Sky annuncia le
riprese di (Im)perfetti
Criminali, il nuovo film Sky
Original, prodotto Cinemaundici e Vision Distribution.
Diretto da Alessio Maria Federici e scritto da
Ivano Fachin, Luca Federico, Giovanni Galassi e Tommaso Matano,
(Im)perfetti
Criminali è una commedia sul valore dell’amicizia e
sulla possibilità del riscatto sociale.
I protagonisti di (Im)perfetti
Criminali sono Filippo Scicchitano(Scialla! Stai sereno, Un giorno speciale, Bianca come il
latte, rossa come il sangue, Non è un paese per giovani) che
interpreta Riccardo, Fabio Balsamo(Falla girare, 7 ore per farti innamorare, Addio
fottuti musi verdi) nel ruolo di Pietro, Guglielmo Poggi(School of
Mafia, Cops – Una banda di poliziotti, Bentornato
Presidente!, Il Tuttofare, Beata Ignoranza) è
Massimo, BABAK KARIMI(Una Separazione, Caos
Calmo, Tickets, Last Minute Marocco, Gli Indesiderabili) è
Amir. Con loro MATTEO
MARTARI(Le ragazze non piangono, Il giorno e la
notte, Fabrizio De André – Principe Libero, Luisa
Spagnoli, I Medici), nel ruolo di Gino Vianello,
ANNA FERZETTI(Tutti per 1 – 1 per
tutti, Domani è un altro Giorno, Duisburg – Linea di
sangue) è Francesca, MASSIMILIANO BRUNO(Ritorno al Crimine, Genitori vs Influencer, Detective per
caso, Non ci resta che il crimine, Boris – Il film) è
Walter, SARA BACCARINI (Non ci resta che il
crimine) è Cinzia. Con PINO INSEGNO che
interpreta sé stesso e Magalli e la criminologa ROBERTA
BRUZZONE. E con CLAUDIO GREG GREGORI
(Lillo e Greg – The movie!, Colpi di fulmine,
Natale col boss, D.N.A. – Decisamente non adatti)
nel ruolo di Meier.
Riccardo, Amir, Pietro e Massimo,
quattro guardie giurate, non particolarmente brillanti né
coraggiose, sono legate da un’amicizia indissolubile. Quando Amir,
che ha una famiglia numerosa da mantenere, perde il lavoro, gli
altri tre si sentono chiamati ad aiutarlo ad ogni costo. Passando
da una pessima idea a un improvvisato piano criminale, i quattro
amici si troveranno in un vortice di incontri, avventure e insidie,
ma anche qualche sorpresa. Perché i nostri eroi hanno ancora più di
un asso nella manica…
Margherita Amedei,
Senior Director Sky Cinema ha dichiarato:
“Siamo felici di annunciare oggi un nuovo titolo Sky
Original,una commedia divertente incentrata sull’idea
narrativa del colpo perfetto, nello stile dei grandi classici da
“Ocean’s Eleven” all’italiano “Smetto quando voglio”. Una storia
che ci ha convinti subito, sul valore dell’amicizia e del riscatto
e con una grandissima trovata che, siamo certi, riserverà più di
una sorpresa al nostro pubblico. Per il cast abbiamo deciso di
puntare su un gruppo di attori giovane e un po’ insolito, che siamo
certi coinvolgerà gli spettatori”.
(Im)perfetti Criminali, il
nuovo film Sky Original, prodotto Cinemaundici e Vision
Distribution è un imprevedibile comedy heist-movie che,
attraverso un improbabile piano criminale, racconta il valore
dell’amicizia e della possibilità del riscatto sociale.
Diretto da Alessio Maria
Federici e scritto da Ivano Fachin, Luca Federico,
Giovanni Galassi e Tommaso Matano, il film Sky Original sarà su Sky
Cinema dal 9 maggio e in streaming su NOW.
I protagonisti sono Filippo
Scicchiatano(Scialla! Stai sereno, Un giorno
speciale, Bianca come il latte, rossa come il sangue, Non è un
paese per giovani) che interpreta Riccardo, Fabio
Balsamo(Falla girare, 7
ore per farti innamorare, Addio fottuti musi
verdi) nel ruolo di Pietro, Guglielmo Poggi(School of
Mafia, Cops – Una banda di
poliziotti, Bentornato
Presidente!, Il
Tuttofare, Beata Ignoranza) è
Massimo, Babak Karimi(Una
Separazione, Caos Calmo, Tickets, Last Minute Marocco, Gli
Indesiderabili) è Amir. Con loro
Matteo Martari(Le ragazze non
piangono, Il giorno e la
notte, Fabrizio De André – Principe
Libero, Luisa
Spagnoli, I Medici), nel ruolo
di Gino Vianello, GREG (Lillo e Greg – The
movie!, Colpi di fulmine, Natale col boss,
D.N.A. – Decisamente non adatti) interpreta Meyer,
Anna Feretti(Tutti per 1 – 1 per
tutti, Domani è un altro
Giorno, Duisburg – Linea di
sangue) è Francesca, Massimiliano
Bruno(Ritorno al Crimine, Genitori vs Influencer,
Detective per caso, Non ci resta che il crimine, Boris – Il
film) è Walter, Sara Baccarini (Non ci
resta che il crimine) è Cinzia, Rocio Munoz
Morales (Tu mi nascondi qualcosa, They Talk,
Tutte le strade portano a Roma) è Luana. E con Pino
Insegno nel ruolo di Magalli e la criminologa
Roberta Bruzzone che interpreta sé stessa.
Trailer:
La trama
Riccardo, Amir, Pietro e Massimo,
quattro guardie giurate, non particolarmente brillanti né
coraggiose, sono legate da un’amicizia indissolubile. Quando Amir,
che ha una famiglia numerosa da mantenere, perde il lavoro, gli
altri tre si sentono chiamati ad aiutarlo ad ogni costo. Passando
da una pessima idea a un improvvisato piano criminale, i quattro
amici si troveranno in un vortice di incontri, avventure e insidie,
ma anche qualche sorpresa. Perché i nostri eroi hanno ancora più di
un asso nella manica…
La
taiwanese Shih-Ching Tsou arriva al suo primo
lungometraggio da regista “in solitaria” con un bagaglio raro:
vent’anni passati a costruire, da coautrice e produttrice, il
cinema degli altri. Con La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl), scritto insieme a
Sean Baker – che del film è anche produttore e
montatore – la prospettiva cambia. Non è solo un debutto, ma il
punto di arrivo di un lungo percorso creativo e personale, e al
tempo stesso un ritorno a un nucleo di immagini, suoni e
contraddizioni che la regista porta con sé da oltre due decenni e
che trovano finalmente una forma compiuta sul grande schermo,
attraverso un linguaggio visivo immersivo e profondamente radicato
nei luoghi reali.
Presentato in anteprima mondiale alla Semaine de la Critique del
Festival di Cannes, dove è stato
accolto con grande calore dalla stampa internazionale,
La mia famiglia a Taipei
ha poi proseguito il suo percorso nei festival fino alla
vittoria del Premio per
il Miglior Film alla
Festa del Cinema di Roma 2025, affermandosi come uno
degli esordi più sensibili dell’anno. In una lunga chiacchierata
sulla Croisette proprio in occasione della première del film lo
scorso maggio, Tsou ci ha descritto questo progetto come un vero
punto di svolta, non solo professionale ma anche
intimo: «Dopo vent’anni passati a lavorare sulle visioni degli
altri registi, ad aiutarli a costruire il loro mondo, per me era
importante ricominciare da capo. È quasi un “restart” della
mia carriera come regista».
Il film –
a cui abbiamo dedicato anche un’approfondita recensione – segue
il ritorno a Taipei di una famiglia dopo anni di assenza,
osservando la città attraverso lo sguardo della piccola
I-Jing, che
accompagna la madre single nel mercato notturno dove lavora per
ripagare i debiti, mentre la sorella maggiore contribuisce con un
impiego part-time. Tra bancarelle, luci al neon e una quotidianità
frenetica, la bambina esplora con curiosità e meraviglia una nuova
vita urbana, finché un divieto apparentemente innocuo – imposto dal
nonno, che le proibisce di usare la mano sinistra perché
ritenuta “malvagia” – innesca una serie di conseguenze
inattese, portando a galla tensioni familiari e segreti sepolti. È
all’interno di questo microcosmo domestico, sospeso tra tradizione
e modernità, che Tsou costruisce un racconto intimo, fatto di
silenzi, legami e fratture generazionali.
Quello che colpisce, però, è la misura del tempo che il film si
porta dietro: Tsou non parla di un’ispirazione recente, ma di
un’immagine che l’ha accompagnata per una vita intera.
«Questa storia è nella mia testa da più di
vent’anni», ha svelato, e la fa risalire a una frase
ascoltata da bambina e mai davvero dimenticata. «Mio
nonno mi diceva che la mano sinistra è la mano del diavolo e mi
chiedeva di non usarla». Un divieto che, nella sua
memoria, è legato anche a qualcosa di più profondo e ambiguo:
l’idea di essere stata “corretta” senza nemmeno rendersene conto.
«Non capivo, perché non ero mancina: ero già stata corretta.
Ora uso solo la destra, ma mi hanno corretta quando ero
piccolissima. Non lo sapevo nemmeno». In quella
ferita minuscola e quotidiana – una superstizione familiare
trasformata in regola – c’è già il nucleo del film: il corpo,
l’identità, la tradizione che si impone come un destino, ma
soprattutto il modo in cui i non detti si trasmettono di
generazione in generazione.
La scintilla narrativa diventa poi un’alleanza creativa. Tsou
racconta di aver condiviso quell’episodio con Sean
Baker (premio Oscar per Anora) già nel 1999, quando si erano
conosciuti a lezione di montaggio: «Gli ho raccontato questa
cosa e lui ha pensato che ci fosse qualcosa da cui potevamo
partire, qualcosa che potevamo scrivere insieme». È un
dettaglio utile a capire come funziona, nel loro sodalizio, la
divisione dei ruoli: lei porta la memoria, la lingua, le tensioni
di un contesto; lui intercetta immediatamente la forma
cinematografica che può contenerle. E infatti, quando nel 2010
tornano a Taiwan per restarci un mese e lavorare davvero alla
sceneggiatura, Tsou insiste su un punto: anche senza conoscere la
lingua, Baker “vede” il film con lucidità.
«Lui non conosce davvero la lingua, ma è un genio del visual e
dello storytelling. Quando siamo andati al mercato notturno, l’ha
capito subito: sapeva già come il film dovesse essere
girato, che dovevamo restare all’altezza della bambina e
raccontare tutto attraverso i suoi occhi».
La piccola Nina Ye, protagonista de La mia famiglia a Taipei –
Cortesia di I Wonder Pictures
Tra quel ritorno a Taiwan e l’arrivo sullo schermo, però, passano
anni di tentativi e ostacoli che Tsou ricostruisce con franchezza:
fare un film indipendente in lingua non inglese, dice, significa
soprattutto inseguire finanziamenti senza una rete solida. «È
davvero difficile, perché è un film in lingua straniera.
Non trovi soldi negli Stati Uniti». Eppure
l’insistenza sul progetto non viene mai meno. Dopo una prima
ricognizione già nel 2001 – con foto, sopralluoghi e persino una
bozza di trailer – Tsou e Baker capiscono che serve dimostrare
prima di tutto che un cinema “piccolo” è possibile. È così che
nasce Take
Out nel 2003: «È costato 3.000 dollari»,
ricorda, quasi a sottolineare che quella micro-produzione non ha
settato solo un precedente, ma una prova generale di metodo e
resistenza: «Abbiamo capito che è possibile fare un
film anche solo in due».
La mia famiglia a Taipei, però, richiede tempo, e
soprattutto un sostegno che per anni non arriva. Il punto di
svolta, paradossalmente, passa proprio da Cannes: Tsou racconta che
è stato il percorso di Red Rocket a riportarli sulla
Croisette e a creare un contesto favorevole per raccontare il
progetto alle persone giuste. «Red Rocket ci ha riportati a
Cannes. Abbiamo raccontato la storia di Left-Handed Girl e gli è
piaciuta moltissimo. Sono stati i primi sostenitori
solidi». Da lì, la regista torna a Taiwan e
intraprende la strada istituzionale: «Ho fatto domanda per il
Taipei Film Commission Film Fund. È così che finalmente abbiamo
fatto il film».
Arrivare alla Semaine de la Critique con un esordio così personale
significa, per Tsou, anche viverlo come un evento collettivo:
«È stato davvero qualcosa di speciale. Quando siamo stati
selezionati dalla Semaine de la Critique eravamo felicissimi,
perché è una piattaforma perfetta per lanciare un film come
questo. Alla première abbiamo ricevuto tantissimo affetto
ed è stato meraviglioso. Tutta la troupe taiwanese è venuta a
Cannes, eravamo in sedici, ed erano lì per sostenermi e supportare
il film. È stata un’esperienza davvero unica».
Dentro questo contesto, il lavoro sul cast racconta un’altra cosa
importante: Tsou non cerca “performer”, cerca presenze, corpi e
volti capaci di reggere la realtà. Lo dice chiaramente: «In
tutti i film su cui lavoriamo insieme facciamo sempre
street casting: è una parte fondamentale». Ma qui c’è
una difficoltà in più: Tsou vive a New York, quindi non può restare
per mesi a Taiwan a cercare attori. È in quel vuoto logistico che
sceglie un canale imprevedibile: «Sono andata su
Instagram». È lì che trova Shi Yuan Ma, la
sorella maggiore: «È al suo primo ruolo. Non aveva mai
recitato, ma ha dato una performance incredibile».
Per la bambina protagonista, Nina Ye, invece, la
ricerca è quasi ossessiva e dura settimane: «Abbiamo anche
organizzato workshop con acting coach, ma senza risultati. Alla
fine l’abbiamo trovata grazie a una casting agent che si occupa di
spot pubblicitari. Nina recita negli spot da quando aveva tre anni,
quindi sa stare davanti alla macchina da presa e ha una
presenza straordinaria». Accanto a loro,
Janelle Tsai rappresenta l’unico volto già
affermato tra i protagonisti: Tsou racconta di averla contattata
dopo aver ascoltato un suo desiderio preciso. «Ho visto
un’intervista in cui diceva di volere un ruolo che la
mettesse davvero alla prova. È allora che l’ho cercata
io».
La mia famiglia a Taipei, una scena del film – Cortesia di I Wonder
Pictures
Se sul piano produttivo la sfida è concreta, sul piano narrativo
Tsou è ancora più netta: per lei, la storia è stratificata, fatta
di livelli che si scoprono progressivamente, e ogni
personaggio ha un’origine reale. «Ogni personaggio è
ispirato a persone reali della mia vita, o a storie sentite da
amici o dalla mia famiglia. E alcune cose sono successe davvero
nella mia famiglia». Il suo obiettivo non è costruire un
dramma “esemplare”, ma un sistema di relazioni
credibile, dove la tensione non cancella l’amore e il
conflitto non spezza necessariamente i legami. Lo spiega con
un’immagine che vale anche come dichiarazione poetica: «Alla
fine sembra che non sia successo niente, no? Come se tutto fosse
tornato normale. Ma è così che funzionano le
famiglie. Litighiamo con le sorelle, litighiamo con le
madri. Ma le ami comunque. Tutto viene dalla cura e
dall’amore. È per questo che ci sono scontri e
difficoltà». È un’idea di famiglia come organismo che assorbe
urti e segreti senza per forza trasformarsi in un trauma “risolto”:
una normalità che, proprio perché torna, lascia spesso un
retrogusto amaro.
Il film lascia emergere anche una riflessione sul ruolo delle donne
all’interno di una società ancora segnata da forti retaggi
patriarcali: «Volevo assolutamente mostrare quella dinamica. È
quasi un commento su come vivono le donne in una cultura in
cui gli uomini ricevono sempre un trattamento
preferenziale». Tsou porta esempi molto concreti,
legati all’eredità, al cognome, alla logica di appartenenza:
«Pensano che quando ti sposi non fai più parte della famiglia.
E se sei una figlia non erediterai, perché i tuoi figli non
porteranno lo stesso cognome del figlio maschio». Da qui, la
sua presa di posizione contro l’automatismo della tradizione:
«Non si può continuare a seguire una tradizione solo perché è
una tradizione. Bisogna pensare a cosa c’è dietro, perché la
società è già cambiata. Non siamo più in una società agricola.
Voglio che il pubblico ci pensi e crei la propria
tradizione. Qualcosa di più giusto per tutti».
La mia famiglia a Taipei di Shi-Ching Tsou – Cortesia di I Wonder
Pictures
Il luogo in cui tutto questo si condensa è il mercato
notturno, che nel film diventa letteralmente un
personaggio. Tsou lo lega subito a una missione: «Con
questo film voglio mostrare al mondo Taiwan, la mia casa. È uno
spazio comunitario. Tutti ci vanno: comprano, cenano, si
incontrano. È colorato, unico, molto cinematografico. Volevo che
fosse uno dei personaggi del film. Durante la preparazione
ho riscoperto Taiwan attraverso i suoi suoni: la
musica, i rumori, persino la melodia del camion della spazzatura
che passa per ricordare alle persone di uscire a buttare i rifiuti.
Tutti questi suoni sono profondamente taiwanesi, fanno parte dei
miei ricordi d’infanzia. È una vera lettera d’amore a
Taiwan».
Ma è anche un luogo che impone una scelta di messa in scena, perché
il caos e la folla sono impossibili da “addomesticare”: «È
stato pazzesco. Il primo giorno eravamo in venti sul set e non
riuscivamo a girare perché la gente si fermava a guardarci. Così ho
deciso che saremmo scesi a cinque persone, cercando di
essere invisibili. Non avevamo i soldi per chiudere la
strada, ma soprattutto volevamo le persone vere intorno, perché
solo così potevamo mostrare il vero night market».
Proprio da questi dettagli emerge l’identità del film
soprattutto come esperienza sensoriale, spesso vista “dal basso”,
con un ritmo che segue lo sguardo della bambina. Tsou racconta che
l’immagine del caleidoscopio all’inizio nasce da
un giocattolo della figlia: «Un giorno la osservavo mentre ci
giocava e ho pensato che sarebbe stato bellissimo guardare il film
in quel modo. La storia è raccontata attraverso gli occhi della
bambina: restiamo alla sua altezza, viviamo il
mercato notturno con la sua curiosità, perché per un bambino tutto
è nuovo, fresco e colorato».
Infine, c’è la dimensione più personale: «I tre
personaggi principali sono frammenti di me. La bambina che
subisce un divieto senza capirlo, la sorella maggiore che vive una
ribellione silenziosa verso la tradizione, e la madre, che oggi ha
una figlia e vuole darle una libertà che lei non ha avuto.
Fare questo film è stato un percorso di guarigione per
me. Mi ha permesso di guardare indietro, a chi ero e al
contesto in cui sono cresciuta».
La mia famiglia a Taipei
costruisce il proprio equilibrio evitando qualsiasi enfasi,
affidandosi a uno sguardo che osserva più di quanto giudichi e che
lascia ai rapporti familiari il tempo di rivelarsi nei gesti e nei
silenzi. È in questa misura, e nella scelta di un punto di vista
infantile come lente narrativa, che il film trova la sua coerenza
più profonda. In uscita nelle sale italiane dal 22 dicembre, accompagnato da un
tour di
presentazioni alla presenza della regista
Shih-Ching Tsou e
della giovane protagonista Nina Ye.
Nato
dall’immaginazione di una Mary Shelley poco più
che diciottenne, Frankenstein è un mito che continua a
interrogare il nostro tempo. La storia del giovane scienziato che
osa sfidare i confini della vita e della morte non ha mai smesso di
rigenerarsi attraverso le epoche, adattandosi a nuovi linguaggi e
sensibilità. Dal romanzo ottocentesco al cinema muto, dai cult di
Hollywood alle rivisitazioni femministe più recenti, il “moderno
Prometeo” rimane una parabola senza tempo sulla responsabilità
della creazione, sulla fragilità dell’umano e sul bisogno di
riconoscere l’altro.
Non
sorprende quindi che Guillermo Del Toro, regista
che ha fatto dei mostri i veri protagonisti del suo cinema, abbia
deciso di affrontare questa eredità. Dopo aver raccontato creature
marginali con la forza del fantastico – fino al Leone d’Oro con
La forma dell’acqua – il
regista approda al capolavoro di Shelley, presentato in concorso a
Venezia con il titolo che più di ogni altro sembrava attenderlo:
Frankenstein.
All’incontro con la stampa italiana, il cineasta messicano ha
spiegato subito il legame profondo che lo unisce a questa storia:
«Qualunque cosa vi aspettiate di vedere, vedrete qualcosa di
diverso. Questo romanzo vive con me da quando ero bambino.
Sono la creatura, sono Victor, sono ogni personaggio. È un
dialogo con me stesso attraverso i decenni».
Del Toro ha raccontato come il libro lo abbia accompagnato nelle
tappe fondamentali della vita: «Quando ho imparato cosa
significa essere figlio, quando ho imparato cosa significa essere
padre, quando ho imparato ad andare avanti, tutto questo è entrato
nel film. Ho portato con me i migliori collaboratori dei miei
trent’anni di cinema, perché arrivare a Frankenstein
significava arrivare alla terra santa».
Oscar Isaac ha definito l’esperienza sul set
«ipnotica, psichedelica, incredibilmente emotiva, un culto.
Abbiamo riso tantissimo per un materiale così oscuro. C’era una
gioia travolgente. Mi svegliavo alle quattro del mattino e non
vedevo l’ora di andare sul set». Jacob Elordi, interprete della Creatura, ha
sottolineato invece l’aspetto più personale: «Questo
personaggio è più me di quanto io stesso lo sia. Ci ho
messo dentro tutta la mia vita, la mia esperienza, mio padre.
Quelle dieci ore di trucco ogni giorno non erano una fatica, erano
un sacramento. Mi permettevano di diventare niente e
trasformarmi».
Mia
Goth, nel ruolo di Elizabeth, ha parlato della
responsabilità di far parte di un’opera così attesa: «È
stato completamente magico, un sogno realizzato. Non ho
mai smesso di pensare che stavo recitando nel Frankenstein di
Guillermo Del Toro, e questo portava con sé un’enorme pressione.
Tutti sul set sapevano quanto fosse importante quel
momento».
Del Toro ha poi affrontato il senso più ampio del film oggi:
«Viviamo in un mondo che ci disumanizza ogni giorno,
dividendoci in buoni o cattivi. Il film fa pace con
l’imperfezione, ricorda che essere umani significa anche
commettere errori e perdonare. I veri mostri non portano maschere
prostetiche, indossano giacca e cravatta. Sartre diceva che
l’inferno sono gli altri, io dico che la
salvezza sono gli altri».
E
se Frankenstein è anche
una storia d’amore, Del Toro la lega al senso stesso dell’arte:
«L’arte è un atto d’amore. Non è chimica né
matematica, è vulnerabilità. È ciò che ci permette di
riconoscerci negli altri. Alla fine, siamo attratti da chi
porta le stesse ferite che portiamo noi. E quando un film o una
canzone racconta questo dolore, diventa necessario».
Sul legame con Mary Shelley, il regista è stato netto: «Lei
scrisse quel romanzo a diciotto anni, con un coraggio assoluto e
una sincerità totale. Leggendo Frankenstein ti innamori di lei, ed
è successo anche a me. Il mio dovere era essere altrettanto
sincero, per far sì che lo spettatore riconosca lo
spirito. Ogni dieci minuti il film cambia, come la vita
stessa, ma alla fine resta la domanda più urgente: cosa significa
essere vivi?».
A Venezia Kaouther Ben
Hania è tornata a misurarsi con il confine fragile e
incandescente tra documentario e finzione, presentando
The Voice of Hind
Rajab, uno dei titoli più discussi di questa
edizione. Il film nasce da una vicenda che ha scosso la coscienza
pubblica: il 29 gennaio 2024 la Mezzaluna Rossa riceve la chiamata
di Hind, una bambina di sei anni rimasta intrappolata in un’auto
sotto il fuoco a Gaza. Per settanta interminabili minuti la sua
voce ha attraversato il filo telefonico, chiedendo di non essere
lasciata sola, mentre i volontari tentavano invano di raggiungerla
con un’ambulanza. Hind è morta quel giorno, insieme ai soccorritori
partiti per salvarla. La sua ultima telefonata è diventata il
simbolo di un’intera popolazione ridotta al silenzio.
Ben Hania ha raccontato come quel
frammento audio sia stato la scintilla del film: «Sono stata
sopraffatta da una storia, da un’immagine, da una voce. Quando ho
ascoltato la voce di Hind, ho sentito che stava parlando a
me, come se mi chiedesse cosa potevo fare. Da subito ho
capito che nessuna attrice avrebbe potuto riprodurre quella voce.
Sarebbe stato un tradimento, un gesto di cattivo gusto. Per me era
fondamentale conservarla, onorarla, perché Gaza è senza
voce, e questo silenzio imposto fa parte della
violenza».
La regista tunisina, già candidata
all’Oscar con Four Daughters, ha
spiegato che il film si colloca nella linea che attraversa tutta la
sua filmografia: «Non mi sento mai a mio agio con divisioni
nette tra documentario e finzione. Amo la frontiera tra i
generi, trovo che sia lo spazio più fertile per raccontare le
storie che mi interessano. In The Voice of Hind
Rajab la finzione si muove progressivamente verso il
documentario, perché al centro c’è una testimonianza vera, un
documento. La registrazione della telefonata era per me un punto di
partenza: ho cercato il modo cinematografico migliore per tradurre
non solo ciò che ho ascoltato, ma soprattutto i sentimenti di
impotenza provati dagli operatori della Mezzaluna Rossa, e in
generale dall’umanità di fronte a una bambina che chiede aiuto e
che nessuno riesce a salvare».
Il
lavoro è stato reso possibile da una fiducia speciale. La regista
ha ricordato l’importanza dell’incontro con la madre di
Hind e con i volontari che quel giorno
erano dall’altra parte della linea: «Ho parlato a lungo con
loro. Non sono un’investigatrice né una giudice: il mio lavoro non
è cercare colpevoli ma costruire uno strumento di
empatia. La madre di Hind è una donna straordinaria,
intelligente e piena di dignità. Mi ha raccontato sua figlia nei
dettagli, dai sogni al modo di ridere. Da subito le ho
detto che il film sarebbe stato possibile solo con il suo
consenso. Non era una formalità: era la base su cui
poggiava tutto. Senza il suo sì, avrei abbandonato il
progetto».
Anche per questo, il film
è stato sviluppato con urgenza. «Di solito servono anni per
scrivere, finanziare e girare un film. In questo caso ho
messo in pausa un altro progetto e ho iniziato subito a
lavorare. Ho ricevuto la registrazione a luglio, ad agosto
avevo già una sceneggiatura e a novembre eravamo sul set.
L’intero processo è stato attraversato da una rabbia
condivisa, dalla sensazione che non potevamo rimanere in
silenzio. Perché il silenzio è una forma di complicità», ha
detto la regista.
Un aspetto sorprendente è
stato il coinvolgimento di Hollywood, in particolare della
compagnia Plan B di
Brad Pitt: «Durante il tour per la campagna Oscar di Four
Daughters sono stata contattata da Didi Gardner, che aveva amato il
film e voleva sapere quale sarebbe stato il progetto successivo.
Quando ha visto il materiale su Hind Rajab, lo ha mostrato a
Brad
Pitt e hanno deciso di esserci. È stato lo stesso con
altri nomi importanti: sì, sono rimasta sorpresa da questo sostegno
così ampio».
Il
film si chiude con immagini che hanno commosso la sala veneziana:
«Alla fine mostriamo le riprese dell’ambulanza e dell’auto, già
viste online. Ma raccontando tutta la storia prima di quelle scene,
il modo in cui le guardiamo cambia. Era importante
arrivare al lato documentario, ma anche concludere con un’immagine
diversa. Hind amava la spiaggia e aspettava la fine della guerra
per tornarci. Sapere che su quella costa oggi si immagina di
costruire resort rende ancora più doloroso e necessario concludere
con il mare. Ho voluto restituire un’immagine di vita, di
gioia, non solo di morte».
The Voice of Hind Rajab
arriverà in Italia con I Wonder Pictures.
Ronald Howard –
noto al grande pubblico per aver interpretato il rosso e imbranato
“Ricky Cunningham” della fortunatissima serie tv americana “Happy
days” – torna al cinema da regista con il film The dilemma, la cui
uscita in Italia è prevista per marzo.
Howard si è già fatto apprezzare
come regista per film fantasy, sentimentali o trasposizioni di
famosi volumi: “Splash – Una sirena a Manhattan” (1984), “Cocoon –
L’energia dell’universo” (1985), “Cuori ribelli” (1992), “Apollo
13” (1995), “Il Grinch” (2000), “A beautiful mind” (2001),
“Cinderella man” (2005). Ma soprattutto “Il codice Da Vinci”
(2006), “Frost/Nixon, il duello” (2009) e “Angeli e de{jcomments
on}moni” (2009).
Ma torniamo a The dilemma.
Protagonisti sono due grandi amici e colleghi di lavoro, Vaughn e
James, il cui rapporto si incrina a causa del dilemma morale
che rode uno dei due: ha visto la moglie dell’amico (la
Ryder) al ristorante, in atteggiamenti intimi con un altro uomo, e
non sa se dire la verità o tacere. Deciso a saperne di più, Ronny
avvierà una personalissima indagine amatoriale che trasformerà la
sua vita in un comico caos e scoprirà che anche Nick gli ha tenuto
nascoste un po’ di cose. Sotto pressione per la chiusura del
progetto di una vita, riuscirà a fare la scelta giusta per salvare
la loro amicizia e anche gli affari?
Il cast vede la partecipazione di
Vince Vaughn, Winona Ryder, Kevin James,
Jennifer Connelly, Channing Tatum.
Commedia divertente lontana dai
canoni usuali del regista americano. Ma non è l’unico lavoro in
programma per Howard. Entro quest’anno uscirà anche “The
originals”, commedia su un gruppo di giovani che si riunisce per un
fine settimana a New York dopo aver saputo che l’insegnante che ha
formato la loro infanzia è caduto in un coma misterioso; “The dark
tower”, trasposizione per la Tv di un’opera di Stephen King; “The Parsifal mosaic”
thriller-poliziesco. Questi ultimi sono in programma per il
2012.
Uscirà il prossimo 25 marzo “Silvio forever”, autobiografia non
autorizzata di Silvio Berlusconi dagli autori de “La Casta” Gian
Antonio Stella e Sergio Rizzo. La regia è di Roberto Faenza e
Filippo Macelloni.
Nanni Moretti chiede alla Rai di
spiegare perché ha acquistato il suo «Il Caimano» ma non lo ha
ancora trasmesso.
Il regista ha posto la domanda
nella puntata di ieri sera di «In onda», il talk di approfondimento
di La7, condotto da Luisella Costamagna e Luca Telese.
«Ho tanti difetti e non piace per
niente fare la vittima -ha detto Moretti nel corso della
registrazione della puntata- infatti sono tre anni che non dico
nulla. Il film è costato tantissimo, 8 milioni e mezzo di euro, il
25% in più del previsto. Io co-produco solo con la Rai, ma questa è
stata l’unica volta che ho preferito produrlo da solo. Dopo che il
film è uscito è stato acquistato dalla Rai per un milione mezzo di
euro per cinque passaggi in altrettanti anni».
«Sono già passati tre anni e un
mese e ancora non è stato mai trasmesso. I miei genitori mi hanno
insegnato ad assumermi la responsabilità di quello che dico e di
quello che faccio delle mie scelte o delle mie non scelte. Per ora
non è stato messo in onda. Qualcuno mi spieghi perchè», conclude
Moretti. Nella puntata di «In onda» è stata trasmessa la scena
finale di «Il caimano».
“On the road”
(En el
camino) del regista messicano
David Pablos, presentato in concorso nella
sezione Orizzonti, vince il prestigioso Queer Lion Award
2025, il riconoscimento collaterale ufficiale della 82.
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia che dal
2007 è dedicato al miglior film con tematiche LGBTQIA+. Assegnato
ogni anno da una giuria internazionale indipendente, il premio ha
l’obiettivo di valorizzare e dare visibilità alle opere che
affrontano, in modo artistico e innovativo, le diversità e le
identità di genere e di orientamento sessuale, contribuendo così a
una più ampia riflessione culturale e sociale.
“Mi ha affascinato l’idea di
raccontare una storia intrisa di omosessualità nel mondo dei
camionisti”, racconta David Pablos, “vengono mostrate le
loro avventure uniche, il fascino visivo di quell’ambiente e la sua
brutalità, ma anche il calore che si trova nella fratellanza che
emerge tra gli uomini sulla strada. Penso che sia un’ambientazione
appropriata per parlare di mascolinità e repressione attraverso
Veneno e Muñeco, i due protagonisti, personaggi distrutti che,
contro ogni previsione, trovano rifugio l’uno nell’altro. Credo sia
essenziale continuare a realizzare film LGBTQ+ nel contesto
odierno, dove le rappresentazioni nel cinema messicano sono ancora
così poche. Stiamo vivendo tempi difficili nella lotta per la
visibilità, ed è ancora raro trovare progetti che ritraggano
l’alterità da una prospettiva intima e onesta, avvicinandosi ai
personaggi con empatia e rispetto.”
Con “On the road”
(En el camino), David Pablos – già apprezzato per la sua
capacità di indagare le dinamiche umane e sociali con grande
sensibilità – porta sullo schermo una storia intensa e universale,
in cui il viaggio fisico diventa metafora di ricerca identitaria e
di emancipazione.
Il film sarà prossimamente
disponibile in Italia su IWONDERFULL Prime Video Channles, la
piattaforma di streaming di I Wonder Pictures, confermando
l’impegno del distributore nel portare al centro del dibattito
culturale opere di qualità e dal forte impatto sociale.
Uscirà il prossimo maggio “La
conquete” (La conquista), film in salsa thriller sull’ascesa
politica dell’attuale Presidente della Francia Nicolas Sarkozy.
Il regista è Xavier Durringer, che
ha già firmato “J’irai au paradis car l’enfer est ici” (1997) e
“Chok Dee” (2005). Ad interpretare Sarko, l’attore Denis Podalydès,
a lui molto somigliante. Nel film appaiono anche la prima moglie di
Sarkozy Cécilia Sarkozy (Florence Pernel), Dominique de Villepin
(Samuel Labarthe), Laurent Solly (Grégory Fitoussi), Franck
Louvrier (Mathias Mlekuz) e Rachida Dati (Saida Jawad). Non ci sarà
invece nessuna attrice a recitare il ruolo dell’attuale first lady
francese, Carla Bruni, che infatti non appare nella storia.
C’è invece l’ex Presidente Jacques
Chirac, col quale Sarkozy (Ministro degli interni quando il primo
era Presidente della Repubblica francese) non aveva un grande
rapporto. E’ interpretato da Bernard Le Coq.
La mattina del 1
ottobre all’alba (e più o meno fino alle ore 11) un gregge di
circa 700 pecore ha invaso una delle
piazze più famose d’Europa, Piazza del Duomo di
Milano.
Grazie al supporto della
Fondazione Roma Lazio Film Commission,
sabato 18 ottobre alle ore 10.00, presso lo spazio “Roma
Lazio Film Commission” all’Auditorium Parco della Musica di Roma,
si terrà la presentazione del volume Greenaway – Morte e
Decomposizione del Cinema, scritto e illustrato da
Stefano Bessoni e pubblicato da Bakemono Lab.
“Un quaderno di appunti,
riflessioni e illustrazioni su Peter Greenaway, colui che mi ha
fatto capire che un film altro non è che un contenitore illimitato,
nel quale rinchiudere concetti, teorie e ossessioni.È uno degli
autori più importanti del cinema contemporaneo, un artista che si
nutre di pittura, scrittura, musica, teatro, danza e di ogni forma
espressiva che si possa immaginare. Il suo cinema complesso,
enciclopedico e artificioso, è un gioco creativo infinito che
strizza l’occhio a Lewis Carroll, Jorge Luis Borges e Italo
Calvino, un territorio fiabesco, spesso crudele, sconcertante, nel
quale smarrirsiper esplorare le sfaccettature più inattese
dell’animo umano, dell’intelletto e del corpo.”- Stefano
Bessoni
L’incontro sarà
un’occasione per addentrarsi nell’universo visionario di Peter
Greenaway attraverso lo sguardo e la sensibilità di
Bessoni. Dialogherà con lui il critico cinematografico
Emanuele Rauco.
In questa occasione
verrà annunciata anche una nuova collaborazione tra Peter
Greenaway e StefanoBessoni, dal titolo He
Read Deep Into the Night.
Il progetto raccoglie
molti racconti brevi, brevissimi, di Greenaway: storie
assurde, idee per film mai realizzati, appunti entomologici su
un’umanità attraversata da inquietudini esistenziali e ossessioni.
Le narrazioni sono accompagnate dalle illustrazioni di
Bessoni, che dialogano con i testi in un intreccio poetico e
perturbante. Parole e immagini si fronteggiano e si inseguono,
aprendo una riflessione sul campo di battaglia tra scrittura e
visione.
L’ingresso al pubblico
sarà possibile fino ad un massimo di 70 persone, solo
tramite registrazione obbligatoria.
Stefano Bessoni:
Regista cinematografico, scrittore, illustratore e animatore,
appassionato di entomologia, anatomia, fiabe e storia della
scienza. La sua poetica affonda nel concetto di
wunderkammer
e si nutre di suggestioni macabre che richiamano il
perturbante.
Si è diplomato presso
l’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 2005 ha realizzato il
suo primo lungometraggio Frammenti di scienze
inesatte. Dal 2000 al 2007 ha insegnato regia
cinematografica presso NUCT a Cinecittà.
Nel 2009, dopo diversi
anni di sviluppo, ha diretto Imago Mortis, film in
coproduzione tra italia e Spagna. Nel 2010 ha prodotto e diretto il
film indipendente Krokodyle, autoritratto in forma
grottesca e fantastica, manifesto aperto delle sue istanze
espressive e sfogo delle tante paturnie esistenziali; è stato un
successo di critica e ha raccolto premi in diversi festival
internazionali. Krokodyle non ha mai trovato una distribuzione
ufficiale.
Nel 2023 il Museo Nazionale del Cinema di
Torino gli ha dedicato una grande mostra personale nella
Mole Antonelliana, con illustrazioni originali,
burattini, pupazzi, oggetti e proiezione di film, legata in
particolare al concetto di wunderkammer.
Nel 2023 ha collaborato
alla mostra “The World of Tim
Burton” al Museo Nazionale del Cinema di Torino, curando
alcuni testi del catalogo, tenendo lezioni dedicate a Tim
Burton e seguendo le attività didattiche.
Nel 2024, nell’ambito
di Cartoons on the Bay a Pescara, gli è stata dedicata una
mostra personale intitolata “Stop-motion e altre scienze inesatte”,
incentrata sugli aspetti macabri e perturbanti dell’animazione a
passo uno.
Nel settembre 2024 ha
presentato al Museo Nazionale del Cinema di Torino il suo
libro illustrato dedicato a Peter Greenaway, suo più grande
punto di riferimento, insieme a lui, alla moglie Saskia Boddeke e
alla figlia Pip.
Oggi è coordinatore e
docente del corso triennale di illustrazione e animazione
presso IED Roma e insegna animazione stop-motion
e puppet making a Scuola Holden a Torino.
Emanuele Rauco:
Nato a Roma nel 1981, si occupa di critica cinematografica e
televisiva per La rivista del
Cinematografo, Cinecriticaweb e Il
sussidiario, collabora con vari siti internet, quotidiani e
riviste, cura programmi radiofonici, rassegne e festival
cinematografici. Ha pubblicato saggi su Henri-Georges
Clouzot e il cinema francese negli anni di Vichy e
monografie su Guillermo Del Toro, Jim Jarmusch, Steven Spielberg, Noah
Baumbach, Frank Capra e Pablo Larrain. Dal 2016 è membro
della Commissione di selezione della Mostra del Cinema di
Venezia, dal 2019 è socio della Rete degli
Spettatori per la diffusione del cinema di qualità e
indipendente. Si occupa di divulgazione cinematografica tramite i
suoi canali social. Ha diretto rassegne e festival a Frosinone e
Formia, è co-direttore artistico del Catania Film
Festivale direttore artistico di
Castiglione del Cinema.
“You know nothing Jon
Snow”. La bella e selvaggia Ygritte ha pronunciato per
l’ultima volta la sua celebre battuta ai piedi del Castello Nero e
adesso la sua interprete, Rose Leslie, è libera di far andare avanti la
sua carriera lontano da Game of Thrones. The Hollywood Reporter
ha infatti diffuso la notizia che la rossa attrice si è unita al
cast di Last Witch Hunter, accanto
proprio a Vin
Diesel.
Il ruolo di Rose, come è facile
intuire, sarà quello di una strega! Il film sarà ambientato nella
moderna New York e seguirà i due personaggi che cercheranno di
fermare l’ascesa al potere di una malvagia regina delle streghe.
Chissà se Vin Diesel si lascerà zittire e domare
con la stessa facilità di Kit Harington!
Tra pochi giorni, l’11 agosto,
ricorrerà il decennale dalla tragica scomparsa di Robin Williams. In vista di tale occasione,
l’attrice Sally Field ha rivelato una toccante
storia del periodo in cui ha lavorato con l’attore in
Mrs. Doubtfire. Il film vede Daniel Hillard (Robin
Williams) assumere le sembianze di una perfetta tata
di nome Mrs. Doubtfire per poter passare del tempo con i suoi figli
dopo averne perso la custodia in seguito a un divorzio conflittuale
con Miranda (Field). La miscela di commedia esilarante e dramma
sentito ha contribuito a rendere
Mrs. Doubtfire uno dei migliori film dell’impressionante
carriera di Williams.
Vanity Fair ha parlato con molti
co-protagonisti, collaboratori creativi e amici di Williams, tra
cui, appunto, la Field, la quale ha raccontato di come lui l’abbia
aiutata quando ha saputo che suo padre era morto durante le
riprese. “Non ho mai condiviso questa storia prima d’ora. Ero
nel camper fuori dall’aula di tribunale dove stavamo girando la
scena del divorzio. Mio padre aveva avuto un ictus un paio di anni
prima e si trovava in una casa di cura. Ho ricevuto una telefonata
dal medico che mi diceva che mio padre era morto – un ictus
grave.
Mi chiese se volevo che lo
mettessero in rianimazione. Io dissi: “No, non lo voleva.
Lasciatelo andare. E per favore, chinatevi e dite: ‘Sally ti
saluta’“. Naturalmente ero fuori di me. Arrivai sul set
cercando con tutte le mie forze di recitare. Non stavo piangendo.
Robin si avvicinò, mi tirò fuori dal set e mi chiese: “Stai
bene?“. E ha fatto in modo che girassero scene in cui non
ero prevista per il resto della giornata. Ho potuto tornare a casa
mia, chiamare mio fratello e prendere accordi. È un lato di Robin
che la gente conosce raramente: era molto sensibile e
intuitivo“.
A quanto pare un progetto su un eroe
Marvel al femminile che non ha
nulla da chiedere e da invidiare ai colleghi Thor, Iron Man e Cap
fa gola a molte persone. Addirittura un regista ha dichiarato su
Twitter che sarebbe disposto anche a dirigerlo gratis. Si tratta di
Lexi Alexander, regista di Punisher
War Zone.
La regista, durante una sessione di
domande e risposte sul social, ha dichiarato che sarebbe disposta a
dare via la sua paga per dirigere una storia incentrata su Kamala
Khan. Si tratta dell’alter ego di Ms.
Marvel, possiamo quindi dire con un buon margine di
certezza che, dal momento che in cantiere bolle il progetto
Captain Marvel con Carol Danvers
protagonista, è improbabile che nell’immediato futuro ci sia spazio
anche per Kamala.
Staremo però a vedere. Che ne
pensate?
Vi ricordiamo
che Capitan Marvel arriverà al
cinema il 2 Novembre 2018. Al momento non è stato ufficializzato né
regista né attrice protagonista.
A
oltre quindici anni dall’uscita del film animato originale, Disney
ha ufficialmente avviato il remake live-action di Rapunzel – L’intreccio della
torre. Nel nuovo adattamento,
Teagan
Croft vestirà i panni di Rapunzel, mentre
Milo Manheim
interpreterà Flynn Rider, alias Eugene Fitzherbert. Il casting di
Madre Gothel non è stato ancora annunciato, anche se
Kathryn Hahn
è tra i nomi più chiacchierati.
Intervistato da Entertainment Tonight, Manheim ha raccontato senza
filtri l’emozione — e la pressione — di raccogliere l’eredità di
uno dei personaggi Disney più amati. «Sono nervoso, non lo nego»,
ha spiegato l’attore. «Rispetto tantissimo Flynn e questo film. È
uno dei miei preferiti. So che tutti amano Flynn, e sto cercando di
fare del mio meglio per soddisfare le aspettative».
Tra fedeltà al classico e nuove sfide fisiche
Manheim ha chiarito che il suo obiettivo non è imitare
pedissequamente il personaggio animato, ma catturarne lo spirito.
«Posso solo essere fedele a me stesso e provare a incarnare l’anima
del cartone», ha detto, sottolineando come la sfida più grande non
sia solo il confronto con i fan.
L’attore ha infatti ammesso di essere preoccupato anche per le
richieste fisiche del ruolo: «Sono nervoso per cavalcare cavalli,
saltare sui tetti… sono molto meno atletico di quanto Disney
pensi». Una dichiarazione ironica, che restituisce però la
dimensione concreta di un remake che punterà molto sull’azione dal
vivo.
Nonostante tutto, l’entusiasmo resta altissimo. Le riprese
dovrebbero svolgersi in Spagna a partire da giugno, e Manheim non
vede l’ora di lavorare sul set insieme a Croft, che ha definito
«fantastica» e «un raggio di sole». Tra le scene che sogna di
reinterpretare, l’attore ne ha scelta una simbolica:
I’ve Got a Dream,
l’iconico numero musicale ambientato allo Snuggly Duckling.
Al momento Disney non ha annunciato una data di uscita ufficiale,
ma il live-action di Rapunzel
è atteso indicativamente per il 2027, confermandosi come uno dei progetti
più ambiziosi del nuovo ciclo di remake dello studio.
Russell Crowe è
ufficialmente entrato nel cast del nuovo film Highlander
e ha dato una risposta brillante. L’attore premio Oscar, che ha
ottenuto il riconoscimento per il suo ruolo in Il gladiatore
(2000), interpreterà l’immortale Juan Sánchez-Villalobos
Ramírez, che nel film originale era la figura mentore di Connor
MacLeod, interpretato da Christopher Lambert. Crowe reciterà al
fianco di Henry Cavill, che interpreterà MacLeod nel
reboot di Highlander, l’epico film del 1986.
In un post sul suo account Twitter
personale, Croweha pubblicato un link all’annuncio di casting di Variety
e ha confermato la notizia. Spiegando che “sono passati
alcuni secoli”, il vincitore dell’Oscar ha sottolineato che
“tornerà nelle Highlands con una spada” quando il film
uscirà ufficialmente. Date un’occhiata al suo post qui sotto:
Negli hashtag alla fine del suo
post, la star ha accennato al coinvolgimento del clan Fraser of
Lovat di Wemyss, così come del clan Macdonald of Clanranald. Ha
anche promesso che “ce ne può essere solo uno”, alludendo
alla missione singolare di tutti gli Immortali nella saga di
Highlander.
Cosa significa questo per il
casting di Crowe in Highlander
Se questo post è indicativo,
Crowe sta già dimostrando di essere all’altezza del suo
casting, il che non è particolarmente sorprendente. Come ha
dimostrato la sua interpretazione vincitrice di un Oscar in Il
gladiatore, è un attore straordinario, capace di conferire
gravitas ai suoi ruoli con apparente facilità. È perfetto nei film
storici epici, avendo recitato in ruoli importanti in 3:10 to
Yuma (2007), Master and Commander: The Far Side of the
World (2003), American Gangster (2007) e nel prossimo
Nuremberg (2025). Crowe ha anche recitato in film horror,
dimostrando di avere la versatilità necessaria per questo
ruolo.
Il ruolo del mentore in
Highlander è particolarmente importante, dato che sarà
proprio Crowe a introdurre MacLeod, interpretato da Cavill, alla
realtà dell’immortalità. Ramírez è anche una figura fondamentale
per la motivazione del personaggio, poiché MacLeod è costretto a
vendicare il suo mentore dopo l’attacco di Kurgan. Il secolare
Ramírez non ha molto tempo a disposizione sullo schermo, il
che significa che deve mantenere una forte presenza per rimanere
impresso nella memoria del pubblico. Crowe è l’attore perfetto per
dare un’interpretazione intensa a un ruolo limitato.
Mentre Guy Gardner farà il suo
debutto nel film Superman di James
Gunn, i fan potranno vedere l’Emerald Knight di Fillion anche
sul piccolo schermo. Dopo la sua prossima apparizione nella seconda
stagione di Peacemaker, la DCU riporterà Guy nel 2026 in
Lanterns, in anteprima su HBO.
ScreenRant ha recentemente
incontrato Fillion per il film Superman, dove ha anche parlato
della sua prossima apparizione nella serie Lanterns. Dato che Guy
incrocerà sia Hal Jordan che John Stewart, Fillion ha anticipato
quanto segue sulle sue interazioni con gli altri Green Lantern
della DCU:
ScreenRant: Nathan, sappiamo che
vedremo Guy Gardner in Lanterns. Com’è il suo rapporto con gli
altri Lantern?
Nathan Fillion: Sì. È coerente,
se non altro. Coerentemente stronzo.
Cosa significano i commenti
di Nathan Fillion su Guy Gardner per Lanterns
Uno degli aspetti più ricchi della
mitologia di Lanterna Verde nella tradizione DC è proprio quanto
siano diversi tra loro tutti i Lanterna Verde, in particolare
personaggi come Hal, John e Guy. Con la serie TV Lanterns, il
dramma della HBO esplorerà Hal come Lanterna Verde veterano, mentre
John è appena all’inizio del suo viaggio.
Nel caso di Fillion, dai suoi
commenti è chiaro che Guy porterà alcuni elementi comici nella
dinamica del trio, dato che il marketing di Superman ha reso
evidente che può essere un po’ difficile lavorare con lui. Con Guy
che è uno dei Lanterna Verde più chiassosi, per così dire, la DCU
avrà tre Emerald Knights molto distinti allo stesso tempo.
Tuttavia, data la natura più seria
di Lanterns della HBO, è anche molto probabile che la prossima
serie TV della DCU permetta al supereroe DC di Fillion di essere
sviluppato maggiormente in termini di caratterizzazione. Per
quanto Guy abbia molti aspetti comici, ci saranno ovviamente dei
lati reali del suo personaggio che verranno esplorati man mano che
diventerà una parte più importante della DCU.
La bibliografia di Stephen King è stata già ampiamente saccheggiata
dal cinema, con esiti alterni e i titoli che non hanno ancora
trovato una trasposizione cinematografica sono veramente pochi; tra
questi vi è “Rose Madder” che, forse per il suo mescolare realtà e
paesaggi fantasy, appariva di trasposizione un pò complicata…
almeno finora, visto che, come scrive Empire, la Paloma Pictures
sembra aver aver messo in cantiere il progetto.
Il romanzo, uscito nel 1995, narra
una storia di abusi domestici, con la fuga di una donna
continuamente vittima delle violenze del marito, che pian piano si
trasforma in qualcosa di molto diverso, ispirandosi in parte ai
miti greci, mescolando piano reale e fantastico. L’adattamento
dovrebbe essere scritto da Naomi Sheridan. In tema di adattamenti
‘kinghiani’, appare sulla buona strada la miniserie televisiva
basata su “The Dome”, progettata dalla Showtime; il libro
narra di una delle tipiche cittadine descritte nei libri
dell’autore di Portland, che si ritrova improvvisamente separata
dal resto del mondo; a scrivere la serie sarà Brian K. Vaughan, già
scenggiatore di Lost, oltre che prolifico scrittore di fumetti
(suoi, tra gli altri: Y, L’ultimo uomo e Ex Machina).
È stato presentato Fuori concorso
allaMostra del Cinema di
Venezia il film The Palace, il nuovo
lungometraggio del regista premio Oscar Roman Polanski ambientato al
Palace Hotel, uno straordinario castello progettato all’inizio del
1900 che si trova nel bel mezzo di una valle svizzera innevata,
dove ogni anno convergono da tutto il mondo ospiti ricchi e
viziati, in un’atmosfera gotica e fiabesca. La festa di Capodanno
2000 li ha riuniti tutti in un evento irripetibile. Al servizio
delle loro stravaganti esigenze c’è uno stuolo di camerieri,
facchini, cuochi e receptionist. Hansueli, zelante direttore
dell’albergo, passa in rassegna lo staff prima dell’arrivo degli
ospiti, ribadendo che, pur essendo l’alba del nuovo millennio, non
sarà la fine del mondo.
In effetti quella che si prepara è
davvero una guerra combattuta a colpi di stravaganze ed
eccentricità degli ospiti dell’hotel. Le varie storie danno vita a
una commedia assurda, nera e provocatoria. È la fine del 1999: non
solo l’epilogo di un secolo, ma la fine di un intero e controverso
millennio, e nell’aria aleggia il Millennium Bug. Polanski torna
dunque ad uno dei suoi filoni prediletti, quello della satira,
ponendo alla berlina l’umanità e le direzioni da essa intrapresa.
Polanski non è però potuto essere a Venezia per presentare il film,
lasciando dunque tale onore al suo cast di attori, composto da
Luca
Barbareschi, Fortunato Cerlino,
Fanny Ardant, Mickey Rourke,
Oliver Masucci e Milan
Peschel.
L’esperienza di produrre Roman Polanski
“Questo è un film per molto
importante, come lo sono stati gli altri realizzati con Polanski.
– esordisce Barbareschi in conferenza stampa – Èun film di attori, corale, in cui Roman ha voluto dar vita ad
un affresco straordinario di cosa è diventato questo mondo
oggi”. Barbareschi, oltre ad essere tra i protagonisti del
film, ne è anche produttore e proprio di questa esperienza ha
voluto parlare, affermando che “Lavorare con Roman è
meraviglioso, perché produttivamente ha sempre ragione. Produrre un
suo film quindi non è facile ma siamo felici di averlo fatto per
questo che è ben più che una commedia. Un’opera speciale, che dopo
L’ufficiale e la spia propone
una storia molto divertente, quasi balzacchiana”.
“Polanski ha compiuto 90 anni
quest’anno, ma ha un’energia impressionante. Spero di fare presto
un altro film insieme. Penso inoltre che il direttore artistico
della Mostra del Cinema sia stato molto coraggioso ad invitarci,
perché è giusto che un evento come questo punti a rappresentare
ogni sfumature del cinema e dei suoi linguaggi. E penso che non
possa e non debba esserciun giudizio morale
sull’arte.Ancora non mi spiego perché L’ufficiale e la
spia non sia stato distribuito nei paesi anglosassoni, ma poi è
anche così che si scatenano le guerre, negando all’arte di
circolare e toccare il cuore e la mente delle
persone”.
Recitare per Polanski in The Palace
Barbareschi passa poi a parlare del
personaggio da lui interpretato, un anziano porno attore di nome
Bongo. “È un personaggio emblematico di questo secolo, dove il
nuovo Dio è il selfie, ovvero l’egocentrismo. Bongo è un
egoriferito, pensa solo al proprio bagaglio di vita. Ma la cosa
divertente di una pornostar è che invecchiando lo riconoscono solo
i vecchi e quindi si deve confrontare con questo declino. È quindi
anche una metafora di un mondo sessualizzato, dove tutto è
pornografia”. Nel film recita anche l’attrice francese
Fanny Ardant, che ha racconto di aver ritrovato
con The Palace“la gioia di lavorare con un uomo
appassionato, che ricerca l’assoluto in ogni particolare”.
Barbareschi non è stato però l’unico
italiano a recitare nel film, dove possiamo ritrovare anche
Fortunato Cerlino, nel ruolo di Tonino,
receptionist dell’albergo. “È statoun grande
privilegio aver lavorato con un simile maestro.– ha
dichiarato l’attore – Mi piace associare questo film ad
una commedia dell’arte. Ogni personaggio porta sostanzialmente una
maschera e così nel corso del racconto ci ritroviamo davanti agli
occhi qualcosa di molto buffo ma anche profondamente tragico.
Perché come diceva Cechov, quando sei davanti a qualcosa di
estremamente tragico allora non puoi che ridere”.
La parola passa poi a Oliver
Masucci, interprete del diretto del The Palace:
“volevo lavorare con Roman e cercavo di farlo da tempo.
Inizialmente per il personaggio che interpreto in The Palace aveva
pensato a Christoph Waltz, il quale però non ha potuto
partecipare. Così sono arrivato io e lavorare con Roman è stato
come trovarsi in teatro, dove puoi provare più volte le scene,
trovare il giusto punto di vista.” Anche Milan
Peschel si unisce alle lodi nei confronti di Polanski,
affermando di aver trovato in lui un regista aperto
all’improvvisazione e capace di comunicare molto con poco.
Il regista Matteo Garrone
arriva per la prima volta in concorso alla Mostra del
Cinema di Venezia per presentare il suo nuovo film,
Io Capitano (qui la recensione), storia
dell’avventuroso viaggio di Seydou (Seydou
Sarr) e Moussa (Moustapha
Fall), due giovani cugini che decidono segretamente di
lasciare Dakar, capitale del Senegal, per raggiungere l’Europa, con
l’obiettivo di poter inseguire il sogno di diventare celebrità nel
campo della musica. Lasciandosi alle spalle le proprie famiglie,
per i due ha così inizio un’Odissea contemporanea attraverso le insidie del
deserto, gli orrori dei centri di detenzione in Libia e i pericoli
del mare.
Io Capitano, una storia che arriva da lontano
“La storia mi è venuta in mente
diversi anni fa, quando mi fu raccontato di questo adolescente che
da solo aveva guidato un’imbarcazione con circa 250 persone a
bordo. – racconta Matteo Garrone – Una
volta arrivato a destinazione, travolto dall’emozione di aver
portato tutti in salvo ha iniziato a gridare “io capitano, io
capitano”. Però mi sentivo in imbarazzo, da borghese, a pensare di
raccontare quella storia e i suoi retroscena. Poi, qualche anno
dopo, ho incontrato il ragazzo che quel finale lo ha vissuto, il
cui nome è Fofanà, e quell’incontro mi ha riavvicinato a quel
racconto, motivandomi a riprenderlo in mano”
“A quel punto abbiamo deciso di
costruire questo film seguendo i canoni del racconto d’avventura e
del viaggio dell’eroe e così spero sarà accessibile anche ai più
giovani che potranno sensibilizzarsi all’argomento”, continua
Garrone. “Bisogna infatti sapere che ci sono tanti
tipi di immigrazione, quella raccontata in Io Capitano è legata al
fatto che il 70% della popolazione africana è composta da giovani e
questi giovani sono influenzati dalla globalizzazione occidentale,
di cui penso sia importante raccontare gli effetti sulle
popolazioni.” – afferma poi Matteo Garrone, aprendo la
conferenza stampa.
“Hanno dunque il desiderio
legittimo di voler accedere ad un futuro migliore, così come noi da
giovani volevamo scoprire l’America. A noi però bastava prendere un
aereo per arrivare lì, mentre loro devono affrontare un viaggio
rischioso e potenzialmente mortale. Il film affronta quindi una
parte di immigrazione di cui a volte si parla meno ma che esiste,
ovvero quella dei giovani che vogliono scoprire il mondo e avere
maggiori opportunità e che non per forza scappano da situazioni di
guerra”, conclude il regista.
La scrittura della sceneggiatura e la ricerca degli attori
Tra gli autori della sceneggiatura,
oltre a Garrone, Massimo Gaudioso e Andrea
Tagliaferri, vi è anche Massimo
Ceccherini. Il regista ha dunque speso due parole per
chiarire il ruolo avuto da quest’ultimo nella realizzazione del
progetto. “Massimo mi ha aiutato molto nella scrittura di
questo film, che è un racconto di avventure popolari. – spiega
Garrone – Massimo viene dal popolo e quindi quando abbiamo
scritto la sceneggiatura ha apportato la sua conoscenza di certe
dinamiche che a me sono estranee. In sostanza, m ha aiutato a
ricercare una purezza del racconto che si sposa con quella dei
protagonisti”.
Fondamentale però è stato anche il lavoro di ricerca sul campo,
necessario affinché si potesse raccontare la verità su ciò che
avviene durante questo viaggio verso l’Europa. “Abbiamo fatto
un grosso lavoro di documentazione, durato qualche anno, e poi per
cercare di raccontare questa storia ci siamo affidati a chi queste
vicende le ha vissute in prima persona. – racconta Garrone –
È stato un lavoro assolutamente collettivo, reso possibile
grazie a persone come Mamadou Kouassi, che mi hanno raccontato le
loro storie al servizio delle quali io ho potuto mettere le mie
conoscenze tecniche“.
La parola passa allora proprio a Kouassi, collaboratore alla
sceneggiatura, che afferma: “ho vissuto l’esperienza di quel
viaggio, delle prigioni libiche, della paura e degli orrori e tutto
questo l’ho ritrovato in Io Capitano. Matteo ci porta davvero nel
mondo dell’immigrazione e sono orgoglioso di aver potuto
contribuire a dare voce a chi non ce l’ha. Sostanzialmente,
raccontiamo la storia di ogni singolo immigrato che ha vissuto
questa avventura. Partire vuol dire andare incontro alla morte,
veramente questa è la realtà che si verifica ma scegliamo di
affrontarla perché è giusto perseguire i propri diritti. Siamo
obbligati, in un certo senso”.
Riguardo gli interpreti dei
due giovani protagonisti, Seydou Sarr e
Moustapha Fall, Garrone racconta di averli cercati
dappertutto, giungendo infine ad una consapevolezza inevitabile.
“Abbiamo cercato gli attori giusti in tutta Europa, – racconta
il regista – ma alla fine li abbiamo trovati in Senegal. Ci siamo
infatti resi conto che lo sguardo di una persona di lì ha
naturalmente una qualità diversa sull’argomento“. Parlando dei
due protagonisti, Garrone riconosce infine che “qualcosa di
Pinocchio c’è in questo film, che si sposa con la storia di questi
ragazzi. Collodi cercava di mettere in guardia i piccoli dai
pericoli del mondo circostante. I protagonisti qui inseguono il
paese dei balocchi, tradendo i propri cari e poi finiscono con lo
scontrarsi con una realtà molto dura, che richiama un po’ anche
Gomorra“.
Io Capitano, dal 7 settembre al cinema
Garrone ha infine parlato di come
abbia a lungo rimandato la realizzazione di questo film non
sentendosi sicuro di avere il diritto di raccontarla, in quanto non
avendo vissuto quel tipo di esperienza. La sua opinione è però poi
cambiata nel tempo, arrivando ora a poter affermare che “il
film nasce da un lavoro collettivo tra il mio sguardo e le loro
testimonianze e da sempre credo che l’arte sia legata a delle
contaminazioni, un artista non deve parlare solo di ciò che
riguarda la sua vita, altrimenti l’arte si impoverirebbe. Penso sia
giusto giudicare l’opera in base alla sua sincerità e non a chi
l’ha fatta. L’opera rimane, noi no”.
Non si dovrà aspettare molto prima
di poter vedere film che, dopo la prima proiezione pubblica a
Venezia il 6 settembre, uscirà nelle sale italiane, con 203 copie,
dal 7 settembre, distribuito da 01
Distribution. È stato inoltre confermato che il film non
presenterà un doppiaggio italiano, una caratteristica a lungo
valutata ed infine scelta per rispetto nei confronti dei
protagonisti di questo racconto e ai loro interpreti, i quali
meritano di essere sentiti esprimersi nella loro lingua natìa.
L’attrice Scarlett
Johansson ha fornito una risposta decisamente schietta
alle domande su di un suo possibile ritorno nel Marvel Cinematic Universe
come Black Widow. La Johansson, che è stata
una delle principali protagoniste dell’MCU, debuttando come Black
Widow in Iron Man 2 nel 2010, ha interpretato il ruolo
fino al suo film da solista, Black Widow, del 2021,
che si è configurato come una storia prequel che ha introdotto la
possibile sostituzione nell’MCU di Natasha Romanoff con sua sorella
Yelena Belova, interpretata da Florence Pugh.
Come noto, Black Widow ha sacrificato la propria vita in
Avengers: Endgame, ed è lì che il suo
arco narrativo si è concluso.
Parlando con la collega e
co-protagonista dell’MCU Gwyneth Paltrow su The goop
Podcast, la Johansson è stata ora abbastanza chiara sul fatto
che il suo tempo come Black Widow sia a tutti gli effetti giunto al
termine.“Ho finito. Quel capitolo è concluso. – ha
dicharato l’attrice – Ho fatto tutto quello che dovevo fare.
Inoltre, tornare e interpretare un personaggio ancora e ancora,
nell’arco di un decennio, è un’esperienza così unica”. Sembra
dunque che la Johansson sia piuttosto decisa a non tornare nei
panni di tale personaggio e c’è già chi sostiene che i contrasti legali intercorsi tra
l’attrice e la Disney possano aver contribuito a questa sua
decisione.
Ai fan non resta dunque che voltare
pagina come fatto da Scarlett Johansson, abbracciando però
l’ingresso nell’MCU di Yelena Belova, che come confermato dalla
scena post-credits di Black Widow è pronta ad unirsi alla
squadra nota come Thunderbolts. Il film
dedicato a questo gruppo, descritto come “la Suicide Squad della Marvel”, presenterà infatti
la Belova interpretata da Florence Pugh affiancata da Bucky Barnes
(Sebastian Stan), l’agente degli Stati
Uniti (Wyatt Russell), Taskmaster
(Olga Kurylenko), Red Guardian (David Harbour) e Ghost
(Hannah John-Kamen). La Belova,
dunque, potrebbe a tutti diventare la nuova Black Widow
dell’MCU.
Mark Hamill ha chiarito le
sue recenti dichiarazioni sul ritiro da Star
Wars, insistendo sul suo entusiasmo per il futuro del
franchise. L’ultima apparizione di Mark Hamill
nella serie risale a “Il libro di Boba
Fett“, sebbene la tecnologia di ringiovanimento lo
abbia inserito nella parte della linea temporale di Star Wars che
fa riferimento alla Nuova Repubblica. Per quanto riguarda i film di
Star Wars, l’ultima apparizione di Hamill risale a Star Wars: L’ascesa di
Skywalker del 2019, in cui il suo Fantasma di Forza ha
trasmesso il nome Skywalker a Rey, interpretata da Daisy Ridley. Dopo aver commentato il
suo ritiro dal franchise, Hamill ha però chiarito alcune cose.
In un’intervista con
TODAY,Mark Hamill è stato interrogato sulle sue
recenti dichiarazioni sulla sua conclusione con Star Wars. Hamill
ha ribadito che i suoi commenti derivavano dal fatto che la sua
storia in L’Ascesa di Skywalker“sembrava una
conclusione. Il mio personaggio aveva una conclusione completa;
sono morto… e una volta terminata la trilogia degli Skywalker, per
loro [Lucasfilm] è iniziata un’era completamente nuova”.
Hamill ha poi aggiunto:
“George ha dato loro questa
fantastica tela, l’intera galassia, possono fare western, gialli,
commedie, qualsiasi cosa all’interno del regno di Star Wars, e
stanno andando così bene… Ho avuto il mio tempo. Sono davvero
grato, ma guardo al futuro per tutti questi nuovi progetti. Ho
visto titoli: ‘Mark Hamill lascia Star Wars’. Beh, lasciatemelo
dire, non me l’hanno chiesto. Non è che mi abbiano detto: ‘Per
favore, torna’. Quanto si può fare con un Fantasma di Forza? Vorrei
un film ambientato interamente nel regno dei Fantasmi di Forza.
Potrei conversare con Alec Guinness… Dalle tue labbra alle orecchie
di Dio.”
Sebbene Hamill ammetta che la porta
rimanga in qualche modo aperta, data la sua idea per un film sui
Fantasmi di Forza, è chiaro che ritiene che Luke Skywalker abbia
fatto il suo corso in una galassia lontana, lontana.
Mark Hamill sente che la sua storia
di Star Wars è finita
Come già accennato, i commenti di
Hamill sono nati semplicemente da una riflessione sul suo passato
in Star Wars. Come sottolinea giustamente, Luke Skywalker è morto
in Star Wars: Gli Ultimi
Jedi dopo essere diventato tutt’uno con la Forza. La
sua apparizione come Fantasma di Forza di Star Wars ne
L’Ascesa di Skywalker ha portato un senso di
chiusura, con Luke e Leia che tramandano l’eredità della loro
famiglia a una nuova generazione. Da questa prospettiva, è
difficile non essere d’accordo con Hamill quando afferma che la
storia di Luke Skywalker è finita.
Ecco un nuovo spot decisamente
lusinghiero per Guardiani della
Galassia, che viene apostrofato addirittura come
il miglior Marvel Movie di sempre. Dal momento
che Iron Man 3 a Thor the
Dark World a Guardiani, passando per
Captain America The Winter Soldier,
questa affermazione continua a ripetersi, in corrispondenza con un
miglioramento visibile della qualità del film, immaginiamo che i
Marvel Studio stiano davvero imparando e canonizzando un nuovo tipo
di cinema.
Trama: L’audace esploratore Peter
Quill è inseguito dai cacciatori di taglie per aver rubato una
misteriosa sfera ambita da Ronan, un essere malvagio la cui
sfrenata ambizione minaccia l’intero universo. Per sfuggire
all’ostinato Ronan, Quill è costretto a una scomoda alleanza con
quattro improbabili personaggi: Rocket, un procione armato; Groot,
un umanoide dalle sembianze di un albero; la letale ed enigmatica
Gamora e il vendicativo Drax il Distruttore. Ma quando Quill scopre
il vero potere della sfera e la minaccia che costituisce per il
cosmo, farà di tutto per guidare questa squadra improvvisata in
un’ultima, disperata battaglia per salvare il destino della
galassia.
Per quanto fosse inaspettato e
vagamente respingente, a quanto pare l’Imperatore Palpatine ha
fatto sesso, in un passato relativamente lontano. L’attore che lo
interpreta, Ian McDiarmid, ha infatti parlato
“dell’elefante nella stanza” che nessuno aveva mai trovato
il coraggio di commentare.
La risposta di
McDiarmid è stata esilarante. Come visto nel film
finale di L’Ascesa di Skywalker, è stato rivelato che
Rey era un discendente dello stesso Palpatine, la nipote
dell’Imperatore che era rimasta nascosta su Jakku per molti anni.
Tuttavia, questo ha anche aperto le porte a un concetto riguardante
il passato di Palaptine a cui moltitudini di fan preferirebbero non
pensare mai.
In un’intervista con Empire per celebrare i 25 anni
dei prequel di Star
Wars, l’attore che interpreta Palpatine Ian
Mcdiarmid ha espresso la sua opinione sull’Imperatore e su
come sia riuscito ad avere non solo una nipote ma anche
(ovviamente) un figlio, il padre di Rey. Ecco la dichiarazione
rilasciata a Empire: “Basta,
prendere l’esistenza di Rey di Daisy Ridley, che si rivela essere la nipote di
Palpatine in L’Ascesa di Skywalker, come prova che all’Imperatore
piaceva… beh… farlo. Ma sì, [fa sesso]. È un’idea orribile pensare
che Palpatine faccia sesso in qualsiasi forma”.
Per quanto riguarda invece il
ritorno di Palpatine, Ian McDiarmid ha
commentato con entusiasmo la decisione della produzione di
riportare l’Imperatore in scena, valutando il fatto che
effettivamente una creatura così potente doveva avere un piano di
riserva:
“Avevo la sensazione che
Palpatine avesse da sempre un piano B – probabilmente anche un
piano C, D, E ed F… Ed era un esperto nella clonazione… La cosa che
mi fa più piacere, e sai, solo questa è giunto al culmine quando mi
hanno chiesto di tornare per L’Ascesa di Skywalker, è che ogni
singolo atto malvagio in tutto il franchise di Star Wars è
direttamente o indirettamente dovuto a quel personaggio… Lui è il
male totale, e questo è stranamente soddisfacente come arco
narrativo.”
La serie limitata della HBO The
Penguin con Colin Farrell nei panni di Oz Cobb, il suo
personaggio di The
Batman, ha molto da offrire. Tuttavia, nonostante i
talenti che scrivono, dirigono e recitano nella serie, il trucco
prostetico progettato da Mike Marino è quasi un personaggio a sé
stante. In effetti, l’attore che ha interpretato Francis Cobb, la
madre di Oz, preferisce Oz all’attore incredibilmente bello e
curato che lo porta in vita.
Deirdre O’Connell si è unita alle
sue co-star Christin Milioti, Rhenzy Feliz, Farrell, Marino e la
showrunner Lauren LeFranc alla conferenza stampa della serie. In
quell’occasione, le è stato chiesto se avesse incontrato solo “di
recente” il vero Colin Farrell e non l’uomo che è
diventato dopo tre-cinque ore di trucco ogni mattina. Farrell ha
subito scherzato dicendo che la sua co-star “non era una fan” del
vero personaggio. Lei non lo ha disconosciuto, almeno non
subito.
“Sono decisamente del Team Oz, è
strano. Non mi piace il bel ragazzo. Non mi piacciono i bei
ragazzi, non fanno per me. Mi piacciono quelli più duri,
sai, con più cicatrici. Mi piace. Mi piace l’oro nei denti. Mi
piace un uomo più grande. Mi piace un uomo ferito”, ha detto
Deirdre O’Connell ridendo, aggiungendo subito:
‘Sto scherzando’. In effetti, la O’Connell aveva già
incontrato il suo co-protagonista senza trucco, ma non era stato un
incontro lungo.
“Non sono mai stato antipatico
con tanto favore”, ha detto Colin Farrell, ridendo, a Dierdre
O’Connell.
“Penso che ci siamo incontrati
per 10 minuti e ci siamo detti ‘ciao‘“, ha detto lei,
aggiungendo: ‘Sono stata molto, sai, colpita dal ’bastone di
Colin Farrell’ di sicuro”. Ha detto di essere “una grande
fan e… era un po’ terrorizzata” dal fatto che l’affermato
attore sarebbe stato il suo partner di scena per la maggior parte
dello show. O’Connell ha detto che il ruolo di Farrell in The
Batman è stato come “un parafulmine” e che se dovesse recitare
con lui “forse… anch’io avrei quell’elettricità”. L’attrice ha
detto che l’interpretazione di Farrell nel ruolo di Oz l’ha fatta
“immedesimare” nel personaggio stesso. “Lo adoro”, ha detto,
aggiungendo di aver ‘riso così tanto, così tante volte’ sul set tra
una ripresa e l’altra e durante le riprese. Farrell “era così
spaventoso e solo l’appetito della [sua interpretazione] era così
emozionante da guardare”, ha detto O’Connell. “Mi sono sentita come
se avesse scatenato qualcosa di delizioso” e lei era ‘molto
eccitata’.
Anche Christin Milioti ha un
forte affetto per il pinguino
Il rapporto di Oz con la madre
Francis è una parte centrale della serie, ma in quanto protagonista
condivide lo schermo con molti degli attori della serie. Christin
Milioti interpreta Sofia Falcone, con la quale Oz ha un rapporto
profondamente complicato, a volte conflittuale. Tuttavia, dopo aver
girato la serie, fa ancora fatica a separare l’uomo che conosce
come Colin Farrell dal personaggio che ha interpretato, anche se i
due si sono “incontrati un paio di volte” prima che lui vestisse i
panni di Oz Cobb.
“È molto
inquietante”, ha detto Milioti alla conferenza stampa. È
sempre un po’ strano perché associo i suoi occhi e la sua voce a
una persona che per me è molto reale, perché ho girato con lui
tutto il tempo per otto mesi”. È molto bello e… non so in quale
altro contesto avrei vissuto questa [esperienza]”. Ha poi aggiunto
che è stata una prova sia dell’interpretazione di Farrell che del
lavoro meticoloso di Mike Marino con le protesi. Tuttavia, per
quanto Colin Farrell possa essere affascinante e gentile nella vita
reale, è piaciuto molto anche agli attori che hanno lavorato con
“Oz Cobb”.
“Non è Max. È HBO.”
Variety parafrasa la famosa pubblicità per commentare la nuova
politica di Casey Bloys, CEO di
HBO e Max Content, che sta
cambiando la definizione tra cosa sia uno “spettacolo HBO” e un
“spettacolo Max”, spostando la maggior parte dei prossimi progetti
IP Warner Bros. ad alto budget di Max sotto l’ombrello della
HBO.
Ciò significa che la prossima serie
tv Harry
Potter, così come la serie prequel di
ItWelcome
to Derry e l’adattamento di Lanterna
Verde appena annunciato Lanterns
ora saranno tutti marchiati come HBO
Originals.
HBO e Max separano le loro identità creative
Si tratta di un cambiamento rispetto
alla decisione più recente di inserire tutte le serie basate sulla
proprietà intellettuale di Warner Bros. nel segmento Max, stabilita
per la prima volta quando Bloys ha aggiunto la supervisione di Max
nel 2020.
“Ci sentivamo come se dovessimo
distinguere tra uno spettacolo della HBO e uno spettacolo di
Max”, ha detto Bloys di questa distinzione iniziale.
“L’idea di utilizzare la proprietà intellettuale della Warner
Bros. come delineazione per Max sembrava giusta. Almeno questo ti
dà una corsia libera. Ma quando abbiamo iniziato a produrre quegli
spettacoli, stavamo usando gli stessi metodi, lo stesso tipo di
pensiero, su come avremmo affrontato gli spettacoli della HBO. In
molti casi, gli stessi talenti che ha lavorato negli spettacoli
della HBO.
In Lanterns,
ad esempio, gli sceneggiatori includono Chris
Mundy, che ha lavorato a
True Detective della HBO, e Damon
Lindelof, la cui produzione HBO ha incluso The
Leftovers e Watchmen. Anche il
co-responsabile dei DC Studios, Peter Safran, ha
descritto Lanterns come “un enorme evento di
qualità HBO” che è “molto sulla scia di ‘True Detective'”.
“Ciò che abbiamo ottenuto sono
serie di questa portata e scala che sembrano fantastici, e grandi
narrazioni e talenti con cui abbiamo lavorato”, ha aggiunto
Bloys. “L’idea della delineazione ha iniziato a sembrare
inutile. Tipo, perché lo stiamo facendo? Chiamiamoli semplicemente
per quello che sono: programmi HBO.”
Il cambiamento entrerà ufficialmente
in vigore con il lancio le serie previste per il 2025. Ciò
significa che “The
Penguin” e “Dune:
Prophecy”, entrambi presentati in anteprima entro la
fine dell’anno, dovrebbero essere ancora chiamati Max
Originals. Quegli spettacoli erano già stati venduti
all’estero con l’etichetta Max – e anche la scorsa settimana, HBO
ha inviato un teaser di “Penguin” che includeva ancora il marchio
Max.
“Inizieremo nel 2025, anche se
‘The Penguin’ sarebbe ovvio come un originale HBO”, ha detto
Bloys. “Sfortunatamente, il processo di concessione della
licenza a livello internazionale è già iniziato.”
Spiegando i tempi della
decisione di riallineare la scuderia delle serie HBO e Max
Originals, Bloys ha osservato che gli è diventato ancora più chiaro
che questi grandi spettacoli avrebbero dovuto ottenere l’etichetta
HBO mentre Max ha iniziato a sviluppare serie che sono più nella
tradizione televisiva. Tra questo tipo di serie ci sono il medical
drama The
Pitt, con Noah
Wyle, così come il thriller poliziesco Duster,
di J.J. Abrams e LaToya Morgan,
che rimangono entrambi la serie Max.
Le possibilità di vedere Robert Pattinson interpretare la versione
DC
Universe di Batman sono
ancora vive dopo un nuovo aggiornamento. Ci sono state molte voci
su chi interpreterà Batman nella DCU, da nomi come la star di
The
Boys
Jensen Ackles a Brandon Sklenar di 1923 e persino Robert Pattinson. Quest’ultimo dovrebbe
rimanere separato dal
DCU’s Chapter One, recitando nella trilogia The
Batman del regista Matt Reeves. Tuttavia, sembra che ci sia
ancora una possibilità che i due franchise possano fondersi.
In un’intervista a Rolling Stone, James
Gunn ha lasciato aperta la porta a Robert Pattinson per
interpretare Batman nella DCU, anche se è improbabile. Secondo
Gunn, le possibilità che Pattinson interpreti Batman in The
Brave and the Bold per la DCU sono superiori allo zero,
affermando: “Non si può mai sapere”. Tuttavia, ciò non
significa che il regista stia anticipando che ciò accadrà
sicuramente, poiché Gunn afferma: “Non è affatto
probabile”.
Quello che si sa per certo è che,
sebbene la sceneggiatura di The Batman
2 stia richiedendo molto tempo, il film non è stato cancellato.
Ecco la citazione completa:
“Non direi mai zero,
perché non si può mai sapere. Ma non è probabile. Non è
affatto probabile. Vorrei anche dire che Batman Part II non è stato
cancellato. È l’altra cosa che sento dire continuamente, che Batman
Part II è stato cancellato. Non è stato cancellato. Non abbiamo una
sceneggiatura. Matt è lento. Lasciategli il tempo. Lasciategli fare
quello che sta facendo. Dio, la gente è cattiva. Lasciategli fare
il suo lavoro, ragazzi”.
Cosa significano i nuovi
commenti di James Gunn su Robert Pattinson per il Batman della
DCU
Il regista statunitense James Gunn arriva alla premiere di Los
Angeles della Warner Bros. ‘The
Flash’ tenutasi al TCL Chinese Theatre IMAX il 12 giugno 2023 a
Hollywood, Los Angeles, California, Stati Uniti. — Foto di
imagepressagency – DepositPhotos
Le voci su Robert Pattinson che
entra a far parte del DCU circolano da un anno. Anche se l’attore
ha 39 anni, otto in più dell’attore che interpreta Superman, David Corenswet, Pattinson si
adatta all’idea che il franchise ha di Bruce Wayne. Dopotutto,
il Cavaliere Oscuro sarà il padre di Damian Wayne in The Brave and the Bold, con altri
membri della Bat-Family che appariranno nel film. A 39 anni,
Pattinson potrebbe interpretare realisticamente quella versione di
Batman, il che consentirebbe alla DCU di differenziarsi nettamente
dal franchise The Batman di Reeves.
In The Batman, il Cavaliere
Oscuro di Pattinson era ancora all’inizio della sua carriera di
eroe. La versione di Batman della DCU sarà più esperta e, se
Pattinson dovesse interpretare entrambi i ruoli, la DC potrebbe
distinguere i due franchise. I commenti di Gunn lasciano aperta la
porta a Pattinson per interpretare Batman della DCU, ma il regista
sembra anche credere che la strada migliore sia quella di
scritturare un nuovo attore, dato che la DC rimane fiduciosa nei
piani di Matt Reeves per The Batman Universe. L’opzione di
utilizzare Pattinson c’è, ma non è in primo piano nella mente di
Gunn.
… who’s the fairest of them all?”
è una delle frasi più famose al mondo, la perentoria domanda che la
perfida Regina rivolge al suo Specchio. Quest’anno la sentiremo al
cinema per due volte: la prima verrà formulata da Julia Roberts in Mirror Mirror di
Tarsem. Hollywood si immerge nelle fiabe, recupera i classici e li
reinventa. Nostalgia dell’infanzia o mancanza di idee?
“Gli organizzatori di questo
evento hanno un’idea ben precisa di come dovrebbe svolgersi la
cosa. Dovremmo starcene qui a guardare spezzoni dei miei film per
poi commentarli. Niente di tutto ciò accadrà”. È un
Russell Crowe euforico quello che si
presenta all’annunciata masterclass a lui dedicata e organizzata da
Alice nella Città, sezione parallela e autonoma
della Festa del Cinema di Roma.
L’attore, accolto da una calorosa ovazione, racconta di essere
venuto nella capitale italiana non solo per presentare il suo nuovo
film da regista, Poker
Face, ma anche per incontrare e parlare con gli
studenti di cinema, ed è letteralmente questo che intende fare nel
corso dell’evento.
Microfono alla mano, Crowe scende
dunque dal palco e dà vita ad un incontro che infrange ogni
possibile scaletta e prevedibilità, passeggiando amabilmente tra i
tanti spettatori presenti nell’Auditorium della Conciliazione,
raccontando episodi significativi della propria vita con la sua
solita voce calda, profonda e ben modulata e poi passando
personalmente il microfono ai presenti quando qualcuno di questi
(ma solo se effettivamente studenti di cinema, chiede lui) vuole
porgli una domanda. “Voglio parlare di cinema, parlare di
narrazione, dello stare davanti o dietro la macchina da presa.
– chiarisce Crowe – Non voglio ricevere domande del tipo cosa
ho mangiato a colazione”.
Russell Crowe, dai primi ruoli ai
film da protagonista
“Ho cominciato a recitare che
avevo solo sei anni. – inizia dunque a raccontare l’attore –
Era il 1970. Mia mamma si occupava del catering sui set
cinematografici. Un giorno vado a trovarla sul lavoro e stavano
girando una scena per cui non c’erano bambini a sufficienza. Così
mia madre mi fece recitare e da lì è iniziato un percorso di vita
che porto avanti ancora oggi. Non ho mai frequentato una scuola di
recitazione, tutto quello che so l’ho imparato sul lavoro,
recitando per la televisione e il teatro ma mantenendomi lavorando
come DJ, barman e cameriere”.
“Ero ossessionato dalla
performance. – continua l’attore – Passavo dal palco del
teatro alla console da deejay di un pub all’altro. Dunque, questo
sono io. Questa è la realtà. Non sono venuto fuori da nessuna
fottuta Hollywood o roba del genere. Quando avevo 25 anni, infine,
è arrivato il mio primo ingaggio per un lungometraggio. Diventare
un attore protagonista però non mi ha fermato dal seguire anche la
passione per il teatro e la musica. Le persone tendono a dire che
bisogna concentrarsi su una cosa sola… non ascoltate queste
stronzate. Accettate ciò chi siete davvero. Chi sa di avere una
passione, non deve lasciarla andare.”
Da Il gladiatore a
Noah, i ruoli più iconici di Russell Crowe
Crowe inizia poi a rispondere alle
domande del pubblico, le prime delle quali sono dedicate ai segreti
del mestiere dell’attore. “Il lavoro dell’attore non è
semplice. – racconta Crowe – Personalmente vivo delusioni
su base quotidiana. Ogni volta che recito una scena, poi torno a
casa, ci ripenso e se mi viene in mente un modo migliore in cui
avrei potuto interpretare quella scena, ecco che sono deluso da me
stesso. Accade ogni volta e posso solo conviverci. Ma l’importante
è compiacere il regista, la sua visione, e se ti chiede una cosa tu
devi dargli precisamente quella cosa.”
“Io sono stato fortunato nel
saper dare a Ridley Scott
ciò che egli voleva sul set di Il gladiatore.
Allo stesso tempo non si può essere totalmente senza controllo.
L’attore è il burattinaio di sé stesso, deve sapere come
controllarsi per raggiungere un determinato obiettivo. Ad esempio,
proprio sul set di Il gladiatore Scott mi chiese di tirar fuori una
serie di emozioni particolarmente forti nel momento in cui Massimo
Decimo Meridio vede il corpo di sua moglie morta. Per riuscirci ho
dovuto far affidamento a tutto il mio autocontrollo, un’esperienza
estremamente difficile e dolorosa. A ripresa ultimata ero stremato
e Scott estremamente soddisfatto, solo che poi mi ha chiesto di
ripetere il tutto ancora una volta”.
Foto tratta dal profilo Instagram di Alice nella
Città.
“Per quanto riguarda il ruolo
più complesso che abbia mai dovuto affrontare, – continua poi
l’attore – questo è sicuramente quello di John NashinA BeautifulMind. Dovevamo mostrare i numerosi
tic che il personaggio sviluppa al peggiorare della sua malattia e
così sono arrivato al punto in cui mentre recitavo dovevo
ricordarmi di mostrare tutti e 16 i suoi tic. Da un punto di vista
fisico, invece, certamente Noah è stato un
film molto complesso. Abbiamo girato per 70 giorni e la metà di
questi eravamo sotto la pioggia artificiale, con un freddo estremo
e in più dovevi recitare le tue battute”.
“Prima parlavamo di delusioni,
– conclude poi Crowe – Les
Miserablesè ad esempio un film di cui sono
deluso. Chiariamoci, l’esperienza è stata straordinaria, recitare
in quel cast magnifico e potersi mettere alla prova con il canto.
Il film in sé mi piace molto, ciò che non mi piace è il modo in cui
è stato trattato il mio personaggio. Al montaggio hanno tagliato
molte cose ed è venuto fuori qualcosa che non riconoscevo più come
mio. All’anteprima di New York ho lasciato la sala per questo
motivo, ero troppo deluso”.
Russell Crowe: un attore devoto ai dialoghi
In conclusione dell’incontro, a
Crowe viene chiesto cos’è che lo motiva nello scegliere un ruolo
piuttosto che un altro e l’attore non ha dubbi: i dialoghi. “Io
amo i dialoghi. Mi innamoro delle battute che devo recitare. Non
importa se questo comporta doversi alzare alle quattro del mattino
a patto che io poi possa avere la possibilità di dire le battute di
cui mi sono innamorato. Ciò non vuol dire che il mio personaggio
debba essere necessariamente il protagonista. Posso avere anche
solo due battute in tutto il film, ma quelle battute devono essere
oro.Naturalmente mi interessa anche che la storia sia
buona, ma fondamentalmente sono uno che per un buon dialogo si
venderebbe”.