Il regista Matteo Garrone
arriva per la prima volta in concorso alla Mostra del
Cinema di Venezia per presentare il suo nuovo film,
Io Capitano (qui la recensione), storia
dell’avventuroso viaggio di Seydou (Seydou
Sarr) e Moussa (Moustapha
Fall), due giovani cugini che decidono segretamente di
lasciare Dakar, capitale del Senegal, per raggiungere l’Europa, con
l’obiettivo di poter inseguire il sogno di diventare celebrità nel
campo della musica. Lasciandosi alle spalle le proprie famiglie,
per i due ha così inizio un’Odissea contemporanea attraverso le insidie del
deserto, gli orrori dei centri di detenzione in Libia e i pericoli
del mare.
Io Capitano, una storia che arriva da lontano
“La storia mi è venuta in mente
diversi anni fa, quando mi fu raccontato di questo adolescente che
da solo aveva guidato un’imbarcazione con circa 250 persone a
bordo. – racconta Matteo Garrone – Una
volta arrivato a destinazione, travolto dall’emozione di aver
portato tutti in salvo ha iniziato a gridare “io capitano, io
capitano”. Però mi sentivo in imbarazzo, da borghese, a pensare di
raccontare quella storia e i suoi retroscena. Poi, qualche anno
dopo, ho incontrato il ragazzo che quel finale lo ha vissuto, il
cui nome è Fofanà, e quell’incontro mi ha riavvicinato a quel
racconto, motivandomi a riprenderlo in mano”
“A quel punto abbiamo deciso di
costruire questo film seguendo i canoni del racconto d’avventura e
del viaggio dell’eroe e così spero sarà accessibile anche ai più
giovani che potranno sensibilizzarsi all’argomento”, continua
Garrone. “Bisogna infatti sapere che ci sono tanti
tipi di immigrazione, quella raccontata in Io Capitano è legata al
fatto che il 70% della popolazione africana è composta da giovani e
questi giovani sono influenzati dalla globalizzazione occidentale,
di cui penso sia importante raccontare gli effetti sulle
popolazioni.” – afferma poi Matteo Garrone, aprendo la
conferenza stampa.
“Hanno dunque il desiderio
legittimo di voler accedere ad un futuro migliore, così come noi da
giovani volevamo scoprire l’America. A noi però bastava prendere un
aereo per arrivare lì, mentre loro devono affrontare un viaggio
rischioso e potenzialmente mortale. Il film affronta quindi una
parte di immigrazione di cui a volte si parla meno ma che esiste,
ovvero quella dei giovani che vogliono scoprire il mondo e avere
maggiori opportunità e che non per forza scappano da situazioni di
guerra”, conclude il regista.

La scrittura della sceneggiatura e la ricerca degli attori
Tra gli autori della sceneggiatura,
oltre a Garrone, Massimo Gaudioso e Andrea
Tagliaferri, vi è anche Massimo
Ceccherini. Il regista ha dunque speso due parole per
chiarire il ruolo avuto da quest’ultimo nella realizzazione del
progetto. “Massimo mi ha aiutato molto nella scrittura di
questo film, che è un racconto di avventure popolari. – spiega
Garrone – Massimo viene dal popolo e quindi quando abbiamo
scritto la sceneggiatura ha apportato la sua conoscenza di certe
dinamiche che a me sono estranee. In sostanza, m ha aiutato a
ricercare una purezza del racconto che si sposa con quella dei
protagonisti”.
Fondamentale però è stato anche il lavoro di ricerca sul campo,
necessario affinché si potesse raccontare la verità su ciò che
avviene durante questo viaggio verso l’Europa. “Abbiamo fatto
un grosso lavoro di documentazione, durato qualche anno, e poi per
cercare di raccontare questa storia ci siamo affidati a chi queste
vicende le ha vissute in prima persona. – racconta Garrone –
È stato un lavoro assolutamente collettivo, reso possibile
grazie a persone come Mamadou Kouassi, che mi hanno raccontato le
loro storie al servizio delle quali io ho potuto mettere le mie
conoscenze tecniche“.
La parola passa allora proprio a Kouassi, collaboratore alla
sceneggiatura, che afferma: “ho vissuto l’esperienza di quel
viaggio, delle prigioni libiche, della paura e degli orrori e tutto
questo l’ho ritrovato in Io Capitano. Matteo ci porta davvero nel
mondo dell’immigrazione e sono orgoglioso di aver potuto
contribuire a dare voce a chi non ce l’ha. Sostanzialmente,
raccontiamo la storia di ogni singolo immigrato che ha vissuto
questa avventura. Partire vuol dire andare incontro alla morte,
veramente questa è la realtà che si verifica ma scegliamo di
affrontarla perché è giusto perseguire i propri diritti. Siamo
obbligati, in un certo senso”.
Riguardo gli interpreti dei
due giovani protagonisti, Seydou Sarr e
Moustapha Fall, Garrone racconta di averli cercati
dappertutto, giungendo infine ad una consapevolezza inevitabile.
“Abbiamo cercato gli attori giusti in tutta Europa, – racconta
il regista – ma alla fine li abbiamo trovati in Senegal. Ci siamo
infatti resi conto che lo sguardo di una persona di lì ha
naturalmente una qualità diversa sull’argomento“. Parlando dei
due protagonisti, Garrone riconosce infine che “qualcosa di
Pinocchio c’è in questo film, che si sposa con la storia di questi
ragazzi. Collodi cercava di mettere in guardia i piccoli dai
pericoli del mondo circostante. I protagonisti qui inseguono il
paese dei balocchi, tradendo i propri cari e poi finiscono con lo
scontrarsi con una realtà molto dura, che richiama un po’ anche
Gomorra“.
Io Capitano, dal 7 settembre al cinema
Garrone ha infine parlato di come
abbia a lungo rimandato la realizzazione di questo film non
sentendosi sicuro di avere il diritto di raccontarla, in quanto non
avendo vissuto quel tipo di esperienza. La sua opinione è però poi
cambiata nel tempo, arrivando ora a poter affermare che “il
film nasce da un lavoro collettivo tra il mio sguardo e le loro
testimonianze e da sempre credo che l’arte sia legata a delle
contaminazioni, un artista non deve parlare solo di ciò che
riguarda la sua vita, altrimenti l’arte si impoverirebbe. Penso sia
giusto giudicare l’opera in base alla sua sincerità e non a chi
l’ha fatta. L’opera rimane, noi no”.
Non si dovrà aspettare molto prima
di poter vedere film che, dopo la prima proiezione pubblica a
Venezia il 6 settembre, uscirà nelle sale italiane, con 203 copie,
dal 7 settembre, distribuito da 01
Distribution. È stato inoltre confermato che il film non
presenterà un doppiaggio italiano, una caratteristica a lungo
valutata ed infine scelta per rispetto nei confronti dei
protagonisti di questo racconto e ai loro interpreti, i quali
meritano di essere sentiti esprimersi nella loro lingua natìa.