The Bride! potrebbe diventare uno
dei casi più interessanti dell’anno tra cinema e streaming. Il film
sci-fi vietato ai minori con Christian Bale, dopo un
disastroso risultato al box office mondiale, è infatti diventato
improvvisamente il film più visto su HBO
Max in decine di Paesi. Un ribaltamento sorprendente per quello
che, fino a poche settimane fa, veniva considerato uno dei più
grandi flop cinematografici del 2026.
Diretto da Maggie Gyllenhaal,
The
Bride! reinterpretava il mito di Frankenstein attraverso
una versione più oscura, romantica e disturbante del celebre
universo horror. Nonostante un cast enorme che includeva anche
Jessie Buckley, Jake Gyllenhaal, Penélope Cruz e Annette Bening, il film
aveva incassato appena 23,9 milioni di dollari nel mondo a fronte
di un budget stimato intorno ai 90 milioni.
La situazione è però cambiata completamente con l’arrivo su HBO Max
il 22 maggio. Secondo i dati di FlixPatrol, nel giro di appena due
giorni il film è diventato il titolo più visto della piattaforma a
livello globale, raggiungendo il primo posto in Paesi come Stati
Uniti, Germania, Spagna e Australia. Ed è proprio questo
ribaltamento a mostrare ancora una volta quanto il rapporto tra
cinema e streaming sia ormai profondamente cambiato.
The Bride! conferma che l’horror
sci-fi adulto oggi funziona meglio in streaming che al cinema
Il caso di The Bride!
racconta perfettamente una trasformazione che Hollywood continua
ancora a faticare a comprendere. Film adulti, autoriali e
visivamente eccentrici come questo stanno diventando sempre più
difficili da vendere nelle sale, ma trovano invece enorme successo
sulle piattaforme streaming, dove il pubblico è più disposto a
sperimentare e recuperare titoli ignorati al cinema.
Il film di Maggie Gyllenhaal aveva probabilmente un problema di
posizionamento. Troppo oscuro per il grande pubblico blockbuster,
troppo costoso per essere percepito come horror di nicchia, e
troppo strano per il pubblico generalista. Ma proprio questi
elementi sembrano aver funzionato perfettamente su HBO Max, dove il
film può essere scoperto senza il “rischio” economico del biglietto
cinematografico.
Anche il momento culturale conta molto. Negli ultimi anni il
pubblico streaming ha mostrato un interesse crescente per
reinterpretazioni gotiche e moderne dei mostri classici. Il
successo del Frankenstein di
Guillermo del
Toro su Netflix nel 2025 aveva già dimostrato quanto questo
immaginario continui ad avere forza globale. The Bride! si inserisce esattamente dentro
quella tendenza, ma con un’estetica molto più punk, tragica e
visivamente aggressiva.
Il successo streaming del film dimostra quindi che il concetto di
“flop” sta diventando sempre più ambiguo. The Bride! ha fallito economicamente nelle
sale, ma sta trovando ora un pubblico enorme online, trasformandosi
lentamente in uno di quei film destinati probabilmente a essere
rivalutati molto più nel tempo che al momento dell’uscita
cinematografica.
Il
primo teaser di Vought
Rising, il nuovo spin-off di The
Boys, ha già mostrato una differenza enorme
rispetto alla serie originale: Stormfront parla in modo
completamente diverso. Nel trailer, infatti, il personaggio
interpretato da Aya Cash utilizza
apertamente un forte accento tedesco, dettaglio che ha
immediatamente attirato l’attenzione dei fan del franchise Prime Video.
La
scelta non è casuale. In The Boys – stagione 2,
Stormfront si presentava infatti come una moderna influencer
americana dal tono ironico e provocatorio, nascondendo
completamente le proprie origini naziste dietro un’identità
costruita appositamente per manipolare l’opinione pubblica. Solo
successivamente la serie rivelava che il personaggio era in realtà
Clara Vought, una delle prime superumane create con il Compound V e
profondamente legata all’ideologia suprematista.
Vought Rising, però,
sarà ambientato molto prima degli eventi principali della saga,
negli anni ’50, in un periodo in cui Clara non ha ancora bisogno di
nascondere davvero chi sia. Ed è proprio questo che spiega il
cambiamento della voce e dell’accento nel teaser: la serie mostrerà
probabilmente la versione più autentica e pericolosa del
personaggio, prima della costruzione pubblica della figura di
Stormfront.
Vought Rising sembra voler
trasformare Clara Vought nella vera grande villain dell’universo di
The Boys
Il teaser suggerisce inoltre che Clara avrà un ruolo molto più
centrale di quanto inizialmente immaginato. Sebbene Vought Rising venga presentata come una
sorta di thriller investigativo con Soldier Boy e Clara coinvolti
in un misterioso omicidio, tutto il materiale promozionale sembra
indicare Stormfront come la vera mente oscura della storia.
Questo avrebbe perfettamente senso anche rispetto alla continuity
di The Boys. Il
personaggio è infatti uno dei più influenti dell’intero franchise:
non solo per la sua ideologia, ma perché rappresenta il legame
diretto tra la nascita della Vought, il Compound V e la corruzione
sistemica che definirà il mondo della serie principale. Anche
quando non è fisicamente presente, la sua influenza continua a
pesare sulle decisioni di Soldier Boy e sull’evoluzione stessa dei
Supes.
La nuova serie dovrà inoltre spiegare come Clara sia passata
dall’identità di Liberty a quella di Stormfront, costruendo una
nuova immagine pubblica capace di sopravvivere per decenni senza
destare sospetti. Ed è qui che il cambio di accento diventa
narrativamente importante: mostra che Stormfront non stava
semplicemente fingendo di essere un’altra persona, ma stava
letteralmente riscrivendo la propria identità per adattarsi
all’America contemporanea.
Più che un semplice prequel, Vought Rising sembra quindi voler raccontare la nascita
ideologica del mondo di The
Boys, mostrando come Vought abbia costruito il proprio potere
fin dall’inizio attraverso propaganda, manipolazione e controllo
dell’immagine pubblica. E Clara Vought potrebbe essere il
personaggio che incarna meglio di tutti questa origine oscura.
Jonny Coyne ha
rivelato che il suo personaggio in The Mandalorian & Grogu doveva
inizialmente avere un ruolo molto più ampio nella quarta stagione
della serie Disney+, prima che Lucasfilm decidesse
di trasformare il progetto in un film cinematografico. L’attore
interpreta Lord Janu Coin, uno dei principali antagonisti del nuovo
capitolo di Star
Wars, ma secondo le sue dichiarazioni il personaggio era
stato pensato originariamente per apparire in numerosi episodi
della stagione 4 di The
Mandalorian.
Coyne ha raccontato di essere stato “ingaggiato per moltissimi
episodi” della quarta stagione prima che i piani cambiassero
radicalmente tra scioperi SAG-AFTRA, rallentamenti produttivi e
nuove strategie interne di Disney e Lucasfilm. L’attore ha spiegato
di aver addirittura pensato che la serie fosse stata cancellata
definitivamente, prima di essere richiamato per il film e scoprire
che il suo ruolo sarebbe diventato “significativamente importante”.
È stato poi Jon
Favreau a contattarlo personalmente per
spiegargli la nuova direzione del personaggio.
La rivelazione è particolarmente interessante perché conferma
indirettamente qualcosa che molti fan sospettavano già: The Mandalorian &
Grogu sembra riutilizzare gran parte delle idee
originariamente pensate per la stagione 4 della serie. Favreau
aveva infatti completato gli script prima che Lucasfilm decidesse
di spostare il franchise verso il cinema, e tutto lascia pensare
che diversi elementi narrativi siano stati adattati dentro il nuovo
film.
Lord Janu Coin potrebbe essere il
collegamento chiave tra The Mandalorian, Thrawn e il futuro di Star
Wars
Il personaggio di Janu Coin era apparso inizialmente quasi in
sordina nella terza stagione di The Mandalorian, come membro del Consiglio Ombra
dell’Impero. Ma il film ha trasformato quel breve cameo in qualcosa
di molto più importante, rendendolo uno dei volti principali
dell’Imperial Remnant.
La cosa interessante è che il personaggio sembra perfettamente
costruito per collegare le diverse storyline della nuova era
Star
Wars. Nella terza stagione Coin parlava apertamente
del potenziale economico legato al “saccheggio delle rotte
iperspaziali”, dettaglio che già suggeriva un antagonista meno
ideologico e più interessato al potere economico e criminale
lasciato dal crollo dell’Impero.
Ora che il personaggio è sopravvissuto agli eventi del film ed è
prigioniero della Nuova Repubblica, Lucasfilm potrebbe facilmente
riutilizzarlo sia in un eventuale The Mandalorian 4 sia nella seconda
stagione di Ahsoka, dove il ritorno del Grande Ammiraglio
Thrawn diventerà
centrale. Ed è proprio qui che la notizia diventa importante per il
futuro del franchise: Lord Janu Coin sembra essere uno dei primi
personaggi progettati esplicitamente per attraversare più
produzioni della nuova saga post-Return of the Jedi.
Le dichiarazioni di Coyne confermano quindi quanto Lucasfilm stia
ancora riorganizzando internamente la propria narrativa televisiva
e cinematografica. Ma mostrano anche che il passaggio da serie a
film non è stato una semplice cancellazione: è stata piuttosto una
trasformazione strutturale della stessa storia.
Il
sequel di F1 è già in fase di sviluppo, ma il ritorno
di Brad
Pitt nei panni di Sonny Hayes non
arriverà rapidamente. A confermarlo è stata Kerry
Condon, che ha aggiornato sullo stato del
progetto spiegando come il film stia procedendo dietro le quinte,
ma con tempistiche inevitabilmente molto più lunghe del
previsto.
Secondo l’attrice, il team creativo sarebbe molto soddisfatto della
nuova sceneggiatura, ma il vero problema riguarda la complessa
organizzazione produttiva del franchise. “Tutti amano lo script”,
ha dichiarato Condon, aggiungendo però che bisognerà aspettare la
disponibilità del regista Joseph Kosinski e
soprattutto coordinare nuovamente il tutto con il calendario reale
della Formula 1. “Potrebbe volerci un po’ di tempo, ma penso che
vada bene così”, ha spiegato l’attrice.
La
dichiarazione conferma quanto il successo del primo film sia stato
legato proprio alla sua costruzione produttiva estremamente
particolare. F1 non era
infatti soltanto un blockbuster sportivo tradizionale: gran parte
delle riprese erano state realizzate durante veri weekend di Gran
Premi, con il cast immerso direttamente nei circuiti ufficiali
della Formula 1. Una scelta che aveva dato al film un livello di
autenticità visiva raramente visto nel cinema sportivo
contemporaneo.
Il vero problema di F1 2 è che il
franchise dipende dalla Formula 1 reale
Il primo F1 è riuscito a
distinguersi da quasi tutti i racing movie moderni proprio perché
evitava di affidarsi esclusivamente a green screen e CGI. La
produzione aveva inserito realmente Brad Pitt e il
cast dentro il paddock della Formula 1, girando accanto a team,
piloti e pubblico reale. Ed è proprio questa componente a rendere
il sequel molto più difficile da organizzare rispetto a un
blockbuster tradizionale.
Joseph Kosinski, dopo il successo di
Top Gun: Maverick e dello stesso
F1, è inoltre diventato
uno dei registi più richiesti di Hollywood. Coordinare il suo
calendario con quello del campionato mondiale di Formula 1
rappresenta quindi una sfida produttiva enorme. Ma è anche ciò che
potrebbe continuare a rendere il franchise unico.
Il primo film aveva funzionato non soltanto grazie allo spettacolo
delle gare, ma perché riusciva a raccontare il mondo della Formula
1 con un livello di immersione raramente raggiunto dal cinema
mainstream. Il personaggio di Sonny Hayes incarnava perfettamente
questa idea: un pilota veterano costretto a confrontarsi con uno
sport sempre più veloce, tecnologico e spietato.
Il finale lasciava chiaramente spazio a un seguito, soprattutto per
quanto riguarda il futuro emotivo e professionale di Sonny dopo il
suo ritorno in pista. E considerando che F1 è diventato uno dei più grandi successi
cinematografici di Apple, oltre a ottenere attenzione anche durante
la stagione dei premi, è evidente che il sequel rappresenti ormai
una priorità strategica per la piattaforma.
La vera domanda, però, è se F1 2 riuscirà a mantenere quella stessa autenticità
pratica e quasi documentaristica che aveva trasformato il primo
film in qualcosa di molto più credibile e immersivo rispetto alla
maggior parte dei blockbuster sportivi moderni.
Mads Mikkelsen è pronto
a tornare nei panni di Hannibal Lecter, ma a una precisa
condizione. Durante una nuova intervista promozionale per The Last Viking,
l’attore ha infatti spiegato che accetterebbe volentieri di
riprendere il ruolo nella serie cult creata da Bryan Fuller, ma
soltanto se il progetto manterrà la struttura seriale originale.
Per Mikkelsen, infatti, l’Hannibal costruito da Fuller “è un
animale televisivo” e non un personaggio pensato per un semplice
film di un paio d’ore.
L’attore ha spiegato che la scrittura di Fuller funziona
soprattutto nel lungo formato, grazie alla capacità dello
showrunner di sviluppare lentamente personaggi, relazioni e
tensione psicologica nell’arco di tredici o quattordici episodi.
“Può convincermi a fare un film, certo”, ha dichiarato Mikkelsen,
“ma il suo modo di raccontare è molto più adatto alla televisione”.
Una posizione che conferma quanto la forza di Hannibal fosse
legata non soltanto al personaggio principale, ma soprattutto al
ritmo ipnotico e stratificato della serie NBC andata in onda tra il
2013 e il 2015.
Mikkelsen ha inoltre sottolineato come il tempo stia diventando un
fattore sempre più importante per un eventuale ritorno. “Il tempo
scorre”, ha dichiarato l’attore, ricordando che sono ormai passati
oltre dieci anni dalla cancellazione della serie. “Restiamo giovani
finché possiamo, ma poi improvvisamente diventiamo troppo vecchi.”
Una frase che rende evidente quanto il cast stesso percepisca la
possibilità di una quarta stagione come qualcosa che dovrà
eventualmente concretizzarsi in tempi relativamente brevi.
Il vero ostacolo di Hannibal 4
non è il cast ma i diritti della serie
Negli ultimi anni l’idea di una quarta stagione di Hannibal è rimasta costantemente viva
grazie alla crescita del fandom streaming e alla riscoperta della
serie da parte di nuove generazioni di spettatori. Il problema
principale, però, non è mai stato l’interesse del cast. Sia Mads
Mikkelsen che Hugh Dancy hanno più
volte espresso entusiasmo per un possibile ritorno.
L’ostacolo reale riguarda piuttosto i complessi diritti legati
all’universo creato da Thomas Harris. Bryan
Fuller aveva già definito la situazione “molto complicata”,
spiegando come i diritti dei personaggi e delle opere siano
frammentati tra diverse entità produttive. È anche per questo che
la serie non ha mai potuto adattare ufficialmente Il silenzio degli
innocenti, nonostante Fuller abbia spesso dichiarato il
desiderio di portare Clarice Starling dentro il proprio universo
narrativo.
Ed è proprio qui che Hannibal continua a distinguersi rispetto a molte altre
serie revival contemporanee. Il pubblico non chiede semplicemente
nostalgia o reunion: chiede la continuazione di uno stile visivo e
narrativo che, negli anni, è diventato quasi irripetibile. La
versione di Hannibal interpretata da Mikkelsen non cercava infatti
di imitare quella iconica di Anthony Hopkins, ma
costruiva un personaggio completamente diverso: più elegante,
malinconico e disturbante.
Per questo un eventuale ritorno di Hannibal funzionerebbe soltanto mantenendo intatta
quella struttura seriale lenta, psicologica e profondamente
autoriale che aveva trasformato la serie NBC in uno degli horror
televisivi più sofisticati degli ultimi vent’anni.
Quando uscì nel 2008,
Come un uragano (Nights in Rodanthe)
venne immediatamente associato alla tradizione dei melodrammi
romantici tratti dai romanzi di Nicholas
Sparks. Eppure il film diretto da George C.
Wolfe possiede una malinconia più adulta rispetto ad altri
adattamenti dello scrittore americano. Al centro della storia non
c’è l’idealizzazione dell’amore adolescenziale, ma il tentativo di
due persone ferite di ritrovare sé stesse nel momento in cui la
vita sembra ormai aver preso una direzione irreversibile.
Adrienne, interpretata da Diane Lane, è una donna schiacciata dal
tradimento del marito e dal rapporto difficile con la figlia.
Paul, a cui dà volto Richard Gere, è invece un uomo divorato dal
senso di colpa e incapace di perdonarsi per gli errori commessi
come medico e come padre.
Il finale di Come un
uragano colpisce proprio perché evita la consolazione
classica del romance hollywoodiano. La relazione tra Adrienne e
Paul nasce durante pochi giorni sospesi nel tempo, in una locanda
battuta dall’oceano e dall’uragano imminente, ma ciò che sembra
inizialmente una fuga emotiva si trasforma progressivamente in
qualcosa di più profondo. Quando il film conduce verso la tragedia
finale, il racconto cambia natura: non parla più della possibilità
di vivere per sempre accanto alla persona amata, ma dell’impatto
che un incontro può avere sull’esistenza di qualcuno. L’amore, qui,
non viene misurato dalla durata, ma dalla capacità di trasformare
chi lo vive.
George C. Wolfe trasforma il
melodramma romantico di Nicholas Sparks in una riflessione sul
rimpianto e sulle seconde possibilità
Pur muovendosi dentro le
coordinate tipiche del cinema sentimentale tratto da
Nicholas Sparks, Come un uragano
cerca continuamente una dimensione più intimista e malinconica. Il
regista George C. Wolfe, noto soprattutto per il
suo lavoro teatrale e per film come Ma Rainey’s Black Bottom, costruisce una
narrazione che punta meno sugli slanci romantici e più sui silenzi,
sugli sguardi e sulle fragilità dei protagonisti. La scelta di
affidare i ruoli principali a Richard Gere e Diane Lane, già amatissimi insieme dopo
Unfaithful, contribuisce a dare al film una
maturità emotiva rara nel genere.
Adrienne e Paul non sono
personaggi che cercano l’amore in senso astratto. Entrambi stanno
tentando di sopravvivere a un fallimento personale. Lei è
intrappolata in una vita familiare segnata dal tradimento e dalla
disillusione; lui è perseguitato dal ricordo di una paziente morta
sotto i ferri e dal rapporto ormai quasi inesistente con il figlio
Mark. La locanda di Rodanthe diventa allora uno spazio sospeso,
lontano dalle responsabilità quotidiane e dalle identità sociali
che i due personaggi si portano addosso. L’uragano che incombe
sulla costa della Carolina del Nord assume un valore simbolico
evidente: rappresenta il caos emotivo che entrambi stanno
attraversando.
Il film lavora molto sull’idea
di ricostruzione. Durante la tempesta, Adrienne e Paul proteggono
insieme la locanda dalle onde e dal vento, quasi come se stessero
cercando di salvare anche sé stessi dalla distruzione interiore. È
in questo contesto che nasce il loro legame. Le conversazioni
notturne, il confronto sui rispettivi rimpianti e la vulnerabilità
condivisa creano un’intimità che va oltre il semplice
innamoramento. Come un uragano suggerisce infatti
che certe relazioni arrivino nella vita per cambiare profondamente
il nostro modo di guardare il mondo, anche quando il tempo a
disposizione è minimo.
La spiegazione del finale di
Come un uragano: la morte di Paul trasforma la storia d’amore in un
percorso di guarigione
Dopo i giorni trascorsi insieme
a Rodanthe, Adrienne e Paul si separano promettendosi di
ritrovarsi. Lui parte per l’Ecuador per aiutare il figlio Mark,
impegnato come medico in una comunità povera. È una scelta
fondamentale perché dimostra quanto l’incontro con Adrienne abbia
cambiato Paul. Prima della loro relazione, il chirurgo era un uomo
emotivamente bloccato, incapace di affrontare il dolore provocato
dai propri errori. Grazie ad Adrienne trova invece il coraggio di
riconnettersi con il figlio e di affrontare finalmente il senso di
colpa che lo perseguitava.
La loro relazione continua
attraverso lettere intense e intime, uno degli elementi più
romantici e malinconici del film. Quelle lettere diventano il
simbolo di un amore adulto, fatto di attesa e di condivisione
emotiva più che di presenza fisica. Lo spettatore viene portato
naturalmente ad aspettarsi la reunion finale tra i due personaggi.
È qui che il film spezza deliberatamente le convenzioni del
genere.
Quando Paul non si presenta
all’appuntamento previsto, Adrienne scopre dal figlio Mark che
l’uomo è morto in una frana mentre cercava di salvare delle
forniture mediche. La tragedia arriva improvvisa e senza enfasi
melodrammatica e proprio per questo risulta devastante. Paul muore
nel momento in cui aveva finalmente ritrovato uno scopo umano e
affettivo. La sua morte non viene però raccontata come una
punizione tragica, bensì come il completamento di un percorso di
redenzione.
Mark ringrazia Adrienne per
avergli restituito il padre che ricordava da bambino, ed è
probabilmente la frase più importante dell’intero finale. Paul,
attraverso l’amore vissuto con Adrienne, è riuscito a recuperare la
parte migliore di sé stesso. Il film suggerisce così che alcune
relazioni abbiano il potere di guarire ferite profonde anche quando
non sono destinate a durare nel tempo.
Il vero tema del film è la
capacità dell’amore di lasciare un segno permanente anche dopo la
perdita
La parte finale di Come
un uragano si concentra sul lutto e sulla trasformazione
emotiva di Adrienne. Dopo aver perso Paul, la donna attraversa un
dolore silenzioso e difficile da comunicare. Il film evita scene
eccessivamente enfatiche e preferisce mostrare la sofferenza
attraverso piccoli gesti quotidiani e attraverso il rapporto con la
figlia Amanda. È significativo che proprio Amanda, inizialmente
distante e ribelle, spinga la madre a raccontare finalmente la
storia vissuta con Paul.
Questo passaggio cambia il
significato dell’intero film. La relazione tra Adrienne e Paul
smette di essere soltanto una parentesi romantica e diventa
un’eredità emotiva da trasmettere. Adrienne racconta alla figlia
cosa significhi incontrare un amore autentico e la incoraggia a
cercare nella vita qualcosa di altrettanto vero. In quel momento il
dolore personale si trasforma in consapevolezza.
Il film parla anche del rapporto
tra amore e memoria. Paul continua a vivere attraverso le lettere,
i ricordi e il cambiamento che ha lasciato negli altri personaggi.
Persino la scelta finale di Adrienne di tornare a Rodanthe assume
un valore terapeutico. Quel luogo, inizialmente associato alla
tempesta e alla passione, diventa uno spazio di elaborazione del
lutto. Guardando i cavalli selvaggi sulla spiaggia e tornando sul
molo dove aveva danzato con Paul, Adrienne comprende che il dolore
non cancella la bellezza di ciò che ha vissuto.
La morte di Paul suggerisce che
l’amore adulto nel cinema di Nicholas Sparks sia legato
inevitabilmente alla perdita
Molti film tratti dai romanzi di
Nicholas Sparks ruotano attorno all’idea che i
sentimenti più intensi siano inseparabili dalla sofferenza. In
Come un uragano, però, questa dinamica assume un
tono più maturo rispetto a opere come Le pagine della nostra vita o I passi
dell’amore. Qui la tragedia non serve soltanto a
commuovere lo spettatore, ma diventa uno strumento per riflettere
sul tempo e sulle occasioni perdute.
Paul e Adrienne si incontrano
troppo tardi. Entrambi portano sulle spalle vite già compromesse da
errori, rimpianti e relazioni fallite. Eppure proprio questa
consapevolezza rende il loro legame così intenso. Non stanno
inseguendo un sogno romantico adolescenziale; stanno cercando una
forma di pace interiore. La morte di Paul interrompe brutalmente
quella possibilità di futuro condiviso, ma il film suggerisce che
la loro relazione abbia comunque avuto un valore assoluto.
C’è anche un aspetto quasi
spirituale nel modo in cui il finale viene costruito. Paul muore
tentando di salvare vite umane, compiendo finalmente un gesto che
lo libera dal senso di colpa legato alla morte della paziente
all’inizio del film. La sua fine assume quindi il significato di
una riconciliazione morale. Adrienne, dal canto suo, impara ad
accettare che l’amore non possa proteggerci dalla perdita, ma possa
comunque cambiare radicalmente il modo in cui affrontiamo il
mondo.
Il finale di Come un uragano
racconta che alcuni amori durano per sempre proprio perché
finiscono troppo presto
Il finale di Come un
uragano è costruito attorno a un paradosso emotivo molto
potente. Adrienne e Paul vivono insieme pochissimo tempo, eppure
quell’incontro segna per sempre le loro esistenze. Il film
suggerisce che la profondità di un amore non dipenda dalla sua
durata cronologica, ma dalla capacità di trasformare chi lo vive.
Paul riesce finalmente a riavvicinarsi al figlio e a ritrovare
umanità; Adrienne smette di considerarsi una donna bloccata in una
vita fallita e recupera il coraggio di aprirsi emotivamente.
L’ultima sequenza sulla spiaggia
sintetizza perfettamente questo significato. Adrienne torna nel
luogo dove tutto era iniziato e osserva il paesaggio insieme ai
figli e alla sua amica. Non c’è una riconciliazione miracolosa, né
una consolazione totale. Rimane il dolore della perdita, ma accanto
a quel dolore esiste anche la gratitudine per aver vissuto qualcosa
di autentico.
In questo senso il titolo del
film diventa estremamente significativo. Paul entra nella vita di
Adrienne come un uragano: sconvolge il suo equilibrio, lascia
ferite profonde, ma dopo il passaggio della tempesta nulla resta
più uguale. Il finale racconta proprio questo. Alcuni incontri
arrivano per distruggere le difese che abbiamo costruito attorno a
noi e costringerci a ricominciare. Anche quando finiscono,
continuano a vivere dentro chi li ha amati.
Quando nel 2016 James
Gray porta al cinema Civiltà
perduta (leggi
qui la recensione), il regista americano realizza uno dei suoi
film più anomali e personali. Apparentemente si tratta di
un’avventura
classica ambientata nella giungla amazzonica, con esploratori
britannici, tribù sconosciute e misteri archeologici. In realtà il
film utilizza il linguaggio dell’epica coloniale per raccontare
qualcosa di molto più intimo: il bisogno umano di lasciare un
segno, la tensione verso l’ignoto e il prezzo devastante
dell’ossessione. La storia vera di Percy Fawcett,
interpretato da Charlie Hunnam, diventa così una riflessione
sulla modernità, sull’arroganza dell’Occidente e sul desiderio
quasi spirituale di appartenere a un luogo che sfugge alla logica
razionale.
Il finale di Civiltà
perduta è volutamente ambiguo e proprio per questo
continua ancora oggi a essere discusso. James Gray
evita la soluzione spettacolare tipica del cinema avventuroso e
sceglie invece una conclusione sospesa, quasi metafisica, che
trasforma la ricerca della città perduta in una sorta di viaggio
interiore. L’ultima immagine di Nina Fawcett che
attraversa il riflesso di uno specchio verso una giungla
immaginaria suggerisce infatti che “Z” non sia soltanto una civiltà
nascosta, ma un’idea capace di divorare chiunque la insegua. È
questo il cuore del film: l’esplorazione come fede assoluta, come
richiamo irresistibile che supera la realtà stessa.
James Gray trasforma il
classico film d’avventura in una riflessione malinconica
sull’ossessione e sul fallimento dell’uomo occidentale
Fin dai primi minuti,
Civiltà perduta si distingue dal tradizionale
racconto di esplorazione. James Gray, autore di
film come I padroni della notte, Two
Lovers e Ad
Astra, ha sempre costruito storie di uomini incapaci
di trovare un equilibrio tra desiderio personale e responsabilità
emotive. In questo caso trasferisce quel conflitto nel contesto
storico dell’imperialismo britannico del primo Novecento.
Percy Fawcett parte inizialmente per il Sud
America come ufficiale in cerca di prestigio sociale, umiliato
dall’aristocrazia inglese a causa delle origini controverse del
padre. La giungla amazzonica diventa quindi la possibilità di
riscrivere il proprio destino e ottenere finalmente
riconoscimento.
Ma il film sovverte
progressivamente l’immaginario coloniale. Dove molti racconti
d’avventura dipingevano l’Amazzonia come uno spazio barbaro da
conquistare, Gray la rappresenta come un luogo
vivo e insondabile, davanti al quale la cultura europea appare
limitata e arrogante. La convinzione di Fawcett
che possa esistere una civiltà avanzata nel cuore della foresta
viene accolta con scherno dalla Royal Geographical Society perché
contraddice il razzismo scientifico dell’epoca. La città di Z
assume quindi anche un valore politico: dimostrare la sua esistenza
significherebbe riconoscere che l’Occidente non è il centro
assoluto della civiltà umana. È qui che il film entra davvero nel
territorio dell’ossessione. Più Fawcett si
avvicina all’idea di Z, più si allontana dalla sua famiglia, dalla
società inglese e persino da una vita normale.
La regia di
Gray insiste continuamente su questa tensione. Le
inquadrature nella giungla sembrano inghiottire i personaggi,
mentre il montaggio evita quasi sempre il senso di conquista
eroica. Ogni spedizione lascia dietro di sé morti, isolamento e
frustrazione. Persino la Prima guerra mondiale, che interrompe
momentaneamente la ricerca, appare come un’estensione della follia
occidentale che Fawcett aveva già intuito
osservando il disprezzo europeo verso le popolazioni indigene.
Quando il protagonista torna dall’inferno delle trincee, la città perduta non è più
soltanto una scoperta archeologica: è diventata una necessità
esistenziale.
La spiegazione del finale di
Civiltà perduta: cosa succede davvero a Percy Fawcett e perché il
film sceglie l’ambiguità
Nell’ultima parte del film,
ambientata negli anni Venti, Percy Fawcett vive
ormai ai margini della società britannica. Le sue teorie sono
diventate leggendarie, ma anche motivo di scherno. Gli americani
finanziano una nuova spedizione e lui decide di affrontare l’ultima
traversata insieme al figlio Jack, finalmente riconciliato con il
padre dopo anni di rancore. Questa scelta è fondamentale perché
modifica completamente il senso della ricerca. All’inizio del film
Fawcett inseguiva Z per riscattare se stesso; ora
vuole condividere quella missione con qualcuno che ama, quasi come
se cercasse una forma di eredità spirituale.
Durante il viaggio finale, padre
e figlio vengono catturati da una tribù indigena. I membri della
tribù sostengono che i loro spiriti “non appartengano completamente
a questo mondo” e li conducono in una cerimonia rituale. Dopo
essere stati drogati, i due vengono portati via e il film non
mostra mai esplicitamente la loro morte. Questa scelta narrativa ha
generato numerose interpretazioni. Alcuni leggono la scena come una
semplice esecuzione simbolicamente rappresentata. Altri credono che
Fawcett e Jack abbiano davvero trovato una
comunità nascosta e deciso di restare con essa, rinunciando
definitivamente alla civiltà occidentale.
James Gray
costruisce volutamente questa ambiguità perché il destino concreto
dei personaggi conta meno della trasformazione che hanno
attraversato. Nel momento in cui vengono accolti dalla tribù,
Fawcett smette di essere un conquistatore. Non sta
più cercando di imporre la propria visione sul mondo, ma sembra
finalmente disposto a lasciarsi assorbire da qualcosa di più
grande. La città di Z diventa quindi un simbolo spirituale, quasi
una dimensione mentale in cui il protagonista può liberarsi
dell’ossessione sociale che lo aveva perseguitato per tutta la
vita.
L’ultima scena con Nina
Fawcett, interpretata da Sienna Miller, rafforza ulteriormente questa
lettura. Quando mostra la bussola restituita dal marito e
attraversa il riflesso dello specchio che si trasforma nella
giungla, il film suggerisce che l’ossessione di Z continui a vivere
anche in lei. Non è una semplice fantasia romantica: è la
dimostrazione che la ricerca di qualcosa di irraggiungibile può
sopravvivere persino alla morte e contaminare chi resta.
La città di Z come simbolo del
desiderio umano di trascendere i limiti della realtà e della
storia
Il vero tema di Civiltà
perduta non riguarda l’esistenza concreta della città
perduta. Il film parla del bisogno umano di credere che esista
qualcosa oltre ciò che conosciamo. Percy Fawcett è
ossessionato da Z perché rappresenta la possibilità di sfuggire a
un mondo dominato da gerarchie sociali, guerre e pregiudizi. In
Inghilterra viene trattato come un uomo incompleto; nella giungla,
invece, intravede la possibilità di reinventarsi.
La grande intuizione di
James Gray è mostrare come questa ricerca abbia un
costo devastante. Ogni spedizione allontana
Fawcett dalla moglie e dai figli, trasformandolo
progressivamente in una figura quasi fantasmagorica. Persino Jack
cresce nutrendo rabbia verso il padre, convinto che l’Amazzonia
conti più della famiglia. Quando finalmente decide di seguirlo, il
ragazzo comprende però che quella ricerca non nasce soltanto
dall’ambizione personale. Per Fawcett, Z è la
prova che il mondo può essere più complesso e misterioso di quanto
l’Occidente voglia ammettere.
Anche il rapporto con le
popolazioni indigene è centrale. Il film evita di rappresentarle
come semplici ostacoli esotici e suggerisce invece che siano
depositarie di un sapere incomprensibile agli europei. La giungla
diventa quasi un organismo spirituale che seleziona chi può
attraversarla. Per questo motivo l’ultima spedizione assume i
contorni di un rito iniziatico. Fawcett non
conquista mai davvero l’Amazzonia: è l’Amazzonia che lentamente
conquista lui.
L’ambiguità dell’ultima scena
suggerisce che Percy Fawcett abbia trovato una nuova identità oltre
la civiltà occidentale
Molti spettatori si chiedono se
il finale lasci intendere che Fawcett sia
sopravvissuto. Storicamente la sua scomparsa resta un mistero
irrisolto, e il film sfrutta questa incertezza per amplificare il
proprio significato simbolico. La bussola restituita a
Nina sembra indicare che qualcuno abbia davvero
incontrato il protagonista dopo la spedizione, alimentando l’idea
che lui e Jack possano essere rimasti vivi presso una tribù
sconosciuta.
Ma il punto più interessante è
un altro: il film suggerisce che la vera “civiltà perduta” potrebbe
essere uno stato dell’anima. Nel corso della storia,
Fawcett perde progressivamente interesse verso il
riconoscimento pubblico. Persino la Royal Geographical Society, che
inizialmente rappresentava il traguardo del suo desiderio di
affermazione, finisce per apparire vuota e ipocrita. L’unico luogo
in cui il protagonista sembra davvero vivo è la foresta.
L’immagine finale dello specchio
è quindi fondamentale. Lo specchio separa due mondi: quello della
società moderna e quello dell’ignoto. Quando Nina
attraversa simbolicamente quel riflesso, il film suggerisce che Z
continui a esistere come richiamo emotivo, come promessa
impossibile da dimenticare. Non conta sapere se la città esista
davvero. Conta il fatto che alcuni esseri umani abbiano bisogno di
inseguirla.
Il finale di Civiltà perduta
racconta l’impossibilità di separare la scoperta dalla distruzione
personale
Il finale di Civiltà
perduta è profondamente malinconico perché mostra quanto
ogni grande ossessione comporti inevitabilmente una perdita.
Percy Fawcett trova forse ciò che cercava, ma per
arrivarci sacrifica la possibilità di vivere una vita normale
accanto alla famiglia. Eppure il film non giudica mai il
personaggio. James Gray guarda il suo protagonista
con compassione, quasi riconoscendo che il desiderio di superare i
limiti della realtà faccia parte della natura umana.
La conclusione suggerisce anche
che alcune verità non possano essere dimostrate scientificamente. Z
rimane un’idea sfuggente, una leggenda che resiste proprio perché
non viene mai mostrata chiaramente. È questo a rendere il film così
diverso dal classico cinema d’avventura: la meta conta meno del
viaggio spirituale che trasforma chi la cerca.
Alla fine,
Fawcett smette di appartenere completamente al
mondo occidentale molto prima della sua scomparsa fisica. La
giungla diventa il luogo in cui può finalmente liberarsi delle
aspettative sociali, dei fallimenti e delle umiliazioni che lo
perseguitavano fin dall’inizio. Per questo l’ultima immagine di
Nina immersa simbolicamente nell’Amazzonia appare
così potente: la ricerca di Z non termina con la morte o con la
sparizione di un uomo. Continua a vivere come mito, desiderio e
ossessione destinata a sopravvivere a chiunque provi a
raggiungerla.
Quando nel 1988 Tim Burton realizza Beetlejuice –
Spiritello porcello, il regista non è ancora diventato il
simbolo assoluto del gotico pop cinematografico che conosciamo
oggi, ma il film contiene già tutti gli elementi che renderanno il
suo immaginario immediatamente riconoscibile: outsider malinconici,
famiglie disfunzionali, mondi sospesi tra favola nera e commedia
surreale, oltre a un’estetica che trasforma la morte in uno
spettacolo grottesco e irresistibile. Dietro la comicità anarchica
di Beetlejuice e l’energia caotica di Michael Keaton, il film nasconde infatti una
riflessione molto più malinconica di quanto possa sembrare a un
primo sguardo. L’aldilà immaginato da Burton è un luogo dominato
dalla burocrazia, dalla solitudine e dall’incapacità di lasciar
andare il passato.
Il finale del film diventa
quindi fondamentale per comprendere il vero significato della
storia. Apparentemente tutto si conclude con la sconfitta di
Beetlejuice e con la pacifica convivenza tra vivi e morti nella
casa dei Maitland, ma la conclusione suggerisce qualcosa di più
profondo: il problema dei protagonisti non era la morte, bensì
l’isolamento emotivo. Adam e Barbara volevano proteggere la propria
casa dal mondo esterno, Lydia desiderava disperatamente qualcuno
che la comprendesse e perfino i Deetz cercavano un’identità dentro
un ambiente che percepivano come artificiale. Burton utilizza
allora l’horror soprannaturale per parlare di famiglia,
appartenenza e bisogno di connessione, trasformando il caos di
Beetlejuice in una sorta di detonatore emotivo che costringe tutti
i personaggi a cambiare.
Come Beetlejuice – Spiritello
porcello reinventa il cinema horror trasformando la morte in una
satira dell’America suburbana
Uno degli aspetti più innovativi
di Beetlejuice – Spiritello porcello riguarda il
modo in cui Tim
Burton utilizza l’aldilà come estensione caricaturale
della società americana. Adam e Barbara Maitland muoiono nei primi
minuti del film, eppure la loro morte non introduce un’atmosfera
tragica. Al contrario, Burton trasforma il passaggio
nell’oltretomba in una sorta di esperienza amministrativa assurda,
fatta di sale d’attesa, manuali burocratici e impiegati esausti. È
una scelta che permette al regista di prendere in giro la normalità
borghese americana, mostrando come persino dopo la morte le persone
rimangano intrappolate in sistemi rigidi e impersonali. In questo
senso il film anticipa molti dei temi che Burton svilupperà
successivamente in opere come Edward mani di forbice, La
sposa cadavere e Big Fish, dove il confine tra realtà e
fantasia diventa sempre uno strumento per criticare l’omologazione
sociale.
La casa dei Maitland assume un
ruolo centrale in questo discorso. Per Adam e Barbara rappresenta
il simbolo della loro vita ideale, uno spazio sicuro costruito
lontano dalla modernità aggressiva incarnata dai Deetz. Quando
Charles, Delia e Lydia si trasferiscono lì, il film mette in scena
uno scontro culturale preciso: da una parte l’America tradizionale
e rassicurante dei Maitland, dall’altra l’estetica urbana,
nevrotica e postmoderna dei nuovi arrivati. Delia, con le sue
sculture eccentriche e il suo bisogno costante di apparire
sofisticata, diventa quasi una caricatura dell’arte contemporanea
vissuta come status symbol. Burton osserva tutti questi personaggi
con ironia, senza trasformare davvero nessuno in un antagonista
assoluto. Persino i Deetz, inizialmente invasivi e superficiali,
vengono gradualmente mostrati come individui fragili e incapaci di
costruire relazioni autentiche.
Dentro questo caos emerge Lydia,
interpretata da una giovanissima Winona Ryder, destinata a diventare il vero
cuore emotivo del film. Lydia riesce a vedere Adam e Barbara
perché, come suggerisce implicitamente la storia, appartiene già a
una dimensione emotiva diversa rispetto agli adulti che la
circondano. È isolata, malinconica e attratta dalla morte perché si
sente invisibile nel mondo dei vivi. Burton costruisce così un
legame potentissimo tra Lydia e i Maitland: tre anime sole che
finiscono per riconoscersi reciprocamente.
La spiegazione del finale:
perché la sconfitta di Beetlejuice coincide con la nascita di una
nuova famiglia
La parte finale del film mette
in scena il momento in cui ogni personaggio comprende finalmente
cosa desidera davvero. Adam e Barbara avevano evocato Beetlejuice
per liberarsi dei Deetz, convinti che la loro felicità dipendesse
dall’isolamento totale dentro la casa che amavano. L’arrivo dello
“bio-esorcista”, però, trasforma rapidamente la situazione in un
incubo ingestibile. Beetlejuice non è interessato all’equilibrio o
alla convivenza: rappresenta il caos assoluto, l’egoismo e il
desiderio incontrollato di soddisfare i propri impulsi. Il suo
piano di sposare Lydia per ottenere accesso permanente al mondo dei
vivi rende esplicita questa natura predatoria.
Quando Lydia accetta il
matrimonio pur di salvare Adam e Barbara dall’esorcismo accidentale
di Otho, il film raggiunge il proprio punto più oscuro. Lydia è
pronta a sacrificarsi perché finalmente ha trovato qualcuno
disposto a prendersi cura di lei. È un dettaglio fondamentale,
perché dimostra quanto il personaggio si sentisse emotivamente
abbandonato prima dell’incontro con i Maitland. La reazione di Adam
e Barbara cambia completamente la direzione della storia: per la
prima volta smettono di pensare alla casa come proprietà privata e
iniziano a considerarla uno spazio condiviso da proteggere insieme
agli altri.
La sconfitta di Beetlejuice
arriva attraverso l’intervento del verme delle sabbie proveniente
da Titan, creatura già introdotta in precedenza come simbolo del
caos incontrollabile dell’aldilà. Barbara riesce a cavalcarlo fino
alla casa, dove il mostro divora Beetlejuice e lo rispedisce nella
sala d’attesa dell’oltretomba. La scena, volutamente assurda e
grottesca, chiude perfettamente il tono del film: Burton non cerca
mai una conclusione epica o drammatica in senso tradizionale,
preferendo un finale che mantenga intatta la dimensione anarchica
della storia.
Subito dopo arriva però il vero
momento chiave del film. I Deetz e i Maitland scelgono infatti di
convivere armoniosamente, trasformando quella casa contesa in un
luogo finalmente vivo. Lydia studia serenamente mentre Adam e
Barbara la aiutano come fossero genitori adottivi, e perfino Delia
sembra avere trovato una maggiore stabilità. Il conflitto iniziale
si dissolve perché tutti comprendono che il problema non era
condividere lo spazio, ma la paura di aprirsi agli altri.
Beetlejuice come incarnazione
del desiderio incontrollato: il significato nascosto del
personaggio di Michael Keaton
Sebbene il titolo porti il suo
nome, Beetlejuice è quasi una forza destabilizzante più che un
protagonista tradizionale. Michael Keaton costruisce il
personaggio come una creatura volgare, infantile e imprevedibile,
capace di monopolizzare ogni scena attraverso una comicità
aggressiva che sfiora continuamente l’horror. Burton utilizza
Beetlejuice per rappresentare tutto ciò che i Maitland reprimono:
rabbia, egoismo, desiderio di vendetta e pulsioni incontrollate.
Ogni volta che Adam e Barbara tentano di usarlo come soluzione
rapida ai propri problemi, la situazione precipita
ulteriormente.
Da questo punto di vista
Beetlejuice funziona quasi come un demone tentatore. Offre
scorciatoie, promette risultati immediati e trasforma il rancore
dei protagonisti in violenza spettacolare. Il fatto che possa
essere evocato pronunciando il suo nome tre volte richiama
apertamente le figure folkloristiche legate ai rituali proibiti e
ai patti pericolosi. Burton, però, rende il personaggio
irresistibilmente comico, creando una contraddizione continua tra
il fascino del caos e il rischio che esso rappresenta.
Anche il finale nella sala
d’attesa assume un significato preciso. Beetlejuice non viene
distrutto definitivamente, perché il caos non può essere eliminato
del tutto. Può essere contenuto temporaneamente, rimandato ai
margini del sistema, ma resta sempre pronto a tornare. La scena
finale con la testa rimpicciolita suggerisce infatti che il
personaggio continuerà a esistere dentro quell’universo assurdo e
burocratico. È una conclusione perfettamente coerente con
l’estetica burtoniana, dove i mostri non scompaiono mai
davvero.
Cosa significa davvero il
finale di Beetlejuice – Spiritello porcello per i temi del
film
Il vero significato del finale
di Beetlejuice – Spiritello porcello riguarda il
concetto di famiglia scelta. Nessuno dei protagonisti ottiene ciò
che desiderava all’inizio della storia. Adam e Barbara restano
morti, Lydia continua a vivere in una famiglia eccentrica e
imperfetta, mentre i Deetz non diventano mai gli aristocratici
sofisticati che immaginavano di essere. Eppure tutti trovano
qualcosa di più importante: una connessione autentica con gli
altri.
Burton suggerisce che la
felicità non nasce dal controllo assoluto del proprio spazio o
dalla fuga dal mondo esterno, ma dalla capacità di accettare il
caos emotivo delle relazioni umane. I Maitland comprendono che la
loro casa non ha valore senza qualcuno con cui condividerla. Lydia
scopre finalmente figure adulte capaci di ascoltarla davvero.
Persino Charles e Delia sembrano diventare più umani dopo
l’esperienza soprannaturale vissuta insieme ai fantasmi.
Il finale prepara anche
implicitamente il ritorno futuro di Beetlejuice. Il personaggio
viene sconfitto, ma resta vivo nell’aldilà, pronto a essere evocato
ancora. Questa scelta mantiene aperta la natura ciclica del
racconto: il caos può sempre riemergere quando le persone smettono
di affrontare sinceramente le proprie paure e i propri desideri. È
proprio questa ambiguità ad avere reso Beetlejuice –
Spiritello porcello un classico senza tempo, capace di
mescolare horror, commedia e malinconia con un equilibrio che
ancora oggi appare unico.
Ecco la nostra intervista a
Ruby Ashbourne Serkis (“Tanya Makarova”) e
Adam Nagaitis (“Valya Makarov”), trai protagonisti
di
Star City, lo spin-off di
For All Mankind, su Apple
Tv dal 29 maggio con i primi due episodi degli otto totali
seguiti da un nuovo episodio ogni venerdì, fino al 10 luglio.
Star City è un thriller cospirazionista dal ritmo
incalzante che ci riporta al momento decisivo della rivisitazione
in chiave ucronica della corsa allo spazio: quando l’Unione
Sovietica divenne la prima nazione a portare un uomo sulla Luna.
Questa volta, però, la storia viene esplorata da dietro la Cortina
di Ferro, raccontando le vite dei cosmonauti, degli ingegneri e
degli ufficiali dell’intelligence inseriti nel programma spaziale
sovietico, e i rischi che tutti loro hanno corso per far progredire
l’umanità.
La serie è interpretata da Rhys Ifans (“House of the Dragon”), Anna Maxwell
Martin (“Motherland”), Agnes O’Casey (“Bad Doves”), Alice Englert
(“Bad Behaviour”), Solly McLeod (“House of the Dragon”), Adam
Nagaitis (“Chernobyl”), Ruby Ashbourne Serkis (“I, Jack Wright”),
Josef Davies (“Andor”) e Priya Kansara (“Bridgerton”).
“Star City” è stata creata da Nedivi, Wolpert e Moore. Wolpert e
Nedivi ricoprono il ruolo di showrunner e sono produttori esecutivi
insieme a Moore e Maril Davis per Tall Ship Productions, oltre ad
Andrew Chambliss e Steve Oster. “Star City” è prodotta per Apple
TV da Sony Pictures Television.
Dopo la
conclusione di The
Boys, il mondo delle serie supereroistiche più violente e
satiriche sembra aver trovato un nuovo candidato ideale. Su
Netflix sta infatti emergendo
The WONDERfools, un K-drama action e fantasy che molti
spettatori stanno già indicando come la sostituzione perfetta della
serie cult di Amazon. Con un mix di humor nero, personaggi
disfunzionali, superpoteri fuori controllo e critica sociale, la
produzione sudcoreana sta rapidamente conquistando pubblico e
classifiche streaming.
La serie,
composta da otto episodi, è ambientata durante il panico del
Millennium Bug del 1999 e segue un gruppo di outsider che ottiene
poteri sovrumani dopo un incidente legato a sostanze tossiche
provenienti da un laboratorio illegale. Protagonisti del racconto
sono Park Eun-bin e Cha Eun-woo, già amatissimi dal pubblico
internazionale grazie a serie come Extraordinary Attorney Woo e
True Beauty.
La notizia è
interessante perché dimostra quanto il panorama seriale coreano
stia ormai superando i confini tradizionali del K-drama romantico.
Negli ultimi anni la Corea del Sud ha iniziato a reinterpretare
generi globali — dall’horror alla fantascienza fino ai thriller
distopici — con uno stile molto più libero e imprevedibile rispetto
alle produzioni occidentali. The WONDERfools sembra inserirsi esattamente in questa
evoluzione, prendendo il linguaggio del superhero drama americano e
contaminandolo con comicità assurda, tragedia emotiva e caos
narrativo.
The WONDERfools usa i supereroi
per raccontare outsider e fallimenti umani
Foto di KONAMHI, LEE YOUNG SU/Netflix
Uno degli
aspetti più apprezzati della serie è il modo in cui costruisce i
suoi protagonisti. A differenza dei classici universi Marvel o DC, qui i personaggi non
sono eroi ideali, ma persone profondamente fragili, confuse e
spesso incapaci di gestire le proprie emozioni. È proprio questo
elemento a ricordare maggiormente The Boys: i superpoteri
non vengono trattati come un dono eroico, ma come una deformazione
del trauma e del disagio umano.
Il
personaggio di Eun Chae-ni, interpretato da Park Eun-bin,
rappresenta perfettamente questo approccio. La sua trasformazione
nasce infatti da una situazione disperata e tragicomica, mentre il
gruppo che si forma attorno a lei appare totalmente impreparato ad
affrontare minacce molto più grandi di loro. Questo crea una
dinamica continuamente sospesa tra commedia surreale e tensione
reale.
Anche i
villain seguono una linea molto simile a quella della serie Amazon.
Il progetto Wunderkinder introduce superumani creati
artificialmente attraverso esperimenti clandestini su bambini,
richiamando direttamente le atmosfere di Compound V e la critica al
potere nascosto dietro la costruzione dei “supereroi”.
Pur non
raggiungendo i livelli estremi di brutalità di The Boys,
la serie utilizza molto bene il proprio rating 16+, alternando
scene violente a momenti emotivi sorprendentemente intensi. E
soprattutto riesce dove molte produzioni supereroistiche moderne
falliscono: rendere i personaggi immediatamente umani, vulnerabili
e imprevedibili.
Se Netflix riuscirà a sostenere il
progetto nel tempo, The WONDERfools potrebbe davvero
diventare uno dei nuovi punti di riferimento del superhero drama
internazionale post-The Boys.
Il nuovo DC
Studios guidato da James
Gunn non rallenterà dopo Superman: Man of Tomorrow. In
una nuova risposta pubblicata su Threads, Gunn ha infatti
anticipato che il calendario del DC
Universe continuerà a espandersi rapidamente anche nel 2027,
confermando ufficialmente che Creature Commandos tornerà con la
seconda stagione poco dopo Man of Tomorrow e lasciando
intendere che altri annunci importanti potrebbero arrivare a
breve.
Le parole del
co-CEO di DC Studios arrivano in una fase cruciale per il
franchise. Dopo anni di instabilità produttiva e cambi di direzione
nell’universo DC cinematografico, Gunn sta cercando di costruire un
piano a lungo termine molto più coeso, collegando film, serie
live-action e animazione all’interno dello stesso universo
narrativo. La conferma del ritorno di Creature Commandos
nel 2027 dimostra che la strategia transmediale del nuovo DCU sta
entrando pienamente nel vivo.
La notizia è
importante perché chiarisce definitivamente che Superman: Man
of Tomorrow non sarà un semplice reboot isolato, ma il vero
punto di partenza di una macchina narrativa molto più ampia. Per
anni il vecchio DCEU è stato accusato di procedere senza una
direzione chiara; oggi Gunn sembra invece voler costruire una
struttura simile a quella dei primi anni del MCU, con progetti interconnessi ma
tonalmente differenti.
Wonder Woman, Batman e Lanterns
potrebbero essere il vero cuore del DCU post-Superman
Dietro il
messaggio di Gunn si nascondono probabilmente riferimenti ai
prossimi titoli chiave del Chapter 1 “Gods and Monsters”. Tra i progetti più
attesi ci sono infatti il reboot di Wonder Woman e The Brave and the Bold dedicato al
nuovo Batman del DCU.
Il film su
Wonder Woman è attualmente scritto da Ana Nogueira, mentre The
Brave and the Bold vedrà Andy Muschietti alla regia. Intanto
continuano le speculazioni su Adria Arjona, che secondo molti fan
potrebbe interpretare Diana Prince proprio dopo l’uscita di Man
of Tomorrow.
Ma il vero
tassello decisivo potrebbe essere Lanterns. La serie dedicata alle Lanterne Verdi
viene considerata uno dei progetti più importanti dell’intera nuova
continuity DC, soprattutto per il tono più adulto e investigativo
che Gunn sembra voler adottare. Il recente arrivo di nuovi
sceneggiatori lascia inoltre intuire che DC Studios stia già
guardando oltre la prima stagione.
Anche
l’animazione continuerà ad avere un ruolo centrale. Oltre a
Creature Commandos, il DCU sta sviluppando Mister Miracle
prodotta da Tom King, segnale di come Gunn voglia usare personaggi
meno mainstream per ampliare il tono e il linguaggio del
franchise.
In questo momento il nuovo DCU
sembra quindi puntare su una strategia molto diversa rispetto al
passato: meno dipendente da singoli blockbuster e più costruita
come un universo narrativo costante, capace di muoversi
contemporaneamente tra cinema, streaming e animazione.
Dopo anni di
aggiornamenti frammentari e dubbi sul futuro del progetto, Io sono
leggenda 2 sembra oggi molto più concreto. A rafforzare le
prospettive del sequel sono gli ultimi dati streaming di
Netflix, che hanno riportato
contemporaneamente sotto i riflettori sia Will
Smith che Michael B. Jordan, le due star
destinate a guidare il nuovo capitolo della saga
post-apocalittica.
Il film
originale del 2007 continua infatti a registrare ottimi numeri
sulla piattaforma nonostante siano passati quasi vent’anni
dall’uscita. Parallelamente, Michael B. Jordan sta
vivendo uno dei momenti più forti della sua carriera grazie ai
recenti successi streaming e cinematografici, confermando di essere
oggi uno degli attori più spendibili di Hollywood. La combinazione
tra la nostalgia legata a Io sono Leggenda e il peso mediatico attuale di Jordan
rende il sequel molto più promettente rispetto a qualche anno
fa.
La notizia
conta soprattutto perché il mercato cinematografico contemporaneo è
diventato molto più fragile per blockbuster e sequel tardivi. Molti
progetti annunciati negli ultimi anni sono rimasti bloccati o
cancellati, soprattutto nel genere sci-fi e horror ad alto budget.
Il fatto che Io sono leggenda continui però a dominare
nello streaming dimostra quanto il brand sia ancora fortissimo
nell’immaginario collettivo. E per Warner e gli studios questo tipo
di dato pesa ormai quasi quanto il box office tradizionale.
Michael B. Jordan potrebbe essere
la chiave per reinventare davvero Io sono leggenda 2
Michael B. Jordan alla 32ª edizione degli Screen Actors Guild ACTOR
Awards — Foto di Mlmattes via Deposit Photos.com
L’arrivo di
Michael B. Jordan nel franchise potrebbe
rappresentare molto più di un semplice passaggio di testimone.
L’attore è reduce da anni estremamente solidi tra blockbuster,
produzioni autoriali e horror contemporaneo, culminati con il
successo di Sinners, che ha consolidato ulteriormente la sua
immagine nel cinema di tensione e atmosfere oscure.
Questo
dettaglio è importante perché Io sono leggenda
2 dovrebbe continuare a esplorare proprio territori
vicini all’horror vampiresco e survival già presenti nel film
originale diretto da Francis Lawrence. La presenza di Jordan
potrebbe quindi aiutare il sequel a trovare una nuova identità,
evitando l’effetto “operazione nostalgia” che spesso penalizza i
revival tardivi.
Anche il
ritorno di Will Smith assume oggi un significato
diverso rispetto al passato. Dopo anni complicati a livello
mediatico e professionale, il fatto che Io sono leggenda
continui a essere uno dei film più visti sulle piattaforme conferma
quanto il pubblico sia ancora legato alla sua interpretazione del
Dr. Robert Neville. È un segnale importante, soprattutto
considerando che il sequel dovrebbe seguire il finale alternativo
del primo film, ormai diventato canonico per la nuova
continuity.
In questo scenario, Io sono
leggenda 2 potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto più
ambizioso di un semplice sequel legacy. Se il progetto riuscirà
davvero a fondere il peso emotivo dell’originale con una nuova
generazione di protagonisti e un approccio horror più
contemporaneo, il film potrebbe diventare uno dei ritorni franchise
più importanti dei prossimi anni.
La terza
stagione di Euphoria continua a dividere il pubblico
con una delle svolte più controverse e brutali dell’intera serie.
Dopo l’uscita del settimo episodio, il creatore Sam Levinson ha
commentato la scena che sta facendo discutere fan e critica,
spiegando perché abbia scelto di portare uno dei personaggi storici
dello show verso un destino così estremo e disturbante.
La stagione
finale della serie targata HBO è diventata rapidamente un fenomeno
globale, raggiungendo oltre 20 milioni di spettatori nei primi
giorni dal debutto. Ma insieme agli ascolti sono esplose anche le
polemiche: il nuovo ciclo di episodi ha spinto ancora oltre i
limiti della violenza psicologica e fisica che hanno sempre
caratterizzato il mondo di Euphoria. Levinson,
intervistato da Esquire, ha spiegato di voler giocare con
il senso di “complicità morale” del pubblico, costringendo gli
spettatori a interrogarsi sul rapporto tra giustizia, vendetta e
sofferenza.
La notizia è
significativa perché conferma quale sia ormai il vero obiettivo
narrativo di Euphoria: non scioccare semplicemente
attraverso l’eccesso, ma mettere continuamente lo spettatore in una
posizione emotivamente scomoda. Levinson sembra voler trasformare
la serie in una riflessione sempre più cupa sulla tossicità, sulla
violenza maschile e sulle conseguenze emotive delle relazioni
distruttive, anche a costo di alienare parte del pubblico storico
dello show.
La stagione finale di Euphoria sta
trasformando la serie in una tragedia morale
Nel corso
della terza stagione, il personaggio interpretato da
Jacob Elordi è stato progressivamente
trascinato verso una spirale sempre più violenta e autodistruttiva.
Levinson ha spiegato che il salto temporale all’età adulta era
stato concepito proprio per togliere ai protagonisti quella “rete
di sicurezza” tipica dell’adolescenza mostrata nelle prime due
stagioni.
Il risultato
è una serie molto diversa rispetto agli esordi. Se le prime
stagioni di Euphoria raccontavano il caos emotivo e
identitario della giovinezza, la terza sembra invece concentrarsi
sulle conseguenze irreversibili delle scelte compiute dai
personaggi. Anche figure come Cassie Howard, interpretata da
Sydney Sweeney, o Maddie,
interpretata da Alexa Demie, vengono ormai inserite in un contesto
molto più tragico e disperato rispetto al passato.
Levinson ha
inoltre ammesso di aver volutamente “confuso” il pubblico,
mostrando negli ultimi episodi momenti di apparente vulnerabilità e
umanità nei personaggi più tossici della serie. L’obiettivo era
spingere gli spettatori a interrogarsi continuamente sul confine
tra punizione e pietà, evitando una lettura semplicistica della
giustizia narrativa.
Questa scelta sta ridefinendo
completamente l’identità di Euphoria. La serie non è più
soltanto un teen drama provocatorio o un racconto generazionale
stilizzato, ma sembra ormai voler assumere la forma di una tragedia
contemporanea, in cui ogni personaggio è inevitabilmente destinato
a confrontarsi con il peso reale delle proprie azioni.
Prima di
costruire il suo impero televisivo su Paramount+, Taylor Sheridan aveva già trovato la
formula perfetta con 1883. A distanza di anni dal debutto, la serie
continua infatti a essere considerata uno dei migliori western
moderni da recuperare in streaming, soprattutto per chi cerca un
racconto intenso e autoconclusivo da vedere in un solo weekend. Con
appena dieci episodi, 1883 è
stato il primo vero successo streaming originale di Sheridan e il
progetto che ha aperto la strada all’intero universo televisivo
nato attorno a Yellowstone.
Ambientata
durante l’espansione verso Ovest dell’America del XIX secolo, la
serie segue James Dutton e la sua famiglia nel lungo
viaggio che porterà alla nascita del futuro ranch
Yellowstone. Ma rispetto alla serie madre
con Kevin Costner, 1883 abbraccia
molto più apertamente il linguaggio del western classico: carovane,
territori inesplorati, conflitti con banditi e popoli nativi,
sopravvivenza estrema e tragedia familiare diventano il vero centro
emotivo del racconto.
La notizia
conta perché oggi, nel pieno della “Sheridan-mania” televisiva,
1883 appare quasi come il progetto più puro e compatto
dell’autore. Mentre serie come Landman, Lioness o Tulsa
King hanno ampliato enormemente il suo stile
narrativo, 1883 resta probabilmente l’opera che meglio
sintetizza la sua idea di frontiera americana: un mondo brutale,
romantico e profondamente segnato dal sacrificio.
1883 ha trasformato Taylor
Sheridan nel re assoluto delle serie streaming
Quando
debuttò nel 2021, 1883 rappresentava una scommessa
cruciale per Sheridan. Yellowstone era già un fenomeno televisivo
via cavo, ma il passaggio allo streaming richiedeva una conferma
importante. 1883 dimostrò che il successo dell’autore non
dipendeva soltanto dal marchio Yellowstone, ma dalla sua capacità
di raccontare il mito americano in modo contemporaneo e
cinematografico.
La serie
funziona anche per chi non ha mai visto Yellowstone. Pur
essendo collegata alle origini della famiglia Dutton, il racconto è
costruito come una storia autonoma, accessibile e profondamente
universale. Il viaggio della famiglia attraverso territori ostili
diventa infatti un dramma sulla perdita, sul cambiamento e sulla
sopravvivenza, temi che vanno ben oltre il semplice western.
Gran parte
del merito deriva anche dal cast. Tim McGraw porta una dimensione
paterna ruvida e malinconica a James Dutton, mentre Sam Elliott
regala una delle interpretazioni più intense della sua carriera nei
panni di Shea Brennan. Ma è soprattutto il personaggio di Elsa
Dutton, interpretato da Isabel May, a dare alla serie il suo tono
poetico e tragico.
Guardando
oggi il percorso di Sheridan, è difficile non vedere 1883
come il vero punto di svolta. Senza il successo di quella serie,
probabilmente non sarebbero mai esistiti spin-off e produzioni come
Lawmen: Bass Reeves, The
Madison o gli altri universi seriali che hanno trasformato
Sheridan nel produttore televisivo più dominante degli ultimi
anni.
E forse proprio per questo
1883 continua a essere il miglior modo per capire davvero
il cuore narrativo del mondo Yellowstone.
The Mandalorian & Grogu
ha ufficialmente superato diversi traguardi al box office nei suoi
primi giorni di programmazione, anche se i risultati iniziali
stanno generando discussioni contrastanti tra fan e analisti
dell’universo creato da George Lucas. Il nuovo film guidato da
Pedro Pascal ha infatti incassato 163 milioni di
dollari globali nel weekend del Memorial Day, di cui 100 milioni
provenienti dal mercato americano e 63 milioni da quello
internazionale. In Italia il film ha già raggiunto € 1.684.831 con
200.084 spettatori nei primi cinque giorni di programmazione.
Il dato viene
inevitabilmente confrontato con
Solo: A Star Wars Story, che nello stesso periodo aveva
aperto con 168 milioni globali. Tuttavia, il vero elemento che
cambia il quadro è il budget: The Mandalorian & Grogu è
costato circa 165 milioni di dollari, contro i quasi 299 milioni di
Solo. Questo significa che, pur registrando un debutto
inferiore rispetto ad altri film della saga, il progetto potrebbe
rivelarsi economicamente molto più sostenibile per Lucasfilm e
Disney.
La notizia è
importante perché rappresenta un test cruciale per il futuro
cinematografico di Star
Wars. Dopo anni dominati dalle serie streaming su Disney+, questo film segna il ritorno
della saga sul grande schermo puntando proprio sui personaggi che
hanno rilanciato il franchise presso il pubblico contemporaneo. Ma
i risultati iniziali mostrano anche una realtà diversa rispetto
all’epoca della trilogia sequel: oggi Star Wars sembra
meno capace di imporsi come “evento globale automatico”, e molto
dipenderà dalla tenuta del film nelle prossime settimane.
Il successo di Grogu potrebbe
ridefinire il futuro dei film di Star Wars
Il progetto
nasce direttamente dal successo della serie The
Mandalorian, che dal 2019 ha rappresentato il volto più
apprezzato dell’era Disney di Star Wars. Trasformare
quella narrazione seriale in un blockbuster cinematografico era
però una scommessa rischiosa: il pubblico televisivo non sempre si
traduce automaticamente in pubblico da sala, soprattutto in un
mercato profondamente cambiato dopo la pandemia.
Proprio per
questo il risultato del secondo weekend sarà fondamentale. Se il
film riuscirà a mantenere una buona tenuta, Lucasfilm potrebbe
vedere confermata una strategia molto diversa rispetto al passato:
budget più controllati, focus sui personaggi amati dal fandom e
storie più vicine all’estetica western e avventurosa che ha reso
popolare Din Djarin. Un approccio lontano dai giganteschi
investimenti della trilogia sequel e più vicino a una gestione
“seriale” dell’universo cinematografico.
Inoltre, il
confronto con Solo racconta molto del momento attuale
della saga. Il flop del film dedicato a Han Solo aveva segnato la
prima vera crisi commerciale di Star Wars al cinema,
spingendo Disney a rallentare drasticamente la produzione
cinematografica. Oggi The Mandalorian & Grogu potrebbe
rappresentare l’inizio di una nuova fase: meno dipendente
dall’effetto nostalgia e più focalizzata sulla costruzione graduale
di nuovi protagonisti.
E in questo scenario, Grogu
continua a essere la risorsa narrativa e commerciale più potente
dell’intero franchise moderno.
Dopo quasi
tre decenni di film, serie e documentari dedicati alla Seconda
Guerra Mondiale, Tom
Hanks ha finalmente spiegato perché continua a tornare
ossessivamente a quel periodo storico. In una nuova intervista
rilasciata in occasione del debutto della docuserie World
War II with Tom Hanks, l’attore ha raccontato che il suo
interesse per il conflitto non nasce dalla nostalgia del passato,
ma dal modo in cui vede riflessi nel presente gli stessi conflitti
morali e politici affrontati negli anni ’30 e ’40.
Per Hanks, la
Seconda Guerra Mondiale continua infatti a rappresentare uno
specchio delle scelte che il mondo è chiamato a compiere oggi.
L’attore ha spiegato di percepire forti parallelismi tra il clima
contemporaneo e le ideologie che portarono al conflitto globale,
sottolineando come temi legati a superiorità razziale, estremismo e
libertà personale siano ancora drammaticamente attuali. Una
riflessione che aiuta a capire perché, dopo Salvate il soldato Ryan, Hanks abbia costruito gran
parte della propria carriera produttiva attorno a racconti
ambientati durante la guerra.
La notizia è
importante perché rivela come questi progetti non siano semplici
operazioni storiche o nostalgiche. Hanks considera la Seconda
Guerra Mondiale uno strumento narrativo per parlare del presente. È
probabilmente questo il motivo per cui le sue produzioni dedicate
al conflitto hanno sempre cercato di andare oltre il puro
spettacolo bellico, concentrandosi invece sulle scelte morali, sul
trauma e sulla responsabilità individuale. Un approccio che ha
distinto opere come Band of Brothers, The Pacific e Masters of the
Air dal resto del genere war contemporaneo.
Da Saving Private Ryan a
Greyhound: la guerra secondo Tom Hanks parla sempre del
presente
Il legame tra
Hanks e la Seconda Guerra Mondiale iniziò nel 1998 con Saving
Private Ryan, diretto da Steven Spielberg. Quel film non solo
ridefinì il realismo del cinema bellico moderno, ma diede il via a
una collaborazione lunga oltre vent’anni tra i due autori. Negli
anni successivi, Hanks e Spielberg hanno progressivamente ampliato
il racconto del conflitto, passando dalla fanteria di Band of
Brothers alla guerra nel Pacifico fino ai bombardamenti aerei
di Masters of the Air.
Questi
progetti hanno sempre condiviso una caratteristica precisa: usare
la guerra come lente per osservare il comportamento umano. In
Band of Brothers il centro emotivo era il sacrificio
collettivo; in The Pacific emergeva il trauma psicologico;
in Masters of the Air il racconto si spostava sulla paura
costante e sull’idea di sopravvivenza. Persino Greyhound, che
riportava Hanks davanti alla macchina da presa in un thriller
navale più classico, era costruito attorno alla pressione morale
del comando.
Le nuove
dichiarazioni dell’attore chiariscono quindi perché questo filone
non sembri destinato a fermarsi. Con World War II with Tom
Hanks, una docuserie composta da 20 episodi sviluppata insieme
allo storico premio Pulitzer Jon Meacham, Hanks sembra voler
consolidare definitivamente il proprio ruolo di narratore
contemporaneo della memoria del Novecento.
E il fatto che Greyhound 2 sia già
in lavorazione dimostra che, per Hanks, la Seconda Guerra Mondiale
continua a essere il terreno ideale per raccontare non soltanto il
passato, ma soprattutto le paure e le responsabilità del
presente.
Dopo il
risultato inferiore alle aspettative di Avatar: Fuoco e Cenere,
il futuro della saga di James Cameron sembra destinato a una
trasformazione radicale. Secondo le ultime anticipazioni sul quarto
capitolo della serie, previsto per il 2029, Avatar
abbandonerà progressivamente la struttura da epico war movie sci-fi
per avvicinarsi a un racconto di formazione più intimo e
generazionale. Al centro del cambiamento ci sarà Kiri, il
personaggio interpretato da Sigourney Weaver, destinata a diventare la
nuova narratrice e probabilmente la protagonista principale della
saga.
Il cambio di
direzione arriva dopo il box office meno esplosivo del terzo film.
Pur avendo superato il miliardo di dollari, Fire and Ash
non ha replicato i numeri colossali dei precedenti capitoli e ha
alimentato dubbi sul futuro produttivo della franchise targata
Disney. Molti osservatori hanno evidenziato come il terzo film
abbia iniziato a mostrare segni di ripetitività narrativa,
riproponendo dinamiche e strutture già viste in Avatar:La Via dell’acqua senza introdurre un reale senso di
evento.
La notizia
conta perché segna il primo vero cambio identitario della saga dopo
quasi vent’anni. I primi tre film erano stati costruiti attorno a
Jake Sully,
ma il suo arco narrativo si era sostanzialmente concluso già nel
primo Avatar. Da quel momento, Cameron ha continuato a
espandere il mondo di Pandora senza però modificare davvero il
punto di vista centrale del racconto. Il passaggio a Kiri potrebbe
quindi rappresentare il tentativo più concreto di evitare che la
saga diventi narrativamente stagnante.
Kiri potrebbe trasformare Avatar
da guerra fantascientifica a racconto di crescita
Il
personaggio di Kiri è probabilmente uno dei più enigmatici
introdotti negli ultimi capitoli della saga. Figlia biologicamente
misteriosa di Grace Augustine e legata spiritualmente a Eywa in
modi ancora poco chiari, Kiri è stata costruita come una figura
quasi messianica all’interno dell’universo di Pandora. La scelta di
renderla narratrice di Avatar 4 suggerisce che Cameron
voglia spostare il focus dalla guerra contro gli umani alla
crescita personale della nuova generazione Na’vi.
Questo
cambierebbe profondamente il tono della serie. Le componenti
coming-of-age introdotte in Avatar: The Way of Water e
sviluppate ulteriormente in Fire and Ash sono state
infatti considerate da molti la parte più fresca della nuova
trilogia. I figli di Jake e Neytiri hanno introdotto conflitti più
emotivi, fragilità adolescenziali e nuove prospettive culturali su
Pandora, elementi che potrebbero ora diventare il vero cuore della
saga.
La trasformazione di
Avatar in un racconto generazionale potrebbe anche
permettere a Cameron di rinnovare il franchise senza dipendere
esclusivamente dall’innovazione tecnologica. Dopo aver
rivoluzionato il cinema con il 3D e il motion capture subacqueo, il
regista sembra ora voler puntare maggiormente sull’evoluzione
emotiva dei personaggi. E se il passaggio funzionerà davvero,
Avatar 4 potrebbe diventare il capitolo più importante
dell’intera saga: quello capace di dimostrare che Pandora può
sopravvivere anche oltre Jake Su
Il futuro
televisivo di Star Trek: Discovery potrebbe non essere ancora
concluso. Sonequa Martin-Green ha infatti dichiarato di
essere pronta a tornare nei panni di Michael Burnham per un
possibile crossover nel franchise di Star Trek,
confermando che discussioni concrete sul progetto ci sono già
state. L’attrice, protagonista di Discovery per cinque
stagioni dal 2017 al 2024, ha spiegato in una recente intervista
che tornerebbe “senza esitazioni” nel ruolo che ha ridefinito l’era
moderna della saga.
Le
dichiarazioni arrivano in un momento particolarmente delicato per
il franchise targato Paramount+. Dopo anni di espansione coordinata da
Alex Kurtzman, l’universo seriale di Star Trek sta infatti
attraversando una fase di forte incertezza produttiva. Molte serie
sono state cancellate o avviate verso la conclusione, mentre il
futuro creativo del brand sotto la nuova gestione Paramount
Skydance resta ancora poco chiaro. In questo contesto, le parole
della Martin-Green assumono un peso molto più importante di quanto
sembri.
La notizia
conta soprattutto perché evidenzia come Discovery continui
a rappresentare il cuore narrativo della nuova generazione di
Star Trek. Per anni la serie è stata divisiva tra i fan
storici, ma col tempo è diventata il progetto che ha realmente
rilanciato il franchise televisivo nell’era streaming, introducendo
nuovi personaggi, nuovi linguaggi visivi e soprattutto
l’ambientazione del XXXII secolo. Il ritorno di Burnham potrebbe
quindi diventare non soltanto un cameo nostalgico, ma un modo per
tenere viva la continuità narrativa costruita nell’ultimo
decennio.
Michael Burnham potrebbe essere la
chiave per collegare il futuro di Star Trek
L’ipotesi di
un crossover nasce soprattutto dal legame diretto tra
Discovery e Star
Trek: Starfleet Academy. Lo spin-off ambientato nel XXXII
secolo ha già riportato in scena diversi personaggi della serie
originale, tra cui Tig Notaro come Jett Reno, Oded Fehr nei panni
dell’Ammiraglio Vance e Mary Wiseman come Sylvia Tilly.
Per questo
motivo, molti fan ritengono plausibile un’apparizione di Michael
Burnham nella seconda stagione di Starfleet Academy,
magari in qualità di capitano o addirittura di ammiraglio. Un
ritorno che avrebbe anche un forte valore simbolico: Burnham è
stata la figura che ha traghettato Star Trek nell’epoca
contemporanea dello streaming e potrebbe diventare il ponte
definitivo verso la prossima evoluzione del franchise.
Allo stesso tempo, però, le
dichiarazioni della Martin-Green riflettono anche la fragilità
attuale dell’universo Trek. Con Star Trek: Strange New Worlds
avviata verso la conclusione e il futuro delle produzioni ancora
incerto, Paramount potrebbe scegliere un reset creativo completo,
allontanandosi dalla continuità costruita da Kurtzman. In questo
scenario, un crossover con Burnham assumerebbe quasi il valore di
un passaggio di consegne tra la fase che ha dominato gli ultimi
dieci anni e quella che potrebbe ridefinire il franchise nei
prossimi anni.
Le riprese
della seconda stagione di Dexter:
Resurrection sono ufficialmente iniziate a New York, ma un
nuovo aggiornamento condiviso dal regista e produttore Marcos Siega
potrebbe aver rivelato molto più del previsto. In una foto
pubblicata sui social durante la fase di montaggio dei nuovi
episodi, alcuni dettagli sullo sfondo hanno infatti acceso le
teorie dei fan riguardo al ritorno di due personaggi importanti del
franchise guidato da Michael C. Hall.
La serie,
diventata uno dei capitoli più apprezzati dell’universo di Dexter, continua a espandere il mito del Bay Harbor
Butcher dopo gli eventi di New Blood. Nell’immagine
condivisa da Siega compaiono infatti alcune fotografie
apparentemente innocue, ma che sembrano suggerire il ritorno di
David Zayas nei panni di Angel Batista e di Eric Stonestreet come
Al Walker, il killer noto come Rapunzel.
La notizia è
particolarmente interessante perché dimostra come Dexter:
Resurrection stia cercando di costruire una seconda stagione
molto più psicologica e ossessiva rispetto alla precedente. Il
possibile ritorno di Batista, nonostante la morte del personaggio
nella prima stagione, suggerisce infatti che la serie possa
continuare a utilizzare il meccanismo delle “coscienze” e delle
apparizioni mentali che hanno sempre perseguitato Dexter Morgan.
Allo stesso tempo, il ritorno di Al Walker potrebbe riaprire una
delle storyline più irrisolte dell’intero franchise moderno.
Il ritorno di Batista e Rapunzel
potrebbe cambiare il lato più oscuro di Dexter Morgan
Il
personaggio di Angel Batista ha rappresentato per anni uno dei
pilastri emotivi della serie originale. La sua scoperta finale
dell’identità di Dexter come Bay Harbor Butcher aveva finalmente
chiuso un arco narrativo costruito per quasi due decenni. Per
questo motivo, il suo ritorno nella seconda stagione di Dexter:
Resurrection potrebbe non essere fisico, ma simbolico: una
presenza costante nella mente di Dexter, simile a quanto accaduto
con Harry Morgan nelle stagioni storiche della serie.
Ancora più
interessante è però il possibile ritorno di Al Walker. Introdotto
nella prima stagione come apparentemente tranquillo padre di
famiglia, il personaggio interpretato da Eric Stonestreet si è
rivelato uno dei serial killer più disturbanti dell’intero
franchise. Soprannominato Rapunzel per la sua ossessione nel
collezionare code di cavallo delle vittime, Walker è stato anche il
primo assassino a sfuggire realmente alla celebre kill room di
Dexter.
Questo
dettaglio potrebbe diventare centrale nella nuova stagione. Dexter
ha sempre avuto bisogno di “chiudere” ogni caccia per mantenere
intatto il proprio codice morale, e lasciare vivo un serial killer
rappresenta una frattura narrativa enorme per il personaggio. Il
ritorno di Rapunzel potrebbe quindi trasformarsi in una vera
ossessione personale per Dexter, soprattutto mentre la serie
introdurrà nuovi pericolosi avversari come il New York Ripper
interpretato da Brian Cox e il Five Borough Killer di Dan
Stevens.
Con Uma
Thurman pronta a tornare nei panni di Charley Brown e una New
York sempre più centrale nell’estetica della serie, Dexter:
Resurrection sembra voler spingere il franchise verso un tono
ancora più urbano, paranoico e stratificato rispetto al
passato.
Il futuro di
Daredevil: Rinascita potrebbe
essere ancora più ambizioso del previsto. Una dichiarazione di
Iman Vellani ha infatti acceso nuove teorie sul
possibile ritorno di Kamala Khan/Ms. Marvel nella terza stagione della
serie Marvel dedicata a Matt Murdock. L’attrice, durante
un’intervista al podcast Revenge Of, ha rivelato di aver
visitato il set newyorkese della stagione 3 attualmente in lavorazione,
facendo immediatamente nascere speculazioni tra i fan del Marvel
Cinematic Universe.
La serie con
Charlie Cox e Vincent D’Onofrio ha ormai
consolidato il proprio successo su Marvel Studios e Disney+, diventando uno dei progetti
Marvel più apprezzati degli ultimi anni. Proprio per questo, ogni
nuovo dettaglio legato alla produzione viene osservato con estrema
attenzione dal fandom. Le parole della Vellani non confermano
ufficialmente il ritorno di Ms. Marvel, ma arrivano in un
momento in cui Rinascita sembra trasformarsi sempre più
nel punto d’incontro delle serie street-level del MCU.
La notizia è
particolarmente interessante perché suggerisce una direzione
precisa per il futuro televisivo Marvel. Dopo anni di universi
narrativi frammentati, Daredevil: Rinascita sembra
voler ricostruire organicamente una rete di personaggi condivisi,
recuperando il tono seriale e interconnesso che aveva reso
memorabili le produzioni Netflix dedicate ai Defenders. L’eventuale presenza
di Kamala Khan rappresenterebbe inoltre un ponte tra il lato più
urbano e quello più giovane e cosmico del MCU, segnalando una
Marvel sempre meno divisa per “blocchi narrativi”.
Il ritorno dei Defenders potrebbe
cambiare davvero il futuro delle serie Marvel
La possibile
presenza di Ms. Marvel si inserisce infatti in un contesto molto
più ampio. Il
finale della seconda stagione di
Daredevil: Rinascita ha già riportato in scena Mike Colter
nei panni di Luke Cage e Krysten Ritter come Jessica Jones, mentre
diverse indiscrezioni parlano anche del ritorno di Finn Jones nei
panni di Iron Fist. Se confermato, Marvel riunirebbe l’intero team
dei Defenders a dieci anni dal debutto della serie originale
Netflix.
Parallelamente, il destino di Kamala Khan nel MCU resta ancora
nebuloso. Dopo il debutto nella serie Ms. Marvel e la
partecipazione a The Marvels, il personaggio è rimasto
sostanzialmente assente dal live action. La seconda stagione di
Ms. Marvel non è mai stata annunciata ufficialmente e lo
stesso Aramis Knight ha recentemente dichiarato che nuove
trattative sembrano improbabili.
Proprio per questo, Daredevil:
Rinascita potrebbe diventare il contenitore ideale per
rilanciare personaggi rimasti sospesi dopo la fase
post-Endgame. La serie sta assumendo un ruolo sempre più
centrale nella costruzione del nuovo assetto urbano del MCU, e
l’eventuale ritorno di Kamala Khan potrebbe essere il primo passo
verso una nuova generazione di team-up televisivi in vista di
Avengers: Doomsday.
Dopo la spiritualità tormentata di
Godland e il gelo emotivo devastante di
A White, White Day, Hlynur
Pálmason cambia nuovamente pelle con The Love
That Remains, un film che resta fedele alla sua
poetica visiva ma sorprende per il tono quasi giocoso con cui
affronta la disintegrazione di una famiglia.
Ed è proprio questo l’aspetto più
destabilizzante dell’opera: raccontare il dolore di una separazione
attraverso gag surreali, fantasie improvvise e immagini che
oscillano continuamente tra il malinconico e l’assurdo. A volte
funziona magnificamente. Altre volte sembra quasi che il regista
abbia paura di guardare davvero in faccia la sofferenza dei suoi
personaggi.
Il risultato è un film
affascinante, elegantissimo e volutamente sfuggente, che
probabilmente dividerà il pubblico proprio per la sua incapacità —
o forse il suo rifiuto — di scegliere tra tragedia emotiva e ironia
esistenziale.
Magnus: un uomo che non sa più
come esistere
Al centro della storia c’è Magnus,
interpretato da uno splendido Sverrir Gudnason. Lavora su un
peschereccio, vive ormai separato dalla moglie Anna e vaga
continuamente attorno alla vita della sua ex famiglia come un
fantasma incapace di accettare la fine del matrimonio.
Magnus non urla, non esplode, non
mette in scena drammi clamorosi. È semplicemente perso. E Pálmason
costruisce il personaggio proprio attorno a questa sensazione di
smarrimento silenzioso.
Lo vediamo presentarsi
continuamente a casa di Anna, cercare occasioni per stare con i
figli, partecipare a picnic e giornate in famiglia pur non
appartenendo più davvero a quel nucleo. È una presenza costante ma
fuori posto, quasi tragicamente patetica.
La cosa più interessante è che il
film non cerca mai di trasformarlo in vittima o carnefice assoluto.
Magnus è tenero, fastidioso, fragile e irritante nello stesso
momento. Un uomo che non riesce minimamente a immaginare sé stesso
al di fuori del matrimonio che ha perso.
Ed è qui che emerge tutta la
malinconia del film: The Love That
Remains parla di persone che continuano a gravitare
una attorno all’altra anche quando l’amore è ormai diventato
qualcosa di ambiguo, stanco e forse persino tossico.
Anna e il peso emotivo
della compassione
Se Magnus rappresenta il vuoto
lasciato dalla separazione, Anna incarna invece l’esaurimento
emotivo di chi si sente costretto a continuare ad avere cura di
qualcuno che non ama più davvero.
Saga Garðarsdóttir la interpreta
con una freddezza solo apparente. Anna è un’artista, lavora
all’aperto tra installazioni, metalli e fotografie, immersa nei
paesaggi islandesi che Pálmason filma con la solita magnificenza
quasi mistica. Ma sotto la calma emerge continuamente una
stanchezza emotiva profondissima. Anna prova compassione per
Magnus. E forse è proprio questo il problema.
Lo lascia entrare ancora nella vita
familiare perché vede chiaramente quanto lui stia crollando. Ma
ogni gesto di gentilezza sembra aumentare il peso della situazione.
Ogni momento condiviso alimenta l’illusione che qualcosa possa
ancora essere salvato. Il film lavora continuamente su questa
ambiguità emotiva. Anna odia Magnus? Lo ama ancora? Oppure è
semplicemente incapace di liberarsi completamente di lui? Pálmason
non offre mai risposte nette. Preferisce restare sospeso nel caos
emotivo della separazione reale, quella fatta di legami che non si
spezzano mai davvero.
Il surreale invade il dolore
La vera novità rispetto ai
precedenti lavori del regista è il modo in cui il film inserisce
improvvise deviazioni surreali e comiche dentro una storia
estremamente malinconica. Un gallo aggressivo diventa simbolo della
mascolinità ferita di Magnus. Una volta ucciso, ritorna gigantesco
in un incubo quasi horror. Una spada cade improvvisamente dal cielo
in pieno stile Monty Python. Un critico d’arte sgradevole sembra
finire vittima di una fantasia vendicativa degna di una dark
comedy. Sono momenti strani, imprevedibili e spesso divertenti. Ma
lasciano anche una sensazione ambigua.
Perché ogni volta che il film
sembra pronto ad affrontare frontalmente il dolore emotivo dei
personaggi, devia improvvisamente verso il grottesco o il
visionario. Come se Pálmason non volesse permettere alla tragedia
di diventare completamente insostenibile. Il risultato è una
tragicommedia molto particolare, delicata e a tratti persino buffa,
ma che rischia anche di attenuare l’impatto emotivo della storia.
Ed è probabilmente qui che The Love That Remains perderà
una parte del pubblico che aveva amato la durezza quasi spirituale
di Godland.
L’Islanda di Pálmason
resta ipnotica
Dal punto di vista visivo, però,
Pálmason continua a essere uno dei registi europei più interessanti
della sua generazione. I paesaggi islandesi vengono trasformati
ancora una volta in qualcosa di quasi emotivo. Non sono semplici
scenografie naturali, ma estensioni psicologiche dei personaggi:
immense, fredde, isolate e bellissime. La fotografia cattura il
vento, il mare, i campi e la luce con una precisione quasi
pittorica. Ogni inquadratura sembra raccontare il vuoto interiore
dei protagonisti senza bisogno di dialoghi esplicativi.
Anche il ritmo lento e
contemplativo resta una firma fortissima del regista. The Love
That Remains non ha alcuna fretta narrativa. Preferisce
accumulare piccoli momenti quotidiani, silenzi imbarazzati e
dettagli apparentemente insignificanti fino a costruire un senso
costante di malinconia sospesa.
E quando il film si concede
improvvise immagini simboliche — come la vecchia mina della Seconda
guerra mondiale riemersa accanto al peschereccio di Magnus — emerge
tutta la capacità di Pálmason di trasformare oggetti e paesaggi in
metafore emotive.
The Love That Remains è imperfetto
ma profondamente umano
The Love That Remains non
possiede forse la forza devastante dei lavori precedenti di Hlynur
Pálmason. Il tono ironico e surreale rende il film meno compatto
emotivamente e alcune intuizioni sembrano interrompere il dolore
invece di approfondirlo. Ma resta comunque un’opera estremamente
personale, elegante e piena di sensibilità.
È un film che osserva la fine di un
amore non come un’esplosione drammatica, ma come un lento e
doloroso processo di smarrimento reciproco. Un racconto di persone
incapaci di separarsi davvero, anche quando tutto sembra già
finito. E proprio nella sua irresolutezza emotiva, nel suo
oscillare continuo tra tristezza e assurdità, The Love That
Remains riesce a diventare qualcosa di molto vicino alla vita
vera.
Quando nel 2004 Hirokazu
Kore-eda (regista di Un
affare di famigliae Le buone stelle – Broker) presentò Nobody
Knows, molti spettatori rimasero sconvolti non tanto dalla
durezza della vicenda raccontata, quanto dalla naturalezza con cui
il film mostrava l’abbandono infantile. Lontano dai melodrammi
tradizionali e da qualsiasi costruzione spettacolare, il regista
giapponese seguiva il quotidiano di quattro fratelli lasciati soli
dalla madre in un piccolo appartamento di Tokyo. La macchina da
presa osservava la loro fame, il loro silenzio, i piccoli giochi
inventati per sopravvivere e il lento sgretolarsi di un’infanzia
che nessuno sembrava voler vedere. Proprio questa autenticità ha
portato molti a chiedersi se Nobody Knows fosse
realmente tratto da una storia vera.
La risposta è sì, anche se non
in modo diretto. Il film prende infatti ispirazione dal celebre
caso di cronaca noto come “Sugamo child-abandonment case”, una
vicenda emersa in Giappone nel 1988 che scioccò profondamente
l’opinione pubblica. Kore-eda non realizzò però
una ricostruzione fedele dei fatti: preferì usare quella tragedia
come punto di partenza per riflettere sull’abbandono,
sull’invisibilità sociale e sulla fragilità dei bambini in una
società moderna apparentemente efficiente. Dietro la delicatezza
del film si nasconde dunque una delle storie più drammatiche del
Giappone contemporaneo, una vicenda reale ancora oggi ricordata
come simbolo del fallimento delle istituzioni e della solitudine
infantile.
La vera storia del caso Sugamo
che ha ispirato Nobody Knows
La storia vera dietro
Nobody Knows risale alla fine degli anni Ottanta e
viene ricordata in Giappone come il caso dell’abbandono dei bambini
di Sugamo. Tutto avvenne in un appartamento del quartiere Toshima,
a Tokyo, dove una donna lasciò soli i propri figli per mesi dopo
aver iniziato una nuova relazione sentimentale. I bambini erano
cinque, tutti con padri diversi, e molti di loro non risultavano
nemmeno registrati ufficialmente all’anagrafe. Nessuno frequentava
la scuola, nessuno aveva contatti regolari con il mondo esterno e
la loro esistenza rimaneva praticamente invisibile. Nell’autunno
del 1987 la madre affidò il gruppo al figlio maggiore, un ragazzo
di appena quattordici anni, lasciandogli circa 50 mila yen per
sopravvivere. Da quel momento i bambini iniziarono a vivere
completamente isolati, nutrendosi quasi esclusivamente di noodles
istantanei e cibo comprato nei convenience store.
Il caso rimase nascosto per mesi
perché i fratelli cercavano disperatamente di non attirare
attenzioni. Il maggiore tentava di mantenere una sorta di
equilibrio domestico, occupandosi delle sorelle più piccole come
poteva, in un contesto però totalmente inadatto a dei minori.
Quando nel luglio del 1988 le autorità entrarono finalmente
nell’appartamento, trovarono i bambini in condizioni gravissime di
malnutrizione. La situazione era persino peggiore di quanto
inizialmente immaginato: una delle bambine era già morta e un’altra
risultava scomparsa. Fu in quel momento che il caso esplose sui
giornali giapponesi e internazionali, trasformandosi in un simbolo
della povertà nascosta e dell’abbandono minorile all’interno delle
grandi metropoli moderne.
L’abbandono, la morte della
bambina e il trauma che sconvolse il Giappone
Gli aspetti più scioccanti della
vicenda emersero nei giorni successivi all’intervento delle
autorità. La madre si consegnò spontaneamente poco dopo che il caso
era diventato pubblico e confessò di aver lasciato i figli da soli
per circa nove mesi. Nel frattempo si scoprì che la bambina più
piccola, indicata nei documenti soltanto come “Child E”, era morta
dopo essere stata aggredita da alcuni amici adolescenti del
fratello maggiore. Il corpo era stato successivamente nascosto in
una zona boschiva nei dintorni di Chichibu. La brutalità
dell’accaduto sconvolse profondamente il Giappone, non soltanto per
la morte della bambina, ma per il contesto generale di totale
abbandono in cui era maturata la tragedia.
La storia colpì l’opinione
pubblica perché mostrava come dei bambini potessero sparire agli
occhi della società senza che nessuno intervenisse per mesi. I
fratelli vivevano chiusi in casa, senza scuola, senza assistenza
sanitaria e senza alcun adulto disposto a occuparsi di loro. Il
ragazzo più grande venne persino incriminato per occultamento di
cadavere, anche se le autorità decisero di mandarlo in una
struttura protetta considerando la situazione estrema in cui era
cresciuto. La madre, invece, fu condannata per abbandono di minori,
ma ricevette una pena sospesa relativamente breve. Questo dettaglio
alimentò ulteriori polemiche nel Paese, perché molti considerarono
la sentenza troppo lieve rispetto alla gravità dei fatti. È proprio
da questa zona grigia morale che Kore-eda
costruisce il cuore emotivo di Nobody Knows,
evitando giudizi facili e concentrandosi soprattutto sul punto di
vista dei bambini.
Come Hirokazu
Kore-eda ha trasformato la tragedia reale in un
racconto intimo e universale
Pur essendo ispirato al caso
Sugamo, Nobody Knows modifica diversi elementi
della storia vera. Kore-eda eliminò alcuni degli
aspetti più esplicitamente scioccanti della cronaca per costruire
invece un racconto più silenzioso e contemplativo. Nel film non c’è
la ricerca della suspense né la volontà di spettacolarizzare il
dolore. Il regista preferisce osservare lentamente la quotidianità
dei fratelli, mostrando come i bambini riescano ancora a trovare
momenti di gioco, tenerezza e perfino felicità dentro una
situazione devastante. È proprio questo contrasto tra innocenza e
tragedia a rendere il film così potente. Lo spettatore comprende
gradualmente quanto quei bambini siano soli, mentre la società
intorno continua semplicemente ad andare avanti.
Il finale stesso del film segue
una strada diversa rispetto alla cronaca reale, scegliendo una
conclusione più sospesa e malinconica anziché concentrarsi sugli
aspetti giudiziari della vicenda. Kore-eda era
interessato soprattutto alle emozioni dei bambini e al loro
tentativo disperato di conservare un frammento di normalità. Per
questo motivo la regia utilizza spesso camere discrete, lunghi
silenzi e interpretazioni estremamente naturali. Il giovane attore
Yuya Yagira, che interpreta Akira, vinse perfino
il premio come miglior attore al Festival di Cannes, diventando il più
giovane vincitore nella storia della manifestazione. Il film riuscì
così a trasformare una tragedia locale in un’opera universale
sull’infanzia negata, sull’assenza degli adulti e sulla capacità
dei bambini di adattarsi anche alle condizioni più disumane.
La storia vera dietro
Nobody Knows e il significato ancora
attuale del film
A più di vent’anni dalla sua
uscita, Nobody Knows continua a essere considerato
uno dei film più dolorosi e importanti del cinema contemporaneo
giapponese. La vicenda reale del caso Sugamo non viene usata da
Kore-eda come semplice materiale drammatico, ma
come strumento per interrogare lo spettatore sul funzionamento
della società moderna. Il film suggerisce infatti che l’abbandono
non nasce improvvisamente: cresce lentamente nell’indifferenza
collettiva, nei sistemi burocratici incapaci di accorgersi delle
persone invisibili e nella fragilità dei rapporti familiari. È
questo che rende la storia ancora attuale, ben oltre il contesto
giapponese degli anni Ottanta.
La forza di Nobody
Knows sta proprio nel suo rifiuto di trasformare la
tragedia in spettacolo. Non ci sono eroi, non ci sono grandi colpi
di scena e non esiste nemmeno una vera catarsi finale. Rimane
soltanto la sensazione di aver osservato qualcosa di autentico e
profondamente umano. Sapere che il film nasce da fatti realmente
accaduti rende ogni scena ancora più devastante, perché dietro la
delicatezza poetica di Kore-eda si nasconde una
realtà che ha segnato la storia recente del Giappone. Ed è forse
proprio questo il motivo per cui Nobody Knows
continua ancora oggi a colpire così profondamente gli spettatori:
perché racconta bambini dimenticati dal mondo, ma impossibili da
dimenticare una volta terminata la visione.
La quinta stagione di The
Boys (leggi
qui la recensione) non è perfetta e presenta diversi difetti,
ma riesce comunque a concludere la lunga corsa della serie con un
finale piuttosto completo. Quasi tutti i personaggi principali
dello show sci-fi di Prime Video ricevono abbastanza spazio
nell’ultimo capitolo, dove la serie assegna loro o un lieto fine
oppure un destino che sembrava inevitabile da tempo. Tuttavia, dopo
aver visto lo scontro finale della stagione 5, è difficile ignorare
come abbia reso ancora più evidente uno dei problemi principali
della serie.
Fino alla stagione 3,
The
Boys aveva ottenuto un consenso quasi unanime sia da
parte del pubblico che della critica. Con la stagione 4, però, la
serie sembrava finalmente aver perso un po’ della sua solidità. Pur
compensando alcune incertezze narrative con un finale affascinante,
il lieve calo qualitativo della quarta stagione aveva sollevato
dubbi sull’ultimo capitolo. The Boys stagione 5
era partita molto bene, soprattutto grazie alla redenzione e alla
morte di A-Train.
Tuttavia, proprio come la
stagione 4, anche questa ha iniziato a rallentare a metà percorso,
concentrandosi forse troppo nel preparare lo spin-off dedicato a
Soldier Boy, Vought Rising. Verso la fine, però,
The Boys stagione 5 è riuscita comunque a chiudere
la serie lasciando irrisolte solo poche sottotrame.
Sfortunatamente, però, ha peggiorato ulteriormente i suoi problemi
legati alla scala dei poteri.
La gestione dei poteri nel
finale di The Boys stagione 5 era completamente incoerente
Serie e film che mostrano
continuamente scontri tra personaggi finiscono quasi
inevitabilmente per avere problemi di coerenza nella scala dei
poteri. Persino serie non supereroistiche come Cobra
Kai hanno avuto difficoltà simili. Tuttavia, quando una
serie spinge troppo oltre la sospensione dell’incredulità e sembra
ignorare le proprie regole e il proprio lore, diventa difficile
sorvolare sulle incoerenze.
Fino alla stagione 3,
The Boys aveva mostrato con costanza quanto
Homelander fosse immensamente più forte degli altri supes. Anche il
combattimento finale di Herogasm aveva senso: perfino supes
potentissimi come Soldier Boy e Butcher (potenziato con il Temp V)
faticavano a fermare Homelander, persino dopo l’arrivo di Hughie
(anch’egli sotto Temp V).
La stagione 5 di The
Boys, invece, ha iniziato a contraddire la logica generale
della serie e la scala dei poteri già stabilita semplicemente per
mandare avanti la trama. All’inizio era stato l’omicidio del nuovo
Black Noir per mano di The Deep a risultare poco credibile. La
stagione precedente aveva mostrato il nuovo Noir come un supe
antiproiettile e persino capace di volare. Eppure, in qualche modo,
uno dei supes apparentemente più inutili come The Deep riesce a
ucciderlo con estrema facilità.
Questi problemi diventano ancora
più evidenti nello scontro finale della stagione 5, quando
Homelander fatica a sopraffare Butcher e Ryan. I suoi raggi laser
sembrano soltanto respingere i personaggi invece di squarciarli,
nonostante fosse già stato mostrato quanto fossero letali.
In una scena precedente della
stessa stagione, Homelander aveva addirittura tagliato le gambe di
Kimiko con i suoi laser. Eppure, nel finale, quello stesso potere
si limita a scaraventarla contro un muro. Inoltre, Homelander aveva
brutalmente dominato Ryan durante il loro confronto uno contro uno
all’inizio della stagione. Anche Butcher, nella stagione 3, non era
riuscito a fermarlo pur combattendo insieme a Soldier Boy e
Hughie.
Senza contare che Butcher era
stato facilmente sopraffatto da Bombsight solo pochi episodi prima
del finale. Per questo motivo, risulta poco credibile che
improvvisamente sia diventato abbastanza forte da affrontare
Homelander alla pari nell’arco conclusivo.
Nel combattimento finale della
stagione 5, però, sembra quasi che gli sceneggiatori abbiano dovuto
indebolire drasticamente Homelander solo per riuscire a ucciderlo.
Considerando che Homelander aveva portato nello spazio in pochi
secondi la parodia di Elon Musk presente nella stagione 5 di
The Boys, perché non avrebbe potuto fare lo stesso
con Butcher e Ryan mentre lo stavano trattenendo?
I personaggi di Gen V avrebbero
potuto migliorare lo scontro finale di The Boys
Escludere i principali supes di
Gen
V dall’arco finale è stato probabilmente l’errore più
grande della quinta stagione di The Boys. Tutta la
storyline di Marie nella seconda stagione di Gen V
ruotava attorno al tentativo di controllare i propri poteri per
diventare una possibile rivale di Homelander. Se fosse stata
coinvolta nello scontro finale contro di lui, avrebbe potuto usare
almeno le sue capacità di manipolare il sangue per controllarlo e
immobilizzarlo insieme a Butcher e Ryan.
Cate, che nella stagione 5 non
compare nemmeno in un cameo, avrebbe potuto redimersi dopo aver
accettato di unirsi alla squadra di Homelander usando il suo potere
del “tocco” per entrare nella sua mente. Questo avrebbe
ulteriormente impedito a Homelander di fuggire in volo o di
sopraffare gli altri personaggi.
Anche altri giovani supes, come
Jordan Li, Sam ed Emma, avrebbero potuto usare le loro abilità per
mantenere Homelander sotto controllo mentre Kimiko tentava di
colpirlo con le radiazioni.
Purtroppo, The
Boys stagione 5 ha di fatto modificato retroattivamente
molti sviluppi di Gen V, stabilendo che quei
personaggi “non erano pronti”. Anche se il combattimento finale
contiene comunque momenti memorabili, fatica a superare lo scontro
di Herogasm della stagione 3. Avrebbe potuto essere il miglior
confronto dell’intera serie, ma è stato appesantito dalla mancanza
di coerenza interna.
Per
anni il nome di Idris Elba è
stato uno dei più discussi dai fan di James
Bond, ma l’attore britannico ha deciso di mettere fine
una volta per tutte alle speculazioni. In una nuova intervista
rilasciata a People, la star di Luther e The Suicide Squad ha chiarito di
non essere mai stata realmente presa in considerazione per il ruolo
dell’agente segreto creato da Ian Fleming.
“Il mio nome non viene tirato fuori, assolutamente no”, ha
spiegato Elba a People. “Stanno cercando
qualcuno di più giovane. E auguro loro tutta la fortuna del mondo.
Non vedo l’ora di vedere cosa faranno: sarà fantastico”.
L’attore ha poi aggiunto una frase ancora più netta:
“Onestamente non sono mai stato in corsa. Non lo sono mai stato
fin dall’inizio”.
Le
dichiarazioni arrivano in un momento particolarmente delicato per
il franchise di 007, con Amazon MGM Studios ormai ufficialmente al lavoro sul
rilancio della saga dopo l’addio di Daniel
Craig. Lo studio ha confermato che la ricerca del
nuovo Bond è iniziata, anche se i dettagli sul casting restano
strettamente riservati.
La notizia cambia soprattutto la percezione pubblica attorno al
futuro del personaggio. Per anni il nome di Elba è stato utilizzato
come simbolo di un possibile cambiamento radicale per il franchise,
sia dal punto di vista generazionale che culturale. Le sue parole,
però, suggeriscono che quella possibilità non sia mai davvero
esistita dietro le quinte.
Il nuovo James Bond sarà più
giovane e pensato per una lunga saga
Dietro il nuovo corso di James Bond c’è una strategia molto precisa. Secondo
quanto riportato da Deadline, il casting è supervisionato da
Denis
Villeneuve, scelto per dirigere il prossimo capitolo della
saga, insieme ai produttori Amy Pascal e David Heyman. L’obiettivo sarebbe trovare un attore
capace di incarnare il personaggio per almeno tre film.
A
Cannes, il dirigente Courtenay Valenti Gold aveva già anticipato la
direzione creativa del progetto, spiegando che il prossimo
interprete di Bond dovrà “sprigionare sex appeal”. Una
dichiarazione che lascia intuire come Amazon voglia riportare il
personaggio verso una dimensione più classica e iconica, dopo il
tono più crepuscolare degli ultimi film con Craig.
L’uscita di scena definitiva di Elba restringe quindi il campo dei
candidati e conferma indirettamente un’altra tendenza: il franchise
sembra voler puntare su un attore più giovane, probabilmente
trentenne, capace di sostenere un universo narrativo di lungo
periodo. È una scelta che riflette la nuova filosofia industriale
di Amazon, interessata a trasformare James Bond in un marchio ancora più esteso
e seriale.
Resta però da capire quale identità avrà questo nuovo 007. Gli
ultimi film avevano progressivamente smontato il mito dell’agente
perfetto, mostrando un Bond vulnerabile, stanco e segnato dal
passato. Con Denis
Villeneuve alla regia e Steven Knight alla sceneggiatura, il
rischio – o l’opportunità – sarà quello di reinventare nuovamente
il personaggio senza perdere l’equilibrio tra spettacolo, fascino e
tradizione.
Proprio quando sembrava che Beth (Kelly Reilly) e Rip (Cole
Hauser) si fossero finalmente ambientati nella vita
texana, il finale del terzo episodio di Dutton Ranch riserva loro un devastante
“colpo del destino” – o forse un colpo di Beulah Jackson
(Annette Bening). È un bel
ribaltamento rispetto all’inizio dell’episodio, in cui i
protagonisti di Dutton Ranch iniziano la giornata con una cavalcata
prima di separarsi per dedicarsi a ciò che sanno fare meglio: Rip
si occupa del bestiame e Beth guadagna soldi.
Era solo questione di tempo prima che Beth, la
squala degli affari, arrivasse al Dutton Ranch, e
nell’episodio 3, “Act of God Business”, è ufficialmente tornata,
con tanto di Louboutin. Si reca a Dallas e usa la sua notevole
astuzia — questa volta più con il miele che con l’aceto che usava
in Yellowstone – per concludere un accordo e fornire
la carne del suo ranch alla steakhouse più lussuosa della
città.
In un divertente easter egg di
Yellowstone, Beth mette in atto una
versione “Dutton Ranch” delle sue classiche stroncature da
bar, solo che questa volta, invece di sbranare verbalmente l’uomo
che osa avvicinarla, ascolta ciò che Joaquin (Juan Pablo
Raba) ha da dire. Beth sa che Joaquin è affiliato al 10
Petal Ranch, quindi qualsiasi cosa dica potrebbe essere
un’informazione preziosa — anche se le ricorda Jamie Dutton
(Wes Bentley).
Sfortunatamente, mentre Beth ottiene una vittoria, Rip subisce
una perdita monumentale. Dopo che una delle sue mucche viene
trovata con la bava alla bocca e gli zoccoli pieni di vesciche, Rip
chiama Everett (Ed
Harris), che conferma il peggio: la mucca ha l’afta epizootica,
probabilmente trasmessa dal nuovo toro del ranch. Sebbene Rip e la
sua squadra tentino di mettere in quarantena la mandria, l’epidemia
si è già diffusa, il che costerà al Dutton Ranch tutto il suo
bestiame.
Beth e Rip non sono gli unici ad affrontare un futuro
terrificante, poiché Beulah riceve una telefonata minacciosa da un
uomo sconosciuto che sembra avere potere su di lei ed è preoccupato
per i cambiamenti nella sua baracca. Nel frattempo, Zachariah (Marc
Menchaca) si trova a fare i conti con il passato, mentre Carter
(Finn Little) e Oreana (Natalie Alyn Lind) vivono nel presente, ma
l’episodio 3 chiarisce che tutti i personaggi sono destinati a una
resa dei conti.
L’afta epizootica devasta il ranch Dutton, ma non è l’unico
problema di Beth e Rip
Considerando quanto Rip sia un allevatore esperto, può sembrare
sconcertante che l’afta epizootica abbia colpito il ranch Dutton
così presto dall’inizio della sua gestione. Gli Edwards, dai quali
Beth e Rip hanno acquistato il ranch, sono persone oneste che non
avrebbero mai venduto loro bestiame malato. La probabile
responsabile di questa tragedia è Beulah Jackson.
Il ranch Yellowstone ha affrontato un problema simile nella
serie originale, quando il bestiame di John Dutton è stato colpito
da un’epidemia di brucellosi. Tuttavia, lui aveva i mezzi per
mandare metà della mandria, curiosamente, in Texas. Beth e Rip non
hanno questo lusso.
Nell’episodio 2 di Dutton Ranch, Beulah era presente all’asta
del bestiame e ha fatto un’offerta contro Rip per il toro, che lui
ha vinto con un’offerta di 10.000 dollari. Il Dutton Ranch è nel
mirino di Beulah e, quando si rende conto di non poter costringere
Beth a sottomettersi, la migliore cattiva dell’universo di
Yellowstone sta apparentemente combattendo sporco in altri
modi.
L’afta epizootica è una malattia incredibilmente contagiosa,
quindi, nonostante gli sforzi di Rip e compagni per mettere in
quarantena la mandria, una volta che un’altra mucca ha mostrato i
sintomi, Rip ha capito che era finita. Lui e Beth hanno investito
ogni centesimo per far funzionare il Dutton Ranch, e ora dovranno
affrontare il devastante processo di abbattimento della mandria,
solo per ricominciare da zero.
Tuttavia, i loro problemi sono più gravi di quanto Beth creda,
dato che Rip le sta nascondendo un grosso segreto. Nonostante le
abbia detto che non le ha mai mentito e che non lo farà mai, l’ha
già fatto all’inizio dell’episodio, quando non le ha raccontato del
cadavere trovato nel loro ranch, né del fatto che se ne fosse
sbarazzato. Beth e Rip sono stati in perfetta sintonia da quando
lei ha capito i propri sentimenti per lui in Yellowstone, ma se non
fanno fronte comune, sono ancora più vulnerabili.
Beulah Jackson potrebbe non essere la più grande nemica del
ranch dei Dutton
Sebbene la serie «Dutton Ranch»
abbia presentato Beulah come l’antagonista di John Dutton (Kevin Costner) in «Yellowstone», potrebbe
esserci una minaccia ancora più grave all’orizzonte. Mentre Beulah
sta girando in auto nel tentativo di limitare i danni causati alla
sua comunità ormai divisa, riceve una telefonata da un uomo
conosciuto come «Mariano» (Raoul Max Trujillo), visibilmente
preoccupato per possibili sorprese indesiderate.
Questo chiaramente turba Beulah,
perché fa una visita a sorpresa a casa di Whitney Ayers (Olivia
Rose Keegan), la moglie di Wes (Nakoa DeCoite), che ha espresso
pubblicamente preoccupazione e dubbi sulla sua scomparsa. Dopo aver
appreso che Whitney ha lasciato la città, Beulah dichiara che
questo è “un fottuto problema”, il che probabilmente significa che
diventerà ancora più spietata nella sua ricerca per risolverlo.
Tuttavia, l’episodio 3 ha mostrato
anche un lato più tenero di Beulah. Mentre partecipano al funerale
del defunto sceriffo, lei ed Everett ricordano il passato, e si
intuisce chiaramente che ne hanno uno loro. Alla fine
dell’episodio, Beulah torna a casa e trova la camera da letto di
Oreana deserta, e i segni di altezza sul muro rivelano che quella
era la camera di Beulah quando era giovane.
Beulah Jackson sarà anche una
proprietaria di ranch prepotente che non ci pensa due volte a
distruggere i mezzi di sussistenza dei suoi concorrenti, ma ha
anche un cuore; è una nonna premurosa ed è anche capace di amore
romantico, o almeno lo era un tempo. Questo la rende forse
l’antagonista più complessa e sfaccettata dell’universo di
Yellowstone, preparando la prima stagione di Dutton Ranch a trame
più emozionanti con Beulah in arrivo.
Oreana e Carter sono ufficialmente Beth e Rip 2.0
Le analogie tra Oreana e Carter e i giovani Beth e Rip sono
evidenti: Oreana è la giovane, focosa ma viziata, di una potente
famiglia di allevatori, mentre Carter è un cowboy laborioso che si
è innamorato di lei a prima vista. Sebbene gli episodi precedenti
avessero fatto pensare che Oreana stesse prendendo in giro Carter,
quando lui ha fatto pipì sul camion del suo ex infedele, la giovane
Jackson ha capito di aver trovato l’uomo giusto.
Alla fine dell’episodio, Carter fa entrare di nascosto Oreana
nella sua camera da letto, dove lei si spoglia fino alla biancheria
intima per cambiarsi il vestito e indossare una delle sue
magliette. Dopo che lui si addormenta, lei lo sveglia con dei baci,
e si intuisce che consumano la loro relazione. Probabilmente è la
prima volta che Carter fa sesso, e considerando i sentimenti che
già provava per Oreana prima dell’accaduto, è certo che si
innamorerà ancora di più.
La preoccupazione maggiore qui non è Oreana, ma le loro
famiglie. Beulah è una donna di famiglia protettiva e possessiva, e
Beth non sopporta la proprietaria del 10 Petal Ranch. Dato che
Beulah è inevitabilmente coinvolta nella vicenda del toro malato di
Beth e Rip, e che la coppia inevitabilmente scoprirà la verità,
Oreana e Carter potrebbero ritrovarsi meno simili a Beth e Rip e
più a Romeo e Giulietta.
Il passato di Zachariah torna a perseguitarlo
Zachariah (Marc Menchaca) è la versione del Dutton Ranch di
Walker (Ryan Bingham) di Yellowstone: un ex detenuto appena uscito
di prigione che Rip assume immediatamente. Mentre Rip potrebbe non
essere interessato al passato di Zachariah, il pubblico lo è
sicuramente, e l’episodio 3 ha finalmente svelato il mistero.
Mentre Rip e la sua squadra si affannano per gestire la
quarantena, una donna di nome Anna (Dale Dickey) si presenta con
una pistola, pronta a uccidere Zachariah per quello che ha fatto a
Theresa. Dimostrando di essere altrettanto abile come pacificatore
quanto come esecutore, Rip riesce a calmarla, convincendo Everett,
che conosce la situazione, a confortarla.
Più tardi, attorno a un falò, Zachariah racconta la storia:
Theresa era l’amore della sua vita e avevano una relazione segreta
di cui Anna non sapeva nulla. Durante una lite con Theresa,
Zachariah cercò di fuggire con il suo camion, ma essendo ubriaco,
la uccise. Questo è il motivo per cui Zachariah ha smesso di bere e
si è avvicinato alla religione, anche se ovviamente non si è ancora
perdonato.
Il peccato è un tema ricorrente nell’universo di Yellowstone e
Zachariah probabilmente non ha ancora finito di pagarne le
conseguenze. Tuttavia, con il ranch del suo datore di lavoro nel
bel mezzo di una crisi devastante, il bestiame malato sarà
sicuramente la trama principale del quarto episodio, “Dutton
Ranch”.
The
Mandalorian and Grogu (leggi
qui la recensione) ha riportato Star
Wars sul grande schermo con un debutto superiore alle
aspettative iniziali. Il film diretto da Jon
Favreau, primo lungometraggio live-action della saga
dopo Star Wars: L’ascesa di Skywalker del 2019,
punta a chiudere il weekend del Memorial Day con circa 102 milioni
di dollari negli Stati Uniti e 165 milioni complessivi a livello
globale. Numeri importanti, soprattutto considerando che molti
analisti prevedevano un’apertura inferiore persino a quella di
Solo: A Star Wars Story.
Secondo quanto riportato da
Deadline e Variety, il film ha beneficiato di
recensioni solide e soprattutto di un’accoglienza positiva da parte
del pubblico, con un punteggio audience nettamente superiore
rispetto a Solo. Un elemento che potrebbe fare la
differenza nelle prossime settimane, quando il passaparola inizierà
davvero a incidere sugli incassi. Anche il budget relativamente
contenuto — circa 165 milioni di dollari, il più basso per un film
di Star Wars dal rilancio Disney del franchise —
cambia radicalmente il quadro economico dell’operazione.
Il dato più interessante, però,
non riguarda soltanto gli incassi. The Mandalorian and Grogu
rappresenta un vero test industriale per il futuro cinematografico
di Lucasfilm. Dopo anni dominati dalle serie
Disney+, la saga deve dimostrare di
poter ancora attirare il pubblico in sala senza l’ombrello
narrativo della Saga degli Skywalker. Il film sembra evitare il
disastro commerciale che molti temevano, ma allo stesso tempo
conferma che il brand non possiede più automaticamente la forza
travolgente dell’era sequel. Ecco perché il prossimo
Star Wars: Starfighter e i
progetti di James Mangold e Dave
Filoni saranno osservati con enorme attenzione.
Din Djarin e Grogu diventano il
ponte tra Disney+ e il nuovo Star Wars cinematografico
Il risultato ottenuto da
The Mandalorian and Grogu dimostra anche quanto il
personaggio di Din Djarin, interpretato da
Pedro Pascal, sia diventato centrale
nell’immaginario moderno di Star Wars. Nato come
esperimento per Disney+, il Mandaloriano è riuscito
dove molti protagonisti della trilogia sequel avevano faticato:
creare un legame immediato con il pubblico trasversale della
saga.
Il film prosegue direttamente le
vicende della serie The Mandalorian, portando sul
grande schermo il rapporto tra Din e Grogu in un contesto galattico
ancora instabile dopo la caduta dell’Impero. I signori della guerra
imperiali sparsi nella galassia e il lento consolidamento della
Nuova Repubblica continuano infatti a preparare il terreno per il
ritorno del Grande Ammiraglio Thrawn, elemento già anticipato in
Ahsoka e destinato a diventare il fulcro
narrativo del cosiddetto “Mandoverse”.
L’assenza di una scena
post-credit ha sorpreso parte dei fan, soprattutto considerando
quanto il progetto sia collegato agli altri tasselli del franchise.
Tuttavia, la scelta di Jon Favreau sembra coerente
con l’idea di realizzare un’avventura autonoma, più vicina allo
spirito delle prime due stagioni della serie che non a un semplice
capitolo di raccordo verso eventi futuri.
Anche le dichiarazioni di
Sigourney Weaver, che ha espresso
il desiderio di tornare in un sequel, suggeriscono che
Lucasfilm stia valutando con cautela il futuro
della proprietà. Tutto dipenderà dalla tenuta del film nelle
prossime settimane e dalla capacità di trasformare il buon debutto
in una corsa lunga al botteghino. Se il pubblico continuerà a
premiare il film, The Mandalorian and Grogu
potrebbe diventare il modello operativo per il nuovo corso
cinematografico di Star Wars: produzioni meno
costose, personaggi già amati e una connessione più stretta con il
mondo seriale.
Con Wicked
– Parte 1 (leggi
qui la recensione), il regista Jon M. Chu
trasforma uno dei
musical più amati degli ultimi vent’anni in un grande fantasy
emotivo e politico, capace di riscrivere l’immaginario di
Il mago di Oz da una prospettiva completamente
diversa. Il film racconta infatti la nascita della cosiddetta
Strega Cattiva dell’Ovest, mostrando come dietro quella figura
demonizzata si nasconda in realtà una giovane donna emarginata,
manipolata e progressivamente trasformata dal potere. Il finale del
film rappresenta il momento decisivo di questa metamorfosi: Elphaba
smette di inseguire il riconoscimento del sistema e sceglie di
diventare un simbolo di resistenza.
L’ultima sequenza di
Wicked – Parte 1 non chiude davvero una storia, ma
inaugura una nuova identità. La celebre esibizione di “Defying
Gravity” assume nel film un significato più ampio rispetto alla
versione teatrale: non è soltanto il numero musicale più iconico
dell’opera, ma il manifesto politico ed esistenziale di Elphaba.
Nel momento in cui vola sopra Emerald City, inseguita dall’autorità
e dichiarata nemica pubblica, il personaggio comprende che il male
non nasce dalla diversità, bensì dalla narrazione costruita attorno
ad essa. È proprio questa intuizione a rendere il finale così
potente e a preparare il terreno per il sequel.
Il viaggio di Elphaba dentro il
mondo di Oz riscrive il fantasy classico attraverso il linguaggio
politico e sentimentale di Jon M. Chu
Fin dalle prime scene,
Wicked – Parte 1 lavora sulla decostruzione del
mito. Dove il classico del 1939 mostrava una netta divisione tra
bene e male, il film di Jon M. Chu costruisce un
universo ambiguo, dominato dalla propaganda e dalla paura. La
figura di Elphaba, interpretata da Cynthia Erivo, si inserisce perfettamente
nella tradizione dei protagonisti outsider del cinema fantasy
contemporaneo: personaggi percepiti come mostruosi soltanto perché
incapaci di adattarsi alle regole sociali dominanti. In questo
senso il film dialoga apertamente con opere come Edward
mani di forbice o persino con il cinema young adult
distopico degli anni Duemila, dove il conflitto centrale riguarda
sempre il rapporto tra identità individuale e sistema politico.
La scelta di affidare il ruolo
di Glinda a Ariana Grande rafforza ulteriormente questa
dinamica. Il rapporto tra le due protagoniste non viene raccontato
come una semplice amicizia scolastica, ma come il punto d’incontro
tra due modi opposti di sopravvivere dentro una società
performativa. Glinda comprende le ingiustizie di Oz, eppure
continua a cercare approvazione dalle istituzioni; Elphaba invece
rifiuta gradualmente ogni compromesso. È qui che il film trova la
sua dimensione più interessante, perché il conflitto non nasce
dall’odio reciproco, ma dalla diversa risposta che le due ragazze
danno al potere. Jon M. Chu, già autore di musical
molto energici come In the Heights, utilizza la
spettacolarità visiva per raccontare emozioni profondamente intime:
l’insicurezza, il desiderio di appartenenza, la paura di essere
respinti. Quando Emerald City appare finalmente sullo schermo,
luminosa e gigantesca, il film suggerisce immediatamente che quella
perfezione estetica nasconde qualcosa di corrotto.
Il finale di Wicked – Parte 1
mostra la nascita della “Strega Cattiva” come costruzione politica
e non come trasformazione malvagia
Il cuore del finale ruota
attorno all’incontro tra Elphaba e il Mago di Oz. Per tutta la
vita, la protagonista ha immaginato quell’uomo come una figura
salvifica, qualcuno capace di darle finalmente uno scopo e di
fermare le discriminazioni contro gli Animali parlanti. Quando
arriva nella Città di Smeraldo insieme a Glinda, Elphaba pensa di
essere vicina alla realizzazione del suo sogno. La scoperta che il
Mago, interpretato da Jeff Goldblum, sia in realtà
un uomo privo di poteri cambia completamente il senso della storia.
Oz si regge infatti su una gigantesca illusione politica: il potere
nasce dalla manipolazione della paura collettiva.
La scena del Grimmerie è
fondamentale perché rappresenta il momento esatto in cui Elphaba
comprende di essere stata usata. Convinta di stare aiutando il
Mago, legge l’incantesimo che fa crescere le ali alle scimmie
guardiane, salvo capire immediatamente che quelle creature verranno
trasformate in strumenti di controllo e repressione. Il film
insiste molto sul dolore fisico delle scimmie durante la
trasformazione, mostrando la violenza implicita dietro l’idea di
“ordine” sostenuta dal governo di Oz. Da quel momento Elphaba
rifiuta l’autorità e fugge con il Grimmerie, mentre Madame Morrible
la trasforma pubblicamente in una minaccia.
La parte più significativa del
finale riguarda però Glinda. Pur comprendendo che Elphaba ha
ragione, decide di restare. È una scelta dolorosa, ambigua,
profondamente umana. Glinda sceglie la sicurezza, il privilegio, la
possibilità di continuare a esistere dentro il sistema. Elphaba
invece accetta l’isolamento pur di non tradire sé stessa. Quando
vola via cantando “Defying Gravity”, il film mostra la nascita
simbolica della Strega dell’Ovest: non una creatura malvagia, ma
una dissidente politica trasformata in mostro dalla propaganda
statale.
La discriminazione degli
Animali e la costruzione del nemico rendono Wicked una riflessione
contemporanea sul potere e sulla paura
Dietro l’estetica fantasy e
musicale, Wicked – Parte 1 costruisce un discorso
sorprendentemente attuale. La persecuzione degli Animali parlanti
diventa infatti una metafora esplicita della disumanizzazione
operata dai regimi autoritari. Il professor Dillamond,
progressivamente privato del diritto di insegnare e persino della
parola, rappresenta il primo stadio di un processo politico basato
sulla creazione del nemico interno. Il Mago comprende che per
mantenere compatto il popolo di Oz serve un bersaglio comune,
qualcuno da indicare come causa di ogni problema.
Elphaba si rende conto troppo
tardi che il sistema non vuole davvero integrare i diversi: vuole
usarli finché risultano utili e distruggerli quando diventano
incontrollabili. È questo il vero significato della sua
trasformazione pubblica in “strega cattiva”. La società di Oz ha
bisogno di una figura mostruosa per legittimare la propria
struttura di potere. In questo senso il film sovverte completamente
la narrativa classica de Il mago di Oz, perché
suggerisce che la malvagità attribuita a Elphaba sia il prodotto di
una campagna politica costruita deliberatamente.
Anche il rapporto con Fiyero
assume un peso importante in questa lettura. Il personaggio
interpretato da Jonathan Bailey comincia come figura
superficiale e privilegiata, ma il contatto con Elphaba lo
costringe a prendere posizione. Quando lascia Shiz nel finale, il
film suggerisce che stia abbandonando il proprio ruolo sociale per
seguire una causa più autentica. Tutti i personaggi vengono dunque
messi davanti alla stessa domanda: è possibile restare neutrali
davanti all’ingiustizia? La risposta implicita del film sembra
essere negativa.
Il finale lascia intendere che
Glinda ed Elphaba diventeranno i due volti opposti della stessa
rivoluzione morale
Uno degli aspetti più
interessanti del finale riguarda la futura evoluzione del rapporto
tra Elphaba e Glinda. Il film evita accuratamente di trasformarle
in vere nemiche. Anche nel momento della separazione, le due
continuano ad amarsi profondamente. Questa scelta cambia
radicalmente il peso emotivo del sequel, perché sappiamo già che il
conflitto successivo nascerà da una frattura ideologica più che
personale.
Glinda resterà dentro il sistema
cercando probabilmente di modificarlo dall’interno, mentre Elphaba
sceglierà la ribellione aperta. Il problema è che Oz, ormai, ha già
deciso chi deve incarnare il bene e chi il male. Madame Morrible
usa immediatamente i mezzi di comunicazione della città per
diffondere la narrativa della “strega pericolosa”, anticipando
dinamiche mediatiche estremamente contemporanee. La verità smette
di avere importanza; conta soltanto la versione più efficace da
raccontare al pubblico.
Anche il destino di Nessarose
viene preparato con attenzione. La morte del governatore Thropp e
l’isolamento emotivo della ragazza lasciano intuire come il sequel
approfondirà la sua trasformazione nella futura Strega dell’Est.
Tutto il finale di Wicked – Parte 1 funziona
quindi come un gigantesco punto di origine: ogni personaggio si
trova esattamente sul confine tra ciò che è stato e ciò che
diventerà.
Il vero significato del finale
di Wicked – Parte 1 è la conquista della libertà attraverso
l’accettazione della propria diversità
Wicked il film – Cortesia di Universal Pictures
La scena conclusiva di Elphaba
che vola sopra Oz racchiude il senso profondo del film. Per tutta
la storia, la protagonista ha cercato disperatamente di essere
accettata. Ha creduto che diventare utile al Mago avrebbe
cancellato il pregiudizio verso di lei, ha sperato che il talento
bastasse a renderla amata, ha tentato di adattarsi a un mondo che
la rifiutava fin dalla nascita. Nel finale comprende invece che la
libertà passa attraverso l’accettazione della propria alterità.
È significativo che Elphaba voli
da sola. La sua emancipazione coincide con una separazione
dolorosa: lascia Glinda, perde la protezione istituzionale,
rinuncia alla possibilità di avere una vita normale. Eppure il film
presenta quel momento come una liberazione. “Defying Gravity”
diventa così il rifiuto definitivo delle aspettative sociali
imposte dagli altri. Elphaba sceglie di definirsi autonomamente,
anche se questo significa essere odiata dal mondo intero.
Il sequel partirà proprio da
qui: dalla distanza crescente tra verità e leggenda. Gli spettatori
conoscono già il mito della Wicked Witch of the West, ma
Wicked – Parte 1 suggerisce che dietro quella
figura esista una donna trasformata in mostro per aver detto la
verità. È questa la grande intuizione dell’opera: il male, spesso,
nasce dallo sguardo di chi racconta la storia.
Il
futuro di Indiana Jones continua a essere uno dei
grandi interrogativi in casa Lucasfilm dopo
l’uscita di Indiana
Jones e il Quadrante del Destino. Nelle ultime ore il
nome di Karl Urban era tornato al centro delle
discussioni online come possibile erede di Harrison Ford, ma l’attore di
The
Boys ha chiuso rapidamente ogni speculazione con una
risposta pubblicata su X.
Tutto
è nato da un post del comico e attore Steve Byrne,
che aveva scritto: “C’è davvero un solo uomo che potrebbe
sostituire Harrison Ford come Indiana Jones… Karl
Urban. Lo distruggerebbe”. Urban ha replicato con parole molto nette:
“Anche se apprezzo la fiducia, Harrison Ford È Indiana Jones: è
insostituibile!”. Una presa di posizione significativa,
soprattutto considerando che si tratta del primo messaggio
pubblicato dall’attore sul social dal marzo 2023.
La
dichiarazione di Urban riporta al centro una questione che Disney e
Lucasfilm sembrano ancora non voler affrontare apertamente: il
franchise può davvero sopravvivere senza Harrison Ford? Dopo il
risultato deludente al box office di Indiana Jones e il
Quadrante del Destino, costato quasi 390 milioni di
dollari e incapace di imporsi come evento globale, l’idea di un
recasting appare più rischiosa che mai.
Lucasfilm cerca una strada per Indiana Jones senza sostituire
Harrison Ford
Il
problema non riguarda soltanto il personaggio, ma il peso culturale
che Harrison Ford ha costruito attorno a Indiana
Jones in oltre quarant’anni. A differenza di altri franchise, Indy
non è mai stato davvero reinterpretato sul grande schermo da un
altro attore, eccezion fatta per il giovane personaggio
interpretato da River Phoenix in Indiana
Jones e l’ultima crociata.
Lucasfilm conosce bene i rischi di un’operazione simile. Il
precedente di Solo: A Star
Wars Story, con Alden Ehrenreich
chiamato a raccogliere l’eredità di Han Solo, resta ancora una
ferita aperta per Disney. Nonostante le recensioni positive rivolte
all’attore, il film non riuscì a conquistare il pubblico come
previsto, modificando radicalmente i piani cinematografici di
Star Wars negli anni successivi.
Per
questo motivo, negli ultimi tempi hanno preso forza alternative
differenti. Una delle ipotesi più discusse riguarda il ritorno di
Short Round, personaggio amatissimo introdotto in
Indiana Jones e il tempio maledetto e interpretato
da Ke Huy Quan. La rinascita della carriera
dell’attore, culminata con la vittoria dell’Oscar per
Everything Everywhere All at Once, ha trasformato
il personaggio in una possibile chiave per continuare il franchise
senza toccare direttamente Indy.
Non
manca poi chi immagina una serie animata o produzioni ambientate
nello stesso universo narrativo ma lontane dalla figura originale
dell’archeologo. In questo senso, anche il successo del videogioco
Indiana Jones and the Great Circle, con
Troy Baker nel ruolo vocale del protagonista, ha
dimostrato che il pubblico è disposto ad accettare nuove
interpretazioni del personaggio, purché rispettino l’identità
costruita da Ford.
Le
parole di Karl Urban, dunque, sembrano confermare
quello che molti sospettavano già: Hollywood non ha ancora trovato
qualcuno disposto – o forse capace – di raccogliere davvero la
frusta e il cappello di Indiana Jones.
The
Batman – Parte II continua a espandere la sua Gotham
e, secondo le ultime indiscrezioni, potrebbe aver trovato il suo
nuovo grande villain. Durante un’intervista con Deadline, Sebastian Stan ha parlato proprio
coinvolgimento nel sequel diretto da Matt Reeves e
ha accennato dei suoi “numerosi ruoli” nel film,
alimentando le voci che lo vogliono nei panni di Harvey
Dent/Due Facce. Un casting che, se confermato, segnerebbe
il debutto dell’attore nel mondo DC dopo anni trascorsi nel
MCU come Winter
Soldier.
Stan
non ha confermato apertamente il personaggio, ma alcune sue
dichiarazioni sembrano piuttosto indicative. L’attore ha raccontato
di aver già incontrato il team trucco e acconciature del film,
spiegando: “Sono emozionato, nervoso e sto cercando di
continuare a sorprendermi”. Nel frattempo, Matt
Reeves ha condiviso sui social una line-up che comprende
anche Robert
Pattinson, Jeffrey
Wright, Colin
Farrell, Andy Serkis,
Scarlett
Johansson, Charles
Dance e Brian Tyree Henry, anche
se molti ruoli restano ancora avvolti nel mistero.
L’eventuale introduzione di Due Facce rappresenterebbe un passaggio
decisivo per l’universo costruito da Reeves. Dopo aver raccontato
una Gotham dominata dal caos investigativo dell’Enigmista nel primo
film, il sequel sembra pronto a esplorare il lato più politico e
morale della città. Harvey Dent non è soltanto uno dei nemici
storici di Batman: è il simbolo della corruzione progressiva di
Gotham, un uomo che nasce alleato di Bruce Wayne e finisce
distrutto dal sistema che voleva salvare.
Harvey Dent potrebbe cambiare il tono dell’universo di Matt
Reeves
Nel
fumetto, Harvey Dent è uno dei personaggi più
tragici dell’intera mitologia di Batman. Creato da Bob
Kane e Bill Finger nel 1942, il
procuratore distrettuale di Gotham inizia come figura idealista e
alleata del Cavaliere Oscuro, prima di trasformarsi nel criminale
Due Facce dopo essere stato sfigurato con dell’acido.
L’ingresso del personaggio nel mondo di The
Batman avrebbe implicazioni enormi anche per la
direzione narrativa della saga. Il primo film mostrava un
Bruce Wayne ancora inesperto, immerso in una
Gotham corrotta e paranoica, mentre la serie spin-off The
Penguin ha ulteriormente approfondito il vuoto di potere
lasciato dagli eventi finali del film del 2022. In questo contesto,
Harvey Dent potrebbe emergere inizialmente come il volto della
rinascita istituzionale della città, prima di diventare la sua
ennesima vittima.
Anche
il coinvolgimento di attori come Charles Dance e
Scarlett Johansson suggerisce che
Reeves stia costruendo un sequel molto più ampio e stratificato
rispetto al primo capitolo. Non è un caso che le prime immagini dal
set di Liverpool abbiano già mostrato un nuovo logo di Batman con
tonalità blu al posto del rosso utilizzato nel primo film: un
dettaglio estetico che potrebbe indicare un cambio di atmosfera,
forse meno noir investigativo e più vicino al dramma criminale e
psicologico.
La
scelta di Sebastian Stan sarebbe inoltre
perfettamente coerente con questo approccio. Negli ultimi anni
l’attore ha dimostrato di saper interpretare personaggi tormentati,
ambigui e profondamente segnati dal trauma, caratteristiche
centrali nella figura di Harvey Dent. Se Reeves deciderà davvero di
portare Due Facce al centro del racconto, The Batman: Part
II potrebbe trasformarsi nel capitolo più politico e
tragico della nuova saga DC.
Star
Wars ha un nuovo film al cinema, The
Mandalorian and Grogu (leggi
qui la recensione), ma molti si stanno già chiedendo cosa
accadrà dopo a Din Djarin, Grogu
e a questo particolare ramo del franchise nato come serie TV e
diventato poi un grande blockbuster cinematografico.
The Mandalorian and Grogu è
ambientato dopo tutte e tre (finora) le stagioni di The
Mandalorian, il che significa che Grogu
ha già raggiunto il tempio Jedi di Luke Skywalker,
ricevuto un minimo di addestramento e scelto di tornare da Din,
diventando un trovatello mandaloriano invece che un Jedi.
Il film si concentra sul nuovo
ruolo di Din all’interno della Nuova Repubblica, come stabilito nel
finale della terza stagione di The Mandalorian,
dove lo vediamo dare la caccia ai resti imperiali e consegnarli
alle autorità insieme al suo figlio adottivo sensibile alla Forza.
I trailer di The Mandalorian and Grogu lasciavano
intendere che questo avrebbe avuto un impatto enorme sulla Nuova
Repubblica e sull’intero franchise di Star Wars,
anche se sorprendentemente non è andata esattamente così.
Invece, il film si è
rivelato una storia molto autoconclusiva, lontana da grandi cameo
provenienti da altri film o serie TV di Star Wars,
da villain a sorpresa o — per la maggior parte — da un legame
davvero significativo con il resto del franchise. Curiosamente,
questo ha implicazioni molto inattese su ciò che potrebbe arrivare
dopo The Mandalorian and Grogu, che si tratti di
un sequel cinematografico, della stagione 4 della serie
o della fine del percorso di Din Djarin e Grogu sullo
schermo.
The Mandalorian and
Grogu ha lasciato la porta aperta per continuare la
storia
Come già detto, The
Mandalorian and Grogu non fa molto per sconvolgere il
franchise nel suo insieme, nel bene o nel male — e i punteggi
contrastanti su Rotten Tomatoes suggeriscono che ci siano già
opinioni divise sul fatto che ciò sia positivo o negativo. La
storia si concentra soprattutto sugli sforzi di Din Djarin per
salvare Rotta the Hutt, il figlio di Jabba the
Hutt, e ottenere informazioni su Coyne per poterlo
consegnare alla Nuova Repubblica. Sembrava che il film potesse
espandersi fino a coinvolgere minacce più grandi per la Nuova
Repubblica, forse persino Thrawn.
Alla fine, però, la trama si è
rivelata piuttosto lineare. I villain sono i Twins — i cugini di
Jabba già apparsi in Star Wars — aiutati dal
cacciatore di taglie Embo. A parte questi tre personaggi (e gli
Imperiali catturati da Din, che però non hanno un ruolo davvero
centrale nella trama), il film non tenta di modificare in modo
sostanziale questa era della timeline di Star
Wars.
Anche se alcuni spettatori
potrebbero trovarlo deludente — e in effetti online si parla già
molto di questo — c’è un aspetto importante: The
Mandalorian and Grogu lascia completamente aperta la porta
per il ritorno di Din Djarin e Grogu (così come di altri personaggi
del film, come Zeb Orrelios o Rotta) in una nuova
storia. Din e Grogu concludono il film ancora insieme, ancora al
servizio della Nuova Repubblica e chiaramente pronti a continuare
questo lavoro.
Ora, se Star
Wars deciderà davvero di riportarli sullo schermo è
un’altra questione, ma sembra quasi impossibile immaginare che il
pubblico non li rivedrà mai più in una nuova storia. Dopotutto,
Disney ha investito milioni nel film e lo ha
trasformato nel primo ritorno di Star Wars al
cinema con una nuova uscita cinematografica dopo sette anni. È
evidente che The Mandalorian sia una proprietà
fondamentale e molto redditizia per Lucasfilm,
quindi è molto probabile che i fan li rivedranno. La domanda è:
sarà in un sequel cinematografico o in The
Mandalorian stagione 4?
Un sequel cinematografico
potrebbe dipendere dall’accoglienza, che al momento è
contrastante
The Mandalorian and
Grogu 2, pur non essendo stato annunciato, è tutt’altro
che impossibile. Anzi, considerando che The
Mandalorian ha già fatto il salto al grande schermo
dimostrandosi degno — almeno agli occhi di
Lucasfilm; i fan possono discuterne quanto
vogliono — di una distribuzione cinematografica importante,
potrebbe avere senso trasformarlo in un vero e proprio franchise
cinematografico. Tuttavia, tutto dipenderà in larga parte
dall’accoglienza del film, sia in termini di recensioni e
valutazioni sia al botteghino.
Al momento, The
Mandalorian and Grogu ha uno dei punteggi Rotten Tomatoes
più bassi tra tutti i film di Star Wars, con un
61% dalla critica. Certo, i voti del pubblico non sono ancora
disponibili ed è probabile che saranno almeno leggermente più alti.
Resta comunque un risultato non particolarmente positivo. Diverso
il discorso per il box office: anche se bisognerà attendere il
primo weekend per capire davvero l’andamento, il fatto stesso che
si tratti di un film di Star Wars rende molto
probabile un buon successo economico.
Ma sarà sufficiente perché
Lucasfilm giustifichi un altro film? Difficile
dirlo. Se il film incasserà molto, verrà accolto meglio dal
pubblico rispetto alla critica e farà felice
Disney come società madre di
Lucasfilm, allora sì, potrebbe accadere. Tuttavia
— ed è stata una vera sorpresa emersa dopo la visione — il finale
di The Mandalorian and Grogu sembra preparare
molto più chiaramente il terreno per The
Mandalorian stagione 4, che in precedenza sembrava essere
stata accantonata.
Sorprendentemente, The
Mandalorian – Stagione 4 sembra l’opzione più
probabile
Poiché The Mandalorian
and Grogu appare così autoconclusivo ed è stato persino
accusato di sembrare più episodi della serie montati insieme per
creare un film, sarebbe facilissimo tornare a una produzione
streaming — qualcosa che sembrava impensabile dal momento in cui fu
annunciato il film. Molti avevano dato per scontato che l’annuncio
significasse la fine definitiva della serie.
Eppure, con Din Djarin e Grogu
che finiscono sostanzialmente nello stesso punto in cui si
trovavano alla fine della terza stagione di The
Mandalorian, riportarli sul piccolo schermo sarebbe
estremamente naturale. Inoltre, a seconda di come il film verrà
accolto dal pubblico e al botteghino, questa potrebbe persino
rivelarsi la scelta più intelligente per
Disney.
Questo renderebbe davvero
The Mandalorian un progetto unico all’interno del
franchise di Star Wars. L’unico precedente
vagamente simile è Star Wars: The Clone Wars, nato
come film e poi trasformato in una serie di sette stagioni. Ma
anche quel caso è molto diverso dall’avere un franchise
principalmente televisivo interrotto tra la terza e la quarta
stagione da un vero blockbuster cinematografico.
Allo stesso tempo, però,
Disney sembra voler progressivamente abbandonare
le serie streaming, non solo con Star Wars ma
anche con altri franchise enormi come Marvel. Una scelta
arrivata dopo anni in cui le produzioni streaming avevano dominato
entrambi i marchi, in parallelo con la pandemia di COVID-19 e le
sue conseguenze. Con questo nuovo cambio di strategia, forse
Disney non vorrà più riportare Din Djarin e Grogu
sul piccolo schermo.
Naturalmente,
Disney resta una compagnia estremamente
imprevedibile, quindi solo il tempo dirà quale sarà il destino di
questi amatissimi personaggi dopo The Mandalorian and
Grogu. Per il momento, però, The
Mandalorian stagione 4 sembra davvero l’ipotesi più
probabile.