Con
La Presidecon
Luisa Ranieri, Rai 1 continua a raccontare una
storia che va oltre il classico racconto scolastico, scegliendo di
mettere al centro l’educazione come atto politico, umano e profondamente
rischioso. La serie, ispirata a fatti reali, segue la
figura di Eugenia Carfora, una dirigente scolastica che combatte
ogni giorno contro dispersione, violenza e silenzi istituzionali,
pagando spesso un prezzo altissimo sul piano personale.
Dopo i primi due episodi, che hanno definito il contesto e il
carattere della protagonista, gli episodi 3 e 4 segnano un netto cambio di
passo: la narrazione si fa più cupa, le minacce più concrete, e il
conflitto si sposta sempre di più dall’esterno all’interno, mettendo in
discussione non solo la criminalità ma anche il ruolo delle
istituzioni.
Episodio 3: quando salvare gli studenti significa perdersi come
madre
Nel terzo episodio, Eugenia si getta anima e corpo nel recupero
degli studenti più fragili. La sua attenzione si concentra su
Marita, ragazza
costretta a restare chiusa in casa da un fidanzato manipolatore, e
su Mario,
vittima di bullismo di genere. Due storie diverse, accomunate dallo
stesso nodo: la scuola come unico spazio possibile di salvezza.
Questa dedizione assoluta, però, ha un costo. Eugenia sacrifica
progressivamente la sua vita familiare, in particolare il rapporto
con il figlio Andrea, che inizia a covare un risentimento sempre
più profondo nei confronti di una madre percepita come distante e
assente. È uno degli snodi emotivi più riusciti della serie:
La Preside non idealizza
la protagonista, ma mostra le crepe di una vocazione che diventa
totalizzante.
Sul fronte scolastico, Vittorio prova ad affiancare Eugenia con un
approccio più empatico e meno frontale, riuscendo ad avvicinare
Margherita, la
figlia del custode che non frequenta l’istituto. Parallelamente,
Michele, sempre
più innamorato di Lucia, emerge come uno studente modello,
dimostrando che la fiducia può generare riscatto.
Episodio 4: il pericolo non è solo fuori dalla scuola
Il quarto episodio alza ulteriormente la posta. Eugenia riesce
finalmente a salvare
Marita, convincendola a denunciare il fidanzato violento e
a tornare tra i banchi. È una vittoria importante, ma tutt’altro
che risolutiva. Le minacce contro la preside aumentano, diventando
fisiche e dirette: Eugenia rischia persino di essere investita da
un furgone.
Il momento più inquietante arriva però con le parole di
Giuliana, che
coglie con lucidità il vero cuore del problema: i nemici più pericolosi non sono nella
criminalità, ma nelle istituzioni. È una frase chiave che
ridefinisce il senso della serie, spostando il conflitto dal piano
emergenziale a quello sistemico.
Cosa aspettarsi dagli episodi di stasera
Gli episodi 3 e 4 consolidano La Preside come un racconto scomodo, che rifiuta soluzioni facili e
mette in scena una realtà dove il coraggio individuale si scontra
con l’inerzia del sistema. Da questo punto in poi, la serie
promette:
–
un inasprimento del
conflitto istituzionale
– un rapporto madre-figlio sempre più teso
– una protagonista sempre più sola, ma anche più
consapevole
– una scuola vista come campo di battaglia morale, non solo
educativo
Stasera su Rai 1,
La Preside smette
definitivamente i panni del drama scolastico tradizionale e diventa
un racconto sul prezzo
del cambiamento.
Nella cornice del The Space Cinema
Moderno di Roma si è tenuta oggi la conferenza stampa di
presentazione di The
Beauty, la nuova serie scritta e prodotta da Ryan Murphy in collaborazione con Matthew
Hodgson, disponibile su Disney+ dal 22 gennaio. Davanti a una
platea di giornalisti e addetti ai lavori, il cast – Evan Peters, Rebecca Hall, Ashton Kutcher,
Anthony Ramos e Jeremy Pope – ha raccontato l’esperienza
italiana, la preparazione ai ruoli e le riflessioni profonde che la
serie solleva sul tema della bellezza, oggi più che mai al centro
di un dibattito culturale e sociale.
Tra Roma e Venezia: l’Italia
come set ideale
«Girare in Italia è stato
meraviglioso», racconta Evan Peters, ricordando le settimane trascorse
tra Roma e Venezia. Un entusiasmo condiviso da tutto il cast,
colpito non solo dalle location iconiche ma anche dall’atmosfera e
dall’accoglienza. Roma, in particolare, ha lasciato un segno
profondo, come conferma Anthony Ramos: «Girare
tra le rovine del Foro, nei luoghi della Roma antica, è stata
un’esperienza incredibile. Amo questa città, le persone, i suoi
spazi: ti senti dentro la Storia».
Il pitch di Ryan Murphy e
l’idea che conquista
Rebecca Hall ha raccontato di essere
stata conquistata dall’idea fin dal primo incontro con
Ryan
Murphy. «Il modo in cui mi ha presentato la
storia, il suo pitch, mi ha subito catturata. Era chiaro che non si
trattasse solo di una serie sulla bellezza, ma su ciò che la
bellezza fa alle persone, alla società, al futuro».
The Beauty è infatti
ambientata «cinque minuti nel futuro», come ha sottolineato
Ashton Kutcher: un domani molto vicino al
nostro, in cui l’ossessione per l’aspetto fisico diventa
tecnologia, mercato, potere.
Cortesia di FX
Preparazione fisica e sequenze
estreme
Per Evan
Peters il ruolo ha richiesto una preparazione intensa
e meticolosa, costruita giorno dopo giorno insieme al team degli
stunt e agli allenatori. «Ho lavorato molto con le arti marziali
miste e con le coreografie d’azione», ha spiegato, sottolineando
quanto fosse importante rendere credibile non solo il gesto fisico,
ma anche la tensione emotiva del personaggio.
Tra i momenti più impegnativi, una
lunga sequenza girata a Venezia: «Dovevo correre per tantissimo
tempo, attraversando calli e ponti. È stata una prova di resistenza
vera e propria, ma girare in quei luoghi rendeva la fatica quasi
secondaria». La città lagunare, con i suoi spazi stretti e
labirintici, ha contribuito a rendere la scena ancora più
intensa.
Anche Ashton Kutcher ha parlato di una
preparazione che non si è limitata all’aspetto fisico. Tornare in
forma è stato solo il primo passo: per costruire il personaggio ha
osservato da vicino il mondo dell’alta finanza e dei grandi
patrimoni. «Ho cercato di studiare le persone molto ricche che
conosco, il modo in cui affrontano la vita. C’è una leggerezza
quasi irreale: i problemi sembrano non toccarle mai». Un lavoro di
osservazione che ha dato spessore psicologico alla sua
interpretazione.
Il potere dei ricchi e la
lezione di Isabella Rossellini
Su questo tema
Kutcher ha poi aggiunto una riflessione ironica ma
amara: «Osservando amici molto ricchi ho notato inoltre una sorta
di ‘buoyancy’: si muovono nella vita come se i problemi non
esistessero. Se vai in prigione, ti compri la prigione per viverci
meglio». Un’immagine efficace che racconta perfettamente il tipo di
universo che The Beauty esplora, dove il denaro
diventa uno strumento capace di piegare persino le regole più
rigide.
Emozionante il racconto delle scene
girate con Isabella Rossellini, definita da
Kutcher «una leggenda, un’icona, un’eroina: mi
sono sentito in difficoltà nel doverla spogliare verbalmente in
scena. Ho dovuto in un certo modo divorziare da me stesso per
riuscirci. Ma c’era una dicotomia bellissima: se il personaggio che
interpretavo riceveva l’approvazione di Isabella, allora tutto
aveva senso. Cercavo il suo sguardo in ogni scena».
Cortesia di FX
Bellezza: profitto, privilegio
o fardello?
Il tema centrale della conferenza è
stato inevitabilmente quello della bellezza. Rebecca
Hall ha lanciato una frase destinata a restare: «Not
looking good enough is profitable» – non sentirsi abbastanza belli
fa guadagnare.
Alla domanda su quanto la bellezza
abbia influito nella sua carriera, Ashton Kutcher
ha risposto con sincerità: «Sono sempre stato considerato
attraente, ma non so quanto questo mi abbia aiutato o penalizzato».
Ha poi raccontato del fratello gemello con paralisi cerebrale,
riflettendo sulla differenza tra compassione ed empatia, e su come
la bellezza possa creare distanze invisibili.
Hall ha
sintetizzato con un’altra frase potente: «Beauty is not caused, it
is» – la bellezza non è qualcosa che si provoca, semplicemente
è.
Giovani, social e standard
pericolosi
Il dibattito si è spostato sui
rischi degli attuali ideali estetici. Alla domanda: «La bellezza
può diventare letale per la prossima generazione?»
Kutcher ha risposto con toni accorati, citando il
tema dei suicidi tra i giovani legati agli standard estetici:
«Cellulari, social, colpi di dopamina continui… Immaginate crescere
così. Gli haters scrivono per ottenere click, ma i ragazzi non
hanno gli strumenti per difendersi». Ramos ha
sostenuto le idee di Kutcher, ribadendo quanto i
ragazzi di oggi siano costantemente sottoposti a un’immersione
continua di standard irrealistici e talvolta privi di
normalità.
Intelligenza Artificiale e
nuovi modelli di perfezione
Un altro nodo cruciale è stato
quello dell’Intelligenza Artificiale (IA). Oltre ai trattamenti
estetici, oggi emergono nuovi modelli di bellezza creati
digitalmente. Jeremy Pope si chiede: «Continueremo
ad andare in giro a cercare cose vere, da vedere e da vivere? Il
confine tra vero e falso si assottiglia sempre di più».
Kutcher ha
riconosciuto però anche il potenziale creativo dell’IA: «Ci sono
artisti che la usano per creare cose straordinarie. Ogni CGI che
vediamo è già un effetto dell’Intelligenza Artificiale. Alcuni
personaggi digitali vengono persino resi imperfetti per sembrare
più umani». Il miglior scenario possibile? «Che l’IA ci ricordi che
siamo umani», afferma Hall.
Cortesia di FX
Trucco, parrucco e costruzione
dei personaggi
In una serie che mette al centro
l’apparenza, la preparazione “beauty” è diventata parte integrante
del lavoro attoriale. Trucco e capelli non sono stati semplici
strumenti estetici, ma veri elementi narrativi, capaci di
raccontare status sociale, trasformazioni interiori ed esteriori, e
contraddizioni dei personaggi.
Il cast ha sottolineato quanto ogni
dettaglio fosse studiato per suggerire potere, fragilità o
ambizione: tagli di capelli, texture della pelle, imperfezioni
volutamente accentuate o cancellate. In un mondo in cui la bellezza
è tecnologia e mercato, anche il trucco diventa linguaggio,
contribuendo a rendere visibile quel confine sottile tra naturale e
artificiale che The Beauty esplora costantemente.
The Beauty: un futuro
vicinissimo che parla già di noi
Tra riflessioni intime, aneddoti
dal set e domande senza risposte facili, la conferenza stampa
romana di The Beauty ha mostrato come la serie di
Ryan Murphy non sia soltanto un body horror futuristico, ma uno
specchio inquietante del nostro presente. In un mondo dove la
bellezza è mercato, algoritmo e ossessione, The
Beauty promette di interrogare lo spettatore su ciò che
conta davvero: cosa è reale, cosa è costruito, e quanto siamo
disposti a sacrificare pur di essere “perfetti”.
Il film è tratto da un episodio di
cronaca realmente accaduto nel 1977, un sequestro con ostaggio le
cui trattative – trasmesse in diretta tv – hanno tenuto con
il fiato sospeso gli americani per 63 ore.
La trama di Il filo
del ricatto – Dead man’s wire
La mattina dell’8 febbraio 1977
Anthony G. “Tony” Kiritsis (Bill Skarsgård) entra nell’ufficio di
M. L. Hall (Al Pacino), presidente della Meridian Mortgage Company)
e prende in ostaggio il figlio Richard (Dacre Montgomery). Tony gli
punta alla testa un fucile a canne mozze con una particolarità:
collegato al grilletto c’è un dispositivo che, stretto al collo
come un cappio, se sfiorato, ucciderà all’istante l’ostaggio. Le
richieste di Tony sono chiare: 5 milioni di dollari, immunità e
soprattutto scuse personali…
Con le musiche originali di Denny
Elfaman e una colonna sonora di brani indimenticabili destinata a
essere ascoltata all’infinito, il ruolo della musica è centrale nel
film, a partire dal rapporto che s’instaura tra il protagonista
Tony e lo speaker radiofonico Fred Temple (Colman Domingo). Fred è
l’unica persona con cui Tony è disposto a parlare durante il
sequestro e nella versione italiana de Il filo del ricatto –
Dead man’s wire avrà la voce del cantautore Mario Biondi.
Dal
2020, uno dei fattori più importanti nel cambiamento del mercato
cinematografico globale è il progressivo allontanamento della Cina
da Hollywood. Il secondo mercato cinematografico mondiale ha
infatti ridotto drasticamente le importazioni di film stranieri,
privilegiando produzioni nazionali, soprattutto blockbuster di
stampo patriottico. In questo contesto, Zootropolis
2 (qui
la recensione) ha però potuto sfruttare la sua uscita sul
mercato cinese per diventare il film d’animazione hollywoodiano più
redditizio di sempre.
Il
film ha infatti raggiunto un totale globale di 1,7 miliardi di
dollari, superando Inside
Out 2 (1,6 miliardi nel 2024). La Cina ha contribuito
con oltre il 37% del totale, ovvero circa 620 milioni, e il film
continua a mantenere una buona tenuta nonostante la presenza di
Avatar: Fuoco e Cenere nelle
sale. Negli Stati Uniti, Zootropolis 2 ha incassato 390
milioni, diventando il terzo titolo più visto del 2025 nel mercato
domestico, dietro a Lilo
& Stitch e Minecraft, entrambi a 423 milioni.
Nel 2025 Disney è stata inoltre l’unico studio a superare i
6 miliardi al
box office globale, grazie anche al peso decisivo del mercato
cinese, e ciò rende probabile l’avvio di un progetto su
Zootropolis 3.
Infine, nella classifica dei film d’animazione più redditizi, va
considerata l’inflazione: Il Re Leone del 1994 incassò 979 milioni, cifra che oggi
corrisponderebbe a circa 2,14 miliardi.
A Knight of the Seven Kingdoms ci
porta nuovamente nel Sette Regni, ma la serie che segue le
avventure di Dunk e Egg, da oggi disponibile su
HBO
Max con il primo episodio, appare subito molto diversa dalle
precedenti incursioni nel mondo di George R.R.
Martin.
Tanto per cominciare si tratta di
una storia che si concentra sulle avventure di un cavaliere
squattrinato, o meglio, un aspirante cavaliere. Un protagonista di
estrazione molto poco nobile c he si confronta con un mondo in cui
c’è spazio per i tornei e per i passatempi. Non siamo quindi nel
mondo in guerra di House of the Dragon o in quello sull’orlo
della distruzione di Game of Thrones, ma siamo in periodo di
pace.
Quando è ambientato A
Knight Of The Seven Kingdoms?
Questo ultimo spin-off è ambientato
circa 100 anni dopo House of the Dragon,
quando la guerra di successione dei Targaryen ha fatto tutte le sue
vittime, e all’incirca 70 anni prima di Game of
Thrones, quando invece la casa Targaryen è stata già
distrutta e deposta in favore dei Baratheon, e si distingue per un
tono sensibilmente diverso rispetto agli altri capitoli del
franchise.
Kennedy attribuisce anche il
mancato ritorno di Johnson a Star
Wars all’accordo del regista con Netflix per scrivere e dirigere altri due film di
Knives Out, il secondo dei quali, Wake Up Dead Man (2025), è uscito a dicembre.
Il dirigente ha poi elogiato il lavoro di Johnson in una galassia
lontana lontana, dicendo: “Penso che Rian abbia realizzato uno
dei migliori film di Star Wars. È un regista brillante e si è
spaventato. Questa è la parte difficile. Quando le persone entrano
in questo spazio, tutti i registi e gli attori mi chiedono: “Cosa
succederà?”. Sono un po’ spaventati”.
Gli ultimi
Jedi è forse uno dei film di Star
Wars che ha diviso di più il pubblico, ma è stato comunque
un grande successo. Il film ha incassato oltre 1,332 miliardi di
dollari in tutto il mondo, diventando il secondo film più
redditizio della trilogia sequel della Disney. Sebbene alcuni
spettatori abbiano contestato il trattamento riservato ai
personaggi storici, in particolare Luke interpretato da Mark Hamill, e la sovversione delle tradizioni
del franchise, le recensioni sono state generalmente positive da
parte della critica.
Su Rotten Tomatoes, il film gode di
un ottimo punteggio del 91% da parte della critica, un notevole
balzo in avanti rispetto al 41% del Popcornmeter. Il successo di
questo capitolo centrale della trilogia sequel, che segue i nuovi
personaggi Rey (Daisy Ridley), Finn (John
Boyega) e Poe (Oscar Isaac) mentre affrontano Kylo Ren
(Adam Driver) e il malvagio Primo Ordine,
ha portato alla notizia che Johnson avrebbe diretto una trilogia
separata di Star Wars. Gli anni sono passati senza alcun progresso
apparente, tuttavia, e la trilogia è stata dichiarata
“effettivamente morta” in un rapporto di THR lo scorso
novembre.
Nonostante il recente post di
Johnson, non sembrano esserci piani concreti per un suo ritorno a
Star Wars nel prossimo futuro. Oltre a giocare con
idee per un potenziale Knives Out 4, il regista ha dichiarato a
Empire lo scorso autunno che il suo prossimo progetto “richiama
i thriller paranoici degli anni ’70” e che presenta “un leggero
elemento fantascientifico”.
Tuttavia, Johnson ha recentemente
dichiarato a THR: “Una parte del mio cervello sarà sempre in
Star Wars. È una parte così importante di me e del mio modo di
pensare”. Anche se il regista potrebbe non tornare
immediatamente nel mondo della famosa saga Disney, è chiaro che la
risposta a Star Wars: Gli ultimi
Jedi non lo ha spaventato dal tornare potenzialmente a
lavorare su questa proprietà intellettuale in futuro.
La più recente serie ambientata
nell’universo di Game of Thrones, A Knight of the Seven Kingdoms,
presenta un cast completamente nuovo. Questo ultimo spin-off è
ambientato circa 100 anni dopo House of the Dragon e
all’incirca 70 anni prima di Game of
Thrones, e si distingue per un tono sensibilmente
diverso rispetto agli altri capitoli del franchise. Tale differenza
deriva soprattutto dal personaggio centrale, Dunk, che proviene da
origini molto più umili rispetto agli Stark o ai
Targaryen. Naturalmente, questa unicità ha
richiesto un cast all’altezza.
Ambientata principalmente nei tornei e nelle sale dei lord minori
di Westeros,
A Knight of the Seven Kingdoms
è basata sulle novelle
Dunk & Egg
di George R.R. Martin. Sebbene si tratti ancora di
un’opera incompiuta, queste storie più brevi appartenenti al ciclo
de
Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco
seguono Dunk e il suo scudiero Egg attraverso una serie di
avventure emozionanti, comiche e spesso toccanti. Grazie anche a un
cast di grande livello,
A Knight of the Seven Kingdoms
risulta estremamente divertente.
Peter Claffey è Ser Duncan
l’Alto
L’attore e giocatore di
rugby irlandese Peter Claffey ha debuttato sullo schermo nel 2022,
apparendo in Harry Wild e nella serie Apple
TVBad Sisters. Successivamente ha interpretato Cormac
Kelly nella serie televisiva Wreck, prima di vestire i
panni di Dunstan in Vikings: Valhalla. L’attore, alto
oltre un metro e novanta, ha poi ottenuto un nuovo ruolo ricorrente
in Bad Sisters, seguito da una partecipazione in due
episodi di Borderline e infine dal suo ingaggio in
A Knight of the Seven
Kingdoms.
Claffey è il protagonista del nuovo
prequel di Game of Thrones, interpretando un povero
cavaliere errante di nome Ser Duncan l’Alto (detto Dunk).
All’inizio della sua storia, Dunk cerca di costruirsi una
reputazione come cavaliere dopo aver trascorso tutta la vita al
servizio di altri come scudiero.
Dexter Sol Ansell è Egg
Nato nello Yorkshire,
Dexter Sol Ansell ha iniziato a recitare da bambino
nella soap opera Emmerdale. Crescendo, è apparso in
The Moor, Christmas on Mistletoe Farm e ha
interpretato una versione giovane di Coriolanus Snow nel film
prequel di Hunger Games, La ballata dell’usignolo e
del serpente (2023). L’anno successivo ha recitato in
Robin and the Hoods e Here, prima di essere
scelto per A Knight of the Seven Kingdoms e per
l’imminente 500 Miles.
In A Knight of the Seven
Kingdoms, Ansell interpreta Egg, un ragazzo tenace e diretto
che, grazie alla sua ostinazione, riesce a diventare lo scudiero di
Dunk, nonostante l’iniziale riluttanza del cavaliere ad
accoglierlo.
Daniel Ings è Ser Lyonel
Baratheon
L’attore britannico
Daniel Ings ha raggiunto la notorietà nel 2014 grazie alla serie
Lovesick, in cui interpretava Luke Curran. Questo ruolo
gli ha aperto le porte a numerosi progetti di rilievo, tra cui
The
Crown, Instinct, Black Mirror, Sex
Education, The Gold e The Gentlemen. Dopo
A Knight of the Seven Kingdoms, Ings è atteso in un ruolo
ancora non rivelato nel film del 2027 Star Wars: Starfighter.
Ings interpreta Ser Lyonel
Baratheon in A Knight of the Seven Kingdoms, un cavaliere
noto come “la Tempesta Ridente”. Erede di Casa Baratheon, Lyonel è
l’antenato diretto di Robert Baratheon, re di Westeros all’inizio
della serie principale di Game of Thrones.
Finn Bennett è il Principe Aerion
Targaryen
Finn Bennett è nato a
Hackney, Londra, e ha debuttato sullo schermo nel 2010 nella serie
Foyle’s War. Dopo alcune apparizioni televisive minori, è
stato scelto per il film Hope Gap nel 2019, prima di
ottenere il suo primo ruolo di rilievo come Peter Prior nella
quarta stagione di True Detective. Questo successo lo ha
portato a recitare nella serie NetflixBlack Doves e nel film
Warfare.
In A Knight of the Seven
Kingdoms, Bennett interpreta il principe Targaryen Aerion, che
amava farsi chiamare “Fiamma Splendente”. Il resto di Westeros,
però, lo conosceva come Aerion il Mostruoso. È il secondo figlio
del principe Maekar Targaryen e fratello minore del re.
Bertie Carvel è il Principe Baelor
Targaryen
L’attore britannico
Bertie Carvel è un acclamato interprete teatrale che ha raggiunto
grande fama anche sullo schermo. È noto al pubblico televisivo
soprattutto per il ruolo di Jonathan Strange in Jonathan
Strange & Mr Norrell, oltre che per le sue interpretazioni in
Doctor Foster, Dalgliesh e The Crown.
Carvel interpreterà Cornelius Fudge nella prossima serie televisiva
Harry Potter prodotta da HBO.
In A Knight of the Seven
Kingdoms, Carvel veste i panni del principe Baelor
“Spearbreaker” Targaryen, Primo Cavaliere del Re e legittimo erede
al Trono di Spade. Baelor è giusto e benevolo, sia nel suo ruolo
istituzionale sia come futuro sovrano, qualità che lo rendono molto
amato dal popolo di Westeros.
Sam Spruell è il Principe Maekar
Targaryen
Nato a Londra, Sam
Spruell ha iniziato la sua carriera cinematografica nel 2002 con il
film 19: The Widowmaker. Da allora è apparso in numerose
pellicole, tra cui London to Brighton, Biancaneve e il
cacciatore, Taken 3, Il re fuorilegge e
The Thing with Feathers. In televisione ha recitato in
serie come Liar, Doctor Who e Dune: Prophecy.
Spruell interpreta il principe
Maekar Targaryen in A Knight of the Seven Kingdoms, il
figlio più giovane di Re Daeron e fratello minore di Baelor. Molto
più burbero del fratello maggiore, Maekar è comunque noto per
essere un eccellente comandante militare.
Cast di supporto e personaggi
secondari di A Knight of the Seven Kingdoms
Henry Ashton nel
ruolo del principe Daeron Targaryen – Conosciuto per My Lady
Jane e A Good Girl’s Guide to Murder, Henry Ashton
interpreta il principe Daeron Targaryen, figlio del principe
Maekar.
Ross Anderson nel
ruolo di Ser Humfrey Hardyng – Noto per The Silent Storm e
Crawl, Ross Anderson interpreta Ser Humfrey Hardyng,
cavaliere di Casa Hardyng.
Edward Ashley nel
ruolo di Ser Steffon Fossoway – Edward Ashley, noto per The
Lost City of Z, The Terror e Master of the
Air, interpreta Ser Steffon Fossoway.
Shaun Thomas nel
ruolo di Raymun Fossoway – Shaun Thomas ha debuttato sullo schermo
con The Selfish Giant. In A Knight of the Seven
Kingdoms interpreta Raymun Fossoway, scudiero e cugino di
Steffon.
Tanzyn Crawford
nel ruolo di Tanselle – Nota per Tiny Beautiful Things e
Swift Street, Tanzyn Crawford interpreta Tanselle, una
burattinaia e artista originaria di Dorne.
Daniel Monks nel
ruolo di Ser Manfred Dondarrion – Daniel Monks, noto per All
Her Fault, interpreta Ser Manfred Dondarrion.
Steve Wall nel
ruolo di Lord Leo “Spina Lunga” Tyrell – Conosciuto per Black
Doves e Dune – Parte Due, Steve Wall interpreta
Lord Leo Tyrell, signore di Alto Giardino.
Danny Webb nel
ruolo di Ser Arlan di Pennytree – Ser Arlan di Pennytree, il
cavaliere che Dunk ha servito come scudiero, è interpretato da
Danny Webb, già apparso in produzioni come Crow,
Alien³ e Robin Hood.
Abituato a girare scene d’azione
intense, Matt Damon sta imparando a rallentare e a
lasciare che il pubblico lo raggiunga. Parlando del suo nuovo film
NetflixThe Rip –
Soldi sporchi(leggi
qui la recensione), girato insieme a Ben Affleck, il vincitore dell’Oscar ha
spiegato che i film ora richiedono un “livello di attenzione
molto diverso” quando sono disponibili in streaming a
casa.
“Questo ha un grande effetto e
sta iniziando ad avere un impatto anche sul modo in cui si
realizzano i film”, ha spiegato al Joe Rogan Experience, usando proprio
Netflix come esempio. “Il modo standard per
realizzare un film d’azione che abbiamo imparato era quello di
avere solitamente tre scene chiave. Una nel primo atto, una nel
secondo e una nel terzo. E poi si arriva al culmine con tutte le
esplosioni. Si spende la maggior parte del budget per quella scena
nel terzo atto. È il finale”.
“E ora invece dicono: ‘Possiamo
avere una scena importante nei primi cinque minuti? Vogliamo che il
pubblico rimanga sintonizzato’“, ha affermato l’attore.
Damon ha poi continuato: “‘E non sarebbe terribile se ripetessi
la trama tre o quattro volte nei dialoghi, perché le persone
guardano il film mentre sono al telefono’”.
Questa politica non è nuova, dato
che secondo quanto riferito Netflix ha chiesto agli sceneggiatori
di far “annunciare ai personaggi ciò che stanno facendo”
nei dialoghi. A quanto pare senza eccezioni a questa regola,
The
Rip – Soldi sporchi vede Damon e Affleck nei panni di
due poliziotti di Miami che iniziano a rivoltarsi l’uno contro
l’altro dopo aver scoperto 20 milioni di dollari in un nascondiglio
abbandonato, coinvolgendo forze esterne mentre lottano per
determinare di chi ci si può fidare.
Affleck ha osservato: “Ma poi
guardi Adolescence, e lì non c’è niente di tutto questo. Ed è
fottutamente fantastico. Ed è anche cupo. È tragico e intenso.
Parla di questo tizio che scopre che suo figlio è accusato di
omicidio, e ci sono lunghe inquadrature della loro nuca. Salgono in
macchina, nessuno dice niente”. Damon definisce la serie
Netflix vincitrice del Golden Globe “l’eccezione”, mentre
Affleck ritiene che “dimostri che non è necessario
ricorrere” a questi trucchi per mantenere vivo l’interesse del
pubblico.
A Knight of the Seven Kingdoms vede
Peter Claffey nei panni di Ser Duncan, un
cavaliere così alto che a malapena entra nella sua armatura. Come
si colloca l’attore nel personaggio? A Knight of the Seven
Kingdoms ci trasporta in una nuova era a
Westeros, dove regna una relativa pace e c’è tempo per i
tornei.
In quest’epoca, circa un secolo
dopo House of the Dragon e quasi
un secolo prima de Il Trono di Spade, veniamo
introdotti a una serie di nuovi personaggi, molti dei quali con i
nomi familiari di Targaryen, Baratheon e simili. Tuttavia, il
nostro personaggio principale, Duncan, non ha un nome simile. Ciò
che ha è un’altezza sbalorditiva.
Peter Claffey è alto 195 cm
Peter Claffey, che
ha recitato in Wreck,Vikings:
Valhalla e Bad Sisters, è stato scelto
per il ruolo di Duncan: l’attore irlandese è alto 1,95
cm. La sua altezza non solo lo ha aiutato ad avere
successo nella recitazione, ma Claffey ha anche avuto una notevole
carriera nel rugby prima di dedicarsi alla recitazione a tempo
pieno.
Confronto tra l’altezza di Peter
Claffey e quella di Duncan l’Alto in A Knight of the Seven
Kingdoms
1,95 m è un’altezza considerevole,
ma è sufficiente per pareggiare l’altezza di Ser Duncan l’Alto di
cui ha narrato George R.R. Martin nelle sue storie di A Knight of the Seven
Kingdoms? La risposta è: probabilmente no. Per
Martin il cavaliere è alto 2 metri e 8 centimetri.
Tuttavia, stiamo parlando
del mondo di Cronache del Ghiaccio e del Fuoco;
Martin è noto per esagerare con i suoi personaggi.
Basta guardare Fuoco e Sangue, un romanzo
che afferma esplicitamente che non possiamo sapere esattamente
tutto su questi eventi. È possibile che un metro e ottanta possa
significare qualche centimetro in meno.
Dopotutto, 1 metro e 95 è già
un’altezza considerevole, e Claffey ha la stazza necessaria per
essere adatto al ruolo. È un uomo massiccio. Quando è in coppia con
il minuscolo Egg (Dexter Sol Ansell), sembra ancora più
grande.
Ancora più importante, però,
Claffey incarna gli aspetti da gigante gentile di Dunk che rendono
il personaggio così grandioso. Si muove con leggerezza, ripiega le
mani e le braccia per non dare fastidio e tiene la testa china per
la maggior parte del tempo. È il tipo di casting che predispone il
pubblico al meglio per godere di A Knight of the Seven
Kingdoms.
A Knight of the Seven Kingdoms ha
ufficialmente dato il via alle avventure di Dunk ed Egg sullo
schermo con il suo primo episodio. Basato sulle novelle di
Dunk and Egg di George R.R.
Martin, questo spin-off di Game of Thrones presenta un
tono sensibilmente diverso rispetto ai suoi predecessori (come
viene messo in evidenza nella recensione in anteprima di Chiara
Guida per Cinefilos.it). Ciò viene dimostrato in modo brillante
già nei primi cinque minuti dell’episodio 1, quando, proprio nel
momento in cui sembrava stesse per partire una drammatica sigla in
stile Game of Thrones, Dunk si “lascia andare”.
Da lì in poi, l’assurdità continua
per tutto l’episodio 1 di A Knight of the Seven
Kingdoms. Tuttavia, questo capitolo introduttivo
non è privo di momenti toccanti o di ispirazione. Dopo aver
espletato i suoi bisogni, Dunk si dirige verso il torneo più
vicino, deciso a conquistare la vittoria nelle giostre come giovane
cavaliere alle prime armi. Prima di poter competere, però, Dunk
deve trovare un cavaliere o un lord disposto a garantire per lui, e
l’impresa si rivela tutt’altro che semplice.
Durante la sua ricerca di qualcuno
che ricordi il suo defunto maestro, Ser Arlan, Dunk incontra un
ragazzino sorprendentemente calvo di nome Egg. Con riluttanza
(forse non così marcata come finge), accetta di prenderlo come
scudiero, promettendo di trattarlo bene purché Egg lavori sodo. È
l’inizio di quella che si preannuncia come una splendida relazione
in A Knight of the Seven Kingdoms, anche
se prima dovranno superare un ostacolo significativo.
Dunk ha ancora bisogno di qualcuno
che garantisca per lui dopo l’episodio 1 di A Knight of the
Seven Kingdoms
Dunk può anche avere uno
scudiero, ma non è ancora riconosciuto come cavaliere in
A Knight of the Seven Kingdoms. Affinché
Ser Duncan l’Alto possa partecipare al torneo, deve trovare un
cavaliere o un lord disposto a garantire per lui. Nell’episodio 1,
Dunk tenta la sorte con Ser Manfred Dondarrion, dal momento che Ser
Arlan aveva combattuto al servizio del padre dell’uomo. Purtroppo,
Ser Dondarrion si rivela un autentico arrogante: non è disposto
nemmeno a provare a ricordare Arlan o il suo scudiero.
Una delle sequenze più comiche
dell’episodio 1 è l’incontro tra Dunk e Ser Lyonel Baratheon, detto
la Tempesta Ridente. I due vanno subito d’accordo, ma poiché questo
lord non sa nulla del passato di Dunk o della sua investitura, può
fare ben poco per aiutarlo. All’inizio dell’episodio 2, Dunk non è
quindi più vicino di prima a trovare qualcuno disposto a garantire
per lui. Tuttavia, la stella cadente che lui ed Egg scorgono nei
momenti finali dell’episodio 1 è un segno della fortuna che
verrà.
Il vero significato della stella
cadente di Dunk ed Egg
Ser Duncan l’Alto è
ancora più povero del tipico cavaliere errante. Così, invece di
dormire in un padiglione, lui ed Egg si sistemano sotto un olmo
alla fine dell’episodio 1 di A Knight of the Seven
Kingdoms. Scrutando il cielo aperto, i due vedono una stella
cadente. Egg osserva che porta fortuna, e Dunk si rende conto che
quel presagio è destinato solo a loro.
Dunk ed Egg possono anche essere
vestiti di stracci e dormire per terra, ma è proprio grazie a
queste umili condizioni che sono gli unici a poter rivendicare la
fortuna di quella stella cadente.
È un modo significativo di chiudere
l’episodio 1 di A Knight of the Seven Kingdoms e, allo
stesso tempo, di consolidare il legame tra Dunk ed Egg. L’idea è
che questi sfavoriti siano in realtà molto più fortunati dei ricchi
lord e cavalieri che osservano il cielo dalle coperture delle loro
tende. Dunk ed Egg possono essere in stracci, distesi a terra, ma è
proprio questa semplicità a permettere loro di beneficiare della
fortuna della stella cadente.
In che modo Egg diventa lo
scudiero di Dunk
Photograph by Steffan Hill/HBO
Dunk incontra Egg nelle scuderie
della taverna in cui si ferma lungo la strada per il torneo. Scopre
che l’oste non è la madre del ragazzo, come aveva inizialmente
pensato, e conclude quindi che Egg è un orfano come lui (anche se
Egg non lo conferma mai apertamente). Pur provando compassione,
Dunk rifiuta la richiesta di Egg di diventare il suo scudiero. Gli
lancia una moneta e se ne va, ma è chiaro che Egg non ha alcuna
intenzione di arrendersi.
Dopo i disperati tentativi di Dunk
di trovare qualcuno disposto a garantire per lui nell’episodio 1 di
A Knight of the Seven Kingdoms, egli torna sotto l’olmo e
trova Egg lì, intento a preparare la cena. È in quel momento che
Dunk cede e accetta Egg come suo scudiero.
Nel corso del primo episodio di
A Knight of the Seven Kingdoms vediamo quanto Dunk amasse
il cavaliere che aveva servito. Prima che Ser Arlan lo prendesse
come scudiero, Dunk era un orfano che viveva per le strade di Flea
Bottom. Quel cavaliere gli aveva dato uno scopo, e in questo
episodio si percepisce che Dunk vede l’opportunità di fare lo
stesso per Egg. Ciò si riflette nella sua promessa di fare per Egg
tutto ciò per cui aveva ringraziato Ser Arlan nel suo elogio
funebre.
Ser Arlan ha davvero nominato
cavaliere Dunk in A Knight of the Seven Kingdoms?
L’obiettivo principale di
Dunk nell’episodio 1 di A Knight of the Seven Kingdoms è
trovare un cavaliere o un lord disposto a garantire per la sua
investitura, ma lungo questa parte della storia emergono indizi che
suggeriscono che non sia del tutto sincero. Secondo Dunk, Ser Arlan
lo avrebbe nominato cavaliere sul letto di morte. Tuttavia,
nonostante i frequenti flashback dell’episodio, non assistiamo mai
a un momento del genere. Al contrario, ogni ricordo di Ser Arlan
suggerisce che non avesse alcuna intenzione di nominare cavaliere
il suo scudiero.
È piuttosto probabile che Dunk stia
mentendo in A Knight of the Seven Kingdoms. Se fosse stato
davvero nominato cavaliere, non avrebbe passato i primi momenti
dell’episodio 1 a decidere quale fosse la sua prossima mossa. La
sua determinazione lascia intendere che recarsi al torneo fosse
un’impresa rischiosa. Tuttavia, Dunk sa che basterebbe una sola
vittoria per consolidare il suo status. Naturalmente, il fatto che
con ogni probabilità Dunk non sia un vero cavaliere rende il suo
obiettivo di trovare qualcuno disposto a garantire per lui
apparentemente impossibile. Sarà l’episodio 2 di A Knight of
the Seven Kingdoms a chiarire esattamente come riuscirà
nell’impresa.
Sebbene non sia il protagonista di
Supergirl,
il debutto dell’iconico personaggio DC Lobo è uno
degli elementi più attesi del film. Jason Momoa, star di Aquaman, lo
interpreterà in un ruolo secondario, mentre Milly Alcock sarà la protagonista nel ruolo di
Kara Zor-El/Supergirl. Dato che ha recitato anche nel DC
Extended Universe, la sua partecipazione al reboot del DC
Universe è stata una sorpresa per i fan, ma Momoa era interessato
al ruolo di Lobo già da molto tempo.
Infatti, l’attore ha recentemente
dichiarato di preferire questo ruolo moralmente ambiguo a quello
eroico che ha interpretato in precedenza. “È fantastico”,
ha detto Momoa (tramite DCU Prime TV su X). “Il mio
sogno più grande è interpretare Lobo. Volevo interpretarlo più di
Aquaman. Ci siamo”. In precedenza, il co-CEO della DC Studios
James Gunn aveva rivelato che Momoa aveva
effettivamente fatto pressioni per interpretare Lobo, fin da quando
il regista di Superman era stato
annunciato come parte della nuova leadership del franchise.
“Quando è stato annunciato che
avevo ottenuto il lavoro, ho ricevuto immediatamente un
messaggio”, ha dichiarato Gunn. “Era Jason Momoa che mi scriveva… tutto in maiuscolo,
‘Lobo, baby’. Un miliardo di punti esclamativi”. Anche il
partner di produzione e co-CEO di Gunn, Peter Safran, ha detto la
sua, affermando: “Beh, stiamo parlando di Jason Momoa. È
perfetto per la parte. Nella vita reale, lui è Lobo”.
Nel corso degli anni, Momoa ha
espresso apertamente il suo amore per Lobo dopo la notizia iniziale
della sua partecipazione al cast. “Penso semplicemente di
essere la persona giusta per interpretare il ruolo”, ha detto
l’attore. “Se dovessero assegnarmi un ruolo stereotipato,
mettetemi in Lobo. Moto, sigari, feste, dreadlocks… ama la lotta, è
divertente”.
“Questo è il ruolo che ho
sempre voluto interpretare”, ha detto Momoa a Screen Rant
l’anno scorso. “È il fumetto che ho amato, quindi sono davvero
nervoso… È quasi scontato interpretare questo personaggio”. Al
momento, l’unica apparizione annunciata di Momoa nei panni di Lobo
è in Supergirl, ma l’attore ha espresso la volontà
di tornare nella DCU e sicuramente non mancherà occasione per
riportarlo in scena.
Oltre a Milly Alcock nei panni della
protagonista, Supergirl vedrà
anche la partecipazione di Eve Ridley (Il
problema dei 3 corpi) nel ruolo di Ruthye Mary Knolle e
Matthias Schoenaerts (The Old Guard) nel
ruolo del malvagio Krem delle Colline Gialle. Più recentemente, la
star di Aquaman,Jason Momoa si è unita al cast nel ruolo di
Lobo. Anche Krypto il Supercane dovrebbe avere un ruolo importante
nella storia. Le ultime aggiunte al cast sono state David
Krumholtz ed Emily Beecham nei ruoli dei
genitori di Kara, Zor-El e Alura.
Questa interpretazione di Kara
Zor-El si dice sia una “versione meno seria e più provocatoria
dell’iconica supereroina”, poiché Gunn cerca di allontanarsi
dalle “precedenti rappresentazioni della Ragazza d’Acciaio, in
particolare dalla longeva serie CBS/CW interpretata da Melissa
Benoist”.
Secondo una breve sinossi, questa
storia seguirà Kara mentre “viaggia attraverso la galassia per
festeggiare il suo 21° compleanno con Krypto il Supercane. Lungo la
strada, incontra una giovane donna di nome Ruthye e finisce per
intraprendere una ricerca omicida di vendetta”. L’attrice e
drammaturga Ana Nogueira sta attualmente lavorando
alla sceneggiatura di Supergirl.
La regia verrà firmata da Craig Gillespie.
La Warner Bros. ha annunciato che la nostra nuova Ragazza
d’Acciaio prenderà il volo nelle sale il 26 giugno
2026.
La
nuova serie thriller di Andrew
Lincoln, Coldwater, ha
debuttato con recensioni solide ma non all’altezza dei risultati
ottenuti dall’attore con The Walking Dead. I
punteggi su Rotten Tomatoes raccontano infatti una differenza netta
tra il nuovo progetto e le produzioni che hanno reso Lincoln un
volto iconico della serialità contemporanea.
Attualmente, Coldwater
registra un 73% di
gradimento dalla critica e un 64% dal pubblico, risultati considerati
“Fresh” secondo i parametri del sito, ma comunque inferiori
rispetto a quelli della serie madre e del recente spin-off The Walking Dead: The Ones Who
Live. The Walking Dead mantiene infatti un 79% di Tomatometer
e un 78% di Popcornmeter, mentre The Ones Who Live ha convinto maggiormente la critica
con un 88%, pur fermandosi al 76% sul fronte del pubblico.
Un thriller più intimo e distante dall’epica post-apocalittica
In Coldwater, Lincoln
interpreta John, un uomo che decide di trasferire la propria
famiglia in un piccolo villaggio scozzese dopo un evento traumatico
avvenuto a Londra, durante il quale non è intervenuto per fermare
un atto di violenza. Il paese, apparentemente tranquillo, è guidato
da Tommy, personaggio interpretato da Ewen
Bremner, che si presenta come un leader
carismatico e irreprensibile.
A
mettere in discussione questa facciata è Fiona, la moglie di John,
interpretata da Indira
Varma, che nutre fin da subito sospetti
sull’uomo e sull’intera comunità. La tensione cresce episodio dopo
episodio, portando alla luce segreti oscuri e dinamiche
manipolatorie che trasformano il villaggio in una trappola
psicologica.
La serie, composta da sei episodi, è stata trasmessa inizialmente
su ITVX nel Regno Unito e sta ora arrivando su Paramount+ con una distribuzione settimanale, a
partire dal 9 gennaio e fino a febbraio. Un formato compatto, che
rende Coldwater una
visione meno impegnativa rispetto alle lunghe stagioni
dell’universo di The Walking
Dead.
Nel frattempo, il futuro di Lincoln nei panni di Rick Grimes resta
incerto. The Ones Who
Live era concepita come miniserie e non ha piani ufficiali per
una seconda stagione, ma le numerose serie derivate ancora in corso
alimentano le speculazioni su un possibile ritorno del personaggio,
magari in un ultimo crossover.
Anche se Coldwater non
ha raggiunto l’impatto culturale delle avventure post-apocalittiche
di Rick Grimes, resta un thriller accolto positivamente e
rappresenta una nuova direzione per l’attore, lontana dagli zombie
ma non dal dramma intenso.
Il
finale della seconda stagione di Landman ha
segnato una svolta cruciale per il futuro della serie, ribaltando
completamente la posizione di Tommy Norris, interpretato da
Billy Bob Thornton.
Quella che sembra una caduta professionale definitiva potrebbe in
realtà aprire un nuovo capitolo narrativo, destinato a ridefinire
gli equilibri dello show a partire dalla stagione 3.
Nel finale, il tentativo di Tommy di fermare Cami Miller
(Demi
Moore) da una trivellazione offshore ad
altissimo rischio gli costa il posto alla M-Tex. Una sconfitta
apparente che, però, gli restituisce qualcosa di fondamentale:
l’indipendenza. Libero dai vincoli aziendali, Tommy decide infatti
di fondare una nuova compagnia petrolifera, la CTT Oil, coinvolgendo direttamente
il figlio Cooper (Jacob
Lofland) e scegliendo finalmente di operare
secondo le proprie regole.
CTT Oil e il nuovo asse padre-figlio al centro di Landman
In un’intervista rilasciata a ScreenRant, Jacob Lofland ha spiegato come questo
cambiamento potrebbe influenzare profondamente la terza stagione,
soprattutto dal punto di vista emotivo. Secondo l’attore, diventare
presidente della CTT Oil rappresenta per Cooper un’occasione di
crescita personale e un modo per rafforzare il rapporto con il
padre, finora segnato da conflitti, errori e silenzi.
La nuova dinamica padre-figlio promette di diventare uno dei
pilastri narrativi della serie, con Tommy finalmente nel ruolo di
mentore diretto, pronto a trasmettere al figlio ciò che ha imparato
— spesso nel modo più duro — nel corso della sua carriera. Un
passaggio di testimone che potrebbe rendere Landman ancora più focalizzata sul tema
dell’eredità, non solo economica ma anche morale.
Lofland ha inoltre espresso grande entusiasmo per un possibile
ritorno alle origini della serie, con maggiore spazio dedicato al
lavoro sui giacimenti petroliferi. Le sequenze ambientate sulle
piattaforme sono state infatti centrali nell’identità dello show
fin dall’inizio, soprattutto dopo l’incidente mortale che ha
segnato l’arco narrativo di Cooper nella prima stagione. Un evento
che ha definito il tono della serie, mostrando quanto l’industria
petrolifera sia intrinsecamente pericolosa.
Nonostante i rischi, Cooper sembra disposto ad affrontarli. Come
sottolineato da Lofland, il personaggio è consapevole del prezzo da
pagare, ma non intende lasciarsi paralizzare dalla paura. Una
filosofia che rispecchia perfettamente lo spirito di
Landman: un racconto di
uomini e scelte estreme, dove il pericolo è parte integrante del
mestiere e della vita stessa.
Al momento, Paramount+ non ha annunciato una data di uscita
per la stagione 3, ma le prime indicazioni suggeriscono che la
nascita della CTT Oil sarà il motore principale delle prossime
evoluzioni narrative.
Il
nuovo progetto televisivo di Taylor Sheridan prende
finalmente forma. Paramount+ ha diffuso il primo trailer ufficiale
di The Madison,
offrendo uno sguardo iniziale su una serie che promette di
declinare il western contemporaneo in chiave intima ed emotiva.
Protagonisti assoluti del racconto sono Michelle Pfeiffer e
Kurt Russell, riuniti per
la prima volta in un universo seriale firmato Sheridan.
Secondo la logline ufficiale, The
Madison racconta le vicende della famiglia Clyburn ed è
descritta come uno studio profondo sul lutto e sulle connessioni
umane, seguendo una famiglia di New York che si trasferisce nella
valle del fiume Madison, nel Montana centrale. Il trailer insiste
fin da subito su questo tono: Pfeiffer appare visibilmente segnata
dalla perdita, mentre pronuncia parole che chiariscono il cuore
tematico della serie — un dolore che ridefinisce identità,
relazioni e appartenenza.
Un western emotivo tra famiglie, lutto e territori di confine
A
differenza di altri titoli dell’universo di Sheridan,
The Madisonnon è uno spin-off di
Yellowstone, nonostante
l’ambientazione e alcune affinità tematiche possano suggerirlo. La
serie si muove su un terreno più intimo, concentrandosi sullo
scontro — e sull’incontro — tra due mondi: quello urbano e quello
rurale. Al centro della narrazione ci sono infatti i Clyburn e i
McIntosh, due famiglie profondamente diverse, costrette a
confrontarsi dopo un evento tragico che lega i loro destini.
Sheridan figura come creatore ed executive producer insieme a
David C.
Glasser, John Linson,
Pfeiffer e Russell. Christina
Voros ricopre un doppio ruolo, occupandosi
sia della produzione che della regia della serie, rafforzando
ulteriormente l’impronta autoriale del progetto.
Il cast comprende anche Beau Garrett, Elle Chapman, Patrick J. Adams e Will Arnett. Kurt Russell
interpreterà Preston Clyburn, personaggio avvolto dal mistero e
potenzialmente presente solo attraverso flashback, mentre Michelle
Pfeiffer vestirà i panni di Stacy Clyburn, madre di due figlie,
Page McIntosh e Abigail Reese, figure centrali nel racconto del
trauma e della ricostruzione.
Nonostante Sheridan si prepari a lasciare Paramount nei prossimi
anni, The Madison
conferma quanto il suo sodalizio con lo studio resti prolifico. La
serie debutterà su Paramount+ il 14 marzo, presentandosi come un western
moderno che sostituisce l’epica del potere con un racconto più
silenzioso, fatto di perdita, memoria e legami familiari.
Il
2026 si sta già delineando come un anno particolarmente intenso per
Tom
Hardy sul piccolo schermo. Tra i vari
progetti in arrivo, un aggiornamento inatteso potrebbe renderlo
ancora più significativo: Taboo,
l’acclamata serie crime andata in onda nel 2017, potrebbe
finalmente tornare con una seconda stagione dopo quasi nove anni di
silenzio.
Co-creata e scritta da Steven
Knight, Taboo è rimasta a lungo una sorta di culto dimenticato.
Nonostante il rinnovo ufficiale arrivato poco dopo la messa in onda
della prima stagione, lo sviluppo del seguito si è arenato,
complice l’agenda fittissima dei suoi creatori. Hardy e Knight non
hanno mai nascosto il desiderio di proseguire la storia, ma fino a
oggi erano mancate indicazioni concrete.
Steven Knight: “Io e Tom sappiamo già cosa fare nella stagione
2”
La svolta arriva da una recente intervista di Steven Knight a
Radio Times, in cui
l’autore ha confermato che il piano per Taboo stagione 2 esiste già ed è stato
discusso direttamente con Tom Hardy. Knight ha spiegato che, pur
restando una questione di incastri produttivi, la direzione
narrativa è chiara e condivisa, trasformando il ritorno della serie
in una questione di “quando” piuttosto che di “se”.
La prima stagione di Taboo raccontava, in otto episodi, il ritorno a Londra
di James Keziah Delaney, avventuriero enigmatico e tormentato,
immerso nei traffici commerciali e nelle ombre dell’Impero
britannico dell’Ottocento. Il personaggio, interpretato da Hardy
con intensità magnetica, è considerato da molti uno dei suoi ruoli
televisivi più riusciti, secondo solo a Peaky Blinders.
All’epoca, la serie ottenne ottimi riscontri di critica e quasi sei
milioni di spettatori medi a episodio negli Stati Uniti, spingendo
BBC e FX a confermarne rapidamente il rinnovo. Tuttavia, il
successo travolgente di Peaky
Blinders, insieme a impegni cinematografici come
Dunkirk e Venom per Hardy, ha finito per rallentare tutto.
Oggi lo scenario sembra cambiato. Knight ha appena concluso il film
Peaky Blinders: The Immortal
Man, mentre Hardy potrebbe ritagliarsi una finestra produttiva
dopo l’uscita del lungometraggio. Le condizioni ideali, insomma,
per riportare in vita l’universo oscuro e affascinante di
Taboo.
Se il progetto dovesse concretizzarsi, il ritorno di James Delaney
rappresenterebbe uno degli eventi televisivi più attesi dai fan del
crime storico, chiudendo finalmente una delle attese più lunghe e
misteriose della serialità moderna.
Dopo alcuni episodi piuttosto
movimentati, il finale della seconda stagione di Landman
ha offerto una conclusione soddisfacente alla serie di
Taylor Sheridan, ma alcuni degli
elementi più convenienti del finale potrebbero richiedere una
spiegazione. Il finale della seconda stagione di Landman ha risolto tutte le questioni in sospeso su
M-Tex, Cami Miller (Demi
Moore) e i colpi di scena della nona puntata della
seconda stagione di Landman.
Ora Tommy ha una nuova attività di
famiglia da gestire dopo essere stato licenziato dalla M-Tex,
Ainsley è finalmente andata al college, Cooper e Ariana si sono
fidanzati e il futuro sembra roseo per Landman. Arrivare a quel
lieto fine non è stato facile, però, dato che Cooper è stato quasi
accusato di omicidio, Tommy è sopravvissuto a stento a un grave
incidente stradale e Gallino è riuscito ancora una volta a mettere
le mani su tutto. Il percorso verso il finale e la comparsa a
sorpresa di un coyote simbolico potrebbero richiedere una
spiegazione.
Perché Tommy vede un coyote nel
finale della seconda stagione di Landman: la spiegazione
Alla fine della seconda stagione di
Landman, Tommy e Angela hanno parlato nel cortile sul retro e Tommy
ha visto un coyote. Ha detto al coyote: “No. Oggi non puoi averlo,
amico. Oggi è mio”. È stata una nota un po’ strana con cui
concludere la seconda stagione di Landman, ma c’era un significato
simbolico in quell’interazione. Ricordiamo che anche la prima
stagione di Landman si era conclusa con Tommy che parlava con un
coyote nel giardino sul retro.
Alla fine della prima stagione di
Landman, Tommy aveva scacciato il coyote dicendogli che da quelle
parti uccidevano i coyote. Allora, il coyote simboleggiava Tommy
intrappolato, sia da Gallino che dall’industria petrolifera nel suo
complesso. Lui, come il coyote, era in grave pericolo. Nella
seconda stagione di Landman, il coyote rappresenta ancora il
pericolo e la morte, ma Tommy gli dice chiaramente che ha vinto e
sfuggito alla morte.
Il coyote arriva anche al
significato della seconda stagione di Landman nel suo complesso.
L’intera stagione ha riguardato Tommy che imparava a sconfiggere il
coyote e la morte e il pericolo che esso simboleggia. Tommy ha
finalmente smesso di uccidersi per il suo lavoro, ha finalmente
iniziato a godersi e ad amare la sua famiglia e ha persino fatto
pace con suo padre, TL (Sam Elliott). Tommy ha ingannato la morte e
finalmente ha una vita degna di essere vissuta.
Tommy ha fondato una compagnia
petrolifera a conduzione familiare: CTT Oil Exploration & Cattle
Explained
Uno dei motivi principali per cui
la vita di Tommy è finalmente degna di essere vissuta è che ha
avviato una sua azienda: la CTT Oil Exploration & Cattle. Come
Tommy ha spiegato a pezzi e bocconi, la sigla CTT sta per Cooper
(Jacob Lofland), Tommy e Thomas (TL). La parte “cattle” è il
risultato della rapidità con cui Tommy ha agito: le aziende non
possono avere lo stesso nome di un’azienda già esistente, quindi,
per assicurarsi che il nome scritto da Gallino sull’assegno non
fosse già stato preso da qualcun altro, Tommy ha pensato a qualcosa
di abbastanza “stupido” da non essere utilizzato.
Tommy ha anche assegnato alla
maggior parte del cast di Landman un ruolo nella CTT Oil
Exploration & Cattle. Mentre stava creando la società, ha anche
convinto Gallino a pagare la CTT per rimborsare la M-Tex per i
contratti di locazione dei terreni di Cooper, ha ottenuto lo
scioglimento del contratto originale con la M-Tex e ha anche
assicurato i finanziamenti per nuovi pozzi sul terreno. Tommy ha
anche spiegato di aver creato la società invece di accettare un
lavoro presso una compagnia petrolifera esistente perché voleva
vedere se aveva ancora “un altro asso nella manica”.
Come Tommy ha convinto Gallino a
finanziare la sua compagnia petrolifera e il destino di Cami
spiegato
Nonostante abbia apertamente
disprezzato Gallino (Andy Garcia) e i suoi legami con il cartello
per tutta la stagione, Tommy gli ha chiesto dei soldi per
finanziare la CTT Oil Exploration & Cattle. Sorprendentemente,
nonostante il suo ingente e continuo investimento nella M-Tex,
Gallino ha dato a Tommy un totale di 62 milioni di dollari: 44
milioni per riacquistare i contratti di locazione dei terreni di
Cooper e 18 milioni per iniziare a perforare nuovi pozzi più
profondi sul terreno.
Sebbene sia stata una sorpresa, ci
sono alcuni motivi per cui Gallino ha deciso di finanziare la nuova
compagnia petrolifera di Tommy. Tommy è riuscito a spiegare bene
che Cami e M-Tex non riusciranno a trasformare la piattaforma
offshore di gas naturale in una fonte di guadagno importante. Ha
anche spiegato che, anche se la piattaforma offshore dovesse
trovare il gas, ci sono molti aspetti logistici e finanziari che
potrebbero andare storti e ridurre i profitti.
Una volta convinto Gallino che la
piattaforma offshore non avrebbe funzionato, Tommy ha posizionato
la CTT Oil Exploration & Cattle come una compagnia petrolifera
“troppo grande per fallire”. L’intuizione di Cooper sui contratti
di locazione era denaro garantito, e i termini originali del loro
accordo erano ancora generosi per Gallino. Tommy ha convinto
Gallino dimostrandogli che investire nella CTT era un buon modo per
recuperare la perdita quasi certa dell’investimento nella
M-Tex.
Dato che M-Tex sta quasi certamente
andando verso il fallimento, il futuro di Cami a Landman non è
molto sicuro. M-Tex probabilmente fallirà, ma Cami può ancora
decidere di vendere a una compagnia petrolifera più grande, come
suggerito da Nate. Se non lo farà, perderà milioni di dollari.
Fortunatamente, ha ancora un enorme fondo fiduciario creato da
Monty prima di morire, quindi riuscirà comunque a cavarsela in un
modo o nell’altro.
I guai legali di Cooper e come
Tommy lo ha tirato fuori dai guai: spiegazione
Dopo che Ariana è stata aggredita e
quasi violentata nella stagione 2, episodio 9 di Landman, Cooper
l’ha difesa da Johnny. Johnny, tuttavia, è morto per un infarto
dopo essere stato portato in ospedale, e la polizia di Odessa ha
minacciato di accusare Cooper di aggressione e omicidio. Lo stesso
Cooper ha poi ammesso che il pestaggio di Johnny è andato ben oltre
i limiti della difesa di Ariana, dato che lo ha colpito 17 volte e
ha detto che voleva ucciderlo.
Ci sono alcuni aspetti contorti
della vicenda legale di Cooper che necessitano di una spiegazione.
La polizia di Odessa ha dichiarato di comprendere la decisione di
Cooper di difendere la sua fidanzata da uno stupratore, ma ha
minacciato di sporgere denuncia perché Johnny aveva delle
conoscenze influenti. Alla fine è riuscito a uscire dalla
situazione senza essere incriminato perché Rebecca era il suo
consulente legale e Tommy ha chiesto un favore allo sceriffo prima
di minacciare di rivolgersi alla stampa.
Cosa significa il finale della
seconda stagione di Landman per la terza stagione
Il finale della seconda stagione di
Landman ha anche gettato le basi per la terza stagione, già
rinnovata. Ora che Tommy ha avviato la CTT Oil Exploration &
Cattle, il focus di Landman sarà probabilmente quello di far
decollare la sua nuova azienda. Cami e M-Tex non saranno così
importanti, anche se probabilmente scopriremo se lei ha venduto
l’azienda o meno e se la piattaforma offshore per l’estrazione di
gas naturale ha funzionato.
La nuova attenzione rivolta alla
CTT ha anche alcune implicazioni per la famiglia Norris e i loro
amici. Tommy è più pronto a diventare un padre di famiglia e a
concentrarsi sul godersi la vita, e il fatto che la maggior parte
della famiglia Norris sia coinvolta nella CTT dovrebbe rendere
tutto più facile. Tommy può ancora essere un maniaco del lavoro, ma
lavorerà con suo padre e suo figlio invece che per una vedova
inesperta e in lutto.
Si spera che la creazione della CTT
significhi anche che la terza stagione di Landman sarà nuovamente
incentrata sul cartello. Tommy ha accettato “i soldi del diavolo”
da Gallino per avviare la CTT e ora ha un enorme interesse
finanziario nella società. I legami di Gallino con il cartello non
sono stati molto evidenti nella seconda stagione di Landman, ma ora
la terza stagione offre l’occasione perfetta per far sentire a
Tommy la pressione di aver accettato denaro proveniente dal
traffico di droga.
Al di fuori della CTT, Landman ha
anche preparato alcune storie personali da seguire nella prossima
stagione. Probabilmente vedremo Ainsley adattarsi alla vita
universitaria e alla sua squadra di cheerleader, e Angela lottare
per abituarsi alla sindrome del nido vuoto. Anche la storia d’amore
tra Rebecca e Charlie dovrebbe essere al centro dell’attenzione, e
quasi certamente vedremo Cooper e Ariana sposarsi finalmente. La
terza stagione di Landman ha un futuro brillante davanti a sé.
Il
prossimo capitolo dell’universo di Game of Thrones potrebbe
essere molto più pianificato di quanto i fan immaginassero. In
vista del debutto di A Knight of the Seven
Kingdoms, George R. R.
Martin ha infatti condiviso con lo
showrunner della serie, Ira Parker,
ben 12 storie
inedite ambientate nel ciclo narrativo di Tales of Dunk and Egg, mai pubblicate
ufficialmente.
La
rivelazione arriva da un’intervista rilasciata da Parker a
The Hollywood Reporter,
nella quale lo showrunner ha spiegato che Martin non si è limitato
alle tre novelle già note al pubblico. Oltre a Il Cavaliere Errante, La Spada Giurata e Il Cavaliere dei Sette Regni, l’autore
ha fornito una serie di outline che tracciano il percorso di Dunk e
Egg per gran parte delle loro vite, offrendo una mappa narrativa
molto più ampia rispetto a quanto disponibile finora nei libri.
Una base narrativa solida per evitare gli errori del passato
Secondo Parker, alcune di queste storie sono poco più che sinossi
di poche righe, mentre altre risultano decisamente più dettagliate.
In ogni caso, il materiale fornito da Martin rappresenta una
bussola fondamentale per evitare problemi di coerenza narrativa che
avevano segnato le fasi finali della serie madre. Conoscere in
anticipo le grandi svolte del destino dei protagonisti permette
infatti di costruire una serie televisiva con una direzione chiara,
anche in assenza dei romanzi completi.
Al momento, HBO ha confermato che A Knight of the Seven
Kingdoms adatterà esclusivamente le tre novelle già
pubblicate. Tuttavia, qualora la serie dovesse incontrare il favore
del pubblico e ottenere rinnovi per più stagioni, il materiale
inedito potrebbe diventare la base per un’espansione naturale della
storia. Parker ha dichiarato apertamente che sarebbe entusiasta di
raccontare sullo schermo tutte e dodici le avventure ancora
sconosciute di Dunk ed Egg.
Lo showrunner non ha nascosto però le incognite legate al lancio di
una nuova serie all’interno di un franchise così imponente.
A Knight of the Seven
Kingdoms avrà un budget sensibilmente inferiore rispetto a
House of the Dragon, che si aggira
intorno ai 20 milioni di dollari a episodio. Questo significa meno
draghi, meno location spettacolari e un’impostazione più intima,
incentrata sui personaggi e sul viaggio.
La serie debutterà su HBO il 18 gennaio 2026, segnando l’inizio di una nuova
avventura a Westeros, più contenuta nelle dimensioni ma
potenzialmente decisiva per il futuro dell’intero universo
narrativo.
Il
mondo dell’animazione piange Roger
Allers, storico autore Disney e figura
chiave del cosiddetto Rinascimento Disney. Il regista e animatore
si è spento all’età di 76 anni. La notizia della sua scomparsa è
stata confermata dal collega e amico Dave Bossert, che ne ha
ricordato il talento e l’umanità con un lungo e commosso messaggio
condiviso sui social.
Allers è stato una presenza centrale nell’evoluzione
dell’animazione Disney dagli anni Ottanta in poi. Entrato negli
studi come storyboard artist per Tron (1982), ha contribuito in modo decisivo a titoli
fondamentali come Oliver &
Company, La
sirenetta, La bella e la
bestia e Aladdin. Proprio
La bella e la bestia, di
cui fu head of story, segnò una svolta storica diventando il primo
film animato candidato all’Oscar come Miglior Film.
Il Re Leone e l’eredità del Rinascimento Disney
Il suo nome resterà però indissolubilmente legato a Il Re Leone,
da lui co-diretto insieme a Rob Minkoff nel 1994. Il film si
trasformò in un fenomeno globale, vincendo il Golden Globe come
Miglior Film – Musical o Commedia e diventando uno dei più grandi
successi commerciali e culturali della storia Disney. Allers
contribuì anche alla trasposizione teatrale dell’opera, firmando
l’adattamento per Broadway de The Lion King, spettacolo pluripremiato con numerosi
Tony Awards.
Nel suo messaggio, Dave Bossert ha ricordato Allers non solo come
artista straordinario, ma come una persona di rara gentilezza,
capace di trattare ogni collaboratore con rispetto e attenzione,
indipendentemente dal ruolo. Un tratto umano che, secondo molti
colleghi, non venne mai offuscato dal successo.
Allers continuò a collaborare con Disney anche in seguito,
lasciando il segno su progetti come Le follie dell’imperatore e Lilo & Stitch, contribuendo a formare nuove
generazioni di animatori e storyteller.
A
rendergli omaggio è stato anche Bob Iger,
CEO di The Walt Disney
Company, che lo ha definito un
«visionario creativo»
capace di comprendere il potere senza tempo della narrazione,
dell’emozione e della musica. Un’eredità che continuerà a vivere
nei film che hanno segnato l’infanzia e l’immaginario di milioni di
spettatori in tutto il mondo.
Sono passati più di dieci anni dalla conclusione di Smallville, eppure
il finale della serie continua a essere ricordato come uno dei più
ambiziosi e simbolicamente densi nella storia delle produzioni
supereroistiche televisive. Quello che era iniziato come un teen
drama con elementi fantastici si è trasformato, stagione dopo
stagione, in un racconto di formazione epico, capace di
accompagnare Clark Kent dall’adolescenza alla piena assunzione del
ruolo di Superman. Un percorso lungo 218
episodi, il più esteso mai dedicato allo stesso interprete
dell’Uomo d’Acciaio: Tom
Welling.
Il finale aveva dunque un peso enorme da sostenere. Doveva chiudere
archi narrativi decennali, rendere giustizia ai personaggi storici
e, soprattutto, completare la trasformazione di Clark senza tradire
la filosofia fondante della serie. Smallville non è mai stata la storia di Superman: è
stata la storia di come Clark Kent diventa Superman. E il finale
non dimentica mai questa premessa.
Darkseid, Apokolips e la minaccia finale
L’ultima stagione introduce la sfida più grande affrontata da
Clark: Darkseid. A differenza della sua incarnazione fumettistica,
in Smallville Darkseid è
una forza quasi metafisica, un’oscurità primordiale capace di
insinuarsi negli esseri umani sfruttandone paure, traumi e sensi di
colpa. Non combatte con la forza bruta, ma con la corruzione
morale. Il suo piano culmina con l’arrivo di Apokolips, il pianeta
infernale che si avvicina alla Terra, pronto a schiacciarla
fisicamente e spiritualmente.
Il pericolo diventa personale quando Darkseid prende il controllo
di Oliver Queen. La minaccia non è più solo cosmica, ma intima:
Clark rischia di perdere le persone che ama e, soprattutto, di
perdere se stesso. È qui che il finale chiarisce uno dei suoi temi
centrali: Superman non nasce dalla forza, ma dalla capacità di
resistere all’odio.
Lasciare andare il passato per diventare Superman
Il vero ostacolo che Clark deve superare non è Darkseid, ma il peso
del passato. Il senso di colpa per la morte di Jonathan Kent è
sempre stato il varco attraverso cui l’oscurità cercava di entrare.
Il tentativo di “andare avanti” vendendo la fattoria e lasciando
Smallville si rivela però un errore: Clark confonde il distacco con
la rinuncia alle proprie radici.
Il finale ribadisce che Superman non nasce cancellando il passato,
ma accettandolo. Solo quando Clark smette di punirsi e riconosce
che l’amore per i suoi genitori adottivi è una forza, non una
debolezza, Darkseid perde ogni presa su di lui.
Lex Luthor, Tess Mercer e l’inevitabilità del destino
Il ritorno di Lex Luthor,
interpretato nuovamente da Michael
Rosenbaum, è uno dei momenti più attesi e
significativi del finale. Lex non è più in conflitto con la propria
identità: accetta finalmente di essere il villain della storia. La
sua consapevolezza rafforza quella di Clark. Sono destinati a
scontrarsi perché rappresentano due risposte opposte allo stesso
trauma.
Tess Mercer completa il suo arco narrativo con un gesto estremo e
tragico: cancellare la memoria di Lex, privandolo non solo del
segreto di Clark, ma di tutto ciò che lo ha reso ciò che è. La sua
morte sancisce uno dei messaggi più forti della serie: il sangue
non determina il destino. Tess dimostra che si può scegliere chi
essere, anche pagando il prezzo più alto.
Padri e figli: il cuore emotivo del finale
La scena nel granaio con Jonathan e Martha Kent rappresenta l’anima
di Smallville. I
genitori di Clark riconoscono che il loro compito è finito. Non
devono più guidarlo: devono lasciarlo andare. È un passaggio di
testimone che prepara l’incontro finale con Jor-El, l’altra figura
paterna che ha sempre rappresentato il dovere e il sacrificio.
Solo unendo l’insegnamento umano di Jonathan e quello kryptoniano
di Jor-El, Clark diventa completo. Il costume che Martha ha cucito
non è un semplice simbolo: è la sintesi delle sue due identità.
Il volo, la rivelazione e la nascita del Man of Tomorrow
Quando Clark finalmente vola, Smallville rompe la sua regola più iconica. Non è un
fan service gratuito, ma la conclusione naturale di un blocco
psicologico durato dieci stagioni. Clark non volava perché non si
sentiva degno. Nel momento in cui accetta di essere un simbolo di
speranza, il volo diventa inevitabile.
La sconfitta di Darkseid e l’allontanamento di Apokolips non
avvengono solo grazie alla forza, ma attraverso un atto di fede
nell’umanità. Superman si rivela al mondo non come un dio, ma come
un esempio. Da quel momento, Clark Kent diventa la maschera;
Superman, la verità.
Uno sguardo al futuro e l’eredità di Smallville
Il flash-forward finale chiude il cerchio: il Daily Planet, Lois e
Clark insieme, Lex in politica, Metropolis ancora bisognosa di un
eroe. Tutto è al suo posto. Il gesto iconico della camicia aperta,
accompagnato dal tema di John Williams, non è nostalgia fine a se
stessa: è un passaggio di eredità. Smallville riconosce il mito, ma lo rende suo.
Il finale non racconta la fine di Superman, ma l’inizio di una
leggenda. Ed è proprio per questo che, a distanza di anni, continua
a funzionare: perché non parla di potere, ma di scelta. Di amore.
Di responsabilità. Di speranza.
Dopo 12 vivaci episodi,
Come si dice amore? (Can This Love Be
Translated?) si è concluso con il botto. A guidare il
cast del
k-Drama di NetflixCome si dice amore?
(Can This Love Be Translated?) c’è il veterano del
settore Kim Seon-ho nei panni dell’interprete di lingue straniere
Joo Ho-jin, che inaspettatamente incrocia la strada dell’attrice
Cha Mu-Hee (Go Youn-jung) proprio prima che la sua carriera
decolli. Mesi dopo, i due si ritrovano per lavoro.
Al centro della serie originale
Netflix c’è uno show nello show, in cui Mu-hee corteggia l’attore
giapponese Hiro Kurosawa (Sota Fukushi) in giro per il mondo in un
reality show di incontri chiamato Romantic Trip. Ho-jin colma il
divario linguistico tra i due, ma le insicurezze e i traumi passati
di Mu-hee culminano in una crisi di salute mentale, con Ho-jin che
si dedica con tutte le sue forze a salvarla.
Cha Mu-Hee e Joo Ho-Jin finiranno
insieme in Come si dice amore? (Can This Love Be
Translated?)?
La storia d’amore tra Cha Mu-hee e
Joo Ho-jin ha richiesto un po’ di tempo, ma ne è valsa sicuramente
la pena. Il trauma di Mu-hee l’aveva convinta di non essere
amabile, quindi spesso fuggiva dai suoi veri sentimenti come
meccanismo di difesa. Ho-jin l’ha convinta a smettere di sabotarsi
con una scappatoia: i due hanno iniziato a frequentarsi con
l’affermazione che alla fine si sarebbero lasciati.
L’amata coppia del K-drama mantiene
quella promessa rompendo nel finale della serie, ma si tratta di
una pausa temporanea nella loro storia d’amore. Dopo un periodo a
Los Angeles, Mu-hee torna in Corea e professa il suo amore a Ho-jin
in tutte le lingue che lui capisce. Il viaggio è stato difficile,
ma la coppia centrale del K-drama si guadagna un meritato lieto
fine.
Cosa rappresenta davvero Ra-Mi:
Mu-Hee soffre di DID?
Durante tutta la commedia
romantica, c’è stata una sottotrama inquietante riguardante il
rapporto di Mu-hee con Do Ra-mi, lo zombie che ha interpretato e
che l’ha portata al successo. Do Ra-mi ha iniziato ad apparire come
un’allucinazione e poi sembrava possedere completamente Mu-hee per
giorni e giorni, spingendo gli spettatori a chiedersi se l’alter
ego fosse una forma di sindrome dell’impostore o un vero e proprio
disturbo dissociativo dell’identità (DID).
Nonostante gli elementi horror del
K-drama, a Mu-hee non viene mai data una diagnosi esplicita e Da
Ra-mi scompare completamente dopo che l’eroina affronta il suo
trauma infantile. In realtà, il sabotatore interiore non risale
alla sua carriera, ma a sua madre, che insisteva nel dire che
Mu-hee non sarebbe mai stata felice o veramente amata.
Di conseguenza, quando si risveglia
dal coma e scopre la sua fama, il dubbio di Mu-hee si manifesta
sotto forma di critiche da parte della madre. Tuttavia, poiché
Mu-hee stava ancora reprimendo quei ricordi dolorosi, l’unico nome
che poteva dare a quella figura era Do Ra-mi, il personaggio che le
aveva dato la notorietà.
Come si dice amore?
(Can This Love Be Translated?) rivela che i genitori
di Mu-Hee non sono mai morti
Parte del motivo per cui Mu-hee ha
interiorizzato gli abusi di sua madre era perché pensava di aver
assistito alla tragica morte dei suoi genitori da bambina, quando
sua madre le avvelenò la torta di compleanno. Suo zio paterno non
fece altro che rafforzare questa versione dei fatti, causando a
Mu-hee un senso di colpa che l’ha tormentata per decenni. Un
confronto finale con i suoi genitori adottivi porta Mu-hee a
scoprire la verità: tutti sono sopravvissuti.
Il colpo di scena dell’ultimo
secondo del K-drama ha dato alla protagonista un motivo per
lasciare la Corea nel finale di Come si dice amore?
(Can This Love Be Translated?), quando Mu-hee è
partita per gli Stati Uniti per affrontare una volta per tutte la
sua madre naturale. Lo spettatore non vede nulla del viaggio in
solitaria di Mu-hee, ma il suo ritorno pieno di speranza indica che
è riuscita a trovare la pace.
Shin Ji-Sun e Kim Yong-U scappano
insieme
Il finale migliore del drama
coreano è stato senza dubbio quello della coppia secondaria. In
Come si dice amore? (Can This Love Be
Translated?), la storia d’amore spensierata tra Kim
Yong-u (Choi Woo-sung) e Shin Ji-sun (Lee Yi-dam) è contrapposta a
quella della coppia principale. Yong-u, il devoto manager di
Mu-hee, è finito per essere il partner perfetto per la produttrice
Ji-sun, che all’inizio della serie era l’amore segreto di
Ho-jin.
In netto contrasto con i conflitti
angoscianti di Mu-hee e Ho-jin, Ji-sun e Yong-u hanno intrapreso
una relazione appassionata che è sbocciata in un rapporto sano.
Ji-sun e Ho-jin chiariscono la situazione senza rancore nel finale
della serie, dando a Ji-sun la libertà di dedicarsi completamente a
Yong-u. Alla fine, partono per il Regno Unito come una coppia
felicemente fidanzata.
Questo amore può essere tradotto?
Dà a Hiro il suo lieto fine
Hiro non è mai sembrato un
possibile interesse amoroso per Mu-hee, ma nonostante ciò ha
sviluppato dei sentimenti per l’attrice. La sua attrazione era
evidente fin dall’inizio, anche se l’intromissione di Do Ra-mi ha
alimentato le fiamme durante tutto il secondo atto della serie. Di
conseguenza, Hiro ha confessato più volte i suoi sentimenti in modo
non ufficiale, accettando il rifiuto come un’opportunità di
apprendimento.
Pur non essendo il protagonista
maschile romantico del K-drama, Hiro esce comunque da
Come si dice amore? (Can This Love Be
Translated?) come un uomo cambiato. L’attore
giapponese usa il suo nuovo coraggio per ottenere un ruolo ambito
in un film importante, riconoscendo che il tempo trascorso sul set
di Romantic Trip gli ha insegnato che correre dei rischi è meglio
che vivere per sempre con il rimpianto.
Il vero significato di
Come si dice amore? (Can This Love Be
Translated?)
Fin dall’inizio, Come
si dice amore? (Can This Love Be Translated?) è stato
molto più di una tipica commedia romantica. Da Mu-hee che aiuta
Ho-jin a ricostruire lentamente il suo rapporto con la madre al
continuo botta e risposta riguardante gli oggetti d’antiquariato
ereditati da Ho-jin, il drama riflette come, sia che si fugga dal
passato o ci si senta bloccati in esso, la comunicazione sia la
chiave per guarire.
Inoltre, l’analisi degli stili di
attaccamento e l’istinto di lotta o fuga di Mu-hee hanno reso
Come si dice amore? (Can This Love Be
Translated?) un K-drama incredibilmente stimolante,
costringendo lo spettatore a confrontarsi con le proprie ansie
relazionali. Come Mu-hee stessa impara alla fine, Come
si dice amore? (Can This Love Be Translated?) ci
ricorda che tutti siamo degni di amore: dobbiamo solo trovare la
giusta lunghezza d’onda comunicativa.
Quando The Batman è
arrivato nelle sale nel marzo 2022, ha ridefinito il Cavaliere
Oscuro con un approccio cupo, realistico e profondamente radicato
nella corruzione sistemica di Gotham City. Al momento dell’uscita
di The Batman – Parte II, previsto non prima
del 2027, saranno passati circa cinque anni tra un capitolo e
l’altro: un intervallo lungo, che rende inevitabile l’attesa
spasmodica dei fan e l’attenzione maniacale su ogni dettaglio
produttivo, a partire dal casting.
Ed
è proprio il casting, tra annunci ufficiali e rumor sempre più
insistenti, a suggerire un’assenza importante nel sequel diretto da
Matt Reeves:
quella di Dick Grayson, alias Robin.
La recente notizia dell’ingresso di Sebastian
Stan nei panni di Harvey Dent ha
immediatamente indirizzato le aspettative narrative del film. Anche
senza ipotizzare una trasformazione completa in Due Facce, la
presenza di Dent indica chiaramente la volontà di approfondire
ancora una volta il tema della corruzione istituzionale, già
centrale nel primo capitolo. A questo si aggiungono indiscrezioni
su altri personaggi chiave dell’universo di Gotham, che
renderebbero The
Batman – Parte II un film estremamente denso dal punto di
vista narrativo.
Un sequel affollato che lascia poco spazio a Robin
Secondo i rumor, il film potrebbe includere figure come Jeremiah
Arkham o addirittura la Corte dei Gufi come antagonisti principali
o secondari. Se anche solo una parte di queste voci si rivelasse
fondata, il risultato sarebbe un sequel ricchissimo di personaggi,
sottotrame e conflitti. In uno scenario del genere, l’introduzione
di Robin rischierebbe di apparire forzata o sacrificata, senza lo
spazio necessario per svilupparne il percorso emotivo e
simbolico.
Va detto che né Dick Grayson né qualsiasi altra incarnazione di
Robin – da Jason Todd a Tim Drake, fino a Damian Wayne – è mai
stata ufficialmente annunciata per The Batman – Parte II. Tuttavia, il primo film aveva
seminato alcuni indizi interessanti: Bruce Wayne mostrava una forte
empatia per il figlio del sindaco Don Mitchell Jr., rimasto orfano
dopo l’omicidio del padre, arrivando persino a salvarlo durante il
funerale. Un momento che molti avevano letto come una possibile
premessa emotiva per l’arco narrativo di Robin.
Eppure, alla luce delle attuali scelte di casting, quella
suggestione sembra destinata a restare tale. Il progetto di Reeves
pare guardare più a opere come Batman: Dark Victory e The Long Halloween, da cui già il primo film traeva
ispirazione, privilegiando una coralità di villain e una Gotham
soffocata dal crimine piuttosto che il racconto di una “famiglia”
di eroi.
Introdurre Robin in modo efficace richiederebbe tempo, attenzione e
una centralità narrativa che The Batman – Parte II potrebbe non potersi permettere.
In questo senso, l’assenza del Ragazzo Meraviglia non appare come
una mancanza, ma come una scelta coerente con la visione di Reeves:
un Batman ancora solo, incompleto e immerso fino al collo nelle
ombre della sua città.
Il
mondo di Westeros è pronto ad espandersi ancora. HBO ha pubblicato
il trailer “This Season
On” di A Knight of the Seven
Kingdoms, nuovo prequel ambientato nell’universo di
Game of Thrones, offrendo
finalmente un primo sguardo più concreto sul tono, l’atmosfera e la
direzione narrativa della serie. Dopo House of the Dragon, il franchise
torna a esplorare il passato dei Sette Regni con un progetto molto
diverso per scala e sensibilità.
Basata sulle novelle di George R.R. Martin note come
Dunk and Egg, la serie si
colloca circa un secolo prima degli eventi di Game of Thrones, seguendo le vicende di Ser
Duncan l’Alto e del suo giovane scudiero Egg, destinato a diventare
Aegon V Targaryen. Il trailer non punta su grandi battaglie o
draghi, ma su un approccio più intimo, cavalleresco e avventuroso,
segnando una chiara cesura rispetto alle recenti incarnazioni del
franchise.
Un prequel più intimo e avventuroso per il mondo di Westeros
Il filmato “This Season On” mostra un Westeros meno dominato dalla
politica spietata delle grandi casate e più vicino al mito del
cavaliere errante. Tornei, viaggi, incontri fortuiti e un senso di
scoperta emergono come elementi centrali, suggerendo una narrazione
più lineare e umana, pur restando ancorata alle tensioni sociali e
morali tipiche dell’universo creato da Martin.
Dal punto di vista visivo, A Knight of the Seven
Kingdoms sembra privilegiare un’estetica più sobria e
luminosa rispetto al passato, con costumi e scenografie che
richiamano un’epoca di transizione: i Targaryen sono ancora sul
Trono di Spade, ma il loro potere non è più assoluto. Il trailer
suggerisce anche una maggiore attenzione al rapporto tra i due
protagonisti, cuore emotivo del racconto, costruito su lealtà,
crescita e confronto generazionale.
HBO punta così a differenziare ulteriormente il brand, evitando la
ripetizione dei meccanismi narrativi di Game of Thrones e House of the Dragon. Non una storia di grandi
guerre civili, ma un racconto di formazione ambientato in un mondo
che sta lentamente cambiando, dove l’ideale cavalleresco è già
messo alla prova dalla realtà.
Al momento, la rete non ha ancora comunicato una data di uscita
precisa, ma il trailer conferma che A Knight of the Seven Kingdoms è uno dei titoli chiave
della prossima stagione televisiva HBO. Un progetto che potrebbe
conquistare sia i fan storici, sia chi cerca un punto d’ingresso
più accessibile nell’universo di Westeros.
Dopo il buon riscontro ottenuto da Superman, primo tassello
cinematografico del nuovo DC
Universe, i fan attendono con impazienza l’arrivo degli altri
due pilastri della Trinità DC: Batman e Wonder Woman. Tuttavia,
nelle ultime ore, a spegnere le aspettative su un loro imminente
debutto è intervenuto direttamente James
Gunn, che ha chiarito la situazione sul
casting di Superman: Man of Tomorrow, sequel già
annunciato e molto discusso.
Negli ultimi giorni, infatti, diversi rumor sostenevano che attori
e attrici stessero già sostenendo provini per interpretare il
Cavaliere Oscuro e l’Amazzone nel nuovo film. A seguito di una
domanda diretta da parte di un fan, Gunn ha risposto senza mezzi
termini su Threads: «Tutti
questi rumor sulle audizioni per Batman e Wonder Woman sono
falsi». Una dichiarazione netta, che chiude – almeno per ora –
ogni speculazione su una loro apparizione nel sequel.
Il casting di Man of
Tomorrow e il futuro della Trinità DC
Gunn ha inoltre ridimensionato le voci su un presunto grande
annuncio di casting in arrivo, spiegando che la vera novità già
comunicata riguarda Brainiac, personaggio chiave del nuovo corso
DC. «La grande notizia era
Brainiac. Molti altri ruoli importanti riguardano personaggi che il
pubblico ha già incontrato. I ruoli più piccoli, invece, sono in
fase di casting ora», ha chiarito il regista.
Secondo Gunn, l’origine dei rumor potrebbe derivare dal fatto che
la produzione sta effettivamente cercando un’attrice per un ruolo
femminile in Man of
Tomorrow. «Stiamo
attualmente facendo casting per un personaggio femminile. Il mio
unico pensiero è che alcuni scoopers abbiano ipotizzato si
trattasse di Wonder Woman», ha aggiunto. Tra le ipotesi
circolate online figurano nomi come Starfire, Big Barda o Jenny
Sparks, figure legate a futuri progetti del DCU ma non
necessariamente alla Trinità.
Sul fronte dei desideri dei fan, le suggestioni non mancano. Per
Batman si sono fatti i nomi di Jonathan Bailey, Brandon Sklenar e persino
Tom Welling, storico volto di Smallville. Per Wonder Woman, invece, restano popolari
Alexandra Daddario e Melissa Barrera,
spesso citate nei fan casting online.
Già in passato Gunn aveva affrontato il tema, parlando
dell’esistenza di Wonder Woman nel nuovo universo narrativo:
«Esisterà, prima o poi»,
aveva dichiarato, aggiungendo però di non sapere se il personaggio
sia già attivo nella linea temporale attuale. Una cautela che
contrasta con l’approccio adottato per Batman, attorno al quale il
DCU si sta strutturando con maggiore chiarezza.
Tra i progetti confermati figurano The Brave and the Bold, film
canonico che introdurrà Bruce Wayne insieme al figlio Damian nei
panni di Robin, e Dynamic Duo, lungometraggio animato in
stop-motion dedicato a Dick Grayson e Jason Todd, dalla canonicità
ancora incerta.
In definitiva, se l’aggiornamento può sembrare deludente per chi
sperava in annunci imminenti, il messaggio di Gunn resta chiaro:
Batman e Wonder Woman arriveranno nel DC Universe. Non è una
questione di se, ma
semplicemente di quando.
Trasposta per il piccolo schermo e andata in onda su Rai 1 dal 4
gennaio 2026, Prima di
Noi rappresenta uno dei più ambiziosi adattamenti
letterari della recente fiction italiana. Il progetto nasce dal
romanzo omonimo di Giorgio
Fontana, vincitore del Premio Campiello, ed
è stato diretto da Daniele
Luchetti e Valia
Santella.
Se
il cuore tematico dell’opera rimane invariato — il racconto di una
famiglia italiana lungo il Novecento come specchio della Storia
collettiva — il passaggio dal romanzo alla serie comporta scelte
narrative, strutturali e simboliche che vale la pena analizzare nel
dettaglio.
Una struttura corale che cambia forma
Nel romanzo Prima di noi,
Fontana costruisce un affresco ampio e stratificato, seguendo
quattro generazioni della famiglia Sartori attraverso una
narrazione polifonica, fatta di salti temporali, cambi di punto di
vista e un uso intenso della memoria come dispositivo narrativo. Il
lettore è chiamato a orientarsi in una materia densa, dove passato
e presente dialogano costantemente.
La serie tv, per esigenze di racconto seriale, razionalizza questa
complessità. Pur mantenendo l’arco generazionale, la narrazione si
organizza in blocchi temporali più netti, spesso centrati su
singoli personaggi o momenti chiave. Il risultato è un racconto più
lineare, pensato per accompagnare lo spettatore episodio dopo
episodio, riducendo volutamente l’effetto di spaesamento che invece
nel romanzo è parte integrante dell’esperienza di lettura.
Dai pensieri alle azioni: il problema dell’interiorità
Una delle differenze più evidenti riguarda il trattamento
dell’interiorità dei personaggi. Il romanzo vive di riflessioni,
silenzi interiori, contraddizioni non esplicitate. Fontana scava
nella coscienza dei suoi protagonisti, mostrando come le grandi
trasformazioni storiche — guerra, industrializzazione, conflitti
sociali — si riflettano in scelte intime, spesso dolorose.
La serie tv traduce questa interiorità in azione e dialogo. I
conflitti diventano più visibili, più esplicitati, talvolta persino
semplificati per esigenze di ritmo e chiarezza. Non è una perdita
totale, ma una trasformazione: ciò che nel libro era pensiero
diventa gesto, sguardo, confronto verbale. Il linguaggio
audiovisivo sostituisce la pagina, ma inevitabilmente riduce alcune
ambiguità psicologiche che nel romanzo restavano aperte.
Il tempo storico: dal racconto alla messa in scena
Nel romanzo, la Storia è spesso evocata più che mostrata. Gli
eventi storici — fascismo, Resistenza, boom economico — filtrano
attraverso le vite quotidiane, senza mai diventare pura cronaca.
Fontana privilegia l’impatto emotivo e morale del tempo storico sui
personaggi.
La serie, invece, visualizza la Storia. Scenografie, costumi,
ambientazioni e ricostruzioni d’epoca assumono un ruolo centrale.
Il Novecento italiano diventa materia visiva, riconoscibile e
concreta, con una maggiore attenzione alla dimensione spettacolare.
Questo rende il racconto più accessibile e immediato, ma allo
stesso tempo sposta l’asse dall’introspezione alla
rappresentazione.
Personaggi ridisegnati e gerarchie narrative
Un’altra differenza significativa riguarda il peso dei personaggi.
Nel romanzo, la coralità è radicale: non esistono veri
protagonisti, ma una costellazione di figure che emergono e si
eclissano nel corso della narrazione.
Nella serie tv, alcune figure vengono rafforzate, altre
ridimensionate. Per necessità seriali, emergono personaggi-cardine
che guidano emotivamente lo spettatore, creando punti di
riferimento più stabili. Questo comporta anche alcune modifiche
caratteriali: certi personaggi risultano più netti, più definiti,
meno contraddittori rispetto alle loro controparti letterarie.
Fedeltà tematica, libertà narrativa
Nonostante le differenze, la serie resta profondamente fedele allo
spirito del romanzo. Prima di
Noi continua a interrogarsi sul senso di appartenenza, sulla
responsabilità individuale dentro la Storia, sul peso delle scelte
che si tramandano di generazione in generazione.
Dove il libro chiede al lettore uno sforzo attivo di
ricomposizione, la serie sceglie l’empatia e la continuità emotiva,
adattando la complessità letteraria a un pubblico più ampio senza
tradirne il nucleo tematico.
Due opere, due esperienze complementari
Romanzo e serie tv non si escludono, ma si completano. Il libro di
Giorgio Fontana resta un’esperienza più profonda e stratificata sul
piano psicologico e linguistico; la serie diretta da Daniele
Luchetti e Valia Santella offre invece una rilettura visiva,
emotivamente coinvolgente e capace di restituire il respiro
collettivo della storia italiana.
In definitiva,
Prima di Noi dimostra
come un adattamento possa essere fedele non tanto alla lettera,
quanto all’anima di un’opera, accettando la trasformazione come
parte inevitabile — e necessaria — del passaggio da una forma
all’altra.
Scossone creativo in arrivo per Fire
Country. La serie action–drama di CBS,
tra le più seguite del network negli ultimi anni, si prepara ad
affrontare una fase di transizione importante: Tia
Napolitano, showrunner e produttrice
esecutiva sin dalle origini dello show, lascerà il progetto al
termine della quarta stagione.
La
notizia, riportata da Deadline, arriva in un momento delicato.
Fire Country non è ancora stato
ufficialmente rinnovato per una quinta stagione, ma il suo
rendimento costante negli ascolti rende il proseguimento altamente
probabile. L’uscita di Napolitano, però, introduce una variabile
significativa nella tenuta creativa della serie, che negli anni ha
costruito un’identità molto riconoscibile.
Entrata nel progetto subito dopo il pilot, Napolitano ha affiancato
il creatore e protagonista Max Thieriot
e gli sceneggiatori Tony Phelan
e Joan Rater,
contribuendo a trasformare Fire Country nel titolo più visto tra le nuove serie
CBS del 2022. Il suo lavoro è stato centrale nel bilanciare il
racconto action con i temi della redenzione, della famiglia e del
senso di colpa che attraversano il personaggio di Bode Donovan.
In una dichiarazione congiunta, la presidente di CBS Entertainment
Amy
Reisenbach e il presidente di CBS Studios
David Stapf
hanno sottolineato il peso del contributo di Napolitano, definendo
Fire Country “la base di
un universo in espansione” e ringraziandola per il lavoro svolto,
lasciando però intendere che il progetto proseguirà con una nuova
guida.
Al momento, CBS è già alla ricerca di un nuovo showrunner. Una
scelta che sarà cruciale: Fire Country è ormai una serie consolidata, ma cambiare
leadership creativa dopo quattro stagioni comporta sempre il
rischio di alterarne l’equilibrio. La stagione 5, se confermata,
dovrà quindi dimostrare di saper evolvere senza perdere la coerenza
narrativa che ha reso lo show un successo.
Con
il ritorno in onda dell’ottava stagione di The
Rookie, la serie ABC ha iniziato a
ridisegnare in modo significativo gli equilibri interni della
divisione di Mid-Wilshire. Dopo un debutto ambizioso e fortemente
politico, il secondo episodio segna un punto di svolta che potrebbe
avere conseguenze permanenti su uno dei personaggi più
sottovalutati – ma centrali – dello show: Wade Grey.
La
storyline avviata nel premiere, legata all’indagine su Monica e al
coinvolgimento dell’FBI, ha portato l’agente federale Matt Garza a
cercare un referente interno alla squadra. Dopo il rifiuto di Nyla
Harper, la proposta è arrivata a Grey, reduce da una crisi
personale e professionale che lo ha spinto ad accettare. Da quel
momento, il suo ruolo a Mid-Wilshire ha iniziato a cambiare in modo
silenzioso ma profondo.
Il nuovo incarico di Grey potrebbe segnare un’uscita
definitiva
Formalmente, Grey non ha lasciato la divisione. Il suo ufficio è
ancora lì, nello stesso edificio, e la serie insiste più volte su
questo dettaglio. Ma narrativamente, il passaggio di consegne è già
avvenuto: in Fast Andy,
Tim Bradford assume il ruolo di Watch Commander, diventando di
fatto il nuovo punto di riferimento operativo del team.
È
un cambiamento che va oltre la semplice riorganizzazione interna.
Il nuovo incarico di Grey lo proietta in una dimensione diversa,
più ampia e meno legata alla quotidianità della squadra. Il
coordinamento con l’FBI apre possibilità concrete di avanzamento,
rendendo plausibile un suo definitivo allontanamento da
Mid-Wilshire. Tornare indietro, a questo punto, creerebbe
inevitabili problemi di gerarchia e continuità narrativa.
Non a caso, la stagione stessa accenna più volte al rischio di una
transizione irreversibile. Anche quando Grey riprende
temporaneamente il comando durante la visita presidenziale a Los
Angeles, la sensazione è quella di un personaggio ormai “di
passaggio”, più che radicato.
Dal punto di vista creativo, Alexi Hawley
ha sempre parlato della stagione 8 come di una fase di
rinnovamento. Eppure, il percorso di Grey sembra costruito con una
gradualità rara per la serialità network: non un’uscita shock, ma
un lento scivolamento ai margini, coerente con la sua evoluzione
personale.
Se davvero The
Rookie si prepara a salutare Wade Grey, lo farà
concedendogli qualcosa che pochi personaggi ottengono:
un arco di uscita
consapevole, all’altezza del suo ruolo storico nella
serie. Per ora resta una presenza, ma il tempo a Mid-Wilshire
potrebbe essere ormai contato.
Uno
degli elementi più discussi delle recenti teaser di
Avengers: Doomsday
non riguarda i personaggi mostrati, ma una serie di
numeri apparentemente
casuali comparsi prima del logo finale. Secondo una nuova
teoria elaborata dai fan MCU, quelle sequenze numeriche non
sarebbero affatto decorative: indicherebbero timestamp precisi di quattro scene
fondamentali diAvengers: Endgame,
suggerendo un legame narrativo diretto tra i due film.
Se
confermata, questa ipotesi cambierebbe radicalmente la percezione
di Doomsday, presentandolo
non solo come il prossimo grande evento corale dell’MCU, ma come
una riflessione tardiva
sulle conseguenze di Endgame.
Le quattro scene di Endgame che potrebbero tornare centrali
Secondo la teoria, i numeri mostrati nei teaser corrisponderebbero
a momenti molto specifici del film del 2019. Il primo rimanda al
dialogo tra Hulk e l’Antico nell’universo alternativo, quando viene
esplicitata per la prima volta la fragilità delle linee temporali e il
rischio di conseguenze catastrofiche. Un secondo riferimento
porterebbe al discorso di Steve Rogers prima del viaggio nel tempo,
quando gli Avengers decidono consapevolmente di violare le regole del continuum per
salvare il presente.
Gli altri due momenti chiamati in causa coinvolgerebbero Rocket
Raccoon e Thor: scene apparentemente leggere, ma legate a decisioni
cruciali come il furto
delle Gemme dell’Infinito e lo spostamento di personaggi
tra universi diversi. Proprio da qui nascerebbe l’interpretazione
più ambiziosa della teoria: Endgame avrebbe creato incursioni non del tutto sanate, destinate
a esplodere anni dopo.
Perché questo collegamento renderebbe Doomsday più solido
Uno dei limiti percepiti del Marvel post-Endgame è stata la frammentazione narrativa.
Collegare Avengers:
Doomsday a scelte precise compiute nel 2019 permetterebbe di
ricucire il filo
tra le due fasi dell’MCU, trasformando il nuovo film in una sorta
di resa dei conti morale e cosmica.
Inoltre, l’idea è perfettamente coerente con l’approccio dei
Anthony
Russo e Joe Russo,
da sempre inclini a disseminare indizi e strutture a incastro. Se
Doomsday dovesse davvero
nascere dalle crepe lasciate da Endgame, il film non sarebbe solo un evento
spettacolare, ma una riflessione sulle conseguenze del “lieto fine” più famoso del cinema
supereroistico.
A
tre mesi dall’uscita nelle sale, Norimberga,
il nuovo film di Russell Crowe ambientato
durante i processi di Norimberga, si sta rivelando una sorpresa al
box office internazionale, trasformandosi in un successo silenzioso
ma concreto.
Uscito negli Stati Uniti il 7 novembre 2025, il thriller storico
diretto da James
Vanderbilt aveva inizialmente registrato un
risultato modesto sul mercato domestico, fermandosi intorno ai 15
milioni di dollari. Il vero exploit è arrivato però all’estero:
secondo quanto riportato da Variety,
Nuremberg ha superato i 31
milioni di dollari internazionali, portando il totale globale a
circa 46 milioni di
dollari, a fronte di un budget stimato tra i 7 e i 10
milioni.
Un risultato che rende il film uno dei titoli più redditizi del
catalogo recente di Sony Pictures Classics, superando anche altri
film da premi della stessa etichetta come The Smashing Machine e Bugonia.
Il caso italiano: numeri solidi e tenuta costante in
classifica
In Italia, dove
il film è arrivato nelle sale il 18 dicembre, Nuremberg ha dimostrato una tenuta
particolarmente significativa. Dall’uscita a oggi ha totalizzato
7.648.901 euro di
incasso e 982.008 presenze, mantenendosi stabilmente
nella Top 10 del box
office, oscillando tra la quarta e la quinta posizione per diverse
settimane consecutive.
Un risultato che conferma come il tema della Seconda guerra
mondiale e dei processi ai vertici del regime nazista continui a
esercitare un forte richiamo sul pubblico europeo, soprattutto
quando affrontato con un taglio psicologico e interpretazioni di
peso.
Il film racconta infatti la storia dello psichiatra Douglas Kelley,
interpretato da Rami
Malek, incaricato di valutare la
capacità mentale dei principali gerarchi nazisti prima del
processo. Crowe veste i panni di Hermann Göring, offrendo una delle sue
interpretazioni più inquietanti degli ultimi anni, già entrata
nella longlist dei BAFTA come possibile candidatura al miglior
attore protagonista.
Curiosamente, anche l’accoglienza critica ha seguito un percorso
atipico: dopo un debutto incerto al Toronto International Film
Festival, con un punteggio iniziale su Rotten Tomatoes intorno al
40%, il giudizio si è progressivamente risollevato fino all’attuale
72%, mentre il
gradimento del pubblico ha raggiunto il 95%.
Nuremberg è attualmente
disponibile per il noleggio e l’acquisto digitale negli Stati
Uniti. Al momento non è stata ancora annunciata una data per
l’arrivo sulle principali piattaforme streaming.
Il
successo della saga di Terrifier ha
cambiato radicalmente il modo in cui l’horror estremo viene
percepito dal grande pubblico, e secondo Eli Roth è
stato proprio questo cambiamento a rendere possibile il film più
“folle e disturbante” della sua carriera: Ice Cream
Man.
In
un’intervista
rilasciata a ScreenRant in occasione dell’uscita in 4K Steelbook
di Cabin Fever, Roth ha
riflettuto su come il pubblico contemporaneo sia oggi molto più
ricettivo verso un livello di violenza grafica che, fino a pochi
anni fa, sarebbe stato considerato inaccettabile per il circuito
mainstream. Un’evoluzione che la saga di Terrifier incarna in modo emblematico: il
primo film, uscito nel 2016 con un budget irrisorio, aveva avuto
una distribuzione limitata, mentre Terrifier 2 e soprattutto Terrifier 3 hanno
dimostrato che anche l’horror estremo può diventare un evento
cinematografico di massa.
Secondo Roth, non è cambiato il contenuto dei film, ma lo sguardo
degli spettatori. La tolleranza – e in alcuni casi il desiderio –
per esperienze più radicali è cresciuta, spingendo l’industria a
rivedere confini che sembravano invalicabili. Un processo che il
regista conosce bene: già ai tempi di Hostel, racconta, gli studios temevano che
un’eccessiva violenza potesse danneggiare l’immagine del marchio,
arrivando perfino a rifiutare la distribuzione del film.
È
proprio osservando il percorso di Terrifier che Roth ha capito come oggi sia possibile
aggirare molti dei filtri tradizionali: distribuzione indipendente,
rapporto diretto con le sale e un pubblico disposto a cercare
esperienze che non possono essere replicate sul piccolo schermo.
L’horror, sottolinea il regista, è uno dei pochi generi in cui
l’esperienza in sala resta insostituibile: l’adrenalina, la
reazione collettiva, il disagio condiviso.
Ice Cream Man, progetto
che Roth aveva in mente da oltre vent’anni, nasce esattamente da
questa nuova libertà creativa. Ambientato in una cittadina
apparentemente tranquilla, il film racconta il caos che si scatena
quando un misterioso venditore di gelati trasforma i bambini in
creature violente. Un’idea che, per anni, era stata giudicata
“troppo folle” per essere realizzata, ma che oggi trova finalmente
il contesto giusto.
Il film è atteso nelle sale nel 2026, e promette di essere il lavoro più estremo e
personale mai realizzato dal regista.
Con
Avengers: Doomsday,
capitolo chiave della Saga del Multiverso, i Marvel Studios si preparano a
riunire vecchi e nuovi eroi contro la minaccia più grande di
sempre: Doctor Doom,
interpretato da Robert Downey Jr..
Ma a sorprendere il pubblico è stato soprattutto il ritorno di
Chris Evans, confermato
dal primo trailer ufficiale del film.
A
spiegare le ragioni di questa scelta sono stati i registi
Joe Russo e
Anthony
Russo, che in un’intervista a
Empire hanno chiarito
quanto il personaggio di Steve Rogers sia centrale per la loro
visione narrativa. «Il suo ruolo negli Avengers e nell’intera
storia del MCU è qualcosa di profondamente personale per noi. Non
riusciamo a immaginare questo racconto senza una sua presenza
centrale», hanno dichiarato.
Il trailer di Avengers:
Doomsday sceglie però una strada sorprendentemente intima. Non
ci sono scene d’azione spettacolari: vediamo Steve Rogers
nel passato in cui aveva deciso di restare alla fine di
Avengers: Endgame, mentre vive una
vita tranquilla accanto a Peggy
Carter. Steve guida una moto, ripone il
costume e stringe tra le braccia il suo bambino. Un’esistenza
finalmente lontana dalla guerra.
Eppure, il messaggio finale del trailer è inequivocabile:
“Steve Rogers Will Return in
Avengers: Doomsday”. Un dettaglio che apre interrogativi
importanti. Alla fine di Endgame, infatti, Steve aveva ceduto lo scudo e il
ruolo di Captain America a Sam Wilson,
interpretato da Anthony Mackie. Il
ritorno di Evans non implica quindi automaticamente il recupero del
titolo di Captain America, ma suggerisce piuttosto una funzione
diversa, forse più simbolica e morale.
I
fratelli Russo hanno ribadito anche sui
social il legame personale con questo personaggio: «Il personaggio
che ci ha cambiato la vita. La storia che ci ha portati tutti fin
qui. Era inevitabile tornare a questo punto». Parole che lasciano
intendere come Steve Rogers possa rappresentare una bussola etica
in un MCU sempre più frammentato dal multiverso.
Finora ogni trailer di Avengers: Doomsday ha messo in luce un personaggio o
una squadra diversa: dopo Steve Rogers, sono arrivati teaser
dedicati a Thor, agli X-Men
del vecchio universo Fox, ai Fantastici Quattro e a Black Panther. «Quello che avete visto non sono
semplici trailer, ma storie e indizi», hanno avvertito i Russo.
«Prestate attenzione».
Avengers: Doomsday arriverà nelle sale il
18 dicembre
2026, e il ritorno di Chris Evans promette di avere un
peso emotivo e narrativo decisivo per il futuro del Marvel
Cinematic Universe.