Non
è tutto bianco o nero. Tra i due estremi esiste una vasta
zona d’ombra, fatta di compromessi, ambiguità
morali e decisioni prese sul filo del rasoio. Ed è proprio in
questo territorio incerto che prende forma In the
Grey, il nuovo action thriller diretto da
Guy Ritchie. Dopo
Il Ministero della Guerra Sporca e The
Convenant, Ritchie è pronto a tornare sul grande schermo con
un film che mescola suspense, azione e lucido calcolo, in un mix
esplosivo che riesce a mozzare il fiato, e non solo per la bellezza
dei protagonisti.
Ad
accompagnare l’azione c’è un cast di grande richiamo guidato da
Henry Cavill,
Jake Gyllenhaal e
Eiza González, affiancati da
Rosamund Pike e Kristofer
Hivju. Con il suo
ritmo serrato e una messa in scena elegante ma brutale, Ritchie
sembra voler riportare al centro un certo tipo di cinema d’azione:
elegante, cinico e pieno di personalità. In the Grey si muove infatti tra operazioni sotto
copertura, giochi di potere e missioni ad altissimo rischio,
costruendo un racconto non privo di colpi di scena.
Prodotto da Black Bear Pictures e
Toff Guy, In
The Gray arriva al cinema dal 14 maggio,
portando con sé una storia che si snoda lungo il confine tra
legalità e criminalità, arricchita da una buona dose di carisma e
un tocco di immancabile ironia.
L’estetica del caos

In The Grey si
apre con un forte impatto sensoriale: a guidare le
immagini, che soprattutto nella prima parte del film giocano su un
netto contrasto tra colori chiari e scuri, è la voce narrante di
Rachel Wild (Gonzalez). Con un tono misurato e
controllato, accompagna lo spettatore in una storia che lascia già
intravedere proiettili, esplosioni e caos. Rachel riceve l’incarico di recuperare
1 miliardo di dollari sottratto da Salazar (Carlos
Bardem), un boss della malavita: il denaro appartiene a un
facoltoso cliente che desidera riavere indietro i propri soldi e
che, per questo motivo, si è affidato a un’agenzia specializzata
dove lavora la superiore di Rachel, una manager patrimoniale di
Manhattan interpretata da Rosamund Pike.
Nonostante un precedente incaricato abbia già
perso la vita nel tentativo di portare a termine la missione,
Rachel è convinta di poter riuscire là dove gli altri hanno
fallito, forte del supporto della sua squadra
operativa, capitanata da Bronco (Jake Gyllenhaal) e Sidney
(Henry Cavill).
Prende così forma la prima fase del piano,
pensata per bloccare i capitali di Salazar e metterlo
progressivamente alle strette. La voce narrante di Rachel resta una
presenza costante e si intreccia con una serie di
espedienti grafici che illustrano mappe, strategie
e passaggi dell’operazione: annotazioni sovrapposte alle immagini,
schemi e liste che scompongono il piano nei minimi dettagli. Guy
Ritchie costruisce così una narrazione estremamente esplicativa,
quasi ossessionata dal bisogno di mostrare e chiarire ogni
movimento dei personaggi, con una precisione vicina a quella di un
manuale operativo.
Il
risultato è una pellicola che mantiene costantemente un
ritmo sostenuto, sorretta da dialoghi
asciutti e taglienti che dicono solo lo stretto
necessario. Eppure, dietro questa efficienza narrativa,
In The Grey
finisce per assomigliare più alla
cartolina elegante di un film d’azione che a un’opera davvero
immersiva: tutto è calibrato, levigato, impeccabilmente
confezionato, ma raramente dà la sensazione di affondare davvero
nel caos e nella brutalità che mette in scena. Anche nei momenti
più tesi, il film preferisce preservare il proprio stile
raffinato piuttosto che sporcarsi veramente le
mani.
Il volto del potere femminile

Seguendo la scia di figure iconiche come
Miranda Priestly in Il
Diavolo veste Prada o Debbie Ocean in
Ocean’s 8, Eiza González interpreta in
In The Grey
una donna di
potere che non sembra intenzionata a fermarsi davanti a
nulla. L’attrice messicana, ormai spesso associata a personaggi
dalla forte aura da femme fatale, basti pensare a
Darling in
Baby Driver o a Madam M in Fast &
Furious Presents: Hobbs & Shaw, trova qui un ruolo
che le permette di spingersi ancora oltre quell’immaginario. Rachel
Wild non seduce attraverso l’eccesso o la spettacolarizzazione
della propria presenza, ma tramite il controllo assoluto
che esercita su ogni situazione.
Rachel è una stratega, una donna che costruisce
il proprio successo sull’intelligenza, sull’arguzia e sulla
capacità di anticipare le mosse degli avversari senza mai perdere
la calma o alzare la voce. Ogni gesto sembra studiato nei minimi
dettagli, ogni parola pronunciata con la precisione di chi sa di
avere sempre il controllo della stanza. Guy
Ritchie la trasforma quasi in un’estensione
dell’estetica stessa del film: impeccabile, fredda,
elegantissima. Tra completi sartoriali, palette neutre e una piega
che non concede spazio nemmeno a un capello fuori posto, Eiza
González restituisce una performance costruita tutta sulla presenza
scenica, fatta di sguardi, postura e silenzi più che di grandi
esplosioni emotive.
Il
pericolo, per Rachel, non è un ostacolo ma una componente naturale
del quotidiano. Anzi, il film lascia intuire che il rischio e
l’adrenalina siano il vero motore delle sue azioni, molto più del
semplice desiderio di ricchezza. Ciò che sembra spingerla davvero è
la necessità costante di dimostrare a se stessa, e a chi la
circonda, di essere sempre la persona più intelligente nella
stanza.
Anche Rosamund Pike, seppur in un ruolo più
marginale, interpreta un’altra figura femminile di potere: una
manager cinica, spietata e completamente orientata al risultato. A
differenza di Rachel, però, il suo modo di gestire gli affari è
molto più pragmatico, quasi volutamente “maschile” nella rigidità
con cui affronta ogni situazione. Non le interessa creare legami o
conquistare la fiducia di chi lavora per lei; ciò che conta è
soltanto ottenere ciò che vuole. Rachel, al
contrario, ha creato nel tempo un legame con i suoi
collaboratori. Bronco e Sidney non rimangono al suo fianco
soltanto per dovere professionale, ma perché nutrono nei suoi
confronti una forma di rispetto e fiducia autentica: tutto il suo
team è disposto a rischiare la vita pur di non abbandonarla,
persino dopo che è stata catturata da Salazar.
Il duo che il film non racconta
fino in fondo

Per
la prima volta sullo schermo compare l’accoppiata
Cavill–Gyllenhaal, nei panni di due uomini segnati da
un passato turbolento, oggi trasformati in
professionisti del rischio al servizio di delicate operazioni di
recupero crediti. Henry Cavill interpreta Sidney,
il più controllato ed elegante del duo, una presenza
composta e gentile, mentre Jake Gyllenhaal dà vita a
Bronco, versione più ruvida e
istintiva, costruita su un registro asciutto e
sarcastico che gli permette di caricarsi sulle spalle gran
parte delle battute più ironiche del film.
Gyllenhaal, con la consueta sicurezza da
interprete navigato, riesce a dare al personaggio una certa
stratificazione, lasciando emergere sfumature che
suggerirebbero un passato più complesso di quanto il film si
premuri di raccontare. Ed è proprio qui che la scrittura di Guy
Ritchie mostra i suoi limiti: il regista introduce infatti
diverse sottotrame e accenni di backstory che rimangono
però sospesi, mai davvero sviluppati o portati a
compimento, lasciando allo spettatore una sensazione di
incompiutezza narrativa.
Sappiamo, ad esempio, che Bronco e Sidney sono
stati “salvati” da una prigione grazie all’intervento di Rachel e
che da quel momento le sono diventati fedeli collaboratori.
Tuttavia, il passaggio da quel salvataggio a una dedizione così
assoluta e quasi incondizionata resta appena abbozzato, privo di un
reale approfondimento. Allo stesso modo, il film lascia
nell’ambiguità anche la natura del rapporto tra Rachel e
Sidney: alcuni dettagli, come il regalo di un orologio
dotato di chip di localizzazione, pensato per permettergli di
rintracciarla in qualsiasi momento, sembrano suggerire una
connessione più personale, forse persino intima, ma senza mai
chiarirla davvero.
Ritchie finisce così per aprire numerose porte
senza mai attraversarne nessuna, come se lasciasse intenzionalmente
sospese alcune linee di trama. Questa scelta dà
l’impressione di un racconto frammentario, quasi frettoloso, che
rinuncia a esplorare le proprie stesse premesse. Eppure, proprio
questa ambiguità lascia intravedere anche una possibile
direzione futura: il terreno sembra preparato per un
sequel, o addirittura per uno spin-off dedicato alla coppia
Bronco–Sidney, forte anche della buona chimica costruita dai due
attori sullo schermo.
In the Grey
si muove proprio come il suo titolo
promette: tra luci e ombre, tra eleganza e brutalità trattenuta,
tra ciò che viene mostrato e ciò che resta fuori campo. Guy Ritchie
orchestra il suo cinema con sicurezza formale, costruendo un
universo lucido e controllato. Eppure, è proprio in questa
perfezione levigata che il film rischia di smarrire la sua forza
più autentica: quella di un racconto che avrebbe potuto
osare di più, sporcare di più. Il grigio come metafora
morale resta un’idea affascinante sulla carta, ma il film sembra
fermarsi proprio sulla soglia di quella complessità, preferendo la
superficie elegante alla profondità delle sue stesse
ambiguità.