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Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3 si farà? tutto quello che c’è da sapere

Adulti e adolescenti si sono innamorati di Pip Fitz-Amobi (Emma Myers) quando Come uccidono le brave ragazze (A Good Girl’s Guide To Murder) ha fatto il suo debutto sullo schermo nell’estate del 2024. Prima di allora, era un romanzo di Holly Jackson, il suo esordio, pubblicato nel 2019.

La serie è incentrata sull’EPQ di Pip, un percorso di studio autogestito, simile al diploma di maturità, che di solito approfondisce un argomento legato alla materia scelta, come geografia o biologia. Ma, in seguito alla morte di una studentessa locale avvenuta cinque anni prima, Pip si discosta un po’ dal percorso prestabilito, avviando una sua personale indagine sul misterioso caso. Come afferma il co-protagonista Henry Ashton, che interpreta Max: “È pieno di colpi di scena e ti tiene con il fiato sospeso dall’inizio alla fine”. Se vi piacciono i true crime, allora lo adorerete!

La scorsa settimana, l’attesissima seconda stagione è approdata su BBC iPlayer e Netflix in tutto il mondo, riportandoci a Little Kilton, dove Pip si trova ad affrontare un nuovo mistero – e un nuovo modo di fare. Quando un’altra adolescente scompare proprio la stessa notte in cui si tiene una commemorazione per il sesto anniversario della morte di Andie e del suo ragazzo Sal, Pip passa dalla scrittura al podcast, lanciandone uno per indagare sul caso.

Come la prima stagione, è basata su un libro di Jackson – questa volta Good Girl, Bad Blood (2020). Ma cosa riserva il futuro a Come uccidono le brave ragazze? Ecco cosa sappiamo.

Una terza stagione di Come uccidono le brave ragazze si farà?

Sebbene non ci siano ancora notizie ufficiali da Netflix o dalla BBC, pensiamo che una terza stagione di A Good Girl’s Guide To Murder sia praticamente certa. Questo perché i romanzi di Jackson formano una trilogia: il primo è A Good Girl’s Guide To Murder, il secondo è Good Girl, Bad Blood e il terzo è As Good as Dead, pubblicato nel 2021.

Dopo l’enorme successo della prima stagione, era perfettamente logico che la BBC e Netflix collaborassero nuovamente per riportare Pip e Little Kilton sul piccolo schermo. Nel Regno Unito, Come uccidono le brave ragazze era disponibile gratuitamente sulla BBC, dove è diventato uno dei titoli più visti su iPlayer tra i giovani dai 16 ai 24 anni. Negli Stati Uniti era disponibile su Netflix, dove ha raggiunto la vetta delle classifiche televisive. Con la seconda stagione disponibile in streaming da poco più di una settimana, immaginiamo che i vertici stiano valutando i dati prima di dare ufficialmente il via libera alla terza stagione.

Cosa succederà in Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3?

Dato che la serie è basata su una trilogia di romanzi, sappiamo già cosa ci riserverà la terza stagione di A Good Girl’s Guide to Murder… All’inizio di As Good As Dead, la diciottenne Pip sta per andare all’università (a Cambridge, per la precisione). Ma dopo che il suo podcast di true crime è diventato virale, non riesce a togliersi dalla testa alcuni commenti offensivi. Uno in particolare la tormenta: una persona anonima che continua a chiederle: “Chi ti cercherà quando sarai tu a scomparire?”.

Con l’aumentare delle minacce, Pip si rende conto di essere pedinata nella vita reale. E notando delle connessioni tra il suo stalker e un serial killer locale arrestato sei anni prima, inizia a chiedersi se dietro le sbarre ci sia davvero l’uomo giusto. Ne consegue un letale gioco del gatto e del topo, in cui Pip si rende conto di una verità inquietante: deve trovare il colpevole da sola, o diventerà la prossima vittima.

La stagione 3 potrebbe adattare il libro più oscuro dell’intera saga di Holly Jackson

Se Netflix confermerà la stagione 3, i nuovi episodi dovrebbero adattare As Good As Dead, considerato da molti lettori il capitolo più duro e psicologicamente intenso della trilogia.

A differenza delle prime due stagioni, la storia non sarebbe più costruita soltanto attorno a un mistero scolastico o a una scomparsa. Il terzo libro porta infatti Pip verso una dimensione molto più paranoica, traumatica e moralmente ambigua, mostrando quanto gli eventi delle precedenti indagini abbiano ormai distrutto il suo equilibrio emotivo.

Ed è proprio questo che potrebbe cambiare completamente il tono della serie Netflix. Già la stagione 2 mostrava una Pip molto più ossessiva, isolata e consumata dalla ricerca della verità. Una terza stagione potrebbe quindi trasformare definitivamente Come uccidono le brave ragazze da teen mystery a thriller psicologico puro.

C’è però anche un altro elemento importante: il tempo. La produzione delle prime due stagioni ha richiesto pause abbastanza lunghe, e il cast giovane sta crescendo rapidamente. Netflix dovrà quindi decidere abbastanza presto se proseguire per evitare un distacco troppo evidente rispetto all’età originale dei personaggi, un problema già affrontato da molte serie YA contemporanee.

Il cast di Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3

Se Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3 otterrà il via libera, ci aspettiamo che Emma Myers torni a interpretare il ruolo principale di Pip. Nonostante interpreti una curiosa ragazza inglese di una piccola cittadina rurale, Myers è in realtà americana, nota soprattutto per il ruolo della licantropa adolescente Enid Sinclair nella serie Netflix “Wednesday” (2022-oggi).

Ci aspettiamo anche che Zain Iqbal si unisca al cast nel ruolo del suo fidanzato Ravi Singh, insieme a Henry Ashton nei panni di Max Hastings, Jude Morgan-Collie in quelli di Connor Reynolds, Asha Banks in quelli di Cara Ward e Yali Topol Margalith in quelli di Lauren Gibson.

Per quanto riguarda i genitori, ci aspettiamo che Anna Maxwell Martin torni a interpretare la madre di Pip, Leanne, e Gary Beadle in quelli del padre, Victor.

Data di uscita potenziale di Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3

Se Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3 otterrà il via libera, la data di uscita dipenderà dagli impegni di Myers con l’altro progetto Netflix, Mercoledì, attualmente in fase di riprese in Europa e previsto per l’estate 2027.

La prima stagione di A Good Girl’s Guide to Murder è stata lanciata nell’estate del 2024, seguita dalla seconda nella primavera del 2026. La data di uscita più probabile è la prima metà del 2028. utti gli episodi di A Good Girl’s Guide to Murder sono disponibili in streaming su BBC iPlayer nel Regno Unito e su Netflix in tutto il mondo.

Pressure debutta con un ottimo punteggio su Rotten Tomatoes: il nuovo film con Brendan Fraser convince la critica

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Il nuovo film bellico con Brendan Fraser sta iniziando a conquistare la critica internazionale. Pressure, thriller storico ambientato nelle ore precedenti allo sbarco in Normandia, ha infatti debuttato su Rotten Tomatoes con un punteggio dell’83% basato sulle prime recensioni pubblicate prima dell’uscita nelle sale prevista per il 29 maggio.

Diretto da Anthony Maras, il film racconta una delle decisioni più delicate della Seconda Guerra Mondiale: il momento in cui il meteorologo James Stagg convinse il generale Dwight D. Eisenhower a posticipare il D-Day dal 5 al 6 giugno 1944 a causa delle condizioni meteo estreme. Una scelta che avrebbe cambiato il corso della guerra e salvato migliaia di vite. Fraser interpreta Eisenhower, mentre Andrew Scott veste i panni di Stagg.

Le prime recensioni stanno elogiando soprattutto le interpretazioni dei due protagonisti e la capacità del film di trasformare un racconto apparentemente statico — fatto di mappe, strategie e previsioni meteorologiche — in un thriller ad alta tensione. ScreenRant ha definito magnetica la coppia Fraser-Scott, mentre IGN ha sottolineato come il film riesca a rendere estremamente coinvolgente una vicenda storica poco conosciuta dal grande pubblico.

Pressure conferma la nuova fase della carriera di Brendan Fraser dopo il ritorno con The Whale

Il successo iniziale di Pressure è particolarmente interessante perché conferma il momento estremamente positivo che sta vivendo Brendan Fraser dopo il ritorno al centro di Hollywood grazie a The Whale. Negli ultimi anni l’attore ha infatti costruito una filmografia molto più varia e ambiziosa rispetto al passato, alternando drammi intimisti, thriller, commedie e grandi produzioni storiche.

Ed è proprio questo che rende Pressure diverso dal classico film bellico contemporaneo. Il film non punta tanto sullo spettacolo della guerra quanto sul peso psicologico delle decisioni prese lontano dal campo di battaglia. La tensione nasce infatti dalla responsabilità morale di Eisenhower e Stagg, chiamati a scegliere il momento esatto che avrebbe determinato il destino dell’invasione alleata.

Molte recensioni stanno infatti sottolineando proprio questo aspetto: Pressure funziona soprattutto come thriller della responsabilità. Brendan Fraser viene descritto come un Eisenhower tormentato dalla paura di un disastro imminente, mentre Andrew Scott sembra essere il vero centro emotivo del racconto grazie a un’interpretazione molto intensa e contenuta.

Il film continua inoltre la recente tendenza del cinema bellico contemporaneo a concentrarsi meno sull’azione e più sulle conseguenze umane, politiche e psicologiche delle grandi decisioni storiche. In questo senso Pressure sembra avvicinarsi più a film come Darkest Hour o Oppenheimer che ai tradizionali war movie spettacolari.

E il fatto che il pubblico stia reagendo positivamente già dalle prime recensioni potrebbe essere un segnale importante anche per Fraser stesso. Dopo anni difficili e il clamoroso ritorno con l’Oscar per The Whale, l’attore sembra infatti aver trovato una nuova identità artistica molto più solida e credibile rispetto alla fase blockbuster che aveva definito gran parte della sua carriera negli anni 2000.

Come uccidono le brave ragazze – Stagione 2, spiegazione del finale: che fine fanno Jamie e Max Hastings?

La seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze svela un mistero complesso e avvincente, che culmina in un finale che svela la verità sulla scomparsa di Jamie Reynolds e Max Hastings. I libri di Holly Jackson, A Good Girl’s Guide, continuano ad essere adattati per il piccolo schermo con l’omonima serie Netflix, interpretata da Emma Myers. L’omicidio di Andie Bell è stato finalmente risolto alla fine della prima stagione di Come uccidono le brave ragazze, ma la città di Little Killton non ha ancora finito di essere devastata. Max Hastings sta per essere processato per lo stupro di Becca Bell e Nat da Silva, ma il testimone chiave, Jamie Reynolds, è scomparso pochi giorni prima dell’inizio del processo.

Su richiesta del fratello di Jamie, Connor, e di sua madre, Pip Fitz-Amobi si occupa del caso nella seconda stagione del suo nuovo podcast Come uccidono le brave ragazze. È convinta che tutto sia collegato a Max. Tuttavia, più Pip indaga sulla scomparsa di Jamie, più la situazione si complica. Prima della sua scomparsa, era innamorato di una donna di nome Layla Mead, che lo stava usando. La storia scorre via in soli sei episodi, culminando in un finale emozionante, tanto tragico quanto adrenalinico.

Cosa è successo davvero a Jamie nella seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze?

Come in “Come uccidono le brave ragazze“, la scomparsa di Jamie Reynolds è legata a un conto alla rovescia, non solo per il caso di Max Hastings, ma anche perché potrebbe essere morto. Gli esperti di criminologia affermano che le prime 72 ore sono le più importanti e che, dopo circa una settimana, l’attenzione si sposta dalla ricerca di una persona alla ricerca di un cadavere (fonte: ABC News). Più tempo passa dalla sua scomparsa, meno probabile è che il corpo venga ritrovato sano e salvo. Fortunatamente, Jamie sfida le probabilità.

Oltre una settimana dopo la sua scomparsa, Jamie viene ritrovato vivo e vegeto a casa di Stanley Forbes. Nella serie originale Netflix, Stanley non aveva mai voluto fare del male a Jamie. Tuttavia, Jamie aveva tentato di ucciderlo per conto di Layla Mead. Dopo averlo temporaneamente neutralizzato, Stanley lo aveva tenuto chiuso in una stanza perché non sapeva se avrebbe tentato di ucciderlo di nuovo. Non sapeva cosa fare.

Nonostante la paura che provava per Jamie, Stanley Forbes ha dimostrato compassione e umanità. Si preoccupava ancora per il suo prigioniero. Cucinava per Jamie e si adoperò per metterlo a suo agio, fornendogli vestiti e coperte. I due parlarono e strinsero un legame, diventando persino amici. Avevano persino pianificato di collaborare per smascherare Layla Mead, dopodiché Stanley avrebbe lasciato andare Jamie.

Perché Max Hastings è stato assolto

Max Hastings in Come uccidono le brave ragazze - Stagione 2
© Netflix

Quando si parla di Max Hastings, non fingerò di essere imparziale. Non sarò gentile. Max Hastings è uno stupratore e un essere umano orribile che si crede intoccabile. Usa il Rohypnol per drogare le sue vittime in modo che non ricordino chi le ha violentate. È ricco, bianco, attraente secondo i canoni tradizionali e incredibilmente privilegiato. Max non mostra alcun pentimento e cerca di intimidire chiunque abbia il coraggio di parlare contro di lui. Questo rende assolutamente infuriante e per nulla sorprendente la sua assoluzione.

La triste verità è che probabilmente il caso avrebbe avuto questo esito anche se Jamie Reynolds avesse testimoniato. Non c’erano prove del DNA. Max Hastings aveva i soldi per assumere i migliori avvocati, che vengono mostrati mentre diffamano ogni persona che testimonia. Avrebbero usato la storia di tossicodipendenza di Jamie per screditarlo. Inoltre, all’ultimo minuto Max incolpa erroneamente il suo migliore amico defunto, Sal Singh.

Purtroppo, la seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze riflette la realtà di un sistema giudiziario corrotto, in cui le vittime di stupro raramente ottengono la giustizia che meritano. Se volete saperne di più sulla situazione di questi casi nel Regno Unito, la Biblioteca della Camera dei Lord ha condiviso alcune statistiche inquietanti nel gennaio 2025 nella pubblicazione “Rape: Levels of prosecutions” (Stupro: Livelli di procedimenti giudiziari).

Per fortuna, Pip decide di farsi giustizia da sola pubblicando la registrazione della confessione di Max sul suo podcast AGGGTM. Rompe anche una finestra di casa sua e scrive una minaccia sulla porta.

La vera identità di Stanley Forbes nella serie Netflix

Misia Butler come Stanley Forbes in Come uccidono le brave ragazze - Stagione 2
© Netflix

Verso la fine della seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze, si scopre che Stanley Forbes è Child Brunswick, il figlio non ancora reso pubblico del famigerato serial killer Scott Brunswick. Quando aveva nove o dieci anni, Child Brunswick fu costretto dal padre violento a scegliere le vittime di Scott. Sceglieva un bambino, attirandolo lontano dal pubblico. Le vittime si fidavano di lui e lo seguivano perché anche lui era un bambino.

Temeva per la sua vita, ma odiava suo padre. Per questo motivo, fu il testimone chiave contro di lui in tribunale. Per i suoi crimini, il figlio scontò una pena detentiva in un centro di detenzione minorile. Lì venne riabilitato. A 18 anni, fu rilasciato in libertà vigilata a vita con una nuova identità. Poiché era minorenne all’epoca dei crimini, il suo vero nome, Jack, non fu mai reso pubblico e gli fu imposto un divieto permanente di pubblicazione per la sua sicurezza.

Child Brunswick fu trasferito da un luogo all’altro, e il suo nome fu cambiato ogni volta che la sua identità veniva svelata. Come rivelò prima di morire, Stanley voleva essere una persona migliore. Credeva che la cosa peggiore che potesse diventare fosse qualcosa di simile a suo padre. In definitiva, Stanley fu complice di un omicidio, ma fu anche vittima di un padre single violento e serial killer. Contribuì al trauma delle famiglie delle vittime. Tuttavia, era anche un bambino che voleva solo sopravvivere a una situazione terribile.

Alla fine, Jamie e Pip sono gli unici due a capire che Stanley Forbes non è affatto come suo padre. Stanley si prende cura di Jamie anche quando teme che Jamie possa volerlo morto. Stanley cerca di proteggere Pip quando è in pericolo. Sono i due

Chi è Layla Mead e perché vuole la morte del piccolo Brunswick?

Jack Rowan come charlie green in Come uccidono le brave ragazze - Stagione 2

Pip e i suoi amici capiscono abbastanza presto che Layla Mead è una truffatrice che usa l’immagine di Ruby Foxcroft, cambiando solo i capelli in biondo. Tuttavia, solo nell’episodio finale la serie rivela le vere identità dietro l’account di Layla Mead: Charlie Nowell e Flora Green. Charlie è il fratello gemello di Emily Nowell, l’ultima vittima di Scott Brunswick.

Charlie creò un profilo su un sito di incontri online, Layla Mead, cercando chiunque avesse l’età e l’aspetto di Scott Brunswick. Andò di città in città, ovunque si dicesse che l’uomo si trovasse, con l’intenzione di ucciderlo. Incolpava Scott Brunswick della morte di sua sorella, perché l’aveva scelta al posto suo. Charlie Nowell pensava che l’uomo fosse cattivo quanto suo padre e credeva che il sistema giudiziario avesse assolto Scott Brunswick.

È una situazione difficile perché Scott Brunswick era chiaramente una vittima, ma aveva anche avuto un ruolo nella morte di Emily. La rabbia di Charlie è comprensibile. Allo stesso tempo, Stanley non è suo padre e lui non voleva essere come lui. La seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze mostra davvero la complessità e le zone d’ombra morali che possono emergere in certi casi.

Come il finale della seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze prepara il terreno per la terza stagione

Pip Fitz in Come uccidono le brave ragazze - Stagione 2
© Netflix

La serie Netflix Come uccidono le brave ragazze conclude gran parte della trama della seconda stagione, ma lascia due importanti indizi su ciò che accadrà nella terza. Innanzitutto, qualcuno ha minacciato Pip per tutta la stagione. Pip non ha preso sul serio le minacce. Poi, pensa che siano collegate a Max Hastings e Jamie Reynolds.

Tuttavia, il finale di stagione rivela che le affermazioni “Chi ti cercherà quando sarai tu a scomparire?” sono più serie di quanto Pip immaginasse. Qualcuno si è introdotto nella sua stanza e sul suo computer la domanda si ripeteva incessantemente. Se Netflix rinnoverà la serie, la terza stagione di Come uccidono le brave ragazze dovrà chiarire chi sta minacciando Pip e cosa vuole.

Inoltre, Pip è ufficialmente sprofondata nell’oscurità. Ha perso ogni fiducia nella polizia e nel sistema giudiziario. Non solo la polizia ha ignorato le sue accuse su Andie e Sal nella prima stagione, ma ha anche ignorato i suoi avvertimenti su Jamie, portando all’omicidio di Stanley. Inoltre, Max è uscito completamente illeso dal processo. È giustamente arrabbiata e ora deve fare i conti con il disturbo da stress post-traumatico.

Alla fine, ricorre alla giustizia sommaria contro Max Hastings. Ha pubblicato la confessione. Gli ha rotto la finestra. Ha scritto la minaccia «Stupratore, ti prenderò» in rosso sangue sulla sua porta d’ingresso. La terza stagione di Come uccidono le brave ragazze dovrà mostrare cosa intende fare Pip nei confronti di Max Hastings. Il processo per stupro sarà anche finito, ma è chiaro che Pip non ha intenzione di lasciarlo andare via così facilmente.

Come si confronta lo Spider-Noir di Nicolas Cage, ormai anziano, con gli altri personaggi di Spider-Man della Marvel?

Spider-Noir esplora la storia di Spider-Man da una prospettiva completamente nuova, con Nicolas Cage che offre un’interpretazione unica dell’eroe lanciaragnatele. Negli ultimi anni, Sony ha riscosso un incredibile successo con il marchio Spider-Man grazie ai film d’animazione dello Spider-Verse, che hanno presentato al mondo Spider-Noir, doppiato proprio da Nicolas Cage.

Nel frattempo, lo Spider-Man in carne e ossa è stato interpretato dal ben più giovane Tom Holland, con una storia strettamente legata agli eventi del Marvel Cinematic Universe (MCU) dei Marvel Studios. Tuttavia, Cage sta per avere la sua occasione di dare vita al personaggio in live-action con la serie Prime Video, Spider-Noir.

Cage ha dimostrato la sua capacità di interpretare il personaggio in un contesto animato, ed è comprensibile che Sony abbia optato per una versione più familiare del personaggio con il ritorno di Cage, ma ciò evidenzia anche l’enorme differenza di età tra i precedenti attori di Spider-Man e il leggendario Nicolas Cage.

Nicolas Cage è di gran lunga l’attore più anziano ad aver interpretato Spider-Man.

Cage è stato uno degli attori più prolifici di Hollywood sin dal 1981, accumulando quasi 120 crediti, e non avendo mai recitato in una serie TV fino a quando non ha assunto il ruolo di Ben Reilly, alias Spider-Noir. Negli anni passati, Cage ha vinto un Oscar per il suo ruolo in Via da Las Vegas nel 1996, oltre a un’altra nomination all’Oscar nel 2003, e da allora è stato un punto fermo dell’élite di Hollywood per decenni.

Attore Primo progetto Spider-Man Data di ucita Date Età nell’anno di uscita
Nicolas Cage Spider-Noir May 25, 2026 62
Tom Holland Captain America: Civil War May 6, 2016 19
Andrew Garfield The Amazing Spider-Man July 3, 2012 28
Tobey Maguire Spider-Man May 3, 2002 26

Sebbene i precedenti attori di Spider-Man avessero diversi anni di esperienza, Nicolas Cage è il più esperto, con un vantaggio di diversi decenni. L’attore più giovane ad aver debuttato nel ruolo è Tom Holland, che ha iniziato a interpretare Spidey in Captain America: Civil War, uscito quando l’attore aveva 19 anni. Ciò significa che la differenza di età tra Holland e Cage è di circa 43 anni.

Anche considerando il secondo attore più anziano della lista, Andrew Garfield, che ha iniziato a interpretare il personaggio a 28 anni, Cage lo supera di 34 anni.

Spider-Noir è una storia di Spider-Man diversa

Spider-Noir
S1_First Look (PC – Aaron Epstein – Prime Video)

È importante sottolineare che Spider-Noir si preannuncia come una storia molto diversa rispetto a quelle viste finora. Ad esempio, tutti e tre gli attori precedenti hanno interpretato Peter Parker, mentre Cage veste i panni di Ben Reilly. Reilly è un nome alternativo attribuito a diverse varianti di Spider-Man nei fumetti, ma solitamente anche Spider-Noir è una variante di Peter Parker. Spider-Noir è ambientato negli anni ’30, in una serie drammatica a tinte gialle ambientata in un’epoca passata, a differenza dei soliti grandiosi film fantasy sui supereroi. Questo è importante perché il mondo che circonda l’eroe è profondamente diverso. Invece di cattivi high-tech come il Dottor Octopus e potenti magnati aziendali come Norman Osborn, Spider-Noir si concentra su criminali di strada che vivono in un mondo di gangster e criminalità sotterranea.

Nicolas Cage è perfetto nei panni di uno Spider-Man più maturo

Spider-Noir
Cortesia Prime Video

Nell’ambientazione degli anni ’30, ha senso avere una versione di Spider-Man più anziana e disillusa, piuttosto che un adolescente spensierato che cerca di destreggiarsi tra la scuola e la sua vita da amichevole Spider-Man di quartiere. L’interpretazione di Cage dovrebbe essere un’esplorazione molto diversa di questo tipo di eroe e, come si vede nei trailer, aggiunge sicuramente il suo tocco personale al ruolo.

Considerando tutti questi aspetti, è logico che Spider-Noir sfrutterà al meglio un approccio originale a una classica storia di supereroi. E se da un lato l’età di Cage lo distingue dalle interpretazioni precedenti, dall’altro contribuisce alla sua vasta esperienza e alle sue incredibili doti di attore, che gli permetteranno di rendere questo personaggio iconico davvero suo.

Child Brunswick è una persona reale? I collegamenti con casi di cronaca nera nella seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze

Il personaggio di Child Brunswick in Come uccidono le brave ragazze sembra una persona reale, e questo perché sia ​​il personaggio che la serie hanno legami con veri casi di cronaca nera. La serie originale Netflix è passata dal caso dell’omicidio di Andie Bell alla scomparsa di Jamie Reynolds. Verso la fine della seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze, Pip capisce che Layla Mead ha usato Jamie per trovare “Child Brunswick”, il figlio del famoso serial killer Scott Brunswick.

Scott costrinse suo figlio ad aiutarlo a scegliere i bambini che avrebbe ucciso. Jack scelse un bambino in pubblico e lo attirò in una trappola. Tuttavia, Child Brunswick odiava il padre violento e divenne il testimone chiave nel processo contro di lui. Scontò una pena detentiva e fu riabilitato, venendo rilasciato con una nuova identità.

L’aspetto terrificante di Child Brunswick è che sembra una persona reale. Molti serial killer usano “esche”, che si tratti dei propri figli, della situazione familiare, di un’emergenza o di un animale domestico scomparso. A quanto pare, la somiglianza tra Child Brunswick e le storie di cronaca nera non è affatto casuale.

In un’intervista con United by Pop, Holly Jackson ha parlato dei collegamenti con la cronaca nera. Il primo libro, “A Good Girl’s Guide to Murder”, si basa su diversi elementi di casi di cronaca nera per costruire il mistero. Tuttavia, Jackson ha confermato che il secondo libro, “Good Girl Bad Blood“, ha ispirazioni più dirette. Il mistero principale, che include Child Brunswick, è stato ispirato direttamente da due casi criminali, conferendo al libro e alla serie Netflix un chiaro legame con la cronaca nera.

Holly Jackson non ha rivelato quali due casi specifici del Regno Unito hanno ispirato Child Brunswick

Poiché l’intervista è stata realizzata prima dell’uscita di “Good Girl Bad Blood”, Holly Jackson si è rifiutata di specificare quali due casi abbiano ispirato il libro, per non rovinare la trama. Tuttavia, ha rivelato che uno di essi era un caso molto famoso accaduto nel Regno Unito negli anni ’90. Inoltre, ha dichiarato ad A Short Book Lover che uno dei casi proveniva dal podcast “They Walk Among Us – UK True Crime”. Purtroppo, negli anni successivi all’uscita del libro, Jackson ha mantenuto vivo il mistero. Non ha mai rivelato quali casi abbia utilizzato per creare il mistero di Child Brunswick.

Da un lato, questo è frustrante. Adoro questi libri e sono affascinata dai casi di cronaca nera. Sono curiosa di sapere a quali casi Jackson si è ispirata e come si confrontano. Tuttavia, da un altro punto di vista, è perfetto che non abbia rivelato i casi di cronaca nera. In primo luogo, è più rispettoso nei confronti delle vere vittime di crimini reali tracciare una linea di demarcazione tra finzione e realtà. Soprattutto considerando che i casi risalgono agli anni ’90, i familiari ancora in vita potrebbero essere feriti dalla consapevolezza che il loro trauma ha ispirato un libro e poi una serie TV.

Inoltre, il mistero che avvolge “Good Girl Bad Blood” crea un’interessante situazione meta-narrativa. Forse non era nelle sue intenzioni, ma Holly Jackson ha di fatto ispirato un’intera schiera di fan tenendo segreti i crimini. Il suo pubblico è perfetto per improvvisarsi investigatore e si è già riversato su Reddit per discutere di possibili teorie su chi potrebbe aver ispirato Child Brunswick.

L’ossessione di Holly Jackson per i veri crimini ha ispirato tutti i libri della serie Come uccidono le brave ragazze

Holly Jackson potrebbe non rivelare mai chi ha ispirato “Good Girl Bad Blood” e “Child Brunswick”. Detto questo, ha ripetutamente affermato che la sua ossessione per i casi di cronaca nera l’ha portata a scrivere i libri della serie “A Good Girl’s Guide to Murder“.

Quando il primo libro è stato selezionato per il Branford Boase Award nel 2020, l’autrice e il suo editore sono stati intervistati. Alla domanda su cosa avesse spinto Jackson a scrivere un giallo, ha risposto: “Sono diventata ossessionata dai casi di cronaca nera e volevo scrivere un libro che riproducesse questo approccio ‘reale’ da detective dilettante“. Allo stesso modo, ha dichiarato ad A Short Book Lover nel 2020:

“La mia principale fonte di ispirazione per questi libri è il mondo della cronaca nera. Quasi il 90% della memoria del mio telefono è occupata da vari podcast di cronaca nera e ne ascolto almeno uno al giorno”.

Ancora nel 2024, Jackson ha ribadito che la cronaca nera è una parte importante della sua vita. Ha dichiarato alla BBC: “Non riesco a fare praticamente nulla senza un podcast di true crime. Che stia portando a spasso il cane o lavando i piatti, ho bisogno di ascoltare storie di true crime“. Ha anche aggiunto di cercare di non dimenticare che queste storie rappresentano il trauma di qualcun altro. In definitiva, Come uccidono le brave ragazze di Netflix continuerà a essere percepito come parte integrante del più ampio panorama del true crime, perché questo elemento è intrinseco al DNA stesso della narrazione.

Spider-Noir attinge ai cattivi più oscuri della Marvel per costruire il nuovo e cupo universo di Spider-Man su Prime Video

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Spider-Noir di Prime Video vanta una vasta gamma di villain tratti dai fumetti, e c’è un motivo per cui Oren Uziel ha attinto a nomi poco conosciuti.

La nuova serie introduce un nuovo universo Marvel incentrato su Ben Reilly, interpretato da Nicolas Cage, un investigatore privato nella New York degli anni ’30 che un tempo operava come il vigilante The Spider, e che è costretto a riprendere la sua identità quando si imbatte in un nuovo caso pericoloso. Questo lo mette direttamente in conflitto con una varietà di nemici, tra cui nuove versioni di Sandman, Tombstone, Silvermane e Megawatt, solo per citarne alcuni.

Prima della première della serie, ScreenRant ha intervistato Oren Uziel per parlare di Spider-Noir. Alla domanda su come avesse scelto la sua lista di villain dai fumetti di Spider-Man per la nuova serie, il creatore/co-showrunner ha spiegato che l’obiettivo principale era capire “come [loro] si sarebbero integrati nel mondo noir”.

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Pertanto, lui e il suo team di sceneggiatori, incluso il co-showrunner Steve Lightfoot, già autore di The Punisher, si sono concentrati inizialmente “sulla creazione della storia che volevamo raccontare”, il che ha permesso loro di valutare in modo naturale “chi potremmo mettere contro Ben Reilly?”. Uziel ha poi descritto la scelta del cattivo come “un po’ un lusso”, vista l’ampia gamma di personaggi tra cui scegliere:

Oren Uziel: Il bello della Marvel è che esiste da così tanto tempo, ha un cast di personaggi così vasto, e il bello della televisione è che puoi prendere un personaggio famoso e dargli la tua interpretazione. Ma puoi anche prenderne uno molto meno conosciuto, svilupparlo e dargli spessore. Ho avuto la possibilità di esplorare l’universo Marvel, ed è stato molto divertente.

Nella maggior parte degli adattamenti di Spider-Man, gli autori si sono spesso rivolti ad alcuni personaggi iconici dei fumetti per contrapporli all’eroe Marvel, tra i più noti figurano Goblin, Venom, Doctor Octopus e Avvoltoio. Anche il cast di Spider-Noir include alcuni personaggi di spicco, in particolare Flint Marko, meglio conosciuto come Sandman, interpretato da Jack Huston, e Lonnie Lincoln, noto anche come Tombstone, interpretato da Abraham Popoola.

Tuttavia, il marketing di Spider-Noir ha subito chiarito che la serie di Prime Video avrebbe adottato un approccio diverso al suo universo narrativo, puntando su villain meno conosciuti. Silvermane, interpretato da Brendan Gleeson, mantiene il suo ruolo di boss mafioso, sebbene ora con origini irlandesi anziché italiane e senza essere in conflitto con Kingpin o altri elementi criminali. Allo stesso modo, Megawatt, interpretato da Andrew Lewis Caldwell, fa il suo debutto sullo schermo nella serie, apparentemente accantonando le sue radici australiane e la sua esperienza come attore per un semplice rapinatore.

Cortesia Prime Video

Sebbene Uziel possa aver optato per un approccio piuttosto di nicchia nella creazione del suo cast di villain in Spider-Noir, sembra anche che stia costruendo una sua versione dei Sinistri Sei. La presenza di così tanti villain in una singola storia di Spider-Man è generalmente riservata alle storie delle origini, per preparare il terreno al debutto del team nelle storie future, oppure a scontri diretti tra i villain e l’Uomo Ragno.

Considerata la sua propensione ad affrontare alcuni degli antagonisti meno noti dei fumetti, sarà interessante vedere quali altri personaggi Uziel potrebbe adattare per Spider-Noir. Pur non essendo tecnicamente un cattivo sconosciuto, Hammerhead non ha ancora fatto il suo debutto in live-action e il suo look da boss mafioso anni ’20 si adatterebbe perfettamente all’universo di Prime Video. Allo stesso modo, il gruppo noto come The Enforcers si integrerebbe bene sia con l’atmosfera noir che con quella comica della serie.

Al momento, però, non è chiaro cosa riserverà il futuro a Spider-Noir. Prime Video e MGM+ non hanno ancora fornito alcuna informazione sui loro piani per la serie, ma trattandosi di un progetto di grande successo legato a uno dei franchise più importanti, sembra probabile che le piattaforme di streaming saranno propense a produrre una nuova stagione, a patto che la prima ottenga buoni risultati in termini di ascolti.

Spider-Noir sarà disponibile in streaming su Prime Video a partire dal 27 maggio.

Star City: tutto quello che sappiamo sullo spin-off di For All Mankind

La serie revisionista di Apple TV, For All Mankind, avrà uno spin-off, Star City, che racconterà la storia della corsa allo spazio da una prospettiva diversa. Debuttata nel 2019, For All Mankind immagina una linea temporale in cui la corsa allo spazio non si è mai conclusa ed esamina il salto dell’umanità verso il futuro mentre esplora il sistema solare. Nota per i suoi personaggi avvincenti e i grandi salti temporali, la visione del futuro di For All Mankind è al contempo idealizzata e realistica, poiché le comuni debolezze dell’umanità si manifestano ripetutamente con il progredire della storia.

Già alla sua quinta stagione, la serie di fantascienza di Apple TV+ è uno dei programmi di punta della piattaforma e, insieme a Slow Horses, è la più longeva. Ora, lo spin-off Star City si appresta a trasformare la serie in un vero e proprio franchise, raggiungendo questo obiettivo in un modo davvero unico. Invece di raccontare un’altra storia ambientata nello stesso universo, Star City racconterà la stessa storia della corsa allo spazio fittizia, ma questa volta dal punto di vista dell’Unione Sovietica. Con i dettagli sul cast e sulla trama che già trapelano, Star City dovrebbe arrivare a breve.

Ultime notizie sullo spin-off di Star City

Star City
Episode 2. “Star City,” premiering May 29, 2026 on Apple TV.

Mentre il cast continua a crescere esponenzialmente, le ultime notizie confermano l’ingresso di altri tre membri nel cast di Star City. Adam Nagaitis, star di The Terror, interpreterà Valya, un cosmonauta molto stimato del programma spaziale sovietico. Josef Davies (Andor) vestirà i panni di Sergei, un ingegnere del controllo a terra noto per la sua intelligenza. Infine, Ruby Ashbourne Serkis (Shardlake) interpreterà Tanya, la moglie di un cosmonauta che si sente soffocata dalla vita tra le mura di Star City. Tutti e tre faranno parte del cast principale, anche se molti dettagli sono ancora sconosciuti.

Conferma dello spin-off di Star City

Episode 3. Solly McLeod and Adam Nagaitis in “Star City,” premiering May 29, 2026 on Apple TV.

Il 2024 è stato un anno importante per Apple TV+ e, quando la piattaforma ha annunciato la conferma della quinta stagione di For All Mankind, ha anche rivelato i suoi piani per lo spin-off di Star City. Sebbene il progetto fosse ancora agli inizi, la piattaforma di streaming aveva già diffuso numerosi dettagli sullo spin-off, inclusi alcuni particolari della trama. Contemporaneamente, venne rivelato che Ronald D. Moore, Matt Wolpert e Ben Nedivi si sarebbero riuniti per dare vita allo spin-off, con gli ultimi due nel ruolo di showrunner.

Nel luglio 2024, Ronald D. Moore illustrò il processo di scrittura della serie spin-off, affermando:

[A]bbiamo una direzione. Abbiamo un arco narrativo generale. Probabilmente non è dettagliato come quello con cui abbiamo iniziato con For All Mankind, ma abbiamo una sorta di struttura generale, del tipo: “Ecco come si svilupperà la storia nel corso di diverse stagioni”.

Non sono sicuro di quali saranno i salti temporali. Sappiamo che ci saranno dei salti nel tempo. Non siamo ancora arrivati ​​a quel punto. Probabilmente si tratterà di un salto temporale di circa dieci anni. Non sappiamo se ripeteremo esattamente i salti temporali di Mankind o se cercheremo di dividerli a metà. Ma è comunque un formato che funziona per noi e che rende la serie unica in questo universo. Permette anche al loro programma spaziale di progredire. Ecco perché l’abbiamo fatto in Mankind, in modo che si potesse vedere il progresso a piccoli passi, invece di rimanere bloccati in un arco temporale molto limitato in cui non ci sarebbero stati grandi cambiamenti.

Passò quasi un anno prima che arrivassero aggiornamenti seri e, nel febbraio 2025, iniziarono ad arrivare le prime notizie sul casting dello spin-off. Nei primi mesi del 2025, non c’era ancora una data di produzione per Star City e Apple TV+ è stata piuttosto reticente riguardo alla data di uscita della serie. Con la quinta stagione di For All Mankind all’orizzonte, è probabile che la piattaforma di streaming abbia in programma di intrecciare in qualche modo le due serie.

Dettagli sul cast dello spin-off di Star City

Essendo la serie ancora in fase di sviluppo, si sa ancora poco sul cast di Star City. Tuttavia, sembra che Rhys Ifans abbia trovato il suo attore protagonista, nel ruolo del capo progettista del programma spaziale sovietico. Il personaggio, ancora senza nome, è una figura cruciale agli albori delle imprese spaziali dell’URSS, e il curriculum di Ifans, con ruoli autorevoli (in serie come House of the Dragon), lo rende particolarmente adatto alla parte. Anna Maxwell Martin (Bleak House) interpreterà Lyudmilla, una donna sovietica.

Altri membri del cast si sono uniti, tra cui Adam Nagaitis (The Terror) nel ruolo di Valya, un cosmonauta esperto e rispettato, e Josef Davies (Andor), che interpreterà Sergei, un ingegnere del controllo a terra. Ruby Ashbourne Serkis (Shardlake) è stata scelta per interpretare Tanya, la moglie di un cosmonauta che si sente soffocata dalla vita a Star City. Come per il cast di For All Mankind, ci si aspetta che Star City impieghi un nutrito gruppo di attori, soprattutto considerando il salto temporale in avanti nella trama.

Dettagli sulla trama dello spin-off di Star City

Quando Apple TV+ ha annunciato lo spin-off, ha anche rivelato la struttura narrativa di base di Star City. Secondo Apple, la serie seguirà la stessa linea temporale di For All Mankind, ma racconterà la storia dal punto di vista dell’Unione Sovietica. Tuttavia, a differenza della serie originale, Star City avrà elementi da thriller, poiché l’alta tensione della corsa allo spazio si combina con la pressione del regime repressivo dell’URSS.

La sinossi ufficiale di Apple recita:

Star City è un thriller paranoico e avvincente che ci riporta al momento chiave della rivisitazione alternativa della corsa allo spazio: quando l’Unione Sovietica divenne la prima nazione a portare un uomo sulla Luna. Ma questa volta, esploreremo la storia da dietro la Cortina di Ferro, mostrando le vite dei cosmonauti, degli ingegneri e degli ufficiali dell’intelligence integrati nel programma spaziale sovietico, e i rischi che tutti hanno corso per far progredire l’umanità.

Ronald D. Moore ha colmato alcune lacune nel suo aggiornamento di luglio 2024, spiegando come la pressione del KGB contribuisca al brivido e al terrore dei viaggi spaziali in generale. Dato che nell’universo immaginario di “For All Mankind” i sovietici hanno battuto gli Stati Uniti nella corsa alla Luna, Moore ha spiegato come Star City avrebbe rappresentato tutti i sacrifici e i pericoli che i membri del programma spaziale sovietico hanno dovuto affrontare per raggiungere tale obiettivo.

Cosa sono le Backrooms? La storia dietro il film horror di A24

Cosa sono le Backrooms? La storia dietro il film horror di A24

L’imminente film horror di A24, Backrooms, è ispirato a una leggenda metropolitana nata da un’inquietante immagine pubblicata online. Il trailer (guardalo qui) ha anticipato una disturbante discesa nell’incubo generato da Internet, ma resta una domanda… cosa sono esattamente le Backrooms?

Cosa sono esattamente le Backrooms?

Le Backrooms sono un labirinto infinito di stanze vuote che ricordano un ufficio o un magazzino, illuminate da una luce fluorescente accecante e decorate dal pavimento al soffitto con un malato colore giallastro. Questo ambiente non ha una posizione precisa: sono una sorta di purgatorio che esiste al di fuori dello spazio e del tempo, accessibile tramite il “no-clipping” attraverso pavimenti o pareti, come se la realtà contenesse angoli instabili e difettosi, proprio come un videogioco.

Chiunque può finirci dentro e ritrovarsi intrappolato, incapace di uscire. Lo spazio è privo di vita umana, ma abitato da entità invisibili che fanno sentire gli sfortunati visitatori osservati o inseguiti. Le Backrooms richiamano inoltre immagini familiari, come l’impossibile labirinto del mito greco che imprigionava il Minotauro, oppure gli spazi ultraterreni e infiniti presenti nelle fiabe.

Il fatto che le Backrooms assomiglino ai luoghi più artificiali e senz’anima del mondo moderno sembra significativo: tutti, almeno una volta, abbiamo attraversato spazi banali che ricordano quelli che si possono vedere nel film.

Backrooms

Da dove vengono le Backrooms?

Come molti dei meme più popolari degli ultimi anni, il concetto nacque su 4chan. La fotografia originale (la si può vedere qui) fu scattata durante la ristrutturazione di un negozio HobbyTown a Oshkosh, nel Wisconsin, e pubblicata su un blog nel 2003. Nel 2011, l’immagine arrivò su 4chan, dove venne vista semplicemente come una foto stranamente inquietante.

Nel 2019, un utente anonimo di 4chan scrisse poi una descrizione inquietante dell’immagine delle Backrooms, creando inconsapevolmente una delle leggende urbane più durature di Internet. “Se non fai attenzione e ti smaterializzi dalla realtà nelle zone sbagliate, finirai nelle Backrooms, circa novecento milioni di chilometri quadrati di stanze vuote segmentate casualmente in cui rimanere intrappolato, Dio ti aiuti se senti qualcosa che vaga nelle vicinanze, perché di sicuro quel qualcosa ha già sentito te”, recita la descrizione.

Da quel momento, le Backrooms colpirono immediatamente l’immaginazione collettiva, dando vita a un enorme sforzo narrativo condiviso da appassionati horror profondamente immersi nella cultura online. La comunità originale delle Backrooms ampliò progressivamente la lore attraverso brevi racconti creepypasta, mentre il concetto diventava sempre più noto, con autori che aggiungevano livelli di complessità e un intero ecosistema di mostri. Alcuni fan ritengono che queste aggiunte abbiano in parte indebolito l’impatto dell’idea originale, nella quale l’isolamento era l’elemento centrale dell’orrore, anche se la presenza di entità nelle Backrooms era prevista fin dall’inizio.

Online, le Backrooms sono ormai praticamente un genere a sé: la base di numerose storie horror, video su YouTube e TikTok, oltre che videogiochi — soprattutto su Roblox. La loro influenza è visibile persino in serie TV popolari come Severance e The Amazing Digital Circus. Le Backrooms sembrano inoltre aver ispirato fenomeni paralleli come il trend dei “Liminal Spaces” e il fenomeno di TikTok chiamato “Mall World”.

backrooms

A24 porta le Backrooms al cinema

Con il film targato A24, le Backrooms stanno ora per entrare definitivamente nella cultura pop mainstream. Non è la prima volta che il folklore digitale approda sul grande schermo — basti pensare a Slender Man, che ispirò un film horror nel 2018 — ma l’adattamento di Backrooms prodotto da A24 potrebbe avere un impatto molto maggiore.

Backrooms è diretto da Kane Parsons, conosciuto su YouTube come “Kane Pixels”. Il coinvolgimento di Parsons è particolarmente significativo: è infatti il creatore di una celebre e raffinata serie su YouTube dedicata alle Backrooms, raccontate attraverso video atmosferici in soggettiva che hanno contribuito enormemente alla popolarità del fenomeno.

Se il debutto cinematografico di Parsons dovesse avere successo, è probabile che sempre più idee e talenti provenienti dal panorama digitale vengano portati sul grande schermo. Il film è al cinema dal 27 maggio, per cui non resta che andarlo a vedere e scoprire di più su ciò che narra e mostra.

LEGGI ANCHE: Backrooms, Mark Duplass difende il regista Kane Parsons: “Sul set comandava lui”

Star City: intervista a Anna Maxwell Martin e Agnes O’Casey

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Star City: intervista a Anna Maxwell Martin e Agnes O’Casey

Ecco la nostra intervista a Anna Maxwell Martin (“Lyudmilla Raskova”) e Agnes O’Casey (“Irina Morozova”), trai protagonisti di Star City, lo spin-off di For All Mankind, su Apple Tv dal 29 maggio con i primi due episodi degli otto totali seguiti da un nuovo episodio ogni venerdì, fino al 10 luglio.

Star City è un thriller cospirazionista dal ritmo incalzante che ci riporta al momento decisivo della rivisitazione in chiave ucronica della corsa allo spazio: quando l’Unione Sovietica divenne la prima nazione a portare un uomo sulla Luna. Questa volta, però, la storia viene esplorata da dietro la Cortina di Ferro, raccontando le vite dei cosmonauti, degli ingegneri e degli ufficiali dell’intelligence inseriti nel programma spaziale sovietico, e i rischi che tutti loro hanno corso per far progredire l’umanità.

La serie è interpretata da Rhys Ifans (“House of the Dragon”), Anna Maxwell Martin (“Motherland”), Agnes O’Casey (“Bad Doves”), Alice Englert (“Bad Behaviour”), Solly McLeod (“House of the Dragon”), Adam Nagaitis (“Chernobyl”), Ruby Ashbourne Serkis (“I, Jack Wright”), Josef Davies (“Andor”) e Priya Kansara (“Bridgerton”).

“Star City” è stata creata da Nedivi, Wolpert e Moore. Wolpert e Nedivi ricoprono il ruolo di showrunner e sono produttori esecutivi insieme a Moore e Maril Davis per Tall Ship Productions, oltre ad Andrew Chambliss e Steve Oster. “Star City” è prodotta per Apple TV da Sony Pictures Television.

Toy Story 5: una prima versione del film non includeva Woody

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Toy Story 5: una prima versione del film non includeva Woody

Per un momento, Toy Story 5 avrebbe davvero potuto esistere senza Woody. Il regista e sceneggiatore Andrew Stanton ha rivelato che la prima versione del film era stata scritta completamente senza il personaggio doppiato da Tom Hanks, proprio perché il finale di Toy Story 4 sembrava aver chiuso definitivamente il suo arco narrativo.

La scelta aveva una logica precisa: Woody aveva lasciato Bonnie e gli altri giocattoli per restare accanto a Bo Peep e aiutare i giocattoli smarriti. Un addio emotivo, percepito da molti fan come perfetto e conclusivo. Stanton, parlando con CinemaBlend, ha spiegato però che qualcosa non funzionava: “Ammetto che inizialmente non sapevo come riportarlo indietro, quindi ho scritto la prima bozza senza di lui, solo per capire se mi mancasse. E mi mancava. Così ho pensato: va bene, dobbiamo impegnarci di più e trovare un modo che non sembri una reazione impulsiva, ma qualcosa di meritato”.

Il regista ha poi aggiunto: “La mia regola è questa: se togli qualcosa, soprattutto un personaggio, la storia riesce comunque a esistere? Se non può farlo, allora significa che quel personaggio era davvero essenziale”. Una riflessione che chiarisce bene la direzione creativa del nuovo capitolo Pixar, già discusso online dopo i primi teaser.

LEGGI ANCHE: Toy Story 5: Woody e Buzz cercano di salvare il mondo dalla tecnologia nel trailer

Jessie diventa centrale mentre Woody torna per affrontare una nuova minaccia

Il ritorno di Woody in Toy Story 5 non significherà però un semplice ritorno allo status quo. Secondo quanto emerso dai trailer e dalle dichiarazioni del team creativo, il film manterrà le conseguenze del finale del quarto capitolo, utilizzando il personaggio in modo diverso rispetto al passato.

La trama ruoterà attorno alla crisi vissuta dai giocattoli di Bonnie, alle prese con una nuova presenza tecnologica chiamata Lilypad, un tablet che sembra minacciare il loro ruolo nella vita della bambina. Ed è proprio Jessie, ormai leader del gruppo dopo l’addio di Woody, a chiedere aiuto al vecchio amico.

La produttrice Lindsay Collins ha raccontato come la reazione dei fan sia cambiata drasticamente dopo il secondo trailer: “Mi ha fatto sorridere vedere quanto odio ricevevamo dopo il primo teaser: ‘Pensavo che Woody se ne fosse andato’. Poi è arrivato il secondo trailer e tutti hanno detto: ‘Ah, ok, doveva tornare’”.

Questo dettaglio racconta bene il vero equilibrio che Pixar sta cercando di raggiungere: rispettare il finale di Toy Story 4 senza rinunciare alla figura simbolica che ha definito la saga per oltre trent’anni. La vera novità, però, potrebbe essere proprio Jessie. Il personaggio doppiato da Joan Cusack avrà infatti un ruolo molto più centrale e il film esplorerà persino il passato legato alla sua ex proprietaria Emily.

Le immagini promozionali mostrano Jessie cavalcare Bullseye in una sequenza ambientata nel mondo reale, suggerendo un’avventura più ampia e fisica rispetto ai capitoli precedenti. Intanto torneranno anche Buzz Lightyear, Forky, Rex, Hamm e Duke Caboom, mentre Greta Lee darà voce alla nuova antagonista Lilypad e Conan O’Brien interpreterà il giocattolo Smarty Pants.

Dietro il ritorno di Woody, quindi, non sembra esserci soltanto nostalgia. Pixar sta tentando di trasformare Toy Story 5 in un passaggio di testimone definitivo, dove il cowboy resta importante ma non più esclusivamente centrale. E se funzionerà davvero, potrebbe essere il primo capitolo della saga capace di sopravvivere oltre il suo protagonista storico.

Chi è Jamie Reynolds in Come uccidono le brave ragazze e perché la sua scomparsa cambia completamente la stagione 2

Jamie Reynolds è il personaggio attorno a cui ruota l’intero mistero della seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze. Anche se inizialmente viene presentato soltanto come un ragazzo scomparso poco prima del processo contro Max Hastings, è evidente fin dai primi dettagli diffusi da Netflix che Jamie rappresenti qualcosa di molto più importante di una semplice nuova vittima. La sua assenza sembra infatti destinata a destabilizzare completamente Pip Fitz-Amobi e a trascinarla ancora una volta dentro il lato più oscuro di Little Kilton.

Interpretato da Eden H. Davies, Jamie è il fratello di Connor Reynolds e appartiene a una delle famiglie già coinvolte negli eventi della prima stagione. Questo dettaglio è fondamentale perché collega immediatamente il nuovo mistero alle ferite ancora aperte lasciate dal caso Andie Bell. La seconda stagione non riparte quindi da zero: usa il passato per mostrare quanto il trauma collettivo di Little Kilton continui ancora a contaminare il presente.

La scomparsa di Jamie arriva inoltre in un momento molto delicato per Pip. Dopo gli eventi della prima stagione, la protagonista vorrebbe infatti allontanarsi dalle indagini e tornare a una vita normale. Ma proprio il caso Jamie la costringe a rimettere in discussione tutto ciò che aveva cercato di lasciarsi alle spalle. E questo rende il personaggio centrale non soltanto sul piano narrativo, ma soprattutto su quello psicologico.

Jamie Reynolds sembra rappresentare il punto in cui la serie abbandona definitivamente il teen mystery classico

Uno degli aspetti più interessanti del personaggio è che Jamie appare fin da subito come una figura quasi “fantasma”. La serie costruisce la sua presenza soprattutto attraverso assenza, testimonianze, paure e segreti degli altri personaggi. È una struttura molto diversa rispetto al caso Andie Bell della prima stagione, dove il mistero nasceva da un omicidio già noto alla comunità.

Qui invece tutto sembra più instabile e ambiguo. Jamie potrebbe essere una vittima, qualcuno in fuga oppure il centro inconsapevole di qualcosa di molto più grande. E questa incertezza sembra riflettere perfettamente l’evoluzione della serie stessa. Come uccidono le brave ragazze sta infatti lentamente abbandonando la struttura più tradizionale del teen detective drama per trasformarsi in un thriller molto più paranoico e psicologico.

Anche Pip cambia profondamente proprio attraverso questo nuovo caso. Nella prima stagione la ragazza era convinta che la verità fosse sempre liberatoria. Ora invece sembra aver compreso che ogni indagine lascia conseguenze permanenti sulle persone coinvolte. Jamie Reynolds diventa quindi il simbolo di questa nuova fase narrativa: un mistero che non promette più soltanto risposte, ma anche distruzione emotiva.

Il fatto che il personaggio appartenga alla famiglia Reynolds è inoltre probabilmente un indizio importante. La serie continua infatti a suggerire che Little Kilton sia una comunità costruita su connessioni tossiche, segreti familiari e silenzi collettivi. Jamie potrebbe essere soltanto l’ennesima vittima di questo sistema oppure qualcuno che ha scoperto qualcosa che non avrebbe mai dovuto conoscere.

La stagione 2 potrebbe usare Jamie per mostrare quanto Pip stia diventando ossessionata dalla verità

Il vero ruolo di Jamie nella storia, però, potrebbe essere soprattutto quello di riflettere il cambiamento di Pip. Più la protagonista indaga sulla sua scomparsa, più appare evidente che la ricerca della verità sta diventando per lei quasi compulsiva. Jamie non è soltanto il nuovo mistero della stagione: è il motivo che costringe Pip a tornare dentro un mondo da cui voleva disperatamente uscire.

Ed è qui che Come uccidono le brave ragazze potrebbe diventare molto più interessante rispetto alla media dei thriller YA contemporanei. La serie sembra voler raccontare il momento in cui una protagonista “brava”, razionale e moralmente sicura di sé inizia lentamente a perdere il controllo del proprio equilibrio emotivo.

Jamie Reynolds potrebbe quindi essere molto più di una persona scomparsa. Potrebbe rappresentare il punto esatto in cui Pip smette definitivamente di essere soltanto una detective adolescente e diventa qualcuno disposto a sacrificare sé stessa pur di conoscere la verità.

Il vero significato del titolo Come uccidono le brave ragazze: perché la serie Netflix parla soprattutto della perdita dell’innocenza

Il titolo Come uccidono le brave ragazze sembra inizialmente quello di un classico thriller young adult costruito attorno a un omicidio e a un mistero scolastico. Ma man mano che la storia di Pip Fitz-Amobi si sviluppa, diventa evidente che il significato del titolo è molto più profondo e inquietante. La serie Netflix tratta dai romanzi di Holly Jackson non parla infatti soltanto di ragazze vittime di crimini, ma del modo in cui la pressione sociale, il trauma e l’ossessione per la verità finiscono lentamente per distruggere l’identità stessa delle persone considerate “brave”.

Fin dalla prima stagione, Pip appare come la perfetta studentessa modello: intelligente, empatica, determinata e moralmente convinta di poter distinguere chiaramente il bene dal male. La sua indagine sul caso Andie Bell nasce quasi come un progetto scolastico, qualcosa che dovrebbe semplicemente ristabilire la verità. Ma il cuore della serie sta proprio nel mostrare come quella convinzione inizi lentamente a crollare episodio dopo episodio. Più Pip si avvicina ai segreti di Little Kilton, più perde pezzi della propria innocenza emotiva e della propria stabilità psicologica.

Ed è qui che il titolo assume un doppio significato. Non parla soltanto delle ragazze che vengono letteralmente uccise o distrutte dalla violenza, ma di come la società consumi lentamente le “brave ragazze”: quelle che devono sempre essere perfette, responsabili, mature e moralmente corrette. Pip entra nell’indagine convinta di poter salvare gli altri attraverso la verità, ma la serie suggerisce continuamente che la ricerca ossessiva della verità può diventare essa stessa una forma di autodistruzione.

Pip Fitz-Amobi rappresenta la trasformazione della “brava ragazza” in qualcuno disposto a perdere tutto pur di conoscere la verità

Come uccidono le brave ragazze – Stagione 2

La vera forza della serie sta nel modo in cui trasforma gradualmente Pip da protagonista YA relativamente classica a personaggio molto più ambiguo e complesso. Nella prima stagione, la ragazza crede ancora che ogni mistero abbia una soluzione razionale e che la giustizia possa davvero sistemare il dolore lasciato dalle tragedie. Ma più il racconto avanza, più quella visione idealistica si incrina.

La seconda stagione sembra spingere ancora di più in questa direzione. Pip non vuole più investigare, perché ormai comprende quanto il trauma delle sue scoperte abbia cambiato lei stessa e le persone attorno a lei. Eppure non riesce davvero a fermarsi. La ricerca della verità è diventata quasi compulsiva, qualcosa che la consuma dall’interno. È un’evoluzione molto interessante perché sposta la serie dal semplice teen mystery verso un thriller psicologico sul peso morale dell’ossessione investigativa.

Anche il titolo originale inglese, A Good Girl’s Guide to Murder, funziona in modo simile. La parola “guide” suggerisce inizialmente qualcosa di quasi ironico o scolastico, ma col tempo diventa sempre più disturbante: Pip sta inconsapevolmente costruendo una guida non tanto per risolvere un omicidio, quanto per capire come la violenza e il segreto trasformino lentamente chi li affronta.

La serie Netflix usa il thriller YA per parlare di pressione sociale, trauma e identità femminile

Come uccidono le brave ragazze henry ashton max
Credit © Netflix

Uno degli aspetti più intelligenti di Come uccidono le brave ragazze è che utilizza la struttura del mystery adolescenziale per affrontare temi molto più contemporanei e realistici. Little Kilton non è soltanto una cittadina piena di segreti: è un luogo dove tutti devono mantenere un’immagine pubblica accettabile, nascondendo continuamente dolore, rabbia e manipolazione dietro la normalità quotidiana.

Le “brave ragazze” della serie sono infatti continuamente schiacciate dalle aspettative degli altri. Devono essere credibili, educate, responsabili, perfette. Ma il mondo attorno a loro è profondamente corrotto. E la serie suggerisce che questa pressione finisca inevitabilmente per spezzarle emotivamente. Pip rappresenta proprio questa contraddizione: più cerca di restare moralmente corretta, più viene trascinata in una realtà dove nessuno è davvero innocente.

È anche per questo che la saga di Holly Jackson funziona così bene rispetto a molti altri thriller YA contemporanei. Non usa il mistero soltanto come intrattenimento, ma come strumento per raccontare il momento in cui l’adolescenza lascia spazio alla consapevolezza adulta, con tutto il peso psicologico che questo comporta.

E forse il vero significato del titolo è proprio questo: non raccontare semplicemente come muoiono le brave ragazze, ma mostrare come il mondo le costringa lentamente a smettere di esserlo.

Backrooms, Mark Duplass difende il regista Kane Parsons: “Sul set comandava lui”

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Il fenomeno horror di Backrooms continua a far parlare di sé, ma questa volta non per i misteriosi corridoi gialli diventati virali online. A intervenire pubblicamente è stato Mark Duplass, protagonista del film prodotto da A24, che ha deciso di rispondere alle accuse circolate sui social secondo cui il ventenne Kane Parsons non avrebbe realmente diretto il progetto.

Su X, Duplass ha replicato duramente a un utente che sosteneva come Parsons fosse solo una figura simbolica sul set: “Con tutto il rispetto, non ricordo di averti visto sul set. Quando ero lì, Kane aveva il controllo totale. Più di molti registi che hanno tre volte la sua età”. Una dichiarazione netta, che arriva mentre cresce la curiosità attorno al film tratto dalla celebre serie YouTube creata proprio da Parsons.

La discussione attorno all’età del regista si è rapidamente trasformata in un dibattito più ampio sull’industria cinematografica contemporanea. La regista Sophy Romvari ha commentato la vicenda sottolineando come il successo precoce generi spesso reazioni tossiche: “L’invidia alimenta gran parte di questo tipo di discussioni sull’età e sul successo”. Ma il caso Backrooms sembra soprattutto mettere in evidenza il cambiamento radicale nei percorsi di accesso al cinema, dove creator digitali e filmmaker indipendenti possono ormai arrivare direttamente alle grandi produzioni hollywoodiane.

Backrooms porta l’horror analogico di YouTube nel cinema mainstream

Il film di Backrooms nasce dall’universo horror creato da Parsons sul web, diventato un caso globale grazie ai suoi video analog horror pubblicati su YouTube. La storia ruota attorno a un proprietario di un negozio di mobili che scopre un passaggio verso una dimensione inquietante e surreale nascosta all’interno del suo showroom.

Accanto a Mark Duplass, il cast include Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Finn Bennett e Lukita Maxwell, mentre tra i produttori figurano nomi pesanti del cinema di genere come James Wan, Shawn Levy e Osgood Perkins. Una combinazione che dimostra quanto Hollywood stia osservando con attenzione il linguaggio nato online negli ultimi anni.

Durante il CCXP Mexico, Parsons ha raccontato l’ambizione produttiva del progetto, spiegando: “Il set era enorme. Abbiamo costruito circa 30.000 piedi quadrati di vere Backrooms nelle quali potevamo camminare. Alcune persone si perdevano davvero. Sembrava di essere lì dentro, ed era stranissimo”. Il regista ha inoltre rivelato che la produzione ha effettuato “50 test di carta da parati per trovare la giusta tonalità di giallo”.

Ed è proprio questo l’aspetto più interessante dell’intera operazione: Backrooms non sembra voler trasformare il materiale originale in un horror tradizionale, ma piuttosto espandere quella sensazione di spazio vuoto, irreale e disturbante che ha reso virali i video di Parsons. Il rischio di “normalizzare” l’estetica analog horror esiste, ma il coinvolgimento diretto del creatore originale potrebbe evitare che il film perda la sua identità.

La difesa pubblica di Duplass assume quindi anche un altro significato: legittimare una nuova generazione di registi cresciuti fuori dai percorsi classici dell’industria. E il fatto che uno studio come A24 abbia affidato un progetto di questa portata a un autore ventenne racconta molto di come il cinema horror stia cambiando pelle.

Leo Woodall parla del casting in The Hunt for Gollum: “Un sogno che coltivo fin da bambino”

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L’ingresso di Leo Woodall nel mondo de Il Signore degli Anelli è ormai ufficiale e l’attore non nasconde l’emozione per il progetto. La star di The White Lotus e One Day ha parlato per la prima volta del suo coinvolgimento in Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum, nuovo capitolo cinematografico prodotto da Warner Bros. e ambientato nella Terra di Mezzo.

Significa tutto per me. È un sogno che avevo fin da bambino”, ha dichiarato Woodall a People. L’attore ha poi aggiunto: “Guardavo questi film da piccolo e li avrò visti un milione di volte, quindi farne parte oggi è incredibile”. Parole che confermano quanto il progetto punti anche sul legame emotivo che un’intera generazione di attori e spettatori ha sviluppato con la trilogia diretta da Peter Jackson.

Come prevedibile, Woodall non ha rivelato dettagli concreti sulla trama o sul suo personaggio, limitandosi a dire: “Non posso anticipare nulla”. Ma il casting dell’attore rappresenta già uno degli elementi più interessanti del nuovo corso cinematografico della saga tolkieniana, soprattutto per il tipo di personaggio che interpreterà.

The Hunt for Gollum espande la Terra di Mezzo tra nuovi personaggi e volti storici

Annunciato ufficialmente durante il CinemaCon, The Lord of the Rings: The Hunt for Gollum introdurrà Woodall nel ruolo di Halvard, un nuovo personaggio Dúnedain creato appositamente per il film e assente nei romanzi originali di J.R.R. Tolkien. Accanto a lui ci sarà Jamie Dornan, scelto per interpretare Strider, l’identità usata da Aragorn prima degli eventi de La Compagnia dell’Anello.

Il film racconterà la missione di Aragorn per catturare Gollum prima che la creatura possa rivelare a Sauron la posizione dell’Anello. Una storia ambientata tra gli eventi de Lo Hobbit e quelli de La Compagnia dell’Anello, costruita ampliando riferimenti e note lasciate da Tolkien nei suoi scritti.

Il ritorno di figure storiche del franchise rafforza ulteriormente il legame con le trilogie originali. Andy Serkis riprenderà il ruolo di Gollum, oltre a dirigere il film, mentre torneranno anche Ian McKellen come Gandalf, Elijah Wood come Frodo e Lee Pace nei panni di Thranduil. Tra le novità più sorprendenti c’è anche Kate Winslet, entrata nel cast nel ruolo inedito di Marigol.

Dietro le quinte, Warner Bros. sta chiaramente cercando di costruire una nuova espansione cinematografica della Terra di Mezzo senza rinunciare all’eredità creativa della saga originale. Il coinvolgimento di Peter Jackson, Fran Walsh e Philippa Boyens come produttori e sceneggiatori indica la volontà di mantenere una continuità stilistica e narrativa con i film che hanno ridefinito il fantasy moderno al cinema.

La presenza di nuovi personaggi come Halvard suggerisce inoltre una direzione precisa: non limitarsi ad adattare Tolkien in modo tradizionale, ma esplorare gli spazi lasciati aperti nei suoi racconti. È una strategia già sperimentata con alterne fortune in passato, ma che potrebbe funzionare meglio in una storia più intima e legata ai toni oscuri della caccia a Gollum.

Bastille Day – Il colpo del secolo: la storia vera dietro il film

Quando nel 2016 uscì “Bastille Day – Il colpo del secolo” — distribuito internazionalmente anche con il titolo “The Take” — il film colpì immediatamente per il suo tono sorprendentemente vicino alla realtà politica e sociale dell’Europa contemporanea. Diretto da James Watkins e interpretato da Idris Elba, Richard Madden e Charlotte Le Bon, il thriller mescola terrorismo, rivolte urbane, tensioni razziali e corruzione istituzionale all’interno di una Parigi attraversata dalla paura. Proprio questo realismo ha spinto molti spettatori a chiedersi se la storia raccontata nel film fosse davvero accaduta oppure se fosse liberamente ispirata a eventi reali.

La risposta è più complessa di quanto sembri. “Bastille Day – Il colpo del secolo” non è basato su una storia vera specifica, ma costruisce la sua narrazione utilizzando paure, conflitti e dinamiche che hanno segnato profondamente la Francia degli anni Duemila. Il film arriva infatti in un momento storico segnato da attentati terroristici, proteste sociali, crisi migratorie e crescente radicalizzazione politica. Pur restando un action thriller di finzione, la pellicola utilizza elementi estremamente concreti della società francese contemporanea, tanto da apparire quasi profetica dopo alcuni tragici eventi realmente accaduti.

La storia vera dietro Bastille Day: terrorismo, tensioni sociali e paura nella Francia contemporanea

Idris Elba in Bastille Day – Il colpo del secolo

La trama di “Bastille Day – Il colpo del secolo” prende il via con un attentato apparentemente collegato a gruppi estremisti e proteste antifasciste, ma il film rivela presto una cospirazione molto più articolata, costruita attorno alla manipolazione politica e alla strumentalizzazione del caos sociale. Anche se gli eventi raccontati sono inventati, il contesto da cui nasce il film è assolutamente reale. Negli anni precedenti all’uscita della pellicola, la Francia era diventata uno dei principali teatri europei del terrorismo jihadista, con una lunga serie di attacchi che avevano profondamente cambiato il clima politico del Paese. Dopo l’11 settembre, infatti, il rapporto tra sicurezza nazionale, immigrazione e radicalizzazione religiosa era diventato sempre più centrale nel dibattito pubblico europeo, e la Francia — per ragioni storiche e coloniali — si trovava in una posizione particolarmente delicata.

Il film sfrutta proprio questa atmosfera di tensione permanente. Le periferie francesi, la rabbia sociale delle seconde generazioni immigrate, l’ascesa dei movimenti nazionalisti e la sfiducia verso le istituzioni diventano il terreno perfetto per un thriller che vuole sembrare plausibile. La presenza di rivolte urbane, manifestazioni di piazza e scontri con la polizia richiama direttamente quanto accaduto realmente nelle banlieue francesi, soprattutto dopo le rivolte del 2005, quando interi quartieri periferici esplosero in settimane di violenza e proteste contro discriminazione e marginalizzazione sociale. In questo senso, “Bastille Day” non racconta fatti realmente accaduti, ma utilizza problemi concreti della Francia moderna come fondamento della propria narrazione.

Gli attentati terroristici che resero il film inquietantemente attuale dopo la sua uscita

Bastille Day - Il colpo del secolo film

L’aspetto più impressionante della storia di “Bastille Day – Il colpo del secolo” riguarda però il momento in cui il film arrivò nelle sale. La produzione era stata completata nel 2014, ma nel frattempo la Francia venne travolta da alcuni dei più devastanti attentati terroristici della sua storia recente. Nel gennaio 2015 si verificarono gli attacchi contro la redazione di Charlie Hebdo e il supermercato Hyper Cacher, mentre nel novembre dello stesso anno Parigi fu colpita dagli attentati coordinati al Bataclan, allo Stade de France e in diversi locali della capitale. Questi eventi cambiarono radicalmente la percezione del film ancora prima della sua uscita ufficiale.

La situazione diventò ancora più delicata nel luglio 2016. “Bastille Day” debuttò infatti in Francia il 13 luglio, praticamente alla vigilia della festa nazionale francese. Il giorno successivo, durante le celebrazioni del 14 luglio a Nizza, un attentatore lanciò un camion sulla folla causando decine di morti. L’attacco di Nizza trasformò improvvisamente il thriller di James Watkins in qualcosa di disturbantemente vicino alla cronaca reale. La produzione decise quindi di ritirare temporaneamente il film dalle sale francesi, temendo che il pubblico potesse percepirlo come insensibile rispetto al clima nazionale. Anche il titolo internazionale venne modificato in alcuni mercati proprio per allontanarlo dai riferimenti diretti alla presa della Bastiglia e agli eventi francesi contemporanei.

Questo cortocircuito tra finzione e realtà contribuì enormemente alla fama del film. Molti spettatori iniziarono a rileggerlo non più soltanto come un action movie, ma come il riflesso di un’Europa attraversata dalla paura del terrorismo e dall’instabilità sociale. La forza del film stava proprio nel mostrare come il caos possa essere manipolato da interessi nascosti, sfruttando divisioni etniche e tensioni politiche già presenti nella società reale.

Come Bastille Day utilizza il tema dell’immigrazione e della manipolazione politica nella sua storia

Bastille Day - Il colpo del secolo cast

Uno degli elementi più interessanti di “Bastille Day – Il colpo del secolo” è il modo in cui il film affronta indirettamente il tema dell’immigrazione e della costruzione del nemico pubblico. Nel racconto, le tensioni tra francesi e immigrati vengono deliberatamente alimentate per creare disordine e distrarre l’opinione pubblica da un piano criminale molto più ampio. Questa dinamica riflette paure autentiche della società europea contemporanea, dove il terrorismo ha spesso contribuito a rafforzare xenofobia, diffidenza verso le comunità musulmane e crescita dei movimenti populisti.

Il film suggerisce continuamente che il vero pericolo non sia soltanto il terrorismo in sé, ma anche la facilità con cui governi, media e apparati di sicurezza possano sfruttare la paura collettiva. È un tema che negli anni Dieci è diventato sempre più centrale nel cinema politico e thriller occidentale. In questo senso, “Bastille Day” si avvicina a opere come “The Siege” o ad alcune stagioni di Homeland, dove il confine tra sicurezza nazionale e manipolazione politica diventa estremamente ambiguo.

Anche la figura interpretata da Idris Elba, l’agente della CIA Sean Briar, incarna perfettamente questo clima di sfiducia. Non si tratta del classico eroe invincibile da action anni Novanta, ma di un personaggio che si muove in un sistema corrotto e opaco, dove le istituzioni stesse appaiono compromesse. La Parigi mostrata nel film non è soltanto una città sotto minaccia terroristica, ma un luogo dove tensioni sociali irrisolte possono essere facilmente trasformate in strumenti di controllo e manipolazione.

Bastille Day non racconta una storia vera, ma anticipa le paure dell’Europa contemporanea

Bastille Day - Il colpo del secolo finale
Idris Elba e Richard Madden in Bastille Day – Il colpo del secolo. Foto di Jessica Forde – © 2016 – StudioCanal

Anche se “Bastille Day – Il colpo del secolo” non è tratto da una storia vera, il film riesce a colpire perché costruisce una finzione profondamente radicata nella realtà politica e sociale europea degli ultimi anni. Il terrorismo, la crisi migratoria, la paura collettiva, la radicalizzazione e la sfiducia verso le istituzioni non sono semplici elementi narrativi inventati per aumentare la tensione, ma questioni che hanno realmente segnato la Francia contemporanea.

La coincidenza temporale tra l’uscita del film e gli attentati del 2015 e 2016 ha inevitabilmente trasformato la percezione dell’opera, rendendola quasi un documento involontario delle ansie europee del periodo. Ciò che rende ancora oggi interessante il film di James Watkins è proprio questa capacità di utilizzare il linguaggio dell’action thriller per raccontare qualcosa di molto concreto sul presente. Dietro inseguimenti, esplosioni e complotti, “Bastille Day” parla infatti di una società fragile, attraversata da tensioni profonde e dalla paura costante che il caos possa esplodere da un momento all’altro.

In questo senso, il film non cerca davvero di ricostruire eventi reali specifici, ma utilizza la finzione per riflettere una realtà storica ben riconoscibile. Ed è probabilmente proprio questa vicinanza al mondo reale ad aver reso “Bastille Day – Il colpo del secolo” un thriller ancora oggi sorprendentemente attuale.

97 Minuti: il film è basato su una storia vera?

97 Minuti: il film è basato su una storia vera?

Tra thriller claustrofobici e tensione da conto alla rovescia, 97 Minuti prova a riportare in auge il cinema d’azione ambientato quasi interamente in spazi chiusi, giocando con il terrore del dirottamento aereo e con la paranoia post-11 settembre. Diretto da Timo Vuorensola e interpretato da Jonathan Rhys Meyers e Alec Baldwin, il film racconta la storia di un aereo di linea sequestrato da terroristi mentre un infiltrato dell’Interpol cerca disperatamente di evitare una catastrofe. Il titolo stesso richiama il tempo limitato prima che il velivolo esaurisca il carburante, trasformando ogni minuto in una corsa contro la morte.

Fin dalla sua uscita, molti spettatori si sono chiesti se 97 Minuti fosse tratto da fatti realmente accaduti. La sensazione di realismo deriva infatti da un immaginario molto preciso: quello dei grandi dirottamenti aerei moderni e, soprattutto, dell’ombra lasciata dagli attentati dell’11 settembre 2001. Anche se il film non racconta una storia vera specifica, gran parte delle sue dinamiche narrative si ispira chiaramente a eventi reali che hanno segnato la storia contemporanea dell’aviazione e della sicurezza internazionale. È proprio questo legame con la realtà a rendere il film così inquietante, perché dietro l’azione spettacolare si percepiscono paure collettive ancora molto vive.

La vera storia dietro 97 Minuti: perché il film non è reale ma nasce da paure concrete

Jonathan Rhys Meyers nel film 97 minuti

97 Minuti non è basato su una storia vera precisa, ma utilizza situazioni che richiamano direttamente alcuni dei più traumatici episodi della storia recente americana. La sceneggiatura di Pavan Grover costruisce infatti un thriller completamente fiction, ispirato però ai classici action degli anni Novanta come Die Hard, Air Force One e Con Air, tutti film che trasformavano mezzi di trasporto isolati in scenari di guerra psicologica e sopravvivenza. La differenza è che 97 Minuti nasce in un contesto storico molto diverso, inevitabilmente influenzato dal trauma globale dell’11 settembre e dalla percezione contemporanea del terrorismo internazionale.

Il film racconta il dirottamento di un Boeing 767 da parte di quattro terroristi, inconsapevoli della presenza a bordo di un infiltrato dell’Interpol sotto copertura. Parallelamente, le autorità americane valutano l’abbattimento dell’aereo pur senza conoscere realmente i piani dei sequestratori. Questo tipo di scenario può sembrare cinematografico ed estremo, ma affonda le sue radici in protocolli reali sviluppati dopo gli attentati del 2001. Dopo l’11 settembre, infatti, l’ipotesi di abbattere un aereo civile sequestrato è diventata parte concreta delle discussioni strategiche sulla sicurezza nazionale. È proprio questa vicinanza con procedure realmente esistenti a rendere il film credibile agli occhi del pubblico.

Il legame con il volo United 93 e gli attentati dell’11 settembre

97 minuti spiegazione finale film

L’evento reale che più chiaramente riecheggia dentro 97 Minuti è il caso del volo United Airlines Flight 93, uno dei quattro aerei dirottati durante gli attentati dell’11 settembre 2001. Quel giorno il volo, partito dal New Jersey e diretto a San Francisco, venne sequestrato da terroristi di Al-Qaeda insieme ad altri tre velivoli. A differenza degli aerei schiantati contro le Torri Gemelle e il Pentagono, però, il Flight 93 non raggiunse mai il proprio obiettivo grazie alla reazione disperata dei passeggeri a bordo, che tentarono di riprendere il controllo del velivolo. L’aereo precipitò infine in Pennsylvania, causando la morte di tutte le persone presenti, ma evitando probabilmente un attacco ancora più devastante.

Molti elementi di 97 Minuti sembrano richiamare direttamente quella tragedia. Anche nel film ci sono quattro terroristi, nessuna richiesta immediata rivolta alle autorità e una crescente paura legata al possibile obiettivo finale del dirottamento. Inoltre i passeggeri partecipano attivamente al tentativo di fermare i sequestratori, proprio come accadde realmente sul Flight 93. Persino l’intervento dei caccia militari nel film ricorda ciò che avvenne quel giorno: due F-16 americani furono infatti inviati per intercettare l’aereo dirottato. Sebbene non arrivarono in tempo per abbatterlo, la loro presenza segnò uno dei momenti più drammatici della risposta militare agli attentati.

Come il cinema post-11 settembre ha influenzato direttamente 97 Minuti

Alec Baldwin in 97 minuti

Più che raccontare una singola storia vera, 97 Minuti appartiene a quel filone di thriller nati dopo l’11 settembre che hanno trasformato la paura del terrorismo aereo in uno strumento narrativo. Negli anni successivi agli attentati, il cinema hollywoodiano ha iniziato infatti a riflettere sempre più spesso sulle conseguenze psicologiche e politiche del terrorismo globale. Film come United 93, World Trade Center o persino serie televisive come 24 hanno contribuito a costruire un immaginario dominato dall’urgenza, dalla sorveglianza costante e dalla possibilità che un singolo evento possa provocare migliaia di vittime in pochi minuti.

Dentro questo panorama, 97 Minuti sceglie una strada più action e commerciale, ma mantiene comunque molti elementi tipici del cinema post-11 settembre: il sospetto verso chiunque si trovi a bordo, il conflitto tra salvezza individuale e sicurezza collettiva, il dilemma morale delle autorità chiamate a decidere se sacrificare vite innocenti per evitarne altre. La figura interpretata da Alec Baldwin, disposto persino ad abbattere l’aereo, riflette proprio queste tensioni nate nel mondo occidentale dopo il 2001. Il film utilizza quindi una struttura da thriller classico, ma la riempie di paure moderne estremamente riconoscibili.

La realtà dietro 97 Minuti e perché il film continua a risultare credibile

Alec Baldwin nel film 97 minuti

Anche se 97 Minuti è completamente fiction, il suo impatto deriva dalla capacità di rielaborare paure reali che il pubblico associa immediatamente alla storia contemporanea. Il terrorismo aereo, i protocolli militari d’emergenza, gli infiltrati internazionali e il timore di nuovi attacchi su larga scala non appartengono infatti soltanto al cinema, ma fanno parte della memoria collettiva degli ultimi vent’anni. È questo che permette al film di mantenere una tensione costante: lo spettatore sa che scenari simili, almeno in parte, sono già esistiti davvero.

Il film non cerca la precisione documentaristica e nemmeno la ricostruzione storica. Preferisce invece usare elementi riconoscibili della realtà per alimentare un thriller ad alta tensione che guarda apertamente ai grandi action del passato. Eppure, dietro inseguimenti, infiltrati e countdown drammatici, rimane sempre la percezione inquietante che tutto ciò possa accadere davvero. In fondo è proprio questa la forza di opere come 97 Minuti: trasformare eventi storici e paure concrete in intrattenimento cinematografico, ricordando però allo spettatore quanto sottile possa essere il confine tra fiction e realtà.

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To Catch A Killer – L’uomo che odiava tutti: la spiegazione del finale del film

Quando nel 2023 Damián Szifron torna al cinema con To Catch A Killer – L’uomo che odiava tutti (leggi qui la recensione), il risultato è un thriller poliziesco che usa la struttura del procedural per parlare di un’America esausta, paralizzata dalla paura e incapace di comprendere il disagio che genera la violenza. Il film con Shailene Woodley e Ben Mendelsohn si presenta inizialmente come una classica caccia al serial killer: un cecchino misterioso massacra decine di persone durante la notte di Capodanno a Baltimora e l’FBI cerca disperatamente un colpevole prima che l’opinione pubblica esploda. In realtà, il film rivela presto un’ambizione diversa, molto più cupa e politica.

Il cuore del racconto è infatti il rapporto tra Eleanor e Lammark, due figure profondamente imperfette che si muovono dentro istituzioni corrotte, isteriche e incapaci di ascoltare. Il finale di To Catch A Killer non punta alla soddisfazione tipica del thriller investigativo, perché la cattura dell’assassino non coincide con una vera vittoria. La morte di Dean Possey chiude il caso, ma lascia intatta la sensazione di vivere in una società che continua a produrre solitudine, alienazione e rabbia. È proprio questa la chiave interpretativa del film: il killer non viene trasformato in un mostro eccezionale, bensì nel sintomo estremo di un sistema malato.

Il thriller di Damián Szifron trasforma la caccia al serial killer in un racconto sulla paranoia collettiva e sul fallimento delle istituzioni

Shailene Woodley e Ben Mendelsohn in To Catch a Killer

 

Chi conosce il cinema di Damián Szifron riconosce immediatamente alcuni temi già presenti in Relatos salvajes: l’esplosione della rabbia repressa, la violenza improvvisa che emerge dalla normalità e la critica feroce verso strutture sociali incapaci di gestire il disagio umano. In To Catch A Killer, però, il regista abbandona il tono grottesco e satirico per costruire un thriller teso, quasi documentaristico, che richiama il cinema paranoico degli anni Settanta e opere come Zodiac di David Fincher. Baltimora viene mostrata come una città traumatizzata, dove media, politica e forze dell’ordine cercano disperatamente una narrazione semplice da offrire al pubblico.

Per questo motivo il personaggio di Eleanor diventa centrale. Interpretata da una sorprendente Shailene Woodley, la protagonista è una poliziotta segnata da problemi psicologici, dipendenze e tendenze autolesionistiche. Lammark la sceglie proprio perché riconosce in lei qualcosa che gli altri ignorano: la capacità di osservare il dolore umano senza trasformarlo immediatamente in propaganda o spettacolo mediatico. Tutti gli altri investigatori vogliono un terrorista, un fanatico religioso o un simbolo politico da mostrare in televisione. Eleanor, invece, comprende che dietro gli omicidi si nasconde qualcuno di molto più disturbante: un uomo invisibile, cresciuto ai margini, incapace di vivere nel mondo contemporaneo.

Anche la regia insiste continuamente su questo aspetto. Le sparatorie sono secche, improvvise, prive di eroismo. I vertici istituzionali appaiono ossessionati dall’immagine pubblica e dalla necessità di controllare il racconto mediatico della tragedia. In questo senso il film evita deliberatamente la struttura rassicurante del thriller classico: non esiste un detective geniale capace di riportare ordine nel caos. Ogni intuizione arriva troppo tardi e ogni errore produce altre vittime. Il killer diventa quindi il riflesso di una società che ha smesso di ascoltare chi resta indietro.

Chi è davvero Dean Possey e cosa succede nel finale di To Catch A Killer

Ralph Ineson in To Catch a Killer

La parte finale del film conduce Eleanor e Lammark verso Dean Possey, il vero autore delle stragi. La scoperta arriva attraverso dettagli apparentemente secondari, confermando come il film sia interessato più all’osservazione psicologica che al colpo di scena spettacolare. Dean è un uomo cresciuto nell’isolamento, traumatizzato da un’infanzia segnata da un incidente con le armi causato dal padre, incapace di integrarsi socialmente e rifiutato persino dall’esercito, che avrebbe dovuto rappresentare per lui un’identità e uno scopo.

Quando Eleanor e Lammark raggiungono la casa della madre di Dean, il film entra nella sua fase più tragica. Lammark, ormai estromesso ufficialmente dall’indagine, vuole arrestare il killer per dimostrare che il Bureau ha sbagliato tutto. È una scelta impulsiva, dettata dall’orgoglio e dalla frustrazione accumulata durante l’inchiesta. Dean, nascosto in una baracca vicino alla casa, spara però attraverso una finestra e uccide Lammark quasi immediatamente. La morte del personaggio interpretato da Ben Mendelsohn è improvvisa e anti-spettacolare: il film elimina così l’ultima figura realmente competente rimasta dentro il sistema investigativo.

Da quel momento il confronto si concentra esclusivamente tra Eleanor e Dean. È qui che il film esplicita il proprio vero tema: la protagonista riconosce nel killer un dolore simile al suo. Entrambi convivono con impulsi autodistruttivi e con una profonda incapacità di sentirsi parte del mondo. Eleanor cerca disperatamente di convincerlo a fermarsi, proponendogli cure mediche e una possibilità di redenzione. Dean, però, è ormai oltre ogni recupero. La sua rabbia è diventata identità. Quando la polizia circonda l’area, il killer reagisce facendo esplodere una bomba e aprendo il fuoco sugli agenti. Eleanor tenta ancora di salvarlo, ma il confronto degenera definitivamente: Dean viene colpito e ucciso dalla polizia dopo essere stato ferito dalla stessa Eleanor.

La chiusura dell’indagine lascia però un sapore amarissimo. Dean muore, ma nessuno sembra interessato a capire davvero come sia stato possibile arrivare a quel punto. Le istituzioni vogliono soltanto controllare il danno politico e mediatico.

Il finale racconta una società che crea invisibili e poi si stupisce della loro esplosione di violenza

Shailene Woodley in To Catch a Killer

 

L’aspetto più inquietante di To Catch A Killer è il modo in cui rifiuta di rendere Dean Possey un genio criminale o un simbolo astratto del male. Il film insiste continuamente sulla sua banalità. Dean è un uomo spezzato, incapace di relazioni sociali, sfruttato economicamente e consumato da un odio che cresce nell’isolamento. La sua violenza nasce da un bisogno disperato di sentirsi finalmente visto.

Questa scelta cambia completamente il significato del finale. Eleanor comprende che Dean non sta cercando soldi, potere o fama ideologica. Vuole infliggere al mondo lo stesso dolore che prova quotidianamente. Per questo motivo le sue vittime sono casuali: il bersaglio reale è la società intera. Szifron costruisce così un thriller che parla apertamente dell’alienazione contemporanea e della fragilità mentale in un contesto dominato da pressione sociale, individualismo e bombardamento mediatico.

Anche Eleanor rappresenta una possibile variazione dello stesso trauma. Il film suggerisce continuamente che la protagonista avrebbe potuto facilmente scivolare verso l’autodistruzione definitiva. Le sue ferite interiori la rendono capace di capire Dean meglio di chiunque altro. La differenza sta nel fatto che Eleanor trova un contatto umano sincero attraverso Lammark, mentre Dean resta completamente isolato fino alla fine. La tragedia del killer nasce proprio da questa assenza assoluta di connessione emotiva.

Il comportamento delle autorità rafforza ulteriormente questa lettura. Politici e FBI pensano soltanto a salvare la propria reputazione. Ogni decisione viene presa per ragioni strategiche o mediatiche, mai umane. Il film suggerisce quindi che la vera violenza sistemica non sia soltanto quella delle armi, ma quella di istituzioni incapaci di vedere le persone prima che sia troppo tardi.

La morte di Lammark e la promozione di Eleanor mostrano il compromesso morale necessario per sopravvivere nel sistema

Ben Mendelsohn in To Catch a Killer

La conclusione del film diventa ancora più amara nella scena finale dedicata a Eleanor. Dopo la morte di Dean Possey, il sindaco e i dirigenti istituzionali cercano di riscrivere completamente la narrazione degli eventi. Vogliono nascondere gli errori dell’indagine e trasformare Eleanor in una figura utile alla propaganda ufficiale. In cambio le offrono ciò che ha sempre desiderato: un ruolo importante nell’FBI.

All’inizio del film Eleanor avrebbe probabilmente rifiutato per principio. L’esperienza vissuta con Lammark, però, le ha insegnato che la purezza morale assoluta spesso conduce all’emarginazione e all’impotenza. Accettando il compromesso, la protagonista sceglie di restare dentro il sistema per continuare a fare la differenza. È una decisione profondamente ambigua, che il film evita di giudicare apertamente.

Il dettaglio più importante riguarda infatti le richieste avanzate da Eleanor prima di firmare l’accordo: pretende che Lammark riceva una medaglia al valore postuma e che il marito Gavin ottenga la pensione completa. In quel momento Eleanor dimostra di aver ereditato l’umanità del suo mentore. Ha imparato a muoversi dentro una struttura corrotta senza perdere completamente sé stessa.

La morte di Lammark assume quindi un valore simbolico. Il personaggio rappresentava un raro esempio di investigatore interessato davvero alla verità e non alla carriera. La sua eliminazione conferma la visione pessimista del film: le persone migliori vengono spesso sacrificate da sistemi costruiti sulla convenienza politica.

Il vero significato del finale di To Catch A Killer è la trasformazione del dolore in consapevolezza

Shailene Woodley, Jovan Adepo e Ben Mendelsohn in To Catch a Killer

L’ultima immagine di Eleanor suggerisce che il film non vuole chiudersi nella disperazione assoluta. La protagonista esce distrutta dall’indagine, ma possiede finalmente una consapevolezza nuova. Ha guardato dentro il vuoto che consumava Dean Possey e ha capito quanto sia sottile il confine tra sopravvivere al dolore e lasciarsene divorare.

Il titolo italiano, L’uomo che odiava tutti, rischia quasi di semplificare il film, perché Dean non odia realmente il mondo nel senso tradizionale del termine. Odia soprattutto la propria incapacità di viverci dentro. È un personaggio incapace di comunicare, incapace di immaginare un futuro, incapace persino di dare un nome preciso alla propria sofferenza. Eleanor riesce a comprenderlo proprio perché combatte quotidianamente una battaglia simile.

Il finale diventa allora il racconto di due possibilità opposte davanti al trauma: trasformarlo in distruzione oppure in coscienza critica. Dean sceglie la prima strada e viene annientato. Eleanor sceglie invece di continuare a vivere, accettando compromessi dolorosi pur di mantenere uno spazio d’azione dentro il sistema. È una conclusione volutamente scomoda, che rifiuta la catarsi tipica del thriller hollywoodiano.

To Catch A Killer termina senza rassicurare davvero lo spettatore, lasciando aperta una domanda inquietante: quanti altri Dean Possey stanno crescendo nel silenzio generale, invisibili fino al giorno in cui decideranno di farsi notare attraverso la violenza?

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia: il trailer italiano!

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Ricchi… da morire – Delitti in famiglia: il trailer italiano!

Ecco il trailer italiano di Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, dark comedy diretta da John Patton Ford con protagonisti Glen Powell, Ed Harris e Margaret Qualley in arrivo al cinema dal 17 giugno.

Cosa saresti disposto a fare per un’eredità miliardaria?

Sette eredi, una fortuna, nessun testimone: un thriller nero e spietatamente divertente, che gioca con lo spettatore e rilancia il piacere del grande racconto criminale contemporaneo unendo vendetta, satira sociale e puro intrattenimento.

Una serie di “incidenti” sempre più elaborati, orchestrati con ironia e freddezza, trascina lo spettatore in una spirale che mette in discussione il confine tra giusto e sbagliato. Ricchi… da morire – Delitti in famiglia è un racconto cinico e adrenalinico che gira intorno alla domanda che prima o poi ognuno si pone nella vita: fino a dove saresti disposto ad arrivare per ottenere un’eredità faraonica?

Accanto a Glen Powell, qui in uno dei ruoli più complessi e provocatori della sua carriera, un cast di grande richiamo: Margaret Qualley, Ed Harris, Jessica Henwick, insieme a un ensemble di personaggi grotteschi e memorabili che incarnano le diverse declinazioni del privilegio e del potere.

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia uscirà al cinema il 17 giugno distribuito da Lucky Red e sarà preceduto da un’anteprima sabato 30 maggio il Multisala Gloria Notorious Cinemas di Milano ospiterà il BEST MOVIE DAY, l’evento annuale targato Best Movie prodotto e organizzato da Duesse Media Network con la direzione artistica di Giorgio Viaro e Paolo Sinopoli dedicato alla cultura pop contemporanea tra cinema, serie tv, fumetto, creator, podcast e nuovi linguaggi dell’intrattenimento. Ricchi… da morire – Delitti in famiglia sarà l’evento di chiusura del festival e sarà introdotto in sala da Zerocalcare.

La trama di Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

Becket Redfellow (Glen Powell) è un outsider cresciuto lontano dalla sua famiglia d’origine: una dinastia ricchissima che lo ha rinnegato alla nascita. Determinato a reclamare ciò che ritiene suo di diritto, Becket mette in atto un piano tanto ambizioso quanto spietato: eliminare, uno dopo l’altro, tutti i parenti che lo separano dall’eredità miliardaria. Ma l’incontro e lo scontro con Julia Steinway (Margaret Qualley) rimetterà in discussione tutto, fino al confronto finale con il temuto capo famiglia, Whitelaw Redfellow (Ed Harris).

Le 10 migliori interpretazioni della terza stagione di Euphoria

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Le 10 migliori interpretazioni della terza stagione di Euphoria

Il cast principale di Euphoria è stato profondamente deluso dalla sceneggiatura della terza stagione. Il creatore Sam Levinson ha spostato l’attenzione su una serie di nuovi personaggi ambientati in un mondo criminale in stile Breaking Bad, e anche quando riporta i riflettori sui protagonisti, questi ultimi vengono incredibilmente trascurati. Il cast di Euphoria è una schiera di star composta da alcuni dei più grandi attori di Hollywood, ma la terza stagione ha dato loro ben poco su cui lavorare. Jacob Elordi ha dovuto interpretare Nate Jacobs come l’ombra di se stesso (e, negli ultimi quattro episodi, come un sacco da boxe).

Hunter Schafer sta ancora dando il massimo nel ruolo di Jules, ma è stata relegata a un ruolo secondario, e quando le viene dato spazio, è costretta a interpretare sbalzi d’umore irrealistici e uno sviluppo del personaggio superficiale. Anche il più grande attore del mondo può solo elevare un materiale di serie C a un C+ al massimo. Quindi, è ancora più impressionante che, nonostante la sceneggiatura di Levinson, attori come Zendaya, Colman Domingo e Sydney Sweeney siano comunque riusciti a brillare.

Chloe Cherry nel ruolo di Faye

Chloe Cherry nel ruolo di Faye in Euphoria
© HBO MAX

Chloe Cherry ha iniziato la sua carriera nell’industria del cinema per adulti, ma da quando ha debuttato in Euphoria nel ruolo di Faye ha dimostrato di essere un’attrice davvero brava. Nel corso della terza stagione, Levinson si è impegnata a far compiere a Faye le azioni più disgustose possibili, dall’ingoiare palloncini di eroina lubrificati al defecare lungo la gamba, fino a fare sesso con un nazista. Ma, indipendentemente dalla situazione in cui la serie la mette, Cherry dà il massimo in ogni scena. Con Zendaya ha un rapporto di yin e yang contrastante che è sempre divertente da guardare.

Marshawn Lynch nel ruolo di G

Marshawn Lynch nel ruolo di G in Euphoria 3
© HBO MAX

Da quando si è ritirato dalla NFL per la terza e ultima volta, Marshawn Lynch si è costruito una carriera di attore davvero interessante come spalla comica che ruba la scena. Ha rubato la scena in Bottoms con le sue esilaranti battute, e fa lo stesso nella terza stagione di Euphoria.

Come membro dell’entourage di Alamo, Lynch porta un po’ di risate tanto necessarie in quelle scene lunghe e interminabili con Alamo. In ogni episodio, ha sempre due o tre battute memorabili, recitate alla perfezione.

Martha Kelly nel ruolo di Laurie

Martha Kelly nel ruolo di Laurie in Euphoria 3
© HBO MAX

Il personaggio di Laurie potrebbe essere risultato un po’ troppo presente nella terza stagione. Ciò che la rendeva così terrificante nella seconda stagione era il fatto che vedevamo solo brevi scorci della sua vita e dei suoi affari, e gli scorci che vedevamo erano abbastanza terrificanti da lasciare che la nostra immaginazione facesse il resto. Ma nella terza stagione, Rue è in affari con Laurie e la vede continuamente.

Ciononostante, la performance di Martha Kelly è qualcosa da vedere. Interpreta questa spietata signora della droga come una mamma di periferia, ed è affascinante da guardare. Le sue battute recitate in modo monotono sono agghiaccianti come sempre.

Darrell Britt-Gibson nel ruolo di Bishop

Darrell Britt-Gibson come vescovo in Euphoria 3
© HBO MAX

Darrell Britt-Gibson offre una performance talmente eccezionale da meritare una serie di livello superiore. Bishop è un archetipo puro della narrativa pulp, un personaggio che si inserisce perfettamente nel genere di thriller poliziesco crudo e realistico a cui Euphoria aspira chiaramente nella sua terza stagione. È una sorta di tuttofare nel mondo criminale, come Mike Ehrmantraut. Se hai bisogno di un risolutore di problemi, di un sicario o di qualcuno che ripulisca la scena del crimine, lui è l’uomo giusto.

Bishop si è affermato silenziosamente come uno dei personaggi più avvincenti della terza stagione di Euphoria, anche se spesso viene messo in ombra da Alamo. Britt-Gibson ha fatto un’ottima scelta con questo ruolo: interpreta questo gangster glaciale alla Jules Winnfield con un approccio sottile e misurato.

Colman Domingo nel ruolo di Ali

Colman Domingo nel ruolo di Ali in Euphoria 3
© HBO MAX

Come abbiamo visto negli ultimi anni, Colman Domingo è uno degli attori più affidabili di Hollywood. È stato candidato due volte di seguito come Miglior Attore e, anche quando un film in cui recita non è particolarmente eccezionale, come The Running Man o Wicked: For Good, si può essere certi che Domingo sarà uno degli elementi migliori e più memorabili.

Questo è certamente il caso della terza stagione di Euphoria. Euphoria non ha sempre dato la stessa impressione in questa stagione, ma ogni volta che Domingo e Zendaya condividevano lo schermo, quella magia indescrivibile delle stagioni 1 e 2 tornava prepotentemente. Domingo continua a infondere una meravigliosa energia zen (e la pazienza di un santo) al personaggio di Ali, lo sponsor di Rue, e in questa stagione ha avuto l’opportunità di approfondire il suo oscuro passato.

Sydney Sweeney nel ruolo di Cassie Jacobs

Sydney Sweeney nel ruolo di Cassie Jacobs in Euphoria 3
© HBO MAX

Nella prima stagione e, in misura minore, nella seconda, Cassie era stata concepita come un essere umano traumatizzato da anni di oggettivazione. Ma nella terza stagione, Cassie sembra essere oggetto di oggettivazione continua. Di conseguenza, il personaggio è diventato monodimensionale e privo di spessore. Nonostante ciò, Sydney Sweeney rimane brillante e piacevole da guardare come sempre.

La sua interpretazione di Cassie è diventata un po’ caricaturale, come quando singhiozza per una piccola emorragia nasale mentre suo marito viene brutalmente picchiato e mutilato alle sue spalle, ma è comunque divertente da vedere. Sweeney interpreta alla perfezione la delirante interpretazione di ogni battuta, come “Diventerò famosa!”.

Alexa Demie nel ruolo di Maddy Perez

Alexa Demie nel ruolo di Maddy Perez in Euphoria 3
© HBO MAX

Mentre i suoi colleghi del cast sono diventati candidati all’Oscar e supereroi Marvel, la carriera di Alexa Demie non ha avuto lo stesso successo. La sua stella non è salita alle stelle come quella di Zendaya, Elordi e Sweeney. Ma la terza stagione è l’ennesima conferma che è brava quanto le sue co-protagoniste e merita un posto accanto a loro nella nuova lista delle star di prima fascia.

Maddy è uno dei pochi personaggi che in questa stagione si è comportata in modo autentico; è la stessa dura e spietata che ha insultato la madre di Nate, ha rovesciato il chili di Cal e ha fatto sesso in pubblico per ingelosire il suo ragazzo. Demie ritrova quella freddezza e quella grinta quando minaccia Lexi e quando convince Cassie a firmare un contratto draconiano. Ma Demie ha anche portato una vera vulnerabilità a Maddy nella terza stagione. La scena nella vasca idromassaggio con Alamo è stata davvero difficile da guardare, perché Demie è riuscita a trasmettere quel disagio.

Priscilla Delgado nei panni di Angel Martinez

Priscilla Delgado nel ruolo di Angel Martinez in Euphoria 3
© HBO MAX

Nei deludenti primi episodi della terza stagione di Euphoria, Priscilla Delgado ha letteralmente rubato la scena nel ruolo di Angel Martinez. Angel era l’avvertimento che ci mostrava quanto pericolosa sarebbe stata la nuova capa di Rue, e Delgado ha interpretato alla perfezione ogni svolta tragica della sua breve storia.

Dopo l’overdose di Tish, Angel è diventata la prima vittima collaterale della successiva guerra tra Alamo e Laurie. È stato difficile da guardare, ma l’incredibile interpretazione di Delgado ha fatto sì che non si potesse distogliere lo sguardo.

Adewale Akinnuoye-Agbaje nel ruolo di Alamo Brown

Adewale Akinnuoye-Agbaje nel ruolo di Alamo Brown in Euphoria 3

Il cattivo principale della terza stagione di Euphoria è Alamo Brown, il boss del crimine che ha preso Rue sotto la sua ala protettrice, ha stretto un accordo commerciale sbilanciato con Maddy e, in pratica, ha comprato Cassie. La sceneggiatura del personaggio di Alamo è stata piuttosto scadente – i suoi dialoghi sembrano il tentativo di un adolescente ribelle di scrivere le proprie battute alla Marsellus Wallace – ma l’interpretazione è stata davvero incredibile.

Il veterano della TV Adewale Akinnuoye-Agbaje, noto ai fan di Oz come Adebisi e a quelli di Lost come Mr. Eko, sta facendo qualcosa di davvero interessante con questo personaggio. I dialoghi non sono particolarmente intimidatori, ma la presenza magnetica di Akinnuoye-Agbaje sullo schermo rende perfettamente credibile il potere che Alamo esercita su chiunque gli stia intorno.

Zendaya nei panni di Rue Bennett

Zendaya nei panni di Rue Bennett in Euphoria 3

Fin dall’inizio, l’accattivante interpretazione di Zendaya e il suo innegabile carisma hanno elevato Euphoria al rango di serie televisiva di prestigio. Ha portato la serie al successo strepitoso nella prima stagione e rimane il punto di forza anche nella terza e probabilmente ultima stagione.

Come per la maggior parte dei personaggi storici, la caratterizzazione di Rue ha subito un brusco calo in questa stagione. Alcune delle sue caratteristiche principali sono scomparse, mentre i tratti rimanenti sono stati amplificati e banalizzati. Ma Zendaya rimane una protagonista incredibilmente affascinante. Qualunque sia il materiale che Levinson le offre, per quanto esile, lei riesce sempre a renderlo interessante. Forse non amo più Euphoria come una volta, ma mi piace ancora guardare Zendaya nei panni di Rue (tranne quando si tratta di espellere palloncini pieni di eroina).

Come uccidono le brave ragazze: tutte le differenze più importanti tra il libro e la serie Netflix

L’adattamento Netflix di Come uccidono le brave ragazze ha avuto un’accoglienza piuttosto positiva tra il pubblico, ma chi ha letto i romanzi di Holly Jackson sa bene che la serie modifica parecchi elementi fondamentali della storia originale. E non si tratta soltanto di piccoli cambiamenti narrativi inevitabili in ogni adattamento televisivo: alcune differenze cambiano davvero il tono della vicenda, il peso psicologico dei personaggi e perfino il significato di certi eventi centrali.

La serie con Emma Myers nei panni di Pip Fitz-Amobi rimane relativamente fedele alla struttura principale del romanzo, soprattutto per quanto riguarda il mistero legato ad Andie Bell e Sal Singh. Tuttavia Netflix ha scelto chiaramente di rendere il racconto più accessibile al grande pubblico young adult, smussando molti degli aspetti più disturbanti, moralmente ambigui e psicologicamente pesanti presenti nel libro.

Ed è proprio qui che emerge la differenza più interessante tra le due versioni. Il romanzo di Holly Jackson non era semplicemente un teen mystery costruito attorno a un omicidio scolastico: era soprattutto un racconto molto duro sulla manipolazione sociale, sull’ossessione per la verità e sulla violenza nascosta dietro la normalità suburbana. La serie Netflix conserva parte di questi temi, ma li rende più morbidi e più vicini al linguaggio delle moderne produzioni teen thriller.

Nel libro Pip è molto più coinvolta emotivamente nel caso Andie Bell rispetto alla serie Netflix

Come uccidono le brave ragazze henry ashton max
Credit © Netflix

Una delle modifiche più importanti riguarda direttamente Pip. Nella serie televisiva la protagonista appare inizialmente come una ragazza brillante e curiosa che decide di indagare sul caso Andie Bell soprattutto per interesse personale e senso di giustizia. Nel romanzo, invece, esiste una motivazione molto più profonda e dolorosa: Pip si sente indirettamente responsabile per ciò che è accaduto a Sal Singh.

Nel libro Pip prova infatti un forte senso di colpa per aver detto a Sal dove si trovasse Andie la notte della scomparsa. Questo dettaglio cambia completamente la percezione del personaggio, perché trasforma l’indagine in qualcosa di molto più personale e ossessivo. Pip non sta semplicemente cercando la verità: sta cercando una forma di redenzione.

Netflix riduce moltissimo questo aspetto, probabilmente per rendere Pip più immediatamente simpatica e meno emotivamente compromessa fin dall’inizio. Ma così facendo la serie perde parte della tensione psicologica presente nel romanzo. La Pip dei libri è infatti più imperfetta, più ansiosa e molto più consumata dalla propria necessità di scoprire la verità.

Anche il ritmo dell’indagine cambia parecchio. Nel libro Holly Jackson costruiva il mistero in modo estremamente dettagliato e stratificato, con continue connessioni tra piccoli indizi apparentemente irrilevanti. La serie invece accelera molte dinamiche e semplifica diversi passaggi investigativi per mantenere un ritmo più televisivo. Alcuni spettatori hanno infatti percepito la prima parte dello show come più lenta e meno coinvolgente rispetto alla tensione continua del romanzo.

Andie Bell è molto diversa nel libro: la serie Netflix la rende più tragica e meno disturbante

Come uccidono le brave ragazze sal singh
Credit © Netflix

La differenza forse più grande riguarda però Andie Bell. Nel romanzo il personaggio era molto più ambiguo, manipolatorio e persino crudele. Holly Jackson non cercava mai di trasformarla in una semplice vittima innocente. Al contrario, il libro mostrava chiaramente come Andie usasse le persone attorno a sé, mentisse continuamente e fosse coinvolta in comportamenti tossici che avevano ferito profondamente diversi personaggi della storia.

La serie Netflix, invece, sceglie un approccio più empatico e tragico. Andie viene mostrata soprattutto come una ragazza vulnerabile intrappolata in una situazione familiare terribile. Questo rende il personaggio più facilmente comprensibile per il pubblico, ma elimina anche parte della complessità morale del romanzo.

Lo stesso vale per Nat da Silva. Nel libro Nat non era affatto amica di Andie: era una delle sue vittime. Andie aveva diffuso sue foto intime e l’aveva coinvolta indirettamente nel traffico di Rohypnol che attraversava la storia. La serie riduce drasticamente questi elementi, probabilmente per alleggerire gli aspetti più disturbanti del materiale originale.

Questo cambiamento modifica profondamente anche il tema centrale della storia. Nel romanzo Holly Jackson insisteva continuamente sull’idea che una vittima possa comunque essere una persona problematica, tossica o moralmente discutibile. Netflix preferisce invece una rappresentazione più emotiva e lineare, meno rischiosa dal punto di vista narrativo.

La serie semplifica molti elementi più inquietanti del libro originale

Come uccidono le brave ragazze finale spiegato

Anche alcune storyline secondarie vengono rese molto meno disturbanti rispetto ai romanzi. Uno degli esempi più evidenti riguarda Elliot Ward e la ragazza nascosta nella soffitta. Nel libro, la situazione era molto più inquietante e psicologicamente instabile: la ragazza soffriva di gravi problemi mentali ed era realmente convinta di essere Andie Bell.

La serie Netflix semplifica parecchio questa componente, rendendo tutta la storyline meno traumatica e meno ambigua. È una scelta coerente con il tono generale dell’adattamento, che evita quasi sempre di spingersi troppo dentro il disagio psicologico più estremo presente nei libri.

Anche dettagli apparentemente piccoli cambiano il tono della storia. La morte del cane Barney, per esempio, nel romanzo aveva un forte impatto simbolico ed emotivo ed era collegata direttamente a Becca Bell. Nella serie questo aspetto viene quasi eliminato.

Persino la relazione tra Pip e Ravi risulta diversa. Nei libri il loro rapporto cresce lentamente attraverso vulnerabilità condivise, diffidenza e sostegno reciproco. Molti spettatori della serie hanno invece percepito meno chimica tra Emma Myers e Zain Iqbal, soprattutto rispetto all’intensità emotiva costruita da Holly Jackson nel romanzo.

Netflix ha trasformato il thriller psicologico di Holly Jackson in un mystery YA più accessibile

Alla fine, la differenza principale tra libro e serie riguarda soprattutto il genere stesso della storia. Il romanzo di Holly Jackson era molto più vicino a un thriller psicologico oscuro e moralmente ambiguo. La serie Netflix sceglie invece di avvicinarsi maggiormente ai teen mystery contemporanei, mantenendo il mistero centrale ma alleggerendo molte delle componenti più dure e disturbanti.

Questo non significa che l’adattamento funzioni male. Anzi, la serie riesce comunque a mantenere uno dei punti più forti della saga: mostrare quanto una comunità apparentemente tranquilla come Little Kilton sia costruita su segreti, silenzi e menzogne collettive. Ma il modo in cui lo racconta è diverso.

Il libro costringeva continuamente il lettore a confrontarsi con personaggi moralmente contraddittori, dove quasi nessuno era davvero innocente. La serie preferisce invece mantenere una divisione più chiara tra vittime, colpevoli e protagonisti emotivamente positivi.

Ed è forse proprio qui che si trova la vera differenza tra le due versioni di Come uccidono le brave ragazze: Holly Jackson raccontava la perdita dell’innocenza con molta più crudeltà, mentre Netflix sceglie di trasformarla in un thriller adolescenziale più accessibile, emotivo e orientato al grande pubblico.

Spider-Noir recensione: Nicolas Cage intrappolato in un noir senza vera anima

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Se c’è un elemento di interesse immediato e inequivocabile di Spider-Noir e quello di vedere l’amichevole Spider-Man di quartiere trasformato in un detective noir degli anni ’30, con sigarette, trench consumati, jazz malinconico e pioggia che cade sulle strade di New York. La nuova serie Prime Video, ispirata alla versione alternativa del personaggio Marvel ideata graficamente dal nostro Carmine Di Giandomenico, prende l’estetica noir e la mescola con il mito del supereroe più famoso del mondo, affidando il tutto a un Nicolas Cage perfettamente in parte come Ben Riley, investigatore privato alcolizzato ed ex vigilante conosciuto come The Spider.

Il problema è che, oltre al fascino del personaggio, la serie offre poco e niente. Ci si accorge ben presto che, sotto la superficiale veste stilosa di una confezione in doppio formato (B/N e A Colori), lo show racconta il solito viaggio del supereroe tormentato che cerca di fuggire dal proprio passato. E dopo anni di cinecomic, multiversi e vigilanti traumatizzati, serve molto più di una fotografia pretenziosa per lasciare il segno.

Nicolas Cage funziona, ma non basta a salvare tutto

La vera ragione per guardare Spider-Noir è Nicolas Cage. L’attore sembra sinceramente divertirsi a interpretare questa versione consumata del personaggio: un uomo distrutto, ironico, cinico, pieno di rimpianti e incapace di separarsi davvero dalla propria maschera. Ben Riley ha smesso da tempo di essere The Spider. La guerra è finita, il mondo è cambiato e lui sopravvive grazie a piccoli casi investigativi e all’aiuto della sua segretaria Janet, interpretata con una bella energia da Karen Rodriguez. Quando però una nuova indagine legata alla cantante Cat Hardy lo trascina dentro una rete di corruzione politica, mafia irlandese e segreti mostruosi, il passato torna inevitabilmente a bussare alla porta.

Cage dà al personaggio una stanchezza fisica palpabile. Ogni battuta sembra pronunciata da qualcuno che ha già visto troppo della vita, nonostante non si rinunci mai a un aspetto brillante e sbruffone del personaggio. Ma anche se l’attore porta peso, caos e malinconia, attorno a lui tutto appare eccessivamente prevedibile, nonostante Spider-Noir avrebbe avuto tutte le carte per diventare qualcosa di davvero diverso nel panorama Marvel televisivo.

Cortesia Prime Video

L’estetica noir sembra un cosplay di lusso

Come accennato, uno degli elementi più pubblicizzati della serie è la possibilità di guardarla sia a colori sia in bianco e nero. E paradossalmente questo è uno degli aspetti meno efficaci della serie: il bianco e nero è troppo grigio e rinuncia a quelle estremizzazioni espressioniste che potevano aiutare a creare una atmosfera cupa e accattivante; d’altro canto la fotografia a colori è sgargiante, quasi pacchiana. Tuttavia il comparto visivo rimane un aspetto importante, che immerge lo spettatore in una New York del passato: i locali fumosi, le insegne illuminate nella notte e i costumi impeccabili costruiscono un mondo credibile e pieno di atmosfera. Il continuo riferimento al noir hollywoodiano è più nelle intenzioni che nel risultato finale, dal momento che la storia manca quella durezza sporca, quella sensualità pericolosa e quel fatalismo disperato che definivano il genere. Spider-Noir sembra più una ricostruzione moderna del noir che un noir autentico. Tutto è troppo pulito, troppo consapevole di voler apparire “cool”.

Anche la relazione con Cat Hardy, teoricamente costruita come classica dinamica femme fatale/detective tormentato, non decolla mai davvero. La chimica tra i personaggi è sorprendentemente debole e molte svolte emotive sembrano arrivare senza il giusto peso narrativo, e non certo per colpa degli interpreti. La sensazione costante è quella di guardare una serie innamorata della propria estetica, ma meno interessata a costruire personaggi memorabili o un mistero davvero coinvolgente.

Un noir che manca di mistero

Ed è qui che Spider-Noir inciampa perché la serie diventa prevedibile quasi subito. Già entro la fine del primo episodio è abbastanza facile intuire la direzione generale della stagione. Le rivelazioni arrivano con largo anticipo rispetto ai personaggi, i colpi di scena hanno poco impatto e persino il ritorno di The Spider segue una traiettoria estremamente familiare.

Il paragone con The Penguin viene quasi automatico. Anche quella serie prendeva un universo supereroistico già noto e lo trasformava in qualcos’altro: un gangster drama sporco, feroce e pieno di personalità. Spider-Noir, invece, resta intrappolata nella comfort zone del racconto Marvel classico che si articola seguendo tutti gli elementi canonici: il protagonista riluttante, il trauma del passato, il dilemma sull’identità segreta, la necessità del ritorno dell’eroe, la città corrotta da salvare. C’è tutto, ma allo stesso tempo manca la sorpresa.

SPIDER-NOIRSpider-Noir aspira all’eleganza del noir ma non trova mai la sua identità

Anche quando arrivano gli elementi più oscuri e “mostruosi” della storia, la serie evita quasi sempre di spingersi davvero oltre. Non diventa mai abbastanza folle da risultare memorabile, né abbastanza drammatica da colpire emotivamente. Rimane sospesa in una zona grigia che aspira almeno ad essere elegante… ma che rimane molto anonima.

Questo esito genera una certa delusione, soprattutto se si considera quanto il personaggio era stato amato nella sua versione animata in Spider-Man Un Nuovo Universo, ma soprattutto quanto sia accattivante la versione originale a fumetti.

Spider-Noir è affascinante da vedere, meno da ricordare

Sia però chiaro che Spider-Noir non è un disastro. Anzi, in diversi momenti riesce anche a essere coinvolgente, d’atmosfera e perfino divertente grazie all’energia imprevedibile di Nicolas Cage e alla brillantezza di alcuni dialoghi. Però manca quasi sempre quella scintilla che trasforma una buona idea in qualcosa di davvero speciale.

È una serie che sembra più interessata a apparire raffinata che a esserlo davvero. Forse il problema più grande è proprio questo: Spider-Noir aveva tutte le possibilità per essere la versione più originale di Spider-Man degli ultimi anni. Invece finisce semplicemente per essere un’altra variazione dello stesso racconto che conosciamo da sempre.

Il futuro di Zendaya in Euphoria è a rischio in vista del finale della terza stagione

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La terza stagione di Euphoria sembra avvicinarsi a un finale sempre più oscuro, e dopo gli eventi del penultimo episodio molti spettatori sono convinti che il personaggio di Rue Bennett possa non sopravvivere. L’episodio 7, intitolato Rain or Shine, ha infatti alzato enormemente la posta narrativa della serie HBO creata da Sam Levinson, culminando con la scioccante morte di Nate Jacobs e lasciando Rue in una situazione apparentemente senza via d’uscita.

Interpretata da Zendaya, Rue ha attraversato una stagione sempre più instabile tra dipendenza, crisi spirituale e autodistruzione. Dopo aver iniziato a credere che Dio le stesse parlando direttamente attraverso visioni simboliche, la protagonista si è progressivamente allontanata dalle persone che cercavano di aiutarla, incluso Ali. Ed è proprio il rapporto con Ali che potrebbe aver anticipato il destino finale del personaggio.

Nel corso dell’episodio viene infatti mostrato il passato di Ali e soprattutto il suo “book of the dead”, una lista di persone che non è riuscito a salvare durante il proprio percorso come sponsor. Dopo che Rue fugge nuovamente verso Laurie lasciando soltanto un post-it con scritto “Forgive me”, Ali sembra ormai perdere completamente la speranza nei suoi confronti. Un dettaglio che molti stanno leggendo come un presagio estremamente pesante in vista del finale di stagione.

Euphoria sta trasformando Rue da protagonista della serie a simbolo inevitabile dell’autodistruzione

Euphoria 3 episodio 4
© HBO

La sensazione sempre più forte è che Euphoria stia preparando il finale più tragico possibile per Rue Bennett. E il punto interessante è che la serie sembra costruire questo esito non come un semplice shock narrativo, ma come la conclusione inevitabile del percorso del personaggio.

Il cliffhanger finale dell’episodio peggiora ulteriormente la situazione. Rue e Faye tentano infatti di derubare Wayne, ma Faye finisce per tradire Rue e rivelare tutto. A questo punto la protagonista si ritrova completamente isolata, con sia Wayne che Alamo ormai sulle sue tracce. La serie suggerisce chiaramente che Rue abbia ormai perso qualsiasi rete di protezione.

Ed è qui che emerge il vero problema della stagione 3. Sam Levinson sembra aver abbandonato quasi del tutto la dimensione scolastica e adolescenziale delle prime stagioni per trasformare Euphoria in qualcosa di molto più nichilista, violento e tragico. La morte assurda e grottesca di Nate Jacobs — sepolto vivo e ucciso da un serpente a sonagli — è il simbolo perfetto di questo cambio di tono: la serie non cerca più realismo emotivo, ma un’escalation continua di trauma e shock.

Rue diventa quindi il centro definitivo di questa deriva narrativa. Il personaggio è sempre stato il cuore emotivo della serie, ma nella stagione 3 sembra trasformarsi quasi in una figura sacrificale, intrappolata in una spirale autodistruttiva che ormai nessuno riesce più a interrompere.

La cosa più interessante è che Euphoria continua comunque a suggerire che Rue abbia ancora una possibilità di redenzione, ma ogni volta la serie sembra immediatamente distruggere quella speranza. Ed è proprio questa continua alternanza tra possibilità di salvezza e inevitabilità della caduta che rende il finale così imprevedibile.

Se davvero Rue dovesse morire nel finale della stagione 3, sarebbe probabilmente la scelta più estrema mai fatta da Euphoria. Ma considerando il modo in cui Sam Levinson sta costruendo questa fase finale della serie, sembra sempre più evidente che il racconto stia andando proprio verso una conclusione tragica e irreversibile.

Hideo Kojima promuove The Mandalorian & Grogu: “Uno spettacolo d’intrattenimento costruito con maestria”

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Hideo Kojima ha elogiato pubblicamente The Mandalorian & Grogu, definendo il nuovo film di Star Wars “uno spettacolo d’intrattenimento” capace di racchiudere praticamente tutto ciò che rende iconica la saga creata da George Lucas. Il celebre autore di Metal Gear Solid e Death Stranding ha condiviso online una lunga recensione entusiasta dopo aver visto il film in IMAX, lodando soprattutto il lavoro di Jon Favreau.

Secondo Kojima, il film riesce a fondere perfettamente azione, effetti pratici, CGI e immaginario classico di Star Wars in un’unica esperienza cinematografica. Il game designer ha descritto il film come “un gigantesco tutto contro tutto”, citando inseguimenti, combattimenti ravvicinati, battaglie aeree, mostri giganti, mech, stormtrooper, X-Wing, AT-AT e creature di ogni tipo. Ma soprattutto ha sottolineato quanto il film riesca a valorizzare anche l’artigianalità tecnica dietro la produzione, tra animatronics, trucco prostetico, pupazzi e stop motion.

La cosa più interessante delle dichiarazioni di Kojima è che il regista giapponese ha ammesso di non essere particolarmente aggiornato sulla serie The Mandalorian. Aveva visto soltanto i primi episodi anni fa durante lo studio delle tecnologie LED usate nella virtual production, ma questo non gli ha impedito di apprezzare il film. Anzi, il fatto che sia riuscito a divertirsi senza una conoscenza approfondita della serie potrebbe essere uno degli aspetti più importanti del nuovo approccio Lucasfilm al franchise.

Il commento di Hideo Kojima spiega perfettamente cosa Disney vuole fare con il nuovo Star Wars cinematografico

Le parole di Kojima arrivano in un momento molto delicato per The Mandalorian & Grogu. Il film ha infatti ricevuto recensioni piuttosto divisive dalla critica, con alcuni che lo hanno considerato troppo simile a una stagione televisiva montata per il cinema, mentre altri hanno apprezzato il ritorno a uno Star Wars più avventuroso e spettacolare.

Ed è proprio qui che il commento di Kojima diventa interessante. Il game designer sembra aver colto esattamente ciò che Lucasfilm sta cercando di fare con il nuovo corso cinematografico della saga: trasformare nuovamente Star Wars in un’esperienza blockbuster costruita soprattutto sul senso di meraviglia, sull’avventura e sulla spettacolarità visiva.

Non è casuale che Kojima abbia insistito tanto sul concetto di “craftsmanship”, cioè sull’artigianalità della messa in scena. The Mandalorian & Grogu sembra infatti voler recuperare quella sensazione fisica e tangibile che aveva definito la trilogia originale, combinando tecnologie moderne e tecniche pratiche tradizionali.

Il film rappresenta inoltre il primo ritorno cinematografico di Star Wars dal 2019, dopo anni in cui il franchise si era concentrato soprattutto sulle serie Disney+. Anche per questo Lucasfilm sembra aver puntato molto sull’idea di creare un’esperienza “totale”, quasi celebrativa, capace di condensare dentro un unico film tutto l’immaginario della saga.

E il fatto che una figura come Hideo Kojima — da sempre ossessionato dalla contaminazione tra cinema, tecnologia e spettacolo visivo — abbia reagito così positivamente al film potrebbe essere molto più significativo di quanto sembri. Perché il suo entusiasmo non riguarda tanto la narrativa quanto il modo in cui The Mandalorian & Grogu riesce a trasformare l’universo Star Wars in puro linguaggio audiovisivo spettacolare.

L’horror Blumhouse descritto come “Poltergeist incontra Lo Squalo” sta conquistando Netflix in tutto il mondo

Blumhouse Productions continua a dominare il panorama horror contemporaneo, e uno dei suoi film più discussi degli ultimi anni sta vivendo una seconda vita in streaming. Night Swim, horror soprannaturale uscito nel 2024 e spesso descritto come un incrocio tra Poltergeist e Jaws, è infatti diventato improvvisamente un successo globale su Netflix dopo un percorso piuttosto altalenante al cinema.

Diretto da Bryce McGuire e interpretato da Wyatt Russell e Kerry Condon, il film racconta la storia di una famiglia perseguitata da una presenza soprannaturale legata alla piscina della nuova casa. Nonostante recensioni molto divisive — con appena il 19% su Rotten Tomatoes — il film aveva comunque ottenuto un discreto risultato commerciale, incassando circa 54 milioni di dollari nel mondo a fronte di un budget da 15 milioni.

Ora però Night Swim sta trovando un pubblico completamente nuovo grazie allo streaming. Secondo i dati di FlixPatrol, il film è entrato nelle classifiche Netflix in numerosi Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, arrivando tra i titoli più visti in Repubblica Dominicana, Colombia, Messico, Argentina e diversi altri mercati internazionali.

Il successo streaming di Night Swim conferma che l’horror high concept oggi funziona molto meglio su Netflix che al cinema

Il caso di Night Swim racconta perfettamente una delle trasformazioni più evidenti del cinema horror contemporaneo. Film costruiti attorno a concept semplici ma immediatamente riconoscibili — in questo caso una piscina infestata — spesso fanno fatica nelle sale se non riescono a diventare veri eventi culturali. Ma sulle piattaforme streaming funzionano molto meglio, soprattutto quando hanno un’identità visiva forte e una premessa facilmente condivisibile.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui il film sta esplodendo su Netflix nonostante l’accoglienza critica molto tiepida. Night Swim è esattamente il tipo di horror “da scoperta streaming”: breve, immediato, ad alta tensione e con un’idea centrale facilmente comprensibile anche dal trailer o da una singola immagine. Blumhouse ha costruito gran parte del proprio successo proprio su questo modello produttivo, trasformando paure quotidiane e ambienti familiari in spazi horror ad alta riconoscibilità.

La componente acquatica gioca inoltre un ruolo fondamentale. Hollywood continua raramente a produrre horror legati all’acqua o agli spazi domestici acquatici, e questo rende Night Swim immediatamente diverso rispetto alla maggior parte dei titoli horror recenti. Il paragone con Poltergeist e Jaws nasce proprio da qui: il film mescola infatti l’idea della casa infestata con quella della minaccia invisibile sotto la superficie.

Anche il cast contribuisce al successo streaming del film. Wyatt Russell e Kerry Condon riescono infatti a dare una credibilità emotiva superiore rispetto a molti horror PG-13 contemporanei, elemento che diversi spettatori hanno apprezzato molto più della critica specializzata.

Il successo di Night Swim conferma quindi ancora una volta quanto il concetto di “flop” sia ormai relativo nell’era streaming. Film che al cinema sembrano destinati a sparire rapidamente possono trovare mesi dopo un pubblico enorme online, soprattutto nel genere horror, dove il passaparola digitale continua ad avere un peso fortissimo.

Stephen Colbert ottiene la sua prima vittoria contro CBS dopo la cancellazione di The Late Show

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Stephen Colbert ha ottenuto il suo primo importante risultato pubblico contro CBS dopo la controversa cancellazione di The Late Show with Stephen Colbert. Il network ha infatti deciso di fare marcia indietro sui takedown per violazione di copyright legati all’episodio speciale di Only in Monroe, permettendo così al video di restare online sul nuovo canale YouTube del conduttore e su altri account che lo avevano condiviso.

La vicenda nasce subito dopo la chiusura ufficiale di The Late Show il 21 maggio 2026. Appena un giorno dopo l’ultimo episodio — culminato con un’apparizione finale di Paul McCartney all’Ed Sullivan Theater — Colbert era comparso a sorpresa nel programma locale Only in Monroe, trasmesso da una piccola emittente pubblica del Michigan. L’episodio era poi stato caricato sul nuovo canale YouTube del conduttore, ma CBS aveva rapidamente inviato segnalazioni per copyright contro diversi upload del video.

Dopo le polemiche, però, il network ha corretto la propria posizione spiegando che l’episodio era stato prodotto in collaborazione con CBS Studios e che le notifiche facevano parte della normale procedura aziendale. Allo stesso tempo, CBS ha annunciato che farà un’eccezione per questo caso specifico, sospendendo ulteriori azioni contro il video. Una mossa che molti stanno già leggendo come una piccola ma simbolica vittoria pubblica di Colbert contro il network che ha cancellato il suo show dopo undici anni.

Il caso Stephen Colbert mostra come il futuro del late night potrebbe spostarsi sempre più fuori dalla TV tradizionale

La chiusura di The Late Show è stata una delle notizie televisive più discusse degli ultimi mesi, soprattutto perché molti hanno interpretato la decisione di CBS come qualcosa di più complesso di una semplice scelta economica. Il network ha sempre sostenuto che lo show stesse perdendo denaro, ma parte del pubblico e dell’industria ha letto la cancellazione anche in chiave politica, considerando il ruolo sempre più esplicitamente critico di Colbert nei confronti di Donald Trump.

Ma la vera parte interessante della storia potrebbe essere ciò che accade adesso. L’apparizione immediata di Colbert su una piccola emittente locale e il lancio del suo nuovo canale YouTube sembrano suggerire una possibile evoluzione del suo lavoro fuori dai grandi network tradizionali. Ed è un segnale importante per tutto il mondo del late night americano, che negli ultimi anni sta attraversando una crisi sempre più evidente tra calo degli ascolti lineari, frammentazione del pubblico e crescita delle piattaforme digitali.

La situazione è resa ancora più interessante dal fatto che Colbert abbia già annunciato nuovi progetti creativi lontani dalla televisione tradizionale, incluso il coinvolgimento nella scrittura del prossimo film de Il Signore degli Anelli insieme a Peter Jackson. Una possibilità che probabilmente sarebbe stata molto più difficile da gestire con i ritmi quotidiani di The Late Show.

In questo senso, la “prima vittoria” di Colbert contro CBS potrebbe essere soprattutto simbolica: non tanto un cambio di decisione sul programma, quanto il segnale che il conduttore potrebbe riuscire a mantenere la propria influenza pubblica anche fuori dal sistema televisivo che lo aveva reso uno dei volti più importanti del late night americano.

Foto si copertina: Stephen Colbert”, arriva al party organizzato da Apple TV+ in occasione della 77ª edizione dei Primetime Emmy Awards. Foto di Image Press Agency via DepositPhotos.com

Ladies First: il vero significato dei due mondi nel film con Rosamund Pike e Sacha Baron Cohen

Con Ladies First, Netflix recupera la struttura della commedia fantasy francese da cui è tratto il film, ma la trasforma in qualcosa di molto più sottile e contemporaneo. La regista Thea Sharrock non costruisce semplicemente un racconto basato sullo scambio di realtà parallele, ma usa quel meccanismo per interrogarsi sul modo in cui uomini e donne vengono percepiti all’interno delle strutture sociali e familiari. È un film che utilizza il tono leggero della commedia per parlare di identità, genitorialità e ruoli di potere senza mai appesantire il racconto con spiegazioni didascaliche.

La presenza di Rosamund Pike è centrale proprio perché il suo personaggio, Alex, diventa il vero cuore emotivo del film. Se Damien, interpretato da Sacha Baron Cohen, attraversa il classico percorso di spaesamento tipico delle commedie “what if”, Alex rappresenta invece il punto in cui Ladies First prova a complicare il discorso sulla maternità e sul successo professionale. I due mondi mostrati dal film non sono infatti opposti assoluti, ma versioni leggermente deformate della stessa società, ed è in queste piccole differenze che Sharrock inserisce il vero significato del racconto.

Come funzionano davvero i due mondi di Ladies First e perché il cambiamento è così sottile

La scelta più interessante del film riguarda il modo in cui Thea Sharrock evita di rendere il passaggio tra i due universi troppo spettacolare. A differenza di molte commedie fantasy basate su realtà alternative, Ladies First lavora sulle sfumature. La regista ha spiegato di aver voluto mantenere alcuni elementi iconici del film francese originale, come il colpo alla testa e il camion della spazzatura, ma cercando un approccio molto più discreto nella costruzione del nuovo mondo. È una decisione fondamentale perché il film non vuole raccontare un universo completamente ribaltato, bensì una realtà in cui certe gerarchie sociali si sono semplicemente spostate di pochi gradi.

Questo rende il film più inquietante e più interessante. Damien entra in una società che apparentemente funziona meglio per le donne, ma il punto non è creare una fantasia matriarcale caricaturale. Sharrock dissemina piccoli dettagli, Easter egg e variazioni quasi invisibili che diventano evidenti soprattutto a una seconda visione. Persino la presenza del gatto, aggiunta rispetto all’originale francese, contribuisce a questa idea di mondo speculare ma imperfetto. Il film suggerisce continuamente che le strutture di potere non cambiano davvero forma: cambiano soltanto chi favoriscono. Ed è per questo che Ladies First funziona meglio come satira sociale che come semplice commedia fantastica.

Rosamund Pike e Sacha Baron Cohen in Ladies First
Foto di Rob Youngson/Netflix/Rob Youngson/Netflix – © 2026 Netflix, Inc.

Il vero tema del film è la maternità, non il ribaltamento dei ruoli di genere

Sebbene il marketing del film punti molto sull’idea dello “scambio” tra uomini e donne, il nucleo emotivo della storia è in realtà la rappresentazione della maternità. Rosamund Pike costruisce due versioni molto diverse di Alex, ma entrambe definite dal rapporto con Charlie. È qui che il film diventa più complesso del previsto. Nel mondo “reale”, Alex è una madre single che ha sacrificato parte della propria carriera per crescere il figlio, finendo marginalizzata professionalmente. Nel mondo alternativo, invece, è una donna di successo, distante emotivamente ma ancora presente nella vita del bambino.

La differenza tra queste due versioni non serve a stabilire quale sia “migliore”, ma a mostrare come la società giudichi continuamente le donne attraverso il modo in cui performano la maternità. Sharrock e Pike lavorano infatti su dettagli quasi impercettibili: il tono di voce, il linguaggio del corpo, il modo in cui Alex tocca il figlio o lo osserva. In una realtà domina l’emotività, nell’altra la razionalità professionale. Ma il film evita accuratamente di demonizzare una delle due. La confessione di Alex sul fatto di non essersi mai immaginata madre è probabilmente il momento più radicale dell’intero film, perché rompe un tabù ancora raro nel cinema mainstream: permettere a una donna di ammettere che la maternità non fosse parte naturale della propria identità.

Perché Ladies First aggiorna il film francese originale per un pubblico contemporaneo

L’adattamento di Thea Sharrock funziona soprattutto perché comprende che oggi una semplice inversione dei ruoli di genere non sarebbe sufficiente. Negli anni Duemila, molte commedie basate su mondi “capovolti” costruivano il conflitto su stereotipi molto netti; Ladies First, invece, lavora sulle ambiguità contemporanee del potere, della genitorialità e della rappresentazione sociale. È significativo che Charlie, il figlio non-binary di Alex, resti sostanzialmente identico in entrambe le realtà. Il personaggio diventa quasi una costante morale del film, una presenza che esiste al di là delle strutture culturali che cambiano attorno a lui.

Anche il casting contribuisce a questa rilettura moderna. Sacha Baron Cohen porta nel film una vulnerabilità meno grottesca rispetto ai suoi ruoli più celebri, mentre Rosamund Pike utilizza la propria immagine cinematografica — spesso associata a personaggi freddi e controllati — per complicare continuamente la percezione di Alex. Persino la presenza di Kathryn Hunter, attrice legata al teatro fisico e alla comicità corporea, rafforza l’idea di un film che usa la performance per parlare di identità sociale. Non è un caso che Sharrock abbia insistito tanto sugli Easter egg e sui dettagli nascosti: Ladies First vuole essere un racconto che cambia significato a seconda dello sguardo con cui viene osservato.

Rosamund Pike e Sacha Baron Cohen nel film Ladies First
Foto di Rob Youngson/Netflix/Rob Youngson/Netflix – © 2026 Netflix, Inc.

Il finale di Ladies First suggerisce che nessun mondo è davvero “giusto”

Il film evita volutamente di trasformare uno dei due universi in una soluzione definitiva. Questo è forse l’aspetto più intelligente dell’intera operazione. Ladies First non sostiene che invertire i privilegi produca automaticamente una società più equilibrata; mostra piuttosto quanto i sistemi di potere influenzino il modo in cui le persone costruiscono la propria identità emotiva. Alex rimane madre in entrambe le realtà, ma cambia il modo in cui è costretta a vivere quel ruolo. Damien resta sostanzialmente lo stesso uomo, ma il mondo attorno a lui modifica completamente la percezione del suo valore.

È qui che il film trova il suo equilibrio migliore tra commedia e critica sociale. Sharrock non cerca mai la provocazione estrema, preferendo invece un’ironia più sottile e osservativa. Alla fine, Ladies First suggerisce che il vero problema non siano semplicemente uomini o donne, ma i modelli culturali che costringono entrambi a interpretare continuamente una parte. E proprio per questo il film funziona più come riflessione sulle aspettative sociali contemporanee che come semplice fantasy romantico.

The Four Seasons – Stagione 2: quando esce, trama, cast e trailer della nuova stagione Netflix

Dopo il successo della prima stagione, The Four Seasons torna ufficialmente su Netflix con nuovi episodi e una situazione completamente diversa per il gruppo di amici protagonista della serie comedy creata da Tina Fey. La seconda stagione riprenderà infatti direttamente dal drammatico finale del primo capitolo, segnato dalla morte improvvisa di Nick e dalla sconvolgente rivelazione della gravidanza di Ginny.

I nuovi episodi continueranno a seguire le vacanze stagionali del gruppo, ma con equilibri completamente cambiati. Se la prima stagione raccontava soprattutto la crisi delle relazioni di lunga durata e la paura dell’invecchiamento, la seconda sembra voler esplorare il modo in cui un gruppo di amici prova a reinventarsi dopo un lutto che ha spezzato definitivamente la configurazione originale della loro vita insieme. E proprio questo potrebbe rendere la nuova stagione molto più emotiva rispetto al primo capitolo.

Quando esce The Four Seasons – Stagione 2?

The Four Seasons 2
© Netflix

La seconda stagione di The Four Seasons debutterà su Netflix il 28 maggio. Come il primo capitolo, anche questa nuova stagione sarà composta da otto episodi.

Netflix ha già diffuso le prime immagini ufficiali e il trailer completo, confermando il ritorno dell’atmosfera tra commedia malinconica, dinamiche relazionali e vacanze di gruppo che aveva reso la serie una delle sorprese comedy più apprezzate dello scorso anno.

La trama della stagione 2: cosa succede dopo la morte di Nick

The Four Seasons 2 trama
© Netflix

La nuova stagione riparte immediatamente dopo gli eventi del finale della stagione 1. Dopo la morte di Nick in un incidente stradale durante una vacanza sulla neve, Ginny annuncia infatti al resto del gruppo di essere incinta del figlio dell’uomo.

Kate, Jack, Anne, Danny e Claude dovranno quindi affrontare non soltanto il lutto per la perdita dell’amico, ma anche il cambiamento inevitabile delle dinamiche interne al gruppo. Tina Fey ha anticipato che i personaggi dovranno “riformarsi come gruppo in una configurazione diversa”, suggerendo che la stagione lavorerà molto sul tema della trasformazione delle amicizie adulte nel tempo.

La serie continuerà inoltre la propria struttura narrativa costruita attorno ai viaggi stagionali, utilizzando nuove location e nuove vacanze per esplorare tensioni, fragilità e crisi personali dei protagonisti.

Il cast: chi torna nella seconda stagione

The Four Seasons 2 cast
© Netflix

Torneranno tutti i protagonisti principali della serie:

  • Tina Fey nel ruolo di Kate
  • Will Forte come Jack
  • Colman Domingo nei panni di Danny
  • Marco Calvani come Claude
  • Kerri Kenney-Silver nel ruolo di Anne
  • Erika Henningsen nei panni di Ginny

Anche se il personaggio di Nick, interpretato da Steve Carell, è morto nel finale della prima stagione, è possibile che l’attore possa apparire attraverso flashback o sequenze legate ai ricordi del gruppo.

Il trailer della stagione 2 anticipa una comedy molto più malinconica

Il trailer ufficiale mostra chiaramente come The Four Seasons voglia mantenere il proprio equilibrio tra ironia e malinconia. Le immagini alternano infatti momenti di vacanza, cene di gruppo e situazioni comiche a scene molto più emotive legate all’assenza di Nick e alla gravidanza di Ginny.

La sensazione è che la seconda stagione voglia approfondire ancora di più il tema centrale della serie: il modo in cui amicizie e relazioni cambiano inevitabilmente con il tempo, soprattutto quando la vita interrompe improvvisamente gli equilibri costruiti negli anni.

Ed è proprio questa combinazione tra commedia adulta, vulnerabilità emotiva e dialoghi realistici ad aver trasformato The Four Seasons in una delle comedy Netflix più apprezzate del 2025.

Paddington 4: Armando Iannucci scriverà il nuovo film della saga

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Paddington 4: Armando Iannucci scriverà il nuovo film della saga

Paddington 4 ha trovato i suoi nuovi sceneggiatori e la scelta potrebbe cambiare sensibilmente il futuro della celebre saga targata Studiocanal. Secondo quanto rivelato in esclusiva da Variety, il creatore di Veep e The Thick of It, Armando Iannucci, scriverà il quarto capitolo insieme al suo storico collaboratore Simon Blackwell. Parallelamente, anche il regista di Paddington in Perù, Dougal Wilson, sarebbe in trattative per tornare dietro la macchina da presa.

La saga di Paddington Bear è ormai uno dei franchise familiari più acclamati degli ultimi anni, con oltre 800 milioni di dollari incassati globalmente tra Paddington, Paddington 2 e Paddington in Peru. I primi due film diretti da Paul King sono diventati un modello quasi perfetto di cinema family contemporaneo grazie all’equilibrio tra comicità britannica, emozione e satira sociale leggera. Ora, l’arrivo di Iannucci apre scenari completamente nuovi per il franchise.

La notizia è particolarmente interessante perché Iannucci è noto soprattutto per il suo umorismo politico corrosivo e dialoghi estremamente sofisticati. Film come The Death of Stalin o serie come Veep hanno costruito la sua reputazione attraverso satira feroce, caos istituzionale e personaggi moralmente ambigui. Trasportare quella sensibilità narrativa nel mondo di Paddington potrebbe sembrare insolito, ma è proprio questo il dettaglio che rende il progetto potenzialmente affascinante: la saga potrebbe evolvere verso una comicità ancora più stratificata, senza perdere il cuore emotivo che l’ha resa un fenomeno globale.

Paddington resta il simbolo di un cinema family “british” controcorrente

L’eventuale ritorno di Dougal Wilson suggerisce inoltre che Studiocanal voglia mantenere continuità stilistica dopo Paddington in Peru. Il terzo capitolo aveva ampliato l’universo narrativo del personaggio spostandolo lontano da Londra e approfondendo le sue origini peruviane, ma sempre mantenendo quell’atmosfera gentile e malinconica che distingue la saga da molti altri blockbuster family contemporanei.

Ed è proprio qui che la scelta di Iannucci assume un significato più ampio. In un panorama dominato da franchise sempre più rumorosi e orientati all’azione, Paddington Bear continua a rappresentare un’idea diversa di cinema popolare: ironico, profondamente umano e legato a valori di empatia, accoglienza e civiltà britannica.

Come uccidono le brave ragazze – Stagione 2: quando esce, trama, cast e dove vederla

Dopo il successo della prima stagione, Come uccidono le brave ragazze torna ufficialmente con nuovi episodi e un mistero ancora più oscuro per Pip Fitz-Amobi. La serie Netflix tratta dai romanzi di Holly Jackson riprenderà infatti gli eventi successivi al caso Andie Bell, portando la protagonista verso un’indagine molto più pericolosa e personale.

La seconda stagione sarà composta da sei episodi e adatterà Good Girl, Bad Blood, secondo libro della saga YA thriller diventata un fenomeno internazionale. Netflix ha già anticipato che i nuovi episodi saranno “più grandi e più cattivi”, suggerendo una direzione più cupa rispetto alla prima stagione.

Quando esce Come uccidono le brave ragazze – Stagione 2?

La seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze arriverà il 27 maggio su Netflix. Nel Regno Unito e in Irlanda, invece, la serie sarà distribuita da BBC Three e BBC iPlayer.

Le riprese dei nuovi episodi si sono concluse nei mesi scorsi e il cast ha già anticipato che la stagione avrà un tono molto più intenso dal punto di vista emotivo e investigativo.

Cosa è successo nella prima stagione di Come uccidono le brave ragazze?

Cinque anni dopo che la piccola cittadina inglese di Little Kilton era stata per sempre sconvolta dalla  misteriosa scomparsa della studentessa Andie Bell, la determinata Pippa Fitz-Amobi era certa di poter scoprire la verità su quanto accaduto, e aveva ragione. L’ultima volta che abbiamo visto la nostra sicura detective adolescente, Pip aveva scoperto la verità sull’omicidio di Andie e dimostrato l’innocenza del suo fidanzato, Sal Singh (Rahul Pattni), accusato del suo omicidio. 

Con la conclusione della prima stagione di  Come uccidono le brave ragazze, la comunità di Pip era ancora sotto shock per le sconvolgenti verità che aveva portato alla luce, e la diciassettenne si trovava ad affrontare importanti interrogativi sulla sua vita. E in effetti, a Little Kilton ci sono ancora molti misteri da risolvere, per non parlare di cosa potrebbe nascere dalla storia d’amore tra Pip e il fratello di Sal, Ravi (Zain Iqbal), suo collega investigatore.  Fortunatamente, la seconda stagione dovrebbe fornire alcune risposte su cosa succederà a Pip, e probabilmente anche qualche altra domanda. 

La trama della seconda stagione: il caso Jamie Reynolds cambia tutto per Pip

Come uccidono le brave ragazze serie tv
Credit © Netflix

Dopo aver risolto il caso Andie Bell, Pip Fitz-Amobi cerca di lasciarsi alle spalle il mondo delle indagini. Gli eventi della prima stagione hanno infatti avuto conseguenze profonde sulla sua vita personale e sull’intera comunità di Little Kilton.

Ma quando Jamie Reynolds scompare improvvisamente poco prima del processo a Max Hastings, Pip si ritrova costretta a tornare ancora una volta dentro un’indagine sempre più complessa. La ricerca del ragazzo la porterà infatti a confrontarsi con nuovi segreti, nuove manipolazioni e soprattutto con il peso morale delle proprie scelte.

Secondo quanto anticipato da Netflix, questa nuova storia metterà profondamente in discussione l’idea di giustizia che aveva guidato Pip nella prima stagione, spingendola molto più lontano dall’immagine della “brava ragazza” del titolo.

Il trailer di Come uccidono le brave ragazze – Stagione 2

Il primo trailer ufficiale della seconda stagione mostra chiaramente come la serie Netflix voglia alzare la tensione rispetto ai primi episodi. Le immagini anticipano infatti un’atmosfera molto più cupa e paranoica, con Pip sempre più isolata mentre cerca di indagare sulla scomparsa di Jamie Reynolds.

Nel trailer si percepisce anche quanto il trauma del caso Andie Bell continui ancora a pesare sulla protagonista. Pip appare infatti più nervosa, ossessiva e consumata dalla ricerca della verità, mentre Little Kilton sembra nascondere segreti ancora più pericolosi rispetto alla prima stagione. Non mancano inoltre scene notturne, inseguimenti, interrogatori e momenti che suggeriscono come la nuova indagine sarà molto più personale e rischiosa.

Anche il rapporto tra Pip e Ravi sembra destinato a evolversi ulteriormente, mentre i nuovi personaggi introdotti nella stagione vengono mostrati volutamente in modo ambiguo, lasciando intuire che nessuno sarà davvero innocente nel nuovo mistero costruito dalla serie.

Il cast: chi torna e quali sono i nuovi personaggi

Torneranno naturalmente Emma Myers nel ruolo di Pip Fitz-Amobi e Zain Iqbal in quello di Ravi Singh.

Accanto ai protagonisti torneranno anche:

  • Asha Banks come Cara Ward
  • Yali Topol Margalith come Lauren Gibson
  • Jude Morgan-Collie come Connor Reynolds
  • Henry Ashton come Max Hastings

Tra le novità della stagione ci saranno invece:

  • Misia Butler nel ruolo di Stanley Forbes
  • Eden H. Davies come Jamie Reynolds
  • Jack Rowan nei panni di Charlie Green

Dove vedere Come uccidono le brave ragazze in streaming

La prima stagione di Come uccidono le brave ragazze è già disponibile su Netflix, dove arriveranno anche tutti gli episodi della stagione 2 dal 27 maggio.

La serie continua a essere uno dei thriller young adult più apprezzati degli ultimi anni grazie alla combinazione tra mistero investigativo, tensione psicologica e coming-of-age adolescenziale, elementi che nella nuova stagione sembrano destinati a diventare ancora più oscuri e maturi.

Star Wars: Skeleton Crew 2 riceve un aggiornamento incoraggiante, ma Disney non ha ancora deciso il futuro della serie

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Il futuro di Star Wars: Skeleton Crew resta incerto, ma arrivano finalmente segnali positivi per una possibile seconda stagione. Kerry Condon, interprete di Fara nella serie Disney+, ha infatti rivelato di aver “sentito forse qualcosa” riguardo a Skeleton Crew stagione 2, pur precisando che al momento non esiste ancora alcuna conferma ufficiale da parte di Lucasfilm o Disney.

La serie live-action ambientata nell’universo di Star Wars aveva debuttato tra dicembre 2024 e gennaio 2025 raccontando la storia di un gruppo di bambini provenienti dal pianeta isolato At Attin, improvvisamente catapultati nel resto della galassia. Nonostante ottime recensioni — con il 92% dalla critica su Rotten Tomatoes — Skeleton Crew non è però riuscita a diventare un fenomeno globale come The Mandalorian né a ottenere il prestigio critico di Andor. Ed è proprio questo che ha lasciato la serie in una sorta di limbo produttivo negli ultimi mesi.

Durante una nuova intervista, Kerry Condon ha spiegato di sperare fortemente in un ritorno della serie soprattutto per poter lavorare ancora con il giovane cast principale, definendo i ragazzi “fantastici”. Le sue parole arrivano in un momento molto particolare per il franchise televisivo di Star Wars, mentre Lucasfilm sembra spostare nuovamente il focus verso il cinema dopo l’uscita di The Mandalorian & Grogu e l’annuncio del film Starfighter previsto per il 2027.

Skeleton Crew potrebbe diventare la serie Star Wars più importante per il futuro della Nuova Repubblica

Anche se la prima stagione funzionava come racconto relativamente autoconclusivo, il finale lasciava chiaramente spazio a nuove storie. La distruzione della Barrier da parte di Fara cambiava completamente il destino di At Attin, permettendo finalmente al pianeta di entrare in contatto con la Nuova Repubblica e con il resto della galassia dopo decenni di isolamento.

Ed è proprio qui che Skeleton Crew potrebbe diventare molto più importante di quanto sembri. La serie è ambientata infatti nello stesso periodo narrativo di The Mandalorian e Ahsoka, cioè durante la fragile fase di ricostruzione politica successiva alla caduta dell’Impero. At Attin potrebbe quindi rappresentare uno dei primi esempi concreti di come la Nuova Repubblica stia cercando di ristabilire ordine in una galassia ancora profondamente instabile.

C’è però anche un altro problema da considerare: il tempo. La prima stagione era stata girata già tra il 2022 e il 2023, il che significa che i giovani protagonisti sono cresciuti parecchio rispetto agli eventi mostrati nella serie. Una seconda stagione dovrebbe quindi affrontare inevitabilmente un salto temporale, un po’ come accaduto con Stranger Things.

Nonostante l’incertezza, però, Skeleton Crew continua ad avere un vantaggio importante: è una delle poche serie recenti di Star Wars ad aver davvero introdotto nuovi personaggi, nuove atmosfere e una prospettiva completamente diversa sulla galassia. E in una fase in cui Lucasfilm sta cercando di ridefinire il futuro del franchise, questo potrebbe renderla molto più preziosa di quanto gli ascolti iniziali abbiano lasciato intendere.