan, Caleb McLaughlin ha finalmente detto la sua: l’attore di Stranger Things ha rivelato che gli piacerebbe interpretare Miles Morales nel Marvel Cinematic Universe. Una dichiarazione che riaccende l’entusiasmo dei fan Marvel, che da tempo lo indicano come uno dei volti ideali per lo Spider-Man di nuova generazione.

McLaughlin, noto per il ruolo di Lucas Sinclair nella serie Netflix Stranger Things, ha parlato del personaggio in un’intervista a Variety, spiegando che interpretare Miles Morales sarebbe per lui “un onore”. L’attore ha sottolineato il profondo rispetto che nutre per il personaggio e per il significato che porta con sé, ben oltre la singola interpretazione.

Miles Morales come simbolo culturale e generazionale

Secondo McLaughlin, Miles rappresenta qualcosa di più grande di chiunque lo interpreti. Essere cresciuto a New York, proprio come il personaggio, e aver visto l’impatto dello Spider-Verse lo ha fatto sentire ancora più vicino a quella storia. Un legame emotivo che, a suo dire, spiega perché il giovane Spider-Man riesca a parlare a un pubblico così ampio e trasversale.

Il fancasting che lo vede protagonista circola almeno dal 2018, anno di uscita di Spider-Man: Into the Spider-Verse. La somiglianza fisica con il personaggio e le origini newyorkesi hanno contribuito a rafforzare l’idea che McLaughlin potesse essere una scelta naturale per un eventuale debutto live-action di Miles nel MCU.

Creato dallo sceneggiatore Brian Michael Bendis e dalla disegnatrice Sara Pichelli, Miles Morales ha esordito nel 2011 in Ultimate Fallout #4, per poi ottenere una sua serie dedicata. Il vero salto nella cultura pop è arrivato però con il successo di Spider-Man: Into the Spider-Verse, vincitore dell’Oscar e punto di svolta per la popolarità del personaggio.

Il futuro di Miles Morales tra cinema e attesa

Il successo del primo film ha dato vita a un vero e proprio universo narrativo, proseguito con Spider-Man: Across the Spider-Verse e con il videogioco Marvel’s Spider-Man: Miles Morales. Un terzo capitolo animato, Spider-Man: Beyond the Spider-Verse, è attualmente in sviluppo, ma la data di uscita continua a slittare: al momento è fissata al 18 giugno 2027, anche se molti fan temono un ulteriore rinvio.

Nel frattempo, le parole di Caleb McLaughlin alimentano il dibattito su un possibile futuro di Miles Morales nel live-action Marvel. Un’ipotesi che, se dovesse concretizzarsi, segnerebbe un passaggio importante per il personaggio e per la rappresentazione all’interno del MCU.

FOTO DI COPERTINA: Caleb McLaughlin arriva alla 54ª edizione degli NAACP Image Awards, tenutasi al Pasadena Civic Auditorium il 25 febbraio 2023 a Pasadena, Los Angeles, California, Stati Uniti. — Foto di Image Press Agency via DepositPhotos.com

La star di Shōgun Anna Sawai ha dovuto rinunciare al ruolo di Katana in Suicide Squad

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Shōgun, il dramma storico di FX acclamato dalla critica, ha concluso la scorsa settimana il suo ciclo di 10 episodi e Anna Sawai è stata universalmente elogiata per la sua interpretazione della tragica Toda Mariko. Tra le voci di nomination agli Emmy, la star vista anche Monarch: Legacy of Monsters sarà ora sicuramente sommersa di offerte cinematografiche e non ci sarebbe da sorprendersi se prima o poi le venisse proposto un ruolo da supereroe.

Sawai ha dunque parlato della sua carriera e del suo potenziale trasferimento a Hollywood a THR, rivelando che la sua grande occasione sarebbe potuta arrivare molto prima, ma l’impegno con la sua band J-Pop, le FAKY, l’ha costretta a perdere l’occasione di fare il provino per il ruolo di Katana in Suicide Squad del 2016. “Dopo la formazione – più anni di formazione – o sei fortunato e ti unisci a un gruppo, o debutti come cantante solista, o te ne vai“, ha spiegato Sawai.

Mi sono detta: “Questa è la mia occasione!”. Poi sono andata dal mio manager e mi ha detto: ‘Non puoi fare l’audizione’. In pratica mi hanno detto che se fossi stata via per più di un mese, le ragazze [gli altri membri delle FAKY] non avrebbero avuto nulla da fare. Sembrava che mi stessero davvero vincolando e, a causa del mio contratto, non potevo andarmene fino al momento in cui me ne sono effettivamente andata [nel 2018]“.

Naturalmente, non è detto che la Sawai avrebbe effettivamente ottenuto la parte, e anche se l’avesse ottenuta, potrebbe non aver fatto molto per il suo status. Katana è stata infine interpretata da Karen Fukuhara, star di The Boys, e sebbene abbia fatto un buon lavoro, il personaggio non era esattamente posizionato per essere un punto di riferimento, tant’è che Fukuhara ha poi ottenuto una buona popolarità solo grazie alla serie di Prime Video.

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Shōgun avrà una seconda stagione?

Nonostante l’amore diffuso che lo show ha ricevuto negli ultimi mesi, la risposta al rinnovo o meno di Shōgun per una seconda stagione sembra un secco no. Questo è supportato dai recenti commenti dei creatori dello show, Rachel Kondo e Justin Marks, che hanno entrambi ribadito che lo show è sempre stato pensato come una serie limitata a una sola stagione. Kondo e Marks sembrano più che soddisfatti del punto in cui la serie è stata lasciata, e lo ribadiscono ulteriormente nella dichiarazione che segue:

Abbiamo portato la storia alla fine del libro e abbiamo messo un punto alla fine della frase. Amiamo il modo in cui finisce il libro; è stata una delle ragioni per cui entrambi sapevamo di volerlo fare, e abbiamo concluso esattamente in quel punto. In passato mi è capitato di assistere a episodi come questo, in cui si costruisce un’intera fabbrica che produce solo 10 auto e chiude i battenti. È una rottura. Uno dei nostri produttori ha scritto un manuale di istruzioni di quasi 900 pagine su come realizzare questo show, lungo quasi quanto il libro Shogun. C’era dentro tutta questa conoscenza infrastrutturale. Spero solo che qualcun altro, magari un amico, abbia bisogno di un manuale di produzione sul Giappone feudale, così potrò dire: “Ecco, usa questo libro. Ti farà risparmiare 11 mesi‘”.

È chiaro che Rachel Kondo e Justin Marks tengono in grande considerazione il romanzo originale di James Clavell e hanno voluto raccontare la storia nel modo più accurato possibile, aggiornandola per il pubblico moderno. Hanno certamente ragione sul fatto che il libro originale ha un finale potente e chiaro, quindi ha senso che Kondo e Marks non vogliano stravolgerlo troppo. Terminare una serie nel suo momento migliore e abbandonarla finché si è in vantaggio ha certamente i suoi vantaggi. Dopotutto, Shōgun è stato ripetutamente paragonato a Game of Thrones, uno show che ha infamemente cercato di adattare materiale al di là dei libri, con una conclusione disastrosa.

La star di Ritorno al futuro rivela un dettaglio sull’originale Marty McFly che ha portato al suo licenziamento

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L’iconica trilogia di Ritorno al futuro è iniziata nel 1985 con i membri del cast Michael J. Fox, Christopher Lloyd, Lea Thompson, Crispin Glover e Tom Wilson. Tuttavia, Eric Stoltz era l’attore originale che aveva firmato per interpretare Marty McFly, ma alla fine è stato sostituito da Fox. Ora, proprio Wilson ha rivelato cosa ha portato al licenziamento di Stoltz. Durante un’apparizione al podcast Inside of You with Michael Rosenbaum, l’attore che interpreta Biff Tannen ha ammesso che Stoltz ha adottato un “approccio molto metodico” nell’interpretare Marty McFly sul set di Ritorno al futuro. “Mi trattava molto male perché voleva che tutti lo chiamassero Marty”, ha affermato Wilson.

Wilson trovava strano quel comportamento, soprattutto perché Stoltz aveva già lavorato con Thompson in un film e la trattava come una vecchia amica invece di comportarsi in modo “imbarazzato” come avrebbe dovuto. “Erano tutti molto amichevoli, ma lui mi trattava male, quindi all’epoca pensai che fosse un metodo selettivo”, ha detto Wilson. Mentre le cineprese giravano Ritorno al futuro, non sembrava che lui e Stoltz fossero nemmeno “nelle stesse scene insieme”, poiché l’approccio di quest’ultimo nell’interpretare Marty McFly era di natura più seria.

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Eravamo molto giovani, ed è stato tanto tempo fa, e ho il massimo rispetto per Eric come persona, per la sua meravigliosa carriera e per tutte quelle cose. Ma eravamo giovani ragazzi insieme in una cosa, ed Eric stava adottando un approccio molto, molto metodico nei confronti di Marty McFly. Quindi mi trattava molto male perché voleva essere chiamato Marty da tutti. Da tutti, dai parrucchieri, dal regista e da tutti. Stava cercando di incarnare Marty. Pensavo fosse strano perché aveva recitato in un film con Leah Thompson. Avrebbe dovuto sentirsi a disagio con lei, ma per lui lei era Leah ed erano tutti amici lì, mentre con me si comportava male. Quindi all’epoca pensavo fosse un metodo selettivo“.

E all’epoca non lo apprezzavo perché anch’io ho uno strumento. Sono su questo palco proprio come te. Quindi entrambi abbiamo bisogno di ciò che ci serve per lavorare su questa scena. Non sono il tuo servitore in questa scena, in cui dovrei comportarmi in un certo modo per metterti a tuo agio. Siamo qui insieme per fare questo. E non ti sto chiedendo di fare nulla, di chiamarmi in un certo modo, di fare qualcosa. Ti chiedo solo di imparare le parole e di presentarti qui pronto a dare il meglio. Ci sono stati molti drammi, angoscia e molte cose che ritengo non fossero produttive per un giovane di allora e che hanno portato alla sua sostituzione“.

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Alla domanda se fosse rimasto scioccato dal licenziamento di Stoltz, Wilson ha risposto affermativamente, poiché sostituire uno dei protagonisti è una cosa importante, ma ha aggiunto che non ha provato euforia nel sentire la notizia. In realtà pensava che sarebbe stato lui a essere licenziato. I produttori lo hanno chiamato a casa e gli hanno chiesto se poteva passare dagli studi della Universal senza rivelargli il motivo. “È stato il viaggio in auto più lungo della mia vita”, ha spiegato Wilson.

Ero scioccato perché era una cosa importante per un film. Era una cosa importante. Quindi le cose stavano diventando molto scomode sul set, nelle discussioni con Bob Zemeckis, il regista, e con Dean Cundey, il direttore della fotografia. Le cose erano insolite e poi tutto è stato interrotto, e ho pensato che stessero chiudendo il film. Immagino che sia finita“.

Poi i produttori mi hanno chiamato a casa e mi hanno detto: ‘Tom, potresti venire? Vorremmo parlarti di una cosa’. E ho pensato: ‘Sono io. Mi licenzieranno. Sono io il problema del film perché non ho capito cosa stava succedendo nelle scene con lui’. Avevo fatto molto teatro e altre cose e mi allontanavo dalla scena pensando: ‘Che cos’era quello?’. Non credo che fossimo nella stessa scena insieme. E ho pensato: ‘Immagino che abbia ragione perché ha fatto dei film. Devo aver sbagliato’.”

Era Bob Gale. ‘Bob, dimmelo. Dimmelo al telefono. Lo accetterò’. Mi ha detto: ‘Vorremmo che venissi qui. Potresti venire in macchina all’ufficio della Universal?’ È stato il viaggio in macchina più lungo della mia vita. E pensavo: alzati, comportati da gentiluomo, sii professionale, alzati, stringi loro la mano, di’: ‘Grazie per l’opportunità’, e poi penseremo a cosa fare nella vita perché non sarà questo, immagino“.

Fortunatamente per lui, Wilson non era l’attore che era stato licenziato. Quando il regista Robert Zemeckis e il produttore Bob Gale gli comunicarono che era stato licenziato Stoltz, l’attore che interpretava Biff si sentì come un “personaggio dei cartoni animati che si scioglieva e scivolava giù dalla sedia”.

Mi portarono nel loro ufficio e Bob Zemeckis e Bob Gale mi dissero: ‘Ascolta, Tom, abbiamo una brutta notizia. Abbiamo dovuto sostituire Eric’. Devo ammettere che non ero molto contento, ma ero come un personaggio dei cartoni animati che si scioglieva e scivolava dalla sedia e diceva: ‘Wow, ok. Ehi, lui sta bene?’

All’attore fu poi comunicato che Fox avrebbe sostituito Stoltz e che avrebbero dovuto rigirare tutte le scene, il che richiese circa sei settimane di riprese. “Riprenderemo tutto con questo ragazzo di una serie TV, Michael J. Fox, che recita in una serie TV di successo. Lui entrerà nel cast. Lo conoscevo. Sì, non lo conoscevo. E poi rifaremo tutto quello che abbiamo fatto. E sono state sei settimane di riprese. Quindi rifaremo tutto con questo Michael J. Fox”.

Una volta che Fox ha iniziato a girare le sue scene, è diventato ovvio a tutti i coinvolti che era l’attore giusto per il ruolo. Wilson ha detto: “Ero così sollevato perché mi sembrava che stessimo recitando una scena insieme, non che tu facessi una cosa e io ne facessi un’altra”. “Ero così sollevato. Ero così sollevato perché mi sembrava che stessimo recitando una scena insieme, non che tu facessi una cosa e io ne facessi un’altra”.

Nonostante il comportamento di Stoltz sul set e il modo sfortunato in cui ha lasciato la produzione, Wilson nutre ancora “il massimo rispetto” per lui “come persona e per la sua meravigliosa carriera”. Dopo essere stato escluso da Ritorno al futuro, Stoltz ha recitato in film come Say Anything…, Piccole donne, Anaconda e The Butterfly Effect, e ha diretto diversi episodi di serie TV come Law & Order, Grey’s Anatomy, Glee, Le regole del delitto perfetto e Madam Secretary.

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La star di Odissea Mia Goth rivela il livello di segretezza durante le audizioni per il prossimo film di Christopher Nolan

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Odissea di Christopher Nolan, senza dubbio uno dei film più attesi del 2026, ha mantenuto un alto livello di segretezza durante la ricerca del cast, come rivelato da una delle star. In uscita il 17 luglio 2026, questo lungometraggio sarà la versione del mito greco del regista premio Oscar di Oppenheimer, con le sue consuete immagini mozzafiato e un cast di prim’ordine.

Il cast di Odissea include Matt Damon nel ruolo principale di Ulisse, oltre ad Anne Hathaway, Tom Holland, Zendaya, Robert Pattinson, Elliot Page, Mia Goth, Charlize Theron, Lupita Nyong’o, Jon Bernthal e altri. Le prime immagini di L’Odissea  pubblicate da Empire hanno recentemente confermato quali personaggi mitologici interpreteranno alcuni degli attori.

Con la rivelazione che la Hathaway interpreterà Penelope, moglie di Ulisse, è stato anche confermato che Goth, protagonista di Pearl e Frankenstein, interpreterà Melantho, una delle ancelle di Penelope. Goth, una star relativamente nuova che lavora con Nolan per la prima volta, ha parlato di quanto fosse snervante incontrarlo in una recente intervista con Happy Sad Confused.

Guarda Goth e Hathaway nell’immagine esclusiva di Empire tratta da The Odyssey qui sotto:

 

Goth ha anche raccontato che l’audizione per Odissea è stata un processo altamente riservato, che ricorda il modo in cui alcune grandi produzioni hollywoodiane nascondono agli attori i personaggi per cui stanno facendo l’audizione. Goth non ha potuto leggere la sceneggiatura né sapere con certezza quale fosse il suo ruolo fino a quando non ha firmato ufficialmente il contratto. Leggi il suo commento completo qui sotto:

Ho fatto il provino per The Odyssey. Ho fatto il provino… mi hanno dato delle battute fittizie, quindi non aveva nulla a che fare con la sceneggiatura. […] E poi ho ottenuto il lavoro, e poi ho scoperto che… ho dovuto accettare il lavoro prima ancora di poter leggere la sceneggiatura e scoprire quale fosse il ruolo. Quindi è stato un processo nuovo.

Quindi, si trattava di aspettative completamente nuove per Goth, dato che Nolan era diventato un regista ancora più importante dopo Oppenheimer. Il cast di L’Odissea è rimasto molto misterioso per un po’ di tempo agli occhi del pubblico, perché sapevamo chi c’era nel film ma non quali ruoli avrebbero interpretato, e potevamo solo fare ipotesi basandoci sulla conoscenza dei personaggi iconici.

Altri casting confermati di recente includono Zendaya nel ruolo della dea Atena e Robert Pattinson in quello del cattivo, il malvagio pretendente di Penelope, Antinoo, mentre Tom Holland nel ruolo del figlio di Ulisse, Telemaco, era già stato ipotizzato da tempo. Dopo il teaser trailer molto vago ed esclusivamente teatrale di questa estate, potremmo presto vedere un trailer vero e proprio di Odissea.

Odissea sarà sicuramente uno dei film più importanti del prossimo anno e un grande evento cinematografico, dato lo stile epico di Nolan. Nascondere tutte queste informazioni agli attori durante le audizioni potrebbe non essere stato del tutto necessario, dato che la storia è già ampiamente nota, ma Nolan e il suo team potrebbero avere le loro ragioni, con alcune sorprese in serbo.

La star cinese Wang Xuequi in Iron Man 3!

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La star cinese Wang Xuequi si è unito al cast del prossimo Iron Man 3 nel ruolo del Dottor Lu. La notizia è stata annunciata da Deadline, secondo il quale il film diretto da Shane Black è nella sua fase finale di riprese a Pechino. Xuequi è noto per aver interpretato Warriors of Heaven and Earth e Bodyguards and Assassins. Nel casti ritorna il protagonista  nei panni di Tony Stark. Fanno parte del cast anche  e Iron Man 3 uscirà in Nord America 3D e 2D il 3 maggio 2013. Per tutte le notizie sul film vi segnaliamo il nostro speciale: Iron Man 3.

Tutte le foto del film nella nostra foto gallery:

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La stanza: la recensione del film con Guido Caprino

La stanza: la recensione del film con Guido Caprino

La casa da sempre è uno dei teatri principali dei racconti di genere. In particolare di quelli famigliari. Psycho, Shining e The Others, sono solo alcuni degli esempi più importanti del racconto in interno, del dramma da camera. Tale ambiente diventa il luogo naturale del confronto, e dello scontro, tra chi vi abita. E in uno spazio ben delimitato è ovviamente più difficile nascondersi e sfuggire al proprio destino. Su questa idea si fonda anche La stanza, il nuovo film di Stefano Ludovichi, già autore dell’acclamato In fondo al bosco. In uscita su Amazon Prime Video a partire dal 4 gennaio, la pellicola fa così di quest’unica location il teatro per una vicenda che trascende lo spazio e il tempo, trovando il proprio cuore nei delicati rapporti tra gli umani protagonisti.

La vicenda è quella di Stella (Camilla Filippi) una giovane donna dai sentimenti feriti e pronta a lanciarsi dalla finestra. A interrompere il suo tentativo di suicidio arriva però il suono del campanello. Alla porta tuttavia non c’è chi lei desiderava, bensì uno straniero che dice di chiamarsi Giulio (Guido Caprino). In un’altra situazione o condizione Stella lo avrebbe mandato via, ma quando questi le dice che sta aspettando Sandro (Edoardo Pesce), il marito di Stella, di colpo una speranza si riaccende in lei. Lo straniero viene così fatto entrare e portato nella camera degli ospiti. Ma chi è Giulio? A chi Stella avrà spalancato le porte della propria casa? E quali segreti nasconde quel luogo? Giulio sembra intenzionato proprio a portare alla luce tutto ciò una volta per tutte.

Il non luogo della Stanza

Quello di Ludovichi è un altro film che può essere osservato anche in relazione all’attuale situazione mondiale, dove si intima di rimanere a casa per la propria e altrui salvaguardia. Non per tutti, però, rimanere in casa è sintomo di tranquillità. La convivenza forzata porta infatti a riesumare vecchi scheletri dagli armadi, che rischiano di minare la tranquillità e l’equilibrio stabilito. È ciò che avviene anche in La stanza, con una casa che assume sempre più la natura di un non luogo, lontano dal tempo e dallo spazio comunemente intesi. Una qualità che accosta tale ambiente alla casa protagonista del film Madre!. Se nel film di Aronofski questa diveniva metafora della Terra e della vita, nel film di Ludovichi è invece il cuore di un nucleo famigliare avvelenato da reciproci segreti.

Ci sono ambienti che volutamente non vengono mostrati, lasciando così che la casa mantenga fino all’ultimo un velo di mistero capace di generare un certo timore. Le stanze sono come i segreti, e non tutte sono facili da rivelare. Il regista gioca così con un ambiente che diventa protagonista, e segue attivamente i personaggi nel loro scontro. Uno scontro che è favorito dall’ingresso in scena dell’estraneo. Egli è l’elemento grazie al quale il film assume un tono di tensione che sembra richiamare Funny Games di Haneke. Diventa a questo punto evidente che La stanza vanta non solo evidenti omaggi ad un certo cinema d’autore, ma che soprattutto aspira ad utilizzare un genere che si muove tra il fantastico e il thriller per raccontare una tematica particolarmente umana e concreta.

Procedendo nella visione, infatti, ogni domanda sembra trovare risposta. Ognuno dei personaggi si colloca in un ruolo definito, attraverso cui emerge la necessità di parlare del rapporto tra genitori e figli. Un rapporto complesso, ricco di errori apparentemente banali ma che possono generare mostri. Nessuno è vittima, tutti sono carnefici involontari di un amore che spesso assume forme tali da non renderlo più quel sentimento positivo che dovrebbe essere. Mantenendo sempre viva la possibilità di una redenzione, Ludovichi conduce così verso una risoluzione dove, ammesse le rispettive colpe, si può infine trovare la forza di perdonarsi.

La stanza film

Gli attori nella stanza

È un oggetto ambiguo La stanza, che attrae con delle premesse per poi condurre verso territori inaspettati. Si tratta di un notevole, e ulteriore, esperimento in direzione di un cinema di genere che sembra trovare sempre più spazio nella cinematografia nazionale. È per tanto avvincente il modo in cui il regista aspiri a parlare di tematiche complesse ma ricche di sentimento, attraverso una cornice particolarmente cupa e brutale. Ciò che convince meno sono una serie di risvolti narrativi che, seppur velatamente introdotti per tempo, conducono in modo brusco lì dove è necessario che lo spettatore venga portato. Che più di qualcosa non sia come sembri è evidente da subito, ma un gradino meno netto tra il prima e il dopo avrebbe probabilmente giovato tanto allo storia quanto alla visione.

Ma per un film di questo tipo, molta della sua forza è da ricercare negli interpreti protagonisti. Consapevole di ciò, Ludovichi si affida a tre splendidi attori, capitanati da un Guido Caprino particolarmente inquietante. Egli dà vita ad una nuova trasformazione fisica, dimostrandosi attore capace di scendere nella psicologia del personaggio per renderlo vivo e vero. Difficile non venire catturati dalla sua performance, capace tanto di sedurre con i suoi modi di fare quanto disturbare con la sua violenza. Egli diventa il corpo attraverso cui possono confluire i principali sentimenti del film. Giulio incarna così quel processo di catarsi grazie al quale ognuno ha la possibilità di confrontarsi con i propri errori, ponendovi rimedio.

La stanza: il trailer del film disponibile dal 4 gennaio su Amazon Prime

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La stanza è un thriller psicologico che va a scandagliare l’animo e i segreti di tre personaggi: Giulio (Guido Caprino), Stella (Camilla Filippi) e Sandro (Edoardo Pesce).

Una storia tesa e affilata come una lama in cui la posta in gioco non potrebbe essere più alta. La mattina in cui Stella decide di togliersi la vita, alla sua porta bussa uno sconosciuto che sembra conoscerla fin troppo bene. Quando poi in casa arriva anche Sandro, l’uomo che ha spezzato il cuore di Stella, una situazione già complicata si trasforma rapidamente in caos: Giulio, lo sconosciuto, sembra intenzionato a portare alla luce tutti i segreti della casa. Chi è Giulio? Cosa nascondono Stella e Sandro?

Leggi la recensione de La stanza

La Stanza di Stefano Lodovichi su Amazon Prime Video dal 4 Gennaio 2021

La Stanza di Stefano Lodovichi con protagonisti Guido CaprinoCamilla FilippiEdoardo Pesce debutterà in anteprima esclusiva su Amazon Prime Video a partire dal 4 gennaio 2021. 

Un thriller psicologico che va a scandagliare l’animo e i segreti di tre personaggi: Giulio (Guido Caprino), Stella (Camilla Filippi) e Sandro (Edoardo Pesce).  Una storia tesa e affilata come una lama in cui la posta in gioco non potrebbe essere più alta. La pellicola è prodotta da Andrea Occhipinti con la sua Lucky Red.

La Stanza: la trama

La mattina in cui Stella decide di togliersi la vita, alla sua porta bussa uno sconosciuto che sembra conoscerla fin troppo bene. Quando poi in casa arriva anche Sandro, l’uomo che ha spezzato il cuore di Stella, una situazione già complicata si trasforma rapidamente in caos: Giulio, lo sconosciuto, sembra intenzionato a portare alla luce tutti i segreti della casa. Chi è Giulio? Cosa nascondono Stella e Sandro?

La stanza di Mariana: recensione del nuovo film sull’olocausto

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La stanza di Mariana: recensione del nuovo film sull’olocausto

L’avvicinarsi del 27 gennaio porta con sé la necessità di ricordare, di non dimenticare ciò che è accaduto per fare in modo che il male non si ripeta (o almeno questa è la speranza). In corrispondenza del Giorno della Memoria, anche il cinema diventa un’arma potente, e La stanza di Mariana ce lo dimostra ancora una volta. Il film, diretto da Emmanuel Finkiel, nasce da una collaborazione tra più paesi nella produzione, in particolare Francia, Ungheria, Belgio e Israele. La stanza di Mariana racconta uno scorcio ben preciso della Seconda guerra mondiale, attraverso gli occhi di due figure sensibili, una donna e un bambino. Il cast è formato da figure note prevalentemente nel panorama cinematografico nazionale: Mélanie Thierry (Zero Theorem) qui interpreta Mariana, una prostituta, mentre Artem Kyryk è nei panni del piccolo Hugo, bambino ebreo che viene ospitato e salvato da Mariana. Altre figure rilevanti sono interpretate da Julia Goldberg (Sorelle e delitti) e Yona Rozenkier, rispettivamente nei ruoli di Yulia e Yacov.

La stanza di Mariana: il silenzio che salva

In una piccola cittadina dell’Ucraina, nel 1942, ormai essere ebrei non è più sicuro, così Hugo e sua madre sono costretti alla fuga. A costo di mantenere il figlio al sicuro, la donna lo affida alla sua ultima amica, Mariana, una triste prostituta con dei problemi con l’alcol. Hugo passerà da vivere le sue giornate all’aria aperta a giocare con la giovane amichetta Anna, a guardare le stagioni passargli davanti attraverso le fessure nell’armadio in cui è nascosto.

Hugo continuerà ad aggrapparsi alla speranza attraverso un intreccio di ricordi felici, proiettando le persone a lui più care all’interno dello spazio angusto che è la sua nuova casa. Ma Hugo non è solo: Mariana ha promesso di proteggerlo e lo farà ad ogni costo. Ed è proprio così che tra i due si crea uno stretto legame che dona a entrambi la speranza di andare avanti. E così le stagioni continuano a susseguirsi, e la guerra a farsi sempre più aspra: la vita per Hugo e Mariana diventa sempre più complicata, e la paura che i nazisti scoprano il bambino nascosto aumenta sempre di più.

La stanza di Mariana: un legame indissolubile

Il primo elemento che emerge con maggiore dirompenza in La stanza di Mariana è certamente la crescita personale dei due personaggi principali, Hugo e Mariana. Hugo all’inizio del film è un bambino silenzioso e spaventato, abituato a una vita di agi e di spensieratezza; con l’avanzare delle vicende diventa chiara la sua crescita, nel modo in cui affronta le situazioni che gli si pongono davanti, nel coraggio che dimostra di avere.

Mariana dal canto suo è una donna chiaramente infelice, che vive un’esistenza fatta di continua finzione, senza alcun affetto vicino; l’arrivo di Hugo cambierà questo. Tra i due si crea un rapporto di fiducia e di sostegno reciproco; se da un lato inizialmente per il bambino la donna diventa una figura quasi materna, di riferimento, diventa chiaro come nel volgere verso la fine sarà Hugo a tentare di prendersi maggiormente cura di Mariana.

Dialogo tra realtà e sogno

Fin dalle prime scene di La stanza di Mariana si crea questo interessante alternarsi di realtà e sogno nella mente di Hugo. Il primo esempio si ritrova proprio nella visione della madre che torna dal figlio pochi istanti dopo averlo lasciato a Mariana, non volendo dividersi da lui. A questa seguiranno tante visioni che diverranno un modo per Hugo di convivere con la sua nuova quotidianità senza impazzire. Così si creano delle forme di dialogo tra il bambino e la madre o il padre, i parenti e gli amici.

A questi dialoghi immaginari si aggiungono i flashback del bambino, ricordi di un passato felice. Anna sembra spesso essere protagonista di queste visioni: loro che immaginano di baciarsi, o di essere in posti lontani, Anna che lo invita a giocare lanciando palle di neve alla sua finestra.

Anche lo stesso finale resta aperto tra realtà e sogno. In un dopoguerra non più roseo della guerra stessa, uno spirale di luce si apre: sarà un lieto fine o solo l’immaginazione di un bambino solo?

La stanza di Mariana ci ricorda ancora una volta di non dimenticare ciò che è accaduto, per evitare che riavvenga e questo assume certamente un’importanza anche maggiore nella realtà mondiale dilaniata da guerre e tensioni in cui viviamo oggi. La guerra non era e non è solo quella combattuta dai soldati, ma è anche la sofferenza di donne e bambini che ne subiscono solamente le conseguenze.

La stanza delle meraviglie: tutto quello che c’è da sapere sul film

Regista di struggenti melodrammi come Lontano dal paradiso e Carol, Todd Haynes ha nel 2017 portato sul grande un film che è tanto un omaggio al cinema quanto un intrigante racconto sul mistero che lega epoche e personaggi apparentemente privi di ogni collegamento tra loro. Si tratta di La stanza delle meraviglie (qui la recensione), il cui titolo originale è Wonderstruck. Il film è basato sull’omonimo romanzo di Brian Selznick, già celebre per il libro da cui è stato tratto Hugo Cabret, e che firma qui anche la sceneggiatura. Insieme lui e Haynes hanno lavorato per tenere vivi gli elementi primari del racconto, tra i quali ciò a cui il titolo fa riferimento.

La stanza delle meraviglie, anche note come Wunderkammer, erano una sorta di museo dove veniva accumulata senza ordine prestabilito qualsiasi cosa che potesse destare stupore. Haynes pone così al centro del film un qualcosa che diviene anche metafora stessa del cinema, ovvero quel luogo che sembra poter contenere tutte le meraviglie possibili e impossibili. Presentato in concorso al Festival di Cannes, il film ha poi ottenuto una buona accoglienza di critica e pubblico. Merito anche della natura del film, costruito sì come un toccante dramma ma anche come un avvincente film per famiglie, pensato appositamente per un pubblico di grandi e piccoli.

Composto da un cast di celebri attori e alcuni sorprendenti esordienti, ricostruzioni scenografiche strabilianti ed una fotografia stupefance, il film di Haynes è davvero un titolo da non lasciarsi sfuggire, capace di regalare la meraviglia che promette. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al libro e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La stanza delle meraviglie: la trama del film e il libro

Protagonisti del film sono Ben e Rose, due bambini sordi nati e vissuti in epoche diverse, a distanza di cinquant’anni l’uno dall’altro. La storia di Rose si svolge infatti nel New Jersey del 1927, districandosi tra l’assenza di amici, un padre eccessivamente protettivo e il sogno di incontrare una celebre attrice del cinema muto, di cui raccoglie foto e ritagli di giornale. Ben, al contrario, abita nel Minnesota del 1977 e sogna di incontrare il padre che non ha mai conosciuto. Le loro storie scorrono parallele, fino a quando una serie di coincidenze li porterà ad avvicinarsi sempre di più.

Entrambi, infatti, intraprendono una ricerca che li porta a New York. Lì Rose spera di incontrare finalmente l’attrice Lillian Mayhew, mentre Ben, a partire da un indizio lasciatogli dalla defunta madre Elaine, va alla ricerca del padre e delle sue origini. Le loro rispettive avventure, caratterizzate da speranze, pericoli e dalla difficoltà nel comunicare e nel farsi capire, li porteranno sempre più lontani da casa, alla ricerca del proprio posto nel mondo. Più si spingeranno oltre, più le loro storie si legheranno e influenzeranno in modi tanto inaspettati quanto sorprendenti.

Per quanto riguarda il libro di Selznick, egli porta avanti con La stanza delle meraviglie quanto già realizzato per La straordinaria invenzione di Hugo Cabret. In questo, infatti, lo scrittore combinava testo scritto ad illustrazioni. Ciò avviene anche per La stanza delle meraviglie, ma in modo diverso. Egli ha infatti qui alternato la storia scritta con quella illustrata, facendole intrecciare soltanto alla fine. Ciò permette ai lettori di vivere la storia dei due protagonisti attraverso i loro occhi, sperimentando quello stesso silenzio che è una costante della loro vita.

La stanza delle meraviglie libro

La stanza delle meraviglie: il cast di attori del film

Per il ruolo di Rose, Haynes ha espressamente chiesto di avere una bambina realmente non udente, che potesse pertanto dare più sincerità e credibilità al suo personaggio. Dopo aver incontrato la comunità di non udenti e aver valutato oltre 200 bambini, il regista decise di affidare il ruolo a Millicent Simmonds, oggi nota anche per A Quiet Place. Pur non avendo esperienze pregresse nella recitazione, la giovane convinse da subito tutti con il suo videoprovino, dove si raccontava utilizzando la lingua dei segni. Per il ruolo di Ben, invece, è stato scelto Oakes Fegley, visto anche in Il drago invisibile e Il cardellino.

L’attrice premio Oscar Julianne Moore interpreta il doppio ruolo di Lillian Mayhew e della Rose ormai adulta. Michelle Williams, invece, è Elaine, la madre di Ben. Nel film sono poi presenti gli attori Jaden Michael nei panni di Jamie e Raul Torres in quelli di suo padre. Cory Michael Smith interpreta Walter, mentre Tom Noonan è la versione di Walter da anziano. James Urbaniak è il dottor Kincaid, mentre Amy Hargreaves è la zia Jenny. A tutti gli attori principali, il regista ha inoltre chiesto di passeggiare per New York indossando degli speciali auricolari che isolavano ogni rumore. Ciò ha permesso agli attori di mettersi nei panni di Ben e Rose, comprendendo meglio la loro situazione.

La stanza delle meraviglie: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di La stanza delle meraviglie grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Chili Cinema, Google Play, Apple iTunes, Amazon Prime Video e Tim Vision. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di martedì 29 marzo alle ore 21:10 sul canale Rai Movie.

Fonte: IMDb

La stanza delle Meraviglie: trailer italiano del nuovo film di Todd Haynes

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01Distribution ha diffuso il primo trailer italiano di La stanza delle Meraviglie (Wonderstruck), il film di Todd Haynes con Julianne Moore presentato al Festival di Cannes 2017. Eccolo di seguito:

Leggi la recensione di Wonderstruck

Il romanzo racconta dei sogni e delle speranze di due bambini sordi, Ben e Rose, che vivono uno del 1927 e l’altro nel 1977, e che scappano entrambi da New York. Nonostante le differenti epoche, però, i due ragazzini saranno legati da un grande mistero che aspetta solo di essere risolto.

Ricordiamo che Wonderstruck rappresenta la quarta collaborazione tra Julianne Moore e Todd Haynes: l’attrice e il regista, infatti avevano già lavorato insieme in Safe del 1995, in Lontano dal paradiso del 2002 e in Io non sono qui del 2007, in cui peraltro recitava anche Michelle Williams.

La stanza delle Meraviglie: trailer del film di Liza Azuelos

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La stanza delle Meraviglie: trailer del film di Liza Azuelos

Torna al cinema con La stanza delle Meraviglie la regista Liza Azuelos, che in questo film come in alcuni dei suoi precedenti racconta del rapporto genitori-figli, della difficoltà di essere madre e delle prove che la vita ci porta ad affrontare.  Il film distribuito da Notorious Pictures sarà nelle sale da giovedì 12 luglio, nel ruolo della madre la bravissima Alexandra Lamy, Muriel Robin e Xavier Lacaille.

La trama del film La stanza delle Meraviglie

Thelma è sconvolta quando suo figlio dodicenne Louis viene investito da un tir e entra in coma. Trova poi la lista dei desideri che il bambino aveva scritto sul suo diario e scopre così il suo lato avventuroso e creativo. Nella speranza di aiutare il figlio a uscire dal coma, Thelma decide di esaudire tutti i suoi desideri. Dal Giappone al Portogallo, Thelma intraprende un percorso che le dà nuovi motivi per cui vivere e per ricongiungersi a suo figlio.

La stanza delle meraviglie: recensione del film di Liza Azuelos

La stanza delle meraviglie: recensione del film di Liza Azuelos

L’estate cinematografica del 2023 si sta rivelando ricca di novità. Fra blockbuster in prossima uscita come l’atteso Barbie di Greta Gerwig e Oppenheimer di Christopher Nolan, commedie italiane e film minori europei, ci si aspetta sale che pullulano e il botteghino che respira. Il mese di luglio in particolar modo si presenta davvero molto pieno, e tra i film da vedere al cinema per staccare la spina dall’afa urbana vi è La stanza delle meraviglie, ottavo lavoro di Liza Azuelos, che torna dietro la macchina da presa, dopo il suo autobiografico I love America, per seguire la storia di una donna che ritrova se stessa in seguito all’incidente del figlio.

Un viaggio on the road quello che compie la protagonista, Thelma, la quale cercherà di far risvegliare il figlio esaudendo tutti i desideri appuntati sul suo diario. La stanza delle meraviglie, scritto a sei mani da Juliette Sales, Fabien Suarez e Julien Sandrel, quest’ultimo autore del libro da cui è tratto. Il film è al cinema dal 13 luglio distribuito da Notorious Pictures.

La stanza delle meraviglie, la trama

Thelma (Alexandra Lamy) è una madre single che si occupa da sola del figlio Louis (Hugo Questel), dopo aver chiuso i rapporti con il padre da diverso tempo. Un giorno, mentre i due si stanno incamminando verso casa, Louis va in strada con il suo skateboard, e in un momento di distrazione della donna, viene investito da un’auto e finisce in coma. Dopo qualche mese, Thelma scopre nella stanza del figlio un diario, dentro al quale il bambino aveva scritto le dieci cose da fare prima della fine del mondo. Credendo che quella sia la strada per salvarlo, Thelma decide di realizzare tutti i desideri scritti da Louis, iniziando così a viaggiare per il mondo. Dal Giappone al Portogallo, passando per Edimburgo, la donna affronterà un percorso di rinascita ed accettazione, che la porterà anche ad affrontare un passato che, volutamente, ha voluto dimenticare.

La stanza delle meraviglie Alexandra Lamy

Un simbolismo preponderante

Il cinema di Luisa Azuelos è fatto di sguardi femminili. Di storie di donne alla ricerca della felicità e del loro posto nel mondo, alle prese con amori tormentati o difficili, il cui compito è dare loro una spinta che possa farle ricongiungere con se stesse. Sposando quasi completamente il punto di vista delle sue protagoniste, a volte rendendolo autobiografico come accade per l’appunto in I love America, la regista traccia racconti di vita comuni ma dal sapore magico, dentro ai quali è possibile riflettersi e ritrovarsi. In La stanza delle meraviglie, Azuelos cerca di dare più spazio alla componente onirica e simbolica – la presenza costante del lupo come rappresentazione della determinazione vuole elevare il livello drammaturgico – per portare avanti il processo di consapevolezza e crescita di Thelma.

Decidendo di puntare l’occhio della cinepresa solo sulla sua Alexandra Lamy, per enfatizzare quanto può l’intensità emotiva di ogni scena (nonostante non ci riesca sempre), la regista vuole mettere in scena il percorso di una donna che, nella disgrazia di avere un figlio in coma, riscopre il gusto della vita e rinasce. L’incidente di Louis, infatti, è solo un pretesto che mette in moto il viaggio itinerante di Thelma, vero carburante del film, grazie al quale la protagonista riesce a trovare un punto di contatto con se stessa. Il diario da cui parte la narrazione in fondo non è che Mcguffin, il quale aiuta la donna ad esplorare culture e scorci di mondo paradisiaci, che serviranno per darle la forza di affrontare le proprie paure, fare pace con se stessa e incoraggiarla a ricongiungersi con un passato volutamente dimenticato. Oltre ad offrire delle fotografie da cartolina di paesaggi naturalistici suggestivi, come le isole della Scozia o il mare della Costa Azzurra.

Un film che funziona a metà

Per quanto il racconto così impostato possa funzionare, Azuelos si smarrisce nel suo stesso discorso. Nel tentativo di trattare il processo di rifioritura di una donna, come accade spesso nelle sue opere, la regista perde l’occasione di investigare, come sembrava voler fare all’inizio, sulla psicologia di una madre che affronta la possibile perdita del figlio lanciandosi – per lui – in un’avventura indimenticabile e sorprendente. La causa va ricercata innanzitutto in una certa frettolosità nella messa in esposizione: ogni tappa che Thelma raggiunge e spunta sul dario scorre in maniera troppo frenetica, non dando modo allo spettatore di assorbirla emotivamente al cento per cento.

In secondo luogo, c‘è una evidente carenza di dettagli nella sceneggiatura, la quale non approfondisce il personaggio di Lamy, dando alla donna solo una superficiale caratterizzazione. In La stanza delle meraviglie manca perciò quel tassello necessario per rendere veramente significativa la storia, l’esplorare per l’appunto meglio la figura materna di Thelma, che avrebbe dovuto procedere in parallelo alla sua storia di riscatto. Che, in questo caso, sarebbe servito per rendere il film ancora più impattante, mettendo in luce al contempo un coraggio, da parte della regista, di lavorare su altri costrutti narrativi, valorizzando l’intera opera e mostrando – di conseguenza – una bravura che invece, con questa scelta, rimane assopita.

La stanza delle meraviglie, recensione del film di Todd Haynes

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La stanza delle meraviglie, recensione del film di Todd Haynes

di Aurelio Vindigni Ricca

L’ultimo appuntamento con Todd Haynes su grande schermo, esattamente due anni fa al Festival di Cannes, ci aveva riportato negli Stati Uniti negli anni ’50. Un’epoca tanto patinata quanto piena di preconcetti, un’atmosfera in cui due donne scoprivano il loro amore reciproco e carnale facendo scandalo e anticipando di molto i tempi. Oggi il regista di Carol fa un passo indietro e mette da parte quel cinema adulto, passionale, in favore di un racconto per ragazzi dall’alto valore sociale. Un avventuroso viaggio alla ricerca della “stanza delle meraviglie”, una La stanza delle meraviglie per l’appunto, in compagnia di Ben e Rose, due ragazzini cresciuti in epoche diverse che condividono una particolare condizione: l’essere sordi. Il primo è un bimbo degli anni ’70, la seconda una ragazza di fine anni ’20, le cui storie hanno certamente un filo rosso da spartire – ma lasciamo che sia lo stesso Todd Haynes a farvi scoprire come.

Al di là delle due storie montate in modo alternato, a colori e in bianco e nero, e raccontate come una favola della buonanotte prima di dormire, il regista lavora con minuzia con le scenografie e con il sonoro, per metterci quanto più nei panni dei due ragazzi. Le vicende di Rose diventano un vero e proprio film muto, il viaggio di Ben invece risuona come un disco Rhythm and blues, mescolando tutto si ottiene un’esperienza sensoriale da provare nel buio della sala. La stanza delle meraviglie gode infatti di una sensibilità fuori dal comune, è capace di far provare al suo pubblico ciò che i suoi giovani protagonisti provano, senza voci e suoni d’ambiente. Proprio per questo motivo il valore sociale del film è inestimabile, spiega in modo aggraziato la sordità a chi non sa minimamente cosa si prova, inoltre lo fa con un comparto tecnico impeccabile.

Chi conosce Todd Haynes del resto sa bene con quale eleganza sia solito confezionare i suoi lavori, all’interno dei quali ogni inquadratura si trasforma in diamante – anche grazie al talento di Edward Lachman, storico direttore della fotografia dello stesso Haynes. Formalmente La stanza delle meraviglie è forte di un linguaggio semplice, lineare, che va sempre al sodo delle questioni, probabilmente anche per colpire un target giovanissimo. Forse questo è l’unico vero problema dell’opera, che nella sua seconda ora diventa eccessivamente didascalica e si affida alla voce off (e alle parole scritte) per snocciolare i nodi della storia. Questo però rende accessibile il film a tutti, una favola della buonanotte – come dicevamo sopra – da raccontare ai più piccoli prima di andare a letto, utile a insegnare i valori dell’uguaglianza e del rispetto, ad accettare la diversità e a comprenderla fino in fondo. Una piccola stanza della meraviglie all’interno della quale sono raccolte le bellezze della nostra umanità interiore, il nostro smisurato amore, l’affetto dell’amicizia profonda – da attraversare in punta di piedi.

La Stanza Accanto: teaser trailer del nuovo film di Pedro Almodóvar

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Warner Bros Discovery Italia ha diffuso il teaser trailer di La Stanza Accanto (The room next door), il nuovo film del regista Pedro Almodóvar che vede protagoniste Tilda SwintonJulianne Moore e John Turturro.

In merito al film il regista ha dichiarato: “The Room Next Door è il mio primo lungometraggio in inglese. La mia insicurezza è scomparsa dopo la prima lettura a tavolino con le attrici, alle prime indicazioni di regia. La lingua non sarebbe stata un problema, e non perché io padroneggi l’inglese, ma perché tutto il cast era pronto a venirmi incontro per capirmi e farsi capire. I miei film sono pieni di dialoghi. Tra tutti gli elementi narrativi (tutti importanti e in cui sono coinvolto al 100%), sono gli attori a raccontare davvero la storia. In The Room Next Door Tilda Swinton e Julianne Moore sostengono da sole tutto il peso del film e sono incredibili. Sono stato fortunato perché entrambe hanno dato vita a un vero e proprio recital. A volte, durante le riprese, sia io che la troupe eravamo sull’orlo delle lacrime. È stato un lavoro molto commovente e benedetto, in un certo senso.”ù

La trama del film La Stanza Accanto (The room next door)

La Stanza Accanto (The room next door) segue la storia di una madre imperfetta e di una figlia rancorosa, separate da un grave malinteso. Tra di loro, un’altra donna, Ingrid (Julianne Moore), amica della madre, è la custode del loro dolore e della loro amarezza. Martha, la madre (interpretata da Tilda Swinton), è una reporter di guerra e Ingrid è una romanziera autobiografica. Il film affronta la crudeltà infinita della guerra, i modi molto diversi in cui le due autrici femminili si avvicinano e scrivono della realtà, della morte, dell’amicizia e del piacere sessuale come i migliori alleati nella lotta contro l’orrore. Ma evoca anche i dolci risvegli con il cinguettio degli uccelli, in una casa costruita nel mezzo di una riserva naturale nel New England, dove le due amiche vivono in una estrema e stranamente amabile situazione.

La stanza accanto: recensione del film di Pedro Almodóvar – Venezia 81

Quando il 23 luglio Alberto Barbera ha presentato il programma della 81esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, La stanza accanto (The Room Next Door), il nuovo film di Pedro Almodóvar che concorre per il Leone d’oro, ha immediatamente suscitato grandi aspettative e un’enorme curiosità. Il motivo principale? È la prima opera del regista spagnolo realizzata interamente in lingua inglese. Almodóvar si è avventurato nel cuore di Hollywood, ma con ammirevole coerenza ha mantenuto intatti gli stilemi che caratterizzano la sua filmografia.

Quindi, alla domanda se La stanza accanto (The Room Next Door) deluda le attese, la risposta è no. Almodóvar ci conquista ancora una volta, non solo per il suo talento e l’attenzione costante alle figure femminili, ma anche per la fedeltà alla sua cifra stilistica, consegnandoci uno dei prodotti più affascinanti di questa edizione del Festival. A impreziosire la scena, troviamo due stelle eteree del cinema hollywoodiano: Tilda Swinton e Julianne Moore. Sceneggiata dallo stesso regista, la pellicola sarà distribuita da Warner Bros.

La trama di La stanza accanto (The Room Next Door)

New York. Martha è una reporter di guerra che vive un rapporto conflittuale con la figlia Michelle. La ragione è il padre di quest’ultima il quale dopo essersi trasferito a San Diego quando la madre era ancora incinta, non si è più interessato a loro. Ingrid, invece, è autrice di romanzi semi-biografici, nei quali racconta spesso la sua paura delle morte. Ed è proprio questa che bussa alla sua porta quando scopre che Martha, sua cara amica, è ricoverata in ospedale per via di un tumore. Per la donna non ci sono speranze di vita e, dopo aver riflettuto, fa una richiesta particolare a Ingrid: nel Dark Web ha acquistato una pillola che la aiuterà a morire, ma vuole farlo in un contesto che non le è familiare e soprattutto con qualcuno che le stia nella stanza accanto. Dopo diverse titubanze, Ingrid decide di accettare e si trasferisce con lei in una casa di campagna a due ore dalla Grande Mela. Ma il pensiero di sapere che l’amica le morirà vicino è qualcosa di assolutamente atroce e spaventoso.

The Room Next Door

Fra dramma e ironia

Nonostante l’essere andato oltreoceano, con La stanza accanto (The Room Next Door) Almodóvar rimane ancorato alla sua estetica e al suo inconfondibile stile narrativo, confermandosi un autore maturo e consapevole. Nessun compromesso per un regista che ha una visione chiara del cinema che intende fare, mantenendo quei tratti distintivi che lo rendono immediatamente riconoscibile anche in un diverso contesto produttivo. Al centro della storia ci sono due donne, apparentemente molto diverse ma profondamente simili, unite da un’amicizia sincera e disposte ad affrontare insieme persino la morte, che è uno dei temi portanti del film. Sono i sorrisi di Martha e Ingrid, le loro lacrime, le speranze e i turbamenti, a bucare lo schermo e a catturare l’attenzione dello spettatore sin dalla prima scena. La macchina da presa aderisce alle protagoniste con intimità, restituendoci due figure fragili ma determinate, che trovano nel loro legame la forza per far fronte al momento più doloroso della vita: il calare definitivo del sipario.

I dialoghi, ricchi di sentimenti ed emozioni, compongono una narrazione che, pur partendo da un contesto drammatico, non scivola mai nel melodramma. Il regista infatti inserisce con intelligenza sprazzi di ironia che stemperano la tensione, mantenendo un equilibrio perfetto, affrontando così il tema delicato dell’eutanasia ma senza mai cadere nell’enfasi o nella tragedia. Almodóvar trova dunque il giusto linguaggio per trattare la morte e la scelta di morire, senza appesantire il tono o risultare ridondante. Il risultato? Una leggerezza che non è mai superficiale, ma che, al contrario, sa cogliere la profondità delle emozioni senza rinunciare a un tocco di umanità.

Swinton e Moore: che coppia!

Tilda Swinton e Julianne Moore offrono due interpretazioni straordinarie, calibrate e intense, senza mai scadere nel teatrale o nell’eccessivo. La Swinton, in particolare, riesce a catturare tutte le sfumature del suo personaggio, spesso senza nemmeno bisogno di pronunciare una battuta. Basta uno sguardo, un’espressione, per rimanere affascinati dalla sua performance. Ecco perché ci viene da dire questo: insieme Swinton e Moore formano una delle coppie più memorabili viste recentemente sul grande schermo, dando vita a personaggi che rimarranno impressi nel cuore del pubblico.

La Stanza Accanto con Tilda Swinton di Pedro Almodovar a Venezia 81

Sarà presentato oggi in concorso all’81. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica La Stanza Accanto (The room next door), il nuovo film del regista Pedro Almodóvar che vede protagoniste Tilda SwintonJulianne Moore e John Turturro.

In merito al film ha commentato: “The Room Next Door è il mio primo lungometraggio in inglese. La mia insicurezza è scomparsa dopo la prima lettura a tavolino con le attrici, alle prime indicazioni di regia. La lingua non sarebbe stata un problema, e non perché io padroneggi l’inglese, ma perché tutto il cast era pronto a venirmi incontro per capirmi e farsi capire. I miei film sono pieni di dialoghi. Tra tutti gli elementi narrativi (tutti importanti e in cui sono coinvolto al 100%), sono gli attori a raccontare davvero la storia. In The Room Next Door Tilda Swinton e Julianne Moore sostengono da sole tutto il peso del film e sono incredibili. Sono stato fortunato perché entrambe hanno dato vita a un vero e proprio recital. A volte, durante le riprese, sia io che la troupe eravamo sull’orlo delle lacrime. È stato un lavoro molto commovente e benedetto, in un certo senso.”

La trama di La Stanza Accanto (The room next door)

Nel film Ingrid e Martha erano care amiche da giovani, quando lavoravano per la stessa rivista. Ingrid è poi diventata una scrittrice di romanzi semiautobiografici mentre Martha è una reporter di guerra e, come spesso accade nella vita, si sono perse di vista. Non si sentono ormai da anni quando si rivedono in una circostanza estrema ma stranamente dolce.

La stangata: la spiegazione del finale del film

La stangata: la spiegazione del finale del film

La stangata (The Sting, 1973) rappresenta uno dei momenti più iconici nella filmografia di George Roy Hill, regista noto per la sua abilità nel mescolare tensione, comicità e narrazione elegante. Dopo successi come La vita privata di Henry Orient  e Butch Cassidy, Hill conferma con questo film il suo talento nel costruire storie intricate e raffinate, capaci di combinare suspense e umorismo. Il film riflette la sua predilezione per trame sofisticate e per personaggi affascinanti che si muovono in contesti moralmente ambigui, confermando la sua maestria nella direzione attoriale e nel ritmo narrativo.

Protagonisti principali sono Robert Redford e Paul Newman, già collaudati compagni di set in Butch Cassidy. La loro chimica è fondamentale: Redford incarna il giovane e astuto truffatore, mentre Newman porta la sua eleganza e ironia nel ruolo dell’esperto del raggiro. La loro interazione rende il film brillante, conferendo carisma e profondità a una storia altrimenti complessa. Il duo attoriale, insieme alla regia di Hill, riesce a trasformare un film di genere crime in un racconto di intrighi intelligenti e di relazioni sottilmente manipolatorie.

Il film – vincitore di 7 premi Oscar – si inserisce nel filone delle commedie criminali degli anni ’70, con richiami al caper movie, ma si distingue per la sua struttura meticolosa e per il fascino nostalgico degli anni ’30, in cui è ambientata la vicenda. Temi come inganno, fiducia e vendetta sono al centro del racconto, e la precisione della regia di Hill rende ogni svolta credibile e avvincente. Oggi La stangata è considerato un classico del cinema americano, esempio perfetto di intrattenimento intelligente e stilisticamente elegante. Nel resto dell’articolo approfondiremo il finale, svelando come Hill costruisce la sorprendente rivelazione che chiude la storia.

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Johnny Hooker in La stangata (1973)

La trama di La stangata

In una Joliet degli anni ’30, si creano i presupposti per organizzare una delle “stangate” più famose di sempre. Johnny Hooker (Robert Redford), decide di vendicare la morte del suo amico e complice di tante imprese ai limiti della legge, Luther Coleman, il quale è stato ucciso dal boss del crimine Doyle Lonnegan, per fare questo chiede aiuto a Henry Gondorff (Paul Newman) amico di Luther e maestro dell’arte del raggiro, momentaneamente ritirato dagli affari per un colpo andato male. I due, iniziano a mettere su un piano destreggiandosi fra boss criminali, agenti FBI e poliziotti in cerca di riscatto professionale.

Il gangster Doyle Lonnegan è titubante all’idea di fidarsi proprio di Johnny, ma la prospettiva dell’elevato guadagno gli fa perdere ogni riserva e abbocca all’amo gettato dai due “artisti della truffa”. I due elaborano così un piano complicato e raffinatissimo per portar via a Lonnegan un’ingente somma di denaro che possa soddisfare Johnny senza dover usare la violenza. L’organizzazione dell’inganno è capillare ed efficiente, con una talentuosa squadra di altri truffatori perfetta e magistralmente sincronizzata, pronta a darsi da fare per aiutare Johnny in tutti i modi e a non perdere una buona fetta del ricavato della truffa.

La spiegazione del finale del film

Nel terzo atto de La stangata, Johnny Hooker e Henry Gondorff mettono in atto il colpo finale contro Doyle Lonnegan utilizzando “the wire”, una sofisticata truffa che richiede un’ampia squadra di esperti. Gondorff si finge il grezzo bookmaker Shaw, irritando Lonnegan e convincendolo a finanziare una scommessa di mezzo milione di dollari su un cavallo, mentre Hooker, nel ruolo di Kelly, coordina le azioni e fa credere al boss di poter entrare nel mercato di Shaw. Lonnegan è ignaro che ogni mossa è pianificata e che la posta in gioco non è quella che sembra.

Paul Newman in La stangata

La tensione raggiunge l’apice durante la scommessa su Lucky Dan: Lonnegan, convinto di vincere, scopre solo alla fine che la puntata era stata manipolata per far arrivare il cavallo secondo. Nel caos apparente, “l’FBI” irrompe nella sala: Polk, Snyder e gli agenti sono in realtà complici del colpo, mentre i falsi spari servono a dare l’illusione della violenza. La truffa riesce pienamente, Lonnegan perde il denaro senza comprendere l’inganno, e Hooker e Gondorff si rialzano tra applausi e risate, liberi e vittoriosi.

Tuttavia, mentre i truffatori svuotano la stanza, Hooker rifiuta la sua parte di denaro, sostenendo che comunque lo perderebbe, e se ne va con Gondorff. Il finale sottolinea la maestria di Hill nel costruire suspense e colpi di scena. La “truffa nella truffa” mostra un gioco di inganni continuo, dove identità, ruoli e prospettive sono manipolati fino all’ultimo minuto. Lo spettatore viene guidato attraverso un climax brillante che premia astuzia, pianificazione e improvvisazione, rendendo la vittoria dei protagonisti credibile e spettacolare.

La conclusione evidenzia in modo chiaro e incisivo i temi morali e narrativi del film: fiducia, inganno e l’uso dell’intelligenza sopra la forza bruta. Johnny Hooker e Henry Gondorff operano ai margini della legge, trasformando il crimine in un vero e proprio esercizio di astuzia e strategia, dove ogni mossa conta. La storia mette in luce come abilità, collaborazione e ingegno possano ribaltare situazioni apparentemente impossibili, dimostrando che la mente può prevalere sulla forza fisica. Questo finale porta lo spettatore a riflettere sulla linea sottile tra moralità e opportunismo, suggerendo dilemmi etici universali.

La stagione 8 di The Rookie è ufficialmente in produzione con una nuova immagine dal dietro le quinte

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L’attore Deric Augustine, che interpreta Miles Penn nella serie poliziesca della ABC The Rookie, ha pubblicato un’immagine dal dietro le quinte che conferma che la stagione 8 è ufficialmente in produzione. Augustine è entrato a far parte del cast di The Rookie nella stagione 7, quando il suo personaggio Miles è stato addestrato dal personaggio fisso della serie Tim Bradford. Nonostante Miles abbia avuto un inizio difficile sia con Tim che con la sua fidanzata Lucy Chen, alla fine riesce a guadagnarsi il rispetto di entrambi. Con il rinnovo della stagione 8 di The Rookie, Miles è pronto a tornare, e Augustine ha rivelato che la stagione è ora in produzione.

Sul suo account X, Augustine ha pubblicato un’immagine senza didascalia che mostra la sceneggiatura della stagione 8, episodio 1, di The Rookie, completa di un pennarello evidenziatore, indicando che la stagione è ora ufficialmente entrata in produzione. Il titolo dell’episodio deve ancora essere confermato e sulla pagina del copione è indicato come “TBD”, mentre l’immagine si interrompe prima che venga rivelato il nome dello sceneggiatore.

Cosa significa questo per la stagione 8 di The Rookie

L’episodio finale della settima stagione di The Rookie è andato in onda il 13 maggio e l’ottava stagione è già entrata in pre-produzione, il che suggerisce che lo showrunner Alexi Hawley abbia un piano molto preciso su dove vuole portare la stagione. Con oltre 100 episodi andati in onda, The Rookie è uno dei programmi più importanti e di successo della televisione, ma potrebbe essere necessario un periodo di evoluzione o di reinvenzione per mantenere l’interesse e il coinvolgimento del pubblico. Il fatto che la sceneggiatura della premiere stia già circolando tra il cast suggerisce che diverse sceneggiature siano già state scritte e che le riprese della nuova stagione potrebbero iniziare molto presto.

Le serie televisive hanno spesso calendari di riprese molto intensi e, dato che le stagioni terminano solitamente a maggio e quelle nuove iniziano a settembre, c’è un periodo di pochi mesi per girare più episodi. Secondo Deadline, l’ottava stagione di The Rookie dovrebbe avere 18 episodi e, di conseguenza, le riprese inizieranno probabilmente a breve, con il primo episodio già confermato come già scritto.

La stagione 5 di The Boys stabilisce un nuovo record su Prime Video prima del finale di serie

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Nata dall’adattamento dei fumetti di Garth Ennis e Darick Robertson, The Boys si è ormai affermata come un vero fenomeno globale. La serie Prima Video, vietata ai minori, segue un gruppo di vigilanti determinati a contrastare i Supes corrotti e la potente corporazione Vought. Nel frattempo, Homelander (Antony Starr) continua a perdere il controllo tra ego e follia, mentre Butcher (Karl Urban) porta avanti la sua missione per fermarlo a ogni costo.

Secondo i dati diffusi da Prime Video, la quinta stagione è la più vista dell’intera serie, con oltre 55 milioni di spettatori. Nei primi 39 giorni ha raggiunto 57 milioni di visualizzazioni, entrando così nella top 10 delle stagioni più viste di sempre tra le produzioni originali della piattaforma. Dall’uscita della stagione finale, tutte le stagioni complessivamente hanno totalizzato oltre 69 milioni di spettatori.

Il futuro del franchise

The Boys 5 episodio 5

Il successo di pubblico conferma la popolarità di The Boys, anche se la serie è ormai giunta alla sua conclusione. Nonostante i numeri, la notizia della cancellazione dello spin-off Gen V ha deluso molti fan, anche se Prime Video ha già in sviluppo altri progetti come il prequel Vought Rising, dedicato alle origini di Soldier Boy, e The Boys: Mexico.

La stagione finale, però, sta già dividendo il pubblico online, soprattutto per alcune scelte narrative differenti rispetto ai fumetti originali. Lo showrunner Eric Kripke ha rivelato che la scena finale di Soldier Boy è stata inserita nell’episodio 7, con il personaggio che rimane intrappolato in una camera criogenica invece di seguire il suo destino previsto.

Un altro tema caldo riguarda proprio Gen V. Kripke ha dichiarato di aver combattuto a lungo contro la sua cancellazione e ha sottolineato che i personaggi della serie spin-off non avranno una vera conclusione in The Boys. Ha spiegato: “Spero che non sia l’ultima volta che li vedrete, perché non concludiamo le loro storyline in The Boys. È tutto chiuso lì, e poi loro vanno avanti con altre avventure. Quei personaggi hanno ancora molto da raccontare, ed era una scelta voluta. Vogliamo ancora avere la possibilità di continuare a svilupparli.” Ha poi aggiunto: “C’è ancora molta storia che vogliamo raccontare. A volte le cose non vanno come speri, ma io e gli altri produttori abbiamo davvero lottato per mantenere vivo il progetto.

The Boys è disponibile in streaming su Prime Video.

La Sposa! recensione: una “geometria disobbediente” gloriosa e punk

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Scrivere qualcosa di nuovo su Frankenstein dopo quasi due secoli di adattamenti sembrava impossibile. Eppure con La Sposa! (2026) Maggie Gyllenhaal compie un gesto radicale: non si limita a reinterpretare Frankenstein, ma ne frantuma l’asse mitologico per ricomporlo in una forma irrequieta, caotica e contemporanea. Il risultato è una gloriosa “geometria disobbediente” (per citare la dottoressa Euphronious), un film che sovverte linee, ruoli e prospettive, e che trova nella figura della Sposa non un’appendice del Mostro, ma un epicentro narrativo e politico.

Dopo il trionfo di Guillermo del Toro con il suo Frankenstein, primo adattamento candidato all’Oscar come miglior film, spostare l’uscita di La Sposa! si è rivelata una scelta strategica. Non per timore del confronto, ma per permettere al film di Gyllenhaal di emergere per ciò che è: un’opera autonoma, punk, che dialoga con l’immaginario shelleyano senza esserne prigioniera.

La Sposa! Copyright: © 2026 Warner Bros. Entertainment Inc. tutti i diritti riservati.
Courtesy of Warner Bros. Pictures
Jessie Buckley è La Sposa e Christian Bale è Frank in Warner Bros. Pictures La Sposa! A Warner Bros. Pictures release.

Una nuova mitologia nel cuore del 1936

La prima intuizione di Gyllenhaal è temporale: abbandonare l’Ottocento gotico per trasportare la vicenda nella Chicago e nella New York del 1936, un anno dopo l’uscita di Bride of Frankenstein di James Whale. Se nel film Universal la Sposa interpretata da Elsa Lanchester aveva pochissimo spazio e ancor meno voce, qui accade l’opposto: la Sposa è voce, corpo, caos, desiderio.

L’apertura è programmatica. In un bianco e nero gotico firmato dal direttore della fotografia Lawrence Sher, Jessie Buckley interpreta Mary Shelley, che introduce la storia. Poi il colore irrompe e incontriamo Ida, giovane donna intrappolata in un mondo gangsteristico che la soffoca fino a una morte brutale e scioccante. Dieci minuti, e Ida non c’è più. Ma il suo corpo sì.

È qui che entra in scena Frank, il Frankenstein di Christian Bale: volto martoriato, maschera a nascondere le cicatrici, anima devastata da una solitudine assoluta. Frank non cerca dominio né vendetta, ma compagnia. Si rivolge alla dottoressa Euphronious, scienziata ostracizzata dalla comunità accademica, interpretata da Annette Bening. Il suo laboratorio è un luogo liminale dove scienza e eresia si toccano. Accetta la sfida: riportare in vita una donna morta.

Quando la Sposa emerge – capelli bianchi, una cicatrice nera sul volto – la nascita non è solo biologica ma ontologica. Non è una creatura destinata a completare l’uomo. È un enigma.

La Sposa! Copyright: © 2026 Warner Bros. Entertainment Inc. tutti i diritti riservati.
Courtesy of Warner Bros. Pictures
Penélope Cruz è Myrna Mallow e Peter Sarsgaard è Jake Wiles in Warner Bros. Pictures La Sposa! A Warner Bros. Pictures release.

Bonnie & Clyde tra i mostri: l’estetica della fuga

Se si dovesse cercare una genealogia cinematografica, La Sposa! dialoga con Bonnie and Clyde più che con l’horror classico. La coppia mostruosa in fuga attraversa l’America come una ferita aperta, tra sparatorie, locali notturni e inseguimenti, evocando anche l’energia disturbante di Sid and Nancy e il romanticismo malato di Cuore Selvaggio.

Ma il film non è mai citazionista. Gyllenhaal orchestra suggestioni diverse – il noir anni ’30, i musical alla Astaire e Rogers, perfino un’eco di Joker: Folie à Deux – per costruire un linguaggio proprio, caotico, pasticciato eppure irresistibile. Emblematica la sequenza nel nightclub: Frank e la Sposa irrompono tra luci e musica, trasformando la minaccia in coreografia. È un numero danzato che oscilla tra seduzione e terrore, perfetta sintesi della poetica del film: armonia e dissonanza che convivono.

Nel frattempo, la legge li insegue. Il detective Jake Wiles, interpretato da Peter Sarsgaard, è un uomo consapevole del proprio declino, sostenuto dalla brillante Myrna Malloy di Penelope Cruz. La dinamica tra i due ribalta il cliché del poliziotto eroico: è lei la mente lucida, lui il corpo stanco che tenta un ultimo riscatto.

The Bride! film 2026Identità, desiderio e menzogna: il cuore politico del film

Il centro teorico di La Sposa! non è l’orrore, ma l’identità. Frank vuole una compagna, ma la sua richiesta è viziata da un presupposto patriarcale: creare qualcuno per risolvere la propria solitudine. La Sposa, inizialmente confusa come una bambina che impara a camminare nel mondo, scopre presto che la relazione è costruita su una menzogna. È stata pensata come oggetto, non come soggetto.

Da qui nasce la “geometria disobbediente”: la traiettoria prevista – mostro maschile dominante, creatura femminile subordinata – si spezza. La Sposa non accetta il ruolo assegnato. La sua evoluzione è esplosiva, imprevedibile. Diventa simbolo di un’insubordinazione che contagia altre donne, trasformandosi in icona mediatica, figura imitata, temuta, desiderata.

Etichettare il film come semplicemente “femminista” sarebbe riduttivo. Certo, c’è una riflessione potente sulla costruzione sociale del femminile e sul controllo dei corpi. Ma il discorso è più ampio: riguarda la mostruosità come condizione esistenziale. Gyllenhaal suggerisce che il vero orrore non è l’anomalia fisica, bensì la pretesa di plasmare l’altro a propria immagine.

La Sposa! Copyright: © 2026 Warner Bros. Entertainment Inc. tutti i diritti riservati.
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Jessie Buckley è La Sposa e Christian Bale è Frank in Warner Bros. Pictures La Sposa! A Warner Bros. Pictures release.

Interpretazioni e messa in scena: un’opera totale

Jessie Buckley domina il film con una performance che rasenta la vertigine. Non c’è prudenza nel suo lavoro: ogni gesto è radicale, ogni sguardo è una sfida. La sua Sposa è ferina e vulnerabile, erotica e infantile, crudele e poetica. È impossibile distogliere gli occhi da lei.

Christian Bale offre uno dei suoi ritratti più umani degli ultimi anni. Il suo Frank non è un titano tragico ma un uomo spezzato, disperatamente innamorato di un’idea di felicità che non comprende. Annette Bening conferisce alla dottoressa Euphronious un’autorità ambigua, sospesa tra etica e hybris scientifica. Sarsgaard e Cruz completano il quadro con interpretazioni misurate, eleganti, mai ornamentali.

Sul piano tecnico, il film è impeccabile ed estremamente personale. La fotografia di Sher scolpisce volti e ambienti con un senso plastico straordinario. Le scenografie restituiscono un’America anni ’30 viva e stratificata, mentre i costumi definiscono identità e trasformazioni. La colonna sonora di Hildur Guðnadóttir fonde tensione e lirismo, creando un’atmosfera che sfiora il punk senza mai cadere nell’ovvio.

Dopo l’esordio intenso ma raccolto di La Figlia Oscura, Gyllenhaal dimostra di saper governare una produzione ambiziosa senza sacrificare complessità e coerenza. La dedica finale “to my daughters” suggella il senso dell’operazione: in un genere storicamente dominato da sguardi maschili, La Sposa! reinventa il mito per restituire voce a chi, per troppo tempo, è rimasta solo un urlo soffocato.

Non è soltanto un nuovo adattamento di Frankenstein. È una riscrittura del desiderio, una fuga romantica e violenta attraverso le crepe dell’immaginario americano. Dimostra come anche dopo 187 versioni, il mito possa ancora sorprenderci.

La Sposa! Guida al cast e ai personaggi del film di Maggie Gyllenhaal

Mentre si gode la season award che la vede protagonista per la sua interpretazione della moglie di Shakespeare in Hamnet – Nel nome del figlio, Jessie Buckley arriva al cinema anche nei panni de La Sposa!, il nuovo film scritto e diretto da Maggie Gyllenhaal che la vede calarsi nel ruolo della consorte della Creatura di Frankenstein. Con lei un cast di superstar, e qualche nome “familiare” alla regista. Ecco una guida al cast e ai personaggi di La Sposa!

Jessie Buckley – La Sposa / Ida / Mary Shelley

Jessie Buckley è la protagonista del film, interpretando tre ruoli fondamentali: la giovane Ida (una donna assassinata), la Sposa (la creatura riportata in vita da Frank e Dr. Euphronius) e infine Mary Shelley stessa, l’autrice di Frankenstein. Questa scelta offre a Buckley un arco narrativo complesso e stratificato, in cui la Sposa passa da vittima innocente a simbolo di ribellione e agency femminile all’interno della narrazione. La performance di Buckley è al centro del film, incarnando fisicamente ed emotivamente tensioni tra identità, autonomia e desiderio in un contesto oscuro e selvaggio degli anni ’30 a Chicago.

Christian Bale – Frank (Il Mostro di Frankenstein)

Christian Bale interpreta Frank, l’iconico mostro di Frankenstein che, stanco della solitudine, si rivolge alla scienziata Dr. Euphronius per ottenere una compagna. Nel film, Frank non è solo una creatura mostruosa ma anche un personaggio emotivamente complesso: vive conflitti interiori, desideri e lotte per l’umanità. La fisicità di Bale e il suo impegno trasformativo sottolineano la natura tormentata di Frank, oscillando tra violenza e affetto mentre si sviluppa la sua relazione con la Sposa.

Annette Bening – Dr. Euphronius

Annette Bening veste i panni della brillante e pionieristica Dr. Euphronius, la scienziata che accetta di aiutare Frank nel progetto di creare una compagna. Il suo ruolo è cruciale: non solo comprende la scienza che riporta in vita Ida, ma funge anche da figura intellettuale e morale nel racconto. Il Dr. Euphronius incarna la sfida alle convenzioni scientifiche e sociali, contribuendo a dare forma alla rivoluzione emotiva e culturale che il film esplora.

Peter Sarsgaard – Detective Jake Wiles

Peter Sarsgaard interpreta Jake Wiles, il detective incaricato di inseguire Frank e la Sposa mentre la loro storia evolve in una fuga romantica e criminale attraverso Chicago. La sua presenza aggiunge un elemento di tensione narrativa, agendo come la forza dell’ordine che si scontra con l’anarchia dei protagonisti. Come personaggio di supporto, Wiles rappresenta lo sforzo istituzionale di contenere ciò che sfugge alle norme sociali e legali dell’epoca. Ma aggiungerà al film anche uno strato emotivo.

Penélope Cruz – Myrna Mallow

Penelope Cruz interpreta Myrna Mallow, membro della squadra che dà la caccia ai protagonisti. Anche se meno dettagliato rispetto ai personaggi principali, il ruolo di Myrna offre una prospettiva di contrasto rispetto alla ribellione dei protagonisti: è parte della società che cerca di ristabilire controllo e ordine, ma allo stesso tempo porta avanti anche lei la sua piccola-grande ribellione. La presenza di Cruz arricchisce ulteriormente il cast stellare del film con una performance intensa e ironica.

Altri ruoli secondari degni di nota

Nel cast compaiono anche attori come Jake Gyllenhaal (Ronnie Reed), Julianne Hough, John Magaro, Jeannie Berlin (Greta), Linda Emond, Louis Cancelmi (Officer Goodman) e Matthew Maher. Questi personaggi popolano la tumultuosa Chicago degli anni ’30, contribuendo alle dinamiche sociali, narrative e di tensione tra legge e caos.

La Sposa! di Maggie Gyllenhaal ricorda Bonnie and Clyde? Perché il paragone con il classico crime aumenta l’attesa

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Negli ultimi decenni il mito di Frankenstein’s Monster è stato rielaborato innumerevoli volte, ma raramente il centro narrativo si è spostato davvero sulla Sposa. Con La Sposa!, Maggie Gyllenhaal sceglie di ribaltare la prospettiva, trasformando un personaggio storicamente marginale in motore emotivo e politico del racconto. Nel ruolo principale troviamo Jessie Buckley, mentre Christian Bale interpreta una nuova incarnazione della Creatura.

Ambientato nella Chicago degli anni ’30, in piena Depressione, il film immagina il Mostro alla ricerca di un medico brillante e folle, interpretato da Annette Bening, capace di creare una compagna “nata dalla morte”. Ma ciò che sorprende dalle prime immagini è il tono: gotico, certo, ma anche ironico, romantico e apertamente criminale. La coppia mostruosa sembra attraversare la città come una forza destabilizzante, tra violenza e desiderio di libertà.

È proprio questa dinamica a evocare un paragone che sta alimentando l’entusiasmo: quello con Bonnie and Clyde, il caposaldo del crime americano diretto da Arthur Penn. E più il confronto prende forma, più l’attesa per La Sposa! cresce.

Perché il confronto con Bonnie and Clyde cambia la percezione di La Sposa!

Penélope Cruz e Peter Sarsgaard in La sposa! (2026)
Cortesia © Warner Bros Discovery

Il riferimento non è casuale. Bonnie and Clyde (1967), con Warren Beatty e Faye Dunaway, fu uno dei film che diedero impulso alla New Hollywood, rompendo con il classicismo hollywoodiano attraverso una rappresentazione più esplicita della violenza e una sensibilità controculturale. Ambientato anch’esso negli anni ’30, raccontava una coppia criminale come simbolo di ribellione generazionale.

Se La Sposa! riprende quella struttura – due outsider che attraversano l’America in fuga, amanti e complici – allora non siamo davanti a un semplice horror gotico, ma a un crime romantico con implicazioni sociali. La Chicago della Depressione diventa così non solo sfondo storico, ma terreno fertile per una narrazione sul potere, sull’identità e sull’esclusione.

Le prime reazioni della critica parlano di un film audace, stilisticamente libero, capace di fondere generi diversi. Se davvero Gyllenhaal ha catturato l’energia anarchica e la sensualità tragica di Bonnie and Clyde, allora il progetto potrebbe ambire a qualcosa di più di un’operazione di stile: una reinvenzione radicale del mito.

La centralità della Sposa: un ribaltamento politico e narrativo

Christian Bale, Maggie Gyllenhaal e Jessie Buckley in La sposa! (2026)
Cortesia © Warner Bros Discovery

Uno degli elementi più promettenti emersi dalle prime recensioni è la centralità emotiva della Sposa, interpretata da Jessie Buckley. Tradizionalmente concepita come figura secondaria, qui diventa soggetto attivo, simbolo di autodeterminazione in un mondo che la considera un esperimento.

Questo ribaltamento dialoga direttamente con il cuore tematico di Bonnie and Clyde: la trasformazione di figure marginali in icone culturali. Ma mentre il film di Penn raccontava la mitizzazione del crimine nell’America anni ’60, La Sposa! sembra interrogare il concetto stesso di identità femminile, potere e nascita. Non più semplice “compagna del mostro”, ma creatura con volontà propria.

La presenza di Christian Bale aggiunge ulteriore complessità: la sua interpretazione promette di allontanarsi dalla tragicità romantica classica per abbracciare un registro più imprevedibile. Se il film manterrà le promesse, potrebbe diventare uno degli esperimenti più interessanti nel panorama crime contemporaneo, dimostrando che i miti gotici possono dialogare con il cinema americano degli anni ’70 senza perdere identità.