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La Preside: cosa succede negli episodi 3 e 4 in onda stasera su Rai 1

Con La Preside con Luisa Ranieri, Rai 1 continua a raccontare una storia che va oltre il classico racconto scolastico, scegliendo di mettere al centro l’educazione come atto politico, umano e profondamente rischioso. La serie, ispirata a fatti reali, segue la figura di Eugenia Carfora, una dirigente scolastica che combatte ogni giorno contro dispersione, violenza e silenzi istituzionali, pagando spesso un prezzo altissimo sul piano personale.

Dopo i primi due episodi, che hanno definito il contesto e il carattere della protagonista, gli episodi 3 e 4 segnano un netto cambio di passo: la narrazione si fa più cupa, le minacce più concrete, e il conflitto si sposta sempre di più dall’esterno all’interno, mettendo in discussione non solo la criminalità ma anche il ruolo delle istituzioni.

Episodio 3: quando salvare gli studenti significa perdersi come madre

Nel terzo episodio, Eugenia si getta anima e corpo nel recupero degli studenti più fragili. La sua attenzione si concentra su Marita, ragazza costretta a restare chiusa in casa da un fidanzato manipolatore, e su Mario, vittima di bullismo di genere. Due storie diverse, accomunate dallo stesso nodo: la scuola come unico spazio possibile di salvezza.

Questa dedizione assoluta, però, ha un costo. Eugenia sacrifica progressivamente la sua vita familiare, in particolare il rapporto con il figlio Andrea, che inizia a covare un risentimento sempre più profondo nei confronti di una madre percepita come distante e assente. È uno degli snodi emotivi più riusciti della serie: La Preside non idealizza la protagonista, ma mostra le crepe di una vocazione che diventa totalizzante.

Sul fronte scolastico, Vittorio prova ad affiancare Eugenia con un approccio più empatico e meno frontale, riuscendo ad avvicinare Margherita, la figlia del custode che non frequenta l’istituto. Parallelamente, Michele, sempre più innamorato di Lucia, emerge come uno studente modello, dimostrando che la fiducia può generare riscatto.

Episodio 4: il pericolo non è solo fuori dalla scuola

Il quarto episodio alza ulteriormente la posta. Eugenia riesce finalmente a salvare Marita, convincendola a denunciare il fidanzato violento e a tornare tra i banchi. È una vittoria importante, ma tutt’altro che risolutiva. Le minacce contro la preside aumentano, diventando fisiche e dirette: Eugenia rischia persino di essere investita da un furgone.

Il momento più inquietante arriva però con le parole di Giuliana, che coglie con lucidità il vero cuore del problema: i nemici più pericolosi non sono nella criminalità, ma nelle istituzioni. È una frase chiave che ridefinisce il senso della serie, spostando il conflitto dal piano emergenziale a quello sistemico.

Cosa aspettarsi dagli episodi di stasera

Gli episodi 3 e 4 consolidano La Preside come un racconto scomodo, che rifiuta soluzioni facili e mette in scena una realtà dove il coraggio individuale si scontra con l’inerzia del sistema. Da questo punto in poi, la serie promette:

– un inasprimento del conflitto istituzionale
– un rapporto madre-figlio sempre più teso
– una protagonista sempre più sola, ma anche più consapevole
– una scuola vista come campo di battaglia morale, non solo educativo

Stasera su Rai 1, La Preside smette definitivamente i panni del drama scolastico tradizionale e diventa un racconto sul prezzo del cambiamento.

Evan Peters e Ashton Kutcher presentano The Beauty a Roma

Evan Peters e Ashton Kutcher presentano The Beauty a Roma

Nella cornice del The Space Cinema Moderno di Roma si è tenuta oggi la conferenza stampa di presentazione di The Beauty, la nuova serie scritta e prodotta da Ryan Murphy in collaborazione con Matthew Hodgson, disponibile su Disney+ dal 22 gennaio. Davanti a una platea di giornalisti e addetti ai lavori, il cast – Evan Peters, Rebecca Hall, Ashton Kutcher, Anthony Ramos e Jeremy Pope – ha raccontato l’esperienza italiana, la preparazione ai ruoli e le riflessioni profonde che la serie solleva sul tema della bellezza, oggi più che mai al centro di un dibattito culturale e sociale.

Tra Roma e Venezia: l’Italia come set ideale

«Girare in Italia è stato meraviglioso», racconta Evan Peters, ricordando le settimane trascorse tra Roma e Venezia. Un entusiasmo condiviso da tutto il cast, colpito non solo dalle location iconiche ma anche dall’atmosfera e dall’accoglienza. Roma, in particolare, ha lasciato un segno profondo, come conferma Anthony Ramos: «Girare tra le rovine del Foro, nei luoghi della Roma antica, è stata un’esperienza incredibile. Amo questa città, le persone, i suoi spazi: ti senti dentro la Storia».

Il pitch di Ryan Murphy e l’idea che conquista

Rebecca Hall ha raccontato di essere stata conquistata dall’idea fin dal primo incontro con Ryan Murphy. «Il modo in cui mi ha presentato la storia, il suo pitch, mi ha subito catturata. Era chiaro che non si trattasse solo di una serie sulla bellezza, ma su ciò che la bellezza fa alle persone, alla società, al futuro».

The Beauty è infatti ambientata «cinque minuti nel futuro», come ha sottolineato Ashton Kutcher: un domani molto vicino al nostro, in cui l’ossessione per l’aspetto fisico diventa tecnologia, mercato, potere.

Evan Peters and Rebecca Hall in The Beauty 2026 Conferenza Stampa
Cortesia di FX

Preparazione fisica e sequenze estreme 

Per Evan Peters il ruolo ha richiesto una preparazione intensa e meticolosa, costruita giorno dopo giorno insieme al team degli stunt e agli allenatori. «Ho lavorato molto con le arti marziali miste e con le coreografie d’azione», ha spiegato, sottolineando quanto fosse importante rendere credibile non solo il gesto fisico, ma anche la tensione emotiva del personaggio.

Tra i momenti più impegnativi, una lunga sequenza girata a Venezia: «Dovevo correre per tantissimo tempo, attraversando calli e ponti. È stata una prova di resistenza vera e propria, ma girare in quei luoghi rendeva la fatica quasi secondaria». La città lagunare, con i suoi spazi stretti e labirintici, ha contribuito a rendere la scena ancora più intensa.

Anche Ashton Kutcher ha parlato di una preparazione che non si è limitata all’aspetto fisico. Tornare in forma è stato solo il primo passo: per costruire il personaggio ha osservato da vicino il mondo dell’alta finanza e dei grandi patrimoni. «Ho cercato di studiare le persone molto ricche che conosco, il modo in cui affrontano la vita. C’è una leggerezza quasi irreale: i problemi sembrano non toccarle mai». Un lavoro di osservazione che ha dato spessore psicologico alla sua interpretazione.

Il potere dei ricchi e la lezione di Isabella Rossellini

Su questo tema Kutcher ha poi aggiunto una riflessione ironica ma amara: «Osservando amici molto ricchi ho notato inoltre una sorta di ‘buoyancy’: si muovono nella vita come se i problemi non esistessero. Se vai in prigione, ti compri la prigione per viverci meglio». Un’immagine efficace che racconta perfettamente il tipo di universo che The Beauty esplora, dove il denaro diventa uno strumento capace di piegare persino le regole più rigide.

Emozionante il racconto delle scene girate con Isabella Rossellini, definita da Kutcher «una leggenda, un’icona, un’eroina: mi sono sentito in difficoltà nel doverla spogliare verbalmente in scena. Ho dovuto in un certo modo divorziare da me stesso per riuscirci. Ma c’era una dicotomia bellissima: se il personaggio che interpretavo riceveva l’approvazione di Isabella, allora tutto aveva senso. Cercavo il suo sguardo in ogni scena».

Isabella Rossellini in The Beauty 2026 Conferenza Stampa
Cortesia di FX

Bellezza: profitto, privilegio o fardello?

Il tema centrale della conferenza è stato inevitabilmente quello della bellezza. Rebecca Hall ha lanciato una frase destinata a restare: «Not looking good enough is profitable» –  non sentirsi abbastanza belli fa guadagnare.

Alla domanda su quanto la bellezza abbia influito nella sua carriera, Ashton Kutcher ha risposto con sincerità: «Sono sempre stato considerato attraente, ma non so quanto questo mi abbia aiutato o penalizzato». Ha poi raccontato del fratello gemello con paralisi cerebrale, riflettendo sulla differenza tra compassione ed empatia, e su come la bellezza possa creare distanze invisibili.

Hall ha sintetizzato con un’altra frase potente: «Beauty is not caused, it is» – la bellezza non è qualcosa che si provoca, semplicemente è.

Giovani, social e standard pericolosi

Il dibattito si è spostato sui rischi degli attuali ideali estetici. Alla domanda: «La bellezza può diventare letale per la prossima generazione?» Kutcher ha risposto con toni accorati, citando il tema dei suicidi tra i giovani legati agli standard estetici: «Cellulari, social, colpi di dopamina continui… Immaginate crescere così. Gli haters scrivono per ottenere click, ma i ragazzi non hanno gli strumenti per difendersi». Ramos ha sostenuto le idee di Kutcher, ribadendo quanto i ragazzi di oggi siano costantemente sottoposti a un’immersione continua di standard irrealistici e talvolta privi di normalità.

Intelligenza Artificiale e nuovi modelli di perfezione

Un altro nodo cruciale è stato quello dell’Intelligenza Artificiale (IA). Oltre ai trattamenti estetici, oggi emergono nuovi modelli di bellezza creati digitalmente. Jeremy Pope si chiede: «Continueremo ad andare in giro a cercare cose vere, da vedere e da vivere? Il confine tra vero e falso si assottiglia sempre di più».

Kutcher ha riconosciuto però anche il potenziale creativo dell’IA: «Ci sono artisti che la usano per creare cose straordinarie. Ogni CGI che vediamo è già un effetto dell’Intelligenza Artificiale. Alcuni personaggi digitali vengono persino resi imperfetti per sembrare più umani». Il miglior scenario possibile? «Che l’IA ci ricordi che siamo umani», afferma Hall. 

Ashton Kutcher The Beauty 2026 Conferenza Stampa
Cortesia di FX

Trucco, parrucco e costruzione dei personaggi

In una serie che mette al centro l’apparenza, la preparazione “beauty” è diventata parte integrante del lavoro attoriale. Trucco e capelli non sono stati semplici strumenti estetici, ma veri elementi narrativi, capaci di raccontare status sociale, trasformazioni interiori ed esteriori, e contraddizioni dei personaggi.

Il cast ha sottolineato quanto ogni dettaglio fosse studiato per suggerire potere, fragilità o ambizione: tagli di capelli, texture della pelle, imperfezioni volutamente accentuate o cancellate. In un mondo in cui la bellezza è tecnologia e mercato, anche il trucco diventa linguaggio, contribuendo a rendere visibile quel confine sottile tra naturale e artificiale che The Beauty esplora costantemente.

The Beauty: un futuro vicinissimo che parla già di noi

Tra riflessioni intime, aneddoti dal set e domande senza risposte facili, la conferenza stampa romana di The Beauty ha mostrato come la serie di Ryan Murphy non sia soltanto un body horror futuristico, ma uno specchio inquietante del nostro presente. In un mondo dove la bellezza è mercato, algoritmo e ossessione, The Beauty promette di interrogare lo spettatore su ciò che conta davvero: cosa è reale, cosa è costruito, e quanto siamo disposti a sacrificare pur di essere “perfetti”.

Il filo del ricatto – Dead man’s wire: il trailer ufficiale italiano

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Dopo il grande successo di critica e di pubblico alla scorsa Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia dove è stato presentato Fuori Concorso (qui la nostra recensione in anteprima dal Lido), Gus Van Sant torna al cinema con il suo nuovo film Il filo del ricatto – Dead man’s wire – da una sceneggiatura di Austin Kolodney, interpretato da Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Cary Elwes, Myha’la, con  Colman Domingo e Al Pacino.

Il film è tratto da un episodio di cronaca realmente accaduto nel 1977, un sequestro con ostaggio le cui trattative –  trasmesse in diretta tv – hanno tenuto con il fiato sospeso gli americani per 63 ore.

La trama di Il filo del ricatto – Dead man’s wire

La mattina dell’8 febbraio 1977 Anthony G. “Tony” Kiritsis (Bill Skarsgård) entra nell’ufficio di M. L. Hall (Al Pacino), presidente della Meridian Mortgage Company) e prende in ostaggio il figlio Richard (Dacre Montgomery). Tony gli punta alla testa un fucile a canne mozze con una particolarità: collegato al grilletto c’è un dispositivo che, stretto al collo come un cappio, se sfiorato, ucciderà all’istante l’ostaggio. Le richieste di Tony sono chiare: 5 milioni di dollari, immunità e soprattutto scuse personali…

Con le musiche originali di Denny Elfaman e una colonna sonora di brani indimenticabili destinata a essere ascoltata all’infinito, il ruolo della musica è centrale nel film, a partire dal rapporto che s’instaura tra il protagonista Tony e lo speaker radiofonico Fred Temple (Colman Domingo). Fred è l’unica persona con cui Tony è disposto a parlare durante il sequestro e nella versione italiana de Il filo del ricatto – Dead man’s wire avrà la voce del cantautore Mario Biondi.

Zootropolis 2 è il film d’animazione di maggior incasso di tutti i tempi

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Dal 2020, uno dei fattori più importanti nel cambiamento del mercato cinematografico globale è il progressivo allontanamento della Cina da Hollywood. Il secondo mercato cinematografico mondiale ha infatti ridotto drasticamente le importazioni di film stranieri, privilegiando produzioni nazionali, soprattutto blockbuster di stampo patriottico. In questo contesto, Zootropolis 2 (qui la recensione) ha però potuto sfruttare la sua uscita sul mercato cinese per diventare il film d’animazione hollywoodiano più redditizio di sempre.

Il film ha infatti raggiunto un totale globale di 1,7 miliardi di dollari, superando Inside Out 2 (1,6 miliardi nel 2024). La Cina ha contribuito con oltre il 37% del totale, ovvero circa 620 milioni, e il film continua a mantenere una buona tenuta nonostante la presenza di Avatar: Fuoco e Cenere nelle sale. Negli Stati Uniti, Zootropolis 2 ha incassato 390 milioni, diventando il terzo titolo più visto del 2025 nel mercato domestico, dietro a Lilo & Stitch e Minecraft, entrambi a 423 milioni.

Nel 2025 Disney è stata inoltre l’unico studio a superare i 6 miliardi al box office globale, grazie anche al peso decisivo del mercato cinese, e ciò rende probabile l’avvio di un progetto su Zootropolis 3. Infine, nella classifica dei film d’animazione più redditizi, va considerata l’inflazione: Il Re Leone del 1994 incassò 979 milioni, cifra che oggi corrisponderebbe a circa 2,14 miliardi.

LEGGI ANCHE: Zootropolis 3 “implicitamente” confermato?

Classifica dei film d’animazione più ricchi di sempre (non aggiustata per inflazione):

  1. Zootropolis 2 – 1,7 miliardi

  2. Inside Out 2 – 1,69 miliardi

  3. Il Re Leone (2019) – 1,65 miliardi

  4. Frozen II – 1,62 miliardi

  5. Super Mario Bros. – Il film – 1,36 miliardi

  6. Frozen – 1,29 miliardi

  7. Gli Incredibili 2 – 1,24 miliardi

  8. Minions – 1,15 miliardi

  9. Toy Story 4 – 1,07 miliardi

  10. Toy Story 3 – 1,06 miliardi

A Knight Of The Seven Kingdoms, dove si colloca nella timeline del franchise?

A Knight of the Seven Kingdoms ci porta nuovamente nel Sette Regni, ma la serie che segue le avventure di Dunk e Egg, da oggi disponibile su HBO Max con il primo episodio, appare subito molto diversa dalle precedenti incursioni nel mondo di George R.R. Martin.

Tanto per cominciare si tratta di una storia che si concentra sulle avventure di un cavaliere squattrinato, o meglio, un aspirante cavaliere. Un protagonista di estrazione molto poco nobile c he si confronta con un mondo in cui c’è spazio per i tornei e per i passatempi. Non siamo quindi nel mondo in guerra di House of the Dragon o in quello sull’orlo della distruzione di Game of Thrones, ma siamo in periodo di pace.

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Quando è ambientato A Knight Of The Seven Kingdoms?

Questo ultimo spin-off è ambientato circa 100 anni dopo House of the Dragon, quando la guerra di successione dei Targaryen ha fatto tutte le sue vittime, e all’incirca 70 anni prima di Game of Thrones, quando invece la casa Targaryen è stata già distrutta e deposta in favore dei Baratheon, e si distingue per un tono sensibilmente diverso rispetto agli altri capitoli del franchise.

Rian Johnson risponde a Kathleen Kennedy sull’essere stato spaventato dalle critiche a Gli Ultimi Jedi

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Il regista di Star Wars: Episodio VIII – Gli ultimi Jedi, Rian Johnson, ha risposto con sincerità su X alle affermazioni di Kathleen Kennedy sul suo rapporto con la saga, affermando di non essere affatto stato spaventato dalle critiche dei fan al film. Il capitolo di Johnson del 2017 ha infatti suscitato opinioni contrastanti tra il pubblico e la Kennedy ha recentemente suggerito che questa reazione sia il motivo per cui il regista non è tornato a realizzare altri film di Star Wars.

Kennedy attribuisce anche il mancato ritorno di Johnson a Star Wars all’accordo del regista con Netflix per scrivere e dirigere altri due film di Knives Out, il secondo dei quali, Wake Up Dead Man (2025), è uscito a dicembre. Il dirigente ha poi elogiato il lavoro di Johnson in una galassia lontana lontana, dicendo: “Penso che Rian abbia realizzato uno dei migliori film di Star Wars. È un regista brillante e si è spaventato. Questa è la parte difficile. Quando le persone entrano in questo spazio, tutti i registi e gli attori mi chiedono: “Cosa succederà?”. Sono un po’ spaventati”.

Gli ultimi Jedi è forse uno dei film di Star Wars che ha diviso di più il pubblico, ma è stato comunque un grande successo. Il film ha incassato oltre 1,332 miliardi di dollari in tutto il mondo, diventando il secondo film più redditizio della trilogia sequel della Disney. Sebbene alcuni spettatori abbiano contestato il trattamento riservato ai personaggi storici, in particolare Luke interpretato da Mark Hamill, e la sovversione delle tradizioni del franchise, le recensioni sono state generalmente positive da parte della critica.

Su Rotten Tomatoes, il film gode di un ottimo punteggio del 91% da parte della critica, un notevole balzo in avanti rispetto al 41% del Popcornmeter. Il successo di questo capitolo centrale della trilogia sequel, che segue i nuovi personaggi Rey (Daisy Ridley), Finn (John Boyega) e Poe (Oscar Isaac) mentre affrontano Kylo Ren (Adam Driver) e il malvagio Primo Ordine, ha portato alla notizia che Johnson avrebbe diretto una trilogia separata di Star Wars. Gli anni sono passati senza alcun progresso apparente, tuttavia, e la trilogia è stata dichiarata “effettivamente morta” in un rapporto di THR lo scorso novembre.

Nonostante il recente post di Johnson, non sembrano esserci piani concreti per un suo ritorno a Star Wars nel prossimo futuro. Oltre a giocare con idee per un potenziale Knives Out 4, il regista ha dichiarato a Empire lo scorso autunno che il suo prossimo progetto “richiama i thriller paranoici degli anni ’70” e che presenta “un leggero elemento fantascientifico”.

Tuttavia, Johnson ha recentemente dichiarato a THR: “Una parte del mio cervello sarà sempre in Star Wars. È una parte così importante di me e del mio modo di pensare”. Anche se il regista potrebbe non tornare immediatamente nel mondo della famosa saga Disney, è chiaro che la risposta a Star Wars: Gli ultimi Jedi non lo ha spaventato dal tornare potenzialmente a lavorare su questa proprietà intellettuale in futuro.

A Knight Of The Seven Kingdoms, guida al cast e ai personaggi

A Knight Of The Seven Kingdoms, guida al cast e ai personaggi

La più recente serie ambientata nell’universo di Game of Thrones, A Knight of the Seven Kingdoms, presenta un cast completamente nuovo. Questo ultimo spin-off è ambientato circa 100 anni dopo House of the Dragon e all’incirca 70 anni prima di Game of Thrones, e si distingue per un tono sensibilmente diverso rispetto agli altri capitoli del franchise. Tale differenza deriva soprattutto dal personaggio centrale, Dunk, che proviene da origini molto più umili rispetto agli Stark o ai Targaryen. Naturalmente, questa unicità ha richiesto un cast all’altezza.

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Ambientata principalmente nei tornei e nelle sale dei lord minori di Westeros, A Knight of the Seven Kingdoms è basata sulle novelle Dunk & Egg di George R.R. Martin. Sebbene si tratti ancora di un’opera incompiuta, queste storie più brevi appartenenti al ciclo de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco seguono Dunk e il suo scudiero Egg attraverso una serie di avventure emozionanti, comiche e spesso toccanti. Grazie anche a un cast di grande livello, A Knight of the Seven Kingdoms risulta estremamente divertente.

Peter Claffey è Ser Duncan l’Alto

L’attore e giocatore di rugby irlandese Peter Claffey ha debuttato sullo schermo nel 2022, apparendo in Harry Wild e nella serie Apple TV Bad Sisters. Successivamente ha interpretato Cormac Kelly nella serie televisiva Wreck, prima di vestire i panni di Dunstan in Vikings: Valhalla. L’attore, alto oltre un metro e novanta, ha poi ottenuto un nuovo ruolo ricorrente in Bad Sisters, seguito da una partecipazione in due episodi di Borderline e infine dal suo ingaggio in A Knight of the Seven Kingdoms.

Claffey è il protagonista del nuovo prequel di Game of Thrones, interpretando un povero cavaliere errante di nome Ser Duncan l’Alto (detto Dunk). All’inizio della sua storia, Dunk cerca di costruirsi una reputazione come cavaliere dopo aver trascorso tutta la vita al servizio di altri come scudiero.

Dexter Sol Ansell è Egg

Nato nello Yorkshire, Dexter Sol Ansell ha iniziato a recitare da bambino nella soap opera Emmerdale. Crescendo, è apparso in The Moor, Christmas on Mistletoe Farm e ha interpretato una versione giovane di Coriolanus Snow nel film prequel di Hunger Games, La ballata dell’usignolo e del serpente (2023). L’anno successivo ha recitato in Robin and the Hoods e Here, prima di essere scelto per A Knight of the Seven Kingdoms e per l’imminente 500 Miles.

In A Knight of the Seven Kingdoms, Ansell interpreta Egg, un ragazzo tenace e diretto che, grazie alla sua ostinazione, riesce a diventare lo scudiero di Dunk, nonostante l’iniziale riluttanza del cavaliere ad accoglierlo.

Daniel Ings è Ser Lyonel Baratheon

L’attore britannico Daniel Ings ha raggiunto la notorietà nel 2014 grazie alla serie Lovesick, in cui interpretava Luke Curran. Questo ruolo gli ha aperto le porte a numerosi progetti di rilievo, tra cui The Crown, Instinct, Black Mirror, Sex Education, The Gold e The Gentlemen. Dopo A Knight of the Seven Kingdoms, Ings è atteso in un ruolo ancora non rivelato nel film del 2027 Star Wars: Starfighter.

Ings interpreta Ser Lyonel Baratheon in A Knight of the Seven Kingdoms, un cavaliere noto come “la Tempesta Ridente”. Erede di Casa Baratheon, Lyonel è l’antenato diretto di Robert Baratheon, re di Westeros all’inizio della serie principale di Game of Thrones.

Finn Bennett è il Principe Aerion Targaryen

Finn Bennett è nato a Hackney, Londra, e ha debuttato sullo schermo nel 2010 nella serie Foyle’s War. Dopo alcune apparizioni televisive minori, è stato scelto per il film Hope Gap nel 2019, prima di ottenere il suo primo ruolo di rilievo come Peter Prior nella quarta stagione di True Detective. Questo successo lo ha portato a recitare nella serie Netflix Black Doves e nel film Warfare.

In A Knight of the Seven Kingdoms, Bennett interpreta il principe Targaryen Aerion, che amava farsi chiamare “Fiamma Splendente”. Il resto di Westeros, però, lo conosceva come Aerion il Mostruoso. È il secondo figlio del principe Maekar Targaryen e fratello minore del re.

Bertie Carvel è il Principe Baelor Targaryen

L’attore britannico Bertie Carvel è un acclamato interprete teatrale che ha raggiunto grande fama anche sullo schermo. È noto al pubblico televisivo soprattutto per il ruolo di Jonathan Strange in Jonathan Strange & Mr Norrell, oltre che per le sue interpretazioni in Doctor Foster, Dalgliesh e The Crown. Carvel interpreterà Cornelius Fudge nella prossima serie televisiva Harry Potter prodotta da HBO.

In A Knight of the Seven Kingdoms, Carvel veste i panni del principe Baelor “Spearbreaker” Targaryen, Primo Cavaliere del Re e legittimo erede al Trono di Spade. Baelor è giusto e benevolo, sia nel suo ruolo istituzionale sia come futuro sovrano, qualità che lo rendono molto amato dal popolo di Westeros.

Sam Spruell è il Principe Maekar Targaryen

Nato a Londra, Sam Spruell ha iniziato la sua carriera cinematografica nel 2002 con il film 19: The Widowmaker. Da allora è apparso in numerose pellicole, tra cui London to Brighton, Biancaneve e il cacciatore, Taken 3, Il re fuorilegge e The Thing with Feathers. In televisione ha recitato in serie come Liar, Doctor Who e Dune: Prophecy.

Spruell interpreta il principe Maekar Targaryen in A Knight of the Seven Kingdoms, il figlio più giovane di Re Daeron e fratello minore di Baelor. Molto più burbero del fratello maggiore, Maekar è comunque noto per essere un eccellente comandante militare.

Cast di supporto e personaggi secondari di A Knight of the Seven Kingdoms

Henry Ashton nel ruolo del principe Daeron Targaryen – Conosciuto per My Lady Jane e A Good Girl’s Guide to Murder, Henry Ashton interpreta il principe Daeron Targaryen, figlio del principe Maekar.

Ross Anderson nel ruolo di Ser Humfrey Hardyng – Noto per The Silent Storm e Crawl, Ross Anderson interpreta Ser Humfrey Hardyng, cavaliere di Casa Hardyng.

Edward Ashley nel ruolo di Ser Steffon Fossoway – Edward Ashley, noto per The Lost City of Z, The Terror e Master of the Air, interpreta Ser Steffon Fossoway.

Shaun Thomas nel ruolo di Raymun Fossoway – Shaun Thomas ha debuttato sullo schermo con The Selfish Giant. In A Knight of the Seven Kingdoms interpreta Raymun Fossoway, scudiero e cugino di Steffon.

Tanzyn Crawford nel ruolo di Tanselle – Nota per Tiny Beautiful Things e Swift Street, Tanzyn Crawford interpreta Tanselle, una burattinaia e artista originaria di Dorne.

Daniel Monks nel ruolo di Ser Manfred Dondarrion – Daniel Monks, noto per All Her Fault, interpreta Ser Manfred Dondarrion.

Steve Wall nel ruolo di Lord Leo “Spina Lunga” Tyrell – Conosciuto per Black Doves e Dune – Parte Due, Steve Wall interpreta Lord Leo Tyrell, signore di Alto Giardino.

Danny Webb nel ruolo di Ser Arlan di Pennytree – Ser Arlan di Pennytree, il cavaliere che Dunk ha servito come scudiero, è interpretato da Danny Webb, già apparso in produzioni come Crow, Alien³ e Robin Hood.

Matt Damon spiega come la scarsa attenzione del pubblico influenzi Netflix su “come si fanno i film”

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Abituato a girare scene d’azione intense, Matt Damon sta imparando a rallentare e a lasciare che il pubblico lo raggiunga. Parlando del suo nuovo film Netflix The Rip – Soldi sporchi (leggi qui la recensione), girato insieme a Ben Affleck, il vincitore dell’Oscar ha spiegato che i film ora richiedono un “livello di attenzione molto diverso” quando sono disponibili in streaming a casa.

Questo ha un grande effetto e sta iniziando ad avere un impatto anche sul modo in cui si realizzano i film”, ha spiegato al Joe Rogan Experience, usando proprio Netflix come esempio. “Il modo standard per realizzare un film d’azione che abbiamo imparato era quello di avere solitamente tre scene chiave. Una nel primo atto, una nel secondo e una nel terzo. E poi si arriva al culmine con tutte le esplosioni. Si spende la maggior parte del budget per quella scena nel terzo atto. È il finale”.

“E ora invece dicono: ‘Possiamo avere una scena importante nei primi cinque minuti? Vogliamo che il pubblico rimanga sintonizzato’“, ha affermato l’attore. Damon ha poi continuato: “‘E non sarebbe terribile se ripetessi la trama tre o quattro volte nei dialoghi, perché le persone guardano il film mentre sono al telefono’”.

Questa politica non è nuova, dato che secondo quanto riferito Netflix ha chiesto agli sceneggiatori di far “annunciare ai personaggi ciò che stanno facendo” nei dialoghi. A quanto pare senza eccezioni a questa regola, The Rip – Soldi sporchi vede Damon e Affleck nei panni di due poliziotti di Miami che iniziano a rivoltarsi l’uno contro l’altro dopo aver scoperto 20 milioni di dollari in un nascondiglio abbandonato, coinvolgendo forze esterne mentre lottano per determinare di chi ci si può fidare.

Affleck ha osservato: “Ma poi guardi Adolescence, e lì non c’è niente di tutto questo. Ed è fottutamente fantastico. Ed è anche cupo. È tragico e intenso. Parla di questo tizio che scopre che suo figlio è accusato di omicidio, e ci sono lunghe inquadrature della loro nuca. Salgono in macchina, nessuno dice niente”. Damon definisce la serie Netflix vincitrice del Golden Globe “l’eccezione”, mentre Affleck ritiene che “dimostri che non è necessario ricorrere” a questi trucchi per mantenere vivo l’interesse del pubblico.

Quanto è alto Peter Claffey, interprete di Duncan l’Alto, protagonista di A Knight of Seven Kingdoms?

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A Knight of the Seven Kingdoms vede Peter Claffey nei panni di Ser Duncan, un cavaliere così alto che a malapena entra nella sua armatura. Come si colloca l’attore nel personaggio? A Knight of the Seven Kingdoms ci trasporta in una nuova era a Westeros, dove regna una relativa pace e c’è tempo per i tornei.

In quest’epoca, circa un secolo dopo House of the Dragon e quasi un secolo prima de Il Trono di Spade, veniamo introdotti a una serie di nuovi personaggi, molti dei quali con i nomi familiari di Targaryen, Baratheon e simili. Tuttavia, il nostro personaggio principale, Duncan, non ha un nome simile. Ciò che ha è un’altezza sbalorditiva.

Peter Claffey è alto 195 cm

Peter Claffey, che ha recitato in Wreck, Vikings: Valhalla e Bad Sisters, è stato scelto per il ruolo di Duncan: l’attore irlandese è alto 1,95 cm. La sua altezza non solo lo ha aiutato ad avere successo nella recitazione, ma Claffey ha anche avuto una notevole carriera nel rugby prima di dedicarsi alla recitazione a tempo pieno.

Confronto tra l’altezza di Peter Claffey e quella di Duncan l’Alto in A Knight of the Seven Kingdoms

1,95 m è un’altezza considerevole, ma è sufficiente per pareggiare l’altezza di Ser Duncan l’Alto di cui ha narrato George R.R. Martin nelle sue storie di A Knight of the Seven Kingdoms? La risposta è: probabilmente no. Per Martin il cavaliere è alto 2 metri e 8 centimetri.

Tuttavia, stiamo parlando del mondo di Cronache del Ghiaccio e del Fuoco; Martin è noto per esagerare con i suoi personaggi. Basta guardare Fuoco e Sangue, un romanzo che afferma esplicitamente che non possiamo sapere esattamente tutto su questi eventi. È possibile che un metro e ottanta possa significare qualche centimetro in meno.

Dopotutto, 1 metro e 95 è già un’altezza considerevole, e Claffey ha la stazza necessaria per essere adatto al ruolo. È un uomo massiccio. Quando è in coppia con il minuscolo Egg (Dexter Sol Ansell), sembra ancora più grande.

Ancora più importante, però, Claffey incarna gli aspetti da gigante gentile di Dunk che rendono il personaggio così grandioso. Si muove con leggerezza, ripiega le mani e le braccia per non dare fastidio e tiene la testa china per la maggior parte del tempo. È il tipo di casting che predispone il pubblico al meglio per godere di A Knight of the Seven Kingdoms.

A Knight Of The Seven Kingdoms, episodio 1: la spiegazione del finale. L’avventura di Dunk e Egg ha inizio!

A Knight of the Seven Kingdoms ha ufficialmente dato il via alle avventure di Dunk ed Egg sullo schermo con il suo primo episodio. Basato sulle novelle di Dunk and Egg di George R.R. Martin, questo spin-off di Game of Thrones presenta un tono sensibilmente diverso rispetto ai suoi predecessori (come viene messo in evidenza nella recensione in anteprima di Chiara Guida per Cinefilos.it). Ciò viene dimostrato in modo brillante già nei primi cinque minuti dell’episodio 1, quando, proprio nel momento in cui sembrava stesse per partire una drammatica sigla in stile Game of Thrones, Dunk si “lascia andare”.

Da lì in poi, l’assurdità continua per tutto l’episodio 1 di A Knight of the Seven Kingdoms. Tuttavia, questo capitolo introduttivo non è privo di momenti toccanti o di ispirazione. Dopo aver espletato i suoi bisogni, Dunk si dirige verso il torneo più vicino, deciso a conquistare la vittoria nelle giostre come giovane cavaliere alle prime armi. Prima di poter competere, però, Dunk deve trovare un cavaliere o un lord disposto a garantire per lui, e l’impresa si rivela tutt’altro che semplice.

Durante la sua ricerca di qualcuno che ricordi il suo defunto maestro, Ser Arlan, Dunk incontra un ragazzino sorprendentemente calvo di nome Egg. Con riluttanza (forse non così marcata come finge), accetta di prenderlo come scudiero, promettendo di trattarlo bene purché Egg lavori sodo. È l’inizio di quella che si preannuncia come una splendida relazione in A Knight of the Seven Kingdoms, anche se prima dovranno superare un ostacolo significativo.

Dunk ha ancora bisogno di qualcuno che garantisca per lui dopo l’episodio 1 di A Knight of the Seven Kingdoms

Dunk può anche avere uno scudiero, ma non è ancora riconosciuto come cavaliere in A Knight of the Seven Kingdoms. Affinché Ser Duncan l’Alto possa partecipare al torneo, deve trovare un cavaliere o un lord disposto a garantire per lui. Nell’episodio 1, Dunk tenta la sorte con Ser Manfred Dondarrion, dal momento che Ser Arlan aveva combattuto al servizio del padre dell’uomo. Purtroppo, Ser Dondarrion si rivela un autentico arrogante: non è disposto nemmeno a provare a ricordare Arlan o il suo scudiero.

Una delle sequenze più comiche dell’episodio 1 è l’incontro tra Dunk e Ser Lyonel Baratheon, detto la Tempesta Ridente. I due vanno subito d’accordo, ma poiché questo lord non sa nulla del passato di Dunk o della sua investitura, può fare ben poco per aiutarlo. All’inizio dell’episodio 2, Dunk non è quindi più vicino di prima a trovare qualcuno disposto a garantire per lui. Tuttavia, la stella cadente che lui ed Egg scorgono nei momenti finali dell’episodio 1 è un segno della fortuna che verrà.

Il vero significato della stella cadente di Dunk ed Egg

Ser Duncan l’Alto è ancora più povero del tipico cavaliere errante. Così, invece di dormire in un padiglione, lui ed Egg si sistemano sotto un olmo alla fine dell’episodio 1 di A Knight of the Seven Kingdoms. Scrutando il cielo aperto, i due vedono una stella cadente. Egg osserva che porta fortuna, e Dunk si rende conto che quel presagio è destinato solo a loro.

Dunk ed Egg possono anche essere vestiti di stracci e dormire per terra, ma è proprio grazie a queste umili condizioni che sono gli unici a poter rivendicare la fortuna di quella stella cadente.

È un modo significativo di chiudere l’episodio 1 di A Knight of the Seven Kingdoms e, allo stesso tempo, di consolidare il legame tra Dunk ed Egg. L’idea è che questi sfavoriti siano in realtà molto più fortunati dei ricchi lord e cavalieri che osservano il cielo dalle coperture delle loro tende. Dunk ed Egg possono essere in stracci, distesi a terra, ma è proprio questa semplicità a permettere loro di beneficiare della fortuna della stella cadente.

In che modo Egg diventa lo scudiero di Dunk

Photograph by Steffan Hill/HBO

Dunk incontra Egg nelle scuderie della taverna in cui si ferma lungo la strada per il torneo. Scopre che l’oste non è la madre del ragazzo, come aveva inizialmente pensato, e conclude quindi che Egg è un orfano come lui (anche se Egg non lo conferma mai apertamente). Pur provando compassione, Dunk rifiuta la richiesta di Egg di diventare il suo scudiero. Gli lancia una moneta e se ne va, ma è chiaro che Egg non ha alcuna intenzione di arrendersi.

Dopo i disperati tentativi di Dunk di trovare qualcuno disposto a garantire per lui nell’episodio 1 di A Knight of the Seven Kingdoms, egli torna sotto l’olmo e trova Egg lì, intento a preparare la cena. È in quel momento che Dunk cede e accetta Egg come suo scudiero.

Nel corso del primo episodio di A Knight of the Seven Kingdoms vediamo quanto Dunk amasse il cavaliere che aveva servito. Prima che Ser Arlan lo prendesse come scudiero, Dunk era un orfano che viveva per le strade di Flea Bottom. Quel cavaliere gli aveva dato uno scopo, e in questo episodio si percepisce che Dunk vede l’opportunità di fare lo stesso per Egg. Ciò si riflette nella sua promessa di fare per Egg tutto ciò per cui aveva ringraziato Ser Arlan nel suo elogio funebre.

Ser Arlan ha davvero nominato cavaliere Dunk in A Knight of the Seven Kingdoms?

L’obiettivo principale di Dunk nell’episodio 1 di A Knight of the Seven Kingdoms è trovare un cavaliere o un lord disposto a garantire per la sua investitura, ma lungo questa parte della storia emergono indizi che suggeriscono che non sia del tutto sincero. Secondo Dunk, Ser Arlan lo avrebbe nominato cavaliere sul letto di morte. Tuttavia, nonostante i frequenti flashback dell’episodio, non assistiamo mai a un momento del genere. Al contrario, ogni ricordo di Ser Arlan suggerisce che non avesse alcuna intenzione di nominare cavaliere il suo scudiero.

È piuttosto probabile che Dunk stia mentendo in A Knight of the Seven Kingdoms. Se fosse stato davvero nominato cavaliere, non avrebbe passato i primi momenti dell’episodio 1 a decidere quale fosse la sua prossima mossa. La sua determinazione lascia intendere che recarsi al torneo fosse un’impresa rischiosa. Tuttavia, Dunk sa che basterebbe una sola vittoria per consolidare il suo status. Naturalmente, il fatto che con ogni probabilità Dunk non sia un vero cavaliere rende il suo obiettivo di trovare qualcuno disposto a garantire per lui apparentemente impossibile. Sarà l’episodio 2 di A Knight of the Seven Kingdoms a chiarire esattamente come riuscirà nell’impresa.

Jason Momoa parla della sua partecipazione al DCU nel ruolo di Lobo dopo il rilancio dello Snyderverse

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Sebbene non sia il protagonista di Supergirl, il debutto dell’iconico personaggio DC Lobo è uno degli elementi più attesi del film. Jason Momoa, star di Aquaman, lo interpreterà in un ruolo secondario, mentre Milly Alcock sarà la protagonista nel ruolo di Kara Zor-El/Supergirl. Dato che ha recitato anche nel DC Extended Universe, la sua partecipazione al reboot del DC Universe è stata una sorpresa per i fan, ma Momoa era interessato al ruolo di Lobo già da molto tempo.

Infatti, l’attore ha recentemente dichiarato di preferire questo ruolo moralmente ambiguo a quello eroico che ha interpretato in precedenza. “È fantastico”, ha detto Momoa (tramite DCU Prime TV su X). “Il mio sogno più grande è interpretare Lobo. Volevo interpretarlo più di Aquaman. Ci siamo”. In precedenza, il co-CEO della DC Studios James Gunn aveva rivelato che Momoa aveva effettivamente fatto pressioni per interpretare Lobo, fin da quando il regista di Superman era stato annunciato come parte della nuova leadership del franchise.

Quando è stato annunciato che avevo ottenuto il lavoro, ho ricevuto immediatamente un messaggio”, ha dichiarato Gunn. “Era Jason Momoa che mi scriveva… tutto in maiuscolo, ‘Lobo, baby’. Un miliardo di punti esclamativi”. Anche il partner di produzione e co-CEO di Gunn, Peter Safran, ha detto la sua, affermando: “Beh, stiamo parlando di Jason Momoa. È perfetto per la parte. Nella vita reale, lui è Lobo”.

Nel corso degli anni, Momoa ha espresso apertamente il suo amore per Lobo dopo la notizia iniziale della sua partecipazione al cast. “Penso semplicemente di essere la persona giusta per interpretare il ruolo”, ha detto l’attore. “Se dovessero assegnarmi un ruolo stereotipato, mettetemi in Lobo. Moto, sigari, feste, dreadlocks… ama la lotta, è divertente”.

Questo è il ruolo che ho sempre voluto interpretare”, ha detto Momoa a Screen Rant l’anno scorso. “È il fumetto che ho amato, quindi sono davvero nervoso… È quasi scontato interpretare questo personaggio”. Al momento, l’unica apparizione annunciata di Momoa nei panni di Lobo è in Supergirl, ma l’attore ha espresso la volontà di tornare nella DCU e sicuramente non mancherà occasione per riportarlo in scena.

LEGGI ANCHE: DC rivela ufficialmente il design di Lobo per il debutto di Jason Momoa in Supergirl

Quello che sappiamo su Supergirl

Oltre a Milly Alcock nei panni della protagonista, Supergirl vedrà anche la partecipazione di Eve Ridley (Il problema dei 3 corpi) nel ruolo di Ruthye Mary Knolle e Matthias Schoenaerts (The Old Guard) nel ruolo del malvagio Krem delle Colline Gialle. Più recentemente, la star di Aquaman, Jason Momoa si è unita al cast nel ruolo di Lobo. Anche Krypto il Supercane dovrebbe avere un ruolo importante nella storia. Le ultime aggiunte al cast sono state David Krumholtz ed Emily Beecham nei ruoli dei genitori di Kara, Zor-El e Alura.

Questa interpretazione di Kara Zor-El si dice sia una “versione meno seria e più provocatoria dell’iconica supereroina”, poiché Gunn cerca di allontanarsi dalle “precedenti rappresentazioni della Ragazza d’Acciaio, in particolare dalla longeva serie CBS/CW interpretata da Melissa Benoist”.

Secondo una breve sinossi, questa storia seguirà Kara mentre “viaggia attraverso la galassia per festeggiare il suo 21° compleanno con Krypto il Supercane. Lungo la strada, incontra una giovane donna di nome Ruthye e finisce per intraprendere una ricerca omicida di vendetta”. L’attrice e drammaturga Ana Nogueira sta attualmente lavorando alla sceneggiatura di Supergirl. La regia verrà firmata da Craig Gillespie.

La Warner Bros. ha annunciato che la nostra nuova Ragazza d’Acciaio prenderà il volo nelle sale il 26 giugno 2026.

Coldwater: la nuova serie thriller di Andrew Lincoln non eguaglia The Walking Dead su Rotten Tomatoes

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La nuova serie thriller di Andrew Lincoln, Coldwater, ha debuttato con recensioni solide ma non all’altezza dei risultati ottenuti dall’attore con The Walking Dead. I punteggi su Rotten Tomatoes raccontano infatti una differenza netta tra il nuovo progetto e le produzioni che hanno reso Lincoln un volto iconico della serialità contemporanea.

Attualmente, Coldwater registra un 73% di gradimento dalla critica e un 64% dal pubblico, risultati considerati “Fresh” secondo i parametri del sito, ma comunque inferiori rispetto a quelli della serie madre e del recente spin-off The Walking Dead: The Ones Who Live. The Walking Dead mantiene infatti un 79% di Tomatometer e un 78% di Popcornmeter, mentre The Ones Who Live ha convinto maggiormente la critica con un 88%, pur fermandosi al 76% sul fronte del pubblico.

Un thriller più intimo e distante dall’epica post-apocalittica

In Coldwater, Lincoln interpreta John, un uomo che decide di trasferire la propria famiglia in un piccolo villaggio scozzese dopo un evento traumatico avvenuto a Londra, durante il quale non è intervenuto per fermare un atto di violenza. Il paese, apparentemente tranquillo, è guidato da Tommy, personaggio interpretato da Ewen Bremner, che si presenta come un leader carismatico e irreprensibile.

A mettere in discussione questa facciata è Fiona, la moglie di John, interpretata da Indira Varma, che nutre fin da subito sospetti sull’uomo e sull’intera comunità. La tensione cresce episodio dopo episodio, portando alla luce segreti oscuri e dinamiche manipolatorie che trasformano il villaggio in una trappola psicologica.

La serie, composta da sei episodi, è stata trasmessa inizialmente su ITVX nel Regno Unito e sta ora arrivando su Paramount+ con una distribuzione settimanale, a partire dal 9 gennaio e fino a febbraio. Un formato compatto, che rende Coldwater una visione meno impegnativa rispetto alle lunghe stagioni dell’universo di The Walking Dead.

Nel frattempo, il futuro di Lincoln nei panni di Rick Grimes resta incerto. The Ones Who Live era concepita come miniserie e non ha piani ufficiali per una seconda stagione, ma le numerose serie derivate ancora in corso alimentano le speculazioni su un possibile ritorno del personaggio, magari in un ultimo crossover.

Anche se Coldwater non ha raggiunto l’impatto culturale delle avventure post-apocalittiche di Rick Grimes, resta un thriller accolto positivamente e rappresenta una nuova direzione per l’attore, lontana dagli zombie ma non dal dramma intenso.

Landman: come la nuova compagnia di Tommy cambierà la serie dalla stagione 3 in poi

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Il finale della seconda stagione di Landman ha segnato una svolta cruciale per il futuro della serie, ribaltando completamente la posizione di Tommy Norris, interpretato da Billy Bob Thornton. Quella che sembra una caduta professionale definitiva potrebbe in realtà aprire un nuovo capitolo narrativo, destinato a ridefinire gli equilibri dello show a partire dalla stagione 3.

Nel finale, il tentativo di Tommy di fermare Cami Miller (Demi Moore) da una trivellazione offshore ad altissimo rischio gli costa il posto alla M-Tex. Una sconfitta apparente che, però, gli restituisce qualcosa di fondamentale: l’indipendenza. Libero dai vincoli aziendali, Tommy decide infatti di fondare una nuova compagnia petrolifera, la CTT Oil, coinvolgendo direttamente il figlio Cooper (Jacob Lofland) e scegliendo finalmente di operare secondo le proprie regole.

CTT Oil e il nuovo asse padre-figlio al centro di Landman

In un’intervista rilasciata a ScreenRant, Jacob Lofland ha spiegato come questo cambiamento potrebbe influenzare profondamente la terza stagione, soprattutto dal punto di vista emotivo. Secondo l’attore, diventare presidente della CTT Oil rappresenta per Cooper un’occasione di crescita personale e un modo per rafforzare il rapporto con il padre, finora segnato da conflitti, errori e silenzi.

La nuova dinamica padre-figlio promette di diventare uno dei pilastri narrativi della serie, con Tommy finalmente nel ruolo di mentore diretto, pronto a trasmettere al figlio ciò che ha imparato — spesso nel modo più duro — nel corso della sua carriera. Un passaggio di testimone che potrebbe rendere Landman ancora più focalizzata sul tema dell’eredità, non solo economica ma anche morale.

Lofland ha inoltre espresso grande entusiasmo per un possibile ritorno alle origini della serie, con maggiore spazio dedicato al lavoro sui giacimenti petroliferi. Le sequenze ambientate sulle piattaforme sono state infatti centrali nell’identità dello show fin dall’inizio, soprattutto dopo l’incidente mortale che ha segnato l’arco narrativo di Cooper nella prima stagione. Un evento che ha definito il tono della serie, mostrando quanto l’industria petrolifera sia intrinsecamente pericolosa.

Nonostante i rischi, Cooper sembra disposto ad affrontarli. Come sottolineato da Lofland, il personaggio è consapevole del prezzo da pagare, ma non intende lasciarsi paralizzare dalla paura. Una filosofia che rispecchia perfettamente lo spirito di Landman: un racconto di uomini e scelte estreme, dove il pericolo è parte integrante del mestiere e della vita stessa.

Al momento, Paramount+ non ha annunciato una data di uscita per la stagione 3, ma le prime indicazioni suggeriscono che la nascita della CTT Oil sarà il motore principale delle prossime evoluzioni narrative.

The Madison: primo trailer svela la nuova serie western di Taylor Sheridan con Michelle Pfeiffer e Kurt Russell

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Il nuovo progetto televisivo di Taylor Sheridan prende finalmente forma. Paramount+ ha diffuso il primo trailer ufficiale di The Madison, offrendo uno sguardo iniziale su una serie che promette di declinare il western contemporaneo in chiave intima ed emotiva. Protagonisti assoluti del racconto sono Michelle Pfeiffer e Kurt Russell, riuniti per la prima volta in un universo seriale firmato Sheridan.

Secondo la logline ufficiale, The Madison racconta le vicende della famiglia Clyburn ed è descritta come uno studio profondo sul lutto e sulle connessioni umane, seguendo una famiglia di New York che si trasferisce nella valle del fiume Madison, nel Montana centrale. Il trailer insiste fin da subito su questo tono: Pfeiffer appare visibilmente segnata dalla perdita, mentre pronuncia parole che chiariscono il cuore tematico della serie — un dolore che ridefinisce identità, relazioni e appartenenza.

Un western emotivo tra famiglie, lutto e territori di confine

A differenza di altri titoli dell’universo di Sheridan, The Madison non è uno spin-off di Yellowstone, nonostante l’ambientazione e alcune affinità tematiche possano suggerirlo. La serie si muove su un terreno più intimo, concentrandosi sullo scontro — e sull’incontro — tra due mondi: quello urbano e quello rurale. Al centro della narrazione ci sono infatti i Clyburn e i McIntosh, due famiglie profondamente diverse, costrette a confrontarsi dopo un evento tragico che lega i loro destini.

Sheridan figura come creatore ed executive producer insieme a David C. Glasser, John Linson, Pfeiffer e Russell. Christina Voros ricopre un doppio ruolo, occupandosi sia della produzione che della regia della serie, rafforzando ulteriormente l’impronta autoriale del progetto.

Il cast comprende anche Beau Garrett, Elle Chapman, Patrick J. Adams e Will Arnett. Kurt Russell interpreterà Preston Clyburn, personaggio avvolto dal mistero e potenzialmente presente solo attraverso flashback, mentre Michelle Pfeiffer vestirà i panni di Stacy Clyburn, madre di due figlie, Page McIntosh e Abigail Reese, figure centrali nel racconto del trauma e della ricostruzione.

Nonostante Sheridan si prepari a lasciare Paramount nei prossimi anni, The Madison conferma quanto il suo sodalizio con lo studio resti prolifico. La serie debutterà su Paramount+ il 14 marzo, presentandosi come un western moderno che sostituisce l’epica del potere con un racconto più silenzioso, fatto di perdita, memoria e legami familiari.

Taboo potrebbe tornare: a nove anni dall’esordio, la serie crime con Tom Hardy verso una clamorosa rinascita

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Il 2026 si sta già delineando come un anno particolarmente intenso per Tom Hardy sul piccolo schermo. Tra i vari progetti in arrivo, un aggiornamento inatteso potrebbe renderlo ancora più significativo: Taboo, l’acclamata serie crime andata in onda nel 2017, potrebbe finalmente tornare con una seconda stagione dopo quasi nove anni di silenzio.

Co-creata e scritta da Steven Knight, Taboo è rimasta a lungo una sorta di culto dimenticato. Nonostante il rinnovo ufficiale arrivato poco dopo la messa in onda della prima stagione, lo sviluppo del seguito si è arenato, complice l’agenda fittissima dei suoi creatori. Hardy e Knight non hanno mai nascosto il desiderio di proseguire la storia, ma fino a oggi erano mancate indicazioni concrete.

Steven Knight: “Io e Tom sappiamo già cosa fare nella stagione 2”

La svolta arriva da una recente intervista di Steven Knight a Radio Times, in cui l’autore ha confermato che il piano per Taboo stagione 2 esiste già ed è stato discusso direttamente con Tom Hardy. Knight ha spiegato che, pur restando una questione di incastri produttivi, la direzione narrativa è chiara e condivisa, trasformando il ritorno della serie in una questione di “quando” piuttosto che di “se”.

La prima stagione di Taboo raccontava, in otto episodi, il ritorno a Londra di James Keziah Delaney, avventuriero enigmatico e tormentato, immerso nei traffici commerciali e nelle ombre dell’Impero britannico dell’Ottocento. Il personaggio, interpretato da Hardy con intensità magnetica, è considerato da molti uno dei suoi ruoli televisivi più riusciti, secondo solo a Peaky Blinders.

All’epoca, la serie ottenne ottimi riscontri di critica e quasi sei milioni di spettatori medi a episodio negli Stati Uniti, spingendo BBC e FX a confermarne rapidamente il rinnovo. Tuttavia, il successo travolgente di Peaky Blinders, insieme a impegni cinematografici come Dunkirk e Venom per Hardy, ha finito per rallentare tutto.

Oggi lo scenario sembra cambiato. Knight ha appena concluso il film Peaky Blinders: The Immortal Man, mentre Hardy potrebbe ritagliarsi una finestra produttiva dopo l’uscita del lungometraggio. Le condizioni ideali, insomma, per riportare in vita l’universo oscuro e affascinante di Taboo.

Se il progetto dovesse concretizzarsi, il ritorno di James Delaney rappresenterebbe uno degli eventi televisivi più attesi dai fan del crime storico, chiudendo finalmente una delle attese più lunghe e misteriose della serialità moderna.

Landman – Stagione 2: la spiegazione del finale di stagione

Landman – Stagione 2: la spiegazione del finale di stagione

Dopo alcuni episodi piuttosto movimentati, il finale della seconda stagione di Landman ha offerto una conclusione soddisfacente alla serie di Taylor Sheridan, ma alcuni degli elementi più convenienti del finale potrebbero richiedere una spiegazione. Il finale della seconda stagione di Landman ha risolto tutte le questioni in sospeso su M-Tex, Cami Miller (Demi Moore) e i colpi di scena della nona puntata della seconda stagione di Landman.

Ora Tommy ha una nuova attività di famiglia da gestire dopo essere stato licenziato dalla M-Tex, Ainsley è finalmente andata al college, Cooper e Ariana si sono fidanzati e il futuro sembra roseo per Landman. Arrivare a quel lieto fine non è stato facile, però, dato che Cooper è stato quasi accusato di omicidio, Tommy è sopravvissuto a stento a un grave incidente stradale e Gallino è riuscito ancora una volta a mettere le mani su tutto. Il percorso verso il finale e la comparsa a sorpresa di un coyote simbolico potrebbero richiedere una spiegazione.

Perché Tommy vede un coyote nel finale della seconda stagione di Landman: la spiegazione

Alla fine della seconda stagione di Landman, Tommy e Angela hanno parlato nel cortile sul retro e Tommy ha visto un coyote. Ha detto al coyote: “No. Oggi non puoi averlo, amico. Oggi è mio”. È stata una nota un po’ strana con cui concludere la seconda stagione di Landman, ma c’era un significato simbolico in quell’interazione. Ricordiamo che anche la prima stagione di Landman si era conclusa con Tommy che parlava con un coyote nel giardino sul retro.

Alla fine della prima stagione di Landman, Tommy aveva scacciato il coyote dicendogli che da quelle parti uccidevano i coyote. Allora, il coyote simboleggiava Tommy intrappolato, sia da Gallino che dall’industria petrolifera nel suo complesso. Lui, come il coyote, era in grave pericolo. Nella seconda stagione di Landman, il coyote rappresenta ancora il pericolo e la morte, ma Tommy gli dice chiaramente che ha vinto e sfuggito alla morte.

Il coyote arriva anche al significato della seconda stagione di Landman nel suo complesso. L’intera stagione ha riguardato Tommy che imparava a sconfiggere il coyote e la morte e il pericolo che esso simboleggia. Tommy ha finalmente smesso di uccidersi per il suo lavoro, ha finalmente iniziato a godersi e ad amare la sua famiglia e ha persino fatto pace con suo padre, TL (Sam Elliott). Tommy ha ingannato la morte e finalmente ha una vita degna di essere vissuta.

Tommy ha fondato una compagnia petrolifera a conduzione familiare: CTT Oil Exploration & Cattle Explained

Uno dei motivi principali per cui la vita di Tommy è finalmente degna di essere vissuta è che ha avviato una sua azienda: la CTT Oil Exploration & Cattle. Come Tommy ha spiegato a pezzi e bocconi, la sigla CTT sta per Cooper (Jacob Lofland), Tommy e Thomas (TL). La parte “cattle” è il risultato della rapidità con cui Tommy ha agito: le aziende non possono avere lo stesso nome di un’azienda già esistente, quindi, per assicurarsi che il nome scritto da Gallino sull’assegno non fosse già stato preso da qualcun altro, Tommy ha pensato a qualcosa di abbastanza “stupido” da non essere utilizzato.

Tommy ha anche assegnato alla maggior parte del cast di Landman un ruolo nella CTT Oil Exploration & Cattle. Mentre stava creando la società, ha anche convinto Gallino a pagare la CTT per rimborsare la M-Tex per i contratti di locazione dei terreni di Cooper, ha ottenuto lo scioglimento del contratto originale con la M-Tex e ha anche assicurato i finanziamenti per nuovi pozzi sul terreno. Tommy ha anche spiegato di aver creato la società invece di accettare un lavoro presso una compagnia petrolifera esistente perché voleva vedere se aveva ancora “un altro asso nella manica”.

Come Tommy ha convinto Gallino a finanziare la sua compagnia petrolifera e il destino di Cami spiegato

Nonostante abbia apertamente disprezzato Gallino (Andy Garcia) e i suoi legami con il cartello per tutta la stagione, Tommy gli ha chiesto dei soldi per finanziare la CTT Oil Exploration & Cattle. Sorprendentemente, nonostante il suo ingente e continuo investimento nella M-Tex, Gallino ha dato a Tommy un totale di 62 milioni di dollari: 44 milioni per riacquistare i contratti di locazione dei terreni di Cooper e 18 milioni per iniziare a perforare nuovi pozzi più profondi sul terreno.

Sebbene sia stata una sorpresa, ci sono alcuni motivi per cui Gallino ha deciso di finanziare la nuova compagnia petrolifera di Tommy. Tommy è riuscito a spiegare bene che Cami e M-Tex non riusciranno a trasformare la piattaforma offshore di gas naturale in una fonte di guadagno importante. Ha anche spiegato che, anche se la piattaforma offshore dovesse trovare il gas, ci sono molti aspetti logistici e finanziari che potrebbero andare storti e ridurre i profitti.

Una volta convinto Gallino che la piattaforma offshore non avrebbe funzionato, Tommy ha posizionato la CTT Oil Exploration & Cattle come una compagnia petrolifera “troppo grande per fallire”. L’intuizione di Cooper sui contratti di locazione era denaro garantito, e i termini originali del loro accordo erano ancora generosi per Gallino. Tommy ha convinto Gallino dimostrandogli che investire nella CTT era un buon modo per recuperare la perdita quasi certa dell’investimento nella M-Tex.

Dato che M-Tex sta quasi certamente andando verso il fallimento, il futuro di Cami a Landman non è molto sicuro. M-Tex probabilmente fallirà, ma Cami può ancora decidere di vendere a una compagnia petrolifera più grande, come suggerito da Nate. Se non lo farà, perderà milioni di dollari. Fortunatamente, ha ancora un enorme fondo fiduciario creato da Monty prima di morire, quindi riuscirà comunque a cavarsela in un modo o nell’altro.

I guai legali di Cooper e come Tommy lo ha tirato fuori dai guai: spiegazione

Dopo che Ariana è stata aggredita e quasi violentata nella stagione 2, episodio 9 di Landman, Cooper l’ha difesa da Johnny. Johnny, tuttavia, è morto per un infarto dopo essere stato portato in ospedale, e la polizia di Odessa ha minacciato di accusare Cooper di aggressione e omicidio. Lo stesso Cooper ha poi ammesso che il pestaggio di Johnny è andato ben oltre i limiti della difesa di Ariana, dato che lo ha colpito 17 volte e ha detto che voleva ucciderlo.

Ci sono alcuni aspetti contorti della vicenda legale di Cooper che necessitano di una spiegazione. La polizia di Odessa ha dichiarato di comprendere la decisione di Cooper di difendere la sua fidanzata da uno stupratore, ma ha minacciato di sporgere denuncia perché Johnny aveva delle conoscenze influenti. Alla fine è riuscito a uscire dalla situazione senza essere incriminato perché Rebecca era il suo consulente legale e Tommy ha chiesto un favore allo sceriffo prima di minacciare di rivolgersi alla stampa.

Cosa significa il finale della seconda stagione di Landman per la terza stagione

Il finale della seconda stagione di Landman ha anche gettato le basi per la terza stagione, già rinnovata. Ora che Tommy ha avviato la CTT Oil Exploration & Cattle, il focus di Landman sarà probabilmente quello di far decollare la sua nuova azienda. Cami e M-Tex non saranno così importanti, anche se probabilmente scopriremo se lei ha venduto l’azienda o meno e se la piattaforma offshore per l’estrazione di gas naturale ha funzionato.

La nuova attenzione rivolta alla CTT ha anche alcune implicazioni per la famiglia Norris e i loro amici. Tommy è più pronto a diventare un padre di famiglia e a concentrarsi sul godersi la vita, e il fatto che la maggior parte della famiglia Norris sia coinvolta nella CTT dovrebbe rendere tutto più facile. Tommy può ancora essere un maniaco del lavoro, ma lavorerà con suo padre e suo figlio invece che per una vedova inesperta e in lutto.

Si spera che la creazione della CTT significhi anche che la terza stagione di Landman sarà nuovamente incentrata sul cartello. Tommy ha accettato “i soldi del diavolo” da Gallino per avviare la CTT e ora ha un enorme interesse finanziario nella società. I legami di Gallino con il cartello non sono stati molto evidenti nella seconda stagione di Landman, ma ora la terza stagione offre l’occasione perfetta per far sentire a Tommy la pressione di aver accettato denaro proveniente dal traffico di droga.

Al di fuori della CTT, Landman ha anche preparato alcune storie personali da seguire nella prossima stagione. Probabilmente vedremo Ainsley adattarsi alla vita universitaria e alla sua squadra di cheerleader, e Angela lottare per abituarsi alla sindrome del nido vuoto. Anche la storia d’amore tra Rebecca e Charlie dovrebbe essere al centro dell’attenzione, e quasi certamente vedremo Cooper e Ariana sposarsi finalmente. La terza stagione di Landman ha un futuro brillante davanti a sé.

George R.R. Martin ha regalato 12 storie inedite allo showrunner di A Knight of the Seven Kingdoms

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Il prossimo capitolo dell’universo di Game of Thrones potrebbe essere molto più pianificato di quanto i fan immaginassero. In vista del debutto di A Knight of the Seven Kingdoms, George R. R. Martin ha infatti condiviso con lo showrunner della serie, Ira Parker, ben 12 storie inedite ambientate nel ciclo narrativo di Tales of Dunk and Egg, mai pubblicate ufficialmente.

La rivelazione arriva da un’intervista rilasciata da Parker a The Hollywood Reporter, nella quale lo showrunner ha spiegato che Martin non si è limitato alle tre novelle già note al pubblico. Oltre a Il Cavaliere Errante, La Spada Giurata e Il Cavaliere dei Sette Regni, l’autore ha fornito una serie di outline che tracciano il percorso di Dunk e Egg per gran parte delle loro vite, offrendo una mappa narrativa molto più ampia rispetto a quanto disponibile finora nei libri.

Una base narrativa solida per evitare gli errori del passato

Secondo Parker, alcune di queste storie sono poco più che sinossi di poche righe, mentre altre risultano decisamente più dettagliate. In ogni caso, il materiale fornito da Martin rappresenta una bussola fondamentale per evitare problemi di coerenza narrativa che avevano segnato le fasi finali della serie madre. Conoscere in anticipo le grandi svolte del destino dei protagonisti permette infatti di costruire una serie televisiva con una direzione chiara, anche in assenza dei romanzi completi.

Al momento, HBO ha confermato che A Knight of the Seven Kingdoms adatterà esclusivamente le tre novelle già pubblicate. Tuttavia, qualora la serie dovesse incontrare il favore del pubblico e ottenere rinnovi per più stagioni, il materiale inedito potrebbe diventare la base per un’espansione naturale della storia. Parker ha dichiarato apertamente che sarebbe entusiasta di raccontare sullo schermo tutte e dodici le avventure ancora sconosciute di Dunk ed Egg.

Lo showrunner non ha nascosto però le incognite legate al lancio di una nuova serie all’interno di un franchise così imponente. A Knight of the Seven Kingdoms avrà un budget sensibilmente inferiore rispetto a House of the Dragon, che si aggira intorno ai 20 milioni di dollari a episodio. Questo significa meno draghi, meno location spettacolari e un’impostazione più intima, incentrata sui personaggi e sul viaggio.

La serie debutterà su HBO il 18 gennaio 2026, segnando l’inizio di una nuova avventura a Westeros, più contenuta nelle dimensioni ma potenzialmente decisiva per il futuro dell’intero universo narrativo.

È morto Roger Allers, regista de Il Re Leone: l’omaggio Disney a un visionario dell’animazione

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Il mondo dell’animazione piange Roger Allers, storico autore Disney e figura chiave del cosiddetto Rinascimento Disney. Il regista e animatore si è spento all’età di 76 anni. La notizia della sua scomparsa è stata confermata dal collega e amico Dave Bossert, che ne ha ricordato il talento e l’umanità con un lungo e commosso messaggio condiviso sui social.

Allers è stato una presenza centrale nell’evoluzione dell’animazione Disney dagli anni Ottanta in poi. Entrato negli studi come storyboard artist per Tron (1982), ha contribuito in modo decisivo a titoli fondamentali come Oliver & Company, La sirenetta, La bella e la bestia e Aladdin. Proprio La bella e la bestia, di cui fu head of story, segnò una svolta storica diventando il primo film animato candidato all’Oscar come Miglior Film.

Il Re Leone e l’eredità del Rinascimento Disney

Il suo nome resterà però indissolubilmente legato a Il Re Leone, da lui co-diretto insieme a Rob Minkoff nel 1994. Il film si trasformò in un fenomeno globale, vincendo il Golden Globe come Miglior Film – Musical o Commedia e diventando uno dei più grandi successi commerciali e culturali della storia Disney. Allers contribuì anche alla trasposizione teatrale dell’opera, firmando l’adattamento per Broadway de The Lion King, spettacolo pluripremiato con numerosi Tony Awards.

Nel suo messaggio, Dave Bossert ha ricordato Allers non solo come artista straordinario, ma come una persona di rara gentilezza, capace di trattare ogni collaboratore con rispetto e attenzione, indipendentemente dal ruolo. Un tratto umano che, secondo molti colleghi, non venne mai offuscato dal successo.

Allers continuò a collaborare con Disney anche in seguito, lasciando il segno su progetti come Le follie dell’imperatore e Lilo & Stitch, contribuendo a formare nuove generazioni di animatori e storyteller.

A rendergli omaggio è stato anche Bob Iger, CEO di The Walt Disney Company, che lo ha definito un «visionario creativo» capace di comprendere il potere senza tempo della narrazione, dell’emozione e della musica. Un’eredità che continuerà a vivere nei film che hanno segnato l’infanzia e l’immaginario di milioni di spettatori in tutto il mondo.

Smallville: la spiegazione del finale di serie e il compimento del destino di Clark Kent

Sono passati più di dieci anni dalla conclusione di Smallville, eppure il finale della serie continua a essere ricordato come uno dei più ambiziosi e simbolicamente densi nella storia delle produzioni supereroistiche televisive. Quello che era iniziato come un teen drama con elementi fantastici si è trasformato, stagione dopo stagione, in un racconto di formazione epico, capace di accompagnare Clark Kent dall’adolescenza alla piena assunzione del ruolo di Superman. Un percorso lungo 218 episodi, il più esteso mai dedicato allo stesso interprete dell’Uomo d’Acciaio: Tom Welling.

Il finale aveva dunque un peso enorme da sostenere. Doveva chiudere archi narrativi decennali, rendere giustizia ai personaggi storici e, soprattutto, completare la trasformazione di Clark senza tradire la filosofia fondante della serie. Smallville non è mai stata la storia di Superman: è stata la storia di come Clark Kent diventa Superman. E il finale non dimentica mai questa premessa.

Darkseid, Apokolips e la minaccia finale

L’ultima stagione introduce la sfida più grande affrontata da Clark: Darkseid. A differenza della sua incarnazione fumettistica, in Smallville Darkseid è una forza quasi metafisica, un’oscurità primordiale capace di insinuarsi negli esseri umani sfruttandone paure, traumi e sensi di colpa. Non combatte con la forza bruta, ma con la corruzione morale. Il suo piano culmina con l’arrivo di Apokolips, il pianeta infernale che si avvicina alla Terra, pronto a schiacciarla fisicamente e spiritualmente.

Il pericolo diventa personale quando Darkseid prende il controllo di Oliver Queen. La minaccia non è più solo cosmica, ma intima: Clark rischia di perdere le persone che ama e, soprattutto, di perdere se stesso. È qui che il finale chiarisce uno dei suoi temi centrali: Superman non nasce dalla forza, ma dalla capacità di resistere all’odio.

Lasciare andare il passato per diventare Superman

Il vero ostacolo che Clark deve superare non è Darkseid, ma il peso del passato. Il senso di colpa per la morte di Jonathan Kent è sempre stato il varco attraverso cui l’oscurità cercava di entrare. Il tentativo di “andare avanti” vendendo la fattoria e lasciando Smallville si rivela però un errore: Clark confonde il distacco con la rinuncia alle proprie radici.

Il finale ribadisce che Superman non nasce cancellando il passato, ma accettandolo. Solo quando Clark smette di punirsi e riconosce che l’amore per i suoi genitori adottivi è una forza, non una debolezza, Darkseid perde ogni presa su di lui.

Lex Luthor, Tess Mercer e l’inevitabilità del destino

Il ritorno di Lex Luthor, interpretato nuovamente da Michael Rosenbaum, è uno dei momenti più attesi e significativi del finale. Lex non è più in conflitto con la propria identità: accetta finalmente di essere il villain della storia. La sua consapevolezza rafforza quella di Clark. Sono destinati a scontrarsi perché rappresentano due risposte opposte allo stesso trauma.

Tess Mercer completa il suo arco narrativo con un gesto estremo e tragico: cancellare la memoria di Lex, privandolo non solo del segreto di Clark, ma di tutto ciò che lo ha reso ciò che è. La sua morte sancisce uno dei messaggi più forti della serie: il sangue non determina il destino. Tess dimostra che si può scegliere chi essere, anche pagando il prezzo più alto.

Padri e figli: il cuore emotivo del finale

La scena nel granaio con Jonathan e Martha Kent rappresenta l’anima di Smallville. I genitori di Clark riconoscono che il loro compito è finito. Non devono più guidarlo: devono lasciarlo andare. È un passaggio di testimone che prepara l’incontro finale con Jor-El, l’altra figura paterna che ha sempre rappresentato il dovere e il sacrificio.

Solo unendo l’insegnamento umano di Jonathan e quello kryptoniano di Jor-El, Clark diventa completo. Il costume che Martha ha cucito non è un semplice simbolo: è la sintesi delle sue due identità.

Il volo, la rivelazione e la nascita del Man of Tomorrow

Quando Clark finalmente vola, Smallville rompe la sua regola più iconica. Non è un fan service gratuito, ma la conclusione naturale di un blocco psicologico durato dieci stagioni. Clark non volava perché non si sentiva degno. Nel momento in cui accetta di essere un simbolo di speranza, il volo diventa inevitabile.

La sconfitta di Darkseid e l’allontanamento di Apokolips non avvengono solo grazie alla forza, ma attraverso un atto di fede nell’umanità. Superman si rivela al mondo non come un dio, ma come un esempio. Da quel momento, Clark Kent diventa la maschera; Superman, la verità.

Uno sguardo al futuro e l’eredità di Smallville

Il flash-forward finale chiude il cerchio: il Daily Planet, Lois e Clark insieme, Lex in politica, Metropolis ancora bisognosa di un eroe. Tutto è al suo posto. Il gesto iconico della camicia aperta, accompagnato dal tema di John Williams, non è nostalgia fine a se stessa: è un passaggio di eredità. Smallville riconosce il mito, ma lo rende suo.

Il finale non racconta la fine di Superman, ma l’inizio di una leggenda. Ed è proprio per questo che, a distanza di anni, continua a funzionare: perché non parla di potere, ma di scelta. Di amore. Di responsabilità. Di speranza.

Come si dice amore? – spiegazione del finale: la verità sul passato di Do Ra-Mi e Mu-Hee

Dopo 12 vivaci episodi, Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?) si è concluso con il botto. A guidare il cast del k-Drama di Netflix Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?) c’è il veterano del settore Kim Seon-ho nei panni dell’interprete di lingue straniere Joo Ho-jin, che inaspettatamente incrocia la strada dell’attrice Cha Mu-Hee (Go Youn-jung) proprio prima che la sua carriera decolli. Mesi dopo, i due si ritrovano per lavoro.

Al centro della serie originale Netflix c’è uno show nello show, in cui Mu-hee corteggia l’attore giapponese Hiro Kurosawa (Sota Fukushi) in giro per il mondo in un reality show di incontri chiamato Romantic Trip. Ho-jin colma il divario linguistico tra i due, ma le insicurezze e i traumi passati di Mu-hee culminano in una crisi di salute mentale, con Ho-jin che si dedica con tutte le sue forze a salvarla.

Cha Mu-Hee e Joo Ho-Jin finiranno insieme in Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?)?

La storia d’amore tra Cha Mu-hee e Joo Ho-jin ha richiesto un po’ di tempo, ma ne è valsa sicuramente la pena. Il trauma di Mu-hee l’aveva convinta di non essere amabile, quindi spesso fuggiva dai suoi veri sentimenti come meccanismo di difesa. Ho-jin l’ha convinta a smettere di sabotarsi con una scappatoia: i due hanno iniziato a frequentarsi con l’affermazione che alla fine si sarebbero lasciati.

L’amata coppia del K-drama mantiene quella promessa rompendo nel finale della serie, ma si tratta di una pausa temporanea nella loro storia d’amore. Dopo un periodo a Los Angeles, Mu-hee torna in Corea e professa il suo amore a Ho-jin in tutte le lingue che lui capisce. Il viaggio è stato difficile, ma la coppia centrale del K-drama si guadagna un meritato lieto fine.

Cosa rappresenta davvero Ra-Mi: Mu-Hee soffre di DID?

Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?)

Durante tutta la commedia romantica, c’è stata una sottotrama inquietante riguardante il rapporto di Mu-hee con Do Ra-mi, lo zombie che ha interpretato e che l’ha portata al successo. Do Ra-mi ha iniziato ad apparire come un’allucinazione e poi sembrava possedere completamente Mu-hee per giorni e giorni, spingendo gli spettatori a chiedersi se l’alter ego fosse una forma di sindrome dell’impostore o un vero e proprio disturbo dissociativo dell’identità (DID).

Nonostante gli elementi horror del K-drama, a Mu-hee non viene mai data una diagnosi esplicita e Da Ra-mi scompare completamente dopo che l’eroina affronta il suo trauma infantile. In realtà, il sabotatore interiore non risale alla sua carriera, ma a sua madre, che insisteva nel dire che Mu-hee non sarebbe mai stata felice o veramente amata.

Di conseguenza, quando si risveglia dal coma e scopre la sua fama, il dubbio di Mu-hee si manifesta sotto forma di critiche da parte della madre. Tuttavia, poiché Mu-hee stava ancora reprimendo quei ricordi dolorosi, l’unico nome che poteva dare a quella figura era Do Ra-mi, il personaggio che le aveva dato la notorietà.

Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?) rivela che i genitori di Mu-Hee non sono mai morti

Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?)

Parte del motivo per cui Mu-hee ha interiorizzato gli abusi di sua madre era perché pensava di aver assistito alla tragica morte dei suoi genitori da bambina, quando sua madre le avvelenò la torta di compleanno. Suo zio paterno non fece altro che rafforzare questa versione dei fatti, causando a Mu-hee un senso di colpa che l’ha tormentata per decenni. Un confronto finale con i suoi genitori adottivi porta Mu-hee a scoprire la verità: tutti sono sopravvissuti.

Il colpo di scena dell’ultimo secondo del K-drama ha dato alla protagonista un motivo per lasciare la Corea nel finale di Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?), quando Mu-hee è partita per gli Stati Uniti per affrontare una volta per tutte la sua madre naturale. Lo spettatore non vede nulla del viaggio in solitaria di Mu-hee, ma il suo ritorno pieno di speranza indica che è riuscita a trovare la pace.

Shin Ji-Sun e Kim Yong-U scappano insieme

Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?)

Il finale migliore del drama coreano è stato senza dubbio quello della coppia secondaria. In Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?), la storia d’amore spensierata tra Kim Yong-u (Choi Woo-sung) e Shin Ji-sun (Lee Yi-dam) è contrapposta a quella della coppia principale. Yong-u, il devoto manager di Mu-hee, è finito per essere il partner perfetto per la produttrice Ji-sun, che all’inizio della serie era l’amore segreto di Ho-jin.

In netto contrasto con i conflitti angoscianti di Mu-hee e Ho-jin, Ji-sun e Yong-u hanno intrapreso una relazione appassionata che è sbocciata in un rapporto sano. Ji-sun e Ho-jin chiariscono la situazione senza rancore nel finale della serie, dando a Ji-sun la libertà di dedicarsi completamente a Yong-u. Alla fine, partono per il Regno Unito come una coppia felicemente fidanzata.

Questo amore può essere tradotto? Dà a Hiro il suo lieto fine

Hiro non è mai sembrato un possibile interesse amoroso per Mu-hee, ma nonostante ciò ha sviluppato dei sentimenti per l’attrice. La sua attrazione era evidente fin dall’inizio, anche se l’intromissione di Do Ra-mi ha alimentato le fiamme durante tutto il secondo atto della serie. Di conseguenza, Hiro ha confessato più volte i suoi sentimenti in modo non ufficiale, accettando il rifiuto come un’opportunità di apprendimento.

Pur non essendo il protagonista maschile romantico del K-drama, Hiro esce comunque da Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?) come un uomo cambiato. L’attore giapponese usa il suo nuovo coraggio per ottenere un ruolo ambito in un film importante, riconoscendo che il tempo trascorso sul set di Romantic Trip gli ha insegnato che correre dei rischi è meglio che vivere per sempre con il rimpianto.

Il vero significato di Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?)

Il vero significato di Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?)

Fin dall’inizio, Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?) è stato molto più di una tipica commedia romantica. Da Mu-hee che aiuta Ho-jin a ricostruire lentamente il suo rapporto con la madre al continuo botta e risposta riguardante gli oggetti d’antiquariato ereditati da Ho-jin, il drama riflette come, sia che si fugga dal passato o ci si senta bloccati in esso, la comunicazione sia la chiave per guarire.

Inoltre, l’analisi degli stili di attaccamento e l’istinto di lotta o fuga di Mu-hee hanno reso Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?) un K-drama incredibilmente stimolante, costringendo lo spettatore a confrontarsi con le proprie ansie relazionali. Come Mu-hee stessa impara alla fine, Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?) ci ricorda che tutti siamo degni di amore: dobbiamo solo trovare la giusta lunghezza d’onda comunicativa.

The Batman – Parte II: il casting conferma l’assenza di un personaggio chiave dell’universo DC

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Quando The Batman è arrivato nelle sale nel marzo 2022, ha ridefinito il Cavaliere Oscuro con un approccio cupo, realistico e profondamente radicato nella corruzione sistemica di Gotham City. Al momento dell’uscita di The Batman – Parte II, previsto non prima del 2027, saranno passati circa cinque anni tra un capitolo e l’altro: un intervallo lungo, che rende inevitabile l’attesa spasmodica dei fan e l’attenzione maniacale su ogni dettaglio produttivo, a partire dal casting.

Ed è proprio il casting, tra annunci ufficiali e rumor sempre più insistenti, a suggerire un’assenza importante nel sequel diretto da Matt Reeves: quella di Dick Grayson, alias Robin.

La recente notizia dell’ingresso di Sebastian Stan nei panni di Harvey Dent ha immediatamente indirizzato le aspettative narrative del film. Anche senza ipotizzare una trasformazione completa in Due Facce, la presenza di Dent indica chiaramente la volontà di approfondire ancora una volta il tema della corruzione istituzionale, già centrale nel primo capitolo. A questo si aggiungono indiscrezioni su altri personaggi chiave dell’universo di Gotham, che renderebbero The Batman – Parte II un film estremamente denso dal punto di vista narrativo.

Un sequel affollato che lascia poco spazio a Robin

The Batman - Parte 2- Jeffrey Wright Jim Gordon nel sequel

Secondo i rumor, il film potrebbe includere figure come Jeremiah Arkham o addirittura la Corte dei Gufi come antagonisti principali o secondari. Se anche solo una parte di queste voci si rivelasse fondata, il risultato sarebbe un sequel ricchissimo di personaggi, sottotrame e conflitti. In uno scenario del genere, l’introduzione di Robin rischierebbe di apparire forzata o sacrificata, senza lo spazio necessario per svilupparne il percorso emotivo e simbolico.

Va detto che né Dick Grayson né qualsiasi altra incarnazione di Robin – da Jason Todd a Tim Drake, fino a Damian Wayne – è mai stata ufficialmente annunciata per The Batman – Parte II. Tuttavia, il primo film aveva seminato alcuni indizi interessanti: Bruce Wayne mostrava una forte empatia per il figlio del sindaco Don Mitchell Jr., rimasto orfano dopo l’omicidio del padre, arrivando persino a salvarlo durante il funerale. Un momento che molti avevano letto come una possibile premessa emotiva per l’arco narrativo di Robin.

Eppure, alla luce delle attuali scelte di casting, quella suggestione sembra destinata a restare tale. Il progetto di Reeves pare guardare più a opere come Batman: Dark Victory e The Long Halloween, da cui già il primo film traeva ispirazione, privilegiando una coralità di villain e una Gotham soffocata dal crimine piuttosto che il racconto di una “famiglia” di eroi.

Introdurre Robin in modo efficace richiederebbe tempo, attenzione e una centralità narrativa che The Batman – Parte II potrebbe non potersi permettere. In questo senso, l’assenza del Ragazzo Meraviglia non appare come una mancanza, ma come una scelta coerente con la visione di Reeves: un Batman ancora solo, incompleto e immerso fino al collo nelle ombre della sua città.

A Knight of the Seven Kingdoms: il trailer “This Season On” svela il tono del nuovo prequel di Game of Thrones

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Il mondo di Westeros è pronto ad espandersi ancora. HBO ha pubblicato il trailer “This Season On” di A Knight of the Seven Kingdoms, nuovo prequel ambientato nell’universo di Game of Thrones, offrendo finalmente un primo sguardo più concreto sul tono, l’atmosfera e la direzione narrativa della serie. Dopo House of the Dragon, il franchise torna a esplorare il passato dei Sette Regni con un progetto molto diverso per scala e sensibilità.

Basata sulle novelle di George R.R. Martin note come Dunk and Egg, la serie si colloca circa un secolo prima degli eventi di Game of Thrones, seguendo le vicende di Ser Duncan l’Alto e del suo giovane scudiero Egg, destinato a diventare Aegon V Targaryen. Il trailer non punta su grandi battaglie o draghi, ma su un approccio più intimo, cavalleresco e avventuroso, segnando una chiara cesura rispetto alle recenti incarnazioni del franchise.

Un prequel più intimo e avventuroso per il mondo di Westeros

Il filmato “This Season On” mostra un Westeros meno dominato dalla politica spietata delle grandi casate e più vicino al mito del cavaliere errante. Tornei, viaggi, incontri fortuiti e un senso di scoperta emergono come elementi centrali, suggerendo una narrazione più lineare e umana, pur restando ancorata alle tensioni sociali e morali tipiche dell’universo creato da Martin.

Dal punto di vista visivo, A Knight of the Seven Kingdoms sembra privilegiare un’estetica più sobria e luminosa rispetto al passato, con costumi e scenografie che richiamano un’epoca di transizione: i Targaryen sono ancora sul Trono di Spade, ma il loro potere non è più assoluto. Il trailer suggerisce anche una maggiore attenzione al rapporto tra i due protagonisti, cuore emotivo del racconto, costruito su lealtà, crescita e confronto generazionale.

HBO punta così a differenziare ulteriormente il brand, evitando la ripetizione dei meccanismi narrativi di Game of Thrones e House of the Dragon. Non una storia di grandi guerre civili, ma un racconto di formazione ambientato in un mondo che sta lentamente cambiando, dove l’ideale cavalleresco è già messo alla prova dalla realtà.

Al momento, la rete non ha ancora comunicato una data di uscita precisa, ma il trailer conferma che A Knight of the Seven Kingdoms è uno dei titoli chiave della prossima stagione televisiva HBO. Un progetto che potrebbe conquistare sia i fan storici, sia chi cerca un punto d’ingresso più accessibile nell’universo di Westeros.

James Gunn smentisce i rumor sul casting di Batman e Wonder Woman per Superman: Man of Tomorrow

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Dopo il buon riscontro ottenuto da Superman, primo tassello cinematografico del nuovo DC Universe, i fan attendono con impazienza l’arrivo degli altri due pilastri della Trinità DC: Batman e Wonder Woman. Tuttavia, nelle ultime ore, a spegnere le aspettative su un loro imminente debutto è intervenuto direttamente James Gunn, che ha chiarito la situazione sul casting di Superman: Man of Tomorrow, sequel già annunciato e molto discusso.

Negli ultimi giorni, infatti, diversi rumor sostenevano che attori e attrici stessero già sostenendo provini per interpretare il Cavaliere Oscuro e l’Amazzone nel nuovo film. A seguito di una domanda diretta da parte di un fan, Gunn ha risposto senza mezzi termini su Threads: «Tutti questi rumor sulle audizioni per Batman e Wonder Woman sono falsi». Una dichiarazione netta, che chiude – almeno per ora – ogni speculazione su una loro apparizione nel sequel.

Il casting di Man of Tomorrow e il futuro della Trinità DC

Gunn ha inoltre ridimensionato le voci su un presunto grande annuncio di casting in arrivo, spiegando che la vera novità già comunicata riguarda Brainiac, personaggio chiave del nuovo corso DC. «La grande notizia era Brainiac. Molti altri ruoli importanti riguardano personaggi che il pubblico ha già incontrato. I ruoli più piccoli, invece, sono in fase di casting ora», ha chiarito il regista.

Secondo Gunn, l’origine dei rumor potrebbe derivare dal fatto che la produzione sta effettivamente cercando un’attrice per un ruolo femminile in Man of Tomorrow. «Stiamo attualmente facendo casting per un personaggio femminile. Il mio unico pensiero è che alcuni scoopers abbiano ipotizzato si trattasse di Wonder Woman», ha aggiunto. Tra le ipotesi circolate online figurano nomi come Starfire, Big Barda o Jenny Sparks, figure legate a futuri progetti del DCU ma non necessariamente alla Trinità.

Sul fronte dei desideri dei fan, le suggestioni non mancano. Per Batman si sono fatti i nomi di Jonathan Bailey, Brandon Sklenar e persino Tom Welling, storico volto di Smallville. Per Wonder Woman, invece, restano popolari Alexandra Daddario e Melissa Barrera, spesso citate nei fan casting online.

Già in passato Gunn aveva affrontato il tema, parlando dell’esistenza di Wonder Woman nel nuovo universo narrativo: «Esisterà, prima o poi», aveva dichiarato, aggiungendo però di non sapere se il personaggio sia già attivo nella linea temporale attuale. Una cautela che contrasta con l’approccio adottato per Batman, attorno al quale il DCU si sta strutturando con maggiore chiarezza.

Tra i progetti confermati figurano The Brave and the Bold, film canonico che introdurrà Bruce Wayne insieme al figlio Damian nei panni di Robin, e Dynamic Duo, lungometraggio animato in stop-motion dedicato a Dick Grayson e Jason Todd, dalla canonicità ancora incerta.

In definitiva, se l’aggiornamento può sembrare deludente per chi sperava in annunci imminenti, il messaggio di Gunn resta chiaro: Batman e Wonder Woman arriveranno nel DC Universe. Non è una questione di se, ma semplicemente di quando.

Prima di Noi: le differenze tra il romanzo di Giorgio Fontana e la serie tv Rai

Trasposta per il piccolo schermo e andata in onda su Rai 1 dal 4 gennaio 2026, Prima di Noi rappresenta uno dei più ambiziosi adattamenti letterari della recente fiction italiana. Il progetto nasce dal romanzo omonimo di Giorgio Fontana, vincitore del Premio Campiello, ed è stato diretto da Daniele Luchetti e Valia Santella.

Se il cuore tematico dell’opera rimane invariato — il racconto di una famiglia italiana lungo il Novecento come specchio della Storia collettiva — il passaggio dal romanzo alla serie comporta scelte narrative, strutturali e simboliche che vale la pena analizzare nel dettaglio.

Una struttura corale che cambia forma

Nel romanzo Prima di noi, Fontana costruisce un affresco ampio e stratificato, seguendo quattro generazioni della famiglia Sartori attraverso una narrazione polifonica, fatta di salti temporali, cambi di punto di vista e un uso intenso della memoria come dispositivo narrativo. Il lettore è chiamato a orientarsi in una materia densa, dove passato e presente dialogano costantemente.

La serie tv, per esigenze di racconto seriale, razionalizza questa complessità. Pur mantenendo l’arco generazionale, la narrazione si organizza in blocchi temporali più netti, spesso centrati su singoli personaggi o momenti chiave. Il risultato è un racconto più lineare, pensato per accompagnare lo spettatore episodio dopo episodio, riducendo volutamente l’effetto di spaesamento che invece nel romanzo è parte integrante dell’esperienza di lettura.

Dai pensieri alle azioni: il problema dell’interiorità

Una delle differenze più evidenti riguarda il trattamento dell’interiorità dei personaggi. Il romanzo vive di riflessioni, silenzi interiori, contraddizioni non esplicitate. Fontana scava nella coscienza dei suoi protagonisti, mostrando come le grandi trasformazioni storiche — guerra, industrializzazione, conflitti sociali — si riflettano in scelte intime, spesso dolorose.

La serie tv traduce questa interiorità in azione e dialogo. I conflitti diventano più visibili, più esplicitati, talvolta persino semplificati per esigenze di ritmo e chiarezza. Non è una perdita totale, ma una trasformazione: ciò che nel libro era pensiero diventa gesto, sguardo, confronto verbale. Il linguaggio audiovisivo sostituisce la pagina, ma inevitabilmente riduce alcune ambiguità psicologiche che nel romanzo restavano aperte.

Il tempo storico: dal racconto alla messa in scena

Nel romanzo, la Storia è spesso evocata più che mostrata. Gli eventi storici — fascismo, Resistenza, boom economico — filtrano attraverso le vite quotidiane, senza mai diventare pura cronaca. Fontana privilegia l’impatto emotivo e morale del tempo storico sui personaggi.

La serie, invece, visualizza la Storia. Scenografie, costumi, ambientazioni e ricostruzioni d’epoca assumono un ruolo centrale. Il Novecento italiano diventa materia visiva, riconoscibile e concreta, con una maggiore attenzione alla dimensione spettacolare. Questo rende il racconto più accessibile e immediato, ma allo stesso tempo sposta l’asse dall’introspezione alla rappresentazione.

Personaggi ridisegnati e gerarchie narrative

Un’altra differenza significativa riguarda il peso dei personaggi. Nel romanzo, la coralità è radicale: non esistono veri protagonisti, ma una costellazione di figure che emergono e si eclissano nel corso della narrazione.

Nella serie tv, alcune figure vengono rafforzate, altre ridimensionate. Per necessità seriali, emergono personaggi-cardine che guidano emotivamente lo spettatore, creando punti di riferimento più stabili. Questo comporta anche alcune modifiche caratteriali: certi personaggi risultano più netti, più definiti, meno contraddittori rispetto alle loro controparti letterarie.

Fedeltà tematica, libertà narrativa

Nonostante le differenze, la serie resta profondamente fedele allo spirito del romanzo. Prima di Noi continua a interrogarsi sul senso di appartenenza, sulla responsabilità individuale dentro la Storia, sul peso delle scelte che si tramandano di generazione in generazione.
Dove il libro chiede al lettore uno sforzo attivo di ricomposizione, la serie sceglie l’empatia e la continuità emotiva, adattando la complessità letteraria a un pubblico più ampio senza tradirne il nucleo tematico.

Due opere, due esperienze complementari

Romanzo e serie tv non si escludono, ma si completano. Il libro di Giorgio Fontana resta un’esperienza più profonda e stratificata sul piano psicologico e linguistico; la serie diretta da Daniele Luchetti e Valia Santella offre invece una rilettura visiva, emotivamente coinvolgente e capace di restituire il respiro collettivo della storia italiana.

In definitiva, Prima di Noi dimostra come un adattamento possa essere fedele non tanto alla lettera, quanto all’anima di un’opera, accettando la trasformazione come parte inevitabile — e necessaria — del passaggio da una forma all’altra.

Fire Country cambia guida: la showrunner Tia Napolitano lascia la serie dopo la stagione 4

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Scossone creativo in arrivo per Fire Country. La serie action–drama di CBS, tra le più seguite del network negli ultimi anni, si prepara ad affrontare una fase di transizione importante: Tia Napolitano, showrunner e produttrice esecutiva sin dalle origini dello show, lascerà il progetto al termine della quarta stagione.

La notizia, riportata da Deadline, arriva in un momento delicato. Fire Country non è ancora stato ufficialmente rinnovato per una quinta stagione, ma il suo rendimento costante negli ascolti rende il proseguimento altamente probabile. L’uscita di Napolitano, però, introduce una variabile significativa nella tenuta creativa della serie, che negli anni ha costruito un’identità molto riconoscibile.

Entrata nel progetto subito dopo il pilot, Napolitano ha affiancato il creatore e protagonista Max Thieriot e gli sceneggiatori Tony Phelan e Joan Rater, contribuendo a trasformare Fire Country nel titolo più visto tra le nuove serie CBS del 2022. Il suo lavoro è stato centrale nel bilanciare il racconto action con i temi della redenzione, della famiglia e del senso di colpa che attraversano il personaggio di Bode Donovan.

In una dichiarazione congiunta, la presidente di CBS Entertainment Amy Reisenbach e il presidente di CBS Studios David Stapf hanno sottolineato il peso del contributo di Napolitano, definendo Fire Country “la base di un universo in espansione” e ringraziandola per il lavoro svolto, lasciando però intendere che il progetto proseguirà con una nuova guida.

Al momento, CBS è già alla ricerca di un nuovo showrunner. Una scelta che sarà cruciale: Fire Country è ormai una serie consolidata, ma cambiare leadership creativa dopo quattro stagioni comporta sempre il rischio di alterarne l’equilibrio. La stagione 5, se confermata, dovrà quindi dimostrare di saper evolvere senza perdere la coerenza narrativa che ha reso lo show un successo.

The Rookie sta per dire addio a un personaggio storico?

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The Rookie sta per dire addio a un personaggio storico?

Con il ritorno in onda dell’ottava stagione di The Rookie, la serie ABC ha iniziato a ridisegnare in modo significativo gli equilibri interni della divisione di Mid-Wilshire. Dopo un debutto ambizioso e fortemente politico, il secondo episodio segna un punto di svolta che potrebbe avere conseguenze permanenti su uno dei personaggi più sottovalutati – ma centrali – dello show: Wade Grey.

La storyline avviata nel premiere, legata all’indagine su Monica e al coinvolgimento dell’FBI, ha portato l’agente federale Matt Garza a cercare un referente interno alla squadra. Dopo il rifiuto di Nyla Harper, la proposta è arrivata a Grey, reduce da una crisi personale e professionale che lo ha spinto ad accettare. Da quel momento, il suo ruolo a Mid-Wilshire ha iniziato a cambiare in modo silenzioso ma profondo.

Il nuovo incarico di Grey potrebbe segnare un’uscita definitiva

Formalmente, Grey non ha lasciato la divisione. Il suo ufficio è ancora lì, nello stesso edificio, e la serie insiste più volte su questo dettaglio. Ma narrativamente, il passaggio di consegne è già avvenuto: in Fast Andy, Tim Bradford assume il ruolo di Watch Commander, diventando di fatto il nuovo punto di riferimento operativo del team.

È un cambiamento che va oltre la semplice riorganizzazione interna. Il nuovo incarico di Grey lo proietta in una dimensione diversa, più ampia e meno legata alla quotidianità della squadra. Il coordinamento con l’FBI apre possibilità concrete di avanzamento, rendendo plausibile un suo definitivo allontanamento da Mid-Wilshire. Tornare indietro, a questo punto, creerebbe inevitabili problemi di gerarchia e continuità narrativa.

Non a caso, la stagione stessa accenna più volte al rischio di una transizione irreversibile. Anche quando Grey riprende temporaneamente il comando durante la visita presidenziale a Los Angeles, la sensazione è quella di un personaggio ormai “di passaggio”, più che radicato.

Dal punto di vista creativo, Alexi Hawley ha sempre parlato della stagione 8 come di una fase di rinnovamento. Eppure, il percorso di Grey sembra costruito con una gradualità rara per la serialità network: non un’uscita shock, ma un lento scivolamento ai margini, coerente con la sua evoluzione personale.

Se davvero The Rookie si prepara a salutare Wade Grey, lo farà concedendogli qualcosa che pochi personaggi ottengono: un arco di uscita consapevole, all’altezza del suo ruolo storico nella serie. Per ora resta una presenza, ma il tempo a Mid-Wilshire potrebbe essere ormai contato.

Avengers: Doomsday potrebbe collegarsi a quattro scene chiave di Endgame, secondo una teoria MCU

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Uno degli elementi più discussi delle recenti teaser di Avengers: Doomsday non riguarda i personaggi mostrati, ma una serie di numeri apparentemente casuali comparsi prima del logo finale. Secondo una nuova teoria elaborata dai fan MCU, quelle sequenze numeriche non sarebbero affatto decorative: indicherebbero timestamp precisi di quattro scene fondamentali di Avengers: Endgame, suggerendo un legame narrativo diretto tra i due film.

Se confermata, questa ipotesi cambierebbe radicalmente la percezione di Doomsday, presentandolo non solo come il prossimo grande evento corale dell’MCU, ma come una riflessione tardiva sulle conseguenze di Endgame.

Le quattro scene di Endgame che potrebbero tornare centrali

Secondo la teoria, i numeri mostrati nei teaser corrisponderebbero a momenti molto specifici del film del 2019. Il primo rimanda al dialogo tra Hulk e l’Antico nell’universo alternativo, quando viene esplicitata per la prima volta la fragilità delle linee temporali e il rischio di conseguenze catastrofiche. Un secondo riferimento porterebbe al discorso di Steve Rogers prima del viaggio nel tempo, quando gli Avengers decidono consapevolmente di violare le regole del continuum per salvare il presente.

Gli altri due momenti chiamati in causa coinvolgerebbero Rocket Raccoon e Thor: scene apparentemente leggere, ma legate a decisioni cruciali come il furto delle Gemme dell’Infinito e lo spostamento di personaggi tra universi diversi. Proprio da qui nascerebbe l’interpretazione più ambiziosa della teoria: Endgame avrebbe creato incursioni non del tutto sanate, destinate a esplodere anni dopo.

Perché questo collegamento renderebbe Doomsday più solido

Uno dei limiti percepiti del Marvel post-Endgame è stata la frammentazione narrativa. Collegare Avengers: Doomsday a scelte precise compiute nel 2019 permetterebbe di ricucire il filo tra le due fasi dell’MCU, trasformando il nuovo film in una sorta di resa dei conti morale e cosmica.

Inoltre, l’idea è perfettamente coerente con l’approccio dei Anthony Russo e Joe Russo, da sempre inclini a disseminare indizi e strutture a incastro. Se Doomsday dovesse davvero nascere dalle crepe lasciate da Endgame, il film non sarebbe solo un evento spettacolare, ma una riflessione sulle conseguenze del “lieto fine” più famoso del cinema supereroistico.

Norimberga diventa silenziosamente un successo al box office: il film con Russell Crowe conquista il pubblico internazionale

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A tre mesi dall’uscita nelle sale, Norimberga, il nuovo film di Russell Crowe ambientato durante i processi di Norimberga, si sta rivelando una sorpresa al box office internazionale, trasformandosi in un successo silenzioso ma concreto.

Uscito negli Stati Uniti il 7 novembre 2025, il thriller storico diretto da James Vanderbilt aveva inizialmente registrato un risultato modesto sul mercato domestico, fermandosi intorno ai 15 milioni di dollari. Il vero exploit è arrivato però all’estero: secondo quanto riportato da Variety, Nuremberg ha superato i 31 milioni di dollari internazionali, portando il totale globale a circa 46 milioni di dollari, a fronte di un budget stimato tra i 7 e i 10 milioni.

Un risultato che rende il film uno dei titoli più redditizi del catalogo recente di Sony Pictures Classics, superando anche altri film da premi della stessa etichetta come The Smashing Machine e Bugonia.

Il caso italiano: numeri solidi e tenuta costante in classifica

In Italia, dove il film è arrivato nelle sale il 18 dicembre, Nuremberg ha dimostrato una tenuta particolarmente significativa. Dall’uscita a oggi ha totalizzato 7.648.901 euro di incasso e 982.008 presenze, mantenendosi stabilmente nella Top 10 del box office, oscillando tra la quarta e la quinta posizione per diverse settimane consecutive.

Un risultato che conferma come il tema della Seconda guerra mondiale e dei processi ai vertici del regime nazista continui a esercitare un forte richiamo sul pubblico europeo, soprattutto quando affrontato con un taglio psicologico e interpretazioni di peso.

Il film racconta infatti la storia dello psichiatra Douglas Kelley, interpretato da Rami Malek, incaricato di valutare la capacità mentale dei principali gerarchi nazisti prima del processo. Crowe veste i panni di Hermann Göring, offrendo una delle sue interpretazioni più inquietanti degli ultimi anni, già entrata nella longlist dei BAFTA come possibile candidatura al miglior attore protagonista.

Curiosamente, anche l’accoglienza critica ha seguito un percorso atipico: dopo un debutto incerto al Toronto International Film Festival, con un punteggio iniziale su Rotten Tomatoes intorno al 40%, il giudizio si è progressivamente risollevato fino all’attuale 72%, mentre il gradimento del pubblico ha raggiunto il 95%.

Nuremberg è attualmente disponibile per il noleggio e l’acquisto digitale negli Stati Uniti. Al momento non è stata ancora annunciata una data per l’arrivo sulle principali piattaforme streaming.

Terrifier ha cambiato l’horror moderno: Eli Roth spiega perché ora può realizzare il suo film più estremo

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Il successo della saga di Terrifier ha cambiato radicalmente il modo in cui l’horror estremo viene percepito dal grande pubblico, e secondo Eli Roth è stato proprio questo cambiamento a rendere possibile il film più “folle e disturbante” della sua carriera: Ice Cream Man.

In un’intervista rilasciata a ScreenRant in occasione dell’uscita in 4K Steelbook di Cabin Fever, Roth ha riflettuto su come il pubblico contemporaneo sia oggi molto più ricettivo verso un livello di violenza grafica che, fino a pochi anni fa, sarebbe stato considerato inaccettabile per il circuito mainstream. Un’evoluzione che la saga di Terrifier incarna in modo emblematico: il primo film, uscito nel 2016 con un budget irrisorio, aveva avuto una distribuzione limitata, mentre Terrifier 2 e soprattutto Terrifier 3 hanno dimostrato che anche l’horror estremo può diventare un evento cinematografico di massa.

Secondo Roth, non è cambiato il contenuto dei film, ma lo sguardo degli spettatori. La tolleranza – e in alcuni casi il desiderio – per esperienze più radicali è cresciuta, spingendo l’industria a rivedere confini che sembravano invalicabili. Un processo che il regista conosce bene: già ai tempi di Hostel, racconta, gli studios temevano che un’eccessiva violenza potesse danneggiare l’immagine del marchio, arrivando perfino a rifiutare la distribuzione del film.

È proprio osservando il percorso di Terrifier che Roth ha capito come oggi sia possibile aggirare molti dei filtri tradizionali: distribuzione indipendente, rapporto diretto con le sale e un pubblico disposto a cercare esperienze che non possono essere replicate sul piccolo schermo. L’horror, sottolinea il regista, è uno dei pochi generi in cui l’esperienza in sala resta insostituibile: l’adrenalina, la reazione collettiva, il disagio condiviso.

Ice Cream Man, progetto che Roth aveva in mente da oltre vent’anni, nasce esattamente da questa nuova libertà creativa. Ambientato in una cittadina apparentemente tranquilla, il film racconta il caos che si scatena quando un misterioso venditore di gelati trasforma i bambini in creature violente. Un’idea che, per anni, era stata giudicata “troppo folle” per essere realizzata, ma che oggi trova finalmente il contesto giusto.

Il film è atteso nelle sale nel 2026, e promette di essere il lavoro più estremo e personale mai realizzato dal regista.

I fratelli Russo spiegano il ritorno di Chris Evans come Captain America in Avengers: Doomsday

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Con Avengers: Doomsday, capitolo chiave della Saga del Multiverso, i Marvel Studios si preparano a riunire vecchi e nuovi eroi contro la minaccia più grande di sempre: Doctor Doom, interpretato da Robert Downey Jr.. Ma a sorprendere il pubblico è stato soprattutto il ritorno di Chris Evans, confermato dal primo trailer ufficiale del film.

A spiegare le ragioni di questa scelta sono stati i registi Joe Russo e Anthony Russo, che in un’intervista a Empire hanno chiarito quanto il personaggio di Steve Rogers sia centrale per la loro visione narrativa. «Il suo ruolo negli Avengers e nell’intera storia del MCU è qualcosa di profondamente personale per noi. Non riusciamo a immaginare questo racconto senza una sua presenza centrale», hanno dichiarato.

Il trailer di Avengers: Doomsday sceglie però una strada sorprendentemente intima. Non ci sono scene d’azione spettacolari: vediamo Steve Rogers nel passato in cui aveva deciso di restare alla fine di Avengers: Endgame, mentre vive una vita tranquilla accanto a Peggy Carter. Steve guida una moto, ripone il costume e stringe tra le braccia il suo bambino. Un’esistenza finalmente lontana dalla guerra.

Eppure, il messaggio finale del trailer è inequivocabile: “Steve Rogers Will Return in Avengers: Doomsday”. Un dettaglio che apre interrogativi importanti. Alla fine di Endgame, infatti, Steve aveva ceduto lo scudo e il ruolo di Captain America a Sam Wilson, interpretato da Anthony Mackie. Il ritorno di Evans non implica quindi automaticamente il recupero del titolo di Captain America, ma suggerisce piuttosto una funzione diversa, forse più simbolica e morale.

I fratelli Russo hanno ribadito anche sui social il legame personale con questo personaggio: «Il personaggio che ci ha cambiato la vita. La storia che ci ha portati tutti fin qui. Era inevitabile tornare a questo punto». Parole che lasciano intendere come Steve Rogers possa rappresentare una bussola etica in un MCU sempre più frammentato dal multiverso.

Finora ogni trailer di Avengers: Doomsday ha messo in luce un personaggio o una squadra diversa: dopo Steve Rogers, sono arrivati teaser dedicati a Thor, agli X-Men del vecchio universo Fox, ai Fantastici Quattro e a Black Panther. «Quello che avete visto non sono semplici trailer, ma storie e indizi», hanno avvertito i Russo. «Prestate attenzione».

Avengers: Doomsday arriverà nelle sale il 18 dicembre 2026, e il ritorno di Chris Evans promette di avere un peso emotivo e narrativo decisivo per il futuro del Marvel Cinematic Universe.