
Nicolas Cage è stato arrestato ieri a New
Orleans. Il 47enne attore americano è stato accusato di violenza
domestica e turbamento dell’ordine pubblico a causa di una
furibonda lite con la mogli Alice.

Nicolas Cage è stato arrestato ieri a New
Orleans. Il 47enne attore americano è stato accusato di violenza
domestica e turbamento dell’ordine pubblico a causa di una
furibonda lite con la mogli Alice.
Nicolas Cage ha fatto un po’ di tutto a Hollywood, ma ora si prepara ad affrontare un territorio inesplorato con la sua prima serie televisiva: La serie live-action Spider-Man Noir di MGM+ e Prime Video. Nicolas Cage interpreterà la versione alternativa dell’iconica testa di ragnatela, riprendendo il suo ruolo dal film d’animazione Spider-Man: Into the Spider-Verse, e recentemente ha fornito qualche dettaglio in più sul prossimo show in un’intervista al New Yorker.
“Voglio dire, la fantasia sarebbe che potrei cercare di aspirare a essere qualcosa di più Golden Age“, ha detto Cage, aggiungendo: “Volevo avere quel tipo di aura, sai, come il più enigmatico, non si sa troppo. Ecco perché non sono sui social media. Questo è il pensiero, comunque. Non lo so. Vedremo cosa succederà se farò [Spider-Man Noir] e mi metteranno in bianco e nero. Vedremo se riusciremo a ottenere un po’ di quel sapore”. Nicolas Cage ha anche parlato al New Yorker delle sue preoccupazioni per la televisione:
“Non voglio correre troppi rischi fisici inutili. Ma la televisione è terrificante perché hai solo poco tempo per far entrare il libretto nel tuo corpo, e devi continuare, continuare, continuare a girare. E ho pensato: “È una sfida. Mi fa paura. Non mi sono mai preparato in questo modo prima d’ora”.

La versione di Spider-Man di Nicolas Cage, vista per la prima volta nel già citato Into the Spider-Verse, proviene da un universo alternativo che rende omaggio allo stile cinematografico noir diffuso negli anni Quaranta. Il personaggio è apparso per la prima volta nel 2009 nella serie di fumetti Noir della Marvel ed è stato un’aggiunta popolare all’universo di Spider-Man. Quando Cage ha doppiato il personaggio in Into the Spider-Verse, il Noir Spider-Man in bianco e nero e con il borsalino proveniva dalla Terra 90214 e si univa ad altri Spider-Man i cui universi si scontravano con quello di Miles Morales (Shameik Moore).
Si conoscono pochissimi dettagli sulla serie in arrivo. Tuttavia, una logline di Amazon afferma che seguirà un “investigatore privato invecchiato e sfortunato (Cage) nella New York degli anni Trenta, costretto a confrontarsi con la sua vita passata come unico e solo supereroe della città”. La serie è stata creata da Oren Uziel e Steve Lightfoot, che saranno co-produttori e produttori esecutivi. La serie è prodotta da Sony Pictures Television e Amazon MGM Studios. I registi di Into the Spider-Verse , Phil Lord e Christopher Miller, produrranno esecutivamente per la loro Lord Miller Productions grazie a un accordo globale con la Sony. Altri produttori esecutivi sono Amy Pascal per Pascal Pictures e Harry Bradbeer, che dirigerà anche i primi due episodi.
Non è stata annunciata alcuna finestra di uscita per Noir, ma la serie debutterà su MGM+ e Amazon Prime Video. Into the Spider-Verse è ora in streaming su Prime Video.
In una nuova intervista con Entertainment Weekly, Nicolas Cage ha aggiornato su Il Mistero dei Templeari 3, terzo chiacchieratissimo capitolo del franchise iniziato nel 2004 con Il Mistero dei Templeari – National Treasure e proseguito nel 2007 con Il mistero delle pagine perdute.
Ai microfoni della nota rivista in
occasione della promozione del thriller The
Trust, l’attore premio Oscar ha spiegato: “È da
un po’ che non sento nulla al riguardo. So che certe sceneggiature
sono veramente difficili da scrivere, perché necessitano di una
certa credibilità in termini storici, in modo da risultare vere o
plausibili. E poi bisogna trasformare il tutto in una forma di
intrattenimento. So che è difficile scrivere una storia del genere,
che rispetti soprattutto queste esigenze. Purtroppo è tutto ciò che
so, ma so che ci stanno lavorando”.

Il mistero dei Templari – National Treasure (National Treasure) è un film del 2004 diretto da Jon Turteltaub, con protagonisti Nicolas Cage, Diane Kruger, Justin Bartha e Jon Voight.
Il film ha avuto un seguito nel 2007, intitolato Il mistero delle pagine perdute. La storia è incentrata sulla ricerca di un altro tesoro diverso (quello delle sette città di Cibola) e ricalca quella del primo film; anche il cast è lo stesso: stesso regista (Jon Turteltaub), stesso produttore (Jerry Bruckheimer) e stessa squadra, con l’aggiunta di Ed Harris e di Helen Mirren.
Il sequel termina con Gates che parla col presidente degli Stati Uniti della pagina 47 del libro del Presidente, il che ha sempre lasciata aperta la strada per un terzo episodio.
Fonte: EW
Al cinema dal 15 marzo, è arrivato anche in Italia Un Amore Sopra le Righe, una commedia francese anomala scritta diretta e interpretata da Nicolas Bedos, che parla di vita, di amore e di tempo, ma soprattutto parla di una donna magnetica e di un uomo che fatica a starle dietro, nell’arco dei 45 anni del loro rapporto, tra fughe d’amore, tradimenti, liti, successo, fama e impossibilità a lasciarsi andare.
Abbiamo incontrato il regista, Nicolas Bedos, che ha anche firmato la sceneggiatura e interpretato il protagonista del film, Victor. Ecco cosa ci ha raccontato.
Come e perché è nato questo film?
Questo film è nato dal nostro desiderio, di Doria Tillier (compagna nella vita di Bedos, che nel film interpreta Sarah, ndr) e me, di scrivere il film dei nostri sogni, con ruoli più ricchi e più emozionanti rispetto a tutto quello che viene proposto oggi. Poi volevo parlare della coppia sul lungo corso. Le prove, le gioie, il lavoro, l’insuccesso e il successo che inevitabilmente influenzano l’intensità dei sentimenti. Volevamo anche rendere omaggio ai nostri genitori, alla loro generazione.
– Una storia d’amore tradizionale avrebbe raccontato l’amore, la seduzione e il lieto fine. Questa storia racconta al contrario l’amore e la sua evoluzione nel tempo. Come mai hai deciso di sviluppare la storia nel corso di 45 anni?
Per il piacere di attraversare il tempo, il piacere intellettuale (ogni epoca ha il suo modo di pensare e le sue circostanze politiche) e il piacere visivo, puramente estetico: costumi, acconciature, musica, decorazioni. Era un desiderio molto infantile legato al gusto del travestimento.
– Il trucco che vi ha invecchiati è eccezionale nel film. Qual è stato l’approccio a questo aspetto, come attore e regista del film?
Molto spaventoso, i primi test erano inconcludenti. Abbiamo dovuto provare più volte, perfezionare, specificare. In effetti, il metodo giusto è spesso quello di lavorare sodo e insistere.
– Nel film, gli abiti, la
loro evoluzione è molto importante per l’identificazione di diversi
decenni nella storia. Hai lavorato anche con i costumisti o hai
scelto e realizzato gli abiti in modo indipendente?
Mi sono state offerte tante soluzioni differenti. E io ho scelto. Il ruolo di un regista è spesso quello di spingere gli altri a fare meglio. Non dobbiamo dire di no a tutti, perché corriamo il rischio di scoraggiare i talenti, ma non dobbiamo dire di sì agli errori importanti che pensiamo di poter migliorare.
– Come ti sei avvicinato alla realizzazione di questo film per il cinema? Perché era importante essere il regista di questa storia?
Perché ero uno sceneggiatore di diversi film, a volte contento del risultato a volte meno, e questo progetto era troppo personale e troppo ambizioso per permettermi di correre il rischio di vederlo realizzato in modo diverso rispetto a quello che sognavamo. Ho preferito che, nel caso, sarei stato io a perdere e non qualcun’altro!
– Che tipo di collaborazione artistica c’è stata con Doria Tillier e in che misura avete collaborato per scrivere insieme la sceneggiatura del film?
Una complicità artistica molto forte. In tutte le fasi. Avevo bisogno del consiglio di Doria su molte cose, inclusi dettagli che non avevano nulla a che fare con la sua recitazione. La maggior parte delle volte mi ha appena detto che era d’accordo con me, ma il fatto che andasse bene per lei mi ha dato il coraggio di imporre le mie idee. Perché mi fido dei suoi occhi.
– Nel cinema americano ed europeo, le donne stanno trovando sempre più la propria voce, e penso che Sarah sarebbe molto felice di questo movimento. Sembra essere un personaggio scritto con precisione in riferimento a queste donne: è sicura e innamorata, ma ciò non significa che rinuncerà a chi è. Sarah è un personaggio femminile completo e complesso. Pensi che il cinema abbia bisogno di personaggi come lei?
Per fortuna c’erano personaggi femminili completi, forti e complessi anche prima! E ce ne sono sempre di più adesso. Sono molto contento dell’attuale movimento, ma non dimentichiamo che la liberazione delle donne non è iniziata nel 2018!
– Nel film, la vita di
Victor e Sarah tiene conto di un legame artistico e creativo molto
importante. Tanto significativo che si può pensare che si tratti di
una storia biografica. Victor ti assomiglia molto? Ci sono aspetti
di Nicolas Bedos in lui?
Sì, molto! Ma provo sempre a migliorare me stesso!
– Stai già pensando a un altro film, o stai pensando di tornare a teatro?
Mi sto preparando per il mio prossimo film, che girerò a settembre. È un film molto eccitante e tecnicamente anche più complicato del primo! In effetti, mi piacciono le storie molto romantiche e i salti nel tempo, è una specie di ossessione per me: il tempo che passa. Quindi nel mio prossimo film ce ne sarà di più.
In occasione della presentazione a Cannes del film “La Conquete”, vi inviamo una video intervista in cui Nicola Piovani, autore della colonna sonora del film,
Nella splendida cornice dell’Accademia di Francia a Roma, a Villa Medici, è stato presentato alla stampa romana Les Amous d’Anaïs, esordio leggero ma acuto della giovane Charline Bourgeois-Tacquet, già selezionato per la Settimana della Critica a Cannes e per il Festival di cinema francese di Firenze France Odeon, che, giunto alla sua tredicesima edizione, ha deciso di conferire al Maestro Nicola Piovani il premio per la miglior colonna sonora. Ecco perchè la serata si apre con un breve saluto ai giornalisti intervenuti e con la consegna ufficiale a Piovani del Premio France Odeon – FoglLes Amours d’Anaïsia d’Oro Manetti Battiloro, che rinsalda la collaborazione tra l’Accademia e il Festival fiorentino.
Sulla composizione delle musiche originali e la scelta di brani non originali da abbinare al film Nicola Piovani spiega: “Innanzitutto, questo è un film di Charline. Lei è molto chiara nel suo bagaglio di proposte e per quel che riguarda le presenze di musica nella sua vita. Io non ho fatto che scrivere alcune musiche che potessero incastonarsi, soprattutto che potessero entrare in punta di piedi, senza proporsi in modo protagonistico. Questo è un film in cui la musica non deve cantare niente, si limita timidamente a cantare un po’ qualcosa, quando si accenna all’amore tra le protagoniste” il suo obiettivo, prosegue, è stato quello di lavorare “cercando di non rompere la cristalleria. È un lavoro non sempre facile, che però vale la pena fare”.
Les Amours d’Anaïs non è solo incentrato su una giovane donna in cerca di sé, ma vuole essere anche una riflessione sulla possibilità di trovare un equilibrio tra passione, istinto e razionalità. Sulla dicotomia tra le due, la regista, Charline Bourgeoise-Tacquet, afferma che, sebbene la passione sia più importante della saggezza, preferirebbe apprendere i segreti della seconda.
La regista illustra poi così la sua scelta di dare alla protagonista lo stesso nome, Anaïs, dell’attrice che la interpreta, Anaïs Demoustier: “La prima ragione è che cercavo un nome che non fosse legato a nessuna connotazione sociale. Ecco perché ho scelto Anaïs. Avevo già lavorato con lei in un cortometraggio. Ho chiesto il suo permesso per intitolare il film col suo nome e lei ha accettato. Anche perchè il personaggio le rassomiglia molto”. Prosegue poi precisando che la protagonista racchiude in sé alcune caratteristiche proprie della personalità, del modo di essere di Demoustier, e altre più vicine alla regista stessa.
Sulla scelta di un’attrice molto amata in Francia come Valeria Bruni Tedeschi, Bourgeois-Tacquet afferma di aver cercato: “un’attrice bella, sensuale, che fosse credibile nel ruolo dell’intellettuale”. Valeria Bruni Tedeschi possedeva tutte queste caratteristiche.
Les Amours d’Anais sarà nelle sale italiane da aprile, distribuito da Officine UBU.
Anche se giovanissima e con giusto pochi titoli nel suo curriculum, l’attrice Nicola Peltz è già una vera e propria star del piccolo e grande schermo. Le sono infatti bastati alcuni ruoli in titoli di rilievo per dimostrare tutto il suo talento e con una carriera ormai lanciata verso la fama e una vita sentimentale che procede a gonfie vele, la Peltz è davvero uno dei nomi da tenere d’occhio, poiché promette grandi cose per il futuro.
Ecco 10 cose che forse non sai di Nicola
Peltz.
1. Ha recitato in celebri film e debutterà come regista. La prima apparizione dell’attrice sul grande schermo si ha nel film Conciati per le feste (2006). In seguito recita in Harold (2008), L’ultimo dominatore dell’aria (2010), Eye of the Hurricane (2012) e Transformers 4 – L’era dell’estinzione (2014), che la rende celebre al grande pubblico. In seguito ha recitato in Affluenza (2014), Ultimo viaggio in Oregon (2016) e Back Roads (2018). Tra i suoi ultimi film vi sono Our House (2018), The Obituary of Tunde Johnson (2019) e Holidate (2020). Attualmente ha da poco terminato le riprese del suo film da regista, Lola James, dove interpreta anche la parte della protagonista.
2. Ha recitato in note serie. Parallelamente al cinema, l’attrice ha recitato in diverse occasioni anche per il piccolo schermo. È infatti comparsa con un ruolo ricorrente nella celebre serie Bates Motel, dove ha recitato dal 2013 al 2015. In seguito è apparsa in un episodio di Inhumans (2017), mentre attualmente è impegnata nelle riprese della serie Immigrant, dove interpreterà il ruolo di Dorothy Stratten recitando accanto a Dan Stevens e Juliette Lewis.
3. Ha recitato nel quarto film della saga. Nel quarto film della saga di Transformers, ovvero Transformers 4 – L’era dell’estinzione, l’attrice ha avuto il ruolo della protagonista femminile, ovvero Tessa Yeager, figlia del protagonista Cade, interpretato dall’attore Mark Wahlberg. Questo film presenta infatti un cast diverso rispetto ai precedenti tre e ha dato all’attrice l’occasione di farsi conoscere presso un pubblico particolarmente più ampio.

4. Ha vinto alcuni premi per il suo ruolo. Per la sua interpretazione in Transformers 4 – L’era dell’estinzione, la Peltz è stata candidata come miglior promessa della recitazione ai premi Young Hollywood Awards, Teen Choice Awards e CinemaCon Awards, trionfando poi in quest’ultima occasione. Sfortunatamente ha anche ricevuto una nomination ai temuti Razzie Awards come peggior attrice non protagonista, senza però vincere il premio.
5. Ha un profilo molto seguito. L’attrice ha un proprio account Instagram ufficiale che è seguito da qualcosa come 2,1 milioni di persone in tutto il mondo. Sulla sua bacheca sono numerosi i post che la vedono protagonista indiscussa, tra set fotografici, momenti di lavoro e svago insieme al fidanzato. Seguendola si potrà dunque rimanere sempre aggiornati sulle sue attività, lavorative o meno, scoprendo anche tante altre curiosità a lei legate.
6. Ha un ruolo di rilievo nella serie. Nell’apprezzata serie Bates Motel, dedicata alle origini della follia di Norman Bates, il protagonista del film Psycho, l’attrice ha avuto un ruolo di rilievo per le prime tre stagioni. Interpreta infatti qui Bradley Martin, una compagna di scuola di Norman, molto popolare ed è attratta dal nuovo arrivato, che nella serie è interpretato da Freddie Highmore.

7. È apparsa in pochi episodi della seconda stagione per via di un altro set. Nella prima stagione della serie l’attrice è una presenza ricorrente, mentre nella seconda stagione è comparsa solamente in due episodi. Ciò è stato dovuto dal fatto che l’attrice era in quel periodo impegnata sul set di Transformers 4 – L’era dell’estinzione e non aveva dunque modo di poter partecipare anche alle riprese della serie.
8. È fidanzata con un noto modello. L’11 luglio del 2020 l’attrice ha annunciato di essere ufficialmente fidanzata con il modello Brooklyn Beckham, figlio del calciatore David e della cantante Victoria. Nato nel 1999, Brooklyn vanta già diverse copertine importanti ed è stato fotografato da celebri fotografi del mondo della moda. I due giovani si erano già conosciuti nel 2019, ma avevano reso pubblica la relazione solo nel gennaio del 2020.
9. Il loro matrimonio sarà un grande evento. I due fidanzati si stanno ora preparando al giorno delle loro nozze e in rete iniziano già a circolare alcuni dettagli a riguardo. La data della cerimonia è il 9 aprile 2022, mentre il tutto si terrà nella grande tenuta della famiglia di Nicola Peltz a Palm Beach, in Florida. Il matrimonio, inoltre, verrà celebrato secondo il rito ebraico, su decisione di Brooklyn di convertirsi all’ebraismo di Nicole.
10. Nicola Peltz è nata il 9 gennaio del 1995 a Westchester County, New York. L’attrice è alta complessivamente 1.66 metri.
E’ la bella e bionda Nicola Peltz la nuova musa del regista Michael Bay che vedremo tra i protagonisti dell’atteso Transformers 4 L’Era dell’Estinzione, quarto film del franchise della Hasbro e Paramount Pictures.
Nicola è nata nella contea di Westchester, New York, figlia dell’ex-modella Claudia Heffner e del miliardario uomo d’affari Nelson Peltz (ex-possessore del marchio Snapple). La Peltz è stata scelta per la prima volta da M. Night Shyamalan per vestire i panni di Katara nel film L’ultimo dominatore dell’aria. Ha recitato nel ruolo di Renee Kyte nel film indipendente Nell’occhio del ciclone.
Ricordiamo che Transformers 4 L’Era dell’Estinzione sarà diretto nuovamente da Michael Bay con protagonisti: Mark Wahlberg, Jack Reynor, Nicola Peltz e Kelsey Grammer. Vi ricordiamo che per tutte le news sul film potete consultare il nostro speciale: Transformers 4. Mentre per le info utili sulla pellicola c’è la nostra Scheda Film: Transformers Age of Extinction. Le riprese cominceranno in giugno e la pellicola uscirà negli Stati Uniti il 27 Giugno 2014.
Piccole anticipazioni sulla trama. Il film comincerà dove è finito il terzo capitolo, in un mondo in cui nonostante la minaccia dei Deception è stata debellata, l’umanità ne è uscita distrutta. La pace non durerà poi così tanto, quando alcuni uomini potenti, cercando di studiare la tecnologia dei robot alieni.
Nicola Peltz, protagonista femminile di Transformers 4 l’Era dell’Estinzione, posa per Harper’s Bazaar Cina. Non a caso il film ha sbancato i botteghini orientali, incassando molto più in Cina che in patria.
Nicola è nata nella contea di Westchester, New York, figlia dell’ex-modella Claudia Heffner e del miliardario uomo d’affari Nelson Peltz (ex-possessore del marchio Snapple). La Peltz è stata scelta per la prima volta da M. Night Shyamalan per vestire i panni di Katara nel film L’ultimo dominatore dell’aria. Ha recitato nel ruolo di Renee Kyte nel film indipendente Nell’occhio del ciclone.
Ricordiamo che Transformers 4 L’Era dell’Estinzione sarà diretto nuovamente da Michael Bay con protagonisti: Mark Wahlberg, Stanley Tucci, Jack Reynor, Nicola Peltz e Kelsey Grammer. Vi ricordiamo che per tutte le news sul film potete consultare il nostro speciale: Transformers 4. Mentre per le info utili sulla pellicola c’è la nostra Scheda Film: Transformers Age of Extinction. Le riprese cominceranno in giugno e la pellicola uscirà negli Stati Uniti il 27 Giugno 2014.
Il film comincerà dove è finito il terzo capitolo, in un mondo in cui nonostante la minaccia dei Deception è stata debellata, l’umanità ne è uscita distrutta. La pace non durerà poi così tanto, quando alcuni uomini potenti, cercando di studiare la tecnologia dei robot alieni.
Trovata la nuova sensuale protagonista
femminile di Transformers 4, sarà Nicola Peltz. A confermare la notizia
è lo stesso Michael Bay attraverso il suo profilo
Twitter,
Mark Wahlberg è stato recentemente
confermato in Transformers 4. Altre news
arrivano sul resto del cast, Michael
Bay avrebbe scelto Nicola Peltz
(The Last Airbender)
Volto inconfondibile del cinema italiano, “attore, autore e essere umano” come lui stesso si definisce, Nicola Nocella è stato il presidente di Giuria dell’edizione 2022 di Cinemambiente, che si è svolto dal 13 al 21 giugno ad Avezzano, in Abruzzo.
Lo abbiamo raggiunto al telefono e ci ha raccontato come ci si trova a stare dalla parte di chi “giudica”, lui che da attore e creativo è più a suo agio nella parte di colui che invece è giudicato.
“Giudicare è sempre sbagliato – esordisce Nocella – partiamo dall’idea che non si possono mettere sullo stesso piano dei film molto diversi per budget, per motivazioni e intenti, per argomento. E poi c’è la differenza fondamentale tra gusto e sapore, se qualcosa ha un determinato sapore, lo sai e sai perfettamente a cosa corrisponde. Invece il gusto è sempre molto soggettivo. È un compito complesso, ma per fortuna non lo faccio da solo, c’è la giuria popolare, una giuria di esperti, c’è il direttore artistico del festival, Paolo Santamaria, che prende parte alle decisioni con la sua opinione. In qualità di presidente di giuria io sono quello che conteggia più che giudicare, e il mio parere vale esattamente come quello di tutti gli altri. Le giurie sono meravigliose perché creano situazioni divertenti, si discute, si parla di cinema, diventano una scusa per entrare nello specifico del cinema.”
La biografia di Nicola
Nocella sul sito di
Cinemambiente Avezzano recita: “Radicato come un ulivo,
stagliato come un ulivo, produttivo come un ulivo (…) attore e
autore con le radici nella terra e i rami verso il cielo.” Ma cosa
tiene Nicola Nocella radicato e cosa lo fa crescere verso
l’alto?
“Ancestralmente, mi tiene radicato la terra. È sempre complesso spiccare il volo, perché sai, io peso 130 chili però tendo ad andare verso l’alto perché ho scoperto la leggerezza. Tendo a librarmi come una mongolfiera, che è enorme, sicuramente è pesante, però vola perché è alimentata da un fuoco. Ecco, io pur essendo molto grosso, sono alimentato dal fuoco, e dalla passione, che mi fa tendere verso il cielo. Quello che invece mi tiene radicato è il mio passato, non in senso nostalgico ma nel senso di imparare da quello che è successo. Tutte le volte che ho provato a spiccare il volo senza rimanere ben piantato a terra è stato un disastro. Se ti dimentichi che cosa sei, se tradisci te stesso, è quello il momento in cui non riesci a librarti in aria. Non tradire se stessi vuol dire rimanere radicati. E poi, come dice Ibrahimovic, puoi togliere il ragazzo dalla Puglia, ma non puoi togliere la Puglia dal ragazzo.”
In che momento della tua carriera hai capito che quella dell’attore poteva essere la strada giusta, quando hai capito che ce la potevi fare?
“Alla fine del primo giorno di riprese di Il Figlio più Piccolo. Quel giorno ho capito che ce la potevo fare. Ci avevo messo quattro anni per entrare al Centro Sperimentale, poi ho seguito il corso di tre anni, poi ancora la gavetta, le piccole cose, e poi Pupi Avati mi ha ribaltato la vita. Alla fine di quel primo giorno di riprese, tornando a casa, ero in macchina con mio padre, ci siamo guardati e io ho detto ‘Ok, allora è vero, si può fare’ come fossi in Frankenstein Junior! Fu un giorno faticoso, anche emotivamente, ma l’abbraccio di Pupi a fine giornata, il suo ‘ci vediamo domani’, mi ha fatto capire che ce la potevo fare, molto di più rispetto a quando poi sono arrivati i premi. Quando è arrivato il primo Nastro d’Argento, che era una menzione come miglior attore esordiente, di sicuro non poteva che essere un punto di partenza. Quando poi è arrivato, l’anno dopo, un altro Nastro per il migliore attore in un corto, ho capito che ogni volta che ti fermi sei fregato. Il sogno della mia vita è vincere il David di Donatello, quando sono stato nominato ma non ho vinto (ha vinto Carpentieri, che è quello che avrei votato anche io), ho capito che l’obbiettivo non poteva essere solo vincerlo, ma continuare a fare dei bei film.”
Nicola Nocella ha legato il suo nome a quello di John Belushi, non solo per una spiccata somiglianza fisica, ma anche perché lo ha interpretato a teatro e perché tra rubriche di cinema e account social, il suo nick name è sempre BelushiVive. Cosa ti lega all’attore americano?
“Io detesto il mondo che dimentica le cose. Credo sia bello che invece le azioni e i pensieri rimangano, anche quando le persone non ci sono più, come nel caso di Belushi. È bello che qualcuno porti avanti il suo ricordo. Nel 2000, quando ho cominciato al Centro Sperimentale, fu il mio tutor, Giannini, a chiamarmi per la prima volta Belushi, e io non sapevo neanche chi fosse. Poi, il 23 dicembre vidi per la prima volta Blues Brothers e quella sera stessa scoprii che mi avevano preso al Centro Sperimentale, l’ho preso come un segno. Quando ho cominciato, cercare un attore con la mia fisicità che facesse dei ruoli da protagonista, in Italia, era impossibile. Quindi per avere un riferimento dovevo guardare all’estero, così facendo ho trovato lui e da lui ho imparato tantissimo. Oltre che un riferimento culturale, per me è stato un riferimento attoriale, perché era un attore con i contro fiocchi, eccezionale. Quando ho compiuto 34 anni, ho scritto a sua moglie su Twitter, e le ho detto che avevo fatto l’unica cosa che mi poteva riuscire meglio rispetto a lui, ovvero compiere 34 anni (dal momento che Belushi si è spento a 33, ndr). E lei mi ha risposto ‘Si vede che sei stato più bravo a fare la spesa nei negozi di liquori’. La verità è che ora sono sempre più simile al Belushi che invecchia, e sto scoprendo tanti momenti di calma, che forse lui non ha conosciuto. Io devo fare i conti con il fatto che sto invecchiando.”
Nicola Nocella sogna, un giorno, di passare dall’altro lato della macchina da presa?
“Io penso che per fare l’attore bisogna studiare tantissimo, e per fare il regista bisogna studiare ancora di più. In tutti questi anni, ogni volta che non ero sul set, ho studiato sia sceneggiatura che regia, come un matto. Per adesso, usciranno un paio di progetti co-scritti da me. Per quanto riguarda la regia, invece, diciamo che fino ad ora ho aspettato la storia giusta, e forse è arrivata. Se dovessi esordire oggi alla regia, sicuramente non lo farei in un film in cui sono anche protagonista, perché ho scoperto che farsi dirigere è, come direbbe Jerry Calà, una libidine.”
Se avessi la possibilità
di parlare con te stesso da bambino, cosa gli diresti?
“Non ho mai subito bullismo, ma da piccolo ero innegabilmente il ciccione, quello che si sentiva brutto. Ho scoperto, negli anni, che vieni percepito dagli altri esattamente come ti senti. Ecco, una cosa che ho imparato da John Belusci è lo stare bene con se stessi, nonostante i tumulti e i travagli. Io mi sento costantemente inadeguato e inadatto, però alla fine rimani da solo con te stesso. Quindi al me ragazzino direi di non preoccuparsi, perché arriverà un momento in cui si sentirai bene con se stesso. Mi consiglierei di fare scelte più ponderate a inizio carriera, di non sentirmi mai arrivato. E soprattutto di fidarmi del mio agente, Massimiliano Vitullo, insieme al quale discuto delle mie scelte professionali, perché di natura sono curioso. Ho fatto il film con Zalone perché volevo vedere da vicino come lavora un genio della comicità. Ho fatto tutta una serie di scelte per soddisfare la mia curiosità.
Giannini dice sempre che il nostro lavoro in inglese si dice play e in francese jouer, se smetto di divertirmi non ha più senso nulla. Se devo dare conto solo a me stesso, allora che mi diverta. La mia libertà ha un grande prezzo, la solitudine, ma mi permette anche di rifiutare ruoli molto ben pagati per progetti che mi incuriosiscono di più. Al me bambino direi anche questo, di continuare a essere curioso, di non smettere mai di crederci, perché sono tantissime le volte in cui vorresti mollare, di imparare a capire di chi fidarsi, e gli direi anche basta con tutti questi carboidrati a 16 anni!”.
Ecco un estratto di una nostra chiacchierata con lo sceneggiatore Nicola Guaglianone, che ha firmato lo script dell’attesissimo Freaks Out, di Gabriele Mainetti, e che aveva messo la sua firma anche sulla sceneggiatura di Lo chiamavano Jeeg Robot, primo film del regista romano. Tra ispirazioni e futuro, ecco cosa ci ha raccontato Guaglianone.
Volto noto del web e della comedy, Nicola Conversa esordisce alla regia cinematografica con Un oggi alla volta, in sala dal 25 luglio con Vision Distribution. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente, mentre era impegnato su un progetto top secret, e così come si chiedono di continuo Aria e Marco, protagonisti del suo film, gli abbiamo chiesto: “Obbligo o Verità?” “Verità, ovviamente!” ride Nicola Conversa, confermandosi immediatamente una persona brillante e auto-ironico.
Verità, dunque. Qual è la cosa che hai fatto e che non rifaresti mai per realizzare Un oggi alla volta?
“Marco mi somiglia molto. Ho dovuto tirare fuori un lato romantico che nella vita faccio davvero fatica a mostrare. E’ stato difficile ma in realtà lo rifarei. Mi sono esposto tanto, anche in merito a delle emozioni che mette a nudo; rivedendole, mi hanno spiazzato. Però ho visto che funzionavano. Mi è piaciuto ma è stato faticoso.”
Ti sei esposto a livello emotivo, cosa che chi fa commedia in genere non fa.
“Sì, io nasco comico. Mi piace ridere, amo la commedia all’italiana, e ho sempre avuto un velo di malinconia nel mio modo di essere, quando scrivo. Sono sempre stato affezionato alle sfumature di grigio delle cose. Una bella giornata può diventare brutta in un attimo e viceversa. Per me, comico e drammatico camminano di pari passo, credo che nella vita ognuno di noi sia un monologhista tristissimo e un grandissimo stand-up comedian, contemporaneamente.”
Ci siamo incontrati nel 2018 per School Hacks, e ora siamo di nuovo qui, per il tuo primo film per il cinema, da regista. Questo esordio è il coronamento di un percorso lunghissimo; preferisci vederlo come un punto di arrivo, un coronamento appunto, o un punto di partenza?
“Un punto di partenza senza dubbio. Non ci speravo più, fare un film mi sembrava una cosa troppo lunga e difficile per chi non ha fatto uno studio canonico. Io vengo da internet, sono figlio di chi ha imparato questo mestiere facendolo. La mia vita è sempre stata una serie di punti d’arrivo che poi si sono trasformati in punti di partenza. Questo è il film che volevo fare, One More e Emanuela Cacciamani mi hanno dato tutta la libertà del mondo, per me è un punto di partenza e spero di farne altri.”
Fare un film è un piccolo miracolo. Cosa serve oggi per fare cinema?
“C’è un film con Adam Sandler che si intitola Hustle in cui si dice che ‘l’ossessione batte il talento’. Io condivido molto questa frase. Secondo me, per fare questo lavoro, devi essere ossessionato e non devi considerarlo un lavoro. Io dico sempre ‘vado a giocare’ non ‘vado a girare’. Perché questo è il lavoro che avrei voluto fare anche gratis, dopo il lavoro. È quello che voglio fare da quando avevo nove anni. Non ho mai smesso di provarci perché sentivo di avere qualcosa da raccontare. L’ossessione è quello che serve, secondo me. E poi l’ascolto. Sul set ci sono tante persone che bisogna essere disposti ad ascoltare perché il consiglio di chiunque può contribuire a portare a casa il risultato. Bisogna essere il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. L’ossessione e l’ascolto, sono fondamentali.”
Un oggi alla volta è un film molto ricco, sembra una teen comedy romantica, poi si trasforma in un cancer movie, ma racconta anche di genitori, figli, di inadeguatezza generazionale, di incapacità di stare al mondo, di senso per aver perso tempo. Come mai hai voluto arricchire il film con tutti questi elementi?
“Mi era stato chiesto di scrivere un teen movie, e questo ho fatto in compagnia di Giulia Uda, anche lei al suo esordio. Però man mano che scrivevamo ci siamo resi conto che più scrivevamo più non era un teen movie. Noi viviamo una generazione che va velocissima e viviamo i sentimenti in maniera amplificata. Ad esempio, ho avuto tanta difficoltà a scrivere il monologo di Francesco Centorame perché lo sentivo tantissimo, per me quello è il punto chiave del film. Un oggi alla volta è un calderone di emozioni, ci abbiamo messo tutto dentro. Gli stessi Aria e Marco devono confrontarsi con una malattia, e a me non interessava raccontare quello, ma più il fatto che volevano innamorarsi e come avrebbero gestito il fatto che il loro tempo era limitato. È un film sul tempo e su come le persone lo gestiscono: tutti i personaggi pensano di non avere abbastanza tempo anche se non è così, e l’unica che va al passo giusto sembra Aria, che invece davvero di tempo non ne ha.”
Il film sembra pieno di citazioni al cinema pop contemporaneo, in particolare alcune scene sembrano riferirsi a dei film specifici. Quali sono stati i tuoi riferimenti?
“I miei tre film preferiti sono The World’s End, Il Ciclone e Questione di Tempo. La scena iniziale delle birre è presa dal primo film, Aria si chiama Quarini di cognome, come il personaggio di Levante nel film di Pieraccioni, e il tempo è, come dicevo, una componente essenziale del film e delle storie che mi piace raccontare. Sono ossessionato dai viaggi nel tempo e sostanzialmente ho fatto un film che mi sarebbe piaciuto guardare. L’ho visto tantissime volte, ormai, e non smetto di ridere.”
Il film utilizza con cadenza regolare le didascalie diegetiche, perché hai scelto questo tipo di espediente?
“In realtà le avevo usate già altre due volte, quando l’ho suggerito a Cristina Del Zotto, la nostra scenografa, lei ha apprezzato così tanto la scelta che ha inserito le didascalie nei punti più impensati. Ce n’erano moltissime, abbiamo dovuto tagliare molte scene. Ma è un espediente che vorrei portare in tutti i miei film, perché sono davvero ossessionato dal tempo che scorre, è l’unica cosa che vorrei raccontare. Non sono padre e non sono marito, non posso raccontare un mondo che non conosco, ma vivo costantemente la sensazione di sentirmi in ritardo, in quel campo sono cintura nera.”
Chi fa cinema può vivere Un oggi alla volta?
“Il nostro lavoro va vissuto per forza un giorno alla volta, perché è una macchina enorme spostata da tante teste differenti. Un giorno hai un progetto, il giorno dopo no. Devi sempre raggiungere un compromesso, quindi o vivi un giorno alla volta o ti disinnamori di questo mestiere.”
Della dedica finale che si legge prima dei titoli di coda non abbiamo parlato, ma alcune emozioni sono più forti quando non hanno bisogno di essere spiegate.
Un oggi alla volta esce al cinema il 25 luglio distribuito da Vision Distribution. Nel film Tommaso Cassissa, star del web al suo primo ruolo da protagonista, e Ginevra Francesconi. Completano il cast anche Francesco Centorame, Katia Follesa, Marilù Pipitone, Edoardo Pagliai, Federica Pagliaroli, Cesare Bocci ed Elisabetta de Palo.
Nico, noto anche con il titolo internazionale Above the Law, rappresenta l’esordio cinematografico di Steven Seagal e, al tempo stesso, la nascita di un’icona dell’action anni ’90. Prima di diventare uno dei volti più riconoscibili del cinema marziale hollywoodiano, Seagal era un istruttore di aikido, consulente per agenzie governative e guardia del corpo: un background reale che emerge con forza nel film, contribuendo a costruire quell’immagine dell’eroe silenzioso e letale che lo accompagnerà per tutta la carriera. Nico non è solo l’inizio, ma anche la dichiarazione d’intenti di un attore destinato a segnare un’intera stagione del cinema d’azione.
Il film, diretto da Andrew Davis (che in seguito lavorerà con Harrison Ford ne Il fuggitivo), si inserisce nel filone del poliziesco urbano violento tipico degli anni ’80, contaminato però da una forte componente di arti marziali che all’epoca risultava ancora piuttosto insolita per il cinema occidentale mainstream. Temi come la corruzione istituzionale, il complotto governativo e il senso di giustizia personale attraversano tutta la vicenda, ponendo il protagonista Nico Toscani in bilico tra legalità e vendetta. Il suo è un mondo in cui le regole ufficiali spesso proteggono i colpevoli, costringendo l’eroe a sporcarsi le mani per ristabilire un ordine morale superiore.
Il film ottenne un notevole successo al box office e consolidò immediatamente il mito di Seagal come “l’uomo solo contro il sistema”, un archetipo che avrebbe riproposto più volte nel corso della sua filmografia. Proprio per questo motivo, il finale del film assume un valore cruciale: da un lato chiude la vicenda secondo le logiche del genere, dall’altro lascia aperta una riflessione su quanto sia davvero possibile combattere il potere dall’interno. Nel resto dell’articolo analizzeremo proprio questo aspetto, offrendo una spiegazione dettagliata del finale di Nico e delle sue implicazioni tematiche.
Il film segue le vicende del siciliano Nico Toscani (Steven Seagal), esperto di arti marziali che viene reclutato dalla CIA per entrare a far parte di un corpo speciale impiegato per una missione tra Vietnam e Cambogia. Nel 1973, Nico rimane talmente disgustato dalle torture a cui assiste durante l’interrogatorio di un prigioniero che decide di lasciare la CIA e tornare a vivere nella sua Chicago. Passano quindici anni e l’uomo, che ormai è sposato e ha un bambino, vive insieme alla sua famiglia e alla madre.
Tolte le vesti di agente speciale, Nico è ora un incorruttibile poliziotto della narcotici del Dipartimento di Polizia di Chicago. Insieme ai suoi colleghi e amici, l’uomo veglia sulla città combattendo lo spaccio di sostanze stupefacenti. Non ha però idea di quello che sta per succedergli e del fatto che, per dare una mano a una cugina, si troverà nuovamente ad avere a che fare non solo con la CIA ma anche con l’FBI.
Nel terzo atto di Nico, Zagon e i suoi uomini individuano padre Tomasino, miracolosamente sopravvissuto all’attentato in chiesa. Penetrano nello scantinato dove il sacerdote si rifugia con altri profughi e iniziano a torturarlo con la stessa brutalità che aveva sconvolto Nico anni prima in Cambogia. L’irruzione improvvisa di Nico, accompagnato dalla collega Delores e dall’alleato Lukic, interrompe la scena. Ne nasce uno scontro violento, durante il quale Delores viene colpita ma riesce a salvarsi grazie al giubbotto antiproiettile. Mentre Nico elimina Salvano in uno scontro diretto, viene a sua volta sopraffatto dagli uomini di Zagon e catturato.
Il confronto conclusivo tra Nico e Zagon avviene così in una dimensione quasi speculare al loro primo incontro in Vietnam. Ma a differenza del passato, Nico non è più un giovane agente inesperto costretto all’obbedienza: ora è un uomo con una coscienza formata, una famiglia da proteggere e una convinzione incrollabile nel suo codice morale. Nonostante le iniezioni illegali e il dolore, riesce a liberarsi, ribaltare la situazione e uccidere Zagon insieme ai suoi complici. Il film si chiude con l’arresto degli altri criminali e l’intervento del senatore Harrison, che si reca personalmente a casa di Nico per ringraziarlo e promettere che certi abusi non saranno più tollerati.
Dal punto di vista tematico, questo finale rappresenta il compimento della trasformazione di Nico da esecutore degli ordini governativi a vigilante etico che risponde a un sistema superiore di giustizia. Affrontare e sconfiggere Zagon non è solo un atto fisico, ma il simbolico rifiuto della logica della violenza istituzionalizzata che lo aveva traumatizzato anni prima. Zagon incarna l’orrore della legalità deviata: agisce all’interno degli apparati statali, ma lo fa per puro sadismo e tornaconto personale. Quando Nico lo elimina, non sta disobbedendo allo Stato: sta riconsegnando allo Stato la sua dignità, liberandolo dalla corruzione che lo divora dall’interno. La promessa finale del senatore Harrison non è dunque solo un riconoscimento formale, ma un atto di restituzione morale.
Inoltre, il film sottolinea che la vera giustizia richiede sacrificio personale e isolamento. Nico ha perso il distintivo, ha rischiato la vita e ha messo in pericolo la sua famiglia, ma non ha mai ceduto alla convenienza o al cinismo. Il contrasto con i colleghi che preferivano “seguire gli ordini” è evidente: la legge, per funzionare, ha bisogno di uomini disposti a metterla in discussione quando diventa strumento di oppressione. L’alleanza tra lui e Delores rafforza questa idea: non è solo un solitario giustiziere, ma il cuore pulsante di una resistenza interna che non accetta compromessi. Il fatto che l’FBI e la CIA vengano smascherati dall’interno e non dall’esterno ribadisce la natura profondamente americana del racconto: la democrazia si difende solo se qualcuno ha il coraggio di dire “no” anche quando tutti dicono “obbedisci”.
Il messaggio finale di Nico è chiaro e ancora oggi attuale: la legalità non basta se non è accompagnata dall’etica. Il film suggerisce che la vera forza non è nel potere, ma nella coscienza. Nico non è un supereroe, non ha superpoteri: è un uomo che ha visto l’orrore e ha deciso di non diventare come ciò che ha odiato. Il suo trionfo non è quello del vincitore, ma del sopravvissuto che ha scelto di restare umano. In un genere spesso dominato dalla vendetta cieca, Above the Law si distingue per una riflessione sorprendentemente lucida: non basta colpire i cattivi, bisogna cambiare le regole del gioco. E per farlo, serve qualcuno che sia davvero “al di sopra della legge”, non perché la disprezza, ma perché la onora più di chi la impone.
Apre con una storia di musica e dolore la sezione Orizzonti di Venezia 74; il film è Nico, 1988 e alla regia c’è l’italiana Susanna Nicchiarelli, che torna dietro la macchina da presa dopo tre anni, e lo fa con coraggio e bellezza.
Il film racconta di Christa Päffgen, in arte Nico. Musa di Warhol, cantante dei Velvet Underground e donna dalla bellezza leggendaria, Nico vive una seconda vita dopo la storia che tutti conoscono, quando inizia la sua carriera da solista. La sua musica è tra le più originali degli anni ‘70 e ‘80 ed ha influenzato tutta la produzione musicale successiva. Ambientato tra Parigi, Praga, Norimberga, Manchester, la Polonia e Anzio, il film è un atipico road movie che racconta gli ultimi due anni di vita della donna che riesce finalmente a dismettere i panni di mito e icona e a indossare quelli sgualciti di musicista e quelli mai indossati di madre del figlio dimenticato.
La Nicchiarelli utilizza un linguaggio privo di fronzoli, delicato eppure diretto, che mostra la forza della donna che non rinuncia all’essere madre dopo aver davvero capito il valore di questo particolare legame che la lega ad Ari, unico figlio che ha abbandonato da piccolo, perché incapace a fare la madre. La “sacerdotessa delle tenebre” insiste a voler portare l’attenzione su se stessa, durante il suo ultimo tour, mentre il pubblico e la stampa continuano a trascinarla indietro, negli anni ’70, a quando era intrappolata, per sua stessa ammissione, nella sua bellezza che le valse i favori di Warhol.
Senza farsi cronistoria (alcuni eventi sono stati modificati per rispettare la privacy dei coinvolti), né apologia (la donna è mostrata in tutte le sue numerose debolezze e nei suoi vizi), il film illustra con tocco leggero la storia di una vita che si spoglia della sua eccezionalità e diventa rincorsa di un rapporto normale (quello tra madre e figlio) in un contesto politico sociale ostile, quello europeo di metà anni ’80. A un passo dalla serenità cercata e conquistata, Christa Päffgen trova a Ibiza il suo piccolo angolo di paradiso, ma trova anche la sua fine, che l’ha consegnata alla storia della cultura pop, e da oggi ricordata anche dal cinema.
La musa dei Velvet Underground raccontata nella sua dimensione più intima, la vita di Christa Päffgen dopo Nico, quando l’artista esprime a pieno sé stessa, allontanandosi dai cliché che la volevano bella e fatale per percorrere con rabbia e passione sentieri musicali oscuri e malinconici, per riannodare le fila della propria esistenza. È questa l’essenza di Nico, 1988, diretto e sceneggiato da Susanna Nicchiarelli, trionfatore a Venezia 2017 nella sezione Orizzonti. Prodotto da Vivo Film e Rai Cinema, Nico 1988 ha raccolto ampi consensi anche ai David di Donatello 2018 – Migliore Sceneggiatura, Miglior Trucco (Marco Altieri), Miglior Acconciatore (Daniela Altieri) e Miglior Suono (Adriano Di Lorenzo, Alberto Padoan, Marc Bastien, Eric Grattepain, Franco Piscopo). La colonna sonora del film si deve a Gatto Ciliegia contro il grande freddo e conta su diversi brani di Nico interpretati dall’attrice protagonista, la danese Trine Dyrholm (Festen, Love is all you need, Orso d’Argento a Berlino per La comune di Thomas Vinterberg).
Intervistata, la regista ha dichiarato che con Nico 1988 il suo intento non era fare un film biografico, ma “fare un film su una cosa che nessuno sa, che sta dietro a qualcosa che tutti sanno”. Ed è proprio questa la forza del film: mostrare una Nico inedita, ormai lontana dal clamore dei riflettori del primo periodo, ma più autentica, facendola conoscere a quanti ancora la identificano solo con la limitata e limitante esperienza assieme ai Velvet Underground. “Mi sembrava che la vita di Nico diventasse più interessante dopo i quarant’anni, quando era meno famosa e meno bella”.
Mentre sulla scelta di Trine Dhyrolm per il ruolo della protagonista Nicchiarelli ha affermato: “Ho scelto lei perché aveva l’energia giusta, era brava, e soprattutto non somigliava a Nico. Quando ho iniziato a cercare un’attrice, sapevo di doverne trovare una che non somigliasse a Nico. Era l’unico modo per distaccarmi dall’originale e creare la mia Nico”.
Trine Dyrholm si cala ottimamente nel ruolo della protagonista, pur non somigliandole esteticamente. L’attrice riesce a rendere con un’interpretazione toccante ed emotivamente sentita il tormentato personaggio di Nico. Una donna forte, nonostante l’infanzia turbolenta, la vita sregolata, la dipendenza, l’allontanamento dal figlio Ari, col quale in ultimo recupera un rapporto. Nico non si arrende e affronta i propri demoni, cercando una tranquillità che trova forse solo nell’ultimo periodo della sua vita. Ne emerge il ritratto vivido di chi ha voluto con tenacia tracciare la propria strada, scontrandosi con la fatica di affermarsi per ciò che realmente era.
L’attrice danese mette al servizio del personaggio le proprie doti canore. La stessa Dyrholm è infatti anche una cantante ed ha interpretato tutti i brani di Christa Päffgen presenti nel film, riarrangiati per l’occasione. Il personaggio di Nico è stato creato proprio a partire dalla vocalità così particolare, parte integrante della sua identità, che Dyrholm ha saputo efficacemente ricreare. Una serie di pezzi accuratamente selezionati dal repertorio della cantante – tra cui Nibelungen, My heart is empty, My only child, These days – dai toni oscuri ma grintosi, e alcune emblematiche esibizioni live scandiscono i momenti salienti del film e accompagnano lo spettatore a scoprire cosa si agita nell’animo della protagonista. Significativa la performance durante il concerto oltre la cortina di ferro, un’esplosione di energia davanti a pochi ma entusiasti fan.
Ecco come risponde il personaggio di Nico in un’intervista a chi le chiede perché porti sempre con sé un registratore, rendendo il profondo legame tra musica e memorie d’infanzia: “Cerco un suono che ho sentito quando ero bambina. Non quello in particolare, ma la sua qualità. Era il vento che lo portava, era il suono di Berlino bombardata, della guerra che finiva, della città che bruciava. Non era un vero suono. Era tante cose allo stesso tempo. Era il suono della sconfitta”.
Sugli alti e bassi di una carriera e di una vita: “Sono stata in cima, sono caduta in basso. Entrambi i luoghi sono vuoti”. Infine, una frase che sintetizza il difficile rapporto con la bellezza e con la propria immagine, oltre a racchiudere tutta la grinta di Nico: “Sono brutta? Bene, perché non ero felice quando ero bella”. Chi volesse approfondire, può consultare la recensione del film:
NICO, 1988 di Susanna Nicchiarelli è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI, con la seguente motivazione:
«Nel tracciare gli ultimi anni di Nico, Susanna Nicchiarelli evita con cura l’approccio mitologico o divistico, privilegiando, grazie anche alla straordinaria interpretazione di Trine Dyrholm, l’aspetto intimo e dolente di un’artista complessa, la cui presenza ha segnato il ventesimo secolo. Un film complesso, affascinante e decisamente unico nel panorama del cinema italiano contemporaneo».
Prodotto da Vivo film con Rai Cinema e Tarantula in co-produzione con VOO e Be TV, il film sarà in sala in Italia dal 12 ottobre distribuito da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection.
Il film è stato presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 74, vincendo il premio per il miglior film di categoria.
Nickelodeon, il canale satellitare di
VIMNI (Viacom International Media Networks Italia) sarà presente
all’edizione 2014 di Cartoons on the Bay con una ricerca realizzata
dal network, “Kids of Today and Tomorrow, che verrà
presentata per la prima volta in Italia proprio a Venezia.
La ricerca internazionale di Viacom International Media Networks, “Kids of Today and Tomorrow”, offre uno sguardo unico per ampiezza di temi e di territori sul mondo Kids e sull’ultima wave della generazione dei Millennials. Lo studio, che si inserisce nel percorso di conoscenza di KIDS&FAMILY GPS, ha coinvolto 32 paesi, tra cui l’Italia, e 6.200 bambini di età compresa tra i 9 e i 14 anni.
La ricerca ha fotografato una generazione immersa in un mondo in rapida evoluzione e sotto il peso della crisi economica mondiale, ma che, nonostante tutto, rimane positiva e fiduciosa. Una generazione che non ha paura del futuro e che, conscia dei problemi dell’oggi e delle sfide del domani, si prepara a coglierne le opportunità.
Figli positivi di genitori sospesi tra le paure per i pericoli nel mondo reale e l’apertura verso il mondo digitale. Bambini che si considerano iper-protetti, coccolati da velcro-parents che restringono e controllano sempre di più le interazioni dei propri figli con la vita reale, offrendo allo stesso tempo un accesso senza precedenti al mondo digitale.
La ricerca verrà presentata da Daniela DiMaio, Responsabile Nickelodeon – Viacom International Media Network Italia e Morena D’Incoronato, Responsabile Dipartimento Ricerche – Viacom International Media Networks Italia.
Nickelodeon e’ il canale satellitare di VIMNI (Viacom International Media Networks Italia) arrivato in Italia nel Novembre 2004 coprendo tutto il target bambini e teen differenziando la programmazione secondo fasce diverse della giornata. Con l’aumento della conoscenza del brand e della risposta positiva da parte del pubblico, da Luglio 2009 è arrivato Nickelodeon +1 ed è stato lanciato Nick Jr, un canale interamente dedicato al target pre scolare, a cui si è poi aggiunto il suo +1. Nickelodeon è oggi un brand sempre più conosciuto e apprezzato dal pubblico della piattaforma satellitare, accolto positivamente non solo dai ragazzi, che ne sono i principali fruitori, ma anche dai genitori che lo considerano come fedele alleato, una sorta di bussola che li aiuta ad orientarsi nel mondo dei loro figli.
Ispirato dal romanzo di Colson Whitehead vincitore del Premio Pulitzer, Nickel Boys segna l’esordio alla regia del documentarista e regista televisivo RaMell Ross. La vicenda racconta dell’amicizia tra due giovani afromericani che si ritrovano costretti a frequentare un istituto nella Florida per ragazzi di colore “problematici’. Il sistema di vessazione e di continuo abuso a cui gli studenti sono stati costretti segna la loro esistenza in maniera indelebile, compresa quella del protagonista Elwood, testimone attraverso gli occhi del quale seguiamo la vicenda decenni dopo gli orrori di cui è stato vittima insieme ai suoi compagni.
L’operazione di trasposizione cinematografica messa in piedi da RaMell Ross possiede un fascino indubbio, sia a livello concettuale che estetico. Dal momento che quella di Nickel Boys è fondamentalmente una storia di identità negata – sia essa intesa come identità sociale, razziale o più semplicemente individuale – il regista sceglie infatti di (ri)affermare tale concetto attraverso il mezzo-cinema stesso. Il film è infatti interamente o quasi realizzato come una serie di inquadrature soggettive, in cui lo sguardo della macchina da presa è sempre quello di un personaggio o dell’altro, che mai vediamo quando parla. C’è sempre l’interlocutore, mai il soggetto, l’io principale.
Oppure, in maniera forse ancor più emblematica, la macchina da presa stessa in alcuni casi si nasconde dietro le spalle dei protagonisti, a voler costantemente ribadire che qualcosa è stato loro strappato. L’identità appunto. Un’idea di cinema fortissima e all’inizio assolutamente affascinante, la quale però col passare delle scene diventa sempre più difficile da seguire a livello emozionale, in quanto non evita che la forma soffochi in qualche modo il contenuto.
Nickel Boys in particolar modo nella parte centrale perde di intensità emotiva, costringendo lo spettatore a una serie di inquadrature che diventano stancanti. Bisogna tornare a ripetere che la coerenza interna del film è un qualcosa di oggettivamente coraggioso nell’intento, ma quanto alla realizzazione costringe il pubblico alle prese con un tour de force estetico che non si abbina con un impianto narrativo in grado di sostenerlo. Perché forse il maggior difetto del lungometraggio di RaMell Ross non sta tanto nell’audace idea di regia quanto piuttosto in una sceneggiatura che non la sostiene come avrebbe meritato. I continui salti temporali tra passato e presente non fanno che ingarbugliare una vicenda al contrario lineare, una storia di amicizia e solidarietà nel dolore che si trasforma nei decenni in una ferita mai rimarginata. Siamo piuttosto convinti che se lo sviluppo narrativo fosse stato raccontato in maniera lineare, l’effetto generale sarebbe stato molto piú efficace, soprattutto sotto il punto di vista squisitamente emotivo.
Come direttore di attori RaMell Ross, pur al suo primo lungometraggio da regista, si dimostra raffinato plasmatore di figure in chiaroscuro. I suoi due giovani protagonisti Ethan Herisse e Brandon Wilson sono vibranti, sinceri nei rispettivi ruoli. Accanto a loro un cast di supporto efficace contribuisce a creare una serie di figure e psicologie ottimamente definite. Su tutti merita come sempre menzione speciale Aunjanue Ellis-Taylor, attrice di livello superiore che riesce a rendere prezioso davvero qualsiasi ruolo interpreti. Quando c’è lei in scena e guarda in camera alla ricerca di un briciolo di speranza per suo figlio, ecco che Nickel Boys diventa un dramma capace di arrivare dritto al cuore. Che quest’anno la Ellis-Taylor non sia stata quasi mai considerata nella corsa ai premi come miglior attrice non protagonista è un qualcosa che francamente non riusciamo a comprendere.
Questo di RaMell Ross è un esordio che merita di essere sostenuto probabilmente per le sue intenzioni ancor più che nel risultato finale. Nickel Boys possiede come testo di partenza un romanzo potentissimo che il regista interpreta in maniera coraggiosa e molto personale, non riuscendo però a evitare che, in particolar modo nella parte centrale, la storia venga soffocata dalla forma filmica scelta per esporla. Merito indiscutibile del film è invece un finale bellissimo, sorprendente e doloroso, che lascia dimenticare le incertezze e alcune lentezze narrative. Se RaMell Ross continuerà a proporci cinema così audace e non disposto a scendere a compromessi, sarà con indubbio interesse che ne seguiremo la carriera.
Nickel Boys, diretto da RaMell Ross (“Hale County This Morning, This Evening”), è il film di apertura, fuori concorso, della ventiduesima edizione di Alice nella città (16-27 ottobre), la sezione autonoma e parallela della Festa del cinema di Roma, dedicata ai giovani, agli esordi e alla scoperta del talento, diretta da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli.
Tratto dall’omonimo romanzo di Colson Whitehead, vincitore del Premio Pulitzer nel 2019 e adattato per il grande schermo dallo stesso regista con Joslyn Barnes, “Nickel Boy” è stato acclamato dalla critica internazionale ai festival di Telluride e New York, da “The Hollywood Reporter” a “Screen Daily”, “Vanity Fair”, “The Guardian”, “Indiewire”, e “Variety” lo colloca nell’elenco dei titoli che potrebbero guadagnarsi un posto nella corsa all’Oscar 2025 insieme ad altri tre film in programma ad Alice nella città, “The Outrun” di Nora Fingscheidt, “Blitz” di Steve McQueen, entrambi con Saoirse Ronan, e “A Real Pain” di Jesse Eisenberg.
“Nickel Boy” è un’esplorazione visionaria, coraggiosa e
affascinante del trauma e della storia americana all’epoca delle
leggi Jim Crow sulla segregazione razziale ed è incentrato sulla
vicenda di due adolescenti afroamericani in un barbaro riformatorio
minorile della Florida. 1960, Tallahassee. Il sogno universitario
di Elwood Curtis (Ethan Herisse) si infrange lungo un’autostrada a
due corsie. A causa di un innocente passo falso, Elwood viene
condannato all’inferno della Nickel Academy. Lì incontra Jack Turner
(Brandon Wilson) con il quale stringe un’alleanza: Turner dispensa
consigli fondamentali per la sopravvivenza all’interno del violento
carcere minorile, mentre Elwood si aggrappa alla sua visione
ottimistica del mondo per sopravvivere. Sullo sfondo del nascente
movimento per i diritti civili, l’esistenza dei due adolescenti
sembra lontana dall’oratoria del reverendo Martin Luther King.
Nonostante la brutalità della Nickel, Elwood si sforza di mantenere
la sua umanità, risvegliando una nuova visione della vita del suo
compagno di cella.
Interpretato magistralmente da Aunjanue
Ellis-Taylor, Ethan Herisse, Brandon Wilson, Hamish Linklater e
Daveed Diggs, il film è arricchito dalla fotografia di
Jomo Fray (“All Dirt Roads Taste of Salt”) e dal montaggio
di Nicholas Monsour (“NOPE”). Prodotto da Dede Gardner,
Jeremy Kleiner, David Levine, Joslyn Barnes, è una produzione
Plan B Entertainment, Anonymous Content, Louverture Films e
uscirà nei cinema statunitensi il 25 ottobre distribuito da
Orion Pictures e Amazon MGM Studios. In Italia sarà
disponibile su Prime
Video.
“Nickel Boys è un film che fa fare un balzo in avanti alla rappresentazione cinematografica della crudele realtà del razzismo – dichiarano Gianluca Giannelli e Fabia Bettini, direttori artistici di Alice nella città – RaMell Ross condivide con chi guarda la bellezza del margine, l’emozione del confine, la trasgressività del limite dei ragazzi protagonisti dell’omonimo romanzo del due volte premio Pulitzer Colson Whitehead. Per questo siamo onorati di aprire il festival con ‘Nickel Boys’, un’opera intensa nello spirito e audace nel linguaggio visivo che conferma lo status di artista visionario del suo autore, che persevera nel tentativo di catturare il buio della storia americana, affinché non si ripeta all’infinito”.
RaMell Ross è un artista, fotografo, regista, scrittore e documentarista. Si è laureato in Sociologia e Inglese alla Georgetown University e successivamente ha conseguito un Master (MFA) in fotografia presso la Rhode Island School of Design. Il suo documentario sperimentale “Hale County This Morning, This Evening”, sulla vita dei neri nella contea di Hale, in Alabama, è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival del 2018. Al festival gli è stato assegnato il Premio Speciale della Giuria per la Visione Creativa. Il film ha vinto un Peabody Award e nel 2019 è stato candidato all’Oscar per il miglior film documentario e per il Primetime Emmy Award per meriti eccezionali nel cinema documentario. Le sue fotografie sono presenti in varie collezioni pubbliche e private come il Museum for Modern Art, il Virginia Museum of Fine Arts e l’High Museum.
Nel cast di Gangster Squad del regista Ruben Fleischer (Zombieland) si è aggiunto un attore del calibro di Nick Nolte. Il tutto è avvenuto alle battute finali del casting, con l’imminente inizio delle riprese.
Nick Nolte ricoprirà il ruolo di Bill Parker, il nuovo capo della polizia di Los Angeles (il film è ambientato negli anni ’50), determinato a mettere su una squadra di poliziotti incorruttibili, per combattere l’organizzazione criminale capitanata da Mickey Cohen (interpretato da Sean Penn). Parker, veterano della seconda guerra mondiale, collaborerà a questo fine con il John O’Mara di Josh Brolin. Gli altri poliziotti duri e puri saranno interpretati da Ryan Gosling, Giovanni Ribisi, Anthony Mackie, Robert Patrick e Holt McCallany. Mireille Enos sarà la moglie di Brolin, ed Emma Stone la donna di cui si innamorano sia Penn che Gosling.
Il nostro viaggio all’interno dell’universo televisivo di Chicago continua e oggi vi parliamo del bel dottorino dai capelli rossi di Chicago Med, interpretato da Nick Gehlfuss.
Scopriamo insieme tutto quello che c’è da sapere su Nick Gehlfuss, sulla sua carriera e sulla sua vita privata.
10. Nato il 21 gennaio del 1985 a Cleveland, in Ohio, Stati Uniti, Nick Gehlfuss passa tutta la sua infanzia e adolescenza nel quartiere di Little Italy. Subito dopo il diploma, Nick si iscrive al Marietta College dove consegue la laurea in belle arti. Successivamente, decide di completare i suoi studi alla University of Missouri-Kansas City, prendendo una laurea magistrale sempre in belle arti.
9. Non si conosce molto della vita privata di Nick Gehlfuss ma sappiamo che la sua carriera non è cominciata in tv o al cinema ma bensì in teatro. Trasferitosi a New York dopo i suoi studi, Nick fa il suo debutto come attore in teatro con la Classic Stage Company, nella produzione di Sogno di Una Notte di Mezza Estate, opera di William Shakespeare.
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Nello spettacolo, Nick Gehlfuss interpreta Lisandro, rappresentazione teatrale che conta nel suo cast attore come Bebe Neuwirth e la famosa Cristina Ricci. Grazie alla sua magistrale interpretazione, Nick riceve il prestigioso premio Rosemarie Tichler.
La sua carriera continua dalla costa est alla costa ovest degli Stati Uniti. Nick Gehlfuss si trasferisce a Los Angeles per coltivare il suo sogno di lavorare nel cinema e nella televisione. Qui, in attesa della sua grande occasione, continua a recitare in teatro. In quegli anni lo vediamo impegnato con lo spettacolo Reasons to Be Pretty, di Neil LaBute, andato in scena alla Geffen Playhouse.
8. Dopo essersi fatto le ossa in teatro e sul palcoscenico, Nick Gehlfuss finalmente comincia a muovere i primi passi nel mondo della televisione. Nel 2010, viene scelto per interpretare un piccolo ruolo nel diciassettesimo episodio della quarta stagione della fortunata serie Army Wives. Quella breve parentesi, segna la sua fortuna.
7. Successivamente, infatti, l’attore viene scelto per molti altri piccoli ruoli in serie molto importanti come The Good Wife (2011), Blue Bloods (2011), Person of Interest (2012), The Glades (2013), Rizzoli & Isles (2013), The Newsroom (2013), Royal Pains (2014), Murder in the First(2014) e Shameless (2014).
Nel 2014, Nick partecipa alla serie Shameless, ideata da Paul Abbott che racconta della vita di una sfortunata famiglia di un quartiere malfamato di Chicago. I Gallagher sono una famiglia molto povera e disfunzionale che combatte tutti i giorni con miseria, alcolismo e tossicodipendenza. A capo dei Gallagher c’è Frank (William H. Macy), drogato e alcolizzato, e che passa la maggior parte del suo tempo a ubriacarsi ni bar invece di occuparsi dei suoi sei figli.
Nella serie, Nick Gehlfuss interpreta Robbie Pratt, un ex alcolista e amante della primogenita di Frank, in un arco temporale di 6 episodi, dalla 4×03 “Like Father, Like Daughter” alla 4×10 “Liver, I Hardly Know Her” – con una breve interruzione negli episodi 4×06 e 4×07.
6. Nello stesso periodo, Nick partecipa anche a film come In Lieu of Flowers (2013), Love & Mercy (2014) e Equity (2015). In quegli anni, inoltre, lo vediamo in alcune serie tv come Longmire (2014), C’è sempre il sole a Philadelphia (2015), Constantine (2015) e Power (2015).
5. Il 2015 segna l’anno di svolta nella carriera di Nick Gehlfuss. L’attore viene infatti scelto per interpretare un ruolo da protagonista nella nuova serie medical drama dal titolo Chicago Med.
Spinoff dell’acclamatissima serie Chicago Fire, Chicago Med, prodotta dal genio televisivo di Dick Wolf, racconta delle vicissitudini di medici e infermieri dell’ospedale Chicago Medical Center.
Tra i personaggi principali abbiamo Sharon Goodwin (S. Ephata Merkerson) Direttore Sanitario del Chicago Medical Center. Maggie Lockwood (Marlyne Barrett), infermiera caporeparto del Pronto Soccorso; Connor Rodhes (Colin Donnell) chirurgo specializzato in Chirurgia d’Emergenza; April Sexton (Yaya DaCosta), infermiera; Natalie Manning (Torrey DeVitto), pediatra e specializzanda in Medicina d’Emergenza.
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Ancora, Sarah Reese (Rachel DiPillo), una studentessa del quarto anno di medicina; Ethan Choi (Brian Tee), ex militare e specializzando del terzo anno di Medicina d’Emergenza; Daniel Charles (Oliver Platt), Primario del reparto di Psichiatria; e in ultimo Ava Bekker (Norma Kuhling), chirurgo cardio-toracico del Chicago Med.
Nella serie Nick Gehlfuss interpreta William Halsted, chirurgo e specializzando anziano in Medicina d’Emergenza. Ex chirurgo plastico, William è il fratello minore del detective Jay Halsted della Chicago PD, nonché pecora nera della famiglia. Sempre ostracizzato dal padre per le sue scelte professionali, Will si è praticamente pagato di studi da solo per tutta la durata del college. Nonostante i suoi difficili rapporti col padre, Will si è sempre preso cura della famiglia soprattutto quando la madre si ammala di cancro mentre suo fratello è in missione per l’esercito in Afghanistan. Tra i due fratelli ci sono questioni irrisolte e problemi che entrambi dovranno affrontare.
Al momento Chicago Med è arrivato alla sua quinta stagione, non senza stravolgimenti di trama e cast, contando per ora ben 103 episodi.
4. L’intero universo televisivo di Chicago, creato a Dick Wolf, è molto più intricato di quanto si possa immaginare. Capita spesso – soprattutto durante le prime due stagioni di Chicago Fire – che i personaggi delle tre serie si mixino in uno stesso episodio. Questo stratagemma è stato ideato dagli autori per presentare al pubblico di Chicago Fire, alcuni nuovi personaggi che saranno poi protagonisti degli spinoff Chicago PD e Chicago Med.
Quasi tutti i personaggi di ognuna delle serie è comparso in almeno un paio di episodi delle altre due. Oltre alle varie ‘comparsate’, utilizzate più che altro per mantenere una sorta di continuità nell’universo Chicago, ci sono anche gli episodi crossover. Queste particolari puntate sono caratterizzate da storie che mettono in comunicazione tra loro le varie serie e tutti i loro personaggi.
Quel gran burlone di Dick Wolf, tuttavia, continua a complicare le cose aggiungendo all’intricato universo televisivo di Chicago anche alcuni episodi crossover con la famosa e fortunatissima serie crime Law & Order – SVU.
Insomma, se volete iniziare a vedere almeno una di queste serie senza rischiare di perdere pezzi di trama per strada, vi servirà uno schema. Per capire come guardare nell’ordine esatto i vari episodi delle serie Chicago Fire, PD e Med, vi consigliamo di consultare il validissimo schema de Il Criticatore di Telefilm.
3. Il personaggio di William Halsted di Chicago Med, essendo collegato a quello di Jay Halsted di Chicago PD, compare spesso nelle in altre serie dell’universo televisivo creato da Dick Wolf. Nick Gehlfuss e Jesse Lee Soffer si trovano spesso a lavorare insieme e sui set di entrambi gli spinoff di Chicago Fire.
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In particolare troviamo il personaggio di William Halsted in ben 17 episodi di Chicago PD. Le puntate in questione sono:
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Lo stesso personaggio, inoltre, compare anche in 18 episodi della serie madre, Chicago Fire. Gli episodi sono:
2. In Chicago Med, il dottor William Halsted ha una vita sentimentale alquanto complicata che coinvolge la sua collega Natalie (Torrey DeVitto). Ma nella realtà, Nick Gehlfuss non ama molto i drammi. A differenza di molti suoi colleghi attori e attrici, che amano cambiare continuamente partner, Nick è un uomo da una donna alla volta. L’attore è sposato ormai da molti anni con Lilian Matsuda, una bella imprenditrice del settore alberghiero.
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Non è molto chiaro come i due si siano conosciuti ma sappiamo che, dopo una non troppo lunga frequentazione, si sono sposati in gran segreto il 13 maggio del 2016. Sembra che entrambi volessero una cerimonia semplice e privata e che abbiano evitato gli sfarzi di un matrimonio in grande stile per preservare il loro giorno speciale.
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1. Se volete essere sempre aggiornati sulla vita privata, sentimentale e professionale dell’attore, seguite l’account ufficiale Nick Gehlfuss Instagram.
Una delle due scene post credits di Spider-Man: Far From Home ci ha mostrato Nick Fury nello spazio (mentre sulla Terra, al suo posto, c’era lo Skrull Talos) a bordo di un’enorme astronave e intento a godersi quella che sembrava una pausa dagli impegni con i Vendicatori. Ma come lo ritroveremo nella Fase 4? Il personaggio tornerà in azione?
Ecco 10 teorie sul suo futuro nel MCU:

Il ruolo dello S.H.I.E.L.D. nel MCU ha preso una strana piega da quando Captain America: The Winter Soldier ha rivelato che l’organizzazione era stata infiltrata dall’Hydra fin dalla seconda guerra mondiale, e che tutti tranne Steve Rogers, Natasha Romanoff, Nick Fury, Phil Coulson, e Maria Hill sapevano.
Nei fumetti, nel momento in cui viene introdotto il multiverso, lo S.H.I.E.L.D. si è poi ramificato in due nuove organizzazioni denominate S.W.O.R.D. e A.R.M.O.R. La prima ha costruito la sua base in una stazione spaziale per difendere la Terra dagli alieni, mentre la seconda protegge il nostro pianeta dalle minacce interdimensionali. Sarà questa la nuova collocazione di Fury?

Abbiamo ragione di credere che il colpo di scena finale di Far From Home nasconda molto più di quanto sembri e che Nick Fury potrebbe aver fatto avanti e indietro dalla Terra allo spazio numerose volte nel corso del MCU. D’altronde c’è tutta una teoria sui panini di cui vi avevamo parlato in un articolo che lo confermerebbe…

Nick Fury è stato una parte fondamentale del primo film di Captain Marvel, quindi è possibile che torni in un ruolo altrettanto cruciale anche nel sequel già annunciato da Kevin Feige ma che non ha ancora una data di uscita ufficiale. Il suo lavoro con Carol Danvers non è concluso e i due potrebbero riunirsi per una nuova missione nello spazio…

Diverse teorie suggeriscono che nella prossima Fase del MCU assisteremo alla guerra di Kree / Skrull e, visti gli eventi di Captain Marvel, il coinvolgimento di Nick Fury in questo conflitto potrebbe alimentare l’idea secondo cui l’ex leader dello SHIELD lavora con gli alieni mutaforma da anni, aiutandoli a combattere contro la Starforce.

Dopo i titoli di coda di Spider-Man: Far From Home abbiamo scoperto che l’identità segreta del supereroe è stata rivelata in mondovisione da Mysterio. Sappiamo che il personaggio è attualmente fuori dal MCU, ma nelle retrovie Nick Fury potrebbe contribuire alla salvaguardia del suo nome, magari aiutato da un avvocato (Matt Murdock?) oppure nascondendo Peter a bordo della sua nuova astronave…

Il sogno di vedere adattata sul grande schermo la trama Secret Invasion non è del tutto svanito, considerando che le premesse ci sono e che una guerra tra l’esercito di Skrull infiltratosi sulla Terra e gli eroi è possibile allo stato attuale degli eventi. In questo caso Nick Fury è un alleato degli Skrull, quindi lo scenario futuro offre una serie di opportunità per lo sviluppo del personaggio…

Sappiamo che al momento Nick Fury si trova nello spazio, ed è qui che potrebbe incontrare i Guardiani della Galassia, magari partecipando a qualche missione cosmica a bordo del Benatar. Il terzo volume è in arrivo, quindi perché non inserire anche il personaggio di Samuel L. Jackson? James Gunn avrebbe idee sicuramente interessanti in merito.

Come conseguenza diretta della fusione tra Fox e Disney, X-Men e Fantastici 4 sono adesso liberi di apparire nel MCU, quindi è possibile che almeno una delle due squadre venga introdotta presto al cinema magari proprio per intercessione di Nick Fury. Questo spiegherebbe l’assenza di Fury dalla Terra e perché si è trattenuto nello spazio per lungo tempo…
Fonte: Screenrant
Nick Fury è stato uno dei personaggi centrali del MCU fin dal suo inizio con Iron Man del 2008, ma la sua storia è stata raccontata in modo completamente frammentario. Samuel L. Jackson ha debuttato nei panni di Nick Fury nella scena post-credits di Iron Man e da allora è apparso in altri dieci film del MCU, ha prestato la sua voce a diverse varianti di Nick Fury in What If…?, ed è diventato protagonista della sua prima avventura da solista con Secret Invasion su Disney+.
Sebbene siano state rivelate molte cose sulla storia di Nick Fury nel MCU, egli è ancora uno dei personaggi più enigmatici del franchise, poiché gran parte della sua vita personale è ancora un mistero.
Durante uno scambio di
battute in
Captain Marvel, in cui
Fury dimostra alla Carol
Danvers di
Brie Larson di non essere uno Skrull
mutaforma, Fury rivela alcuni dettagli sulla sua infanzia. Nato
Nicholas Joseph Fury a Huntsville, in Alabama, nel
1950, Fury è cresciuto insistendo che tutti si riferissero a lui
solo con il suo cognome, compresa la sua stessa famiglia.
Ha anche rivelato che il suo primo animale domestico è stato un gatto di nome Mr. Snoofers. Dopo aver terminato le scuole superiori nel 1968, Fury si è arruolato nell’esercito degli Stati Uniti. Prima di lasciare l’esercito e intraprendere una carriera di spionaggio con la CIA, Fury ha scalato i ranghi fino a diventare colonnello e ha assistito a un gran numero di operazioni durante la Guerra Fredda.
In un certo periodo degli
anni ’80,
Fury lasciò la CIA per unirsi allo
SHIELD e nel 1988 lavorava sotto il comando
dell’alto membro dello SHIELD R. Keller, interpretato da
Ben Mendelsohn in
Captain Marvel. Sebbene
Captain Marvel abbia visto Fury in missione
sul campo, il suo lavoro principale all’interno dello SHIELD era
dietro a una scrivania, alla ricerca di minacce future per gli
Stati Uniti, anche se si è fatto strada fino a ottenere
un’autorizzazione di livello 3.
Durante questo periodo, Fury supervisionò anche l’addestramento del Phil Coulson di Clark Gregg e iniziò a sviluppare un rapporto di lavoro con l’Alexander Pierce di Robert Redford, l’allora Sottosegretario del Consiglio di Sicurezza Mondiale.
Nel 1995,
Fury e una squadra di agenti dello
SHIELD furono inviati a indagare su una donna
misteriosa che si era schiantata in un videonoleggio Blockbuster di
Los Angeles. L’eroe spaziale, che si rivelò essere Carol
Danvers, accompagnò Fury in un’avventura in cui esplorò la
sua storia sulla Terra, la sua amicizia con Maria
Rambeau e sua figlia Monica e introdusse
Fury alla razza aliena mutaforma, gli
Skrull.
Dopo aver appreso che gli Skrull erano in realtà alleati dell’umanità, Fury iniziò a collaborare con Talos, il leader degli Skrull che si era spacciato per R. Keller, l’allora direttore dello SHIELD, e aiutò gli Skrull ad affrontare i guerrieri Kree.
Durante la sua avventura
con Capitan Marvel,
Fury si imbatté in una creatura nota come
Flerken, un alieno che aveva assunto la forma di
un gatto addomesticato. Goose apparteneva in
precedenza alla Mar-Vell di
Annette Bening, ma aiutò Fury e gli
Skrull a sconfiggere gli ex alleati
Kree della Danvers, utilizzando i tentacoli
sporgenti espulsi dalla sua bocca per incapacitare alcuni soldati
Kree.
Goose ha anche conservato il Tesseract al sicuro all’interno della dimensione tascabile nel suo stomaco. Tuttavia, mentre giocava con Fury dopo la battaglia, Goose ha graffiato Fury sull’occhio sinistro, lasciandogli pesanti cicatrici e causando la sua cecità finale, che lo ha portato a sfoggiare la sua caratteristica benda sull’occhio.
Lavorando con
Alexander Pierce in una missione a Bogotà negli
anni ’90, Fury ricevette l’ordine di negoziare con l’Esercito di
Liberazione Nazionale, che aveva preso in ostaggio diversi
ufficiali politici, tra cui la figlia di Pierce.
Fury disobbedì a questi ordini e riuscì a
recuperare in sicurezza gli ostaggi, venendo promosso a Direttore
dello SHIELD per le sue azioni eroiche.
La missione personale di Fury come Direttore dello SHIELD era quella di indagare su artefatti misteriosi, pericolosi e talvolta ultraterreni, tra cui il Tesseract e la Darkhold. Ha anche usato la sua posizione di Direttore per mettere in atto il suo piano per l’Iniziativa Vendicatori, un’idea che aveva concepito dopo aver appreso delle minacce aliene in Captain Marvel.
Nonostante il Consiglio di
Sicurezza Mondiale volesse che
Nick Fury si concentrasse sulla ricerca del
Tesseract, egli usò invece la sua posizione di
Direttore dello SHIELD per iniziare a reclutare i
Vendicatori. Mentre i suoi tentativi iniziali di trovare Capitan
America, un supereroe della Seconda Guerra Mondiale, fallirono,
Fury reclutò il Clint Barton di
Jeremy Renner e successivamente la
Natasha Romanoff di
Scarlett Johansson nello SHIELD come due dei
suoi agenti più fidati.
Marvel Comics The Incredible Hulk: The Fury Files descriveva i tentativi di Fury di portare Bruce Banner, alias Hulk, all’interno dello SHIELD, anche se questi piani vennero accantonati dopo aver visto la portata del potere di Hulk. Al contrario, Fury ha rivolto la sua attenzione a uno dei nuovi eroi del MCU.
Iron
Man del 2008 ha dato il via al MCU raccontando la
storia delle origini di Tony
Stark nei panni del supereroe titolare. Dopo aver
dichiarato al mondo la sua identità di supereroe, la scena
post-credits di
Iron Man vedeva Stark incontrarsi con
Nick Fury nell’oscurità della sua casa di
Malibu, con Fury che suggeriva che Stark era diventato parte di un
universo di eroi più grande.
Il rapporto tra Fury e Stark è stato ulteriormente sviluppato in Iron Man 2, dove lo SHIELD ha concesso a Stark più tempo per trovare un nuovo elemento per il suo reattore ad arco, e Stark è stato reclutato come consulente per i Vendicatori, pur non essendo ancora un membro ufficiale della squadra.
Mentre
Nick Fury reclutava potenziali membri degli
Avengers del MCU, si mise anche
al lavoro per reclutare menti preziose nei ranghi dello SHIELD, tra
cui l’Erik Selvig di
Stellan Skarsgård in Thor
del 2011. Selvig fu portato nella struttura dello SHIELD per la
missione congiunta sull’energia oscura, dove posò per la prima
volta gli occhi sul
Tesseract e Fury chiese a Selvig di fare
ricerche sul cubo.
All’insaputa di entrambi, questa azione avrebbe portato direttamente agli eventi di The Avengers, e la Pietra Spaziale nascosta nel Tesseract sarebbe stata fondamentale per il futuro del MCU. Da quando Fury ha iniziato le ricerche sul Tesseract, il Consiglio di Sicurezza Mondiale ha concesso allo SHIELD maggiori finanziamenti, permettendo così la nascita dei Vendicatori.
Nel 2011, in
Captain America: Il primo vendicatore, il
sogno di
Nick Fury di reclutare Capitan America per
l’Iniziativa Vendicatori si è avverato quando lo Steve
Rogers di
Chris Evans è stato trovato ibernato ma ancora
vivo. Dopo che Rogers è uscito dalla sua stanza di riabilitazione
in una struttura SHIELD di Times Square, Fury lo ha incontrato
personalmente e gli ha spiegato la sua situazione.
Dal momento che il programma dei Vendicatori stava perdendo trazione tra Iron Man 2 e Il primo vendicatore, il risveglio di Capitan America fu una grande vittoria per i sogni di Fury sui Vendicatori, segnando il pezzo finale del puzzle per riunire i Vendicatori solo un anno dopo.
Quando le ricerche dello
SHIELD sul
Tesseract aprirono un varco nello spazio,
Loki arrivò sulla Terra e mosse guerra
all’umanità. I Vendicatori sono stati riuniti per combattere il Dio
asgardiano dell’inganno, recuperare il Tesseract, spezzare
l’incantesimo di Loki su Clint Barton ed
Erik Selvig e salvare New York dall’esercito
Chitauri di Loki.
Come loro benefattore, Nick Fury ha avuto un ruolo fondamentale nel riunire la squadra e nel forgiarla in un’unità collettiva composta da Iron Man, Capitan America, Thor, Hulk, Vedova Nera e Occhio di Falco. Il successo dei Vendicatori durante la Battaglia di New York ha ripristinato la fiducia di Fury e del Consiglio di Sicurezza Mondiale nel progetto.
Dopo
The Avengers del 2012, i membri della squadra
sono tornati a intraprendere missioni in solitaria, con
Steve Rogers che è passato alle dipendenze di
Nick Fury e dello SHIELD come loro agente di
punta. Durante
Captain America: The Winter Soldier, tuttavia,
è stato rivelato che l’HYDRA è cresciuta all’interno dello SHIELD
fin dall’inizio, con Alexander Pierce, vecchio
alleato di Fury, a capo dell’organizzazione corrotta.
Fury fu inseguito dall’HYDRA e dal Soldato d’Inverno e apparentemente ucciso, anche se in seguito si rivelò un espediente. Tuttavia, questo ha dato a Fury l’opportunità di entrare in clandestinità, abbandonando la sua vecchia vita mentre il mondo lo dava per morto.
Nonostante non sia più il
direttore dello SHIELD e lavori in incognito,
Nick Fury è riuscito a mettersi in contatto
con i Vendicatori durante
Avengers: Age of Ultron del 2015. Incontrando
la squadra nella casa di famiglia di Clint Barton,
Fury ha consigliato ai Vendicatori come gestire la minaccia
rappresentata dall’Ultron di James Spader.
In seguito, Fury è apparso insieme alla Maria Hill di Cobie Smulders, suo ex braccio destro allo SHIELD, su un elivelivolo recuperato per aiutare l’evacuazione di Sokovia. Riuscendo a portare in salvo la maggior parte della popolazione della città, Fury ha dimostrato che lo SHIELD è ancora una forza necessaria sulla Terra e ha dimostrato ancora una volta la sua capacità di leadership nonostante non abbia nessuno da guidare.
Dopo
Avengers: Age of Ultron,
Nick Fury e Maria Hill si sono nuovamente
nascosti, e nessuno dei due è stato più visto fino ad
Avengers: Infinity War del 2018. Ad Atlanta,
Fury e Hill hanno iniziato a essere avvisati della battaglia dei
Vendicatori contro il Titano Pazzo Thanos in Wakanda, ma solo pochi istanti dopo
è stato rivelato che Thanos aveva completato la sua missione,
mentre le persone iniziavano a disintegrarsi intorno a loro.
Frettolosamente, Fury riuscì a contattare Capitan Marvel con il cercapersone che lei gli aveva regalato per le emergenze, prima che lui e Hill cadessero vittime dello scatto di Thanos nella Guerra dell’Infinito. Fury e Hill sarebbero tornati dopo lo Snap di Hulk in Avengers: Endgame ed entrambi erano presenti al funerale di Tony Stark.
La scena post-credits di
Spider-Man: Far From Home ha rivelato che
Fury e Hill, nonostante
sembrassero direttamente coinvolti nella battaglia dello
Spider-Man di
Tom Holland contro il
Mysterio di
Jake Gyllenhaal, erano in realtà gli
Skrull Talos e Soren sotto mentite
spoglie.
Lo stesso Fury è stato scoperto essere fuori dal mondo in quel periodo, con Secret Invasion della Fase 5 su Disney+ che ha rivelato che stava lavorando alla stazione spaziale SABER. Non è chiaro quando Fury abbia lasciato esattamente la Terra, ma Secret Invasion ha anche rivelato che il Blip di Avengers: Endgame ha avuto un forte impatto su Fury, suggerendo che abbia lasciato il pianeta durante gli otto mesi di intervallo tra Endgame e Far From Home, con Talos che ha assunto la sua identità al suo posto.
Secret Invasion ha debuttato su Disney+ il 21 giugno 2023, iniziando con il ritorno di Nick Fury sulla Terra dopo aver lavorato per circa due anni sulla Stazione Spaziale SABER. Fury è stato richiamato sulla Terra da Maria Hill e Talos per affrontare una ribellione Skrull guidata dal Gravik di Kingsley Ben-Adir, che intende sradicare l’umanità e rivendicare la Terra come propria.
Questo come ritorsione alla promessa non mantenuta di Fury e Capitan Marvel di trovare agli Skrull una nuova casa tra le stelle. Fury appare molto più vulnerabile in Secret Invasion, ma poiché la serie segna la sua prima avventura da solista nel MCU, è possibile che vengano rivelati ulteriori dettagli sul suo personaggio.
Il primo trailer di
The Marvels del 2023 è stato pubblicato l’11
aprile 2023, svelando che
Nick Fury avrà un ruolo nel prossimo sequel di
Captain Marvel. Con la formazione di una nuova squadra
del MCU con
Carol Danvers, una Monica Rambeau
cresciuta, interpretata da Teyonah Parris, e la
Kamala Khan di Iman Vellani, alias
Ms. Marvel, non è chiaro quale ruolo avrà Fury
nell’avventura.
Tuttavia, sembra che una parte del film si svolgerà sulla stazione spaziale SABER, che fa seguito alla trama di Secret Invasion e rimette Nick Fury in posizione di comando.
Da quando Nick Fury è apparso nella scena post-credits di Iron Man nel 2008, i fan sapevano che avrebbero avuto un ruolo sempre più rilevante negli anni a venire. Da allora Nick Fury è apparso in ben undici film Marvel, tra cui i franchise di Avengers, Captain America e Spider-Man, con tanto di battute iconiche e momenti epici.
Dall’amore di Fury per i gatti alla sua riluttanza a fare marcia indietro di fronte agli Dei, Samuel L. Jackon è stata una scelta incredibile per il ruolo. La speranza è che apparirà in numerosi altri progetti Marvel in futuro…
In
Iron Man 2, opo aver lasciato andare via Rhodey con la sua
armatura d’argento, Tony finisce in cima al Randy’s Donut, dove si
appresta a mangiare una scatola da sei ciambelle.
È allora che Fury appare per la prima volta, affermando: “Signorino, devo pregarti di uscire dalla ciambella …”, una frase che pochissimi altri oltre a Samuel L. Jackson potrebbero recitare con tanta credibilità. Di certo non è la battuta del MCU più divertente di Fury, ma merita di essere menzionata proprio perché è stata la prima testimonianza del sarcasmo di Nick Fury.
Quando Fury sta per svanire
a causa dello schiocco di Thanos, si intuisce che il personaggio avrebbe dovuto
pronunciare la sua celebre battuta: “Motherf…”.
Naturalmente, la faccia del personaggio si polverizza giusto in tempo per evitare che egli la pronunci del tutto, in linea con l’ormai noto PG-13 della Marvel. Si tratta di un momento assai rapido, che ha funzionato ovviamente soltanto per chi è riuscito a cogliere il riferimento.
Uno dei personaggi di
spicco di Captain
Marvel è stato senza dubbio il gatto Goose, poiché viene
rivelato ai fan che ha un ruolo molto significativo nel passato di
Fury. I fan scoprono infatti che Goose è in realtà un Flerken, una
creatura pericolosa che può sparare tentacoli dalla sua bocca per
divorare e attaccare i suoi avversari.
Fury ha condiviso molti momenti con Goose nel film: ogni volta che poteva, Fury ha sfoggiato la sua graziosa “voce animale” che nessuno aveva mai sentito prima dal direttore dello S.H.I.E.L.D. La cosa ha ovviamente suscitato ilarità, ma il personaggio ha fatto ancora di meglio…
In Spider-Man:
Far From Home l’illusionista Quentin Beck, noto anche come
Mysterio, ha ingannato tutti sul fatto che fosse l’eroe che avrebbe
preso il posto di Tony come miglior difensore della Terra. Tutti
incluso Nick Fury… o quasi.
Quando gli Elementali attaccano Londra, Mysterio (che controlla gli Elementali, che in realtà sono solo ologrammi) cerca di convincere Fury che stanno sfruttando il potere dal nucleo terrestre. Subito dopo, Fury si rende conto che Beck è un imbroglione, si rivolge a Maria Hill e afferma: “See Now That’s Some Bul***It”, dimostrando che il grande Mysterio può ingannare tutti tranne lui. Di sicuro la migliore delle battute di Fury da Far From Home, ma di certo non la sua più epica in tutto il MCU.
In
The Avengers, una volta che Loki riesce a essere catturato
con successo e portato a bordo dell’elicottero, Fury gli fa visita.
La bellezza di questa scena è che anche se Loki è letteralmente un
Dio, Fury non si tira mai indietro.
Fury ammette che Loki lo ha reso disperato, ma gli ricorda che potrebbe non essere stata una buona idea. E per finire, dopo che Loki ha pronunciato il suo discorso su di lui, dimostrando il vero potere, Fury termina con: “Fammi sapere se il potere vero vuole una rivista da leggere o qualcos’altro.” Anche se questo non è la sua battuta più divertente o più epica, è stato certamente bello vedere che può avere l’ultima parola indipendentemente da chi si trova di fronte.
In Avengers:
Age of Ultron, proprio quando ogni speranza sembra essere
perduta e gli Avengers stanno per sacrificarsi per salvare il
popolo di Sokovia, il tema di Helicarrier del primo film degli
Avengers diventa più rumoroso e Fury appare nell’elicottero
originale con alcuni vecchi amici.
Anche il tecnico di lancio di Captain America: The Winter Soldier riappare con Fury per aiutare a lanciare i baccelli di sicurezza dalla portaelicotteri…
Fino a
Captain America: The Winter Soldier, i fan del MCU avevano
solo immaginato che aspetto avesse l’occhio sinistro di Fury sotto
la benda. Proprio mentre Alexander Pierce viene arrestato dagli
altri dirigenti dello S.H.I.E.L.D, Vedova Nera introduce Nick Fury
vivo e vegeto.
Al fine di ignorare i protocolli di sicurezza, Nick Fury rivela di aver aggiunto il suo occhio sinistro ferito al database retinico dello S.H.I.E.L.D, permettendogli di rivelare tutti i segreti dell’Hydra al pubblico. Captain Marvel ha rivelato cosa è successo davvero all’occhio di Nick Fury, ma il risultato finale non è stato l’unico considerato. Sebbene questo sia stato un momento epico di The Winter Soldier, Fury ha avuto momenti ancora più epici in altri film.
Il discorso che è apparso
nel primo film degli Avengers e che ha poi dato il via al trailer
di Avengers: Infinity War è stato il
leggendario monologo di Nick Fury che diceva al pubblico che
“Ci fu un’idea: quella di mettere insieme un gruppo di
persone straordinarie, per capire se potevano divenire qualcosa di
più, così che quando sarebbe servito avrebbero combattuto battaglie
per l’umanità impossibili“.
Il discorso riassume con successo la necessità per la squadra di eroi, pur avendo un tono di fondo di disperata speranza, in risposta ovviamente ai nemici che gli umani non possono affrontare da soli.
Non è stato fino alla scena
finale del primo film di
Iron Man che i fan hanno scoperto di aver
acquistato un biglietto per più di un singolo film a fumetti. Era
l’inizio di una nuova era dei cinecomic, che sarebbero diventati
una parte enorme delle vite dei fan.
Convincere Samuel L. Jackon a interpretare il ruolo di Nick Fury non fece che aumentare l’eccitazione per ciò che stava per realizzarsi nei successivi 11 anni (e oltre 30 scene post-credit). La realizzazione di ciò che stava per accadere è scaturita proprio da questo momento.
Un’altra delle famose battute di Nick Fury
dal primo film degli Avengers arriva dopo che il Consiglio di
sicurezza mondiale ha deciso di bombardare la città di New York per
distruggere l’esercito Chitauri che la invade.
La fiducia di Nick Fury nella sua squadra non vacilla mai quando afferma: “Riconosco che il consiglio ha preso una decisione, ma dato che è una decisione stupida ho deciso di ignorarla”. Nick Fury mostra che la sua fiducia negli eroi è maggiore della sua responsabilità nei confronti dei suoi superiori. Questa era la battuta di spicco di Fury nel primo film.
Grazie a una serie di retcon e riscritture nel corso degli anni, la storia delle origini di Nick Fury è stata modificata più volte, il che lo ha reso uno dei personaggi più misteriosi del MCU. Samuel L. Jackson ha debuttato nel ruolo di Nick Fury in Iron Man del 2008 e da allora è apparso per tutta la durata del MCU. Nonostante sia uno dei personaggi più longevi del MCU, la vita personale e la storia di Fury non sono state realmente esplorate fino a Captain Marvel del 2019 e Secret Invasion del 2023, che hanno entrambi cambiato in modo significativo ciò che il pubblico pensava di sapere sulla vita di Fury e diversi punti chiave della backstory di Nick Fury nel MCU con una serie di clamorose retcon.
Nick
Fury è stato introdotto in Iron Man
già con la sua caratteristica benda sull’occhio, ma come si sia
procurato le cicatrici è rimasto un mistero. Nel corso del film
Captain America: The Winter Soldier del 2014,
Fury ha affermato che “l’ultima volta che [si è] fidato di
qualcuno, [ha] perso un occhio“, sottintendendo che le sue
ferite erano state inflitte da un alleato che lo aveva tradito.
Tuttavia, questo aspetto è stato modificato nel film ambientato nel
1995
Captain Marvel, in cui Fury ha stretto un
legame con un Flerken di nome Goose. Goose graffiò
l’occhio di Fury dopo essere stato provocato dall’agente dello
SHIELD e, anche se la decisione di giustificare le cicatrici di
Fury come un semplice graffio ha suscitato opinioni contrastanti,
ha finalmente risposto a questa domanda decennale.
Fury ha incontrato il
generale Skrull Talos, interpretato da Ben
Mendelsohn, in
Captain Marvel, dando vita a un’amicizia
trentennale tra i due che è stata approfondita nella
Fase 5 di
Secret Invasion. Parte del mistero che
circonda
Nick Fury nel MCU è sempre stato
il modo in cui riusciva ad avere accesso a così tante informazioni,
e l’episodio 3 di
Secret Invasion, “Tradito”, ha rivelato che
Talos e diciannove dei suoi agenti hanno lavorato come spie per
l’ex direttore dello SHIELD. Gli Skrull di Talos
hanno passato a Fury informazioni che hanno permesso a quest’ultimo
di scalare i ranghi dello SHIELD, guadagnandosi il plauso, mentre
in precedenza si pensava che Fury lavorasse da solo per la sua
posizione.
I primi progetti
dell’MCU
hanno fatto presagire lo sviluppo dell’Iniziativa
Vendicatori, un piano che
Fury aveva messo in atto per riunire un gruppo
di eroi straordinari per combattere le battaglie che l’umanità non
era in grado di combattere. Se inizialmente l’idea sembrava un
nuovo progetto di Fury e dello SHIELD,
Captain Marvel ha poi rivelato che Fury ha
lavorato all’Iniziativa Vendicatori fin dagli anni Novanta. Dopo
l’avventura con Carol Danvers, Fury fu ispirato a
redigere i piani per l’Iniziativa Protettori, che in seguito
ribattezzò Iniziativa Vendicatori, come il nome di battaglia
dell’aviazione della Danvers. Questo ha arricchito la storia dei
Vendicatori, ma ha “cancellato” le conversazioni sulla squadra
nella
Fase 1 del MCU.
The
Avengers del 2012 ha rivelato che lo
SHIELD aveva sviluppato armi in risposta alle
fughe degli Asgardiani sulla Terra in Thor del 2011. Questo implica
che Thor e Loki sono stati i
primi alieni a entrare in contatto con lo SHIELD, aprendo gli occhi
del mondo su ciò che si trova oltre le stelle. Il film della Fase 3
ha rivelato che gli alieni erano effettivamente arrivati sulla
Terra negli anni ’90 e che lo SHIELD e lo stesso
Nick
Fury avevano persino interagito con loro.
Sicuramente lo SHIELD avrebbe iniziato a sviluppare armi dopo che
gli Skrull e i Kree,
probabilmente più letali, erano arrivati sulla Terra negli anni
’90, ma questo non sembra avere un ruolo significativo.
Captain
America: The Winter Soldier ha introdotto
Alexander Pierce, il Segretario del Consiglio di
Sicurezza Mondiale e membro di alto livello dell’HYDRA,
interpretato da
Robert Redford. Dopo che
Nick Fury ha salvato degli ostaggi
disobbedendo agli ordini durante una missione a Bogotà,
Pierce ha premiato il suo coraggio e lo ha
promosso alla carica di Direttore dello SHIELD. Sembrava che questa
storia non avesse bisogno di essere modificata, ma l’episodio 3 di
Secret Invasion ha rivelato che la rete
clandestina di spie Skrull di Fury, tra cui Talos, ha contribuito
alla sua ascesa a questa potente posizione, privando Fury di parte
della gloria di queste azioni e mettendo in dubbio la sua effettiva
credibilità come leader.
L’episodio 2 di
Secret Invasion, “Promesse”, ha rivelato che
Nick Fury è sposato con una Skrull di nome
Varra, alias
Priscilla, fin dall’inizio del MCU. I due si sono
conosciuti dopo
Captain Marvel, quando Varra ha aiutato Fury a
trovare gli Skrull perduti e a integrarli nella società umana.
Sebbene questa sia stata una rivelazione importante per la
Fase 5 del MCU, una battuta in
Captain America: The Winter Soldier implica
anche un’importante retcon. Durante
Il soldato d’inverno, Fury usa la scusa della
moglie che lo ha cacciato per informare Steve
Rogers dell’infiltrazione dell’HYDRA nello SHIELD, ma
questo non avrebbe funzionato se fosse stato effettivamente
sposato, perché l’HYDRA sarebbe venuta a conoscenza della sua
debolezza.
Robert
Downey Jr. ha debuttato come primo supereroe del
MCU in
Iron Man del 2008 e la scena post-credits del film
vedeva
Nick Fury arrivare a casa di Tony
Stark per proporgli l’Iniziativa Vendicatori. Mentre
questa scena e quella post-credits de
L’Incredibile Hulk – che vedeva Stark avvicinarsi
al Generale Ross – suggerivano che Stark fosse
stato reclutato come primo Vendicatore,
Iron Man 2 ha modificato significativamente questa
teoria, confermando che il reclutamento di Stark era ancora in
discussione e alla fine non è stato portato a termine: Stark è
stato assunto come consulente, nonostante Iron Man
e
The Incredible Hulk lo avessero chiaramente
designato come Vendicatore.
Nick
Fury ha inscenato la sua morte in
Captain America: The Winter Soldier per
indebolire le forze dell’HYDRA che stavano crescendo all’interno
dello SHIELD. Dopo essere “morto”, Fury decide di darsi alla
clandestinità e, presumibilmente, tutti continuano a credere che
l’ex direttore dello SHIELD sia deceduto. Tuttavia,
Spider-Man: No Way Home ha smentito la morte
di
Nick Fury, in quanto l’agente Cleary del
Dipartimento di Controllo dei Danni rivela che “Nick Fury è stato
fuori dal mondo per un anno”, il che implica che almeno lui doveva
sapere che Fury era effettivamente vivo. La morte di Fury non è
nemmeno stata menzionata in Secret
Invasion, quindi sembra che il pubblico abbia
dimenticato questo evento.
L’Incredibile Hulk del 2008 ha introdotto nel MCU il compianto William Hurt nel ruolo del Generale Thaddeus “Thunderbolt” Ross, l’uomo che dà la caccia a Bruce Banner e la causa della trasformazione di Emil Blonsky in Abominio. La scena post-credits de L’Incredibile Hulk vede Tony Stark avvicinarsi al Generale Ross con la prospettiva dell’Iniziativa Vendicatori, il che implica non solo che Nick Fury voleva che Abominio si unisse alla squadra, ma anche che il Generale Ross avrebbe avuto un ruolo nello sviluppo della squadra. Tuttavia, ciò non si realizzò affatto, poiché Nick Fury formò i Vendicatori da solo e il Generale Ross non fu più visto fino a Captain America: Civil War del 2016, in veste di Segretario della Difesa.
È stato lo stesso Samuel L. Jackson a confermarlo: il suo Nick Fury del Marvel Cinematic Universe non sarà presente in Avengers Infinity War né in Avengers 4, al momento in fase di riprese.
La cosa più strana, che ha sorpreso anche l’attore stesso, è che il suo personaggio è assente anche da Black Panther, primo e unico, per ora, film Marvel (e di supereroi in generale) che ha un cast a maggioranza di colore.
Con Yahoo!, Jackson ha dichiarato che le riprese di Avengers Infinity War sono completate e quelle di Avengers 4 sono in corso, e lui non è stato ancora chiamato. Ha poi sottolineato l’assurdità di non essere presente in Black Panther.
Sappiamo però che Nick Fury tornerà sul grande schermo con Captain Marvel e che avrà… due occhi! Il film con Brie Larson sarà infatti ambientato negli anni ’90, quando Fury non aveva ancora perso il suo occhio.
Alla regia di Captain Marvel, con protagonista Brie Larson, ci saranno Anna Boden e Ryan Fleck.
Scritto da Nicole Perlman (Guardians of the Galaxy) e Meg LeFauve (Inside Out), Captain Marvel arriverà al cinema l’8 marzo 2019.